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“Sole rosso” – L’eleganza e la rozzezza del Samurai

"Toshiro Mifune" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un’autentica rivoluzione: è questo ciò che Toshiro Mifune compì nel corso della sua florida carriera, costellata di successi e impreziosita da allori. Annoverato tra gli attori più talentuosi della storia del cinema, nonché considerato all’unanimità il più famoso ed acclamato interprete nipponico del Novecento, Mifune ebbe il merito, l’astuzia, la perspicacia e, in particolar modo, l’abilità di rompere gli schemi, di sovvertire quelli che erano gli stereotipi di un ruolo, di una figura archetipa; egli fu il principale fautore di un’innovazione poiché interruppe la “routine”, sconvolse la tradizione, mutò drasticamente quelle che erano le caratteristiche di una “funzione iconica” nella cultura giapponese: quella del samurai.

Sino all’avvento e al successivo approdo di Toshiro Mifune nel mondo della settima arte, i samurai - i membri della casta militare durante l’epoca del Giappone feudale – erano sempre stati tratteggiati come combattenti implacabili, spadaccini d’impareggiabile destrezza, uomini audaci, generosi, spietati se necessario, eleganti nel portamento e armonici nella gestualità. Toshiro Mifune si approcciò al ruolo del samurai rovesciando alcuni di questi aspetti, i più marcati, invertendoli, cambiandoli radicalmente. Pertanto, i samurai del cinema che, dalla seconda metà del Novecento, poterono vantare il volto di Mifune furono, spesso, figure sorprendenti, inaspettate, dalle movenze ferine, per nulla quieti bensì agitati, vigorosi, tendenti a scatti fulminei, lesti come un ghepardo nell’atto di ghermire la preda; eroi talvolta buzzurri e diretti, poco inclini a mantenere una postura solenne, ad esprimersi con cenni ricercati e cordiali.

Mifune infuse ai suoi samurai un impeto primitivo, un’energia primordiale che scaturiva dall’interno, che sgorgava da un’intimità segreta, celata, sopita, pronta ad emergere, ad eruttare come un vulcano attivo, deciso più che mai a sprigionare tutta la sua ira: tali personaggi a cui l’attore diede contorno e spessore erano “soldati” impavidi, scaltri, alacri e, al contempo, sgraziati, sozzi, trasandati che vivevano alla giornata, senza una fissa dimora e un lavoro stabile, senza un padrone a cui offrire regolarmente i propri servigi. Mifune forgiò l’idea del samurai errante, del “ramingo” che vaga senza nome né meta, avvolto da un passato imperscrutabile come una densa nube, scevro da un futuro chiaro o ben delineato, alla perenne ricerca di una sfida sempre nuova.

Già ne “I sette samurai”, il capolavoro per antonomasia di Akira Kurosawa – cineasta che costituì con Mifune un proficuo sodalizio artistico – l’attore riuscì a mostrare al mondo intero i caratteri e gli aspetti di questa sua rivoluzione interpretativa. Kikuchiyo, il contadino aspirante “schermidore” a cui Toshiro Mifune prestò le proprie fattezze in questo dramma epico, era un uomo di umili origini, buono, altruista, accomodante ma anche travolgente, inarrestabile nell’inseguire i propri istinti, nel perseguire i propri desideri. Kikuchiyo era animato da un sogno: quello di riscattare un’esistenza iniqua battendosi per un fine superiore.

Questo bizzarro samurai era solito gironzolare per i campi in cerca di un’opportunità, di un’occasione che potesse metterlo in condizioni di dimostrare il proprio valore. Kikuchiyo, sovente, portava la propria katana sulle spalle, ben riposta nel proprio fodero, reggendola come se fosse un’ascia più che una spada, uno strumento a cui aggrapparsi, un’arma che gli conferisse la forza necessaria per restare in piedi, per vivere un giorno di più.

Kikuchiyo si muoveva con balzi lesti, guizzi felini, saltellando sulle proprie gambe come un bizzarro primate, divertito, sorridente, voglioso di esplorare e di conoscere, di imparare e di migliorarsi. Questi era sorretto da un fuoco sempiterno, che ardeva senza consumare neppure un singolo fuscello; una fiamma impossibile da estinguere. Era un leone dalla folta criniera – Kikuchiyo - un carnivoro determinato ad azzannare le sue prede, i vili briganti che infestavano i villaggi della sua cittadina in tal caso, i quali già nel suo passato gli avevano inferto un torto doloroso, rendendolo orfano di padre e di madre. Abitualmente Kikuchiyo si piegava sulle ginocchia, sostenendosi sulla katana come se questa fosse un bastone ben piantato nel terreno, e osservava l’orizzonte con impazienza, con una mal celata irrequietezza, ben lontano dalla flemma tipica dei classici samurai, meditativi e costantemente riflessivi nelle loro pose placide ed imperturbabili.

Mifune caratterizzò il suo giovane samurai come un’anima dannata, sfortunata, a cui la vita aveva richiesto fin troppo: ciononostante, Kikuchiyo non aveva perso il suo sorriso, non aveva smarrito la voglia di vivere, di ridere di sé stesso e di far ridere gli altri, di combattere, di riscattare la propria esistenza offrendola in difesa di coloro che più ne avevano necessità. Kikuchiyo non era un guerriero imbattibile, non era uno “schermidore” ben addestrato, era, d’altro canto, un uomo vero, senza macchia e senza paura, cresciuto nella povertà, allevato dalla terra fredda, aspra, quella stessa terra amata e curata giorno dopo giorno da quegli stessi contadini da cui egli proveniva. 

La sua impazienza, il suo temperamento appassionato, furioso, il suo incedere aggressivo e sfrontato, la sua evidente insofferenza costituiscono un insieme di caratteri che Mifune trasmise al personaggio, modificando radicalmente la concezione tipica del samurai mansueto e taciturno.

Mifune seguitò ad attuare questa “rivoluzione” negli anni a venire, sempre sotto l’attenta direzione del maestro Akira Kurosawa: ne “La sfida del samurai”, ad esempio, l’attore giapponese diede voce e forma a Sanjuro, un Ronin solitario che vagabonda da una città ad un’altra. Fiero nel suo incedere, con la katana stretta al fianco, avviluppato nel kimono impolverato, rattoppato alla meglio ma ancora splendido e minaccioso grazie a quel tessuto nero come una notte profondissima, Sanjuro giunge in un piccolo villaggio dilaniato da un conflitto fra due fazioni malavitose.

Determinato a proteggere i villici e a ristabilire l’ordine in città, non soltanto con la prontezza della sua affilatissima lama ma con l’arguzia e l’ingegno, Sanjuro darà inizio ad una sorta di “partita a scacchi” fra i due clan. Egli assumerà così la forma di un alfiere e, senza appartenere ad alcun colore, si muoverà privo di qualsivoglia regolamento, mettendo fuori gioco i vari pedoni e le tante torri che troverà nel suo continuo avanzare e ripiegare lungo la scacchiera.

Anche in questo film e nel suo diretto sequel, Mifune impersonò un samurai atipico, dai modi scorbutici, dalla dialettica pungente. Il samurai Sanjuro è un uomo libero, non appartiene a nessuno, non sottostà ad alcun ordine prestabilito, non obbedisce a nessuna regola poiché egli non è un sottoposto, e non è nella sua natura rispondere al richiamo o all’ordine di un Signore, chiunque esso sia.

Sanjuro è un figlio del cielo e delle stelle, un essere vivente privo di catene, un mare vasto, mai delimitato da alcun confine, semplicemente senza limiti. Nelle due pellicole di Kurosawa – “La sfida del samurai” e “Sanjuro” - Mifune personifica l’elemento incontrollabile ed incorruttibile, la mina vagante, il “ramingo” che sposa una causa senza trarne alcun vantaggio personale ma solamente perché crede ciecamente in essa, nella sua purezza, e per la stessa si batte fino alla morte. Il samurai di Mifune, il guerriero dai capelli lunghi, la barba incolta e disordinata, è un eroe solitario, comprensivo, che si esprime con parole poco chiare, per nulla consone al suo rango, eppure semplici e significative ad un ascolto più approfondito. Nel suo disprezzo per i malvagi, nel suo odio verso i bruti vi è contenuta tutta la sua eleganza, la sua grandezza, quella che non manifesta esteriormente, nascondendosi dietro una maschera torva, dietro un atteggiamento scontroso e villano.

Sebbene Mifune abbia dato contorno e vivezza a samurai così diversi e unici, non disdegnò interpretazioni più conformi, più abitudinarie, più consuete al ruolo del samurai così come è impresso nell’immaginario collettivo. Fu, infatti, un maestoso e inarrestabile guerriero nel capolavoro “Samurai Rebellion”, pellicola nella quale vestì i panni di Isaburo Sasahara, un samurai che per tutta la durata della sua vita tenne il capo abbassato, la schiena ricurva, gli occhi rivolti verso il suolo, assecondando giornalmente le pretese del suo Signore, tollerando le angherie della propria consorte, fino a quando, colpito dall’amore che il proprio figlio nutrirà per una donna considerata poco più che un ornamento dal Sovrano del proprio feudo, deciderà di ribellarsi, di sfoderare la sua spada e di combattere sino allo stremo per un senso astratto ed assoluto di giustizia.

In questo lungometraggio Mifune infuse a Isaburo una naturale pacatezza, una grazia regale, una calma che trasuda una saggezza infinita ma, al contempo, seppe far emergere la rabbia di un uomo stanco di subire soprusi, di un lottatore voglioso di battersi per l’uguaglianza, per la parità, per il diritto di poter scegliere come condurre liberamente la propria vita; un’interpretazione molto differente da quelle a cui aveva abituato il suo pubblico. Mifune dimostrò di saper plasmare la figura del samurai nelle sue varie sfaccettature; dall’eleganza dello spadaccino alla rozzezza del più efferato dei guerrieri. 

Quando, in età più avanzata, Toshiro Mifune attirò le attenzioni del cinema hollywoodiano, lasciò temporaneamente la propria terra natia per dirigersi in America, partecipando ad alcune importanti produzioni statunitensi, riuscendo a ritagliarsi parti di indubbio valore.

In “Sole rosso”, pellicola del 1971, il più famoso interprete nipponico tornò a indossare il tipico kimono del samurai, questa volta attenendosi maggiormente ad uno stile classico. Kuroda, il samurai a cui Mifune offrì i propri inconfondibili lineamenti, è un uomo distinto, dal passo altero, che discende da una lunga e gloriosa stirpe di samurai. Egli è uno degli ultimi rimasti, un guerriero che pone la dignità, l’onore e la lealtà al di sopra di ogni altro principio. L’eleganza di Kuroda e la zotichezza di Sanjuro costituiscono due aspetti opposti eppur complementari di un modo di intendere e di rappresentare la figura del samurai da parte di Toshiro Mifune che, molto probabilmente, nessun altro attore sarà mai in grado di eguagliare.

La pellicola in cui Kuroda è protagonista, “Sole rosso” per l’appunto, appartiene al genere western. Il film è stato diretto dal regista Terence Young e tra gli interpreti, oltre al giù citato Mifune, figurano personalità di grande spessore, quali Charles Bronson, Ursula Andress e Alain Delon, qui in veste di antagonista.

Nel 1870 un treno diretto dalla costa occidentale a quella orientale degli Stati Uniti d’America trasporta una preziosa spada, con fodero ed elsa ricoperti d’oro e pietre preziose, dono del Mikado al Presidente degli Stati Uniti d’America, Ulysses Simpson Grant. Sullo stesso convoglio viaggia anche l’ambasciatore del Giappone, nonché un’appetibile carrozza piena zeppa di monete d’oro. L’ambasciatore ha come scorta due imponenti samurai: Kuroda su tutti, il quale, già dalle prime sequenze, si mostra vigile, indagando con sguardo sospettoso i vari passeggeri, tutti presi a salire di gran carriera sulle varie carrozze del mezzo di trasporto.

Durante il viaggio, una banda di delinquenti assalta il treno per rubare tutte le monete d’oro contenute al suo interno. Nello scontro a fuoco, la banda di criminali entra in possesso della preziosa spada, trafugandola dalla propria custodia e portandola via a cavallo.

Kuroda, per lavare l’onta subita, deve recuperare il prestigioso oggetto e, per farlo, si unisce a uno dei malviventi che nel frattempo è stato tradito dai compagni che lo hanno lasciato a mani vuote. Per Kuroda la ricerca ed il possibile ritrovamento della spada è una questione di vita o di morte: l’ambasciatore giapponese gli ha infatti elargito una corda con 7 nodi intrecciati, ed ognuno di questi sette nodi andrà sciolto al sorgere di una nuova alba. Quando l’ultimo nodo verrà sbrogliato, se il samurai non avrà ritrovato la spada sarà costretto a suicidarsi, trafiggendosi con il suo stesso coltello.

Pur andando incontro ad un destino incerto e forse infausto, Kuroda non si scompone minimamente e parte, con il suo inaspettato compagno, alla ricerca della katana.

Il Samurai e il bandito Link, i due protagonisti dell’opera, non potrebbero essere più diversi; cionondimeno tra loro, dopo tanti momenti di incomprensione e di reciproca antipatia, nascerà una sincera amicizia, sorta da un’ammirazione reciproca e da un autentico rispetto.

La lunga e tormentata caccia dei due si esaurisce durante un assalto di pellerossa da cui si salvano in pochi. Kuroda cadrà in combattimento, sorpreso a tradimento dall’antagonista che lo fredderà con diversi colpi di pistola. Pochi istanti dopo Link riuscirà a vendicarlo, uccidendo a sua volta l’odiato rivale. In punto di morte, Kuroda regge a sé la spada. Convinto che sia stato tutto vano, prima di spirare, Kuroda si renderà conto di aver trovato in Link un amico fraterno. Questi gli prometterà che sarà lui a farsi carico della spada e a condurla a destinazione in sua vece. Kuroda morirà sereno, consapevole di aver salvato l’onore della sua casata.

La preziosa spada verrà finalmente riconsegnata ai legittimi proprietari al punto prestabilito, cioè appesa ai fili del telegrafo che corrono vicino ai binari della piccola stazione ferroviaria dove tutto ebbe inizio.

Sole rosso” è un lungometraggio originale, slegato dai consueti canovacci dei western del periodo. Di grande effetto sono i dialoghi che intercorrono tra il delinquente tradito dai compagni e il samurai che deve recuperare l'artefatto rubato. Ad ogni parola pronunciata il guerriero giapponese fa trapelare valori profondi, ideali romantici e nobili che l’interlocutore non può ignorare. Il senso dell’onore, dell’amicizia, lo sprezzo del pericolo, il coraggio di battersi per ciò che è degno sono qualità celebrate ed esaltate dall’opera. “Sole rosso” è una miscellanea che attrae, strega e coinvolge lo spettatore. Una vicenda ricca di brio, ironia, vivace, eppure, a volte, volutamente malinconica.

Kuroda, lo “spadaccino” dall’incedere maestoso e dall’espressività immutabile, sembra serbare dentro di sé una verità amara ed inesorabile: il tempo dei samurai sta scivolando via alla volta di un baratro senza fondo, verso un oblio vacuo fatto di sole memorie. Nella sua ultima avventura, Kuroda pare farsi carico di un peso tanto grande che, tuttavia, non riuscirà a flettere le sue possenti spalle: il peso della gloria dei samurai, quella stessa gloria che sta svanendo, portata via dal vento come granelli di sabbia stretti debolmente fra le dita di una mano.

La spada, quel manufatto adornato di pietre che scintillano ogniqualvolta vengono irradiate dai raggi del sole, incarna una sorta di “vello d’oro”, un oggetto dal valore inestimabile per cui l’eroe di turno è disposto ad intraprendere il proprio viaggio, la propria peripezia, e per cui è intenzionato a sacrificare la propria esistenza, consapevole che l’impresa, pur esigendo la sua vita, gli conferirà una particolare forma di immortalità: quella generata dal rispetto, dall’ammirazione, dal ricordo caro custodito e tramandato dai suoi compatrioti.  

Il sole rosso che dà il proprio nome al film viene, spesso, inquadrato dal regista del lungometraggio. Esso s’innalza su nel cielo limpido, osservando i protagonisti con imparzialità e dominando le loro azioni con apparente neutralità ed indifferenza. Esso illumina la peregrinazione dei protagonisti, li scruta come un occhio tondo ed incandescente che genera un’afa intollerabile. Al termine di ogni conflitto, il sole pare tingersi di un rosso sempre più acceso e vivido. Il sangue versato dai vari personaggi della pellicola sembra macchiare la superficie colorata del sole che diverrà infuocato, scarlatto come un cuore ferito e martoriato.

Baciato dai bagliori luminosi di quello stesso sole, Kuroda morirà. Prima di esalare l’ultimo respiro, il samurai terrà stretta quella lama dorata: ad essa, alla sua virtù, a ciò che testimonia, null’altro se non il valore di un guerriero, immolerà la sua vita prima di varcare la soglia dell’aldilà.

Autore: Emilio Giordano  

Redazione: CineHunters                     

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