Vai al contenuto

E' stato rilasciato l'emozionante trailer di "Avengers Infinity War", il kolossal corale sui supereroi Marvel.

Ecco il trailer in italiano:

E adesso il trailer in lingua originale:

Redazione: CineHunters

La regina Elisabetta I aveva sibilato con imprevidenza che l’amore, il vero amore, non poteva essere scritto e rappresentato a teatro. William Shakespeare quando udì quest’insinuazione impudente non poté in alcun modo dare la propria resa. Meravigliare una nobildonna è una virtù assai rara. Dimostrare alla monarca d’aver ragione sul corretto esito di una sfida era una vittoria per l’intelletto, non certo una vincita cospicua per le tasche sgualcite di un drammaturgo. Shakespeare non riuscì a trattenersi, avvertì l’effluvio della provocazione, e volle fronteggiare apertamente la reticenza della sovrana: “Le dimostrerò che il vero amore può essere raccontato e interpretato”. Tra Shakespeare e la regina si ebbe quello che, di fatto, fu un alterco intellettuale atto a sancire una scommessa prontamente colta da Elisabetta. “Entro la fine dell’anno, maestà, vedrà sul palcoscenico la storia d’amore più bella che sia mai stata raccontata”, avrebbe poi concluso lo scrittore.

Se conoscete il film “Shakespeare in Love” rammenterete questo passo del lungometraggio. Un evento costruito per l’espediente cinematografico ma che mi è tornato utile per introdurvi quanto andrete di seguito a leggere.

La schiettezza della sovrana d’Inghilterra, interpretata in tale adattamento da Judi Dench, potrebbe sembrare sgradevole. Come si può dubitare che l’amore vero non possa essere scritto, letto e contemplato? Forse perché la regina avrebbe voluto ammirare una storia d’amore che raggiungesse l’immortalità e che potesse essere ghermita tanto con gli occhi quanto col cuore. Scrivere questo tipo d’amore era proibitivo, anche per William Shakespeare.  Verso la fine del 1500, quando lo scrittore cominciò la stesura del suo dramma sull’amore, tale sentimento era aduso ad essere alla mercé di un padrone. L’unione matrimoniale era imposta “dall’ordinanza” di un padre e combinata da una trattativa economica tra famiglie. L’amore altro non era per i nobili se non la buona “chiusura” di un affare. Pareva utopistico che l’innamoramento potesse avere una trattazione lirica che riuscisse a scuotere l’animo calcolatore dei più ricchi. Intrigante, per tali ragioni, la disputa dialogica tra la regina e William Shakespeare sceneggiata nella pellicola del 1998. Shakespeare, se ciò fosse avvenuto realmente, avrebbe dovuto incanalare quante più motivazioni poteva da una simile contesa ideologica. Tuttavia, mi sento d’affermare che per dare compiutezza a una tragedia come “Romeo e Giulietta”, la mera influenza generata dal desiderio d’aver ragione non poteva garantire una così profonda riuscita dell’opera. Avrebbe dovuto attingere dai propri sentimenti, o forse addirittura dal proprio vissuto, per scrivere la tragica storia di Giulietta e del suo Romeo.

O forse, doveva ancora imitare lo svolgimento di una storia già raccontata. Perché si sa, alcuni artisti inventano, altri geni scopiazzano. E Shakespeare, a suo modo, scopiazzò. Sì, insomma attinse.

  • Il mito di Piramo e Tisbe

Confesso d’aver sorriso nel momento in cui mi accingevo a scrivere quel verbo, quello “scopiazzare”, così poco confacente all’estro scrittorio di William Shakespeare. Come si potrebbe additare l’autore inglese di una calunnia così grave? William Shakespeare scopiazzava?! E’, in verità, un’estemporanea battuta detta, almeno una volta nella vita, da tutti coloro che conoscono il mito di Piramo e Tisbe, giusto per accostare il “racconto” al dramma Shakespeariano. In effetti, la storia dei due innamorati in età babilonese rimarca in maniera alquanto evidente le vicissitudini di Romeo e Giulietta. Shakespeare ha, per l’appunto, rivisitato il mito stesso. Ciò non è tuttavia sufficiente per tacciare l’opera di Shakespeare come una mera copia usurpatrice. Del resto non è atipico assistere a episodi del genere. E’ ormai assodato che anche i grandi scrittori d’ogni tempo fossero soliti trarre ispirazione da romanzi redatti in passato. Un esempio lampante ci viene offerto dal critico e studioso Giovanni Getto il quale affermava che il grande Alessandro Manzoni, caposcuola del nostro Romanticismo, per la stesura del suo capolavoro “I promessi sposi”, trasse l’ispirazione da un libro rinvenuto nella Biblioteca Universitaria di Torino dal titolo “Historia del cavalier Perduto”, romanzo cavalleresco di Pace Pasini.  Con questo non voglio assolutamente dire che “I promessi sposi”, ovvero il Trionfo della Provvidenza non sia un romanzo originalissimo.  Shakespeare era, a suo modo, un sommo artigiano, un autore attentissimo alle mode del periodo, e da uomo di teatro sapeva adeguarsi ai gusti del suo pubblico. Per tale motivo, a volte, non inventava trame ma attingeva dalla novellistica italiana e d’oltralpe; e perché no, anche dalla mitologia.

Piramo e Tisbe sono le anime antecedenti Romeo e Giulietta. La loro triste sorte venne narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Piramo e Tisbe erano perdutamente innamorati l’uno dell’altra, ma a causa dell’odio che scorreva tra le rispettive famiglie, i due giovani non potevano mai incontrarsi. Le due esigue stanze in cui essi trascorrevano gran parte del tempo, rinchiusi per diretto ordine dei genitori, onde evitare che si incontrassero, erano adiacenti. La parete che divideva i due ambienti aveva una crepa, dalla quale i due riuscivano a comunicare. Ponendo l’orecchio sulla minuscola fessura, Tisbe riusciva a udire le parole che l’amato faceva filtrare con dolce pronunzia. Nel mito la demarcazione oltre ad essere sancita dalla ferrea crudeltà dei genitori, era resa viva e tangibile dalla robustezza di un’arida parete che impediva a Piramo e Tisbe anche solo di sfiorarsi. Giacevano così vicini eppure permanevano così lontani. Uno stato di prigionia a cui vollero dar fine organizzando un incontro che avrebbe dovuto preannunciare la loro fuga. Si dettero appuntamento nel bosco, in fondo alla valle, nei pressi di un gelso sorto vicino a una sorgente d’acqua dolce.  Tisbe fu la prima a scappare dalla propria dimora, corse nella notte con il volto celato da un velo nero e arrivò in anticipo sul luogo stabilito. Era notte fonda, si udivano ululati provenire dalla boscaglia, se non quando Tisbe, al debole chiarore della luna, s’imbatté in un leone dalle fauci ancora sporche di sangue per aver appena predato una povera bestiola. Tisbe scappò via terrorizzata, perdendo il suo velo nella corsa. Arrivò poco dopo Piramo che, vedendo il leone col muso imbrattato di sangue, e notando il velo dell’amata intriso della stessa sostanza rossa, scoppiò a piangere, credendo che la belva avesse divorato la sua Tisbe. Oppresso dal dolore, Piramo scelse di uccidersi, trafiggendosi con un pugnale. Sopraggiunse, a quel punto, Tisbe che lo trovò in fin di vita ai piedi del gelso. Quando ella raccolse il suo corpo e lo sollevò da terra per reggerlo tra le sue braccia, Piramo esalò l’ultimo respiro. Sconvolta Tisbe si trafigge anch’essa col pugnale e i due innamorati morirono nella stessa ora, l’uno accanto all’altra. L’infausto destino dei due innamorati commosse gli dei, e il sangue dei due giovani, pervaso da un amore tanto grande, bagnò le radici del gelso cui caddero come corpi morti, facendo diventare neri i suoi frutti.

“Romeo e Giulietta” riscopre i punti chiave del mito di Piramo e Tisbe e li traspone, reinventandoli, in epoca cinquecentesca. Sta proprio in questo il genio di Shakespeare: partire da una narrazione drammatica già comprovata e contestualizzare il racconto in un’era del tutto nuova, conferendo nuova linfa ai personaggi originari del dramma, donando realismo e profondità allo sfondo storico, politico e famigliare, e rendendo il tutto, per certi aspetti, unico. L’avverso destino dei primi due innamorati, sul finale tragicamente beffardo, viene trasmutato. Shakespeare cattura il dramma di una separazione obbligata, di un allontanamento comandato da terzi e riscrive una sorte analogamente fatale per i suoi personaggi. Sia Piramo e Tisbe che Giulietta e Romeo moriranno per una scelta insana, perentoria ed affrettata. Il tempo e la casualità sono forze indomabili che giocano con le loro vite per trascinarli fino in fondo a un’infelice risoluzione.

Il vero amore, avremmo potuto obiettare noi stessi all’allora regina Elisabetta I, era già stato raccontato e parecchi secoli orsono. Tuttavia, il dramma teatrale in cinque atti dello scrittore inglese era presto destinato a prendere forma, fino a divenire l’archetipo dell’amore inscindibile.

  • Romeo e Giulietta di Zeffirelli

Romeo e Giulietta e il loro vissuto hanno assunto un valore emblematico: il canto, la musica, ancora il teatro, la televisione e il cinema hanno tradotto, in innumerevoli adattamenti, la celebre storia. Franco Zeffirelli nel 1968 girò per il cinema una delle versioni più attinenti al dramma shakespeariano, con i giovanissimi Leonard Whiting e Olivia Hussey come casti protagonisti. Emerge, nella magnificente versione di Zeffirelli, la candida purezza dei due personaggi, i quali si innamorano al primo sguardo durante un ballo in maschera. I costumi realizzati per l’occasione e le maschere che celano i volti sono solo vestiari mimetizzanti, artifici con cui l’ineluttabilità tenta di ritardare l’inevitabile, il progressivo innamoramento tra Giulietta e Romeo nell’istante in cui i loro occhi indugiano sui rispettivi volti, non più nascosti da ornamenti cromatici. Il testo Shakespeariano viene recitato con trasporto dai due attori calati in uno scenario che su tutti, al cinema, rese onore al dramma originario, creando una miscellanea di passione, bellezza, raffinatezza, sensualità e tristezza. Capuleti e Montecchi non sono per i due giovani che nomi identificativi, i quali ben poca importanza recano in sé.

Entrambi risentono della divisione perpetrata da una rivalità che non concepiscono, e del distacco che prende forma nella posizione di una balconata che osa tracciare l’immaginaria distanza tra la Terra e il cielo. Una meta che Romeo raggiunge arrampicandosi su un albero per baciare Giulietta e con fervore chiederle di sposarlo.

L’innocenza dei due innamorati, mai rappresentati così giovani, persi nel loro primo ed unico amore, accentua la frustrazione e l’incomprensione provata nei confronti di un odio bieco e ingiustificato che attanaglia le rispettive famiglie. Può forse l’amore nascere dall’odio? E’ ciò che Zeffirelli rende così cristallino, traducendo, con tale dovizia, il volere di William Shakespeare. Il finale del dramma, così come avveniva nel mito di Piramo e Tisbe, non segna l’arrendevolezza dell’amore ma il sospirato desiderio di potersi ricongiungere in pace nell’aldilà. Scrivere d’amore è indagare l’immortalità.

Ma cosa guida la mano di uno scrittore nel partorire un testo che possa rendere leggibile e interpretabile il vero ed eterno amore? L’amore può essere elaborato in parole dal costrutto fantastico o dal vissuto reale?

  • Shakespeare in Love

“Shakespeare in Love” compie ciò che Shakespeare fece col mito di Piramo e Tisbe. Il lungometraggio del 1998, partendo dal lavoro dello scrittore, reinventa gli atti narrati del dramma e li rivisita come eventi precedenti e “realmente” vissuti da Shakespeare in persona. Se Shakespeare si era ispirato a un racconto mitologico per comporre la propria ode al terso amore, gli autori di “Shakespeare in Love” si ispirarono agli accadimenti della tragedia per sceneggiare una storia d’amore inventata. “Shakespeare in Love” ci trasmette un’idea, quella che l’amore vero debba essere realmente provato per poter essere così ben descritto e conformato. La fantasia scrittoria è un seme e non può essere piantato su di un aspro terreno. Tale seme non può germogliare se il terriccio non è reso fertile dal sentimentalismo ispirato. L’amore è per l’arte scrittoria influenza ispiratrice. E’ infatti uno Shakespeare in crisi, quello che il film ci presenta, che patisce un blocco inventivo fino all’incontro con Viola De Lesseps, la musa ispiratrice che ruberà il suo cuore e con cui vivrà una passione travolgente. Gli avvenimenti tra William e Viola fanno da preludio agli accadimenti che Shakespeare comporrà in quei giorni intensi per la sua tragedia; le rime d’amore che egli scambierà con l’amata saranno le medesime che affronterà durante la stesura del dramma di “Romeo e Giulietta”. Nessuna riflessione, nessuna ponderazione in merito alla redazione del testo teatrale, il linguaggio di Shakespeare scorre via come un fluidificare di pensieri divenuti parole. L’ispirazione di un amore tanto grande rende la scrittura un processo subitaneo, un bisogno impellente, una bramosia incontrollabile che porta l’autore a voler esternare i propri sentimenti. E così, Shakespeare intinge con sempre maggiore frequenza la penna di piuma d’uccello nell’inchiostro del calamaio, per poi rendere quelle emozioni parte scritta di una serie di versi i quali lentamente si intersecano con la vita vissuta. In “Shakespeare in love” scrivere d’amore è declamare poesie, declinarle senza il bisogno d’appellarsi a un testo non imparato a memoria ma dettato dal pulsare del cuore. Una metrica recitata sul palcoscenico della vita, mediante un’interpretazione che allude totalmente all’immedesimazione.

Quando il vero Shakespeare si apprestò a lavorare alla propria eccellentissima nonché lamentevole tragedia, doveva far fronte a severi limiti di libertà d’espressione. Non bisognava occuparsi di politica contemporanea nel teatro inglese, non era consigliabile occuparsi di temi riguardanti la religione, se non per sottolineare la superiorità assoluta del credo anglicano. La libertà concessa al drammaturgo non andava oltre i confini anche materiali dei teatri in cui lavorava, come se il teatro stesso assumesse i contorni di un mondo a parte, avulso purché non travalicasse i limiti sopraesposti. Il mondo è teatro per William Shakespeare, e nel teatro vi è l’assoluta identificazione del dramma della vita. Un concetto, quest’ultimo, che avrà piena esaltazione in “Shakespeare in Love” dove le vicissitudini vitali si intersecano a quelle circoscritte e messe in scena. Shakespeare accoglieva nelle proprie rappresentazioni il mondo intero, e dava ad esso un’espressione poetica. Si rendeva ben conto delle proprie limitazioni e tuttavia anche delle possibilità di dar voce alle speranze e alle paure dell’uomo, così come erano sentite in un tempo che aveva visto crollare valori e credenze dati per scontati ormai da secoli e che si stava compiendo sotto il segno del mutamento e della metamorfosi; un segno dinamico dunque che il teatro poteva tradurre in parole e immagini meglio di ogni altra forma espressiva. Resta comunque il fatto che al centro di ogni sua composizione c’è l’uomo. Lo scavo psicologico e lo studio dei sentimenti diventano una sorta di bisturi di cui lo scrittore si serve per indagare l’animo umano: visione non ottimistica ma rattristata dalla consapevolezza del male.

William e Viola, Piramo e Tisbe, sono ancora Romeo e Giulietta, le allegorie indivisibili e incarnate di un amore vissuto, di un amore raccontato e di un amore recitato. Ecco da quante forme l’amore scritto può venire ereditato. Una sentimentalismo smisurato che può essere dettato tanto dall’intelletto quanto dall’esperienza vissuta.

  • Fine…lieto

Un tipo di amore, quello fin qui trattato, che non sfocia nel lieto fine perché da sempre funestato da forze avverse. Ma la morte di Giulietta e Romeo annienta i dissapori tra le due famiglie, lenisce i dispiaceri e innalza l’amore al di sopra dell’odio. Nella loro morte scellerata, le anime dei due innamorati lasciano una Terra che col loro sacrificio potrà essere migliore. Ne deriva un futuro che non conosce fine in quanto giunge all’immortalità e viene eternato con l’arte del racconto e del ricordo. Se Piramo e Tisbe, così come Romeo e Giulietta, hanno rinunciato alla loro esistenza per sperare in una vita trascendentale che li mantenga vicini, lo Shakespeare di “Shakespeare in Love”, sebbene venga privato della propria indimenticata compagna, non cede al rimorso, ma convoglia il ricordo della sua essenza in fonte d’ispirazione per scrivere “La dodicesima notte”, la cui protagonista è la sua Viola.

Per scrivere d’amore si può trarre fantasia dalla propria immaginazione e dal proprio vissuto purché entrambe alimentino il fuoco ardente che divampa nel cuore di chi compone. Scrivere d’amore è dunque plasmare un’idea, dar consistenza a un’emozione, e nuova vita alla persona amata, resa vera dal potere della parola. E’ questa la scommessa da vincere, ancor più che dimostrare che il vero amore è possibile da raccontare: palesare la volontà di trasporre la donna amata, musa d’ogni passo composto, sotto forma di testo scritto, così da renderla, per lo scrittore che la riconosce e per il lettore che impara a conoscerla, immortale in qualunque storia essa appaia. Romeo e Giulietta, dopotutto non sono mai morti, continuano a vivere ancora tra le pagine di un copione, tra le recite di un teatro, tra le riprese di un set.

“Romeo e Giulietta” è la storia dell’amore spirituale e carnale divenuto sacro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

2

"Il sipario strappato” è un film di Alfred Hitchcock, uscito nelle sale nel 1966 e distribuito dalla Universal.

Il titolo originale dell'opera Hitchcockiana è "Torn Curtain". Curtain in inglese significa sia “sipario” sia “cortina”: il riferimento è naturalmente alla “cortina di ferro” dell’epoca della guerra fredda in cui la storia si dipana lungamente come un drappo di sipario consunto.

Dopo il disastroso flop di “Marnie” sia di pubblico che di critica, per Hitchcock si rendeva necessario girare un film che gli risollevasse anche il morale. Dopo essersi dedicato a tre differenti soggetti senza arrivare a nessuna conclusione, il regista decise di realizzare un film di spionaggio. Si trattava di un filone di cui fino a poco tempo prima Hitchcock era ritenuto un maestro. Il soggetto de “Il sipario strappato” trae spunto da una vicenda verificatasi nel 1951 e che aveva a suo tempo suscitato scalpore: due rinomati diplomatici inglesi Guy Borgess e Donald Maclean, avevano inaspettatamente deciso di rifugiarsi in URSS. La stesura della sceneggiatura fu piuttosto travagliata. Dopo le prove insoddisfacenti di alcuni sceneggiatori britannici, Hitchcock affidò lo script al romanziere Brian Moore, ma non completamente soddisfatto, chiese aiuto a due drammaturghi e sceneggiatori inglesi, Keith Waterhouse e Willis Hall, autori fra l’altro del grande successo teatrale “Billy il bugiardo”.

Anche le riprese del film non furono molto felici; il maestro non si trovò a suo agio con gli attori protagonisti, che, per certi versi, gli erano stati imposti dalla produzione.  Le maggiori difficoltà si riscontrarono con Paul Newman, che aveva frequentato l’Actor’s Studio e di conseguenza portato a intervenire nella definizione del suo personaggio, cosa che Hitchcock non sopportava. I compensi degli attori sottrassero poi i fondi necessari a mandare oltre oceano una troupe americana. Ma la cosa che andò peggio fu il commento musicale che Hitchcock affidò al suo vecchio collaboratore Bernard Hermann. Il maestro non rimase contento del risultato ottenuto e quindi chiese la collaborazione di un altro compositore. Fu così che tra Hitchcock e Hermann si aprì un’inaspettata spaccatura collaborativa che non venne più ricucita. Di sicuro migliore apparve il rapporto con il direttore della fotografia, John F. Warner. Anche all’illuminazione venne data molta importanza e una cura quasi maniacale fu dedicata alla realizzazione di una fotografia limpida e fredda, intonata perfettamente al clima della vicenda narrata. Però, malgrado tutti gli accorgimenti messi in cantiere “Il sipario strappato” non ebbe il successo desiderato, stroncato dalla critica e non tanto apprezzato dal pubblico, in quanto il film appartenente al filone dello spionaggio si presentava piatto, stanco, puerile. Tutto dava ad intendere che l’idillio fino a quel tempo vissuto fra Hitchcock e il pubblico era definitivamente tramontato.

In effetti, “Il sipario strappato” presenta più di uno strappo, più di una lacerazione: la sceneggiatura lascia a desiderare, la narrazione si disperde in parecchi rigagnoli e diventa frammentaria e ripetitiva. Il ritmo non è quello dei migliori film di Hitchcock e si nota una certa rilassatezza. Ciò che manca ne “Il sipario strappato” è la capacità di coinvolgere lo spettatore, di farlo “interagire” con i personaggi. A tratti però il film è anche gradevole e si lascia guardare in tutto il suo humour graffiante.

Scriveva Hitchcock in merito al suo film e a quanto sia difficile uccidere: “Con questa lunghissima scena di assassinio ho voluto innanzitutto prendere in contropiede uno stereotipo. Di solito, nei film, un assassinio si svolge molto velocemente: un colpo di coltello, un colpo di fucile, il personaggio dell’assassinio non si sofferma nemmeno a esaminare il corpo per vedere se la sua vittima è morta o no. Allora ho pensato che fosse arrivato il momento di far vedere quanto è difficile, arduo e lungo uccidere un uomo. Grazie alla presenza del tassista davanti alla fattoria, il pubblico non ha obiezioni al fatto che l’assassinio debba essere silenzioso; questo spiega perché non si possa neanche porre il problema di sparare un colpo di arma da fuoco. Conformemente al nostro vecchio principio, l’assassinio deve essere eseguito con mezzi che ci vengono suggeriti dal posto e dai personaggi. Siamo in una fattoria ed è una contadina che uccide; quindi utilizziamo degli strumenti domestici: la pentola piena di minestra, un trinciante, un badile e infine il forno della cucina a gas”.

Per “Il sipario strappato” Hitchcock aveva girato una scena che poi decise di eliminare, in parte perché allungava troppo la storia, in parte perché non era contento di come Newman l’aveva interpretata. La scena, di grande tensione e humour nero, era successiva a quella dell’assassinio di Gromek e si svolgeva in una fabbrica che Armstrong visitava in compagnia dei funzionari governativi.

Come sempre, anche ne "Il Sipario strappato" Hitchcock ha cercato di evitare il più possibile stereotipi ed elementi scontati, cosa tanto più difficile trattandosi di un film di spionaggio, genere allora molto frequentato.

Sappiamo tutti che Hitchcock si divertiva a firmare i suoi film comparendo come per caso in una breve inquadratura. Lo ha fatto anche nel Sipario strappato: lo si può scorgere nella hall di un albergo, mentre ha in braccio un bambino impertinente.

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Batman, Wonder Woman, Flash, Aquaman e Cyborg dipinti da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Ai piedi dei due eroi sopravvissuti, Batman e Wonder Woman, giace il corpo senza vita di un superuomo. “Dio” è caduto dal cielo, Superman è morto! Al termine di un aspro conflitto che lo ha veduto vincitore e, al contempo, vittima sacrificale, i suoi resti inermi, privi di un qualsiasi anelito di vita giacciono a terra, in un suolo macchiato del suo stesso sangue. Superman non volerà più nel cielo, riposerà sottoterra. Fu questo l’ultimo atto di “Batman V Superman”. La grande “S”, quel simbolo idiomatico che in Kryptoniano significa “speranza”, impressa su di uno sfondo azzurro come il cielo senza nuvole, che solcava impavida il firmamento, scomparve per sempre dallo sguardo degli uomini. “Justice League” riprende da questo punto ben preciso nell’arco narrativo dell’universo cinematografico DC Comics, e ci mostra gli esiti conseguenziali di una morte così inaspettata. E’ un mondo in crisi, scosso dalla notizia della dipartita di un amico, di un paladino della giustizia, di un protettore invulnerabile. Batman intuisce che la Terra è oramai indifesa, esposta pericolosamente alle minacce di invasori senza scrupoli, pronti a discendere dalle remote regioni dell’universo, coscienti che Kal-El non veglia più sul pianeta da cui è stato adottato. Bruce decide di costituire una lega di giustizieri, composta da uomini con capacità straordinarie, noti come metaumani. E’ l’alba della Justice league.

(Attenzione pericolo spoiler!!!!)

“Justice League” sbarca al cinema con il gravoso compito di proseguire l’universo filmico DC Comics, più volte funestato da giudizi inclementi, e di portare, per la prima volta sul grande schermo, la lega della giustizia, la collaborazione tra i più grandi supereroi della storia del fumetto americano. Diretto per buona parte da Zack Snyder, poi sostituito alla regia da Joss Whedon, “Justice League” è sostanzialmente avvicinamento, conoscenza, fiducia e unione.

  • Paradisiaca unione, infernale disgiunzione

Il concetto di “comunanza” è il fulcro basilare della storia, e progredisce perpetuamente durante lo scorrere della visione. Sin dal palesarsi dell’antagonista, Steppenwolf, ricorre il tema dell’inscindibile unione, la quale genera una forza indissolubile.  Steppenwolf fu un’entità arcana, un guerriero imponente, dalla forza sovrumana, armato di una robusta e affilata ascia grondante sangue. Questo combattente era a capo di un infernale esercito di parademoni con cui intendeva schiavizzare la Terra e soggiogarla al proprio dominio distruttore. Sull’orlo del baratro, gli abitanti della Terra, qualunque spazio essi occupassero, sia il regno marino, che quello terrestre, e ancora il regno di Temishira, unirono le loro forze a difesa di un bene universale.  Steppenwolf venne combattuto e sconfitto da un immenso esercito, sorto dall’alleanza tra uomini, amazzoni e atlantidei. Fu l’ultima testimonianza storica di una inseparabile alleanza. Da quel giorno non si ebbe più alcuna intesa tra i viventi dei tre regni, e il mondo progredì nell’apatia e nel disinteresse generali. Con il trapasso di Superman, Steppenwolf fa ritorno dal suo esilio, deciso a terminare ciò che aveva lasciato incompiuto, e per farlo ha bisogno delle mitologiche tre scatole madri da cui fuoriesce un potere smisurato. Le tre scatole madri sono state volutamente separate e nascoste in epoca antica poiché, se rinvenute e messe assieme, potranno alimentare il potere di Steppenwolf fino a renderlo invincibile.

Anche in merito alle tre scatole madri, “Justice League” effettua un’analisi sul concetto di “unione”. Il potere in esse contenuto è smisurato, e per tale ragione, le scatole furono separate, onde evitare un ulteriore accrescimento di una forza già incontenibile. Unione e divisione, due parole appartenenti a significati diametralmente opposti ma che sono soggette alla medesima indagine nel film. Dal vincolo trittico tra le tre scatole madri fuoriesce un potere malvagio, dalla cooperazione tra i supereroi, invece, emerge una forza votata al bene. L’eterna lotta tra il bene e il male in “Justice League” assume i contorni di uno scontro tra la forza perentoria della lealtà e tra la disfatta apocalittica della divisione perpetrata da Steppenwolf. Lo scenario paradisiaco dell’alleanza tra i supereroi della Justice League si contrappone al fronte della disgiunzione infernale alimentata dall’oscurantismo di Steppenwolf. La stessa arma, padroneggiata con efferata maestria da Steppenwolf, possiede una sorta di allegoria del genere. L’ascia è un’arma divisoria, in grado di “spaccare”, di spezzare e divincolare un legame, di annientarlo con la violenta separazione di un taglio netto.

  • Viaggio conoscitivo

E’ un bisogno inevitabile per il bene della Terra quello che sospinge l’uomo-pipistrello e la principessa delle Amazzoni a reclamare i più grandi eroi del mondo. E’ giunto il momento per decretare la scesa in battaglia di Barry Allen/ Flash, di Arthur Curry/Aquaman e di Victor Stone/Cyborg. Quello che balza all’attenzione è che sono supereroi alle prime armi. “Justice League” non traspone le icone della DC Comics al massimo della loro potenza, li rende, in vero, supereroi più fragili, come fossero agli inizi del loro viaggio di adempimento.

Ciò che accade in epoca antica, si ripete, in un certo senso, in età contemporanea: non viene radunato un esercito quanto un manipolo di supereroi rappresentativi e pronti a credere nel bene. “Io ci credo” afferma con decisione Wonder Woman! La fedeltà, il crederci, la fiducia reciproca sono tutte caratteristiche fondamentali per l’insaldarsi di una relazione cooperativa. E’ così che la lega della giustizia si plasma sotto i nostri occhi, nella difficoltà di un’interazione tra sconosciuti. “Justice League” è un viaggio di comprensione e di amicizia. E’ un film introduttivo e al contempo formativo. Spetta ad un solo rappresentante della “casata” degli uomini riunire le forze della Justice League. In questo viaggio esplorativo, concernente l’interazione tra supereroi diversi tra loro, Batman assurge ai canoni dell’uomo mortale e sprovvisto di poteri, all’esponente virtuoso di un’umanità distaccata.

  • Umanità e ispirazione

Ben Affleck veste gli abiti di un Batman tormentato, come fosse fuoriuscito dalla tavolozza di un fumetto e siffatto in carne ed ossa tanto è il rimando estetico che dà la sua presenza scenica se confrontata alla controparte cartacea. L’interpretazione di Affleck verte sull’umanizzazione del cavaliere oscuro. Il mostrare con animo provato le ferite fisiche calca la fragilità del crociato incappucciato, soggetto, in quanto uomo, al dolore e a un maggiore rischio in battaglia. Bruce Wayne è un uomo apparentemente comune, che si erge rispettosamente sui suoi simili per selezionare un team di protettori, ma mai per elevarsi a loro guida, in quanto avverte di non essere sufficientemente ispiratore per gli uomini. Il Batman di Affleck si prefigge un compito, quello di ridare vita a Superman. L’uomo d’acciaio, a detta di Wayne, era molto più umano di lui.

La fragilità umana del Batman di Affleck è dualistica: da una parte ci mostra l’unicità di un eroe mancante di poteri ma, allo stesso tempo, l’insofferenza di un supereroe che confessa di non sentirsi parte integrante dell’umanità stessa. L’umanità di Batman reca in sé una caratteristica che evidenzia i disagi, le turpe, e gli incubi del cavaliere di Gotham, elementi disturbanti che gli impediscono d’essere un eroe ispiratore e solare come lo era Superman, extraterrestre ma molto più integrato nella vita quotidiana rispetto a Bruce Wayne.

L’ispirazione è un argomento caro alla pellicola della “Justice League”. E’ un mondo privo di figure ispiratrici quello a cui le scenografie urbane di “Justice League” danno vita. Non vi è più ispirazione nel votarsi a una causa altruistica, non vi è ispirazione nello sforzarsi di vedere una luce fioca che lampeggia nelle profondità di un’opprimente oscurità. Neppure Lois Lane trae ispirazione alcuna dai suoi sentimenti per approcciarsi alla scrittura, e per comporre un testo che possa ridare speranza ai lettori del Daily Planet. Il compito della Justice League è più oneroso di quanto possano credere: essi devono scuotere gli animi degli indifesi e restituire loro la speranza di un domani luminoso.

Justice League” è un film sui supereroi, intesi in senso classico, coloro i quali vengono forgiati nelle fiamme divampanti della speranza, e ha il merito di presentarci i protagonisti in un tempo dilatato.

  • Supereroi: diversità e analogie

In principio, i guerrieri della Justice League hanno in comune soltanto le loro sbalorditive capacità, ma devono comprendere le reciproche affinità per divenire una squadra. “Justice League” fa interagire personaggi provenienti da “realtà” ed esistenze diversificate. Per tale ragione, la pellicola crea un gruppo eterogeneo nelle cui differenze emergono i corrispondenti pregi. Ezra Miller ci regala un Flash allegro, giocoso ed inesperto. Veniamo a conoscenza della tragica storia della sua infanzia, ma ciò non ci impedisce di notare come Barry, sebbene patisca la solitudine, viva la sua vita con il sorriso e con la speranza ottimistica che un giorno tutto possa cambiare. Barry è in piena attività da pochi mesi, è una scia rossa invisibile e inafferrabile. A Flash è spettato l’impegno di far divertire il pubblico mediante una verve comica opportunamente sceneggiata per far sorridere ma non certo ridere. Barry, con la sua dialettica gioiosa, vuol solamente strappare un accenno di sorriso, non ha affatto l’intenzione di far ridere a crepapelle. E’ questa una chiave interpretativa dell’opera, la DC Comics, per quanto con “Justice League” abbia sacrificato l’atmosfera cupa e drammatica dei precedenti lungometraggi, non tramuta se stessa. Mantiene una serietà limite e l’alterna ad alcuni momenti più spensierati ma mai costanti o esagerati, fino ad ottenere un ritmato equilibrio tra toni gravi e divertimento.

Il Barry Allen di Ezra Miller è un ragazzo timido, introverso e insicuro, e la sua interpretazione flirta col pubblico perché ci dona l’illusione che anche una persona apparentemente impacciata possa nascondere un potere fantastico che imparerà a dominare. Per come è sceneggiato, il suo potere è un dono non una maledizione. L’esatto contrario di Cyborg. Cyborg vive la sua nuova vita come se dovesse pagare il prezzo di una resurrezione incorporea. E’, infatti, risorto dalla morte per rivivere con una veste robotica, cibernetica ed eroica. Anche Aquaman è insoddisfatto, risente del peso della sua investitura da Re di Atlantide, e si unisce alla lega con più di qualche remora. L’Aquaman di Momoa è un eroe indomito e indomabile, schietto e possente, ma dietro la sua scorza coriacea e cinica nasconde l’orgoglio nell’essere sovrano di un reame acquatico e di far parte di una compagine di eroi.

Solitudine, malcontento, frustrazione, voglia di cercare il proprio posto in un mondo che necessita di eroi, sono solo una parte degli stati d’animo e dei desideri che accomunano i supereroi della lega della giustizia. Nei loro caratteri diversi sono riscontrabili più similitudini di quanto parrebbe superficialmente. Persino l’evento religioso e sovrannaturale della resurrezione, vissuto da Cyborg, si verifica nuovamente con Superman, quando egli verrà riportato in vita dagli eroi della Justice League. Le vicende e le sensazioni emotive vissute dai supereroi finiscono per dipanare un analogo e ingarbugliato intreccio. “Justice League” è la progressione, nonché l’evoluzione intima, di un manipolo di eroi. Questi eroi, prima ancora di divenire una compagnia indivisibile, ritrovano la propria identità grazie al rapportarsi tra loro.

Ed è con Superman e Wonder Woman che la Justice League scova i suoi emblemi carnali, le ideologie personificate e ispiratrici che tanto stava ricercando. Clark e Diana vengono caricati di una virtù trascendentale, perché incarnano le fattezze del dio uomo e della dea donna. Il ritorno dell’ultimo figlio di Krypton rappresenta lo schiudersi di una nuova alba, avvenuto dopo un “crepuscolare tramonto” che aveva ceduto il passo alla notte più buia. Gal Gadot con la sua Wonder Woman illumina lo schermo con la delicatezza di un volto bellissimo, con la grazia, il coraggio e la benevolenza di un’icona elegante, elevandosi al rango di eroina-simbolo più sfavillante della Justice League.

  • Conclusioni

“Justice League” è un valente e piacevolissimo Cinecomic, che incespica soltanto in poche pecche. Discutibile e lacunosa è la caratterizzazione del cattivo di turno. L’antagonista Steppenwolf è privo di carisma, non ha intriganti motivazioni dietro il suo oscuro agire, se non quelle d’annientare l’Umanità. Egli risulta, pertanto, mortificato a discapito di un’attenzione dedicata, e più che ben eseguita, agli eroi protagonisti. Le due ore di visione scorrono via con rapidità, tuttavia, si avverte distintamente il taglio di alcune scene che avrebbero reso il film ancor più avvincente. Sarà lecito attendersi una versione estesa con l’uscita del formato Blu-ray.

Justice League” diverte ed emoziona con una storia lineare, con adrenaliniche scene d’azione ma soprattutto con un’ottima caratterizzazione dei personaggi. “Justice League” è un film che vuol rammentare l’importanza di credere negli eroi, e quanto essi siano importanti nel reggere sulle loro possenti spalle il peso della configurazione della speranza, di un’ispirazione che possa rincuorare l’animo timoroso degli uomini soli. Un fardello che può piegare il corpo di un solo supereroe, non se questi è supportato, nel reggere tale vincolo, da altrettanti supereroi. E’ questa la Justice League, la solida fratellanza che fa la differenza e ne costituisce la forza; è questa l’unione ispiratrice.

Quella che ristora l’animo degli scrittori, come accade sul finale a Lois Lane, e li invita a comporre ancora un altro pezzo, le cui parole vengono intrise nell’inchiostro e scritte coi sentimenti.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Undi, Mike, Dustin, Lucas e Will ritratti da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La nostalgia è una cosa strana. Non è un sentimento vero e proprio, è uno stato d’animo che alberga sopito nella nostra sfera intima e che reca in sé un certo desiderio, un rimpianto per qualcuno o qualcosa a noi caro. E quando si ridesta, tocca le corde più profonde del nostro cuore, le travolge con un tale turbinio di sentimenti da giungere persino a celebrare una sorta di vacuità. E’ quasi un’avvertenza emotiva, dovuta al desiderio di ritrovare ciò che arreca quello stato di nostalgica insofferenza. Sembra strano, ma la nostalgia è materia, è corpo, e si configura nell’aspetto di una persona o di un luogo a noi tanto cari che non rivediamo da tempo. E’ anche oggetto, perché la memoria di un piccolo giocattolo che tenevamo in mano da bambini ci rammenta teneramente l’attimo, l’istante più dolce di un percorso lontano, candido e sognante; è altresì sensazione, respiro, battito accelerato, reso tale da una forte emozione, ma è soprattutto “atmosfera”. La nostalgia quando si plasma all’atmosfera perde consistenza, fino a divenire invisibile, astratta, impalpabile al tatto ma toccabile con la levità di un ricordo bellissimo. La nostalgia, sebbene arrechi una lieve tristezza, è il bacio malinconico di una carenza, che rievoca la felicità di una letizia vissuta. E’ come se fosse una finestra spalancata sulle esperienze più dolci della nostra vita, le quali, proprio perché trascorse, vengono gravate di un peso ancor più accentuato dalla nostalgia.

Gli anni ’80 sono stati un decennio “mitico”, quando per divertirsi bastava un pallone o una bambola, quando si giocava in strada con gli amici, senza cellulari, privi di google, internet e social network. Erano gli anni delle cabine telefoniche e dei gettoni, degli apparecchi stereo e dei videoregistratori.  Per i ragazzi italiani, gli anni ’80 erano quelli delle 500 lire e delle schede telefoniche custodite negli scomparti del portafogli. Gli ’80 erano gli anni del grande cinema di fantascienza, dei lungometraggi impregnati di magia, passione, amore, del candido fantasy e del lieto fine, ma, soprattutto, erano gli anni dell’originalità, del coraggio e dell’audacia autoriale. Due decadi mitiche, intrise di nostalgica riverenza, d’ammirazione per tutti coloro che in quegli anni continuavano a lasciare sonnecchiare la loro infanzia su di un letto di nostalgici ricordi custoditi tra lenzuola di seta.

Ma quella nostalgia, la nostalgia di un tempo trascorso, di uno stile, di un’atmosfera riconoscibilissima, possiede una peculiarità che la rende unica. Può essere provata anche da chi non ha propriamente vissuto quegli anni. Semplicemente osservando con attenzione, con una partecipazione emotiva più che razionale, le fotografie ma soprattutto il cinema ambientato in quel determinato periodo, si può apprezzare così tanto quel tempo da sentirsi parte integrante di esso, e provare, forse ingenuamente, un senso di nostalgia per non aver vissuto propriamente quei lustri. Forse per le passioni che abbiamo sviluppato siamo tutti figli degli anni ’80, anche coloro che, come il sottoscritto, appartengono alla generazione immediatamente successiva ma altrettanto nostalgica: i primi anni ’90. Ma io gli anni ’80 li ho vissuti, in un certo senso, attraverso l’occhio cinematografico di molti registi: con il fantasy di Ron Howard, mi sono innamorato di una sirena dai ricci capelli d’oro di nome Madison (Daryl Hannah); e Madison con Allen (Tom Hanks) ha vissuto un amore tanto profondo da vivere ancora oggi nelle profondità del mare, nei pressi di un castello regale. Grazie a Zemeckis, ho fatto amicizia con un coniglio dalle grandi orecchie chiamato Roger, con Donner ho ammirato l’amore tra un cavaliere e una dama, tra un lupo e un falco, e seguendo le volontà di un autore come George Lucas, ho sconfitto l’Impero Galattico e restaurato la Repubblica. Erano gli anni ’80, i meravigliosi anni ’80!

Oggi viviamo nell’epoca dei molesti remake, degli improbabili reboot, insomma, delle riproposizioni maniacali. Si attinge a quei magici anni per riportare in auge vecchie glorie, classici che hanno raggiunto lo status di culto. Molti remake pescano dagli anni ’80, in un vago ed esecrabile tentativo d’imitarne l’atmosfera, deturpando, tuttavia, l’unicità dell’originale, impareggiabile nei cuori degli spettatori. Nell’era delle riproposizioni al cinema, sul piccolo schermo, forse l’attuale frontiera della settima arte, giunge “Stranger Things”.

Dal connubio amoroso tra nostalgia e malinconia, viene partorito “Stranger Things”, un’ode al passato, un carme ossequiale alla magia degli anni ’80, un elogio passionale a un periodo oramai trascorso. “Stranger Things” è tributo, non remake. E’ omaggio, non reboot. Se gran parte delle altre produzioni attorno a “Stranger Things” guardano il passato come un’usurpativa miniera d’oro da cui poter trarre i medesimi simboli e rimodellarli in un 2017 povero di idee, “Stranger Things” volge il proprio sguardo rispettoso e contemplativo al periodo, e si lancia verso gli anni ‘80, come a volerli raggiungere. In questo salto nel tempo, in questo tuffo nel passato, la serie porge la mano ai propri spettatori, esortandoli a seguirla. “Stranger Things” è una storia nuova, immersa in un contesto già visto. E’ l’innovazione che porge la guancia al classicismo.

“Stranger Things” è la letizia d’esser nostalgici, un po’ come la malinconia è la felicità d’essere tristi, come scriveva Victor Hugo. E’ una prosa elegiaca che ci ricorda l’infanzia, una fase intensa della nostra vita che nelle rimembranze del nostro passato genera un acutizzarsi della nostalgia. Quando guardiamo questa serie televisiva torniamo bambini, in un processo empatico che porta ad accomunarci a Undi, Mike, Dustin, Lucas e Will, quasi fino a sostituirci ad essi. I protagonisti di “Stranger Things” sono bambini, e si comportano come tali. Sebbene vengano coinvolti in eventi di natura sovrannaturale, fantastica e fantascientifica, non smettono mai d’essere fanciulli, e di interpretare tutto ciò che li circonda con sguardo avventuroso e sognante. La freschezza di questo particolare quartetto di amici, a cui poi si aggiungerà una ragazzina dagli straordinari poteri telecinetici e telepatici, è il nucleo della storia. Una storia che di fatto assume le sembianze di una partita giocata intorno a un tavolo. Una sfida a “Dungeons and Dragons” nella quale un imprevisto, il palesarsi di un mostro d’immaginifica natura, può comportare una battuta d’arresto nella progressione del gioco e obbligare i giocatori a escogitare una risoluzione pertinente per fermare quella minaccia.

“Stranger Things” è una fuga in bicicletta con gli amici su nastri d’asfalto pieni zeppi di pericoli pronti a stanarci alla prossima curva.  La serie televisiva è una reviviscenza, e ci ricorda quanto improvvisamente l’innocenza possa essere scossa e turbata da un evento che cambierà per sempre la vita. Da piccoli bambini, i protagonisti vengono investiti da una situazione difficoltosa che li farà affacciare alla durezza dell’età adulta. Ma il tutto viene affrontato senza mai discostarsi dalla spensieratezza tipica della giovane età. E’ questa la chiave interpretativa dell’opera: inscenare un mondo forse spaventoso ma sconfitto dall’allegria e dalla spontaneità dei bambini. Una gioia che non dovrebbe essere mai persa durante la crescita.

Il serial è un madrigale commemorativo all’infanzia, e trasforma la nostalgia in una fonte di sviluppo mutevole, il carburante per una storia semplice ma fantasticamente coinvolgente. Che i remake o i reboot prendano esempio dalla serie per comprendere come si possa attingere dal passato senza il bisogno di tirare fuori dalle vetrine espositive personaggi da museo, d’ammirare e ricordare soltanto per le loro originarie imprese, perché ben radicati nel nostro immaginario collettivo. “Stranger Things” insegna come si possa rendere gloria al passato senza intaccarlo, e lo fa seguendo uno stile narrativo attinente al cinema fantascientifico di quegli anni, bellissimo, immediato e diretto. I colpi di scena all’interno della serie non sono frequenti, la progressione non è articolata, è tutto lineare e magico, fantasioso e intrigante, esattamente come fosse un prodotto forgiato dagli anni ’80.

E da quella doppia decade fioccano citazioni, menzioni e rimandi. “Stranger Things” è un componimento musicale scritto da un musicista che volge le proprie arie melodiche alla meraviglia invivibile di un passato reso vivibile nell’attimo presente. E’ la sinfonia n°80, intonata da un’orchestra che dà prova di sé, e fa risuonare, dall’equilibrio melodico degli strumenti, un suono vivido, melanconicamente mesto però energico. E in quest’aria sinfonica “Stranger Things” muta in una sorta di macchina del tempo, alimentata dal fluidificare di un flusso canalizzatore che sospinge la serie fino a farle raggiungere la velocità di 88 miglia all’ora, per poi tornare indietro… in un passato che ha l’aria di un “contemporaneo presente”. Sempre udendo una così dolce sinfonia possiamo notare come Mike, Dustin, Lucas e Will divengono i quattro Ghostbusters, muniti di zaini protonici e trappole da acchiappafantasmi. Ecco che il demogorgone si configura in un Alien mostruoso che uccide senza remore e con un’efferatezza inaudita le sue povere vittime; e ancora, “gli uomini cattivi” del governo, che danno la caccia alla piccola Undi, si tramutano negli uomini dal volto imperscrutabile che predano il piccolo “E.T.”. E in tutto questo, Sean Astin fa ritorno per risolvere le situazioni più gravose, così come faceva nella sua infanzia quando risolse gli enigmi più intricati con i suoi Goonies. Ma “Stranger Things” è ancora la storia di un legame, di una connessione forte, sentimentale tra Mike e Undi. Se Spielberg nel 1982 aveva immortalato la tenera amicizia, sorta in un contesto fiabesco, tra Elliott e il piccolo “E.T.”, “Stranger Things” trae ispirazione dal grande cineasta per eternare l’incontro, l’affetto e l’amore nato tra Mike e la misteriosa Undi. Un affetto sbocciato nella diversità, ma che si accresce proprio nella reciproca fiducia e nel rapportarsi tra due mondi: quello “comune” qual è quello di Mike, e quello tormentato e sofferente della ragazzina.

Ognuno ascoltando tale sinfonia può rimirare soggettivamente i personaggi di quegli anni che più ama, le meraviglie di un cinema prezioso. “Stranger Things” è, inoltre, l’affettuosità di una madre (Winona Ryder) che vuol proteggere a tutti i costi suo figlio, ma anche la premura di un padre (David Harbour) che vuol prendersi cura di una figlia adottiva. Età adulta e età giovanile si intersecano vicendevolmente in un’interazione conoscitiva che porta i grandi a essere compresi dai piccoli e viceversa. L’intero telefilm è un’interconnessione tra la maturità e la giovinezza. La dualità si ripete costantemente, la serie riguarda, per l’appunto, anche due realtà. Il sottosopra minaccia di sovrapporsi al nostro piano esistenziale, nel tentativo di rovesciare la realtà che noi conosciamo.

E’ un costante intrecciarsi. La sinfonia di una musica tanto nostalgica si interseca alla nostra musica contemporanea; la modernità è una fase transitoria in cui la novità artistica non è che un’illusione. E se fossimo intrappolati in una sorta di stasi del sottosopra, e la bella realtà cinematografica e televisiva si trovasse solo nel passato?

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"La mia Africa” è un film del genere drammatico, biografico diretto da Sydney Pollack nel 1985, con Meryl Streep, Robert Redford e Klaus Maria Brandauer. Altri interpreti sono: Michael Cough, Malick Bowens, Kenneth Mason, Mike Bugara, Muriel Cross, Graham Crowden, Suzanna Hamilton, Job jeda, Rachel Kempson, Stephen Kinvaniui, Michael Kitchen, Joseph Thiaka, Mohammed Umar, Leslie Phillips, Shane Rimmer, Donal McCann.

La pellicola è ispirata all’omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen anche se presenta alcune discrepanze rispetto al testo della scrittrice.

Nel 1913, all’approssimarsi della Grande Guerra, una giovane donna danese, Karen Dinesen, parte per il Kenya per raggiungere e sposare il fratello del suo amante, un certo barone Bror Blixen, basandosi sul loro rapporto di grande amicizia ma anche sugli obiettivi comuni, primo fra tutti la conduzione di una fattoria per la produzione di latte nel continente africano. Durante il viaggio ha l’occasione di conoscere Denys Finch Hatton, un cacciatore che ha scelto di passare la sua vita immerso nella natura e a contatto con gli abitanti del luogo.

Giunta alla fattoria, scopre con grande delusione, che il marito ha invece intrapreso la coltivazione del caffè, cosa non adatta a quelle altitudini rappresentate dall’altopiano N’gon. Resta il fatto però che col trascorrere dei giorni, Karen si lega sempre di più alla sua fattoria, ai domestici, ai contadini che curano la piantagione, così come al clima e agli scorci mozzafiato. Con il passare del tempo il rapporto tra i due comincia a incrinarsi fino al progressivo disfacimento del loro matrimonio. Quindi Karen inizia a frequentare il cacciatore Denys Finch Hatton, conosciuto tempo prima, e finisce per innamorarsene. I due vivranno un’intensa storia d’amore fuori dal comune che segnerà per sempre le loro vite.

“La mia Africa” rimane sempre una storia d’amore senza tempo, resa vivida e palpitante dalla suggestività dei luoghi, in un ambiente magico e fortemente espressivo. Al cospetto di una natura primitiva, in spazi che si perdono a vista d’occhio, tra suoni e profumi della foresta, tra leoni e ippopotami, tra gazzelle e giraffe, Karen e Denys sviluppano i loro sensi fino a cercare un precario equilibrio tra legge della natura ed eleganza. E’ così che Karen diviene la cacciatrice e Denys la preda irraggiungibile, sempre in movimento prima nei safari poi in volo col suo biplano giallo. La sola occasione in cui Karen acchiappa la sua preda è quando lega il suo uomo con il laccio rappresentato dalle parole che scaturiscono dalla Shahrazad de “Le mille e una notte”.

Nel film viene evidenziata la distanza che intercorre tra il mondo dei colonizzatori e quello degli indigeni. In effetti gli stessi nativi africani diventano prede difficili da raggiungere, legati come sono alle proprie tradizioni e alle loro credenze, e quindi è insperabile che un colonialismo, anche sfrenato, possa sottometterli. Denys è l’unico a non imporre un modello europeo, anzi cerca egli stesso di far aderire la sua mentalità a quella africana, mettendo da parte luoghi comuni e ostacoli culturali.

A molti anni di distanza dalla sua uscita nelle sale, “La mia Africa” resta un grande film dal carattere prettamente sentimentale, capace di affascinare ancora oggi. Fra i vari personaggi, a fare breccia nel cuore e nella mente dello spettatore c’è la meravigliosa Meryl Streep, che dà forma, voce e anima a una donna dal carattere forte, ma anche tanto carente d’affetto. Attraverso i suoi occhi che sono gli stessi di chi ha scritto il romanzo possiamo rivedere riflesse le figure di due uomini diversi caratterialmente ed esteticamente, ma simili nell’incapacità di perseverare nella medesima situazione.

La mia Africa” non è solamente una tormentata storia d’amore, ma è soprattutto un monito per superare ostacoli mentali, per poter giungere a sentirsi liberi dai vincoli e dai legami della società.

Un finale non di certo scontato e dalla forte presa emotiva. Una pellicola a cui si deve riconoscere il merito d’aver fatto sognare chiunque l’abbia vista, ammirata, gustata appieno. Un film capace di raggiungere le corde più intime della nostra anima.

Il film ha conquistato nel 1986 ben sette Premi Oscar, come Miglior film, Migliore regia, Migliore sceneggiatura non originale, Migliore fotografia, Migliore scenografia, Miglior sonoro, Miglior colonna sonora, e altre quattro Nomination. Sempre nello stesso anno ha ottenuto tre Golden Globe come Miglior film drammatico, Miglior attore non protagonista, Miglior colonna sonora, e tre Nomination. Ancora nel 1986 vinse il Davide di Donatello come Miglior film straniero e come Miglior attrice straniera, e si aggiudicò ben quattro Nomination. Nel 1987 si è aggiudicato tre Premi Bafta, come Migliore sceneggiatura non originale, Migliore fotografia e Miglior sonoro, e quattro Nomination. Non si contano inoltre gli innumerevoli Premi ottenuti dal film sia in Europa che in America.

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Gli studi Amazon hanno firmato un contratto di assoluta rilevanza con la Tolkien Estate and Trust, la HarperCollins e la New Line Cinema per acquistare i diritti de "Il Signore degli Anelli", così da poter trasporre la mitologia fantasy di Tolkien in una serie televisiva.

La serie tv, secondo quanto appreso nel comunicato ufficiale emanato, riporterà in scena il meraviglioso mondo nato dalla fantasia e dalla penna di J.R.R.Tolkien, e si concentrerà inizialmente sulla trasposizione di storie precedenti la formazione della Compagnia dell’Anello. Una scelta intelligente e ben ponderata dai produttori e dagli artisti di Amazon, i quali sono ben coscienti di quanto possa risultare scomodo un immediato paragone con la trilogia cinematografica capolavoro di Peter Jackson.

E' stata un'operazione costosissima, la cifra per ottenere i soli diritti dell'opera si  aggira intorno ai 200 milioni di dollari.

Con il compimento di un'operazione del genere, Amazon comincia a far sognare i fan delle opere di Tolkien, i quali bramano nuovi imponenti e spettacolari adattamenti delle storie meno conosciute, ma ugualmente avvincenti, del mondo di Arda e della Terra di mezzo.

Redazione: CineHunters

E' l'annuncio che ha scosso il week-end di tutti i fan della galassia lontana lontana. Rian Johnson è già al lavoro per la Lucasfilm e la Disney a una quarta trilogia di "Star Wars". Questi tre nuovi episodi saranno slegati dalla saga degli Skywalker, che verrà presumibilmente conclusa con l'episodio IX, e andranno a esplorare nuovi mondi dell'universo creato da George Lucas.

Nuovi personaggi, nuove ambientazioni e nuove avventure ci attenderanno nel prossimo futuro. Ad occuparsene sarà proprio Johnson, al timone di questo straordinario progetto. Un vero onore per un fan di Guerre Stellari, e del regista e creatore George Lucas, come lui. Ma non è finita qui: c'è, inoltre, l'intenzione di produrre e realizzare una serie televisiva in live action basata sull'universo di Star Wars.

Nel frattempo, l'attesa per l'episodio VIII, "Gli ultimi Jedi", diretto proprio da Johnson, sta per concludersi.

Redazione: CineHunters

Madison (Daryl Hannah) ritratta da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Da un’imbarcazione che solca le acque di un mare tranquillo si odono risuonare musiche estrose. In quei frangenti, sul pontile, una festa si sta consumando all’insegna di danze sfrenate. Poca grazia c’è in quei balli, tanto è invece il divertimento che accompagna i passi istintivi, ritmati dalla esuberanza trascinante del brio musicale. E’ un giorno d’estate. Per nulla quel momento di gala attrae l’interesse del piccolo Allen. E’ lo scosciare dei marosi ad attirare la sua attenzione. Egli si sofferma per qualche istante ad osservare il mare dalla ringhiera della nave. Tutto intorno a lui ha assunto una tonalità tra il grigio e il marrone. E’ come se il pigmento estratto dalla sacca di difesa della seppia di mare fosse stato “spruzzato” sulla totalità della visione, per rimarcare un effetto velato, nostalgico, trascorso. E’, altresì, come se i colori appartenenti al regno del mare avvolgessero il piccolo, come se egli si dovesse “allontanare” dal regno terrestre per farsi avviluppare dai colori marini. Incontenibile è il fascino di quelle acque, il bambino, di sua stessa volontà, decide così di gettarsi tra le onde.

Il fanciullo “sprofonda” appena al di sotto della superficie, i suoi occhi sono aperti ma non traggono disturbo alcuno dalla salsedine. Il suo volto indugia in uno spontaneo sorriso, quello che non aveva quando si trovava sul ponte del traghetto e manteneva un’espressione corrucciata. Sorride perché ha intravisto una figura di bambina affiorata dagli abissi.

I due piccoli, persi tra i loro sguardi, hanno un breve contatto, sfiorandosi le mani. Non è che la letizia di un momento! Un uomo si è tuffato in mare e ha già tratto in salvo il bambino, restituendolo all’affetto dei genitori, rimasti a bordo sconvolti ed attoniti. La piccola non è stata notata da nessuno, soltanto Allen continua a guardarla senza sosta quando ella emerge dallo spicchio d’acqua col suo candido visino. La bambina scoppia a piangere, e fatica a contenere i singhiozzii. Le lacrime che le scendono giù per gote si mescolano alle gocce d’acqua salata che le sono rimaste “aggrappate” all’epidermide. Quando la nave si allontanerà spedita, la piccola scomparirà nelle profondità marine, nuotando con la sua coda pinnata.

Quella che ho appena descritto è la sequenza iniziale di una fiaba d’amore. “Splash – Una sirena a Manhattan” è il suo titolo.  “Splash” è una parola onomatopeica, e ci rimanda a un particolare suono, al rumore di un tonfo prodotto da un corpo che cade in un liquido. Quando Allen fu sedotto dalla meraviglia dei fluttui, si gettò in mare, generando appunto uno “splash”. “Splash – Una sirena a Manhattan” è una fiaba innescata dalla scintilla di un colpo di fulmine, di un primo amore destinato a perdurare nell’animo di due innamorati come unico e assoluto sentimento che batte nel loro cuore. Quei brevi istanti vissuti dai due bambini furono eterei attimi d’idillio nei quali scoprirono l’amore più puro, quello esternato nella corrispondenza di uno sguardo inseparabile e nella risposta tutta racchiusa in un sorriso. Una gioia che in pochi attimi ha lasciato il posto alla tristezza, all’amarezza di un abbandono. I due si perdono, separati dal tempo ma ancor di più dalla distanza abissale dei due regni, il terrestre e il marino.

“Splash” è una favola d’arte filmica risalente al 1984. Si tratta di un’opera incantevole, pervasa da magia, diretta da un giovane “autore” come Ron Howard. I due protagonisti ebbero le fattezze di Tom Hanks e Daryl Hannah, che interpretarono le anime inscindibili di Allen e della sua amata sirena.

“Splash” è anzitutto la storia di una crescita fisica, di una maturazione emotiva e caratteriale avvenuta nella sopportazione di una profonda “mancanza”. La prima parte è la celebrazione di un ricordo, di un breve avvenimento che ha conservato la valenza di un momento felice e indimenticabile. Quei pochi istanti tra le ondate valgono più di tanti giorni vissuti insieme nella separazione. E’ un elogio alla bellezza e all’importanza di un momento condiviso nell’innamoramento istantaneo che rende il tempo relativo. La vita stessa, molto spesso, è fatta da frangenti che si consumano con troppa velocità ma che, per quanto emozionanti, hanno il potere d’essere evocativi e imperituri. “Splash” è inoltre voglia e desiderio di dare, una volta cresciuti, sollievo a un senso d’assenza, di annullarlo con il ritrovamento di ciò che arreca questo stato emotivo di vacuità.

Sono trascorsi vent’anni da quel fatidico giorno. Il color seppia si è sbiadito con la stessa rapidità di un colpo di coda, e i colori sgargianti della città sono visibili ovunque la camera decida di puntare il proprio occhio. Allen è proprietario di un piccolo commercio di frutta e verdura insieme al corpulento fratello Freddie (John Candy). Freddie è d’indole allegra e giocosa, Allen è invece spesso triste e malinconico, avverte che qualcosa manca da sempre nella sua vita, anche se non riesce a spiegarsi cosa possa essere. L’ultima delle sue ragazze lo ha lasciato, colpevole di non averle mai detto di amarla. Allen ammette confidenzialmente al fratello di credere che qualcosa non funzioni nel suo “cuore”, come se non riuscisse mai davvero a innamorarsi delle ragazze che incontra. Riguardo quel famoso giorno, egli possiede un ricordo cristallino ma al contempo indistinto: rammenta la letizia provata quando scorse quella piccola figura femminile ma anche l’agonia di quel brusco distacco. Intuiamo che Allen ha un rapporto speciale con il mare, ama osservarlo e camminare lungo la spiaggia, soffermandosi ad ascoltare il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli o che si disperdono lungo la riva. Allen, tuttavia, non sa nuotare. Abbattuto dai suoi fallimenti privati, decide, una notte, di recarsi sulla spiaggia di Cape Cod per rivedere lo stesso tratto di mare in cui un tempo cadde. Per uno strano scherzo del destino, vive quasi la medesima avventura: cade accidentalmente in mare da un natante e perde i sensi. Si risveglia al sicuro sulla costa e scopre di essere stato tratto in salvo da una donna. E’ una ragazza bellissima: lunghi e folti capelli dorati le cingono il viso angelico, le scendono poi giù fin lungo la schiena, mentre sul davanti proseguono fino a coprirle a malapena il seno. Ella gli va incontro, mostrandosi completamente nuda, lo bacia teneramente e poi corre via verso il mare. Una volta tra le onde, la ragazza si rivelerà essere una sirena dalla coda rossa.

La splendida creatura raccoglie dal fondale il portafogli dell’uomo, e reggendolo in mano nuota fino alle profondità marine, alla volta dei resti di un vascello affondato. All’interno di quel relitto la sirena tiene raccolte alcune mappe dove scopre il luogo in cui vive Allen, risalendo al suo indirizzo per mezzo dei dati riportati sui documenti rinvenuti nel portafogli. La fanciulla nuota con la sua coda pinnata sino alla metropoli in cerca del quartiere di Manhattan. Una volta fuori dall’acqua la coda sparisce, ed ella appare semplicemente come una donna meravigliosa. Ella avanza completamente nuda tra la gente, ai piedi della Statua della Libertà, come se si fosse palesata dalla spuma del mare e dal soffio del vento. E’ incapace di comunicare quando viene scortata dalla polizia che le offre i vestiti per coprirsi, e si limita solamente a mostrare i documenti di Allen. Quando la polizia chiamerà l’uomo, egli si precipiterà con la sua auto a tutta velocità per riabbracciarla. Nel momento in cui la donna lo vedrà, anche se non sarà in grado di dialogare, esprimerà comunque tutta la sua gioia nell’averlo ritrovato.

L’incontro tra i due innamorati in età adulta rimarca lievemente il primo incontro tra la sirenetta e il principe nella fiaba di Hans Christian Andersen. Nel racconto di Andersen, la giovane sirena viene attratta in superficie dalle melodie provenienti da un veliero su cui sono in atto dei festeggiamenti. Improvvisamente una terribile tempesta travolge il bastimento e il principe cade in mare preda dei marosi. E’ la sirena a salvarlo e a condurlo a terra. La creatura del mare resta, in seguito, ad osservare il corpo provato dell’uomo, rasserenando il suo spirito inquieto cantando per lui con la sua voce melodiosa. Il principe, al suo risveglio, non fa in tempo a “ghermire” con i suoi occhi l’immagine della sirena, ma conserverà nel cuore il ricordo della sua voce soave. Ella, invece, che lo ha veduto più volte, se ne innamora perdutamente. In “Splash – Una sirena a Manhattan” il richiamo alla sirena che salva l’umano indifeso e lo trae in salvo viene rivisitato in un contesto moderno, dove l’epica di un salvataggio compiuto durante una bufera in mare, viene sostituita dalla dolcezza e dallo stupore di un secondo-primo incontro. La sirena per vent’anni ha continuato a nuotare tra le acque di quel preciso braccio di mare, senza mai migrare in altri lidi, come se attendesse, nell’inesorabile speranza, di ritrovare il bambino cresciuto. Allen, dal canto suo, persiste a conservare un rapporto attrattivo nei confronti di Cape Cod. Separati dagli anni e da mondi tanto diversi, siffatti di terra e acqua cristallina, Allen e la sirena si sono finalmente ritrovati.

La sirena non ha allietato il sonno protratto dallo svenimento dell’uomo con il suo canto, ella lo ha osservato a distanza, riconoscendo nella sua maturità il bambino che vide quando non era che una piccola sirena-bambina anche lei. Nell’opera di Howard, l’uomo mira la sirena nella sua corporalità da umana: quand’ella calca il terreno, la sua coda sparisce, venendo sostituita da due gambe esili e levigate, bianche e delicate. Nella fiaba di Andersen, la sirena è costretta a tollerare un dolore lancinante, una sofferenza persistente pur di poter camminare sul suolo dei mortali. Non vi è sacrificio nella trasformazione della sirena di Daryl Hannah, vi è una trasfigurazione del tutto naturale. Ella può temporaneamente sottrarsi al suo regno marino e assumere completamente l’aspetto di una donna comune. Dove si insinua, dunque, la problematica di quest’amore tra due anime risalenti a mondi diversi? Nella difficoltà dello spazio che essi occupano e nel tempo di cui essi possono disporre: la sirena può restare lontana dall’acqua soltanto per sei giorni. Quando la luna piena si staglierà nel cielo della notte sarà costretta a tornare in mare.

La sirena nasconde il segreto sulla sua provenienza e sulla sua vera natura all’amato. Ella si esprime inizialmente soltanto a gesti ma, dopo aver guardato la televisione per qualche ora, impara a conoscere il linguaggio degli uomini. La lingua del mare è inascoltabile nel mondo degli umani, tant’è che in una delle sequenze più divertenti del lungometraggio, quando Allen chiederà alla donna di rivelarle il suo vero nome, ella emetterà uno strano vocalizzo che “distruggerà” ogni elettrodomestico del centro commerciale. Durante una delle loro passeggiate, la donna chiede ad Allen di assegnarle un nome; ma sarà lei stessa a scegliere “Madison”, letto su un’insegna in un vicolo di “Madison Avenue”. Se la lingua delle creature del mare appare inudibile, anche il canto della sirena non si potrà ascoltare all’interno della pellicola. La sirena di Daryl Hannah non canta mai, non usufruisce del suo potere incantatore, come se non volesse che sia la sua melliflua voce a soggiogare in modo del tutto involontario l’attrazione dell’amato. L’innamoramento tra i due è incondizionato e totalmente spontaneo.

Tra Allen e Madison scoppia la passione. “Splash – Una sirena a Manhattan” sebbene sia strutturata come una sognante fiaba romantica, non rinuncia affatto a inscenare l’amore fisico, passionale, eccitante e incontenibile. Il sensuale e raffinato erotismo dell’opera viene accentuato dalla sinuosità di Daryl Hannah immortalata come giovane, prosperosa e bellissima: le sue forme parzialmente celate dalle punte dei suoi capelli dorati, e lo splendore del suo corpo scultoreo sono state catturate in uno splendido gioco di “vedo-non vedo” per conferire alla sfera sensuale della storia una caratura elegante ma al contempo piccante, in cui l’eros è mescolato alla tenerezza.

Madison viene presentata come una anticipazione leggiadra e sensuale di una futura Ariel, ritratta nella sua bellezza sciolta e svestita. Tante sono le scene in cui Allan e Madison consumano il loro amore con sempre maggiore trasporto, anche negli spazi più disparati dell’abitazione.

Madison regala ad Allen un’imponente fontana, fatta trovare nel soggiorno della loro casa. La fontana è sovrastata dalla raffigurazione di una splendida sirena bronzea da cui sgorga acqua limpida. E’ una delle scene più dolci e commoventi del film, impregnata di un simbolismo che richiama l’arte scultorea rappresentante una sirena: Madison, in quel pegno, immortala se stessa, la sua vera essenza fisica e intima, e ne fa dono ad Allen. E’ un messaggio carico di significato, fatto veicolare attraverso il potere sostanziale di un’opera d’arte. La sirena della scultura domina su di un piccolo laghetto circolare formato dallo scorrere dell’acqua circostante. Viene così mantenuto il rapporto tra l’acqua preziosa (il mare) e la terra (la dimora in cui si trova adesso la statua). Madison, simbolicamente, immagina una convivenza tra il suo essere sirena e il suo appartenere al regno dell’acqua, con la possibilità d’essere anche una donna e restare sulla terraferma, appunto la casa che adesso entrambi condividono.

La New York filmata da Howard e che circonda scenograficamente i due innamorati nelle loro passeggiate mano nella mano è una città luminosa, caotica, linda, piena di gente e di coppie innamorate, e sembra rispecchiare gli stati emotivi provati dai due protagonisti. La sequenza sul lago ghiacciato in cui Allen osserva Madison danzare con una grazia celestiale, lei da sempre abituata a nuotare in acqua e non certo a ballare su di essa, è colma di puro lirismo e anticipa il momento in cui Allen chiederà a Madison di sposarlo. E’ qui che si spezzerà l’armonia e sorgeranno le difficolta che caratterizzeranno la parte conclusiva dell’opera: Madison non può restare nella metropoli e quindi si allontanerà, rifiutando la proposta fattale e gettando Allen in un rabbioso sconforto. New York, a quel punto, muta improvvisamente in una città spettrale, come se riflettesse l’animo e l’ansietà della sirena, quando Madison scruta il mare e prende la decisione di rinunciare a ciò che è pur di restare con Allen.

Ma se dapprima è Madison ad essere pronta a desistere dalla sua vita precedente, infine, sarà Allen a rinnegare i suoi trascorsi con la vita “urbana”. “Splash – Una sirena a Manhattan” è una fiaba che analizza le rinunce, i sacrifici dettati da un amore profondo come la vastità dell’oceano, e lo fa sempre con leggerezza, con grande simpatia, con sensibilità ma anche con fermezza, mescolando la vena sognante di un fantasy con le difficoltà della vita vera.

La situazione precipita quando Walter Kornbluth, uno scienziato, che spia con occhio vigile e minaccioso la coppia perché consapevole della vera identità di Madison, riuscirà a rendere pubblica la vera natura della donna. Gli scienziati “rapiscono” Madison e la sottopongono a test e studi in un laboratorio segreto. Allen resta inizialmente sconvolto e intimidito dalla scoperta ma, spronato dal fratello Freddie, che gli rammenta la felicità provata quando era vicino a Madison, e aiutato proprio dallo sfortunato Kornbluth, pentito di ciò che ha fatto, trova il modo di intrufolarsi nel Museo di Storia Naturale e di portare via la sua amata. Allen e Madison vengono così inseguiti dai militari fino alle banchine del porto di New York. Madison, prima di tuffarsi in mare, ricorda ad Allen l’episodio che condivisero da fanciulli e gli rivela che lei altri non è che la medesima sirena che vide quando era bambino. Allen si getta in mare, e si ricongiunge, tra i flutti, alla sua Madison.

Allen ha sempre avvertito un senso d’inquietudine, di insofferenza nei confronti della realtà circostante, sin da quando era un fanciullo. Se mi soffermo a pensare ancora una volta alla meravigliosa fiaba di Hans Christian Andersen non posso che rammentare l’insoddisfazione della giovane Sirenetta, la quale tanto voleva conoscere il mondo degli uomini e restare vicina al suo amato principe sulla terra. In “Splash” accade un qualcosa di similare ma al contempo diverso: Allen, contrariamente, vuol conoscere il regno del mare per restare accanto alla sua Madison, ed è deciso, sul finale, ad abbandonare un mondo che mai lo aveva fatto sentire parte integrante di esso.  Madison si configura così non soltanto come la metà che completa l’animo dell’uomo ma anche come la risposta vera, carnale, tangibile di un bisogno, di una lacuna riempibile nella profondità di quei suoi occhi verde chiaro, che viene per incanto colmata dalla sua presenza. L’acqua, invece, diviene filtro, portale di consistenza fluida da poter varcare per scoprire un ecosistema nuovo in cui vivere beatamente.

E’ difficile da spiegare ciò che lega Allen a Madison, un sentimento forte, imperituro, sbocciato   sin dall’infanzia e che li rende indivisibili. E’ come se, rivisitando il passo del “Simposio” di Platone raccontato da Aristofane, Madison e Allen fossero figure mitologiche di uomo e sirena, ispirate alle due anime del mito degli androgini. Tali anime nel momento in cui vengono separate, non fanno altro che ricercarsi, riuscendo a riempiere il vuoto della loro disgiunzione solo quando riusciranno a ritrovarsi. La particolarità della fiaba “Splash – Una sirena a Manhattan” è che, in vero, i due corpi che dovrebbero accomunare le due metà sono dissimili: Allen è un uomo, e Madison è, per sua natura, una sirena. Ma non solo, i due corpi concernono due spazi esistenziali diversificati. “Splash” è un elogio all’amore che supera ogni forma esistenziale di diversità, anzi, è proprio l’innamoramento a nascere per le vicendevoli differenze estetiche tra uomo e donna, compiendosi nello sposalizio tra la terra e il mare, e che ha la sua apoteosi nella scelta di un solo piano esistenziale in cui poter vivere insieme. L’amore di Madison è dunque “trasporto” verso una nuova vita, in un altrettanto nuovo mondo, il raggiungimento della felicità.

Il lieto fine è l’esaltazione di un sogno divenuto realtà, della fantasia che flette la tangibilità al proprio volere, la ragionevolezza piegata all’incanto. E’ la forza dirompente e “stregata” di un fantastico amore che congiunge Allen e Madison e permette al protagonista di respirare sott’acqua. Tutto quanto intorno ad Allen e Madison comincia a tingersi di blu.

Se la fiaba cinematografica si apriva con un color seppia che tinteggiava la totalità della proiezione, sul finale, un blu cobalto, il colore degli abissi, “affoga” l’interezza della camera immersa in acqua, mentre Allen e Madison raggiungono il fondale e ammirano un castello regale. E’ il finale che la Sirena di Andersen avrebbe desiderato per se stessa, quello di poter vivere nel castello che, a differenza dell’altro, sorgeva sulla riviera. “Splash” elargisce alla sua sirena un finale felice, che la Sirenetta di Andersen mancò. Allen e Madison coroneranno il loro sogno, la compiutezza delle loro vite in una realtà sommersa, parecchie leghe sotto il livello del mare.

“Splash – Una sirena a Manhattan” è un’opera fantastica, meravigliosa, una rarissima perla nera celata all’interno di una conchiglia che la custodisce come uno scrigno. Colonie di coralli bianchi sorreggono questo “trono naturale” che innalza la conchiglia, posta ai piedi del castello attorno al quale Madison e Allen nuotano felici, in una notte stellata priva di stelle ma con gorghi acquosi di un azzurro intenso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

La trama di “Batman Arkham City” si sviluppò secondo la precisa direttiva d’esplorare le potenzialità di un’esperienza videoludica nuova, che si basasse su un’irrinunciabile concezione risalente al primo capitolo, “Batman Arkham Asylum”. Tale prerogativa, basilare nel concept della storia, prevedeva infatti che il videogiocatore venisse calato in una realtà virtuale in terza persona, che poneva il personaggio giocabile in una storyline che lo vedeva agire in solitaria. Batman è da sempre l’eccellenza dell’eroe solitario. Sebbene venga affiancato da una serie di affascinanti alleati, come Robin, Batgirl, Nightwing e Oracle, l’uomo-pipistrello è l’archetipo del vigilante sfuggente, introverso e misantropo. In “Batman Arkham Asylum” il crociato incappucciato agiva in solitudine, e soltanto la voce di Oracle, udibile tramite comunicazione radio, ravvivava la sua silenziosa e isolata missione. In “Arkham City” avverrà lo stesso, questa volta però sarà la voce del fedele Aflred ad interloquire con lui.

L’elemento che poneva Batman in solitaria, in uno spazio circoscritto e insidioso quale poteva essere il manicomio di Arkham, caduto preda del dominio degli internati, era essenziale nel mettere in scena l’alone drammatico di un eroe che si trovava costretto a sopravvivere e a riportare ordine in un mondo rovesciato dalla follia del Joker. Batman era l’incarnazione della ragione che respirava come alito di vita in un luogo in cui la pazzia criminale aveva prosperato. Da questa idea prolificò la trama di un sequel che potesse vedere Batman a fronteggiare da solo i suoi letali nemici.

Il videogioco “Batman Arkham City” venne distribuito l’11 ottobre del 2011 ed è ambientato subito dopo gli eventi del primo. Quincy Sharp, ex direttore del Manicomio di Arkham, dopo essere stato eletto sindaco di Gotham City, elabora e avalla un progetto che prevede la costruzione di mura ciclopiche che possano proteggere la parte più vecchia e mal ridotta della città di Gotham. Questa costruzione serve a svuotare il manicomio di Arkham e la prigione di Blackgate da ogni detenuto, che verrà in seguito trasferito in quella parte di città, trasformatasi in una sorta di gigantesca prigione cittadina ribattezzata Arkham City. Nelle intenzioni di Sharp, tutti i criminali dovranno essere deportati fin laggiù e abbandonati all’interno di quelle mura, dove ad ogni scoccare dell’ora prestabilita, gli elicotteri sorvoleranno il perimetro e sganceranno razioni di cibo. La città di Gotham, spogliata dal crimine, sarà al sicuro in quanto Arkham City verrà sorvegliata costantemente da guardie d’elité che impediranno ogni tentativo di fuga.

Tra i maggiori contestatori di una pratica così rischiosa e immorale c’è il miliardario Bruce Wayne che dà via a una costosa propaganda politica per opporsi alla realizzazione di Arkham City. Purtroppo gli appelli del ricco magnate non avranno esiti positivi e la grande città-prigione vedrà presto la luce. Quando Wayne verrà rapito e condotto all’interno della città, egli non potrà che farsi strada tra i pericoli di Arkham City vestendo l’armatura di Batman.

Batman, oltre a voler riportare ancora una volta l’ordine in un mondo piegato al caos totale, deve, allo stesso tempo, stare in guardia dalle minacce che la città criminale potrà arrecare a Gotham. Il Joker, malato e prossimo a morire, mira infatti a salvarsi disperatamente con una cura che Mr. Freeze sta studiando per lui, e per assicurarsi la collaborazione di Batman, ha minacciato di contagiare col proprio sangue gli ignari pazienti di Gotham. La situazione si complica ancor di più quando Batman viene infettato dal sangue del clown, rischiando anch’egli di morire. In questa corsa contro il tempo per trovare l’antidoto, l’uomo-pipistrello dovrà altresì fermare Hugo Strange, psichiatra truce e sadico che conosce la sua vera identità ed è in combutta con l’immortale Ra's al ghul, il quale mira a fare una strage ad Arkham City.

Il secondo capitolo della saga di Arkham propone una storia innovativa che accresce gli scenari di gioco raddoppiandone la grandezza. Il mondo virtuale da esplorare non è più limitato ai confini dell’isola di Arkham, ma il giocatore può muoversi liberamente in un’intera città. Batman si muove sfruttando la rapidità del proprio rampino, il quale gli permette di scalare i piani più alti dei palazzi e avanzare di zona in zona. I quartieri brulicano di malavitosi armati di armi da taglio e da fuoco che spesso possono cogliere Batman in gruppo e circondarlo. Il giocatore dovrà sfruttare appieno l’abilità estrema di Batman nel combattimento corpo a corpo per respingere le orde violente che mirano ad ucciderlo. Muovendosi per tutta la città, il giocatore potrà inoltre imbattersi in diverse missioni secondarie che aumenteranno le ore di gioco, oltre a poter ricercare i trofei e svelare gli enigmi lasciati dall’enigmista e sparsi per tutta Arkham City. Durante la progressione del gioco, il player otterrà diversi upgrade che potranno essere utilizzati per migliorare le prestazioni da combattente di Batman, potenziare la sfera difensiva della sua armatura e sbloccare tecniche e abilità segrete.

“Arkham City” è un videogioco realizzato come avventura singola destinata alla capacità di ogni giocatore di potersi immedesimare nell’interazione con Batman. Il crociato incappucciato potrà nuovamente far uso dei suoi straordinari gadget, e la modalità detective è stata ampliata e notevolmente migliorata. Batman avrà la possibilità non soltanto di trovare tracce scientifiche con la visuale della propria maschera ma di raccogliere tutte le prove della scena del crimine con l’analisi ambientale.

La qualità grafica del videogioco è  davvero eccellente, ed essa è stata ulteriormente migliorata nella rimasterizzazione eseguita per la nuova edizione destinata alle console next-generation, come la Playstation 4. Arkham City è una città fredda, desolata, triste, appestata da un’aria fetida che viene alimentata dalla malvagità delle anime che vivono su essa. L’incedere della pioggia che potrà presentarsi di tanto in tanto durante l’avventura, e le zone cittadine in cui cadrà la neve, aiutano il giocatore a calarsi in un contesto suggestivo che esalta il carattere maturo e tenebroso del cavaliere oscuro.

Batman disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quello che colpisce nell’immediatezza è il valore di una trama articolata. L’Arkham City sembra esser sorta dall’ispirazione della grande Mela dell’opera di John Carpenter “1997: fuga da New York”. Nel film di John Carpenter, New York era diventata una città avulsa dal mondo, chiusa da mura che impedivano l’uscita e l’accesso, e in cui vivevano in uno stato di totale anarchia i peggiori criminali d’America. Quello che inquieta ancor di più nell’Arkham City è che il governo di Gotham non opera alcuna differenza nella selezione dei criminali, equiparandoli nei rispettivi crimini. I ladruncoli sono stati rinchiusi e abbandonati a loro stessi con gli psicotici Serial Killer. I più deboli vivono per breve tempo all’interno della città e finiscono per morire di fame o di ipotermia non avendo né cibo né un rifugio in cui ripararsi. Chi vuol cercare di sopravvivere finisce per non avere scelta e divenire un seguace dei malavitosi più potenti. Arkham City è dilaniata da una guerra interna che pone su due fronti gli schieramenti del Joker e quelli del Pinguino che si contendono il dominio totale della città. Ogni ora che passa la sicurezza già precaria di Arkham City viene insidiata dall’arrivo di nuovi pericolosissimi criminali come Due Facce e Mr. Freeze, quest’ultimo che vive nella zona più gelida della città, dove la temperatura scende al di sotto dello 0. Arkham City è un distopico manicomio urbano, in cui la follia non giace più sopita e rinchiusa tra gli spaventosi interni della costruzione dell’isola di Arkham ma si è accresciuta, arrivando ad avviluppare un’intera città.

“Batman Arkham City” è un gioco fantastico e avvincente, una discesa negli abissi della mitologia di Batman e dei suoi villan. Il gioco offre un’analisi etica sul destino degli uomini che vivono in questa città sovversiva, in special modo per la volontà di Ra's al ghul. Il suo folle piano che prevede la distruzione di Arkham City e la morte di tutti i criminali rappresenta l’insano volere di distruggere il male perpetrando altro male. Ra's al ghul vorrebbe epurare la città di Gotham dal crimine e distruggerla per fondare un utopistico centro urbano privo di corruzione. Un volere agognato per un intollerabile senso di onnipotenza che fa sentire questo antagonista come un profeta vendicatore. Batman, una volta guarito, riuscirà a sventare i suoi piani rivoluzionari prima di fronteggiare il Joker.

Il finale, scioccante, avviene all’interno di un vecchio teatro abbandonato, come fosse l’atto finale di un dramma concretizzatosi nell’eterna lotta tra il bene e il male e che adesso volge inaspettatamente all’ultima interpretazione scenica del copione. Il Joker reciterà le sue ultime battute dinanzi ad un solo spettatore: Batman, che assisterà, spiazzato, alla morte della sua nemesi.

“Arkham City” è stato per la Rocksteady il secondo capitolo di una trilogia d’impareggiabile bellezza e profondità nel mondo dei videogiochi. Una crescita ancor più marcata nell’animo di Bruce Wayne, disturbato, avvilito, e per questo ancor più solo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Batman - Il cavaliere oscuro e quel suo lungo inverno" cliccando qui.

Per leggere il nostro articolo "Batman Akrham Asylum - Benvenuti in manicomio" cliccate qui. 

Per leggere il nostro articolo "1997: fuga da New York" cliccate qui.

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: