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"Ghostbusters" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

In questo strano mondo esistono alcune “cose” che trascendono l'umana comprensione e che fuggono da qualsiasi sensata, ragionevole spiegazione. Sono quelle “cose” che la maggior parte delle gente non vuole assolutamente sapere.  Ed è proprio in questo specifico campo di ricerca che operano loro, gli Acchiappafantasmi!

Tali “cose”, astruse da descrivere e disagevoli da enumerare vista la loro incerta origine, sono i “fondamenti” del sovrannaturale, la “sostanza” dell’ultraterreno. Tuttavia, è indispensabile rammentare che il “mistero” non rappresenta una branca dell’indagine scientifica, che l’ignoto non è un ramo del sapere, ed ancora che il recondito mondo extrasensoriale non costituisce un concreto settore di studio. La sfera del paranormale, insondabile e sfingea, non è d’esclusiva competenza dei Ghostbusters, cionondimeno loro sono stati dei veri pionieri nell’osservazione e nella successiva analisi della suddetta “materia” d’apprendimento.

Peter, Ray ed Egon… Perdonatemi, intendevo dire il dottor Venkman, il dottor Stantz ed il dottor Spengler cominciarono a studiare i fenomeni paranormali sin dai tempi dell’Università. Con il termine “paranormale” si intende l’insieme di manifestazioni anomale che violano le leggi della fisica e si pongono in antitesi agli assunti scientifici. Solitamente, se un dato avvenimento psichico o psicofisico di genesi incognita viene misurato applicando il metodo scientifico, esso risulta essere del tutto inesistente o comunque facilmente spiegabile. La parapsicologia, l’ambito d’applicazione dei tre studiosi sopra citati, indaga, di fatto, lo sviluppo e l’origine di alcuni di questi fenomeni insoliti. I tre dottori volevano volgere le loro attenzioni oltre ciò che la scienza è in grado di chiarire, così da poter mirare, coi loro occhi un qualcosa d’eteroclito come un’entità ectoplasmatica proveniente dall’aldilà. Essi erano pronti a credere nei fantasmi, e si trovavano sul punto di fare una grande scoperta!

Un giorno come un altro, nella biblioteca pubblica di New York appare, in fluttuazione libera, una sorta di torso gassoso con le sembianze di un’anziana bibliotecaria la quale trascorre la propria eternità a sfogliare e leggere libri. Gli studiosi raggiungono in fretta e furia la biblioteca e si imbattono per la prima volta nel fantasma della signora in grigio. E’ la testimonianza cristallina quanto evanescente delle loro teorie: i fantasmi esistono. Peter, Ray ed Egon non sono degli ingenui millantatori, hanno scovato l’anello mancante, il punto di contatto che unisce i due piani dell’esistenza.

La particolarità che balza subito all’attenzione dei tre futuri Acchiappafantasmi riguarda il loro essere scienziati. Chi è uomo di scienza, sovente, è un dotto, una persona raziocinante che pone a vaglio ogni minuzia, ed è caratterialmente poco incline a credere nell’inspiegabile. Peter, Ray ed Egon sono tre scienziati singolari e del tutto particolari. Pur rispettando fortemente il metodo ed il valore della loro vocazione scientifica, essi confidano nell’oltreumano ed in quello che può essere occultato ad una osservazione superficiale. E’ proprio questa la prima, grande peculiarità dei tre protagonisti di questa storia: il loro essere scienziati del “possibile” e uomini convinti dell’impossibile. Essi desiderano innalzare la scienza ad un livello superiore, mai esplorato prima.

Il paranormale, nella sua accezione più estrema, parrebbe quanto di più distante dalla scienza ci sia. Scopo della scienza è servire l’Umanità, non investigare su presunte, bislacche fantasticherie. Per tale ragione, i tre, ritenuti alla stregua di ciarlatani, vengono espulsi dall’Università di New York. Il dottor Venkman, che pretese una spiegazione, venne accusato dal Rettore d’essere un mediocre scienziato e di considerare la scienza un inganno, qualcosa da mettere alla berlina. Peter viene inoltre tacciato di basare i suoi studi sui miti e le leggende, sulle convinzioni popolari, i cosiddetti racconti “folkloristici” riguardanti spiritelli, fantasmi ed incarnazioni dell’etereo.

L’università è un’istituzione che insegna, educa, istruisce, ma anche che giudica, che promuove o boccia lo sviluppo di un’idea, di una ricerca. Peter, Ray ed Egon, in una delle scene iniziali di “Ghostbusters” appaiono come “studenti” indifesi, vengono valutati in base ai loro risultati insoddisfacenti e, pertanto, respinti, allontanati, “scacciati”. Dall’ambito accademico, severo e razionale, i tre personaggi finiscono in strada ad abbracciare “il popolo” e le sue “credenze”. Costretti ad abbandonare la facoltà, si ritrovano “fuori”, prede del mondo esterno, in mezzo a quella gente generalista che, come ho avuto modo di scrivere in principio, non vuole conoscere tutto quello che si sottrae ad una trasparente comprensione logica. E proprio laggiù, immersi nella Grande Mela, decidono di proseguire i loro studi, trasformandoli in una fonte di sostentamento.

Peter, sarcastico, sbruffone, giocherellone e donnaiolo, non ha proprio l’aspetto né la caratura canonica di scienziato. Egli dà, invece, l’impressione di considerare la propria materia di competenza uno scherzo, un gioco, se non addirittura una menzogna, un tranello. Questo perché Peter, conscio che il senso vero della vita elude la comprensione dell’uomo, conduce la sua esistenza con ironia, facendosi beffa di ogni sicurezza professata dagli altri. Venkman è uno studioso che eccelle nell’intuire la natura umana e che fa della comprensione la propria specializzazione, tuttavia nasconde d’essere anch’egli arguto e lesto nello “psicanalizzare” il prossimo. Persino a Dana Barrett, colei che sarà il suo unico amore, Peter cela la sua perspicacia, preferendo farsi apprezzare per i suoi modi schietti e sprezzanti. E’ forse vero quanto asseriva il Rettore, Peter considera la scienza una sorta di mezzo per giochicchiare o per meglio affrontare, con una sana risata, le difficoltà della vita. Se il reale significato dell’esistenza umana è troppo arduo da capire, sarà forse la “morte”, l’altra “via” impersonata dai fantasmi a suggerire delle risposte. Probabilmente, è per questa ragione che il dottor Venkman ha accolto, con il suo inconfondibile entusiasmo, gli studi condotti da Ray ed Egon, con i quali ha stretto una profonda e inossidabile amicizia.

Ray è un uomo intelligente, socievole, estroverso, ed è mosso da un entusiasmo coinvolgente, simile a quello che anima i bambini. Per lui, la scoperta del piano spirituale è fonte d’incontenibile gioia. Egli rappresenta la parte più pura e disinteressata di quel tipo di curiosità che orienta ogni “inchiesta” scientifica. Del resto, i primi impulsi che guidano il desiderio di sapere sono provati dai bimbi per discernere ciò che si disconosce. Ray è questo, un bambino “intrappolato” nel corpo di un adulto, che desidera rinvenire ed apprendere.

Egon è schivo, riflessivo, taciturno, perennemente sulle sue, ha un’espressione ponderante e un atteggiamento flemmatico. La sua mente è estremamente brillante, parimenti a quella di un genio. Poco avvezzo alle relazioni sociali, il dottor Spengler passa le sue giornate ad inventare. Egli non nasconde una certa dipendenza dagli zuccheri, essendo golosissimo di merendine e dolci di ogni tipo. Il suo cervello, in effetti, “consuma” parecchio e necessita di “ricaricarsi” con dosi abbondanti di dolciumi. Il suo voler esplorare il regno degli spiriti equivale al voler trovare il “brio”, il nocciolo di una scoperta straordinaria e, per tale ragione, più dolce da assaporare.

I tre sono pronti per mettersi in affari. Acquistano così un palazzo fatiscente, la dismessa sede dei Vigili del Fuoco, da adibire sia a quartier generale sia a loro dimora. In verità, Egon aveva esternato delle riserve nei confronti dell’edificio ma la felicità incontenibile di Ray che scivolava giù per una pertica, lo ha convinto a desistere dalle sue remore. Del resto, ogni scelta compiuta da questi saggi scienziati è sospinta da una fanciullesca letizia. “Trinceratisi” nella caserma, intraprendono l’attività di disinfestatori del paranormale. Ben presto, assumono Janine come segretaria, la donna di cui avevano bisogno, la sola che riesca a tenere bada gli estri di quegli incontenibili scienziati.  Janine ha, infatti, una spiccata parlantina, una voce squillante, ed è capace di mantenere tutti in riga.

Per la squadra, Egon mette a punto tecnologie avveniristiche come lo zaino protonico, in grado di catturare l'energia psicocinetica dei fantasmi tramite flussi di particelle, il rilevatore psicocinetico ed una trappola che permette di catturare e conservare gli ectoplasmi.

Infine, Ray acquista, per una “modica” cifra, un’antiquata e malconcia ambulanza. L’auto, una Cadillac del 1959, è alquanto sozza e malridotta; ma da quella “carcassa” cupa come una nuvola di pioggia nascerà la splendida Ecto 1, l’automobile d’ordinanza dei Ghostbusters. Il “plumbeo” colore verrà sostituito con un radioso bianco crema, come a simboleggiare il candido risorgere di una macchina “defunta”. Gli Acchiappafantasmi sono pronti ad entrare in azione. La prima, vera missione si presenta in una sera all’apparenza tranquilla. Janine riceve una chiamata dal Sedgewick Hotel, il cui dodicesimo piano è infestato da un vorace fantasma verde. Le porte della caserma si spalancano, i fari e le luci intermittenti della Ecto 1 si accendono, mentre la sirena comincia a risuonare di un’eco ben distinta. Pochi istanti e l’automobile sfreccia a tutta velocità per le vie. Fiammanti ali rosse, che si proiettano dalle fiancate, ed il simbolo di un fantasma racchiuso in un “divieto” scarlatto, posto sulle portiere, sono gli emblemi di un’auto che passerà alla storia del cinema. Raggiunto l’albergo di lusso i Ghostbusters s’imbattono in Slimer.

Tutte le superstizioni relative ai fantasmi concordano nell’affermare che un’anima trapassata non ascende al regno dei morti per via di alcune faccende rimaste in sospeso sulla Terra. In “Ghostbusters”, i fantasmi sono entità immateriali, incorporee, intangibili, a meno che non vengano colpite dal flusso protonico. Non è del tutto precisato se essi continuino a “vivere” tra noi per via di una questione rimasta insoluta, anzi si riporta che questi spiriti siano esternazioni di una forza oscura e diabolica, prossima ad arrivare (il semidio sumero Gozer, antagonista primario dell’opera filmica).

Slimer ha le fattezze di un tubero informe, è verde, melmoso, e differisce dagli altri fantasmi. Esso vaga solitario, apparendo e svanendo a seconda dei periodi più o meno intensi di attività soprannaturale. Slimer non è cattivo né aggressivo, se non nell’accezione più irridente del termine, e bada soltanto a ingurgitare tutto il cibo che riesce a sgraffignare. La fame è una prerogativa dell’uomo, il mangiare è un bisogno prioritario. Nel suo essere uno spirito, Slimer sembrerebbe aver conservato un appetito insaziabile come ultima reminiscenza del suo passato da essere umano. La sua è una ingordigia istintiva, che non troverà mai fine. Esso non sarà mai satollo, fagocita ma non riesce a nutrirsi per davvero. Osservando questo fantasma, verrebbe da chiedersi quale sarebbe, semmai ce ne fosse una, la sua vicenda irrisolta. Chi era Slimer nella sua vita precedente? Probabile che lui non lo ricordi neppure. Slimer non ha una finalità da espletare né un obiettivo da adempiere. Esso non si unisce agli altri fantasmi, erra isolato, spinto dalla voglia di abbuffarsi e giocherellare. Anche Slimer è caratterizzato come se fosse un piccino, che corre per i corridoi di un hotel, affascinato da frivolezze.

I Ghostbusters, dopo averlo acciuffato, cominciano a lavorare a ritmi frenetici, facendo fronte ad una forsennata attività spiritica propagatasi in tutta la città. Essi divengono i paladini della metropoli, dei difensori imbattibili, sino all’avvento di Gozer. Col passare delle settimane, i tre, bisognosi di aiuto, assumono Winston Zeddemore, che diverrà la presenza più adulta e matura del quartetto.

“e io vidi quando si aprì il sesto sigillo, e io vidi che si fece un gran terremoto, e il sole si fece nero come un cilicio di crine, e la luna si fece come sangue...” (Ray cita un passo della Bibbia)

“Ghostbusters” è un classico della commedia fantascientifica ma, sebbene sia strutturato con un efficace umorismo, possiede una scena, una soltanto, in grado di spezzare temporaneamente il clima disteso della pellicola. Una sequenza che irrompe bruscamente e muta la smorfia degli spettatori, facendo sì che il loro sorriso, solo per qualche istante, si interrompa, vada scemando, e diventi un’espressione di paura.

Ray e Winston stanno percorrendo un ponte a bordo della Ecto 1. Le luci che sormontano l’auto rifulgono ma le sirene restano spente. Non si ode nessun suono estraneo, se non quello della colonna sonora, ad accompagnare i dialoghi dei due. Attorno all’auto è scesa la sera e il buio domina l’intero schermo. Winston domanda a Ray se creda in Dio, e questi ammette di non avere fede. Winston replica, confessando il suo credo nel Signore, e incalza con un’altra domanda; chiede a Ray se ricorda cosa racconta la Bibbia sull’Apocalisse. Ray dimostra d’esser preparato sull’argomento, ricordando il versetto 7:12, passo in cui si narra che i morti, alla fine del mondo, sarebbero fuoriusciti dalle loro fosse. Ray riduce il racconto religioso ad un mero mito ma Winston lo invita a riflettere sul fatto che tale narrazione, riguardante il giorno del giudizio, non può essere un semplice scritto, dato che, ed il loro lavoro ne è una testimonianza, i morti sono già usciti dalle loro tombe. Ray rabbrividisce, accende la radio e ascolta un po’ di musica, come se volesse distrarsi dalla deduzione a cui è andato incontro.

Tale scena segna una linea di demarcazione tra la prima parte del film, positiva e scherzosa, e la seconda, tetra e seria. “Ghostbusters” è una storia dell’orrore, raccontata con una forte dose di humor, ma pur sempre una narrazione visiva a carattere orrifico. Nel suo scorrere, il lungometraggio è riuscito a cogliere un estratto fondamentale della vita: essa andrebbe sempre vissuta con ironia e spensieratezza, ciononostante, la stessa è capace di palesare un pericolo imminente e generare paura.

Nell’atto finale, gli Acchiappafantasmi fronteggiano Gozer, una semidivinità fuoriuscita da un portale che conduce ad un'altra dimensione, e che ha assunto le sembianze di una donna. Gozer dà la possibilità agli eroi di scegliere la forma fisica del “distruggitore”, ovvero la calamità che annienterà New York. Inavvertitamente, Ray pensa alla simpatica mascotte della pubblicità dei marshmallow. D’un tratto, Gozer si materializza sotto forma di un tenero, enorme e minaccioso essere vestito da marinaio. Ancora una volta, il frammento più infantile dell’animo di un Ghostbusters è emerso. L’uomo della pubblicità dei marshmallow rappresenta la parte innocua e affettuosa di Ray, un qualcosa di così dolce e tenero da esser ritenuto incapace di fare del male. E’ questo che raffigura l’ultimo, gigantesco avversario del film: la fanciullezza che assume i contorni della malvagità adulta.

I quattro Ghostbusters sconfiggono Gozer, incrociando i flussi protonici e indirizzandoli alla volta del portale, spazzando via la semidivinità e ristabilendo la pace. Sul finale, gli eroi, seguiti da Janine e Dana, ed osservati da un Lewis rimasto, suo malgrado, in disparte, filano via a bordo della Ecto 1, facendosi strada in mezzo ad una folla festante, con Slimer che volteggia, aprendo le fauci e “divorando” l’occhio della camera: sono gli ultimi fotogrammi di una storia memorabile.

Passano cinque anni da quell’atto eroico, e per i newyorkesi gli Acchiappafantasmi sono soltanto un ricordo. Dalla sconfitta di Gozer, non vi sono più stati fenomeni paranormali. Qualcosa, però, è in agguato e gli studiosi sono nuovamente pronti ad avvalorare le loro “tesi”. Prima di poter riprendere il lavoro, gli Acchiappafantasmi vengono arrestati e trascinati in tribunale per aver avviato, senza permesso, uno scavo nel sottosuolo, necessario per svelare i misteri relativi a un fiume di melma psicocinetica che scorre sotto la Firstavenue.

Il processo di “Ghostbusters 2” è ben più di un comune evento giuridico. Esso è l’ultimo atto di una “caccia alle streghe”. In tale processo, i Ghostbusters vengono trattati come ingannatori, mistificatori ed approfittatori. La scienza professata e dimostrata dai tre dottori viene ritenuta non veritiera agli occhi della legge. Il loro credo nel fantastico si scontra con la freddezza del giudice Wexler, assolutamente non incline a credere all’esistenza di fantasmi, demoni e spiritelli. L’udienza assume i connotati di un paradossale processo Galileiano. Come Galileo Galilei dovette, obbligatoriamente, abiurare la sua teoria copernicana eliocentrica, gli Acchiappafantasmi si troveranno a dover difendere il proprio credo scientifico nel paranormale. Il giudice, in tal caso, veste la tunica dell’uomo cieco, che non vuole vedere oltre la punta del suo naso, testardo, sciocco, pronto a condannare i poveri imputati sulla base di un’antipatia covata nel tempo. In preda alla rabbia, il giudice si farà persino scappare un “vi farei mettere al rogo…”, un chiaro riferimento alle pratiche del passato che vedevano i processati d’eresia venire condannati a morte e arsi vivi. Ray, durante la proclamazione della sentenza, sussurrerà ad Egon un “Eppur si muove…”, plateale riferimento all’esternazione del Galilei in merito al moto astronomico del pianeta Terra. Quando sembrano oramai ad un passo dalla condanna, un reperto esibito dall'accusa, il barattolo contenente un campione di melma psicocinetica, inizia a ribollire ad ogni rabbiosa esternazione del giudice, fino ad esplodere, facendo comparire i fratelli Scoleri, criminali morti perché spediti sulla sedia elettrica dallo stesso Wexler. I Ghostbusters, dunque, hanno avuto ancora una volta ragione!

Antagonista di questo sequel è Vigo, un tiranno della Carpazia. Il male di Vigo ha continuato a persistere all’interno di un grande quadro che ritrae la sagoma inquietante e dispotica di questo antico sovrano moldavo. L’arte ha eternato lo spirito di questo cruente despota, e la tela su cui sorge il ritratto è alla stregua di un portale che garantisce il passaggio di Vigo dal mondo dei morti a quello dei viventi.

Con la venuta dell’autocrate, i fantasmi che pullulano New York cominciano a ripresentarsi, e per i Ghostbusters è l’inizio di una nuova caccia. Per tutta la Grande Mela si materializzeranno sagome spaventose. Al porto cittadino, per lo sgomento di pochi, il Titanic attracca alla banchina più vicina. Un corteo di anime scende dalla nave e calca il suolo delle banchine. Come un vascello fantasma, il transatlantico, affondato la notte tra il 14 ed il 15 aprile del 1912, conquisterà la meta che non poté mai raggiungere durante il suo viaggio inaugurale. In questa sequenza, è interessante scorgere lo squarcio mostrato sulla fiancata della nave, quella che si infranse contro l’iceberg. Tale squarcio risulta essere enorme. Negli anni in cui venne girato “Ghostbusters 2”, il relitto della nave era stato appena rinvenuto, ed erano tante le teorie che aleggiavano sull’affondamento della colossale nave della White Star Line. Per alcuni, a seguito della collisione, la nave aveva patito una “lacerazione” smisurata, come quella mostrata nel film. Invero, una tale apertura avrebbe fatto affondare il piroscafo in pochi minuti, e non in circa due ore come effettivamente accadde. Tale immagine del lungometraggio conserva, a suo modo, una parte delle speculazioni scientifiche del periodo.

Sulla conclusione delle vicende, gli Acchiappafantasmi, simboli assoluti di bontà, si ergono a difesa della metropoli. Sconfiggeranno Vigo, rispedendolo una volta per tutte all’interno del suo quadro che, in un’esplosione di colore, si tramuterà in un dipinto rinascimentale, forse concepito dalla mano di Piero della Francesca, raffigurante i quattro Ghostbusters.

Come avveniva nell’antica Grecia, l’arte ha reso merito ai valorosi, immortalato gli eroi e conferito eternità alla loro gloria.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

"Bruce Banner ed Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quella di Stan Lee era una faccia inconfondibile. Aveva due occhi vispi, “svegli”, portati a notare ogni dettaglio, capelli argentei e qualche ruga marcata a contornargli il viso. Sotto quei suoi baffi folti, si stagliava, sino alle guance, un sorriso beato, espressione di una felicità soave, alimentata dall’amore per la creatività che animava il suo cuore.

Che sagoma che era la sua! Una silhouette esile, slanciata, che suggeriva una certa agilità, o per meglio intendere, una leggiadria. Possedeva un’allegrezza contagiosa, quella peculiare letizia che riesce ad annientare la gravità, e conferire ad un corpo scioltezza nei movimenti, tenuità. Lo spirito di Stan era quasi etereo, lieve, leggero quanto una piuma sollevata dal vento. Egli pareva librarsi da terra, e volteggiare nel cielo, spensierato e compiaciuto delle sue creazioni, tanto amate dai lettori, i suoi fedeli “credenti”. Come un celebre personaggio di “Mary Poppins” che se ne stava sereno e gaio nella sua dimora a prendere il thè, sospeso in aria, tanto felice da invitare tutti coloro che andavano a trovarlo a scrollarsi di dosso ogni affanno e tornare a sorridere di cuore, così Stan, con i suoi lavori, dava l’idea di voler invitare i suoi devoti ammiratori a spiccare il volo, sospinti dalla fantasia più accattivante.

Stan era un moderno Alfred Hitchcock. Non fraintendete le mie parole, di sicuro non era certo un maestro della regia come il grande cineasta britannico, ma con quest’ultimo condivideva la “passione per i cameo”. Stan compariva d’improvviso in tutte le opere filmiche dell’universo Marvel, con una veste sempre differente. Voleva donare ai propri “figli” di carta, i supereroi trasposti sullo schermo, la vicinanza e l’affetto di un padre che, camaleonticamente, indossa divise multiformi per “nascondersi” e restare accanto ai suoi “eredi”, come una sorta di “Mrs. Doubtfire” dai prominenti mustacchi. Stan appariva d’un tratto, e quella sua espressività gioviale, di volta in volta, veniva adattata alle esigenze più disparate dagli sceneggiatori. Era questa la sua firma, il suo marchio indelebile.

"Stan Lee" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Stan ci ha lasciato da pochi giorni, dopo aver vissuto una vita intensa, splendida, nel corso della quale è riuscito a conquistare l’immortalità artistica. La sua fantasia era infinita come un universo profondo profondo. Tanti sono stati i personaggi concepiti dalla mente di questo straordinario creatore. Dallo “sposalizio” con altrettanti artisti, Lee ha “partorito” supereroi iconici, tutti connotati da sfumature psicologiche distinte ed intricanti. Era un uomo così giulivo, allegro, dall’animo festante, eppure, nei suoi “racconti”, non volle mai ridurre la storia di un protettore a una mera e sollazzevole avventura priva della benché minima riflessione. Egli diede spessore, dramma ad ogni suo personaggio, trattando i problemi quotidiani e infondendo lustro e vivezza ai dilemmi che ogni grande eroe si trova costretto ad affrontare. Ironia e profondità di idee sono state amalgamate alla perfezione nelle opere di Stan Lee, creando un affresco dai caratteri reali, esposto in bella mostra nel museo del fantastico.

Una delle creature immaginarie più importanti create da Stan combatté con le ardue difficoltà di un’esistenza “maledetta”. Nel 1962, Stan Lee e Jack Kirby crearono Bruce Banner e il suo alter-ego, l’incredibile Hulk. Influenzati dal classico della letteratura “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde”, i due leggendari artisti del fumetto generarono un personaggio afflitto da una “schizofrenia” sovrannaturale, un dualismo estremo manifestato mediante una mutazione fisica. Nelle prime narrazioni grafiche, Bruce si trasformava in Hulk solamente di notte, similmente allo spietato Mr. Hyde, che terrorizzava una Londra vittoriana addormentata ed impotente al cospetto di una furia cieca tarchiata e sadica.

Le scorie del romanzo gotico scritto da Robert Louis Stevenson in Hulk sono evidenti. Bruce ricalca l’immagine dello scienziato assetato che, per abbeverarsi alla sorgente della conoscenza, incorre in un grave incidente che cambierà per sempre la sua vita. Hulk, come Hyde, rappresenta la parte remota, incontrollata, violenta, occulta e repressa del ricercatore. Tuttavia, il gigante del fumetto prende le distanze dalla distolta controparte letteraria di cui Stevenson ha narrato il vissuto, poiché Hulk non mostra alcuna cattiveria né l’intenzione di compiere azioni malvagie. Hulk è una risposta emotiva, la personificazione di una collera indocile, battagliera, di certo vendicativa ma mai torbida e crudele. Hulk non possiede la freddezza calcolata, ragionata, omicida del Signor Hyde, esso è una manifestazione emotiva, la perentoria insorgenza di un sentimento, l’imponente rivelazione di un desiderio di libertà. Bruce Banner e Hulk sono un doppio ma, al contempo, un’entità unica.

Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera” – Poesia di Curt Siodmak.

Nei primi bozzetti, Hulk aveva la pelle grigia, una sfumatura d’epidermide “opaca”, un color “ferrigno” che formava un miscuglio di luce e oscurità, come se il personaggio dovesse incarnare il bene e il male, entrambi confluenti in una personalità incontrollata, in un tormentato conflitto. Il colore cinereo del “primo” Hulk doveva dare l’impressione di una nuvola plumbea che evocasse l’idea di un fato irresoluto, altalenante tra chiarore e tenebre. Proprio il cinema in bianco e nero, col lungometraggio della Universal “L’uomo lupo”, raccontò la storia di un uomo dannato, raggiunto dal morso di un licantropo e costretto a tramutarsi a sua volta. L’opera del 1941 rivisitò il mito del lupo mannaro. Un uomo affetto da licantropia è condannato, durante le notti di luna piena, a tramutarsi in un famelico lupo e rimanere tale sino al sorgere delle prime luci dell’alba. Secondo la tradizione, durante la trasformazione, l’essenza umana svanisce, il malcapitato non ha più il controllo sul proprio agire, il corpo si deforma, assumendo un aspetto raccapricciante. Emerge tutta la sua ferocia. Al risveglio, l’essere affetto da una tale alterazione morfologica non ricorda nulla di ciò che è avvenuto; vi è quindi un’astrusa linea di demarcazione che separa l’uomo dall’animale. Entrambi coesistono in un corpo divergente, e nessuno dei due ha il controllo sull’altro.

Anche nella concezione della dualità tra Bruce e Hulk si scelse di seguire questa prassi consolidata. Lo scienziato, infatti, quando diviene il colosso, perde ogni padronanza delle proprie azioni e, soprattutto, non rammenta nulla se non sensazioni dissolte, immagini sfocate e nebbiose rimembranze. Similmente al lupo mannaro, che appare quando le luci argentate della luna piena scintillano nel cielo, Hulk, nei primi numeri, compariva soltanto a notte fonda, come se il buio dovesse garantire il proliferare di quella entità misteriosa. Bruce cadeva preda di un “sonno agitato” e, col favore dell’oscurità, Hulk si destava dal torpore, vivendo ad occhi aperti un sogno di rabbia, di potere, di fuga da ogni restrizione.

Per motivi tipografici, Stan Lee fu costretto a modificare il colore del personaggio, che da grigio assunse il suo iconico color verde. Il verde è un colore evocativo e, solitamente, viene utilizzato per indicare uno stato d’animo, un’emozione, un sentimento. Chi è perennemente in bolletta afferma d’essere “al verde”, al contrario, chi è sospinto da un’animosa fiducia è verde di speranza. Ancora, chi è furente è verde di rabbia, chi è geloso verde d’invidia. Sono pochi, però, i personaggi di fantasia ad avere la pelle chiazzata con un verde smeraldo. Ne “Il mago di Oz”, la perfida strega dell’Ovest viene descritta avente la cute color dell’erba. Il derma della megera esprime la sua invidia, come se tale colorazione sia una reazione alla malignità rimasta per troppo tempo eclissata tra i meandri oscuri della sua anima.

In Hulk, invece, il verde è un’allegoria visiva dell’ira, nonché un effetto conseguenziale dell’esposizione ai raggi gamma patita da Bruce. Il Golia verde è un’essenza dormiente, che se ne sta silente nell’animo dello scienziato, in attesa di svegliarsi con un impeto irrefrenabile. Banner convive costantemente con il terrore di perdere il controllo di sé. Per sfuggire ai militari che gli danno la caccia, guidati dall’implacabile Tenente Ross, cosciente della doppia identità di Banner, Bruce è costretto a vivere come un esule, nascondendosi nelle zone più recondite del pianeta.

Sovente, una rabbia eccessiva e subitanea innesca la trasformazione. Tuttavia, anche uno stress elevato, un dolore acuto e un forte stato di paura possono provocare l’avvento di Hulk. Il primo segno percepibile della trasmutazione è testimoniato dagli occhi dello scienziato, i quali si “accendono”, assumendo la gradazione del verde. Segue un lancinante dolore interno che costringe Bruce a contorcersi, in preda ad atroci spasmi. In maniera progressiva, il fisico dello scienziato diventa incredibilmente imponente e maestoso. In pochi istanti, l’enorme essere prende consistenza e comincia a dar sfogo alla propria frustrazione, distruggendo e abbattendo tutti coloro che gli hanno mosso violenza. La possanza di Hulk sdrucisce i vestiti indossati, che lo limitano nei movimenti coprendosi solamente di brandelli di stoffa rimasti. Le sue sono grida di liberazione, gesti compiuti con veemenza, comportamenti che non conoscono né accettano giurisdizione. Nulla può contenere o “ingabbiare” l’energia del Golia verde, che cresce esponenzialmente alla sua rabbia. Hulk è dotato di una forza erculea, pressoché infinita.

Nel suo strapparsi di dosso ogni abito, Hulk regredisce ad uno stato d’esistenza primordiale, in cui non vi sono più regole, usi e costumi a reprimere i desideri di evasione di un essere che anela ad una placida armonia e ad una libertà senza confini. E’ il paradosso di Hulk: esso è un essere dalla furibonda natura, ciononostante ricerca, invero, solamente la pace per se stesso e per la sua amata sposa, Betty, l’unica che riesca a quietare il suo rancore da “titano”. Hulk è stanco d’essere cacciato come una preda, ed è altresì sfinito dal vivere come un anacoreta. Esso, come Bruce, agogna una vita serena che non potrà mai ottenere, ed è proprio questo ciò che più gli provoca rabbia.

Ma Bruce ed Hulk sono due “organismi” differenti? Sono forse accomunati dalla medesima sfera inconscia? Ogni qual volta Bruce è messo alle strette, o sta per soccombere, l’ansia e la sofferenza attivano la metamorfosi. Hulk è un riflesso involontario, un istintivo “contraccolpo” forgiato da una voglia di salvezza e di rivalsa. Se Bruce viene colpito a morte, Hulk giunge, automaticamente, in suo soccorso.

"Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Perché non è solamente la rabbia ad animare il gigante. Perché ugualmente il dolore, emanato da una ferita mortale, può innescare l’avvento dell’eroe dalla corporatura ciclopica. Nella conversione da Bruce ad Hulk, l’uomo trova la propria salvezza, il Golia la propria vendetta. La reazione istintiva che avvia il “cambiamento” può essere paragonata ad uno spontaneo atto di sopravvivenza. Hulk non rappresenterebbe, quindi, la seconda personalità di una dualità schizofrenica, quanto una risposta istintiva al pericolo, alla morte, che permette ad “entrambi” di sopravvivere. Hulk è a tutti gli effetti Bruce Banner, l’incarnazione della sua natura più intima pronta ad esplodere. Esso non è un mostro che alberga nell’anima, deciso a prendere  possesso di un corpo come un demone, bensì è lo stesso Bruce, privato però della sua lucida coscienza. Ecco perché non è soltanto la furia a dare inizio al processo di mutazione ma anche il dolore, il patimento che congiunge l’uomo alla bestia, entrambi desiderosi di difendersi e di non soffrire più.

Parrebbe dunque non esistere una vera dualità tra Bruce ed Hulk.  Dello stesso avviso era il regista Ang Lee, quando diresse la sua personalissima, articolata, sensibile, profondamente umana e bella trasposizione del supereroe nell’omonimo film del 2003. Nella storia rielaborata per la prima pellicola sull’eroe Marvel, Hulk è una parte ignota dell’animo di Bruce, creata dal padre, durante alcuni esperimenti. Nel lontano 1966, David Banner lavorava ad un progetto del governo degli Stati Uniti volto a rafforzare le reazioni biologiche umane.

David sintetizza un composto chimico e decide di sperimentarlo su di sé, modificando il proprio corredo genetico. Poco dopo questi eventi sua moglie rimane incinta e mette al mondo un grazioso bambino di nome Bruce. David si rende ben presto conto che il figlioletto manifesta episodi di trasmissione genetica. Specialmente quando il piccolo è irritato e piange, le sue esili gambette assumono una tonalità di verde. Orripilato da quanto ha commesso, condannando il proprio figlio ad una esistenza scellerata, David cerca un modo per salvarlo. Un giorno, però, immaginando le conseguenze a cui andrà incontro il bimbo crescendo, David impazzisce e tenta di ucciderlo come atto “misericordioso”, guidato da una lucida follia. La madre di Bruce, disperata, si frappone fra il marito ed il piccino, e viene trafitta, inavvertitamente, da David. Bruce verrà così dato in affidamento e perderà le tracce del suo vero padre per i successivi trent’anni.  Il tema della “trasformazione” nel film comincia ad essere trattato proprio nei riguardi della figura del genitore che, da uomo di scienza, cambierà in un clandestino braccato dalla legge, insano e cattivo.

L'Hulk degli Avengers

 

Nel lungometraggio, Hulk è, pertanto, “un’eredità”, che se ne restava sepolta nell’intimità di Bruce, finché un giorno, i raggi gamma, la portarono alla luce. Tale rivisitazione sembrerebbe spiegare perché Hulk si esprima con un vocabolario scarno, elementare, e abbia un’intelligenza infantile. Esso non è che una reminiscenza, un ricordo della fanciullezza di Bruce, poiché è in quel periodo che esso si è sviluppato nell’interiorità del protagonista. Hulk conserva, pertanto, la mente di un bambino, il vocabolario di un infante, e parla di se stesso in terza persona perché è, in parte, una manifestazione della puerizia angosciata dell’uomo, oramai divenuto adulto. Il dramma vissuto in passato e la disperazione di un trascorso che riecheggia come un incubo, rendono Hulk virulento, iracondo, tremendamente arcigno.

Il Golia Verde e Betty nel film "L'incredibile Hulk"

 

Betty Ross, la donna amata sia dall’uomo che dalla bestia, è la sola a rasserenare l’animo crucciato ed angariato dell’incredibile Hulk. Nel vedere i capelli della donna, nell’incrociare i suoi occhi buoni e tanto comprensivi, e nel lasciarsi accarezzare dalla sua mano affettuosa e delicata, Hulk ritrova la pace, quieta il suo spirito agitato e decide di concedersi qualche istante di riposo, di sedersi accanto a lei, e contemplare la bellezza del suo volto roseo e disteso.

Betty è la moglie di Bruce, l’eterno amore della sua vita. Hulk la riconosce sempre e, ogniqualvolta ne scorge la presenza, in lui riaffiorano sentimenti forti ed inalterati. Ancor più della voglia di sopravvivere, ancor più della rabbia e del dolore, è l’amore ciò che accomuna Bruce e Hulk.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mr. Freeze e Nora" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Libera e personale composizione sul personaggio di Mr. Freeze, uno dei massimi antagonisti di Batman)

  • Chiamatemi Victor!

Durante una fredda serata invernale, un uomo, di cui vorrei narrare il vissuto, se ne stava immobile nella foresta, tra le fronde degli alberi che avevano perduto il lor colore verde. In quello strano luogo, regnava un tacito buio, non vi era alcun suono della natura a ravvivare il silenzio, nessun raggio di luce a rischiarare l’oscurità. La fauna aveva trovato riparo dal vento pungente tra le piccole tane, sui rami, persino tra le fessure scavate nei tronchi; la flora, invece, ne aveva assorbito i nefasti effetti. Le chiome degli alberi avevano lasciato cadere le foglie ingiallite, avvizzite nel procedere dell’autunno e ora avvolte da una coltre di neve. Tutto era divenuto silente, il bosco appariva esanime ma pur sempre vivo. Chiuso in se stesso, smarrito tra i sentieri dell’intima coscienza e rinchiuso in un guscio di metallo che lo isolava dall’esterno, costui osò lasciarsi andare a dei pensieri esuli, liberi, fuggenti. Furono tante le riflessioni che gli sovvennero di lì a breve. Aveva spesso la mente in tempesta, un turbinio dentro un fortunale. In lui si sovrapponevano in sequenza decine e decine di rimembranze che assumevano le forme di minuscoli fiocchi di neve venuti giù dal cielo con copiosa insistenza. Quella sera si era soffermato a ragionare sullo scorrere delle stagioni, su quanto l’inverno potesse destare l’essenza segreta della vita, ma soprattutto…sul proprio passato.

Tanto tempo fa, un dì lontano lontano, viveva un uomo, ad oggi, dimenticato. Aveva il volto candido come la coltre bianca, i capelli corvini, arruffati in un folto ciuffo a mo’ di cespuglio, e gli occhi cerulei, vispi e agitati come un mare in tempesta. Sulle gote e attorno al mento non si intravedeva   neppure un accenno di peluria. Sul naso portava un paio di ingombranti occhiali con spesse lenti. Era imponente, così alto da esser costretto a restare curvo e col capo chino verso chi, dal basso, gli rivolgeva parola. L’uomo di cui desidero narrare il passato era un uomo di scienza, e si chiamava Victor. Non diede mai un certo valore al suo nome, per lui era poco più che un sostantivo.

C’è un che di magico attorno ad un nome. I nomi sono un insieme di lettere atte ad identificare una persona, un oggetto, un’entità. Cosa sarebbe il mondo senza i nomi? Probabilmente, un luogo privo d’identità chiare e ben distinte. I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.

Victor non si era mai soffermato a pensare al proprio nome e a quanto esso riuscisse a celare più di quanto potesse far intendere. Sin da bambino, egli era un assiduo lettore. Trascorreva le giornate rinchiuso nella biblioteca di famiglia a leggere quanti più libri poteva. Victor aveva un appetito insaziabile e, anno dopo anno, ingurgitava nozioni di scienza, chimica, anatomia e medicina. Anche la letteratura di fantascienza gli scaldava il cuore, soprattutto quella relativa ai racconti in cui taluni personaggi di fantasia riuscivano ad ingannare la morte con il prodigio della loro mente. Il protagonista di un vecchio romanzo inglese, scritto da Mary Shelley, condivideva con Victor lo stesso nome. Non se ne accorse per numerosi lustri, ma Victor Fries aveva in comune molto di più della semplice appartenenza nominale con Victor Frankenstein, personaggio cardine dell’omonimo capolavoro letterario. Quel nome che li accomunava, quel “Victor”, presagiva l’esiziale aspirazione di una scoperta funesta che entrambi ebbero relativa alla vita e alla morte, seppur con le dovute diversità.

Al dottor Frankenstein interessava soltanto la vita umana: la sua distruzione e la sua creazione.”

La manipolazione della nascita, la resurrezione, la creazione di un’esistenza originaria, inusitata, erano i fondamenti che ossessionavano l’insana ricerca di questo arcaico scienziato. Frankenstein agognava di creare una vita diversa, difforme. Scovò così nella mostruosità la nuova normalità. Victor Fries, invece, si interrogava sulla longevità dell’esistenza e sull’inevitabile dipartita di un essere vivente, e non riusciva a capacitarsene. Aveva appreso quante più competenze di medicina poté, eppure, faticava a comprendere come l’uomo riuscisse ad accettare la morte. Fu proprio in quegli anni che egli si appassionò, con sempre maggiore trasporto, alla stasi criogenica. Fries condusse i suoi primi esperimenti su alcune bestiole malate, tentando di arrestare la loro sofferenza, di evitare ciò che per loro era oramai inevitabile. Il freddo, per lui, divenne il mezzo per tentare di arginare la triste mietitrice, di combatterla e, un giorno, sconfiggerla definitivamente. Erano, però, ricerche insolite, sinistre, per un ragazzo. Quando Victor fu scoperto, venne allontanato dai suoi famigliari, intimoriti da una genialità così difficile da addomesticare. Fu spedito in collegio, e poi proseguì i suoi studi di criogenia in solitudine.

Victor Frankenstein voleva plasmare una “sostanza” distorta, partorire una creatura inconsueta, rivoluzionaria, finì, invece, per concepire un mostro violento, subnormale, primitivo: la regressione della sua ricerca. Al contrario, Victor Fries voleva far sì che la vita non smettesse di protrarsi, e che il filo teso di un’esistenza mortale continuasse ad essere filato da Cloto e Lachesi, e che non potesse essere più reciso, neppure dalla vecchia dall’inquieto nome, Atropo.

  • Caldi ricordi

Diversi anni dopo, Fries trovò lavoro presso la GothCorp come biologo molecolare esperto in criogenia. Un mezzodì di fine ottobre, Victor stava passeggiando tra i quartieri affollati di Gotham Plaza. Svoltò verso la strada che dava sul mare, desideroso di raggiungere la baita più vicina. Di lì a poco, notò una donna seduta da sola su una panchina e rivolta verso il tramonto. Aveva lunghi capelli biondo platino che le destavano un viso rosato, accentuato da due guance purpuree, occhi blu come un cielo senza nuvole e profondi come un pozzo colmo di segreti e un lungo vestito azzurro lievemente mosso dal vento. Intorno al collo, portava un ciondolo d’argento con un ricamo circolare simile a un batuffolo di neve. Quando la vide, Victor si sentì toccato da una brezza leggera, carezzevole, mite come un soffio delicato sulla pelle. Non poté mai dimenticare il primo incontro con Nora, la sua futura sposa, il momento più caldo del suo remoto trascorso. Era bella come una fioritura di marzo, tanto raggiante da somigliare ad una stella del mattino, così delicata come un bucaneve sbocciato a fine inverno. Victor le si avvicinò con timore d’esser ignorato, ma lei gli rivolse attenzione con un sorriso timido e gioviale. Molti mesi dopo, la prese in moglie e vissero insieme felici.

Arrivò poi la malattia, infausta e terribile come un’improvvisa tormenta. Era accaduto tutto così rapidamente, Nora si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Si accingeva a morire, afflitta da un male interno che la stava divorando. Victor non riusciva a darsi pace. Non gli interessava più dormire, neppure mangiare. Tutte le sue energie erano impiegate a trovare una cura, ma il tempo, inclemente, non avrebbe concesso alcuna possibilità.

Avete mai visto un fiore? Una cosa così bella, così piena di vita, appassire poco a poco e marcire.  Nora aveva una dolcezza incomparabile, era talmente graziosa d’esser divenuta, agli occhi del marito, un fiore raro, unico, splendido, deciduo, che nasce una sola volta e che muore troppo in fretta. Nora si era tramutata in un fiore di cactus, il fiore più bello di tutti, che sboccia una volta l’anno e scompare ventiquattro ore dopo. Ella stava svanendo, la meraviglia della sua vitalità si stava affievolendo, la sua pelle rossastra stava diventando cerea, il tocco della sua mano stava sperdendo ogni forza, era esangue e la sua espressività mortifera. Una sera, vedendolo stremato dalla fatica, Nora gli sussurrò con voce fioca che dovevano arrendersi, e godersi insieme quel poco che potevano ancora. Ma Victor non poteva accettare un tale destino, non poteva perderla, né ora né mai! Decise così di utilizzare le sue conoscenze per conservarla criogenicamente, fin quando non avesse trovato una terapia adeguata. Raccolse il fucile congelante, il fiore all’occhiello del proprio lavoro, una sua invenzione che riusciva a solidificare e raggelare istantaneamente ogni cosa colpita dal suo raggio. Quando guardò per l’ultima volta Nora muoversi, pianse, pigiò il pulsante e la colpì.

Custodì poi il corpo congelato in una teca, che avrebbe contemplato giorno e notte, in attesa di risvegliarla per essere guarita. Nora restò per sempre il ricordo più fervido che Victor mantenne nelle proprie gelide memorie. Quella bara di ghiaccio contenente il corpo e l’anima del suo amore fu l’ultima cosa che egli vide prima dell’incidente. Nel suo laboratorio, una notte fredda, un fascio di luce lo avvolse, e un’onda criogena lo avviluppò. Cadde in una pozza d’acqua ghiacciata, ricoperto da sostanze chimiche che gli penetrarono nei tessuti, mutandogli il metabolismo. Quando emerse, aveva perduto i capelli, l’epidermide era livida, ed appariva gelido come la morte. Avvertì prima un torpore, poi un formicolio, e infine una fitta lancinante. Il freddo che generava il suo respiro riuscì ad attenuare la sofferenza fisica, mai quella dell’anima.

Analogamente alla propria adorata consorte, Victor patì il freddo, e rimase prigioniero di uno scrigno di ghiaccio. Perduta la sua sposa, sospesa tra uno speranzoso risveglio e il sempiterno dormire, egli abbracciò un imperituro inverno. Victor emanava frigidità al sol tocco, ogni cosa che la sua mano lambiva veniva investita da un gelo artico e moriva. Persino lui fu sul punto di soccombere. Non poteva sfuggire al freddo, non poteva scampare alla sua presa. Costruì, dunque, una tuta ermetica che gli permettesse di mantenere il proprio corpo al di sotto dello 0, con un elmo in vetro che lo mantenesse separato dall'ambiente esterno. Celò i suoi occhi dietro un paio di occhiali neri come pece da cui scintillavano due luci rosse come rubini incastonati su di un volto imperscrutabile. Quel giorno Victor morì, non restò che nulla del suo credo, se non la volontà inalterabile di salvare la propria sposa. Mr. Freeze aveva visto la luce. Ero nato!

  • Cuore di ghiaccio

Il “freddo” svela solo una parte dei suoi molteplici misteri, quella più superficiale, come se fosse una montagna di ghiaccio sorta nell’oceano e che procede alla deriva, trasportata dalle correnti. In molti, coloro che intravedono solo l’apparenza di un “iceberg”, credono che esser “freddi” significhi esser vacui, privi di affetti, malvagi. Io non lo sono… Non lo sono mai stato! Vivere in un progressivo e inalterato inverno vuol dire esser consci del dolore. Il gelo concilia la riflessione, l’inverno la vicinanza.

L’autunno traghetta la natura come un nocchiero, sino alle sponde di un ciclo caduco. Il terreno, cosparso di foglie rattrappite, è il preludio all’avvento del gelo, della stagione più temprante di tutte. D’inverno non nasce la vita, i fiori non fioriscono, i semi non germogliano, le colture scarseggiano. L’ultima stagione dell’anno porta con sé il fardello d’esser mesta, algida, stanca. L’inverno è un sentimento languido ed accorato, non ha la rifulgenza della primavera, la sfavillante letizia dell’estate, la fioca malinconia dell’autunno - ne sono consapevole. Ciononostante, esso è rinvigorente. E’ il suo incanto, la sua immutata magia. Osservare un paesaggio innevato, restando nel tepore della propria casa, vicino ad un caminetto acceso, con la persona più cara, è quanto di più significativo si possa provare. Il freddo ha il potere di conferire intimità agli istanti, arrestare il progredire del tempo, di rendere una cosa bella perpetuamente tale, di cristallizzare una scena, d’arrestare lo svolgersi di un momento fintanto da renderlo indelebile. E’ pur vero che l’inverno non è primavera, non possiede, tra le proprie corde vocali, il canto soave di una madre natura che attua la fioritura attraverso una nenia di rinascita, il pianto di un’esistenza appena nata. Il freddo non genera la vita, ma riesce a conservare, a proteggere, a mantenere intatta la spiritualità di uno corpo fiacco, piegato dalla malattia. Il freddo è quanto di più lontano e, al contempo, più vicino alla vita e alla sopravvivenza ci possa essere.

Niente resiste al freddo più acuto, eppure, io vivo insieme ad esso, in un abbraccio indivisibile, in una coesistenza all’unisono. Chiamatemi Mr. Freeze, quello che Victor era, io non lo sono più. Imprigionato in questa armatura di ghiaccio, ho ottenuto l’immortalità, ciò che ho inseguito nei miei studi. Non ho mai compreso perché l’uomo accettasse, in maniera così rassegnata, il proprio corso, e perché la morte avesse, infine, sempre ragione sull’esito dei mortali. Come può un uomo che ha perduto l’amore, continuare a vagare in solitudine su questa Terra, in quel dedalo infido e ingannatore che è il mondo esterno? Come si può genuflettere il capo ad un fato tanto crudele? Perché tutti continuano a piangere i propri morti senza impiegare ogni sforzo per annientare la morte? Io non potrei mai assecondare l’addio della mia diletta. Il mio freddo immobilizza, dona l’eterna giovinezza, allontana la vecchiaia, interrompe ogni decadimento, anestetizza il dolore corporale ed infonde una durevole presenza. Nulla germoglia al freddo ma tutto può essere alleviato con esso. Una vita umana fluisce troppo in fretta. L’istante andato, l’attimo smarrito, il momento perduto, tutti loro svaniscono via come neve disciolta al sole, e possono essere conservati da intangibili ricordi. In fondo, cos’è un ricordo se non un refolo freddo, che fissa un periodo e lo immortala nel sovvenire della mente. Nora è ancora, e sempre sarà, il mio ricordo più caro, il solo che riesca a riscaldare e a scandire i battiti del mio cuore di ghiaccio. Il freddo, come una rievocazione, può eternare il passato più lieto. Ma io non voglio che la mia Nora, la mia sola primavera, resti un elusivo riecheggiamento.

"Mr. Freeze" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Intrappolato in questa mia tuta criogenica, non posso sentire il vento sfiorarmi il viso, non riesco a toccare la mano di chi amo. Il freddo è stata l’unica salvezza per la mia amata, ma è stata altresì la mia più grande condanna. Sono scese le tenebre. Questo bosco e quella luna, alta nel firmamento e sottile come un filato d’argento, non hanno più nulla da suggerirmi coi loro lamenti laconici. E’ il momento di tornare dentro, nel mio rifugio più tetro. Mi inginocchio dinanzi alla teca di vetro in cui dorme Nora. Quando la guardo riposare nella sua cripta come una principessa di ghiaccio, le poche lacrime che riesco a versare raggiungono a stento le gote e si dissolvono nell’aria. E’ questa la nostra caverna, il luogo dove tormenti e paure restano fuori, lontano; qui, all’interno, rimane solo la leggiadria di un sogno. Troverò il modo di curarti, amore mio. Te lo giuro!

Lei è sempre giovane e bella, sogna, librandosi in un volo senza fine, e non ha alcun affanno sul viso. Tengo in mano un carillon, con una ballerina che danza, con indosso un abito azzurro, raggiunta da una nevicata incessante. E’ lei! E’ Nora come sarà un giorno, dolce e nuovamente forte quando tornerà a vivere. Attivo il meccanismo della scatola musicale, mentre fuori comincia a fioccare la neve, la calda carezza del nostro algente inverno; le domando se vuole ascoltare la nostra canzone. Mi risponde di sì.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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