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"Vincent e Irene, Humphrey e Lauren" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il volto

Cos’hanno di speciale i volti? Non saprei dirlo con certezza. Ognuno di essi è una maschera forgiata nella fucina di Madre Natura, la scultrice più sapiente e talentuosa. Le maschere che noi tutti indossiamo sono soggette al calore proveniente dall’intimità, all’impeto del sentimento che defluisce all’esterno e che muta l’espressività. Il volto umano cambia con il passare degli anni ed invecchia, perdendo la lucentezza dei lineamenti dell’età giovanile, divenuti cupi, stanchi, affannati. I volti delle persone sono pagine scritte di un libro, briciole di carta lette e rilette. Le rughe, simili a gocce d’inchiostro imbrunito dal tempo, raccontano storie vissute e gelosamente serbate come segni sulla pelle.

Vincent Van Gogh era affascinato dai volti delle persone. Al pari di un lettore, egli esaminava le “maschere” di chi incontrava sul proprio cammino, cercando d’afferrare alfabeti nascosti, di ghermire parole intessute su fili d’epidermide. Van Gogh prediligeva dipingere i volti a scapito delle antiche cattedrali, poiché nel freddo marmo e nella bianca pietra di una chiesa non vi è ciò che è possibile scorgere negli occhi di una persona.

Vincent sedeva su di una sedia e, frequentemente, volgeva lo sguardo allo specchio. Esso gli restituiva la sua immagine: un riflesso di turbamenti. Vincent guardava se stesso, intrappolato tra i contorni di quella lastra riflettente, mentre portava un cappello di paglia o quando fumava la pipa. In quei momenti, una barba rossa gli adornava l’ovale, coprendogli il mento e parte delle gote. Vincent scrutava la sua sagoma ambigua, il suo aspetto affranto restituito dal vetro imponente. L’artista s’indagava mediante i suoi occhi, la parte svestita del proprio essere. Poi, una volta colta un’impercettibile e recente caratteristica, brandiva tavolozza, pennello e tela e si autoritraeva. Era un’abitudine costante la sua. Immortalava la sua mesta figura, il proprio volto scavato dall’afflizione, affossato sempre di più al sopraggiungere di un nuovo inverno.

Il volto, per Vincent, assumeva un valore simbolico, cangiante, straordinario. Attraverso la pittura, Vincent sondava la propria anima, scandagliava la spiritualità che effluiva nella brillantezza dei suoi sguardi sofferti, carpiti dai pastelli e dalle sfumature di colore. Vincent non realizzò tutta una serie di autoritratti per qualche sorta di bizzarro narcisismo. Egli esplorava il proprio profilo nel disperato tentativo di portare alla luce inquietudini sommerse, supplizi oberati. Era una ricerca la sua, un’analisi, un’indagine introspettiva che nulla aveva a che vedere con la mera adulazione.

No, Vincent non era affatto come Narciso, il personaggio della mitologia greca che trascorreva le sue giornate a rimirare la propria immagine riflessa nell’acqua cristallina di un lago. Liriope, sua madre, lo aveva messo al mondo tanto, ma tanto tempo prima. Costei era una ninfa molto bella e, come tutte le Naiadi, amava vivere vicino alla foce di un fiume. Bagnata dalle acque dolci di Cefiso, Liriope rimase incinta del dio che tra quelle calde correnti “nuotava” invisibile, e mise al mondo un bellissimo bambino a cui diede, per l’appunto, il nome Narciso. Un giorno, Liriope chiese ad un vecchio oracolo cieco, un tale Tiresia, quale destino fosse stato riservato a Narciso. Tiresia rispose, come era solito fare, in maniera criptica: “Egli vivrà finché non conoscerà se stesso!”

Cosa intendeva dire quell’anziano veggente?

"Eco e Narciso" - Quadro di John William Waterhouse

Che Narciso sarebbe rimasto in vita fino al momento in cui non avesse goduto della propria immagine. Così, un mattino, Narciso disgraziatamente intravide la sua forma, la fisionomia di se stesso. In un baleno   s’innamorò, si distese sull’erba verde che cingeva le sponde di una piccola pozza d’acqua limpida e restò immobile a fissarsi. Cercò persino d’accarezzare quel muso “affiorato” dalle profondità lacustri, ma non appena allungava la mano, l’acqua, d’un tratto, s’increspava, disfacendo per pochi, interminabili secondi l’integrità del riflesso. Narciso consumò lì le sue mattine, ignorando la voce della povera Eco, una ninfa che se ne restava, occultata, dietro i folti cespugli della foresta e che si era innamorata perdutamente di lui. Eco era stata condannata dalla dea Era a ripetere l’ultima parola emessa dalle persone. Ella non possedeva più la facoltà di chiamare a sé Narciso, non riusciva a dir nulla che non fosse una sommessa ripetizione. Eco era diventata uno “specchio”, un oggetto gelido in grado di riflettere una fioca e sfumata scialbatura. Narciso, dal canto suo, si era infatuato di una semplice faccia, la sua stessa faccia, ma l’amore, il vero amore, non può mai limitarsi alla contemplazione di un volto. E’ ciò che si cela oltre il volto a fare innamorare. Quel frammento d’anima che Narciso faticava a vedere e che Van Gogh tentò tenacemente di esumare.  

Vincent Van Gogh adorava osservare le facce degli estranei perché esse borbottavano, sottilmente, sensazioni sopite, mugugnavano segreti e vivezze cromatiche che la pittura sapeva ben cogliere. Dal proprio volto, Vincent desiderava trarre la “sostanza”, ricercare l’immagine del proprio “Io”, la provenienza del suo dolore. Per lui, i volti erano una mappa confusa da decifrare assiduamente, da studiare. Ogni linea, ogni curva di un viso corrispondeva a una strada scostata, a una discesa improvvisa verso un precipizio, un abisso troppo profondo per mostrare il fondo, ad una meta vaga e irraggiungibile. I volti, dopotutto, sono spesso enigmatici, indecifrabili. Il volto della Grande Sfinge egizia, con il suo immobilismo, con quell’aria saggia e onnicomprensiva evocata dalla sua fronte ampia, è, al contempo, sede e fonte di un mistero arcaico ed irrisolvibile che getta timore e senso di spaesamento a chi osserva ancora, dopo millenni, tale scultura di pietra calcarea alzando il capo. 

I volti sono la traccia più appariscente di un essere umano. Delineati su di una maschera d’epidermide vi sono le labbra, le quali, pronunciando poche parole, squarciano il velo dell’interiorità, rivelando pensieri appositamente scelti per essere declamati. Incastonati su di una faccia vi sono gli occhi che con le loro iridi si mostrano come finestre aperte su di un mondo misterioso: la personalità di chi resta occultato dietro lo scudo fatto di semplice pelle.  Osservare un volto accuratamente vuol significare, dapprima, scavare nella superficie, mirare la cima di un iceberg. Innamorarsi di un volto è certamente possibile, ma non basta poiché è ciò che vi è oltre quel volto, dietro quel guscio, al di là di quella crosta, che conta davvero: il carattere, l’essenza che nessuna faccia può anticipare.

Come già detto innamorarsi di un semplice volto è errato, superficiale. Esso non è che uno strato, una velatura.

Vincent Parry, il protagonista de “La fuga”, non aveva un volto.  Beh – a tutti gli effetti – lo aveva ma pochi potevano vederlo. Vincent Parry… che bel nome, Vincent. Ricorda proprio quello del celebre pittore.

Come dicevo, il volto di Vincent era imperscrutabile. Egli era una voce fuori campo, una pupilla dilatata. Si guardava a destra e a sinistra, osservava fugacemente l’esigua vegetazione che lo copriva. Si faceva strada a stento, a fatica, guadando un fiume come poteva. Vincent (Humphrey Bogart) fu il protagonista di un’opera filmica alquanto particolare, un “noir” in bianco e nero in cui la cinepresa del regista fungeva da sguardo assoluto dello stesso protagonista. “La fuga” è girato con la tecnica della soggettività, ed il pubblico, per tutta la prima parte della pellicola, non vede mai la vera faccia del protagonista.

Fingendo d’essere i suoi occhi, diventando metaforicamente il viso di Vincent Parry, il pubblico, ogniqualvolta gusta questo lungometraggio, sperimenta un’esperienza rara, immergendosi in un racconto visivo unico.

Vincent è un evaso, vaga spaventato finché non viene accolto in casa da una giovane ragazza che crede nella sua rettitudine. Per non correre rischi, per sfuggire a chi vorrebbe riportarlo ingiustamente in prigione, Vincent decide di chiedere aiuto ad un chirurgo plastico. Soltanto quando l’operazione sarà finita, soltanto quando la sua faccia sarà rimodellata, la regia cederà il posto, lascerà perdere la soggettività e sceglierà, finalmente, di inquadrarlo normalmente. Nell’attimo in cui avrà cambiato volto, Vincent diviene un personaggio estraneo al pubblico, nuovo, un protagonista indipendente, staccatosi dallo spettatore.  Ma quei connotati che aveva prima e che noi non abbiamo avuto modo di inquisire a cosa corrispondevano? Erano quei lineamenti a definirlo? Chi era e chi è Vincent? Colui che aveva un volto obliato? Colui che aveva un secondo volto? O colui che è sempre stato, vale a dire l’anima infossata e sepolta sotto la pelle mutevole?

Solo Vincent potrà rivelare chi fosse in realtà, e con quali occhi sarebbe stato opportuno guardarlo.

Affidiamoci, dunque, al suo parlato. Le sue parole, naturalmente, sono state reinterpretate, “immaginate” nuovamente in un viaggio in completa soggettività…

  • Vincent Parry, monologo

Chi ero? In parte, l’ho dimenticato. In cella non avevo alcuno specchio, e a lungo andare ho smesso di ripensare al mio viso. Chissà com’era fatto. Probabilmente avevo una faccia comune, di quelle che si vedono per strada e si dimenticano tanto facilmente. Quando tutto ebbe inizio, ero soltanto un galeotto tallonato dai piedipiatti, un negletto a cui nessuno avrebbe voluto dare una mano, un innocente verso cui nessuno avrebbe mai riposto fiducia.

Ero soltanto un ammasso di pelle avvizzita dal logorio della vita in gabbia, un’ombra affusolata dai contorni imprecisi, un corpo dimenticato dietro le sbarre di una prigione. Ma non dovevo lasciarmi scoraggiare dai brutti pensieri, dalle opinioni mortificanti. Sapevo di essere molto di più! Mi diedi coraggio, cercai di non abbattermi! Quel mattino, quando riuscii ad evadere di prigione, rammento di aver sentito, per prima cosa, l’aria fresca, il profumo della libertà.

Ma una domanda continuava a infastidirmi: chi ero io? Una povera vittima, questo lo sapevo bene. Fisicamente, invece, ero, e lo sono ancora, un uomo di media statura, come se ne possono vedere tanti in giro per le campagne. Quel dì erravo, trafelato, nei campi. Ero riuscito a fuggire dalla prigione in cui mi avevano ingiustamente confinato, e stavo cercando un riparo. Il suono delle sirene della polizia echeggiava per le strade di montagna. Avevo paura.

In quegli attimi parlavo da solo, un vizio che presi in prigione. Oh che grande oratore che ero: mi facevo domande e mi davo anche delle risposte, concatenavo deduzioni ad alta voce e cercavo di farmi forza. Fuoriuscii, poi, dalla vegetazione e chiesi un passaggio. Incontrai, dopo una spiacevole disavventura che preferirei non raccontarvi, una fanciulla che volle salvarmi. Sbucò quasi dal nulla. Fece capolino dalla strada, avanzò nel verde e si manifestò dinanzi a me, alta, slanciata, splendida. Disse di conoscermi, di confidare nella mia innocenza. Era così bella. Il suo sguardo schivo ed elusivo, la sua voce dolce e accomodante, mi convinsero a seguirla. Non che avessi altra scelta, ma volli fidarmi. So bene che non bisogna mai lasciarsi sedurre da una semplice apparenza, ma in quel caso, come avrei in seguito scoperto, l’esteriorità di quella dama combaciava con la sua interiorità. Irene, così si chiamava questa donzella, era bella fuori come lo era dentro. Era gentile e buona, sincera e altruista. Il suo viso non era che il riverbero della sua stessa anima. Irene volle offrirmi la sua protezione, mi fece salire in macchina, raggiunsi casa sua e lì rimasi celato. M’innamorai di lei a prima vista, vedendola e ascoltandola. La sua bellezza ma, ancor di più, i suoi gesti, il suono che effluiva dalla sua bocca, mi conquistarono e me la fecero conoscere totalmente. Non potevo metterla in pericolo, così scelsi di andarmene.

Una notte, mi recai in una periferia buia. Avevo la polizia alle calcagna, ma volli comunque rischiare. Sapevo che in quei dintorni avrei potuto trovare il dottor Coley, un chirurgo plastico bandito dall’ordine. Avevo sentito parlare di questo strano figuro qualche giorno prima. Sapevo che avrebbe potuto cambiare i lineamenti del mio viso, in modo tale da non poter essere più riconosciuto. Ero deciso ad andare fino in fondo. Del mio volto non mi importava poi alcunché.

Nel tragitto che mi separava dallo studio, da quella sala operatoria se così poteva essere definita, mi arrovellai a pensare. Noi esseri umani siamo ciò che sembriamo o ciò che serbiamo nell’intimità? Siamo un’apparenza fisica o un carattere, un corpo o un’anima? Forse entrambe le cose, un agglomerato di esteriorità ed interiorità. L’esteriorità, però, è quella che balza agli occhi nell’immediatezza. Una persona che osserva, nota dell’altra, di primo acchito, l’aspetto, e soltanto dopo, se decidesse d’avvicinarla, per conoscerla meglio, potrebbe scoprire altro oltre la scorza, ma ciò richiederebbe troppo tempo. Un tempo che noi umani concediamo sporadicamente. Ma l’apparenza, come si suol dire, non è tutto. Essa è la superficie, la punta di un maestoso blocco galleggiante. La personalità di ognuno di noi è sepolta sotto l’epidermide, al di sotto della linea di galleggiamento, giù nella carena, proprio laggiù dove l’acqua gelida preserva la montagna di ghiaccio.

Arrivai in quel luogo angusto. Mi distesi su di un letto. Il dottore mi iniettò qualcosa, un siero che potesse calmarmi. Mi addormentai, ma restai tutt’altro che quieto. Dinanzi a me vidi spettri, facce scarnificate. Ebbi una brutta reazione al farmaco ed entrai in paranoia. Sentivo la voce del dottore. Questi rideva sardonicamente di me, mi minacciava, sibilava che il mio volto sarebbe rimasto bloccato in un grugnito, somigliante ad una smorfia mostruosa, al ringhio di un cane, al sorriso di una scimmia.

Un volto sfregiato può rovinare il tutto. Può far sembrare profondamente diverso un povero sventurato. Sono poche le persone che si soffermano a conoscere chi, dietro una “buccia” deturpata, nasconde un grande cuore. La maggior parte di esse, in genere, si concentra soltanto su quello che vede.

Esmeralda offre un sorso d'acqua a Quasimodo - Illustrazione di Gustave Brion

Pensate a Quasimodo, il povero protagonista del romanzo di Victor Hugo. Il suo volto guastato da una verruca che gli opprimeva un occhio, il suo corpo robusto ma piegato da un peso sulle spalle, lo ponevano alla stregua di un diavolo per il popolo di Parigi. Quasimodo era un demone con l’anima di un angelo, orribile e sudicio come un quadro incompleto, tempestato di getti e pitture confuse ed incerte. In un’occasione lo ammise lui stesso: non si era mai reso conto di quanto brutto fosse finché non aveva visto Esmeralda, la gitana, e quanto perfetto fosse il suo aspetto. Ma non fu la pura sembianza a far innamorare Quasimodo di Esmeralda: fu un atto di gentilezza, di umanità e di comprensione. Quando fu torturato e deriso sulla ruota, Quasimodo ricevette aiuto da Esmeralda che gli diede da bere un sorso d’acqua. In quel momento, il “diavolo” ascese al cielo, divenne angelo a tutti gli effetti, e s’innamorò di lei. In quel sorso, Quasimodo baciò la sua adorata. Fu la dolcezza, la bontà di Esmeralda a fare innamorare il gobbo. Il campanaro vide col suo unico occhio buono l’anima della zingara, ciò che nessun altro dei suoi adulatori aveva mai osato fare. Tutti, concentrati a contemplare la sua bellezza, non si spinsero mai oltre. Quasimodo non provò amore soltanto per un corpo, ma per ciò che quel corpo serbava. A lui del volto di Esmeralda importava davvero poco.

Gwynplaine ne "L'uomo che ride"

In quei frangenti, riflettevo ancora mentre il dottore proseguiva la sua operazione. Stavo dormendo, stavo sognando, eppure mi sembrava di vivere tutto con estrema chiarezza. Le paure si sommarono una sull’altra ed esplosero. Se dovessi risvegliarmi con l’aspetto di un demone incarnato nel corpo mortale di un uomo, che cosa farei? – Era questo che mi ripetevo.

Costui, questo chirurgo, avrebbe potuto deturparmi irrimediabilmente. Avrebbe potuto trasformarmi in un moderno Gwynplaine, altro personaggio partorito dal fertile inchiostro di Victor Hugo. Gwynplaine venne rapito quando non era che un infante, e fu storpiato per sempre. Le sua labbra erano state arrestate, paralizzate in un sorriso perenne. Che fosse triste, che provasse dolore e angoscia, Gwynplaine era costretto a ridere costantemente. Ricordo però che Gwynplaine, pur con la sua deformità, differentemente da Quasimodo, riuscì ad attrarre su di sé le attenzioni di una donna aristocratica che, proprio in quella sua “bruttezza”, in quella sua caratteristica grottesca aveva scorto una fonte di seduzione, di svago, di diletto.

Io non avrei potuto essere altrettanto "fortunato".

Dopo qualche ora, mi svegliai. L’operazione era perfettamente riuscita. Il mio volto era cambiato, avrei potuto vederlo soltanto dopo qualche settimana. Giacevo avvolto in un nembo di bende, come un cadavere sigillato in un antico sarcofago. A detta dell’artista che eseguì questo “restauro”, il mio aspetto sarebbe stato più vissuto, più marcato dalla fatica e dagli eccessi.

Chi si sarebbe ricordato più di me, adesso? Chi ero io? Ero rimasto sempre Vincent?

Tornai da Irene. Mi prese con sé, garbata come la più dolce delle donne. Gli piacquero i miei nuovi connotati. A seguito di qualche traversia che non sto qui a rinarrarvi, raggiunsi il Perù. Lì aspettai. Irene spuntò una sera, al tramonto. Era giunta fin lì per me. Fu l’unica a credere nella mia innocenza sin dal principio, a starmi vicino e ad ascoltarmi. Fu la sola ad aprirmi il suo cuore.

Chi sono io? Soltanto un volto? No, molto altro. Sono ciò che Irene ha visto in me. Lei ha guardato oltre il mio aspetto, come avrebbe fatto un pittore. Del resto, Irene era davvero un’artista. Quel mattino quando volle trarmi in salvo ella stava dipingendo “En plein air”, esattamente come facevano gli artisti più sensibili del movimento impressionista. Irene, ammirandomi come se fossi un paesaggio bucolico, aveva carpito la verità adombrata dal roseo colore della pelle. Ella si era innamorata di ciò che sono, non di un semplice viso.

Irene è la mia Esmeralda, la donna che danzava sul sagrato di una chiesa e che, finalmente, ha ricambiato l’amore di un apparente “mostro”. A lei non importa quale faccia io abbia: era ed è ancora la donna che mi ama incondizionatamente.

Io non sono un volto, sono ciò che Irene vede di me. Io, che sia Vincent o Humphrey, vivo negli occhi di Irene e di Lauren.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"La Pantera Rosa e Jacques Clouseau" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Una delle poche cose, anzi forse la sola cosa che Peter Sellers sapeva di se stesso era questa: che si chiamava Peter Sellers. A tutti coloro che, con garbo, gli rivolgevano parola, egli socchiudeva gli occhi, serrava le spalle e rispondeva con quanto sto per dire: “Io sono Peter Sellers!” Tutti, naturalmente, lo sapevano già, ma per lui quel nome ridondante, quell’identificativo puntualizzato, non era cosa da poco. Corrispondeva a tutto, o per meglio dire all’unica impronta singolare che conosceva di sé.

L’inizio di questo mio testo richiama in parte, intenzionalmente e con una nota d’ammirazione, le parole con cui Luigi Pirandello scrisse le premesse di uno dei suoi racconti più famosi. Di fatto, “Il fu Mattia Pascal” comincia con un preambolo che ammalia il lettore; un’introduzione nella quale il personaggio principale precisa l’unica verità che non ha mai scordato nel corso della sua lunga vita: il suo nome, quell’insieme di vocali e consonanti che, messe insieme, sono in grado di rievocare un passato, ciò che Mattia Pascal, in effetti, fu. Per Peter Sellers, tuttavia, non valeva lo stesso principio. Egli sapeva il suo nome, lo ripeteva come fanno tutti quando devono presentarsi innanzi ad interlocutori sconosciuti o inattesi, ma per lui quel nome non era altro che un comune appellativo, un “epiteto” di dubbia valenza. Peter Sellers era conscio di chiamarsi in tal modo, ma non sapeva chi fosse davvero, né se un fantomatico Peter Sellers esistesse realmente. Una volta lo ammise schiettamente, e confessò che la sua personalità era del tutto assente, come se fosse stata rimossa chirurgicamente. - “Io non so chi sono.” - sussurrò, inquietantemente, in qualche circostanza.

Ai suoi stessi occhi Peter Sellers non era nessuno, poco più di un fantasma fluttuante, una carcassa viva ma indefinita, argilla informe ma propensa a modellarsi in maniera continuata e sempre differente, via via che ce ne fosse stato bisogno. Sellers era un attore e come tale vestiva, di volta in volta, gli abiti dei suoi personaggi, assumendone caratteri e destini. Essi gli si modellavano addosso come abiti di taglio sartoriale, cuciti su misura. Star istrionica e maestro del trasformismo, Sellers fu un camaleonte che mutava la propria pelle in diverse tonalità cromatiche sino a perdere se stesso, il proprio vero colore.

Passo dopo passo, pellicola dopo pellicola, Sellers alterava radicalmente la propria fisionomia, trasformandosi in qualcun altro, in uno differente da sé. Già, ma a cosa corrispondeva questo “sé”? Dietro le sue maschere, oltre i suoi camuffamenti, vi era un volto affranto, crucciato, intollerante e terribilmente sofferente. Chi era, in fondo, Peter Sellers? Un Mattia Pascal che aveva perduto la propria identità e consumava il proprio tempo a peregrinare da un luogo ad un altro.

Sellers era un uomo enigmatico, di indole malinconica, un artista pedante e maniacale che si crogiolava nei tormenti. Il suo temperamento impaziente, il suo ego facilmente scalfibile, la grave depressione che lo affliggeva, le sue ire improvvise e i suoi comportamenti infantili lo resero un interprete difficile, mal sopportato dai registi e mal visto da colleghi, amici e famigliari. Sellers era insicuro, dannatamente e incurabilmente insicuro.

Viveva in una selva di ansie, pativa, come una morsa che lo divorava dall’interno, il terrore di non riuscire a far ridere il suo pubblico, proprio lui, uno dei comici di maggior talento della storia della settima arte. La mente, se fragile, può fare brutti scherzi, può rompere ogni fiducia ed indurre a dubitare delle proprie abilità, anche se queste ottengono i riscontri tango anelati, i successi a lungo desiderati. Peter Sellers era amato e rispettato come un divo affermato; ciononostante egli ammetteva d’essere perennemente scettico circa le proprie doti espressive. Così sfogava le frustrazioni in fiumi di alcool che scorrevano copiosi in grosse caraffe. Tentava, inoltre, di eludere le proprie paure fuggendo via, smarrendosi in tunnel bui, ripieni di droga, dentro i quali la luce del giorno si faceva sempre più fioca e la lunga notte scendeva tetra e inevitabile.

Ultimate le riprese di un film, Sellers, sovente, restava solo, come un personaggio tragico all’ultimo atto di un dramma prossimo a compiersi. I suoi matrimoni fallivano uno dopo l’altro, i rapporti con i figli si incrinavano. Peter Sellers era un genio ed un pazzo al tempo stesso. La genialità e la follia – già – sono due facce della medesima medaglia.

Sellers giaceva in un limbo di incertezze e angosce che lo isolavano dagli altri. In lui, era possibile scorgere il riserbo di un’acuta insicurezza, quella stessa insicurezza tanto ingombrante da gettare il povero guitto che ne soffre nel protratto silenzio e nel costante maceramento. Seller era un artista poliedrico, dall’innata inclinazione comica, eppure non riuscì mai a capirlo, perso tra le sue ossessioni, schiavo dei suoi demoni. Non ebbe mai modo di fare uno sfoggio consapevole della propria abilità recitativa. Peter Sellers era capacissimo ma insicuro, al contrario di Clouseau, che era incapace ma sprezzante. Quale ironia!

Ci fu un tempo non troppo lontano in cui questo Clouseau vagava spaesato, come un personaggio in cerca di attore. Qualcuno giurò di averlo visto muoversi, a fatica, da un capo all’altro di un periodo scritto, di una frase che doveva essere ancora pronunciata. Nessuno si era preoccupato di dar lui contorno, gesto, fattezza. Clouseau, in quel tempo, non esisteva ancora, viveva a stento, boccheggiava tra il bianco della carta, poiché era solo un’idea, un’intuizione imbastita, un pressappoco, un comprimario di un’opera filmica ancora da farsi.

In quel copione appena abbozzato e pasticciato d’inchiostro, Clouseau veniva delineato sommariamente come un investigatore. Badate bene, però, non un investigatore come era auspicabile attendersi, non un tizio accorto, riflessivo, intuitivo. Non una sagoma introversa col vizio del fumo, immersa in una nuvola grigia a pensare, assorta e silenziosa. Non si trattava, neppure, di un tipo razionale e intrigante, con la passione per la buona letteratura. Clouseau – beh - doveva essere un “detective” di tutt’altra caratura. La sceneggiatura da cui emise il primo vagito questo bizzarro ometto con la lente d’ingrandimento in mano lo bollava, sin da subito, come un piedipiatti sciocco, un perfetto idiota. Clouseau era stato concepito come un inetto, un incapace, un maldestro ispettore di polizia.

Conseguentemente, Clouseau si discostava e di molto dalla classica figura dell’investigatore attento, incline a cogliere il particolare, l’indagatore minuzioso, sagace e un pizzico faceto. Insomma, per dirla alla buona, questo tipetto impudente chiamato Jacques fu partorito come un gonzo a cui ogni forma di trionfo era stata preclusa. Poco altro venne indicato nel copione per quanto riguardava questo soggetto, vago nel carattere ancor più che nell’aspetto.

Or dunque, Peter Sellers raccolse il “manoscritto” tra le mani, lo lesse e plasmò il suo investigatore di lì a poco. Colui che non aveva una vera personalità, quell’uomo tanto disturbato e infelice, conferì, con grande naturalezza, un’individualità cristallina e del tutto singolare al suo ispettore. La maschera di Clouseau fu, quindi, indossata dall’attore britannico. L’aspetto e la cadenza di questo personaggio erano belli che pronti: un trench bianco, un cappello ben piantato in testa, baffi folti a sormontare le labbra, un accento spiccatamente francese, una pronunzia scorretta e un incedere signorile ma tendente al claudicante, all’impaccio improvviso. Peter Sellers inventò tutto ciò dal nulla. Quello che accadde dopo, come si suole dire, è storia nota.

Nel primo lungometraggio della serie de “La Pantera Rosa”, Clouseau non figurava come protagonista. Come già accennato, egli era un comprimario, un personaggio di contorno, l’improbabile antagonista di un ladro gentiluomo. Al pari di un “Zenigata” dall’accento francese, Clouseau inseguiva infruttuosamente il suo acerrimo nemico, un “Lupin” che vantava il volto di un aristocratico inglese.

In questa pellicola d’esordio, Clouseau si palesa ingenuo e arruffone, e viene imbrogliato da tutti. I restanti personaggi del film si prendono gioco di lui, ingannandolo come si è soliti fare ad un pivello. Persino la moglie, la donna che Clouseau adora e per la quale si mostra sottomesso come un antico schiavo, non fa che raggirarlo. Clouseau, quindi, con i suoi inciampi, con i suoi capitomboli, con i suoi abbagli ai limiti dell’assurdo genera compiacimenti e risate, cionondimeno dalla sua storia è possibile intravedere, almeno nella prima pellicola, una rilettura commuovente. Innanzitutto, per quanto riguarda la sua vita privata.

Jacques sembra innamorato perso di Simone, la sua consorte, e per lei è disposto a comportarsi in maniera servizievole, accontentandola ad ogni capriccio. Simone non lo ama affatto, ma Jacques non può dedurlo, preso com’è a riverirla. Simone è una donna bella e criptica come un diamante che brilla, nascondendo, con un gioco di riflessi e di luci, la propria meschinità. Ma Jacques non si fa troppe domande su di lei, a lui importa soltanto averla e non sentirsi solo. Anche Peter Sellers cercò per tutta la vita una donna che potesse amarlo, portarlo via dalla strada della solitudine, restargli accanto, tollerarlo.

Clouseau vorrebbe, poi, essere preso sul serio nel suo lavoro, ma la sua goffaggine non fa che metterlo alla stregua di un sempliciotto. Egli aspira, inoltre, ad essere riconosciuto come un poliziotto infallibile ma la fama, in tal veste, non arriverà. Soltanto quando sarà ingiustamente processato e arrestato, la folla ed i colleghi di lavoro lo accoglieranno come un eroe scaltro e attento, lesto a gabbare le forze dell’ordine. Negli istanti finali dell’opera filmica, a Clouseau, deluso, non resterà che accettare lo scherzo, fingersi davvero un ladro e godersi, per pochi, ineffabili, momenti la gloria tanto sognata. Il primo Clouseau era un uomo incompreso, che agognava l’approvazione dei superiori e dei sottoposti, ma non poteva raggiungerla come ufficiale di polizia, troppo inadatto per farcela. Pur di percepire questa sensazione di notorietà, pur di sentire l’abbraccio e il calore della gente, Clouseau accetta, infine, d’essere reputato un criminale. Si conclude così la prima vicenda del noto ispettore, con un esito amaro, ironico ma profondamente ingiusto.

Anche Peter Sellers sognava l’approvazione della massa. Desiderava costantemente avvertire il supporto, l’apprezzamento, le risate della sua gente. Sebbene ricevesse tutto questo, non fu mai del tutto convinto di meritare quanto riscuoteva. Similmente all’originario Clouseau, lo stesso Sellers era un uomo che faceva ridere, che strappava consensi ma che, in fondo in fondo, si sentiva triste, incompleto, eternamente inappagato.  

Il personaggio dell’ispettore spopolò nel mondo e, nel sequel della Pantera Rosa, divenne l’assoluto protagonista. I tratti pertinenti di Clouseau si amplieranno con il secondo film. In questa successiva pellicola, Sellers affinò ulteriormente i caratteri salienti della sua maschera comica. La goffaggine, la stupidità, il coraggio emersero, trasbordanti, in Clouseau. L’attore mise a nudo le bizzarre consuetudini dell’ispettore, come i dissidi quotidiani ed esasperanti con il capo Dreyfus o gli addestramenti col maggiordomo Cato, sempre incline a tendere agguati tanto surreali quanto imprevedibili per mantenere l’ispettore vigile e in allerta. Oltre questi segni distintivi, Sellers donò al personaggio un temperamento ironicamente tronfio ed una sfrontata… sicurezza. Quella che a lui mancò per tutta la vita.

L’ispettore Clouseau, differentemente dall’attore che lo interpretò con tale maestria, ostenta una sicurezza invidiabile, uno spirito audace, impavido, certo dei propri mezzi sebbene non debba. Clouseau è, infatti, sicuro di sé, ed è convinto d’essere un eccelso investigatore. Invero, egli è rimasto un adorabile imbranato, un ottuso e sgraziato “gendarme”. Clouseau inciampa a ritmi continui, distrugge tutti i mobili che, sfortunati, giacciono nelle medesime porzioni di spazio in cui egli agisce. Clouseau procede imperterrito, lasciando scie di catastrofi alle sue spalle. Ancora, egli ferisce inconsapevolmente i suoi poveri interlocutori e genera disastri al pari di una calamità naturale. Del resto, Clouseau può essere descritto come un tornado contenuto nel corpo disadorno, slanciato e smunto di un uomo qualunque. Tuttavia, l’ispettore pare non accorgersi mai di ciò che accade intorno a lui, delle iatture che combina, dei disastri che lascia al suo passaggio, delle sventure che perseguitano chi gli sta attorno. Talvolta, però, si scusa per i suoi bizzarri incidenti, senza mai comprendere appieno l’origine paradossale delle sue disavventure. Ma non tutto ciò che gli accade passa inosservato alla sua vista.

Quando casca a terra, Clouseau si rialza prontamente, vergognandosi timidamente del proprio ruzzolone. Sellers infuse a Clouseau una lieve vanità, una dignità sciorinata dal suo portamento fiero, orgoglioso, che poco aveva a che vedere con la goffaggine che affiorava d’improvviso in lui. Clouseau è tanto distinto quanto dinoccolato, cerca di darsi un portamento da elegante indagatore per poi apparire come un questurino rabberciato. Clouseau vorrebbe essere bravo e diligente ma non può, poiché il suo è un fato già scritto. La natura di Clouseau è inalterabile: quella d’essere un inguaribile pasticcione. Quindi, Jacques fa finta di nulla, fa sì che le brutte figure gli scivolino via come gocce di pioggia su di un impermeabile color pastello.

L’ispettore Clouseau rappresenta il desiderio di Peter Sellers di riuscire a scrollarsi di dosso il peso di un’aspettativa personale irraggiungibile. Sellers avrebbe voluto padroneggiare la sicurezza del suo personaggio, avrebbe voluto, in parte, possedere la sua personalità, vale a dire l’abilità d’essere risoluto anche a seguito di un intoppo, di un banalissimo sbaglio. Sellers era un maniaco della perfezione, non contemplava l’errore come una caratteristica dell’essere umano. Forse, in cuor suo, avrebbe desiderato avere in dono un po’ del carattere del suo più celebre alter-ego: quel carattere che riusciva ad andare oltre la svista, al di là della figura barbina. Clouseau cadeva ma era sempre pronto a rialzarsi con baldanza, senza mai rimuginare troppo su quanto accaduto. In altre parole, Clouseau incarnava la leggerezza, la disinvoltura, la voglia di andare oltre il giudizio del prossimo, di non lasciarsi sopraffare dal dubbio e dall’incertezza, “perizie” mai possedute dal suo afflitto interprete.

In ogni sua avventura, Clouseau è protetto da una fortuna sfacciata, da una provvidenza manzoniana che veglia sul suo corso, aiutandolo a sopravvivere a svariati attentanti e ad assassinii premeditati. Tale provvidenza fa sì che l’ispettore riesca sempre a risolvere il caso, pur non avendone ben compreso i fatti. La mano provvidenziale della sorte premierà sempre Clouseau, restituendogli le soddisfazioni e i meriti che, nella sua primissima avventura, mancò tristemente. Tali meriti Clouseau li otterrà non certo per la sua intelligenza, ma in virtù della sua bontà d’animo. L’egual provvidenza non vegliò sul triste destino di Peter Sellers. Questo attore dallo sconfinato talento spirò dopo un’esistenza travagliata e autodistruttiva.

Ma chi era Peter Sellers, infine? Mah! Forse nessuno lo ha mai saputo.

Non era né l’attore e neppure il personaggio, non era né Peter né Clouseau. Era forse la Pantera Rosa, quel felino antropomorfizzato che camminava in posizione eretta e che seguiva, come un segugio, le gesta del minuto ispettore. Col suo manto rosato, col suo volto allegro, con quell’andatura sicura di sé, col suo agire fortunato e sublime qualunque cosa facesse, la Pantera Rosa simboleggiava la compiutezza dell’uomo e dell’artista.

E’ proprio la Pantera a personificare i due aspetti bramati da Peter e da Clouseau: la sicurezza tanto agognata dall’attore e il talento così ricercato dalla maschera. In quell’animale nato da una punta di matita, persona e personaggio si sono ricongiunti.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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