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Recensione e analisi (con SPOILER) “La forma dell’acqua” (The Shape of Water) – E’ stata la bella a salvare la bestia!

Elisa e la creatura - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

  • Principessa negli abissi

Come dovrei cominciare a raccontarvi questa storia? Per prima cosa, dovrei porgervi la mano, cari lettori, e una volta afferrata vorrei invitarvi a seguirmi. Vi suggerirei di mantenere la calma e di fare un bel respiro profondo, perché di lì a breve dovrete essere pronti a lasciarvi andare. Supponete d’essere in cima ad un’altura, che volge a strapiombo sul mare. Da lassù, dovremmo raccogliere tutto il dovuto coraggio per compiere quel salto prodigioso. Un tuffo tra le acque! Perché “La forma dell’acqua” è una caduta vertiginosa da un immaginario trampolino posto sulla vetta più alta di un massiccio roccioso che si affaccia su un mare senza confini. Una volta acquisito il coraggio di gettarsi da una simile altezza, ne deriva un precipitare vorticoso in grado di far emergere un turbinio d’emozioni che vanno ad assumere aspetto e forma nell’acqua, in quell’acqua salmastra che raggiungeremo al termine del nostro sprofondare.

Inizia sotto la superficie dell’acqua il film, e la camera si muove tra le pareti di una casa inondata, nelle stanze di un “regno” sommerso. I mobili e le sedie restano come sospesi nel vuoto. Sembra galleggino ma in effetti stanno pian piano per toccare il fondo. La scena di apertura de “La forma dell’acqua” somiglia ad un quadro di Dalì, in cui la tela cattura e immobilizza con marcato surrealismo la visione onirica di una realtà sospesa.

Tra gli oggetti che si muovono, dondolati dai fluttui, s’intravede la sagoma di una donna dormiente, cullata anch’ella dalla corrente, che finisce il suo lento ma inesorabile precipitare proprio su di un soffice divano su cui si adagia e si distende. D’un tratto l’acqua sparisce, il mare tutto intorno si dissolve, e questa casa, che pareva essere la dimora della principessa di un regno sommerso uscito dalle fiabe, diviene una casa come un’altra. Dall’acqua si è così passati alla terraferma, da un illusorio scenario marino siamo giunti ad un qualunque spazio terrestre.

La donna in questione si è appena svegliata. A Baltimora, è una mattina del 1962. Ci troviamo in piena Guerra Fredda. Elisa (Sally Hawkins), la nostra meravigliosa protagonista, è una donna affetta da mutismo, che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo americano in cui si effettuano esperimenti segreti. Un bel giorno al laboratorio viene portata una cisterna piena d’acqua, nella quale è tenuta prigioniera una strana creatura anfibia, dall'aspetto pressoché umanoide. La creatura è stata scoperta in Amazzonia e quindi catturata, proprio dove gli indigeni la veneravano come fosse un dio sceso in terra e che vive tra le acque. Elisa, nei giorni successivi, comincia a relazionarsi in gran segreto con la creatura, avvicinandosi alla vasca nella quale è rinchiusa. La donna, inaspettatamente, si innamora perdutamente dell’essere e decide di salvarlo dalle perfide e violente angherie del colonello Strickland (Michael Shannon), che ha l’ordine di uccidere e vivisezionare l’uomo-anfibio.

  • Tra realtà e fantasia

“La forma dell’acqua” è un film incastonato tra la fantasia sognante e la realtà aspra e cruda. Come accaduto per “Il labirinto del fauno”, Del Toro dà vita ad un’opera dai toni fiabescamente poetici, modellati in un mondo chiaro, definito e vero, ma conseguenzialmente, duro e malvagio. Alla figura dei due innamorati, così diversi nell’aspetto eppure così simili nelle volontà, entrambi sofferenti e soli, candidi ma ugualmente forti, indomabili e “selvaggi” nelle loro voglie di libertà e d’affermazione, si contrappone la figura del colonnello Strickland, uomo crudele, meschino, intollerante ed efferato assassino. Il lungometraggio oscilla quindi, continuamente, da una vena fantastica, romanticamente intellegibile, tersa, passionale e sensibilmente erotica ad un’altra vena spiccatamente violenta, bassa e sordida, a tratti anche volgare e cruenta. Durante lo scorrere del film, qualche breve scena esageratamente brutale o tipicamente spinta darà l’impressione d’essere fuori contesto, gratuita se non addirittura inopportuna, come fosse estrapolata da un altro lungometraggio e inserita prepotentemente in quest’ultimo. E’ la fantasia che fa i conti con la dura realtà.

“The shape of water” è un film d’amore, un’opera che cerca di abbattere le barriere, e che vuol narrare il destino di due insoliti innamorati. Il tema della diversità viene accentuato, oltre che dalla differenziazione estetica che intercorre tra la donna e il mostro, dal costante alone di razzismo, d’apatia e di diffidenza, riscontrabile come un’avviluppante esalazione velenosa nell’epoca in cui il film è ambientato. Il mal celato senso di superiorità, riservato nei confronti delle persone di colore, che emana l’antagonista Strickland calca, per l’appunto, questo tema che risulta ancora oggi tristemente attuale. Il razzismo continua, purtroppo, ad essere una grave piaga del mondo contemporaneo.

Il film di Del Toro non è originale e neppure rivoluzionario. A tratti vi sembrerà di vedere una storia semplice, se non addirittura prevedibile, e lo svolgimento richiamerà uno schema strutturale già visto e, dunque, ben consolidato. Persino alcuni personaggi vi daranno l’idea d’essere scritti con più di qualche stereotipo. E ancora, al termine della visione, 13 nomination all’Oscar vi potranno sembrare un po’ eccessive. Se vi aspettate di vedere un’opera filmica innovativa e che narri qualcosa di mai narrato prima, resterete alquanto delusi. Qualcuno potrà, con insolenza, obiettare che Del Toro ha inscenato un sentimentalismo spicciolo. Ma “La forma dell’acqua” è, secondo me, emozione pura, a volte scontata altre piacevolmente inaspettata e coinvolgente. E’ un film fatto con amore, è la completa realizzazione di un artista che ha inserito in questo lavoro un frammento del proprio cuore, del proprio vissuto e del proprio sognato.

(Potete leggere il nostro articolo "Quello che più ci accomuna - Il mostro della laguna neracliccando qui. )

  • Dal Gill-Man ad Abe Sapiens

“La forma dell’acqua” rivisita, per certi versi, un classico del passato: “Il mostro della laguna nera”. La creatura ha i caratteri somatici del tutto somiglianti a quelli del celebre Gill-Man, il mostro che viveva in una sperduta laguna, formatasi dalle acque del Rio delle Amazzoni, mai perlustrata dall’uomo. Il Gill-Man, nel cult del 1954, si innamora della bella Kay Lawrence (Julie Adams) e desidera ardentemente rapirla e tenerla con sé nei pressi di una caverna che sorge vicino alla laguna. Del Toro racconta una storia, solo in minima parte, ispirata al classico della Universal, incentrata sulla remota eventualità che la donna possa ricambiare il sentimento della creatura, quest’ultima non più rappresentata come violenta ma quieta, doma e amorevolmente devota alla compagna dall’aspetto umano.

Personalmente, osservando le sembianze della creatura de “La forma dell’acqua” riesco ad intravedere con chiarezza, nascosti sotto quella patina d’inganno estetico, i lineamenti inconfondibili dell’attore Doug Jones. Definirli “inconfondibili” è magari una forzatura o forse questo aggettivo è da me intenzionalmente usato proprio in maniera ironica e candidamente beffarda. Doug Jones è un attore che ha prestato il proprio volto a dozzine di film a carattere fantasy e fantascientifico eppure, nonostante i suoi lineamenti siano così nitidi per chi ha imparato a seguire e ad apprezzare la sua carriera, in pochi riescono a riconoscerlo. Non si può certo affermare che ci si trovi difronte a dei tratti inconfondibili, dunque. Questo perché è un attore del tutto particolare: Doug Jones è l’interprete per antonomasia dei “mostri” moderni. Che sia un grande film o un semplice episodio di una serie televisiva di genere fantastico, se c’è un mostro dall’aspetto, per così dire, “inconsueto” state pur certi che dietro quegli innumerevoli strati di trucco si celerà il volto di Doug Jones. Egli è un attore eccezionale, che esprime ogni impercettibile emozione con un’invidiabile espressività, sebbene proprio le sue manifestazioni permangano sempre coperte da “maschere” di creature nate dalla fantasia più sferzante. E’ questo il suo grande talento, riuscire a trasmettere emozioni senza farsi vedere per com’è realmente, e infondere valore a un gesto e a una movenza espressi rispettivamente con la mano palmata o con l’andatura dinoccolata di un anfibio-umanoide che si muove sulla terraferma. Ebbene, guardando attentamente il volto di Jones occultato sotto vari strati di trucco, ho intravisto il volto di Abe. Come dite?! Chi sarebbe questo Abe? Abraham Sapiens, naturalmente, un’altra creatura anfibia dalla pelle squamosa e bluastra interpretata da Doug Jones in “Hellboy” ed “Hellboy – The Golden Army”, due film che recano sempre la firma di Guillermo Del Toro.

Anche Abe era ghiotto di uova, esattamente come la creatura de “La forma dell’acqua”, e come quest’ultima, anche Abe era dotato di poteri incredibili. Dilatando la sua mano palmata, Abe poteva sentire ciò che sfuggiva ai sensi dei comuni mortali. Nel silenzio, in quell’eloquente comunicazione tacita, in ciò che la parola non diceva e che la vista ignorava, con il tocco delle sue mani Abe poteva avvertire l’emozione altrui. Leggerla come fossero frasi scritte su di un foglio bianco. Un potere, questo, che avrebbe aiutato ancor di più Elisa a far sapere alla creatura ciò che provava per lei. Elisa è muta, non può comunicare con le parole, e il “mostro” non capirebbe ciò che nella lingua umana appare alle volte così facilmente comprensibile. I due sono separati da un’apparente incomunicabilità, se non confidassero nell’importanza dei gesti, dei segni, degli sguardi corrisposti, delle sensazioni, e delle meraviglie di un tocco. La creatura de “La forma dell’acqua” è anch’essa dotata di poteri, forse non del tutto simili a quelli di Abe, nondimeno, somiglia ugualmente a quell’essere, come se Doug Jones avesse trasposto in questa sua ultima interpretazione una parte del primo personaggio. Abe riusciva a carpire il sentimento con un lieve tocco, chissà se anche la creatura, una volta accostata la propria mano a quella di Elisa, riesca a tradurre in un significato, per lui cristallino, le sensazioni che la donna ha cominciato a sentire per lui.

  • La voce del mare

Elisa è muta, non può parlare anche se in un momento particolare il suo spirito vorrebbe urlare a squarciagola ciò che altrimenti impiegherebbe troppo tempo a manifestare con i segni. Sarà la musica, il canto, il sogno immaginifico di un ballo a darle la possibilità di mostrare apertamente tutto quello che serba nel suo cuore. Ogni storia che si rispetti tra una bella e una bestia possiede un momento magico di pura estasi amorosa, che trova linfa vitale nell’azione reciproca di un passo di danza. Sulle note di una dolce melodia, la bella e la bestia della Walt Disney danzavano in un’ampia sala affrescata dalla mano d’impareggiabili artisti. Il soffitto, vivo e pulsante come un cielo punteggiato di stelle, mostrava sagome di angioletti che si muovono e dall’alto osservano, come spettatori seduti sui posti privilegiati del firmamento, i due innamorati, Belle e la bestia, nell’atto di danzare. Era il capolavoro del 1991. Ancora, nel “King Kong” di Peter Jackson, su una lastra di ghiaccio, al lago di Central Park, l’enorme creatura danzava reggendo nel palmo della sua mano la bellissima e adorata Ann Darrow.

(Per leggere il nostro articolo "La bella e la bestia - 1991" cliccate qui. )

Del Toro riprende il momento della danza, e su di un accenno di palcoscenico, la creatura ed Elisa, improvvisamente, iniziano a ballare, con passi lenti ed armoniosi, alternati ad altri rapidi e scattanti. La donna canta, intona i versi del proprio madrigale, lei che non poteva parlare ma che, colma d’amore, è riuscita solo per qualche istante ad esprimersi con il linguaggio universale della musica. Quello tra Elisa e la creatura è un amore insolito che sboccia nella corrispondenza empatica: soli, prigionieri di un mondo che sembra non appartenere loro, si innamorano vicendevolmente perché entrambi tendono a completarsi in quanto anime solitarie e separate, le quali, soltanto adesso che si sono ritrovate si sentono veramente complete.

Ma se in “King Kong” la bestia combatteva per la sua Ann e moriva per lei, ne “La forma dell’acqua” di Del Toro, sarà la bella a salvare la creatura. In “King Kong” un arcano adagio recitava “Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella, e la bella fermò la bestia che da quel giorno in poi fu come morta”. Quando il colossale gorilla morirà sulla cima dell’Empire State Building, alcuni diranno che furono i biplani dell’esercito ad uccidere King Kong, ma verranno tristemente smentiti: è stata la bella ad uccidere la bestia. Consumato dall’amore impossibile per lei, King Kong si lascerà morire. Ne “La forma dell’acqua”, sul finire delle vicende, una volta liberata la creatura dal laboratorio che la teneva prigioniera e condottala sulle banchine, si potrà certamente affermare che in questa storia si è verificato l’esatto contrario: è stata la bella…a salvare la bestia.

(Potete leggere il nostro articolo "King Kong - Quand'ecco che la bestia vide in volto la bella..." cliccando qui. )

“La forma dell’acqua”, pur inscenando concetti già trattati nel cinema passato, come la diversità e l’amore impossibile nonché proibito, e l’emarginazione sociale, analizza con accuratezza, con grazia e con vivida sensibilità le precedenti tematiche elencate, infondendo in esse un tocco personale, così da far divenire questo film cinema in tutte le sue forme: in altre parole, arte allo stato puro. L’amore, l’accettazione della diversità, in quanto risorsa e non ostacolo, agognare l’annullamento dell’insano razzismo sono tutte tematiche già ampiamente trattate e mai divenute banali: un po’ come l’acqua, un bene prezioso, comune, spesso dato per scontato, un bene vitale a cui dobbiamo dare sempre un valore essenziale. L’acqua non ha forma propria, assume quella del recipiente che la contiene. In egual modo l’arte, la quale nasce senza forma, assume le intenzioni dell’artista che la plasma. E ancora come l’amore, che vive astrattamente e si incarna nelle forme e nelle anime corporee di due innamorati, che nuotano al di sotto dello specchio d’acqua restando abbracciati.

La creatura ha anch’essa salvato la bella e la tiene a sé, tra le sue braccia. Una scena che personalmente mi ha rievocato alla mente una sequenza di uno dei film da me più amati: “Spash – Una sirena a Manhattan”. Sul finale, Alan (Tom Hanks), tuffatosi in acqua per ricongiungersi alla sua amata Madison (Daryl Hannah), la sirena, giace privo di sensi, come fosse prossimo a morire perché incapace di nuotare. Ma sarà lei, col suo bacio, a riportarlo in vita e a permettergli di respirare sott’acqua. Una magia riprodotta ne “La forma dell’acqua”, in cui il bacio della creatura risveglierà dalla morte Elisa, che d’ora in poi potrà vivere con l’amato tra le onde. Elisa non dovrà più sentire il suono delle parole declamate dalle persone, quelle stesse parole che lei non poteva in alcun modo pronunciare. Ascolterà soltanto il rumore del mare, il suo canto, il fragore delle sue onde, il volere delle sue parole custodite nella salsedine.

(Per leggere il nostro articolo "Terra di seppia, mare blu cobalto: Splash - Una sirena a Manhattan" cliccate qui. )

  • Come Cenerentola…

Nella sequenza che mostra la creatura e Elisa nuotare abbracciati tra le acque, si intravede una scarpa scivolata via dal piede della donna che si inabissa sempre più, fino a scomparire nelle profondità del mare. Non sarà più recuperata, né servirà ad un principe per cercare colei a cui quella scarpetta appartiene. La creatura porterà Elisa con sé, e staranno insieme. Vivranno per sempre felici e contenti, come in una fiaba. E il finale, secondo il mio parere, si potrà collegare alla scena iniziale, in cui la casa di Elisa sarà tra le onde, perché è laggiù che vivrà la sua vita futura, come la principessa di un racconto fiabesco, come Cenerentola, come una dama degli abissi o una regina senza voce.

La fantasia ha avuto il sopravvento sulla realtà. E’ questo il più bel messaggio dell’opera di Guillermo Del Toro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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