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Recensione e analisi “Lo squalo” – Laggiù, Moby Dick soffia…

"Lo squalo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Martin Brody (Roy Scheider) sostava da qualche minuto, insieme al biologo marino Matt Hooper (Richard Dreyfuss), nella casa del rude cacciatore di squali Quint (Robert Shaw). Erano in atto gli ultimi preparativi per la partenza. I tre si apprestavano, infatti, a salpare dal molo più vicino con l’imbarcazione denominata “Orca”. La caccia al grande squalo bianco che, nelle ultime settimane, aveva seminato il panico tra le spiagge dell’isola di Amity, stava per avere inizio. Da giorni, Brody si era battuto per convincere il sindaco Larry Vaughn (Murray Hamilton) a chiudere le spiagge, riuscendo nel suo intento solamente quando lo squalo aveva già mietuto diverse vittime tra i bagnanti. Vaughn non ne voleva sapere, la stagione turistica estiva rappresentava la fonte economica primaria per il sostentamento della cittadina balneare.

Uno dei tanti battibecchi tra Brody e il sindaco della ridente località, sul fatto d’interdire o no le spiagge ai numerosi turisti, avviene proprio su di una zattera, in cui il primo cittadino, ironia della sorte, indossa una giacca con chiari riferimenti marinareschi, tante piccole ancore stilizzate. Un che di simbolico, in quanto il sindaco, sin da subito, si dimostrerà uomo ancorato alle proprie ferme volontà, arroccato sulle proprie convinzioni come fosse un ormeggio, saldo e inamovibile come una bitta.

Brody dava l’idea d’esser teso, quasi intimorito a ridosso della partenza. Fin da bambino, egli provava una paralizzante paura per il mare. La talassofobia è irrazionale, ma Brody non può fare a meno d’avvertirla come una morsa che gli divora lo stomaco. Il mare custodisce un mondo misterioso, e nelle giornate ventose, esso si mostra agitato, inquieto, e i suoi cavalloni gonfi e tumultuosi esacerbano nell’animo del protagonista la paura di affogare. Brody nell’intraprendere quest’avventura in mare combatte anche contro se stesso, contro una paura atavica incarnatasi nella grande “bocca” dello squalo bianco.

Hooper, dal canto suo, adora il mare e tutto ciò che ruota attorno ad esso. L’universo marino, costituito da una variegata flora e fauna, da sempre incanta i suoi sensi e seduce le sue attenzioni. Quando non era che un ragazzino, durante una battuta di pesca, Hooper si imbatté in uno squalo che tentò di ingurgitare il natante sul quale navigava, partendo dai remi per poi proseguire con gli scalmi. La peripezia non lo turbò, anzi fece nascere in lui una curiosità di carattere scientifico, che sfociò poi verso lo studio del comportamento di questi straordinari animali.

Le pareti dell’abitazione di Quint “brulicavano” di resti scheletrici di pescecani. Grandi fauci schiuse campeggiavano caoticamente ovunque gli occhi del poliziotto e del biologo marino posassero lo sguardo. Dagli angoli e nei pressi di una scala di legno che conduce al piano superiore, reti da pesca annodate e palamiti aggrovigliati spuntavano come bislacche suppellettili. Non era certo un arredamento ospitale quello, piuttosto un tripudio scenografico di trionfali “predazioni”. Quell’uomo aveva affrontato dozzine di squali appartenenti alle razze più disparate e li aveva uccisi tutti, collezionando poi ciò che restava di loro. Su di un tavolino posto vicino ad una finestra che si affaccia sul mare, era possibile intravedere le copertine colorate di alcuni libri. In particolare, un piccolo tomo giaceva aperto su di un gradino della scala. Quint era un assiduo lettore? Che libri erano quelli conservati negli spazi liberi della sua dimora?  Volumi dedicati esclusivamente alla pesca?

Sovente mi domando se questo solitario, arcigno e caratterialmente instabile cacciatore, adattato nell’opera filmica dalla fantasia immaginifica di Steven Spielberg, durante tutta la sua vita, abbia mai letto “Moby Dick”.  Di certo, Quint avrà conosciuto la storia scritta da Herman Melville, e forse avrà avvertito, in cuor suo, una sorta di vicinanza empatica nei confronti del protagonista di un classico della letteratura americana.

Quint somiglia al Capitano Achab, colui che condusse un’esistenza amara, nutrendosi soltanto con l’algido sapore della vendetta. Achab visse nell’ossessione di stanare e uccidere l’immensa balena bianca che gli strappò, a morsi, la gamba, riducendola brandelli di carne morta. Mutilato nel corpo e distolto nello spirito, Achab non poteva neppure reggersi in piedi fintanto che non si piantò una protesi ricavata dalla mascella di un vecchio capodoglio che gli permise di proseguire la sua disperata ed estenuante caccia. Achab non dimentica il passato, sopravvive prostrato ad un trascorso che non può cancellare. Similmente al Capitano, Quint ha tentato di obliare la parte più sconcertante del proprio vissuto, senza mai venirne a capo.

Il Capitano Achab e Moby Dick

 

Una notte, mentre l’Orca manteneva la posizione, attendendo la comparsa dello squalo, Brody, Hooper e Quint si intrattenevano a consumare un frugale pasto in cabina, evocando ricordi andati e ferite del passato mai del tutto rimarginatesi. Le cicatrici possono narrare un avvenuto doloroso, talvolta perseguitante. Tra tutte le lacerazioni subite e mantenute dal rigido e insondabile cacciatore, ce n’è una che lo tormenta più delle altre. I segni sulla sua epidermide vecchia e rugosa sono evidenti e testimoniano il tentativo dell’uomo di rimuovere il tatuaggio che indicava la sua appartenenza all’equipaggio dell’USS Indianapolis. Quint comincia così a raccontare la propria triste disavventura.

L’imponente incrociatore della marina statunitense passò alla storia per le vicende legate al suo tragico inabissamento. Utilizzato dall’esercito americano per il rischioso e segretissimo trasporto dell’involucro di uranio della prima bomba atomica, l’incrociatore fu colpito da due siluri sganciati dal sommergibile giapponese I-58, i quali devastarono la fiancata della nave. Finirono in mare 900 persone e lì rimasero, in balie delle onde, per una settimana, senza cibo e con esigue scorte d’acqua. Alcuni dei naufraghi impazzirono, si spensero per disidratazione, molti altri, invece, vennero divorati dagli squali. Attirati dalla tremenda deflagrazione, ma anche dal movimento dell’acqua provocato dalle tante braccia e gambe dei poveri marinai che a stento tentavano di mantenersi a galla, arrivarono squali da ogni dove e infestarono quel braccio di mare per giorni e giorni, azzannando e staccando arti. La sceneggiatura del film, per voce dello stesso Quint, dà dell’accaduto storico questa confessione:

“E insomma, quella prima mattina perdemmo cento uomini. Non so quanti fossero, mille squali forse, mangiavano in media sei uomini ogni ora… A metà del quinto giorno un Lockheed Ventura ci avvistò, passò a bassa quota e ci vide. Era un pilota giovane, molto più giovane del signor Hooper. Comunque ci avvistò e venne a guardare. Tre ore dopo arrivò finalmente un nave appoggio che cominciò a raccoglierci. E vi giuro che quello fu il momento in cui ebbi più paura. Mentre aspettavo il mio turno. Non mi metterò mai più un salvagente addosso. Insomma, eravamo finiti in mare in più di mille, ne uscimmo in trecentosedici, gli altri li avevano mangiati gli squali. Era il 29 giugno del '45.”

La Corazzata Indianapolis

 

Quint ha vissuto un’esperienza traumatica che ne ha compromesso l’equilibrio mentale. In quelle acque, egli aveva osservato la morte dritta negli occhi, in quel suo viso scarnificato, ed essa aveva assunto le fattezze del muso di uno squalo assassino. L’alone nero della morte si era incarnato per lui nell’epidermide grigia e lattiginosa di un predatore infallibile abitatore degli abissi marini, la falce sanguinolenta della triste mietitrice si era configurata in quei denti affilati e la presa gelida della morte nella pinna dorsale che affiorava dallo specchio dell’acqua come un sinistro preannuncio della fine. Quint si era rassegnato a morire, ma quando la nave soccorso giunse a salvare i pochi sopravvissuti egli avvertì la più grande delle paure. La speranza di sopravvivere si era riaccesa in lui, e il timore di poter soccombere proprio quando era a pochi attimi dalla salvezza, lo aveva impietrito. Nulla sa essere più confortante e, al contempo, più genuflettente della speranza di poter vivere quando si è così vicini alla dipartita. Quint prova odio, repulsione, rabbia e livore nei riguardi degli squali. Egli dà loro la caccia con volontà di rivalsa, come se volesse vendicarsi di ciò che ha vissuto. Predare il grande squalo bianco è per lui l’equivalente del cacciare lo smisurato “capodoglio” bramato dal capitano Achab, un atto “venatorio” autodistruttivo.

I tre personaggi del thriller si rapportano al regno acquatico in maniera differente, Brody con irragionevole terrore, Hooper con una curiosità guidata dalla logica e Quint con un’acredine relegata nella propria intimità.

Lo squalo filmato da Spielberg non è un predatore come un altro. Esso convoglia in sé una forma primordiale di violenza. Nell’opera filmica l’uomo, cacciatore posto al culmine della catena alimentare, si confronta con il Carcharodon carcharias, superpredatore degli oceani. In tal caso, chi è il predatore e chi la preda? Chi dà la caccia e chi è il cacciato? Nel lungometraggio di Spielberg questi quesiti permangono nell’incertezza, sino a non ottenere mai una risposta esaustiva. Più volte, nel corso della battuta di pesca, i tre uomini si chiedono se ognuno di essi ha mai veduto uno squalo simile, fornendo, di tutta risposta, un’affermazione negativa. Nulla è come lo squalo bianco che si aggira tra quei marosi, poiché esso non è un carnivoro comune ma un demone emerso dagli abissi, un animale raffigurante le torbide e oscure paure provenienti da un fondale sconosciuto. L’uomo è un essere che vive sulla Terra, il mare per lui non è che uno spazio vitale apparentemente estraneo, che può comunque essere esplorato. La superficie d’acqua salata è un fallace portale di vana consistenza, e sotto di esso esiste un “regno” scrutabile, previa immersione, popolato da forme di vita eterogenee, bellissime e, a volte, anche pericolose.  Lo squalo bianco del film è una creatura famelica, bestiale, cruenta, persino malvagia, forte come le correnti oceaniche e magnificente come un enorme cetaceo bianco, poiché questo squalo convoglia in sé un’avversione recondita, elusiva, soprannaturale e giunta dall’ignoto.

La morte di Quint

 

Il Pequod di Achab era una baleniera vecchia e inusitata, di minute dimensioni, forse inadatta per affrontare un colosso dalla pelle chiazzata come Moby Dick. Anche l’Orca, l’imbarcazione di Quint, non era grande a sufficienza per sostenere la lotta contro l’enorme squalo bianco. Tali limiti non fermeranno i propositi dei due capitani di questi differenti, seppur a tratti simili, “racconti”. Accecato dall’odio, Quint vuole scovare il grande pesce e affrontarlo in solitudine. Brody e Hooper, come fossero Ismaele e Queequeg, i due marinai imbarcatisi nella Pequod, assistono inermi alla furia autolesionista di Quint, che troverà la morte finendo tra le gigantesche fauci dello squalo, il quale ne farà un solo boccone dopo aver affondato la barca. Spetterà a Brody annientare quell’essere. Egli ci riuscirà perché il suo animo non era animato dal mero desiderio di vendetta, ma dalla forza di superare la propria paura.

L’avrò visto tante di quelle volte d’aver rinunciato a tenere il conto. Del resto, è una consuetudine gradita, un appuntamento ciclico. In un continuo susseguirsi di serate estive dal caldo insopportabile, ho guardato e riguardato “Lo squalo”, e di rado da solo.  Se porgo l’orecchio sento ancora bofonchiare alle mie spalle i familiari, come se bisbigliassero nel buio della stanza con voce sempre più sommessa. I loro sussurri lasciavano fluire frasi che, ironicamente, si sarebbero ripetute nel tempo, ogni qual volta avrei riguardato il cult di Spielberg con loro. “Dai, è troppo grosso” – sibilava qualcuno osservando il grande squalo bianco risalire dalle profondità marine. “Ma per favore, si vede che è finto” -  mormorava qualcun altro.

Non è cambiato nulla col passare delle stagioni. I commenti che ascolto, restando in silenzio e con un accenno di sorriso, sono sempre i medesimi. E’ ciò che, ai miei occhi, rende ancor più speciale questa pellicola, quel suo fare da garante al consumarsi di un rito spiccatamente famigliare, prevedibile, dolce come una tradizione. “Jaws” possiede un che di prezioso, di raro, tanto da rilasciare un’emozione affabulante che lo rende incomparabile. E’ per tale ragione che, tra affettuosi mugugni e simpatici borbottii, nessuno dei miei familiari ha mai distolto lo sguardo dal film, neppure per un singolo istante, e tutti loro continuano ad amare il film come se lo vedessero per la prima volta. “Lo squalo” continua, a quarant’anni di distanza, ad impressionare, sia pure con un animatronic “difettoso”, “problematico”, “artificiosamente fasullo”, “enfatizzato” ma non per questo meno iconico e terrificante.

Dal 1975 ad oggi, quel predatore marino, immortalato dal cineasta statunitense, seguita a nuotare tra i fluttui, facendo emergere la sua pinna dorsale oltre il pelo dell’acqua come manifestazione di una paura affiorata dagli abissi, come una montagna di neve che soffia, o uno scoglio aguzzo e colmo d’inquietante grigiore.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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