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Gnomi, Hobbit e Giganti… – La Gnomo-mobile (1967)

"Sam Gamgee" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Salve!

Sì, dico a voi.

Proprio così, a voi che state leggendo queste righe. Raggiungetemi qui, svelti! Che aspettate? Fatevi avanti, insomma. Non siate timidi.

Ma guarda un po’… Io, un vero esperto nel campo della timidezza, che invito gli altri a non essere timidi. Lasciamo stare.

Comunque faccio sul serio, orsù, avvicinatevi. Non abbiate remora alcuna, non esitate. Devo farvi una confessione e non voglio urlarla ai quattro venti. Preferirei sussurrarla. Si tratta di una confessione piuttosto tenera, che riguarda un errore. Sì, avete capito bene, un errore, per questo non voglio sbandierarlo, meglio che resti tra noi, converrete.

Vi state appropinquando? Siete sufficientemente vicini? Mi riuscite a sentire?

Bene, vi faccio partecipi di questo tenero sbaglio: per gran parte della mia vita ho chiamato il film di cui parlerò in questo elaborato con un nome improprio, per non dire inventato

La Gnomo-mobile” già, ma per il sottoscritto è sempre stato “Gli gnomi”.

Da bambino, quando registrai su videocassetta questo film che veniva trasmesso dalla Rai, ignoravo qual era il suo vero titolo. Era un film fantastico, una fiaba dolcissima che aveva come protagonisti un nonno, dei bambini e soprattutto degli gnomi. Come doveva intitolarsi, dopotutto? Gli gnomi, mi ero detto. Pertanto scrissi sull’adesivo della videocassetta il titolo che mi sembrava più appropriato, “Gli gnomi”, e per anni e anni quella pellicola per me si intitolò sempre in tal modo.

Solamente dopo diversi lustri mi accorsi dell’errore. Beh più che un errore, potrei dire di aver fatto una semplificazione. “Gli gnomi” era, invero, “La Gnomo-mobile”. Il titolo del film poneva l’enfasi sulla centralità di una autovettura, quella macchina elegante – oggi la definiremmo d’epoca - che custodiva al suo interno gli gnomi, i quali apparivano piccoli piccoli rispetto ai sedili su cui adagiavano i loro esigui corpicini. Eppure, quel lungometraggio, per una questione di abitudine, o forse ancor di più per un valore affettivo legato ai ricordi d’infanzia, ha continuato ad essere per me ancora il film de “Gli gnomi”, come se quella “storpiatura”, quel cambiamento fosse un personalissimo vezzo che non volevo abbandonare.

Qualche ora fa, mentre scorreva la mia giornata, mi è tornata alla mente questa opera filmica. È sbucata dal nulla come un arcobaleno dopo un acquazzone, come un raggio di sole che trafigge la nuvola che ha sfogato tutte le lacrime che aveva; le immagini di questa fiaba hanno fatto capolino tra i miei pensieri e ne ho fiutato l’avvento come di un profumo inebriante, una reminiscenza felice e malinconica che ha allietato e scosso il mio tram tram quotidiano senza alcun preavviso.

E sono stato pervaso da un’emozione che era gioia e mestizia al tempo stesso.

Ho quindi pensato a Jasper e a Violetta, il protagonista del film e la sua sposa, e così una punta di nostalgia mista ad una sana dose di romanticismo ha fatto breccia nel mio cuore. E di colpo ho rammentato quanto amassi quella pellicola da bambino.

Di cosa parlava il film in questione vi chiederete.

Alcuni di voi non lo hanno mai visto o forse lo rievocano a stento?

Anzitutto occorre dire che “La Gnomo-mobile” racconta la storia di Jasper e del nonno Knobby, due gnomi sperduti in una porzione di terra totalmente disboscata.

Gli alberi verso cui entrambi provavano un attaccamento viscerale sono stati abbattuti, sradicati, distrutti dalla mano dell’uomo che, come sua abitudine, sfronda, recide, arde. In quel tempo le urla degli uomini che strappavano gli arbusti echeggiavano per la foresta: “Cade!” urlavano gli esseri umani ogni qual volta un grosso arbusto veniva separato prepotentemente dalle sue radici, e il nonno di Jasper li ascoltava inorridito. “Cade!” seguitavano ad urlare i taglialegna dopo aver abbattuto una “pianta” secolare.

Nella prima fase della pellicola Jasper e il nonno, essendo disperati, chiedono aiuto a due bambini, Elizabeth e Rodney, e al loro nonno, l’impresario D.J. Mulrooney, per poter ottenere riparo all’interno della loro automobile e andare alla ricerca dei loro simili.

Continuando a ricordare le sequenze del film, mi sono messo a rimuginare, a riflettere sul valore dell’opera, sulla delicatezza della sua storia. E come in tante altre cose anche in questa fiaba disneyana ci ho trovato qua e là qualche spruzzatina di Tolkien, uno dei miei scrittori preferiti. Oddio, diciamo che ho voluto scovare dei punti in comune. Individuare collegamenti, vagliare e analizzare possibili affinità, comparazioni tra più opere, portare a galla parallelismi è un modo in cui la mia mente si diletta.


Gli gnomi del film di Walt Disney, naturalmente, sono piccoli, tanto tanto piccoli. Vivono nei boschi, immersi nel verde, fra le collinette, vicino alle foci dei fiumi. Sgattaiolano a grande velocità, balzano da una parte all'altra, non curandosi della gente normale che sovente ne ignora la presenza.

Caspita, ma sono proprio come gli Hobbit, ho pensato. Beh, più o meno, si intende.

I mezzuomini sono dei bambini ai nostri occhi, gli gnomi invece sono ancora più minuscoli, alti giusto qualche pollice. Eppure anch'essi, pur avendo dimensioni così ridotte, sono capaci di tanto coraggio e di provare tanto amore.

Gli gnomi amano la natura, gli alberi che accolgono e ospitano le loro colonie: fra i loro rami, sui petali dei fiori, tra le foglie verdi e rigogliose gli gnomi costruiscono le loro dimore. Essi vivono a stretto contatto con il creato e lo rispettano più di ogni altra cosa. Potrei aggiungere che gli gnomi amano ciò che cresce florido esattamente come gli stessi Hobbit.

"Bilbo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su "Il Signore degli anelli" cliccando qui e poi cliccando qui e ancora qui.

Al principio de “Il Signore degli anelli – La Compagnia dell’Anello” – trasposizione cinematografica del primo libro della trilogia di Tolkien - Bilbo Baggins sta scrivendo dei passi sugli usi e i costumi degli Hobbit. Egli precisa che i suoi simili vivono nella Contea da molte centinaia di anni, contenti di ignorare ed essere ignorati dal mondo della Gente Alta. Dopotutto, poiché la Terra di Mezzo è piena di innumerevoli strane creature, gli Hobbit devono sembrare di scarsa importanza, non essendo né rinomati come valorosi guerrieri né considerati tra i più saggi.

Anche gli gnomi del film disneyano vivono bellamente ignorati dalla Gente Alta, che non si accorge neppure della loro presenza. Se gli Hobbit, però, campano felici e in pace, avulsi dai problemi della Terra di Mezzo, in una sorta di paradiso verdeggiante, coltivando i quattro Decumani della Contea, gli gnomi al contrario non possono vivere sereni perché, sebbene ignorati dagli esseri umani, ne subiscono le violenze e i soprusi. Gli uomini irrompono nei loro boschi, distruggono i loro alberi, depredano senza avere riguardo delle creature che silenziosamente vivono in armonia con l’ecosistema.

Nel suo soliloquio trascritto su carta Bilbo aggiunge che molti hanno osservato che l'unica vera passione degli Hobbit è il cibo. Un'osservazione abbastanza ingiusta, considerando che gli Hobbit hanno invero anche sviluppato un profondo interesse nella preparazione della birra e un’assidua dedizione nel fumare l'erba pipa. Ma al di là di tutti i loro vizi, il cuore di uno Hobbit palpita per la tranquilla, silenziosa, buona terra coltivata, perché tutti gli Hobbit provano amore per le cose che crescono, al pari degli gnomi a cui appartengono Jasper e il nonno, che amano gli alberi che svettano alti, imponenti verso il cielo, quell’arazzo che durante il giorno viene percorso da nuvole soffici e di notte si mostra trapuntato di stelle.

Gli gnomi del lungometraggio firmato Walt Disney in persona somigliano agli Hobbit per queste caratteristiche, ciò nondimeno il destino che riguarda loro, nella parte iniziale e centrale del lungometraggio, ricorda anche quello di alcuni “giganti”, sempre concepiti dall’inchiostro immaginifico del Professor Tolkien.

Il giovane Jasper e il nonno sono infatti rimasti senza alcuna compagnia, e da lungo tempo non vedono altri gnomi, paventando conseguentemente la terribile possibilità di essere rimasti gli unici sopravvissuti ai tanti disboscamenti. Per tal ragione, i due non scorgono una femmina della loro specie da parecchio oramai. Il nonno teme addirittura che non ne esistano più e che Jasper, il suo adorato nipote, possa non conoscere mai l’amore.

Quando mi sono soffermato su questa parte della storia, con un leggero sorriso, la mia mente ha indugiato sul fato degli Ent, i Pastori degli Alberi del romanzo di Tolkien, i quali hanno smarrito le loro Entesse.

Gli Ent sono dotati di voce, di movimento e di sentimenti, sono alberi che camminano, che parlano con la lentezza che si concerne alle creature che hanno dalla loro la pazienza dei secoli. Le Entesse hanno abbandonato i loro compagni molti e molti anni prima gli eventi raccontati ne “Il Signore degli anelli”, facendo perdere le loro tracce col susseguirsi di molti inverni.

Le Entesse erano maestose ma delicate e volgevano le loro amorevoli cure alle piante e agli alberi da frutto, differentemente dalle loro controparti maschili che prediligevano accudire gli alberi della foresta, quelli che si elevano con i loro tronchi robusti tanto da far perdere la vista a chi li osserva e che coprono l’accesso ai raggi solari con le loro folte chiome, quelle stesse foglie che in autunno creano sul terreno un tappeto giallo smunto.

Alcuni suppongono che le Entesse si siano spinte sino alle propaggini della Contea, e abbiano insegnato l’arte dell’agricoltura proprio agli Hobbit.

Le Entesse amavano i piccoli giardini e con tutte le probabilità del caso furono proprio loro a trasmettere quella passione anche ai mezzuomini. Gli Hobbit, a tal proposito, hanno un debole per i giardini pieni di fiori profumati. In un passo del romanzo di Tolkien, Sam Gamgee, uno degli eroi del racconto, viene tentato dall’Anello di Sauron, il quale gli mostra tutte le glorie che potrebbe compiere con il potere insito in quell’oggetto magico e oscuro. Il gioiello che risponde unicamente al Signore di Mordor materializza nella mente di Sam lo scorcio di un giardino vasto e meraviglioso, curato da tanti e tanti giardinieri che con diligenza e dolce riguardo mantengono il giardino florido e redolente, ubbidendo alle direttive che Sam impartisce loro.

Sam, da buon Hobbit qual è, resta estasiato da una tale visione ma non si lascia sedurre da quella fantomatica possibilità. Sam ha il cuore puro, non aspira a possedere immense distese di giardini da affidare ad altri. Egli si accontenta di un piccolo giardino o di un piccolo orto, che può curare egli stesso, con le sue mani, restando a stretto contatto con la terra a cui è tanto devoto e che beneficia delle sue attenzioni giornaliere.

Gli Ent, le Entesse, gli Hobbit del Professor Tolkien e gli gnomi di Walt Disney sono creature molto diverse, gigantesche e minute, eppure verso la terra, verso la natura, verso l’habitat che tutto avviluppa, queste razze nutrono lo stesso, inconfondibile e profondissimo affetto. 

Come già detto, gli Ent non hanno mai smesso di cercare le Entesse, né di confidare nel loro ritorno, sebbene talvolta si lascino prendere dallo sconforto. Jasper e il nonno, esseri alti poco più di qualche centimetro, condividono per gran parte della storia uno status emozionale che li accomuna agli Ent, quegli esseri colossali: la spaventosa sensazione che al mondo non vi siano più creature femminili della stessa specie. Vivere, trascinarsi anno dopo anno, senza poter ammirare un volto di “donna”, senza poter amare ed essere amati dev’essere un’esperienza terribile e senza speranza. 

Se la ricerca degli Ent sarà forse destinata a rimanere eternamente infruttuosa, il viaggio di Jasper avrà invece un lieto fine. Egli incontrerà una comunità di gnomi, che ha trovato rifugio in un piccolo frammento di terra florida e lussureggiante, ancora non deturpata dall’intervento dell’uomo. Qui Jasper vedrà per la prima volta alcune donne-gnomo che gli mozzeranno il fiato.

Una fra tutte ghermirà il suo cuore: Violetta, una fanciulla schiva, esitante, impacciata, e proprio per quello ancor più meravigliosa delle altre.

Jasper però non può sposare chi desidera: secondo un’antica e alquanto bislacca tradizione, egli dovrà essere “acchiappato” dalla donna che lo vuole in sposo. Il povero Jasper verrà quindi cosparso di sapone, per risultare ancor più “sgusciante” e scivoloso, e solamente la donna che riuscirà a tenerlo con sé potrà reclamarlo come marito.

Al termine di una lunga e spossante caccia allo sposo, Jasper riesce a farsi “catturare” da Violetta.

I due si sceglieranno mutuamente e si congiungeranno afferrandosi l’un l’altra fra le bolle di sapone.

Già, le bolle di sapone. Esse possono essere piccole, grandi, trasparenti, e per i più piccoli sembrano fatte di pura magia! 

Una magia delicata che svanisce appena la si vuol toccare, poiché essa è un incanto che va solamente ammirato. Quelle bolle di sapone sono un simbolo di libertà, una libertà che svanisce se urtata, che si dilegua se colpita, una libertà altresì pulita, linda, cristallina come il sapone stesso o come l’amore puro

Una volta celebrato il matrimonio tra Jasper e Violetta, l’anziano Mulrooney, come regalo di nozze, decide di donare a tutti gli gnomi alcuni ettari di terra e diverse sequoie di sua proprietà, con la garanzia che nessun essere umano oserà disturbare mai più i suoi piccoli amici.

Finalmente anche gli gnomi hanno la loro “Contea”, una valle vergine, sottratta alle violenze della Gente Alta.

Nel finale del romanzo di Tolkien “Il ritorno del re”, Aragorn, una volta salito al trono, promulga un editto che impedisce al popolo degli uomini di varcare la soglia della Contea. Così facendo, essa sarebbe rimasta protetta, preservata dalle influenze esterne. Nel film della Disney, Mulrooney, un po’ come fatto da Aragorn, il re Elessar, elargisce alle creature piccole del suo mondo un reame in cui verrà garantita la pace, la prosperità e in cui sarà sempre vietato l’accesso agli uomini grandi, che non arrecheranno più alcun disturbo ai minuscoli esseri speciali.

Da piccino la sequenza in cui Jasper e Violetta si cercano vicendevolmente mi faceva ridere, emozionare e sognare al contempo. Era una sorta di gara in cui a spuntarla doveva essere il vero amore. Jasper, quell’esserino che credeva di essere solo al mondo e che, ancor di più, temeva di non poter trovare l’anima gemella che gli somigliasse e che lo completasse, incontra la sua metà.

Riflettendoci bene, Jasper somigliava a Pollicina e Violetta al Principe delle Fate.

"Pollicina e il Principe delle fate" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella fiaba di Hans Christian Andersen, Pollicina è una fanciulla alta quanto il mignolo di una mano che vive in un bocciolo. Ella è unica, e nel volgere delle sue avventure si imbatte in svariati pericoli da cui riesce sempre a trarsi in salvo con astuzia, audacia e una buona dose di fortuna, che non guasta mai. Stanca di tanti perigli, Pollicina vola verso una terra lontana in sella ad una rondine. Laggiù, in quel regno misterioso e incantato, la donna in miniatura incontra un principe alla sua altezza, che si innamora di lei.

Il Principe delle fate superava in altezza un dito indice, vestiva di un abito regale e aveva stretta alla cintura una spada con l’impugnatura intarsiata d’oro. Le sue ali si dispiegavano simili ad un mantello celeste.

Calcando la corolla di un fiore, Pollicina e il Principe si avvicinarono e si congiunsero per sempre.

Come Jasper e Violetta anche Pollicina e il Principe, dopo aver patito tanta solitudine, si trovano e si scelgono.

Pollicina ricevette in dono delle ali con le quali poté librare anch’ella e accompagnare il suo sposo nei suoi voli.

Jasper e Violetta non hanno avuto bisogno di ali, hanno volato già abbastanza durante il loro primo incontro, quando, sdrucciolando via per colpa di un sapone scivoloso, hanno “volteggiato” di foglia in foglia, da un ramo all’altro, fino a stringersi per non lasciarsi più.

Pollicina” è proprio una fiaba bellissima. Come dite?

Lo so che in origine tale fiaba si chiamava “Mignolina”, ma in fondo che c’è di male a dare un nome alternativo ad un bellissimo racconto. Dopotutto, l’ho fatto anch’io con “Gli gnomi”. Pardon, con “La Gnomo-mobile”. Ma cosa importa degli appellativi, è la storia ciò che conta.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: Cinehunters

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