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“Titanic” – Negli abissi del tempo

"Rose e Jack" - Dipinto di Erminia Giordano per CineHunters

 

  • Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno. (Hermann Hesse)

Nessun passeggero si era intrattenuto in quei locali. Erano tutti fuggiti nel disperato tentativo di trarsi in salvo. Per tutta la sala e attorno alle colonne bianche che svettavano alte giacevano dozzine e dozzine di poltrone vuote. Già, non ve ne era occupata neppure una! Era il 14 aprile del 1912, l’ultima notte del Titanic. Di colpo era avvenuto uno snaturamento nel segmento proravia della nave: quei luoghi, così festosamente gremiti di gente nei giorni antecedenti, erano ora stati evacuati. Una piccola statua raffigurante la dea Artemide e un orologio a sveglia stavano in bella mostra sul camino di marmo in attesa d’essere raggiunti dall’avanzare inesorabile dell’acqua. Il ticchettio dell’orologio era l’unico suono percettibile nella grande sala. In fase di progetto, quella sala, denominata “la stanza di scrittura e lettura”, era appannaggio esclusivo dei passeggeri della prima classe, dove avrebbero potuto godere di un ambiente raffinato e munito di tutti i confort. Si poteva naturalmente ascoltare anche della buona musica e gustare un ottimo tè.  La sala, benché fosse di una sublime bellezza e vantasse un grande arco sostenuto da colonne con capitelli corinzi, perdeva parte della propria magnificenza estetica quando rimaneva “sola”. Le pareti apparivano improvvisamente fredde, non essendo più scaldate dagli accesi sproloqui degli uomini o dai coloriti pettegolezzi di donne d’alto lignaggio. Si guardò attorno sconsolato, Thomas Andrews, l’ingegnere e costruttore del Titanic, quando, nell’opera cinematografica di James Cameron, raccolse l’oriolo posto sul camino dell’ampia sala, aprì il vetro che ne preservava il quadrante e fece roteare le lancette, forse nell’illusione di poter arrestare il tempo o, al contrario, accelerarne il suo corso, nel tentativo disperato di far cessare quella straziante sofferenza a tutti i passeggeri. Andrews abbassò poi il capo e rimase a contemplare il pavimento, mentre l’acqua già invadeva la sala. Quando il lato di prua del transatlantico si inclinò, la sala subì le nefaste conseguenze: le poltrone iniziarono a cadere giù e a sbattere contro i pannelli divisori della stanza. Anche l’oriolo cadde sul pavimento e si frantumò. Il tempo registrato fino a quel momento di colpo si arrestò. Da prezioso artificio dell’ingegno umano, atto a seguire lo scorrere dell’attimo, l’oriolo diviene un artefatto, il testimone di uno squarcio nel tempo. Pur essendo fermo, un orologio riesce a segnare l’ora giusta due volte ogni giorno. E in egual modo continuano a farlo gli orologi a pendolo, quelli da taschino, e le sveglie andate perdute sul fondale oceanico. Ancora oggi, due volte nelle ventiquattr’ore, quegli strumenti, seppur inceppati, segnano l’ora esatta; l’ora in cui per il transatlantico il tempo si fermò per sempre.

E’ pronta a tornare sul Titanic?” - E’ la domanda che Brock Lovett rivolge a un’anziana Rose poco prima che la donna inizi a narrare il proprio trascorso. Per la protagonista tornare sul Titanic equivale a riannodare i fili che la legano ad una triste vicenda accaduta ben 84 anni prima. Se fosse così semplice riattivare il rotismo di un orologio con un semplice gesto non esiterebbe un solo istante a farlo; se spostare indietro quelle lancette comportasse un viaggio a ritroso nella dimensione spazio-temporale, non ci penserebbe su due volte. Ma nessun orologio dona al possessore il vero controllo del tempo, non offre che un’illusione. Padroneggiamo la mera osservazione dello scorrere dei secondi, ma non siamo che spettatori di un progredire che fugge dalla nostra gestione. Il cinema cattura una parte comprimibile dell’essenza del tempo, sebbene esso venga ricreato ad arte e reso in maniera fittizia. “Titanic” solca le acque di un tempo dalla duplice natura, che sia reale e illusorio. Gli spettatori restano ad osservare, prigionieri del tempo reale, lo sviluppo di una storia incastonata in un tempo immaginario, che dondola tra la giovinezza di allora e la vecchiaia della contemporaneità. “Titanic” fa del tempo un motore pulsante, che brucia enormi quantità di combustibile e alimenta il moto rotatorio di tre eliche che sospingono l’avanzata della nave. E’ un tempo basato sul vero vissuto: la tragedia del Titanic è conosciuta universalmente dai più, eppure non propriamente compresa se non da chi fu a bordo del bastimento e sopravvisse. “Titanic” fa della ricostruzione storica un demiurgo generante, e dalla storicità vera il film trae beneficio per raccontare una storia romanzata. E’ la coniugazione del tempo vero mescolato al tempo architettato dalla messa in scena. Il lungometraggio oscilla tra il presente narrato e il passato vissuto, e il tempo della narrazione si conforma alla consistenza del tempo veritiero, anzitutto nella sperimentazione della rievocazione di un epoca trascorsa. “Titanic” è la navigazione di un percorso a ritroso che dà lustro e vivezza ai primi anni del Novecento.

La forza dei ricordi rende mirabile un trasporto nell’avvenuto. Ma le reminiscenze non sempre vengono conservate e richiamate alla mente con accurata nitidezza. L’anziana Rose ha centodue anni quando raggiunge il cacciatore di tesori Brock Lovett per raccontare la propria storia. I segni della sua veneranda età si notano solo in una candida sequenza, quando la donna si accinge a presentare la nipote al superficiale cercatore. Come terrà a precisare la ragazza alla nonna, in vero, i due si erano già presentati sul ponte del transatlantico pochi minuti prima. Rose non lo ricordava affatto, nonostante fossero passati solo pochi minuti. Un’incertezza, una beffa mnemonica che mette in guardia i cacciatori in merito alla reale capacità della donna di rammentare ciò che è avvenuto sul Titanic. E’ una memoria, tuttavia, sorprendente quella di Rose, dettagliata, minuziosa, espressa verbalmente senza interruzione alcuna.  Sono un raggrumato scorrere di pensieri, un fluido fiume di parole le reminiscenze che serba. “Titanic” è l’esaltazione del cinema dei ricordi valenti e profondi, eternati e custoditi per essere tramandati.

“Titanic” è la riattivazione di un orologio rimasto fermo, che torna a ticchettare tramite l’influsso del racconto.

10 aprile del 1912. In un locale, nei pressi del porto di Southampton, Jack vince in una partita a poker i biglietti per la terza classe del transatlantico Titanic, prossimo alla partenza verso l’America. “Non gingillarti, Jack, il tempo non aspetta i ritardatari!” Il proprietario del locale tiene ad avvisare il protagonista, “il Titanic va in America…e fra cinque minuti”. Con la mano l’uomo indica un grosso orologio appeso al muro dimostrando di aver ragione. Mancano poco meno di cinque minuti alla partenza. Ancor prima dell’inizio del viaggio, il tempo si palesa sotto forma di strumento laconico e imparziale, distaccato e inespressivo. L’orologio sovrasta lo sguardo del giovane e lo mette in allarme. Si dipana, da quell’istante, una prima fuga per giungere all’appuntamento col destino, all’incontro con Rose.

  • “Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l'ho scordato.” (Walter Whitman)

Il tempo computato da un congegno torna a materializzarsi di tanto in tanto. Se ne resta inerte sullo sfondo della scena, come fosse un elemento decorativo. L’orologio più presente sulla scena è di forma circolare, ed è incassato nella parete prospicente la grande scalinata della prima classe, ornata di fiori e foglie di bronzo. Mentre aspetta che Rose lo raggiunga, Jack scruta silente quell’orologio con la quiete di chi interpreta il tempo concessogli come un dono, apprezzandone ogni flebile cambiamento. Possono solo pochi giorni compendiare un sentimento tanto profondo e assumere un peso che non potrà essere bilanciato neppure negli anni restanti?

Il tempo, riscontrabile nella rapidità con cui un istante cede il passo al successivo, è ineffabile ma al contempo catturabile. Un momento può essere acciuffato, fatto proprio, ghermito con la rapidità di un battito di ciglia. E’ un fenomeno che avviene nell’isolamento e nell’avulsione soggettiva da ciò che circonda. Accade così che i nostri sensi vengono acuiti da un solo soggetto, tale che il sospiro di Rose possa venire udito distintamente, come se i restanti frastuoni non sfiorino l’orecchio di chi non vuole ascoltare. La smorfia compiaciuta di un volto, il particolare della fossetta formatasi sulla gota durante l’esternazione di un sorriso, il dettaglio di una ciocca di capelli rossi arricciati da una giravolta: nell’innamoramento tra Jack e Rose il tempo si comprime e il credo di dare consistenza ad ogni singolo giorno si piega all’idea di dare importanza ad ogni attimo che, conformato ai successivi, rifinisce la forma cristallina di un ricordo.

Quello tra Jack e Rose è un amore smisurato come l’immensità di un cielo stellato in una calda notte d’agosto. La volta celeste stessa è soggetta al mutamento, al passaggio graduale dal giorno alla notte, dettato dal tempo che passa. In una scena esclusa dal montaggio finale, al calar della sera, Jack e Rose si soffermano ad osservare il firmamento sconfinato. Ne segue una breve riflessione sulla minutezza dell’uomo al cospetto dell’universo. Si avverte, per una frazione di secondo, la percezione d’essere piccoli, piegati alla meraviglia imperscrutabile dell’infinito. I due riescono a vedere una stella cadente. Jack rivela a Rose ciò che un vecchio adagio del padre recitava, ovvero che ogni stella che cade è un’anima che lascia la Terra e vola in paradiso.

Così l’uomo risulta ancora inerme se posto dinanzi alla maestosa presenza impalpabile del tempo. Una notte sul Titanic vola via come verso cantato al cielo, come parole portate via dal vento, un po’ come avviene in quella fredda notte con le rime canticchiate dai due innamorati nel brano “Come Josephine In My Flying Machine”.

Ma il tempo è inclemente, e viene rappresentato nuovamente nel film non più con l’immagine di un orologio, ma con l’azione crepuscolare di un tramonto. Il sole illumina per l’ultima volta la prua della nave, e in quell’addio costituito dagli ultimi bagliori di un raggio che sta per morire all’orizzonte, Jack e Rose si baciano per la prima volta, sgretolando la consistenza dei secondi.

Il Titanic stesso col proprio tragico trascorso ha abbattuto le barriere del tempo storico. L’amore, scritto e interpretato nell’opera di Cameron, è un amore concepito per non durare a lungo. Ma è nella consistenza di quei pochi giorni che si instaura un fervore celato nell’animo. Rose fa dell’ideologia del suo primo amore un’ispirazione che possa guidare, per i successivi 84 anni, il suo spirito inquieto. Conseguentemente l’essenza effimera delle ore, trasfigurata nell’ispirazione ideologica, diviene tempo imperituro, e nel ricordo si adempie una forma d’eterea e impalpabile immortalità.

  • “L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quelle che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente”. (Leonardo Da Vinci)

Tempo realmente vissuto e tempo propriamente inscenato si intrecciano in una narrazione filmica ad ampio respiro. I giovani innamorati Jack e Rose si contrappongono ai coniugi Straus, vissuti realmente e periti insieme durante l’inabissamento del Titanic. Sono due coppie accomunate da un legame profondo e indivisibile ma tanto distinte. Isidor e Ida Straus nel kolossal compaiono solo in un breve frangente, distesi sul letto della loro cabina, stretti in un abbraccio quando la loro camera viene invasa dall’acqua. Durante le operazioni di salvataggio, Ida ebbe la possibilità di salire a bordo di una scialuppa che era prossima ad essere ammainata ma si rifiutò di lasciare il marito. I due attesero la fine della loro vita così come avevano vissuto: insieme. Tra Jack, Rose e i coniugi Straus può esistere una comparazione analitica in merito al tempo concesso in una vita di comunanza. Fu un’esistenza vissuta con pienezza per i due sposi, quella di Jack e Rose, invece, fu una separazione immantinente, troncata nella giovinezza. Jack e Rose non invecchieranno insieme, non trascorreranno il tempo terreno nella reciproca vicinanza. E’ l’inclemente giudizio pronunciato e compiuto dal giudice del fato.

Nel movimento perpetuo dei marosi dell’Atlantico si configura la metafora di un tempo in divenire, che accelera il proprio sviluppo per giungere a conclusione. Le acque gelide dell’oceano parevano così remote, prima d’invadere gli scomparti della nave. Il mare, filtro di un mondo sommerso, è per Cameron anche strumento di morte. Sebbene l’uomo cerchi d’imporsi sulla natura essa è regolata dalle leggi del creato, dalle quali è impensabile prescindere. L’ultima volta che l’orologio del grande salone viene inquadrato dalla cinepresa, la massa d’acqua è salita sino all’altezza del quadrante che segna le 2:15.

Mancano soltanto cinque minuti al definitivo tracollo della nave e al conseguente fermo del tempo.  In quell’addio tra le onde, alla morte di Jack, si disperde il tempo presente. Rose smarrisce in quei fluttui il frammento più palpitante del suo cuore, e da quel giorno, ogni progressione della vita futura sarà dettata dall’ispirazione di un credo carpito nel momento passato.

  • “Sogna come se dovessi vivere per sempre, vivi come se dovessi morire oggi”.

“Titanic”, come ho scritto, è la celebrazione di un ricordo, inteso non soltanto in senso lato, ma come testimonianza di una vita perduta. Nulla può catturare l’incanto di un gesto come può fare un ricordo conservato e raccontato per far prendere coscienza a chi ascolta della bellezza di un periodo ormai andato. La fotografia può immortalare un atto, la scrittura glorificare un evento, ma nel ricordo personale si può compendiare con emozione un volto, una voce, una personalità, una vita. Attraverso le proprie parole, Rose porta a compimento la propria questione in sospeso, l’ultimo passo della propria vita: restituire il ritratto di un uomo scomparso. E solo lei poteva farlo, perché era la sola ad averlo a cuore, e nel racconto della propria esperienza gli ha reso la facoltà di poter essere tramandato.

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì

 

Gli orologi del Titanic, così come tutti gli altri strumenti per misurare lo scorrere del tempo, riposano da quella tragica notte sul fondale buio e sabbioso dell’oceano, fermi a segnare le 2:20. Come saranno oramai? Saranno arrugginiti, ricoperti da microrganismi, oppure schiacciati dall’enorme pressione, come fossero orologi dipinti da Dalì, molli, pendenti e scivolosi, cosparsi dell’austerità del tempo perduto. Gli orologi sono freddi calcolatori che però non possono nulla se confrontati alla persistenza della memoria della donna protagonista, che dà spessore, colore, forma, splendore e straziante dolore a un ricordo vissuto nella fugacità di un tempo soggettivo e, per tale ragione, incalcolabile.

Adempiuta l’ultima volontà di Rose sulla Terra, giunge il momento della ricongiunzione. La volta celeste, colma di stelle luminose, può lasciarne cadere una, la più tardiva, così che un’anima possa prendere il suo posto nel paradiso. E’ l’allegoria conclusiva di un richiamo: è Jack che reclama Rose per il raggiungimento di un tempo senza tempo. Nell’ultimo sogno di Rose, la donna torna nelle profondità degli abissi dell’oceano così come del tempo, e nella paradisiaca nave traghettatrice di anime la meraviglia originaria degli ambienti torna a materializzarsi sotto i nostri occhi.

Il finale di “Titanic” è, a mio dire, paragonabile ad alcuni toccanti passi finali delle fiabe di Hans Christian Andersen. Come accaduto per Jack e Rose non è nella vita terrena che si è potuto vivere un amore tanto intenso, un concetto, quest’ultimo, preminente nelle fiabe dello scrittore danese, nelle quali l’amore non vissuto completamente sulla Terra, essendo immortale, trova compimento nella vita dopo la morte. Jack e Rose si rincontrano nella dimensione metafisica, dove il tempo e lo spazio cedono il passo all’etereo. L’uomo attende, come un tenace soldatino di stagno che resta pazientemente in piedi da più di ottant’anni ad aspettare la donna amata, una ballerina che rapì il suo cuore con un passo di danza in terza classe. Quando si volta, l’orologio alle spalle di Jack segna ancora le 2:20. E’ l’ultima apparizione di un tempo interrotto. Un orario non più riscontrabile, posto là dove la giovinezza non svanisce mai, dove l’amore può albergare per sempre e dove ogni singolo giorno è reso eterno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Titanic negli abissi del tempo" è l'ultimo capitolo dei nostri articoli sull'opera cinematografica e sulla tragedia del Transatlantico. Potete leggere tutti i nostri articoli su "Titanic" cliccando ai seguenti link:

"Recensione e analisi: Titanic - 1997"

"I simbolismi di Titanic - 1997"

"Un'anima dell'oceano - L'affondamento del Titanic tra cinema e realtà"

"Speciali di cinema - Con gli occhi di James Cameron"

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