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"Haley Keller" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un ultimo respiro profondo, poi giù in acqua. Haley chiude gli occhi, protrae il suo corpo in avanti e si tuffa. Nuota rapidamente, con tutte le sue forze, dà bracciate veloci che solcano l’azzurro chiaro della piscina. Di tutta fretta raggiunge il bordo. La prima vasca è finita ma ne manca ancora una. La parete, sfiorata dai suoi arti, la sospinge per l’ultimo sforzo. Haley sguazza, lesta, sino al traguardo ma il suo “passo” incalzante non basta. Per qualche centesimo di secondo, la gara di nuoto viene vinta da un’avversaria, e ad Haley non resta che incassare l’ennesimo smacco. Fuoriesce, allora, dall’acqua, l’elemento in cui riesce ad essere a suo agio, agile e leggera, e riguadagna il suolo, la “terraferma”, l’elemento in cui riemergono le sue frustrazioni, i suoi affanni, le sue amarezze.

Haley sa come incamerare le sconfitte. Ella è caduta molte volte ma ha sempre trovato il modo di rialzarsi, di riemergere dal fondo, di ricominciare ed accettare un’altra sfida. Ma le delusioni, adesso, cominciano ad essere troppe. I suoi genitori si sono separati da tempo, Haley non può più frequentare suo padre, vede la sorella di rado e non riesce a imporsi come vorrebbe nella vita di tutti i giorni. Come poter trovare le energie residue per andare avanti, riprovare e tornare a solcare l’acqua?

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Haley pratica il nuoto sin da bambina, ma a lei questo sport non è mai piaciuto. Il padre insistette tanto affinché si esercitasse. Egli vedeva in lei un talento naturale, una sorta di predisposizione innata. La ragazza cominciò, allora, a cimentarsi nelle competizioni agonistiche, più per soddisfare le aspettative del genitore che per altro. Ad onor di cronaca, Haley è davvero una grande nuotatrice, deve solo perseverare nei suoi allenamenti, ed ha un’attitudine a non scoraggiarsi, a non arrendersi mai. Il suo rapporto con l’acqua è tutt’altro che idilliaco. Per lei, essa ha sempre rappresentato una dimensione con cui doversi confrontare, uno spazio in cui dover primeggiare, sopravvivere, lottare per avere la meglio sugli altri, un regno dove testare le proprie abilità, mettere alla prova il proprio coraggio, una realtà da fronteggiare per oltrepassare i propri limiti. 

Il padre è solito sussurrarle all’orecchio che lei è una “superpredatrice”, nobile ed elegante come un’aquila, agile come un felino, tacita come un rettile acquatico. Haley, però, non si è mai sentita tale, e non ha mai pensato a se stessa come ad una “divoratrice”, una cacciatrice che potesse ingurgitare e spazzare via i propri avversari. Lei sa soltanto di essere una “tosta”, una “perdente” che non conosce resa.

Una volta raggiunto lo spogliatoio, a seguito dell’ultima gara di nuoto disputata, Haley viene a sapere che un uragano di categoria 5 è in rotta di collisione con la Florida. La ragazza, preoccupata per le sorti del padre, decide di raggiungere la sua abitazione a Coral Lake. Col trascorrere delle ore, la tempesta infuria sempre più, e la pioggia scende copiosa come un torrente inarrestabile. Haley ignora le avvertenze della polizia, e arriva sino a destinazione. Entra e si porta in prossimità del seminterrato della dimora. E’ lì che scorge il padre ferito e privo di sensi, e lo rinviene. Poco dopo, Haley si accorge di non essere sola: dall’oscurità emergono due grandi alligatori, intrufolatisi in casa attraverso un canale di scolo, a seguito della violenta perturbazione abbattutasi in quel luogo.

Haley trascina il corpo del genitore in una zona sicura, salvo poi rendersi conto d’essere rimasta prigioniera. L’acqua che precipita incessante sta invadendo l’abitazione e gli alligatori hanno, oramai, imposto il proprio dominio su di essa, attendendo con predatoria pazienza. Ad Haley non spetta che sostenere, in acqua, la sfida più ardua per la propria sopravvivenza.

Il lungometraggio “Crawl – Intrappolati”, prodotto da Sam Raimi, si svolge interamente in una casa in cui i protagonisti devono far fronte alle proprie paure e ad alcune indomabili “forze oscure” che tenteranno di annientarli. Questa premessa narrativa di base risulta essere simile a quella di uno degli horror più famosi diretti proprio da Raimi: “Evil Dead”, ovvero “La casa”. “Crawl” è un thriller estivo valevole, dal ritmo febbrile e colmo di attimi di tensione.

Sin dall’inizio, l’opera filmica effettua un rovesciamento delle parti per quanto concerne i tipici rapporti gerarchici tra i personaggi di una pellicola a carattere avventuroso e di genere “survival”. In “Crawl” è la figlia a prendersi cura del padre e non il contrario, esaltando costantemente la forza e l’audacia femminile incarnati dalla protagonista. Haley è una ragazza coraggiosa, che avverte ma domina il terrore, una “bambina” rimasta schiacciata dalle speranze del proprio papà, e, pertanto, cresciuta troppo in fretta. Ella è ancora profondamente legata alla figura del genitore, colui che non ha mai voluto deludere. Dave, il padre di Haley, ha riposto un peso e una responsabilità fin troppo esagerati sulle spalle della figlia, aumentando, senza volerlo, le sue ansie e le sue insicurezze. Ciononostante, la voglia di non arrecare insoddisfazione nel cuore del papà ha portato Haley ad accrescere la propria determinazione nel non cedere al dolore, un fattore caratteriale, quest’ultimo, che permetterà ad Haley di restare in vita. La drammatica esperienza che Haley e Dave vivranno insieme, intrappolati a Coral Lake, permetterà loro di riavvicinarsi e ricominciare da dove si erano separati con una maggiore comprensione delle rispettive volontà. 

I coccodrilli sono creature straordinarie. Essi possono vivere sia sulla terraferma che in mare, dominando, così, due elementi del creato: la terra e l’acqua. Quando giacciono sommersi, i coccodrilli sono quasi invisibili ad occhio nudo, poiché sfruttano l’acqua torbida per mimetizzarsi. Essi emergono all’improvviso, con le fauci schiuse, afferrando qualunque cosa ci sia in superficie. Tali creature celano in sé l’istinto, la forza e l’adattamento di milioni di anni. I coccodrilli sono, infatti, esseri antichissimi, comparvero nel Cretaceo superiore, e tutt’oggi popolano il nostro mondo come dei veri e propri dinosauri perdurati, fossili viventi che hanno evitato l’estinzione patita dalle altre specie di animali che, milioni di anni or sono, regnavano incontrastati sul globo terrestre. Animali misteriosi, affascinanti, elusivi ed inquietanti, i coccodrilli si esprimono attraverso ruggiti feroci ma anche tramite sibili lievi, versi del tutto indecifrabili e indescrivibili. Essi hanno la parvenza d’esser freddi ed austeri, cruenti e impietosi, versano lacrime che noi umani giudichiamo non altro che false espressioni di tristezza, pianti di puro disinteresse. Questi rettili giganteschi e possenti, dotati di una scorza spessa come una corazza, testimoniano il raggiungimento di uno stadio dell’evoluzione perfetta. Essi incarnano il passato, la preistoria, e permangono, da allora, inalterati nell’aspetto e nel comportamento. Il coccodrillo ha un morso devastante, il più potente del regno animale. Tali bestie feroci, stando al ruolo che adempiono nella pellicola, vengono descritte come macchine perfette portatrici di morte.

Gli alligatori del film, che irrompono nella casa della protagonista, che invadono il suo spazio vitale, nuotando, trasportati dalla corrente che ha allagato l’intero edificio, rappresentano la ferocia di un mondo primordiale, l’efferatezza di un’era arcaica, la brutalità di un mondo selvaggio e, soprattutto, la famelica violenza della preistoria che sconfina, riversandosi nella modernità che viene, a sua volta, personificata dalla dimora di Haley. L’abitazione, flagellata dai marosi ed espugnata dagli alligatori, evoca la bellezza del presente deturpata dalla forza di un passato affamato, pronto a fagocitare con veemenza l’attuale, l’odierno. Nella situazione di emergenza, nella catastrofe, Haley riscopre la solitudine, l’amarezza di una società ridotta allo stato primitivo dalla violenza delle inondazioni, una società, per l’appunto, in cui l’uomo deve lottare con gli animali feroci per la propria sopravvivenza e incolumità.

Crawl – Intrappolati” è un viaggio a ritroso nel tempo, una discesa vertiginosa nell’avvenuto, dove l’antichità evocata da questi particolari dinosauri, i coccodrilli, che procedono, tuttora, con il loro maestoso ed inquietante incedere a nuotare tra le acque, si scontra con la nostra epoca rappresentante il progresso; un progresso che la furia punitiva della Natura può presto trasformare in regresso. 

"Crawl - Intrappolati" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella sua tragica disavventura, Haley vivrà, con l'acqua, il confronto più disagevole della sua esistenza e riuscirà a prevalere. Sarà la resistenza, il desiderio di non cedere, a portarla in salvo. La volontà di non demordere, di non capitolare, di non rassegnarsi sono le caratteristiche più lodevoli di questa giovane donna che, una volta domato il passato, convoglierà in sé l’impavidità di guardare al futuro.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Casper e Kat" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

C’era una volta un buffo esserino che viveva in un maestoso castello. L’antico maniero era stato edificato su di una rocciosa prominenza, e volgeva verso una sterminata distesa azzurra. Poco distante, su di un isolotto prospicente, svettava un grande faro che, quando il sole moriva ad ovest e la luna splendeva alta nel cielo, regalava ai naviganti la sua intensa luce. In quelle notti, se qualcuno avesse rivolto il proprio sguardo alla sommità del faro, con ogni probabilità, avrebbe potuto mirare una creaturina dall’epidermide nivea, seduta su di esso, tutta assorta a rimirare l’orizzonte. Nessuno, però, osò mai tanto e tale entità non venne mai scorta.

Nei pressi dell’imponete castello di Whipstaff, vigeva un costante silenzio. Erano pochi coloro che avevano l’audacia di avvicinarsi. Da oltre un secolo, le voci nella cittadina si erano sparse ed erano state tramandate. Whipstaff veniva considerato un posto maledetto, alla stregua di un edificio infestato.  Ed era vero!

Laggiù, in quella reggia abbandonata, dimorava una creatura dell’aldilà, chiamata Casper. Costui non ricordava affatto chi fosse. I ricordi erano svaniti già da molto tempo e, forse, non sarebbero mai più tornati.

Casper aveva un aspetto decisamente particolare. La sua testa era canuta e liscia, così tonda da somigliare ad una lucciola dal fulgido raggio. Le gote erano paffute, ed i suoi occhi, vivaci e buoni, apparivano sormontati da sopracciglia nere, irte come setole, però tanto sottili che parevano essere state tratteggiate con dei tocchi di matita. La pelle era bianca, evanescente come neve prossima a sciogliersi, ed il suo corpicino era pienotto, allungato e alquanto trasparente, tant’è che chiunque, osservandolo, avrebbe potuto vedere oltre lui. Sì, proprio così, attraversarlo con lo sguardo.

Di giorno in giorno, Casper svolazzava solo soletto da un angolo all’altro della sua casa. Non aveva molti amici, beh, ad essere del tutto sinceri, non ne aveva neppure uno. Nel mondo, sono poche le persone che desiderano essere amiche di un fantasma, e Casper lo sapeva. Ogniqualvolta si presentava al cospetto di un essere umano, questi urlava terrorizzato, per poi fuggire via a gambe levate. Casper non voleva spaventare nessuno, ma non aveva neppure il tempo di spiegarsi. Così, anno dopo anno, se ne restava in solitudine.

Molti anni prima, nella dimora dell’introverso fantasmino, si erano insediati i suoi zii, tre pestiferi ectoplasmi dai nomi alquanto stravaganti: Molla, Puzza e Ciccia. Il primo era uno spilungone stiracchiato, la cui corporatura era paragonabile a quella di uno stecco. Il secondo era tarchiato e goffo, e veniva chiamato in quel modo per via del suo alito fetido, ammorbante come quello di un mostro antichissimo dalle molteplici teste, pronte a ricrescere non appena mozzate. Il terzo, come l’appellativo soleva anticipare, era ampio, voluminoso, insomma, un debordante ciccione.

Molla, Puzza e Ciccia costituivano un lugubre trio d’inseparabili amici. Erano dei veri mattacchioni, inarrestabili, buzzurri e irriverenti. Casper li aveva accolti nella sua dimora per avere compagnia, sperando, in cuor suo, di ricevere qualche affettuosa premura. Purtroppo, però, gli zii erano soliti trattare male il povero padrone di casa, finendo per isolarlo ancor più dal mondo esterno nei successivi, interminabili, decenni.

Molti anni dopo, la perfida Carrigan Crittenden eredita, dal defunto padre, il castello di Whipstaff. Il padre di Carrigan, consapevole del carattere insensibile e avaro della figlia, scelse di devolvere gran parte delle proprie ricchezze a numerose associazioni per la salvaguardia delle specie di animali a rischio estinzione. Proprio alla figlia, come gesto punitivo, volle lasciare il castello stregato. Nel testamento, dopo aver sancito le laute somme di denaro destinate alla protezione della vespa della Patagonia, del puma, dei babbuini, delle lucertole e dei serpenti, ironicamente, venne scritto il nome di Carrigan, quale ultima ereditiera di Whipstaff. Carrigan fu nominata subito dopo i rettili striscianti e non a caso. Ella, del resto, era velenosa come una serpe subdola e ripugnante.

Carrigan si convince che Whipstaff nasconde un tesoro inestimabile e, una notte, decide d’avventurarsi nell’inespugnabile fortezza, accompagnata dal fido Dibs, scoprendo che essa è effettivamente “occupata”. La presenza di Casper e del Trio Spettrale non fa desistere Carrigan dai suoi propositi. L’arcigna signora contatta un esorcista, in seguito un vero e proprio acchiappafantasmi e, infine, una banda di demolitori nel disperato tentativo di sfrattare gli occupanti. I vari tentativi falliranno malamente, e tutti scapperanno di gran carriera!

Casper, tutte le volte, non fa che rimanere solo, disperandosi.

Io vorrei solo avere un amico” – mormora il fantasmino, malinconicamente.

Quella stessa sera, l’ectoplasma dovrà, però, ricredersi. Facendo zapping in tv, Casper vede un servizio dedicato al dottor James Harvey, sedicente medium in grado di parlare con i fantasmi e di comprendere ciò che li tormenta. Tutti gli spiriti, secondo Harvey, sono creature sofferenti, intrappolate sulla Terra per delle faccende rimaste insolute. Harvey si dice convinto di poter dialogare con un’anima non ancora trapassata, aiutandola a superare le questioni irrisolte e a passare oltre. Incuriosito dal servizio televisivo, Casper volge la propria attenzione al piccolo schermo, notando, a quel punto, la bellissima Kathleen, figlia del dottor Harvey. Casper, vedendola, cede ad un’espressione intenerita, come invaghito istantaneamente della fanciulla dai lunghi capelli corvini. Casper, allora, capirà: non è più l’amicizia che vuole, bensì l’amore.

Così, il fantasmino, sfruttando le proprie abilità, fa in modo che Carrigan intercetti lo stesso programma televisivo e contatti il dottor Harvey per offrirgli l’incarico di raggiungere il castello di Whipstaff e disinfestarlo. Il piano ben congeniato dal mite fantasma per incontrare Kat, la ragazza di cui si è innamorato, si compie.

Kat, come lo stesso Casper, si sente sola. Il bizzarro lavoro del genitore la obbliga a gironzolare da una città all’altra. La ragazza, pertanto, fatica a stringere amicizia con i suoi coetanei. Anch’ella, durante il tragitto verso l’abitazione, afferma di voler trovare un amico, mostrando, in tal modo, di nutrire il medesimo desiderio del fantasma.  Due esseri infelici e soli, separati da piani dell’esistenza profondamente diversi, sono prossimi ad incontrarsi.

Kat ha perduto la propria mamma. Da allora, il padre ha impiegato ogni sforzo nel vano tentativo di ritrovare l’anima della sua sposa. Harvey è, infatti, persuaso che lo spirito della moglie stia ancora vagando sulla Terra. Nella stessa notte in cui Kat giunge al castello, Casper si manifesta dinanzi alla giovane, scatenando la sua prevedibile reazione. L’indomani, però, la fanciulla e lo spirito hanno modo di scambiare qualche parola e, col passare del tempo, di diventare amici.

Sin da subito, Casper cerca d’instaurare un rapporto sincero e confidenziale con la dolce Kat, affrontando tutti i limiti dovuti alla sua particolare situazione. Il fantasma allunga la propria mano nell’ingenuo tentativo di toccare quella della fanciulla, ma l’essenza di Casper è sfumata; egli è incorporeo, pertanto non può accarezzare la ragazza, può a stento sfiorarla, passarci attraverso, provare la fugace illusione di sentirla poco a poco.

Casper non possiede epidermide alcuna, egli è una sostanza astratta, fluttuante, limpida come acqua che svela, cristallinamente, ciò che in lei si cela, non è altro che una sensazione, un formicolio perenne che avvolge un corpo perpetuamente addormentato. Casper non è e non potrà mai essere un amico come un altro, tanto meno un possibile “fidanzato” per Kat. Eppure, egli prova per lei un amore impossibile da attenuare: l’amore vero, illusorio, vano, che viene percepito, nutrito, coltivato sempre di più, sebbene vi sia la consapevolezza che non potrà mai essere pienamente vissuto. Casper prova nei riguardi di Kat un amore platonico, un sentimento che non può essere dimostrato neppure tramite un’impercettibile carezza. Casper non può trasmettere il calore del suo cuore, poiché egli è freddo, gelido come un inverno inoltrato.

Pur apparendo allegro, simpatico, sorridente, Casper cova i dolori di un adolescente che non diventerà mai adulto. I sogni, le aspettative, le ambizioni ed i timori che il piccolo Casper sente per tutti i secondi in cui il suo sguardo viene ricambiato dagli occhioni della bella Kat, coincidono con gli stessi desideri, le medesime paure e insicurezze di qualunque altro ragazzo. Sebbene il fantasma vaghi sul piano dei mortali da cento anni, egli è rimasto eternamente ancorato all’età che aveva quando morì. Casper ragiona e pensa come un dodicenne. Egli soffre l’isolamento, l’emarginazione, patisce l’apprensione di non piacere al prossimo; timori, questi ultimi, avvertiti e, a stento, tollerati da altrettanti fanciulli della medesima fascia di età. I ragazzi e le ragazze che lentamente si affacciano al mondo, crescendo, attraversano la fase in cui temono di non essere accettati, di venire allontanati, di non essere ricambiati da coloro di cui s’innamorano, arrivano ad avere il terrore d’essere persino derisi per qualche “imperfezione” fisica o per qualche “difetto” palesatosi sul volto.

Casper è destinato a non superare mai queste problematiche, poiché non potrà crescere come un qualunque mortale. Il suo aspetto non cambierà mai con la maturazione, le sue insicurezze non svaniranno con l’età adulta. Egli è prigioniero di una stasi perpetua, una triste condizione che soltanto la presenza di Kat può alleviare. Casper non vuole più trovare un amico, da quando ha visto Kat ha scoperto l’amore, un sentimento che, dopo oltre un secolo, avverte per la prima volta. Contemplando e deducendo il desiderio di amare di questo fantasma, è possibile recepire la morale più profonda della storia di “Casper”: la voglia di vivere di un’anima defunta.

Il magico e bellissimo lungometraggio di Brad Silberling, inscenando l’incontro tra Casper e Kat e mostrando la progressione della loro storia, sino alla scoperta delle origini del fantasma, evoca tematiche sentimentali, sensibili e commuoventi, senza mai far sì che esse coprano il divertimento, o che affievoliscano la vena fantastica e beneaugurante di una storia rivolta a tutta la famiglia. La pellicola “Casper” è un’opera frizzante, piacevole, allegra ma molto più profonda di quanto si possa intuire da bambini. La bellezza di Kat e la dolcezza che ella trasmette ad ogni suo sguardo rubano il cuore di Casper, facendogli provare qualcosa che aveva smesso di sentire: la propria umanità.

Kat, interpretata splendidamente da Christina Ricci, meravigliosa e straordinaria attrice sin dalla più tenera età, iconica in qualunque ruolo abbia interpretato in carriera, è il personaggio che avvicina Casper a riscoprire la sua umanità obliata, il suo avvenuto andato smarrito. E’ grazie a lei e all’amore che è riuscita a svegliare nel cuore del fantasma che Casper riscopre chi fu molti anni or sono.  La capacità di amare, di affezionarsi, la brama di voler tenere con sé la donna amata sono tutte caratteristiche che rendono il fantasma del tutto simile ad un essere umano dal cuore che batte.

La storia di questo minuto fantasmino è una storia d’amore, di un amore reale, tangibile, ma impossibile da compiersi. Eppure, Casper non vuole arrendersi. Egli non accetta facilmente di non poter accompagnare Kat alla festa di Halloween che la stessa ragazza ha organizzato al castello. Casper sa di non essere come gli altri ragazzi, di non potersi riflettere allo specchio, di non poter apparire in pubblico senza scatenare un’isteria di massa e di non poter toccare la giovane e danzare con lei. Tutto questo, però, non lo fa demordere. Casper tenta, allora, di stupire Kat, invitandola a volare con lui. Volteggiando su nel cielo, a sera inoltrata, lo spiritello conduce Kat sulla sommità del grande faro, meta in cui Casper si reca tutte le notti.

Lassù, Kat domanda all’amico qual era il suo aspetto nella vita trascorsa. Casper ammette di non ricordarlo più. Le sue reminiscenze sono state obliate dalla morte, dileguate dall’inesorabile scorrere del tempo. La sua mente, svuotata da ogni memoria, somiglia allo stesso mare buio che Casper ammira ogni notte da quell’altura. Non vi è nessuna luce a dissipare l’oscurità di Casper, nessun riverbero ad illuminare il suo passato che permane nel buio.

Intristita ed intenerita, Kat decide d’essere lei stessa “il faro” di Casper, di portare un albore nella sua vita per schiarire il suo passato. Quando rientrano a casa, Kat, distesa sul letto, chiede allo spirito se, a suo dire, vi sia la possibilità che Amelia, la mamma della ragazza, abbia potuto dimenticarla. Casper, rincuorandola, risponde di no, poiché è impossibile dimenticare una figlia che è stata tanto amata. Casper, librando sul corpo addormentato di Kat, sente finalmente di avere vicino a sé una persona che gli possa voler bene. Il fantasma avvicina il proprio volto innocente alle orecchie della fanciulla, sussurrandole: “Posso tenerti con me?”. Una richiesta accennata appena, mormorata sommessamente, che attesta il bisogno di Casper di tenere con sé la giovane per sentirsi vivo. Casper, essendo un fantasma, non può afferrare le cose e stringerle a sé per un tempo duraturo. Inconsciamente, egli teme che Kat, a cui si è legato in maniera incondizionata, possa sfuggirgli via, allontanarsi per non tornare più. Casper non può lambirla, non può neppure abbracciarla e, per questo, domanda, quasi implorandola, se possa tenerla con sé, sebbene sappia di non poterla mai avere davvero. Casper non può reggere nulla con le sue quattro dita, sono soltanto le sue parole, le sue domande a poter convincere Kat a restare lì, nel suo letto, vicino a lui. “Posso tenerti con me?” significa non altro che “Posso amarti?”.  Posso amarti sebbene non possa stare con te?

Casper, poco dopo, prova a dare all’amica un bacio, accostando le sue labbra sulla guancia di Kat, ma ella avverte immediatamente il freddo della sua presenza, scambiandolo per fresca brezza proveniente dalla finestra. Casper sa di non poterla neppure baciare, così scende giù, smette di volare, chiude gli occhi e si addormenta.

Ma perché Casper non ricorda nulla della sua precedente esistenza? Probabilmente, perché quando si muore le esperienze, gli amori vengono eclissati dall’ineluttabilità della morte?

Questo era ciò che pensava il poeta Rainer Maria Rilke, la sua drammatica riflessione sulla fine. Le anime, quando si staccano dal corpo, si disperdono e, così facendo, non rammentano più chi erano né chi hanno amato. Se fosse vero, Euridice avrebbe istantaneamente dimenticato il suo Orfeo quando questi, fallendo il tentativo di riportarla alla vita, sarebbe svanito sotto i suoi occhi. E, in egual modo, Alcesti avrebbe vagato nell’Ade dimenticando il suo amore più grande, Admeto, colui per il quale spirò. Quindi, Casper non rievoca il proprio vissuto perché, come espresso dal Rilke, gli spiriti andati troncano i loro rapporti con l’avvenuto? In parte è così.

Ma Casper seguita ad essere legato alla vita stessa, come testimoniato dal suo essere un fantasma. Or dunque, perché non serba memoria? Semplicemente perché, intorno a lui, non vi è più niente che possa aiutarlo a rimembrare il proprio essere. Ebbene, spesso, sono gli effetti, al pari degli affetti, a farci ricordare chi siamo, le cose che ci hanno circondato giorno dopo giorno. Per Casper sarà così!

Il giorno seguente, Kat rinviene tutti i giocattoli del fanciullo che fu, scoprendo che Casper era figlio di un famoso inventore. Rivedendo le giostrine, i trenini a vapore conservati nella soffitta e rimessi a nuovo dalla ragazza, Casper inizia a ricordare. Tali oggetti, quei giochi a cui egli ha riversato affetto e con cui ha provato gioia e felicità, conservano le memorie, i sentimenti, le emozioni di una giovinezza andata ma mai scomparsa del tutto. Casper, rimirando i balocchi che la mamma ed il papà gli avevano donato, riavverte le stesse sensazioni di quando era vivo e, di conseguenza, finalmente, rammenta. Non avendo più persone amate intorno a lui, a Casper erano rimasti solamente i beni materiali, i trastulli che ha adorato in vita, a dargli conforto. Sono essi a scuotere i suoi pensieri e a custodire il suo passato.

Intravedendo una slitta, Casper ricorda il giorno della sua morte. La slitta gli era stata donata dal padre. Il bambino ci giocò tutto il giorno, fino a dopo il tramonto. Casper prese freddo, si ammalò e suo padre divenne triste. Casper, però, non andò via, rimase vincolato al papà e non volle lasciarlo solo. Casper rimase sulla Terra, a casa, e, dopo qualche tempo, fu visto dal genitore.

L’inventore non riusciva a darsi pace, amava più di ogni altra cosa al mondo suo figlio e non poteva accettare che la morte lo avesse strappato dalle sue braccia così presto. Sopravvivere ad un figlio è un evento innaturale, traumatico, che i genitori non riescono a superare mai del tutto, convivendo con un tale dolore giorno dopo giorno, anno dopo anno.

E’ a questo punto della storia che il lungometraggio “Casper” tratta il tema della morte. Gli esseri umani non possono far nulla per impedire il sopraggiungere della morte. Essa esiste proprio per dare importanza alla vita, ad ogni singolo giorno, ad ogni flebile gesto. Ma come poter accettare la morte quando essa si presenta così presto, portando via un essere innocente come un bambino?

Il padre di Casper, uomo di scienza, non poteva tollerarlo. Gli altri uomini avevano accolto l’inevitabile, lui no. Riuscì, allora, a scoprire come aggirare il volere della fatalità. Questa invenzione, che il film presenterà nella parte finale, rappresenta il tentativo di un padre di sconfiggere un fato avverso e dare nuova occasione ad un fanciullo giovane, la cui vita doveva essere lunga e serena. Il Lazzaro è il prodotto finale di una ricerca senza tregua, la testimonianza di un amore paterno immenso che non si piegò mai al volere del fato.

Il padre del tenero fantasma creò una macchina in grado di riportare in vita i morti. Prima di poterla utilizzare, però, fu dichiarato legalmente pazzo e, presumibilmente, venne portato via dal castello. Casper, allora, finì per rimanere solo e dimenticò.

Nelle viscere del castello giace il laboratorio del celebre inventore. Casper raggiunge le profondità della costruzione con Kat e ivi rinviene il Lazzaro, il macchinario in grado di riportare alla luce un fantasma. Il nome dell’invenzione, Lazzaro, richiama, naturalmente, il nome del personaggio biblico riportato alla vita dal figlio di Dio.

Un volume che reca la copertina di “Frankenstein” occulta l’ingranaggio che dà il via al meccanismo del Lazzaro. Il titolo del romanzo più famoso di Mary Shelley non è una scelta casuale. Il padre di Casper, come il dottor Frankenstein, personaggio cardine del romanzo gotico, ambiva a esplorare le parti più tetre della ricerca scientifica inerenti la morte e la possibile resurrezione di un cadavere. Frankenstein divenne un mostro, il vero mostro della narrazione, quando scelse di plasmare una nuova forma di vita, innaturale, aberrante e terribile. Il padre di Casper, differentemente dal personaggio di Victor Frankensten, non anelava a creare una vita mai partorita prima, bensì voleva riportare alla luce una vita scomparsa, rimanifestatasi come un’ombra bianca e gentile. Il papà di Casper, però, non ebbe l’opportunità di sperimentare la sua creazione.

Casper sceglie di provarla, varca la porta del Lazzaro e prova a ridiventare umano. Il desiderio del fantasma è dettato dall’amore, e non dalla semplice volontà di tornare a vivere. Casper non spera di ridiventare umano per se stesso, ma per Kat. Egli sa che potrà essere amato dalla ragazza soltanto se tornerà vivo, solo così potrà accompagnarla al ballo e vivere con lei l’amore che tanto sta bramando.

La situazione, tuttavia, precipita quando Carrigan fa irruzione nel castello e tenta di appropriarsi del tesoro di Whipstaff (in verità, il tesoro non è altro che una palla da baseball a cui Casper era affezionatissimo da bambino). In quei momenti concitati, Casper e Kat riusciranno, molto astutamente, a respingere e scacciare la donna, salvo poi accorgersi che Harvey, il padre di Kat, è divenuto un fantasma a seguito di un grave incidente. Nell’atto finale della storia, Casper dimostra quanto l’amore per Kat sia prevalente in lui. Egli sceglie di rinunciare alla sua seconda occasione e di salvare, con il Lazzaro, l’anima di Harvey. Ogni azione compiuta dal fantasma è sempre stata indirizzata per il bene degli altri e mai per il proprio tornaconto. Casper divenne un fantasma per restare vicino al papà, afflitto dalla sua scomparsa, volle tornare umano per amore di Kat e, infine, decise di cedere il suo posto, di salvare un’altra vita per la felicità di qualcun altro. L’altruismo, la bontà, la generosità di questo personaggio travalicano qualunque confine. 

Casper si rifugia, triste, nella sua cameretta e lì riceve la visita di una entità vestita di rosso. Questa ha le fattezze della madre di Kat. La donna, subito dopo la morte, è ascesa al Paradiso, guadagnando le ali di un angelo. Commossa dall’amore dimostrato da Casper, la donna dona al giovane la possibilità di poter riacquistare il proprio aspetto da umano per una sera soltanto. A questo punto, l’opera filmica mette in scena la fiaba di Cenerentola, mutando, ovviamente, alcuni aspetti del racconto. Casper si reca al ballo, con le sembianze che aveva da vivo. Vede Kat in fondo alla sala e, potendo finalmente prenderla per mano, la invita a ballare.

Nel frattempo, Harvey ha l’occasione di rivedere la sua adorata sposa. Ella lo saluta dolcemente, esortandolo a vivere il futuro che ancora lo attende. Harvey comprende la verità che aveva deciso di ignorare: la propria moglie si trova, adesso, in un posto migliore. Il padre di Kat deve fare ciò che anche il padre di Casper, a suo modo, dovette fare: smetterla di voltarsi indietro, e accettare l’amarezza della caducità umana. Amelia svanirà, salendo su, nella volta celeste, ed Harvey sarà finalmente in pace con i suoi ricordi.

Nell’attimo in cui le lancette dell’orologio segnano le dieci, Casper svela la sua vera identità e, subito dopo, bacia Kat. Questa volta, la ragazza non avverte il freddo, bensì il caldo di un grande amore. In quell’istante, però, Casper svanisce, tornando ad essere un fantasma. Casper ha ottenuto una piccola, grande felicità: poter vivere, per qualche rapido ma intenso istante, l’amore che tanto voleva, l’amore che lo ha fatto e continuerà a farlo sentire più presente, più vivo che mai.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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