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“Coraline e la porta magica” – Un bottone ed un obolo

"Coraline e la porta magica" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un’esile figura svolazzava, tutta sola, in mezzo al blu. Il vento la sosteneva, cullandola tra le sue invisibili braccia. Continuava a trotterellare su se stessa, librandosi tra la terra e il cielo. Il respiro di un’essenza indefinita l’avvicinava a sé, chiamandola a gran voce. Ma come aveva fatto a finire lassù quella donzelletta tanto silenziosa?

Nessuno se lo era chiesto, poiché nessuno ebbe mai modo di vederla davvero. Quella piccola “volteggiatrice” aveva i capelli bruni, raccolti in due treccine e indossava un grazioso vestitino rosa. Vagava tra le stelle, leggera come una candida piuma. Faceva sì che le correnti la trasportassero senza opporre resistenza. Giaceva sospesa e priva di forze. Le braccia fragili scivolavano verso il basso, le gambette facevano altrettanto e lo sguardo restava impassibile, fissando il vuoto. La sua era un’espressione impietrita, mortificata da due occhi tondi e neri ottenuti con dei bottoni. No, costei non era una bambola come tutte le altre. Non possedeva uno sguardo raggiante, tanto meno iridi cromatiche. Sorrideva, ma il suo sorriso era falso e spento.

Terminò presto il suo cammino, irruppe da una finestra e venne accolta da due mani argentee.  La bambola fu poggiata su un banco da lavoro, pronta per essere messa a nuovo. Il vestito le venne tagliuzzato, la chioma corvina strappata via, la bocca scucita. La parte interna della sua esigua massa, fatta di semplice cascame, venne prontamente sostituita dalla misteriosa restauratrice. I suoi arti metallici seguitavano ad armeggiare con ago e filo. Utilizzando gli appositi strumenti, costei rimodellò le labbra del tenero balocco e gli appuntò due occhi lindi, anch’essi ricavati da due bottoni. La bambola riacquistò il suo smalto, ma l’aspetto era decisamente cambiato.

Ora i capelli apparivano azzurri, l’abito rosa non c’era più, rimpiazzato da un impermeabile giallo. Ben più di qualche lentiggine era stata posta su entrambe le gote. Quando la bambola fu ultimata, sospinta dalla restauratrice, oltrepassò la soglia e quindi volò via.

In un clima autunnale, tra gli alberi di un bosco, in un giorno come un altro, una ragazzina si aggirava curiosa di scorgere i paraggi della sua nuova abitazione. Il grigio del cielo cosparso di nubi l’avviluppava. Il giallo smorzato delle foglie formava un tappeto sul terreno, scintillando debolmente: erano quelli gli ultimi sussurri di veglia di una natura prossima ad addormentarsi. Quel giorno, Coraline passeggiava in cerca di un vecchio pozzo abbandonato. In quei pressi, la fanciulla conobbe Wybie, un ragazzino timido che in seguito le donerà una bambola, la medesima con cui è iniziata questa strana storia. “Una piccola me” – esclamò Coraline, mirando per la prima volta il trastullo. La bambola somigliava, in tutto e per tutto, alla stessa Coraline. Ma chi era Coraline?

Una bimbetta esuberante, coraggiosa, risoluta e tanto… stanca. Sì, si potrebbe descrivere in questo modo la protagonista di questo racconto. Coraline era stanca di non essere ascoltata, stanca di essere ignorata dai suoi genitori, costantemente presi a lavorare, assorti a comporre, battendo a macchina a ritmi frenetici. Però, che nome bislacco Coraline!

Caroline sarebbe stato più consono, più usuale beh decisamente più appropriato - avrebbe sostenuto qualcuno. Eppure, la mamma ed il papà preferirono “affibbiare” alla figlia tale nome, forse per conferirle, sin da subito, un’aura di specialità. Coraline era unica, lo si doveva capire sin dal principio, da quando si sarebbe presentata agli sconosciuti. A Coraline il suo nome piaceva e si arrabbiava molto quando i suoi interlocutori finivano per “storpiarlo”, per “raddrizzarlo”, per “accomodarlo”. Solitamente, le persone con cui la fanciulla interagiva la chiamavano Caroline, senza pensarci su due volte. Ma non sarebbe stato giusto far loro una colpa, dopotutto i nomi più rari, quelli inusuali, unici sono difficili da recepire nel nostro mondo.

Al contrario di Coraline, Wybie non apprezzava particolarmente il suo nome. Glielo appiopparono senza che potesse ribellarsi quand’era un frugoletto. Un destino molto comune, del resto non siamo noi a scegliere i nostri nomi, ci vengono caritatevolmente assegnati. E’ sempre qualcun altro a “imporceli” o, per meglio dire, a farcene dono.

Dare un nome a un pargoletto, così come ad un oggetto, è una peculiarità del tutto umana. Noi uomini diamo nomi ai nostri figli per donare loro la parvenza di un’identità. A volte, i figli ricevono i nomi dei nonni per far vivere, in loro, il ricordo di una persona amata, che continua ad essere rievocata nel tempo ogniqualvolta viene pronunciato quel nome. Noi esseri umani siamo davvero strani, diamo nomi anche alle cose per sentirle più vicine, per dar loro una forma più intima, una sostanza, persino un cenno di umanità. Cosa sarebbe il mondo senza i nomi? Un luogo privo d’identità chiare e ben distinte. I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Mediante i nomi, gli esseri umani distinguono se stessi e gli altri. Ed, infatti, i nomi sono tutte singolarità umane. Lo credeva anche il gatto nero con cui Wybie era solito andare in giro. Tra i gatti, come sostenuto da questo felino dal manto scuro, non c’è bisogno dei nomi, e quindi non li usano. Soltanto le persone si servono di un nome, in mancanza del quale non saprebbero come identificarsi. Gli uomini li usano perché non sanno chi sono in realtà, mentre i gatti, al contrario, lo sanno molto bene e non lo dimenticano mai.

Coraline aveva un nome alquanto distintivo, eppure anch’ella non sapeva chi fosse realmente, cosa volesse dalla sua vita. Girovagando per casa, scontenta e amareggiata, la piccola voleva trovare il proprio posto, un luogo in cui potersi sentire amata, in cui poter essere felice. In cuor suo, Coraline desiderava che i suoi genitori le elargissero l’affetto e la vicinanza che sognava da sempre. Ma bisogna stare sempre attenti a ciò che si desidera perché i sogni,alle volte, possono realizzarsi.

Quando l’avventura di Coraline ebbe inizio, la bambina aveva undici anni e, con i suoi genitori, si era appena trasferita in una grande casa isolata, denominata Pink Palace. L’abitazione era antica, vastissima, alquanto malconcia ma particolarmente accogliente. Il papà sosteneva che tale dimora avesse più di 150 anni. Le case tanto indietro nel tempo, si sa, nascondono sempre qualche segreto tra le proprie mura. E Coraline lo scoprirà una notte, quando aprirà una porticina incastonata in una parete.

La piccola, sgattaiolandovi dentro, seguirà un lungo tunnel che la condurrà in un’altra dimensione. Qui, Coraline incontra due persone del tutto identiche ai suoi genitori, meno che per una sinistra caratteristica dei loro volti: due bottoni cuciti al posto degli occhi.

In questa dimensione, la protagonista riceve le premure e gli affetti che aveva sempre sognato. Notte dopo notte, la fanciulla torna nell’Altro Mondo, oltrepassando la porta magica e gustando le prelibatezze che l’Altra Madre prepara per lei. Tutto in questa onirica ed ovattata realtà si mostra perfetto come Coraline ha sempre voluto. Ma la perfezione non fa parte della tangibile realtà. Se qualcosa si mostra scevro da alcun difetto, allora quel qualcosa è finto, artefatto, esattamente come può essere una bambola graziosa, priva di imperfezioni e inumana.

Coraline non si pone troppe domande, è ancora piccola per dubitare dei modi caritatevoli che tutti, nell’Altro Mondo, hanno nei suoi riguardi. Invero, Coraline sente di aver trovato il reame ideale, lo spazio che attendeva da sempre, dove l’erba è verdissima e tutto perpetuamente più luminoso.

Una sera, l’Altra Madre propone a Coraline di restare con lei. Coraline, dapprima indecisa, scopre che l’unico modo per restare è quello di farsi cucire i bottoni e strappare via gli occhi. Inorridita e terrorizzata, la giovane fugge via, comprendendo, così, come quella terra pervasa da meraviglie non sia altro che una regione tenebrosa e ostile.

Nel disperato tentativo di sfuggire alle grinfie dell’Altra Madre, Coraline s’imbatterà negli spettri di tre bambini rapiti, in passato, dalla stessa donna e irretiti. I bambini, accettando di restare con l’Altra Madre, hanno smarrito i loro occhi e le loro vite sono state divorate dalla medesima, in verità, una orripilante megera.

La dimensione in cui Coraline giace, adesso, imprigionata si palesa, infine, per ciò che è davvero: un luogo in cui ristagna la pura malvagità. Gli sguardi degli abitanti di questo “Altro Mondo”, soffocati dai bottoni, queste tonde “gemme” nere come pece, non lasciano trasparire alcuna luce. Gli occhi sono lo specchio di un’anima umana, quando non è possibile scorgere nulla, in essi, che non sia una macchia nera, vuol dire che di umano in quel corpo non è rimasto più nulla. Ogni cittadino di questa fittizia città non è che un’aberrazione, un mostro celato dietro un sotterfugio d’epidermide.

La dimensione ricreata ad arte dalla strega, dunque, è un’illusione, una patina ingannevole, una velatura che occulta l’orrore dietro la finta bellezza. La realtà dell’Altro Mondo è fascinosa e seducente come il male stesso che, non di rado, si mostra, da principio, per ciò che non è.

I bottoni, impuntati sugli occhi, rappresentano la chiave d’accesso al regno dei morti. Similmente all’obolo, la moneta che veniva poggiata sotto la lingua o, in alternativa, proprio sugli occhi chiusi dei defunti, per pagare il nocchiero Caronte, i bottoni, anch’essi poggiati sugli occhi dei trapassati, rappresentano l’argento con cui è possibile pagare, inconsapevolmente, il passaggio da un mondo imperfetto ma vero, ad un mondo perfetto ma finto e ancor più crudele.  I bambini ingannati dalla strega non potevano saperlo ma è come se, accettando i bottoni, avessero pagato il loro obolo a Caronte per venire traghettati verso una landa desolata. Coraline lo capirà appena in tempo, prima che sia troppo tardi.

Ma perché la strega attira a sé i bambini? Perché vuole qualcuno da amare? Perché vuole qualcosa da mangiare? Forse, per entrambe le ragioni.

La cura e la delicatezza con cui la strega prepara la bambola destinata a Coraline, all’inizio di tutto, evocano, sottilmente, il bisogno, la voglia di questa sinistra figura di creare una vita, di avere un figlio. Con i suoi arti, la megera plasma un’esistenza fatta di stoffa, un corpicino umano ricreato perfettamente ma incapace di animarsi, di poter essere vivo. La strega non può creare la vita, poiché non è capace di amare. Ella è una donna cattiva che può soltanto generare qualcosa di artificiale, di sintetico. Con le sue bambole, lei spia le sue incaute vittime per attrarle verso di sé, per farle innamorare, per adorarle e divorarle al contempo. L’intera sopravvivenza della strega si basa, dunque, sull’incapacità di dare la vita vera, sul bisogno di amare e sull’impossibilità di poterlo fare, data la natura contorta e mentitrice della stessa.

Coraline e la porta magica” è un racconto letterario ed un racconto visivo in cui la paura, l’orrore, vengono mascherati dalla gentilezza, dalla bellezza che inganna ogni sguardo superficiale. La musica vivace e mai greve che accompagna i momenti più inquietanti dell’opera nasconde, di proposito, l’alone sinistro che permea le sequenze in cui la strega rivela il proprio disgustoso aspetto e tenta di ingurgitare Coraline, intrappolandola nella sua rete. Tutto, in “Coraline”, non è che un continuo paradosso: l’orrido viene inscenato con il bello, il malvagio volere dell’antagonista viene eclissato per gran parte del tempo dalla sua cordialità, la mostruosità del suo regno viene adombrata da un velo esteriore di spregevole incanto. Sono soltanto gli occhi, i bottoni, a non poter essere mascherati dalle gelide arti della strega. Essi, con la loro buia freddezza, sussurrano continuamente la verità: l’Altro Mondo è un nucleo oscuro, in cui non vi è salvezza per l’anima che un occhio umano è sempre in grado di far riverberare.

Coraline riuscirà a sconfiggere la fattucchiera grazie al provvidenziale aiuto di Wybie e del gatto nero, e a salvare i fantasmi dei poveri bambini. Gli spiriti dei tre giovinetti voleranno su in cielo, liberi e non più soggetti al giogo della strega, non più risucchiati dal suo fiato. Ciò che la strega non riusciva in alcun modo ad accettare è che i bambini veri non possono essere intrappolati, non possono restare accanto a chi non amano davvero. I fanciulli non sono bambole senza vita, e la strega non riuscirà più a trascinarli verso di sé, similmente a come avveniva al principio, quando quella bambola con le fattezze di una piccina veniva trasportata via verso una finestra spalancata. Le bambole sono prive di energia, i ragazzini come Coraline, invece, possiedono la forza per poter contrastare il male. Proprio dinanzi a Coraline, il cielo, tinteggiato con un blu cobalto, lo stesso colore utilizzato da Vincent Van Gogh per dipingere i gorghi vorticosi della sua “Notte Stellata”, accoglierà queste anime, finalmente in pace.

"Coraline e l'Altra Madre" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Soltanto quando sarà salva, Coraline avrà imparato ad apprezzare la realtà per come è davvero, a voler bene ai suoi genitori con i loro pregi e con i loro difetti. Sono questi, in particolare, a rendere una persona bella così com’è: semplicemente umana!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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