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"Babbo Natale" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molti secoli or sono, esisteva un uomo che era solito percorrere, in lungo e in largo, l’antica Grecia. Tespi, era questo il suo nome, vagava per l’Attica a bordo di un cocchio trainato da una coppia di cavalli. Il suo era un viaggio che compendiava innumerevoli tappe, tuttavia non prevedeva una meta finale. Tale viandante, raggiunta una città e radunata una folla di curiosi, ergeva sul suo carro un palco su cui esibirsi; Tespi diveniva un attore, e quel suo mezzo di trasporto, “simile” alla biga di un valoroso soldato, un teatro. “Calcando” quel suo esiguo palcoscenico, Tespi faceva germogliare la creatività teatrale, diffondeva la bellezza della scrittura, il fascino dell’interpretazione, la meraviglia dell’immaginato. Il carro di Tespi veicolava l’incanto della recitazione, effondeva lo stupore della tragedia, promanava l’intrinseca magia dell’arte, un qualcosa di prezioso da erogare alle persone che abitavano le terre elleniche. Quel carro non era un comune mezzo per spostarsi, quanto una “slitta” da cui venivano generate amenità da donare al prossimo.

Il carro di Tespi

 

Nella Grecia di un tempo, proprio negli anni in cui questo “nomade del teatro” svolgeva la sua attività, viveva, su nell’Olimpo, una divinità che, tutto il giorno, errava nel cielo. Apollo, dio del sole e di tutte le arti, guidava una quadriga, tirata da quattro cavalli bianchi che soffiavano lingue di fuoco dalle narici. In cima a quella quadriga giaceva, splendente, il sole. Il figlio di Zeus dirigeva il suo carro alato nel firmamento, sancendo la venuta dell’alba e la discesa del crepuscolo. Come narrava il culto di Elio, la dea Aurora si destava prima che il sole sorgesse, e al calar della sera, sua sorella Selene avvolgeva la volta celeste con un buio preponderante; Selene faceva poi brillare la tavola azzurra con l’intensità delle stelle accese. Apollo, in “sella” al suo cocchio, illuminava le giornate dei mortali, donando agli stessi il calore e la gioia di una luce divina. Anche il carro di Apollo potremmo oggi paragonarlo ad una sorta di “slitta” volante, la quale elargiva un regalo d’importanza vitale. “Offrire” ai bisognosi doni inaspettati da un carro sembra essere un’usanza che affonda le proprie radici nell’arcaico.

Il mito è un racconto fantastico che, a sua volta, trae le proprie origini dalla leggenda; da quest’ultima si genera la tradizione e dalla tradizione fioriscono le memorie e le usanze di un popolo. Babbo Natale, il simbolo delle festività di fine anno, è un “elemento” del credo natalizio, ma è altresì una figura mitica, la personificazione di una leggenda. Babbo Natale è nato dal remoto, la sua storia ha assunto i caratteri del mito, la sua immagine è divenuta una “fede” popolare, il suo “culto” una tradizione. In lui, pertanto, confluiscono le tre componenti del racconto più arcano: epopea, narrazione antica e classicità folkloristica. Tutte le versioni della storia concordano nell’attribuire la vera “identità” di Babbo Natale a San Nicola, vescovo di Myra. Un’importante caratteristica religiosa è dunque riscontrabile nella genesi del personaggio. A tale peculiarità si abbina il suo potere soprannaturale, per certi versi divino. San Nicola, come le storie riportano, era capace di compiere miracoli, e proteggeva i poveri, gli indifesi, i disperati e i defraudati.

San Nicola, sovente, faceva doni ai bisognosi e agli infanti.  Tra i numerosi prodigi che compì in vita, si riporta l’avvenuta resurrezione di alcuni bambini assassinati. Da quel giorno, fu considerato il protettore dei bimbi. Con il passare dei secoli, l’iconografia del santo mutò ed incontrò i favori del folklore. Per tutti, San Nicola era il più caro amico dei bambini, aveva una barba candida come coltre innevata, una faccia paffuta e una giacca scarlatta. Le sue amiche erano le renne, animali “stregati” dalla sua dolcezza e “magici”, poiché riuscivano a sollevarsi da terra e a librare in aria così da trainare il “carro alato”. L’appellativo con cui San Nicola è oggi universalmente conosciuto ha un significato profondo. Babbo Natale è un papà per tutti i piccoli che confidano in lui. Compito, infatti, della figura del padre del Natale è quello di educare i bambini ad essere buoni durante tutto l’anno.

Babbo Natale vive al Polo Nord, insieme agli elfi, i suoi fedeli aiutanti che lo supportano nel fabbricare i giocattoli. Egli è un lettore zelante, ma non di libri e neppure di testi teatrali tanto cari a Tespi; Babbo Natale legge le lettere che i giovani gli inviano, le confessioni, colme di speranze, dei fanciulli. Babbo Natale non trasporta il sole con sé, agisce solamente con l’ausilio delle tenebre. La sera del 24 dicembre, quando l’unica luce ad illuminare la via è quella emanata della luna opalina che scintilla, tonda, nel cielo come una moneta argentea, Babbo Natale si materializza, interrompe il fluire dei barrocci del tempo, e attraversa, in una sola notte, il mondo intero per portare gioia a tutti i pargoletti. Babbo Natale semina felicità, speranza, letizia e una fatata beatitudine. Gli incantevoli doni elargiti dalla sua slitta ricordano, per valore, l’arte che poteva essere ricevuta nei pressi del carro di Tespi e la gloria dell’astro luminoso della quadriga di Apollo.

Seppur non esista, la sua sagoma panciuta, le sue guance rosate, il suo volto contornato da una barba bianca, soffice al sol tocco come se fosse fatta da batuffoli di neve, e i suoi capelli argentati simbolizzano il periodo più lieto e l’essenza stessa della stagione natalizia. Babbo Natale non esiste, è una menzogna, un’illusione, eppure egli perdura nelle decorazioni che abbelliscono le nostre case, nelle consuetudini festive, nelle costumanze del periodo. Babbo Natale non è reale, cionondimeno è presente, non è vero, tuttavia figurato nella nostra mente, non ha forma, ciononostante il suo aspetto è evocato dal nostro credo. Egli esiste nonostante non viva davvero, è visibile sebbene permanga nell’invisibilità. Babbo Natale staziona nel cuore dei piccini, non è che un sogno, una speranza, un’ebrezza ineffabile, un sentimento puro e un’emozione sincera. Crescendo, i bambini smettono di credere in lui perché comprendono che non c’è alcun vecchietto in grado di volteggiare nel cielo sconfinato. Eppure, Babbo Natale esiste realmente, ma in tutt’altre fattezze.

Babbo Natale può essere accostato ad una “maschera” indossata da persone sempre differenti. Nel lungometraggio della Walt Disney “Santa Clause”, Babbo Natale è un’idea, un concetto, una figurazione che passa di generazione in generazione. Quando Scott Calvin, la notte della vigilia, incontra l’anziano dal dolce sorriso che si accinge a scendere lungo il camino, non crede ai suoi occhi. Sbraita, per paura che sia un ladro, verso quel tipo bislacco vestito di rosso e questi cade inaspettatamente giù dal tetto e…Muore. Di lui non resta che il vestito, il suo corpo svanisce come se fosse stato una visione, una percezione, un’immaginazione. Scott Calvin subentra al suo predecessore, divenendo il nuovo Babbo Natale. E’ questa la particolarità di tale classico del cinema natalizio: l’aver rappresentato Babbo Natale come una maschera del teatro antico, un simbolo da indossare da attore in attore. Scott, dopo aver accidentalmente fatto scomparire il papà del Natale, è legato contrattualmente ad una clausola, un termine, quest’ultimo, che richiama proprio il nome di Santa Claus. Come mostrato nella suddetta pellicola, Babbo Natale è una “effige”, una figurazione, un “sigillo” che passerà di persona in persona così da durare per sempre. Il suo vestiario, che irradia il cielo come una cometa cremisi, alla stregua di quello di un supereroe, è una allegoria del bene.

Babbo Natale può considerarsi un pensiero affettuoso, nonché un’ispirazione incoraggiante. Egli alberga proprio laggiù, nella sfera intima del pensiero e del sentimento di ognuno di noi, precisamente tra l’intenzione e l’attuazione, tra la volontà e la messa in pratica. In un pensiero buono, riservato ad una persona amata, vive infatti Babbo Natale. In un gesto, in una carezza, in un abbraccio, nel compimento di un’azione altruistica trova ristoro, per l’appunto, San Nicola. Babbo Natale alloggia nella sfera affettiva, e diviene concreto nell’adempimento della bontà e della generosità. Egli è, conseguentemente, un fervore, un’influenza positiva dell’animo umano. La realtà è la seguente: Babbo Natale rappresenta il buono che c’è in ognuno di noi e che, agli ultimi scampoli dell’anno solare e al principio di un nuovo corso, trova il modo per palesarsi nell’agire prodigo di una persona.

E’ questa la spiegazione razionale circa l’esistenza di questo curioso essere. Cionondimeno, parlare di lui significa accantonare la ragionevolezza per viaggiare, a vele spiegate, con la fantasia. Babbo Natale fugge da una spiegazione sensata. Egli, come già detto, è tanto mito che leggenda, e custodisce tra le sue mani la gloria dei miracoli e la magia inspiegabile di un evento portentoso. Se la Befana ha i tratti somatici di una strega buona o, forse, di una fata travestita da vecchia dal misero aspetto, Babbo Natale può essere considerato uno stregone. Nelle mie fantasie, sovente, immagino che egli arrivò sulla Terra centinaia e centinaia di anni fa. Già allora portava la barba bianca, indossava i suoi abiti punicei, e vegliava sugli uomini col fare di un guardiano. Era il “sesto” stregone, colui che si smarrì nelle ere del mondo e che nessuno degli altri cinque nominò mai.

Che Babbo Natale sia un saggio Istari? Vale a dire un Maiar, nato dall’inchiostro immaginifico di J.R.R.Tolkien, rimasto a vigilare sulle epoche degli uomini? In questo caso, dal suo bastone scaturirebbero poteri di natura protettiva nei confronti dei bambini. Come gli Istari, egli indossa un abito con un colore caratterizzante, ha una fitta peluria che gli nasconde una parte delle sue espressioni facciali, ed è dotato di longevità e poteri magici. La letteratura fantasy di Tolkien racconta la storia di uno stregone grigio, di uno stregone bianco, caduto preda dell’oscurità, di uno stregone bruno e di due stregoni blu, dei quali, però, si persero le tracce.

Là, dove l’occhio umano non può scorgere, nel freddo e tra la neve, vive il sesto mago: uno stregone rosso. E’ ciò che, con un bel pizzico d’ironia, la mia immaginazione vuol suggerirmi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Alice e l'uomo invisibile" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molto tempo fa esisteva un uomo che condivideva la bislacca peculiarità di una lettera dell’alfabeto. Egli viveva nell’indifferenza, c’era ma era come se non ci fosse mai stato. Similmente alla consonante “H”, presente all’interno di una parola ma mai pronunciata come se nessuno potesse notarla, in molti lo conoscevano ma in pochi proferivano il suo nome. Non aveva veri amici né una famiglia, non era amato e neppure stimato, tanto meno rispettato. Per tutti era quasi un estraneo, una presenza fuggevole ed inconsistente. Camminava tuttavia non lasciava alcuna traccia, spiccicava argute parole che però non suscitavano la benché minima attenzione di alcun interlocutore. Suo malgrado, era anonimo nel carattere e indistinguibile nell’aspetto. Non si capacitava della sua situazione e, ad essere sinceri, neppure se ne rendeva conto. Nick Halloway, già è proprio questo il suo nome, sbarcava il lunario come un arrivista ed epidermico agente di cambio di San Francisco.

La storia di questo “bizzarro” essere umano comincia in maniera alquanto originale. Siede dietro una scrivania, parla a voce alta e si rivolge ad una videocamera pronta a riprenderlo. In altre parole, comunica ad una macchina, fredda e impersonale, e ad un destinatario che non può vedere. Sembrerebbe una scena come tante, tuttavia, il vero paradosso di questa “sequenza iniziale” è da ricercarsi nel fatto che neppure la “persona” a cui è destinata la registrazione può vedere in faccia Nick (Chevy Chase). Ciò accade perché il protagonista della vicenda è invisibile! Tale rivelazione però non deve trarre in inganno. Quanto scritto nelle righe iniziali è valevole per la parte antecedente a quando quest’uomo divenne “incorporeo”. Nick era invisibile anche e soprattutto quando non lo era davvero.

L’occhio meccanico di Carpenter scruta con rispetto la sagoma astratta di Halloway, inquadrando dapprima la telecamera utilizzata dal personaggio e in seguito il protagonista, il quale permane nell’invedibile. Il film inizia ascoltando le ultime confessioni enunciate da una voce di provenienza ignota dinanzi ad una (doppia) “cinepresa”. Da principio, neppure noi spettatori riusciamo a scrutare le fattezze di Nick. Attraverso questa abile messinscena, Carpenter compone le prime strofe del suo saggio sulla visibilità contenuta nell’invisibilità. Nick si accinge a raccontare il proprio triste vissuto, cogliendo a piene mani dalle sue intime memorie.

Nick, come già detto, passava facilmente inosservato. Era uno dei tanti arroganti che popolano questa Terra, l’ultimo da notare in mezzo a una marmaglia di sbruffoni. Una mattina, Nick si era recato ai Magnascopic Laboratories per prendere parte ad una conferenza. Non potendo partecipare alla presentazione per un lancinante mal di testa, causato da una sbornia, Nick lascia la stanza per cercare un luogo appartato dove potersi appisolare. Caduto in un sonno profondo, non si accorge del suono della sirena che segnala un’emergenza in atto: i laboratori vengono, infatti, evacuati in fretta e furia per via di un’imminente esplosione. Nick viene investito da una “tempesta” di bagliori e di scariche elettriche che scompongono le sue molecole. Al risveglio, si accorge d’essere diventato invisibile. Trasformatosi improvvisamente in un essere speciale, Nick diviene una preda, e Jenkins (Sam Neill), un funzionario dei servizi segreti, assume il ruolo del suo inesorabile cacciatore. Dall’essere perennemente ignorato e trascurato, Nick diventa “la persona più ambita”, viene ricercato, bramato e inseguito dai malvagi.

Avventure di un uomo invisibile” è un film gradevole, un racconto visivo appassionante, divertente e piacevolmente riflessivo. Un blockbuster leggero, ricco di fantastici effetti speciali, in grado di tratteggiare un’affascinante analisi su un “potere” soprannaturale. Carpenter reinterpreta l’invisibilità come una dannazione ma anche un’opportunità di “redenzione”, e traccia gli aspetti spigolosi e purificatori di un’esistenza “immateriale”.

Nick può muoversi liberamente senza destare alcuna attenzione, ma non può prendere un taxi per tornare a casa, comprare da mangiare, parlare con qualcuno senza suscitare terrore, chiedere aiuto, neppure tenere in mano un oggetto se si trova in presenza di terzi, perché questo parrebbe sospeso in aria. I lati più inquietanti di tale condizione fisica vengono portati alla luce dal cineasta e dal dramma del protagonista, il quale cede allo sconforto, senza però perdere la speranza.

Halloway patisce un isolamento dalla duplice natura: estetica, perché gli altri, non potendolo più vedere, neppure si curano della sua figura, e psicologica, poiché anch’egli, non riuscendo più ad osservarsi, prova il terrore d’impazzire. Nick giace vittima di una solitudine estrema, non può scorgere le mani, fatica a dormire perché vede attraverso le proprie palpebre, non ha la possibilità di nutrirsi senza stare a vedere lo stomaco che attua il processo digestivo o di fumare senza costatare il “grigiore” che avviluppa i propri polmoni. Il regista pone l’accento su tale emarginazione, senza mai trascendere dal mantenimento di un ritmo avventuroso, e da uno stile ironico e fantastico. Prigioniero di un aspetto etereo, Nick volge, con rammarico, le proprie attenzioni alle piccole cose della vita di ogni giorno che lui stesso aveva ignorato, pentendosi dei suoi comportamenti, e comprendendo quanto l’esser solo sia stata una sorte che lo aveva condotto all’esclusione ben prima del fatidico incidente.

Gli specchi non riflettono la sua immagine, come se non esistesse, il sole non proietta più la sua ombra, come se fosse ridotto ad un’essenza sfumata, la sua silhouette non ha più connotati, ciò che rimane di lui è soltanto un’anima priva di un corpo in cui incarnarsi. E’ soltanto la voce a dare parvenza alla sagoma difforme di Nick, sono solamente gli abiti che sceglie di indossare a dare consistenza alla sua essenza corporale, ma nulla di più. Senza un volto né una maschera, il protagonista trova rifugio nelle proprie memorie, riannodandole come se fossero riconducibili a un lungo filo srotolato da un gomitolo di lana, per mezzo del quale è possibile ritrovare la via d’uscita all’interno di un dedalo, una volta affrontato e sconfitto un ineludibile Minotauro rappresentato dal folle Jenkins. Nick tenta così di aggrapparsi alle sicurezze del passato per affrontare le incertezze e le minacce del presente, e venire via da un tunnel buio. I ricordi sono frammenti sparsi di un mosaico, una volta raccolti e posti nei loro rispettivi angoli danno compattezza ad una figura imprecisata e rendono visibile quello che era celato. L’intera opera è un viaggio a ritroso per dare sembianza e personalità ad un uomo costretto a scampare al senso della vista. Pur restando per sempre invisibile, Nick tenta d’apparire per quello che è stato e per ciò che vorrà essere, conferendo alle proprie memorie la valenza della tangibilità.

Il futuro di Nick, sfuggito alle grinfie di Jenkins, si profila sul volto roseo della bionda Alice (Daryl Hannah), la sola donna ad averlo considerato quando era ancora percepibile al senso della vista e l’unica ad amarlo da invisibile. Come Arianna attende sull’isola di Nasso il ritorno dell’eroe che, grazie a lei, trionfò sul mostro, così Alice confida in Nick, aspettando, colma di una speranza che verrà appagata, che lui riesca a sconfiggere il rivale e poter vivere insieme una curiosa avventura romantica.

Alice è stata la sola ad ascoltare la voce di Nick, a scorgere in lui il vero cambiamento, una catarsi non riscontrabile esteticamente poiché avvenuta nella sfera intima del protagonista. In una delle sequenze della pellicola, la donna, con l’ausilio di un po’ di trucco, ha ridato il volto al suo amato. Restando stretta a lui in un abbraccio, sorpresi da un violento acquazzone, lei è riuscita addirittura a vederlo per un’ultima volta, delineatosi sotto la pioggia battente che lo ha reso, solo per qualche istante, cristallino come acqua tersa.

La felicità si trova nelle piccole cose, quelle che spesso eludono i nostri interessi tanto da sembrare “invisibili”. E nell’invisibilità Nick ha ritrovato la propria felicità.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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