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Il valore del perdono – “L’orso”

"L'orso" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Perdita

Silenzio, non vi era altro da ascoltare. Soltanto un sommesso silenzio. Il sole era sorto da qualche ora, eppure non si udiva alcunché. Quel mattino, un cielo terso sovrastava le verdi radure e i ripidi pendii. La natura non si era ancora svegliata. Iniziò a ravvivarsi pian piano. Dapprima, fu il vento a riaccendere la tacita pace di quegli spazi. La brezza gelida bisbigliava tra le fronde degli alberi, e il cinguettio degli uccelli rinvigoriva ogni angolo della foresta che, nel frattempo, si era finalmente ridestata e con essa le sue creature. 

Su, in cima ad un colle, un suono distinto e ben più minaccioso cominciò ad echeggiare. Si trattava di un brontolio cupo e aspro, emesso da un grosso animale, un predatore quasi certamente. Avvertendo quel preoccupante mugugno, molti abitanti della foresta fuggirono via, intimoriti. Di lì a poco, su di una fredda superficie rocciosa, apparve una imponente creatura dal manto bruno. Era una femmina di grizzly, la regina della montagna, giunta fin lassù per procurarsi del cibo. A pochi passi da quell’immensa creatura vi era una buffa pallottola di pelo, munita anch’essa di due orecchie irte e quattro zampette affilate. L’orsa era arrivata fin lì con il suo cucciolo, da cui non si separava mai.

In quegli attimi, il piccolo si accovacciò su di una pietra bianca, perdendosi con lo sguardo oltre l’orizzonte. La mamma, dal canto suo, si mise a rovistare tra le costole schiuse della montagna. Con le zampe, il grizzly cominciò a “ferire” la roccia, scavando sempre più in profondità. Da lì venne fuori una nuvola di api che avvolse subito l’animale. Ma l’orsa era troppo grande e affamata per cedere alle punture di quei laboriosi insetti, così li allontanò con ripetuti gesti e qualche energica zampata, quindi proseguì a solcare nel ventre del monte.

Dall’alveare, la femmina poté raccogliere il miele e offrirlo al proprio cucciolo. Mentre mamma e figlio si nutrivano, alcuni detriti precipitarono dall’alto. L’orsa non li notò. Seguitò a ghermire il miele, a strappare arbusti cresciuti fra quelle rocce, ad eliminare tutto ciò che sbarrava l’accesso, fino a quando non fu troppo tardi: un enorme masso si staccò dal massiccio sovrastante e piombò giù. Ciò che impediva alla parete di collassare era stato levato via dal grosso animale, che nell’impatto rimase schiacciato dal macigno e morì sul colpo. Il piccolino, al momento della caduta, si era allontanato di qualche metro dalla madre e, per quello, riuscì a salvarsi.  Ma era rimasto solo. Solo in un regno pieno di insidie e di pericoli.

Comincia in tal modo “L’orso”, il capolavoro della filmografia di Jean-Jacques Annaud risalente al 1988. Pellicola di stampo espressionista, “L’orso” è un lungometraggio molto particolare: sprovvisto quasi totalmente di dialoghi, il film basa la sua impronta comunicativa sulla gestualità, sull’espressività delle facce, sulle movenze e le azioni che i personaggi, umani e animali, compiono durante lo snocciolarsi del racconto.

L’orso” inizia in un giorno qualunque, apparentemente sereno, tra l’azzurro di una volta celeste limpida e il fresco soffiare del vento. In un’atmosfera tranquilla, lieta, in un clima pacato, solare, gioioso, il fato mostra la sua imprevedibilità. L’occhio meccanico della camera di Annaud mostra un paesaggio soave, uno scenario idilliaco, quello in cui una mamma si prende cura della sua discendenza. La grande orsa, inquadrata dalla cinepresa del regista francese, sembra quasi baciare delicatamente il proprio cucciolo, lambendo il suo viso sporco di miele con il proprio muso, poco prima di morire. La morte della mamma dell’orsetto avviene d’improvviso, quando nulla poteva lasciare presagire l’imminente tragedia. Sin dalla prima sequenza, il regista evidenzia quanto il destino possa essere imponderabile e come un'inaspettata disgrazia possa innescare la nascita di una storia emozionante: la storia di un “orfano” e di un “padre”.

Proprio così, un padre. Perché il vero personaggio cardine dell’opera di Annaud è un maschio adulto che, ben presto, incontrerà un orfano, un trovatello della sua stessa specie e deciderà di adottarlo come se fosse suo.  

L’orso” è un film sorprendente, suggestivo, profondamente sentimentale, una sorta di favola esopiana raccontata dal punto di vista di un animale. Gli unici uomini presenti nel lungometraggio, infatti, assurgono al ruolo di antagonisti con i quali risulta difficile per lo spettatore identificarsi.

Dopo il violento impatto con la roccia e la conseguente morte dell’orsa, il piccolo, disperato, si distende accanto al corpo senza vita della madre. Lì, respirando affannosamente e singhiozzando, si addormenta. Una sequenza breve, struggente, che ricorda a sua volta un’altra scena altrettanto toccante di un lungometraggio d’animazione che uscirà sei anni dopo la pellicola di Annaud, vale a dire “Il re leone”.

Quando Simba - il leoncino protagonista del racconto disneyano - raggiunge il corpo esanime di Mufasa, in un primo momento, fatica a comprendere la gravità di ciò che è appena accaduto. Simba si avvicina alle spoglie del padre tentando in ogni modo di ridestarlo dal suo sonno eterno, convinto che non se ne sia ancora andato. I gesti strazianti del piccolo felino, che mordicchia l’orecchio del padre e preme sulle sue guance per cercare di fargli aprire gli occhi, ricordano le tenere e vane azioni dell’orsetto del film di Annaud, che prova a liberare la madre rimasta parzialmente sepolta sotto la frana, cercando di tirarla via da sassi e detriti.

Sia Simba che il giovane orso quando si accorgono che per i loro genitori non c’è più nulla da fare si abbandonano ad un pianto malinconico, prima di accovacciarsi ciascuno vicino al proprio padre e alla propria madre scomparsi. Simba si insinua sotto la zampa del genitore, reclamando un ultimo abbraccio, l’orsetto, invece, si distende accanto al manto della sua mamma, ricercandone il tepore.

Sia ne “L’orso” che ne “Il re leone” il sopraggiungere della morte del genitore, visto dal proprio figlio fino a quell’istante come un’ancora di salvezza, come una sorta di caposaldo a cui aggrapparsi avviene inaspettatamente. Tutto ciò getta i protagonisti nello sconforto più assoluto e costituisce la scintilla degli eventi. Nel film d’animazione della Disney, Simba fuggirà via dal suo regno, persuaso di essere stato colpevole della tragica fine del proprio genitore; nel film di Annaud, dopo aver trascorso tutta la notte accanto alla madre esanime, l’orsetto, alle prime luci dell’alba, si incammina da solo in direzione della vallata, verso un futuro incerto.   

  • Padre e figlio

In quella stessa notte, due uomini giungono ai piedi della catena montuosa. La prima traccia della loro presenza viene fornita allo spettatore attraverso il fumo che si leva fino al cielo. Come accade in “Bambi”, altro capolavoro della Walt Disney che possiede diversi punti in comune con “L’orso”, una traccia tangibile della presenza degli uomini viene fornita tanto al pubblico che osserva il film quanto agli animali presenti nella storia attraverso il fuoco. Verso la parte finale di “Bambi”, il giovane cervo, issatosi su un’altura, nota assieme al padre, il Grande Principe della foresta, una nube salire sino alle nuvole. Il giallo ed il rosso luminosi di una fiamma accesa si scorgono in lontananza e ciò può significare soltanto una cosa: i cacciatori sono arrivati in prossimità della foresta e hanno lasciato il loro marchio.

Anche ne “L’orso” avviene una cosa molto simile: la cinepresa di Annaud discende dal colle e inquadra un fuoco alimentato dall’azione di due uomini.

Uno dei due, il più giovane, è intento a mantenere efficiente il suo fucile, l’altro, il più anziano, sta scuoiando un grizzly predato e ucciso in qualche precedente azione venatoria.

I due cacciatori si sono protratti sino a quei luoghi per dare la caccia ad un maschio di grizzly che regna incontrastato in quella foresta.

Quest’orso fa la sua comparsa poco dopo, camminando fieramente tra la fitta vegetazione. Il solenne mammifero ignora la presenza dell’uomo nelle vicinanze, e procede liberamente senza paventare alcun pericolo. 

I cacciatori, invero, stanno braccando il grizzly, seguendolo sino ad una vallata. Qui, il più giovane dei due uomini, impaziente di abbattere la sua preda, spara all’orso prima del dovuto, ferendolo solamente, ma facendolo così infuriare. Il grizzly, da questo momento in poi cosciente di essere voluto morto dagli uomini, fugge via, non prima di aver aggredito e ucciso i cavalli con cui i due cacciatori erano approdati in quella radura.

Spintosi sino al fiume per trovare ristoro e riprendere le forze, il grosso animale intravede il cucciolo, che tenta di avvicinarsi.

L’orso, scostante e rabbioso, scaccia prepotentemente il piccolo che però non si dà per vinto. Come un re duro da scalfire il grizzly si mostra scontroso, furente, per nulla incline ad intenerirsi dinanzi ai bisogni del piccino. L’orsetto, però, gli si avvicina nuovamente e riesce a leccare in maniera amorevole la ferita, mentre il grosso animale continua a rimanere sdraiato dentro una pozza d'acqua nel disperato tentativo di trarne giovamento.

L'amicizia tra i due si cristallizza proprio in quell’istante: il grande animale prende l'orfano sotto la sua protezione, salvandolo dalla solitudine.  

Le sequenze in cui il cucciolo di orso vaga per la natura selvaggia, spaventato, in cerca di una figura che possa offrirgli ausilio, presentano delle ulteriori similitudini con i momenti in cui il cerbiatto Bambi, nell’omonimo film Disney, perlustra la foresta, chiamando la sua mamma, assassinata dai bracconieri. Bambi, come lo stesso orsetto, è rimasto solo, quand’ecco che mira un maestoso cervo pararsi dinanzi a lui. Il Grande Principe della foresta, austero e regale nel suo portamento, comunica a Bambi quanto è accaduto: la sua mamma non tornerà mai più.

A quel punto, il cerbiatto china il capo, afflitto, e prende a lacrimare. Le gambe tremanti del timido cervo s’incurvano, schiacciate dal peso di una perdita gravissima, di una ferita insanabile, e quasi sembrano non riuscire più a reggerlo.

La neve che viene giù dal cielo come un pianto della natura avvolge il Grande Principe della foresta e il suo cucciolo, che restano per alcuni, interminabili secondi laconici. Sarà il padre a infrangere nuovamente il silenzio e ad annunciare a Bambi che lo prenderà con sé. In quell’attimo, il cerbiatto mostra timore reverenziale al cospetto del padre, un cervo severo, arcigno e inflessibile.

In egual misura, il grizzly de “L’orso”, che si fa carico del destino del cucciolo, appare fermo, rigoroso, eppure sempre disponibile ad accudire e a proteggere il proprio figlio. Il Grande Principe della foresta e l’orso sono entrambi esseri solitari, indipendenti, che decidono di rompere i propri indugi, di assumersi delle responsabilità che vanno oltre i fini egoistici perseguiti sino ad allora, e di allevare una prole che necessita del loro aiuto.

Il legame tra il grizzly e l’orsetto si forma e si accresce sempre più nei giorni a venire: il maschio adulto insegna al piccolo a cacciare e pescare, assurgendo a figura di riferimento, plasmatrice e paterna. Il grizzly adulto, nell’opera di Annaud, assume il ruolo di un padre adottivo che si fa tutore di un “bimbo abbandonato” che ha bisogno di essere accudito. L’orsetto non può cavarsela da solo, la mamma è infatti morta prima del tempo, non potendo insegnare al piccolo come badare a sé stesso, come procacciare il cibo e come sopravvivere ai numerosi pericoli del mondo esterno. Pertanto, il grizzly diviene una presenza fondamentale nella vita del “giovanotto”, una sorta di “maestro”, di mentore che educa l’orsetto a stare nel suo habitat.

Con le dovute differenze, qualcosa di simile avviene in un altro lungometraggio della Walt Disney: “Il libro della giungla”. Nel film d’animazione del 1967, Baloo, un orso labiato, incontra Mowgli tra la folta vegetazione. Colpito dalla dolcezza del bambino, l’orso decide di prenderlo con sé.

In realtà, Mowgli non è rimasto da solo quando intravede, per la prima volta, Baloo. Ad accompagnarlo nel suo tortuoso pellegrinaggio nella giungla vi è Bagheera, un’astuta e saggia pantera nera. Bagheera ha il compito di scortare Mowgli sino al villaggio più vicino, così che il bimbetto possa far ritorno dalla sua gente. Mowgli, tuttavia, è deciso a non lasciare la giungla, quel luogo in cui fu trovato appena nato e in cui ha mosso i suoi primi passi.

Durante tutto il periodo della loro vicinanza, Bagheera ha rivestito agli occhi di Mowgli un ruolo di guardiano e custode. Il personaggio dell’orso Baloo, ben più burlone di Bagheera, appare contrapposto a quello della pantera. Quando Mowgli incontra Baloo, questi si mostra immediatamente affabile e simpatico. Il mammifero dalla pelle grigiastra intrattiene Mowgli giocherellando con lui, e accetta senza esitare di trasmettere ciò che sa al ragazzetto.

Baloo possiede una filosofia della vita molto personale e mal vista dagli altri animali della giungla che reputano l’orso non più di un volgare perdigiorno. Un po’ come accade nella pellicola di Annaud, anche ne “Il libro della giunglal’orso veste i panni del precettore, educando il proprio “cucciolo” su come vivere e come rapportarsi con la natura che lo avviluppa. Ne “L’orso”, il grizzly insegna al piccolino a procurarsi da mangiare, le tecniche per afferrare il pesce nei laghi, come sfuggire ai morsi degli altri predatori. Nel film d’animazione della Disney Baloo cerca di tramandare al proprio cucciolo adottivo la sua particolare visione dell’esistenza, nonché il valore delle piccole cose.

In contrapposizione al più serio Bagheera - che vorrebbe educare Mowgli ad essere ambizioso e ad impegnarsi per migliorare e diventare un giovane determinato una volta tornato fra i suoi simili – Baloo desidera insegnare a Mowgli come godere delle piccole gioie che la vita può offrirgli.  Quella di Baloo non è una visione della vita mediocre, sempliciotta o modesta, tutt’altro: il grande mammifero, ben più saggio di quanto possa dare a vedere, conferisce importanza alle banali bellezze della quotidianità. Baloo, come è solito canticchiare, si sente a casa ovunque si trovi, e non avverte il bisogno di inseguire fantomatici traguardi o aspirazioni irraggiungibili. Nella vita, a volte, bastano poche briciole, lo stretto indispensabile per sentirsi felici.

Quello di Baloo è un approccio educativo compassato, volto a trasmettere l’importanza della felicità più ingenua, quella che si può ottenere accontentandosi, apprezzando le tenue meraviglie a cui, normalmente, non si darebbe il giusto peso. 

La personalità di Baloo, nell’adattamento disneyano, è dirompente, ma allo stesso tempo stravagante ed essenziale. Baloo è un mattacchione, un “padre” attento, buono e gentile che, attraverso la spensieratezza e la risata, ha trovato la chiave per condurre un’esistenza serena.

Nel romanzo di Kipling “Il libro della giungla”, tomo da cui la Walt Disney trasse il proprio adattamento, Baloo è una figura notevolmente diversa dalla sua controparte animata pur assurgendo ancora a ruolo di maestro di vita. L’orso bruno emana una forza ed un sapere senza eguali e, al contempo, incarna una vasta saggezza tant’è che egli è il custode designato della legge della giungla, un codice che Baloo è solito impartire a tutti i suoi allievi.

Come sottolineato da Annaud, anche per Kipling l’orso è un animale che ispira grandezza e che può essere inteso come un educatore a tutti gli effetti

  • Luna, luminosa e sola

L’orso è un animale allegorico, che può essere utilizzato come uno strumento simbolico o una metafora. A tal proposito, perché Annaud scelse proprio un orso? Per quale motivo selezionò questa possente creatura come protagonista del suo racconto visivo?

Agli inizi del progetto, il regista aveva un unico obiettivo in mente: porre un animale al centro di una narrazione cinematografica, di un dramma scrutato quietamente dall’occhio meccanico di una cinepresa. Un animale, dunque, non necessariamente un grizzly. Cosa indusse Annaud a compiere la sua fatidica scelta? Quali caratteristiche, quali doti o atteggiamenti posseduti dall’orso indussero il regista a renderlo il perfetto vettore di un’emozione?

Gli orsi sono molto simili agli uomini” – ebbe a dire una volta il regista – “Specialmente per quanto concerne la gestualità”.  Secondo il parere di Annaud, un orso dispone di una gamma espressiva facilmente intuibile e decifrabile da un essere umano. “L’orso” è un film quasi del tutto “muto”, una pellicola in cui le parole sibilate dagli esseri umani si contano sulle punte delle dita. L’opera di Annaud è cinema allo stato puro, quasi originario, un lavoro che si regge sull’arte dei gesti e dei silenzi, sul linguaggio del corpo, sull’immagine che scorre e la componente musicale che cadenza il suo sviluppo. Per il cineasta francese, un orso era uno straordinario comunicatore, un animale ideale per esprimersi al cospetto di uno spettatore umano. La scelta, or dunque, non poteva che cadere su di lui. Tutto qui? Fu soltanto per questa ragione che l’orso venne opzionato come personaggio cardine? E se non fosse soltanto una questione di gestualità?

L’orso è un animale dotato di fascino e di un certo mistero e, sin dall’antichità, la sua maestosa sagoma ha ispirato molteplici reinterpretazioni fra le più disparate culture. L’orso è, infatti, una creatura che possiede connotazioni fortemente simboliche, ed è presente in numerose “favole” di natura antichissima.

In un particolare racconto della mitologia greca, la perfida dea Era scelse di tramutare la sua povera vittima proprio in un orso. Era voleva vendicarsi del consorte Zeus e della sua amante, la ninfa Callisto, rei di aver generato un figlio, Arcade. Pertanto, la regina degli Dei trasformò Callisto in un’orsa feroce e molto temuta. Ad Arcade, il maggiore eroe di quel tempo, venne chiesto di dare la caccia all’orsa, che era divenuta una grave minaccia per chiunque osasse avventurarsi tra i boschi. Il semidio ignorava che dietro le fauci dell’orsa si celasse il volto rattristato di sua madre.

Quando fu pronto a scoccare il suo dardo e a trafiggere l’orsa, Zeus intervenne e raccolse con le sue mani le anime di Arcade e di Callisto. Entrambi raggiunsero l’eternità e vennero trasfigurati in costellazioni nel cielo: Callisto divenne l’Orsa Maggiore e Arcade l’Orsa Minore. Nella cultura greca, quindi, l’immagine dell’orso corrispondeva ad un’immagine astratta, perpetuata tra gli astri, visibile dopo il crepuscolo e richiamava, in parte, la vita ultraterrena nonché l’immortalità.

Nel credo degli Indiani d’America, invece, l’orso indicava una forza sovrannaturale che aveva il suo raggio d’azione nel mondo terreno; esso inoltre incarnava anche la riflessione intima, la ponderazione e la successiva comprensione dei misteri e dei cicli legati all’esistenza mortale e al tempo.

L'Orsa Maggiore

La cultura celtica riteneva che l’orso fosse un animale dalla natura prettamente femminile. Era quindi collegato alla gravidanza, alla maternità, alla protezione della prole e della famiglia. Il lungometraggio di Annaud, “L’orso”, analizza proprio il legame tra un orso adulto ed un cucciolo, tra una figura genitoriale ed un figlio: un nucleo familiare a tutti gli effetti.

Il film di Annaud sembra indagare proprio questo aspetto della simbologia appartenente all’orso, questo suo lato più dolce, protettivo, che riguarda la crescita e la cura di una nuova vita. Se per i Celti, l’orso aveva spiccatamente una natura femminile, Annaud sovverte questo schema e pone al centro della sua narrazione un orso maschio che prenderà sotto la sua vigilanza il cucciolo abbandonato.

I proiettili del cacciatore che puntano verso la Luna

I Celti associavano l’orso alla Luna, la guardiana opalina che brilla di luce solitaria al calar della sera, osservando la Terra in maniera apparentemente austera, fredda, distaccata. La Luna è un’essenza femminile, una grande palpebra dischiusa che scruta il mondo dall’alto ascoltando ogni voce, ogni lamento, ogni desiderio, sogno o speranza che l’essere umano confida, al diffondersi delle tenebre, contemplandola. Al pari della Luna, corpo celeste dalla natura di donna, così è l’orso. Se si osserva la locandina dell’opera di Annaud, è possibile notare un rapporto tra questo satellite naturale e l’orso protagonista del film. Il grande grizzly giace in piedi, imponente, su due zampe, mentre il cucciolo cerca di imitarlo. Alle spalle dei due mammiferi, una Luna piena si staglia nel buio della notte, mirando, come una spettatrice dal candido aspetto, il rugliare dell’orso.

Durante la prima apparizione dei cacciatori, Annaud inquadra, dal basso verso l’alto, una mezzaluna che giace, scintillante, su di un’immensa tavola scura. La camera del regista si pone al di sotto di una sfilza di proiettili che il cacciatore ha lasciato, irti, su di un “tavolo da lavoro”.

I proiettili, con i loro spuntoni affilati, sembrano trafiggere la stessa luna eternata da Annaud sul proprio nastro di celluloide.

Il cacciatore più giovane, una volta messo a nuovo la sua arma, punta la canna del fucile proprio verso la mezzaluna che sfavilla, taciturna.

È come se Annaud lasciasse intendere che l’obiettivo del cacciatore è quello di “sparare” alla “luna”, di colpire quell’entità inafferrabile, di trafiggere quella preda irraggiungibile che altri non è che l’orso stesso. 

  • Grazia

Comincia, così, la caccia. Gli uomini incalzano il grizzly giorno dopo giorno, in un estenuante inseguimento. L’orso si trova costretto più volte a fuggire, e a lottare ferocemente contro alcuni mastini per salvare il proprio cucciolo. Decisi più che mai a conquistare la sua pelle, i cacciatori si spingono sino alle vette più alte della catena montuosa. Lì, l’orso riuscirà a tendere loro un agguato.   

Di fatto, verso la fase finale della caccia uno dei due uomini resta solo. Questi si arrampica su di un’altura, in cerca di una fonte d’acqua. Il giovane cacciatore ha lasciato il suo fucile all’accampamento, e si trova sprovvisto di alcuna difesa. Mentre l’acqua che sgorga da una sorgente rocciosa gli bagna le mani e il volto, un’ombra gigantesca lo avvolge. L’orso affiora da un grosso incavo prodotto nel fianco della montagna e fronteggia il suo rivale. Questi, accortosi della presenza, cede immediatamente alla paura, indietreggiando disperatamente, ma la fredda pietra gli nega una via d’uscita. L’orso, innalzatosi su due zampe, emette i suoi versi terribili che sembrano lacerare l’aria.

L’uomo non ha più scampo e nella foga del momento raccoglie un sasso, un’arma primitiva. Gli artigli del grizzly percuotono il terreno, strofinano la durezza della rupe, sollevando nubi di polvere. L’orso seguita a emettere i suoi versi che sovrastano ogni altro suono nello spazio circostante. Il fragore è assordante, tanto da frantumare ogni anelito di coraggio rimasto nel cuore del cacciatore. Questi cede allo sconforto e si getta in terra, abbandonando la pietra. Poi si rannicchia tra sé, piangendo, invocando il perdono, implorando l’animale di fermarsi. I versi stridenti della creatura gli torturano i timpani, squarciano la pelle, penetrando sino alla sua coscienza. D’un tratto l’orso si ferma, scruta il suo cacciatore divenuto in quell’istante la sua inerme preda, attende qualche istante e gli volta la schiena. L’immensa ombra scura si dilegua nel nulla.

In tale frangente, si consuma la scena culmine dell’opera di Annaud. L’orso, che ha alla sua mercé l’individuo che gli ha arrecato tanto dolore, non perpetra la sua vendetta. Il pianto dell’uomo, i suoi lamenti angoscianti, i suoi occhi congi di lacrime sembrano suscitare compassione nello spirito del possente grizzly, che allunga un’ultima volta i suoi artigli verso quel corpo senza più vigore né audacia per poi cedere e ripiegare la zampa.

Nel volgergli un’ultima occhiata prima di svanire oltre il colle, la creatura pare concedere la propria amnistia all’essere umano.

«Esiste un'emozione più forte che quella di uccidere, quella di lasciar vivere.» - disse lo scrittore James Oliver Curwood. Tale affermazione trova la sua completa esaltazione nella sequenza in cui il grande mammifero risparmia il suo nemico.

La pietà, la compassione, la misericordia che l’uomo, talvolta, non è in grado di riservare ai suoi simili può venirgli rammentata da un singolo animale. Perdonare è un gesto estremo, coraggioso, a volte difficile da applicare. Perdonare è una forma assoluta di potere, un potere che pochi sono in grado di padroneggiare ed elargire davvero. 

Il potere è quando abbiamo ogni giustificazione per uccidere e non lo facciamo”.

Questa frase fu pronunciata da Oskar Schindler, protagonista del lungometraggio “Schindler’s List – La lista di Schindler”, una delle pellicole più commuoventi e famose dedicate al tema dell’Olocausto. Quando Oskar proferisce queste parole, è sera inoltrata. Egli sta cercando di impartire al crudele e spietato ufficiale nazista Amon Goeth la grandezza di un simile gesto. Il potere di perdonare – dice Oskar - era riservato nell’antichità agli imperatori. Un tempo, un ladro veniva portato al cospetto del “monarca”, s’inchinava ai suoi piedi e, pur essendo colpevole e immeritevole, scongiurava per il perdono. Il reo si dimenava ai piedi del regnante, singhiozzava, invocava l’assoluzione. A volte l’imperatore, mosso a compassione, concedeva il perdono. Un atto misericordioso, spiazzante, che solo un puro di cuore poteva effettuare.

Il cacciatore che nell’opera di Annaud giace genuflesso e grida il suo pentimento, il proprio rimorso al possente “carnivoro” che, in quell’istante, può decidere della sua vita, è paragonabile alla figura del ladro cui faceva menzione Schindler. L’orso è l’imperatore, un essere tanto grande e potente che, in quella determinata situazione, può scegliere se infliggere una punizione severissima o dispensare la sua grazia. I sentimenti di rivalsa covati dal grizzly scompaiono ad ogni goccia che scende dagli occhi inumiditi dell’uomo disperato.  Scegliere di perdonare, di risparmiare una vita richiede un gran coraggio. Un coraggio dimostrato pienamente dal re di quella foresta.

Molti altri sono stati gli autori che hanno provato a menzionare il valore del perdono, la sacralità della vita in ogni sua forma. J.R.R. Tolkien nel suo romanzo più celebre, “Il Signore degli anelli”, tenne a precisare quanto il perdono sia fonte di assoluta umanità. Nell’opera filmica di Peter Jackson “Il Signore degli anelli – La Compagnia dell’anello”, lo stregone Gandalf fece riferimento al frangente in cui Bilbo Baggins esitò nell’uccidere la creatura Gollum. Fu la pena a fermargli la mano, a far cadere la spada dello hobbit al suolo. Gandalf, da quel gesto altruistico compiuto da Bilbo, ricordò un’importante lezione: “Il vero coraggio si basa sul sapere, non quando prendere una vita, ma quando risparmiarla.” Bilbo Baggins non volle infliggere ulteriore dolore, non volle spargere altro sangue. Dispensò la sua carità a Gollum, e lo lasciò vivere.

  • L’uomo, artefice del male

Differentemente da “Bambi”, film in cui gli uomini non vengono mai mostrati in viso, ne “L’orso” le facce dei cacciatori risultano essere perfettamente visibili. In “Bambi”, l’uomo incarna un male universale e pertanto senza aspetto. Il suo approdo nella foresta e la sua presenza tra la folta vegetazione vengono avvertiti dagli animali attraverso flebili rumori, timide avvisaglie che mettono in guardia i “signori” dei boschi. L’uomo, considerato dal lungometraggio Disney come un portatore di morte, di dolore, di distruzione è una forza misteriosa e invisibile che brucia e consuma ciò che sfiora.

Anche nel lungometraggio di Annaud, gli uomini vengono rappresentati come “intrusi”, insidie inarrestabili che turbano l’equilibrio della natura. Essi sono portatori di vendetta, di violenza gratuita. Eppure, sul finale, il regista fa in modo che i due cacciatori trovino una loro, personale “redenzione”, desistendo dai loro propositi.

Per l’appunto, il giovane cacciatore, colpito dal perdono che l’orso ha voluto concedergli, getterà a terra il fucile, lasciando quel luogo senza più farvi ritorno.

  • Sogno

L’orso si addentra verso le grandi praterie e ritrova il cucciolo da cui si era separato. L’orsetto, rincorso da un puma affamato, viene tratto in salvo dal grizzly che respinge, furiosamente, il felino.  Insieme, padre e figlio si preparano ad affrontare l’inverno. Ritiratisi dentro una caverna, i due mammiferi si addormentano mentre fuori la neve fiocca abbondante, ricoprendo le distese boschive con la sua candida coltre. Il grande orso così come il piccolo chiudono gli occhi e cadono in un sonno profondissimo. Cosa sogneranno le due creature? Sembra quasi domandarselo il regista Annaud, attardandosi con la sua cinepresa ad osservare il lento sonnecchiare delle due creature.

Il tema del “sogno” ricorre più volte nell’opera di Annaud. Il cucciolo, durante tutto il suo peregrinare, ogniqualvolta si addormenta soffre di un sonno agitato. La sua mente lo porta a rivivere costantemente nei suoi incubi la morte dell’adorata mamma. Oltre a ciò, l’orsetto, esattamente come accadrebbe ad un bambino, vede nei suoi sogni figure minacciose, inquietanti, animali dalle fattezze spaventose, dai colori ora vividi e accesi ora cupi e bui. In una scena su tutte, l’orsetto assaggerà erroneamente dei funghi allucinogeni che gli faranno vedere, in una sorta di visione onirica, immagini intimidatorie e tetre, ombre aggressive contornate da luci intense. L’orsetto che, nella sua innocenza, contempla, confuso e disorientato, “mostri” paurosi e sagome distorte, rievoca la stessa sorte patita da Dumbo, l’elefantino che dopo aver bevuto per sbaglio da una tinozza d’acqua in cui era stato gettato dell’alcool, vive un incubo interminabile, quasi eterno, in cui dozzine di elefanti rosa danzano dinanzi a lui, muovendosi a ritmi inquietanti e prolungati.

Nell’atto finale del film, quando l’orsetto finalmente si sente al sicuro accanto al papà, nessun incubo lo turberà più. I due orsi, infatti, sogneranno serenamente, senza nulla a disturbare il loro sonno.

È l’ultimo simbolismo del film di Annaud: entrando in letargo, l’orso si allontana dalla realtà, varcando con il suo cucciolo il mondo onirico in cui entrambi saranno al riparo. Dormendo profondamente, negli ultimi momenti in cui la camera lo inquadra, il grande orso manifesta un’indagine interiore, rappresentando l’introspezione intima di una creatura tanto simile all’uomo da poter perdonare quando, invece, lo stesso uomo sovente dimentica di farlo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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