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Il Ladro – La grande paura di Hitchcock!

Christopher Emmanuel Balestrero, detto Manny, suona il contrabbasso in un club di New York: è felicemente sposato ed è padre di due bambini. Il solo problema della famigliola è la difficoltà d’arrivare a fine mese. Un giorno Manny si reca negli uffici dell’assicurazione per avere un anticipo sulla polizza della moglie, Rose, in quanto la stessa dovrà sottoporsi a delle cure dentistiche. In quei locali viene riconosciuto da alcune impiegate come la persona che tempo prima aveva effettuato una rapina. Il riconoscimento viene segnalato agli agenti di polizia i quali si appostano sotto casa, lo arrestano e lo conducono al più vicino commissariato, senza peraltro concedergli d’avvisare la moglie di quanto stava accadendo. Da qui comincia per l’ignaro e tranquillo contrabbassista una sorta di calvario, una brutta e spiacevole esperienza che lo proverà non poco.

Dopo “La finestra sul cortile”, “Caccia al ladro”, “La congiura degli innocenti” e “L’uomo che sapeva troppo” girati con la Paramount, Hitchcock faceva ritorno, con Il ladro, alla Warner Bros, per la quale aveva lavorato verso la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50.

Quella a cui il regista cominciò a lavorare era un storia che l’aveva colpito molto. S’ispirava a una vicenda realmente accaduta, ed era più che naturale che le vicissitudini di un innocente ingiustamente perseguitato lo coinvolgessero. Egli era convinto che da quella storia si potesse tirar fuori un film molto interessante, evidenziando sempre il punto di vista dell’uomo non colpevole, che deve patire ingiustizie e sofferenze, giungendo a rischiare anche la vita per un'altra persona.

Dopo cinque film a colori Hitchcock tornava, con “Il ladro”, al bianco e nero. Ed era proprio con la Casa di Produzione con cui era tornato adesso a lavorare che il maestro aveva realizzato gli ultimi suoi due film in bianco e nero nei primi anni ’50. La scelta di dare il ruolo del protagonista a Henry Fonda, un attore di norma impegnato in parti prettamente drammatiche, la diceva lunga. Hitchcock intese ricostruire fedelmente la vicenda e quindi si portò a New York e volle girare la pellicola proprio nei luoghi dove si erano svolti i fatti: Queens e a Manhattan. Per rendere maggiormente veritiera la storia stabilì che Fonda andasse per breve tempo a scuola di contrabbasso.

All’epoca de’ “Il ladro” era in vigore negli Stati Uniti il Codice Hayes, che stabiliva una serie di situazioni, di scene e termini che qualsiasi film doveva evitare. Però la censura non era un’esclusiva del cinema americano, ma c’era anche qui in Italia. Lo dimostra il fatto che il cognome italiano “Balestrero” della versione originale del lungometraggio, diventò da noi “Ballister”.  Di sicuro non era concepibile che un individuo di origini italiane potesse essere accusato di rapina, anche se poi scagionato perché vittima di uno scambio di persona.

Il nuovo film di Hitchcock rappresentava nel panorama cinematografico del maestro una vera e propria novità, e su questo la pubblicità batté a lungo, purtroppo senza successo. O forse fu proprio l’eccezionalità della pellicola a far disertare il pubblico dalle sale che dal regista si attendeva un ben altro prodotto. Nonostante tutto i critici ebbero parole positive nei confronti del film. Con “Il ladro”, Hitchcock, inguaribile innovatore, sempre alla ricerca di nuove tecniche per fare cinema, non intendeva rivolgersi solamente a una platea votata alla prova, all’esperimento, ma ad un pubblico molto più vasto. Era un lavoro non facile da fare: rispettare il più possibile quanto accaduto nella realtà e al tempo stesso costruire un film sufficiente accattivante e di forte presa sugli spettatori. In effetti il film scorre, per certi versi, in una sorta di equilibrio instabile, anche perché suddiviso in parti che rispondono a principi stilistici e narrativi differenti. Un’altra Importante novità racchiusa ne “Il ladro” è costituita dalla mancanza del mistero, in quanto le vicissitudini del protagonista nascono dalla totale chiarezza e dall’aspra normalità che lo circondano.

Ho paura della polizia. Ho sempre provato, come se fossi io il protagonista, le emozioni di una persona arrestata e condotta al commissariato dentro un’automobile. Il poveraccio guarda attraverso le sbarre la gente che entra in un teatro, che esce da un caffè, che fa la sua vita di ogni giorno con felicità…

Dal momento che provava tali sensazioni, è naturale che Hitchcock si immedesimasse nel personaggio principale del film. “Il ladro” resta un bel film, forse proprio perché duro, deciso, fuori da ogni schema. La struttura realistica rimarca la perenne ossessione del maestro, il tema della colpa e del doppio, la paura dell’imprevedibilità degli eventi, lasciando trapelare una messa in scena più aspra e inquietante del solito. Il film non rappresenta solamente un sasso in piccionaia, una sorta di caccia alle streghe nel sistema americano di quel tempo, ineccepibile per certi versi, ma capace d’innescare fenomeni come il maccartismo e la sua ricerca di un colpevole a tutti i costi.

C’è da dire pure che Hitchcock ne “Il ladro” non fa menzione nemmeno lontanamente a tutto questo. Un’altra differenza tra “Il ladro” e gli altri film del grande maestro sta nel fatto che Hitchcock questa volta mette la sua firma presentandosi esplicitamente, prima dei titoli di testa, per introdurre la sua coinvolgente vicenda.

Redazione: CineHunters

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