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Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: capitolo finale – Il Signore Degli Anelli – Il ritorno del Re

"Il Signore degli anelli - La trilogia" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • E abbiamo pianto, “tessoro”, perché eravamo tanto soli

Sorse un sole giallo in un giorno mite e radioso. La primavera era arrivata, e con i suoi vividi colori adornava i boschi. Sulle sponde dell’Anduin, gli alberi erano cresciuti rigogliosi e pieni di vita. Fiori variopinti germogliarono nei prati, e l’erba delle collinette della Contea era divenuta delicata e verdissima.  Approfittando del bel tempo, due minute figure decisero di recarsi in una delle foci del fiume per una battuta di pesca. Su di una piccola imbarcazione, uno hobbit lasciava penzolare la lenza dalla canna da pesca, mentre il suo giovane amico si accingeva a innescare il proprio calamento. Quest’ultimo aveva gli occhi strabuzzati e teneva in mano una creaturina strisciante, osservandola con un ghigno irrisore. La lambì pochi istanti dopo con un piccolo utensile a forma di uncino. D’un tratto, uno di loro avvertì il morso di un pesce all’amo. “Ne ho preso uno, Smeagol” – disse il fortunato pescatore. “Tiralo fuori, Deagol” – esortò l’altro.

Il pesce, grande e grosso, tentò di liberarsi con tutta la sua forza e riuscì a trascinare lo hobbit in acqua. Deagol raggiunse il fondale e vide, nel limpido dell’alveo, un tremolante folgorio. Volse la mano e ghermì quella perla dorata priva di alcuna conchiglia. Risalito in superficie, Deagol cominciò a rimirare l’oggetto donatogli dal rigagnolo e ad accarezzarlo come fosse una preziosa sfera perlacea. Quando lo hobbit schiuse la mano, l’Unico, che giaceva su di essa, emergeva dal lercio fango col suo fulgido chiarore. Il colore dell’anello, mischiato allo sporco del terreno, emanava un’attrazione ambigua: la bellezza apparente unta dalla sporcizia. L’anello rifulgeva come il più seducente dei gioielli, ciononostante la melma scura che lo insudiciava suggeriva l’oscurità celata dietro la più fervida perfezione.

Smeagol raggiunse Deagol di tutta fretta, seguitando a sorridere scherzosamente. Intravide anch’egli lo scintillio dell’anello e ne rimase profondamente rapito. Il suo sguardo stralunato si confuse nel cerchio del tesoro. Smeagol chiese l’anello, come regalo per il suo compleanno. Deagol rifiutò ed i due hobbit, ammattiti e deliranti, ingaggiarono un’aspra lotta. Smeagol impazzì, e nella colluttazione uccise Deagol soffocandolo. Raccolse poi l’anello, dedicandogli il più distorto e morboso dei suoi sorrisi.

La storia di Smeagol, come quella di Bilbo, cominciò in un giorno di festa. Smeagol trovò l’anello al mezzodì del suo compleanno, Bilbo se ne liberò la sera del suo centoundicesimo anno di età. Nel prologo de “Il Signore degli anelli – Il ritorno del Re”, l’occhio meccanico di Peter Jackson dilatò la propria palpebra mirando un animale nauseabondo. Quel verme, catturato dalla sadica presa del mezzuomo, suggeriva il tipo di essere che Smeagol sarebbe presto diventato. Una volta ottenuto l’anello, Smeagol si tramuterà lentamente in un essere “viscido”, subdolo, untuoso, “insinuante”, un verme, per l’appunto, ingollato e rigurgitato dalle tenebre.

La natura rinfrancante che avvolgeva Smeagol e Deagol fu spettatrice silente e sconvolta di un folle assassinio. Nell’Eden verdeggiante, Smeagol compì un atroce delitto: uccise un suo congiunto. Il tetro affiorato dalla cristallinità dell’Anduin condusse gli Hobbit alla follia. La quiete della foresta ed il sole luminoso che irradiava il tutto non potevano preludere all’orrore che di lì a poco si sarebbe verificato. E’ proprio in un’atmosfera di gioia, di pace, che il male dell’anello trova il modo di promanare il proprio potere. L’Unico sconvolge la serenità di una giornata felice, turbandola con l’orrore. Smeagol e Deagol erano amici, famigliari, eppure, nel giro di pochi attimi, si tramutarono in mostri, avvelenati da un aroma ipnotico, da una esalazione tossica che li rese subito dipendenti da quel tesoro. 

L’Unico irretì istantaneamente lo spirito contorto dello hobbit e ne fece il proprio schiavo. Come Caino così Smeagol pose fine alla vita del proprio “fratello”, invidioso della sua scoperta, agognando quella sua conquista. L’Unico appariva inestimabile come uno scettro regale. Come Eteocle e Polinice, i due consanguinei della mitologia greca, figli del re Edipo, Smeagol e Deagol combatterono tra loro per ereditare un potere raro, prestigioso come la corona di un regno. L’Unico, similmente al trono di Tebe, poteva essere conquistato soltanto da uno dei due. Pur di impadronirsi di quell’oggetto, Smeagol e Deagol combatterono tra loro fino alla morte. A differenza di Eteocle e Polinice, entrambi periti in duello, tra i due hobbit, uno di loro riuscì a prevalere. Eteocle, come Deagol, riceverà una degna sepoltura, Polinice come Smeagol no. Smeagol non morirà, subirà una metamorfosi che lo renderà, col tempo, un cadavere errante dal pallido colorito, una carcassa ambulante sprovvista di alcun tumulo. In quel mattino sorse un sole giallo, l’indomani, a seguito dell’omicidio perpetrato da Smeagol, sarebbe sorto un sole rosso poiché era stato versato del sangue innocente.

Per aver commesso un tale peccato, Smeagol verrà scacciato, espulso come uno straniero malvagio e dall’anima informe. Smeagol non fu più uno hobbit, non fu più umano. Assunse le sembianze di un individuo amorfo e sgradevole alla vista. Diventò, pertanto, lo straniero di ogni popolo, un essere che non apparteneva più ad alcuna razza della Terra di Mezzo. Smeagol divenne Gollum, indecifrabile nella propria mostruosità, unico come unico era l’anello che possedeva.

Smeagol si ritirò nelle caverne, solitario, e lì, nel buio, avulso dal resto del mondo, dimenticò chi fosse, smise di ricordare il sapore del pane, la delicatezza del vento, persino il suo nome. Il corpo si deformò, e la gola cominciò a fargli molto male. Ad ogni parola pronunciata, Smeagol rigurgitava un frammento della propria passata umanità, fino a che il dolore scomparve del tutto, e dalla sua gola fluì il suo nuovo appellativo. Dai suoi versi strazianti si udì “Gollum, Gollum”. I suoi denti si fecero neri e appuntiti, la sua carne si fece purulenta come prova emblematica del suo spirito consumato.

Peter Jackson, per l’ultimo capitolo della trilogia, scelse di alzare il sipario mostrando il tormentato avvenuto di Gollum. Questi, come preannunciato da Gandalf nelle Miniere di Moria, rivestirà, sia nel bene che nel male, un ruolo fondamentale nell’ultima fase del viaggio di Frodo e Sam e per il destino dell’anello. Il prologo de “Il ritorno del re” pare volerlo preannunciare. L’esito del conflitto passerà dalle sue mani.

Gollum tiene tra le sue dita il destino dei popoli liberi di Arda come una moira. Una sua scelta errata potrà spezzare le sorti, recidere con il taglio netto di un paio di forbici il filo del fato.

  • Sveglia, dormiglioni!

Nelle lande desolate della terra nera, la luce del giorno si era affievoliva. Le giornate si erano fatte più corte, e su tutto l’ombra era calata. Il fumo esalato dal Monte Fato copriva il cielo con una fitta bruma, e i raggi del sole non riuscivano a valicare il fosco nell’aria. Le arti di Sauron avevano generato ammassi gassosi di nuvole ferrigne che occultavano ogni barlume di luce, così che gli eserciti del sire di Mordor potessero spostarsi con grande rapidità.

Frodo e Sam riposavano, nascosti all’interno di una esigua spelonca. Gollum arrivò di soprassalto e li esortò a riprendere il cammino. Frodo dedusse che le giornate si erano fatte sempre più buie e avvilenti. Sam raramente si lasciava sopraffare dalla tristezza. Il tempo angusto, però, era capace di abbattere il suo spirito. Già durante i passi iniziali de “Le due torri”, Sam, osservando quei nembi cupi e carichi di pioggia che dominavano la volta celeste di Mordor, ammise di sentirsi impaurito. L’atmosfera torva e fuligginosa che avviluppava i due hobbit, oramai sempre più vicini alla meta, metteva a dura prova le loro resistenze e anche le loro speranze. Ma nulla poteva far demordere Sam. Subito egli ricordò a Frodo che avrebbero dovuto dilazionare il cibo rimasto per il viaggio di ritorno. Frodo, allora, rispose laconico con la sola espressione del viso. Il nipote di Bilbo voleva nutrire ancora fiducia ma dal suo volto trapelava un’ansia mista a profonda negatività.

In questo frangente, Samvise confida nella concreta possibilità di poter adempiere alla missione del proprio padrone. Pensare a rateizzare i viveri per il ritorno voleva dire, per Sam, valutare tangibilmente la fattibilità della sopravvivenza. Già da questa significativa affermazione è percepibile la tenacia che anima Sam. Sebbene il compito sia tutt’altro che agevole, egli non paventa l’eventualità che i due possano perire nell’impresa. Sam non lascia che il clima opprimente di Mordor genufletta il suo animo speranzoso. Man mano che le forze del suo padrone cederanno, Sam si farà carico di lui e del suo fardello.

  • La morte di Saruman

Gandalf, Aragorn, Legolas e Gimli raggiungono Isengard e ne osservano la caduta. Sui ruderi dell’industria guerrafondaia, Merry e Pipino banchettano prima di riabbracciare i loro amici. L’acqua del fiume ha diluito la perfidia di Saruman, le fiamme delle fornaci sono state estinte; il tronco, le foglie ed il verde hanno prevalso sul ferro e sull’acciaio.

Barbalbero riceve i coraggiosi visitatori, accogliendoli nel suo nuovo reame depauperato dalle insidie di Curumo. Il vecchio Ent ammette d’essere sollevato nel rivedere Mithrandir, poiché Saruman, anche da sconfitto, risulta essere pericoloso. Rinchiuso nella torre di Orthanc, Curunir ha avuto modo di prender coscienza del proprio fallimento. Il bianco macchiatosi di nero emerge sulla cima del sozzo pinnacolo. Lassù, Saruman seguita ad osservare i suoi rivali dall’alto. La costruzione scenica ideata da Jackson per questa sequenza è estremamente simbolica.

I buoni, vincitori del conflitto al Fosso di Helm, giacciono al suolo e, col capo rivolto all’insù, intravedono il loro nemico, il quale, persino nella disfatta, permane ancorato alla propria arroganza. Sulla vetta di Orthanc, Saruman manifesta nuovamente la propria albagia, e continua a sentirsi potente, superiore a coloro che avrebbe dovuto difendere. Su quella prominenza, lo stregone lascia che la sua protervia discenda fino al basso.

Lo stregone è fermamente convinto che le forze di Sauron si dispiegheranno numerose, abbattendosi sul più grande del regno degli uomini come un martello sull’incudine. Saruman pecca ancora di tracotanza, e presume che l’imminente vittoria dell’Oscuro Signore potrà essere ritenuta anche sua. Saruman non fu mai modesto, non amò mai le creature piccole ed indifese della Terra di Mezzo. Professandosi come il più potente e saggio degli Istari, Saruman non volse mai attenzione ai più deboli, se non per schiacciarli. Saruman si innalzò su di un piedistallo figurato. Sulla cima della torre, negli ultimi momenti della sua esistenza terrena, Saruman non metterà da parte la sua superbia. Guarderà ancora i suoi interlocutori dall’alto e da quella prominenza cadrà. Lo stregone verrà pugnalato alle spalle da Grima, il quale, a sua volta, verrà colpito a morte da Legolas. Ferito, Saruman precipiterà giù e morrà. Più in alto volle salire, più rovinosa fu la sua caduta. La prepotenza di Saruman cessò in quel lampo. Gandalf, mai innalzatosi al di sopra dei suoi simili, vide la fine di un vecchio amico dal bianco vestito e dal cuore nero.

La fine di Saruman, ideata per la versione estesa della pellicola, fu notevolmente differente rispetto a quanto scritto da Tolkien. Jackson riteneva concluso l’arco narrativo dello stregone corrotto. Saruman fu annientato dalla natura, dalla rivolta degli Ent. Nulla più sarebbe rimasto del suo potere. Abbracciando questo credo, Jackson decise di far morire Saruman nella sua Isengard decaduta. Nel romanzo del Professore, Saruman compariva sul finale come ultimo nemico, dopo aver assoggettato al proprio potere la Contea. Questa parte della storia sarebbe risultata eccessiva nella trasposizione cinematografica che, per ragioni di tempo e di ritmo, doveva necessariamente concludersi con la distruzione di Sauron ed il ritorno pacifico ad una Hobbiville mai realmente coinvolta nei drammi della Terra di Mezzo. La Contea, per Jackson, rimase sempre un luogo isolato dal resto di Arda. Una terra integra ed inalterata che non ricevette mai alcuna influenza dagli orrori della guerra.

"Merry e Pipino" - Illustrazione di Erminia Giordano per CineHunters
  • Di tutti gli hobbit ficcanaso, Peregrino Tuc, tu sei il peggiore!

Pipino scorse nell’acqua un riverbero. Dunque si avvicinò, e raccolse una sfera vitrea. Gandalf, intuito di cosa si trattasse, prese la gemma e la celò nel suo mantello. Quel piccolo globo inespressivo era un occhio perennemente dilatato. Col suo gesto, Gandalf volle occultare lo sguardo al Palantir, intimorito da colui che, lontano, stava guardando.

Carlo Collodi scrisse che “La curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno”. Peregrino Tuc non riusciva a dormire né a distrarsi. Essere perennemente indiscreto era una sua prerogativa. Come tutti i Tuc, Pipino era interessato, invadente, avventuroso, impiccione e, come terrà Gandalf stesso a precisare, ficcanaso. Pipino guardava, doveva sempre guardare! La consistenza misteriosa del Palantir aveva interdetto ogni sua attenzione. Nel cuore della notte, Pipino si alzò e sottrasse la pietra veggente dalle mani di Gandalf. Volgendo il proprio sguardo nel Palantir, Peregrino, inavvertitamente, vide l’occhio infuocato di Sauron. Il Signore degli anelli si insinuò nella mente del piccolo hobbit, torturandolo. Pipino si salvò appena in tempo, grazie al tempestivo intervento di Gandalf.

Pipino, come un burattino che sognava di diventare un bambino vero, era sovente curioso ed ingenuo. La sua troppa curiosità gli stava costando caro. Eppure, Pipino col suo errore riuscì a scorgere qualcosa d’importante. Vide un albero morente ed una città in fiamme. Sauron avrebbe indirizzato le sue armate verso Gondor, per distruggere Minas Tirith. La curiosità di Pipino gli arrecò dolore, cionondimeno gli permise di anticipare i tragici eventi che si sarebbero consumati di lì a breve.

Intenzionato ad avvertire Gondor dell’incombente attacco, Gandalf si dirigere a Minas Tirith con Pipino. Merry si congeda dal suo inseparabile amico, tra le lacrime e la mestizia. I due non si erano mai separati. Sin dalla più tenera età, in qualsiasi pasticcio fossero finiti, Merry era sempre rimasto accanto a Pipino. Ambedue, però, non si trovavano più nella fresca campagna, intenti a giocherellare per tutta la notte sino a che il sole, emerso dalle ombre dell’oriente, avrebbe proiettato i suoi raggi sul manto erboso della Contea. Da Rohan a Gondor, Merry e Pipino avrebbero assistito e combattuto la guerra più grande del loro tempo, e lo avrebbero fatto restando lontani.  I conflitti generano addii, separazioni e raramente la guerra porta alla riconciliazione. I due hobbit si renderanno presto conto di quanto le battaglie siano le calamità più gravi.

  • L’albero del Re

In sella ad Ombromanto, Gandalf ed il gracile hobbit volsero verso la città bianca. Minas Tirith sorgeva su di una collina, ai piedi di un’imponente catena montuosa. Le mura della città erano state edificate con la candida pietra, la quale scintillava come polvere di stelle quando veniva raggiunta dall’abbraccio del sole ogni mezzodì. Pipino, piccolo visitatore intimorito dalla vastità della capitale, colossale nella propria maestosa presenza, varcò i cancelli del regno e giunse sino al settimo livello. Nella cittadella, il mezzuomo toccò il suolo del vasto cortile. Lì, al centro, svettava alto come una bandiera ed immobile come una scultura, un albero bianco senza neppure una foglia. Pipino lo aveva già scorto quando pose lo sguardo sul Palantir. L’albero di Gondor sarebbe presto stato arso da fiamme divoranti; di esso non sarebbe rimasta che della cenere argentea. Quell’albero era morto da molti anni e non dava alcun segno di resurrezione.

Tramontò il tempo in cui l’albero del Re era rigoglioso e pieno di salute. La sua vitalità veniva espressa dalla fioritura dei suoi rami. Nessun fiore germogliava nei pressi come se attorno a sé l’albero emanasse un’aura di sterilità. L’albero giaceva silente e quatto, dal suo tronco non sgorgava alcun suono, dalle sue radici non trapelava il benché minimo anelito di rinascita. Contrariamente agli alberi delle foreste, nessun Ent custodiva il riposo dell’albero bianco. Esso, solitario, attendeva in un sonno senza respiro.

Peregrino Tuc, mirandolo con la sua proverbiale indiscrezione, constatò che l’albero veniva sorvegliato da alcune guardie fedeli. Erano gli uomini a proteggere il grande albero bianco. Gli stessi nutrivano ancora speranza che esso, simbolo della gloria del reame dell’uomo e della rinascita dei grandi Re, potesse, un giorno, destarsi dal suo dormiveglia.

  • La speranza divampa

Poco dopo, Gandalf e Pipino incontrarono Denethor, il sovrintendente, mettendolo in guardia dall’avanzata degli eserciti di Sauron. Denethor, distrutto dal dolore per la morte del suo adorato primogenito, volle negare qualsiasi intervento e restò seduto sul suo seggio, immerso nella proprie tristi rimuginazioni.

Pipino, allora, si mise all’opera. Arrampicatosi fino ad una torre, lo hobbit guadagnò la postazione dei fuochi di segnalazione. Con coraggio e abilità, il mezzuomo accese la grande pira e le fiamme si propagarono su di essa. In lontananza, alcune vedette recepirono il segnale e diedero, a loro volta, fuoco alla catasta di legno. Sulla cima di ogni monte, uomini vigilavano in costante allerta. Quando videro il fuoco di Amon Dîn avvampare, fecero altrettanto di postazione in postazione. Gandalf mirò il rosso delle fiamme e constatò come la speranza divampasse nell’aria e valicasse l’acqua e l’aria, le pianure ed i monti. La speranza si estese oltrepassando ogni frontiera. I roghi luminosi alimentarono la temerarietà di tutti.

Il fuoco, di colpo, assume nel linguaggio estetico de “Il Signore degli anelli” un valore speranzoso. In quelle fiamme è custodita la fiducia, l’alleanza e la fratellanza che tiene uniti i popoli liberi della Terra di Mezzo. Comunicando a distanza con l’accensione di una vampa, i gondoriani reclamano la vicinanza dei loro fratelli. Il fuoco, usato da Saruman in precedenza per distruggere, per bruciare, per erigere una fabbrica guerresca, viene adesso usato da Gandalf per implorare l’umano aiuto. La speranza prende i contorni di una fiamma imperitura ed ondeggiante che, col suo acre fumo, si sparge sino alla cupola celeste. In quel fuoco non vi è la brama di distruzione, bensì la voglia di difendere tutto ciò che di bello c’è sulla Terra. Le lingue di fuoco che fervono nel legno emanano l’aspettativa di una nuova alleanza che potrà garantire la sopravvivenza della razza umana.

  • L’eterna memoria di un monarca

Così il segnale si protrasse fino ai confini di Rohan e fu avvistato da Aragorn. Proprio lui, l’erede al trono di Gondor e Arnor, ravvisò per primo la disperata richiesta d’aiuto del suo popolo. Le fiamme ardenti di Minas Tirith evocavano la venuta del re. Aragorn corse di gran carriera ed avvertì Théoden che Gondor necessitava dell’appoggio dei loro alleati. Théoden esitò per qualche istante. Perché avrebbe dovuto aiutare coloro che, governati da un funzionario freddo e distaccato, ignorarono il grido di dolore di Rohan?

In quell’attimo, quando Aragorn esortò i rohirrim a partire, Théoden ripensò a quanto detto da Saruman poco prima di spirare. Il Signore di Isengard accusò Théoden d’essere l’anello debole di una salda dinastia regale, e che il trionfo al Fosso di Helm non fu conquistato per meriti suoi. Théoden ribadì, sconvolto, questo concetto anche alla sua bella nipote, Éowyn. “Non è stato Théoden di Rohan a condurre il proprio popolo alla vittoria” - sibilò il regnante, per poi glissare su quanto pronunciato.

Théoden non combatté con estrema vigoria durante il conflitto alla fortificazione di Helm Mandimartello. Per la maggior parte del tempo, fino a quando gli Uruk-hai non aprirono una breccia nel trombattorione, Théoden stette a guardare, guidando i suoi uomini più con le parole e le esortazioni che con la spada e gli scudi. Theoden, ne “Le due torri”, appariva afflitto dal maleficio infertogli da Curumo e Grima, il Vermilinguo. Era stanco, dolente, ancora incredulo per la morte del proprio figliolo. Théoden trasse audacia soltanto nel finale, quando Aragorn volle sollecitarlo a salire a cavallo e caricare i nemici per un ultimo gesto di gloria. Agli occhi di Théoden fu Aragorn, coadiuvato dai suoi amici, a condurre Rohan alla salvezza.

Il sire, angosciato da questa sua sensazione, accetta di rispondere alla supplica di Gondor, vedendo nella battaglia dei Campi del Pelennor l’ultima occasione per poter riscattare il proprio onore. Théoden sa, in cuor suo, che non vi è molta speranza. Gli eserciti di Sauron, cospicui e molteplici nelle loro schiere, li sovrasteranno. Eppure, il sovrano di Rohan vuole affrontarli ugualmente. Sarà dinanzi ai portoni di Minas Tirith che il destino del loro tempo verrà deciso. Théoden desidera conquistare la grandezza dei propri padri, ed è disposto a sacrificare la sua stessa vita pur di salvare il popolo indifeso della grande città bianca.

Nell’impeto della battaglia finale, Théoden vuol far echeggiare le proprie gesta. Come i celebri eroi della mitologia greca, il cui epiteto seguita a far eco nella gloria dei secoli, Théoden spera che il proprio nome venga ricordato in eterno, ma ancor di più egli si augura di poter essere ritenuto, dai propri sudditi, un Re magnanimo e valoroso così che la sua figura non possa sbiadire se confrontata a quella dei suoi avi.

  • L’ultimo viaggio di Arwen Undómiel

Arwen procede nei boschi in sella ad un bianco destriero. Ella indossa una veste cerulea come un mare calmo, rassegnato, le cui onde si adagiano lente sulla riva, senza alcuna forza più ad animarle. Il suo volto candido, radioso persino nell’accoramento dell’addio, esterna l’arrendevolezza di un fato ineluttabile. Coi suoi occhi azzurri, la dama di Gran Burrone osserva, docile, i boschi che la avvolgono per un’ultima volta. Fu proprio in una verde boscaglia che ella vide per la prima volta il suo amato. Tra le alte betulle, Arwen scoprì un giovane che la stava osservando meravigliato. In quel giorno, ella conobbe Aragorn e lesse il proprio futuro nei suoi occhi.

Nel fitto bosco, lo splendido elfo femmina rimirò nuovamente il proprio avvenire. Un bambino sbucò dal nulla e corse felice, non curandosi affatto del passaggio dei nobili Eldar. Nessuno degli elfi lì presenti parve intravedere quel fanciullino dal biancastro vestito. Arwen orientò il suo sguardo su di lui e capì che era la sola a vederlo. Il bambino sorrideva felice tra i cespugli. Proseguì ancora fino a calcare un impalpabile balcone di pietra. Bianche colonne svettavano alte e, poco distante, un uomo volgeva lo sguardo verso l’orizzonte, oltre una ringhiera. Una luce solare affiorava dal profondo ed illuminava in ogni dove. L’uomo si voltò, rivelando d’essere Aragorn. I grigi capelli e la barba incolta suggerivano il naturale invecchiamento di un discendente di Numenor. Aragorn sollevò il bimbo, reggendolo con amore, e lo baciò sulla guancia. Attorno al collo, il fanciullo aveva la Stella del Vespro che brillava luminosa come una cuspide argentea. Quando Arwen riconobbe la gemma elfica, il piccolo le rivolse lo sguardo, ricambiando la sua attenzione, come se anch’egli riuscisse a vederla.

Eldarion, il futuro figlio di Aragorn ed Arwen, apparve d’un tratto e per pochi attimi. Il piccino volle guardare sua madre senza dir nulla, rendendola cosciente della sua prossima esistenza. Arwen si commosse e comprese che il futuro non era ancora stato scritto. Arwen ereditò per un solo momento il potere del padre, Elrond, infatti, aveva il dono della preveggenza. Le parole del custode di Vilya riecheggiarono nella sua memoria: “Non c’è nulla per te qui, solo morte”. Arwen, però, aveva compreso che la vita non era del tutto svanita dal remoto. Così, quando la rifulgente illusione si dissolse come un’aurora, la dama abbandonò il percorso e tornò a Gran Burrone. Arwen ha compiuto la sua scelta. Afferrando quella fievole speranza, aggrappandosi a quel futuro non ancora sfumato, Arwen ha rinunciato alla sua immortalità.

"Elrond" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Elrond vede la figlia rientrare nella Dimora Accogliente e le rivolge parola. Le mani della giovane erano diventate fredde, e la forza degli Eldar la stava abbandonando. La grazia perpetua degli elfi si era disfatta. Arwen era diventata mortale. Il padre della nobile fanciulla non avrebbe voluto che la figlia perdesse la propria eternità, e così anche lo stesso Aragorn. Questi, perdutamente innamorato di Arwen, avrebbe desiderato, pur patendo il rimpianto, che ella mantenesse la propria essenza immutabile. Aragorn sapeva che l’amore, il più grande amore, corrisponde al sacrificio. Egli avrebbe, con dolore, rinunciato ad avere Arwen con sé pur di saperla al sicuro per sempre.

Ma né Aragorn né Elrond poterono decidere per lei. Arwen, come il più puro degli esseri liberi e fulgidi della razza elfica, mostrò, in questa sua decisione, la propria femminile indipendenza, la propria coraggiosa autonomia. Soltanto lei poteva scegliere per se stessa, nessun altro. Arwen amava tanto, amava spontaneamente senza compendiare alcun limite. La sola possibilità di poter riabbracciare il suo Re e di poter mettere al mondo suo figlio la condusse verso l’adempimento del suo volere. Arwen è una donna forte, coraggiosa, e con la sua rinuncia palesa il più grande degli amori provati. Elrond fatica a trattenere le lacrime quando scopre che la sua discendente non è più immortale. Il destino di Arwen è adesso legato al destino dell’anello, poiché ella non ha più forze sufficienti per resistere al male che si diparte da Mordor. Con le forze residue, la nobile fanciulla invita il padre a riforgiare la spada. Le arti degli elfi possono, infatti, ricostruire Narsil, la gloriosa lama che fu di Elendil ed Isildur.

Arwen, tenendo il viso celato sotto un cappuccio, osserva i frammenti della spada. Ella certamente ricorda l’ultimo colloquio che ebbe con Aragorn, Vicino ai resti dell’arma, ella infuse coraggio al suo adorato. Gli disse che non doveva temere il proprio destino, poiché egli avrebbe affrontato quel male e sarebbe riuscito a primeggiare. Arwen rammenta quanto affermato e agogna di poter instillare nuovo eroismo nel cuore del suo sire. Dalle ceneri una fiamma sarà risvegliata.  Una luce dall'ombra spunterà. Rinnovata sarà la lama che fu spezzata. Il senza corona di nuovo re sarà!

Con quest’ultima richiesta, Arwen fa sì che Narsil, la spada che rappresentava la stirpe spezzata dei sovrani, venga ricostituita. La nascita di Andúril sarà il primo annuncio simbolico del ritorno del Re. L’ultimo viaggio di Arwen non si compì mai, poiché ella rimase ad attendere, tra la vita e la morte.

  • La fiamma dell’occidente

Aragorn sogna Arwen. Come accaduto alla dama di Gran Burrone, anche Aragorn vede l’imminente. Differentemente da lei che vide il futuro da sveglia, Aragorn lo scruta in sogno. Estratti imprecisi, tasselli sparsi, immagini velate si susseguono nel suo incubo agitato. Aragorn vede Arwen distesa su di un letto, sfinita. La sua pelle raggiante è divenuta cerea, quasi esangue. Arwen sussurra con una voce spezzata un ultimo pensiero: “Come avrei voluto poterlo rivedere, un’ultima volta!”. Dopodiché, Aragorn vede se stesso in piedi, al cospetto del trono di Gondor, mentre smarrisce la Stella del Vespro ed essa, lambendo il suolo, si disintegra. Il figlio di Arathorn si sveglia di soprassalto. Egli non sa che ha veduto un nuovo futuro, un avvenire scuro e burrascoso, che tende ad intrecciarsi con quello lieto osservato da Arwen. Cosa significa quanto sognato da Aragorn? Perché egli ha visto la gemma elfica scivolargli via e infrangersi?

L’eventualità che la Stella del Vespro possa rompersi indica come il futuro sia incerto e suscettibile di cambiamenti rapidi ed incalzanti. La Stella del Vespro che l’elfo femmina ha ammirato beatamente al collo del suo figliolo, rischia di venire distrutta. Se questo dovesse accadere, il futuro contemplato dallo sguardo attonito e felice di Arwen cesserebbe di esistere?

Aragorn si desta nel cuore della notte, impaurito da ciò che i suoi sogni gli hanno mostrato. Il ramingo viene convocato da Théoden, il quale, dopo averlo accolto in una tenda, si ritira. Aragorn riceve qui la visita di Elrond, che afferma d’essere giunto fino a lì per volere di colei che ama. Arwen sta morendo e la luce della Stella del Vespro che Aragorn regge stretta a sé si è quasi del tutto spenta. La gemma elfica simboleggia il cuore palpitante di Arwen. Il dissolversi della sua luce testimonia il dolore che Arwen sta tollerando. Aragorn sa che per salvare la sua amata dovrà abbattere il più terribile dei mali ma sa anche che le forze di Rohan e Gondor non potranno soverchiare i reggimenti dell’Oscuro Signore.

Elrond sprona Aragorn a diventare ciò per cui è nato. Vedendo Andúril, la fiamma dell’Occidente forgiata dai frammenti di Narsil, Aragorn comprende che Arwen gli sta dando l’ulteriore coraggio di cui ha bisogno. Toccando l’elsa, Aragorn estrae la spada e mira le rune incise sulla lama. La casata dei Re è stata ricostruita, è il momento che Aragorn metta da parte il ramingo. Nell’opera letteraria di Tolkien, Arwen tessette un vessillo nero. Su di esso era stato cucito dalla donna l’emblema di Elendil. Sfiorando la stoffa con le sue mani, Aragorn agguantò il coraggio per addentrarsi nel viottolo che lo avrebbe portato alla dimora dei Morti. Quando quel vessillo sarebbe sventolato alto, tutti avrebbero rimirato il primo, trionfante, annuncio del ritorno del Re. Nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, Arwen non “filerà” alcun stendardo poco prima che Aragorn volga verso la montagna. Sarà proprio la ricostituzione della spada, ordinata da Arwen, a sostituire la potenza simbolica di quel vessillo.

Aragorn ed Elrond, parlando in lingua elfica, sembrano rievocare un recente passato. Nell’Ultima Dimora Accogliente, poco prima che l’alba sorgesse e la Compagnia dell’Anello partisse, Aragorn indugiava solitario nei pressi della tomba di sua madre. Con la mano, Aragorn scostò foglie avvizzite dall’autunno che sostavano sull’effige marmorea. Quando libererà il volto della statua che ritraeva Gilraen, Aragorn allungherà la mano e carezzerà le fredde gote della scultura. Fu accompagnato in quel commuovente saluto da Elrond, il quale gli ricordò come sua madre volesse per lui un futuro sereno. Gilraen volle proteggere Aragorn dal suo arduo destino, pertanto lo nascose tra gli elfi. A loro, ella donò la stella più luminosa. Aragorn, conosciuto tra gli elfi con l’appellativo di Estel, crebbe e divenne l’incarnazione persistente della speranza.

Aragorn ed Elrond, poco prima di salutarsi, ripeteranno quanto la moglie di Arathorn era solita dire: “Ho dato la speranza ai dunedain, non ne ho conservata per me.”  E’ giunta l’ora che Aragorn assuma le fattezze della speranza, e si erga a stella guida di tutti. Brandendo la sua nuova spada, e animato da un ritrovato impulso, Aragorn s’incammina verso i Sentieri dei Morti. Avrebbe voluto compiere questo rischioso viaggio da solo, ma i suoi fedeli amici, Legolas e Gimli non glielo permisero.

I tre avevano cominciato quest’avventura insieme, ed insieme l’avrebbero finita.

"Legolas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Legolas del Reame Boscoso

Una lunga chioma flava cingeva un volto lindo, nel cui centro vi erano incastonati occhi azzurri, vigili e sapienti, che tanto avevano visto del mondo. Costui era abbigliato con i colori della natura. Una considerevole dose di verde agghindava la sua veste ed una traccia di marrone ciò che ne restava. Ghirigori ed ornamenti elfici guarnivano il suo abito, impreziosendolo come ricami cuciti sulla seta. Legolas, l’elfo regale di Bosco Atro, giunse a Gran Burrone col suo fedele corsiero. Lungo la schiena portava un arco con una faretra colma di frecce e alla cintura due lunghi pugnali dai manici d’oro. L’erede di Thranduil scese da cavallo e tornò a rimirare le bellezze della valle di Rivendell.

Quando tutto ebbe inizio, quando la Compagnia dell’Anello vide l’albore della nascita, Legolas prese parte al Concilio di Elrond, deciso a prestare il proprio aiuto. L’elfo conosceva Aragorn sin dalla sua giovinezza, e nutriva per lui un affetto profondo e sincero. Fu proprio Legolas a difendere Aragorn dalla stolta accusa di Boromir, che lo definì un mero “ramingo”. Legolas scattò diritto, e tenne a precisare che Aragorn “Non era un semplice ramingo, ma l’erede al trono di Gondor”. Legolas nutre per Aragorn l’affezione di un migliore amico e, al contempo, la premura di un padre. Legolas era vecchio. Vecchio come un elfo di aurea levatura, e pertanto eternamente giovane ed in forze. La nascita di Legolas risale ai primi anni della Terza Era. Egli visse per svariati secoli, ed assistette ai molteplici cambiamenti della Terra di Mezzo. In virtù della sua “anzianità”, Legolas provava per Aragorn ciò che, in seguito, proverà anche per Gimli, vale a dire il sentimento di un’amicizia inattaccabile e l’amorevolezza di una figura saggia e paterna. 

Legolas era alto e slanciato, come tutti gli altri elfi suoi analoghi. Qualcuno, cadendo in errore, avrebbe potuto supporre che la sua statura fosse la più solenne tra i 9 della Compagnia dell’Anello. Prerogativa dei discendenti di Numenor era una vistosa altezza. Aragorn, conseguentemente, risultava essere il più alto dei 9 compagni, persino più alto dell’elfo di Bosco Atro. Questi si distingueva come un arciere formidabile, ed un combattente agile ed inafferrabile. La sua vista acuta era in grado di adocchiare e discernere luoghi e creature sfuocate ed elusive. Con ogni suo gesto, Legolas estrinsecava l’etereità della sua razza. In particolare, sul passo di Caradhras, quando la neve fioccava copiosa, flettendo le resistenze umane dei suoi amici, Legolas non avvertì alcun freddo né patì la tormenta. Come una creatura di stoica resistenza, egli neppure risentiva del gelo, udendo per primo l’empia voce di Saruman dispersa nell’aria.

Legolas è un essere assennato e paziente, altruista e generoso. Sin dall’inizio, quando siederà nel consiglio di Elrond, egli non si lascia coinvolgere nelle discussioni con Gimli, evitando di redarguire il suo futuro amico quando questi lo aveva accusato di voler assumersi il compito di distruggere l’anello. Soltanto per un breve momento Legolas perderà le proprie sicurezze, e non farà uso della sua notoria pacatezza. Quando gli eserciti di Isengard marceranno sul Fosso di Helm, Legolas si farà prendere dalla disperazione e confiderà ad Aragorn che non vi è speranza e che tutti i presenti sarebbero morti. Poco dopo aver ascoltato quanto detto dall’elfo, Aragorn si infurierà, affermando con fierezza che sarebbe morto volentieri come un uomo di Rohan, consapevole che le possibilità di poter sopravvivere si erano ridotte ulteriormente. Per una volta, Aragorn, il più “giovane”, mostrò la fiducia che il più “anziano” non avrebbe mai dovuto far vacillare in sé. Legolas se ne renderà presto conto, e, con la sua grande sapienza, si riconcilierà immediatamente con Aragorn.

Col trascorrere dei giorni, Legolas e Gimli stringeranno un rapporto di grande amicizia. Gli elfi ed i nani, da sempre divisi da un’incomprensibile rivalità verranno finalmente accomunati.

Legolas seguiterà sempre a proteggere i suoi più fedeli amici, Aragorn e Gimli, quei “bambini” così come una volta egli stesso lì definì negli scritti del Professore. E li difenderà come un padre. Quando Gimli verrà minacciato da Eomer, sarà proprio Legolas ad armare il suo arco per schermare il suo amico e, al Fosso di Helm, sarà sempre Legolas a salvare i due lanciando loro una corda e issandoli lungo le mura, verso la salvezza. Nuovamente nella battaglia finale davanti al Cancello Nero di Mordor, Legolas si preoccuperà di Aragorn, prossimo ad essere sopraffatto dalla carica di un troll.

Da questi piccoli dettagli, si può notare come Legolas protegga i suoi amici con la dedizione di un amico e di un vecchio guardiano.

"Gimli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gimli, figlio di Glóin

Il concilio di Elrond avrebbe presto avuto luogo. Membri appartenenti alla razze più disparate sarebbero accorsi per presenziare. Poco distante da Legolas, una figura tarchiata si fece avanti. Due occhi buoni e delle guance paffute si intravedevano al di sotto di un elmo argenteo, ed un naso pienotto spuntava da un viso quasi del tutto “taciuto” da una fitta peluria che si estendeva sino alla pancia carnosa.

Gimli era un nano della dinastia di Durin, figlio di Glóin, uno dei componenti della compagnia di Thorin Scudodiquercia. Egli visse per molti anni ad Erebor, dopo che suo padre ed i suoi familiari espugnarono la Montagna Solitaria. Gimli era un nano astuto e risoluto, sin dalla giovane età. Molto tempo prima, quando il padre partì per raggiungere Thorin, Gimli espresse il desiderio di seguirlo, e di prendere parte alla comitiva capeggiata da Gandalf il Grigio. Tuttavia, fu ritenuto dal genitore troppo giovane per partecipare ad una missione così pericolosa. Gimli, allora, attese, aspettò che la vita gli riservasse l’occasione di dimostrare la propria determinazione e fermezza.

Gimli ricordava ciò che sin dai tempi più antichi veniva detto sugli elfi. “Non rivolgerti agli Elfi per un consiglio, perché ti diranno sia no che sì.” Come tutti i suoi simili, egli diffidava di loro, reputandoli furbi ciarlatani. “Nessuno si fida di un elfo” – sbraitò nel primissimo diverbio che ebbe con Legolas. Ciononostante, quando Gimli si proporrà come rappresentante dei nani all’interno della Compagnia dell’Anello, egli comincerà ad interagire con Legolas. In principio, i rapporti tra i due furono tesi, poiché Gimli conservava ancora tristi memorie nel suo cuore. Egli rammentava che Thranduil, padre di Legolas, tenne prigionieri nel proprio palazzo Glóin ed i suoi congiunti durante la loro peregrinazione verso Erebor. I torti subiti dalla stirpe nanica vengono fatti propri da Gimli, il quale va fiero della sua distintiva razza. Gimli è, infatti, un nano orgoglioso ed altero, estremamente dotato in combattimento. Brandisce un’ascia massiccia con cui è in grado di abbattere orchi ed Uruk-hai con la medesima semplicità.

Il suo legame affettivo con i suoi affini è tanto profondo. Gimli fu il primo a proporre a Gandalf di attraversare le Miniere di Moria, poiché era convinto che, in quei luoghi, Balin avesse ricostituito il reame di Nanosterro. Quando Gimli oltrepassò i cancelli occidentali e vide, con sgomento, che Moria si era tramutata in un sepolcro, fece sì che un urlo di dolore si levasse alto, svanendo come un’eco nella profondità della Terra.

Nel giorno seguente, Gimli rinverrà la tomba di Balin, scorgendola in una camera che era stata assediata. Si inchinò dinanzi ad essa e pianse. Una luce proveniente da un uscio scavato nella pietra irrompeva dall’alto, illuminando il loculo. L’avello era cinto dai resti scheletrici di altri nani, massacrati dagli orchi e dai troll di caverna. Gandalf troverà un tomo impolverato, stretto tra le mani ossute di un vecchio e caro combattente. In quel volume, Gandalf leggerà gli ultimi momenti di lotta vissuti dai nani che tentarono di riconquistare il reame dannato di Moria. Gimli ricaverà dalla morte dei suoi simili la forza e la vanagloria per affrontare le tenebre che avviluppavano Nanosterro. Egli manifestò la sua audacia quando, irto sulla tomba di Balin, prese le sue asce e disse: “Che vengano pure, troveranno che qui a Moria c’è ancora un nano che respira!”.

Gimli capì quel giorno che si sarebbe elevato e sarebbe stato, un giorno, considerato uno dei nani più celebri ed importanti dell’intera storia di Arda. Gimli fu il solo nano a sopravvivere alle miniere e fu, altresì, il solo a comprendere e a rimirare la bellezza degli elfi. Ammaliato dallo splendore di Lady Galadriel, Gimli imparerà ad apprezzare la grazia elfica, e deciderà di custodire la ciocca dorata. Col passare del tempo, Gimli stringerà una profonda amicizia con Legolas, abbattendo ogni divisione.

Quanta grandezza vi è nel cuore di Gimli? Egli è l’unico nano a combattere le battaglie più importanti della Guerra dell’Anello. Mentre tutti i suoi conformi si ritirarono nelle montagne, indifferenti al dramma arrecato da Sauron, Gimli fu l’unico ad ergersi come rappresentate della propria razza. E così fu ugualmente il solo ad ammirare l’essenza degli elfi, a provare amore ed amicizia per loro.

Gimli è un guerriero implacabile e feroce ma anche un dispensatore di gioia e di sorrisi. Peter Jackson scelse Gimli come personaggio ideale per distendere la tensione ed elargire felicità. Gimli appare, infatti, molto simpatico non soltanto per il pubblico che lo osserva ma anche per gli stessi personaggi. Éowyn, triste e affranta dai mesi di prigionia vissuti nel suo castello con lo zio, divenuto inavvertitamente schiavo del maleficio di Saruman, tornò a sorridere per la prima volta proprio grazie a Gimli.

Il nano raccontava aneddoti bislacchi sulla sua specie e poi, quando il suo cavallo s’imbizzarrì e corse d’improvviso, egli cadde rovinosamente giù, suscitando le risate affettuose della dama di Rohan. Gimli dona vivacità, brio, felicità a coloro che lo osservano. Ed è forse questo il più grande pregio di un personaggio astuto e di un guerriero imbattibile.

Aragorn, Legolas e Gimli sono vincolati da un’amicizia incrollabile. Nel rapporto tra un elfo, un uomo ed un nano non vi è disparita, non vi è differenza. E’ questa una metafora che tutti dovrebbero dedurre e fare propria per comprendere come tutti i figli della Terra siano uguali nelle loro diversità, poiché ogni diversità può essere una risorsa conoscitiva.

Alla vigilia della battaglia, Aragorn prenderà la via verso il labirintico Sentiero dei Morti. Legolas e Gimli, amici fedeli, non lo lasceranno solo. Poiché nella vera amicizia non vi è considerato l’abbandono.

  • Solo un’ombra ed un pensiero

Éowyn era sveglia, cauta e vigilante come da consuetudine. Rimase accorta anche in piena notte. Vide coi suoi occhi attoniti Aragorn andare via. Tentò di fermarlo, ma egli, garbatamente, le disse che doveva lasciarla. Éowyn confessò implicitamente il suo amore al ramingo, ma questi, cortese come solo i puri di cuore sanno essere, le rispose che non poteva ricambiare e offrirle quello che tanto desiderava. Il cuore di Aragorn apparteneva ad Arwen, qualunque cosa fosse accaduta.

Éowyn si intristì. Ella, innamorata di un’ombra e di un pensiero, assimilò la forza dalla delusione, la spavalderia dall’amarezza. Respinta delicatamente dall’uomo di cui si era invaghita, Éowyn poté incanalare il proprio cordoglio e mutarlo in coraggio. Bramando di morire dando la propria vita per i suoi cari, la creatura femminile escogitò il modo di scendere in guerra.

Ella si avvicinò allora a Merry, anch’egli respinto dai più. Éowyn era una principessa “ignorata” ed una donna trascurata dai soldati. Merry, dal canto suo, era soltanto un mezzuomo, non un uomo integro. La portata del suo braccio non era stimata dagli altri guerrieri e la sua modesta stazza era fonte di derisione. Nessun cavaliere lo avrebbe voluto come fardello. Merry voleva combattere per i suoi amici, ma nessuno credeva in lui. Soltanto Éowyn intuì la forza nascosta nel suo cuore. Ella veniva sottovalutata dagli uomini stolti, poiché era “soltanto” una donna, Merry, invece, veniva sottostimato in quanto minuto. Restando vicini, Éowyn e Merry paleseranno come le semplici apparenze siano fuorvianti. Éowyn si travestirà da soldato e, in incognito, si infiltrerà tra i ranghi dei rohirrim.

Il coraggio e l’eccezionale forza delle donne vengono espressi pienamente dalla principessa di Rohan. Analogamente a quanto fatto da Arwen, Éowyn dimostrerà che nessuno potrà mai decidere per sé stessa al suo posto. La dama di Rohan cavalcherà verso Gondor, calpestando le discriminazioni e diventando un’eroina.

Merry seguirà la bella fanciulla. Lo Hobbit era stato da poco eletto scudiero di Rohan. Anche Pipino, il suo amico lontano, aveva guadagnato la carica di Guardia della Cittadella. Entrambi, però, sapevano che le loro investiture erano poco più che patine di poco valore. Avrebbero dovuto dimostrare nei momenti topici cosa erano davvero capaci di fare. Pipino, da una parte, salverà la vita a Faramir, preda del folle volere distruttore del padre, Merry, a sua volta, salverà Éowyn, durante il combattimento con il Re Stregone di Angmar. Faramir ed Éowyn, salvati dai due hobbit, si incontreranno nelle case di cura di Minas Tirith e lì si innamoreranno.

  • La carica dei rohirrim

Seimila lance furono scosse, altrettanti scudi frantumati. L’esercito di Sauron aveva asserragliato Osgiliath. Innumerevoli legioni si protrassero sino ai campi del Pelennor, occupando l’intera vallata. Con le catapulte, gli orchi avevano inferto i primi danni alla struttura esterna di Minas Tirith. Il cancello principale fu brecciato e molti orchi riuscirono ad invadere i vari livelli della città, seminando morte. Gandalf e Pipino si rifugiarono nella cittadella. Gandalf volle infondere serenità al suo piccolo amico. Egli giudicava Pipino come un avventato ed uno sciocco. Più volte, a Moria, volle rimproverarlo per la sua leggerezza. Quando la morte sembrò vicina, Gandalf notò, forse, la sensibilità di Peregrino Tuc, il quale stava già pensando alla fine. A quel punto, Mithrandir volle tranquillizzare lo hobbit, ricordandogli che la morte è soltanto un’altra via, che dovremmo prendere tutti. Una volta valicato il “paradiso”, ogni anima trapassata può contemplare bianche sponde ed un verde paesaggio sorto sotto una lesta aurora.

La descrizione astratta, evocativa, di questo regno celestiale compiuta da Gandalf, corrisponde al credo religioso, al sogno dell’infinito. I mortali sperano che dopo la fine ci possa davvero essere l’immortalità dell’anima in un giardino di nuvole.  Le bianche sponde tratteggiate dalle parole dello stregone ristorano lo spirito dei credenti e danno loro la forza necessaria per sostenere l’ultimo passo. Ma non era ancora l’ultimo atto!

Un corno risuonò nella notte. L’alba era prossima a sorgere e le armate dei Rohirrim erano sopraggiunte. Théoden caricò il temperamento dei suoi uomini. Urlò: “Morte! Morte!” – il monarca di Rohan. Egli sapeva che sarebbe caduto in guerra e voleva far sì che la fama dei Signori dei Cavalli echegiasse nell’eternità.Théoden non pensava in quell’ultimo discorso alle bianche sponde che presto avrebbe mirato. Il paradiso agognato dal Re era la memoria. Egli avrebbe vissuto nella casa dei suoi padri e nelle illimitate reminiscenze della sua gente. Con la morte i Signori dei Cavalli avrebbero ottenuto la vita eterna, nel ricordo, nella tradizione, nel racconto di ogni generazione. I rohirrim marciarono, dunque, sui Campi del Pelennor con incredibile audacia e travolsero i reggimenti avversari.

  • L’approdo degli Haradrim

La vittoria era vicina. Le schiere di Sauron, benché più numerose, non poterono contrastare le incursioni disperate degli uomini. Quando tutto sembrò volgere per il meglio, versi atroci rimbombarono nel vento da un breve distacco. La terra tremò, scossa da arti titanici poggiati ritmicamente sulla distesa. 

La cinepresa di Jackson inquadrò il volto stupefatto del regnante, poi seguì l’espressione sconvolta di Éomer. I rohirrim stavano osservando l’avanzata di una legione dalla devastante capacità offensiva. I soldati, impietriti ed esterrefatti, vennero colti dal timore. Jackson, similmente a quanto fece Steven Spielberg nel suo “Jurassic Park”, volle volgere il suo sguardo impassibile sui volti allibiti dei personaggi sulla scena, intenti ad osservare le mastodontiche sagome di alcuni animali. Il regista neozelandese non volle anticipare ciò che Théoden e gli altri stavano guardando, desiderò, invece, che gli spettatori avvertissero il pericolo attraverso lo sguardo inquieto degli eroi lì presenti. Sia in “Jurassic Park” che ne “Il ritorno del Re”, il pubblico percepisce l’avvento di un essere colossale mediante l’espressione intimorita dell’essere umano.

Gli Haradrim pervennero dal sud su enormi pachidermi. Una sfilza di Olifanti muoveva verso le mura di Minas Tirith. Tali fiere avrebbero raso al suolo tutto quello che si sarebbe parato loro davanti. Tolkien, forse ispirato dalle tecniche e dalle strategie belliche dell’antico condottiero cartaginese Annibale, ideò la razza degli Haradrim. Annibale era solito servirsi di grandi pachidermi tra gli schieramenti dei suoi eserciti. Nell’universo di Tolkien, i mûmakil erano elefanti grigi, con zanne d’avorio affilate e una mole possente. Alti più di un edificio, gli Olifanti venivano addomesticati dagli Haradrim e utilizzati come infallibili pedine di una scacchiera. In guerra, venivano dispiegati davanti potendo aprire ogni varco. L’enorme stazza di questi animali si rivelava adeguata per sbaragliare le unità avversarie e per abbattere ciascuna resistenza.

Nei Campi del Pelennor, i mûmakil sgominarono le fila dei rohirrim, generando il panico e lo scompiglio. I Rohirrim attinsero comunque ulteriore coraggio e riuscirono a tener testa alle titaniche creature. Nel caos del conflitto, Théoden venne artigliato da una creatura alata. Il re Stregone di Angmar spezzò il corpo del regnante di Rohan. Prima che la cavalcatura alata si cibasse dei suoi resti, Éowyn sopraggiunse e affrontò gli oscuri poteri del signore dei Nazgul. La ragazza trafisse il Re Stregone, colui che nessun uomo avrebbe mai potuto uccidere.

Una donna si innalzò oltre la più fulgida speranza ed abbatté un terribile male. Théoden spirò poco dopo, tra le braccia di sua nipote. Aveva raggiunto quello che anelava. Il ricordo di lui perdurerà per sempre tra i fuochi scintillanti ed imperituri dei più grandi monarchi di Rohan.

"Re Stregone di Angmar" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • I Sentieri dei Morti

Un fiore nacque su di un lattiginoso ramo. L’albero di Gondor destò le sue braccia dal sonno e dai suoi polmoni lignei soffiò un alito di rinascita. Nessuno notò quel fiore. L’albero sentì che qualcosa stava avvenendo, che un Re stava rientrando, e risorse. Sul cammino verso il Monte Fato, anche Frodo e Sam videro la statua di un vecchio Re. La scultura era stata deturpata. La testa del sovrano ritratto, recisa dal resto dell’opera, giaceva a terra, sul verde manto. La fronte era adornata da fiori colorati che nel frattempo erano spuntati e che adesso formavano una sorta di corona attorno al capo del Re. La natura lo aveva capito: Aragorn era prossimo a salire sul trono di Gondor.

"Il ritorno del Re" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quel tempo, Aragorn si addentrò nei dintorni del Dwimorberg e perdette la diritta via. L’aria era diventata glaciale. I tre viaggiatori non incontrarono altrettante fiere sul loro cammino ma avvertirono la sensazione che il calore dei loro corpi gli fosse stato sottratto.

Aragorn procede silente, incamminandosi in una selva oscura. Arrivato ad una porta scavata nelle viscere della montagna, l’erede di Isildur varcò la soglia, spingendosi in quel regno di morte dove la malvagità ristagnava e poteva essere respirata come un effluvio maleodorante. Aragorn si incamminò verso quella città dolente, tra l’eterno dolore e la gente perduta. Come il sommo poeta, il ramingo discese nelle tenebre di un inferno terrestre e giunse nei pressi di un limbo sconsacrato. Gimli non aveva ancora ben chiaro cosa si celasse nei meandri di quella catena montuosa. Fu Legolas ad illuminarlo.

Legolas, rivestendo il ruolo di guida in questa discesa “agli inferi” nelle tenebre più tetre, assume i contorni del saggio Virgilio, il quale spiega ciò che nel buio attende d’essere liberato. Legolas racconta a Gimli che un tempo, un esercito negò aiuto ad Isildur quando questi ne ebbe necessità. Isildur maledisse quei soldati, imprigionandoli tra la vita e la morte. Essi non avrebbero avuto pace sino al giorno in cui riscatteranno il loro onore.

Gimli rabbrividì nel percorrere il Sentiero dei Morti. I tre si protrassero sino ad una sala dimenticata. Aragorn, Legolas e Gimli non avevano raggiunto l’Ade, ma era come se si trovassero in un Antinferno. Laggiù, gli ignavi vagavano come anime in pena. Essi non avevano preso posizione nella loro vita, non mantennero mai la loro parola, il loro giuramento. I soldati di Isildur erano diventati spettri crudeli e privi di alcuna dignità. Nella vita preferirono astenersi dai loro compiti. E così come il Celestino V dantesco non si preoccuparono mai d’adempiere ai loro doveri, ai loro obblighi. Il Re dei Morti ed i suoi sudditi erano pigri, negligenti, anonimi, persone senza infamia e senza lode, incapaci di scegliere, impossibilitati ad optare per il bene o per il male. I fantasmi, da vivi, preferirono sottrarsi, restare in disparte senza partecipare alla battaglia. Agirono meschinamente, senza schierarsi mai a favore di un solo vessillo.

Aragorn incontrerà il Re dei Morti, il quale tenterà di ucciderlo. Nessuno può lambire la pelle di un non-morto, eccetto Aragorn, in quanto erede di Isildur. Il ramingo, per mezzo di Andúril, respinse l’attacco del Re. Questi rimase stupefatto nel notare che Aragorn poteva toccarlo. Nella versione cinematografica, il doppiaggio del Re dei Morti è differente rispetto a quello della versione estesa per una sola frase. Nel primo adattamento, esso dirà: “Quella stirpe fu spezzata” – riferendosi alla dinastia di Aragorn. Nel secondo adattamento, dirà: “Quella lama fu spezzata”, riferendosi a Narsil. Appare evidente, anche da queste differenze stilistiche e di parole, quanto la spada Andúril rappresenti, nella sua integrità, la ricostruzione della casata dei Re. Notando quella lama e vedendo Aragorn implorare il loro aiuto, i morti compresero chi avevano dinanzi: il vero erede al trono, l’unico che potrà liberarli dalla loro morte vivente.

I morti accetteranno di combattere per Aragorn. Gli ignavi compiranno finalmente una scelta.

Aragorn, Legolas e Gimli, in testa all’esercito dei Morti, raggiungeranno le sponde di Gondor. Sui Campi del Pelennor ristabiliranno il dominio degli uomini, decimando gli eserciti nemici. Aragorn lo aveva giurato a Boromir in punto di morte: pur non sapendo quanta forza aveva nel suo sangue, non avrebbe mai permesso che Minas Tirith cadesse. E così fu!

  • Futuro nebuloso

Aragorn entra nella sala del re. Restando solo, il figlio di Gilraen pone la mano sul Palantir. Aragorn getta il suo guanto di sfida a Sauron. Egli vuole che l’Oscuro Signore cada nell’agguato e creda che gli uomini siano tanto sfrontati da attaccarlo a viso aperto. Aragorn vuole azzardare un ultimo tentativo. Riunendo gli eserciti di Rohan e Gondor, egli vuol marciare sul Nero Cancello, così da catturare lo sguardo di Sauron e tenerlo fisso su di sé. Sam e Frodo, se fossero vicini al Monte Fato, avrebbero la concreta possibilità di passare inosservati e giungere sino al baratro infuocato. Con il Palantir, Aragorn intima Sauron alla resa ma questi, riconoscendolo, gli mostra Arwen, inerte e cerea. Aragorn ne resta spiazzato, temendo che Arwen sia morta. In preda allo sconforto, Aragorn libera la presa dal Palantir e fa cadere, inavvertitamente, la Stella del Vespro al suolo. Ciò che aveva sognato si è avverato: la Stella del Vespro si è dissolta. Il futuro visto tra il sonno e la veglia da Aragorn si è avverato, ma non del tutto. Ciò vuol dire che la visione avuta da Arwen da sveglia è errata? Eldarion non avrà più la gemma elfica attorno al collo?  Neppure lui esisterà più?

Invero, come specificato da Elrond, il futuro in cui vi è ancora vita per Arwen è quasi scomparso. Già, ma non completamente! Aragorn si appella alla flebile speranza che il male promanato da Sauron possa venire assoggettato e sconfitto e per questo decide di marciare su Mordor.

  • Padre e figlio

Faramir non poté far nulla. Osgiliath venne asserragliata ed invasa col favore della notte. Boromir l’aveva difesa prodemente tempo prima. Faramir non riuscì a fare altrettanto. Le truppe nemiche erano superiori in numero. Con l’occupazione di Osgiliath, l’esercito di Sauron avviò la propria mobilitazione sulla valle. Il fallimento di Faramir avrebbe portato all’attacco a Minas Tirith. Faramir era soltanto un uomo, non poteva fermare da solo le inarrestabili sortite nemiche. Eppure, Denethor vedeva in lui l’inabilità, l’inettitudine. Il Sovrintendente di Gondor versava ancora lacrime per la morte di Boromir, il suo figlio adorato. Nella sua oscura follia, egli arrivò persino a confessare la propria indifferenza nei riguardi di Faramir. Denethor avrebbe voluto che i posti dei suoi figli fossero stati scambiati. Avrebbe agognato che Boromir vivesse e che Faramir perisse. Un pensiero orribile tramutato in parole ed in un’esternazione quando proferì tale agghiacciante verità.

Denethor credeva di aver perduto Boromir in guerra. Non capì mai che egli perdette suo figlio nel momento in cui volle ordinargli di portare l’anello a Gondor. Quel pensiero mellifluo e insidioso offuscò la saggezza del primogenito. Boromir avrebbe tenuto l’anello per sé, non lo avrebbe ceduto ad alcuno, non si sarebbe più destituito da una simile possessione. Denethor condusse suo figlio alla morte ben prima degli assalti operati dagli orchi. Faramir ne era consapevole, cercò di avvisare il proprio genitore sul triste fato a cui andò incontro Boromir ma senza riuscirci. Denethor ordinò a Faramir di condurre un nuova offensiva su Osgiliath. La volontà del Sovrintendente divenne follia. Faramir accettò, come ogni buon soldato volle assecondare l’ordine del proprio comandante. Non agì come un uomo colto qual era, neppure come un assennato studioso, rifiutando quell’atto suicida, volle compierlo, poiché Faramir si comportò come un figliolo ubbidiente, devastato dalla mancanza di approvazione del padre.

Poco prima che la guerra cominciasse, il Capitano di Gondor guidò i suoi soldati. Tutti li accolsero in un corteo funebre, salutandoli. In quella folla fiacca ed angustiata, è possibile scorgere il volto di due piccoli bambini che osservano: un maschietto ed una femminuccia. Non è la prima volta che questi due pargoletti compaiono sulla scena. Se si osserva attentamente, si può notare come Jackson abbia inserito questi due piccini in tutti e tre i film. Per la prima volta, essi apparvero ad Hobbiville, durante il racconto di Bilbo circa la sua disavventura con i troll. I due fanciullini tornano nel capitolo successivo, rivestendo due ruoli differenti. Essi ne “Le due torri” restano nascosti nelle grotte del Fosso di Helm, sorretti dall’abbraccio di alcuni famigliari. Ne “Il ritorno del re”, i bambini fanno parte della folla di Gondor. In tutti e tre i capitoli della trilogia, essi osservano, silenti, gli eventi come piccoli spettatori immersi nella pellicola.

Faramir avanzò verso gli avversari. Nel frattempo, Denethor, incurante, si accinse a pranzare. Si cibava con poca eleganza il Sovrintendente, sporcandosi continuamente il viso. La rozzezza delle sue scelte viene esternata dal modo volgare con cui si nutre. Quando Faramir verrà trafitto dalle frecce, la bocca di Denethor sarà macchiata di rosso, come se dalla sua bocca fuoriuscisse il sangue del proprio figlio. Con la sua ria lingua e con le sue labbra maligne, Denethor condusse i suoi figli alla morte. Quella scia rossa che cola lungo il suo mento evoca il sangue di un nobile che ha banchettato sul corpo morente del proprio figlio. Denethor, similmente al Conte Ugolino citato dall’Alighieri nella “Divina Commedia”, ha “desinato” sui resti del proprio eroico discendente.

Ma Faramir non morì. Riuscì a sopravvivere e, grazie al provvidenziale intervento di Pipino, raggiunse molto dopo le Case di Guarigione di Minas Tirith.

"Eowyn e Faramir" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Moglie e marito

Éowyn fu trovata stesa a terra, morente. Éomer la scorse lontano e gridò devastato. Fu trasportata alle case di cura. Ivi venne guarita da Aragorn che rimarginò le ferite del suo corpo, anche se nulla poté fare per cicatrizzare la ferita che, non volendo, aveva inciso nel cuore della dama di Rohan. Nel sangue di Aragorn scorreva il potere della guarigione dei Numenoreani. Éowyn si riprese in fretta, ed in quel luogo incontrò Faramir.

Éowyn avrebbe desiderato morire in battaglia. Non le importava più niente. Credeva che la vita non potesse elargirle alcuna felicità, e avrebbe voluto lasciare di lei una meravigliosa reminiscenza. Ella capì a poco a poco che la vita poteva ancora riservare molto per lei. Vide allora Faramir. Anch’egli aveva tentato di morire. Non per la gloria, certo, ma per un desiderio di approvazione. Faramir avrebbe voluto far ricordare il proprio nome al padre, e aveva creduto che soltanto morendo ci sarebbe riuscito.

Éowyn non fu ricambiata da Aragorn, colui che per lei rappresentava un amore carnale e spirituale; Faramir, dal canto suo, non ricevette mai l’amore paterno che egli, da figlio, si sarebbe aspettato di avere dal genitore.  Faramir ed Éowyn, entrambi feriti nel corpo da una guerra infausta e nel cuore da un amore non corrisposto, cominceranno a guarire insieme.

Poco distante dal Cancello Meridionale del regno, nella sesta cerchia di Minas Tirith, il secondogenito di Denethor si rimise in piedi. Volse lo sguardo in quei luoghi di asilo. Scorse i feriti, i malati, sorretti dalle amorevoli premure dei guaritori. Di colpo, Faramir mirò una bella creatura dai lunghi capelli impegnata a guardare l’orizzonte da un’altura. Gli occhi del gondoriano furono irradiati dalla fioca luce che dal corpo della fanciulla stillava. Éowyn sembrava essere una debole candela, la cui fiamma esigua consumava la poca cera rimastale. Un soffio di brezza avrebbe potuto “zittirla” del tutto. Éowyn era spenta come una mattina di pallido autunno, eppure, il Capitano di Gondor vide in lei un percettibile volere di fioritura. Ella era pronta a germogliare, a maturare come una donna felice in un giorno di primavera. Éowyn osservava gli eserciti procedere verso Mordor. In lei albergava la forza di combattere ancora. Eppure, quando Faramir le si avvicinò, i pensieri bellicosi svanirono del tutto ed Éowyn venne permeata dalla pace e da un affetto rifulgente. Lontana da ogni conflitto, Éowyn tornò a risplende di serenità.

Faramir adorava la scrittura, i vecchi racconti, la letteratura e la poesia. Fu finalmente felice di depositare arco e faretra. Si portò nei pressi della donna e i due si conobbero. L’affinità di Faramir accrebbe la fiammella dell’animo della dama e la candela tornò ad irrobustirsi.

L’amore tra Éowyn e Faramir non sboccia causalmente nelle Case di Guarigione. Il più puro e coinvolgente dei sentimenti può curare un corpo fiacco ed un’anima spenta più di qualsiasi altro rimedio. Il Capitano di Gondor e la signora di Rohan leniranno le proprie ferite vicendevolmente con la levità di una carezza e la dolcezza di un abbraccio. Sarà l’amore a ritemprare i loro fisici dimessi ed il loro spiriti fiacchi.

Al mattino, sulla terrazza, Faramir baciò Éowyn sotto un cielo assolato. Ambedue deposero le loro armi a terra, e, finalmente liberi, si tennero per mano.

  • La distruzione dell’Unico Anello

Frodo e Sam giacevano sui pendii del Monte Fato. Frodo non aveva più alcuna forza, si era ormai abbandonato all’abbraccio della calda roccia. “Non credo ci sarà un viaggio di ritorno, padron Frodo” – tuonò Sam. Lo hobbit aveva perduto la speranza. Sam esternò un pensiero opposto a quello pronunciato giorni prima. I due mezzuomini erano esausti. Sebbene provati dal convincimento che non sarebbero sopravvissuti all’impresa, Frodo e Sam continuavano a salire. Frodo si trascinava, ma il peso dell’anello divenne insopportabile. Più le fiamme del Monte Fato si facevano vicine più l’anello aumentava l’onere della propria custodia.  Sul collo dello hobbit si erano formate piaghe e lesioni, come se l’Unico stesse divorando la carne del suo portatore. Sam si fece carico del fardello, senza mai toglierlo al proprio padrone. Sollevò Frodo sulle sue spalle e salì sino al passaggio.

Sam non fu mai tentato. Non patì la corruzione dell’Unico. Ne ignorò sempre le cupe voci, le oscure esalazioni. L’anello non poteva soggiogare l’animo di Sam, troppo candido. Sam non ambiva a padroneggiare alcun potere, non aspirava ad assoggettare alcun avversario. I suoi pensieri erano rivolti alla propria casa, la sua amata terra. Non vi era menzogna, non vi era cupidigia, non vi era avidità negli occhi di Sam. L’anello non poteva servirsene. Conseguentemente, esso fece effluire tutte le sue arti oscure per curvare la tempra di Frodo sino a condurlo allo stremo. Frodo non ce l’avrebbe fatta senza Sam e, ugualmente, Sam avrebbe sofferto sin troppo se fosse stato il solo portatore dell’anello. Ambedue, spalleggiandosi, riuscirono ad adempiere a questo viaggio. Un’amicizia profonda legò Frodo a Sam. Persino quando il padrone commise un grave errore e preferì seguire Smeagol a discapito di Sam, l’amicizia tra i due non si dissolse. Sam comprese che Frodo agì con stoltezza ma non fece nulla per fargli pesare il suo smacco. Tornò indietro e salvò coraggiosamente il suo amico. Sam sostenne il combattimento contro chiunque osasse intralciare il cammino verso la fine. Nonostante venisse fronteggiato da esseri più grandi e potenti di lui, Sam non si diede mai per vinto e riuscì a imporsi con la stoffa incomparabile del proprio carattere. Sam da “spalla” divenne l’assoluto protagonista.

Sam, il più grande degli eroi, nel mentre saliva e trasportava il proprio padrone sulla schiena, pensò al panorama verdeggiante della Contea. Egli rimembrò la bellezza della valle d’estate, la limpidezza del fiume Brandivino e la sua fresca acqua. Ma soprattutto, Sam ammirò l’immagine, custodita nei suoi ricordi, di Rosie Cotton. Nel calore infuocato del vulcano attivo, Sam fu investito dalla frescura di una memoria che gli carezzò le guance stanche. Rosie ballava felice, e teneva tra i capelli nastri bianchi che accentuavano ancor di più il biondo dei suoi ricci. Quella parvenza materializzatasi nella sua fantasia più nitida, servì a Sam per compiere l’ultimo sforzo. Raggiunto il valico del Monte, Sam e Frodo furono aggrediti da Gollum. Come previsto da Gandalf, Gollum avrebbe svolto un ruolo cruciale sul finale di questa storia. Infine, Smeagol scelse il male, optò per essere ricordato solo e soltanto come Caino, or dunque come un assassino.

Poco distante dal Monte Fato, Aragorn capitanò gli eserciti di Gondor e Rohan. Non vi era alcuna possibilità di vincere con la forza delle armi. Quello orchestrato da Aragorn sarebbe stato l’ultimo atto per dare tempo a Frodo. I popoli liberi non possedevano certezza. Non sapevano se il portatore dell’anello fosse effettivamente in procinto di raggiungere la voragine di fuoco. Aragorn per primo doveva soltanto sperare.

Aragorn e Gandalf riposero le loro ultime aspettative nei loro cuori. Lo fecero da sempre. Durante i festeggiamenti per la vittoria alla roccaforte di Helm, Aragorn prese Gandalf in disparte e gli disse che di Frodo non vi era alcuna notizia. Gandalf apparve pavido. Aragorn allora gli suggerì di pensare fortemente a Frodo e capire cosa il suo cuore gli sussurrava. Gandalf sorrise, poiché spesso il cuore è più saggio della ragione stessa. Affidandosi ai loro cuori, ai loro sentimenti, gli eroi caricarono verso i nemici, confidando nell’impossibile.

Aragorn infuse ardore negli animi dei suoi fratelli. Non volle ingannarli. Non avrebbero ottenuto la vittoria, ma avrebbero dovuto soltanto resistere. Reggere per tutto ciò che ritenevano caro. L’era degli uomini non era ancora finita. Lo sarebbe stato un giorno. Ma non quel giorno!

Aragorn avanzò per primo e lo fece per Frodo. Pochi rammentarono Sam. Eppure, in quei frangenti, proprio Sam si contorceva nella lotta con Gollum, per facilitare l’ingresso nel valico del Monte Fato a Frodo. Ivi, il portatore fu posseduto dall’Unico e la situazione parve precipitare. Aragorn cadde a terra, schiacciato dalla forza bruta di un troll. Gli eroi della Compagnia erano spossati e stremati. Gollum ghermì l’anello e lo ammirò sorridente. Egli fece lo stesso sorriso del passato quando, da umano, osservò quel verme nauseante. Frodo rinsavì, si mise in piedi e spinse Gollum giù. Questi morì e portò l’anello con sé. Il male si disgregò. La torre di Barad-dûr collassò e l’occhio di Sauron si spense nel suo stesso fuoco. Le armate di Mordor, plasmate col potere dell’Unico, si dileguarono e gli eroi della Compagnia sopravvissero.

 Frodo rimase appeso, appollaiato alla sporgenza. Non aveva alcuna energia, stava per cedere. Giunse Sam e gli porse la sua mano. Frodo vacillò, poi scelse di afferrarla e lo hobbit lo portò su. Un momento simile i due mezzuomini lo vissero tempo innanzi. Quando Frodo volle andare a Mordor da solo, prese con sé una barca e lasciò Amon Hen. Sam lo seguì e per far fede al suo giuramento, arrivò persino a tuffarsi in acqua. Il povero hobbit non sapeva nuotare. Si perse così nel fondale, tendendo la mano verso l’alto. Frodo lo vide e allungò la presa per farlo salire a bordo.

Nel Monte Fato avvenne il contrario: Sam, in alto, avvicinò la mano e acchiappò il suo padrone. Frodo aveva salvato Sam da un sepolcro acquatico, Sam salvò Frodo da una tomba di fuoco.

I due hobbit, sfibrati, verranno recuperati da Gandalf e dalle aquile. L’impossibile divenne possibile.

"Aragorn e Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’incoronazione del sire Elessar

Gandalf pose la corona sul capo di Aragorn. Questi quasi non trasse respiro. Aveva fatto fronte ai dissidi più aspri, cionondimeno sentiva in cuor suo che l’accettazione del proprio destino da Re fosse il compito più impegnativo e ardimentoso che avrebbe dovuto ancora svolgere. I giorni di pace erano giunti. Aragorn doveva guidare la sua gente verso un radioso avvenire. Finalmente si sentì pronto per essere la stella brillante del suo reame. Aragorn, dunque, sospirò felice, e si voltò verso il popolo che lo accolse festante. Intonò un canto e camminò.

Egli intravide Arwen, nascosta dietro un drappo di seta. Il suo volto splendeva come il raggio di luna riflesso nello specchio d’acqua di un lago. Ella stringeva tra le mani una candida asta sulla cui sommità svettava un vessillo bianco. Su tale “araldico” era stato impresso l’albero di Gondor. Esso era rifiorito, aveva ripreso a vivere con il ritorno del vero Re. Petali di vario colore fioccavano dall’alto creando una magica atmosfera. Non vi era però spettacolo alcuno che potesse distogliere Aragorn dal volto della sua adorata. Arwen tenne lo stendardo e lo porse al suo amato. Ricambiò la sua espressione armoniosa ma solo per qualche istante. La dama di Gran Burrone manteneva il viso basso. Intimidita, peritosa la fanciulla tentennò, credette forse che l’incoronazione avesse mutato il cuore di Aragorn e che egli non volesse prenderla in moglie. Nella sua dolce esitazione, Arwen emanò la debolezza della sua mortalità, della sua umanità. Aragorn rimase sorpreso della timidezza della fanciulla. Per lui nulla era cambiato. Il male era stato disfatto e l’amore, adesso, poteva essere vissuto. Aragorn sfiorò le gote della nobile fanciulla ed ella sorrise, commuovendosi. A quel punto egli la baciò. Una fragranza di gioia avvolse i due innamorati. I loro occhi felici sfavillarono come stelle nel cielo. Aragorn e Arwen si abbracciarono e nulla più li separò. Il futuro più roseo venne coronato. Aragorn sposò Arwen nella città dei Re ed ella divenne la sua regina.

"Samvise Gamgee" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il Signore degli Anelli di Frodo Baggins

I quattro mezzuomini tornarono nella Contea. Frodo, Merry e Pipino faticavano ad adattarsi nuovamente allo stile di vita della Contea, Sam no! La purezza di quest’ultimo gli permise di disfarsi in fretta di tutti i residuati di Mordor e di lasciarsi quella fatica alle spalle. Egli adorava Hobbiville, non avrebbe anteposto a quel luogo nulla al mondo. Sam rientrò nella sua terra natia e poté rivedere Rosie. La conosceva sin bambino e, forse, l’amò ancor prima di comprendere cosa fosse realmente l’amore. Fino ad allora non ebbe mai l’impavidità di dichiararsi. Che ironia! Samwise l’impavido, colui che affrontò orchi e progenie di Ungoliant, che sconfisse goblin e luridi esseri, provava ancora un certo timore nel guardare gli occhi profondi della bella Rosie. Il suo sguardo si perdeva in lei. Talvolta, quando la ammirava in segreto ella avvertiva l’attenzione e ricambiava lo sguardo a sua volta. Sam, allora, indirizzava gli occhi da un’altra parte, imbarazzato. Il suo fiato sembrava interrompersi quando provava anche solo a bisbigliarle qualcosa. Nei mesi precedenti non riusciva neppure ad invitarla a ballare. Sam, il temerario aveva una sola paura, a quanto dava a vedere: che Rosie potesse respingerlo. Una sera prese l’iniziativa, confessò il suo amore a Rosie e la prese in moglie. Sam realizzò il suo sogno, spinto dal coraggio e dalla sua amorevole umiltà, e fu felice.

Nelle settimane successive Frodo si dedicò alla scrittura. Proseguì sulle pagine rimaste intonse del libro di Bilbo. Tredici mesi dopo, ultimò il suo racconto: “Il Signore degli Anelli”. La ferita alla spalla che Frodo aveva rimediato a Colle Vento continuava a fargli male. Essa non sarebbe mai scomparsa, segno di come quello che aveva vissuto non sarebbe mai andato via. Frodo, allora, decise di partire per un nuovo viaggio. Accompagnato da Bilbo, egli raggiunse Gandalf, salutò Sam e navigò sino alle Terre Immortali. Sulle rive si sciolse la Compagnia dell’Anello. I due hobbit protagonisti delle storie del Professore fecero un’ultima avventura. Non sarebbero più tornati. Sam ereditò il libro di Bilbo e Frodo. In quelle pagine, la scrittura, tanto amata da Tolkien, aveva immortalato l’amicizia, l’ardore, l’eroismo di eroi le cui azioni echeggeranno per sempre.

Sam tornò a casa, baciò sua moglie e accarezzò i suoi figli. Per lui niente era cambiato. La Contea era stata salvata ed egli la guardava. Essa era bella come era sempre stata. Rientrò in casa con la propria famiglia e serrò la porta. La storia, com’era cominciata, finì in una casa scavata nella terra. Tale vano non era certo un brutto buco, sudicio e umido, con la presenza di vermi e pervaso da un lezzo maleodorante; e neppure spoglio, arido e inospitale, senza nulla su cui sedersi né qualcosa da mettere sotto i denti: era un buco hobbit, vale a dire comodo e accogliente.

Il narrato del “Signore degli anelli” si dissolse sulla casa di Sam, lo hobbit che forgiò il destino di tutti.

FINE

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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