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E’ accaduto a…Twin Peaks

Dale Cooper (Kyle MacLachlan) e David Lynch disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

E’ quasi l’alba. Destatevi dal vostro sonno e accomiatatevi dai vostri sogni fino alla prossima notte. Vestitevi con celerità ma prendete il tempo che vi occorre per gustare una buona tazza di caffè. Quando avrete finito, salite a bordo della vostra auto e sfrecciate a tutta velocità per le strade, verso lo stato di Washington. Dirigetevi, pressappoco, a cinque miglia dal confine tra Stati Uniti e Canada, nella città montana chiamata “Twin Peaks”. Un cartello posto al ciglio della strada vi darà il benvenuto quando sarete giunti in prossimità della città. La scritta “Twin Peaks” è tracciata con uno speranzoso color verde, come se volesse tranquillizzare i propri aspiranti visitatori a varcare i confini e ad addentrarsi in città. E’ probabile, per chi conosce cosa sia “Twin Peaks”, che il solo immaginare un fittizio viaggio in macchina, compiuto alle prime luci dell’alba per portarsi in città, faccia avvertire un senso di profonda inquietudine misto a una sensazione di incontrollabile curiosità. Poter calcare realmente il territorio di Twin Peaks potrebbe essere un sogno per chi ha subito il fascino dei misteri di quel luogo immaginario, ma soltanto il fantasticare di poter davvero trovarsi laggiù, potrebbe tramutare la sensazione del sogno in un terrificante incubo.

Tuttavia, proseguiamo ad immaginare d’esser giunti, o forse tornati, a Twin Peaks. Cosa ci attenderà? Grandi camion con rimorchio caricati con grossi tronchi di legno pregiato percorrono le strade della località in lungo e in largo. Si nota il loro andirivieni sostando in quello che è il luogo più affollato dell’intera città: l’RR Diner, locale in cui potremmo sorseggiare l’inconfondibile caffè di Twin Peaks e assaporare la tipica e gustosa crostata di ciliegie. Non ci resterà poi che fare un salto alla stazione di polizia comandata dallo sceriffo Truman, prima di affrontare le paure più torbide e avanzare tra i boschi di Twin Peaks.

Il bubolare dei gufi inquieta gli animi di coloro che hanno il coraggio di farsi strada tra i boschi al crepuscolo. Questi volatili osservano le persone, appollaiati sui rami degli alberi coi loro occhi ricchi di bastoncelli, e tutto sono tranne quello che sembrano. Nella profondità di quei luoghi un drappo color rosso mosso dal vento come fosse fuoco divampante, si materializza dal nulla. Il telone rosso è pronto ad alzarsi per smascherare sotto i nostri sguardi vigili gli incomprensibili misteri di “Twin Peaks”. Una volta che questo fantomatico sipario si è alzato, intravediamo la sagoma di un anziano David Lynch che ci attende seduto comodamente in poltrona. Lynch ci invita a sederci accanto a lui e a riprendere visione della sua arte: a riguardare quel sogno che è stato “Twin Peaks” come spettatori divenuti adesso sognatori. Perché “Twin Peaks” è una narrazione gestuale, fisica e simbolica, strutturata per essere osservata, quasi indagata visionariamente, e per farlo non possiamo che guardare tale serie e immaginare d’essere anche noi a Twin Peaks, tra i freddi e lugubri boschi di quelle montagne impenetrabili.

“Twin Peaks” è arte sbocciata nel medium televisivo, la quale invoglia a provare un’esperienza emotiva in un contesto fittizio. Ma che tipo di arte è? Cos’è realmente “Twin Peaks”?

Era l’8 aprile del 1990 quando il network ABC trasmetteva il primo episodio della serie. “Twin Peaks” nasceva dall’idea del regista David Lynch e dello sceneggiatore Mark Frost. “I segreti di Twin Peaks” andò in onda per due stagioni, la prima composta da 8 episodi, la seconda da 22 episodi. Sin dalle prime puntate, il telefilm divenne oggetto di culto da parte di migliaia di appassionati che evidenziarono il taglio nettamente originale e imparagonabile a qualunque altro prodotto del periodo. “Twin Peaks” fu l’espressione massima e di maggior successo del genio artistico di David Lynch, e in quanto opera concepita secondo le ideologie stilistiche del cineasta risulta tutt’oggi un prodotto impossibile da catalogare sotto un dato genere.

“I segreti di Twin Peaks” narra la storia di Dale Cooper, un agente dell’FBI che giunge nella località di Twin Peaks per indagare sul misterioso omicidio di Laura Palmer, una popolare studentessa ritrovata morta e avvolta in un telo di plastica. Cooper comincia la sua particolare indagine integrandosi con i cordiali abitanti del luogo, apprezzando la quiete e la serenità che Twin Peaks trasmette. Tuttavia, l’alone di pace, schiettezza e semplicità che sembra aleggiare su tutta la cittadina non è che una patina ingannevole che riveste il paese e i suoi abitanti. Twin Peaks nasconde innaturali enigmi irrisolti, misteri impercorribili e ambiguità occulte mai venute a galla. A Twin Peaks nulla è come sembra, la forza soprannaturale alberga tra i meandri dell’oscurità come ombra invisibile che si muove tra i boschi al calare della notte. Cooper è un investigatore del tutto atipico, che antepone il suggerimento istintivo e la deduzione trascendentale alla dotta razionalità. Pertanto, egli possiede una mente incline a investigare la superficie del sovrannaturale, a scavare nel profondo per tentare di far risalire a galla i molteplici segreti del luogo. Sarà, infatti, proprio Cooper a scoprire alcune entità che dimorano a “Twin Peaks” come il Gigante o il nano con cui egli interloquirà nel mezzo delle proprie visioni oniriche.

Tutti i personaggi di “Twin Peaks” vantano una caratterizzazione propria che li rende inconfondibili tra loro. All’onesto sceriffo Truman si oppone il crudele uomo d’affari Benjamin Horne, all’ingenua e adorabile Lucy, segretaria dello sceriffo, si avvicina come in un duetto coordinato il bonaccione Andy, agente di polizia innamorato di lei. E così si prosegue, al violento Leo Johnson si oppone il ragazzo ribelle Bobby Briggs, figlio dell’integerrimo Generale Briggs, innamorato della cameriera Shelly, ragazza coraggiosa ma schiacciata dalle violenze del marito. Tra le personalità femminili più importanti Audrey Horne spicca come la più dolce e tenace, e ad essa è paragonabile, per quel che riguarda la presenza e lo spessore nella serie, il personaggio di Donna Hayward, la migliore amica della vittima Laura Palmer, che insieme al motociclista James Hurley indaga privatamente per scoprire l’assassino della sua giovane amica. Cooper, durante la serie, si avvarrà della collaborazione dell’agente Albert Rosenfield, esperto scienziato forense dal carattere apparentemente superficiale, cinico, straordinariamente sarcastico e ingestibile, e da Gordon Cole, interpretato dal creatore David Lynch, superiore di Cooper, affetto da sordità.

A questa prima parte di personaggi principali se ne susseguono molti altri, talvolta rappresentati goliardicamente. Due personaggi elusivi e dal temperamento eccentrico sono Nadine, dotata di una inspiegabile forza sovrumana, e la signora Ceppo, una donna anziana che regge a sé un ceppo di albero che è in grado di “comunicare” con lei. Una caratteristica di “Twin Peaks” è quella di far agire i propri personaggi in contesti e azioni grottesche che alimentano un approccio surreale e critico allo stile di vita di quei cittadini. Nessun personaggio è dipinto secondo i classici canoni dell’incorruttibilità o della cattiveria più efferata (eccetto l’antagonista), ma vengono descritti secondo le più variegate sfumature caratteriali che possono oscillare dalla bontà d’animo di alcuni all’immoralità di altri.

“Twin Peaks” è un’opera estremamente complessa, che fugge da qualsivoglia univoca e semplicistica interpretazione generale. Una serie che andrebbe analizzata episodio dopo episodio, scena dopo scena, poiché molto soggetta a interpretazioni continue che sfociano nel personale, nell’immaginato e nel simbolismo camuffato. La peculiarità più evidente di “Twin Peaks” è quella di riuscire a coniugare i canoni della detective story con quelli della soap-opera. Parallelamente all’indagine dell’agente Cooper, la serie si concentra sui molti abitanti del luogo, esplorandone le attività occultate e le bizzarre interazioni. Molte delle sequenze che coinvolgono gli stravaganti cittadini sono cadenzate da dialoghi inusuali, apparentemente incomprensibili, ai limiti del “no-sense”, e finiscono, alle volte, per suscitare ilarità. La commedia nera e tendenzialmente macabra è sfruttata pienamente nell’operato di Lynch. Alcuni bislacchi personaggi con i loro intrecci amorosi che hanno foce nell’alterco, nella gelosia, nella ripicca, assumono i contorni parodistici delle telenovele. Questo inaspettato lato comico della serie si intreccia in maniera spiazzante con un’atmosfera maggiormente cupa, orrifica e spaventosa. “Twin Peaks” riesce a generare riso o a terrorizzare nel giro di pochi secondi, al rapido scatto di un cambio di scena.

Gli scenari montani della serie emanano la brezza di un’aria pura e incontaminata, eppure, le scenografie opprimenti e le alte pareti di legno trasmettono un senso di ansia schiacciante, quasi invivibile. La città è permeata da un angosciante stato di allerta, di paura, poiché forze malvagie alitano su essa. Questo clima inquietante risulta essere inizialmente incompreso allo spettatore per via della simpatia del protagonista e di molti altri personaggi che minimizzano il lato pauroso della storia. E’ una duplice identità quella della serie, che mescola l’ironia surrealistica al terrore. “Twin Peaks” è strutturata secondo un perpetuo dualismo: due sono le cascate inquadrate durante la sigla che si congiungono in una, e due sono le anatre che nuotano sullo specchio d’acqua; la dualità si ripresenta, in particolar modo, durante la scoperta dell’entità demoniaca che infesta Twin Peaks, visibile anche nei riflessi degli specchi che rimarcano il tema della dualità: dell’immagine che si specchia e di quella che si riflette che, inquietantemente, non corrisponde alla prima. “Due” sono i mondi su cui si sviluppa la narrazione: il mondo “reale” e quello che Cooper scopre nascosto tra i boschi, palesandosi quasi in una sovrapposizione. Il mondo “trascendentale” pare esplorabile come se il personaggio s’immergesse tra le acque e il suo corpo si mantenesse per metà in superficie e per metà immerso, in un continuo contatto tra la realtà vera e quella parallela.

“Twin Peaks” fa dell’ambiguità la sua unica fonte d’espressione, e si distacca dalla chiarezza limpida della spiegazione. Il mistero primario, descritto da Lynch come l’albero della serie da cui poi si dipanano diversi rami che sorreggono gli enigmi secondari, è quello riguardante l’assassino di Laura Palmer. Un interrogativo che sarà destinato a trovare risposta nel nono episodio della seconda stagione. La sconvolgente rivelazione dell’assassino e la conseguente scoperta dell’entità malvagia che appesta Twin Peaks furono mostrate per imposizione dei produttori con il totale disappunto del creatore. Lynch considerava quel mistero come le solide radici dell’opera e rivelarlo così presto avrebbe portato ad uno sradicamento del tronco e a un crollo autoinflitto. Di fatto, Lynch perse l’interesse e abbandonò la sua creatura per non prendersene più cura sino agli ultimi due episodi. In conseguenza di ciò, la serie smarrì la rotta e naufragò, inabissandosi con sotto-trame alquanto inutili. Il finale della seconda stagione è girato come fosse il secondo atto di un dramma incompiuto. Il viaggio di Cooper trova compiutezza nella scoperta della Loggia Nera, l’entrata nella realtà parallela che ha dimora a Twin Peaks e viene rappresentata da un immenso telone rosso che si sovrappone in un’immagine estetica alla flora della foresta. In quel moto circolatorio, Cooper porta alla luce un incubo destinato a rimanere sopito per i successivi 25 anni.

Ed è a questo punto che vorrei collegarmi con quanto scritto inizialmente, quando abbiamo immaginato di percorrere insieme il nostro finto viaggio e di trovarci fianco a fianco a David Lynch, ad osservare quest’ultimo atto della storia. Con questa terza avventura, Lynch porge la mano al proprio pubblico e lo invoglia, come dicevo, a valicare i confini della camera e ad avventurarsi nel sogno fatiscente di “Twin Peaks” per combattere l’incubo che lo avviluppa. La terza stagione consta di un totale di 18 episodi, ed è una sorta di lungo film scomposto.

In questa terza e probabilmente (il “forse” è sempre d’obbligo) ultima stagione, Lynch dà sfoggio di tutto il suo repertorio creativo. “Twin Peaks – Il ritorno” è un’opera nata per dare risposta ai quesiti del passato, sventando però i pericoli di una risoluzione netta e cristallina. Ad ogni possibile risposta, la nuova serie rilascia una serie di successivi interrogativi che ne aumentano il mito. La terza stagione di “Twin peaks” è volutamente confusa, estraniante, segue una narrazione ingarbugliata, nettamente più articolata e complessa delle precedenti. Lo spettatore non può che immergersi nella realtà immaginifica e guardarla seduto comodamente in poltrona, come fosse accanto a Lynch, senza però potergli chiedere alcuna delucidazione in merito. Non è possibile spiegare Lynch, si può solo tentare di capirlo, lo si può ammirare, ma non lo si può né descrivere né raccontare.

“Twin Peaks – Il ritorno” è arte sequenziale che scorre via con una maestosa cura dell’immagine, trattata come fosse tela i cui colori si depositano su essa come per imbrattarla in modo caotico ma prestabilito dall’artista.  Le scene più intense, misteriose, scorrono per essere mirate dallo spettatore e contemplate non necessariamente per essere comprese. Le sequenze di quest’ultimo viaggio evidenziano quanto la serie sia un qualcosa di mai visto sul piccolo schermo e certifichi un’espressione meta-televisiva intellegibile. E’ un linguaggio di suoni e immagini che nella parte numero 8 trae la propria esaltazione massima con sequenze che si muovono in modo psichedelico, luci, suoni, scenografie e recitazione che agiscono armonicamente in un simbolismo che evita qualunque spiegazione unilaterale, unanime.  “Twin Peaks” è come fumo protetto da un fuochista, emesso da un grosso bricco, o forse una caldaia, che assume forme allegoriche rimaste sospese per aria, ammassi gassosi leggibili ma inafferrabili, pronti a svanire al semplice tocco.

Questa terza stagione è plasmata dall’estro geniale, incomparabile di Lynch, che avrebbe potuto cullarsi sulla riproposizione, ma che invece non lo ha fatto; egli ha creato una nuova storia che si riallacciasse in qualche modo alla precedente e offrisse nuove e indecifrabili chiavi di lettura. Se il modo di raccontare tale storia potrà sembrare altamente disorientante, sarà il rammentare quanto l’arte di Lynch sia da vedere più che da analizzare a riportarci sulla strada principale della visione. “Twin Peaks” è poesia ermetica che lascia ai lettori l’incertezza di ciò che stanno vivendo, garantendo loro la sola possibilità di ripetere l’ultima parola che hanno letto o udito per tentare di capirla, similmente a quanto fa Dougie Jones nel suo discutere quotidiano.

Tecnicamente sopraffina, la terza stagione è un labirinto criptico custodito da un oracolo che però non proferisce risposte a tutti gli enigmi che riposano scolpiti tra i cunicoli di questa costruzione. “Il ritorno” si differenzia dal passato poiché Twin Peaks non è più neppure l’unico luogo in cui agiscono tutti i personaggi, anzi, in questa terza stagione la cittadina è quasi meta di un ben più largo viaggio che il protagonista dovrà adempiere. E’ per l’appunto l’odissea del vero Dale Cooper, incarnatosi nel simpatico e di poche parole Dougie Jones. Il tema della dualità ritorna in auge con la presenza dei “doppioni”, dell’entità malvagia che si manifesta con l’aspetto distorto del protagonista. Tuttavia, il lavoro di Lynch non è del tutto esente da pecche. Come accaduto nelle serie precedenti, le molteplici sotto-trame che riguardano i personaggi secondari appaiono poco interessanti, noiose, evitabili e senza riscontri finali.

Ma quest’ultima tappa ha un obiettivo più grande al suo interno per ciò che concerne il protagonista assoluto: quello che Cooper si è prefissato inavvertitamente agli albori della sua missione. Cooper, una volta “svegliatosi” dal torpore, attraversa questa dimensione in cui anela al salvataggio di Laura, la quale dipartita diede inizio a tutto. Come in un moto rotatorio e infinito, percorribile sui lineamenti del numero “8”, Cooper alla fine riabbraccia il principio. Lynch si innamorò artisticamente della sua Laura e con Cooper provò a salvarla un’ultima volta. La mano che Dale porge alla giovane con la quale attraversa la boscaglia nel tentativo di salvarla è l’atto conclusivo della parte 17, e che poteva essere il finale tanto agognato da ogni fan. Non da Lynch che rovescia quanto realizzato all’ultimo capoverso del proprio copione, incastonando le sue creature nell’ineluttabilità del mistero e del tempo ignoto. Quando finiremo di vedere il diciottesimo episodio, la domanda che dovremo porci non sarà “in che anno siamo?” Ma ancora una volta: “cos’è Twin Peaks?”.

Abbandonate quel posto a sedere, fuoriuscite dal sogno e lasciatevi alle spalle la cittadina. Il viaggio è cessato. Tornate alla realtà e cercate di darvi una risposta. “Twin Peaks” è un concetto, un’essenza, un’arte geniale inspiegabile ma apprezzabile che appartiene all’artista e non al popolo. E’ tutto ciò che non esiste nella vita vera, ma si accresce nella fertilità della creazione artistica, poiché ciò che ha mostrato può avvenire soltanto in quel luogo: può accadere solo a…Twin Peaks.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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