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"Totoro" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Le vecchie case abbandonate non sono mai disabitate né vacue e né silenti. Lo scricchiolio dei vecchi mobili è il sommesso russare di un’abitazione antica che ronfa profondamente e stronfia di tanto in tanto. Certe case seguitano a serbare, come fossero scrigni, le gioie, i candidi sorrisi, gli amori di coloro che, tra quelle mura, hanno trascorso una parte indimenticata del proprio vissuto. Quando un alloggio viene dimenticato, non resta mai solo. Può capitare che una dimora conservi, tra le pareti, i sorrisetti e i borbotti di buffe pallotte di pelo nero, esserini che vivono celati allo sguardo di un adulto. I nerini del buio occupano le case dismesse con il garbo di ospiti accorti e pazienti. Tali creaturine erranti, scure come polvere di carbone, sono sempre pronte ad andare via quando una famigliola è prossima a cominciare una nuova vita proprio nella casa che, fino ad allora, li aveva preservati.

Negli attimi in cui le luci si aprono, questi gorghi di caligine che pullulano nelle stanze scappano via di gran carriera. Nessuno li nota eccetto i bambini. Tuttavia, i tanti puntini neri che si smaterializzano confondono i piccini, dando loro l’impressione d’essere nulla più che sensazioni d’occhio. Sono pochi i bimbi che continuano a voler cercare le origini di queste bizzarre creature dagli occhietti vispi. Satsuki e Mei, due sorelline di 11 e 4 anni, si imbattono proprio in questi animaletti fatti di fuliggine, quando varcano per la prima volta la soglia della loro nuova “Katei”, sita a pochi passi dal villaggio di Tokorozawa, immersa nella natura.

Confidando nel fatto che quello che hanno osservato fugacemente non fosse un mero abbaglio, le bambine corrono su e giù per la casa, superando la soglia di ogni camera e accendendo la luce, così da scorgere altri corri-fuliggine poco prima che essi si dileguino. Satsuki e Mei restano affascinate da tali entità così particolari e di difficile scernimento. Quello che entrambe ancora non possono immaginare è che questo sarà per loro l’inizio di un’estate magica, in cui conosceranno le bellezze schiette, spesso misteriose, della natura.

Le sorelline si sono trasferite con il papà in questi luoghi per stare vicini alla loro mamma, ricoverata in una clinica di cura per riprendersi da una spossante malattia. Ogni volta che possono, Satsuki e Mei si recano a trovare la madre ormai in via di guarigione. Durante il loro ultimo incontro, le due bimbe vengono a sapere che presto la loro mamma potrà tornare a casa. Sorridenti e felici, le piccole trascorrono le successive giornate giocando in cortile, all’aria aperta, tra campi coltivati, ponticelli che sovrastano corsi d’acqua cristallina, e risaie. Proprio vicino alla loro casa, sorge una foresta verdeggiante e piena di vita, con tanti alberi secolari che si levano alti nel cielo. Un giorno, Mei, rimasta a svagarsi in giardino, nota due strani animaletti, baffuti e con grandi orecchie, che si incamminano verso il bosco.

Uno di loro era bianco, quasi trasparente, come fosse uno spirito incontaminato, l’altro era, invece, azzurro come la volta celeste priva di nuvole, ed entrambi avevano la dimensione di cuccioli. Seguendoli, e facendosi strada su di un sentiero di ghiaie, Mei raggiunge un imponente albero di canfora, alle cui radici sonnecchia un grosso e curioso animale. Mei si arrampica sul corpo dormiente della creatura, che giace a pancia in su.

Totoro, è questo l’appellativo scelto dalla bambina per identificarlo, ha il corpo simile a quello di un procione, la stazza massiccia di un orso, i baffi spioventi e le orecchie a punta di un gatto, e un manto grigio e pieno di peli, soffice e morbido. Il peso della piccola, distesasi sulla pancia di Totoro, non sembra disturbare affatto il sonno dell’animale, forse perché l’infinita leggerezza dell’infanzia è lieve come una graziosa ninfea dondolata dalle acque. Mei giocherella con il suo nuovo amico, grattandogli il muso con le dita così da innescare in lui l’inaspettata reazione di uno sbadiglio. Totoro si ridesta solo per qualche attimo e contraccambia lo sguardo indiscreto di Mei, stanca e in procinto di addormentarsi. Il lieve e dolce rumore della boscaglia concilia il sonno di questi due esseri. Il prato composto di solo fogliame si configura come un letto comodo e naturale per Totoro, e, in egual maniera, il suo stesso corpo, peloso e tenero, diviene un lenzuolo caldo sul quale Mei può addormentarsi lieta e spensierata. 

E’ stato soltanto un sogno? Totoro non è che un’ombra, un pensiero, un’illusione, un amico immaginario? Una sera, Satsuki, attendendo con Mei addormentata sulle sue spalle l’arrivo di un autobus, vede anch’ella e per la prima volta Totoro, fermo a pochi passi, in attesa dell’arrivo di un Gattobus, un mezzo di trasporto alquanto speciale. La pioggia continua a scendere copiosa, e Totoro ha, come unica protezione sul capo, una badiale foglia verde. Allora Satsuki gli offre, con gentilezza, il suo ombrello. Totoro resta colpito dal dono e, da quel momento, se ne separerà di rado, reggendolo con una zampa e portandolo al di sopra della testa anche quando il cielo è terso e del tutto schiarito. Per ricambiare, il “vicino” regala alle sue amiche alcuni semi da piantare. L’importanza dell’offrire, del condividere, è qui espressa con una poetica visiva delicata e tanto garbata. Una notte, accompagnate proprio da Totoro, le bambine lasciano cadere i semi nel loro giardino i quali, sospinti dal volere dell’animale, generano piante sane e robuste. Totoro dimostra così d’essere il custode della foresta, uno spirito che porta il vento, la pioggia, la crescita della flora e la maturazione vitale.

Totoro è una creatura che incarna la purezza gemmea della natura, ha la pazienza delle sequoie, il buon odore delle canfore, la delicatezza dei fiori di ciliegio e la levità di un fiore di loto cullato dalla corrente. Esso è buono come il pane derivato dal grano coltivato in un campo assolato e fertile, ha un temperamento quieto, che emana la medesima serenità di una radura rigogliosa. Possiede un animo sensibile come l’incedere di un cervo su di un florido bosco, una pelle soffice come un letto di foglie sparse sul terreno, un verso flautato come vento fresco che soffia da est, uno sguardo placido come il sole al crepuscolo che svanisce al di là del colle e un atteggiamento riguardoso e protettivo come quello di una foresta che lascia traspirare i raggi di una luna piena sorta al calar della notte e che schiarisce un viottolo lontano. Totoro non parla, si esprime a gesti, volteggiando di albero in albero, con grosse fauci che lasciano comparire uno stravagante sorriso sul suo faccione, persino con i silenzi. Esattamente come la natura, incapace di parlare con il linguaggio dell’uomo ma ugualmente in grado di comunicare con il soffio della brezza, la linfa contenuta in un tronco, la vividezza di una gemma che germoglia, il tocco dell’erba o la gamma cromatica di un petalo. La bontà di Totoro è tanto profonda, ed esso, invisibile alle attenzione di chi è ingenuamente maturo, si lascia osservare soltanto dalle due bambine, bisognose della sua vicinanza.

Un pomeriggio, sarà proprio Totoro, con la sua proverbiale e contagiosa pacatezza, a calmare l’animo inquieto e burrascoso di Satsuki, quand’ella perderà la sua sorellina nel labirinto fatto da cespugli e piccoli alberi, e lui l’aiuterà a ritrovarla. Mei si era allontanata dalla sorella maggiore in un attimo di rabbia, quando non riusciva ad accettare che la mamma, ancora una volta, non sarebbe potuta tornare a casa. Due bambine così innocenti non dovrebbero mai conoscere le sofferenze che la vita, a volte, può riservare. Ecco perché dovrebbero sempre avere, a breve distanza, un vicino molto speciale che possa proteggerle in attesa che la loro mamma, o il loro amato genitore, faccia ritorno e possa riprenderle con sé.

Tante cose sfuggono allo sguardo dell’essere umano o, ancor più radicalmente, vengono trascurate dai suoi sensi. Crescendo, l’animo dell’uomo tende ad incupirsi, a perdere la predisposizione per scrutare il sogno, per fomentare l’immaginazione, per ammirare la meraviglia inaspettata. E’ forse per tale ragione che chi diviene maturo e smarrisce questa bontà parte integrante della giovinezza non ha più la possibilità di mirare Totoro. Eppure, basterebbe comprendere che la magia è attorno a noi. La forza di un albero che, dalla terra, affondando le radici laggiù dove i nostri occhi smettono di vedere, si innalza sino a lambire le nuvole, ancora oggi, è il più sbalorditivo degli incantesimi. La natura è estasi, un universo smagliante, vivido, che adombra un microcosmo segreto da raggiungere solo se guidati dalla bussola dell’emotività. Totoro non è un’allucinazione onirica imperscrutabile, ma un sogno tangibile, vivo e vero. L’albero di canfora, la casetta di Totoro, non si trova in uno spazio immateriale, ma nella stessa boscaglia, in attesa che qualche fortunato possa riuscire a scorgerla, simbolo di come la magia si nasconda ai nostri occhi ma sia proprio intorno a noi.

Non riusciamo a comprenderlo, non tutti. Ecco perché sono pochi coloro i quali riescono ad ascoltare le melodie intonate da questo custode che, stando in piedi su di un ramo, suona un’ocarina nella notte, allietando i sogni di un bosco caduto in un profondo sonno. Colui che possiede il candore negli occhi può ancora guardare quelle “biglie” di fuliggine nascoste tra i camini nel mentre fuggono via, poiché è in grado di contemplare la natura e rispettarla come essa merita.

Totoro personifica la favola della vita, la fantasia del reale, un sogno da vivere ad occhi aperti e di cui godere quando si è desti. Restando svegli è, infatti, possibile sostare su di un ramo che protende verso il ruscello. L’acqua limpida scorre in piena, l’aria è fresca e salubre, e questo amico, accarezzato da un refolo, resta fianco a fianco a chi lascia venire giù la lenza di una canna da pesca.

Voto: 9,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • Nascita

Tutti i rampolli dell’alta società di Gotham vestivano con frac neri, papillon e camicie bianche, camminavano in gruppi numerosi con andature preimpostate, talvolta goffe, somigliando a pinguini imperatori su scivolosi ghiacciai. Il ricco Tucker Cobblepot non era diverso da questi! Una sera, se ne stava immobile davanti alla grande finestra del salone. Il suo sguardo verso l’esterno sembrava volesse ricercare, tra i candidi fiocchi di neve, una tanto agognata serenità. Sebbene apparisse distinto, la sua faccia non riusciva a nascondere l’inquietudine che lo attanagliava. Se il portamento del nobiluomo non suggeriva più del dovuto, i suoi occhi smarriti continuavano a tradirlo. Per stemperare l’intollerabile tensione, il magnate fumava una sigaretta infilata nel suo bocchino, mentre con l’arcata superiore dell’occhio sinistro stringeva il solito monocolo. D’un tratto, egli avvertì l’urlo straziante della moglie. Ester si trovava nella stanza adiacente il soggiorno, e stava dando alla luce il loro erede, Oswald. La prima a sgattaiolare via da quella camera fu una sconvolta infermiera. La seguì il medico, coprendosi il volto con un fazzoletto di stoffa. Tucker corse dalla moglie, e quando la raggiunse si lasciò andare ad un grido di disgusto. Ester stava bene, ma il nascituro era spaventosamente deforme. Nel periodo natalizio, il bambino giaceva rinchiuso all’interno di una gabbia nera, per via dei suoi atteggiamenti aggressivi. Orripilati dal concepimento del loro primogenito, e addirittura spaventati dalla sua violenza, i genitori meditarono un piano per sbarazzarsi della creatura. Si incamminarono in una fredda serata invernale alla volta di un parco in cui, un tempo, sorgeva uno zoo. Tutt’e due mandavano avanti la carrozzina dentro la quale riposava, come in una oscura prigione, l’ignaro neonato. Quando furono in prossimità di un ponte, gli sposi incrociarono un’altra coppia, intenta anch’essa a passeggiare per strada sospingendo una carrozzina bianca.

Il regista inserisce questa famigliola per un breve passaggio e, altrettanto fugacemente, la fa sparire. Ma chi erano costoro? E se fossero i Wayne con il loro neonato Bruce? Non c’è dato sapere con certezza, e se, per questioni d’età, Oswald e Bruce si sarebbero potuti incontrare appena nati. Resta ancora oggi suggestivo il mistero circa questo strano incontro. Bruce e Oswald, i futuri Batman e Pinguino, nella visione del cineasta hanno in comune più di quanto credano. Se la storia non fosse andata così come stabilito dall’opera filmica, Bruce e Oswald, rampolli della nobiltà Gothamita, avrebbero frequentato i medesimi ambienti e, pertanto, si sarebbero conosciuti in tutt’altre vesti. Un fato imprevedibile, sin dalle origini, ha voluto, tuttavia, snocciolare un futuro diverso per i due, destinati a scontrarsi come acerrimi nemici. Oswald era una prole ripudiata, dominata da un destino terribile che lo ha voluto orripilante nell’aspetto e nel carattere, Bruce, invece, era un figlio adorato, la cui sorte avversa lo ha scelto come testimone inerme di un omicidio in una drammatica notte, quella in cui persero la vita i suoi cari.

Tucker e Ester sganciano il vano culla dalla carrozzina e, senza apparenti remore, gettano l’infante nel fiume così che possa morire per il gelo. Sconvolti, i due si soffermano ad osservare il particolare involucro che, trascinato dai fluttui, scompare nei bui cunicoli delle fogne. Come accadde a Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo, “Notre-Dame de Paris”, Oswald venne abbandonato per la sua bruttezza e per la sua inaccettabile diversità. La ricca e blasonata famiglia dell’antagonista del lungometraggio, così come è stata ideata da Tim Burton, si contrappone all’umile famiglia di gitani a cui apparteneva Quasimodo, l’uomo formato a metà, così come crudelmente era stato soprannominato da Claude Frollo, arcidiacono della Cattedrale parigina.

Il destino di Oswald è dunque offerto al volere delle acque, un accadimento che rievoca il racconto biblico di Mosè, anch’egli affidato alle correnti del Nilo dalla madre Jocabel. Parallelismi simili che però dipanano un’intenzionalità contraria: se Mosè era stato lasciato per essere salvato, Oswald viene abbandonato per essere obliato.

Invero, la culla del piccino viene dondolata dalle putride acque fognarie fino ad una grande caverna sotterranea del “Mondo Artico”, luogo in cui ha trovato asilo una colonia di pinguini, ultimi superstiti della sezione antartica del dismesso zoo cittadino. I pinguini rinvengono la “cesta” con il nascituro, adottandolo come fosse un cucciolo della loro specie.

"Batman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Solitudine

33 anni dopo gli eventi fin qui narrati, Gotham City è sotto la protezione di Batman (Michael Keaton), vigilante mascherato e paladino della metropoli. A turbare la ritrovata quiete della città sono le voci riguardanti gli avvistamenti del “Pinguino”, un misterioso essere mezzo uomo e mezzo uccello che si cela nelle fogne.

Molteplici sono i riferimenti religiosi che possono essere colti nel film di Burton. Oswald nasce nella stagione natalizia, un periodo in cui la religione cristiana celebra la venuta al mondo di Gesù.  Oswald (Danny DeVito), conosciuto con lo pseudonimo di “Pinguino”, torna nella sua città natale quando ha compiuto il trentatreesimo anno di vita. Un’età straordinariamente simbolica per la fede cattolica, poiché richiama l’ultimo anno d’esistenza terrena del Messia. Questi interessanti elementi fanno sì che la figura del Pinguino si presti, con le dovute proporzioni, ad una rilettura “mistica”, tanto da poter essere considerato il “profeta” di una nuova razza, in cui l’umanità e la bestialità animale si mescolano in un agglomerato raccapricciante.

In un imprecisato momento della sua vita, Oswald venne assoldato come fenomeno da baraccone. Raggiunta l’età adulta, il “freak” aveva il seguente aspetto: era un uomo tarchiato e informe, per di più calvo, anche se dalla sua nuca scendevano lunghe ciocche di capelli neri, unti e sudici. Un vistoso naso aquilino, appuntito e spiovente come il rostro di un grosso rapace, era la prima cosa del suo volto a balzare all’attenzione. I denti erano neri come la pece, e le sue mani avevano soltanto due dita, poiché le restanti tre si erano fuse insieme, formando una sorta di pinna.  Il suo incedere era dinoccolato e dava la sensazione d’essere affaticato: in tutto e per tutto egli assomigliava ad un Pinguino. L’aspetto designato per l’antagonista del film fu accuratamente ideato e realizzato sui connotati fisici dell’attore Danny DeVito attraverso un impegnativo lavoro di trucco. Burton voleva creare un cattivo grottesco e agghiacciante, sociopatico e terrificante, un personaggio che venisse odiato ma che, inaspettatamente, potesse anche essere compatito. La deformità del Pinguino non riguarda solo l’aspetto fisico ma anche la mente e parte del suo cuore. Oswald è tanto mostro esteriormente quanto interiormente, peculiarità che più lo differenzia dal Quasimodo di Hugo. Nel corso della sua esistenza, il Pinguino sviluppò una bizzarra ossessione per i “para-pioggia”. La sua nutrita collezione di ombrelli può essere considerata alla stregua di un arsenale, poiché il Pinguino nel tempo li ha modificati, trasformandoli in micidiali armi.

La prima apparizione di Bruce Wayne nella pellicola lo mostra trattenersi, insonne, nel suo studio. Il volto è sperduto, l’espressione corrucciata e la mano è posizionata all’altezza del mento, come se volesse rimarcare la riflessività del momento. Bruce è un pensatore e, in quegli attimi, egli sta scorrendo il suo passato. In fuggevoli attimi di ripresa, Keaton ha la capacità di esternare il tormento interiore del suo Batman, conturbato nel rimuginare. Il Bruce Wayne di Michael Keaton dorme di rado: di questo ne avevamo avuto un assaggio già nel precedente capitolo “Batman” del 1989. Dopo la notte trascorsa con la fotoreporter Vickie Vale, il protagonista faticava a prender sonno, e preferiva scacciare gli incubi vissuti ad occhi aperti temprando il proprio fisico con gli allenamenti. Anche in “Batman Returns”, cogliamo questa tensione silente, un’angoscia che tiene l’eroe in uno stato di allerta e di isolamento.

Selina Kyle (Michelle Pfeiffer) è un’impacciata e sciatta segretaria alle dipendenze di Shreck. Vive sola nel suo appartamento e possiede un gatto come animale da compagnia. Selina è gentile e premurosa in una realtà urbana infingarda e cattiva. La tragica morte per omicidio a cui andrà incontro, e il soprannaturale evento di resurrezione che la riporterà in vita, muteranno il carattere della donna la quale, una volta rientrata in casa, perderà il controllo di se stessa e distruggerà ogni elemento della propria casa che le ricordi la parte più pura, infantile e sognante della sua vita.  Selina strapazza e annienta i suoi peluches, imbratta col colore le magliette più “giovanili” del suo guardaroba, distrugge la casetta delle bambole che aveva sin da bambina per poi cucirsi un aderente vestito nero. Nasce da un parto violento e liberatorio Catwoman, l’essenza più incontrollata, tumultuosa, vendicativa e sensuale di Selina Kyle.

Batman, il Pinguino e Catwoman, sono, a loro modo, soli, incompresi, tormentati e nevrotici. Se Bruce ed Oswald personificano il bene e il male, Catwoman oscilla pericolosamente in ambedue i lati, incarnando un equilibrio instabile di luce e oscurità.  E’ interessante notare come i tre protagonisti corrispondano, nei loro alter-ego, ad animali: il pipistrello, il gatto e, per l’appunto, il pinguino.

  • Sospetto

Oswald, dopo aver scoperto la propria identità, ha l’intenzione di scalare le vette del potere municipale sino a ridurre la città di Gotham in cenere. Shreck prepara un accurato piano per riabilitare agli occhi dei cittadini-votanti la figura del Pinguino, aspirante sindaco di Gotham. “Batman Returns” mostra con quanta facilità possa essere manipolata l’opinione pubblica mediante un’orchestrata comunicazione politica basata sulla propaganda con l’ausilio dei media televisivi, i quali possono modellare ad arte, come argilla fresca, un’immagine distorta della realtà. Il Pinguino si presenta come il candidato perfetto, e attorno alla sua persona fa sì che si palesi l’alone astratto ma percettibile di un uomo umile, privato dei diritti che gli spettavano dalla nascita, orrido ma dal cuore d’oro. Sfoggiando un look in stile vittoriano, con frac, cappello a cilindro e monocolo, il mostruoso “uomo-anfibio” si trasforma in un “gentiluomo” raffinato, una mutazione che i giornali paragonano all’evoluzione del brutto anatroccolo in cigno.

Batman segue preoccupato l’ascesa al potere del Pinguino e nutre dei grossi sospetti. Già prima di quei giorni, una notte, l’eroe si era recato ad osservare l’agire del losco figuro, occupato a raccogliere informazioni sui primogeniti di Gotham con il “pretesto” di ricercare le proprie origini. La scena che vede Batman procedere con la batmobile durante una copiosa nevicata non è soltanto fascinosa ma didascalica circa le abilità intuitive del supereroe. In questa sequenza emerge infatti l’acume fine e il prodigioso intelletto di Bruce, il quale sospetta correttamente di un reo. La sfida a distanza tra il cavaliere oscuro e il Pinguino è appena cominciata.

"Batman e Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Passione

Tra il crociato incappucciato e la donna dai poteri felini si consuma, nelle lunghe notti di Gotham, una tormentata relazione passionale che vede l’amore e l’odio fondersi in un connubio torbido e divorante. Parallelamente alla relazione intrecciata nelle loro vesti mascherate, i due, senza conoscere le rispettive identità segrete, iniziano a frequentarsi anche come Bruce e Selina in pieno giorno. Passando dalla mattina alla sera, oscillando dalla luce all’oscurità, dal viso scoperto a quello nascosto da una maschera, in “Batman Returns” verità e inganni, segreti e bugie perpetrati dai due amanti s’intrecciano in una mescolanza separatoria eppure indistinguibile. Sia nelle loro vesti comuni di uomo e donna, sia nei loro panni di vigilatori in costume, la fatale attrazione che lega i due innamorati non fa che attanagliarli in un gioco distruttivo, dominato da un impeto carnale che sfocia in un erotismo selvaggio. Basti notare il costume della stessa eroina che evoca l’immagine di uno stringente e provocante abito sadomasochistico. Persino la frusta, l’arma utilizzata dalla donna per colpire e ferire Batman in uno dei loro interminabili duelli, richiama un tipo di arnese prestato a fini sessuali.

Il cavaliere oscuro e la “gatta ladra” si odiano e si amano, si perdono e si cercano, combattono senza esitazione nelle sommità dei grattacieli e poi cedono tanto da scambiarsi un intenso bacio sotto il vischio, dando consistenza e vigoria ad un rapporto in cui la violenza non è altro che un riflesso del desiderio, ed un colpo sferrato in combattimento risulta essere la richiesta disperata di una tenera carezza.  Contrariamente a ciò, tra Bruce e Selina, (attenzione non tra Batman e Catwoman), il rapporto appare più cristallino, poiché si instaura un amore che rappresenta quanto di più umano e speranzoso essi possano esprimere, quando non sono più schiacciati dagli obblighi imposti dai mantelli e dalle maschere. Durante un ballo in maschera, i tormentati amanti si incontrano per concedersi un lento. Proprio in tale contesto, essi rivelano la loro reciproca identità. Nella circostanza in cui tutti indossano un costume mascherato, Bruce e Selina colgono l’occasione per sdrucirselo di dosso vicendevolmente.

Se Batman e Catwoman sono obbligati a scontrarsi pur bramandosi, Bruce e Selina potrebbero riuscire a conquistare un futuro insieme. A tal proposito, togliendosi la maschera, sarà proprio Bruce ad implorare Selina, anch’ella strappatasi di dosso il suo “cappuccio”, di seguirlo nella sua casa, dimenticando il peso dato dalle rispettive controparti. Nei loro aspetti “umani”, entrambi ricercano un futuro insieme salvo poi dover rinunciare ad esso con totale frustrazione.

  • Abbandono

Varie e ambiziose erano le aspirazioni del Pinguino, ma, come un uccello che non può volare, egli non poté levarsi da Terra e raggiungere ciò che più agognava. Oswald dovette desistere dai suoi propositi quando Batman riuscì a smascherare le sue malefatte pubblicamente. Respinto dai cittadini di Gotham, isolato da Shreck, Cobblepot tornò al suo covo, meditando vendetta. Il suo efferato piano è pronto ad essere attuato: la cattura e l’assassinio di tutti i primogeniti della città, così da far pagare loro la “fortuna” d’essere figli di una famiglia che non li aveva dimenticati. Sarà nuovamente Batman a sventare i suoi intenti e a fermarlo poco prima che lo stesso Pinguino trovi la propria fine.

La scelta dell’antagonista di voler uccidere i primogeniti costituisce un ennesimo metro di paragone con il racconto biblico dell’esodo. La decima piaga d’Egitto scatenata da Mosè prevedeva, infatti, la discesa sulla Terra dell’Angelo della Morte, che avrebbe sottratto la vita dal corpo dei primogeniti dell’Egitto.

Il Pinguino era un essere cattivo, brutale e insensibile, ma allora perché negli istanti in cui procede lento, e seguita a trascinarsi nel suo stesso sangue, la musica malinconica e lo scorrere delle immagini riescono a far commuovere con una simile efficacia? Forse perché il Pinguino era un mostro di origine controllata, solo e malato, che fu abbandonato in egual maniera quando nacque così come quando morì. Lo avevano lasciato i genitori, lo aveva lasciato il morente Shreck, anche i membri del triangolo rosso scelsero, alla fine, di voltargli le spalle e scappare dalla sua crudeltà. Soltanto i pinguini rimasero con lui fino a che non esalò l’ultimo respiro. Gli stessi, procedendo insieme, spinsero il corpo di Oswald verso l’acqua, laggiù dove sarebbe dovuto morire quando non era che un bimbo in fasce. Come un corteo funebre, sotto gli occhi di Batman, i pinguini, anch’essi dimenticati dagli uomini quando lo zoo venne abbandonato, danno al loro simile l’addio in quel sepolcro acquatico. Forse Oswald aveva ragione quando disse che non era un uomo, ma un animale a sangue freddo visto che solo il regno animale lo aveva accettato.

La morte del Pinguino è una scena triste, che suscita nel cuore degli spettatori una silenziosa, commuovente e mostruosa compassione.

  • Fine

“Batman Returns” è il film più cupo, triste e drammatico mai girato sul cavaliere oscuro. La regia ispiratissima di Burton e la maestria interpretativa degli attori, tutti in stato di grazia, hanno permesso alla pellicola di fregiarsi dello status di cult.

Il secondo ed ultimo Batman Burtoniano mostra, negli ultimi scampoli del proprio corso, Bruce, separatosi da Selina, nel mentre ammira dal finestrino della sua auto il freddo ma sereno paesaggio di una Gotham innevata. E’ Natale, e ancora una volta l’unico “mostro” che ha scelto di non farsi corrompere e avvelenare dalla mostruosità della crudeltà umana continua a vegliare sulla città. Si tratta proprio di Batman, l’unico e solo eroe in grado di ergersi con razionalità sull’aberrazione. Tutto d’un tratto il batsegnale brilla nel cielo, richiamando l’arrivo del Supereroe, sotto lo sguardo vigile di Catwoman.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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