Vai al contenuto

“Luci della città” – Puoi leggermi il pensiero?

"Charlot" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La redazione era in fermento. Tutti i giornalisti erano stati convocati, e con una certa urgenza. “Presto, muovetevi!” - Esortava il fotoreporter Jimmy Olsen. “Il capo vi sta aspettando, ed è rabbioso come sempre…” – Suppongo avrebbe concluso.

In fondo, nell’ampio ufficio, accanto alla finestra rimasta semiaperta, il direttore Perry White masticava nervosamente il suo sigaro. Teneva le braccia distese dietro la schiena, le mani congiunte, movendosi in maniera concitata davanti alla propria scrivania, sulla quale era stato riversato maldestramente un cumulo di fogli di carta. Perry si arrestò d’un tratto e fulminò con lo sguardo i reporter. Il loro giornale era in ritardo. In enorme ritardo.

I principali quotidiani di Metropolis avevano già sbattuto il personaggio del momento in prima pagina, l’uomo che, la sera prima, era stato visto volare con le braccia tese verso il cielo. Questa misteriosa figura affiorò dalla strada - spiccando il volo dall’asfalto grigio - e si diresse sino alla sommità di un edificio. Lungo il tragitto, l’uomo salvò la giornalista Lois Lane tenendola fra le braccia, per poi fermare con una singola e decisa presa di mano un elicottero che, perso il controllo, stava per precipitare nel vuoto.

Ne parlavano tutti i giornali, e il Daily Planet non era da meno.

Vola!” - Titolò il Post.

Guarda mamma, senza fili!” – osò il News.

Il Times esordì: “Bomba blu in picchiata su Metropolis”.

L’uomo dal mantello color del cielo sbalordisce la città.” – Tuonò infine il Planet.

Era l’avvenimento del secolo, la storia che ogni direttore di giornale sognava di raccontare. Perry lo sapeva, e per questo era su tutte le furie. Il Planet, come già detto, era in ritardo sulla tabella di marcia poiché si era semplicemente limitato a riportare la notizia di questo sorprendente avvistamento e non aveva fatto altro. Nulla di più. Nessuna aggiunta a quell’informazione, nessun dettaglio carpito da quella stupefacente figura che sorvolò i grattacieli del centro urbano. Perry non poteva tollerarlo. Le cose sarebbero dovute cambiare quel mattino stesso, e anche con gran premura.

White ammonì i suoi dipendenti. “Scovate l’uomo che sa volare!”. Voleva sapere chi fosse, conoscere il suo nome, ghermire la più impercettibile delle minuzie. “Chi era?”, “Dove abitava?”, “Da dove era venuto?”, “Cosa significa quella S che porta sul petto?”. I giornalisti dovevano cercare e sondare, pattugliare le strade, interrogare i testimoni che avevano assistito a quel salvataggio tanto sbalorditivo. Mentre White motivava i suoi cronisti, in un angolo sperduto della stanza Lois Lane leggeva un biglietto fattole recapitare in forma anonima.

Clark Kent e Lois Lane in una scena di "Superman". Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Stasera alle 20:00 a casa sua. Speranzosamente, un amico”. Lois sorrise. L’uomo che sapeva volare si era messo in contatto, concedendole un appuntamento. Sul lato opposto della sala, ritto dinanzi alla porta, il timido Clark Kent, dietro i suoi occhialoni, indagava l’espressione di Lois, guardandola candidamente per poi distogliere l’attenzione.

Quella sera l’uomo dalla grande “S” sul petto planò sul balcone di casa Lane, guadagnando il terreno con i suoi stivali rossi. Esitò per qualche secondo sul cornicione, standosene diritto su esso. Costui era alto, con un ricciolo bruno che gli scendeva sulla fronte. Racchiuso in un costume azzurro, sormontato da un mantello rosso, il misterioso visitatore scese giù dal davanzale, avanzò verso la padrona di casa e si sedette a pochi passi da lei. L’intervista poteva dunque cominciare. Lois aprì il suo taccuino, e fece seguire un meticoloso e quasi sfacciato interrogatorio volto ad estorcere con le buone le tante verità custodite dal viandante figlio della volta celeste.

Superman aveva scelto lei, proprio lei, la celebre penna di Lois Lane per esporsi al mondo, per svelare a tutti i lettori giusto qualcuno dei suoi molteplici segreti.

Quando la conversazione stava per concludersi Superman porse la mano a Lois, invitandola a volare con lui. La giornalista non se lo fece ripetere due volte. Emozionata e, forse, un pizzico spaventata, la cronista mosse il braccio verso il suo accompagnatore, lasciando che l’eroe la sollevasse come fosse una piuma sospinta da un refolo. Stretta tra le braccia dell’uomo che le aveva salvato la vita, la donna librò oltre l’uscio, salì in alto, così in alto che le parve di poter toccare le stelle. Lambì le nuvole, le trafisse con il suo corpo, accorgendosi della tenue consistenza di cui erano fatte. I due continuarono a volare per molto tempo, mirando da lassù la città viva e palpitante nel pieno della notte, con tutte le sue luci che brillavano nel buio. Lois seguirà il suo eroe per l’aere, volgendo lo sguardo, di tanto in tanto, verso di lui e scrutandolo con soavità ma anche con la sua proverbiale curiosità di giornalista, mentre egli non smetterà di tenerla sempre per mano. (Un'altra coppia di innamorati volò, insieme, da una stella ad un'altra. Vi stanno aspettando qui.)

In quegli attimi, tra una planata sul mare e una salita verso il pallido chiarore della luna tondeggiante, Lois cominciò a chiedersi se Superman potesse leggerle il pensiero. Chi poteva dirlo? Forse avrebbe potuto, ma Lois non ne era certa. Dopotutto, quel superuomo che aveva accanto riusciva a prevalere sulla forza di gravità, a soffiare folate gelide dai suoi polmoni, a sollevare un’auto senza versare neppure una goccia di sudore. Perché, dunque, se era in grado di fare tutto questo non avrebbe potuto leggerle anche la mente?

Puoi leggermi il pensiero?” – Si domandava Lois in cuor suo. Fra tutti i suoi poteri, le sue straordinarie facoltà - il volo, la forza erculea, la velocità, la vista che dissolveva ogni ombra e schiariva l’oscurità - Superman era in grado di sfogliare l’io interiore di una donna innamorata? No, invero non poteva. La mente resta un luogo intimo, personale, segreto, inaccessibile. Neppure l’Uomo d’Acciaio può addentrarsi in una simile dimensione.

Lois, in quei frangenti, meditava. Le emozioni che scaturivano dal suo cuore si erano mescolate alle idee del suo cervello. Riusciva a pensare solamente all’amore, a quanto si era innamorata di Superman. Le sarebbe piaciuto che l’eroe dalla grande “S” fosse capace di perscrutare oltre la fronte. Così facendo, si sarebbe accorto immediatamente di quanto forte e vivo fosse il sentimento della donna. Non sarebbero servite confessioni, bisbigli, mormorii pronunciati con mal celato imbarazzo, con il rossore sulle guance. Sarebbe bastata una rapida lettura...

Già! Se solo la persona da noi amata potesse leggere nella nostra mente! Capirebbe tutto in un lampo. Avvertirebbe la forza del nostro sentimento, la sua purezza, che a volte le parole non riescono a descrivere appieno. Quanto vorremmo che ciò avvenisse per davvero!

Anche un altro personaggio, in una storia diversa da quella fino ad ora narrata, avrebbe tanto desiderato che la sua amata potesse farsi strada nella sua psiche. Sono certo che lo avrebbe voluto.

Questo personaggio era un vagabondo che visse all’inizio del Novecento. Quando la donna che amava gli sfiorò il bracciò e lo guardò negli occhi, egli mostrò i denti, sghignazzando tra il timido e l’impacciato. Chi lo sa, forse fu proprio allora, in quel momento, che egli si chiese realmente se ella potesse leggere nella sua mente. In tal caso sarebbe stato più facile, per lui, trasmetterle tutto ciò che provava laggiù, in fondo al petto.

Il vagabondo non era solito parlare. Le parole non facevano per lui. Egli preferiva comunicare con l’arte dei gesti e dei silenzi, con le occhiate e le movenze. La sua voce era difficile d’ascoltare e veniva soffocata dal suono della musica, il contrappunto di grazia e delicatezza che scandiva ogni suo passo, ogni suo cenno.

Charlot, così si chiamava questo vagabondo, nell’attimo in cui s’imbatté nuovamente nella sua adorata restò immobile a guardarle il volto. Ella lo scrutava curiosa, sgomenta, del resto era la prima volta che lo vedeva, anche se si conoscevano da tempo. Come dite? Vi state chiedendo com’è possibile che quella era la prima volta che lei lo vedeva se già si conoscevano? Perdonatemi, avete proprio ragione. È meglio fare un passo indietro, e riannodare alcuni fili pendenti del discorso.

Tutto ha principio in un giorno di festa.

In una piazza cittadina si sta svolgendo una cerimonia di inaugurazione. Un nuovo monumento, per la precisione un’imponente statua di marmo sta per essere svelata a tutti i convenuti. La scultura appare coperta da un ampio drappo di velluto. Una volta rimosso, la statua si mostra ai presenti in tutta la sua solennità. Si tratta di una raffigurazione scultorea della dea Giustizia. Tutti i presenti applaudono festanti, incantati dalla bellezza di quell’opera d’arte. Di colpo si interrompono, cessano nel loro battito chiassoso. Essi si accorgono che un individuo con addosso degli abiti consunti dorme rannicchiato ai piedi della statua, abbracciando il suo bastone con la stessa innocenza con cui un bambino abbraccia il suo orsacchiotto. Charlot si era appisolato proprio lì la sera prima, probabilmente trovando rifugio dal freddo sotto quell’ampio drappo che nascondeva la scultura da occhi indiscreti. La moltitudine emette un grido all’unisono: “Via da lì!”. Il goffo vagabondo si sveglia di soprassalto, e viene scacciato dalla folla inferocita. Così scivola lungo le gambe della dea, apre un passaggio fra le dita e fugge in strada, voltando le spalle ai cittadini inferociti. Dopotutto, Charlot non può trovare riparo nell’accoglienza della società dei tempi moderni che proprio non vuole un tipo come lui. Le persone che “adorano” quella scultura appena “issata” non sono dei “giusti”, bensì dei prepotenti che non esitano a scacciare il debole tramutandolo in reietto, che, pertanto, mai potrà trovare ristoro e uguaglianza dinanzi ad una giustizia terrena che, di fatto, è ingiusta per sua natura.

Vagabondando di qua e di là, Charlot giunge all’angolo di una strada dove incontra una giovane donna che vende dei fiori. La fanciulla gliene offre uno, raccogliendolo dalla sua cesta. Charlot lo accetta, restando ammaliato da quella dolce visione incarnata dalle fattezze della ragazza. Osservandola attentamente, Charlot si accorge che la donna è cieca. Intenerito, il vagabondo vorrebbe acquistare tutti i fiori ma purtroppo possiede a malapena una moneta nelle tasche sdrucite dei suoi pantaloni smisuratamente larghi. La fanciulla lo ringrazia per la sua gentilezza e lo saluta. Ella ha appena scambiato Charlot per un nobiluomo, perché nel momento in cui lo sta salutando sente sbattere la portiera di un’auto di lusso, una Rolls-Royce. L’uomo con la bombetta sul capo se ne rende conto, così, per non deluderla, fa per andarsene di soppiatto. Nei giorni a seguire, il vagabondo incontrerà ancora e ancora la fanciulla e non disdegnerà di farle la corte.

I giorni passano, le serate scorrono, Charlot vive la frenesia della città scoprendone i molteplici aspetti. Dapprima si avvicina alle luci accecanti, sperimentando il furore delle notti brave, in coppia con un improbabile amico conosciuto per caso: un ricco ubriacone che si mostra amichevole solamente quando è sotto effetto dell’alcol. Questi trascina Charlot tra gli sfarzi del suo “palazzo”, mescolandolo fra la creme dei ricchi magnati. Il vagabondo, dopo aver assaporato l’ebrezza del mondo dei privilegiati, fa visita alla fioraia, saggiando l’altro lato della città, l’altra “luce scintillante” di essa. Perlomeno, “scintillante” per chi ha negli occhi la giusta sensibilità per notarla.

Il vagabondo passa così alla piacevolezza, alla quiete, alla serenità, ciò che più si addice al suo animo nobile ma squattrinato. Charlot si sente a suo agio ogniqualvolta incontra la sua innamorata, la fioraia cieca. Soffermandosi accanto a lei, l’uomo con la bombetta sente di avere finalmente trovato il proprio posto nel mondo, all’interno di una società che lo ha sempre ripudiato. Fra tutte le luci della città, Charlot si è invaghito della luce più fioca, tenue, debole: quella emanata da una giovane donna indigente, dolce e gentile.

Un giorno, Charlot ha l’opportunità di scortare la fanciulla fino alla sua dimora. In sella ad un bolide rimediato per caso, il vagabondo accompagna la fioraia sino alla porta di casa, non prima di averle comprato tutti i fiori che reca tre le braccia. Prima che la giovane salga i gradini della scala Charlot la chiama a sé, trattenendole la mano.

Potrò rivederla ancora?” – Domanda il vagabondo, sfiorando con le labbra i dorsi di lei.

Quando vuole, signore.” – Arrossisce la ragazza.

Come un moderno Romeo, Charlot corteggia la sua Giulietta standosene ai piedi della minuscola scalinata, mentre la fanciulla, non di certo una Capuleti ma una povera venditrice di petali profumati, ascolta il suo parlato, versi d’amore improvvisati e, proprio per questo, ancor più veri. La giovane fioraia non può vedere Charlot, può soltanto ascoltarlo. Ella si innamora delle sue parole laconiche, delle frasi che egli le sussurra all’orecchio, mentre se ne resta giù, al primo gradino della rampa. (Potete leggere di più su Romeo e Giulietta cliccando qui.)

Charlot, un po’ come Cyrano di Bergerac, non può contare sulla prestanza del suo fisico per conquistare l’amore della sua amata, può contare a malapena sulla forza delle sue brevi parole, sulla profondità dei suoi gesti e sul valore delle sue azioni. (Il Cyrano vi attende qui.)

Di giorno in giorno, Charlot si reca dalla sua amata. Ella è solita toccargli il braccio quando gli parla. Non potendo vedere, la fanciulla usa il senso del tatto per stabilire un punto d’incontro con il suo amato, per riconoscerlo, per sentirlo vicino. La giovane continua ingenuamente a credere che Charlot sia un nobiluomo, ma non è questo che la attrae. Ella, come confiderà alla nonna, sente che Charlot abbia in sé molto di più del banale denaro: è ciò che è, sono i suoi comportamenti a renderlo tanto speciale. Il vagabondo serba, infatti, un cuore d’oro ed è deciso a fare quanto è in suo potere per curare la cecità della fioraia e sostenerla nella sua vita di stenti.

Dopo una serie di bizzarre peripezie, l’uomo con la bombetta in testa entra in possesso di una grossa somma di denaro che offre alla sua compagna. Grazie a quel sostanzioso bottino, la fanciulla potrà pagare una costosa operazione agli occhi e saldare i debiti dell’affitto. Prima d’andar via, Charlot le promette che un giorno tornerà. Di lì a poco, il vagabondo verrà catturato dalle forze dell’ordine e sbattuto in prigione per un banalissimo equivoco. La circostanza della statua su cui si era addormentato all’inizio del film stava a presagire il destino a cui sarebbe andato incontro il vagabondo: un destino bieco, crudele, ingiusto.

Diversi mesi dopo, Charlot esce di galera e cammina tutto solo per le strade. Un gruppetto di ragazzini maleducati lo infastidisce, schernendolo. Malconcio, Charlot si volta e osserva la vetrina di un negozio. Fra i petali dei fiori, egli scorge un viso: quello della sua amata. Ne resta interdetto. La donna lo osserva meravigliata e attonita. Non lo riconosce, non può riconoscerlo. Charlot le sorride e poi, con sommo stupore, si rende conto che la donna ha acquistato la facoltà di vedere. Charlot è commosso, ma cerca di non mostrarlo. L’uomo con la bombetta fa per andarsene ma la dama, colpita da quell’indugiare di Charlot, esce dal negozio e lo raggiunge, offrendogli un fiore. Si erano conosciuti esattamente così. Un fiore li aveva legati nel buio e adesso un fiore li avvicinava nuovamente nel candido chiarore di uno sguardo ricambiato. Charlot non vuole fermarsi, dunque la giovane gli sfiora il braccio. La stoffa dell’abito del vagabondo viene immediatamente riconosciuta dalla fioraia.

“Sei tu!” – Sussurra.

Charlot annuisce, portandosi la mano alla bocca.

“Puoi vedere, adesso?” – Chiede.

“Sì, posso vederti ora.” – Risponde, quasi in lacrime.

Charlot non sa cosa dire. Non era mai stato bravo con le parole e in quel preciso momento, sopraffatto dalle emozioni, non riusciva a far effluire neppure un fremito sommesso, un alito di voce. Scelse di sorridere. Una singola nota, un verbo esternato dalla bocca sarebbe risultato superfluo. Nessuna frase avrebbe potuto esprimere la gioia di quel nuovo incontro. Charlot tacque. La donna lo guardò, come non era riuscita mai a fare. Contemplò le gote sporche, il baffetto a spazzola, gli occhi profondi. Lì si attardò, come una lettrice che indugia su una frase di un libro tanto bella da rapirla. Cosa fece la ragazza in quell’attimo, in quello sguardo prolungato, tanto intenso da sembrare eterno? Si mise a sfogliare le pagine celate al di là di un velo fatto di bianca epidermide?

No, la fioraia non poteva leggere nella mente di Charlot. Se avesse potuto, sarebbe stata travolta da un amore pronto a sfociare come un fiume in piena, che abbatte ogni argine. Ma non fu necessario. La fioraia, con la sua cecità, era già riuscita a vedere oltre la maschera di Charlot, dietro la sua flebile voce e i suoi gesti buffi e impacciati, arrivando fino al suo cuore e innamorandosene. Charlot aveva fatto lo stesso. Guardandola con i suoi occhi vispi e luminosi, si era innamorato di ciò che ella custodiva nel buio delle sue pupille gravi e spente, che egli avrebbe desiderato accendere sin dall’inizio.

…Quindi no, Lois, nessuno può leggere nel pensiero. Neppure Superman. Si può solamente raggiungere il cuore con la “vista”, sia essa quella di un superuomo, di un vagabondo, di una piccola fioraia cieca.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare i seguenti prodotti:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: