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Recensione e analisi “Il mio vicino Totoro” – Sogno… E son desto!

"Totoro" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Le vecchie case abbandonate non sono mai disabitate né vacue e né silenti. Lo scricchiolio dei vecchi mobili è il sommesso russare di un’abitazione antica che ronfa profondamente e stronfia di tanto in tanto. Certe case seguitano a serbare, come fossero scrigni, le gioie, i candidi sorrisi, gli amori di coloro che, tra quelle mura, hanno trascorso una parte indimenticata del proprio vissuto. Quando un alloggio viene dimenticato, non resta mai solo. Può capitare che una dimora conservi, tra le pareti, i sorrisetti e i borbotti di buffe pallotte di pelo nero, esserini che vivono celati allo sguardo di un adulto. I nerini del buio occupano le case dismesse con il garbo di ospiti accorti e pazienti. Tali creaturine erranti, scure come polvere di carbone, sono sempre pronte ad andare via quando una famigliola è prossima a cominciare una nuova vita proprio nella casa che, fino ad allora, li aveva preservati.

Negli attimi in cui le luci si aprono, questi gorghi di caligine che pullulano nelle stanze scappano via di gran carriera. Nessuno li nota eccetto i bambini. Tuttavia, i tanti puntini neri che si smaterializzano confondono i piccini, dando loro l’impressione d’essere nulla più che sensazioni d’occhio. Sono pochi i bimbi che continuano a voler cercare le origini di queste bizzarre creature dagli occhietti vispi. Satsuki e Mei, due sorelline di 11 e 4 anni, si imbattono proprio in questi animaletti fatti di fuliggine, quando varcano per la prima volta la soglia della loro nuova “Katei”, sita a pochi passi dal villaggio di Tokorozawa, immersa nella natura.

Confidando nel fatto che quello che hanno osservato fugacemente non fosse un mero abbaglio, le bambine corrono su e giù per la casa, superando la soglia di ogni camera e accendendo la luce, così da scorgere altri corri-fuliggine poco prima che essi si dileguino. Satsuki e Mei restano affascinate da tali entità così particolari e di difficile scernimento. Quello che entrambe ancora non possono immaginare è che questo sarà per loro l’inizio di un’estate magica, in cui conosceranno le bellezze schiette, spesso misteriose, della natura.

Le sorelline si sono trasferite con il papà in questi luoghi per stare vicini alla loro mamma, ricoverata in una clinica di cura per riprendersi da una spossante malattia. Ogni volta che possono, Satsuki e Mei si recano a trovare la madre ormai in via di guarigione. Durante il loro ultimo incontro, le due bimbe vengono a sapere che presto la loro mamma potrà tornare a casa. Sorridenti e felici, le piccole trascorrono le successive giornate giocando in cortile, all’aria aperta, tra campi coltivati, ponticelli che sovrastano corsi d’acqua cristallina, e risaie. Proprio vicino alla loro casa, sorge una foresta verdeggiante e piena di vita, con tanti alberi secolari che si levano alti nel cielo. Un giorno, Mei, rimasta a svagarsi in giardino, nota due strani animaletti, baffuti e con grandi orecchie, che si incamminano verso il bosco.

Uno di loro era bianco, quasi trasparente, come fosse uno spirito incontaminato, l’altro era, invece, azzurro come la volta celeste priva di nuvole, ed entrambi avevano la dimensione di cuccioli. Seguendoli, e facendosi strada su di un sentiero di ghiaie, Mei raggiunge un imponente albero di canfora, alle cui radici sonnecchia un grosso e curioso animale. Mei si arrampica sul corpo dormiente della creatura, che giace a pancia in su.

Totoro, è questo l’appellativo scelto dalla bambina per identificarlo, ha il corpo simile a quello di un procione, la stazza massiccia di un orso, i baffi spioventi e le orecchie a punta di un gatto, e un manto grigio e pieno di peli, soffice e morbido. Il peso della piccola, distesasi sulla pancia di Totoro, non sembra disturbare affatto il sonno dell’animale, forse perché l’infinita leggerezza dell’infanzia è lieve come una graziosa ninfea dondolata dalle acque. Mei giocherella con il suo nuovo amico, grattandogli il muso con le dita così da innescare in lui l’inaspettata reazione di uno sbadiglio. Totoro si ridesta solo per qualche attimo e contraccambia lo sguardo indiscreto di Mei, stanca e in procinto di addormentarsi. Il lieve e dolce rumore della boscaglia concilia il sonno di questi due esseri. Il prato composto di solo fogliame si configura come un letto comodo e naturale per Totoro, e, in egual maniera, il suo stesso corpo, peloso e tenero, diviene un lenzuolo caldo sul quale Mei può addormentarsi lieta e spensierata. 

E’ stato soltanto un sogno? Totoro non è che un’ombra, un pensiero, un’illusione, un amico immaginario? Una sera, Satsuki, attendendo con Mei addormentata sulle sue spalle l’arrivo di un autobus, vede anch’ella e per la prima volta Totoro, fermo a pochi passi, in attesa dell’arrivo di un Gattobus, un mezzo di trasporto alquanto speciale. La pioggia continua a scendere copiosa, e Totoro ha, come unica protezione sul capo, una badiale foglia verde. Allora Satsuki gli offre, con gentilezza, il suo ombrello. Totoro resta colpito dal dono e, da quel momento, se ne separerà di rado, reggendolo con una zampa e portandolo al di sopra della testa anche quando il cielo è terso e del tutto schiarito. Per ricambiare, il “vicino” regala alle sue amiche alcuni semi da piantare. L’importanza dell’offrire, del condividere, è qui espressa con una poetica visiva delicata e tanto garbata. Una notte, accompagnate proprio da Totoro, le bambine lasciano cadere i semi nel loro giardino i quali, sospinti dal volere dell’animale, generano piante sane e robuste. Totoro dimostra così d’essere il custode della foresta, uno spirito che porta il vento, la pioggia, la crescita della flora e la maturazione vitale.

Totoro è una creatura che incarna la purezza gemmea della natura, ha la pazienza delle sequoie, il buon odore delle canfore, la delicatezza dei fiori di ciliegio e la levità di un fiore di loto cullato dalla corrente. Esso è buono come il pane derivato dal grano coltivato in un campo assolato e fertile, ha un temperamento quieto, che emana la medesima serenità di una radura rigogliosa. Possiede un animo sensibile come l’incedere di un cervo su di un florido bosco, una pelle soffice come un letto di foglie sparse sul terreno, un verso flautato come vento fresco che soffia da est, uno sguardo placido come il sole al crepuscolo che svanisce al di là del colle e un atteggiamento riguardoso e protettivo come quello di una foresta che lascia traspirare i raggi di una luna piena sorta al calar della notte e che schiarisce un viottolo lontano. Totoro non parla, si esprime a gesti, volteggiando di albero in albero, con grosse fauci che lasciano comparire uno stravagante sorriso sul suo faccione, persino con i silenzi. Esattamente come la natura, incapace di parlare con il linguaggio dell’uomo ma ugualmente in grado di comunicare con il soffio della brezza, la linfa contenuta in un tronco, la vividezza di una gemma che germoglia, il tocco dell’erba o la gamma cromatica di un petalo. La bontà di Totoro è tanto profonda, ed esso, invisibile alle attenzione di chi è ingenuamente maturo, si lascia osservare soltanto dalle due bambine, bisognose della sua vicinanza.

Un pomeriggio, sarà proprio Totoro, con la sua proverbiale e contagiosa pacatezza, a calmare l’animo inquieto e burrascoso di Satsuki, quand’ella perderà la sua sorellina nel labirinto fatto da cespugli e piccoli alberi, e lui l’aiuterà a ritrovarla. Mei si era allontanata dalla sorella maggiore in un attimo di rabbia, quando non riusciva ad accettare che la mamma, ancora una volta, non sarebbe potuta tornare a casa. Due bambine così innocenti non dovrebbero mai conoscere le sofferenze che la vita, a volte, può riservare. Ecco perché dovrebbero sempre avere, a breve distanza, un vicino molto speciale che possa proteggerle in attesa che la loro mamma, o il loro amato genitore, faccia ritorno e possa riprenderle con sé.

Tante cose sfuggono allo sguardo dell’essere umano o, ancor più radicalmente, vengono trascurate dai suoi sensi. Crescendo, l’animo dell’uomo tende ad incupirsi, a perdere la predisposizione per scrutare il sogno, per fomentare l’immaginazione, per ammirare la meraviglia inaspettata. E’ forse per tale ragione che chi diviene maturo e smarrisce questa bontà parte integrante della giovinezza non ha più la possibilità di mirare Totoro. Eppure, basterebbe comprendere che la magia è attorno a noi. La forza di un albero che, dalla terra, affondando le radici laggiù dove i nostri occhi smettono di vedere, si innalza sino a lambire le nuvole, ancora oggi, è il più sbalorditivo degli incantesimi. La natura è estasi, un universo smagliante, vivido, che adombra un microcosmo segreto da raggiungere solo se guidati dalla bussola dell’emotività. Totoro non è un’allucinazione onirica imperscrutabile, ma un sogno tangibile, vivo e vero. L’albero di canfora, la casetta di Totoro, non si trova in uno spazio immateriale, ma nella stessa boscaglia, in attesa che qualche fortunato possa riuscire a scorgerla, simbolo di come la magia si nasconda ai nostri occhi ma sia proprio intorno a noi.

Non riusciamo a comprenderlo, non tutti. Ecco perché sono pochi coloro i quali riescono ad ascoltare le melodie intonate da questo custode che, stando in piedi su di un ramo, suona un’ocarina nella notte, allietando i sogni di un bosco caduto in un profondo sonno. Colui che possiede il candore negli occhi può ancora guardare quelle “biglie” di fuliggine nascoste tra i camini nel mentre fuggono via, poiché è in grado di contemplare la natura e rispettarla come essa merita.

Totoro personifica la favola della vita, la fantasia del reale, un sogno da vivere ad occhi aperti e di cui godere quando si è desti. Restando svegli è, infatti, possibile sostare su di un ramo che protende verso il ruscello. L’acqua limpida scorre in piena, l’aria è fresca e salubre, e questo amico, accarezzato da un refolo, resta fianco a fianco a chi lascia venire giù la lenza di una canna da pesca.

Voto: 9,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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