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"Sam Conrad" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sull’episodio “Gente come noi” della serie televisiva “Ai confini della realtà”.)

Sam Conrad partì per lo spazio tanti anni fa, a bordo di una navicella fresca di fabbrica. Essa riluceva di un perlaceo chiaro e aveva la forma di un lungo dardo acuminato. Nessuno seppe mai cosa accadde a quella astronave né al suo equipaggio, smarrito nel cielo plumbeo.

Tra me e me, di tanto in tanto, mi domando se Sam sia ancora lassù, tra gli ammassi stellari. Le sue tracce si persero non appena il modulo spaziale toccò il suolo del pianeta rosso. Si udì un tremendo boato, poi tutto tacque. Sam e Warren erano scomparsi, inghiottiti dalle stelle. Warren era l’altro astronauta della missione, un uomo di poche parole, freddo e austero. Questi non vedeva l’ora di salire sulla rampa del razzo vettore, azionare i comandi e issarsi in volo. L’attesa del viaggio l’aveva emozionato più del dovuto. Anche di Warren non si seppe più nulla.

Alla vigilia della partenza, Sam nutriva parecchi dubbi sull’esito della loro ardua missione. Non sapeva cosa avrebbe dovuto aspettarsi né se qualcuno se ne stava lì ad attendere lui e il suo compagno. Marte rappresentava l’ignoto, l’inesplorato. Al contrario di Warren, Sam non era, quel che si dice, un uomo d’azione ma uno studioso. Il suo mondo era composto da libri, da diapositive e microscopi.

La navicella sparì parecchie ore dopo aver lasciato la Terra. Alcuni ipotizzarono che le apparecchiature dell’argentea capsula con cui i due avevano percorso le vie del cosmo fossero state messe fuori uso da un violento impatto. Così, in effetti, avvenne, ma questa è una storia che solo pochi raccontano, poiché si è consumata in una dimensione remota che si erge sopra l'oscuro baratro dell'ignoto e sulle vette luminose del sapere; in un luogo che è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l'eternità.

Il frastuono prolungato si interruppe bruscamente. Sam si svegliò di soprassalto. Non sapeva cosa fosse successo né se avesse raggiunto la meta. Aveva la testa gonfia e dolorante, la vista annebbiata. Strizzava gli occhi per vedere davanti a sé. Riconobbe la struttura interna della sua astronave, sebbene non riuscisse ancora a metterla a fuoco. Un rivolo di sangue colava giù dalla sua fronte, fino a inzuppargli le mani di un intenso colore scarlatto. La navicella pareva essere stata messa a soqquadro. I tavolini erano rovesciati, i mobili ammaccati, il computer di bordo era esploso, danneggiato nell’urto. Sam iniziò a ricordare. Rammentò d’essere stato balzato via dal sedile di guida, d’essersi scontrato con le pareti, d’aver battuto la testa.

Appeso ad un’asse metallico giaceva il corpo agonizzante di Warren. Pochi attimi e la morte sopraggiunse. Disorientato, Sam si alzò a fatica e fuoriuscì da un boccaporto. Attorno al luogo dell’impatto, vide una moltitudine di gente che lo attendeva. C’erano figure di uomini e di donne, ma non erano né uomini né donne. Erano gli abitanti di Marte, e somigliavano molto ai terrestri. Sam faticò a capire, ma si sentì sollevato nell’apprendere che, almeno in parte, la missione aveva avuto buon esito. L’astronauta aveva la prova che stava cercando: l’esistenza di altre forme di vita presenti nell’universo sconfinato.

Discese dal mezzo e si guardò intorno. Gli “indigeni” del pianeta si mostravano garbati ed ospitali. Si esprimevano in una lingua che Sam riusciva a capire, come se la sua mente l’avesse sempre conosciuta. I suoi occhi roteavano vorticosamente e squadravano le fattezze degli alieni. Sam vide una donna dai lunghi capelli sorridergli compiaciuta e forse intimorita. Sam non poté fare a meno di notare quanto fosse bella.

Toccò il suolo di Marte, e fu accolto, trionfante, dai suoi padroni.

Quella particolare razza aliena, così simile agli esseri umani, condusse il visitatore dentro un edificio che era stato messo su in un batter di ciglia, come fecero intendere subito i marziani. In effetti, lo avevano realizzato solo qualche istante prima dell’arrivo della navicella sul pianeta. Già, come per magia. La struttura dava su di un’ampia vallata semideserta. Sam varcò la soglia dell’abitazione e si ritrovò in un ambiente familiare, arredato di tutto punto. Era una casa, una dimora meravigliosa. I marziani avevano offerto a Sam un rifugio in cui trascorrere la notte, in attesa che la navicella venisse riparata dagli esperti costruttori che erano stati appena convocati.

Sam accettò di buon grado. L’alloggio era costruito su misura per lui: aveva comode poltrone in cui sprofondare liberamente, un letto a due piazze su cui distendersi. Le grandi finestre aperte si affacciavano su lande desolate. Prima d’entrare, Sam lanciò uno sguardo alla donna che gli aveva sorriso. Appariva triste e impietrita. Sam le allungò la mano, chiedendole d’incontrarla l’indomani. L’aliena rimase in silenzio.

Quando la porta d’ingresso si chiuse alle sue spalle, Sam non vide più nessuno. Rimase solo, a contemplare l’interno della costruzione. D’un tratto, l’ampia finestra che dava sulla vallata cominciò a spalancarsi come fosse il sipario di un teatro.  Le vetrate caddero giù, e furono immediatamente sostituite da robuste sbarre di metallo scuro. Sam si avvicinò, tese le mani e sentì il freddo dell’acciaio. La vallata rocciosa non era più deserta ma era piena di gente. Gente che somigliava agli esseri umani ma che non aveva nulla d’umano. Erano ancora i marziani a guardarlo con curiosità sempre crescente. Sam seguitava a non capire. Allora, lesse un cartello che nel frattempo era spuntato come d’incanto, e sul quale si leggeva: “Una creatura terrestre nel suo habitat naturale”. Il sangue che gli fuoriusciva ancora dalla fronte, subito, si raggelò. Sam finalmente capì: era stato messo in mostra come una fauna da studiare, una preda da sfoggiare.

Liberatemi!” – urlò disperato. Ma tutti lo ammiravano come un animale nel suo ambiente più congeniale: una casa. Per i signori di Marte, Sam era a tutti gli effetti una “bestia” misteriosa, un esemplare bipede dal manto fragile e indifeso.

Gridò sempre più forte, poi vide la ragazza a cui aveva stretto la mano. Ella piangeva, dispiaciuta. Allungò poi lo sguardo altrove e fuggì. Sam non ebbe più scampo. Sarebbe rimasto intrappolato lì dentro per tutta l’eternità, in quel carcere provvisto di acqua corrente ed energia elettrica.

Quegli alieni non somigliavano agli esseri umani solo nell’aspetto ma anche nell’agire. Anche loro schiavizzavano chi non conoscevano, rendevano prigionieri gli stranieri, sottomettevano coloro che arrivavano da lontano. I marziani erano esattamente una razza come quella da cui Sam proveniva, avevano la stessa intelligenza e vantavano la medesima pianificazione, l’egual fermezza e crudeltà.

Sam crollò sul pavimento, disperato. Quella “casa” che aveva visto, al principio, gli piaceva così tanto, gli ricordava il suo amato pianeta. Ma essa non era che una cella, la crudele ricostruzione di un ambiente familiare in cui un essere umano poteva sentirsi apparentemente a suo agio. Gli alieni sapevano che gli uomini, al calar della notte, hanno l’abitudine di rintanarsi nei loro spazi privati, nei loro confini, tra le mura amiche di un’abitazione. Così eressero un’alcova finta dove rinchiudere un uomo nel suo habitat ideale.

Mi domando se Sam viva ancora recluso lassù, sperduto tra gli spazi siderali. Mi chiedo se sappia cosa è avvenuto qui sulla Terra, se sia venuto a conoscenza del virus che ha costretto tanti suoi simili ad isolarsi, a rinchiudersi in casa per proteggersi. Anche per i terrestri, la dimora si è tramutata in una sorta di prigione.

Come ogni altro essere vivente, l’essere umano non è fatto per starsene in gabbia. Al contrario, egli è fatto per vivere all’aria aperta, per correre, camminare, per godere dei raggi del sole e per gioire del soffio del vento che gli sferza il viso. La “libertà”, più che un desiderio, è un istinto, una sensazione impossibile da soffocare.

L’odierno essere umano, quello che oggi abita la Terra, potrà quanto prima uscire. Sam no, non potrà più farlo. A volte, credo di sentire la sua voglia di fare ritorno, i suoi lunghi lamenti, trasportati dalla gelida corrente di quell’insolito oceano trapuntato di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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