
“Il Gigante di ferro” apre il sipario in una di quelle tarde serate in cui il cielo appare come un immenso tetto buio, una “Notte Stellata” dai gorghi colorati, serpeggianti e infuocati, nella cui vastità brillano di luce propria le stelle del firmamento sconfinato.
E’ una di quelle notti in cui ci si sente fortunati a venire al mondo, poiché si può contemplare, dalla Terra, la grandezza del cosmo. Supponiamo di essere lì fuori, all’aperto, sotto quel drappo azzurro. Così facendo, immaginando d’essere in quei luoghi, rannicchiati in noi stessi, proseguiamo a mirare la volta celeste e, presumibilmente, tergiversiamo in un dialogo introspettivo, ci interroghiamo in merito alla nostra sconfortante minutezza al cospetto della smisurata vastità dello spazio.
Improvvisamente, da quel cielo ottenebrato, viene giù una monumentale creatura di ferro. E quella sensazione di smarrimento e di pochezza dinanzi all’infinito tende ad accrescersi nell’attimo in cui ci troviamo davanti alla testimonianza incommensurabile di un qualcosa di vivo e senziente, di ciclopico, che proviene dagli angoli più remoti di quella immensa tavola scura.
Sotto quel cielo stellato il Gigante viene a contatto col suolo terrestre e mette in scena il primo degli incontri desiderati dal lungometraggio di Brad Bird, quello tra il maestoso titano e il piccolo spettatore. Uno spettatore quasi insignificante dinanzi a un cielo laconico in una notte inquieta…
Siamo in piena guerra fredda, periodo in cui in America si percepiva e si viveva costantemente un esasperato allarmismo dovuto alla presunta “minaccia” perpetrata dal nemico, dall’Unione Sovietica vista come implacabile rivale.
Il pericolo della guerra nucleare aleggiava come uno spettro scarnificato sulla mente di ogni singolo cittadino, sia russo che statunitense.
In uno scorcio paranoico come questo precipita “il Gigante”, un visitatore venuto dai meandri più remoti. Dopo un violento contatto con dei cavi elettrici che lo folgorano, questo enorme robot non rammenta più quale fosse la sua missione iniziale. Smarrito e confuso, il Gigante si nasconde in una foresta, mimetizzandosi tra gli alberi secolari che lo proteggono dagli sguardi indiscreti.
Un giorno, un bimbo di nome Hogart scopre il colosso di ferro nascosto tra la fitta vegetazione.
Come avviene in “E.T. – L’extraterrestre” di Steven Spielberg, l’amicizia che nasce tra due esseri così diversi, tra un esploratore giunto dallo spazio e un timido bambino, è la base narrativa, il punto di partenza; tale legame, l’affetto che ne deriverà e che sarà sempre crescente, il rapporto quasi fraterno che si formerà tra i due, sono tutti elementi che costituiscono le salde fondamenta, quelle su cui si ergono tutte le tematiche dell’opera filmica.
“Il Gigante di ferro” nella sua poetica malinconica è una delle molteplici testimonianze di come l’animazione sia un’espressione artistica e cinematografica universale. Non un genere rivolto solamente all’infanzia, ad un pubblico di infanti, ma un’opera vera, completa, totale.
Lo spettatore, al pari di Hogart, sente d’essere minuto al cospetto di un essere di tale, ragguardevole, grandiosità. E come lo stesso bambino si domanda chi egli sia, da dove provenga, cosa sia in realtà. Domande diverse, che non avranno una risposta esaustiva. Questo perché per accostarsi al Gigante, per stringere amicizia con lui, per volergli bene, non è necessario conoscere più di quanto si veda, più di quanto egli stesso voglia essere. Il Gigante è un “diverso” e noi, nuovamente come lo stesso Hogart, scegliamo di schierarci dalla sua parte perché è proprio nella comprensione delle rispettive diversità fisiche che è possibile l’avvicinamento emotivo. L’amicizia può nascere al di là di qualunque differenza.
Le animazioni con cui Brad Bird scelse di tratteggiare il film sono colori chiari, ben delineati; le scenografie rappresentate in stile retrò aiutano a far rivivere la metà del Novecento, garantendo una resa scenica affascinante e dal sapore nostalgico.
La massima resa espressiva del maestoso personaggio cardine è racchiusa nella profondità dei suoi occhi tondi e colmi di volontà comunicativa. Gli occhi del Gigante somigliano a due grosse lune piene argentate, incastonate su di una superficie metallica, i quali tendono a dischiudersi, ad allargare la propria circonferenza, e a schiarirsi, come delle palpebre destatesi dal torpore e sovrabbondanti di calore empatico. Il Gigante, oltre a far traspirare la dolcezza protettiva del suo sguardo, parla con una voce compassata e meccanica, con la quale si esprime, si interroga circa ciò che scruta. Egli ha così modo di saggiare le bellezze del mondo circostante, della vita, e di ciò che comporta essere vivi. Il Gigante è un robot… Eppure è vivo. Non è una macchina. Ha una coscienza, una volontà, una sfera sentimentale, un’interiorità. In questa indagine sull’esistenza e sul vissuto emerge il tema della fine, del vivente che abbandona il proprio corpo, reso con un tocco di puro lirismo nella scena della morte del cervo.
Il Gigante assiste impotente all’uccisione di un cervo; poco prima lo aveva mirato muoversi tra le verdi radure. Il Gigante si interroga sull’ineluttabilità, la caducità della vita, che può arrestarsi e cessare in un singolo istante.
“Le anime non muoiono” afferma Hogart – rincuorandolo. Tutti gli esseri capaci di provare sentimenti e che vivono di amore e affetto nutrono la propria anima, l’essenza profonda e astratta che perdura anche dopo la morte.
Ecco che il Gigante indugia in una riflessione intima, domandandosi se lui stesso abbia ricevuto il dono di recare in sé, tra i suoi ingranaggi meccanici, un’anima.
La certezza che la morte possa sopraggiungere così perentoriamente e inaspettatamente turba questo colosso di ferro. E’ la contraddizione più profonda dell’opera di Brad Bird: la macchina che prova paura per la propria dipartita. Una macchina non dovrebbe provare tali timori: essa dovrebbe solamente eseguire le proprie direttive, infischiandosene di tutto il resto, financo del proprio benessere e di quello altrui. Un “omone” fabbricato dovrebbe essere al pari di un burattino, privato di alcun proposito, anelito, dovrebbe solamente attuare le azioni volute dal proprio burattinaio.
Ma il Gigante non è una macchina, è qualcosa di molto più speciale.
Sotto quell’astratta epidermide di metallo batte un cuore pulsante, paragonabile al sentimento umano.

Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
Un giorno accade l’inaspettato, quando Hogart scopre ciò che non poteva in alcun modo prevedere.
In verità, il Gigante non è altro che un’arma, creata al solo scopo di arrecare distruzione. Di fatto ogniqualvolta Hogart punta una pistola giocattolo contro il Gigante egli reagisce istintivamente, come in una sorta di meccanismo di difesa, senza ricordare cosa ha compiuto, folgorando chiunque gli si ponga davanti.
Sebbene a conoscenza di questa atroce verità, Hogart seguiterà a fare di tutto per proteggere il suo amico, perché cosciente della bontà che alberga nell’animo del Gigante, capace di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Si delinea così l’altra analisi dell’opera, quella in cui la macchina, a differenza dell’uomo, appare precostruita da una volontà non propria, quanto appartenente al proprio ideatore e costruttore.
Il “dio” che ha donato forza e volontà di muoversi al Gigante l’ha fatto per farne un veicolo di morte.
Sebbene tema d’arrecare sofferenza, esso è stato creato per generare annientamento. Il Gigante, in quanto robot, dovrebbe seguire le direttive impresse nei suoi meccanismi. Ne viene meno il libero arbitrio, prerogativa umana, e la possibilità di poter scegliere ciò che si vuole essere.
Il Gigante di ferro è un disperato prigioniero che anela alla libertà assoluta. Libertà di vivere, libertà di divenire, libertà di morire. Anch’essa è una forma assoluta di libertà. Quando le forze militari americane scopriranno l’esistenza di questo enorme visitatore dello spazio, temendo che sia una minaccia concreta, non potranno che attaccarlo. E infatti, quando la situazione diverrà insostenibile e in un atto di pura follia le forze statunitensi sganceranno la bomba sulla città in cui si trova il Gigante esso sceglierà volutamente di compiere l’estremo sacrificio per scongiurare un olocausto nucleare.
“Tu sei chi scegli e cerchi di essere.” – è la frase pronunciata da Hogart e che racchiude la morale del film, il tema della scelta, quella che ognuno di noi deve compiere nel corso della propria vita. Scegliere da che parte stare, in cosa credere, per cosa battersi e vivere.
Il Colosso in ferro, nei suoi ultimi giorni di permanenza sulla Terra, aveva fatto la conoscenza del fumetto di Superman, notando la sua sgargiante figura protrarsi in volo sulla copertina di un albo a fumetti. Come Superman anche il Gigante è precipitato sul nostro pianeta, forse da un mondo diverso, e come l’ultimo figlio di Krypton non conosceva inizialmente le proprie origini e quale era il suo scopo nella vita.
Il Gigante per sua volontà andrà contro quella stessa “natura” che lo ha creato come una macchina distruttrice, diventando un eroe invece che un’arma.
Il Gigante raggiunge con coraggio la libertà. Una libertà costosissima, pagata con il prezzo dell’esistenza; una libertà che si concretizza come un sacrificio necessario per urlare al mondo e a quel cielo dal quale giunse il ferreo volere assoluto di poter essere ciò che si sceglie e si cerca di divenire, senza alcuna imposizione ordinata da padroni e creatori.
Quando il missile nucleare è prossimo a discendere sulla città, il Gigante, poco prima di volare via, si commiata da Hogart.
Se il piccolo E.T. quasi implorava Elliott di seguirlo, per poi congedarsi da lui ricordandogli che sarà sempre lì, nel suo cuore, il Gigante, invece, può solamente limitarsi ad avvisare Hogart che questi non potrà accompagnarlo, raggiungerlo, e che quel suo estremo sacrificio avverrà grazie a ciò che il piccolo gli ha insegnato: la vera possibilità di poter decidere lui stesso quale sarà il suo destino.
Hogart dice al Gigante di volergli bene, questi s’innalza dal suolo e vola nell’atmosfera, cosciente di stare per compiere un atto di puro altruismo.
Il suo volo nel cielo, con le braccia spianate verso l’orizzonte, ricorda l’eroico volo di Superman. Ispirato dal più grande eroe dei fumetti, il Gigante, poco prima di intercettare il razzo, si domanda cosa ha scelto di diventare: risponderà sommessamente “Superman”, prima di chiudere i suoi occhi, accennare un sorriso e morire.
Il finale è una miscela catartica in grado di unire la tragedia alla speranza. Un atto purificatore che tocca il cuore di ogni spettatore in una delle scene più emozionanti della storia del cinema. La morte del Gigante è una sequenza dalla potenza emotiva ineguagliata. Lacrime e singhiozzii possono ripresentarsi ogniqualvolta l’immagine del sacrificio viene richiamata alla mente. Come gli ultimi versi di una toccante poesia, le rime finali vengono così trascritte su di un foglio bianco, il cui inchiostro nero sembra sbiadirsi tra le lacrime che cadono giù copiose dagli occhi di un lettore inconsolabile.
“Il Gigante di ferro” esterna, altresì con cristallina evidenza, il tema del diverso che non viene accettato, che viene respinto, allontanato da una società spaventata e incapace di provare a comprendere l’altro. L’opera esprime una feroce critica sociale attraverso la figura di Mansley e dei soldati americani pronti a tutto pur di annientare un pericolo per lo più supposto, percepito ma infondato, nato e alimentato dai pensieri avversi contro ciò che non si conosce.
Il monumento finale che verrà dedicato al Gigante, meritevole di aver salvato una città intera con la sua morte, non sarà altro che il simbolo dell’ipocrisia umana, capace prima di distruggere e solo dopo di onorare ed esaltare.
“Il Gigante di ferro” non è soltanto uno dei più bei film d’animazione di ogni tempo, ma è oggettivamente uno dei film più riusciti di sempre. Perfetto nella sua scorrevolezza, “Il Gigante di ferro” è un capolavoro che dovrebbe, a mio giudizio, perdurare a rimanere sul podio dei primi tre più bei film d’animazione di sempre.
Come spesso accade per le opere più meritevoli non conobbe da subito il successo sperato tra il pubblico. Alla sua uscita nei cinema fu un tonfo commerciale, rumoroso e assordante. Una pubblicità pressoché inesistente minò il valore del film che non riuscì a raccogliere, in termini di guadagno, quanto avrebbe meritato. A distanza di poco tempo dal suo fallimento nelle sale cinematografiche, “Il Gigante di ferro” iniziò a raccogliere un vastissimo seguito di culto. D’altro canto il film ottenne il plauso universale della critica, ricevendo recensioni entusiaste, e dominò agli Annie Award, gli “Oscar dell’animazione”, vincendone 9, record assoluto per quegli anni. Il lungometraggio si aggiudicò, inoltre, il premio Bafta come miglior film e fu nominato al premio Hugo per la migliore opera drammatica.
“Il Gigante di ferro” è quel genere di film che nonostante si possa vedere e rivedere per anni e anni continua a emozionare, a far scendere una lacrima e a strappare un sorriso con la stessa intensità del primo giorno.
Spesso ci si interroga se sia più facile far ridere o far piangere. La lacrima può giungere dopo una profonda immedesimazione verso coloro che soffrono, il sorriso, dal canto suo, può invece nascere in modo sincero e spassionato anche dalla speranza e dalla piccola certezza che anche quando le cose sembrano finite nel peggiore dei modi possono sempre cambiare. Come si può giudicare un film che riesce in entrambi i casi?
E nell’ultimo atto, sarà proprio la speranza a riaccendersi. I resti del Gigante, disseminati lungo tutta la Terra, cominciano a prendere vita e a muoversi verso i ghiacciai dell’Islanda. La camera prosegue il suo moto fino a giungere in queste lande ghiacciate, dal cui terreno di Langjökull si staglia la sagoma del viso del Gigante intento ad assemblarsi. D’un tratto i suoi occhi si riaprono al mondo e il suo viso rilascia un caldo sorriso. Quei suoi grandi occhi bianchi tornano a risplendere e il cielo stellato viene nuovamente rischiarato da quelle lune d’argento.
Voto: 10/10
Autore: Emilio Giordano
Redazione: CineHunters


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