Qualche anno addietro per commemorare la morte, ma che dico, per celebrare la vita di Kirk Douglas scrissi un articolo che aveva come titolo “Tra persona e personaggio – Ritratto di Kirk Douglas”.
Fu un elaborato gradevole da vergare.
Già allora mi accorsi di quanto difficoltoso fosse scindere la personalità dell’uomo dal temperamento del personaggio di turno a cui egli diede foggia e che era quasi sempre contrassegnato da un’energia atavica, stimolato da una veemenza insopprimibile. Il contegno ardimentoso, aspro, virulento di Kirk era una costante. Tanto era vulcanico nell’abitudinario, nella sua persona, tanto finiva per essere impetuoso, esplosivo, nella finzione scenica. Più che un interprete di alto rango Kirk Douglas era un personaggio vero e proprio, che trasaliva di racconto in racconto, alla perenne ricerca di un autore che potesse elargirgli l’opportunità di vivere in una nuova storia.
Fare un’immersione nella filmografia di Kirk Douglas è un’esperienza entusiasmante, intensissima, e perché no anche sconvolgente. Se non si è preparati a dovere può generare lo stesso effetto che si avrebbe tuffandosi goffamente da un trampolino posto ad un’altezza ragguardevole, battendo di pancia, senza sapere bene cosa si troverà sotto la superficie dell’acqua dopo aver impattato con essa.
Mi spiego meglio: nel corso della sua carriera Douglas non ha calzato, di volta in volta, i panni dell’eroe, dell’impavido, del prode, del buono per così dire, come prediligevano fare le stelle di un tempo. Tutt’altro. Egli, soventemente, ha dato fattura a esseri rudi, scostanti, accigliati, sofferenti, financo crudeli.
Ebbene i ruoli a cui Kirk Douglas ha conferito spessore sono vari ma legati l’un l’altro da un filo sottile eppur resistente, come la lenza di un palamito che tiene a sé un numero considerevole di ami. Ecco, congetturiamo che tali ami da pesca siano le parti, i personaggi a cui Douglas ha prestato corpo e voce: essi sono graffianti, pungenti, vigorosi, afferrano lo spettatore, lo strattonano, lo trattengono come farebbe un ardiglione fin nel profondo.
Uomini arcigni, inflessibili, cinici, egoisti, cruenti, spietati, opportunisti, ma altresì sensibili, sofferenti, combattivi, guidati da un codice di dignità personale e da un peculiare e inestricabile romanticismo: furono queste le maschere di Kirk Douglas.
Nella vita di tutti i giorni Douglas non fu da meno. Ora battagliero ora riflessivo, accomodante ma in un battibaleno ringhioso, consapevole del proprio talento tanto da trascendere nell’arroganza, scrupoloso fino all’eccesso, pedante e pretenzioso, altruista e rognoso in egual misura. Douglas era un paradosso.
Ebbe a dire lui stesso d’essere l’attore meno amato di Hollywood, il più odioso con cui collaborare per la puntigliosità, l’aggressività, l’intensità profusa.
Si batté per denunziare l’ipocrisia e la falsità del patriottismo americano, ultimo rifugio delle canaglie guerrafondaie, osò sguainare la spada e duellare a colpi di fioretto contro la sciabola del maccartismo, stracciando la “lista nera” e restituendo la libertà e la dignità agli innocenti. E lo fece a proprio rischio e pericolo.
Fu un rinomato filantropo, donò cifre astronomiche a scuole, università, ospedali e strutture mediche. Sovvenzionò con ingenti fonti la ricerca per la malattia d’Alzheimer. Fondò, perfino, presso la Los Angeles Mission un centro di soccorso e sostentamento per le donne bisognose di aiuto e senza fissa dimora.
Douglas era un generoso e un benefattore, un uomo d’altri tempi si potrebbe ardire nella definizione.
Eppure sono altresì tante le testimonianze che lo descrivono come un soggetto duro e sfacciato. Di pubblico dominio le infedeltà coniugali accumulate a scapito della propria consorte. Una tendenza che contraddistinguerà sempre Douglas, quel suo considerare le donne come fonti di inesauribile piacere, nettari da cogliere senza lasciarsi sfuggire l’occasione. Pesantissima l’accusa proferita solamente in tempi recenti, quella di aggressione sessuale ai danni di Natalie Wood, un abuso che sarebbe avvenuto negli anni ’50; all’epoca Douglas aveva trentotto anni, l’attrice appena sedici. Imperdonabile!
Douglas fu una contraddizione vivente, ed i suoi personaggi, che tanto gli rassomigliano nel bene e nel male, possono prestare il fianco ad analisi dal valore attuale.
In questo mio articolo, che voi, gentili lettori, state scorrendo con i vostri occhi, vorrei citare un lungometraggio fra i tanti: “Pietà per i giusti”.
Vi confesso che quando finii di vedere tale lungometraggio pronunciai sommessamente due parole, un nome ed un cognome: Luigi Pirandello. Il volto di Pirandello coronato dal cappello borsalino che era solito portare sul capo stempiato, quei suoi baffi canuti e quel suo pizzetto che pendeva aguzzo dal mento m’apparvero con una spontaneità disarmante. Perché?
Fui il primo a domandarmelo, ve lo garantisco.
Pochi secondi e compresi, come in un’intuizione subitanea, il motivo per cui ne avevo rispolverato l’effige.
In realtà il film con Kirk Douglas non trattava una delle tematiche peculiari del teatro pirandelliano. Non vi si affrontava l’eterno dilemma tra l’essere e l’apparire, non si poneva l’accento sulla maschera sociale, sull’impossibilità di stabilire cosa è vero e cosa non lo è, non vi era alcun contrasto tra la vita e la forma, non ci si interrogava circa la facoltà di poter cogliere e imbottigliare la realtà nella sua fissità e nella sua concretezza, e infine non si metteva al vaglio neppure il relativismo.
Il relativismo, ma certo! A tal riguardo è “Rashomon” di Akira Kurosawa, se vogliamo, a sobbarcarsi il peso di quest’ultima questione, provando a disimpegnarsene con arte, intuizione e virtuosismo.
Una verità certa in “Rashomon” non c’è, una pluralità di punti di vista invece sì. L’episodio su cui ruota l’intera vicenda cambia di continuo in base alla “prospettiva” dei narratori che si susseguono, che hanno assistito o partecipato all’accadimento e che, nel menzionarlo e nel ragguagliare gli altri, lo rielaborano assecondando il loro sistema di credenze, la loro visione delle cose, la loro singolare tendenza a mistificare, a mentire. I resoconti di “Rashomon” non sono verità ma possibilità da prendere o lasciare: il fatto appare così come è, se pare.
Per tornare a quanto stavo dicendo in precedenza dunque no, assolutamente no! “Pietà per i giusti” non fa alcuna disamina di tal tipo, non espone nessun principio della filosofia pirandelliana né discute alcunché di quanto già elencato. Ciò nondimeno, quando i titoli di coda apparvero sul mio televisore, Pirandello si fece spazio nella mia mente.
Mi accingo dunque a chiarire meglio il concetto.
In “Pietà per i giusti” Douglas interpreta Jim McLeod, un agente di polizia.
L’impostazione data dal regista William Wyler è prettamente teatrale. L’occhio della cinepresa è stazionario ed inquadra con l’oggettività di uno spettatore silente e imparziale. L’azione si svolge all’interno di un commissariato, che acquista i toni di un palcoscenico angusto dove si avvicendano gendarmi e delinquenti ammanettati.
Quel Jim McLeod di cui ho già fatto cenno è indaffarato alla scrivania posta sul lato destro della scena. I faldoni bene ordinati sono repleti di casi risolti, e l’archivio della stazione di polizia, da che Jim ha preso servizio, è zeppo di schede che egli ha di suo pugno compilato e che comprendono manigoldi senza scrupoli ma anche ragazzi scapestrati che hanno commesso qualche sbaglio di troppo. La maggior parte del tempo, tuttavia, Jim la trascorre in strada, setacciando le periferie ammalate e i luoghi abietti per stanare i malfattori.
Jim è stato allevato da un padre crudele, dedito ad una vita malavitosa e che non disdegnava di maltrattare anche la moglie. Quello che ha vissuto durante l’infanzia lo ha reso l’uomo che è diventato. Di fatto, Jim nutre un odio viscerale nei confronti della delinquenza, qualunque essa sia, qualunque forma essa assuma. Jim si comporta come un mastino, un cane da guardia bavoso, che ringhia e morde sul serio il delinquente più potente senza temerlo; egli è ingordo di giustizia, non riesce mai a sentirsi completamente sazio.
La psicologia del personaggio – ottimamente delineata e modellata nel volgersi del dramma – ha connotazioni maniacali, ossessive: Jim ha un’alta considerazione di sé, si impone un rigidissimo codice comportamentale, una rettitudine inflessibile. Il detective non ha compassione neppure per i giovani, per gli sbandanti, per le teste calde che commettono solo qualche strafalcione e che, se guidati e ben consigliati, potrebbero imparare la lezione e migliorare.
L’errore, l’abbaglio, l’imprudenza non vengono minimamente presi in esame da Jim, che non sa cosa voglia dire perdonare. Chi infrange la legge commettendo anche la più piccola delle infrazioni, quella su cui si può sorvolare per amor di pietà, viene perseguitato, braccato e infine marchiato per sempre da codesto indagatore.
Jim McLeod soffre di un disturbo radicato, una forma di integrità morale esagerata e intransigente che, a mio giudizio, ricorda quella dell’ispettore Javert de “I Miserabili” di Victor Hugo.
Javert è un segugio implacabile, che annusa l’odore di Jean Valjean a miglia e miglia di distanza e dunque seguita a dargli la caccia, a tallonarlo, poiché ai suoi occhi questi è irreversibilmente macchiato dal peccato della delinquenza, e quindi impossibilitato a cambiare, a redimersi. Il senso del dovere, la probità, sono virtù assai rare che Javert possiede in una quantità così elevata da mutare in un peccato, in un fanatismo pericoloso. Immaginiamo che l’architettura mentale di Javert sia una sorta di edificio serrato, ermetico, cosparso e stretto dalle catene della legge che sono impossibili da allentare, figuriamoci da spezzare. Javert è involontariamente prigioniero di quel palazzo, non può trarsi fuori, deve obbligatoriamente assecondare le catene che lo attorniano ed estenderle a chi merita il supplizio della condanna, non importa la gravità del crimine commesso.
Il Jim McLeod di Kirk Douglas ragiona in egual modo, vede il mondo in bianco e nero, crede che il bene e il male siano netti e distinti. Al culmine di un’indagine che Jim sta portando avanti per inchiodare un medico abortista radiato dall’ordine, l’investigatore scopre che la donna che ama, Mary, sua moglie, ha un passato drammatico e che anch’ella, quando non era che una ragazza, si era rivolta allo stesso chirurgo per interrompere una gravidanza non desiderata.
Di colpo Jim viene raggiunto dritto in faccia da un gancio devastante assestato dalla realtà dei fatti.

In principio il poliziotto viene colto dal disgusto, i conati distorcono la fermezza della sua bocca. La sua mente comincia così a grattare, ad attivarsi, a lavorare, a supporre e immaginare. Figure, parvenze, visioni, si accavallano le une sulle altre, e tutte hanno a che fare con la moglie, che egli reinterpreta come una sconosciuta, una donna guastata e resa infetta. La struttura mentale di Jim, talmente rigida, viene intaccata nel peggiore dei modi e si scontra con il suo cuore, che seguita a provare sentimenti d’amore per quella creatura femminile a cui ha detto un eterno sì.
Sulle prime Jim non riesce neppure a ricambiare lo sguardo della consorte. Mary ha assunto ai suoi occhi una nuova conformazione: non è più la donna candida, bella, delicata, idealizzata nella sua innocenza e perfezione adamantina, che aveva sempre creduto; adesso ha un aspetto sudicio, lussurioso, promiscuo, da maliziosa sciantosa e mentitrice.
Invero, Mary si vergognava di quel suo trascorso, e non voleva che venisse mai a galla.
La signora McLeod implora un perdono che Jim non riesce a dare, scombussolato com’è nella sua persona, nella sua dimora, nella sua vita. L’incapacità che Jim dimostra nel capire che l’esistenza umana è fatta anche di peccati, di colpe e che le persone, anche le più buone, possono commettere errori, dolendosi e pentendosi, è un limite che lo porterà alla morte, alla distruzione.
Jim dovrebbe allungare la mano, poggiarla sul capo della moglie per poi scendere delicatamente, muovere le dita sulle guance, vellicare quelle gote rosse di imbarazzo per trasmetterle il conforto di cui ella ha bisogno, per conferirle compassione, sforzandosi di provare empatia nei riguardi di quella donna che un tempo era stata una fanciulla che aveva sofferto e che ora, da adulta, necessitava del calore amorevole del marito; ma Jim non farà nulla di quanto dovrebbe.
La vista della moglie gli procura un pianoforte di sentimenti contrastanti, note algide e infiammate, di distacco e di ira. Jim ama colei che mira ma ripugna la stessa quasi in egual misura.
Dopo lunghi intermezzi di smarrimento Jim si adopera per vincere quella ritrosia, prova dunque ad obliare, a mettere da parte quella storia andata, sinceramente innamorato della moglie che lo ricambia con tutta sé stessa. Ma basterà un nonnulla per rammentare, una battuta di un estraneo che ha origliato, l’insulto di un astante che attendeva d’esser messo in gattabuia. La mente di Jim lo assale nuovamente ed egli alita le sue angosce sulla povera Mary.

In un particolare frangente egli dà una precisa descrizione del suo stato d’animo, del “pizzicore” molesto che pungola il suo raziocinio. Egli esterna dunque il martirio, dà voce ai pensieri intrusivi che fanno capolino nella sua mente, che si intrufolano palesandogli ritratti osceni, disgustosi, che riguardano il passato della propria metà.
Come un prurito, un frastuono che rimbomba tra gli anfratti del cranio, la psiche di Jim viene assaltata dalle visioni che non riesce a domare, ad arrestare, a vincere.
Egli lo dice espressamente, vorrebbe incidere la sua fronte, spaccare la sua testa, svuotarla del cervello e sciacquarlo sotto il getto di una fontana, mondarlo di tutte quelle immagini di cui la moglie lo ha riempito.
Ma cosa immagina in quei momenti, Jim?
Con ogni probabilità la moglie stretta tra le braccia di un estraneo, le labbra di costei che toccano quelle di uno sconosciuto. E perché soltanto uno, dopotutto?
Chi poteva assicurarglielo: in quella cittadina lontana la vivace Mary avrebbe potuto avere altri amanti occasionali, sottaciuti. I dubbi, i pregiudizi rintoccano nell’interiorità di Jim, battendo nel suo petto come colpi di remo che staffilano l’onda.
Jim scarica le catene della colpa sulla donna che ama ancora ma che non riesce più ad accarezzare, cangiata com’era. I pensieri che egli stesso produce e che lo infradiciano come una pioggia torrenziale gli impediscono di riflettere con assennatezza, di agire con misericordia, creano in lui un senso di repellenza. E’ tutta colpa della moglie, per Jim. Ella gli ha inoculato un veleno che è entrato in circolo, che lo ha reso febbricitante, delirante, e da cui non potrà più salvarsi.
Ma la donna, invero, non aveva commesso qualcosa di così imperdonabile per ridurlo in quello stato. Era lo stesso Jim a creare quei dipinti sconci, indecenti, nella sua mente. Non era la realtà. L’alta moralità, l’intransigenza, non gli permetteva di ragionare, di analizzare le cose con comprensione e razionalità. Sua moglie era stata una fanciulla smarrita, sola, che aveva conosciuto prematuramente l’amore e che ne era rimasta gravemente scottata, rimediandone un’ustione celata sotto la pelle, come una piaga nell’anima.
Mary, umiliata da quel passato riportato alla ribalta, viene infine aggredita dall’uomo che avrebbe dovuto difenderla, subendo una ulteriore violenza psicologica. Ella deduce che non può ricucire lo strappo. Con tristezza ma altresì con forza e dignità Mary indossa il suo soprabito, dà l’addio al marito ed esce di scena.
Un marito spezza il cuore della sua sposa a causa del logorio dei suoi pensieri, di una gelosia fabbricata dalla fucina infuocata della sua mente, dal preconcetto giudizioso e accanito.
E fu così che Luigi Pirandello si inoltrò nel fluire dei mie concetti intellettivi.
Meditai attentamente circa l’ultimo atto di una delle sue opere – “Questa sera si recita a soggetto” – e riflettei sulle dinamiche di coppia dei due personaggi principali del dramma.
Premetto che occorrerebbe stendere un articolo a sé stante per parlare con dovizia di particolari di questo specifico dramma appartenente al genere del teatro nel teatro, congegnato appositamente dal Pirandello per investigare il sottile e talvolta astioso rapporto che intercorre tra gli interpreti e i registi, e soprattutto la sottilissima connessione che può crearsi tra attore e personaggio, specialmente nel caso in cui il primo s’immedesima talmente nel secondo da sentire fin dentro le carni i sentimenti, gli spasimi, l’esaltazione e i turbamenti della simulazione scenica.
Non potendomi dilungare sulle disparate questioni sollevate dal genio di Pirandello in “Questa sera si recita a soggetto”, scelgo di parlare di quanto succede nella parte terminale del lavoro teatrale, dove la dinamica relazionale tra un marito e una moglie ben combacia con quanto fin qui trattato, offrendo un parallelismo con il ruolo di Kirk Douglas e quello di Mary McLeod.
In “Questa sera si recita a soggetto” il personaggio di Rico Verri ha sposato Mommina, nonostante il Verri fosse a conoscenza delle maldicenze che turbinavano come un uragano di voci attorno al nucleo familiare di Mommina, alle sue tre sorelle e alla madre di queste ultime, le quali per sopravvivere alla miseria si erano vendute, disonorate.
Nella finzione pirandelliana, Rico è un ufficiale siciliano, discendente da una famiglia agiata: il padre, ricco possidente, aveva però fama di usuraio e nel borgo serpeggiava la diceria che fosse un uomo possessivo, travagliato dalla gelosia, e che per i costanti alterchi che manteneva con la moglie l’aveva portata a morire di crepacuore.
Già prendendo a modello questa rivelazione circa l’ambiente familiare e sociale nel quale crebbe codesto personaggio, tracciai una linea immaginaria che rapportava Jim McLeod a Rico Verri, l’energumeno partorito dal fervido inchiostro di Pirandello.
Sia Jim che Rico hanno avuto un padre violento, che maltrattava la propria moglie, e questo ha inevitabilmente influito sulla loro psicologia.
Come antidoto a quella eredità vergognosa Jim scelse la via della legalità, applicando la legge in modo coercitivo, indossando la divisa da “poliziotto” in un vano tentativo di ripulirsi da quella sozzura, quella crudeltà, quel cinismo che il padre poteva avergli effettivamente trasmesso.
Pur diventando un tutore della legge, e quindi contravvenendo agli istinti criminali del padre, Jim maturerà con un carattere feroce e sprezzante.
Rico, dal canto suo, ha ottenuto come lascito ereditario dal proprio padre la medesima malattia annidata nelle sue cellule: quella possessività, quella gelosia isterica che riserva alla moglie, oggetto della sua collera, delle sue disfunzioni mentali.
Fin dalle prime battute e dalla sua comparsa nella rappresentazione, Rico si professa un uomo tutto d’un pezzo, che ripudia l’atteggiamento lascivo delle quattro signorine e della madre di queste, ciò nonostante continua a gravitare attorno alla famiglia La Croce, si insinua nella loro dimora insieme agli altri ufficiali che detesta per godere della compagnia di Mommina e delle sue sorelle, con l’andatura di un monatto nel lazzaretto, immune a quella particolare malattia, la dissolutezza.
Rico precisa d’esser diverso dagli altri “militi” in divisa, non vuole sperimentare la fugace avventura di una notte; egli, a suo affermare, ha intenzioni serie. Pertanto questi trascina Mommina all’altare, illudendosi di sanare da solo quelle elucubrazioni mentali che lo attanagliano. Disgraziatamente, o forse proprio volutamente, il Verri ignora le voci nella sua testa che già dal principio del fidanzamento facevano eco, come un sussurro emesso in un pozzo, come parole proferite in una grotta, le quali rimbalzano e rimandano le ultime sillabe di un epiteto offensivo, cattivo, rivolto alla donna che diverrà sua moglie.
Ebbene una volta convolati a nozze, Rico rivela un temperamento severo, un’indole diabolica.
L’uomo rinchiude la propria donna nella più alta casa del paese, che ha fondamenta sulla cima di un colle.
Le finestre vengono serrate, le porte sbarrate, solamente un piccolo spazio permane schiuso sul mondo esterno. Mommina ogni sera gli si accosta e da lì può vedere a stento i tetti delle abitazioni, i campanili delle chiese, le grondaie, tutte le casette che si susseguono le une alle altre, minuscole, come in un presepe senza luci.
La campagna del suo paese, il mare che si stende in lontananza come un lenzuolo azzurro può a malapena figurarseli.
Ogni sera Rico rincasa e trafigge la moglie con le proprie frasi, che tagliano come sciabole, riesumando quella perversione, quella sregolatezza che ella spese in gioventù.
Sia Jim che Rico, tormentati dal gocciolare delle loro idee, inveiscono contro le rispettive consorti per gli stessi motivi: non si rassegnano ad un passato di cui non hanno fatto parte, non accettano che la propria donna si sia concessa a qualcun altro.
I due personaggi sono schiavi dei loro deliri, delle loro computazioni, del loro rimestare nella mente per raccogliere, come dal fondo di un barile, le fantasie più torbide circa la condotta delle loro mogli e considerarle veritiere. Essi, Jim e Rico, non si concentrano sul vivere il presente, non provano neppure a passare uno straccio sul passato per levarne via lo sporco, nel costruire un futuro radioso. Ambedue si fossilizzano su ciò che è stato, persi nei loro arzigogoli, nei loro capricci cervellotici, controllati e sottomessi al loro stesso costrutto mentale, alla propria moralità che rende loro incapaci di vedere il grigio, di considerare l’essere umano, e cioè la propria moglie, come una persona imperfetta, da amare e consolare proprio in virtù di quel passato così nebuloso e disdicevole.
Jim è stato un marito amorevole fino al giorno in cui ha scoperto la verità, Rico, al contrario, si è subito dimostrato un ignobile. In questo, la creatura pirandelliana è diversa dal personaggio a cui Kirk Douglas ha prestato i propri contorni.
Jim durante gli anni del suo matrimonio trattava la consorte con il rispetto che le era dovuto, se ne prendeva cura con affetto e dedizione, voleva avere un figlio da lei, solamente dopo, quando seppe quello che era accaduto, Jim cambiò, smise di rivolgerle sguardi amorevoli, la rimproverò, la imbeccò, accusandola di aver deturpato il suo aspetto lindo, il suo corpo immacolato. In quel momento, la mente schematica di Jim, nella quale la probità e il vizio sono compresi e catalogati in sezioni cristalline e ben demarcate, si accosta a quella del Rico Verri. Come Rico, Jim prova disgusto per la moglie, una femmina profanata, che non corrisponde ai canoni che egli pretende.
Rico Verri, invece, sin dal principio imprigiona la moglie, come una moderna Danae, per far sì che nessun uomo possa raggiungerla con lo sguardo, possa commentare la sua bellezza, possa disquisire di lei.
Mommina, che era bella e aveva una voce da usignolo, si è ingobbita nel volgere di pochi anni, sta appassendo come un fiore che non riceve più il bacio del sole, la carezza dell’acqua, è dimessa, floscia come un abito consunto dal tempo. Imbalordita dal dolore, Mommina ha le borse sotto gli occhi, i capelli cosparsi di forfora, ed è pervasa da una vecchiaia sopraggiunta precocemente.
Durante lo svolgersi dell’ultimo atto Rico Verri varca la porta di casa col suo lungo cappotto che tiene adagiato sulle spalle, la giacca finemente stirata e la cravatta ben stretta al collo. Non vi è nulla di sguaiato, di rozzo e grossolano nell’aspetto di Rico: ogni minuzia rispetta i suoi canoni di eleganza, di purezza, di virtù e di apparenza. La cattiveria che vige nel suo cuore è mascherata dal vestiario con cui si para, come una tonaca santa. Comincia pertanto a bersagliare la moglie con i soliti insulti, farneticando di amanti e incontri notturni andati.
Questi urla come un forsennato, si porta le mani alle tempie, batte i pugni sulla fronte, proprio lì, la zona in cui si rintanano i pensieri più invadenti, incontrollabili, che fanno interferenza con i suoi ragionamenti quotidiani e gli mostrano la moglie in pose e atteggiamenti equivoci, in azioni sessualmente esplicite.
Rico non può soprassedere, non può ignorare quelle voci di dentro, esse sono un martello per un carattere intransigente e impietoso. Nessun vaccino può immunizzare da tale morbo.
Rico dice a chiare lettere che vorrebbe aprire la testa della moglie per vedere quello che pensa, cavarle gli occhi ma ella continuerebbe a rimirare nel buio ciò che quegli occhi hanno visto. Potrebbe mozzarle la bocca ma ella seguiterebbe a ricordare il sapore, il piacere che quelle labbra hanno avvertito quando sono state baciate da altri.
Queste parole che fluiscono dal parlato di Rico, che prorompono dalla sua cosciente follia, mi hanno ricordato le parole che il personaggio di Kirk Douglas rivolge a sé stesso in “Pietà per i giusti”, quando fantastica in maniera macabra di aprirsi il capo, di prendere il cervello e togliere quelle nozioni, quelle informazioni relative al passato di sua moglie che lo hanno bollato, marchiato, e che adesso lo tormentano. Come in una figurazione spettrale e inquietante, Jim vorrebbe rimuovere quel cervello angustiato e detergerlo, Rico vorrebbe addirittura agire sulla moglie per vederle dentro i ricordi ed estrarli, ma per i due protagonisti codeste non sono che invenzioni astratte, tetre e spettrali, che non possono accomodare i problemi del loro animo.
Sia Rico che Jim indugiano a pensare a chi e a quanti hanno toccato la moglie, e se essa ricorda con vivo gusto quei peccati carnali.
La mente per due uomini che hanno fatto dell’incorruttibilità, dell’illusoria perfezione un mantra non può essere purificata, se non mediante un percorso di accettazione. Rico ama Mommina di un amore malato, nefasto, osceno, ed il matrimonio, per lui, è il mezzo per punire quella povera donna, rea di averlo stregato, verso la quale non prova pietà ma solamente rancore e ira.
Si ammantava di onestà, Rico, si agghindava con vesti intrise di benevolenza, ma era molto più lercio, più caliginoso, degli uomini che mendicavano per possedere il corpo di Mommina e delle sue sorelle.
Rico è un mostro travestito da uomo probo, che ridurrà allo stremo, allo stento, la moglie che avrebbe dovuto amare, violentandola psicologicamente giorno dopo giorno.
Rico Verri esce di casa e Mommina resta finalmente sola con le sue figlie. Le prende sotto braccio, le porta a sedere nel soggiorno. La luce che giunge dalla finestra illumina fiocamente la stanza spoglia, con solo due seggiole. Mommina fa accomodare le piccine, allora racconta loro della sua giovinezza, un’esistenza difficoltosa eppur felice.
Le sue sorelle, che si erano “smarrite” nella voluttà, si erano però arricchite, e Titina, che aveva sì una bella voce ma non come quella di Mommina, era divenuta una cantante d’opera. Mommina che era stata caritatevolmente sottratta, strappata a quell’ambiente scabroso, per convolare a “dolci” nozze aveva perso tutto, era misera e lercia.
Mommina aveva una tonalità vocale soave e ammaliante. Avrebbe potuto cantare nei teatri, molti, udendola accennare le sue arie, glielo dicevano quand’era giovinetta.
Il sipario, quella tenda rossa con frange d’oro, si sarebbe spalancato per lei e avrebbe lasciato affiorare il suo dolce canto. Sarebbe stato possibile, se solo non si fosse sposata con un bruto.
Mommina terrà per mano le figliolette e guadagnerà riparo nella roccaforte costruita dalla sua immaginazione. Per i protagonisti maschili delle due opere fin qui analizzate la mente era un antro tenebroso, una cella con sbarre molto spesse da cui non potevano fuoriuscire, trovare tregua, avere pace. Per Mommina, invece, la mente, l’inventiva che da essa scorga, è una culla in cui raggomitolarsi, che allevia le sofferenze di una realtà da reclusa.
Mommina non è tormentata da pensieri negativi, tutt’altro; usa la sua fantasia per figurarsi un teatro. Ella libra sul palcoscenico con la grazia di un cigno che scivola su di un lago. La platea è gremita, cinque, sei, sette file di poltroncine sono tutte occupate. Le balconate lo sono altrettanto. C’è chi nel golfo mistico sta ultimando la preparazione, accordando gli strumenti per accompagnarla. Il proscenio attende impazientemente d’essere inondato dalla sua voce. Mommina prenderà a cantare e spirerà.
Aveva conosciuto la felicità, l’amore fisico, la meraviglia del canto, l’affetto delle sue sorelle, e, altresì, aveva conosciuto l’odio, il livore, la ruggine, l’abbruttimento, il dolore acutissimo nel corso della sua vita, Mommina. Non conobbe la pietà. Mai.
Sia nell’opera filmica “Pietà per i giusti” che nel dramma teatrale “Questa sera si recita a soggetto”, il matrimonio viene eroso, distrutto dalla furia di un marito ostinato e inflessibile, che non contempla il compatimento, che non assolve l’operato di una moglie buona e devota, una povera vittima.
La Mommina di Pirandello perirà senza pietà. Al contrario, il personaggio cardine di Kirk Douglas morirà egli stesso col pentimento nel cuore, chiedendo ad un amico di raggiungere la moglie e di domandarle perdono.
Alla fine, solo alla fine, prima di esalare l’ultimo respiro, Jim comprenderà la grandezza del perdono, l’immensa magnificenza della pietà per un’anima pura, gentile e giusta, proprio come era stata quella della moglie.
Autore: Emilio Giordano
Redazione: CineHunters
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