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"Sophie e Howl" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Hayao Miyazaki è un poeta atipico, poiché non trascrive i propri versi su carta; le sue rime, che siano baciate, alternate o incatenate, non appartengono al linguaggio classico della poesia. Le fiabe del grande maestro dell’animazione giapponese, intrise di una forte componente poetica, vivono nell’arte sequenziale del disegno, mediante il movimento di una tavola tratteggiata e colorata nei dettagli. Eppure, esse mantengono una raffinatezza stilistica e una potenza espressiva paragonabile all’intima, spesso inconfessata, spirituale e recondita suggestione sentimentale recata da un componimento scritto. La poetica di Miyazaki si articola con metafore visive, con figure retoriche che assumono i contorni di sequele d’immagini in successione, le quali sono in grado di evocare le interpretazioni personali degli spettatori circa i più disparati artifici della vita umana. L’arte di Miyazaki va osservata ed interpretata nel nostro “io”. Il suo cinema è costituito da simboli traslati, ardui da poterli descrivere, tanto la pregevole tecnica di questo artista va contemplata, solo di rado spiegata. Tuttavia, Miyazaki non è soltanto un impareggiabile autore, è anche un “cercatore”. Nel corso della sua pluripremiata carriera, egli ha ricercato, individuato e voluto con profondo desiderio una “nuova storia” da poter trasporre secondo il proprio tocco magico. Così, ad esempio, fece quando volle dar vita al trascorso della giovane Sophie e di un mago conosciuto con il nome Howl. Miyazaki, traendo spunto dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones, realizzò nel 2004, sotto il titolo “Il castello errante di Howl”, uno dei suoi incantevoli capolavori.

Nelle prime sequenze del lungometraggio vi è un costante movimento, un moto incessante e perpetuo che vivacizza la città in cui vive e lavora la dolce Sophie. Il treno, puntualissimo, procede a grande velocità, sferragliando sulle rotaie. Sophie lo nota quando siede al tavolo da lavoro nella sua modesta cappelleria, intenta a cucire gli ultimi scampoli di stoffa di un elegante cappello. Non è il rumore del convoglio ferroviario a distogliere, anche per un istante, la sua attenzione, e neppure la nuvola di fumo nero che la possente locomotiva si lascia alle spalle.  Nelle strade, automobili e carretti precedono senza sosta, come in una sfilata. Sophie osserva la frenesia dello scorrazzare cittadino restando affacciata a bordo di un tram. La vita fino ad allora per Sophie era tutto un irrefrenabile movimento da guardare, una processione di macchine, mezzi di trasporto pubblici, e navi da battaglia pronte a lasciare i loro porti per addentrarsi nelle acque dove si sta consumando un gravoso conflitto. Che sia sulla Terra, sul mare o nel cielo, dove le forze dell’aeronautica si stanno dipanando, si registra un movimento senza fine.

In lontananza, verso l’orizzonte, è possibile mirare l’incedere di un errante castello, la dimora di Howl.  Bizzarro da credere, ma quel castello cammina davvero! Ha quattro grandi piedi metallici, o zampe se preferite, con cui avanza mantenendo un passo spedito. Howl è un mago, e la sua casa possiede movenza perché è sotto una sbalorditiva magia, pensano i più. Sono tutti dello stesso avviso? Chissà, forse i più razionali, così come i meno inclini a confidare nel fantastico, troveranno una spiegazione logica al tutto: si tratta, borbotta qualcuno, di una stupefacente ma pur sempre comprensibile meraviglia dell’ingegneria! Del resto, negli anni in cui si svolge la storia, l’ingegneria bellica aveva compiuto passi da gigante. Sono stati, infatti, costruiti aerei in grado di sganciare bombe con estrema rapidità, e sono sorte corazzate dal tonnellaggio mastodontico, sempre più difficili da attaccare e abbattere. Cosa vuoi che sia edificare persino un castello in grado di scorrazzare su e giù per le colline?

Il castello di questo fantomatico mago sarà una nuova testimonianza del progresso tecnologico? Non proprio, e anche i più scettici dovranno ricredersi: il castello di Howl si muove per magia e con la magia!

Sophie è da poco uscita dal suo negozio, e si sta recando a fare visita alla sorella minore, Lettie, quando viene importunata da due guardie della gendarmeria, presenti in quei luoghi per l'imminente guerra. Quel “movimento” incessante che caratterizza l’inizio dell’opera trova la propria sublimazione nella prima apparizione di Howl, il mago dai biondi capelli, che salva la giovane Sophie, tirandola via dalle strade e portandola in alto, a volteggiare nel cielo. Sotto i loro piedi, nella grande piazza della città, ha luogo un esaltante ballo. Tra le nuvole, accompagnati da alcuni passi musicali, Howl fa “danzare” la giovane Sophie, fino a portarla giù e scomparire. Tra i tanti movimenti confusi e alienanti della monotonia urbana rappresentati da Myazaki, il movimento più puro è quello concepito dai corpi dei protagonisti che ballano. Howl regge Sophie con le braccia ed entrambi, ondeggiando le gambe nell’aria a ritmo di musica, simulano una camminata armonica su di un terreno invisibile.

La tenera ragazza resta rapita dall’estro del giovane mago e se ne innamora perdutamente. Durante la sera, la giovane riceve la visita della Strega delle Lande Desolate, la quale, gelosa per le attenzioni che Howl ha mostrato nei riguardi della graziosa venditrice di cappelli, la maledice, trasformandola in una vecchina. Sophie, con l’aspetto di una persona attempata, intraprende la più grande avventura della sua vita per ritrovare Howl. Così, raggiunta la vetta di una collina, riuscirà a varcare la soglia della casa di Howl. Nel tragitto per raggiungere il semovente castello, Sophie è stata coadiuvata da uno spaventapasseri senziente, capace di procedere a saltelli, irto e saldo sul suo bel supporto legnoso. Quello che sembra essere un bislacco spaventapasseri invece di compiere il dovere per cui è stato creato, ovvero quello di “spaventare” i volatili, si presta, con buona volontà, ad aiutare una vecchietta bisognosa di soccorso.

La protagonista si ripresenta ad Howl con le vesti di una donna lacera e dimessa, curvata dal tempo e dalla fatica, il cui volto martoriato dalle rughe suggerirebbe una vita lunga eppure non vissuta con pienezza. Nel film la contrapposizione tra vanitosa “bellezza” e esitante “timidezza”, tra “giovinezza” e “vecchiaia” risulta essere un punto cardine. Sophie è una ragazza insicura, che crede di non essere bella, e i suoi vestiti, tanto coprenti così come poco appariscenti, non fanno che svilirla ulteriormente. Ella, come afferma, non teme di essere rapita dal misterioso Howl, poiché tale mago prende con sé, secondo le dicerie popolari, soltanto le belle ragazze. Sophie è decisamente poco intraprendente, e conduce una vita fin troppo quieta, senza alcun scossone che possa movimentarla.

La bellezza di Sophie sembra svanire quando la maledizione, pronunciata e perpetrata dalla strega delle Lande, si compie. Da vecchia nell’aspetto, Sophie riscopre la giovinezza e la forza di volontà intrinseca del suo animo, rimasto intatto e finalmente pronto a vivere una grande avventura. Howl è invece ossessionato dal suo aspetto esteriore, narcisista, fiero e vanitoso dei suoi capelli color oro. Un personaggio che bada così tanto all’aspetto fisico potrebbe indicare una personalità superficiale. In verità Howl lotta con strenua resistenza contro le armate che combattono quest’insana guerra che semina morte e distruzione in ogni dove. Le flebili apparenze vengono del tutto annullate nel film.

Sophie assume nel castello il ruolo della donna delle pulizie. Un compito non facile da portare a termine con successo data la grossa mole di sporco che alberga tra i cunicoli di quella antica costruzione. In quella fortezza che ama passeggiare giorno e notte, la donna conosce il piccolo Markl, una sorta di apprendista mago, e Calcifer un demone del fuoco che alimenta il castello e permette ad esso di proseguire nel suo pellegrinaggio senza fine. Sophie, di giorno in giorno, pulisce il castello, dando inavvertitamente una “spolverata” anche all’animo provato dalla guerra di Howl, il quale, ricambiando l’amore della donna, trova in lei la più grande ragione per combattere.

“Il castello errante di Howl” è una bellissima storia d’amore, che si articola in un movimentato andirivieni.  Howl, che aveva aspettato da tempo l’arrivo di Sophie, mirata per la prima volta in giovinezza, la ritrova dapprima con le fattezze di una ragazza e in seguito con l’aspetto di un’anziana, riconoscendola sempre e amandola in egual maniera. Sophie, dal canto suo, passa con un’altalenante progressione dall’aspetto di una donna in là con gli anni a quello di una giovane, e viceversa, stabilizzandosi infine con i connotati di una ragazza con i capelli argentei. Quel movimento che ha contraddistinto l’inizio della pellicola e che fa del castello di Howl la caratteristica preponderante della sua meraviglia, viene replicato anche e soprattutto nel rapporto di amore tra Sophie e Howl: il movimento è tutto. Dal passato al presente, dall’infanzia alla età adulta, dall’anzianità ad una nuova giovinezza, vige tra i due un movimento continuo che si sviluppa e permette ad Howl e Sophie di conoscersi, di avvicinarsi e di restare per sempre uniti.

Quando la guerra sarà finita e la pace verrà ritrovata, questa nuova, grande famiglia, accomunata dall’amore di Sophie e Howl, potrà continuare quel percorso che chiamiamo “vita”, alla volta di un roseo futuro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Coco" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER)

Nel 1839, lo scienziato François Arago presentò al pubblico il “Dagherrotipo”, un’invenzione concepita da Joseph Nicéphore Niépce e realizzata da Louis Daguerre. Il dagherrotipo fu il primo apparecchio fotografico mai creato dalla sapiente mano dell’uomo. L’innovazione portata da quella particolare macchina suscitò l’entusiasmo verso i nuovi media da parte della gente, sorpresa nel conoscere la tecnica primordiale della fotografia. Molti si appropinquarono per assicurarsi la stupefacente invenzione, e i più fortunati, da principio, la utilizzarono per catturare “l’istantanea” delle comune vedute dei palazzi dei grandi centri urbani in cui il dagherrotipo si diffuse con sempre crescente rapidità. Col passare del tempo, quando la padronanza dello strumento andò sempre più affinandosi, il dagherrotipo venne utilizzato per “acciuffare” la bellezza di un paesaggio o la riflessività della natura morta. Era evidente sin da allora il tentativo dell’uomo di convertire l’impersonale meccanica dell’artificio in una proiezione della propensione umana nel fare “arte”. Come poteva essere rappresentata una boscaglia autunnale, il cui terreno era costituito da cumuli di foglie ingiallite dal protrarsi del tempo che volgeva all’inverno? La fotografia offriva la chance di eternare ciò che la vista mirava così come effettivamente appariva. Il dagherrotipo, tuttavia, fuggiva dall’interpretazione personale dell’artista. Esso imitava e non nasceva dal nulla, come può fare la maestria pittorica di un artista. Un quadro nasce dal pensiero e viene plasmato dalla mano, la quale, danzando sulla tela con movimenti netti e precisi, genera un’armonia, un’essenza ineffabile fino a rendere il tutto tangibile alla vista, immobilizzandolo tra i limiti angusti di una cornice.

Con il dagherrotipo si tentò timidamente ma con successo di “raffigurare” anche il volto di una persona. Come vera era la realtà osservabile con il senso della vista, le prime foto furono dei “ritratti” sinceri e inconfondibili. La creazione della fotografia permise sin da subito di arrestare il tempo, nonché di rendere perpetuamente “felice” la figura di un soggetto nell’attimo in cui accenna un dolce sorriso. Le fotografie sono tanto importanti perché ci danno la possibilità di poter fissare, sotto forma di immagini, i momenti più belli della nostra vita. Esse donano l’opportunità d’immortalare il volto di una persona cara, così da poterla, un giorno, rimirare quando la stessa non ci sarà più. La fotografia garantisce il ricordo e consente di tramandare il viso di un’anima volata via.

Una fotografia è la trasposizione visiva di una memoria custodita nel cuore.

  • Il Día del los muertos in “Coco”

Miguel Rivera è un coraggioso e minuto ragazzino che vive nella cittadina messicana di Santa Cecilia. Egli discende da una rinomata famiglia di calzolai, proficua attività messa in piedi dalla trisavola di Miguel, nonna Imelda, quand’ella venne abbandonata dal marito musicista, partito per cercar fortuna e mai più tornato. Imelda, a seguito dell’inaspettato addio del consorte, si rimboccò le maniche, crescendo da sola la sua figlioletta Coco e bandendo ogni tipo di musica dalla sua casa. Non ascoltare alcun genere musicale è un veto inalterabile per la famiglia Rivera, che viene fatto rispettare, anche a distanza di svariati decenni e con totale devozione, da Abuelita, nonna di Miguel e figlia di Coco.

Come accadeva nel prologo de “La bella e la bestia”, la parte introduttiva del film “Coco” non è “chiara” ed “evidente” ma viene raccontata mediante l’utilizzo di raffigurazioni intessute tra gli ornamenti di alcune banderuole. Nel capolavoro della Walt Disney datato 1991, il passato del principe maledetto veniva tratteggiato attraverso alcune riproduzioni artistiche incastonate nelle vetrate del castello; questo perché si voleva sottolineare un trascorso lontano, indistinguibile, misterioso. In egual maniera in “Coco”, l’avvenuto, illustrato dalla voce del protagonista, è avvolto da un alone di incertezza circa la vera identità e il reale aspetto del musicista scomparso. Proprio per tale ragione, la storia di nonna Imelda, della piccola Coco e del padre di quest’ultima viene esposta tramite delle figurazioni impresse sui “segnavento” facenti parte della cultura messicana. A differenza, però, delle sagome immobili nelle vetrate del castello splendente della Bestia, in “Coco” i corpi dei soggetti di cui viene narrato il destino prendono vita, si muovono e compiono gli atti che il narratore descrive.

Miguel coltiva assiduamente la passione per la musica dei grandi mariachi, ma in gran segreto. L’idolo del giovanotto è Ernesto de la Cruz, il più famoso cantautore del Messico. Innumerevoli sono i brani musicali nati dalla prolifica penna di Ernesto, ma tra tutti, quello più amato resta “Ricordami”.  Miguel trascorre molto del suo tempo con la bisnonna Coco, parecchio in là con gli anni, a cui è solito raccontare tutto quello che fa durante la giornata. Coco, dopotutto, è un’innata ascoltatrice, silenziosa, quieta e svagata. La tenera bisnonna non sembra molto lucida, sta sempre seduta su di una sedia a rotelle, mantenendo uno sguardo disteso, sorridente ma perennemente sulle nuvole. Coco appare assente, la sua veneranda età non l’aiuta a riconoscere i parenti che le stanno vicino e che si prendono cura di lei. Ella sembra proprio distratta, assorta nei suoi pensieri e soprattutto nei suoi… ricordi.

A Santa Cecilia fervono i preparativi per il Día de los muertos, il giorno della festa dei morti. A casa Rivera è stato eretto una sorta di altarino sul quale sono state posizionate le fotografie di tutti i parenti defunti, meno che quella del padre di Coco, strappata da parecchi lustri. Secondo la tradizione messicana, nel Día de los muertos, le anime dei morti varcano i confini che separano il paradiso dalla terra dei mortali e possono, per un giorno soltanto, rincontrare i propri cari, i quali offriranno loro dei doni da portare con sé nel ritorno nell’aldilà. Per garantire tale passaggio tra le sponde facenti parte il regno degli spiriti e il regno dei viventi è necessario che tutti i famigliari rimasti in vita espongano le fotografie dei loro cari. Appare evidente quanto il valore sentimentale della fotografia sia al centro dell’opera cinematografica dello studio Pixar, poiché è per mezzo di essa che i morti riusciranno a far ritorno alle proprie case. 

Durante la celebrazione della festa, Miguel lascia cadere accidentalmente la fotografia che ritraeva Imelda, suo marito (il cui volto, come già scritto, è stato rimosso) e la figlioletta Coco. Raccolta l’immagine, il giovane resta basito nello scoprire che la foto nasconde un risvolto che raffigura la famosa chitarra di Ernesto de la Cruz, convincendosi di essere il suo pro-pronipote. Il ragazzo intende partecipare ad una gara di musica che si terrà nel giorno dei morti nella grande piazza della sua cittadina. Quando la nonna scoprirà le sue intenzioni, tuttavia, lo obbligherà a desistere dal suo disegno. Profondamente ferito, Miguel manifesta il proprio dissenso, affermando di rifiutare la sua famiglia. Con il volto bagnato dalle lacrime, egli si intrufola nel mausoleo di Ernesto de la Cruz per prendere in prestito la chitarra esposta fieramente sulla parete che sormonta la tomba del celebre musicista. Una volta venuto in possesso, Miguel viene trasportato in una dimensione alternativa nella quale non può essere visto né ascoltato dai vivi, ad eccezione di Dante, un cane randagio divenuto suo spirito protettivo. Miguel scopre così d’essere entrato nel mondo dei morti e di poter vedere i suoi famigliari scomparsi, ripresentatisi ai suoi occhi sotto forma di sagome scheletriche. Gli avi di Miguel si preoccupano per lui, coscienti che ciò che gli è accaduto non è affatto una cosa da sottovalutare. Decidono così di accompagnarlo nell’aldilà a conoscere nonna Imelda, la guida della loro grande famiglia.

  • La morte è solo un’altra vita…

Il viaggio non finisce qui, la morte è soltanto un’altra vita. Un anziano stregone, in un capolavoro della cinematografia fantasy, descrisse la morte come se essa fosse una grande cortina di pioggia che si apre, e tutto intorno all’anima, prossima a passare oltre, si tramuta in vetro color argento. Sotto gli sguardi attoniti di chi si appresta a compiere quest’ultimo viaggio si snocciola il soffice ed etereo terreno di un nuovo mondo, il paradiso, contornato da bianche sponde. Al di là di queste, è possibile contemplare un verde paesaggio che sorge sotto una lesta aurora.

In “Coco” la morte viene reinterpretata a tutti gli effetti come una seconda parte del viaggio esistenziale, in cui il regno delle anime non è altro che un riflesso, splendido e beato, del mondo che conosciamo sulla Terra. Un tripudio di colori autunnali sono stati scelti dagli autori di “Coco” per dare fattezza al ponte celestiale che unisce i due piani dell’esistenza. Miguel, nell’attraversarlo, non si imbatterà in bianche sponde come quelle che descriveva con tale minuziosità Gandalf il Bianco nel “Il signore degli anelli – Il ritono del re”, bensì si troverà a calcare un immacolato suolo cosparso di petali e fiori. “Coco”, nella sua poetica narrativa, vuol trasmettere la testimonianza che non si muoia mai realmente e che si continui a vivere fin quando si permane nei ricordi e nelle esperienze di tutti coloro che restano in vita e che tramandano una tale profonda reminiscenza ai propri discendenti.

Miguel è imprigionato in questo sfavillante “ade”, reo di aver derubato un defunto, e per poter fare ritorno al suo mondo deve ricevere la benedizione di un famigliare. Una volta incontrata nonna Imelda, Miguel le domanda se può essere benedetto da lei. Imelda acconsente ben volentieri ma pone come unica condizione la promessa che Miguel smetta di coltivare la sua passione per la musica. Il ragazzo non ne vuol sapere di accettare la proposta, e scappa via. Egli vorrebbe così ottenere la benedizione da quello che crede essere il suo trisnonno, de la Cruz.

Ironicamente, l’aldilà è strutturato come un immenso reame controllato da una ferrea burocrazia. Come fosse una smisurata metropoli paradisiaca, la città dei morti possiede anche delle periferie malmesse, nelle quali trascorrono il loro tempo residuo le anime di coloro che sono prossimi ad essere dimenticati e a scomparire come una fioca luce che si spegne progressivamente, disperdendosi nel cielo buio della notte. In questa zona abbandonata e povera vive Hector, un simpatico vagabondo dall’eccentrica camminata. Hector non è mai riuscito a oltrepassare la soglia del ponte di fiori perché nessuno ha mai esposto la sua fotografia. Quando Hector incontrerà Miguel, i due stringeranno un patto: Hector lo condurrà da Ernesto de la Cruz se lui gli prometterà che, una volta tornato nel mondo dei vivi, esporrà la sua foto.

In quei luoghi remoti in cui “tirano a campare” gli spiriti dimenticati, Hector intrattiene un vecchietto stanco che attende la sua fine sdraiato su di un’amaca. Hector suona per lui prima che il baffuto scheletro si dilegui nell’aria. Alla sua memoria, Hector sorseggia dell’alcool contenuto in un bicchiere di vetro. Non a caso la camera si sofferma per qualche istante sul dettaglio dei bicchieri, poiché proprio un brindisi decretò molti anni or sono la morte di Hector.  

  • Come Vincent Van Gogh…

Hector non ama parlarne, ma un tempo, da vivo, è stato un musicista. Non raggiunse la benché minima fama, né la agognò mai. Hector suonava perché desiderava farlo, componeva strofe e rime poetiche per la donna che amava e soprattutto per la figlioletta che aveva avuto dal suo felice matrimonio. Non gli interessava essere venerato da una folta manica di perfetti sconosciuti, egli incarnava l’essenza del vero artista, colui che crea la sua arte perché è ciò che sente e lo fa per i pochi a cui vuol rivolgerla, non certo per quella che è la mera massa. Egli suonava in coppia con un altro musicista, meno dotato e certamente meno ispirato di lui: Ernesto de la Cruz. Hector morì tragicamente una sera, lontano da casa, per quella che si credette essere una fatale intossicazione alimentare. Era sul punto di tornare dalla sua famiglia quando la morte lo colse di sorpresa. Da allora, egli visse nel regno dei morti come un reietto, solo e ignorato dai più.

La chitarra di de la Cruz, custodita gelosamente da Miguel, ha alcune particolarità estetiche. La paletta da cui segue il manico dello strumento ha la forma di un teschio, e poco più giù vi è un’intacca dorata, come se volesse raffigurare un dente d’oro incassato proprio al di sotto dei quel “volto scarnificato” rappresentato nella chitarra. Se si osserva attentamente il sorriso vivace del volto scheletrico di Hector è possibile scorgere chiaramente un dente d’oro. Piccoli indizi che vogliono rimandare al vero proprietario di quella chitarra.

Miguel scopre così che il suo grande idolo, Ernesto, è un assassino. E’ infatti lui ad aver ucciso vigliaccamente il povero Hector, avvelenando il suo bicchiere durante l’ultimo brindisi della loro carriera. Ernesto, farabutto, fraudolento e ingannatore, ha poi rubato tutti i testi delle canzoni scritte da Hector e le ha sfruttate per modellare sui propri connotati un falso mito.

Hector indossa un cappello di paglia come quello che Vincent Van Gogh porta sul capo in uno dei suoi autoritratti. Come il grande pittore olandese, padre dell’espressionismo, Hector morì prematuramente, quando la sua arte non era ancora stata compresa né riconosciuta. Egli si spense inoltre nella triste certezza che non avrebbe mai più rivisto sua figlia. Ciò che rende ancora più tragico il melanconico vissuto di Hector è che il suo genio musicale non è stato rinvenuto a seguito della sua dipartita ma è stato persino usurpato. L’incredibile umanità del personaggio, però, non patisce questo peso, soffre, invece, soltanto della mancanza della sua famiglia che lo ha allontanato, ritenendolo un superficiale che abbandonò i suoi cari per inseguire insani propositi di successo. Hector è, infatti, il vero trisnonno di Miguel, marito di Imelda e padre di Coco.

  • La musica rende persistente la memoria

Il tempo stringe, Hector sta infatti scomparendo definitivamente perché Coco è prossima a dimenticarlo. Quando Miguel tornerà nel regno dei vivi, dopo essere stato benedetto da nonna Imelda, che ha accettato di fargli vivere completamente il suo sentimento per la musica, il bambino correrà verso casa per esortare nonna Coco a ricordarsi del papà.

"Coco" - Locandina artistica in bianco e nero di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Miguel ritrova Coco in uno stato di marcato sovrappensiero. Miguel non riesce ad escogitare nessun modo per attirare la sua attenzione. Il nipote prova un ultimo, disperato tentativo per animarla: le suona e le canta “Ricordami”, la canzone scritta da Hector per lei quando non era che una bambina. La meraviglia del linguaggio musicale attrae i sensi della bisnonna centenaria, che inizia a canticchiare anch’ella la canzone. La musica rende così persistente la memoria dell’amato padre nel cuore di Coco, che ritorna in sé e comincia a raccontare a tutti i suoi famigliari la storia del suo papà e della sua mamma. Come una saggia nonna, Coco tramanda le esperienze della propria vita ai suoi nipoti, così che loro possano dapprima capire e in seguito ricordare le gesta di chi non è più tra noi. Imelda e Hector erano legati da un amore che veniva esternato anche con la musica: lei cantava le canzoni che lui era solito scriverle. Coco ha conservato tutti i testi originali e delle poesie che il padre componeva e, tra le altre cose, ha inoltre serbato una fotografia del papà. Grazie a quelle prove inconfutabili, la figura dell’artista Hector può finalmente essere riconosciuta e celebrata a discapito di quella truffaldina del vile Ernesto.

Un anno dopo gli avvenimenti fin qui trattati, nonna Coco è venuta a mancare. La sua fotografia, che la mostra felice, è stata esposta sull’altarino di famiglia assieme a tutti gli altri parenti deceduti, compreso Hector, il cui volto sorridente si trova accanto a quello dell’adorata sposa. Nell’aldilà, Hector è pronto a calcare finalmente il ponte delle anime, mano nella mano con la moglie Imelda e Coco.

“Coco” è un meraviglioso lungometraggio d’animazione che tributa la tradizione messicana, l’essenza della musica, l’importanza del ricordo e dell’amore famigliare, riletto come una forza imperitura che deve sostenere la crescita di un bambino. Ma è soprattutto un viaggio soprannaturale che vuol abbattere l’invisibile muro che separa i vivi dai morti, donandoci la speranza, ma anche la fede, in relazione al fatto che le persone oramai andate e che abbiamo amato continuino a restarci accanto, pur rimanendo nell’invisibilità. Con il suo inconfondibile tocco magico e puro, la Pixar ha firmato un ennesimo capolavoro di incanto e di stupore.

Negli attimi finali della pellicola, Miguel imbraccia la sua chitarra e canta le sue energiche note d’addio, mentre la famiglia Rivera, sia quella “in carne” sia quella “in ossa”, lo solleva in alto, sostenendolo nell’inseguire i propri sogni.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Recensione: CineHunters

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L'attore e regista francese Philippe Lacheau, grande appassionato del manga e anime giapponese "City Hunter", è attualmente impegnato nella realizzazione di un live action dedicato alle avventure di Ryo Saeba e Kaori Makimura, protagonisti dell'opera dal maestro Tsukasa Hōjō.

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Condividiamo l'immagine di seguito:

Come si può notare, Lacheau indossa l'iconica giacca azzurra di Ryo Saeba. Sullo sfondo, è possibile, inoltre, vedere distintamente la mini-cooper, l'auto del personaggio principale di "City Hunter".

A prestare il volto a Kaori Makimura, collega di Ryo nonché suo grande amore, è Élodie Fontan, fidanzata dello stesso Lacheau, con cui ha già lavorato in "Babysitting 2".

Alcune fotografie scattate sul set mostrano i due attori vestire i famosi abiti delle controparti originali, come potete vedere qui:

E anche qui:

Nelle settimane precedenti, Lacheau ha anche avuto l'onore di incontrare il creatore di "City Hunter", Tsukasa Hōjō, il quale ha letto la divertente sceneggiatura del film.

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Redazione: CineHunters

"Stan Laurel e Oliver Hardy" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Due menti senza un singolo pensiero” - era l’aforisma con cui Stan Laurel era solito descrivere “Stanlio e Ollio”, il duo comico a cui Oliver Hardy e lo stesso Laurel davano vita sullo schermo. Solamente supporre davvero di non venire mai turbati da alcun pensiero sembrerebbe alquanto utopistico. Stanlio e Ollio, nelle loro disavventure, avevano eccome di che pensare! Alle volte dovevano escogitare il modo di sbarcare il lunario, racimolare quanto occorreva per consumare un frugale pasto tanto i loro personaggi pativano la povertà; altre volte dovevano, invece, ponderare le opportune soluzioni per tirarsi fuori dai guai, vagliare un escamotage per “sopravvivere” ad un nuovo, difficile giorno, in una società costituita da biechi prepotenti. Era chiaro sin da subito che Stan Laurel con quella sua frase non volesse realmente intendere che Stanlio e Ollio non venissero mai “attraversati” dalla benché minima attività cerebrale. Il significato di quanto affermava era ben più profondo, anche se apparentemente elusivo.  Non avere un singolo pensiero in due significava vivere la vita ed affrontare le sfide, più o meno ardue della quotidianità, con la spensieratezza di chi riesce a ridere a crepapelle anche innanzi al più triste degli scenari snocciolatosi sotto i propri occhi. Stanlio e Ollio ridevano insieme e facevano ridere quando venivano maltrattati, sfruttati, sottopagati, rifiutati, scacciati, traditi o lasciati in mezzo ad una strada in pieno inverno con la temperatura che segnava pericolosamente il “sotto zero”. Ma perché, nonostante tutto, i due erano così “spensierati”? Perché incarnavano, nella loro intimità, l’animo di due bambini, soggetti infantili ma da sempre “anarchici” nei confronti di una società schiacciante. Mantenevano tale “meccanismo di difesa” persino nei riguardi delle loro famiglie, che potevano rivelarsi anch’esse opprimenti. Le sole armi di Stanlio e Ollio erano le loro risate, sberleffi siffatti di ilarità e rivolti a chi cercava di tarpare le ali di quella libertà che permetteva loro di volare via, di volteggiare rapidi e leggeri come un pensiero remoto, esattamente come può fare la fantasia senza freno di un bambino.

Sposare chi nell’animo resta un eterno “Peter Pan” è un sfida ostica per il mantenimento di un durevole, felice e sereno matrimonio. Dovevano saperlo sin dal principio Lottie e Betty (rispettivamente Mae Busch e Dorothy Christy), le consorti dei due amici in uno dei loro massimi classici: “I figli del deserto”, quinto lungometraggio della coppia comica più famosa della storia della settima arte. Uscito nelle sale cinematografiche tra la fine del 1933 e l’inizio del 1934 è l’unico lungometraggio dei due artisti ad essere stato diretto da William A. Seiter, regista specializzato nel genere rosa e nella commedia, la cui sensibilità imprime al film una sorta di impronta indelebile.

In questa commedia intramontabile, i due protagonisti anelano ad un desiderio di evasione smisurato, grande quanto l’inospitale deserto del Sahara. Il loro bisogno di divertimento e indipendenza si scontra con i tradizionali e dogmatici doveri coniugali e le mogli, tanto belle quanto inclini al comando, assurgono al ruolo di “antagoniste”, metaforiche catene che tentano di attanagliare e tenere stretto lo spirito fanciullesco di Stanlio e Ollio. Questi ultimi amano profondamente le loro spose ma non vorrebbero comunque rinunciare ad un attimo di svago. E, infatti, per poter essere presenti al raduno annuale dei “Figli del deserto”, associazione alla quale Stanlio e Ollio sono iscritti, i due amici devono mettere in scena una farsa. Ollio, disperato perché Lottie lo vorrebbe al suo fianco durante le vacanze in montagna, decide di fingersi malato, e così si fa aiutare da un “medico” compiacente (invero, un eccentrico veterinario), il quale gli prescrivere un periodo vacanziero a Honolulu. L’amico Stanlio gli dovrà fare di conseguenza da accompagnatore. Liberatisi ormai dalle partner i due vanno invece all’appuntamento di Chicago con i “Figli del deserto”.

Nel far rientro a casa scoprono che la nave di ritorno da Honolulu è affondata, e da qui si snodano tutta una serie di tragicomiche peripezie (degne della più spassosa commedia antica del teatro di Aristofane) che vedono Laurel e Hardy costretti a nascondersi nella soffitta della casa di Ollio. C’è da aggiungere pure che le mogli, in principio preoccupatissime per la sorte dei mariti, hanno modo di vederli proiettati sul grande schermo mentre entrambi si pavoneggiano davanti all’operatore che li riprende, scoprendo così l’inganno. Lottie e Betty, un tempo alleate, nel mentre meditano la loro vendetta, lasciano al contempo emergere una sana e competitiva rivalità su chi dei loro due mariti si rivelerà più sincero.

Mentre Ollio continuerà a mantenere la propria posizione menzognera, il pauroso Stanlio dirà tutto alla moglie, perché, in fondo, i bambini potranno pur essere spensierati, ma scoppieranno di certo a piangere se in loro prevarranno i sensi di colpa per aver detto un’innocente bubbola. I due protagonisti, completamente succubi delle mogli, accetteranno il loro destino per le spontanee risate di noi spettatori. Così Ollio sarà sommerso dalle stoviglie scaraventate sulla sua testa da Lottie, mentre Stanlio riceverà tutte le attenzioni di Betty, che lo premierà con coccole e leccornie per essere stato, almeno nel finale, sincero. Tra Stanlio e Betty prevarrà, per quella notte, un amore quieto; tra Ollio e Lottie, ancora una volta, un ironico amore burrascoso e litigioso. L’esilarante atto conclusivo del film vuol lasciare un messaggio basato sull’onestà ma soprattutto sul principio di fedeltà, cuore pulsante del perfetto funzionamento di un buon matrimonio.

“I figli del deserto” è strutturato con un susseguirsi di momenti divenuti celebri, memorabile la scena in cui Ollio canta, col suo inconfondibile timbro vocale, la canzone “Honolulu baby”. I caratteri decisamente nuovi che si riscontrano nel film sono riconoscibili nelle gag. Non si notano più le classiche corse infaticabili, le rocambolesche cadute e le ardimentose vicissitudini dei protagonisti. Sin dalle battute iniziali del lungometraggio ci si trova davanti a una nuova comicità basata sulla caratterizzazione ben distinta dei personaggi e sulla scrittura articolata degli episodi. I due arrivano in ritardo al congresso e subito, già sulla porta d’entrata, riescono a perdersi di vista, tendando in seguito di ritrovarsi. Quindi, mettendo scompiglio tra i presenti, raggiungono in modo goffo i loro posti. Appare evidente che la comicità non è data da una battuta, da una situazione particolare o da un episodio al limite del paradosso, ma è data dal contrasto tra l’incapacità dei due individui e la solennità dell’evento che si sta svolgendo. Non mancano però le vecchie tecniche già sperimentate e oltremodo collaudate. Basti pensare alla gag in cui Ollio, fingendosi ammalato, ha i piedi in una tinozza di acqua caldissima: prima viene ustionato dalla moglie che gli versa inavvertitamente addosso dell’acqua bollente, poi dalla superficialità di Stanlio che cade anch’egli dentro al mastello, dove per ultima andrà a finirci anche la stessa moglie. Ma per distacco, la sequenza a generare maggiore ilarità resta quella finale, dove lo sguardo perplesso e preoccupato di Ollio si volge direttamente alla cinepresa, ricercando la complicità degli spettatori con il suo celebre “camera-look”. Il volto paonazzo di Oliver fa traspirare la comicità di un uomo prossimo a scontare la propria “colpa” e che reclama ingenuamente un “aiuto” a chi ne sta osservando il divertente epilogo.

Ne “I figli del deserto”, il matrimonio viene riletto secondo una chiave umoristica farsesca, in cui il rapporto tra marito e moglie non si sviluppa su di un livello paritario ma vede la donna porsi autorevolmente al di sopra dell’uomo, prostrandolo con fare intimidatorio. Come se tale indumento conferisse una sorta di “potere”, sia Stanlio che Ollio fingono d’indossare i “pantaloni” nelle loro rispettive case, il che sarebbe anche vero, ciononostante dimenticano di confessare che entrambi cedono con consuetudine agli imperativi delle mogli, coloro le quali portano una “gonna”, ma in effetti mantengono uno status di assoluta “leadership”, dimostrando con quanta facilità si possa sfatare un “luogo comune”. Attenzione, però, le due protagoniste femminili nel film non sono, come può sembrare in una rilettura rapida e approssimativa, mere arpie irascibili e totalitarie, bensì donne forti e oramai mature, che proprio faticano a comprendere gli spiriti gioviali dei mariti. Vi è, dunque, una incompatibilità caratteriale tra la sfera bambinesca dei due e l’enigmatico mondo adulto personificato dalle due donne. Sia Betty che Lottie soffrono il fatto che Stan e Oliver preferiscano trascorrere il tempo con l’allegra combriccola dei figli del deserto piuttosto che con loro. Una nuova chiave di lettura della pellicola potrebbe essere altresì racchiusa nella recondita voglia, manifestata anche con rabbia e disapprovazione, delle due spose d’essere considerate dai loro mariti come assolute compagne di vita. Una vita considerata in ogni sua forma e che non si limiti, per l’appunto, soltanto al focolare domestico.

“I figli del deserto” è una meravigliosa commedia che esalta l’imprevedibilità degli eventi, la complessità degli equivoci e, soprattutto, le conseguenze del raccontare fanfaluche le quali, quasi sempre, vengono a galla.

Ripensando agli ultimi secondi dell’opera, prima che il sipario cali giù e ponga fine alla narrazione visiva, non si può che provare una certa immedesimazione in un personaggio in particolare. Davanti alla furia di una moglie delusa e arrabbiata, a noi uomini non resta che “incassare” i colpi, accettare una giusta punizione e preparare le opportune scuse da proferire verbalmente, magari accompagnandole con un sorrisetto malizioso come quello di un ragazzetto e sinceramente innamorato come quello di un marito.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Amore e Psiche" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Rilettura personale del mito greco)

Una fiaba scritta dai fratelli Grimm raccontava di una regina bellissima ma diabolica, che possedeva uno specchio magico a cui era solita domandargli quale fosse la donna più bella di tutto il reame. Alcune volte lo specchio delle brame, per deliziare la vanità della sua padrona, le dava risposta riconoscendo in lei la più bella, altre, però, lo stesso si limitava a lasciare che la regina rimirasse semplicemente il proprio adulato riflesso. Un giorno, però, lo specchio, a quella retorica e vanesia domanda proferita dalla monarca, rispose in modo insolito e quanto mai inaspettato. Una bambina dalla pelle candida come la neve e dalle labbra rosse come il sangue sarebbe divenuta, una volta raggiunta l’età adulta, la più bella di tutto il reame. La regina, oltraggiata, incaricò un cacciatore di scovare l’infante e di ucciderla. Il cacciatore, tuttavia, non avrà la forza di macchiarsi di un gesto tanto crudele ed efferato e salverà la piccola, nascondendola. Come finirà questo racconto popolare è storia nota…

Non possedeva uno specchio magico ma anch’ella, similmente a come faceva la regina della  fiaba appena citata, si specchiava con una certa frequenza. Con frivolezza, ella si compiaceva della propria bellezza, orgogliosa d’essere la creatura femminile più bella di tutto il creato. Era nata dalla spuma del mare, e aveva raggiunto la terraferma su di una conchiglia sospinta dal vento. La dea dell’amore, Afrodite, viveva su nell’Olimpo, dispensando amore agli uomini e alle donne. Un giorno, giunse all’orecchio di Afrodite una diceria intollerabile, secondo la quale, sulla Terra, viveva una giovane fanciulla chiamata Psiche (“Anima” in greco). Nessuno specchio delle brame le aveva fatto notare nulla al riguardo, ma gli dei erano certi di quel che le riferivano: - Psiche ha i lineamenti del viso talmente delicati da poter essere ritenuta ancor più bella della dea Afrodite -. Come avvenne nel cuore di quella regina cattiva cui facevo menzione, anche ad Afrodite la rabbia e la gelosia le indurirono lo spirito. Afrodite, furibonda, convocò il figlio Eros ordinandogli di far innamorare Psiche di un orribile mostro. Con le sue grandi ali bianche, simili a quelle di un angelo, Eros discese dal monte Olimpo, portando con sé il suo arco e la sua faretra ricolma di frecce.

"Amore e Psiche" - Dipinto di Kauffmann

 

Sebbene fosse tanto splendida, Psiche non riusciva a trovare marito e, un mattino, affranta per la sua solitudine, cominciò a piangere a dirotto mentre si trovava nei pressi di un colle. Eros raggiunse la valle e da laggiù intravide per la prima volta Psiche. Incantato dalla bellezza della giovane donna, Eros ebbe pietà di lei. Come il cacciatore di “Biancaneve”, desistette dal commettere un atto tanto iniquo e ripose la sua arma. Eros non riusciva a distogliere lo sguardo da Psiche, le lacrime versate dalla fanciulla lo impietosirono a tal punto da suscitare in lui forti sentimenti. Tirò così fuori dalla faretra una delle sue frecce e si trafisse egli stesso un piede. D’improvviso, Psiche si sentì sollevare dolcemente dai venti zefiri e, volteggiando sul mare, raggiunse una regione sperduta, per essere poi adagiata dinanzi ad una reggia tutta splendente. Eros si era innamorato perdutamente della fanciulla e l’aveva portata con sé nella sua dimora segreta, dove neppure la madre Afrodite sarebbe riuscita a trovarli. Psiche varcò la soglia della reggia e cominciò a visitarla, presa dalla curiosità. Le porte che conducevano alle ampie camere erano d’argento, le mura che delimitavano la sala grande sita all’ingresso erano fatte d’oro, i soffitti d’avorio. I pavimenti erano azzurri con sparse increspature di bianco e davano alla giovane la sensazione di camminare come sulle nuvole. Non ci fu nessuno ad accogliere Psiche, il palazzo regale pareva essere disabitato, eccetto che da servitori invisibili, che, palesandosi a sera inoltrata, le servirono la cena.

"Amore e Psiche" di Antonio Canova

 

Quando scese la notte, Psiche cominciò ad avere paura, non trovando nessuna lanterna per poter schiarire le fitte tenebre della propria camera da letto. Eros, infatti, non voleva farsi guardare agli occhi della mortale e nel talamo si presentò a Psiche permanendo nell’oscurità. Avvertendo la presenza del dio, solamente avendolo accanto, Psiche ricambiò l’amore di Eros e tra i due cominciò una meravigliosa e dolce unione che perdurerà per tutte le notti a seguire. Psiche vive  sostanzialmente “intrappolata” nel castello di Eros, ma non avverte affatto d’essere prigioniera. E’ un po’ come Belle, che non sentì mai d’essere in effetti rinchiusa nel castello magico della Bestia, innamoratasi perdutamente di lei. 

"Eros e Psiche" - Dipinto di Picot

 

Psiche vorrebbe, però, rivedere le sue sorelle, e raccontare loro un tale amore provato e vissuto. Eros la mette in guardia dal rendere noto il loro amore, ma Psiche insiste nel volerle incontrare. Acconsentendo alla richiesta della fanciulla, Eros conduce le sorelle di Psiche alla reggia ma le ragazze, aggressive e perfide come le sorelle della fiaba di “Cenerentola”, insinuano il dubbio nella mente di Psiche circa le reali fattezze del suo amante.

I due innamorati a letto - Dipinto di Jacques-Louis David

 

Psiche, senza neppure guardarlo, si era invaghita di lui, perché aveva avvertito empaticamente la purezza della sua anima: era quella la forma di amore spirituale.  Ma la curiosità della donna nel voler vedere anche l’aspetto del compagno, e beneficiare conseguentemente della chiarezza estetica di un amore carnale, divenne incalzante. Fu così che prese una lampada ad olio per illuminare il volto del suo amante e raggiunse di corsa la camera da letto. Eros si era appena addormentato. Psiche si intrattenne a lungo ad osservarlo, scorse i capelli dai riccioli d’oro del dio e le rosee guance, ma di più la colpirono le candide ali con riflessi argentei. Nel volerlo osservare ancor meglio, Psiche avvicinò la lampada al corpo dormiente del dio. La sua brama di conoscenza fu fatale, una goccia dell’olio della lampada cadde su Amore che rimase ustionato e, sentendosi tradito, risalì al cielo, abbandonando la sua amante. Fallito il tentativo di aggrapparsi alla sua gamba, Psiche, straziata dal dolore, tenterà più volte di porre fine alla sua esistenza, ma gli dei la salveranno ogni qual volta tenterà di attuare i suoi estremi propositi. Inizia così a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo.

"Amore e Psiche" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando era prossima a perdere la speranza, Psiche fu raggiunta da Afrodite, la quale le disse che per sperare di rivedere Amore avrebbe dovuto sostenere quattro prove: la prova dei semi, della lana d’oro, dell’acqua sacra e la prova del vaso della bellezza. Nella prima, Psiche dovette dividere un enorme mucchio di semi diversi tra loro in tanti mucchietti uguali. L’impresa è ovviamente ardua per una sola ragazza, ma un aiuto inaspettato arrivò da una famigliola di formiche. La seconda prova consistette nel raccogliere la lana d'oro di un gregge di pecore. In realtà, le pecore erano degli arieti aggressivi e perennemente inquieti e, una volta avvertita, Psiche riuscì a raccogliere le lane rimaste tra i cespugli, aspettando la sera. La terza prova consistette nel raccogliere acqua da una sorgente che si trovava in cima ad un’altura a strapiombo nel vuoto. Anche in questo caso la fanciulla avrà un aiuto esterno, riuscendo a compiere l’impresa con l’aquila di Zeus.

Eros salva la sua amata - Dipinto di Anthony Van Dyck

 

Nell’ultima prova Psiche rischiò di morire: dopo aver aperto il vaso offertole negli inferi da Persefone, svenne e caddé in un sonno profondo. La fanciulla venne salvata poco prima di soccombere da Amore che, fuggito dalla prigione in cui la madre lo aveva confinato, strapperà Psiche dalla gelida presa della morte, risvegliandola con un bacio, esattamente come farà il principe di una fiaba con la sua promessa sposa, Aurora.

"Amore e Psiche" - Gruppo scultoreo di Antonio Canova

 

Eros portò la bella nel suo castello. Zeus, vedendo la fanciulla prostrata alla fatica, mosso a compassione decise di far riunire definitivamente i due amanti. Psiche ascese al cielo, divenne una dea e sposò Amore, dalla cui unione nascerà Voluttà. E così vissero tutti felici e contenti

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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