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Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: quarto capitolo – Il Signore degli Anelli – La compagnia dell’Anello

"Sauron" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Prologo: la luce di Galadriel

Una tenue voce si sente nel buio. Versi dell’idioma elfico echeggiano, sommessi, troncando il silenzio. Il mondo è cambiato – affermano le parole pronunciate da un’entità femminile il cui volto permane nell’oscurità - lo si percepisce nell’acqua, nella terra, persino nell’aria. “Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda.” – Con quanto detto, le tenebre si dissolvono ed i colori delle prime immagini compaiono.

La voce sin qui udita appartiene ad una donna. Questa creatura signorile e schiva continua a mormorare, restando lontana alla vista eppur tanto vicina dall’essere ascoltata. Gli accadimenti evocati dai sussurri della dama risalgono ad un tempo antico, un’era di cui pochi possiedono nitide memorie. L’eleganza del linguaggio elfico non può trarre in inganno; colei che sta esponendo oralmente un trascorso andato perduto è Lady Galadriel, del regno di Lothlórien. La signora di Lórien, col suo parlato, schiarisce il tetro, rende cristallini i ricordi che presto narrerà.

Coloro che avevano avuto l’onore di posare lo sguardo sulla nobile Noldor sapevano della luminosità che ella promanava. La dama dei boschi indossava sovente un bianco vestito, ed era radiosa, come se il suo corpo venisse costantemente avvolto da un raggio di luna. L’acqua che scorreva nella fontana del suo reame era impregnata della luce di Eärendil, la stella più amata. Quando ogni altra luce si sarebbe spenta, la luce di Eärendil avrebbe seguitato a brillare. Non a caso, dunque, Galadriel è colei che racconta un passato così nebuloso ed importante. Ella, palesandosi nel buio attraverso il suono melodioso del proprio parlato, scacciò via l’oscurità che avviluppava la visione iniziale dell’opera e riportò alla luce reminiscenze mai obliate.

Tutto ebbe inizio con la forgiatura degli anelli del potere, dice Galadriel. Tre furono dati agli elfi, gli esseri più saggi e leali della Terra di Mezzo. Sette, invece, furono offerti ai re dei nani, grandi minatori e costruttori di città nelle montagne. I restanti nove furono donati agli uomini che li accettarono, bramando il potere in essi contenuto. Perché in questi anelli era stata sigillata la volontà di dominare tutte le razze. Ma chi creò tali anelli magici? Galadriel tace sul fabbro che li realizzò: Celebrimbor. Egli giace così nel fosco, e non viene rammentato. Celebrimbor era un elfo, il più grande fabbro dell’Agrifogliere, ingannato dalla figura che nell’immediato Galadriel nominerà.

Il personaggio di Celebrimbor, non citato nel prologo dell’opera filmica di Peter Jackson, venne concepito da Tolkien nel “Silmarillion”. Tale fabbro per la sua impareggiabile maestria è paragonabile ad un “ferraio” della mitologia greca, Efesto, la cui abilità nel costruire, nel plasmare, nel lavorare i metalli rasentava l’indiscussa perfezione. Efesto nacque con un talento proprio, non ereditato, poiché nessuno degli altri dei era in grado di praticare l’attività che egli svolgeva. La sua leggendaria padronanza era, conseguentemente, una peculiarità tutta sua. Differentemente dal racconto greco, Tolkien fece di Celebrimbor un discendente di una nobile stirpe. Tutti i Noldor a cui Celebrimbor apparteneva erano abili artigiani e costruttori di gioielli, ma lui, tra tutti, divenne il migliore. Dalle sue mani, per volere di un misterioso viandante chiamato Annatar, nacquero i sette anelli dei nani, i nove anelli degli uomini e, segretamente, i tre anelli degli elfi.

Annatar, il signore dei doni, era in realtà Sauron, il pupillo di Morgoth. Tutti coloro che ereditarono gli artefatti incantati, ad eccezione degli elfi, furono tratti in inganno dal signore della terra nera, poiché Sauron creò, tra le fiamme del Monte fato, un nuovo anello, l’Unico, in grado di trovare, ghermire e dominare tutti gli altri. Nell’Unico, egli rigettò la sua crudeltà, la sua potenza, la sua malvagità.

  • Prologo: l’artiglio di Sauron

Sauron, rievocato dalle memorie di Galadriel, è un essere imponente, cinto da vampe incandescenti. La sua pelle e il suo volto appaiono impossibili da scrutare, poiché celati da una spessa armatura argentea. Tolkien descriveva Sauron come un Maia corrotto ma di bell’aspetto. Mutando la propria forma, egli riusciva ad ingannare la vista superficiale di ogni mortale. Basti riflettere sul nome originale del personaggio: Sauron, in principio, veniva appellato come Mairon, “l’ammirabile”. La natura di Mairon era angelica, egli, pertanto, era uno spirito puro. Quando Mairon si voterà al male manterrà per un lungo periodo di tempo la capacità di mutare forma, di mantenersi aggraziato e, conseguentemente, ammirabile come il suo nome suggeriva. L’aspetto per Sauron fu importante e di notevole ausilio, poiché la sua bellezza, abbinata ai suoi modi gentili ma fedifraghi, gli permise d’insinuarsi facilmente nella Terra di Mezzo.

Jackson, nel suo lungometraggio, decise di trasporre Sauron come un essere rinchiuso in una corazza impenetrabile, dalla statura enorme e dal portamento terrificante. Poco vi è di umano nella sagoma di questo antagonista, se non le fattezze appena immaginabili del suo corpo gigantesco. Egli non possiede vero e proprio aspetto, non ha un viso, non lascia intravedere alcuna espressione se non quella immortalata dalla sua maschera ferrea e minacciosa, ed i suoi occhi vitrei, presumibilmente iniettati di fuoco, non sono affatto scrutabili. Sauron è un essere bellicoso, e la sua epidermide è divenuta un tutt’uno con il rivestimento metallico da guerra che indossa. Durante la battaglia contro le forze alleate di uomini ed elfi, Sauron avanza e la camera di Jackson si pone poco al di sopra del suo elmo d’acciaio. Egli osserva tutti dall’alto, come se dalla sua statura riuscisse a giudicare ed evocare l’inferiorità delle creature di Eru Ilúvatar. Egli le spazza via, mulinando la sua arma, sopraffacendo interi schieramenti.

E’ interessante scorgere i dettagli dello scontro finale tra Sauron e Isildur. L’oscuro signore abbatté Elendil con la sua arma poderosa come il grande martello degli Inferi. Quando volle affrontare anche Isildur, il figlio del re, Sauron non fece più uso della sua mazza fatta di duro acciaio, bensì del suo corpo. Con il suo piede piegò la lama della spada, e con la mano tentò di afferrare l’uomo. Perché? 

Quando ogni speranza sembrò svanire, Isildur afferrò ciò che rimaneva di Narsil, la spada di suo padre, e mozzò il dito a Sauron, privandolo dell’anello. Il Maia irretito venne sconfitto, e svanì. Sauron peccò di superbia, sottovalutò la forza dell’amore, la disperazione insita nell’animo umano. Isildur volle difendere il corpo del padre morente, e fece appello alle forze residue per tentare un ultimo attacco. Brandì l’elsa di Narsil e compì un movimento. Sauron, al contrario, voleva infliggere un dolore più intimo, personale, al figlio del re. Così allungò l’arto, nel tentativo di portare a sé Isildur per ucciderlo con la stessa mano in cui vi era custodito l’anello. Per tracotanza, Sauron subì il taglio netto del dito e perse l’Unico.

L’anello passò ad Isildur, ricorda Galadriel, che ebbe l’unica possibilità di distruggere quel male, esitando e, in seguito, tradendo il proprio credo. L’anello indurì il cuore del nuovo re e lo condusse alla morte. Molti ma molti anni dopo, esso passò nelle mani della creatura Gollum. Nelle caverne delle montagne, l’anello avvelenò la mente di Gollum, ed attese il ritorno del suo padrone. Passò poi ad un nuovo portatore, uno hobbit della Contea, e non di certo uno hobbit qualunque.

Bilbo Baggins, sottratto allo sguardo di Gollum, raccolse l’anello da terra e lo portò con sé, nella sua “andata” verso Erebor, e nel suo “ritorno” verso Hobbiville. Da quel rinvenimento, trascorreranno sessant’anni.

Galadriel conclude la propria rievocazione suggerendo come gli hobbit forgeranno la fortuna di Arda.

"Bilbo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un racconto hobbit

Non partì dai ricordi ma dalle constatazioni. Non iniziò con le memorie bensì con le conoscenze. Bilbo Baggins sedeva bello comodo nel suo piccolo studio. Beh, relativamente piccolo. Per uno hobbit quella stanza era spaziosa e molto ben illuminata da una finestra che si affacciava sul panorama verdeggiante della Contea. Bilbo scriveva con assiduità al mattino presto. Era così preso dalla stesura della sua biografia che i più avevano cominciato a dargli del misantropo, dell’asociale, del mezzuomo decisamente introverso. Di quelle dicerie, Bilbo non se ne curava. Come dicevo, egli avviò la scrittura del libro della sua vita non tanto dalle proprie reminiscenze, ma dal suo sapere. Il primo capitolo del volume Bilbo lo dedicò agli hobbit. Del resto, lui era conscio d’essere un esperto in materia. Gli hobbit vivono e coltivano i quattro Decumani della Contea, felici d’essere estranei alle vicende che riguardano gli altri popoli della Terra di Mezzo. Gli hobbit appaiono minuti, spesso vengono scambiati per dei bambini se visti da chi rientra nei parametri degli uomini di statura normale. Sono creature tradizionali, amanti del cibo, della coltura, della natura.

Durante le proliferazioni circa le minuziose descrizioni trascritte di proprio pugno da Bilbo, l’occhio meccanico della camera di Peter Jackson inquadra i paesaggi accesi e vividi della Contea, soffermandosi a mostrare molti degli hobbit che ivi abitano. Alcuni riposano, distesi negli esigui cortili dei loro giardinetti, rinfrancati dalla fresca brezza, altri bevono, reggendo sulle loro esili spalle botti da cui sgorga il vino, altri ancora si accingono a cogliere i frutti che la terra elargisce loro. Tra tutti questi hobbit catturati dall’inquadratura del sapiente cineasta, ce n’è uno alquanto speciale e coraggioso, sebbene lui non sappia ancora di esserlo. Mi sto riferendo ad uno hobbit grassottello e dagli occhi buoni. Questo piccolo ma grande amico ha un volto tondo e folti capelli biondi.

Samwise Gamgee compare sulla scena senza volersi fare notare, come uno fra tanti. Egli è intento a svolgere il suo lavoro da giardiniere, solo, accovacciato tra le piante colorate. Sam tiene in mano dei fiori, li osserva sorridente, felice di come essi stiano crescendo sani e belli. Tutti gli hobbit, riporta Bilbo, hanno un debole per quello che cresce, soprattutto Samwise. Sam appare per la prima volta nella pellicola come uno fra i più nella carrellata che Jackson dedica alla terra natia di questi mezzuomini. Sin dall’inizio, Jackson vuol mostrarci come Sam sia e si senta uno hobbit come un altro, umile e straordinariamente gentile nel prendersi cura di una vita delicata. Sam è proprio uno dei tanti, e dalla sua candidezza trarrà la forza per divenire un eroe fra pochi.

In quel giorno, gran parte dei mezzuomini stava ultimando i restanti preparativi per una festa. Bilbo compiva, in quel dì, 111 anni. Alla porta di casa Baggins qualcuno continuava a bussare con impertinenza, ma Bilbo non poteva in alcun modo lasciare la propria postazione. Egli chiamava Frodo, suo nipote, ma questi era già andato fuori, e se ne stava a leggere, poggiato ai piedi di un albero. Frodo, d’un tratto, sentì canticchiare: era una voce roca e profonda quella che echeggiava lungo il verde sentiero. Il giovane hobbit corse e raggiunse Gandalf, intento, per l’appunto, a cantarellare. Il grigio pellegrino riabbraccia il mezzuomo, e con lui si avvia tra i tratturi di quel paradiso fatto di collinette e d’erbe. Un senso di assoluta quiete e serenità accompagna il cammino dei due protagonisti. La Contea è una regione impregnata di pace, rasserena lo spirito di chi la osserva da un nastro di celluloide e ristora il corpo di chi ne respira l’aria pura.

Frodo confida a Gandalf il preoccupante cambiamento di Bilbo, diventato oramai meditativo, solitario e sempre più chiuso in se stesso. Bilbo trascorre le sue giornate a guardare vecchie mappe, ad evocare il trascorso. Terminate, infatti, le disquisizioni sugli hobbit, Bilbo ha cominciato a narrare il proprio passato, nel suo testo “Andata e ritorno”. La cerca di Erebor, il vissuto di Thorin, verranno immortalati dall’arte scrittoria di Bilbo, oramai perso nel rimembrare il passato. Nella sua casa, un gioiello proveniente dal remoto l’ossessiona e lo ha condotto a covare diffidenza nei riguardi dei suoi prossimi. Per sessant’anni, Bilbo ha custodito l’anello del potere, che gli ha prolungato la vita, ritardandogli in un certo senso la vecchiaia. Bilbo non si separa mai da quel “gingillo” d’oro, e presto Gandalf lo saprà.

"Frodo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Una festa d’addio, un viaggio incombente

Mithrandir ritrova Bilbo all’ingresso di Casa Baggins. Accolto nella dimora, Gandalf osserva le mappe che Bilbo, ultimamente, sta rimirando. Sulla vetta della Montagna Solitaria, aleggia la sagoma rossa di Smaug, ritratta sulla bianca carta. L’avventura dei nani della compagnia di Thorin è sepolta nel passato ed è eternata nei ricordi che Bilbo sta mescolando all’inchiostro. L’anziano hobbit confessa all’amico l’intenzione di voler abbandonare la Contea, di tornare ad ammirare le imponenti catene montuose e di trovare un luogo idilliaco in cui poter terminare il proprio manoscritto. Quella sera stessa, si consumeranno i festeggiamenti. In un clima di gioia e d’allegria, Frodo dirà inconsapevolmente addio al suo “tutore”. Quando Bilbo manifesterà il potere del suo anello, attrarrà l’attenzione di Gandalf. Tornato in fretta a casa Baggins, lo stregone invita Bilbo a deporre l’anello a terra e lasciarselo finalmente alle spalle. Con estrema fatica, Bilbo cede l’anello e si incammina verso l’ultimo viaggio della sua vita. La Contea, per quanto meravigliosa, aveva annoiato l’animo dello hobbit, che anelava di rimirare nuovi angoli del mondo. Lo spirito avventuroso di Bilbo non lo aveva ancora abbandonato, fu l’unica cosa che l’Unico non riuscì mai a mutare di lui.

Osservando l’anello, e poi toccandolo, Gandalf paventa la possibilità che esso sia invero l’Unico. A quel punto, il grigio stregone invita Frodo a nascondere questo misterioso oggetto, dopo di che parte per dare risposte ai suoi enigmi. Da questo momento, un clima di crescente allerta, di tensione, di paura per eventi concatenati che stanno sempre più emergendo e scatenandosi, comincia a manifestarsi.

Vi è una contrapposizione tra due momenti fondamentali delle prime fasi del film. L’atmosfera di calma, armonia, spensieratezza che si avverte alla Contea, durante il consumarsi della festa, si contrappone a quella agitata, tumultuosa, frenetica che si percepirà durante le fasi in cui si scoprirà la reale natura dell’anello di Bilbo, e le forze di Sauron incarnate nei Nazgul marceranno su Hobbiville. Tale contrasto mi richiama alla mente le sequenze de “Il cacciatore”, uno dei capolavori della cinematografia statunitense. In quel lungometraggio, il primo atto è strutturato secondo l’attenta messa in scena di un clima “cittadino”, familiare, felice quale potrebbe essere, con le dovute differenze si intende, il clima della Contea. I festeggiamenti del matrimonio nella prima parte de “Il cacciatore” si oppongono alle sequenze immediatamente successive, in cui gli orrori della guerra in Vietnam verranno palesati in tutta la loro efferatezza. Nel capolavoro “Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello”, le sequele in cui gli hobbit celebreranno in lietezza il compleanno di Bilbo si contrapporranno a quelle in cui Frodo e Sam verranno inghiottiti dagli intrighi legati all’anello, e alla guerra che presto incomberà.

Quando Gandalf farà ritorno alla Contea, scoprirà quello che temeva. L’anello di Bilbo appartiene a Sauron e, tramite esso, l’Oscuro Signore ha perdurato. Il pellegrino dal manto grigiastro sprona Frodo a lasciare subito la Contea. Lo Hobbit, accompagnato dal fedele Samwise, raggiungerà il villaggio di Brea, scortato anche da Merry e Pipino, due suoi congiunti. Ad un’andata e ad un ritorno compiuti da Bilbo è dunque succeduta una nuova andata, molto più ardua, aspra e pericolosa.

  • Il bianco macchiatosi di nero

L’ora è tarda - tuona Saruman -, il capo dell’ordine degli Istari quando Gandalf accorre a fargli visita. Il signore di Isengard sa che le forze di Sauron sono state radunate, lo ha visto con i suoi stessi occhi. Gandalf pare intimorito quando indugia ad ascoltare il sapere del più potente tra gli stregoni. La luce biancastra emanata dagli indumenti di Saruman non tranquillizza per niente, anzi, tutt’altro. Le sue espressioni minacciose, i suoi occhi allarmati, che tutto osservano con severità ed intransigenza, anticipano il suo tradimento, che presto verrà rivelato. Jackson non vuole che Curunír, l’uomo di Destrezza, nasconda con astuzia la propria malvagità per poi svelarla inaspettatamente. Il suo carattere scostante verrà colto nell’immediato. Sarà questo un qualcosa che si ripeterà, per volontà di Jackson, anche quando verrà presentato il personaggio di Boromir. Sin da subito, gli spettatori intuiscono la freddezza del fu Curumo, poiché egli non fa, volutamente, nulla per velare le sue funeste intenzioni. I suoi gesti, le sue movenze altere, le sue parole lente e distaccate precedono la rivelazione, sebbene Gandalf tardi a dedurlo poiché legato al capo del Bianco Consiglio da una lunga amicizia e, pertanto, incapace d’immaginare cosa trami colui che giudicava come saggio. Dietro la barba lunga e candida dello stregone bianco, Christopher Lee fa fluire la sua voce “baritonale”, poderosa, e la sua celebre espressività inclemente, più volte prestata a personaggi negativi da lui interpretati nella settima arte. Saruman confessa la sua alleanza con Sauron, la sua infedeltà, e che i nove sono prossimi a recarsi nella Contea. Il bianco si è offuscato, la sua luce radiosa è divenuta cerea. Gandalf tenterà di arginare le magie dello stregone ma verrà sconfitto e imprigionato nella torre.

Il grigio è un colore peculiare. Con esso, solitamente, si tende a descrivere un qualcosa di criptico, oscillante tra chiarore e oscurità. Chi viene definito “grigio” ha una personalità miscelata, divisa tra bene e male. Questo non varrà per gli scritti di Tolkien. Gandalf il grigio non avrà mai un carattere diviso, non oscillerà mai tra bene e male. Il suo grigiore avrà sempre lo splendore del bene. Il bianco, un colore con il quale si suole definire il bene assoluto, verrà sporcato da Saruman che tramuterà la sua chiarezza in una greve oscurità.

"Nazgul" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gli spettri dell’anello

Sauron, confinato nella sua fortezza, ha radunato le forze del male ed è prossimo a scatenarle per ritrovare l’anello. Sulla cima della torre di Barad-dûr, lo spirito di Sauron si è esternato ad ha assunto la forma di un grande occhio senza palpebre avvolto nelle fiamme.Il suo sguardo infuocato dilania l’oscurità, abbatte il brumoso, irrompe dal vuoto e valica le ombre, le carni, le terre e vede ovunque.Dalla sua roccaforte, il discepolo di Melkor ha sguinzagliato i suoi servitori più temuti e fedeli: i Nazgul.

Vi erano una volta nove re degli uomini. Ad essi Annatar, il menzognere, elargì nove anelli del potere. Offuscati dal desiderio di averli, gli uomini li presero e lentamente vennero consumati dall’Unico. La corruzione patita dissipò le loro volontà, la tentazione subita logorò ciò che restava delle loro anime, la forza promanata da Sauron li genuflesse, corrodendo i loro aspetti umani. Nulla restò di questi se non contorni scheletrici ed incorporei, margini scarnificati, quasi astratti. I grandi re degli uomini caddero, smarrirono la libertà, perdettero le loro sembianze.

I Nazgul provengono dal regno delle ombre, calcano ancora il terreno dei viventi pur essendo morti, ma non calpestano il suolo dell’aldilà malgrado siano trapassati, come se fossero prigionieri di una stasi perpetua. I Nazgul sono spettri senza faccia, privi di alcuna fisicità, fantasmi lugubri, parvenze offuscate, essenze stigie. Il loro corpo è impalpabile ma il mantello che indossano come un solo indumento dà forma intuibile alle loro invisibili fattezze. Dove un Nazgul poggia le proprie mani, rivestite da guanti argentei, lascia l’impronta della deformazione. Al passo di uno spettro, la terra si ritira, rigurgitando vermi e strani insetti.  Gli spettri emettono suoni striduli, penetranti come urla di tormento, si muovono in sella a cavalcature nere, dagli occhi rossi, e sono armati con spade affilate e pugnali Morgul avvelenati. Se si osasse guardare nello spazio libero del cappuccio che poggia sulle loro teste si vedrebbe l’abisso, le tenebre di un vuoto senza esito. Tuttavia, essi possiedono quello che resta della loro corporalità sebbene sfugga alla vista umana.

Quando Frodo li incontrerà e metterà l’anello, riuscirà a scorgere i volti ossuti, scarni, macilenti dei morti. 

  • L’incontro con Granpasso

Frodo, Sam, Merry e Pipino sfuggiranno alla gelida presa dei Nazgul e giungeranno a Brea. Nella locanda del Puledro Impennato incontreranno un misterioso ramingo, noto come Granpasso. L’uomo occulta la propria fisionomia sotto un copricapo e fuma silenziosamente una pipa. Il rosso acceso del piccolo fornello, dentro il quale brucia “il tabacco” Galenas, illumina, di tanto in tanto, il viso di questo enigmatico viandante, mostrando il suo sguardo vigile ed impassibile. Granpasso manifesterà presto agli hobbit la sua buona natura. Egli è amico dello stregone e si trova laggiù per proteggere Frodo dalle insidie dei suoi inseguitori.

Quando Jackson introdusse Aragorn, scelse di fare dell’erede al trono del regno di Gondor e Arnor un ritratto incerto, imperscrutabile. Coloro che lo avevano visto vagare per le terre selvagge, lo giudicavano un tipo pericoloso da cui tenersi ben alla larga. Quanto una singola, fugace, impressione poteva dirsi errata!

Granpasso è una maschera regale, che confonde gli hobbit. Essi, in principio, temono che si tratti di un nemico eppure, dietro la sua occhiata minacciosa, attenta e avveduta, Granpasso fa emergere una bontà deducibile in poco meno di un istante. Saruman, sin da subito, ha palesato le sue intenzioni meschine. Anche Boromir, al consiglio di Gran Burrone, farà venire a galla i suoi pericolosi propositi fin troppo legati ai desideri di suo padre, il sovrintendente. Saruman e Boromir mostreranno, immediatamente, i loro caratteri ombrosi. Granpasso, invece, oscilla dal mistero al vero, dal plumbeo al cristallino. Vantando il volto di un monarca solenne, Aragorn confonderà i mezzuomini e chi, su di lui, volgerà attenzione per la prima volta. Potrà sembrare un avversario temibile per Sam, che lo minaccerà ingenuamente, persino cattivo, salvo poi rivelare agli hobbit la bontà insita nel suo cuore. Aragorn condurrà i quattro nelle terre selvagge, verso la casa di Elrond.

"Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La Stella del Vespro

Giungeranno poi ad Amon Sûl. Ai pendii di quel colle, il figlio di Arathorn sostò, taciturno, mentre gli hobbit cadevano preda di un sonno leggero. Frodo scelse di rimanere accorto, poiché i sogni tardavano ad arrivare e nulla allietava il suo riposo. Silenzioso, lo hobbit indagò con lo sguardo il dúnedain, il quale se ne stava seduto e meditabondo. Con i suoi occhi grigi egli dava l’impressione d’essersi perso in un’illusione dolce e accattivante. Per la prima volta, Frodo notò la fragilità, il sentimento, l’umanità del ramingo, adombrati sotto la sua veste impavida. Quando scese la notte ed il cielo promulgò un riverbero pallido e ghiacciante, Aragorn, malinconico e affranto, si accinse ad intonare un canto modulato di carezzevole armonia. Le strofe di quell’ode illustravano, in eterno, un amore germogliato in tempi remoti che coinvolse Lúthien, la più bella dei figli Sindar di Ilúvatar, e Beren, un uomo.

Copertina del libro "Beren e Lúthien"

L’elfo femmina ed il mortale si conobbero nei boschi degli aurei Eldar. Lúthien passeggiava in una radura, ed ivi Beren la notò. La cercò per tutto l’inverno, dal giorno alla notte, tra i rami secchi e le foglie avvizzite. Gelido era il vento e fredda la boscaglia. Un bel mattino, sentì un suono melodioso. Vide poi una lunga chioma bruna cingere il volto di una donna bellissima, dalla cui bocca si levava una voce incantevole che risvegliava la natura dal torpore. Lúthien cinguettava, passeggiando col suo tocco etereo, e dal suo canto sublime venne fuori la primavera. Beren, udendo quel motivo, appellò la fanciulla come Tinúviel, l’usignolo. I due si avvicinarono e lessero i loro destini negli occhi dell’altro. Lúthien rinunciò all’immortalità della sua razza per condurre una vita mortale con l’eroe. Beren considerava la sua Lúthien come un essere di natura angelica. La paragonò ad un usignolo, il cui splendido suono era lieve come il petalo di un fiore e forte come lo scorrere di un ruscello.

Beren non fu il primo innamorato a confrontare l’oggetto del proprio amore con la levità di un usignolo. Lo scrittore Hans Christian Andersen, quando s’innamorò di Jenny Lind, soprano lirico, scrisse per lei “L’usignolo”, una fiaba in cui la meravigliosa voce della donna, conservata nel cuore dell’autore, fu fantasticamente trasfigurata nel canto rinfrancante di un uccellino, protagonista del racconto.

Mediante i versi del canto di Beren e Lúthien, Aragorn rievocò l’amore impossibile tra uno spirito mortale ed un’anima perpetua, sognando anch’egli un destino in cui il dolce e l’amaro si uniscono.

Arwen Undómiel sopravverrà nella notte, spintasi sino ai tardi confini del suo reame per ritrovare Aragorn. Scenderà da un cavallo candido e sprigionerà un bagliore accecante. Frodo, la cui vista è annebbiata dal veleno dei Nazgul, verrà irradiato da quel caldo guizzo. Arwen è una stella, la più luminosa tra le limpide ed incontaminate creature della Terra di Mezzo. La dama di Gran Burrone è splendida come, un tempo, lo fu Lúthien e, attorno al collo, ella porta una gemma bianca, la Stella del Vespro.  Arwen dialoga con il númenóreano, in lingua elfica, quand’egli le sfiora la mano.

Arwen condurrà Frodo in salvo a Rivendell, scampando agli spettri.

"Aragorn e Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’amore tra Aragorn e Arwen

La fiamma dell’Ovest smise di divampare molti anni addietro. Veniva chiamata così Narsil, la gloriosa lama dei re, “fiamma dell’occidente”. Essa, spazzata via, si spense. Da quando Sauron l’aveva frantumata, non fu più riforgiata. I frammenti della spada riposavano a Gran Burrone, poggiati su di un morbido tessuto azzurro e sostenuti dalla presa di una scultura marmorea.

Aragorn onora Narsil come simbolo della sua casata, esita persino a toccarla senza porgerle i propri rispetti. Dinanzi ai resti della futura Andúril, è possibile ammirare un vasto dipinto che cattura il momento in cui Isildur staccò l’anello dalle mani di Sauron. Aragorn è atterrito al cospetto della spada. Essa rappresenta il passato più coraggioso della propria stirpe ma anche il grande fallimento. La lama appartenuta ai suoi padri, ancora affilata ma non integra, testimonia per Aragorn la traccia di un trascorso che grava ancora sul presente e, al contempo, il segno di una debolezza, di un tracollo. Come fu spezzata la spada, così accadde al lignaggio dei re. In quei residui d’acciaio, su cui sono ancora incise rune, è custodita la separazione, la divisione, la perdita dei sovrani di Gondor. Quel cimelio rappresenta molto di più ed Aragorn ne è consapevole. Quando lambisce l’elsa, egli poggia la sua mano sul cuore, come segno di devozione. E’ tutto espresso in questa scena, in quel gesto. Narsil è il passato, Andúril sarà il futuro. Attraverso la sua ricostruzione, potrà essere ricostituita la casata dei monarchi. Tutto resta ancora diviso, come indicato dai frammenti della lama, e tale tutto dovrà essere riunito attraverso le gesta eroiche di Aragorn.

Ma Thorongil ha paura del suo destino. Differentemente da Thorin, il nano della dinastia di Durin che perse la corona per volere di Smaug e agognò riottenerla per tutta la vita, Aragorn non desidera diventare re. Egli teme il proprio fato, paventando la possibilità che nel suo sangue scorra la stessa fragilità del suo avo. Aragorn, con estrema umiltà, scelse l’esilio, nutrendo dubbi sulla sua resistenza al potere soggiogante. Aragorn teme di non riuscire a sopraffare lo stesso male che distrusse i suoi antenati. Tuttavia, vi è al suo fianco una persona che gli dà coraggio, colei che non prova alcun dubbio sulla sua forza, la donna di cui Aragorn è perdutamente innamorato.

Arwen indossa un vestito bianchissimo, ed è avvolta da un fulgido chiarore. Con voce soave, bisbiglia all’orecchio dell’amato quanto coraggio si possa trovare in lui. La figlia di Elrond è una stella staccatasi dal firmamento, che brilla sulla terra. Ella oltrepassa le nubi che ombreggiano sull’orizzonte, che offuscano le riflessioni di Aragorn, i cui affanni deturpano il suo volto fiacco.

Il dunedain rimembra, indugiando, coi pensieri, sul primo incontro che ebbe con Arwen. In quel giorno, per sua stessa ammissione, Aragorn credette d’essersi smarrito in un sogno. Nei boschi dell’Imladris, il giovane scorse la nobile fanciulla, ed il suo incedere venusto tra le verdi betulle. Aragorn chinò il capo, per vedere il prato che si dipanava sotto i suoi piedi. Volle capire se inavvertitamente stesse valicando un sentiero onirico, in cui la tersa magia era succeduta alla realtà.

Arwen rassomigliava alla dama Lúthien, incarnandone il candore e l’abbagliante bellezza. Aveva la pelle limpida e vellutata, le labbra rosate, gli occhi cerulei e lunghi capelli corvini che le scendevano lungo la schiena. Aragorn le rivolse parola, ed ella contraccambiò. Gli scritti antichi avevano racchiuso l’amore di Beren e Lúthien in un unico canto, ma per Aragorn nessuna parola dell’idioma conosciuto sarebbe mai riuscita a render merito a quello splendore elargito che rubò il suo sguardo. Arwen era pura e delicata, irraggiungibile e rilucente come un astro. Per Aragorn, Arwen personifica non una sola melodia, ma tutte le arie più liete suonate dai menestrelli elfici. Ella era flautata come la soavità di un’arpa. La Stella del Vespro della razza elfica convogliava in sé lo splendore di una stirpe angelica, la grazia di un popolo imperituro, l’etereità di un’essenza divina, la gentilezza di un cuore immacolato.

A Gran Burrone, Aragorn ed Arwen permangono in piedi su di un ponticello roccioso, stretti ed immersi tra la natura. L’acqua scorre sotto di loro ed entrambi, come già accaduto a Cerin Amroth, si promettono eterna fedeltà. Arwen scosta i capelli di Aragorn e gli carezza le gote. Aragorn fa scorrere la sua mano sul collo della fanciulla, sino a sfiorare la Stella del Vespro. In quell’attimo, Arwen dona ad Aragorn la gemma elfica, promettendo di rinunciare all’immortalità della sua gente. La Stella del Vespro, ricolma di una nitida luce, palpita come un cuore pieno d’amore. La stella simbolizza per Arwen la parte più intima di sé, il cuore tramutato in oggetto prezioso che liberamente la donna può scegliere di offrire a colui di cui si è invaghita. Ella vincola se stessa all’Elessar, in modo che Aragorn, portando il gioiello con sé, possa averla sempre accanto.

Gli elfi sono esseri beneficiati da un’esistenza illimitata, non compendiano l’invecchiamento, l’angustia del tempo che scorre via, e non conoscono la morte che sopraggiunge al termine di un percorso vitale. Arwen recede il rapporto con la sua natura eterna, abbracciando la dolcezza dell’amore e l’amarezza della mortalità. La principessa elfica sceglie di vivere una vita soltanto, e di consumare la propria leggiadria in poco più di cento anni. Ma cos’è un secolo per un elfo? Un battito di ciglia in un vissuto millenario, un sospiro fuggevole in un respiro prolungato, un fiore caduco che sboccia e appassisce in un sol giorno.

Eppure, in un tempo più esiguo da condividere con Aragorn, Arwen mira la sostanza della felicità, della gioia più grande, un morso che appaga molto più di un lauto pasto. Cento anni vissuti con pienezza varranno ai suoi occhi tanto più di interminabili ere trascorse nella solitudine e nel rimorso. Arwen, da donna celeste, diviene donna terrena, “baciando le guance” di un destino che porta ad una fine. Il suo sarà un amore eterno nelle anime ma non nei corpi. Aragorn, perdutamente ammaliato dalla dama, non avrà tra i suoi pensieri che lei, il suo solo conforto, la sua unica ragione. Aragorn ed Arwen si baceranno tra gli alberi muti e vivi della foresta. La storia ha trovato il modo di ripetersi, ed Aragorn e Arwen, uniti da un amore profondo ed inviolabile, ripeteranno quanto fatto da Beren e Lúthien.

Sia Aragorn che Arwen raffigurano stelle evocative ed ispiratrici. Arwen è la stella che orienta il vagare del ramingo, colei che sempre guiderà Aragorn nel suo cammino. Aragorn, invece, chiamato in giovane età anche Estel, è una stella fioca che diverrà sempre più accesa, poiché carica della luminosa speranza che darà coraggio a tutti i popoli liberi della Terra di Mezzo.

Se Arwen donerà all’infinto speranza al suo amato, Aragorn donerà la medesima speranza ai dunedain e ai suoi fratelli di Gondor e Rohan.

  • La compagnia dell’anello

Frodo ha rincontrato suo zio Bilbo, il quale, adesso, soggiorna nell’Ultima Dimora Accogliente. Lo hobbit ambiva a viaggiare, ma lontano dall’innaturale potere dell’anello, cominciò ad invecchiare rapidamente. Bilbo sfruttò la permanenza alla Casa di Elrond per concludere il suo libro. Frodo è il primo a sfogliarlo, loda i disegni in esso contenuti, specialmente la mappa che tratteggia la Contea. Essa manca molto a Frodo ma il fardello ereditato dallo zio lo obbligherà a peregrinare ancora. Bilbo dà a Frodo Pungolo e la corazza di Mithril, due “oggetti” che prestarono già servizio in un’altra avventura.

Al concilio di Elrond si forma un manipolo di 9 eroi. Frodo si assume la responsabilità di portare l’anello sino a Mordor, per gettarlo tra le fiamme del Monte Fato. La compagnia dell’anello partirà da Forraspaccata l’indomani. Otto compagni seguiranno Frodo: Gandalf, fuggito da Isengard, Aragorn, Legolas, l’elfo saggio e potente di Bosco Atro, Gimli, nano astuto e risoluto, Samwise, Merry, Pipino e Boromir, capitano di Gondor.  All’interno della compagnia nove compagni, appartenenti a razze diversissime tra loro, stringeranno un rapporto d’inossidabile amicizia. Tolkien, partorendo l’idea di un gruppo di “avventurieri” così eterogeneo, volle, metaforicamente, abbattere le barriere e mostrare come l’amicizia, l’affetto, possano nascere indipendentemente dalla “razza”, ognuna speciale a suo modo. Aragorn lascerà Gran Burrone senza avere la certezza di rivedere Arwen. La guarderà una volta ancora, le farà un cenno, e si aggrapperà alla speranza per riabbracciarla.

Durante il “concistoro”, Boromir, con sprezzante arroganza, sollecita tutti a usare l’anello contro Sauron. L’uomo verrà ammonito saggiamente da Aragorn che gli rammenterà che l’Unico risponde ad un solo padrone.

"Gandalf, il grigio" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Le miniere di Moria e la morte di Gandalf

La compagnia s’incamminerà sino ai picchi innevati di Caradhras. Verranno, tuttavia, dissuasi dal proseguire dalle arti magiche di Saruman. Nelle prime fasi del viaggio, Boromir interagisce con gli hobbit con simpatia e affetto, in particolar modo con Merry e Pipino. Egli li istruisce come un maestro schermidore, e gioca con loro quando lo “attaccano” scherzosamente. Quando il passo del “Cornirosso” diverrà troppo ostico, Boromir si farà carico di due hobbit, e nel periodo in cui il freddo sarà sempre più pungente, esorterà tutti a lasciare la catena montuosa, in caso contrario, afferma, sarà la fine degli hobbit. Jackson, attraverso questi espedienti, mostra come Boromir si stia affezionando ai mezzuomini, coloro per i quali morrà.

Assecondando il suggerimento di Gimli, la compagnia giunge alle miniere di Moria. Il dominio di Khazad-dûm sorgeva nel cuore delle Montagne Nebbiose, e ad esso si arrivava dopo aver percorso un lungo viottolo, fatto di rocce e sassi. Innanzi alle mura di Moria, vi era un grande stagno putrido, generatosi dal Sirannon, un torrente straripato che allagò la vallata prospicente i cancelli occidentali. L’acqua del torbido lago, così come le stesse miniere, non veniva disturbata dalla presenza dell’uomo da molto tempo. Gandalf sapeva cosa albergava nelle profondità segrete della terra, ma non poteva vagliare altra opzione. La voce di Saruman, mesta e rigorosa, rimbombò nella testa del grigio pellegrino. Lo stregone bianco lo avvertì: a Moria vigono ombre e fiamme. Gandalf dovrà compiere l’azione più intrepida della sua vita, semmai il flagello di Durin dovesse frapporsi e sbarrare loro la via. Al calar della notte, il raggio della luna illuminò le Porte di Durin, fatte d’Ithilden, e rivelò l’enigma per varcare la soglia. Fu Frodo a risolvere “l’indovinello”, dimostrando d’aver “ereditato” il talento dello zio, anch’egli, alquanto, scaltro nel risolvere i rompicapi.

Non ho memoria di questo posto” – ammette Gandalf, lungo il tenebroso sentiero, non riuscendo a rammentare quale via sia quella corretta. Lo stregone grigio regge il bastone magico donatogli da Radagast, ha deposto al suolo il capello a punta, e siede su di una roccia. Resta laconico, indeciso su quale dei due varchi porti all’uscita. Moria è un reame abbandonato, una tomba oscura, repleta di sofferenza. Gli orchi ed i goblin dominano l’antico regno di Nanosterro, le fiamme rosse il baratro. Gandalf riflette, cosciente che presto affronterà la morte e che essa esigerà la sua vita. Ecco che il discorso che farà a Frodo, relativo al tempo che viene concesso ad ogni mortale, assume un valore ancor più rilevante poiché proferito da un uomo consapevole che il suo tempo verrà presto a terminare.

In uno dei dialoghi più significativi del film, Gandalf citerà la pietà come qualità intrinseca dell’animo umano. Mithrandir insegnerà a Frodo la compassione, un principio, quest’ultimo, che anni prima trasmise a Bilbo. Frodo ammatterà di rimpiangere la scelta effettuata in passato dallo zio, ovvero quella di risparmiare la vita a Gollum. Fu un peccato non togliere la vita a quella sgradevole creatura? No, fu un atto di pietà.

Bilbo osservò quella carcassa dotata di movimento, sparuta e smunta, e vide in essa l’infezione, la contaminazione dell’oscura pazzia. Eppure, negli occhi tondi e azzurri, disperati, di Gollum, Bilbo dedusse il supplizio di un essere malato. Ebbe misericordia, non volle arrecare altro dolore. Neppure i più saggi conoscono gli esiti di ogni operato, e non si deve mai avere fretta di spargere condanne e giudizi. Gandalf crede fermamente che il vero coraggio non si compia nel sottrarre una vita, ma nel risparmiarla. Gollum, per la sua crudeltà, per la sua violenza, meritava forse di perire, ma chi può sancire questo con assoluta sicurezza? Nessuno dovrebbe avere l’insensata arroganza di uccidere un colpevole, poiché diverrebbe reo a sua volta. Ogni atto efferato dovrà essere punito, ma la morte non corrisponde mai ad alcuna giustizia.

Personalmente, la pietà espressa da Gandalf mi ricorda alcuni concetti trattati da Cesare Beccaria nel suo famoso libretto “Dei delitti e delle pene”. In quel volumetto, il padre di Giulia Beccaria, nonché nonno di Alessandro Manzoni criticò aspramente la pena di morte, facendo appello ad una sana giustizia e ad una coscienziosa pietà. Gandalf dirà poi a Frodo che spesso, tutti noi, non possiamo avere il controllo sui tragici accadimenti, ma possiamo, nonostante ciò, scegliere come agire di conseguenza, e sfruttare il tempo che ci viene concesso. Gandalf è al corrente che la sua ora potrebbe presto giungere ed è pronto ad impiegare quello che gli resta per proteggere e salvare tutti i suoi compagni.

Quando il Balrog emergerà dal fuoco, lo stregone non esiterà ad affrontarlo e a farlo cadere giù. Verrà trascinato anch’egli, e scomparirà nella gola.

"La caduta di Boromir" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La morte di Boromir

A Parth Galen si udì, per l’ultima volta, il suono del corno di Gondor. Esso aveva il valore di una reliquia, era bianco come l’avorio, vantava una punta d’argento e diverse incisioni d’oro. Fu spezzato dalla carica degli Uruk-hai. Boromir lo usò finché ci riuscì, nel vano tentativo di chiamare a sé ulteriore aiuto in tempo. Boromir peccò, tentò di sottrarre l’anello a Frodo. Rinsavì dopo aver provato il furto, e si vergognò profondamente. Impiegò ogni sua forza per salvare Merry e Pipino durante il conflitto con i grandi guerrieri che portavano la mano bianca di Saruman. Boromir difese strenuamente i due hobbit, coloro che più gli avevano prestato attenzione ed amicizia. I piccoli mezzuomini a cui aveva impartito blande, veloci ma divertenti lezioni di scherma, erano ancora incapaci di difendersi. Il capitano di Gondor farà quanto potrà per salvarli, ma come punizione per la sua colpa, fallirà.

La prima freccia lo trafisse al petto. Boromir parve appena sentirla conficcare nella pelle, si rimise in piedi e seguitò ad abbattere qualunque avversario gli si ponesse davanti. Un secondo dardo nero lo raggiunse al cuore e quasi sembrò sopraffarlo. Il primogenito di Denethor esitò per qualche istante, poi urlò ancora e sguainò nuovamente la spada. La terza freccia scoccata distrusse la sua resistenza fisica, non il suo ardore. Ad ogni colpo adempiuto, è probabile che Boromir ripensasse alla conversazione che ebbe con Aragorn, colui che sarebbe dovuto essere il suo futuro re. Ogni fendente intercettato, ciascun colpo assestato non fece che richiamare in lui quel breve ma emblematico dialogo. Come disse al figlio di Gilraen, Boromir sognò un giorno che entrambi avrebbero camminato sino alle propaggini del regno di Gondor e Arnor, sino ai confini di Minas Tirith. Vedendoli, la sentinella, sulla grande torre bianca di Ecthelion, avrebbe annunciato il ritorno dei nobili figli del regno degli uomini. Nulla di tutto questo mai si avvererà. Le vedette cercheranno Boromir in lontananza, ma non lo scorgeranno mai più.

Boromir cadrà a terra, ma non si distenderà. Resterà in ginocchio, genuflesso al giudizio. Nel suo permanere chino, Boromir dà l’impressione di non volersi arrendere, ma se il suo spirito non è ancora piegato, lo è il suo corpo.

Aragorn piomberà sul terreno di guerra troppo tardi, e potrà soltanto declamare un estremo saluto. Boromir confesserà il suo errore, pentendosi di non essere stato saggio come il proprio “fratello”. Egli si è macchiato, e per Tolkien il peccato più grave non potrà essere perdonato sulla Terra. La fatalità della morte costituirà il castigo. Fin dall’inizio, Boromir aveva palesato un carattere forte, aggressivo. Egli tramava d’impossessarsi dell’anello ma non per servirsene egoisticamente. Invero, voleva porlo a difesa del suo popolo. Come accadde a Thorin, Boromir morì dopo aver ceduto alla tentazione, ma mantenendo il proprio coraggio ed il proprio onore. Il capitano di Gondor incarnava la debolezza umana ma non solo. Egli personificava anche la voglia di riscatto, d’espiazione, il rimorso, l’altruismo che porta all’atto del sacrificio: tutte caratteristiche proprie del sentimento umano. Il fatto di aver errato rende Boromir un personaggio riprovevole? Tutt’altro, schietto e vero. La grandezza di questo eroe caduto sta proprio nel rammarico, nel voler epurare il suo sbaglio. La cristianità di Tolkien è espressa pienamente nella dipartita di Boromir. Il personaggio non verrà graziato sulla Terra, ma è certamente ipotizzabile che trarrà in salvo la propria anima per essersi ravveduto prima che l’ombra calasse.

Aragorn seppellirà Boromir, congedatosi da lui dopo averlo riconosciuto come unico e vero re. Il sire deporrà il corpo del guerriero, fissato in una nobile posa, su una barca, e farà sì che essa navighi sino alle cascate di Rauros.

Mentre Aragorn, Legolas e Gimli partiranno alla ricerca di Merry e Pipino, Sam raggiungerà Frodo e con lui proseguirà verso Mordor. La tenacia di Sam è espressa proprio in questo frangente. Egli non abbandonerà mai Frodo, perché lo ha giurato, ed una promessa per i puri di cuore equivale ad un sigillo. La compagnia si è disgregata ma non ha fallito, poiché è rimasta fedele al giuramento d’amicizia e amore. Nessuno verrà abbandonato, nulla cadrà mai nell’oblio.

Voto: 10/10

Continua con la quinta parte…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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