Vai al contenuto

Il film di “Death Note”, disponibile dal 25 agosto sulla piattaforma online di Netflix, sembra caduto dal cielo in un giorno di pioggia, come fosse presagito dal temporale e trasportato dalla tempesta. Si è posato a terra, come un libro raggiunto dall’incedere dell’acquazzone, a seguito di un susseguirsi di fulmini accecanti e fragorosi. Questo nuovo adattamento giace lì, in attesa di essere trovato da uno sventurato spettatore pronto a sfidare impavido la sorte, incurante del pericolo, e a selezionare l’opzione “riproduci”.

“Death Note” somiglia all’opera originale da cui trae ispirazione soltanto per il nome che porta. A tal proposito dobbiamo tenere a mente un monito alquanto rilevante: somigliare, a volte, può essere sinonimo di “ingannare”. Imbrogliare nel senso di richiamare le fattezze di un qualcosa che amiamo. “Death Note” vuole infatti sedurre gli spettatori con il marchio a cui è devoto, o per riprendere quanto dicevo, a cui somiglia. Il lungometraggio si pavoneggia in maniera fraudolenta, creando l’aspettativa di rivisitare la storia di “Death Note” per poi dimostrare di averla solamente scimmiottata. Conseguentemente, questo nuovo lungometraggio sembra un libro dei morti precipitato dal mondo degli dei dell’oltretomba per essere “afferrato” dai poveri mortali. Purtroppo però, il libro dei morti offerto in tal caso non è che un libretto usurato, deturpato da scritte caotiche, dalle cui pagine si generano chiavi di rilettura deprecabili che distruggono la mitologia narrativa da cui attingono le idee.

“Death Note” si pone sulla corsia delle rappresentazioni nuove, che riscrivono le storie a cui si ispirano per poterle raccontare con un piglio diverso, perlomeno nelle volontà. Riuscire a racchiudere l’avvincente sfida intellettiva tra Light Yagami ed “L” in appena un’ora e quaranta minuti è altamente improbabile, a meno che la sceneggiatura non sia stata curata, mi si passi il paragone, dal grande astigiano, da quel Vittorio Alfieri, celebre altresì per le sue straordinarie doti di sintesi. Ma il film non si pone minimamente il problema di riassumere, poiché aggira con furbizia l’ostacolo, svolgendo il tutto con la semplicità obbligata di chi parte con la rassegnazione stampata in volto.

Il manga e l’anime di “Death Note”, cui vorrei dedicare personalmente un’analisi maggiormente corposa e approfondita in un articolo dedicato ad hoc, è stato uno dei prodotti di maggior successo degli ultimi anni, per merito di una narrazione rivoluzionaria, per certi versi atipica, innovativa e dal ritmo incalzante. Le caratteristiche soprannaturali, l’investigazione arguta, strutturata secondo un’astratta partita a scacchi tra il detective e l’assassino, la sfera religiosa di un dio mistificato, punitore e giustiziere quale poteva essere il venerato Kira, e un’analisi, per nulla banale, sul concetto di etica e morale nella società contemporanea, furono elementi, amalgamati  tra loro con un taglio diretto e un’impronta scrittoria avvincente, che fecero di “Death Note” una storia di infinita bellezza e di pregevole fattura.

E’ sottinteso quanto il film di produzione statunitense parta in netto svantaggio se paragonato alla sua madre-opera. Separare l’originale dalla sua eredità è, però, pressoché impossibile per l’ovvia ragione che senza l’originale non esisterebbe il solo tentativo di copia. Comparare la rivisitazione all’anime, se fatto in termini equivalenti, sia pure opportuni e non pretestuosi, costituisce la formula per potersi fare un’idea concreta su di una elaborazione nuova. Di fatto, “i remake” o gli adattamenti innovativi, pur cambiando alle volte i passi fondamentali della storia originale, hanno la sola possibilità di poter offrire una rappresentazione diversificata e, per certi versi, anche incuriosire da un nuovo punto di vista. Resta il fatto che non è questo il caso! “Death Note” non apporta alcuna modifica interessante alla storia che desidera raccontare. Qualunque novità introdotta dalla pellicola finisce per snaturare l’animosità dei personaggi, e per sviscerare la profondità delle tematiche originali per soverchiarle con delle deliranti riletture. “Death Note” di Netflix è una copia sbiadita ed esecrabile, realizzata con le metodologie di lavoro che rimandano ai più beceri film fan-made, e scritta con uno stile nei dialoghi tratto dalla più innaturale e meno canonica delle fan-fiction.

Nel mentre osserviamo gli attori recitare piattamente le loro scialbe battute, sorge spontaneo interrogarsi in merito a quali canoni fisici e quali doti interpretative siano state prese a modello nel ricercare la scelta degli interpreti per abbinarli ai personaggi. Il cast è così composto: Nat Wolff è Light, Margaret Qualley è Mia (Misa), Lakeith Stanfield “L” e Willem Dafoe lo Shinigami Ryuk. A Nat Wolff è spettato il gravoso e impegnativo compito di dare le fattezze americane a un giovane Light, una missione fallita nel peggiore dei modi. Wolff dà l’impressione di non avere la minima idea di chi stia interpretando, o di cosa stia facendo; ogni suo gesto, ogni sua irritante espressione trasmettono la sensazione che Wolff non abbia mai letto un singolo passo di “Death Note”, né abbia mai visto la trasposizione anime. Di fatto, il Light di Wolff è quanto di più imbarazzante potesse venire fuori da una reinterpretazione del personaggio, che perde ogni sfaccettatura oscura e d’aspirazione dittatoriale della sua controparte originale.

Questo Light non ha né il tempo né la possibilità di poter mostrare un progressivo declino e deterioramento della sua psiche ottenebrata dal potere del quaderno della morte, che lo porterà ad ergersi dapprima a divinità giustiziera e, in seguito, a perdere totalmente il discernimento tra giustizia e vendetta, tra la sua folle concezione di “morti opportune” e “morti errate”. Il Light di Wolff è un ragazzo che gioca col destino degli uomini per puro diletto, come un assassino scevro da scopi superiori che ne annebbiano la mente. Egli agisce, spalleggiato da una Mia amorale e meschina, come se il tutto fosse un gioco adolescenziale privo di conseguenze e perpetrato da una coppia malata di un amore infausto che si accresce al sol pensiero di sterminare “i reietti” spogliatisi di qualunque umanità, coloro che, per giudizio di “Kira”, non meritano di vivere.

Light non mostra neppure un barlume della sagace e perfida arguzia del personaggio originale, di quel suo intelletto progressivamente metamorfizzato dalla causa immorale cui vuole adempiere. Questa sua mancanza fa crollare le già pericolanti fondamenta del film, che perde uno degli elementi essenziali della storia di “Death Note”: la sfida d’intelligenza tra il “protagonista” malvagio e “l’antagonista” buono. Non vi è neppure un accenno alla “partita” che “ELLE” e Light giocano a debita distanza, una sfida fatta di mosse e contromosse per ingabbiare l’avversario e per sfuggire alla di lui presa.

“ELLE” di Lakeith Stanfield è un giovane detective emotivamente instabile, agitato e nervoso, dal prodigioso ragionamento deduttivo e dall’indole intuitiva solamente abbozzata in alcuni frangenti. Stanfield, per lo meno, ha il merito di elevarsi dalla ridicola interpretazione di Wolff, e nonostante egli non abbia che nulla della somiglianza col suo personaggio, dimostra comunque di aver studiato il ruolo, di aver catturato una parte sufficiente delle rispettive movenze. Ma anche lui è vittima di una sceneggiatura carente e lacunosa.

“ELLE” è praticamente inutile nel film, la sua presenza e il suo genio investigativo risultano superflui, persino pleonastici nella conclusione della storia. Rendere un personaggio come “L” inefficace è la peggiore sconfitta del film, che dimostra di aver perso totalmente l’intento, il proposito, la “bussola” e il conseguente senso dell’orientamento nel trasporre una storia riadattata senza alcun filo logico.

Tra i membri di questo cast, spicca certamente il nome di Willem Dafoe, il cui volto diabolico si presta perfettamente nelle intenzioni a quello del dio della morte. Peccato però che Dafoe finisca prigioniero di una maschera in CGI intrappolata in una resa estetica fermatasi a metà tra il voler impressionare e il voler far ridere con quel paio di occhi tondeggianti e strabuzzanti.

“Death Note” è uno schizzo primordiale e informe, ma non è soltanto una cocente delusione per ogni appassionato, è anche un pessimo film se preso in solitaria, privo di mordente e di uno sviluppo accattivante e moralistico. Lascia esterrefatti il pressappochismo con cui è stata raccontata una tale riedizione amorfa. Un lungometraggio nato male e conclusosi ancora peggio. Viene da chiedersi, se le premesse hanno portato a un così deprimente sviluppo, cosa abbia spinto la produzione a terminare il progetto e a rendere disponibile una trasposizione di così basso livello artistico. “Death Note” pare un lungometraggio scomposto, montato da un gran numero di scene che paiono slegate tra loro, in altre parole, un ‘opera sprovvista di alcun frammento di anima.

In conclusione, se avrete il malaugurato desiderio di vedere questo prodotto, permettetemi un suggerimento: mettetevi comodi sulla vostra poltrona. Sprofondate in essa come avreste fatto al termine di una interminabile giornata. Mi raccomando, NON rannicchiatevi su voi stessi, NON arcuate leggermente la schiena e, soprattutto, NON sedetevi poggiando il peso del vostro corpo sulle gambe reclinate a metà. In altre parole, NON SEDETEVI COME IL VERO “L”. Non guardate “Death Note”, il nuovo film originale Netflix, portando l’acume del vostro intelletto al massimo, credetemi, ne risentireste. Facciate in modo che diminuisca del 40%. E’ preferibile, di fatto, approcciarsi al film con una certa calma e un altrettanto distacco emotivo, onde evitare spiacevoli contraccolpi. Circondatevi di dolci soltanto per soddisfare le vostre piccole golosità, e distraetevi spesso: credetemi, ce ne sarà davvero bisogno.

Voto: 3/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Sono trascorsi vent'anni dall'uscita nelle sale del Kolossal "Titanic", capolavoro di James Cameron con protagonisti Leonardo DiCaprio e Kate Winslet. La storia d'amore tra Jack e Rose è stata una delle più appassionanti della storia del cinema. I fan del lungometraggio non hanno mai smesso di sperare che quella storia d'amore, recitata con tale trasporto e naturalezza da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, potesse un giorno "diventare reale".

Lo splendido rapporto che Leonardo DiCaprio e Kate Winslet hanno sempre dimostrato di avere, un legame forte, inossidabile, tra i più significativi e ammirabili di Hollywood, ha continuato ad alimentare questo sogno dei fans sparsi per il mondo. Recentemente i due attori sono stati fotografati in vacanza insieme a St. Tropez.

Intervistata per Glamour, in merito al legame che la unisce al collega Leonardo DiCaprio, Kate Winslet ha così detto: "Non vi dirò cosa ci siamo detti l'ultima volta che ci siamo visti, ma sì, siamo davvero, davvero molto amici e, quando ci incontriamo, spesso ripetiamo le battute di Titanic, una dopo l’altra».

La bellezza del lungometraggio "Titanic" sembra essere senza tempo, e ancora a distanza di tutti questi anni, ci strappa un sincero e dolce sorriso sapere che i due meravigliosi protagonisti, con ogni probabilità, tra uno scherzo e una battuta, continuano a ripetersi: "salti tu, salto io!".

Vi potrebbero interessare i nostri articoli su "Titanic", potete leggerli cliccando ai seguenti link:

Recensione "Titanic" 1997

Un'anima dell'oceano - L'affondamento del Titanic tra cinema e realtà"

I simbolismi di Titanic - 1997

Redazione: CineHunters

A circa un anno di distanza dall'uscita nelle sale di "Suicide Squad", giungono notizie in merito ad uno spin-off dedicato a Joker e Harley Quinn, interpretati rispettivamente da Jared Leto e Margot Robbie.

Il progetto, voluto fortemente dalla Warner Bros e dalla DC Comics, è naturalmente in fase embrionale. La volontà alla base del progetto sarà quella di girare una storia d'amore criminale.

Molti sono stati i rumors che si sono susseguiti nell'ultimo anno. La Warner sembrava aver preso la decisione di girare uno spin-off solamente dedicato alla Harley Quinn di Margot Robbie. Successivamente, aveva preso sempre più piede l'ipotesi in merito a uno spin-off dal titolo "Gotham City Sirens" che avrebbe avuto come protagoniste Harley Quinn, Catwoman e Poison Ivy. Adesso, sembra che la decisione sia stata presa con un film dedicato a Joker e Harley Quinn.

Non ci resta che attendere i successivi sviluppi in merito ai prossimi progetti della DC Comics. Ricordiamo, a tal proposito, che recentemente è stato annunciato un nuovo film sul Joker, diretto da Phillips e prodotto da Martin Scorsese, basato sulle origini del Joker. Dalle voci che filtrano sarà un Joker diverso, slegato dal DC Cinematic Universe e, pertanto, non sarà interpretato da Jared Leto. Restiamo in attesa di conferme ufficiali in merito all'inizio della lavorazione.

Per leggere la nostra recensione "Suicide Squad - La risata del Joker si ode in lontananza ma attende ancora il momento per riecheggiare" cliccate qui

Per leggere il nostro articolo dedicato alla figura del Joker di Jack Nicholson: "L'arte come ritratto della follia" cliccate qui

Redazione: CineHunters

E' disponibile online il nuovo trailer italiano di "Ready Player One", il nuovo film di fantascienza diretto da Steven Spielberg e in uscita a fine marzo del 2018. La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo di Ernest Cline.

La storia di "Ready Player One" sarà ambientata in un futuro distopico. Il romanzo narra di un futuro, precisamente di un immaginario 2045, un periodo in cui la Terra è un pianeta sovrappopolato e inquinato, in cui la maggior parte degli individui vive in stato di indigenza e le fonti energetiche sono quasi del tutto esaurite. L'unico svago per le persone comuni è OASIS, un mondo virtuale ideato dal programmatore James Halliday a cui si può accedere gratuitamente grazie a un semplice visore e a un paio di guanti aptici.

Alla morte di Halliday si scopre che ha lasciato in eredità il suo mondo virtuale (che vale miliardi di dollari) alla prima persona che riuscirà a risolvere una serie di indovinelli e giochi di intelligenza disseminati nell'universo di OASIS. Milioni di persone decidono di cimentarsi nell'impresa, e fra questi c'è Wade Owen Watts.

Tra le spettacolari immagini visibili nel trailer, è possibile intravedere la figura del Gigante di Ferro avanzare con fierezza verso di noi. Lo stesso Steven Spielberg in una recente intervista ha ammesso che il Gigante avrà un ruolo molto importante nel film.

Ecco il trailer del film in italiano:

A tal proposito, vi potrebbe interessare il nostro articolo "Il Gigante di ferro - Tu sei chi scegli e cerchi di essere". Potete leggerlo cliccando qui.

Redazione: CineHunters

 

"Trilli" disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando ero un bambino e tenevo in mano la VHS de “Le avventure di Peter Pan”, il classico della Walt Disney, sovente, ne scuotevo l’involucro. Speravo, lavorando abilmente di fantasia, che da quella confezione in plastica fuoriuscissero effluvi fatati e polverine magiche. Polveri di fata, per la precisione, granuli di dorata luminescenza, lievi fiocchi di neve di un alone giallastro.  Si trattava, come la fantasia mi suggeriva, di quella stessa polvere di fata che Peter Pan donava ai suoi amici e alla sua Wendy per permettere loro di fluttuare al di fuori della loro cameretta, per volare su nel cielo, verso la seconda stella a destra, per poi proseguire, fino al mattino, alla volta dell’Isola che non c’è. “Chissà se in questa cassetta si nasconde una residua polvere di fata in grado di aiutarmi a volare come un piccolo Peter Pan” - mi domandavo. In vero, quella videocassetta permetteva di volare, seppur non serbava una rimanenza vera e propria di quella polvere fatata. Era la potenza immaginaria della fantasia, quella che il film suscitava con i propri disegni, a permettere al bambino che ero di spiccare il volo. Era inutile continuare a scuotere la VHS con decisione, quando sarebbe bastato inserire la videocassetta nell’apposito videoregistratore e lasciar scorrere il nastro, per far ritorno a Neverland, e volare con la gioia nel cuore…

Il quattordicesimo classico della Walt Disney inizia con una frase recitata da una voce narrante, che spiega come questa storia sia un racconto di ieri come di domani. Un messaggio di natura esistenziale e dalla valenza temporale. “Peter Pan e Wendy” è una narrazione di radice fiabesca, dall’ambientazione favolistica ma dalla morale concreta. Balzare da quell’imprecisato “ieri” e approdare in un misterioso “domani”, e percorrere, se ce ne fosse bisogno, il percorso inverso, già, a ritroso, è possibile e sta alla scelta opzionale di ogni singolo spettatore. L’opera di Barrie, e in egual valore, il lungometraggio della Walt Disney, riguardano tanto il passato quanto il futuro nella vita di ognuno di noi. Da adulti torniamo ad approcciarci a “Peter Pan” con la maturità dell’essere uomini o donne che anelano alla possibilità di rivivere le avventure di un tempo, quando non eravamo altro che bimbi sperduti che a notte fonda si raggomitolano sotto le coperte di un accogliente rifugio celato nelle radici di un grosso albero.

Ripensare ai momenti che precedevano la visione de “Le avventure di Peter Pan”, oggi, quando si è diventati grandi, può generare un solo rammarico, dovuto, per lo più, alla consapevolezza di non essere riusciti a rispettare il volere di un’anziana Wendy, quando in “Hook – Capitan Uncino”, sussurrava ai giovani figli di Peter di smetterla di crescere. Quelle parole che l’anziana nonna pronunciava con gentilezza nei confronti dei bambini dovevano essere carpite come un’esortazione personale. Perdona, cara Wendy, colui che sta fissando su carta queste parole, e perdona anche coloro che le stanno leggendo negli attimi che seguono, perché tutti noi non siamo riusciti a rispettare le tue richieste, ma forse, in cuor tuo, sapevi che non avremmo potuto farlo. Così come lo stesso J. M. Barrie, l’autore di “Peter Pan”, era cosciente della forza immutabile, inestinguibile e universale del tempo. Da bambini diventeremo poi adulti, è la normale progressione della vita.

“Le avventure di Peter Pan” traspone lo spirito avventuroso e visivamente onirico dell’opera originaria, nella quale il sogno di un mondo d’incomparabile bellezza come l’Isola che non c’è avvolge le vicende dei protagonisti come un solo e incommensurabile sfondo che domina la totalità scenografica di un palcoscenico. Eppure, il tutto è trattato con maggiore spigliatezza, con un senso di frivola giocosità, ben lontano dalla cupezza nascosta dell’opera teatrale e letteraria. Una drammaticità occultata sotto le vesti colorate di Giglio Tigrato e degli indiani a cui appartiene, eclissata sotto la maschera arrabbiata e malinconica di Capitan Uncino, e dissimulata nel volo senza fine di quel ragazzo che non vuole in alcun modo accettare di crescere. Nel racconto di J. M. Barrie le inquietudini degli adulti e le paure della fine dell’esistenza impossibile da evitare, vengono incarnate nella crudeltà di Capitan Uncino e miscelate alle avventure dei piccoli protagonisti. Riprendere visione de “Le avventure di Peter Pan” da grandi, evoca la reminiscenza delle aspettative sognanti della fanciullezza, quando la nostra immaginazione indugiava sul nostro futuro e sulle speranze ad esso accomunate.

Quando si è piccoli, si spera di crescere in fretta, quando si è già grandicelli, invece, si vorrebbe, a volte, tornare piccini a riprovare la letizia di un mondo ovattato quale poteva essere quello della fantasia distensiva e senza freno di un bambino. Lo scritto di Barrie è incastonato nell’ineluttabilità del tempo, nella sua scorrevolezza impossibile da arrestare. La sua storia non è soltanto un sogno, è la trascrizione di una fantastica avventura che svanisce come la fiammella di una candela che sta per consumarsi, dinanzi all’inclemenza del tempo, che porta a crescere e, un giorno, a cessare d’esistere. L’infanzia e l’età adulta vengono da Barrie poste a distanza come due piani esistenziali di difficile interazione comunicativa. Ciò non sembra accadere nell’opera della Walt Disney, nella quale il brio sognante è tanto forte da coinvolgere sia il bambino che l’adulto.

“Le avventure di Peter Pan” più di offrire una visione della vita in senso introspettivo, vuol rivolgersi ai fanciulli e in egual misura agli adulti, non facendo però ripensare loro al periodo dell’infanzia come a un momento lontano e di difficile ritorno. Come avviene in “Bambi”, film che fa da raccordo tra l’innocenza dell’infanzia e la futura consapevolezza dell’età adulta, la pellicola disneyana di Peter Pan fa da ponte tra la giovinezza e la maturità, in un tratto percorribile da ambo le parti. Il film vuol far riemergere il bambino che è in noi, quel Peter Pan che sonnecchia nel nostro intimo, pronto a risvegliarsi non appena mira il librare dei protagonisti sopra il Big Ben di Londra. Non vi sono però tracce critiche riservate al freddo e distaccato mondo degli adulti come avviene nell’adattamento originario, questo perché entrambe le fasi della vita vengono quasi accomunate dalla grazia del sogno. Se Barrie, nelle sue intenzioni autoriali, desiderava tracciare una linea di demarcazione spessa e conseguenzialmente ardua da superare tra la gioventù e la maturità, il film della Disney si differenzia dal volere dello scrittore per un uso tradizionale dello stile comunicativo, rivolto in maniera innocente a tutta la famiglia; in special modo a quei genitori che possono tornare a sentirsi bambini, magari, stretti in un abbraccio coi loro figli.

“Le avventure di Peter Pan” è una fiaba Disneyana scandita da musiche di rara soavità, scritta e sussurrata per far risuonare melodie brezzate, inafferrabili ma udibili come vento incanalato tra le fessure di uno spazio ristretto. Musiche leggiadre come l’aria che soffia verso nord, eteree come un bel sogno che scivola via tra nuvole bianche che sopiscono in cielo. Walt Disney affermava: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Tale motto viene conformato alla figura di Peter Pan e alla magnificenza del suo lungometraggio d’animazione. “Peter Pan” è di fatto la personificazione del sogno, colui che riesce a volare senza l’ausilio della polvere di fata proprio perché fa dei suoi sogni felici la cadenza ritmata di un battito d’ali.

I fondali del film sono dipinti con una resa scenografica meravigliosa, i cui scorci vengono popolati da pirati inferociti. Nei mari bluastri albergano sirene di infinita bellezza e nelle fitte boscaglie, il terreno viene calcato da indiani estremizzati e bimbi sperduti.

Tutti i personaggi sono disegnati secondo una vasta gamma di capacità espressive: a cominciare da Peter, dalla mimica furbesca e dal diabolico sguardo, per passare a Wendy, dal volto dolce e affettuoso, fino ad arrivare al personaggio più emotivo e intenso di tutti: Trilli.

La scia dorata che lascia sul tragitto velato del suo volo, il suo aspetto da giovane e splendida donna contenuto in un fisico da Mignolina, il suo viso ornato da bionde ciocche di capelli e da gote purpuree, il suo battere di piccole ali fatate e quei suoi occhi sprizzanti gelosia, per via di un amore non corrisposto, fanno di Trilli un personaggio semplicemente fantastico, delineato con tratti cromatici di puro incantesimo.

Merita, in questi passi riservati ai personaggi, una menzione speciale l’antagonista del film, Capitan Uncino. Di temperamento afflitto ma dalle volontà esasperate, Capitan Uncino conserva quasi del tutto il fascino malvagio della sua controparte. La sua sconsiderata paura del coccodrillo marino, e quel suo urlo disperato, quando invoca il provvidenziale arrivo del fidato Spugna, sono fonti di alcune sequenze esilaranti entrate di diritto tra le scene più famose della Disney. Al tempo, era per certi versi una novità quella di poter rallegrare e far sorridere i bambini anche con le tragicomiche vicissitudini del personaggio negativo.

Capitan Uncino fu uno dei primi cattivi della Disney ad avere una rilettura brillante e a farsi carico della malvagità intrinseca del suo animo esternandola mediante una maschera triste e insoddisfatta.  Più che un vero malvagio, Uncino sembra un deprimente ritratto di infelicità, di vittimismo. Il Capitan Uncino della Disney è forse il personaggio che più risente del suo essere investito dal peso di ciò che Barrie voleva suscitare col suddetto antagonista: l’incompiutezza di una vita, che trova motivazione nella deprecabile ossessione di uccidere Peter Pan.

Uncino è la paurosa ansietà dell’autore in merito allo scorrere inesorabile del tempo, che ticchetta come un terrore remoto e snervante in quella sveglia inghiottita dal Coccodrillo e il cui suono viene ritmato e mimato dall’espressività famelica del rettile. Come non mai in questo film, grazie a un’animazione laboriosa, la mimica ingorda dell’anfibio viene scandita dal suono della grossa sveglia, come se fosse proprio il tempo, rappresentato con tanto di artigli affilati e sfilze di denti aguzzi, a voler divorare l’anima e il corpo del capitano.

Con “Le avventure di Peter Pan”, la Disney ci ricorda l’importanza di tornare a sognare, di credere in quelle fate che albergano tra i nastri di pellicola di ogni singola videocassetta che custodivamo un tempo nella videoteca della nostra casa.

Forse, oggi, le fatine vivono tra le memorie nascoste di un moderno DVD, il quale, se scosso, continuerà a non rivelare alcuna traccia di polvere fatata; questo perché se vorrete tornare a volare, vi basterà aprire la confezione, attendere che il sipario si alzi, e far ritorno a Neverland. E se malauguratamente non doveste ricordare la strada, potreste sempre seguire una luce dorata che proviene in lontananza: è un vascello pirata rivestito apparentemente “d’oro” che naviga tra un mare di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Per leggere il nostro articolo su "Hook - Capitan Uncino" cliccate qui

Vi potrebbero interessare:

Non dev’essere stato per nulla semplice accogliere il successo di “Titanic”. Sì, avete capito bene, ma non fraintendete le mie parole. Non vorrei di certo farvi credere che l’universale plauso della critica e la reazione entusiastica del pubblico all’uscita del Kolossal, basato sul tragico destino del transatlantico, non fossero stati accolti con gioia dal regista James Cameron. E’ solo che, e di questo ne sono, tutto sommato, sicuro, non dev’essere stato facile concentrarsi sul… “dopo”. Cosa fare a seguito di un tale successo? “Quale progetto potrà mai rivelarsi un degno successore di ciò che mi sono lasciato alle spalle?” Se lo sarà domandato con ragionevole timore il grande cineasta statunitense che con “Titanic” aveva compiuto una doppia impresa, e senza precedenti: fare uscire nelle sale il film di maggiore incasso della storia del cinema e condurre alla notte degli Oscar il primo lungometraggio in grado di eguagliare “Ben-Hur”. L’ultimo lavoro di Cameron era diventato al contempo il film più famoso di tutti i tempi e la pellicola più premiata di sempre. E “Titanic” rimase, per l’appunto, il suo ultimo lavoro. In quanto regista perfezionista, dalla cura minuziosa del dettaglio scenico, Cameron si concesse una pausa che solo i veri artisti possono permettersi, una sosta lunga più di due lustri nella quale partorì delle nuove annotazioni riguardanti il suo prossimo lavoro. Cameron volle nuovamente sperimentare fin dove potesse spingersi il cinema contemporaneo e lanciò il proprio guanto di sfida al settore degli effetti speciali e degli effetti visivi. Desiderava portarli al massimo grado realizzativo possibile. La singolar tenzone tra Cameron ed il Cinema 3D era ormai cominciata. Nacque così il progetto “Avatar”.

“Avatar” venne concepito da Cameron come un’esperienza visiva in grado di sfruttare ogni minuzia del formato stereoscopico del cinema moderno. Con “Avatar” Cameron volle tramutare il grande schermo cinematografico in una sorta di portale extra-dimensionale, aperto su di un mondo variegato; una radura verde e rigogliosa, popolata da flore lussureggianti e faune ricreate secondo accurati adattamenti, frutto della fantasia autoriale. “Avatar” permise l’ingresso verso Pandora, un luogo unico, difficilmente perscrutabile in tutta sicurezza. Poterlo esplorare è un privilegio che potremo vivere appieno solo attraverso il supporto del nostro Avatar.

E così cominciamo a scoprire i vividi misteri di questo mondo “diventando gli occhi” del protagonista Jake Sully (Sam Worthington), un marine invalido, costretto a muoversi mediante l’ausilio di una sedia a rotelle che approda su Pandora come membro di un’equipe di ricerca. Il protagonista ignora qualunque dettaglio su ciò che lo attende quando s’imbatte nell’Avatar creato, sorretto dal suo esatto codice genetico. Gli Avatar sono delle riproduzioni di corpi degli autoctoni del pianeta nati dall’unione di geni umani e geni Na'vi, privi di volontà propria. Attraverso il collegamento, tramite un’interfaccia psichica, gli uomini possono abbandonare mentalmente il proprio corpo umano e trasferire, temporaneamente, la propria coscienza nell’Avatar. Così facendo il corpo dell’Avatar viene a essere animato dalla mente dell’uomo che può a questo punto aggirarsi su pandora con l’aspetto di un Na’vi.

I Na’vi sono creature dalla pelle bluastra e alti circa due metri e mezzo. Oltre al particolare colore della loro epidermide, balza subito all’attenzione la vivezza dei loro grandi occhi lucenti come biglie colorate che ne ornano il viso. L’importanza di guardarsi vicendevolmente e di osservare attraverso i rispettivi sguardi ciò che viene esteriormente mostrato dai corpi, ma soprattutto ciò che giace sopito all’interno dell’animo, è una delle digressioni più fascinose che il film svolge. Anche in “Avatar” gli occhi assumono il valore dello specchio dell’anima, in cui solo chi desidera mirare nel più profondo può contemplare.

Quando Jake trasferisce per la prima volta la sua coscienza nell’Avatar, avviene una rinascita fisica e mentale. Al risveglio nel suo nuovo corpo, Jake può finalmente riassaporare l’ebrezza euforica di poter camminare. E lo fa con difficoltà, come un bambino che apprende istintivamente a deambulare. E’ una fuga liberatoria la sua, quando corre per sentire il vento sfiorargli il viso.

Jake può conseguentemente ispezionare Pandora prima d’incappare in un Thanator, un feroce e gigantesco predatore, che tenta di ucciderlo. Fuggendo via per sottrarsi alla morte, Jake si addentra nei meandri sconosciuti di Pandora. Lungo il suo tortuoso peregrinare, incontra Neytiri (interpretata da Zoé Saldaña), una guerriera Na'vi, principessa degli Omaticaya. Neytiri ha già avuto interazioni con altre persone della nostra razza, che lei chiama “popolo del cielo”, e conosce la lingua degli umani. Jake viene accolto con rispetto, ma anche con timore dal clan. Questo stesso decide di far conoscere al marine gli usi e i costumi della popolazione e i segreti sull’esistenza delle creature di Pandora. E’ un incontro incomparabile tra due mondi: così intimamente impareggiabili perché basati su una profonda diversità; Jake, “il diverso”, umano nell’anima, ma “indigeno” nell’aspetto, si rapporta con Neytiri, anch’essa “diversa” esteriormente e intimamente da lui. Jake è diverso da ogni altro personaggio, sia esso umano o alieno.  E’ diverso dai suoi colleghi scienziati perché non conosce nulla di ciò che si appresterà a osservare e pertanto la sua interazione con loro è dettata, più che altro, da istinti spontanei ed emozionali. E’ diverso dagli altri soldati perché è impossibilitato a combattere come loro, data la sua disabilità. E’ diverso dal popolo del cielo dato che si innamorerà del popolo dei Na’vi, ma è anche diverso da questi esseri perché può rapportarsi a loro solo col suo Avatar. E’ questo che rappresenta realmente l’avatar, la possibilità di poter abbandonare un mondo per vivere una realtà tanto avvincente.  La più grande metamorfosi che il film compie è nel suo personaggio centrale. Egli non viene soltanto a contatto con una nuova realtà, scopre in particolare un nuovo modo di poter vivere.

In questa apparente diversificazione emergono le meraviglie dell’inesplorato, di una cultura perfettamente concepibile e riprodotta con una tale naturalezza da far sì che il film perpetri una sorta d’indagine documentaristica su una popolazione credibile. “Avatar”, visto il modo esaustivo con cui riesce a descrivere i segreti di un popolo e di un pianeta frutto della fantasia, potrebbe altresì essere riletto come un lungometraggio educativo sul rispetto delle creature a noi sconosciute, e la salvaguardia ambientale di un paradiso fantascientifico.

“Avatar” permette d’attraversare lo specchio dell’immaginifico, in cui il sogno si tramuta in realtà e quest’ultima diviene, a seguito di un rovesciamento delle parti, una visione onirica di blanda consistenza. Viene espressa questa singolarità nel rapporto tra la mente sveglia e quella dormiente: quando Jake è vigile può comandare il suo Avatar e addentrarsi in quel sogno, quando invece si addormenta, il momento in cui potrebbe sognare, la sua coscienza torna nel suo corpo umano, in una realtà alienante. Pandora è il sogno e il centro operativo della gente del cielo, l’incubo.

Nella sua permanenza su Pandora Jake si innamora perdutamente di Neytiri la quale ammette di ricambiare i suoi sentimenti. Se in “Titanic” Cameron era riuscito a farci visceralmente appassionare a una tragica storia d’amore tra una nobildonna e uno squattrinato, in “Avatar” riesce a raccontare, nei panni di un antico cantore, un amore appena sbocciato tra un umano e un’aliena dai lineamenti spiccatamente femminili. Un amore dal significato profondo che non può esser delimitato dai confini interraziali.

“Avatar” riesce a snocciolare una cultura aliena, indagando con discrezione la religiosità di un popolo, la lingua di un’etnia extra-terreste e la comunanza empatica che i Na’vi nutrono nei confronti delle altre creature senzienti di Pandora. Vige, infatti, nell’immaginario del film, un legame biochimico tra le appendici neurali delle trecce dei Na'vi e le radici di ogni albero, che li unisce come fossero sinapsi. Così essi possono sentire l’energia vitale che scorre nelle creature e accomunarsi ad essere. “Avatar” è il viaggio di un uomo alla scoperta di un’ignota meraviglia, fondata sulla comprensione empatica e sulla concretezza di un’emozione.

In “Avatar” Cameron ripropone uno dei temi a lui più cari, quello della tecnologia e del suo incontrollabile sviluppo, il quale, viene spesso sfruttato dall’uomo per scopi poco ortodossi. “Avatar” rivisita il colonialismo, l’uomo che costringe i nativi ad espatriare, a fuggire via e abbandonare le proprie terre, divenute prede di conquista. I malvagi nei film di Cameron sono spesso personaggi detestabili, mossi da un insano desiderio di oscura rivalsa, impossibili da poter essere compresi e compatiti.  In “Avatar” assurge a ruolo d’antagonista Stephen Lang, col ruolo del Colonnello Miles Quaritch.

Le tecniche battagliere primordiali (i Na’vi combattono muniti di frecce e lance, tanto da ricordare i nativi americani) degli autoctoni contro le avanguardie belliche degli uomini non possono nulla. Ma sarà Jake, fianco a fianco a Neytiri, a riunire ogni clan di Pandora ed esortarlo a combattere, riuscendo a scatenare persino i poteri selvaggi della fauna del pianeta. La natura, infine, prevarrà sulla furia militare dell’uomo. Il personaggio di Jake muta così in un “traditore”, non della razza umana nella sua totalità, ma solamente della gente del cielo, e di tutti coloro che volevano conquistare un tesoro terreno, che non poteva, in alcun modo, appartenere loro. Jake si spoglia così del suo passato da umano per divenire a tutti gli effetti un Na’vi.

“Pochaontas” e “Balla coi lupi” sono solo alcuni dei titoli a cui Cameron può essersi ispirato. E’ proprio questo suo basarsi su dei topos narrativi già consolidati e amalgamarli in una storia dal fascino penetrante che rende Cameron un vero autore. Egli non reinventa nulla per quel che concerne la trama dell’opera, ma è questo suo reinterpretare dei temi ricorrenti e farli propri a rendere “Avatar” un film con una trama intrigante. Come accaduto in “Titanic” anche in “Avatar” Cameron non mette su una storia complessa, intensamente articolata, bensì basa la profondità di molteplici tematiche narrative sulla semplicità. Ed è proprio nell’essenziale franchezza di comprensione che si celano le plurime riflessioni di questo racconto visivo.

Quando nel dicembre del 2009 “Avatar” venne distribuito nelle sale, un’imponente campagna pubblicitaria si innalzò attorno all’uscita del film. Costato 237 milioni di dollari, “Avatar” fu il primo film della storia del cinema a raggiungere la cifra record dei due miliardi e settecento milioni di dollari d’incasso. Cameron era riuscito nell’impossibile: superare se stesso.  Alla 82^ cerimonia dei premi Oscar, l’ultima fatica del regista verrà premiata con tre statuette su 9 candidature.

Con le dovute differenze, “Avatar” regalò un’avventura rigenerante al il cinema contemporaneo, restituendo quell’incantato effetto stupefacente che per la prima volta, verso la fine dell’Ottocento, regalarono i fratelli Lumière. Spero riteniate il mio commento come un astratto accostamento. Ripeto, con le dovute differenze sostanziali, “Avatar” rammentò come la settima arte possa render vivibile l’illusione più recondita, ciò che per primi permisero di fare gli inventori della “visione cinematografica”. “Avatar” nacque volutamente per lasciare di stucco i propri spettatori mediante una mistificazione dell’arte visiva, ciò che si prefisse di fare il cinema sin dagli albori dell’arte di Meliés: meravigliare il proprio pubblico.

In “Titanic” Jack e Rose esprimevano sentimentalmente il loro amore con lo sfiorarsi le mani, in “Avatar” il legame indissolubile tra Jake e Neytiri viene simboleggiato dalla virtù empirea dei loro sguardi corrisposti. Il dono della vista è ciò che di più caro “Avatar” vuol comunicare. Badate, non l’astratto senso del vedere, ma una visione intesa come sentirsi reciprocamente l’un l’altra. E’ ciò che avviene tra Jake e Neytiri. Se lo ripetono costantemente quando proferiscono le tre parole: “io ti vedo”. Nel finale, quando Jake sembra soccombere in battaglia e il suo corpo umano si risveglia, egli viene salvato da Neytiri. Ella regge il suo corpo tra le braccia. In questa scena quel “io ti vedo” raggiunge un valore ineluttabile, quando Neytiri osserva l’umanità di Jake nell’esatto modo in cui mirava l’aspetto del suo Avatar, poiché è nell’immensità degli spiriti che essi riescono a contemplare realmente se stessi. La nostra epidermide, che sia bianca, scura o bluastra come per il popolo dei Na’vi, è soltanto l’esteriorità capace di nascondere ciò che solo in pochi possono realmente vedere.

Nell’ultima sequenza l’importanza degli occhi raggiunge il proprio culmine artistico: Jake abbandona definitivamente il suo corpo trasferendo la propria coscienza nel suo Avatar. Neytiri, durante il rituale, poco prima del risveglio dell’amato, lascia impresso sulle sue palpebre chiuse un bacio.

Quando gli occhi si dischiuderanno, il sogno sarà eterno e l’illusione diverrà realtà.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Per leggere il nostro articolo "Speciali di Cinema - Con gli occhi di James Cameron" cliccate qui

Vi potrebbero interessare:

"Jack e Rose" di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Due identità ambivalenti, due esistenze poste agli estremi: la nobildonna e il povero. Sarebbe stato probabilmente impossibile per due persone appartenenti a classi sociali così demarcate potersi incontrare se non fossero salite a bordo di uno spazio circoscritto come quello di una nave: una realtà talmente eterogenea e uno spazio così particolare dove tutto può succedere. Il Titanic nelle ideologie di Cameron diviene una sorta di “città galleggiante” in cui si intrecciano le vite di persone ben distinte nei loro ranghi e, pertanto, inevitabilmente lontane. La scintilla che innesca l’affinità tra i due passeggeri protagonisti dell’opera è da ricercarsi nella diversità dei loro caratteri mista all’assonanza dei loro voleri. Un concetto questo apparentemente incoerente. Jack crede fermamente che la vita sia una continua sorpresa, un dono che non merita di essere “scartato dal suo involucro e poi gettato via”; andrebbe invece vissuto con pienezza. Rose, dal canto suo, è una donna sola e incapace di reagire, soffocata dal volere della madre la quale l’ha promessa in sposa ad un ricco ereditiere dal temperamento rude e violento, che non tralascia mai di evidenziare tutto il suo lato vile e meschino: un certo Caledon Hockley. La giovane donna avverte un senso di assoluta prigionia, sentendosi come ingabbiata tra le austere pareti della prima classe del Titanic; in quella cabina così addobbata ma anche così vuota nessuno vuol darle ascolto. Nessuno eccetto Jack! Egli è il solo a notare l’angelica bellezza di Rose e a scorgere il dolore che si manifesta nei suoi occhi. La diversificazione tra le anime dei due futuri innamorati è sita proprio nel diverso modo di abbracciare la vita intesa da Jack come un continuo atto di stupore e di innovazione: una “traversata” ricolma di sorprese. Jack tende a dare valore a ogni singolo giorno, apprezzando quel suo vivere senza alcun dettame imposto da terzi, mentre Rose vede snocciolarsi dinanzi a sé un futuro in cui la luce soleggiata della speranza sembra perdersi nella vastità dell’oceano Atlantico, tramontando all’orizzonte per non sorgere mai più. Nella disparità del loro status sociale e nella disuguaglianza delle loro vedute future avviene il primo contatto tra i due giovani. D’improvviso, l’illusoria discordanza muta in una lenta e graduale rivelazione delle rispettive somiglianze. L’ottimismo del “povero” avvolge l’angosciosa insoddisfazione della ragazza che comincia a far intravedere pensieri di certo meno bui, se non addirittura positivi, e proprio grazie alla vicinanza del suo nuovo amico.

La nascita dell’amore tra Jack e Rose avviene tramite un processo relazionale di crescente complicità che inizia proprio con una comune amicizia. Passeggiando su e giù per il ponte, iniziano a conoscersi rivelando un’innata affinità, con scambi di battute ironiche e “offese” innocenti. Sprezzante e sarcastico il battibecco circa la “maleducazione di Jack” nel domandare a Rose, senza remora alcuna, se ama davvero l’uomo a cui è stata promessa. Una domanda questa che scatenerà una reazione del tutto particolare nella donna, che minaccerà di andarsene, pur continuando a sorridere dato l’evidente imbarazzo arrecatogli dallo strano atteggiamento di Jack, rimasto lì impassibile ad attendere una sincera risposta da parte della sua interlocutrice. E’ di sicuro la prima volta che nel film vediamo Rose dimenticare per qualche istante i turbamenti che opprimono il suo spirito. E’ questo il primo merito di Jack: riuscire a far ridere Rose e ad allontanarne gli affanni. Jack è un “impressionista”, non a caso riconosce immediatamente il tratto di Monet nel quadro esposto nella cabina di Rose, ammirando l’inconfondibile stile del grande pittore francese. Badate, non intendo dire che Jack sia un artista appartenente al movimento della seconda metà dell’ottocento; già, come potrebbe dopotutto? Mi riferisco invece alla sua sensibilità artistica, la stessa che gli permette di scrutare l’animo di chi ha davanti. Come gli impressionisti riuscivano a cogliere le bellezze figurate della natura e a ritrarle sulle tele all’aperto, allo stesso modo, Jack carpisce gli animi di chi ha dinanzi e in modo particolare di Rose, la donna di cui si è invaghito a prima vista.  Jack ne era certo, l’aveva “sentita”, non si sarebbe mai lasciata cadere giù dalla nave al loro primo incontro, poiché era fin troppo forte per lasciarsi “schiacciare” dalla soffocante casata borghese cui deve il suo nome, che le comprime l’animo col medesimo piglio avvolgente di un corpetto stretto con forza. Emblematica a tal proposito la scena che vede la madre proibire a Rose di rivedere il giovane indigente, allacciando con veemenza il corsetto della figlia.

Jack inizia lentamente a conquistare la ragazza “varcando” la realtà aristocratica cui la donna appartiene, irrompendo in punta di piedi in quel mondo fatto di chiacchiericci vari e specie su ricche eredità, brandy sorseggiati con ritmata frequenza e cene consumate da commensali rigidi nei loro abiti di circostanza, maledettamente monotoni, ripetitivi nel loro tedioso sproloquiare. Jack supera con un ben nascosto imbarazzo la prova cui suo malgrado era stato soggetto, e riesce a strappare Rose, per la prima volta, da quella realtà aristocratica che la stava logorando portandola con sé in terza classe.

Il simbolismo dell’amore tra i due naufraghi trova ampio riscontro nella figura metaforica ma egualmente evidente delle “mani”. Jack porse la sua mano a Rose già dal loro primo incontro, quando volle invitarla a ritornare in sé dopo essersi pericolosamente sporta dalla ringhiera della nave. Quella mano tesa fu la prima “carezza” velata che i due amanti si diedero. L’importanza del loro sfiorarsi con le dita continua a presentarsi di volta in volta nello scorrere della pellicola: Jack bacia la mano di Rose non appena intravede la donna discendere lungo l’ampia scalinata dove l’attende prima di recarsi nelle sfarzose sale da pranzo. Seguita a salutarla lasciando cadere in segreto nella mano di lei, coperta da un guanto di velluto bianco, un frammento di foglio. E ancora una volta intreccia le sue mani con quelle della dama per farla volteggiare in uno spensierato “girotondo” così da strapparle anche un sorriso durante i festeggiamenti in terza classe.

La crescente attrazione tra i giovani affronta tuttavia non poche difficoltà: Rose teme l’ira di Hockley nel caso in cui la dovesse rivedere assieme a Jack e prova un senso di profondo malessere interiore quando la madre fa ricadere sulle sua spalle il peso dell’intera famiglia, oppressa dai debiti e quindi bisognosa più che mai di un matrimonio che possa risollevare le compromesse condizioni economiche. Rose si allontana da Jack che cerca un’ultima volta di portarla con sé, in quanto teme che la stessa possa spegnersi d’infelicità in un futuro non troppo lontano. Rose rimane così sola con i propri pensieri, quand’ecco che il suo sguardo cade su un tavolo poco distante dal suo, in cui una madre impone alla figlioletta gli atteggiamenti necessari, forse studiati, da mantenere durante lo stare assieme a tavola. Stanca oramai di una vita organizzata nel dettaglio e programmata persino nella gestualità, Rose fugge per raggiungere il suo liberatore.

Nell’ormai famosissima scena del primo bacio sulla prua del Titanic vi sono molteplici aspetti simbolici da poter evidenziare. Jack e Rose si conobbero presso la poppa della nave. Il ritrovarsi sulla prua, esattamene sul margine inverso rispetto a quello del loro primo incontro certifica una sorta di “progressione scenica” del loro amore, capace di accrescersi sempre più fino ad attraversare l’interezza della nave, quegli stessi confini che faticano a delimitare il dipanarsi di questo smisurato sentimento. E’ come se fossero partiti dal culmine (la poppa) per sporgersi fino al limite massimo della nave (la prua), salvo poi tornare, sul finire delle vicende, ancora una volta dove si erano conosciuti, in un andirivieni che porta la coppia a vivere e sovrastare ogni spazio possibile di quella nave in cui vivrà in eterno il loro amore. Jack invita Rose a chiudere gli occhi per poi sospingerla delicatamente verso la ringhiera, dove la donna protrarrà le sue braccia come se fosse in procinto di volare, sorretta alle spalle dall’amato.

Le mani dei protagonisti, toccandosi con movimenti combinati e carezze armoniche, si congiungono centralmente in un abbraccio poetico che precede il suggellarsi del loro primo bacio. E’ di sicuro il momento più emozionante di quella che personalmente definisco “la dimensione gloriosa” del Titanic. L’inquadratura va lentamente a perdersi fino a mostrare nuovamente il relitto affondato e oramai privo del suo impalpabile alone romantico. Torniamo alla malinconica modernità, allontanandoci per qualche istante da quel sogno che vive nel passato su di una tela cinematografica “dipinta” man mano dai ricordi per nulla sbiaditi di Rose.

“Titanic” si configura così, come un’articolata esplorazione dello scorrere del tempo. Una sorta di pendolo oscillante tra passato e presente. Viviamo l’attimo contemporaneo con un’anziana Rose pur volendo tornare nuovamente in quella dimensione passata che stimola le nostre più recondite emozioni nell’amore quasi fiabesco tra i due prossimi naufraghi. “Titanic” sembra alternarsi su tre dimensioni simboliche di base: la prima, quella spettrale, in cui Cameron ci porta subito negli abissi, immergendo la sua cinepresa tra le gelide acque dell’oceano, nell’avventuroso tentativo di seguire la spedizione dei ricercatori di Lovett. Questi ultimi, supportati da sommergibili da ricognizione e da sonde robot video-guidate, avanzano fino alle profondità in cui il Titanic si trova adagiato e “morente” da poco meno di un secolo. Lentamente appare la sagoma della nave che si materializza dall’oscurità con il fascino sinistro di un vascello fantasma.

Alla prima dimensione appartiene anche la rapida ed estremamente insensibile ricostruzione dell’affondamento del transatlantico. Rose, piuttosto provata dalla superficialità con cui viene rinarrato il destino della nave, osserva uno schermo dove, attraverso una precisa ricostruzione forense al computer, noi spettatori abbiamo la possibilità di capire le dinamiche dell’inabissamento del Titanic. I cacciatori di tesori, nella loro bieca ironia e nel loro trattare il Titanic con dimostrata sufficienza non rappresentano altro che gli spettatori meno propensi a comprendere il lato più angoscioso della tragedia. Un aspetto che il cineasta si prefigge di mutare al termine della sua “seconda dimensione di viaggio”, per l’appunto quella “gloriosa” in cui Cameron ci riporta nel 1912, nella storia fondamentale del film in cui il Titanic si fa carico di oltre duemila anime per poi perire con loro, “soffrendo”, venendo dilaniato dalle acque che ne spezzano letteralmente la gloria di cui si faceva maestoso portatore.

Sin dalle prime scene notiamo come Cal, il deplorevole fidanzato di Rose, tenti di convincere la donna a concedersi a lui, donandole il cuore dell’oceano, un meraviglioso diamante dal valore inestimabile, col preciso intento di sciogliere le resistenze della donna. Rose non cederà mai alle avance di un uomo così rude e violento, anteponendo la delicatezza di un amore sincero alla ricchezza materiale. Jack però non ha nulla di concreto da offrirle, come dice egli stesso, avendo a mala pena qualche dollaro nelle tasche dei suoi modesti abiti. Ma ciò che Jack dona a Rose è qualcosa di ben più profondo: la libertà di un’esistenza in cui non vi è alcuna catena che possa trattenere la donna verso un orizzonte radioso.  Rose trova finalmente il coraggio di lasciarsi alle spalle quell’avvilente realtà per acquisire una maturità tale che gli permetterà di scegliere liberamente a chi mostrarsi nella sua più intima naturalezza. Le sinuose forme della donna vengono ritratte da Jack prima che Rose, con il cuore palpitante d’amore, scelga di donarsi completamente a lui. Ancora una volta le mani diventano lo struggente strumento per evidenziare la loro passionale attrazione. Rose comincia infatti a baciarle per poi portarle fino al proprio corpo, inducendo il suo partner ad accarezzarla. La mano della donna, inoltre, si poggia sul vetro appannato dell’auto dove i due innamorati consumano il loro amore, segno indelebile nei ricordi degli spettatori più affezionati, del loro ardore. L’amore tra Jack e Rose abbraccia ogni aspetto possibile dell’animo umano: comincia con un’autentica amicizia, prosegue con una crescente attrazione da parte di entrambi per poi sfociare in un legame intenso e imperituro. Un amore impregnato di puro lirismo e di romantica passione, ma intriso anche di erotismo e sensualità: un amore vero e completo in tutto e per tutto.

Quella stessa notte il Titanic impatta violentemente contro un enorme Iceberg riportando squarci irreparabili sulla fiancata destra della nave che comincia ad imbarcare acqua in ben cinque compartimenti stagni. La grande abilità di Cameron sta nel conformare la spettacolarizzazione dell’azione cinematografica con il dramma emotivo dell’infausto impatto con la montagna di ghiaccio. Se in principio siamo riusciti a respirare l’aria favolistica di una nave foriera di speranza, di colpo, assaporiamo l’amaro retrogusto della paura.  Il cineasta con abile maestria riesce a riversare il terrore dei passeggeri sulle nostre ansie che via via vengono amplificate da un senso di crescente inquietudine. L’agitazione circa il destino dei nostri adorati protagonisti aumenta via via che l’acqua dell’Atlantico risale i diversi livelli della nave, “flagellando” il Titanic. Sullo sfondo dell’atroce sorte della nave, la relazione tra Jack e Rose trova altri margini per rinvigorirsi ulteriormente e superare così prove dall’indubbia valenza sentimentale. Rose crede fermamente, e a ragion veduta, che Jack sia innocente dalle accuse mossegli contro dal crudele Cal che ordina l’arresto del giovane per aver rubato il cuore dell’oceano. Seguendo la ricerca di Rose, notiamo come l’acqua salga progressivamente dalle viscere della nave, laggiù dove Jack si trova ammanettato proprio nei sotto-uffici allagati. Si delinea una vera e propria corsa contro il tempo, rappresentato da Cameron come un astratto “giudice severo e inclemente”. Il ticchettio dell’orologio posto nella sala grande segna l’imminente scoccare dell’ora che segnerà l’affondamento del Titanic. Persino il costruttore capo, il signor Thomas Andrews osserva il suo orologio da taschino prima di fermare le lancette dell’oriolo posizionato sopra il camino al momento dell’inabissamento. Il tempo avanza impietoso per separare dalla vita terrena i due innamorati.

Rose riesce a salvare Jack, liberandolo. Durante il naufragio la storia tra i due si sviluppa come un costante ritrovarsi e proteggersi a vicenda. Jack e Rose sono due personaggi mossi da un amore incondizionato che non permette loro in alcun modo di separarsi; persino quando Jack accettò sommessamente il proprio destino, lasciando andar via Rose sulla scialuppa, la donna, vedendolo allontanarsi sempre più, balzò in avanti con uno scatto felino, per tornare a bordo della nave e ricongiungersi con l’amato. La celebre affermazione “salti tu, salto io!” trova una celebrazione totale in questa scena che certifica come “la nobile e il povero” siano impossibilitati a lasciarsi andare. Cameron fa muovere la propria cinepresa in una lunga carrellata in cui inquadra a distanza il Titanic, che comincia a sollevarsi volgendo la poppa verso la volta celeste. Molti passeggeri non vedendo alcuna via d’uscita, si gettano in mare, ormai in preda al panico. L’oceano non fa alcuna distinzione di classe sociale distruggendo con egual fermezza tutta la nave e “cullando” i cadaveri dei ricchi e dei poveri con la medesima neutralità. I musicisti del Titanic non hanno mai smesso di suonare, nonostante l’insolito scenario in cui si stava svolgendo la loro “conclusiva esibizione”, e le melodie finali sanno tanto di canti funebri riservati alle persone che non hanno avuto la possibilità di trovare riparo sulle scialuppe di salvataggio. Strazianti le scene accompagnate dalle nostalgiche note dei violini stridenti che seguono dapprima una madre che addormenta per l’ultima volta i suoi piccoli, e subito dopo, un’anziana coppia di sposi rimasta a letto nella propria cabina, stretti in un interminabile abbraccio, nell’attesa consapevole della propria fine. E’ probabilmente questo il più grande “tormento” che i fan di “Titanic” porteranno sempre con sé: la consapevolezza che Jack e Rose non potranno restare vicini e invecchiare insieme nel tepore della loro casa. Una volta finiti in acqua, Rose trova riparo su quel che rimane di una porta. Anche Jack cerca di salirci su ma l’ulteriore peso la fa affondare. E’ quello il momento in cui Jack capisce che morirà. Rose, anch’essa provata e prossima alla morte per ipotermia per via delle fredde atmosfere, confessa a Jack in maniera cristallina e per la prima volta a parole, che lo ama. Jack, in un primo momento non le risponde, poiché interpreta quella confessione come l’ultima testimonianza dell’animo di Rose, prossima alla resa. L’uomo sprona la compagna a resistere, e fa promettere a Rose di dare valore ad ogni singolo giorno, restando per sempre ispirata da quel credo. La regia di Cameron discende dall’alto, dalle “stelle” in una inquadratura in cui riusciamo a vedere il corpo di Rose disteso sui resti galleggianti, e in corrispondenza al suo volto, il corpo esanime di Jack: ancor prima della protagonista, Cameron lascia intuire ai propri spettatori la morte del giovane. Rose intona le parole di una canzone che per la prima volta Jack e lei avevano cantato insieme a squarciagola, quando rientrarono dalla festa tenutasi in terza classe (scena eliminata dal montaggio finale). Quello stesso testo canoro Jack lo aveva sussurrato delicatamente all’orecchio della donna quando si trovavano stretti alla prua della nave. E’ ipotizzabile che Jack sia morto ascoltando la voce di Rose, che nel freddo dell’oceano, faceva riecheggiare un’ultima volta la loro canzone.

Rose si volta e si accorge della morte dell’uomo. Distrutta dal dolore bacia un’ultima volta quelle mani che tanto l’avevano accarezzata, lasciando scomparire per sempre nell’oscurità il corpo del suo amato Jack: siamo qui in presenza di un altro simbolismo all’interno del film. Jack non verrà mai recuperato a differenza di tante altre vittime del naufragio. L’unica scialuppa tornata nel vano tentativo di soccorrere qualche superstite, si fa strada tra un raccapricciante sbarramento fatto di corpi inermi, sospinti dalle correnti. Come scrivevo, nessuno vedrà mai Jack. Lo afferma persino uno dei cacciatori di tesori oramai in lacrime, “purificato” dalla seconda dimensione del viaggio: “non abbiamo trovato mai nulla su Jack”. Non potevano! Egli vive solo nei ricordi di Rose, come se il protagonista fosse stato concepito come una romantica figura eroica, imbarcatasi sul Titanic al solo scopo di salvare la donna amata e soltanto ad essa resterà legato. Nessuno avrebbe reclamato i suoi resti, né Rose sarebbe riuscita a piangerli poiché troppo provata dal dolore. Jack, pertanto, scomparve nel buio, lasciando poco o nulla del suo passaggio sulla terra, cominciando ad attendere il ritorno di Rose in quella che definisco “la terza dimensione del viaggio” del Titanic.

Se la perfezione è un “concetto” alquanto discutibile poiché apparentemente impossibile da raggiungere, “Titanic”, come lungometraggio epico e romantico, si avvicina quasi oggettivamente ad una definizione di questo tipo, specie per l’universalità a cui assurge il film, capace di farsi amare tanto da un pubblico maturo che da un pubblico giovanile. Nella caratterizzazione dei personaggi grossi encomi devono essere riservati naturalmente al lavoro di Leonardo DiCaprio e Kate Winslet. Il feeling ben visibile sul set e nelle riprese, e quello stretto legame istauratosi nella vita reale tra i due attori fu, a mio giudizio, il segreto dell’eccellente riuscita di questa splendida storia d’amore, semplice nella sua ideazione ma soave nella sua realizzazione. Rose è un personaggio che riempie lo schermo, è lei la vera essenza dell’opera di Cameron, colei che rinasce nella disavventura del transatlantico trovando se stessa e l’ispirazione celata tra i venti che per sempre soffieranno sulle vele spiegate del suo lungo viaggio vitale. Divisa tra l’incantevole e al contempo straordinaria interpretazione di Kate Winslet e la malinconica recitazione di Gloria Stuart, il personaggio di Rose è quello di una donna vera, capace di amare in eterno.  Essa non è stata scritta secondo i canoni della Giulietta di William Shakespeare, che sceglie di morire per poter “raggiungere” immediatamente l’animo dell’amato perduto. Rose è invece un personaggio quanto mai “vero”, che sceglie di andare avanti proprio per onorare la promessa fatta in punto di morte, sposandosi e vivendo una vita libera e avventurosa. Probabilmente i più romantici avrebbero preferito che Rose restasse perennemente fedele al ricordo di Jack, considerando il lungometraggio come un ineluttabile elogio all’amore “inaffondabile”, ma la scelta di Cameron, pur risultando meno lirica, è assolutamente realistica e contingente. E’ un effetto ancor più marcato dal regista, volto a intristire gli spettatori che avrebbero voluto che Rose sposasse Jack e vivesse la sua vita con lui. Il fato del Titanic però non lo ha permesso. Rose ha sicuramente amato tutti coloro che gli sono stati vicino nel corso della sua vita, ma nonostante il tempo trascorso con loro, nessun’altra figura potrà mai paragonarsi a quella del giovane conosciuto durante il viaggio inaugurale del transatlantico. Cameron lo dimostra dedicando soltanto brevi accenni al nome del defunto marito di Rose e lasciando poche battute alla nipote che si prende cura della donna centenaria, ponendo invece una totale attenzione al passato sul Titanic, poiché esso è il punto centrale della vita della protagonista, e laggiù alberga l’ultimo dei suoi battiti. Rose ha vissuto la sua vita all’insegna della promessa fatta, in attesa di potersi ricongiungere col suo Jack una volta terminata la traversata di quell’immenso oceano che è stata la sua vita.

Rose chiude gli occhi per l’ultima volta, addormentandosi una notte al caldo sotto le coperte. Giungiamo dunque alla terza dimensione del viaggio, quella “trascendentale” in cui il relitto ritrova lentamente la propria magnificenza inaugurale, venendo percorso in soggettività dall’anima di Rose che ritrova Jack ad attenderla in cima alla grande scalinata dinanzi all’orologio. Il tempo sembra essersi fermato e il Titanic si trasforma in una paradisiaca nave traghettatrice di anime in cui gli spiriti dei passeggeri morti nella tragedia, si sono potuti ritrovare nell’aldilà. La nave dei sogni diviene un eden empireo che Rose può contemplare dopo aver compiuto il proprio intenso percorso sulla terra. Jack l’aspetta, osservando l’orologio della sala che rintocca silenziosamente ai suoi occhi nell’istante in cui Rose comincia a salire le scale per raggiungerlo. L’attesa è finalmente terminata e il tempo ineludibile reca finalmente con sé un valore positivo per i due innamorati.

La prima volta che Jack e Rose si intravidero su quelle stesse scalinate, il “povero” si trovava alla base, mirando la nobildonna dal basso mentre ella discendeva giù, ancora una volta in un posizionamento scenico volto ad accentuare lo splendore della fanciulla meritevole di poter essere ammirata nei secondi che precedevano il loro salutarsi. Jack, in seguito, si trattenne per pochi minuti in cima alle scale nella speranza che Rose lo raggiungesse per recarsi insieme a quella che lui stesso descrisse come “una vera festa”. In quei frangenti Rose, salendo i gradini, iniziò a intraprendere il proprio percorso in salita verso l’agognata libertà, personificata nell’azione di Jack; adesso invece, Rose risale nuovamente quegli scalini, non andando incontro alla libertà bensì alla vita eterna. Questa volta i corpi dei due amanti si ritrovano nelle collocazioni opposte rispetto al loro primo incontro sulle scale, e Jack decide di voltarsi soltanto quando la donna si trova a metà strada. Non le corre incontro, né l’abbraccia istintivamente: la prima cosa che fa è porgerle la mano, sorridendogli. Per l’ultima volta le mani dei protagonisti vengono inquadrate centralmente da Cameron che nella conclusione della sua opera indugia ancora sul loro toccarsi: il vero simbolo dell’indissolubile legame dei protagonisti. Come scriveva Aristotele nella “Poetica”: “con la pietà e la paura, purifichiamo l’animo dalle nostre passioni”, così Cameron sembra voler generare con “Titanic” una sorta di catarsi nel cuore degli spettatori: prima sognatori e poi coscienze spaventate, prima innamorati di quell’aura fiabesca e poi prostrati e terrorizzati dall’amarezza dolorosa della morte. Sulle note dell’indimenticabile “My heart will go on” termina, in un intellegibile alone di magica speranza, il viaggio spirituale del dramma di James Cameron.

Il bacio di Jack e Rose viene accolto da uno scrosciante applauso dalle altre anime che sormontano la totalità della scenografia mentre la camera sale ancora un po’ su per poi spegnersi in dissolvenza sull’ampia vetrata del Titanic, il cielo paradisiaco che d’ora in poi veglierà sulle anime riabbracciatesi di Jack e Rose che nella trascendenza riescono nell’impossibile: mostrare l’immortalità del vero amore. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere altri nostri articoli dedicati a "Titanic" cliccando ai seguenti link:

Recensione e analisi "Titanic"

Un'anima dell'oceano: l'affondamento del Titanic tra cinema e realtà

Speciali di Cinema - Con gli occhi di James Cameron

Vi potrebbero interessare:

La notizia è stata lanciata dal "The Hollywood Reporter", fonte molto attendibile per quel che riguarda le indiscrezioni sull'universo di Star Wars, e parrebbe essere sicura. Mancherebbe ancora l'annuncio ufficiale da parte della Lucasfilm, ma il prossimo lungometraggio standalone avrà come protagonista il maestro Obi-Wan Kenobi. Ewan McGregor, il quale ogni qualvolta gli è stato chiesto se avesse gradito un ritorno nei panni del leggendario cavaliere Jedi si è sempre detto assolutamente disponibile ad una eventuale chiamata, avrà finalmente la possibilità di tornare nell'universo di Star Wars dopo dodici anni.

I rumor sempre più insistenti delle ultime ore riportano inoltre che il regista Stephen Daldry sarebbe attualmente in trattative avanzate per dirigere il film.

Non si hanno altre notizie in merito, né tanto meno, si sa su cosa verterà il progetto, ma molto probabilmente sarà ambientato qualche anno dopo gli eventi di "Star Wars Episodio III: la vendetta dei Sith", e seguirà le vicende del Maestro Kenobi in esilio su Tatooine. Si tratta comunque soltanto di supposizioni.

Restiamo in attesa di ulteriori aggiornamenti.

Per leggere alcuni dei nostri articoli su Star Wars cliccate ai seguenti link:

"Star Wars Day - La mitologia di George Lucas"

"Analisi di una scena - Darth Vader rimuove il suo elmo dopo più di vent'anni"

"Recensione e analisi: Star Wars Episodio VII - Il risveglio della forza"

"Recensione ROGUE ONE: a Star Wars Story"

Redazione: CineHunters

1

Semplicità e complessità sono le due antitesi del cinema di James Cameron. Due dogmi che dividono il volto di Cameron e ne influenzano le rispettive visioni con cui i suoi occhi reinterpretano la realtà in arte filmica. Dalla semplicità di una trama di base si sviluppa una monumentale complessità di realizzazione, una ricerca esasperata dello sperimentalismo tecnico. Per James Cameron l’anima gemella dell’essenzialità è l’inestricabile, ed entrambi vanno congiunti in uno sposalizio scenico.

  • Storia cristallina, generi variegati

Dal suo primo grande successo “Terminator” all’ultimo dei suoi lungometraggi “Avatar”, il cineasta statunitense ha sempre voluto far sorgere le proprie storie su fondamenta robuste e trasparenti. Esse reggono il peso di una sovrastruttura delineata e candida. Le trame dei suoi film sono infatti comprensibili, caratterizzate preventivamente da una narrazione ordinata che evita digressioni da capogiro. La narratività di Cameron si forma sotto i nostri stessi occhi, come fossero parole in procinto d’imprimersi su pagine bianche. Sono, per l’appunto, libri aperti, non contrassegnati da una copertina, ad onor del vero, già di per sé sfavillante di colori policromi; tomi da divorare famelicamente per saziare l’ingordo appetito di chi anela a gustare le prelibatezze di un banchetto dai più disparati sapori. Il “menù” è una storia basilare che mescola i generi più variegati. Vengono pertanto servite portate d’inaspettata combinazione culinaria. Perdonate l’indugio metaforico, adoperato per evidenziare il talento di James Cameron nell’amalgamare vari stili cinematografici in “un sol corpo”, d’impossibile categorizzazione. Come fosse un rinomato chef, Cameron saggia l’accostamento tra essenze diverse. La fantascienza si mescola al thriller, l’azione alla commedia, l’epicità al romanticismo.

  • La contraddizione del progresso tecnologico

La tematica più cara, quella che ha ispirato il credo artistico di Cameron sin dagli inizi della sua carriera, riguarda la tecnologia e i pericoli ad essa legati per via di un costante e progressivo avanzamento tecnologico. In “Terminator” il regista tratta il tempo come fosse un orologio a pendolo, oscillante da destra a sinistra e viceversa, tra passato e un futuro prossimo distopico e aberrante. Ispirato, probabilmente, da “Il mondo dei robot”, Cameron partorisce la storia di un cyborg e di un eroe umano giunti da un remoto avvenire per mimetizzarsi nell’ingenuo presente dell’indifferenza. “Terminator” fu un thriller di fantascienza notturno, una lunga fuga per la sopravvivenza compiuta da Sarah Connor e Kyle Reese, operata per sfuggire alle implacabili minacce di una macchina assassina. In “Terminator”, Cameron affronta per la prima volta il tema del progresso tecnologico, delle macchine che costruiscono macchine, vagliando la sinistra previsione che un giorno le intelligenze artificiali, non soltanto si ribelleranno all’uomo, ma creeranno loro stessi “la vita”. Un’esistenza meccanica nella concezione fantascientifica di una sorta di “evoluzione” della specie. Già in “Terminator” sono riscontrabili le impressionanti abilità di Cameron nel girare sequenze d’azione impegnative, che troveranno un’esaltazione spettacolare nel sequel “Terminator – Il giorno del giudizio”, in cui Cameron sovverte, in un certo senso, l’antagonista del primo capitolo trasformandolo nell’eroe.

La sicurezza che l’uomo pone nell’infallibilità delle proprie costruzioni è fonte di un’inquieta analisi per Cameron. Tale pensiero costituisce l’ispirazione analitica di “Titanic”, in cui il regista riporta alla vita quella che fu un tempo la nave più grande del pianeta. L’inaffondabile Titanic al momento della sua ultimazione era l’esito delle maestranze più bello del mondo, il simbolo del genio dell’uomo, nonché l’emblema dell’ingegneria navale britannica. Un “costrutto” di sublime, sopraffina ed impareggiabile bellezza. Doveva essere nata dalla fucina di Efesto, tanto meravigliosa era quella nave, eppure non era così, non perché il dio greco non l’avrebbe potuta fare d’egual fattezza, ma perché quella volta fu l’uomo ad anticiparne le doti. Il Titanic era prossimo a far genuflettere la vastità dell’oceano al proprio cospetto. Da qui, Cameron rielabora ancora una volta il tema del progresso tecnologico, sospinto al limite massimo in quegli anni dalla costruzione del Titanic, sorprendendo lo spettatore di fine Novecento con la bellezza restaurata della nave e terrorizzandolo con il patimento desolante cui andrà incontro.

Il più grande manufatto in movimento mai costruito fino a quel tempo verrà flagellato dai gelidi marosi, in una storica, e per questo didascalica narrazione sequenziale usufruita da Cameron per mostrarci come qualunque prodotto dell’uomo, anche quello apparentemente indistruttibile, possa rivelarsi poi inerme dinanzi alla forza della natura. L’egoismo umano-centrico viene così castigato da un fato avverso e crudele, e quella nave tanto amata da Cameron finisce per apparire sofferente in un drammatico materialismo.

Arriviamo, infine, ad “Avatar”, le cui opposizioni tra il popolo dei Na’vi, armato di archi, frecce e lance, e la gente del cielo, a capo di un esercito di armi avveniristiche, rimandano alla malvagità cui può essere soggetto il progresso tecnologico se adoperato per loschi scopi dall’uomo. Sarà anche in questo caso la natura, qui viva e selvaggia di Pandora, a respingere clamorosamente le avanzate degli uomini.

Innumerevoli scene d’azione dei suoi film possiedono un che di incredibile. Vi è però una sorta di contraddizione tra ciò che racconta Cameron in merito al progresso tecnologico e al modo in cui egli si approccia al lavoro. Cameron è uno dei maggiori fruitori dello sperimentalismo cinematografico, e per tale ragione attende pazientemente anche un decennio prima di girare nuovamente un film. Questo atteggiamento paziente è d’uopo per consentire un accrescimento. Egli desidera spingere il progresso nei mezzi visivi e speciali al massimo. Seppur predichi calma e timorosa riverenza nei suoi film per ciò che concerne la potenza delle tecnologie future, egli, in verità, è uno dei principali ricercatori nell’avanzamento delle tecniche di ripresa. Cameron vuol scoprire nuovi modi per poter raccontare.

  • L’acqua come filtro di un nuovo mondo

Cameron nutre un rapporto speciale con il mare, e spesso per diletto, ne mira le profondità e i segreti inesplorati con il supporto di appositi sommergibili. L’acqua viene riletta da Cameron come una sostanza liquida che fa da filtro al passaggio verso un nuovo mondo, come fosse un portale di esigua consistenza ma dalla forza devastante. In “The Abyss”, Cameron fa del mare il custode di un reame molto particolare, l’etereo regno dove si accresce una vita sconosciuta.

Sul fondale marino, nel buio e nel più riservato dei silenzi, giacciono i relitti che un tempo solcavano le acque in superficie. Laggiù, a quasi quattromila metri di profondità, riposano i resti del suo caro Titanic, in una tomba fatta d’acqua salata e di tenebre. Cameron utilizza il mare e i gelidi marosi dell’Atlantico per filmare la perentoria potenza delle acque, la cui pressione spezzò in due tronconi la nave a cui diede tale vigoria al cinema. Molte sono le sequenze in cui il regista esagita la terrificante potenza delle acque, capaci di sommergere con imparzialità i poveri passeggeri del Titanic: è un turbine di morte che sfocia come funereo fiume. Mare e acqua sono per Cameron, al contempo, mondo diversificato e potenza apocalittica.

  • Personaggi e scenari: un’interazione necessaria

La scenografia per Cameron va oltre lo scorcio, al di là dell’ambientazione e del fondale in cui i personaggi compiono l’azione. Spesso la scena assume un valore espressivo eloquente in un’estetica comunicativa dell’immagine. Basti pensare alla caratura che assume il Titanic stesso, e le cabine riprodotte con gli ornamenti architettonici e stilistici originari che quasi assurgono a una consistenza tangibile oltre le porzioni circoscritte della quarta parete. Cameron fa vivere gli ambienti, li rende suscettibili al senso della vista e ci illude di poterli toccare, come se potessimo davvero lambire e accarezzare le luminescenti flore di “Avatar”. Cameron cura maniacalmente ogni dettaglio, e nei suoi film i personaggi interagiscono con la scena opportunamente pre-adibita. In “Aliens 2 – Scontro finale” l’arieggiata bellica è resa quasi respirabile nello spazio, e la scenografia opprimente schiaccia i protagonisti generando un clima claustrofobico.

La sua precisione nel ricreare flora e fauna, stanze e pareti, è tanto esagerata da portarlo, ad esempio, col supporto di un astrofisico, a tracciare nella volta celeste le precise disposizioni stellari della notte in cui il Titanic incontrò un Iceberg sul proprio cammino. Le creature fantastiche concepite in “Avatar” furono rese vivide attraverso un’accurata concezione delle movenze e degli atteggiamenti specifici, peculiari di ogni razza. Egli non si limita a filmare l’immaginazione, ma arde dal desiderio di rendere l’unicità della fantasia più reale possibile, non soltanto per i personaggi presenti sullo schermo, ma anche per lo stesso pubblico che può supporre di essere partecipe.

  • Amori eterni

Le coppie romantiche dei film di James sono tutte caratterizzate da un legame forte, concatenato in una rispettiva bramosia. Romanticismo terso e ardente passione vengono incarnati nel corpo e siffatti nello spirito, abbracciando in un equilibrio gli stadi dell’amore spirituale e carnale, in special modo in “Titanic”.  Sia l’uomo che la donna sono attratti da una forma di amore eterno.

Il sentimento che congiunge i protagonisti delle sue opere sboccia spesso in momenti di difficoltà. Kyle viene ricambiato da Sarah in “Terminator” quando i due sono braccati da una macchina portatrice di morte, e consumano il loro amore in una notte soltanto. In egual modo, anche tra Jack e Rose l’amore che nasce e si accresce fino a sfiorare le vette più estreme del sentimento corrisposto, avviene in pochi giorni ed è anch’esso destinato a interrompersi bruscamente. Eppure, Cameron in tal modo rende l’amore delle sue coppie durevole proprio nel troncamento di tale relazione. Sarah nel sequel “Terminator – Il giorno del giudizio” dimostra ancora di essere eternamente legata al ricordo di Kyle, e Rose in “Titanic”, con il trasporto emotivo con il quale ha rinarrato i suoi trascorsi, testimonia senza esitazione alcuna, di non aver mai smesso di amare quel giovane che la salvò sul transatlantico.

Il modo in cui Cameron scrive e inscena l’amore è, a mio dire, più profondo di quanto parrebbe. Si tratta, infatti, di un amore paragonabile alla più intensa delle emozioni, quella che perdura ad albergare nel cuore. Non è vincolato alla presenza fisica quanto alla sfera empirea del ricordo. Egli fa di relazioni di breve durata rapporti ben più solidi e duraturi di quelli che contemplano anni e anni di relazione. Perché è nel valore di quei singoli giorni che si può ricercare un qualcosa di così prezioso che può superare addirittura l’intensità di anni. Mediante le protagoniste dei suoi film, audaci e indomabili, le quali avranno in futuro altri rapporti condivisi, Cameron ci aiuta a comprendere l’importanza di andare avanti e che il vero amore possa scalfire nel nostro intimo un’effige inviolabile che aiuterà gli stadi successivi della vita. L’amore diviene ispirazione, motore palpitante del cuore che pulsa sangue nelle vene.

Un amore che si configura altresì come motivazione, senso astratto che guida il nostro agire, come fosse un frammento di anima che si unisce a quella di cui già disponiamo, arricchendola e incoraggiandola a vivere. Gli amori delle coppie nel cinema di Cameron sono duri e cristallini come un diamante scintillante, uniti tra loro come catene che garantiscono una libertà comune al posto di una prigionia. Tale amore è perpetrato attraverso la valenza di un gesto o di un senso, sia esso la carezza di una mano (come avviene tra Jack e Rose in “Titanic”) sia esso il valore di uno sguardo corrisposto (come avviene tra Jake e Neytiri in “Avatar”).

  • Conclusioni

Con gli occhi di James Cameron miriamo un cinema epico, sensibile ma anche spettacolare, che fa dell’emozione una riflessione, dello stupore visivo il punto focale della propria arte. Cameron è un autore che arricchisce senza reinventare, ma è soprattutto un ricercatore sperimentale: le due antitesi da cui scaturiscono la semplicità e la complessità.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere altri articoli dedicati alle opere di James Cameron cliccando ai seguenti link:

"Recensione e analisi Terminator"

"Recensione e analisi Titanic"

"Un'anima dell'oceano - L'affondamento del Titanic tra cinema e realtà"

Vi potrebbero interessare:

Una storiella molto affascinante che i fan di Leonardo DiCaprio di certo conosceranno bene, racconta che la madre del grande attore, Irmelin Indenbirken, decise di chiamarlo Leonardo perché il bambino scalciò per la prima volta nella pancia quando la donna stava ammirando un dipinto di Leonardo da Vinci nella Galleria degli Uffizi di Firenze.

Pare che l'icona del genio italiano sia stata e sarà ancora importante, nella vita come nella carriera, per l'attore statunitense premio Oscar. Leonardo DiCaprio è infatti stato scelto per interpretare proprio il ruolo dell'inarrivabile genio Leonardo da Vinci, in un progetto cinematografico i cui diritti sono stati recentemente vinti all'asta dalla Paramount. La volontà sarà quella di trasformare in un film la storia di Leonardo di Piero da Vinci raccontata in un libro, tra gli altri, da Walter Isaacson.

Per Leonardo DiCaprio, che ha già ampiamente dimostrato uno straordinario talento da versatile trasformista, questa sarà un'ulteriore sfida che arricchirà la sua già impressionante filmografia.

Restiamo in attesa di avere ulteriori notizie in merito al progetto e all'inizio delle riprese.

Redazione: CineHunters

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: