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"Gabe e Rosemary" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Permettetemi di farvi una confidenza: a volte, decido di pormi domande un po’ troppo difficili. Capita anche a voi? Si tratta di quei particolari interrogativi a cui non si riesce mai a dare una risposta che possa soddisfarli del tutto. Or dunque, una volta che questi personali “quesiti” si materializzano nella mia mente, fatico a dileguarli senza prima spremermi a sufficienza le meningi. Quest’oggi, la domanda che è sorta d’improvviso recita così: che cos’è l’amore? Bel guaio, mi sono detto quando è comparsa, e adesso che faccio? L’amore è un “reame” misterioso e chiedersi cosa sia davvero è una domanda decisamente ostica! Chi sono io per dire cos’è l’amore? Hanno discusso su questo alcune tra le più grandi menti dell’antichità senza arrivare a comprenderne la natura, a scoprirne l’origine, e adesso io dovrei munirmi sfrontatamente dell’arroganza necessaria per risolvere il tutto? No, meglio sorvolare.

Però, riflettendoci, ognuno di noi ha il diritto di dire la sua sull’amore. Del resto, tutti, o quasi, siamo stati innamorati almeno una volta nella vita, e questo dovrebbe darci la possibilità d’essere alquanto ferrati sull’argomento. Fermi, so cosa state per dire, l’esperienza diretta non garantisce il sapere assoluto. Noi esseri umani saggiamo l’amore mediante il vissuto, ciononostante non riusciamo a carpire del tutto la forza in esso contenuta e la magia che da esso scaturisce. Ebbene, con una gran dose di umiltà, accetto questa personalissima sfida, voglio ragionarci davvero su. Allora, cos’è l’amore?

"Cupido" - Quadro di William-Adolphe Bouguereau

L’amore è qualcosa che c’è sebbene non sia visibile alla vista, qualcosa che, da principio, avvertiamo, come una gradevole sensazione, similmente ad un lieve formicolio alle mani che desta i nostri sensi. L’amore irrompe in noi quieto e latente, simile ad un’idea venuta dal nulla o ad una curiosità mossa dall’interno, per poi mutare d’intensità, avviluppandoci in una morsa e divenendo una percezione che stimola ed acuisce. Nel corso della nostra vita viviamo e sperimentiamo l’amore con varie intensità, senza mai capire realmente cosa sia, da dove provenga, come riesca ad insinuarsi in noi. Indaghiamo la sua essenza con la ragione ma l’amore sfugge a qualsivoglia forma di ragionamento, poiché si nutre di sentimento, d’emozione. Sovente, investighiamo la sua alba attraverso i ricordi, rammentando la prima volta in cui il “demone” dell’Eros ha fatto breccia in noi. Dunque come nasce l’amore?

"Il simposio" - Quadro di Anselm Feuerbach

Se lo chiesero illustri personalità del passato. Ci fu persino una volta in cui codeste personalità decisero di riunirsi a cena per conversare sull’argomento. L’evento venne narrato da Platone nel “Simposio”. Tra gli otto commensali presenti, Fedro fu il primo a prendere la parola e a tentare di enunciare l’origine del più coinvolgente dei sentimenti provati dall’essere umano. L’amore, secondo Fedro, veniva personificato dal dio Eros, la divinità più antica dell’universo. Come riportato nella “Teogonia” di Esiodo, al principio del Cosmo, vi era il Caos, Gea, la Madre Terra e, per l’appunto, Amore, il quale esisteva ancor prima della nascita delle prime divinità dell’Olimpo. L’amore può essere dunque inteso come una forza planetaria, che travalica i confini del tempo e dello spazio e che accompagna la successione delle varie ere del nostro mondo sin dalla sua genesi. Senza amore non nasce né si coltiva la vita in ogni sua forma. Eros, il dio che incarnava la sostanza stessa dell’amore, rappresentava l’inscindibile legame tra chi è innamorato e chi è amato. Per Fedro, l’estasi del sentimento poteva essere provata solamente da chi era innamorato, poiché soltanto chi prova l’amore è effettivamente venuto a contatto con il potere di Eros.

 “Maestro, voi siete mai stato innamorato?” – domandava, turbato, Adso in una sequenza de’ “Il nome della rosa”, omonima trasposizione cinematografica dell’acclamato romanzo di Umberto Eco.

Innamorato?  Parecchie volte…” – Confessò, schiettamente, Guglielmo Da Baskerville, l’arguto mentore del giovane francescano – e seguitò ad elencare i nomi di tutti i suoi amori più grandi: Aristotele, Ovidio, Virgilio, Tommaso D’Aquino. Volutamente, Guglielmo stava confondendo l’amore cui Adso faceva riferimento con l’ammirazione, il trasporto emotivo provocato dal sapere, dalla seduzione della conoscenza, con la passione sentimentale che sfocia nella brama, nel desiderio, nell’affetto. O forse era proprio Adso che, in quel frangente, confondeva l’amore con la lussuria?  Invero, Adso si era innamorato perdutamente di una fanciulla che pativa la miseria, e voleva a qualsiasi costo liberarla dalla povertà, dal sacrificio, dalla privazione. Udendo tale confidenza, Guglielmo dedusse la purezza del sentimento del suo discepolo, e si mise a disquisire sulla bellezza della donna, l’essere che, a parer suo, ha in sé il potere di ghermire l’anima di un uomo. La donna è un’essenza ineffabile, splendida, incredibilmente seduttiva. Le donne, per frate Guglielmo, sono le custodi degli affetti, e attraverso esse l’amore germoglia sulla Terra. Ma l’amore reca affanni o beatitudini alle persone? Chi può dirlo. Può darsi che senza amore vivremmo più tranquilli. La vita dell’uomo, scevra dall’amore, sarebbe quieta, calma, stagnante… terribilmente noiosa.

Quando la cecità s’impadronì di Andrea Camilleri, relegandolo nell’oscurità, lo scrittore siciliano ammise di riuscire a vedere ancora meglio di prima, poiché da quel momento aveva cominciato a vedere con la mente e non più con gli occhi. Tuttavia, Camilleri confessò che soltanto una cosa gli mancava rispetto a un tempo, quando poteva ancora contare sul senso della vista: la bellezza femminile. Essa può essere ricordata, immaginata, menzionata ma ciò che l’immaginazione, la fantasia, la reminiscenza possono riuscire comunque a richiamare non potrà superare l’impatto estetico, il fascino immediato di una donna scorta e successivamente ammirata. Spesso, nel lampo in cui si contempla un volto attraverso la vista, sgorga la prima infatuazione. Ma l’infatuazione durevole ed inscalfibile non può limitarsi alla mera estetica. Frequentemente è il carattere, l’indole, la personalità, l’anima esternata mediante la parola, l’azione, il gesto a conquistare ben più di un’ingannevole apparenza.

Illustrazione per la fiaba "Il bambino cattivo" di Hans Christian Andersen

L’amore è una creatura invisibile che alberga nella nostra intimità. Se ne resta dormiente, sopita, in silenzio per poi risvegliarsi di colpo, quando i nostri occhi vengono catturati da una figura che ci attrae, quando le nostre orecchie vengono raggiunte da una voce soave e ammaliante, quando la nostra mente è rapita dalla manifestazione sensibile ed arguta di un concetto.

Ma l’amore fa soffrire o rende felici? Una domanda, quest’ultima, destinata a generare molteplici risposte, tutte dettate da una scontata soggettività. L’amore non corrisposto è il più spiacevole da tollerare, il più amaro da assaporare, il più indigesto da mandar giù. In una sua fiaba, Hans Christian Andersen descrisse l’amore come un’entità “maligna” e crudele che libra, leggera come l’aria, tra i mortali, infettandoli con l’incurabile dolore dell’amore. Ne “Il bambino cattivo”, un vecchio e buon poeta accoglie nella sua dimora un bel piccino, dai biondi capelli, rimasto tutto nudo a prender freddo sotto il temporale. Il piccoletto viene descritto con gli occhi vispi e luminosi come stelle rilucenti in cielo, chiome arricciate a contornargli il viso e guance rosee. Teneva in mano un piccolo arco ed una faretra grondante di frecce dorate. Il bambino cattivo errava giorno dopo giorno, mescolandosi tra i giovinetti che, ignari del “pericolo”, gli davano le spalle. Lui, piuttosto abilmente, scoccava i suoi dardi colpendo i bimbetti con precisione ed essi cadevano vittime delle sue arti infide. Tutti si erano imbattuti in lui, la mamma e il papà del vecchio poeta, persino la nonna che mai dimenticò gli effetti della freccia di Eros, ehm, intendo dire del bambino cattivo.  Per Andersen, il ragazzetto a cui il vecchio poeta prestò soccorso era proprio un bimbetto crudele, poiché spesso si divertiva a colpirlo di soppiatto, a farlo innamorare senza mai venire ricambiato. Cosa c’è di più doloroso che amare senza essere amati? L’amore, si sa, non è perfetto né, tanto meno, giusto. Esso rende lieti e spesso altrettanto infelici. E’ un “malessere” che arricchisce lo spirito, dona ad esso speranza, illusione se preferite, e a volte, se va bene, la gioia più grande: venire amati da chi amiamo.

E voi? Ricordate la prima volta che il dardo invisibile di Cupido vi ha raggiunto alla schiena? Sono pronto a scommettere di sì! Tutto ha inizio quando si è ancora bambini, in quel periodo in cui non si deduce né si intuisce ma si percepisce candidamente.

Io rammento quell’interminabile istante con una tale nitidezza. Fu qualche anno addietro, quando ero, naturalmente, un bambino. Rimembro i biondi capelli di una ragazzina, il fiocco rosa che le ornava gli stessi, quasi all’altezza della fronte, il suo sorriso espansivo e caloroso, impreziosito da un argenteo apparecchio che non scalfiva minimamente la sua dolcezza, anzi, tutt’altro, la rendeva ancora più particolare e bella. Ricordo ancora lo zainetto che portava, l’incedere veloce con cui percorreva il cortile della scuola, e ovviamente, anche il suo nome. Di quella mattina, serbo, cristallinamente, tra le mie memorie il battito del cuore che avvertii, e che continuava a rimbombarmi nelle orecchie simile a colpi di cannone appena esplosi. Non posso dirlo senza suscitare ilarità ma in quel momento fui convinto di aver contratto una strana malattia, un aspro ma gradevole spasimo. L’amore, dopotutto, è un malanimo, un dolore che non possiede nome, per cui non esiste, fortunatamente, alcun rimedio.

Com’è che recita un detto antico come il mondo? Ah sì, il primo amore non si scorda mai. Ebbene, spesso il primo amore lo proviamo quando siamo bambini, quando ancora fatichiamo a capire cosa siano le farfalle nello stomaco. Per capire cos’è l’amore, forse, bisogna pensare alla tarda infanzia, al giorno in cui quel sentimento si è manifestato perentoriamente, d’un tratto, non andando più via. E’ capitato a molti d’innamorarsi da bambini, capitò anche a Gabe, il protagonista di “Innamorarsi a Manhattan”.

Tale pellicola, datata 2005, diretta da Mark Levin, con protagonisti Josh Hutcherson e Charlotte Ray Rosenberg (qui accreditata come Charlie Ray) è una commedia romanticamente sagace, intelligente, ed ha in sé una particolarità pressoché unica: l’avere due protagonisti decisamente giovani, di appena 11 anni, che vivono il primo, tenero amore della loro vita. La premessa è del tutto peculiare: raccontare un sentimento così genuino e spontaneo, ma anche complesso e ardito, come l’amore attraverso lo sguardo di un bambino senza cadere nel frivolo, rendendo il tutto divertente, a tratti persino triste e malinconico. Tutto ciò non è un compito semplice ma il lungometraggio ci riesce splendidamente, confezionando un’opera divenuta, col passare degli anni, un vero e proprio piccolo cult.

Gabe è un ragazzino di 11 anni che trascorre le giornate giocando ai videogiochi e girovagando, tutto solo, tra i quartieri di Manhattan col suo monopattino. Egli vive con i suoi genitori nell’Upper West Side, ma la situazione famigliare che si staglia attorno a lui è tutt’altro che idilliaca. Sebbene sua madre e suo padre continuino a vivere insieme, entrambi hanno deciso di separarsi e, già da qualche settimana, d’intraprendere vite indipendenti. All’inizio della storia, Gabe rievoca la giovinezza dei suoi genitori, raccontando come essi si siano conosciuti ed innamorati durante un campeggio estivo. Questa giovinezza, poi non tanto lontana, non viene più ricordata dalla mamma dal papà del fanciullo, troppo indaffarati a spazzare via i cocci della loro relazione piuttosto che a cercare di ricomporli.

L’amore è destinato a non durare, afferma Gabe con una certa amarezza. Lui lo sa bene, è stato innamorato per qualche settimana, un supplizio decisamente spossante. La dolorosa interruzione della sua breve storia d’amore lo ha portato a capire che questo particolarissimo sentimento si fomenta in noi come un fuoco di breve durata, che arde e si estingue sin troppo rapidamente. Gabe ne è davvero convinto, anche se non riesce a capacitarsi del perché, fatto sta che l’amore non perdura.

“Ma perché l’amore deve finire?” – chiederà Gabe a sua madre, in una sequenza del film. Gran parte delle cose più belle nella vita tendono a concludersi bruscamente e a non lasciare altro che un mucchio di ricordi. Forse è proprio la fine di un rapporto a celebrare l’incanto e la meraviglia dell’inizio. I genitori di Gabe rammentano la letizia del passato, eppure l’ombra del presente impedisce loro di riavvicinarsi e di riattaccare i cocci della loro relazione. Osservando, impotente, il naufragio del matrimonio dei suoi genitori, Gabe deduce che l’amore è un gioco crudele in cui esistono molti più sconfitti che vincitori.

Dopo aver fatto questa breve introduzione sul trascorso di sua madre e di suo padre, Gabe inizia a narrare la sua “dolorosa” esperienza, confessando d’essersi recentemente innamorato e di aver sofferto ciò che, nel linguaggio abitudinario, potremmo definire con l’espressione “le pene dell’inferno”. Tutto ebbe inizio qualche settimana prima, quando Gabe scelse di iscriversi ad un corso di Karate. Lì s’imbatté in Rosemary Telesco. Non era la prima volta che Gabe vedeva Rosemary, i due, infatti, si conoscevano sin dall’asilo, ed avevano l’abitudine di salutarsi e di scambiare qualche parola. Gabe continuò ad avere Rosemary come compagna di classe durante tutta la sua crescita. Dalle elementari in poi, lei era sempre rimasta lì ma lui, semplicemente, non riusciva a vederla.

A Karate, Gabe finisce per essere il partner di Rosemary e, da quel momento, i due si avvicinano. Chiacchierando per strada, Gabe, parecchio meno abile di Rosemary nella lotta, propone alla ragazza di allenarsi insieme, e lei accetta molto volentieri. Prima di tornare a casa, Rosemary si ferma presso un negozio di abiti da sposa per provare un vestito da damigella, e Gabe acconsente ad accompagnarla.  

In quell’attimo, ha inizio l’amore. La punta acuminata della freccia di Eros, o del bambino cattivo se preferiamo attenerci al “verbo” di Andersen, tange Gabe nell’istante in cui Rosemary appare dinanzi a lui con indosso un vestito rosa. Una serie di specchi riflette e moltiplica la sua immagine agli occhi del ragazzo, rimasto impassibile e al tempo stesso intontito. Rosemary gira su se stessa e guarda, contenta, il suo bell’abito ricamato. Ella sembra così volteggiare, libera e lieve, come una danzatrice su di un bianco piedistallo che la eleva su tutto, facendola apparire tanto bella, dolce e aggraziata. Il cuore di Gabe batte all’impazzata, ed i suoi occhi non si discostano un solo istante da lei. L’amore è appena sbocciato. Eros ha “posseduto” l’anima di Gabe, il quale è adesso colui che prova l’amore, ed ha in sé gli effetti inebrianti del dio più arcaico di tutti. Fedro avrebbe, molto probabilmente, descritto così ciò che il personaggio principale stava avvertendo per la prima volta.

Da allora, Gabe comincia a relazionarsi in maniera profondamente diversa con Rosemary: non è più sciolto come un tempo, diviene impacciato, timido, perdutamente innamorato. La situazione di crisi famigliare che il protagonista vive nella propria casa si contrappone al clima sereno che egli avverte quando varca la soglia della dimora di Rosemary. In quel luogo, Gabe scopre che la ragazza appartiene all’alta società newyorkese, essendo i genitori dei famosi produttori televisivi, oltre ad essere felicemente sposati. Inizialmente, Gabe non si preoccupa affatto del diverso ceto sociale che intercorre tra lui e Rosemary, e a ragion veduta: tante storie d’amore raccontano di un povero che è riuscito a far innamorare di sé una principessa.

Ma lo stupore e la meraviglia nell’accostarsi al mondo ovattato di Rosemary si perderanno nel momento in cui Gabe scoprirà che Rosemary, quanto prima, dovrà partire per il campeggio e successivamente lasciare Manhattan per iscriversi ad una scuola privata. Gabe dispone solamente di due settimane da poter trascorrere con la ragazza di cui si è invaghito. Un tempo maledettamente esiguo ma che, a undici anni di età, può comunque significare tantissimo.

Le giornate, per Gabe e Rosemary, passano velocemente, tra splendidi ed interminabili passeggiate al Central Park, e lunghe e faticosissime “traversate” da una parte all’altra di Manhattan, in sella ad un monopattino. Giorno dopo giorno, Gabe vive la più tersa felicità, quella che Luciano De Crescenzo descrisse come la “vera felicità”, la felicità assoluta, derivante dall’attesa. Ogni sera, Gabe pensa al giorno successivo, quando rivedrà Rosemary a Karate, quando potrà incontrarla per strada o passeggiare con lei fianco a fianco. E’ proprio questa la felicità più grande, la consapevolezza di rivedere la donna amata il giorno successivo, il pensiero, l’attesa dell’incontro che genera il piacere - avrebbe detto il De Crescenzo. Gabe, come ogni altro innamorato, prova euforia per tutto il tempo che va dalla prospettiva all’incontro effettivo. E’ forse questo l’amore? Un senso di felicità che domina lo spirito, che intrattiene la mente, che scatena l’emozione e rende l’attesa trepidante intollerabile. Chi può saperlo davvero!

Gabe, però, non è sempre pienamente felice. Alla gioia nel vedere Rosemary si mescola la malinconia, l’amarezza nel constatare che presto dovrà dirle addio. Le inquietudini, quindi, si moltiplicano in lui. Egli immagina, persino, un futuro non troppo remoto in cui Rosemary sarà “costretta” a sposare un altro uomo. Gabe giungerà appena in tempo in chiesa per gridare a squarciagola il nome del suo grande amore, così da impedirle di convolare a nozze con chi non può in alcun modo amarla come farebbe lui. Ma Rosemary riuscirà a sentirlo prima di pronunciare il fatidico “sì”?  In questo incubo vissuto ad occhi aperti, la donna non fa in tempo a voltarsi, a mostrare il proprio volto adulto, che subito Gabe torna alla realtà, cercando di concentrarsi sul presente, su ciò che ancora può vivere con Rosemary.

Quella del matrimonio immaginato è una scena divertentissima che fa il verso al celebre finale de’ “Il laureato”. Gabe mima le gesta del protagonista di quel film, che insegue disperatamente la sua amata prima che ella si leghi per sempre ad un altro. “Innamorarsi a Manhattan” è un film colto, bellissimo, ricco di intelligenti citazioni e scritto con garbo e attenzione nel caratterizzare i personaggi. Sono proprio i caratteri dei due innamorati a rendere i protagonisti tanto nitidi e sinceri da sembrare reali.

Nei suoi monologhi instancabili, Gabe affida tutte le proprie confidenze agli spettatori, sensibili custodi delle sue ansie, delle sue angosce, dei suoi patimenti. Per tutta la durata del lungometraggio, Gabe “trascrive” oralmente i suoi pensieri, le sue idee, le sue aspettative nonché le sue inquietudini ed oppressioni. I soliloqui da confidente del personaggio cardine della pellicola si tramutano nella voce di un narratore intimo, che legge il proprio diario da bambino ad alta voce. Gabe parla in maniera elegante, raffinata, si interroga su come poter conquistare Rosemary, come poter giungere all’anima di quella damigella. Parole inusuali, articolate e complesse per un bambino si susseguono una dietro l’altra ma sta proprio in questa unicità la pregevolezza del film. Gabe, scoprendo l’amore, ha smesso d’essere un bambino come gli altri, imparando in maniera repentina la ruvidità della maturazione. Gabe apprende istantaneamente, come per magia, un linguaggio preciso e distinto, accuratamente previsto dalla sceneggiatura per aumentare l’alone di comicità. Ascoltare i monologhi acuti, brillanti, intensi di Gabe ispira ilarità, dolcezza, nel vedere questo bambino che riesce ad esprimersi e a ragionare con la mente ed il cuore di un uomo adulto. E’ questo l’incanto che una bella dama può creare nel corpo e nella mente di un innamorato.

Sofisticata ironia, tanta tenerezza, dolcezza e persino una forte commozione sono tutti gli elementi che scaturiscono dal racconto e dal vissuto di Gabe il quale, tra situazioni tragicomiche, timori e preoccupazioni esterna, usufruendo delle sue intime riflessioni palesate vocalmente, facendo impallidire persino Woody Allen, tutte le gioie ed i dolori del primo amore. Gabe, infatti, non prova per Rosemary una semplice “cotta”, o un interesse romantico volto a disperdersi entro poche ore, ma un vero amore, un amore che lacera, ferisce, tortura, rende gelosi, instabili, ingenui e inguaribilmente “stupidi”.

Inizialmente, Gabe e Rosemary dialogano sulla crescita e la maturità, tema portante dell’opera stessa. Rosemary riporta una verità scientifica: le donne maturano prima degli uomini. Gabe non le crede, anzi è in fondo convinto che tutto, soprattutto la maturità, sia relativo. Chi avrà ragione tra i due?

I giorni passano e i due ragazzini sono sempre più legati. Scorrazzando insieme per tutta la città, stretti in una presa ed in sella ad un monopattino, Gabe e Rosemary divengono i ritratti giovanili e moderni di Gregory Peck e Audrey Hepburn, interpreti dei due innamorati di “Vacanze romane”, quando vagano per le strade di Roma a bordo di una leggiadra vespa. I quartieri, le vie, le strade, la natura verdeggiante e tutte le bellezze paesaggistiche di Manhattan fanno da cornice a questa delicata storia d’amore, mirando, silenziosi, l’amore e l’impacciato corteggiamento di un fanciullo nei riguardi della sua bella.

A Gabe restano soltanto pochi giorni per dichiarare a Rosemary il suo amore.  Così, una sera, trova il coraggio di prenderla per mano, e stringerla forte. Ella ricambia a sua volta la presa, e i due, poco dopo, si scambiano un breve ma intenso bacio. E’ questa la sostanza dell’amore, qui teneramente tratteggiata con l’innocenza dell’adolescenza. Tenersi per mano, un bacio lesto ma indelebile sono i modi con cui l’amore si manifesta nella sua forma iniziale, la più pura, la più sincera, la più bella.

Il giorno seguente quel primo ed unico bacio, Gabe ha un crollo nervoso. Torturato dalla paura di non essere stato bravo e paventando la possibilità che Rosemary non lo ricambi, il bambino cede alla crisi isterica, tra l’ironia e la tenerezza di chi sta seguendo la sua avvincente parabola. Oppresso dalle proprie titubanze, Gabe arriva, così, a cedere alla gelosia, a litigare con Rosemary e a scoppiare in lacrime nella sua cameretta invocando, disperatamente, il nome della ragazza. Comicità e profonda riflessione su questo straziante “dolore” patito dal piccolo si mescolano creando un affresco sensibile sul “dramma” dell’amore.

E’ in quella triste sera che Gabe comincia a covare l’idea che l’amore non conduce mai ad un esito positivo. Gabe, però, non si vuole dare per vinto, torna presto in sé e, pentendosi dei suoi sbagli, corre da Rosemary, incontrandola al matrimonio della zia. Rosemary indossa lo stesso vestito che aveva provato quel giorno quando la loro storia ebbe inizio, quel mattino in cui Gabe s’innamorò di lei. Guardandola dritto negli occhi, Gabe ha finalmente il coraggio di rivelarle tutto il suo amore. Rosemary, però, sebbene sia tanto affezionata al ragazzo, gli confida di non essere pronta per l’amore. Egli la implora di pensarci, ricordandole ciò che lei stessa aveva detto: le femmine maturano prima dei maschi. Eppure, Rosemary non si sente abbastanza grande per amare a sua volta. Gabe aveva ragione, anche se, in cuor suo, avrebbe preferito sbagliarsi, la maturità è davvero relativa. Lui era riuscito a crescere prima di lei, ad accettare il “tormento” dell’amore, Rosemary ancora no. Per loro sarà, dunque, un addio. Gabe e Rosemary si concedono un ballo nella sala, salutandosi, tristi, per l’ultima volta. “Innamorarsi a Manhattan” si conclude con una nota grigia, triste, lacrimevole. L’amore è finito, e Gabe lo sapeva. Gli amori, quelli più grandi, sono sempre destinati a finire.

Eppure, rientrando a casa, il ragazzo rivede i suoi genitori, giovani e sorridenti come un tempo. I due, osservando le peripezie del loro giovane figlio, hanno riassaporato il brio della loro giovinezza, riavvicinandosi e ricomponendo i resti, ancora ben saldi, della loro unità coniugale. Gabe torna a sorridere, sentendosi nuovamente sereno. Egli, pur ferito, torna a vedere il bicchiere mezzo pieno. Gabe, infatti, sa che la vita gli riserverà ancora tante sorprese e nuovi amori, ma nessuno di essi sarà mai il suo primo amore. Quello resterà sempre Rosemary. Di lei custodirà ricordi incancellabili, ciò che, sovente, resta di un vero amore.

"Rosemary e Gabe" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ma cos’è allora l’amore? E’ una malattia causata da un bambino crudele? Una manifestazione del dio più vecchio del nostro mondo? Oppure una forza che vive in noi, fuoriuscendo sin da quando siamo piccoli e ancora non del tutto coscienti? E’ molto semplice, in realtà. L’amore è sensazione, sentimento contrapposto e contraddittorio, esso è gioia e tristezza, innocenza e spontaneità, goffaggine e coraggio, è tutto ciò che ha sperimentato il giovane Gabe. L’amore si insinua in noi sin da bambini ed è lì che andrebbe analizzato, nella sua forma sentimentale più autentica ed inviolata.

L’amore fa star male e bene al contempo, esso è una rara forma di dolore, un dolore che non vanta definizione, che permane nel corpo e nell’anima e da cui non si può guarire. I dolori rammentano la debolezza di un corpo, rendono chiara la sua umanità, feribile la sua anima, ci rendono consapevoli di una verità assoluta: il non poter resistere soli, ma il voler appartenere a chi amiamo. Dolori come l’amore ci ricordano che siamo ancora vivi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Dinanzi a sé, egli tornò a rimirare la propria amata, la ballerina di carta dal viso di porcellana. Avrebbe continuato a contemplarla dal giorno alla notte se non fosse stato allontanato dal suo padroncino. Questi, senza un perché, lo prese in mano e lo gettò nella fornace. “Che disdetta” – disse il soldatino – “Questa volta, mia amata, morirò davvero”. Nella fornace egli si sciolse, ammirando ancora e sempre la sua adorata che, sospinta dal soffio del vento, lo raggiunse e con lui bruciò.

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Il soldatino in "Fantasia 2000"

“Il soldatino di stagno”, al pari de’ “La sirenetta” e de’ “La piccola fiammiferaia”, costituisce il massimo capolavoro letterario/fiabesco di Hans Christian Andersen. In questo racconto, il pensiero, la filosofia ed il sentimento dello scrittore danese affiorano con eloquente vivezza. L’amore non vissuto nella vita terrena, la sofferenza tollerata dalla postura statica e decisa, l’amore mai pronunciato ma esternato tramite lo sguardo corrisposto, il sacrificio, la morte, la successiva immortalità sono solo alcune delle tematiche universali evocate dal racconto di Andersen. La premessa di base della storia, vale a dire il concetto fondamentale dei giocattoli “vivi”, semoventi, in grado di provare emozioni, è stata fonte d’ispirazione per “Toy Story”, uno dei franchising cinematografici di maggior successo della Pixar. Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato, Rex e tutti gli altri giocattoli che dimorano nella cameretta del giovane Andy sono senzienti e quando smettono di essere osservati da occhi indiscreti riprendono a muoversi, a parlare, a ridere, a giocare e ad amare.

Woody, col suo viso fortemente espressivo, con i suoi occhi buoni, con la sua voce calorosa e garbata è il giocattolo più celebre di questo particolarissimo nucleo familiare. Egli è la guida, nonché il punto di riferimento della grande famiglia di pezza creata da Andy. Woody incarna uno sceriffo, un tutore della legge e dell’ordine, un “soldatino” che se ne sta perennemente sugli attenti, ad osservare e proteggere i propri amici. Un soldatino che, per l’appunto, s’innamorerà, a sua volta, di una “ballerina”, Bo Peep, la bambola di una pastorella.  Woody e Bo Peep rappresentano una possibile rivisitazione della storia d’amore tra il soldatino e la sua danzatrice; un rifacimento più lieto, meno travagliato e profondo della fiaba di Andersen ma ugualmente intenso e sentimentale. Come i due sfortunati amanti della fiaba anderseniana, lo sceriffo e la pastorella s’innamoreranno, ma verranno separati da un destino ingiusto.

Toy Story 4” inizia con un lungo ed emozionante flashback. E’ sera e fuori piove a dirotto. Woody balza sulla finestra e, scortato e sorretto dai suoi amici, si getta, senza remora alcuna, verso il cortile per soccorrere RC, la macchina giocattolo dimenticata da Andy. Tale scenario notturno richiama l’atmosfera della fiaba dello scrittore scandinavo. Fu proprio in un giorno di pioggia che il vento ghermì il soldatino, trascinandolo via nella fanghiglia. Un fato alquanto simile rischia di ripetersi per quanto concerne il povero RC, caduto preda dell’acqua piovana e della conseguente melma. Per fortuna, Woody riesce ad afferrare il suo amico giusto in tempo, e a condurlo in salvo. Proprio quando ormai il pericolo della separazione pareva essere stato scongiurato, Woody vede Bo Peep, inerte, venir presa e posta in una scatola, pronta per essere venduta ad un’altra famiglia. Woody non può far nulla per tenerla con sé, poiché essere ceduti è il fato a cui vanno incontro molti trastulli. Woody, il buon “soldato”, assiste così, impotente, all’addio della sua “ballerina”.

Molti anni dopo, l’uomo con la stella di latta sul petto ed i suoi amici appartengono a Bonnie, una timida bambina che li tratta con affetto e con riguardo. Bonnie gioca quotidianamente con i suoi giocattoli e, come ogni altro bambino, ha i suoi preferiti. Se Buzz e Jessie continuano ad essere usati dalla piccola in maniera costante, Woody, invece, finisce spesso per venire dimenticato nell’armadio. Ciò, però, non muta l’affezione che lo sceriffo nutre nei confronti della sua padroncina.

Il giorno in cui Bonnie comincia a frequentare l’asilo, spaventata e intimidita da questa nuova esperienza, Woody decide di accompagnarla in gran segreto, celandosi nel suo zainetto. Bonnie è molto introversa e decisamente insicura, per tale ragione fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Per aiutarla a sentirsi meglio, Woody le porge, senza che lei se ne accorga, dei pastelli colorati ed altri oggetti cavati dal cestello dall’immondizia. Con essi, Bonnie crea “Forky”, un balocco nato da una forchetta di plastica. Bonnie riversa su Forky tutto il suo amore e le sue sicurezze.

Durante il ritorno a casa, Woody, con estrema meraviglia, scopre che anche Forky ha acquisito una grande vivacità. Forky, però, non comprende lo scopo per cui è stato plasmato da Bonnie: essere un giocattolo. Per tutta la notte, questi cerca di sfuggire alla dolce “presa” della sua padroncina per tornare nella spazzatura, venendo sempre agguantato da Woody. Per tutta la notte, il cowboy resta prudente ed accorto per far sì che Forky non abbandoni la sua Bonnie.

Perché ti importa così tanto?” – domanda Buzz al suo vecchio amico.

Perché è l’unica cosa che posso fare…” – confessa Woody.

Lo sceriffo non è più il giocattolo preferito del suo bambino. Bonnie non è Andy, non ama ricreare gli scenari del vecchio west, quei luoghi polverosi ed aridi in cui Bo Peep finiva sempre per interpretare la classica damigella in pericolo e il cowboy il valoroso eroe che l’avrebbe tratta in salvo. Woody sente di non essere più importante come un tempo, non ha mai smesso di pensare al suo amico più caro, Andy, e, non potendo espletare i suoi compiti da giocattolo, cerca almeno di farsi trovare pronto, d’essere utile nel preservare a qualunque costo l’animo puro ed innocente della sua padroncina. Dopotutto, Andy, poco prima di congedarsi dai suoi giocattoli, aveva confidato a Bonnie una verità immutata: Woody, qualunque cosa accadrà, non volterà mai le spalle ad alcuno. Lo sceriffo, come un soldatino fedele al suo credo, seguita, infatti, a non dare le spalle alla sua adorata famiglia e alla sua premurosa bimbetta, vegliando su di lei dal sorgere del sole sino al tramonto inoltrato.

Woody vuol continuare a mostrare la propria lealtà, non vuol diventare un giocattolo dimenticato, smarrito, così sceglie di vigilare senza sosta su Forky, un giocattolo privo di un’identità ancora ben definita. La novità più grande introdotta dal quarto film di “Toy Story” riguarda proprio questo bislacco e capriccioso gingillo. Forky non è un trastullo come gli altri, non è nato in fabbrica, non è stato realizzato in serie, non possiede gadget e altrettante peculiarità adatte al gioco per l’infanzia. Forky è stato assemblato dalla fantasia di una frugoletta, è stato creato per essere molto più di ciò che dà a vedere; eppure lui non può rendersene conto semplicemente perché, generato da resti e avanzi, non ha una concezione specifica su cosa sia e cosa debba fare.

Spetterà proprio a Woody il compito di spiegare qual è il “dovere” di un giocattolo: far divertire il proprio fantolino. Forky è un abbozzo, un’accozzaglia, non è un vero oggetto ludico ma poco importa. Un giocattolo può essere tale anche se non lo è davvero, poiché spetta all’immaginazione e al cuore di un bambino infondere in esso le qualità principali che fanno di lui un “ninnolo”. Forky, tuttavia, sarà duro d’orecchi e, inizialmente, non ascolterà i consigli di Woody. Quando la famiglia di Bonnie partirà per un viaggio, Forky ne approfitterà per scappare ma Woody non si darà per vinto e si lancerà al suo inseguimento. Una volta ritrovatolo, Woody insegnerà a Forky che l’amore incondizionato di un bambino è quanto di più bello possa ricevere un giocattolo. Forky, allora, si convincerà a tornare da Bonnie, non riuscendo più a immaginare la sua vita senza la vicinanza della sua creatrice. Ma un giocattolo può vivere senza l’affetto di un infante? Qual è lo scopo esistenziale di un balocco? I giocattoli servono per dilettare i piccini, se restassero soli, riuscirebbero a vivere felici senza patire la loro mancanza? I giocattoli possono vivere… liberi?

Woody, nel corso di questa avventura, ammette che se non si fosse occupato costantemente di Forky, la sua “vocina” interiore lo avrebbe tormentato. Buzz, ironicamente, scambia questa presunta “voce” per le consuete registrazioni vocali che alcuni giocattoli hanno tra i loro sintetizzatori vocali. Lo Space Ranger, allora, chiederà, di volta in volta, consiglio al suo “io interiore”, pigiando i pulsanti incastonati nella sua tuta spaziale per udirne i suggerimenti. Invero, la voce a cui Woody fa riferimento, corrisponde a qualcosa di più profondo e di più personale. Woody sta attraversando un periodo di forte crisi in questa quarta avventura. Egli patisce il peso della dimenticanza e teme di finire obliato. Woody si è sempre considerato un giocattolo fedele, non si è mai chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse più stato “adottato” da una famiglia e da un bambino. Cosa gli avrebbe suggerito la sua voce interiore se ciò fosse accaduto realmente? Si sarebbe sentito in colpa se avesse iniziato una vita indipendente, da giocattolo libero?

A proposito di "voci", quella di Fabrizio non la scorderemo mai...
Qui potete trovare il nostro omaggio a Fabrizio Frizzi. Dipinto di Erminia A. Giordano

Tale, intima “voce” che alberga nell’animo dei giocattoli è molto più importante di quanto si possa intuire. Essa rappresenta la “coscienza”, il pensiero, la morale di ogni giocattolo che corrisponde alla medesima coscienza umana. Tuttavia, i giocattoli hanno realmente una voce caratteristica che può attrarre ancor di più l’attenzione dei piccini. Woody ha un sintetizzatore vocale nuovo di zecca, Gabby Gabby, una bambola che lo sceriffo incontrerà in un negozio di antiquariato, ha il riproduttore vocale a cordicella danneggiato e crede fermamente che per tale menomazione nessun bambino voglia giocare con lei. Se Gabby Gabby potesse riacquisire il suono della sua cordicella potrebbe riottenere una famiglia con cui vivere. Woody, anche in questo caso, darà ascolto alla sua voce e farà quanto dovrà per aiutare Gabby Gabby. Ogni desiderio, ogni gesto altruistico, parte sempre dall’interno: è ciò che il quarto capitolo di “Toy Story” vuol ricordarci. Tutti noi dovremmo fare come fanno i giocattoli e dare più spesso ascolto al nostro “io”, alla nostra sfera emotiva. L’altruismo, la generosità, nascono sempre dalla saggezza proveniente dall’interno.

Durante la sua disavventura nel mondo esterno, Woody raggiungerà un parco giochi e, fingendosi privo di vita, verrà raccolto da un bambino che, nell’altra mano, regge a sé l’aggraziata bambola che raffigura una pastorella. Restando silenti, inanimati, impassibili, Woody e Bo Peep, il soldatino e la ballerina, rincrociano i propri sguardi.  Sarà proprio Bo Peep a prendere per mano Woody, a guidarlo sino ai cespugli più vicini per sottrarsi alla vista dell’uomo. Woody riabbraccia la sua cara amica, riscoprendola sotto una luce molto diversa. Bo Peep adesso vive sola con le sue pecorelle, nel grande Luna Park. Ella è divenuta una damigella forte, indipendente, ardimentosa ed intrepida. Grazie all’aiuto di Bo Peep, e al pronto intervento di Buzz, Woody riuscirà a riportare Forky da Bonnie, a salvare Gabby Gabby, offrendole il proprio sintetizzatore vocale, e a riunirsi con tutti i suoi amici per un arrivederci.

Toy Story 4” è una pellicola emozionante, bellissima, colma di spunti commoventi, di sequenze catartiche e attimi profondamente sensibili e intelligenti. Il quarto episodio della serie è completamente incentrato sulla figura del cowboy gentile, unico e vero mattatore della vicenda. A lui è dedicata quest’ultima tappa, quest’ultima evoluzione. Woody ha trascorso tutta la propria vita a prendersi cura dei suoi amici. Egli è rimasto tenacemente sugli attenti, custodendo coloro a cui voleva bene, proteggendo i suoi compagni e i suoi padroni da ogni pericolo, da ogni avversità, da ogni cattiveria. Adesso, però, è giunto il momento che lo sceriffo rompa le righe, smetta di restare sugli attenti e viva il futuro di cui più ha bisogno.

Andy è ormai cresciuto, Bonnie starà bene, e, cosa più importante, la famiglia di giocattoli di Woody è pronta a vivere al sicuro senza più la sua leadership. “Toy Story 4” racconta il congedo di un valoroso soldatino, il ritiro di uno sceriffo senza macchia, di un eroe coraggioso che ha sempre messo il bisogno degli altri al di sopra del proprio.

Buzz, il più sincero dei suoi amici, è il primo a capire il profondo desiderio di Woody. Sarà proprio lo Space Ranger a convincere il cowboy a compiere questo passo finale.

Bonnie starà bene” – sussurra Buzz allo sceriffo.  La bimba non avrà più bisogno del suo sacrificio.

"Buzz Lightyear" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Buzz porge la mano al suo grande amico e i due si salutano un’ultima volta. Questa magica storia di amicizia cominciò molti anni prima, quando un piccoletto ricevette in regalo un nuovo pupazzo: un astronauta dal sorriso fanfarone, dal colore acceso e dalla tuta fosforescente. Questi arrivò in cameretta in punta di piedi ma, senza volerlo, aveva già scavalcato le gerarchie, superando colui che fino ad allora era il giocattolo più rappresentativo. Woody non avrebbe dovuto prendersela più del dovuto, dopotutto quale marmocchio non avrebbe donato tutte le sue attenzioni ad un Buzz Lightyear? Buzz sapeva volare, sì insomma cadere con stile, sparare un potentissimo raggio laser, Woody, dal canto suo, doveva ancora liberarsi del serpente che si intrufolava di soppiatto nel suo stivale.

Eppure, il cowboy non poté accettarlo facilmente e provò, nei confronti di questo “dannato” ranger dello spazio, una grandissima gelosia. Ripensare al giorno in cui Buzz irruppe nella vita di Woody mutandola decisamente, adesso che tutto volge al termine, crea un sapore agrodolce. Da avversari e perfette controparti, i due divennero amici inseparabili. Ciò che una volta sembrava così importante, essere il giocattolo prediletto, divenne, sin dalla prima peripezia, una questione di blanda importanza. Quello che contava davvero per Woody e per Buzz era restare insieme, mantenere unita la famiglia dei giocattoli. Ma ora questa missione è finita, ultimata con successo. Woody cederà il suo cappello, donerà la sua stella a Jessie e abdicherà in favore di Buzz, colui che d’ora in poi dovrà vigilare sui giocattoli che portano, sotto i loro piedi, il nome di una tenera piccola.

"Arrivederci, sceriffo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Woody aveva perduto la sua Bo Peep molto tempo prima, adesso non la smarrirà mai più. Ancora una volta, lo sceriffo ha dato ascolto alla sua coscienza e alla voce del suo amico spaziale. Woody non ha più la cordicella sulla sua schiena, non potrà più udire i suoi tipici detti registrati ed impressi su di un nastro di memoria, ciononostante la voce del suo io rimbomba ancora forte e chiara, suggerendogli che il momento per dire addio è giunto e che, finalmente, può vivere la propria vita liberamente con colei che ama. Woody si volterà e abbraccerà la sua Bo Peep. Darà le spalle ai suoi “fratelli” soltanto per un istante. Egli non li dimenticherà, così come non li abbandonerà mai davvero, serbando i ricordi dei loro volti per sempre nel suo cuore.

Lo sceriffo non starà più sugli attenti. Woody trascorrerà il proprio avvenire con Bo Peep. Il soldatino, infine, riuscirà nel suo sogno: prendere in moglie la sua ballerina.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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