
Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
Rammento tutto di quel giorno, ogni singolo momento. La frenesia di quelle ore. Ricordo l’impazienza che avevo, quella smania persistente, l’agitazione che mi aveva pervaso e che non riuscivo ad attenuare in alcun modo.
Ero insofferente, lo confesso, non potevo star fermo. Camminavo su e giù per il corridoio come un forsennato, percorrevo in lungo e in largo la mia casa sperando ingenuamente che così facendo il tempo passasse più velocemente. Non stavo più nella pelle.
Vedete, quel giorno ero così ansioso perché sapevo che sarei andato al cinema ed era la prima volta. Un’esperienza nuova, ammaliante, mi attendeva e non vedevo l’ora di correrle incontro, di abbracciarla, di viverla completamente.
La mia mente vagava libera, viaggiava come una locomotiva che sferragliava sui binari lanciata alla massima velocità. Immaginavo come sarebbe stato vedere un film su di uno schermo grande grande, se i personaggi sarebbero stati simili a dei giganti. Il piccolo sogno di bambino si stava realizzando compiutamente.
Quel pomeriggio andai al cinema, accompagnato dai miei genitori. Mi ero portato appresso una grossa confezione di patatine, alta poco meno di me. Volevo gustarmele mentre guardavo il mio primo film in sala. Ero talmente emozionato. Quando presi posto e scese il buio, restai per qualche istante interdetto. O per meglio dire, incantato. Stregato da quella magia che era apparsa dinanzi ai miei occhi di fanciullo. Misi il paccone di patatine da parte e non lo toccai per tutta la visione. Non ebbi più appetito né voglia di addentare nulla. Ero troppo coinvolto, preso da ciò che stavo vedendo.
Fra i contorni dello schermo c’erano delle assi di legno che ardevano. Sentii del calore sul viso.
Impegnato com’ero in quella visione attenta, prolungata, rapita, ebbi l’illusione di vivere sulla mia pelle ciò che stavo ammirando. Fu una sensazione unica. Un incendio stava divampando su un veliero, prossimo a naufragare. In quei frangenti, un uomo stava calando in mare una scialuppa di salvataggio con a bordo una donna e un bimbo. L’uomo si tuffò poi tra i marosi, raggiunse l’imbarcazione e si riunì alla sua famiglia.
Era l’inizio di Tarzan. Ricordo ancora oggi distintamente quelle scene: lo stupore che mi avviluppò, la musica che continuava ad echeggiare per tutta la platea. I frastuoni erano così forti, roboanti, da entrarmi nel petto. Avevo il cuore a mille eppure non riuscivo ad avvertirne i battiti, soverchiati dai suoni, dalle voci della pellicola. Mi trovavo immerso in un altro mondo, un mondo situato al di fuori di me, che si stendeva dinanzi ai miei occhi strabuzzati: il mondo del cinema. Fu stupefacente.
Era come se avessi appena varcato l’ingresso di un universo immaginifico. Stavo mirando ciò che di ineffabile, di sublime si trovava laggiù, fra quegli “astri”. Avevo già visto molti e molti film a casa, nella mia cameretta, usando le videocassette e il mio piccolo e grazioso televisore. Ma il cinema era tutt’altro, era una porta smisurata che si spalancava su di una dimensione onirica fatta di colori, schiamazzi, dialoghi, arie, immagini che mi inebriavano completamente.
Tarzan fu la mia prima esperienza cinematografica, il primo amore che consumai al cinema.
Con il senno del poi, mi resi conto che quel giorno sperimentai qualcosa che mi accomunava allo stesso protagonista del film. Ebbene Tarzan era cresciuto nella giungla, lontano dalla civiltà, non conosceva le terre che si stagliavano al di là dell’isola, le grandi città, non sapeva dell’esistenza dei libri, del cinematografo, non era al corrente dei progressi raggiunti dalla scienza né era mai entrato in contatto con le molte e svariate bellezze del creato. Tarzan viveva immerso nel suo mondo, ma sapeva in cuor suo che fuori c’era dell’altro. Nelle settimane in cui conoscerà Jane e il padre di quest’ultima, molto cambierà per lui: i due lo aiuteranno a scoprire le magnificenze del mondo che vive e pulsa laggiù, oltre le rive dell’isola. E Tarzan resterà, di volta in volta, a bocca aperta, specialmente quando vedrà un proiettore, le immagini che esso trasferirà su una parete, oppure quando con l’ausilio di un cannocchiale scruterà la volta celeste, le stelle che la adornano, sentendosi piccolo al cospetto di un universo sconfinato.
La sera in cui vidi Tarzan per la prima volta al cinema mi sentii in un certo senso come lui, ravvisai su di me quella medesima, indescrivibile sensazione di sgomento e stupore. All’interno di una sala buia, di fronte ad uno schermo enorme, adocchiando quei disegni tanto realistici, mi vidi minuscolo davanti ad un “mondo” in divenire, ad una storia bellissima, ad un’arte che si delineava al di fuori di me e mi conquistava col suo splendore.
Rammento ancora le parole che disse mia madre al termine dello spettacolo. Le erano tanto piaciuti i disegni del film, e soprattutto le movenze con cui Tarzan balzava da una liana all’altra, o saltellava sui tralci. Ricordo che usò dei “termini” in particolare: “Sembrava che strisciasse, che scivolasse a tutta velocità sui rami”.
Strisciasse e scivolasse, che parole dense di significato.
In effetti, nel film, i movimenti di Tarzan erano incredibili. Pareva danzare sulle fronde, guizzare da una parte all’altra, calarsi rapidamente senza mai capitombolare, restando in bilico tra l’aere e il suolo. Tarzan “slittava” agitando speditamente le gambe, sulle ramificazioni intrecciate degli alberi, come se fosse su uno skateboard, o su una tavola da surf. Era come se surfasse sui fusti. I rami e le foglie erano le sue onde e le cavalcava restando in equilibrio nel vuoto, senza accusare la benché minima vertigine.
Da bambino considerai quei disegni sbalorditivi e tutt’oggi continuo a reputare quelle animazioni strabilianti!
Al principio della pellicola, Tarzan è solamente un frugoletto. Egli se ne sta rannicchiato in una coperta, fra le braccia della mamma. La donna si trova al riparo dentro una scialuppa che il marito sta tentando disperatamente di calare in acqua, prima che l’incendio abbia il sopravvento. Il fuoco brucia il fasciame della nave, oramai sul punto di inabissarsi. L’uomo si getta in mare, raggiunge a nuoto la barca e si ricongiunge alla moglie e al figlio. I tre, felici di ritrovarsi, si abbracciano. La madre e il padre del piccolo volgono lo sguardo verso la terraferma: in leggera lontananza vi è la giungla africana. Nel frattempo, nel cuore della vegetazione una coppia di gorilla sta intrattenendosi col proprio cucciolo. E’ notte, ma apparentemente i due mammiferi non ne vogliono sapere di riposare; entrambi sono troppo presi a giocare col piccolo, sveglio, vivace, voglioso di divertirsi, di individuare ciò che lo circonda. Quel cucciolo di gorilla possiede l’energia di una vita appena sbocciata, ed è la gioia più grande dei suoi genitori.
Sorge il sole, l’uomo e la donna scampati al naufragio percorrono la sabbia, esplorano cautamente la giungla, cercando di raggiungere un luogo sicuro per trovare riparo. Il piccolo scorge un albero che sorge su di un piccolo rilievo isolato, sembra quasi indicarlo con la manina. Il padre lo nota e intuisce che quell’albero può essere un posto ideale su cui costruire una dimora sicura. Orgoglioso del proprio figlioletto il papà gli accarezza la testa, sorridendo, dimostrando in quel semplice gesto tutto l’affetto che egli prova per lui. La camera indugia sul gorilla che gioca ancora col proprio cucciolo, caricandoselo sulla schiena. Il cucciolo corre dalla mamma che lo accoglie a sé amorevolmente, quindi lo lancia in aria per poi riprenderlo tra le sue stesse braccia. Fa lo stesso la mamma del bimbo che sorride felice e appagata.
Il film introduce, passo dopo passo, in una sequenza che si alterna splendidamente con l’altra, la storia e il destino di due famiglie. Due famiglie accomunate dall’amore ma anche dal dolore.
Le fauci di un leopardo compaiono improvvisamente, occupando gran parte della visione. Gli occhi del felino riflettono da un lato il sole dall’altro la luna, il giorno e la notte.
Ed è proprio quando discende l’oscurità che il predatore arreca il primo dolore: esso scova il cucciolo di gorilla, allontanatosi dai genitori, e lo assale senza lasciargli scampo. Kala, la madre del piccolo gorilla, ne è devastata. Prorompe in un pianto che non può essere fermato. Kerchak, il compagno di Kala, soffre in egual misura ma frena le sue lacrime. Il tormento del possente primate viene nascosto, seppellito dietro una spessa scorza di rabbia, di odio, di disprezzo che d’ora in poi trasparirà sempre dal suo muso.
L’indomani Kerchak si mette in testa al proprio gruppo, lo guida fra la fitta vegetazione come si concerne ad un maschio dominante, fa sì che il suo ruolo di capo, di protettore, di custode, diventi per lui tutto ciò che gli è rimasto.
Kala, invece, procede in disparte, è l’ultima della fila. Fatica a tenere il passo degli altri, affaticata dal patimento. Di colpo ode qualcosa: il pianto di un bimbo. Le lacrime che Kala sente scorrere dentro di lei si uniscono al pianto effettivo che echeggia nella foresta e che somiglia al verso di un piccolo spaventato. Kala corre incontro a quel pianto inarrestabile, lo cerca con tutte le sue forze. Quindi raggiunge la casa sull’albero che l’uomo e la donna avevano costruito tempo prima per trovarvi riparo. Così non è stato.
E’ giorno, e i genitori del piccolo non ci sono più. Sono stati uccisi dal leopardo, lo stesso leopardo che ha arrecato tanta sofferenza a Kala. Il giorno e la notte apparsi negli occhi del felino hanno generato il dolore e unito una madre ed un figlio. Kala, infatti, rinviene un batuffolo in una culla, il bambino sopravvissuto al massacro del predatore. Questi piangeva terrorizzato, cercando aiuto.
Kala lo guarda e se ne innamora immediatamente. La gorilla apre le sue braccia ad un bambino che la stava cercando, invocandola con la tenerezza ed il fragore di un pianto. Il cucciolo di uomo non può sostituire il figlio perduto, ma per Kala quel bimbo è una seconda occasione, una seconda opportunità per dare un senso alla sua vita, per donare l’amore che solo una madre sa dare.
Il piccolo essere umano si unisce ai gorilla, coccolato da Kala come il proprio cucciolo. Kerchak, però, non lo accetterà mai come figlio: vedrà il bambino come una sorta di “usurpatore”, un essere che ha preso il posto del suo cucciolo e pertanto nutrirà per lui talvolta indifferenza talvolta evidente antipatia.
I mesi si susseguono e il piccolo cresce come un bambino agile ed esuberante, ciò nonostante Tarzan – con tal nome è stato battezzato da Kala – percepisce di essere diverso dagli altri animali sul piano fisico, intellettuale e sociale, e non riesce a riconoscersi in nessun’altra specie.
Il piccolo osserva il proprio viso in un riflesso d’acqua e si arrabbia, si copre il volto con il fango ma non riesce a modificare i propri lineamenti. Tarzan pensa di non appartenere alla famiglia che lo ha accolto, e non riesce a dedurre qual è il proprio posto. In una toccante sequenza Kala cerca di rassicurarlo, invitandolo a concentrarsi su quei particolari, quei dettagli, tutte quelle cose che accomunano entrambi; la mamma sprona il figlio a soffermarsi sulle somiglianze e non sulle differenze. Sia Tarzan che Kala hanno un cuore che batte e delle mani che possono accarezzarsi e unirsi.
Sebbene abbiano aspetti diversi, Kala e Tarzan trovano nei loro sentimenti un modo per sentirsi simili e vicini. In particolare, i due si toccano le mani. Nonostante le “zampe” della gorilla siano più grosse degli arti del minuto Tarzan, esse in sostanza si somigliano quanto basta. E’ questo il primo segno di come tra loro possa esserci una vicinanza assoluta se entrambi lo desiderano. Tarzan comprende questo splendido messaggio e lo fa suo, non smarrendolo più.
Tra Kala e Tarzan non vi è alcun legame di parentela, eppure i due divengono ugualmente madre e figlio. Il personaggio di Kala rappresenta tutte le madri che educano e allevano un figlio che non hanno generato. Non è un semplice legame di sangue a garantire un rapporto, non è una parentela a fortificare una relazione, madre è soprattutto chi cresce un figlio con premurosità, con affetto e vicinanza.
Passano gli anni e Tarzan diviene un uomo adulto. Non può saperlo, ma il suo aspetto è identico a quello di suo padre. La canzone che cadenza il passaggio di Tarzan dalla fanciullezza alla maggiore età si intitola “In tuo figlio”. Alcuni versi del brano recitano quanto segue:
“Tutti i sogni che hai sognato
E le tue fantasie non per molto lo saranno
Questo tempo vola via
Figlio di chi è padre ormai
Libero camminerai e quando un padre tu sarai
In tuo figlio un padre scoprirai
E tuo figlio, e tuo figlio
È padre già da un po‘.”
Un padre e un figlio sono spesso accomunati da un legame indissolubile che perdura oltre l’addio, oltre la morte. Tarzan porta in sé i caratteri, i sogni, le speranze, i sentimenti del padre che non ha mai conosciuto.

La somiglianza tra Tarzan e il proprio genitore è impressionante. Solamente una folta striscia di baffi che il padre di Tarzan portava all’altezza delle guance e delle labbra differisce tra i due volti.
Le splendide parole della canzone marcano il rapporto che lega un padre a un figlio. Le strofe del componimento parlano di un “percorso da intraprendere”, di una “montagna da scalare”, in breve di crescita; parlano altresì del tempo che passa celermente, subitaneo come un battito di ali, che scorre come un fiume in piena, parlano di auspici, di aspettative, di fantasie che si concretizzano col volgere della maturazione. Il brano sottolinea che, come in un ciclo senza fine, un figlio diviene a sua volta padre e vede sé stesso nel proprio figlio.
I versi della canzone mi riportano alla mente il commovente monologo del “Superman” del 1978; un discorso che Jor-El sussurra al figlio Kal-El appena nato prima di lasciarlo andare via. Jor-El ha deposto il suo piccolo su una navicella per salvarlo dalla morte. Prima di far partire l’astronave, Jor-El guarda il suo unico figlio con amore, sa che non lo rivedrà più e sa che il bambino è troppo piccolo per potersi, un domani, ricordare di lui. Eppure gli parla come se il bimbo potesse capire, afferrare, memorizzare le frasi d’amore che il papà sta pronunciando.
Jor-El dice: “Farai un lungo viaggio, mio piccolo Kal-El. Ma noi non ti lasceremo mai. Nemmeno di fronte alla nostra morte. La ricchezza delle nostre vite sarà tua. Tutto ciò che ho, tutto ciò che ho imparato, tutto ciò che provo, questo e anche di più, appartiene a te, figliolo. Tu mi porterai dentro di te ogni giorno della tua vita. La mia forza diventerà tua, vedrai la mia vita attraverso i tuoi occhi come la tua sarà vista attraverso la mia. Il figlio diventa il padre, e il padre il figlio. Questo è tutto quello che potrò inviarti, Kal-El.”
La frase “Il figlio diventa il padre e il padre il figlio.” richiama malinconicamente la frase della canzone “In tuo figlio” di Tarzan, quella che recita “E quando un padre tu sarai, In tuo figlio un padre scoprirai”.

L’amore di un padre si perpetua nel figlio che a sua volta custodisce in sé il sentimento del proprio genitore ed è pronto a elargirlo, a donarlo ad un figlio a sua volta. Jor-El ha scelto di morire per dare una possibilità di salvezza alla propria prole e in egual modo anche il padre di Tarzan ha lottato contro un feroce predatore ed è morto, cercando di proteggere quanto di più prezioso aveva. Tarzan è sopravvissuto così come Kal-El, e i due, maturando, portano con loro il valore del sacrificio, l’affetto profondo di un padre che ha dato tutto, quel medesimo affetto che a loro volta potranno donare alla propria discendenza.
Tarzan è la copia carbone del papà, e sul suo viso egli reca i segni di una vita passata ma non del tutto svanita perché perpetuata in lui. Il padre di Tarzan non è scomparso, risiede e dimora nell’interiorità del suo erede, perfino nella sua esteriorità.
Un concetto simile la Walt Disney lo aveva già trattato ne “Il re leone”. In questa pellicola, il leoncino Simba assiste alla morte dell’adorato padre, il re Mufasa. Sconvolto dal tragico accadimento per il quale si sente responsabile, Simba fugge, rinnegando i propri doveri, respingendo la corona che gli spettava, scegliendo l’esilio. Alcuni anni dopo Simba ha modo di parlare con l’eco del proprio padre. Mufasa è deluso e crede che Simba lo abbia rimosso dalla sua mente. Voltando le spalle al proprio regno, Simba ha dimenticato chi è in realtà e così facendo ha dimenticato anche suo padre che invece continua a vivere in lui mediante le memorie sepolte, l’affetto che riemerge, gli insegnamenti tramandati che riaffiorano. Insegnamenti che Simba ha accantonato troppo a lungo.
Specchiandosi in un letto d’acqua, Simba osserva il proprio riflesso rendendosi conto che egli somiglia tantissimo al padre. Una criniera regale cinge il suo viso, sul quale si forma talvolta la stessa espressione solenne che fu di Mufasa. Simba non aveva mai scordato le sembianze e la voce del papà né si era lasciato alle spalle le parole che il re era solito esprimere, ma per paura e per rimorso aveva deciso di estraniarsi, di vivere la propria esistenza giorno per giorno, senza pensieri, senza affanni, tentando di scampare al dolore, all’angoscia, al senso di colpa, obliando il passato ed evitando di affrontare il futuro.
Ammettendo i propri sbagli, Simba va incontro al suo destino, torna a casa e riconquista il suo regno, ristabilendo la stirpe dei re e onorando il retaggio dell’amato genitore.
Sia Tarzan che Kal-El, differentemente da Simba, non hanno conosciuto il rispettivo padre, non sono cresciuti con lui, non ci hanno dialogato da bambini, non hanno trovato riparo tra le sue braccia. Solamente in età adulta entrambi riusciranno a vedere il rispettivo padre: Kal-El attraverso un ologramma, Tarzan in un ritratto fotografico. Ciò nonostante entrambi i genitori permangono nello spirito dei figli. La forza del padre resta eternamente infusa nel figlio.
Tale forza, che scorre nelle vene come una linfa vitale, permetterà a Tarzan di lottare, di guadagnare la saggezza per decidere, di vincere i dubbi, i timori ogniqualvolta essi si presenteranno, di farsi strada anche nella solitudine, di imparare e di insegnare a sua volta.
Il padre di Tarzan vedrà il mondo attraverso gli occhi di suo figlio, in una concezione astratta ma bellissima secondo la quale l’anima di un padre vive nel cuore del figlio e gli resta sempre accanto.
Sebbene continui a percepirsi “diverso” dai gorilla che lo hanno accolto, Tarzan fa tutto ciò che può per venire riconosciuto come parte integrante di quella “comunità” che lo ha accolto e con cui è divenuto un maschio adulto. In un momento imprecisato della storia, i gorilla vengono attaccati da Sabor, il leopardo che ha sbranato il cucciolo di Kala e ucciso i genitori di Tarzan. Per difendere la sua famiglia, Tarzan ingaggia un combattimento contro il temibile predatore. L’uomo utilizza una lancia dalla punta affilata che si è costruito da ragazzo con mezzi di fortuna, dimostrando la propria intelligenza e la propria attitudine nel realizzare utensili.
La lotta contro il felino è violenta e spossante. Sabor viene rappresentato come pura malvagità. Non è un caso, a tal proposito, che tutti gli animali mostrati nel film possiedano la facoltà di parlare, tanto i gorilla quanto gli stessi elefanti come Tantor. Quella pantera maculata, invece, non parla, si esprime solamente con i propri versi animaleschi. Il leopardo incarna un istinto selvaggio, predatorio, aggressivo. Sembra non esserci nulla di razionale, di evoluto in una simile fiera, nessun sentimento, nessuna volontà che non sia quella di cacciare e uccidere. Sabor non è un animale come gli altri, quelli che Tarzan osserva e con cui comunica: Sabor è odio, ferocia, crudeltà, la natura nella sua essenza più brutale, nel suo furore più ancestrale.

Tarzan ucciderà la bestia feroce, ferendola mortalmente con la punta del suo “coltello”. L’uomo si innalzerà sui resti del predatore, raccoglierà quelle spoglie inermi e le solleverà oltre la sua persona, rompendo in un urlo assordante, liberatorio, animato da forza e virilità, che scuoterà l’intera giungla.
La piena maturazione di Tarzan avviene in quel preciso istante, quando per difendere i propri cari annienta una forma di vita minacciosa e ostile.
La prima impresa di Tarzan, quella in cui il protagonista ha l’opportunità di dimostrare a tutti il proprio vigore, il proprio impeto, ha dunque a che vedere col fronteggiare un felino astuto e sanguinoso, un qualcosa che rimanda alla mitologia greca, più precisamente alla prima delle dodici fatiche di Eracle: l’uccisione del Leone, un terribile carnivoro dal manto impenetrabile, mosso dalla sola volontà di assalire gli indifesi abitanti della città di Nemea.

Eracle stanò il crinito fin dentro la fitta boscaglia e dopo un duro combattimento lo soffocò con la forza sovrumana delle sue braccia. Sia Ercole che Tarzan compiono il loro primo, eroico gesto sconfiggendo un felino perfido e spietato, conquistando l’onore dato dal coraggio dimostrato nel volgersi della lotta e del trionfo.
Un giorno sull’isola sbarca un gruppo di esploratori provenienti dall’Inghilterra, composto dal professor Porter, da sua figlia Jane e dalla loro guida, il cacciatore Clayton, di cui Tazan si accorge. Jane viene separata dal gruppo e scatena involontariamente la rabbia di un branco di babbuini che iniziano a inseguirla: senza esitazioni, Tarzan la porta in salvo, riparandola su di un albero.
Jane è confusa e alquanto spaventata, e non la si può di certo biasimare per questo; dopotutto si trova davanti ad un uomo bizzarro, dai folti capelli, che cammina in ginocchio, trascinando le nocche sul terreno e che, cosa ancora più strana, parla con le scimmie. Jane prova quindi a ritirarsi, ad arrampicarsi sul bordo per raggiungere la cima dell’albero di fronte. Resta però appesa pericolosamente tra un albero e l’altro. La fanciulla è afflitta dalla situazione tragicomica in sui si trova, e sussurra tra sé che peggio di così proprio non le può andare: ecco che appena finita di pronunciare quella frase un temporale si abbatte su di lei. Eh sì, potrebbe sempre andare peggio quando la situazione è già difficile. Potrebbe anche piovere.
Tarzan la raggiunge e la porta al sicuro. Incuriosito dall’aspetto della donna, Tarzan le si avvicina, le tocca un piede, le accarezza le guance, prova perfino, ingenuamente, a sollevarle la gonna del vestito ma Jane, prontamente, lo allontana con un bel calcio assestato in piena faccia. Tarzan non demorde, le si fa avanti ancora e le prende la mano.
Un guanto bianco copre la mano di Jane, ma Tarzan intravede la forma di un dito da uno strappo nel tessuto. Capisce che quel guanto si può sfilare e dunque lo rimuove delicatamente. Tarzan avvicina la mano a quella di Jane, ricordando ciò che aveva fatto da bambino con la mamma. La mano di Tarzan e la zampa di Kala erano un po’ diverse nelle forme e nelle dimensioni, ma si somigliavano quanto bastava per potersi congiungere; le mani di Tarzan e Jane invece si somigliano tantissimo, anzi sono pressoché identiche e si uniscono come d’incanto. Poco dopo, Tarzan tende l’orecchio e ascolta il cuore di Jane battere. Tutto ciò che aveva avvicinato Tarzan a sua madre quando era un bambino adesso avvicina Tarzan a Jane, la prima donna che l’uomo vede con i suoi occhi, quella di cui si innamorerà perdutamente.
La figura di Jane Porter potrebbe essere in un certo senso paragonata a quella di Ann Darrow, la protagonista femminile di “King Kong”, una delle storie più celebri mai partorite dal cinema. Entrambe giungono su di un’isola misteriosa, smarrendosi nella natura selvaggia sebbene in circostanze notevolmente diverse. Nel film Disney, Jane stava visitando cautamente i dintorni quando viene assalita da un branco di babbuini e strappata alla morte dall’intervento di Tarzan. In “King Kong” invece Ann giunge sull’Isola del Teschio insieme ad una troupe cinematografica per girare un lungometraggio di stampo esotico, avventuroso, e viene rapita dagli indigeni per essere offerta come sposa al “mostro”.
Sia Jane che Ann possiedono una bellezza eterea e incantevole che rapisce il cuore del Re della giungla. Nel racconto visivo di “King Kong”, la Bestia si invaghisce perdutamente di Ann, la Bella, che ha la pelle chiara e una chioma dorata a incorniciarle il volto. Il possente Kong non ha mai ammirato una donna tanto bella e da allora non proverà amore o attrazione per nessun’altra creatura femminile, neppure se questa dovesse ricordarle Ann nell’aspetto. Per lui esisterà soltanto lei.
Jane è la prima donna che Tarzan vede in vita sua. Fino a quel momento egli non aveva mai intravisto una femmina della sua stessa specie, non aveva potuto sperimentare alcuna attrazione verso il gentil sesso. La primissima visione che avrà di Jane lo conquisterà completamente: il volto della ragazza si conficcherà nel suo cuore come un dardo scagliato da un arciere capace di generare una ferita indelebile che non gli farà alcun male, tutt’altro.
In entrambe le storie la bellezza femminile doma l’animo impetuoso e indomito del protagonista maschile.

Il primo incontro tra Tarzan e Jane è schietto, spontaneo, innocente, “primitivo”. E’ un incontro fatto di sguardi candidi, espressioni stupite, gesti impacciati, tocchi esplorativi. Tarzan entra in contatto con Jane sfiorandola, indagandola con gli occhi, restando estasiato dalla sua bellezza. Tarzan si affida poi al senso del tatto, accarezzandola e accostando la sua mano a quella della ragazza. Il giovane utilizza perfino il senso dell’udito dal momento che porge l’orecchio per ascoltare il battito della damigella. Sempre con la percezione uditiva, Tarzan la ascolta parlare e prova a replicare quanto ella dice. I due comunicano con piccoli sussurri, parole semplici, si presentano reciprocamente in maniera goffa. Nonostante l’evidente nota ironica della vicenda, l’incontro tra Tarzan è Jane possiede un romanticismo terso, prezioso, profondissimo.
In seguito, Tarzan inizia a trascorrere le giornate con Jane e col padre di quest’ultima, che decidono di istruirlo e di fargli apprendere tutto ciò che non conosce.
Il professor Porter e la stessa fanciulla montano un proiettore e iniziano così a mostrare a Tarzan tutta una serie di immagini, raffigurazioni, fotogrammi che illustrano il mondo esterno, quello che si trova lontano, al di fuori di lui. Così, l’uomo osserva quello che non conosce, assapora le meraviglie della scoperta, vede tutto per la prima volta con gli occhi di un bambino intrappolato nel corpo di un adulto che scopre improvvisamente la realtà circostante. Tarzan non può scoprire il mondo a poco a poco come un infante, gradualmente, deve scoprirlo in fretta, velocemente, sequenza dopo sequenza, scatto dopo scatto, ricevendo una quantità di informazioni in rapida successione che esaltano i suoi sensi e arricchiscono la sua mente che diviene uno scrigno su cui versare la risorsa più cospicua, preziosa, a disposizione dell’essere umano: la conoscenza, il sapere. Tarzan diviene vorace, avido di nozioni, affamato di apprendere, di capire.
Nel film del 1994 “Mowgli – Il libro della giungla”, il protagonista, Mowgli per l’appunto, è cresciuto nella giungla esattamente come Tarzan. Mowgli è stato allevato dai lupi, dalla pantera Bagheera e dall’orso Baloo. Mowgli è stato strappato alla civiltà quando era piccino e col tempo ha dimenticato il linguaggio, come ci si esprime con la parola. Un giorno, Mowgli incontra Kitty, un’amica di infanzia che andava pericolosamente a zonzo nella “selva”.
La ragazza riconoscendolo come l’amico che aveva perduto quando era bambina decide di portarlo con sé a palazzo, e lo istruisce.
Le sequenze in cui Mowgli impara a parlare, a leggere e a scrivere, mentre osserva i fotogrammi riprodotti da un proiettore con il quale scoprirà le verità che si celano laggiù, oltre l’orizzonte, verranno reinterpretate dalla stessa Disney proprio nelle scene del classico “Tarzan”, accompagnate dal brano “Al di fuori di me”.

La stessa Kitty svolge un ruolo molto simile a quello di Jane. Kitty è l’amore della vita di Mowgli, la traccia di un passato che egli rammentava appena e che continua a tenerlo legato al mondo degli uomini. Restando nella città indiana, Mowgli impara molte cose di cui ignorava l’esistenza. Kitty e Jane sono per Mowgli e Tarzan delle autentiche maestre, che educano, istruiscono, trasmettono tutto ciò che sanno.
Di fatto, Tarzan si affida completamente a Jane per migliorare sé stesso.
Dopo aver osservato una fotografia che ritrae un uomo che danza con una donna, Tarzan afferra Jane e i due iniziano a ballare felici. Tarzan imita ciò che di bello vede e ne comprende il senso. Jane è per Tarzan una fonte di sapere, da cui imparare tutto ciò che non conosce. Grazie a Jane, Tarzan vedrà i centri urbani, le carrozze che percorrono le strade, mirerà i castelli, le costruzioni dell’Antico Egitto, il volto enigmatico della Sfinge, scruterà le raffigurazioni di pianeti che orbitano lassù nel cielo.
A notte inoltrata, al cospetto dell’arazzo celeste, Tarzan aiutato da Jane e dal professor Porter, accosterà l’occhio ad un telescopio e vedrà per la prima volta le stelle che formano le costellazioni.
Sarà tutto merito di Jane. Con lei Tarzan scoprirà tante cose che non conosceva e sperimenterà ciò che non aveva mai provato prima, come l’amore.
Eh sì, Tarzan non si era mai innamorato. Non aveva mai osservato le forme di una donna, non era mai stato investito dalla dolcezza di uno sguardo femminile. Il cuore di Tarzan batte sempre più forte, per la prima volta.
A lezione, mentre il malvagio cacciatore Clayton si sforza di catturare la sua attenzione per scoprire il nascondiglio dei gorilla, Tarzan si distrae, come uno scolaretto che desidera guardare la compagna di cui si è invaghito. Gli occhi di Tarzan ricercano Jane, che nel frattempo sta facendo un tratteggio su di un foglio, proprio un abbozzo di Tarzan. Clayton con forza afferra Tarzan per il mento, cerca di riportare la sua attenzione su quanto sta dicendo. Ma gli occhi di Tarzan si sollevano nuovamente, soffermandosi su Jane. E’ la prima volta che Tarzan prova ciò e come un uomo qualunque non riesce a distogliere la mente dal suo sentimento, gli occhi dal suo amore.

Jane insegna a Tarzan a leggere. I due se ne stanno vicini, rannicchiati, con un libro aperto. La donna aiuta Tarzan a scandire le lettere, a leggere rigo per rigo. Una scena meravigliosa che mi ha sempre riportato alla mente una piccola sequenza rimossa dal montaggio finale de “La Bella e la Bestia”. Nella suddetta sequenza, la Bestia ode Belle leggere un libro. La ragazza è amante della lettura e leggere per lei è un piacere a cui non può rinunciare. La Bestia ascolta Belle tenendo il muso appoggiato sul tavolo, estasiato da quel soave suono e da quelle parole che fuoriescono dalla bocca della ragazza. Quando Belle finisce, la Bestia le chiede se può leggere ancora. Il principe maledetto confessa di non saper leggere, di aver, forse, dimenticato come si faceva, nei lunghi anni trascorsi trasformato in quell’essere mostruoso. La Bestia si invaghisce della lettura, torna ad interessarsi ad essa, a bramarla, a volerla, perché è Belle ad amarla. La Bestia ama la fanciulla e di riflesso sembra innamorarsi anche delle passioni di quest’ultima.
In egual modo anche Tarzan si è innamorato di Jane, e tutto ciò che la ragazza propone non fa che coinvolgerlo. Pertanto, quando Jane inizia a leggere accanto a Tarzan, questi, come la Bestia, si mette ad ascoltare le parole pronunciate dalla donna che ama. Tarzan impara a leggere grazie all’amore di Jane e così anche la Bestia torna ad interessarsi alla lettura per “colpa” dell’amore.

“Sta succedendo qualcosa in più ma non sulla terra, ma un po’ più su, oltre le nuvole fra noi…”
Recita quanto scritto sopra una strofa della canzone “Al di fuori di me” del film Tarzan. Con queste parole, la musica descrive il sentimento che Tarzan nutre per Jane, qualcosa che si eleva dalla Terra, che oltrepassa il soffice nembostrato, raggiunge il cielo per non fermarsi più.
Un giorno, Tarzan nota che Jane sta ritraendo un uccello dalle piume colorate. Questo però si allontana tutto d’un tratto, riprendendo il volo. Jane si intristisce. Tarzan desidera fare ciò che ogni innamorato vorrebbe: rendere felice la fonte del proprio amore. Dunque accompagna Jane sulla cima di un albero altissimo. Un raggio di sole illumina le foglie. Tarzan e Jane si addentrano nella chioma rigogliosa. Quel verde ospita un nugolo di uccelli dai mille colori, gli stessi che Jane voleva ammirare e immortalare con la matita. Con quel gesto, Tarzan porta Jane nel suo “mondo”, lo dona come se esso fosse l’oggetto più prezioso che ha da condividere, mostrando le meraviglie della sua giungla immacolata.
Questa azione che Tarzan compie mi richiama alla mente ancora un passo de “La Bella e la Bestia”. In un momento molto dolce e toccante del film, la Bestia chiede a Belle di chiudere gli occhi. Il principe apre la porta che si affaccia su di un ampio salone. La fanciulla schiude le palpebre e vede dinanzi a sé stendersi una immensa biblioteca, contornata da scaffali di libri, da bianche colonne marmoree ripiene di tomi e volumi che si innalzano fino al soffitto.
“Non ho mai visto tanti libri in vita mia!” – afferma entusiasta la ragazza.
“Le piace?” – domanda la Bestia.
“E’ meraviglioso!” – risponde.
“Allora tutti i libri sono suoi!” – conclude la Bestia.
Come fatto da Tarzan – che ha accompagnato Jane ad ammirare un luogo splendido, fatto di natura incontaminata, vivida – la Bestia conduce la sua amata a vedere un’ala del castello, una stanza repleta di storie, di avventure, di amori, fantasie, posti esotici, intrepidi duelli, incantesimi, di libri che Belle avrebbe amato con tutta sé stessa. Sia la Bestia che Tarzan donano alla propria amata parte del loro mondo per renderla felice.
Col passare dei giorni, Tarzan si allontana sempre più frequentemente dai gorilla per accostarsi più che può a Jane e agli altri, gli esseri umani. Il protagonista si sente diviso a metà, conteso tra la fedeltà alla famiglia che lo ha allevato e il rispetto che nutre nei confronti dei suoi simili. Tarzan, nuovamente, non riesce a capire chi è, a quale realtà appartiene. Il personaggio rivive quello che aveva già patito da bambino, quando intuiva di non essere una scimmia pur volendo far parte di quel gruppo con tutte le sue forze. Allora fu la mamma a rasserenarlo. Toccherà ancora una volta a Kala dileguare i dubbi, schiarire le ombre che annebbiano la mente del proprio figlio.
Kala trascina Tarzan nella casa sull’albero, dove molti anni prima lo trovò. Tarzan rivede la culla in cui dormiva, il tessuto caldo che lo copriva, scorge un ritratto fotografico che mostra i suoi genitori. Tarzan riconosce immediatamente suo padre, e pochi istanti dopo sua madre. La sua vera madre, colei che lo ha messo al mondo, che lo amava con tutta sé stessa, che lo coccolava tenendolo sempre con sé in braccio e che è morta tentando fino a che ebbe respiro di proteggerlo.

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Se solo si intrattenesse difronte a uno specchio, dopo aver guardato a lungo quel ritratto di famiglia, Tarzan si accorgerebbe di somigliare in tutto e per tutto al padre eccetto che per un tratto del suo ovale. Tarzan ha le iridi verdi, gli stessi occhi di sua madre. Come il protagonista della saga letteraria di J.K. Rowling, Harry Potter, Tarzan somiglia quasi completamente al papà ma nel suo sguardo sono incastonati come smeraldi gli occhi della mamma. Anche Harry vantava l’aspetto sfrontato e scapigliato del padre, James, ma i suoi occhi erano quelli di Lily, la mamma, e anch’essi avevano il colore delle foglie sane.
Tarzan deduce di essere stato adottato quand’era ancora in fasce da Kala, che lo ha salvato e allevato.
Ora che conosce la verità, Tarzan può scegliere cosa vuole fare: se unirsi a Jane per tornare alla civiltà o se restare nella giungla.
Kala attende la decisione di Tarzan fuori, a pochi passi dalla porta della casa sull’albero. Di lì a poco Tarzan esce indossando degli abiti confacenti alla sua specie. La madre comprende così che il proprio figlio vuole seguire il suo cuore, e andare dove andrà Jane. Kala ha sempre temuto che se Tarzan avesse saputo la verità sulle sue origini avrebbe scelto di lasciarla, non considerandola più sua madre. Vedere Tarzan con quelle vesti è per la gorilla una sorta di triste risposta ai suoi timori. Eppure, in quel preciso istante Tarzan compie un’azione bellissima. Si china davanti alla mamma, la guarda dritta negli occhi e le dice: “Dovunque io vada, tu sarai sempre mia madre”.
Kala scoppia in lacrime, lo abbraccia e gli risponde che lui rimarrà sempre nel suo cuore.

Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
Un momento molto simile a questo accade anche in un famoso kolossal cinematografico: “I dieci comandamenti”. In quella pellicola, Mosè è stato adottato dalla figlia del faraone Bithia e educato a palazzo come un Principe d’Egitto. Fino al raggiungimento dell’età adulta, Mosè non ha mai sospettato nulla circa le sue origini. Quando scoprirà di far parte del popolo degli schiavi e che la madre che lo ha messo al mondo, Jocabel, è ancora viva, Mosè deciderà di abbandonare il suo palazzo, i privilegi, lo sfarzo per unirsi alla sua gente.

Bithia è triste, ferita, e non riesce ad accettare la decisione di Mosè. La donna crede che il figlio che ha cresciuto non la consideri più come una mamma.
Prima di andare via, però, Mosè si inginocchia davanti a Bithia e le sussurra all’orecchio: “Tu sei la madre che mi ha allevato. Ovunque io vada, qualsiasi cosa io faccia, ti avrò sempre nel cuore.” Mosè poggia le proprie labbra sulla gota della mamma, per poi alzarsi e abbandonare la stanza.
Sia Tarzan che Mosè vogliono allontanarsi dall’ambiente in cui sono cresciuti, dalla loro casa, per perseguire un intento diverso, dettato da ragioni profonde: Tarzan desidera restare vicino alla donna che ama, scoprire il mondo da cui proviene, Mosè vuole unirsi alla gente di cui fa parte, dove ha visto la luce e che da sempre soffre di fatica e di stenti. Entrambi però rassicurano immediatamente la loro madre adottiva, esternando ciò che alberga nel loro cuore e chiarendo che colei che li ha allevati resterà sempre la loro mamma.
Tarzan però non andrà via. Tornerà sull’isola per fermare il crudele Clayton, sconfiggendolo in uno scontro fatale.
Clayton era un cacciatore spietato, accompagnato sempre dal suo fedele fucile. Durante il confronto, Tarzan disarma Clayton e prende con sé la micidiale arma. Clayton esorta Tarzan a sparargli, dimostrando così di essere un “uomo” e non un semplice “selvaggio”. Ma Tarzan non vuole essere simile a Clayton e quindi distrugge il fucile, rendendolo inutilizzabile. Tarzan ha imparato a sue spese che non tutto ciò che riguarda il mondo civilizzato è buono. Non esistono solamente cose meravigliose da apprendere e scoprire man mano. Esiste la malvagità, l’odio, la violenza che l’uomo perpetra contro un altro uomo, esiste l’egoismo, la vendetta, ed esistono le armi che l’essere umano costruisce per attaccare, ferire ed uccidere, per ingaggiare guerre che portano soltanto morte e distruzione.
Il grande cineasta russo Andrej Tarkovskij, riflettendo sulla civiltà postmodernista, eternò nel suo ultimo film intitolato “Sacrificio” un monologo che recita:
“L’uomo si è sempre difeso. Sempre. Si è difeso dagli altri uomini, dalla natura, e ha costantemente violentato la natura. Il risultato è una civiltà fondata sulla forza. Sopraffazione. La paura. La dipendenza. Tutto ciò che il nostro progresso tecnico ci ha portato è un po’ di comodità, un più alto standard. E strumenti di violenza per mantenere il potere. Siamo come selvaggi. Usiamo il microscopio come se fosse un manganello. No, anzi peggio. I selvaggi hanno più spiritualità. Appena facciamo un’importante scoperta scientifica noi la poniamo subito al servizio del male.”
L’antagonista Clayton personifica i caratteri più sinistri, oscuri, deplorevoli messi in risalto dal testo sopra riportato. Clayton proviene da un mondo civilizzato fondato sulla prevaricazione, sul più forte che schiaccia il debole. Egli non esplora la giungla con prudenza e rispetto, egli vuole profanarla, trafugarne le ricchezze, catturare i gorilla per fini commerciali, per venderli e ricavarne denaro. Clayton usa il fucile, un’arma inventata dall’uomo e posta al servizio del male, per arrecare dolore, per offendere e uccidere. Clayton, inoltre, muove violenza verso chiunque, nei confronti dei suoi simili e nei riguardi degli animali che caccia per semplice divertimento. Egli usa la forza e l’aggressività come unico strumento, mentre Tarzan commette una sola ed unica violenza nel film, quando uccide Sabor, dopo che quest’ultimo ha nuovamente attaccato la sua famiglia e Tarzan è obbligato a proteggerla.
Tarzan è cresciuto nella giungla eppure non è lui il vero selvaggio, Clayton lo è. Rozzo e crudele, Clayton simboleggia l’uomo moderno che oltraggia il creato, violenta la natura, il prodotto estremo di una civiltà, quella di inizio Novecento, progredita ma non certo evoluta.
Negli ultimi scampoli del film, Tarzan si ricongiunge con Kerchak, ferito mortalmente, il quale chiederà perdono per la sua cecità. Kerchak era stato accecato dal dolore, dalla sofferenza, dal rimorso, non aveva mai elaborato e superato la morte del proprio figlioletto e vedeva in Tarzan un sopraffattore, un blando sostituto che non poteva far parte della sua famiglia. Solo allora, quando era troppo tardi, Kerchak comprese quanto stolto e miope fosse stato. In Tarzan il grande gorilla poteva trovare un secondo figlio, non un’alternativa. Prima di spirare, il possente mammifero farà ammenda e saluterà Tarzan come fosse un suo erede.
Tarzan deciderà di restare con la sua amata Jane e il padre di lei nella giungla.

Tarzan connette nella sua figura due mondi: quello della natura selvaggia, spietata, indomabile, paradisiaca e quello dell’uomo più civilizzato, che studia, che apprende, che conosce, che rispetta e che ama. Già, che ama!
Tarzan non smetterà più di amare. Amare la libertà, amare il vento che gli sferza i capelli quando salta da una liana all’altra. Amare il verde che colora la boscaglia e l’azzurro del mare che bagna le sponde dell’isola, o la cristallinità delle cascate che si susseguono incessanti nel cuore della giungla. Amare la madre che lo ha riaccolto a sé, e amare Jane che è rimasta al suo fianco. Tarzan dunque non farà che amare. Come un padre ama il proprio figlio e come un figlio ama il proprio padre.
Autore: Emilio Giordano
Redazione: CineHunters
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