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"Anna e Joe" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Anna era una Cenerentola un tantinello diversa. Non aveva perso in tenera età la sua mamma, non era cresciuta nella povertà, maltrattata da una perfida matrigna e da due orribili sorellastre. Non era stata costretta per gran parte della sua giovinezza a svolgere i lavori più umili e faticosi, e la sua candida pelle non era stata imbrattata più e più volte dalla cenere del camino. Anna non era nata nella miseria, tutt'altro. Anna era una principessa, viveva in palazzi sfarzosi, in camere meravigliose, dormiva in letti con baldacchino, cullata da coperte di seta e aveva tutta una corte a sua disposizione, sempre disposta a prestarle i propri servigi.

Cosa accomunava Anna a Cenerentola or dunque?

Il garbo, anzitutto. Anna possedeva la stessa grazia, la medesima eleganza e gentilezza della fanciulla della fiaba. E poi, ciò che Anna e Cenerentola avevano in comune era una strana avventura.

Beh, per essere del tutto precisi più che per analogia le loro storie si somigliano per contrapposizione. Una sorta di capovolgimento degli eventi.

Cenerentola viveva come una schiava, tollerando angherie, prevaricazioni, e in cuor suo sperava che la sua vita un giorno potesse cambiare. Ella sognava di scappare dalle grinfie della sua matrigna, di incontrare un principe azzurro, di sposarsi e di ritirarsi con lui in un magnifico castello. Anna, al contrario, viveva già in un castello ma bramava di fuggire da esso, di mescolarsi tra la gente comune. Se Cenerentola si sentiva oppressa da un ambiente familiare che la sviliva, Anna si sentiva schiacciata da obblighi diplomatici, da appuntamenti e incontri già organizzati nei minimi particolari e con tutta una serie di itinerari ben determinati. Anna non era libera, era una principessa serva di un cerimoniale già scritto, di una routine monotona, di un'esistenza sfarzosa ma ripetitiva in cui qualunque cosa, financo le frasi che doveva pronunciare facevano riferimento ad un copione già scritto. 

Al principio della sua storia, Anna si trova a Roma e sta ricevendo al palazzo molte persone rinomate, funzionari d’ambasciata, delegati, consoli, per farla breve: molteplici figure altolocate. La giovane è esausta, fatica perfino a restare diritta. Si toglie così una scarpa per far riposare il piede, che permane nascosto dall’ampio vestito. Dopo qualche istante, la ragazza tenta di rimettersi la scarpa, ma non riesce più a rintracciarla, sebbene la cerchi muovendo qua e là il piede nudo.

La nostra Cenerentola ha già perso la sua scarpetta, proprio all'inizio della sua avventura, ma in quel frangente non vi è alcun principe intento a raccoglierla.

Quella scarpa che nella fiaba di Cenerentola rappresenta un simbolo d'amore, l'oggetto che permetterà al principe di cercare e di trovare la sua amata, in "Vacanze romane" assume un valore del tutto diverso. È il simbolo di una resa, di un cedimento, di una noia oramai divenuta intollerabile, di una voglia di ribellione. Anna vuole abbandonare le sue scarpe di cristallo e scappare. Quel palazzo pomposo e quelle stanze colme di regalità le paiono sbarre di una prigione sontuosa, opulenta, ma pur sempre una prigione mascherata, opportunamente abbellita con fronzoli ampollosi e orpelli.

C'era un personaggio di un film Disney che viveva anch'egli in un edificio monumentale e, pur amandolo con tutto sé stesso, se ne sentiva prigioniero. Questi abitava in quell'antica costruzione come un reietto, isolato dal mondo esterno, e cantava versi che recitavano: "Là fuori in mezzo a tutta quella gente che non sa che fortuna è essere normali. Liberi di andare in ogni luogo giù in città".

Quasimodo, il protagonista de "Il gobbo di Notre Dame", a causa della sua deformità era obbligato a restare nell'ombra, tra i limiti circoscritti della Cattedrale parigina. Ma nulla poteva tenere a freno la sua fantasia, il suo desiderio di uscire, di visitare il mondo esterno. "Potessi lo farei se fossi libero [...] Come vorrei stare fuori di qua". Quasimodo intonava queste arie, fantasticando di camminare tra la gente comune, senza che le persone lo guardassero con sospetto, con repulsione, con paura e sinistra riverenza. 

Anche la principessa Anna sognava di essere normale, per una volta. Una ragazza comune, nata in una famiglia semplice. Immaginava di poter uscire dal suo palazzo regale, di mescolarsi tra i passanti, di passare inosservata senza che i più potessero riconoscerla e trattarla con ossequio, con quella sudditanza che solo una futura regina può generare. Anna voleva evadere dal castello, andare fuori di là. Bramava il mondo che non aveva avuto la fortuna di conoscere e di osservare con i suoi occhi curiosi e vispi. 

Per queste ragioni, Anna somigliava anche ad Ariel. Come la sirenetta che voleva lasciare il suo regno sotto il mare per conoscere il reame della gente comune, esplorare la "riva lassù", camminare per le strade, ballare con le sue gambe, anche Anna agognava di voltare temporaneamente le spalle al suo casato, per fare parte di un mondo che ancora non aveva fatto suo, che ancora doveva scoprire e vivere con pienezza. 

"La sirenetta al chiaro di luna" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più cliccando qui e anche qui.

Una sera, dopo una interminabile giornata fatta di incontri formali, tediosi, stressanti, Anna ha un crollo nervoso. Non ne può più di quelle giornate organizzate in ogni singola minuzia, di quell'esistenza preregistrata, e così dà in escandescenze. Per calmarla, il medico di corte le somministra un sonnifero. Prima che il medicinale faccia effetto, però, Anna si dà alla fuga, percorre le scalinate del palazzo e si reca in strada. Sorridente, emozionata, trepidante, la ragazza perlustra una Roma notturna per poi crollare su di un marciapiede, avvolta da un sonno profondo. Il sedativo aveva prodotto il suo effetto. 

Anna viene rinvenuta da un certo Joe Bradley, un giornalista che vive in un minuscolo appartamento. L'uomo, vedendola confusa e sonnecchiante, decide di portarla con sé nel suo alloggio, dove la principessa riprenderà a dormire. L'indomani Joe si sveglia, non proprio di buon mattino, e va in redazione. Lì si accorge tramite la foto di un ritaglio di giornale che la ragazza che ospita nella sua esigua casa è proprio la principessa in visita nella capitale e non crede ai suoi occhi.

Per Joe questo bislacco e fortunoso incontro potrebbe rappresentare l'occasione più ghiotta della sua carriera. Egli ha l’opportunità di trascorrere una giornata con la principessa, scoprirne i segreti, i vizi e le virtù, e quindi, tra una confidenza e un’altra, strapparle una sorta di intervista inconsapevole e regalare l'esclusiva al suo giornale per un compenso decisamente assai cospicuo. Joe sceglie quindi di tornare a casa, di dare il buongiorno alla sua ospite e di passare del tempo in sua compagnia, chiaramente non rivelandole mai la sua professione di giornalista.

In "Accadde una notte" il giornalista Peter Warne, da principio, accompagna la ricca Ellie in cambio dell'esclusiva sulla sua storia. Parimenti in "Vacanze romane" Joe si rapporta inizialmente ad Anna per cavarne una succulenta notizia di costume.

La premessa di questa storia, che vede intrecciarsi il destino di Anna e di Joe, i due personaggi di “Vacanze romane”, è sovrapponibile a quella di “Accadde una notte”. In questa commedia appena accennata il giornalista in incognito Peter Warne accompagna in una fuga avventurosa la ricca ereditiera Ellie Andrews, conosciuta nottetempo sui sedili di un autobus, proprio nell’ultima fila, dove sedettero l’uno accanto all’altra. Ellie, venuta su in una gabbia dorata, vuol viaggiare per il mondo, ed il suo personaggio è, in giusta realtà, assimilabile alla principessa Anna.

Il viaggio impervio, di strada in strada, portato avanti con mezzi di fortuna, avrà per Peter ed Ellie i risvolti di una involontaria e neanche lontanamente pianificata fuitina, mediante la quale i due vivranno il loro amore.

Ma non perdiamoci in chiacchiere, torniamo a parlare della nostra principessa…

Anna si desta dopo aver fatto una dormita più che soddisfacente, e anch'ella non svela all'uomo la sua vera identità. 

Entrambi scelgono di mentire, di nascondere ciò che sono veramente. Per ventiquattr’ore resteranno a stretto contatto, si conosceranno lentamente, istante dopo istante, ora dopo ora. 

Anna si avvia, dapprima in solitudine, per le vie di una Roma assolata. La fanciulla si atteggia come una semplice turista, osserva con sguardo interessato, indiscreto, a tratti indagatore le routine quotidiane della folla che percorre in lungo e in largo strade e piazze. Si sofferma al mercato, lasciandosi inebriare dai suoni e dagli odori di una città frenetica e pulsante. Anna comincia a godere della sua fugace vacanza romana. Per prima cosa, la donna sceglie di comprare un paio di scarpe.  La nostra Cenerentola non vivrà la sua favola calzando delle scarpe di cristallo col tacco alto, sceglierà invece delle scarpette basse, simili a delle ballerine. 

Andrà poi a tagliare i lunghi capelli bruni che le adornavano il viso. Il taglio dei capelli ha un valore simbolico: Anna vuol troncare i ponti con la di lei del passato, colei che assecondava sommessamente tutte le direttive, gli obblighi, i veti, le imposizioni che le derivavano dalla sua carica. D’ora in avanti Anna vuole provare ad essere una donna diversa: i suoi capelli corti sottolineano questo passaggio, questa transizione, questo mutamento della sua personalità che viene, dunque, espresso e rimarcato dalla sua nuova acconciatura. 

Nel frattempo Joe segue Anna, la pedina standosene sulle sue per poi fingere di incontrarla per caso sugli scalini di Piazza di Spagna.

La vacanza della principessa procede spedita. Anna vive una giornata intensa, meravigliosa, indimenticabile, visitando i luoghi più belli e suggestivi della capitale italiana. La giovane resta sempre vicina a Joe, il quale le fa da guida, da amico, da compagno di avventure. I due visitano il Colosseo, la Fontana di Trevi, e sfrecciano per le strade a bordo di una splendida Vespa. Quelle due ruote diventano per Anna la sua zucca trasformata in carrozza: grazie a quel veicolo, la fanciulla percorre il sentiero della sua favola, in compagnia di un principe azzurro che non è proprio un principe ma uno squattrinato giornalista, che nel frattempo viene pian piano rapito dalla dolcezza della giovane, dal quel sorriso che le crea delle fossette sulle guance, dal suo candore, dalla sua innocenza, da quella sua gioia di vivere e quella sua intraprendenza. 

Ad un certo punto, i due si trovano davanti alla Bocca della Verità. L'uomo spiega ad Anna che la Bocca addenta la mano di colui o di colei che sta mentendo. Entrambi in quel momento non stanno dicendo la verità: Anna non ha rivelato di essere la principessa e lui non le ha detto di essere un cronista e di sapere chi ha realmente dinanzi. Entrambi allungano la mano per inserirla fra le fauci della “Verità”. Anna, con una piccola apprensione, ritira la mano prontamente. Joe urla come se il monumento avesse fatto un sol boccone della sua mano. Anna ingenuamente si spaventa, ma ecco che l'uomo la rivela lo scherzo e i due ridono di gusto, mentre si abbracciano felici. È il primo momento in cui Joe e Anna percepiscono la nascita di una attrazione, di un sentimento sbocciato improvvisamente. 

La giornata va avanti senza sosta, fra risate gioiose, trastulli, corse, balli e zuffe con estranei in riva al Tevere. Anna e Joe si innamorano, come in una fiaba. Non servono giorni, settimane di frequentazione per conoscersi, comprendersi e amarsi, bastano solo pochi minuti, attimi così profondi e significativi da lasciare un segno nell'anima e nel cuore. I due si scambiano un bacio e al termine della serata non riescono proprio a lasciarsi se non con tanta ritrosia e tristezza.

La mezzanotte è scoccata e la fiaba è sul punto di scandire le sue ultime parole. Non ci sarà un "E vissero tutti insieme felici e contenti", Anna lo sa bene. A dividere Anna e Joe vi sono un regno e una corona. Anna sarà sempre vincolata ai doveri verso il suo Paese e il suo popolo, Joe sarà sempre condizionato dalla sua vita umile e riservata. Lei deve tornare al Palazzo, deve dirgli addio. La vacanza è finita ma in tal caso il ritorno a casa non sarà il momento più bello come sovente si suol dire per commentare l’ultimo atto di un lungo e splendido viaggio. Anzi, il ritorno costituirà il momento più amaro, più doloroso, poiché il sogno si è infranto, l'illusione si è spezzata, l’incantesimo si è rotto e la realtà col suo sapore agrodolce ha fatto ritorno.

Quell'amore sbocciato tra i due resterà serbato per sempre fra le vie, i monumenti, le piazze della città eterna. Come Rick ed Ilsa - gli amanti di Casablanca - avranno sempre nel cuore Parigi, la capitale francese in cui hanno vissuto il loro amore, Anna e Joe ricorderanno sempre Roma

L'indomani, Joe potrebbe scrivere l'articolo sulla principessa. Tante sono le informazioni in suo possesso, tutte le loro scorribande del giorno precedente sono marchiate a fuoco nella sua mente e… Nel suo cuore. Gli basterebbe prendere dei fogli bianchi e la macchina da scrivere per trasporre su di essi la notizia di costume più appetitosa degli ultimi anni ma ecco che demorde, si rifiuta categoricamente. Molto era cambiato in quelle ore, a lui non importavano più i denari dello scoop, dell'esclusiva. Tutte queste mere velleità erano svanite davanti al sentimento che si era fatto spazio nel suo cuore. 

Ciò nondimeno per qualche minuto il giornalista che è in Joe la fa improvvisamente da padrone. Egli, con un sorriso sornione, vola a vele spiegate con la fantasia. Immagina quale foto avrebbe scelto come apertura, vaglia quale titolo incassato tra l’ironico e il sensazionalistico avrebbe inserito, abbozza l’impaginazione del suo succulento articolo.

Teste coronate” sarebbe stato un titolo ad effetto, egli crede, in special modo se corredato dalla fotografia che coglie la principessa nell’atto di colpire con una chitarra sulla testa uno sventurato durante la baraonda sul Tevere. Joe ci scherza su, ride sonoramente, ma questi per lui non sono che pensieri sciocchi, ipotizzati su due piedi, così ex abrupto, che decrescono man mano che riprende serietà fino a svanire come fumo nell’aria. Joe non pubblicherà alcun pezzo, non potrebbe. E’ il suo cuore a guidare quella mano che batte abitualmente sulla macchina da scrivere. E al cuore, si sa, non si può impartire alcun comando. 

Per conto del suo giornale, Joe viene invitato a corte per porgere le sue domande alla principessa. Anna riappare in pubblico con i suoi abiti regali. Scrutando i giornalisti lì presenti intravede con stupore proprio Joe. Di primo acchito ella non sa come reagire, come interpretare quella verità che le si è palesata davanti. Teme per un istante che l'uomo l'abbia ingannata, che il giorno precedente l'abbia accompagnata unicamente per coglierla e immortalarla in momenti che poco si addicono ad una principessa. Eppure i suoi timori svaniscono in un lampo quando Joe le fa capire che può avere verso di lui la piena fiducia e che tutto resterà segreto. Anna comprende pertanto che Joe l'aveva sempre saputo, che era consapevole della vera identità della principessa, che avrebbe voluto forse trarre una notizia succulenta da quel loro incontro, ma poi tutto era cambiato come il mutare della marea, perché era subentrato qualcos'altro, un sentimento profondissimo. Gli abbracci, le carezze, i baci, erano veri, quell'amore che li aveva colti di sorpresa era autentico. 

I due si osservano ritmicamente, si guardano senza aggiungere parole superflue. Nei loro sguardi vi è contenuta una verità chiara, che non ha bisogno di alcuna aggiunta. La principessa si avvicina al giornalista, il quale le dona le fotografie che, con il supporto di un fotoreporter, le aveva scattato durante la loro giornata trascorsa insieme. Quegli scatti, che nelle intenzioni iniziali di Joe dovevano essere sbattuti in prima pagina dato che coglievano la principessa nelle fasi più sfrenate della sua giornata passata in incognito a Roma, assumono un valore del tutto diverso, profondo e molto più bello. Esse sono ora per Anna amorevoli "cartoline", foto ricordo di una vacanza memorabile, immagini segrete e personalissime che eternano gli atteggiamenti, le smorfie, la spontaneità di un giorno indimenticabile. 

Il viso di Joe e quello di Anna si incontrano un’ultima volta, essi sono lontani ma paiono congiungersi per un bacio di addio. Un lieve, quasi impercettibile cenno di intesa che si delinea come un saluto tacito e i due si danno le spalle, separandosi per sempre.

Una scena che settant’anni dopo verrà parzialmente replicata in “La La Land”, nell’atto finale dell’opera, proprio nel momento apicale, quando Sebastian e Mia, divisi da una platea e da un palcoscenico, turbati ma sereni, si scambiano un ammicco. Un congedo quatto, nel brusio della folla.

I loro occhi custodiscono le memorie del loro amore passato e terminato; ricordi che riverberano, che affiorano dal fondale dell’intimità, che emergono sino a raggiungere la superficie, lo specchio d’acqua costituito da quei loro occhi umidi, quelle loro palpebre tremolanti.

Le loro labbra serrate, incapaci di proferire alcuna parola, paiono unirsi senza toccarsi in un’effusione immaginaria che precede il commiato. Un sorriso che sa di felicità per la vita dell’altro, un gesto del capo e Mia e Sebastian si salutano coscienti che non si incroceranno mai più.

Alla domanda di un cronista vertente quale delle città che la principessa ha recentemente visitato ha apprezzato di più, Anna risponde come da programma, con fare impostato: “Ognuna nel suo genere è indimenticabile…”

D’un tratto si corregge: "Tuttavia potrei direRoma…

E poi ripete, aumentando il tono: “Roma senz’altro. Il ricordo di questa mia visita non mi abbandonerà fin tanto che vivrò!"

Gli altri membri della corte si mostrano perplessi. Quella frase non era prevista, non faceva parte della retorica. Con quella verità rivelata Anna testimonia il suo cambiamento: ella è adesso una donna e una regnante indipendente, che non teme di dire ciò che pensa davvero. Con tale affermazione Anna rompe la tradizione, guasta il cerimoniale, anzi lo migliora, stroncando le frasi fatte, le risposte prevedibili, aggiungendo una nota di colore, di spregiudicatezza, di sincerità.

Anna è adesso una donna più fiera, più forte, più libera. E deve tutto ciò alla sua vacanza romana, a quella giornata felice trascorsa con Joe. Per un solo giorno, Anna ha potuto dimenticare gli obblighi, le incombenze, gli oneri, la formalità, il ferreo protocollo, le "catene" a cui era stretta. Ha potuto vivere leggera, come una ragazza che si affaccia alla vita, che conosce le gioie della spensieratezza giovanile, i brividi del primo amore, il morso doloroso dell'addio.

Un solo giorno ha avuto la valenza di una vita intera, tanto per Anna quanto per Joe. In quel singolo giorno, i due hanno vissuto un’esperienza fatta di sorrisi, carezze, risate fragorose, escursioni su due ruote, baci rubati. Quei momenti, consumati con la rapidità dell’attimo, si sono incastonati nella loro mente e nel loro cuore e lì permarranno custoditi per tutto il tempo a venire. Quel solo giorno è valso quanto un’esistenza appagante. 

Il valore di un singolo giorno, già. Jack Dawson in "Titanic" lo ripeteva spesso. Conferire valore ad ogni singolo giorno era la sua filosofia, il suo modo di approcciarsi alla vita. Jack affrontava le sfide della quotidianità con entusiasmo, con coraggio, credendo fermamente nell’imprevedibilità del destino e che tutto fosse possibile.

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Ogni giorno che sorge e tramonta sul nostro mondo ha una virtù propria, una qualità tutta sua, il tempo è un dono che non va sprecato. Era questo ciò in cui Jack confidava. Questi conobbe una fanciulla, Rose, durante la navigazione inaugurale del transatlantico Titanic. I due si innamorarono perdutamente ma il loro amore durerà a malapena tre giorni. Ciò nonostante, non si esaurirà mai.

Rose conserverà per sempre il ricordo di Jack, e quanto di prezioso hanno condiviso insieme. Il loro amore, così fugace ma inestinguibile, cambierà l'esistenza della donna. Jack aiuterà Rose ad uscire dal torpore che si era impadronito di lei, la esorterà a non accontentarsi di un’esistenza sicura ma vuota, una vita fatta di tanti e tanti singoli giorni infruttuosi, privi di iniziative, di opportunità, e senza mai una risata.

Anche Rose, come Anna, era una nobildonna, soffocata da un mondo aristocratico che non le permetteva di esprimersi come avrebbe voluto. L'amore di Jack condurrà Rose verso una presa di coscienza, una piena consapevolezza dei propri desideri, verso una ribellione che la porterà ad ottenere la propria libertà e indipendenza.

"La principessa Anna" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quei singoli giorni di amore era nato per Rose qualcosa di immortale, che porterà con sé per il resto della sua vita. Anche per Anna, la nostra principessa di "Vacanze Romane", l'amore provato in un singolo giorno ha contribuito a darle la forza per essere più intraprendente, sicura, decisa, tratti del suo carattere che le permetteranno di salire al trono e diventare una regina migliore e più serena di ciò che sarebbe stata se non avesse trascorso quel solo ed unico dì fatto di piena libertà. Anna vivrà rimembrando quei dolci momenti. Un ricordo che le darà conforto e la farà sentire per sempre felice e contenta. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: Cinehunters 

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"Cesare e Nova" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quella di Cesare è una figura leggendaria, assimilabile a quella di un autentico mito, un’essenza ineffabile, recondita, elusiva; una figura foderata di un’aura divina, messianica.

Nella saga fantascientifica de “Il pianeta delle scimmie” Cesare è il fondatore della società di primati evoluti e intelligenti. Egli è il capostipite, il creatore di un mondo nuovo, il padre di una civiltà. Conseguentemente egli viene idealizzato come un sovrano perfetto, un monarca esemplare, un comandante supremo, un essere da adorare e venerare come un dio sceso in Terra. Nell’effige mitologica di Cesare, dunque, confluiscono molteplici elementi, anzitutto di tipo politico - egli viene stimato come una guida carismatica, saggia, ponderata – e altresì di tipo religioso – egli viene annoverato come un profeta magnanimo, attento e scrupoloso, capace di provare sia pietà che collera, un pastore che ha protetto ed educato il suo gregge conducendolo verso un luogo sicuro.

Per quanto concerne la sceneggiatura del primissimo film del pianeta delle scimmie, Cesare è ancora un’essenza indefinita, un’idea embrionale, nulla più che un abbozzo. Di lui si sa ben poco, perlomeno si apprende per sommi capi quello che altri hanno tramandato di lui. Al pari di un personaggio storico le cui radici affondano nel passato, Cesare è una creatura incastonata tra realtà e mito. Di lui vengono dette alcune cose e taciute altre; i princìpi, i dettami che ha lasciato sono stati trascritti, consegnati ai posteri come un lascito prezioso, ma probabilmente piegati, accomodati, modificati secondo il volere del tempo e di chi, di volta in volta, ha amministrato la società delle scimmie, ispirandosi alla sua eredità.

Nel classico senza tempo del 1968 con protagonista Charlton Heston, il dottor Zaius, verso la parte finale della pellicola, nomina una scimmia definita “la più grande”.

Zaius dice testualmente: “Ciò che so dell’uomo fu scritto molto tempo fa, vergato dalla più grande delle scimmie, colui che dettò la legge”.

Riferendosi a tale primate, il professor Zaius afferma che esso ha redatto i precetti che regolano la civiltà dominatrice del pianeta. Ecco che quella grande scimmia assume una caratura di stampo religioso. Cesare come Mosè è colui che ha fatto dono al suo popolo delle Tavole della Legge, un insieme di canoni, di regole, di avvisi e moniti, di Comandamenti che moderano il comportamento dei fedeli, mettendoli soprattutto in guardia dalle insidie che costituiscono una minaccia per la collettività.

Poco dopo, Zaius chiede a Cornelius di leggere un documento tratto dal testo sacro. La pagina recita quanto vi è riportato:

Guardati dalla bestia-uomo, poiché egli è l'artiglio del demonio. Egli è il solo fra i primati di Dio che uccida per passatempo, o lussuria, o avidità. Sì, egli uccide il suo fratello per possedere la terra del suo fratello. Non permettere che egli si moltiplichi, perché egli farà il deserto della sua casa e della tua. Sfuggilo, ricaccialo nella sua tana nella foresta, perché egli è il messaggero della morte.”

Queste frasi sono tratte da Il Legislatore, XXIX Pergamena, 6° versetto.

Ascoltando le parole lette con sconcerto da Cornelius è presumibile, dunque, ipotizzare che quella grande scimmia, la più saggia fra tutte, colei che contribuì alla stesura del Testo Sacro, considerasse l’uomo una fiera pericolosa, che divora, distrugge, fagocita tutto ciò che la circonda.

Tale scimmia ammoniva la sua gente, avvertiva il suo popolo di stare in allerta, di badare con accortezza all’animale uomo poiché esso è crudele, meschino, infingardo e violento.

Non vi è certezza, però, che quella grande scimmia sia in realtà Cesare, poiché la figura di Cesare, come già detto, è antichissima, vecchia come la prima alba.

Nell’epoca in cui è ambientata la prima, memorabile pellicola de “Il pianeta delle scimmie” non si hanno prove né testimonianze su chi fosse realmente Cesare, non si ha neppure la certezza se il suo nome sia stato custodito e fatto perdurare, né sembrano essere pervenute raffigurazioni chiare e distinte su che aspetto avesse.

Cornelius e Zira

Il personaggio di Cesare sale alla ribalta nel terzo capitolo della saga originale: “Fuga dal pianeta delle scimmie”. Cornelius e sua moglie Zira sono scampati alla distruzione del proprio pianeta natale, addentrandosi in un viaggio a ritroso nel tempo. Essi sono approdati in un’epoca arretrata, per loro, un’era in cui gli esseri umani sono i dominatori della Terra e le scimmie intellettualmente avanzate non sono che una fantasia. In una fase del film, Cornelius racconta ciò che è stato insegnato loro, come è avvenuta la nascita della loro civiltà. Le frasi dialogate sono le seguenti:

Cornelius: Quale archeologo io avevo il permesso di consultare i papiri storici che venivano tenuti segreti alla massa e ritengo che l’arma che ha distrutto la Terra sia stata un’invenzione dell’uomo. Una cosa è certa: che una delle ragioni della decadenza degli uomini è stata la loro inveterata abitudine a uccidersi a vicenda. L’uomo distrugge l’uomo. Le scimmie non distruggono le scimmie. La nostra civiltà cominciò nella nostra Preistoria, con l’epidemia che colpì tutti i cani.

Zira: E i gatti.

Cornelius: Che morirono a centinaia di migliaia. E altre centinaia di migliaia che erano sopravvissuti dovettero essere uccisi per impedire che il contagio si diffondesse.

Zira: Le carcasse vennero cremate.

Cornelius: Sì! E quando l’epidemia fu sotto controllo, l’uomo rimase senza animali domestici. Ah naturalmente per l’uomo la cosa era insopportabile. Infatti lui può uccidere suo fratello ma non uccidere il suo cane. Quindi gli uomini presero ad addomesticare le scimmie primitive.

Zira: Primitive e stupide, ma almeno 20 volte più intelligenti dei cani e dei gatti.

Cornelius: Esatto! All’inizio le tenevano in gabbia, poi cominciarono a circolare liberamente nelle loro case. Cominciarono a reagire al linguaggio umano, così nel giro di circa due secoli progredirono dai soliti gesti imitativi ad azioni coscienti.

Interlocutore umano: Insomma più o meno come potrebbe fare un cane da pastore ben addestrato.

Cornelius: Ma un cane da pastore potrebbe cucinare, o spazzare la casa, o andare a fare spese al mercato con un elenco scritto dalla padrona, o servire a tavola?

Zira: E dopo altri tre secoli rovesciare la tavola sulla testa dei suoi padroni?

Cornelius: Le scimmie divennero consapevoli della situazione di schiavitù. E a mano a mano che crescevano di numero, scoprirono l’antidoto alla schiavitù e cioè l’unione. Cominciarono a riunirsi in piccoli gruppi. Poi lentamente impararono le regole dell’azione attiva di gruppo. Impararono ad opporsi. O dapprima si limitarono a grugnire la loro opposizione. Poi uno storico giorno che viene festeggiato dalla mia specie e che è ben documentato nei Sacri Scritti si fece avanti Aldus… Lui non usò un grugnito, lui parlò. E disse la parola che gli era stata ripetuta innumerevoli volte dagli esseri umani. Lui disse… NO!

Cornelius nomina un certo Aldus, colui che per primo si ribellò con coraggio ai suoi padroni. Invero si tratta di un errore, di un appellativo riportato sbadatamente. Il velo del tempo ha operato, cambiando il vero nome di colui che per primo ebbe l’ardore di alzare il capo. E’ Cesare colui che disse no, è lui che trainò la sua gente alla ribellione. Quel secco e perentorio “NO!” che la scimmia pronuncia rivolgendosi ai suoi carcerieri è la scintilla che innesca lo scoppio dell’insurrezione.

In questa linea temporale, in questo passato in divenire, Cornelius e Zira mettono al mondo un cucciolo che chiamano affettuosamente Milo. Entrambi non sanno che quel cucciolo di scimpanzé altri non è che Cesare. Questi crescerà senza padre né madre poiché ambedue moriranno nel disperato tentativo di proteggerlo dagli uomini.

Roddy McDowall, interprete di Cornelius e di Cesare

In “1999 Conquista della Terra” Cesare è uno scimpanzé adulto, fisicamente robusto e spiccatamente intelligente. Egli possiede la facoltà di parlare e tutte le caratteristiche di una razza avanzata ereditate dai suoi genitori.

Cesare è circondato da scimmie ancora ingenue, che vivono in un regime di sottomissione. Essendo dotato di una mente sviluppata e ostentando una importante cultura, Cesare scorge la condizione di schiavitù dei suoi simili e non riesce a tollerarla. Lentamente, egli comincia a covare finalità di ribellione. In uno specifico frangente è egli stesso, dinanzi ai suoi aguzzini, davanti a coloro che lo tengono prigioniero come un animale stolto e privo di diritti, a scegliere il proprio nome, a farlo risuonare pur senza pronunciarlo espressamente. Egli punta il dito su di un dizionario e indica per sé stesso il nome con cui vuole essere appellato dagli esseri umani: la punta del suo dito indugia su “Cesare”, il nome di un comandante come ha modo di sottolineare, intimorito, uno degli uomini lì presenti.

Giorno dopo giorno Cesare si avvicina ai suoi simili, li osserva, li scruta con uno sguardo penetrante che sembra comunicare più di quanto possano fare le parole o i gesti. In quelle occhiate taglienti, in quei silenzi rumorosi Cesare esprime un malessere, esterna un turbamento, conferisce forma ad una insofferenza che trasmette ai suoi fratelli e alle sue sorelle e che si espande come un virus, contagiando tutti. Cesare influenza i membri della sua razza, crea piccole fazioni, raggruppamenti che aumentano di numero col passare delle ore. I primati lo seguono, si accostano alla sua persona, ascoltano le sue tacite orazioni, esposte mediante una dialettica silente, cheta, quasi del tutto muta; una eloquenza fatta di mimiche, di sguardi che magnetizzano e fondono gli individui di una massa in un’entità univoca, di smorfie che esteriorizzano una brama di rivalsa che ispira le scimmie a diventare una forza che si muove in maniera sincronizzata e che rema nella stessa direzione.

Cesare scuote le scimmie, le ridesta dal loro torpore, le rende consapevoli della loro situazione di sudditanza, del loro status di schiave, capeggiandole, in una notte tumultuosa, verso una rivolta. La città in cui Cesare compie il suo primo atto rivoluzionario viene arsa dalle fiamme e molti esseri umani, oramai vinti e disarmati, vengono catturati e condotti al cospetto di Cesare che si innalza al culmine di una scalinata. I suoi prigionieri vengono posti nei gradini più bassi, gettati come carcasse maciullate. Egli osserva i padroni divenuti succubi, scandagliandoli con gli occhi di un principe che è asceso al trono e che adesso possiede il potere di disporre delle vite altrui.

Esistono due finali per l’opera filmica “1999 Conquista della Terra”. In uno di essi Cesare si mostra spietato e ordina alle scimmie di trucidare l’essere umano sopravvissuto e di infierire sui resti dei suoi compagni. La lunga notte dei fuochi è cessata ma in molte altre parti del mondo le scimmie, scoprendo ciò che l’esercito di Cesare ha realizzato, saranno motivate a fare altrettanto, ad uccidere, a sterminare, a conquistare ciò che resta del mondo con la forza bruta e più estrema. Con tale azione Cesare si tramuta in quello che aveva giurato di non essere: un tiranno che assoggetta i suoi nemici decidendo del loro fato come se fossero esseri inferiori, non meritevoli di un giusto processo né di alcuna grazia. Il portatore di libertà si converte in un despota, che scambia la giustizia con la vendetta.

Spesso nel corso della storia sono accadute cose simili, basti pensare alla Rivoluzione francese - scoppiata nel 1789 per destituire la Monarchia e far insediare la Repubblica - alla quale segui il Regime del Terrore, dove la condanna sul patibolo per decapitazione divenne una terribile consuetudine messa in atto per annientare i nemici, gli avversari politici e i controrivoluzionari.

Un atto di ribellione che doveva portare ad un periodo di libertà, uguaglianza e fraternità, generò invece un lento e sconvolgente periodo di paura nel quale la perpetuazione della morte, dell’assassinio divenne una abitudine che fece regredire la società francese ad uno stadio barbaro.

Lo sterminio che Cesare asseconda dovrebbe far piombare il mondo in una fase di orrore e di incubo, nella quale il genocidio degli uomini diventerebbe il procedimento massimamente adoperato dalle scimmie per rovesciare l’ordine costituito.

Parimenti anche nella Rivoluzione d’ottobre l’eccidio della famiglia Romanov, già spodestata, spogliata di ogni privilegio, fu un atto truce, crudele e repressivo.

Negli ultimi giorni della loro vita, i Romanov dimorarono in qualità di reclusi presso Casa Ipat’. Nicola e Aleksandra vennero raggiunti da quattro donne che di mestiere facevano le cameriere - Varvara Driagina, Marija Starodumova, Evdokija Semenova, e una quarta il cui nome non è mai stato identificato – arrivate appositamente per aiutare a svolgere le faccende all’interno della casa. Tali massaie riuscirono a eludere il veto che vietava loro di interloquire con i Romanov, parlando saltuariamente con alcuni di loro. Esse rimasero colpite dal garbo e dalla modestia della famiglia, che appariva così diversa da come la propaganda anti-zarista l’aveva dipinta. Il piccolo Aleksej, sofferente di emofilia, era il ritratto della fragilità, mentre le granduchesse erano cordiali e ben disposte a sporcarsi le mani nel passare i panni sui pavimenti.

I Romanov erano i “residui” di un’aristocrazia morente eppur ancora minacciosa per quello che la famiglia zarista seguitava a personificare con la sua sola esistenza. Eppure erano stati deposti, erano stati svestiti di molte delle loro vesti principesche, sminuiti, adattati a persone semplici, dall’aria dimessa. Non bastava questo per rappresentare al meglio l’abbattimento dell’autocrazia?  

I Romanov verranno condannati a morte dai bolscevichi per estinguere del tutto ogni adito di speranza ai movimenti monarchici. Le rivoluzioni, dopotutto, vengono fatte con il sangue, non vi è spazio per atti di clemenza, di comprensione… o di umanità.

Lo zar, la zarina, le figlie Ol’ga, Marija, Tat’jana, Anastasia e il piccolo zarevič furono massacrati da una forza rivoluzionaria generata dal malcontento, da un senso di oppressione, dal desiderio di benessere, di uguaglianza, ma tale forza in quei concitati e terribili momenti si nutrì di odio, di crudeltà, di un primordiale e selvaggio desiderio di vendetta, quanto di più distante possa esserci dalla giustizia.

Cesare, ordinando l’esecuzione degli esseri umani, tra i quali potevano figurare di volta in volta anche uomini comuni, ignari, miti e pacifici, non differisce dai rivoluzionari più sanguinari che scelgono la condanna a morte per mettere fine all’esistenza dei propri nemici, per eliminare ciò che essi simboleggiano.

Una società che nasce sul sangue versato non avrà la stessa delicatezza di un fiore di narciso: essa non potrà che essere macchiata in eterno.

Nell’altro finale dell’opera filmica Cesare contempla la pietà. Il monologo con il quale manifesta le sue intenzioni è qui di seguito espresso:  

«Per ora metteremo da parte il nostro odio. Metteremo da parte le nostre armi. Abbiamo attraversato la lunga notte dei fuochi e coloro che erano nostri padroni adesso sono nostri servi. E noi, che non siamo esseri umani, possiamo permetterci di dimostrarci umani. Il destino è volontà di Dio e se il destino dell'uomo è quello di essere dominato, è volontà di Dio che venga dominato con pietà e comprensione. Quindi vi risparmiamo la nostra vendetta, perché stanotte abbiamo assistito alla nascita del Pianeta delle Scimmie!»

Cesare intima ai suoi simili di essere clementi, di imporsi sulla razza umana e di mostrarsi superiori ad essa dal punto di vista etico e morale, non macchiandosi degli stessi peccati degli uomini che uccidono e generano morte. Con tale scelta Cesare ascende ad un ruolo eroico, dimostrando di essere una creatura saggia, misericordiosa, migliore di chi l’ha preceduta.

La stessa filosofia Cesare la applica anche nell’ultimo capitolo della saga originale: “Anno 2670 -Ultimo atto” in cui tenta di amministrare una società appena sorta, in cui gli uomini vengono trattati con tolleranza e compassione. La prima legge che Cesare promulga recita: “Una scimmia non uccide un’altra scimmia”. Tale principio viene insegnato, trasmesso a tutti i nuovi nati sin dalla più tenera età per essere compreso, assimilato, rammentato. Il sovrano delle scimmie, dunque, stabilisce che l’omicidio è massimamente vietato, auspicando conseguentemente che il male non serpeggi mai nel neonato mondo che lui ha creato.

I propositi e le speranze che Cesare nutre per il mondo a cui egli ha dato luce sono però destinati a tramontare: le scimmie come gli uomini possiedono una natura ostile, rabbiosa, violenta, anch’esse infatti possono commette fratricidio.

Un’esistenza pacifica tra scimmie ed esseri umani è un’utopia.

Nella scena finale del film, che ha luogo diversi anni dopo la morte del più grande fra i primati, il cucciolo di una scimmia e un bambino litigano, azzuffandosi ai piedi di un’imponente statua fatta costruire per tributare i giusti onori al Creatore, Cesare.

Dagli occhi della statua scendono delle lacrime. E’ come se Cesare stesse assistendo al fallimento del proprio ideale. La statua piangente rimarca l’elemento divino che la figura di Cesare serba in sé. Come nelle credenze religiose secondo le quali le statue dei santi possono lacrimare per testimoniare un miracolo, la statua di Cesare piange a sua volta per esprimere un messaggio silenzioso eppur assordante; i suoi occhi umidi simboleggiano un’amarezza che sembra sgorgare dall’aldilà, poiché lo spirito di Cesare custodito nella fredda pietra di quella scultura mira la sopravvivenza del male che egli non è riuscito a estirpare. Esso non smetterà di albergare sulla Terra.

Nel lungometraggio del 1968 la società delle scimmie è divisa in tre classi sociali: gli oranghi occupano una posizione preminente, facoltosa. Gli scimpanzé una posizione intermedia, e molte possibilità sono ad essi precluse. I gorilla ricoprono uno spazio inferiore nella scala gerarchica, vengono reputati utili per la loro possanza e quindi prevalentemente adatti per svolgere compiti duri o rischiosi.

Ciò che fa riflettere è che il Creatore, colui che fondò tale società, Cesare per l’appunto, sia stato invero uno scimpanzé, categoria posta in un rango di medio livello. Le scimmie non sanno che colui che ha contribuito alla loro nascita e alla loro affermazione era uno scimpanzé, anzi si presume che i primati credano che “la più grande delle scimmie” possa essere stato un orango, essendo che tale specie viene ritenuta la più importante, la più colta e raffinata.

Cesare non avrebbe mai voluto che le scimmie si dividessero in ceti differenti, auspicava una società egualitaria. Eppure, i suoi successori hanno agito diversamente e le tracce di ciò che Cesare voleva si sono perse insieme al suo aspetto come orme sulla battigia cancellate dalla risacca.

Nella trilogia reboot de “Il pianeta delle scimmie” la figura di Cesare viene notevolmente ampliata, ed egli diviene il protagonista assoluto di questa nuova epopea che narra la nascita, la fondazione del pianeta delle scimmie.

Al principio della storia Cesare non è che un cucciolo, figlio di una scimpanzé chiamata Occhi Luminosi, che faceva da cavia agli esseri umani in un centro di ricerca per esperimenti atti a migliorare la capacità mentale e debellare malattie di tipo neurodegenerativo. Cesare è il frutto di tali studi: egli ha ottenuto dalla mamma un’intelligenza amplificata dalle “cure” a cui ella era stata sottoposta. Sin dall’infanzia Cesare si dimostrerà uno scimpanzé estremamente arguto, imparando rapidamente a comunicare attraverso il linguaggio dei segni.

Cesare cresce in un ambiente tranquillo, sereno, in una famiglia costituita dal dottor Will Rodman, dalla fidanzata Caroline e dal signor Charles Rodman. Cesare, pertanto, viene a contatto con il lato buono, gentile, affettuoso degli esseri umani.

Lo scimpanzé trascorre l’infanzia e l’adolescenza nella soffitta della casa Rodman.

La camera nella quale Cesare era solito passare le giornate aveva una finestra che dava sul viale alberato del quartiere. Tale finestra era incorniciata nella parete con un taglio circolare ed era decorata con un motivo a rombi.

Cesare rimarrà eternamente devoto a questa immagine, rendendola un’icona, un simbolo personale che gli darà conforto, sicurezza, stabilità. Come un fanciullo umano, egli attingerà dall’infanzia le sue memorie più felici e da esse trarrà l’energia per reggere il peso della responsabilità di adulto.

Cesare userà quel disegno come emblema di speranza agli occhi delle altre scimmie, e le stesse lo dipingeranno ovunque per le vie lontane come un segno che indicherà sempre la corretta via per la città delle scimmie, per il ritorno a casa.

A seguito di un incidente, Cesare viene deportato nel Centro per primati di San Bruno. Tale luogo assume per Cesare i contorni di una prigione. Egli viene confinato in gabbia, viene maltrattato, e sperimenta l’assenza di libertà, la costrizione in una zona limitata, opprimente, e ancor di più sperimenta la solitudine. Le sbarre di quella cella per un essere così intelligente ed evoluto e quella condizione di prigionia risultano intollerabili. Cesare inizia ad elaborare un piano per conquistare la libertà. Egli è circondato da altri suoi simili, scimmie primitive, che agiscono mosse da istinti bestiali, stupidi. Cesare ha intenzione di renderli consapevoli, più partecipi, così trova il modo di fuggire e di fare entrare in contatto le altre scimmie con la sostanza che ha sviluppato la sua intelligenza. Cesare è conscio che le scimmie se prese singolarmente non rappresentano alcuna minaccia, mentre invece se unite in gruppo possono garantire un autentico pericolo.

E’ doveroso citare la scena in cui Cesare fronteggia uno dei suoi aguzzini dinanzi alle altre scimmie rimaste in gabbia; Cesare è fuoriuscito dalla sua cella e attende, in posizione eretta, segno di evoluzione, l’arrivo del suo “carceriere”, un giovane arrogante e aggressivo. Cesare lo sfida apertamente, mettendo il ragazzo in ginocchio e bloccandolo con il suo arto.

L’uomo inveisce contro di lui, dicendogli: “Togli quella zampa puzzolente lurida, maledetta scimmia”, e dunque dandogli un ordine.

Cesare, furibondo, raccoglie tutta l’energia che serba in corpo e prorompe in un urlo che non sa di verso né di grugnito ma di vera e propria parola: “No!”.

Cesare parla davanti a tutti i suoi simili, pronuncia una parola che altri non è che una negazione.

Questa memorabile scena è un omaggio, un tributo al celebre racconto che Cornelius rinarra nella saga originaria de “Il pianeta delle scimmie”.

Cesare, la più solenne fra le scimmie evolute, si è fatta avanti, ha sollevato il capo, ha cessato di genuflettersi e ha obbligato la sua guardia carceraria a prostrarsi al suo cospetto, urlandogli poi la sua prima parola di senso compiuto: “No”. In quel “No” vi è contenuto l’impeto, vi è custodita la forza, la veemenza di chi non vuole più essere sottomesso, di colui che non intende più essere assoggettato. Cesare con quel “No” vuole ribadire che non ubbidirà più ad alcun comando né accetterà più alcuna imposizione.

Mettendosi alla testa di un gruppo di scimmie Cesare oltrepassa il ponte Golden Gate Bridge, raggiungendo le foreste dagli alberi secolari.

Va sottolineato che durante la fuga, Cesare ordina sempre alle scimmie di non uccidere gli esseri umani, anche se questi tentano di fermarle con ogni mezzo. Lo scimpanzé sollecita le scimmie a combattere, a lottare per la propria indipendenza ma non vuole che uccidano, a meno che non sia strettamente necessario o che ciò costituisca un atto estremo di autodifesa.

Cesare urla sempre “No!” ogniqualvolta vede una scimmia sul punto di eliminare un essere umano. Egli è pienamente consapevole che la violenza incontrollata, l’assassinio, la morte arrecata non possono essere la soluzione, non sono il mezzo né lo strumento attraverso il quale va ricercata la libertà. Egli, sin dall’inizio, istruisce pertanto le scimmie ad un atteggiamento civilizzato, non certamente barbaro.

Nel credo di Cesare la rivoluzione, la conquista dell’autonomia non deve avvenire mediante l’azione violenta, il conflitto, la guerra e l’eccidio. Come si noterà più avanti, Cesare cercherà per tutta la vita di abbracciare un credo pacifista; egli compirà gesti violenti solamente quando sarà costretto dal volgere repentino e inaspettato degli eventi.

In questo primo film, Cesare fa la conoscenza di Koba, un bonobo. Koba altri non è che il contraltare di Cesare. Differentemente da quest’ultimo, Koba è maturato in un ambiente ostile, dove è stato trafitto, sfregiato, seviziato in qualunque modo. Il suo manto è ricoperto da cicatrici, i suoi denti sporgono da una mascella contusa, bloccata in un ringhio feroce, e uno dei suoi occhi è completamente bianco, quasi trasparente, come se fosse stato graffiato e reciso. Egli ha vissuto tutta la vita come una cavia, ha subito pesanti torture, tagli, ferite inflittegli dagli uomini per adempiere ai loro esperimenti scientifici. Koba ha visto il lato peggiore, più crudele e insensibile degli uomini, e per questo ha sintetizzato l’intero genere umano sotto una lente di puro odio.

Nel secondo film della trilogia, “Apes Revolution”, sono trascorsi diversi anni da quando Cesare ha capitanato le altre scimmie verso i boschi. Un’epidemia si è diffusa nel mondo, ha mietuto milioni di vittime, sterminando gran parte della razza umana, riducendo il mondo a una landa deserta e desolante. Le scimmie stanno progredendo anno dopo anno. Esse vivono celate e al sicuro in grandi foreste. Gli esseri umani sopravvissuti si sono rintanati, invece, in piccoli agglomerati, esigue comunità dove lottano costantemente per la sopravvivenza, alla continua ricerca di beni di prima necessità.

Gli anni hanno temprato Cesare: egli ha un aspetto marcatamente vissuto, il suo pelo è brizzolato, l’espressività del suo volto è severa, arcigna. Egli appare fortificato dal suo rango di capo. Cesare, con grande saggezza, esorta sempre le scimmie a non interagire con gli esseri umani, a non invadere i loro territori, a non rappresentare per loro una minaccia. Egli non si stanca di ricordare ai suoi simili che la guerra non è mai la soluzione. Essa arreca dolore, sconforto e annientamento.

Una rivoluzione attuata attraverso lo spargimento di sangue non può garantire la nascita di una civiltà saggia e illuminata.

Cesare governa la società di scimmie con fermezza e gentilezza al contempo, con risolutezza ma anche ascoltando i consigli dei suoi più fedeli compagni. In questa fase del racconto visivo, Cesare non si configura quindi come un condottiero sanguinario, un rivoluzionario che si è tramutato in un dittatore a sua volta, come spesso accaduto nel contesto della storia reale. Cesare non vuole imporre il proprio potere sulle scimmie senza dare ad esse alcuna voce in capitolo, né vuole imporre la supremazia della sua specie sugli umani attraverso l’attuazione di un conflitto. Egli desidera che le scimmie vivano al sicuro e progrediscano in pace. Pur essendo diffidente nei confronti degli uomini perché consapevole delle insidie che essi rappresentano, Cesare si mostra compassionevole e mite nei confronti di una famiglia di esseri umani che ha chiesto il suo aiuto.

Al contrario Koba fatica terribilmente a tollerare l’accondiscendenza di Cesare. Dunque trama alle sue spalle e perpetra un tradimento, attentando alla vita di Cesare.

Il tradimento di Koba, che ferisce Cesare credendo di averlo ucciso per poi prenderne il suo posto, mettendosi a capo di un gruppo di scimmie, è una dinamica che rievoca le congiure di antica memoria, attuate per deporre con violenza dalla propria carica un leader, sostituendolo.

Koba guida le scimmie ad un conflitto a fuoco contro la comunità di esseri umani più vicina. Ne segue una carneficina, nella quale diverse scimmie perdono la vita e altrettanti esseri umani vengono trucidati. L’odio che Koba avverte nei riguardi degli uomini trascina così un intero popolo verso la distruzione, verso l’oblio e l’orrore della guerra. Koba commette una strage e nella sua furia omicida non esita a uccidere anche le scimmie che tentano di fermarlo.

Quando Cesare si rimette in sesto, curato da quella stessa famiglia di esseri umani a cui aveva prestato aiuto (segno di come una coesistenza pacifica e prolifica tra uomini e scimmie potesse essere fattibile) fa ritorno, mostrandosi alle scimmie che lo credevano deceduto.

Cesare sfida quindi Koba, oramai completamente accecato dalla pazzia.

Prima che il confronto con il suo sfidante abbia inizio, Cesare osserva le scimmie che hanno accompagnato Koba e hanno mosso violenza sugli uomini; tali scimmie si sono macchiate di un gesto esecrabile e irrimediabile.

In quei frangenti Cesare somiglia a Mosè, che, creduto morto dalla sua gente, discende dal monte Sinai e vede che parte del suo popolo ha tradito i suoi ordini, non ha rispettato i suoi voleri, deturpando sé stesso con un peccato gravissimo. Molte scimmie sono rimaste fedeli a Cesare, confidando nel suo ritorno, ma molte altre hanno seguito Koba per perpetrare morte.

Anche nel racconto biblico molti ebrei restarono leali a Mosè, facendo affidamento nel suo ritorno, mentre altri si lasciarono irretire e sedurre dall’idolo del Vitello d’Oro.

Vi è un momento in cui Koba dice chiaramente che le scimmie non seguono più Cesare, e che egli non potrà più riguadagnare la loro fiducia poiché troppo debole e remissivo. Cesare lancia un’occhiata al suo popolo: il suo sguardo fa trasparire una profonda delusione, un’enorme amarezza. Le scimmie che hanno scelto Koba hanno imboccato la strada della guerra, un percorso dal quale non vi sarà più ritorno. Cesare in quello sguardo sembra far emergere la sua delusione: credeva che le scimmie potessero essere un popolo migliore, eletto, che non si sarebbe mai sporcato di crimini come quelli compiuti; Cesare ha capito che le scimmie si sono rivelate altresì ingenue, stolte, facilmente manipolabili, animate ancora da inclinazioni primordiali, basiche e irruente. La mimica di Cesare rimarca la stoltezza delle scimmie che non si sono rese conto di ciò che hanno commesso, di ciò a cui hanno dato inizio. Hanno imbastito una guerra con l’uomo che non avrà fine, dove tutto si consumerà in cenere.

Segue un efferato duello tra Cesare e Koba sulla sommità di una costruzione incompiuta e fatiscente. Lo scimpanzé e il bonobo combattono senza remore, avvinghiandosi in una serie di morse letali. Il suolo crolla ripetutamente sotto il peso dei due contendenti, rovinando giù come materia disfatta, decadente, rotta. L’edificio incompleto sul quale si adempie la contesa tra il sovrano delle scimmie e il traditore frana, si schianta: esso pare anticipare il destino delle scimmie stesse, che stanno precipitando verso l’abisso della guerra.

Infine, Cesare riesce a trionfare colpendo Koba più e più volte sul costato malridotto, spezzando le sue resistenze e la sua tempra alimentata dal misero odio.

Koba viene battuto e gettato giù da un dirupo, riuscendo tuttavia a restare aggrappato, afferrando la parte terminale di un’asse metallico. Cesare si affianca alla prominenza, sporgendosi ed elevandosi sull’avversario sconfitto.

Nel momento topico, Cesare deve scegliere se porre fine all’esistenza di Koba o lasciarlo vivere. Koba permane appeso su di una sporgenza, il suo corpo cede nel vuoto. Cesare lo sovrasta in piedi, restando sul suolo sicuro. La costruzione della scena è estremamente simbolica: le assi di legno sono carbonizzate, il ferro è cosparso di macchie, le travi ingiallite, i fili staccati, i detriti che ciondolano dappertutto rendono il contesto apocalittico, prevedendo la catastrofe nella quale il mondo soccomberà per l’azione di Koba. Tutto andrà in rovina.

Cesare non può fare altro, deve prendere una decisione drastica, definitiva. Quello che sta per compiersi è un atto ineluttabile e segnerà per sempre la personalità di Cesare.

Cesare dispone completamente della vita di Koba. Vigliaccamente, quest’ultimo gli ricorda il dogma, la legge che Cesare aveva stabilito quando fondò la società delle scimmie: una scimmia non uccide un’altra scimmia. Con quella legge, Cesare sperava di insegnare alle scimmie a non fare ciò che gli esseri umani, nel corso della loro storia evolutiva, hanno sempre fatto: uccidere il proprio fratello, il proprio simile.

Cesare osserva Koba con disprezzo, lo afferra per una mano mentre le spoglie sconfitte di Koba penzolano pateticamente sul nulla. In quell’attimo Cesare pronuncia una frase emblematica: “Koba non è scimmia!”. Non reputandolo un suo simile ma un’aberrazione, un’anomalia, un cancro che ha annerito la sua società, Cesare giustizia Koba.

Attenzione, il verbo corretto è giustiziare. Cesare non uccide Koba. Ciò che compie Cesare non è un atto punitivo né una vendetta, non è un assassinio ma l’attuazione della giustizia.

Cesare, dunque, giustizia Koba perché quest’ultimo ha costretto un’intera popolazione ad anni ed anni di sofferenze e di perdite.

Cesare apre la mano e lascia cadere il corpo di Koba nel vuoto, condannandolo a morte sicura.

Nel terzo capitolo intitolato “The War – Il pianeta delle scimmie” il conflitto non voluto da Cesare che coinvolge le scimmie e gli esseri umani sopravvissuti prosegue senza sosta per il controllo del mondo rimasto. Alcune forze armate statunitensi danno la caccia ai primati, aiutati da alcune scimmie traditrici che preferiscono la schiavitù alla morte, convinte che non ci sia modo di battere gli umani. A seguito di una feroce battaglia nella foresta, Cesare sceglie di liberare i soldati catturati e di rimandarli dal loro leader, il Colonnello McCullough, con il messaggio che se gli umani lasceranno in pace le scimmie, non ci saranno più scontri. Ancora una volta egli palesa la sua magnanimità.

Cesare e i suoi fanno ritorno nella loro nuova colonia costruita in una grande grotta nascosta dietro una cascata, dove il figlio di Cesare, Occhi Blu, fa rientro da un lungo viaggio e riferisce di aver trovato un posto oltre il deserto in cui le scimmie potranno costruire una nuova casa al sicuro dagli umani. Oltre il deserto, dunque, vi è una Terra Promessa in cui il popolo di Cesare potrà vivere in eterno.

Di notte, però, la colonia viene attaccata da un gruppo di soldati, tra i quali c'è anche il Colonnello, che uccide Cornelia, la moglie di Cesare, e Occhi Blu, il figlio maggiore di Cesare.

Distrutto dal dolore, Cesare si lascia inondare da un odio incontenibile verso gli uomini che continuano a uccidere le scimmie in un conflitto insano.

Il fantasma, l’eco di Koba si materializza nella mente di Cesare come un’allucinazione che lo tormenta, un incubo vissuto a riposo e in veglia. Cesare teme di trasformarsi nel suo peggior nemico, di perdere la propria lucidità, la propria indole pacifica, di farsi sopraffare dall’odio e di diventare ciò che più lo terrorizza: un essere alimentato solamente dal rancore, dalla ripugnanza, dal livore, dall’astio profondissimo.

Il Joker, moltiplicatosi nella mente delirante di Batman, cerca di soggiogarlo

Qualcosa di molto simile avviene anche nel videogioco “Batman Arkham knight”, ultimo capitolo dell’acclamata trilogia videoludica dedicata al Cavaliere Oscuro. Batman è stato infettato dal sangue del Joker che contiene una potente tossina. Il Crociato Incappucciato rivede come proiezione della sua mente, in una sorta di allucinazione prolungata e ossessiva, il Joker che gli si pone dinanzi, gli parla, lo assilla, tormentandolo, alterando la sua percezione della realtà.

Lentamente il veleno contenuto nel sangue di Joker rischia di trasformare Batman in ciò che paventa: nello stesso Joker, una vittima delirante, paranoica, assassina, dalla pelle lattiginosa e un sorriso folle e perenne sulle labbra rosse come un rubino.

La mente dell’eroe viene pervasa dalla presenza di Joker che gli appare continuamente, moltiplicandosi, provando in ogni modo a soggiogarlo. Lottando con tutte le sue forze, il guardiano di Gotham City abbatte le sagome del pagliaccio, rinchiudendo la sua essenza in una cella inespugnabile e spedendo la stessa in un meandro buio e imperscrutabile della sua mente, dal quale l’eco di Joker non potrà più risuonare.

Il fantasma di Koba tormenta Cesare durante un'allucinazione visiva

Nel film “The War – il pianeta delle scimmie” viene inscenata una dinamica molto somigliante a quella appena descritta. Cesare viene torturato dalle apparizioni sempre più verosimili ed inquietanti di Koba, che riemerge dai suoi pensieri, parlandogli, mettendo in dubbio le sue scelte, le sue azioni, perfino la purezza del suo cuore. Lo spirito di Koba, riaffiorato dalla coscienza di Cesare che soffre per ciò che ha dovuto fare, ovvero giustiziarlo, prova a raggirare Cesare, profilandogli un futuro tragico per lui e le scimmie, facendogli venir meno le speranze, sforzandosi di rimodellarlo in quello che non è mai stato.

Cesare verrà reso schiavo, imprigionato nuovamente, mentre tutto il suo popolo verrà catturato e messo ai lavori forzati da un gruppo di militari capeggiati dal brutale Colonnello McCullough. In un particolare momento Cesare assiste alla fustigazione di un suo simile. Le scimmie sono costrette a lavorare nel fango, a frantumare rocce, come anime dannate, sotto la rigida sorveglianza dei militari. Un orango viene frustato selvaggiamente per ordine degli uomini. La vista di quell’essere inerme che viene crudelmente flagellato è per Cesare insopportabile. Egli urla all’aguzzino di fermarsi, di smetterla immediatamente con quella frusta. Cesare agisce come Mosè quando nel racconto biblico vede un ebreo venire massacrato dai colpi di frusta di un egiziano e si adopera per fermarlo. Mosè si frappone fra il fustigatore e la vittima, ne segue una colluttazione nella quale la guardia egizia perde la vita. Questo evento porterà Mosè a fuggire dall’Egitto e a trovare riparo a Madian, in esilio.

Mosè illustrato da Erminia A. Giordano per CineHunters così come appare ne "Il principe d'Egitto". Potete leggere di più cliccando qui.

Cesare, dunque, come il Profeta del popolo di Israele, interviene e fa cessare i colpi di frusta del padrone. Egli si sostituisce al suo compagno, e acconsente a subire la flagellazione al suo posto. L’amore che Cesare prova per il suo popolo è immenso, pari a quello di un dio che ama i suoi figli, e viene esplicato dal gesto nel quale egli sceglie di soffrire al posto di un altro.

Cesare viene poi abbandonato al gelo dove potrebbe soccombere, vinto dal freddo e morire con l’odio nel cuore.

Il primate viene però aiutato da una ragazzina, Nova, che gli dà da bere, lo riscalda, comunica con lui a gesti e gli ricorda che insieme lui e la sua gente sono forti. Commosso dalla delicatezza della ragazzina, Cesare rievoca nelle sue memorie la bontà insita nell’animo degli esseri umani e si ravvede. L’odio progressivamente svanisce in lui, inizia a dileguarsi come una nube grigia che scompare all’orizzonte al termine di un temporale, come i marosi di un mare che biancheggia e che gradualmente torna ad essere quieto con un moto ondoso placido. Così Cesare sconfigge il fantasma di Koba, battendosi per l’ultima volta per la libertà del suo popolo.

Cesare si avvicina all’uomo che gli ha ucciso la moglie e il figlio ma non si vendica: non lo sopprime, né per odio né per vendetta, anzi mostra pietà nei suoi confronti, quando lo vede piegato dalla malattia che si sta impadronendo di tutta la razza umana facendo perdere loro la capacità di parlare.

Cesare frantuma le catene del suo popolo, indicando la via verso una zona sicura, verso un luogo di pace, dove vi è tanto verde: una terra dove scorre latte e miele. Una regione pura, dove le scimmie potranno accrescere e far fiorire il proprio regno.

Cesare è ferito a morte e come ultimo atto nella sua vita si limita ad osservare, felice, il popolo a cui ha dato nuova vita e libertà.

Ecco che nell’ultimo momento dell’esistenza di Cesare riemerge la caratteristica messianica, divina, da profeta della sua figura; Cesare siede lontano dalle scimmie, le osserva non mettendo piede nel terreno che esse calcano. Egli si limita ad ammirarlo da fuori, come Mosè a cui era stato impedito da Dio l’accesso alla Terra Promessa dopo quarant’anni di peregrinazione nel deserto.

Il compito di Cesare pare esaurirsi qui. Egli ha condotto la sua gente al sicuro, in una terra fertile in cui il loro reame potrà sorgere, ma nel quale egli non potrà mai varcare la soglia poiché il suo tempo è finito, la cera della sua candela si è sciolta.

Cesare versa una lacrima, una stilla impregnata di speranza, si accascia al suolo e muore.

La figura e il vissuto immaginario di Cesare sono paragonabili a molte celebri personalità realmente esistite. Innanzitutto il suo appellativo richiama quello di Giulio Cesare, quindi il nome di un condottiero che guidava le sue legioni alla conquista, al trionfo e che espandeva i confini dell’immensa Roma. Cesare era anche il titolo che, derivato dalla grandezza a cui assurse in vita Caio Giulio Cesare, assumevano di volta in volta gli imperatori dell’epopea romana. Dunque Cesare è un appellativo che reca in sé una gloria astratta ma percepibile, in quanto sinonimo di potere, di fasto e va associato a coloro che amministrano, che governano un popolo.

Al contempo la figura del Cesare fantascientifico è comparabile a quella di Spartaco, il gladiatore assoggettato che si ribellò ai suoi “proprietari” e comandò un manipolo di schiavi a muovere contro le schiere romane per un desiderio irraggiungibile di libertà. In egual modo Cesare è associabile a tutte le personalità rivoluzionarie del passato poiché egli è colui che si rivolge ai suoi simili, li ridesta, dona loro un ideale per cui vivere e battersi, li sprona a non genuflettersi a qualunque costo.

Cesare capitana la sua specie verso l’indipendenza, diviene il mentore, la guida massima, eppure non si pone mai come un monarca spietato nei confronti dei suoi sudditi. Tutt’altro, Cesare è magnanimo e buono. Contrariamente a molti altri capi rivoluzionari del mondo reale, come già precisato, Cesare, una volta portata a fine con successo la sua rivolta, non diviene un despota, non si lascia sedurre e indurire dal potere. La storia è piena di uomini che dopo aver rovesciato i potenti sono finiti per divenire egli stessi dittatori; vedasi ad esempio Fidel Castro, tra gli artefici della Rivoluzione cubana, che istituì a sua volta un regime totalitario.

Cesare non rientra in quel filone. Egli si erge a difesa di un popolo inerme, rinchiuso nelle gabbie, che viene seviziato, trattato come cavia, malnutrito. Cesare aiuta tutti i primati a volgersi contro i loro signori ma in seguito non diviene per loro un autocrate che spadroneggia e che sfrutta i servigi dei suoi subordinati.

Nel celebre romanzo “Animal Farm”, George Orwell elabora tutta una serie di personaggi appartenenti al regno animale, per lo più rurale, che usa come allegorie. Adempiuta la rivoluzione nella fattoria e dunque scacciato il fattore - l’uomo che seviziava, spolpava le creature, le sfruttava sino a che avessero potuto dargli qualcosa per poi gettarle via - gli animali istituiscono una società nata sotto i più rosei auspici, le migliori intenzioni.

Col passare del tempo la fattoria degli animali muta, viene sporcata, insozzata dal male, dalla cupidigia, dalla smania di potere. Il sistema retto dall’essere umano che dapprima opprimeva gli animali viene sostituito da un apparato governativo sostenuto dai maiali, che hanno guadagnato il potere e che non differiscono dagli uomini nel modo di ragionare e di agire, finendo per tramutarsi in essi, tanto da risultare infine irriconoscibili, indistinguibili nei loro luridi, sozzi, sordidi aspetti.

Tutti gli animali della fattoria, i maiali, i cavalli, gli asini, i corvi, i cani, le pecore, le galline, ognuno di essi non è che una metafora, l’incarnazione di un significato. Orwell, scrivendo tale storia con la sua prosa straordinaria, immaginifica, aspra e inquietante, rievoca quello che accadde durante la Rivoluzione russa, a cui seguì la dittatura Staliniana.

Il maiale Napoleone, protagonista oscuro e senza scrupoli del racconto orwelliano, è un personaggio che assurge al ruolo di capo rivoluzionario, che inganna gli animali, manipolandoli, facendoli passare da una forma di schiavitù ad un’altra senza che essi se ne rendano conto, schiacciandoli sotto il proprio giogo, ma lasciando loro l’impressione che tutto sia cambiato e che quando c’era l’uomo si viveva in condizioni ben peggiori; vero è però che quelle condizioni sono pressoché tragicamente identiche. Palla di Neve, un altro maiale rivoluzionario, colui che era veramente mosso da sentimenti puri di uguaglianza, viene selvaggiamente assassinato, e la sua immagine distorta, alterata, come in una mutazione effettuata da terzi attraverso l’uso smodato della propaganda, atta a dare in pasto agli animali un capro espiatorio, colui che è responsabile di ogni evento negativo che accade all’interno della fattoria e su cui vanno riversati frustrazione e risentimento: una distrazione per la massa che non si accorge chi è il suo vero nemico.

Se Cesare avesse sovvertito l’ordine costituito e avesse concentrato il potere su sé stesso, mentendo ai i suoi compagni, egli sarebbe andato incontro ad una metamorfosi che lo avrebbe fatto somigliare al Napoleone orwelliano.

Il Napoleone de “La fattoria degli animali”, infettato nell’anima dalla malattia del potere, si tramuta in un maiale che si solleva su due zampe, che gioca a carte, che sbraita e beve alcolici dai bicchieri, che si arricchisce adagiandosi sulla schiena dei più deboli. Le sue lerce sembianze, grasse, ubriache e vomitevoli, fanno in modo che egli sia uguale ad un padrone del genere umano, a sua volta immondo e putrido tanto nell’intimo quanto nell’esteriorità.

Cesare è uno scimpanzé, il parente più prossimo dell’uomo. La sua andatura eretta, il suo modo di parlare, di gesticolare, di atteggiarsi lo rendono simile ad un maschio della specie umana. Eppure, egli non si confonde con esso, proprio perché differisce dall’uomo corrotto e cattivo. La sua sagoma non viene sfigurata, non si mescola con quella dell’uomo avaro, traviato e marcio dentro. Cesare mantiene un’immagine che è un modello di probità e correttezza e, al contempo, fa in modo che nei propri confronti non nasca mai il culto della personalità, tipico dei regimi.

Cesare bada a far sì che le scimmie non reprimano, non schiaccino altre scimmie. Egli rimane un giusto. Assume i contorni del pastore spirituale che muove il suo gregge verso pascoli floridi e sicuri.

Il Cesare della saga originaria ha visto con i suoi occhi la sua gente ridotta in miseria, ridicolizzata, trattata alla stregua di animali da compagnia, sfruttati come bestie da soma, considerati nel loro insieme come ammassi e non individui, privi pertanto di rispetto, di dignità e diritti. Il cammino che tale Cesare compie, di strada in strada, ad osservare come versa il suo popolo è per certi versi - e con le dovute differenze s’intende – paragonabile al viaggio in motocicletta che Ernesto Guevara effettuò nell’America Latina, mediante il quale egli vide la miseria, la malattia, l’estrema povertà in cui versava la popolazione. Ciò lo portò a elaborare propositi rivoluzionari, che avrebbero sradicato i potenti dai loro “troni”. Così accadrà nell’epopea originaria, più precisamente in “1999 Conquista della Terra” dove Cesare alimenterà l’odio intransigente contro un nemico comune, l’uomo che vessa e prevarica, attaccandolo, riducendolo da predatore a preda, facendolo sentire una belva braccata.

Il Cesare della trilogia contemporanea, pur essendo un rivoluzionario e pur agendo come un condottiero che capeggia le sue truppe verso la conquista della propria sovranità attraverso azioni audaci e combattive, crede fermamente che la guerra non sia mai una opzione corretta e da avallare. Una volta creata la società di scimmie, una comunità che cresce anno dopo anno e occupa le foreste, Cesare cerca di proseguire nell’attuare una rivoluzione che non contempli spargimenti di sangue. Nel primo film egli muove violenza solamente se strettamente necessario, per trainare i suoi simili al di là della città, verso la natura, oltre il centro urbano.

Per gran parte della sua esistenza Cesare cerca di indirizzare le scimmie ad una vita di pace, evitando accuratamente di attuare azioni ostili nei confronti degli umani e per tale ragione egli si prodiga nel plasmare una identità collettiva. In questo la figura di Cesare è paragonabile, velatamente, a quella del Mahatma Gandhi – anche in questo caso il parallelismo va preso con le dovute proporzioni - che ha predicato nella sua India l’idea di una rivoluzione silente, pacifica, tacita, contro l’occupazione inglese. Gandhi teorizzò la resistenza all'oppressione tramite la disobbedienza civile di massa: un popolo unito in un unico intento, che collaborasse all’unisono, che agisse come un corpo solo facendo propria una coscienza ed un’identità nazionale. Anche Cesare ripudia la guerra, egli è fermamente convinto che la civiltà di scimmie debba accrescere, migliorare, attraverso il mantenimento dell’equilibrio, dell’ordine, sotto quella stessa bandiera a rombi. E’ la conoscenza, l’apprendimento, la capacità di migliorare, di perfezionarsi, ad ampliare la società delle scimmie, non la conquista territoriale o l’espansione, l’assedio, l’invasione di altri luoghi per la supremazia del mondo. Cesare crede che se le scimmie dovessero restare sempre unite, come un solo organismo, esse potranno vivere e progredire.

Quando la guerra con gli esseri umani ha inizio a causa di Koba, Cesare avalla sortite e azioni di guerriglia solamente per difendere, non per aggredire. Inoltre Cesare non piomba mai nel baratro, non cede all’oscurità, resta fino alla fine un essere spinto da scopi buoni, una luce che illumina la via per una comunità bisognosa di un faro che irradi l’oscurità.

Cesare agisce come un liberatore, un essere valoroso che trascina il suo popolo verso la salvezza, mantenendo l’immagine di un eroe puro; anche in questo caso egli è paragonabile ad Ernesto Guevara e al mito che egli incarnò e seguita ad incarnare tutt’oggi per il suo popolo e per tutti coloro che si rivedono nei suoi ideali.  

La figura di Cesare è una delle più affascinanti, delle più stratificate della cinematografia contemporanea, poiché attinge dalle personalità realmente esistite e da quelle inerenti le tre grandi religioni monoteiste. Egli sia come “essere terreno” che come dio verrà lodato e venerato dalle scimmie per i secoli a venire. In lui verità e mito si intersecano in un groviglio inestricabile.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Letture supplementari all'articolo:

Il pianeta delle scimmie: una recensione in prima persona – Viaggio in soggettività nella solitudine dell’ultimo rimasto

Anna ed Anya – I due volti di Anastasia

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Ebenezer Scrooge - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come un'illusione, un miraggio, una visione onirica, un sogno per dirla alla buona; il Natale è un'ebbrezza più che una festa, un pensiero raggiante e confortante, ed il mese di dicembre è un periodo intriso di un'astratta e caduca magia incassata tra la fine e il principio, il crepuscolo e l'alba di un anno che muore con le sue aspettative disattese e che sorge con le sue speranze sempre nuove.

Nell'augurarvi Buone Feste vi invitiamo a trascorrere parte delle vostre vacanze qui con noi, leggendo alcuni dei nostri articoli a tema natalizio. Potete "sfogliarli" cliccando ai seguenti link.

Inchiostro e calamaio – Lo stregone rosso. Per leggerlo cliccate qui.

Inchiostro e calamaio – Storia di uno Schiaccianoci. Per leggerlo cliccate qui.

Il canto di Natale di Charles Dickens – Sei fantasmi per due “canti”. Per leggerlo cliccate qui.

Le 5 leggende – La storia di Jack Frost. Per leggerlo cliccate qui.

Inverno di punizione, inverno di redenzione – La Bella e la Bestia: un magico Natale. Per leggerlo cliccate qui.

Il miracolo della 34ª strada (1947) – Tra genio e follia. Per leggerlo cliccate qui.

Fredda è la mano, le ossa e il cuore… – La piccola fiammiferaia. Per leggerlo cliccate qui.

Inchiostro e calamaio – Esuli pensieri – “Monologo” di Mr. Freeze. Per leggerlo cliccate qui.

“Una poltrona per due” – Un rito sociale. Per leggerlo cliccate qui.

"Babbo Natale" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Inchiostro e calamaio - Il dissolversi della Befana. Per leggerlo cliccate qui.

“Batman Returns” – Compassionevole mostruosità. Per leggerlo cliccate qui.

Cinque personaggi in cerca di un’uscita – The Twilight Zone. Potete leggerlo cliccando qui.

Quando viene dicembre... - Anna ed Anya: i due volti di Anastasia. Potete leggerlo cliccando qui.

L’unica arma che ci rimane – Le maschere “incantate” di Stanlio e Ollio (Con recensione del classico natalizio "Nel Paese delle Meraviglie"). Potete leggerlo cliccando qui.

A ridosso delle festività natalizie avete per caso voglia di leggere qualche Classico disneyano? Poco più sotto, vi aspettano alcuni articoli dedicati ai Classici Disney che sanno di "festa".

La Bella e La Bestia disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto. Potete leggerlo cliccando qui.

La Sirenetta – Ancor prima che da un principe, è stata amata da un re… - Potete leggerlo cliccando qui.

“La spada nella roccia” – Corona di Semola. Potete leggerlo cliccando qui.

Inchiostro e calamaio: Nel mondo dei giocattoli – Toy story, il soldatino e la ballerina. Potete leggerlo cliccando qui.

Commento e analisi “Mary Poppins” – 1964 - Potete leggerlo cliccando qui.

“ALADDIN” – Un diamante allo stato grezzo. Potete leggerlo cliccando qui.

Cenerentola – Quando l’amore salva una vita. Potete leggerlo cliccando qui.

S’io avessi un mondo come piace a me… – Alice nel Paese delle Meraviglie (1951). Potete leggerlo cliccando qui.

Stella luminosa – “Pinocchio”. Potete leggerlo cliccando qui.

Lilo e Stitch – Re anatroccolo. Potete leggerlo cliccando qui.

Peter Pan – Solo chi sogna può volare. Potete leggerlo cliccando qui.

“Hercules” – La tredicesima fatica sarà trovare il proprio posto nella vita. Potete leggerlo cliccando qui.

“La bella addormentata nel bosco” – Un libro dorato nella biblioteca delle fiabe. Potete leggerlo cliccando qui.

Non pianger più - Dumbo. Potete leggerlo cliccando qui.

Bambi – La fine dell’innocenza. Potete leggerlo cliccando qui.

Ombra e riflesso – “Mulan” - Potete leggerlo cliccando qui.

RECENSIONE E ANALISI: “LA BELLA E LA BESTIA” 1991 - Potete leggerlo cliccando qui

"Re Thranduil" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Volete forse trascorrere le festività nella meravigliosa Terra di Mezzo nata dall'inchiostro immaginifico di J.R.R. Tolkien e trasposta sul grande schermo dalla sapiente arte visiva di Peter Jackson? Gli articoli su Lo Hobbit e su Il Signore degli anelli vi attendono giusto un salto più giù...

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: primo capitolo – “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato”

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: secondo capitolo – “Lo Hobbit – La desolazione di Smaug”

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: terzo capitolo – Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: quarto capitolo – Il Signore degli Anelli – La compagnia dell’Anello

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: quinto capitolo – Il Signore degli Anelli – Le due torri

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: capitolo finale – Il Signore Degli Anelli – Il ritorno del Re

"Harry, Ron ed Hermione" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Fatemi indovinare, vostro fratello Charlie è alle prese con lo studio dei draghi in Romania e la vostra famiglia è partita in massa per andarlo a trovare e per passare le festività natalizie con lui ma a voi dei draghi - che siano Dorsi Rugosi di Norvegia, Ungari Spinati, Grugnocorti Svedesi - proprio non ve ne importa un fico secco in questo algido mese di dicembre, ci ho azzeccato?

Volete dunque restare presso la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts?

Il magico universo partorito dal genio di J.K. Rowling vi aspetta in 7 articoli.

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la pietra filosofale (2001)

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la camera dei segreti (2002)

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2004)

Innocenze spezzate – Harry Potter e il calice di fuoco (2005)

Un dolore soffocato – Harry Potter e l’Ordine della Fenice (2007)

Il collezionista – Harry Potter e il principe mezzosangue (2009)

Una Vecchia Amica – Harry Potter e i Doni della Morte 2010 – 2011

Buone Feste dalla redazione di CineHunters

"Indiana Jones, la fine" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La quinta e ultima avventura di Indiana Jones comincia con un qualcosa di simbolico. Nel buio si ode in sottofondo un suono ritmato che somiglia al crescente ticchettio di un orologio, o in alternativa al rumore provocato dagli ingranaggi di un congegno capace di misurare lo scorrere del tempo.

Il tempo, già. Il tempo è l’elemento portante su cui ruota l’intera vicenda nella quale cala definitivamente il sipario sul vissuto del famoso archeologo. Ma cos’è il tempo? Come potremmo definirlo?

Esiste realmente o non è altro che una convenzione umana?

Il tempo è una essenza astratta, che tutto domina. Esso esiste e… Passa. Il tempo è ineluttabile e, a suo modo, implacabile.

Rammentate, a tal proposito, l’enigma che la creatura Gollum rivolge a Bilbo Baggins ne “Lo Hobbit”?

Questa cosa ogni cosa divora,
ciò che ha vita, la fauna, la flora;
i re abbatte e così le città,
rode il ferro, la calce già dura;
e dei monti pianure farà.

La risposta a questo rompicapo è, per l’appunto, il tempo. Esso non ha forma, non ha aspetto, non può essere visto, descritto, osservato, ma può essere percepito. Il tempo scorre senza fine, fagocita tutto, piante, arbusti, fiori e animali. Disfa i secoli, sgretola le epoche, spezza nel suo incedere le dinastie, smantella le costruzioni dell’uomo, seppellisce le città sotto dune di sabbia e strati di terra. Solamente poche cose sopravvivono alle ingiurie del tempo, ai suoi fendenti letali. Queste suddette cose che perdurano nel volgere dei millenni sono le opere storiche, le sculture, gli edifici, gli oggetti e i manufatti, tutti i vari reperti che recano in essi le testimonianze di un passato che continua ad echeggiare nel presente. Gli storici, gli archeologi, gli studiosi del mondo antico riversano il loro amore su tali ritrovamenti, su quei resti, che siano ruderi o gruppi scultorei intatti o comunque ben conservati, poiché essi custodiscono frammenti di un tempo perduto.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il tempo, sì, è sempre lui a farla da padrone. Il tempo non conosce clemenza nei riguardi dell’essere umano, e trascorre per tutti anche per gli eroi belli e aitanti che invecchiano come chiunque altro. Non è forse vero, dottor Jones?

Nella prima parte de “Il quadrante del destino” vi è una scena che mi ha colpito molto. No, non faccio riferimento ad una sequenza d’azione, ad uno dei combattimenti che Indiana imbastisce contro i suoi nemici giurati, i nazisti, e neppure ad una fuga rocambolesca compiuta sui vagoni di un treno repleto di cimeli trafugati dalle forze del Terzo Reich; mi riferisco, più che altro, ad una sequenza semplice, tranquilla, apparentemente “tediosa”, quella in cui Henry Jones, nelle sue vesti di professore universitario, sta tenendo una lezione nella sua aula.

Non è certamente la prima volta in cui vediamo il personaggio nei panni di un mite e colto docente. In ogni film della saga, eccezion fatta per “Il tempio maledetto”, vi è sempre un momento iniziale in cui l’avventuriero rindossa i suoi signorili abiti da insegnante e istruisce i suoi alunni. Eppure, ne “Il quadrante del destino” il contesto pare enormemente diverso, soprattutto se paragonato a ciò che avviene ne “I predatori dell’arca perduta”, il primo lungometraggio in cui appare il personaggio di Indiana Jones.

Ne “I predatori” miriamo una classe gremita, piena di studenti che prestano il massimo riguardo a ciò che il professor Jones sta dicendo. Tra quegli alunni vi è persino una studentessa seduta in prima fila, che osserva il professor Jones con sguardo incantato, quasi languido, rivolgendogli occhiate dolci e abbassando di tanto in tanto le palpebre sulle quali sembra ci siano scritte le parole: “Ti amo”. Il professor Jones si accorge di quella piccola frase "appuntata" sugli occhi della fanciulla, e rimane perplesso, confuso, quasi rapito per un istante, non riuscendo forse a carpire del tutto il senso di quelle tenere palpebre calate.

In questa sequenza vediamo il professor Jones giovane, nel pieno della maturità, ben voluto dagli studenti, rispettato dai ragazzi e ammirato dalle ragazze. Un professore nella fase più densa, più pregnante, soddisfacente della sua vita. Tutte quelle giovani menti pendono dalle sue labbra, si abbandonano alle sue parole, si appassionano all’archeologia che egli tratta e spiega con cura e dedizione, interessandosi ai racconti su tumuli dissotterrati, sepolcri rinvenuti, tombe situate fra le viscere delle piramidi, esplorate e riportate alla luce con i loro segreti e i loro tesori. Al contrario ne “Il quadrante del destino” vediamo un professore acciaccato, stanco, in là con gli anni che proprio non riesce a far presa sui suoi studenti.

L’aula è semivuota, e i pochi studenti che presenziano alla lezione sembrano distanti, distratti, annoiati, con la mente persa in altri lidi. Vi è una studentessa che mastica rumorosamente una gomma, un collega guarda svagatamente fuori dalla finestra, nessuno sembra badare a quello che il professor Jones sta proferendo. Questi domanda ai frequentatori del suo corso se hanno letto le pagine di studio previste per quella giornata. Con suo grosso rammarico si rende conto che nessuno studente lo ha fatto. Il “precettore” non demorde e imbecca i suoi “discepoli”. Con l’ausilio di un proiettore e delle immagini, il professor Jones racconta e mostra un evento del passato, una pagina di storia che ha segnato l’avvenuto. Egli fa cenno all’assedio romano alla città di Siracusa, alla strenua resistenza dei Siracusani coadiuvati dal loro più eminente concittadino, Archimede, un matematico e un inventore, che progettò degli specchi ustori, i quali deviando i raggi solari verso le navi nemiche davano loro inevitabilmente fuoco.

Nonostante la passione che il professor Jones mette nel rinarrare tali meravigliose imprese storiche, gli studenti appaiono seccati, sempre meno propensi ad ascoltare quanto viene detto. Di colpo irrompono in sala altre figure facenti parte dell’università, portandosi dietro un tavolino con su un televisore. L’entusiasmo misto a frenesia serpeggia improvvisamente tra gli studenti universitari. Il grande giorno è arrivato: gli astronauti vengono catturati in diretta televisiva.

Siamo nell’epoca della corsa allo spazio, ed è il giorno in cui la spedizione che ha guadagnato il suolo lunare ha fatto trionfalmente ritorno sulla Terra. L’America è in festa, e tutti i suoi abitanti rivolgono la propria considerazione a quell’importantissimo avvenimento, a quella conquista straordinaria che segnerà la storia. Tutti sono concentrati sul presente, nessuno di coloro che si trovano attorno al professor Jones ha voglia di pensare al passato, di rivangarlo, di scoprirlo, di studiarlo; nessuno ha voglia di riflettere su ciò che è stato, di ragionare sulla storia andata.

I più rivolgono la propria attenzione al presente, all’attimo fuggente, all’istante immediato, il passato non suscita più alcun sussulto. A nessuno sembra più appassionare l’archeologia, lo studio delle fonti, dei reperti pervenuti fino ai nostri giorni. La maggior parte delle persone vuole vivere il momento: la conquista dello spazio rappresenta qualcosa di incredibile, di rivoluzionario, un qualcosa di tremendamente affascinante, un traguardo che potrà aprire le porte di un avvenire inaspettato, tutto da scoprire. In quei giorni non conta ciò che è stato, conta ciò che è e ciò che sarà.

L’anziano Indiana Jones in questa atmosfera febbrile, che volge le proprie speranze e anche le proprie paure al futuro (vedasi la manifestazione per la fine della guerra in Vietnam e per la pace che si svolge parimenti in quello stesso giorno che sembra sottolineare la preoccupazione delle persone circa il fato a cui andranno incontro se il conflitto dovesse continuare), si sente inadatto, come un pesce fuor d’acqua, perché oramai vecchio, solo e non ha alcun interesse per ciò che il futuro ha in serbo. Indiana Jones si reputa alla stregua di un oggetto dimenticato, una reliquia da collezione deposta in un angolo di un’esposizione museale e abbandonata lì a prendere polvere.

Se tutti attorno a lui vivono con entusiasmo e una sana dose di ansia quel presente carico di possibilità, Indiana Jones proprio non riesce a mandarlo giù, a farselo piacere. Egli ha perduto il figlio in guerra e Marion, la sua adorata moglie, lo ha lasciato. Per il vegliardo Indiana non vi è più nulla per cui lottare.

E’ questo l’Indiana Jones che ci viene presentato in quest’ultima avventura: un uomo demotivato, disilluso, una figura ben lontana dall’eroe gioviale, spericolato, animato da quel savoir-faire autoironico e sarcastico, da quella brama di sondare l’ignoto, di scovare reperti inestimabili, magici e incredibili. Egli non è più animato dal desiderio di svegliarsi al mattino e di scoprire quale grande peripezia riserverà il giorno. A questo Indiana Jones non manca più il profumo del mare e neppure il tanfo delle vecchie necropoli. Eppure, il sole non è ancora destinato a tramontare su di lui. Vi è un'ultima, grande avventura da vivere.

Il reperto archeologico su cui ruota questa investigazione di Indiana Jones è il cosiddetto quadrante del destino, un manufatto attribuito ad Archimede, che secondo una leggenda ha la capacità di localizzare fratture temporali, fessure schiuse che, se varcate, potrebbero condurre in una determinata fase storica.

Ecco il tempo che ricorre come tematica portante dell’opera.

Nella sua ricerca per recuperare tutte le parti che compongono il quadrante, il dottor Jones dovrà vedersela nuovamente con un gruppo di nazisti sopravvissuti, che mirano ad ottenere la macchina di Anticitera per i propri scopi.

Da un lato l’opera filmica ci mostra un protagonista, Indiana Jones, tristemente assuefatto alla sua epoca, che la subisce passivamente e che, in fondo, si auspicherebbe quasi di abbandonarla perché egli crede non vi sia più nulla per lui; dall’altra parte il lungometraggio palesa un antagonista, Jürgen Voller, che prova repulsione per quella contemporaneità che lo avviluppa e si rivolta ad essa attivamente, volendo alterare il corso della storia, mutare il presente attraverso il passato: un nazista che pianifica di compiere un viaggio a ritroso nel tempo per sostituirsi al Führer e condurre la Germania alla vittoria.

L’avventura finale di Indiana Jones, come già detto, ha a che fare col tempo; il tempo, infatti, come un elemento astratto ma percettibile avvolge tutto il racconto visivo. Perfino gli oggetti presenti nella pellicola e che spuntano di tanto in tanto, tra un dialogo e l’altro, rievocano la presenza invisibile, indeterminata del tempo, sottolineandone la sua presenzialità ritmata e costante. Ad esempio, per festeggiare il pensionamento del professor Jones i colleghi gli fanno dono di un raffinato orologio da tavolo racchiuso in una custodia espositiva dorata. Mediante quello strumento viene enfatizzata la fine della carriera di Henry Jones, l’atto finale di quella specifica fase dell’esistenza del protagonista.

In seguito, Indiana Jones confessa di essere molto legato all’orologio con cinturino che porta con sé, poiché esso apparteneva a suo padre e costituisce per l’archeologo un dolce ricordo. Dunque proprio un orologio, lo strumento utilizzato dall’uomo per misurare il passare delle ore, è per Indy un oggetto speciale, che rievoca in lui il ricordo del papà. Ancora un ennesimo orologio viene rivenuto da Indiana Jones, con suo sommo stupore, nel sepolcro di Archimede, il grande matematico e inventore, che lo ha ancora al polso. Sul momento, il dottor Jones non riuscirà a capire come sia possibile che un uomo vissuto prima della nascita di Cristo abbia con sé un prodotto della modernità. L’unica risposta possibile è che Archimede abbia viaggiato nel tempo.

Ebbene è tutta una questione di tempo, un tempo che avanza a grandi passi, che plasma i giovani e irrigidisce i vecchi. “Indiana Jones e il quadrante del destino”, dietro le sue scene d’azione mozzafiato, il suo ritmo incalzante, offre una riflessione sull’asperità della terza età, sulle amarezze, gli errori commessi, i rimpianti, che possono fare capolino nella mente di un uomo, tormentandolo.

Il tempo per Indiana Jones sembra essere diventato un nemico, qualcosa che col suo incedere gli ha portato via i suoi affetti più cari e che sembra avergli lasciato veramente poco.

Ma il tempo, invero, avrà ancora qualcosa da riservare al nostro eroe. Qualcosa di assolutamente speciale. In quest’ultima avventura, Indiana compirà un’impresa senza precedenti: varcherà concretamente le porte del tempo e vedrà… La storia, o più precisamente una pagina di essa. Egli approderà nella Siracusa del 213 a.C. e assisterà all’assedio delle flotte romane, incontrando Archimede in carne ed ossa.

L’amore più grande della vita di Indiana Jones - il “fu”, la “storia” - si materializza dinanzi ai suoi occhi.

La storia, quella di cui si è invaghito fin dalla più tenera età, quella che ha studiato attraverso i suoi libri, attraverso le fonti, quella che ha rivissuto nei suoi viaggi, riosservato nelle sue spedizioni, ricostruito nei suoi ritrovamenti, quella che ha avvertito sulla sua pelle, quando si addentrava in luoghi dimenticati, sperduti, si è compiutamente manifestata al suo cospetto; in quel viaggio a ritroso nel tempo Indiana Jones ha finalmente coronato un sogno apparentemente irrealizzabile: ha vissuto la “storia”, non più solamente mediante le fonti, gli oggetti ritrovati, i resti, ma la storia com’era realmente, nella sua bellezza nuda e cruda, nella sua sostanza ed essenza.

La fantasia, l’immaginazione, il sogno proibito di ogni amante del mondo classico è mirare ciò che è stato con i propri occhi, e Indiana ce l’ha fatta.

Il dottor Jones, ferito, vorrebbe fermarsi laggiù, lasciarsi morire in quel passato che egli ha tanto amato. Ma non può farlo. Egli appartiene al Novecento, al suo mondo. Dunque verrà riportato indietro.

Ma cosa c’era ad attendere Indiana Jones? La sua epoca, il suo presente, avevano ancora qualcosa da offrire? Il tempo sarebbe stato nuovamente generoso? Oppure egli avrebbe dovuto temerlo con tutto sé stesso?

Capitano Uncino, il celebre antagonista del romanzo di J. M. Barrie, aveva paura del tempo che passava. Solamente vedere oscillare un pendolo o sentire il tic tac di un orologio da taschino lo mandava in paranoia. Uncino era perseguitato da un coccodrillo che voleva banchettare con la sua carne. Quel rettile aveva ingurgitato una sveglia che ticchettava inquietantemente, preannunciandone la venuta. Ogni qualvolta Uncino sentiva quel ticchettare sapeva che la morte si avvicinava, pronta a coglierlo, a inghiottirlo. Invero, quel coccodrillo era una metafora: esso rappresentava il tempo che non conosce sosta, fine, che giunge per minacciare l’essere umano, per spaventarlo, per ricordargli che invecchierà, che non resterà sempre giovane, che prima o poi dovrà morire. Il tempo, come le fauci di un coccodrillo, addenta, stritola e divora lentamente. Questa consapevolezza terrorizzava Uncino. Egli non aveva di che sperare, era un’anima sola, malinconica, senza amore. Il tempo per Uncino non aveva nulla di bello da mettere a disposizione.

Nel presente, Indiana Jones scoprirà che il tempo, per lui, non è stato davvero inclemente. Indiana non avrà lo stesso destino mesto e solitario di Capitan Uncino. Tutt’altro, Henry Jones si renderà conto che vi è ancora l’opportunità per ricucire i vecchi strappi, per sanare le ferite ancora aperte.

Una vita, finché si ha la possibilità di viverla, merita di essere vissuta con pienezza, poiché essa può riservare sempre qualcosa di bello, sensazioni ed esperienze nuove. Indiana ritroverà l’amore che temeva di aver perso, si ricongiungerà a Marion, il tesoro più prezioso che egli abbia mai rintracciato nelle sue innumerevoli esplorazioni, riabbracciandola e baciandola.

"Indiana Jones, il principio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il tempo per Indiana Jones non è cessato, il suo orologio continua a girare. Non è mai troppo tardi per tornare in pista, non si è mai troppo vecchi per rimettersi in gioco, non si è mai veramente stanchi per smettere di sperare, di amare, di sognare, per vestirsi di tutto punto e correre verso un’altra avventura, riacciuffando, come da consuetudine, quel cappello fedora.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Alcuni film citati in questo articolo vi aspettano ai seguenti link:

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: primo capitolo – “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato”

“Hook Capitan Uncino” – Un pensiero felice

Trovate di seguito altri articoli sulla saga di Indiana Jones:

“I predatori dell’arca perduta” – La prima avventura non si scorda mai

“INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO” – Un cult da riscoprire

Recensione “Indiana Jones e l’ultima crociata”

Recensione "Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo"

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"Flash" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Barry Allen è un tipo estremamente sensibile. Non ha molti amici, è da sempre innamorato di una bella ragazza, Iris West, anche se non riesce a dichiararsi. Trascorre le sue frenetiche giornate tra casa e ufficio, esce sporadicamente, per lo più quando deve risolvere qualche situazione intricata e combattere il crimine nei panni di Flash, il suo eroico e scarlatto alter-ego.

Barry è legatissimo ai suoi genitori, o perlomeno all’idea e al ricordo che possiede di essi. La madre è infatti scomparsa da tanti anni e il padre, beh, si trova in un posto in cui Barry può recarsi alquanto raramente.

Come dicevo, Barry è molto sensibile e manifesta quotidianamente questo aspetto del suo carattere, soprattutto sul luogo di lavoro nel quale, neanche a dirlo, è l’ultima ruota del carro e non viene minimamente apprezzato dai superiori per il suo impegno né tantomeno per la sua dedizione. Tutt'altro.  Egli viene criticato aspramente per il suo essere cronicamente in ritardo e deriso ancor di più per la sua lentezza, per il suo dedicarsi con uno scrupolo eccessivo ad analizzare le tracce e le prove dei tanti casi che arrivano sulla sua scrivania e presso il suo laboratorio forense. Barry sa di avere a che fare con la vita delle persone e proprio per questo non prende le cose alla leggera come altri suoi colleghi; in un mondo approssimativo e menefreghista Barry si sente come un pesce fuor d'acqua

Barry ha patito una tragedia personale che lo ha reso, in parte, ciò che è. Sua madre è stata assassinata quando era solamente un bambino e suo padre è stato accusato e condannato per un omicidio che non ha commesso. Egli è conscio dell'innocenza del padre, ed è fermamente convinto che il sistema giudiziario non funzioni a dovere. 

Come ogni eroe che si rispetti Barry spera di poter cambiare le cose, di modificarle per renderle migliori. Un giorno Barry scopre che i poteri di cui dispone gli permettono di viaggiare attraverso le epoche. Il guardiano di Central City intuisce così di avere la facoltà di mutare realmente il passato e di poter salvare colei che ama più di ogni altra cosa: la sua mamma. Dunque Barry inizia a correre, come mai aveva fatto fino ad allora. Attorno a lui, oltre la “bolla” che cintura la sua cavalcata, l’eroe vede tutta una sequela di immagini, di reminiscenze, schegge screziate, scaglie poco nitide della sua vita trascorsa. Si tuffa a capofitto in una di esse e torna indietro nel tempo, impedendo la morte di sua madre. Poco dopo, Barry riprende il suo incedere superveloce per fare ritorno al futuro, ma, senza alcun preavviso, viene attaccato da un altro velocista che lo scaraventa in una linea temporale alternativa. In questa nuova time-line Barry incontra un altro sé stesso, giovane e scanzonato.

Il viaggio dell’eroe è appena cominciato.

Il film "The Flash" è interamente strutturato sul valore e sul significato di un viaggio unico e irripetibile. Il percorso di questo velocista che galoppa a ritroso nel tempo per cambiare lo svolgersi degli eventi e dunque evitare la tragedia personale si trasforma in una peripezia catartica, in un'odissea purificatrice necessaria per attenuare la sofferenza che pulsa nel suo animo ed accettare ciò che è stato e che non può essere alterato. I poteri di Flash gli permettono di guarire rapidamente dalle ferite del corpo, ma non possono nulla per quelle del cuore. Ecco che la corsa di Flash, a zonzo fra le “ere” del suo avvenuto, si configura come una peregrinazione che conduce verso l'elaborazione del lutto

Nel suo itinerario incerto, caotico e incalzante, Barry incontra un Bruce Wayne anziano, stanco e solo. Il giovane e il vecchio, entrambi segnati da una perdita in tenera età, hanno modo di relazionarsi, di confrontare il rispettivo vissuto. Bruce porta ancora i segni del suo tormento, essi lo hanno marchiato nel profondo, come una cicatrice celata sottopelle. Per gran parte della sua vita, Bruce ha protetto la città di Gotham portando sul petto il simbolo del pipistrello. Fu per lui un modo per affrontare il dolore, per seppellirlo, per nasconderlo sotto lo strato di una maschera scura.

Col passare degli anni, Bruce sembra aver fatto pace con i suoi rimpianti, con le sue angosce e i suoi rammarichi, riconoscendo che essi lo hanno reso Batman. Senza la perdita dei suoi genitori, senza quel cordoglio subito, Bruce non saprebbe dire chi è in realtà.

Per Barry, invece, la ferita che gli è stata inferta dalla perdita della madre gronda ancora sangue e solo al raggiungimento della meta, al culmine del viaggio essa si cicatrizzerà del tutto. 

L’anziano Bruce, tuttavia, appare rassegnato, logorato, sfibrato da un’esistenza di solitudine. Gotham City è ormai una città sicura e lui non ha più alcun incentivo per rimettere l’armatura, per sentirsi nuovamente vivo. 

Il carattere di Barry, la sua intraprendenza, il suo ardore, la sua voglia di battersi per un mondo che ama e che vuole salvare - il mondo in cui egli ha ritrovato la madre - contagiano quel Bruce demotivato, misantropico, che non possiede più alcun impeto, alcuna ragione per battersi. Bruce torna così ad indossare il suo costume, torna a lottare per merito di Barry, il quale restituisce al Crociato Incappucciato l’energia per esporsi fino a morire per un bene superiore. 

Il Batman di Michael Keaton così come appare in Batman - Il ritorno - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su "Batman Returns" cliccando qui.

In questo sentiero tortuoso che Barry intraprende fa la sua comparsa un altro personaggio, Kara, una fanciulla anch'essa rimasta sola, anch'essa abbandonata. Barry la vede e prova per lei un'immediata compassione. Kara è deperita, scheletrica, sembra del tutto priva di forze, è scavata in viso, smunta, come se la sua pelle non avesse mai ricevuto il caldo bacio del sole. Pur non conoscendola, Flash decide senza esitazioni di raccoglierla tra le braccia e di trarla in salvo. Ecco che la sensibilità di Barry affiora in tutta la sua grandezza. L'eroe di Central City non passa oltre, non va avanti per la sua strada, non ignora una sconosciuta bisognosa di aiuto, la porta con sé restituendole la libertà. È questo modo di comportarsi che rende Barry Allen un uomo diverso dagli altri, un uomo buono, un puro di cuore. Barry è dotato di un'estrema velocità che però non gli impedisce di arrestarsi, di indugiare, di soffermarsi per scorgere i bisognosi, per prestare soccorso ai più deboli, per notare coloro che sussurrano richieste di aiuto sommessamente.

Una volta esposta ai raggi solari, Kara rivelerà di essere Supergirl, l’unica sopravvissuta, insieme al cugino Kal-El, alla distruzione del pianeta Krypton.

Quando avrà la sua occasione, Supergirl ricambierà il favore ricevuto dal Velocista Scarlatto, accoglierà a sé il corpo stremato di Barry per condurlo fino alla volta celeste, oltre le nuvole, verso quel fulmine che gli restituirà i poteri.

Supergirl ritrova la propria vigoria in una giornata luminosa, venendo lambita dai bagliori del sole, Barry, invece, in una notte buia e tempestosa, venendo raggiunto da una saetta che scintilla nell’oscurità. Barry e Kara, due estranei, un terreste e una kryptoniana, si aiutano a vicenda, si sostengono, avvicinando i loro mondi, in un sottile e bellissimo messaggio che rimarca come il fare del bene generi sempre altro bene. 

"The Flash" ha avuto una genesi travagliata, una lavorazione che definire turbolenta sa d’eufemismo. La sceneggiatura è andata incontro a molteplici riscritture, rimaneggiamenti dell’ultimo minuto che hanno prodotto brutte conseguenze. Di fatto alcune cose nella storia non tornano: ad esempio perché Barry non cerca di scoprire chi è l’assassino di sua madre?

La pellicola stessa, a causa di problematiche esterne, ha rischiato di non vedere mai la luce. Il lungometraggio ha risentito di tutte queste difficoltà nonché di una post-produzione che è stata interrotta bruscamente prima che venisse revisionata e sistemata a dovere tutta la CGI, di conseguenza esso alterna parti visivamente bellissime ad altre con effetti posticci; eppure, nonostante la mole di tali difetti, è risultata ai miei occhi un’opera entusiasmante, con un’anima e un cuore che batte all’impazzata, farcita di sentimenti vividi, ben delineati, che mi hanno raggiunto fino in fondo.

Michael Keaton catalizza l’attenzione degli spettatori col suo Batman navigato, e le sue scene di lotta sono una goduria visiva. Sasha Calle si distingue come una Supergirl efficace, caratterialmente intrepida, furiosa, indomita, generosa ed esteticamente attraente, formosa, dal fascino talmente prorompente da riempire lo schermo. Kara porta con fierezza l’emblema della casa degli El e rammenta con malinconia il suo pianeta natale e la bontà del suo popolo che viveva di speranza. Ella decide di fronteggiare gli invasori kryptoniani guidati dal Generale Zod perché essi rappresentano un’anomalia del suo mondo, essendo fautori di guerra, portatori di annientamento, di paura, di sconforto e disperazione, tutto ciò che è opposto alla speranza.

Ma l’essenza di “The Flash” è da ricercarsi nel suo attore principale, il controverso Ezra Miller, che offre una performance notevole in un doppio ruolo così ben recitato da indurre l’impressione che i due Barry Allen, il più spensierato e giocherellone e il più maturo e temprato, siano interpretati da due attori diversi. Miller riesce a trasmettere dozzine di emozioni e di stati d’animo contrastanti: gioia, rabbia, tristezza, inquietudine, timidezza, paura, acquiescenza, afflizione, impavidità. Veramente stupefacente. Le scene che coinvolgono Miller e Maribel Verdú, l’interprete di Nora Allen, sono incredibilmente autentiche, paiono avvolte da un’aura struggente, da un’atmosfera dolcissima, mesta, che travalica la cornice circoscritta della cinepresa.

Il regista Andy Muschietti pone sotto la lente di un microscopio il carattere, lo spirito, la sfera emotiva che alberga nell’intimità del protagonista, indagandola, scandagliandola, portandola a galla in tutta la sua commovente vulnerabilità. Barry Allen è un ragazzo a cui è stata strappata l’infanzia, l’innocenza, e che cerca di rendere tangibile un sogno; Barry si illude di poter riottenere una vita che non ha mai avuto, per poi arrendersi. Ed è in questa resa che egli diviene un uomo, un vero eroe.

Nei giorni in cui si confronta con il suo doppione - quel Barry immaturo, spontaneo, sereno – il personaggio cardine del film prova una serie di sensazioni contrastanti: da un lato sembra ammirare quella versione di sé cresciuta nell’affetto, nella vicinanza, nell’amore di una madre che lui ha smarrito troppo presto, dall’altro lato pare invidiarla, biasimarla tanto da infuriarsi per quella leggerezza che percepisce e che lo irrita; Barry non ha più provato quella stessa tranquillità, quella medesima felicità che evince nel suo doppelganger, gli è stata negata e crede che essa venga data per scontata dalla sua controparte.

Rapportandosi con quell’adolescente è come se Barry vedesse un riflesso allo specchio di sé che non riesce a discernere completamente; egli mira una versione di come sarebbe potuto essere, di come avrebbe potuto sentirsi, di come avrebbe potuto vivere se non avesse passato qualcosa di tanto brutto. Il legame che si crea con quel Barry ancora fanciullo permette a Flash di maturare, di progredire, di capire quello che è giusto fare: lasciarsi il passato alle spalle e, con le lacrime agli occhi, correre verso un domani che potrà portare con sé nuovi sorrisi.

La fragilità di questo Flash costituisce l’elemento più interessante dell’affresco supereroico di Muschietti. Barry è un personaggio verso cui si prova dispiacere, comprensione, pietà, e infine una nota di sincera ammirazione.

The Flash” è una pellicola talvolta ispirata e adrenalinica, talvolta goffa e disordinata, ma sempre permeata da un alone di sentimenti genuini. “The Flash” mi ha riportato alla mente il motivo per cui leggevo i fumetti da bambino e perché ho continuato a collezionarli, crescendo. Questo adattamento cinematografico, infatti, come quegli albi che escono a cadenza mensile è colorato, fantasioso, “matto”, ironico e toccante, ha un’estetica a tratti sbalorditiva a tratti marcatamente imperfetta esattamente come quei fumetti che hanno tavole tratteggiate con minuziosità e altri segmenti disegnati in maniera sbrigativa e dozzinale per poter rispettare le scadenze editoriali.

In “The Flash” tutto è possibile e tutto può accadere, è la magia dei comics presa a piene mani e trasposta al cinema in tutta la sua meraviglia e assurdità. Penso, a tal proposito, alla sequenza del salvataggio dei bambini, esagerata, improbabilissima, folle, montata con una tale stravaganza da avermi fatto esclamare un divertito “Ma cosa?”, e penso, altresì, al momento in cui Flash corre sull’asfalto, colmo di rabbia, di tristezza, accelera per poi superare la velocità della luce e, circondato da un globo protettivo, viene accerchiato dai grovigli del passato che collassano tra loro come figure sfocate, distorte, un’eco di ciò che sono state, consumandosi, disfacendosi in polvere e finendo nella sabbia del tempo che egli calca con i suoi passi come se si trovasse nel bulbo di vetro di una clessidra; una situazione che mi ha fatto urlare un sonoro “WOW”.

“The Flash” è un film che è stato in grado di emozionarmi, di farmi sorridere, perfino di farmi spuntare una lacrima, in special modo nel finale, in quella scena meravigliosa in cui Barry riceve l'ultimo abbraccio dalla sua mamma, prima di lasciarla andare verso una fine che neppure un supereroe come lui può evitare.

Superman, devastato dalla morte di Lois Lane, viaggia indietro nel tempo. Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Tutti quei poteri… E non sono riuscito a salvarla” recitava, vinto dallo sconforto, Superman mentre reggeva il corpo senza vita della sua amata Lois Lane nell’indimenticabile film del 1978.

Clark non resisterà a quella sofferenza, non riuscirà a sopportarla. Il dio si “macchierà” del peccato dell’uomo, l’egoismo dettato dall’amore. Superman emetterà un grido spaventoso, volerà alto nel cielo e interromperà il movimento della Terra, mandando indietro le lancette dell’orologio che regolano il susseguirsi del tempo per salvare la donna che ama con tutto sé stesso. La voce del padre di Superman, Jor-El, echeggiando dall’ignoto, ammonirà il figlio: “Ti è proibito interferire col destino degli uomini…” ma l’ultimo discendente di Krypton non darà ascolto, agirà istintivamente, come un terrestre mosso da sentimenti spiccatamente umani.

Anche Flash, sul finire delle vicende, rincontrando sua madre, avrà forse pensato ad una frase molto simile a quella che Christopher Reeve pronunciò tanti anni fa: tutti quei poteri, la velocità, la possibilità di oltrepassare la materia, di valicare i limiti delle epoche, dei secoli, dei decenni, e non poter far nulla per proteggere l’unica persona che vorrebbe mantenere in vita.

Flash ha varcato i confini del tempo ma ha solamente peggiorato le cose. La morte di Nora è una intersezione ineluttabile che una volta manipolata innesca una catastrofe. Flash non può fare ciò che era riuscito al Superman di Reeve. Nel suo mondo, Barry deve smettere di fronteggiare, di respingere, di contrastare un destino già scritto. L’eroe deve assecondare il suo passato per tornare al suo presente. Barry comprende pertanto che l’unico avversario da sconfiggere è lui stesso, il supplizio che lo attanaglia. Non è un caso, infatti, che il vero nemico di Flash in questa disavventura non sia il Generale Zod, una minaccia causata da un paradosso temporale, bensì proprio una versione dello stesso protagonista alternativa, oscura, diabolica, consumata da anni e anni di prove, di tentativi, di sforzi per cercare di manomettere l’ordine delle cose, il corretto fluire degli accadimenti. Il Dark Flash ha il corpo fuso nella “pietra”, nelle miriadi di scaglie kryptoniane che lo hanno trafitto battaglia dopo battaglia, senza mai ucciderlo, senza mai bloccare il suo moto. Questo velocista è un macabro ritratto di un eroe trasformatosi in un antagonista, un uomo consumato dalla sua ossessione autodistruttiva, deformato da una lunga serie di disfatte in un conflitto con il destino sul quale non potrà mai imporsi.

Il vero Barry, infine, ammette la sconfitta inflittagli dal caso, dalla fatalità, dalla sorte ingiusta, crudele, e pone fine alla sua corsa riprendendo fiato e provando un’ultima nota di sollievo fra le braccia di sua madre, osservata, ascoltata, sfiorata per un ultimo giorno. In tale frangente Barry compie forse un gesto ancor più valoroso, arduo, di quello portato a termine dall’Uomo d’Acciaio nel ‘78: sceglie volutamente di non salvare la donna che ama. Per il bene degli altri, le bisbiglia un addio mascherato con un “ciao” e scompare nel nulla. Quanto coraggio ci vuole a lasciare andare?

Flash effettua uno dei più grandi atti eroici non salvando una vita, la più cara per lui. Un che di incredibilmente drammatico.

Nora Allen avvicina così la mano alla gota di Barry, che sfrutta i suoi poteri per rallentare lo scorrere dei secondi e aumentare la durata di quel bellissimo intervallo, in cui non esiste null’altro che l’affetto tra un figlio e sua madre.

Il dolore dell'addio, dell’inevitabile distacco tra Barry e Nora viene attenuato da una carezza confortevole, che dura un istante soltanto, un singolo lampo che Flash, grazie ai suoi poteri, può assaporare più a lungo di un comune mortale, trattenendosi in quel flebile momento che sembra fermarsi e protrarsi in eterno ma che, purtroppo, svanisce come tutte le cose che il tempo, inesorabile, trascina via.  Eppure, quella frazione di secondo è rimasta incastonata nel ricordo, nelle memorie del protagonista, come un istante che si replica all’infinito.

Nel lungometraggio "Capitan Harlock", adattamento dell'omonimo manga e anime, il pirata dello spazio pronuncia una frase che recita: "Un istante ripetuto nel tempo diventa eterno..." 

Barry sa che da qualche parte, fra i fitti e intersecanti nodi del tempo, sua madre sarà sempre viva.

In quella sequenza commovente, in quell’attimo in cui Barry ha avvicinato il suo volto alla mano della mamma, egli ha vissuto un istante ripetuto nel tempo, che è divenuto concretamente eterno nel suo cuore. Laggiù quella carezza vivrà per sempre, come un frammento immortale o delle frasi soavi ripetute all’unisono per tutti i secoli e secoli a venire: 

- Ti voglio bene.

- Ti voglio bene anch'io. 

- Io te ne voglio di più.

- Io ho cominciato prima... 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere di più su Capitan Harlock cliccando nei seguenti link:

Capitan Harlock – Ai confini delle stelle

CAPITAN HARLOCK – L’uomo nell’anime, la leggenda nel cinema

Per quanto concerne l'universo del Batman di Tim Burton potrebbe interessarvi la lettura "L'arte come ritratto della follia - Il Joker di Jack Nicholson.

Infine, potete approfondire ancora di più il personaggio di Flash in questo articolo: Mitologia Greca e Supereroi – Flash, l’Ermes scarlatto

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"Albus Silente" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

"Subentrato al timone per questo terzo adattamento cinematografico, il regista messicano - come fatto già da Columbus nei due film precedenti - mostra l’avanzare dei mesi ad Hogwarts, l’alternarsi delle stagioni, ma lo fa in un modo diverso.

Columbus mostrava la venuta dell’autunno e dell’inverno attraverso le ricorrenze festive. Le zucche di Halloween che volteggiavano nella Sala Grande esprimevano l’arrivo della suddetta festività, e dunque la fine del mese d’ottobre.

Hagrid che trascinava un grosso albero in un terreno imbiancato al cospetto di un castello ricoperto di neve suggeriva agli spettatori l’avvento dell’inverno più fitto. La Sala Comune di Grifondoro piena di regali e la Sala Grande con l’albero addobbato testimoniavano all’unisono il sopraggiungere del Natale.

Cuarón non si sofferma sulle festività, non crea quella incantevole atmosfera che Columbus rendeva tanto marcata e splendida, eppure il regista messicano nel suo “Il prigioniero di Azkaban” riesce comunque a bisbigliare agli spettatori l’avvicendarsi dei periodi, il cambio delle stagioni. Cuarón lo fa attraverso il Platano Picchiatore. Le foglie ingiallite che scendono giù dai rami mentre l’arbusto assesta i suoi colpi aggressivi raccontano che l’inverno è alle porte. Poi, di seguito, la naturale fioritura a cui andrà incontro lo stesso Platano indicherà che l’inverno è agli sgoccioli e sta per arrivare una nuova stagione, quella in cui la natura tutta si risveglia: la primavera.

Il tempo passa sotto gli occhi degli spettatori, l’anno scolastico fiorisce e incede..."

L'intera saga di Harry Potter, recensita in 7 articoli introspettivi, vi aspetta ai seguenti link:

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la pietra filosofale (2001)

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la camera dei segreti (2002)

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2004)

Innocenze spezzate – Harry Potter e il calice di fuoco (2005)

Un dolore soffocato – Harry Potter e l’Ordine della Fenice (2007)

Il collezionista – Harry Potter e il principe mezzosangue (2009)

Una Vecchia Amica – Harry Potter e i Doni della Morte 2010 – 2011

"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Potete leggere molti altri articoli adatti alla stagione autunnale cliccando nei seguenti link:

"Halloween e la notte di Ognissanti - Hocus Pocus". Per leggerlo, cliccate qui.

"L'amore di un mostro - Il Fantasma dell'Opera". Per leggerlo, cliccate qui.

The Evil Dead Trilogy – Storia di un antieroe: Ash Williams" Per leggerlo, cliccate qui.

"L’uomo senza volto – Darkman" Potete leggerlo cliccando qui.

“Hotel Transylvania – L’amore al tempo dei mostri" Potete leggerlo cliccando qui.

"Dolore in vita, pace in morte – Il labirinto del fauno" Per leggerlo, cliccate qui.

“Casper – Posso tenerti con me?" Per leggerlo, cliccate qui.

"Quello che più ci accomuna – Il mostro della laguna nera" Potete leggerlo cliccando qui.

"E chi chiamerai? – Ghostbusters, una storia da raccontare ancora…" Potete leggerlo cliccando qui.

"L'amore oltre l'eternità - La mummia" (1999) Potete leggerlo cliccando qui.

"La mummia 1932" Potete leggerlo cliccando qui.

“Coco” – Ricordami" Potete leggerlo cliccando qui.

"S’io avessi un mondo come piace a me… – Alice nel Paese delle Meraviglie (1951)" Potete leggerlo cliccando qui.

La paranoia ed il sospetto come strumenti d’indagine nella fantascienza – Da “The Twilight Zone” ad “X-Files”, passando per “La Cosa”. Potete leggerlo cliccando qui.

MONSTER HOUSE – La libertà di un antieroe" Potete leggerlo cliccando qui.

"La gloria dell’eroe – La storia di Sir Daniel Fortesque" Potete leggerlo cliccando qui.

“Hellboy (2004) – Umanità e mostruosità" Potete leggerlo cliccando qui.

“Coraline e la porta magica – Un bottone ed un obolo" Per leggerlo, cliccate qui.

Lo spirito di un cacciatore – “Prey”. Potete leggerlo cliccando qui.

I tre volti della paura – La Cosa (1982). Potete leggerlo qui.

Occhi, labbra, naso e capelli – “Ho sposato una strega” (1942). Per leggerlo cliccate qui.

Vi auguriamo un Felice Halloween.

Un abbraccio da CineHunters!

...Il "gigante" osserva la fanciulla con invadente curiosità, la indaga con i suoi occhi rimasti incantati da quella visione femminile. Lentamente, la colossale creatura sfiora con la mano la stoffa del vestito che la ragazza indossa. Kong, delicatamente, rimuove diverse parti dell'indumento portandosele poi al viso per annusare il profumo rimasto in esso. La valenza sessuale della scena è decisamente evidente: Kong tocca Ann con accortezza, spoglia la sua "sposa" passo dopo passo, sfiorandola appena, rimuovendo gli strati della sua veste un tocco dopo l'altro, come se Ann fosse un fiore a cui sottrarre un petalo alla volta per poter giungere sino all'intimità celata alla vista...

Il 13 ottobre del 1933 "King Kong" uscì nelle sale cinematografiche italiane. Potete continuare a leggere di più su questo massimo capolavoro della settima arte cliccando nei due articoli riportati di seguito.

L’amore oltre la morte – La storia dell’ottava meraviglia del mondo

“KING KONG” – Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…

Redazione: CineHunters

"Neytiri" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un padre protegge la sua famiglia, è quello il suo scopo e non vi è nulla di più importante per lui. Jake Sully se lo ripeteva con costanza. Specialmente in quei giorni, quando la minaccia portata dalla gente del cielo si abbatté nuovamente sulla sua dimora.

Aveva vissuto degli anni sereni, felici, gioiosi. Con la compagna, Neytiri, Jake aveva creato una famiglia meravigliosa: quattro figli, due maschi e due femmine, erano divenuti il centro del suo mondo. Con loro trascorreva le giornate immerso nell’ecosistema di Pandora, dove si sentiva tutt’uno con la natura, con l’ambiente che lo avvolgeva, abbracciandolo come una madre amorevole. Jake volteggiava tra le montagne volanti di Pandora, correva fra i rami robusti, lassù, sugli alberi secolari delle foreste verdeggianti, pescava negli stagni e nei ruscelli con Neteyam, il suo primogenito e probabilmente il figlio con cui Jake riusciva a relazionarsi più facilmente, capendolo al volo e apprezzandolo per la sua pacatezza e il suo senso del dovere.

Fu un periodo di felicità, di pace, di spensieratezza assoluta e indimenticabile.

Poi arrivarono. Fecero ritorno.

Nel cielo balenò un chiarore abbagliante, che coprì il tenue e rasserenante riverbero delle stelle che adornavano l’arazzo di Pandora. Questa luce brillava minacciosa. Essa significava soltanto una cosa: astronavi in avvicinamento, che rallentavano prima di fiondarsi sul pianeta.

Una nuova invasione stava per cominciare. La gente del cielo era tornata per portare morte e annientamento.

Il fuoco avvampò ovunque, i boschi furono dati alle fiamme, le piante arse si disperdevano in polvere, gli animali raggiunti dalle lingue incandescenti divennero carcasse fumanti.

Neytiri urlò, colma di rabbia e di sofferenza. Gli uomini, che tutto distruggono, erano giunti ancora una volta nella sua casa, ne avevano violato la sacralità, profanato la bellezza. Come predoni, gli esseri umani erano decisi a strappare con la forza quello che volevano, a neutralizzare ciò che ostacolava il loro cammino.

Fra quegli invasori vi era un demone tornato dall’aldilà: il colonnello Miles Quaritch. Questi era morto, perlomeno così tutti credevano. Diversi anni addietro, il colonnello si era scontrato con Jake e Neytiri e i due lo avevano sconfitto, avevano annichilito le sue armi avanzate, il frutto della tecnologia messo al servizio della guerra e della morte, uccidendolo solo con arco e frecce.

Ma la coscienza di Quaritch era sopravvissuta, custodita su di un’unità meccanica, un sistema hard drive, ed era stata inserita nella mente di un Avatar. Quaritch era resuscitato, con la stessa coscienza di prima, il medesimo carattere, la stessa sete di sangue; ma aveva ora assunto l’aspetto dei suoi nemici, coloro che maggiormente odiava, i Na’vi.

Il colonnello era pronto a dare la caccia, a fare del male, ad uccidere coloro che adesso gli somigliavano, ma solamente nelle sembianze. Quaritch non era un Na’vi, era una riproduzione, un “clone”, un essere che replicava in tutto e per tutto le caratteristiche fisiche dei Na’vi ma non avrebbe mai potuto comprenderli. Dentro di lui pulsava l’odio, l’ira, la malvagità.

Anche Jake proveniva dalla gente del cielo, anch’egli inizialmente aveva ottenuto la fisionomia di un Na’vi attraverso l’ausilio del proprio Avatar ma non si era solamente soffermato a questo; egli si era indissolubilmente legato agli abitanti di Pandora. Dapprima aveva appreso la loro cultura, i loro usi e costumi, poi, entrando sempre più in contatto con la natura del pianeta, si innamorò di quel mondo. Jake aveva voltato le spalle alla razza umana, quella specie egoista, cruenta, che sovente devasta ciò che la circonda invece di prendersene cura. Jake si era perdutamente invaghito di Pandora, amava i suoi colori vivaci, i suoi luoghi che parevano plasmati da un sogno.

Era ciò che provava nel cuore a rendere Jake un Na’vi, ancor prima dell’aspetto che aveva ottenuto in principio con il suo Avatar e in seguito diventando a tutti gli effetti un membro degli Omaticaya.

Il nemico di Jake, Quaritch, sembrava ora simile allo stesso Jake esteriormente, ma quell’apparenza non era che un inganno, un espediente sfruttato dal colonnello per mimetizzarsi sul pianeta: dentro di lui albergava una oscurità profonda, del tutto priva di luce, che nulla avrebbe mai potuto dileguare.

Jake era un guerriero, come sua moglie Neytiri. Erano entrambi decisi a combattere, a difendere i propri villaggi. Ma quando Jake vide Quaritch minacciare i suoi figli con un coltello, qualcosa nello spirito indomito del protagonista cominciò a cambiare. Subentrò la paura, un timore paralizzante. Dopo che Jake riuscì a salvare la sua prole durante uno scontro a fuoco, questi decise di non lottare più, smise di “ribellarsi”, di attaccare.

Jake voleva fuggire. Voleva solamente proteggere la sua famiglia.

"Jake Sully" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tenere al sicuro la propria compagna, i propri figli, era diventata per Jake la sola ragione di vita.

Neytiri non era cambiata, ella voleva seguitare a battersi, mossa da un tenace animo guerriero. Neytiri non voleva allontanarsi, volgere le spalle alla propria casa, nascondersi, assecondare un’esistenza da rifugiata eppure la donna comprese le ragioni di Jake; questi era terrorizzato all’idea che qualcosa di irreparabile potesse capitare ai suoi cari. Pertanto, Jake preferì dimenticare il suo trascorso di guerriero, di accantonare il suo passato di combattente.  

Jake guidò la sua famiglia verso una nuova meta, sulla costa orientale di Pandora, chiedendo ospitalità al clan della barriera corallina denominato Metkayina.

"Tonowari, la guida dei Metkayina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

I Metkayina vivono a stretto contatto con l’acqua, in villaggi che sorgono nei pressi delle rive del mare. Gli Omaticaya, il clan da cui provengono Jake e Neytiri, conducono le loro esistenze in simbiosi con le piante e gli animali delle grandi foreste, i Metkayina invece vivono in reciproco beneficio con le distese marittime e lacustri, e con gli animali che sotto la superficie nuotano liberi e beati. I Metkayina hanno un aspetto diverso dagli Omaticaya: hanno una coda più grossa e spessa, come una pinna, e mani palmate, che permettono loro di nuotare più agevolmente.

Jake e gli altri devono dunque vincere i limiti dettati dal loro fisico per essere accettati pienamente. Per far parte della popolazione, essi dovranno imparare le abitudini dei Metkayina, il loro modo di vivere e soprattutto come entrare in contatto con l’acqua e gli esseri viventi che fanno parte di essa.

Il mare di Pandora è ovunque. Esso è un’entità sconfinata, una sostanza pura, incontaminata. Si presenta come un’immensa distesa azzurra che bagna le sponde della terra, come un manto limpido e cristallino. Esso è una porta da valicare, un passaggio che può essere filtrato, un mondo da esplorare, popolato da una flora stupefacente e da una fauna incredibile, da ambienti splendidi e misteriosi.

Il mare circonda, accoglie e nutre. Il mare elargisce i suoi doni e prende ciò che vuole. Il mare culla i suoi figli o ne reclama la loro vita. Esso va amato, rispettato, temuto come un universo a sé, una realtà repleta di splendori e insidie.

Per Jake e la sua famiglia intraprendere la “via dell’acqua” significa imboccare un percorso di rinascita, di riscoperta, di mutamento, di riadattamento di sé. Essi devono ampliare le proprie conoscenze, espandere i propri orizzonti, accantonare ciò che conoscevano della terraferma per arricchire la loro mente, il proprio spirito con il sapere che solo il mare può elargire

Nei giorni a seguire la famiglia Sully inizia le sue immersioni, interagisce con l’acqua, si confronta con le bellezze situate al di sotto dello specchio liquido, osserva l’incanto del microcosmo subacqueo.

Il figlio minore di Jake e Neytiri, Lo'ak, con cui Jake ha un rapporto complesso e travagliato, fatto di incomprensioni e incomunicabilità, fa amicizia con Payakan, un giovane Tulkun che ha una pinna laterale tagliata a metà, e porta sul corpo un arpione da cui non è riuscito a separarsi. Lo’ak libera il Tulkun dal proprio flagello ed esso gli è molto grato.

I Tulkun sono dei grandi cetacei dotati di intelligenza e di una vasta sfera emozionale. Sono creature pacifiche, non attaccano mai, neppure si difendono quando vengono cacciate e predate dai “balenieri” che bramano la sostanza nascosta in loro. I Metkayina considerano i Tulkun una sorta di famiglia spirituale con cui rapportarsi, comunicare e nuotare all’unisono in quel reame vergine e puro che è il mare.

Payakan è chiamato “il reietto”. Esso naviga solitario, escluso dal resto dei cetacei, poiché viene ritenuto un “assassino”, responsabile della morte di molti suoi simili. Lo’ak non si ferma alle apparenze, alle dicerie che circolano tra la popolazione indigena. Desidera scoprire cosa è accaduto nel passato di Payakan. Collegandosi mentalmente con l’animale, egli scopre che il Tulkun era stato inseguito dai cacciatori umani di cetacei, i quali avevano ucciso sua madre.

Payakan non riuscì a tollerare quel dolore, a sopportare quel gesto tanto crudele quanto ingiusto, così chiamò a sé altri Tulkun, capitanandoli ad una rivolta contro i balenieri. Questa azione andava contro i comportamenti della specie, la quale ha una natura sommessa e mansueta. Molti Tulkun perirono sotto le lance e gli arpioni dei balenieri. Payakan venne ferito e la sua pinna mutilata. Da allora fu scacciato via, reo di aver dato luogo ad un’azione violenta e vendicativa.

I Tulkun sono creature bonarie, docili, gentili, miti. Esse non riescono a concepire la violenza, la vendetta, né sembrano possedere un istinto di conservazione che dovrebbe spingerli ad offendere e colpire una insistente minaccia per difendere sé stessi e gli altri membri del loro branco. Quando vengono sorpresi dai balenieri, i Tulkun si limitano a continuare a nuotare, ad immergersi se riescono, senza reagire nei tragici frangenti in cui vengono catturati e uccisi.

Come già detto, Jake Sully era un combattente. Non indietreggiava mai dinanzi al pericolo, non si “immergeva” per eludere l’incursione di un rivale. La paura, tuttavia, aveva spezzato le sue resistenze, parte del suo ardore. Jake paventava la possibilità di perdere un componente della propria famiglia, e di conseguenza aveva optato per deporre le armi, per “arrendersi”, decidendo di nascondersi.

Jake vuole evitare a tutti i costi il pericolo, accetta remissivamente di starsene in disparte, celato, se questo può garantire la sopravvivenza dei propri affetti. Per gran parte della storia, Jake agisce come i Tulkun: sceglie di non muovere contro il nemico, di non prendere in esame alcuna forma di violenza. Egli vorrebbe vivere in pace, anche se ciò, purtroppo per lui, non è possibile. Come i Tulkun vengono braccati e colpiti, allo stesso modo anche Jake viene tallonato da un cacciatore che vuole il suo scalpo.

"Jake e Neytiri" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il nemico di Jake è implacabile e non smetterà mai di dargli la caccia. Per i Tulkun, avere un atteggiamento “arrendevole” è un tratto comportamentale, tipico della loro specie, abituata, senza la presenza dell’uomo, a non temere alcun pericolo. Per Jake, invece, rinunciare a combattere è una scelta ponderata, influenzata da un profondo senso di protezione che avvolge il suo amore più grande, la sua famiglia. Egli sa che se sua moglie e i suoi figli dovessero combattere potrebbero cadere, perire. Jake preferisce non uscire allo scoperto, restare nell’ombra.

Ma durante il progredire della storia, Jake ricorderà che combattere per proteggere la propria famiglia, per difendere la propria casa, è alle volte necessario e ineluttabile. Payakan, in passato, quando cercò di rinvigorire lo spirito dei suoi simili, aveva tentato di far capire questo, anche se ciò gli era costato l’esilio.

In “Avatar – La via dell’acqua”, James Cameron inscena una tematica già trattata nel suo “Terminator”: scegliere se fuggire da un nemico oppure se affrontarlo a viso aperto, anche a costo di perdere qualcosa di estremamente prezioso.

Difendersi da un avversario crudele, violento e spietato è un atto necessario che ogni essere vivente può compiere. Questo concetto andava contro l’atteggiamento istintivo dei Tulkun che non conoscevano la violenza fino a che essa non gli è stata portata dall’essere umano. I Tulkun vivevano in pace, in serenità, vicini ai loro fratelli e alle loro sorelle della terraferma e dell’acqua, i Metkayina.

Fino a quando i balenieri non hanno generato la morte e il dolore, i Tulkun non avevano mai concepito azioni di rivalsa, desideri di vendetta. E nemmeno dopo lo fecero, essendo contro la loro natura. Solamente Payakan, che aveva sperimentato un dolore tanto grande da accendere in lui la fiamma della ribellione, aveva scelto consapevolmente di muovere contro un antagonista feroce e impietoso.

In “Terminator”, i protagonisti, Sarah e Kyle, fuggono per gran parte del tempo da colui che sta dando loro la caccia come un instancabile predatore: il cyborg T-800. Quest’ultimo non si sarebbe mai fermato fino a che non avesse portato a termine il proprio obiettivo.

Kyle trascinò Sarah con sé, strappandola alla presa del Terminator e difendendola ad ogni costo. Nel momento in cui Kyle trovò la morte, Sarah, che si era sinceramente innamorata di lui, smise di correre, di allontanarsi.

La donna guarderà il Terminator nei suoi occhi rossi, simili a rubini incastonati in un teschio di metallo, e troverà il modo di schiacciare quella macchina assassina sotto gli ingranaggi di una pressa idraulica. Fu la perdita di Kyle a mettere Sarah con le spalle al muro, a infondere in lei la forza e il coraggio necessari per rivolgere lo sguardo al Terminator e combatterlo senza più paura.

In “Avatar – La via dell’acqua” la morte di Neteyam, l’adorato figlio di Jake e Neytiri, scuote il protagonista. Egli avrebbe potuto cedere al dolore, allo sconforto, allo strazio di una morte ingiusta e terribile. La perdita di un figlio è per un padre e una madre il peggiore di tutti i mali, la più devastante delle sofferenze.

In quei frangenti, Jake e Neytiri cercano dentro il loro cuore la forza per tornare a combattere. Una forza che scaturisce in loro ancora una volta da un desiderio di protezione. Ambedue vogliono infatti proteggere la famiglia che è rimasta, trarre in salvo le due figlie che si trovano lontano, tra le mani del “demone” loro nemico.

Stringendo il corpo del figlio morente tra le braccia, Jake capisce di aver fallito. Si rende conto che per quanto un essere vivente si possa impegnare nel fare da scudo alla propria famiglia, la morte può colpire comunque, può strappare quanto di più caro si possiede. Realizzando questa amara verità, Jake torna ad essere un guerriero e sprona Neytiri a seguirlo, a riprendere arco e frecce per salvare le sue figlie.

Proteggere: è questo l’unico scopo del padre, l’unico scopo di Jake.

Payakan aveva mosso contro la nave del colonnello Quaritch. La forza di quell’essere che appartiene ad una stirpe pacifica si abbatté come uno tsunami che tutto travolge e sommerge.

Il mare incarnato da Payakan si era ribellato con tutta la sua potenza, giustiziando gli uomini che arrecano distruzione e dolore.

"Kiri" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nel volgere della battaglia finale, la “nave” viene ferita, diverse aperture si formano nella struttura. Jake e il colonnello duellano mentre l’acqua invade le stanze, flagellando lo “scafo”. Nel frattempo, Neytiri è rimasta prigioniera in una camera con la figlia più piccola e l’acqua sale, inghiottendo i loro corpi. Sia Jake che Neytiri non trovano una via di fuga, sono prigionieri di uno spazio stretto e circoscritto, mentre l’acqua avanza senza sosta, implacabilmente.

Il mare, fino ad allora considerato come uno spazio meraviglioso, una finestra aperta su di un regno sottostante, colmo di delizie da amare e ammirare, viene adesso scrutato come un’insidia, come un luogo che può annientare una vita. L’acqua che invade ogni zona, che occupa ogni angolo, che aumenta senza fermarsi, che non conosce pietà, viene mostrata in tutta la sua gloria terrificante. La nave dove avviene lo scontro conclusivo tra Jake e il colonnello e dove i protagonisti rischiano di morire annegati rievoca per certi versi il Titanic, tanto amato dallo stesso Cameron, che affonda, martoriato dai marosi, trascinando con sé vittime ignare e per nulla colpevoli di ciò che sta accadendo.

Jake è stremato, è prossimo ad arrendersi. L’acqua lo ha quasi raggiunto, sta per fagocitare il suo volto non permettendogli più di respirare, ma suo figlio Lo’ak, proprio il figlio con cui Jake ha sempre avuto difficoltà a interagire e verso cui ha sempre mostrato maggiore severità e inflessibilità, lo raggiunge, gli sta vicino, lo calma, gli rammenta ciò che è l’acqua, i segreti e il potere in essa contenuti.

Al contempo, Kiri, la figlia adottiva di Jake e Neytiri, invoca delle piccole creature marine che sfavillano come lucciole del mare e illumina la strada sott’acqua, raggiungendo la madre e la sorellina e traendole in salvo. 

Jake nuota con Lo’ak, fidandosi completamente di lui, ma ugualmente fatica a risalire in superficie. Verrà aiutato da Payakan, che trascinerà entrambi su. In quell’attimo, Jake comprende quanto si fosse sbagliato. Non aveva dato la giusta attenzione al proprio figlio, non lo aveva riconosciuto, non aveva visto quanto fosse maturo. Lo’ak non si era soffermato alle voci del villaggio, aveva dato fiducia a Payakan. Jake aveva preferito fidarsi ciecamente del popolo che lo aveva accolto, non mettendo in discussione nulla del loro credo. Payakan li aveva aiutati a riemergere, li aveva salvati entrambi. Tutto ciò non sarebbe successo senza l’amicizia che Lo’ak aveva intessuto con tale creatura. Jake smette di giudicare il proprio figlio, lo vede finalmente per ciò che è e non per ciò che avrebbe voluto lui fosse. In quel mare, Jake e suo figlio hanno percorso la loro via, riscoprendosi e ritrovandosi.

Il defunto Neteyam verrà affidato all’abbraccio del mare. Il fondale diverrà la sua tomba, la sua dimora eterna. Per rivederlo, per piangerlo, a Jake e Neytiri basterà immergersi fra quelle dune d’acqua: lì dove vivrà per sempre una parte di loro, del loro amore, della loro carne, divenuta tutt’uno con quel mare che tutto accoglie e custodisce gelosamente.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Cosa scriveva Gordie Lachance alla fine di “Stand by Me”?

Quella frase che componeva davanti al computer e che concludeva il suo racconto, quello che aveva dedicato ad un ricordo d’infanzia condiviso con gli amici di un tempo, qual era?

Ma sì, certo, scriveva questo: “Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?”.

Una frase decisamente ad effetto e, sotto sotto, molto veritiera. Quanti di noi si sono ritrovati in quella “affermazione”?

In fondo, l’amicizia che sboccia quando si è ragazzini è talmente sincera, schietta, disinteressata, travolgente che difficilmente può essere replicata. Quando si è bambini e si ha la fortuna di far parte di un gruppo di amici, ebbene quegli amici divengono una seconda famiglia, il nucleo delle varie giornate, compagni di cui ci si fida ciecamente, con cui ci si diverte senza remore e si resta uniti da un solido legame che sembra destinato a non esaurirsi mai. Eppure, col passare del tempo e il volgere dell’età adulta spesso e volentieri le amicizie intessute da ragazzi si disfano. La vita divide, allontana, e le strade conducono verso sentieri a volte diversi, inaspettati, sorprendenti. Delle amicizie maturate durante l’infanzia resta solo una gradevole e malinconica reminiscenza.

Chissà se crescendo anche i giovani amici di “Ci hai rotto papà” avrebbero concordato con quella frase elaborata e trascritta da Gordie al culmine del suo testo. Secondo me sì! Eccome!

A proposito di reminiscenze: fra le memorie personali che riecheggiano dal passato, quelle che risuonano come un’eco, fa spesso capolino nella mia mente, per l’appunto, “Ci hai rotto papà”. O per meglio dire: “Gli Intoccabili”.

Eh già, perché per quelli della mia generazione “Ci hai rotto papà” è sempre stato anzitutto “Gli Intoccabili”. Molti di noi allora chiamavano quel film in tal modo, con quell’appellativo piuttosto che con il titolo appropriato. Ci veniva spontaneo. D’altronde erano loro il fulcro della nostra attenzione, quella banda, gli amici che trascorrevano i pomeriggi andando in bici per le vie della città, giocando, facendo scherzi anche un po’ pesanti agli adulti, colpevoli di non comprendere più quella particolare fase della vita, di essere divenuti troppo grandi per rammentare la spensieratezza di quando si è ragazzi. Quel film parlava degli Intoccabili e per noi era semplicemente questo!

Ci hai rotto papà” è stato un piccolo classico della nostra infanzia, un lungometraggio sovente registrato sulla videocassetta dall’amico di turno, una videocassetta che veniva quasi venerata e che passava di mano in mano, da un compagno di scuola ad un altro.

Paolo (Adriano Pantaleo) e il suo papà (Antonio Allocca) nella mitica scena delle pagelle

Concedetemi il paragone azzardato ma “Ci hai rotto papà” è stato il nostro “Stand by Me”. Fermi tutti, so di averla sparata grossa!

Ne sono ben conscio, è un confronto che non può essere preso troppo sul serio. Dunque, chiarisco immediatamente: “Stand by Me” aveva una narrazione stratificata, che esplorava il contesto drammatico e miserabile in cui si svolgeva l’avventura estiva di una combriccola di ragazzini ben caratterizzati; una narrazione che sviscerava le ansie, i tormenti, le sofferenze di quei personaggi che si affacciavano lentamente ad una prima maturazione. Il nostrano “Ci hai rotto papà” si accontentava di essere una commedia scanzonata, fracassona, grezza eppur frizzante e piena di cuore, che aveva dalla sua un fascino difficile da descrivere per noi giovincelli di allora che cantavamo “Noi siamo Gli Intoccabili e voi ci avete rotto”, quell’indimenticabile motivetto che ci faceva sentire ingenuamente ribelli e che tutt’oggi sappiamo intonare a memoria. Il paragone va dunque interpretato in un’ottica adeguata, preso con le dovute e giuste proporzioni, si intende.

Ci hai rotto papà” non aveva la pretesa di affermarsi come un film seminale e di formazione, voleva unicamente divertire, e con il suo piglio si è imposto come una sorta di cult generazionale, amato non certo per la sua qualità bensì per quella sua efficacissima capacità di catturare l’atmosfera e il sapore di un periodo italiano tutto nostro, nel quale ci si poteva identificare con estrema facilità.

Ebbene, l’ultima pellicola di Castellano e Pipolo era dedicata all’amicizia. Quella più bella, più lieta, sincera e allegra, quella che coinvolgeva una comitiva di ragazzetti: Marco, Stefania, Fabrizio, Andrea, Paolo, Zibbo e Carletto.

"Gli Intoccabili" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Le vicissitudini dei 7 giovanotti vengono raccontate, per lo più, da Andrea, arrivato in città da poche settimane e ancora alla ricerca di nuovi amici. Un pomeriggio, Andrea prova ad avvicinarsi agli “Intoccabili”, i quali si intrattengono nel cortile del suo palazzo. Tutti gli Intoccabili, ad eccezione di Zibbo, vivono nello stesso condominio. Già, un po’ come i Goonies che abitavano nello stesso quartiere. Concedetemi questo sottile parallelismo, suvvia.

Dunque Andrea irrompe d’un tratto, mentre gli altri sono intenti a giocare a calcio, raccoglie il pallone tra i piedi e inizia a fare qualche dribbling, venendo però ignorato dagli altri che proprio non vogliono accettarlo fra le loro fila.

Vattene che è meglio!” – grida uno di loro.

Sì, vattene, che è proprio meglio!” – grugnisce qualcun altro.

Andrea, il protagonista, avverte sulla sua pelle ciò che molti altri ragazzini sperimentano in quella fascia d’età: la difficoltà ad inserirsi in un gruppo, a fare amicizia avendo l’etichetta del “nuovo arrivato”, visto, frequentemente, come una “minaccia” per un team ben affiatato. Andrea però non si dà per vinto e alla sua maniera si prende la sua rivincita sugli Intoccabili, rei di avere atteggiamenti presuntuosi, architettando una rivalsa coi fiocchi. Quasi inaspettatamente, dopo un confronto goffo e burlone, Andrea viene finalmente accolto dagli altri, che ridono delle sue inventive argute.

Per dirla tutta Andrea si ritrova a fronteggiare in un “vero e proprio duello” Fabrizio, il quale dà sfoggio della sua tecnica sopraffina, mimando tutte le temibili mosse di Karate che è in grado di applicare in una singolar tenzone. Andrea assiste con un fare imperturbabile a quei gesti minacciosi, poi estrae una pistola giocattolo che spruzza vernice “inchiostrata” e sporca la faccia di Fabrizio.

Tutti scoppiano in una fragorosa risata e Paolo commenta: “Avete visto? Lo ha fregato come Indiana Jones!”.

In effetti, la dinamica degli eventi ricorda uno dei combattimenti più simbolici (e brevi) de “I predatori dell’Arca perduta”, quello in cui l’archeologo si imbatte in uno spadaccino che lo sfida apertamente; questi si pavoneggia, palesando l’invidiabile destrezza che possiede nel dimenare la propria lama. Indiana Jones non si lascia impressionare e, quasi annoiato, estrae il revolver e con un secco e preciso colpo si disfa del suo rivale. L’ironia della sequenza è evidente e ha contribuito alla sua iconicità.

Come Indy anche Andrea si è dunque “liberato” dell’avversario che si dava tante arie con una mossa rapida e “indolore”. Gli Intoccabili se la fanno sotto dalle risate, perfino Fabrizio si fa conquistare dall’arguzia di Andrea e gli porge la mano. Come per magia, esattamente come accadeva un po’ a tutti durante quegli anni d’infanzia e preadolescenza, l’amicizia tra Andrea e gli altri Intoccabili nasce tra un sorriso e una burla.   

Ci hai rotto papà” non aveva una trama ma una raccolta di momenti, un insieme di frammenti, di spaccati di vita quotidiana in cui i protagonisti dopo la scuola si incontravano al cinema Esperia, la loro “base”, una sala cinematografica rimasta in disuso, con la platea abbandonata a sé stessa, il palcoscenico che cadeva a pezzi; ciò nonostante per quei ragazzini quel cinema costituiva un riparo, un rifugio, il loro mondo grazie al quale isolarsi da tutto il resto e vivere la loro intensa amicizia. Il cinema, del resto, è un luogo intriso di un’astratta magia: in esso vengono materializzati i sogni, prendono vita le immaginazioni, le fantasie impresse su di un nastro di celluloide. E così il cinema è per Gli Intoccabili il posto ideale in cui ritrovarsi, in cui progettare e dare seguito a tutte le loro fantasticherie, a tutte le loro marachelle punitive verso gli adulti indifferenti.

L’ultimo film trasmesso presso il cinema Esperia è “Gli Intoccabili” di De Palma, la cui locandina campeggia all’ingresso della sala. Tutti i ragazzini avevano modificato il poster inserendo sul volto dei personaggi del film i loro visi di bambini. Quella “base” recava in tutto e per tutto il loro tocco irriverente.

Ci hai rotto papà” è stato un film sull’amicizia che quelli come me, che appartengono agli anni ’90, oppure coloro che sono nati negli anni ’80, hanno adorato incondizionatamente durante le elementari e le medie, e hanno continuato a guardare e riguardare con inalterato affetto una volta raggiunto il traguardo dell’età adulta. Si tratta certamente di una commedia sconclusionata, caratterizzata da un montaggio scompigliato, caotico, che sembra inconsapevolmente richiamare il disordine, la frenesia, il ritmo incalzante che cadenzava le giornate della preadolescenza, fatte di corse e divertimenti fino a sera, di appuntamenti con i compagni, di compiti a casa, di ore noiose passate in classe e di pagelle mostrate con timore ai genitori.

La fatica cinematografica finale di Castellano e Pipolo metteva in scena trovate stupidotte, puerili, ma anche genuinamente esilaranti.

Una sequenza, fra tutte, vantava una grazia rimasta immutata: quella in cui Paolo e Zibbo si incontrano e stringono amicizia.

È buio, la luce nel condominio è saltata, Paolo, per le scale, sente qualcuno o qualcosa singhiozzare nel silenzio, come il miagolio di un gatto. È così che conosce Zibbo, rimanendo a lungo nell’oscurità: i due non si vedono, non sanno che faccia hanno, ma chiacchierano come se potessero guardarsi negli occhi. Paolo conforta Zibbo, che ha paura del buio, lo tranquillizza, fino a che la luce non torna improvvisamente. In quell’istante Paolo vede chi ha davanti a sé: un ragazzino di colore. Si allontana di scatto, quasi scioccato. Ma che andate a pensare!

Paolo non indietreggia di certo perché Zibbo ha la pelle scura, bensì perché Zibbo indossa un cappello e una sciarpa targate Juventus.

Paolo, napoletano doc, mugugna: “Sei della Juve?”.

Zibbo risponde prontamente e con una nota di fierezza: “Sì!”.

E Paolo, sornione, replica: “E vabbè, dai, nessuno è perfetto”.  E i due da quel momento divengono amici per la pelle.

Questa scena possiede un garbo evidente: mostra, con una trovata geniale, come i bambini siano incapaci di provare alcuna forma di odio razziale. Quando Paolo vede per la prima volta Zibbo resta stupito, malamente impressionato dalla sua fede calcistica, non certo dal colore della sua pelle. Nel buio erano uguali esattamente come lo sono alla luce.

Quando guardavamo “Ci hai rotto papà” da piccoli ci immedesimavamo in tante situazioni: nelle partite di calcio in cortile, quando il pallone calciato di punta toccava la finestra del vicino iracondo, che si affacciava e sbraitava. Ci immedesimavamo nelle attività degli Intoccabili, come lo scambio delle figurine dei calciatori al ritmo di “Ce l’ho! Ce l’ho! Mi manca!”, così come nei giri in bicicletta, nei gelati mangiati in compagnia, nei citofoni suonati per poi correre di gran carriera nonché nelle letture dei fumetti di Dylan Dog.

E da adulti, “Ci hai rotto papà” si lascia guardare con malinconia, generando nello spettatore una sana sensazione di rimpianto per un mondo che non c’è più, un mondo senza social, senza scatti fotografici pubblicati con filtri che ne abbelliscono il contorno deturpandone però il realismo, senza “storie” ritmate da brani musicali, senza spunte blu a sottolineare una visualizzazione su Whatsapp, un’epoca fatta unicamente di galoppate all’aria aperta, di partite a pallone giocate con quello che si trovava, con le porte fatte con gli zainetti usati come pali, pomeriggi di ritrovi al “solito posto”, serate consumate a registrare film su nastri di VHS evitando accuratamente la pubblicità, ad ascoltare la musica con le cuffie e il compact disc, a fare gli squilli per dire “ti sto pensando”; nostalgia dei computer antidiluviani, quelli con gli schermi grandi grandi, dei Game Boy grossi come mattonelle, della prima Playstation e della sua versione Slim, dei match a Pro Evolution Soccer in cui i nomi dei giocatori della Nazionale venivano storpiati, delle gare condotte su circuiti d’asfalto a Gran Turismo introdotte da “My favourite game” dei The Cardigans o dei campionati a Fifa intervallati da “Complicated” di Avril Lavigne. Nostalgia dei primi amori. Eh sì, “Ci hai rotto papà” parlava anche di quello.  

Andrea e Stefania interpretati da Elio Germano e Francesca Martana

Andrea si innamorava dell’amica Stefania e non sapeva come dichiararsi, come esprimere quel sentimento nato con naturalezza, tanto forte da essere nascosto con fatica e un certo imbarazzo. Dinanzi agli occhi di Stefania, Andrea voleva apparire forte, impavido, tanto da correre verso di lei per strapparla alle grinfie di una donna adulta e “cattiva” che l’aveva colta in flagrante durante uno dei loro soliti e “perfidi” scherzi. In quei momenti, Andrea incarnava tutti i ragazzini che si prendono la loro prima cotta, e che farebbero i gesti più sciocchi, audaci e altruistici pur di far ridere e pur di impressionare la ragazza che ha rubato il loro cuore.

Stefania fu il sogno proibito di molti ragazzini, me compreso. Una cotta sincera e appassionante. Ancora oggi, quando sento quel nome, Stefania, non posso fare a meno di pensare che sia un nome bellissimo, qualcosa che mi riporta alla mente l’immagine di una ragazzina graziosa e sorridente, dai lineamenti delicati, dai lunghi capelli biondo cenere, bravissima nel suonare il violino, coraggiosa e abile nel congegnare e nel perpetrare gli scherzi più arguti e divertenti; ancora oggi ogni qualvolta mi sovviene quel nome non posso che pensare ad un’infanzia perduta, ad un primo amore, ad un dolce e tenero ricordo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"La Cosa" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Era solamente un cane, col suo musetto dolce. Aveva un manto brizzolato, folto, che lo proteggeva dal freddo. Quel mattino in Antartide, quel cane scorrazzava sulla radura innevata, senza confini, e la sua andatura copriva diversi metri.

Pareva vagare senza una meta, ma era alla ricerca di qualcosa.

Un elicottero volava a bassa quota. Le pale roteavano vorticosamente e il velivolo scendeva più giù che poteva. L’intento del pilota era evidente: tallonare quel cane. Un colpo di fucile partì dall’elicottero. Il cane lo schivò. Era agile, veloce, e compiva tutta una serie di balzi senza avvertire alcuna fatica.

La pallottola del fucile trafisse la coltre di neve. Seguì un altro colpo e poi un altro e un altro ancora. L’animale eludeva con destrezza quel folle e disperato assalto alla sua vita.

Dopo una fuga estenuante, il siberian husky raggiunse la base scientifica U.S. Outpost #31. Coloro che erano di stanza in quel luogo lo accolsero stupiti e allarmati dal frastuono che echeggiava in quella landa candida e deserta. L’elicottero atterrò alla meglio, qualcuno ne venne fuori. Questi tentò nuovamente di colpire il cane, di eliminarlo, ma per errore ferì uno degli uomini della stazione. I ricercatori, convinti di avere a che fare con una persona furiosa che aveva perso il senno, reagirono, freddando il malcapitato.

Il cane era sopravvissuto. Ce l’aveva fatta.

Quell’essere aveva scelto un aspetto confacente e benvoluto: quello di un animale da compagnia, il migliore amico dell’uomo. Ne aveva imitato perfettamente le sembianze, il passo, perfino l’atteggiamento. Quando giunse nei pressi della base scientifica il cane – che non era realmente un cane - saltò in braccio ad uno dei membri del centro operativo, cominciando a leccargli le guance. Si era mostrato affettuoso, docile, spaventato. Era furbo… Tanto da emulare il tipico comportamento di un cane qualunque. Esso scodinzolava festoso, a volte tremante, ricercando l’aiuto dei suoi nuovi “padroni”.

Insinuatosi all’interno dell’edificio, il cane ebbe così modo di camminare liberamente per la struttura. Venne poi condotto in un recinto, insieme ad altri cani. Qui rivelò la propria vera natura. Nel silenzio, il corpo del quadrupede cambiò, guastandosi, mutando in una “bestia” orripilante che attaccò gli altri animali…

"Ci troviamo di fronte ad un organismo che imita le altre forme viventi. E le imita perfettamente... Questa Cosa ha attaccato i nostri cani ed ha tentato di digerirli, di assimilarli. E nel frattempo ha tentato di plasmarsi in modo da imitarli... Quella Cosa vuol diventare come noi. Se le sue cellule si diffondono potrebbero imitare qualunque essere sulla faccia della Terra.”

La creatura extraterrestre del lungometraggio di John Carpenter non è altro che paura. Paura nella sua essenza più pura, basica, primordiale. Essa rievoca l’atavico timore dell’ignoto, di quello che è sconosciuto, di ciò che non si può vedere né discernere. La Cosa è il buio, la Cosa è la notte senza il giorno, la Cosa è sfiducia, è il pessimismo cosmico, la totale assenza di speranza, l’incertezza, il dubbio martellante e atroce. La Cosa è morte, estinzione.

  • Il primo volto: la paura dello stupro

La Cosa si manifesta per la prima volta quando crede d’essere sola, lontana dallo sguardo dell’équipe. La creatura emerge dal proprio “guscio” ingannevole, tentando di uccidere gli altri cani, di fagocitarli e, al contempo, di fare proprie le loro sembianze. Viene colta in flagrante dagli studiosi, che assistono, inermi e sconcertati, alla metamorfosi di quello che credevano essere un semplice canide: la creatura appare improvvisamente dinanzi a loro come un agglomerato orrido, un ibrido informe e spaventoso, prima di dividersi da esso e fuggire per nascondersi, in attesa di attaccare un essere umano per sostituirlo.

La storia della pellicola si svolge in Antartide, nel gelo più avverso, in un ambiente circoscritto, isolato, avulso dal mondo esterno, dalla civiltà. Tutti i personaggi presenti sulla scena sono uomini, che vivono in un contesto dallo spazio esiguo, separati dalla realtà cittadina, dalla vita comune.

Non vi sono donne tra loro.

L’unica voce femminile udibile in quelle camere appartiene ad un computer, non a caso doppiato dalla procace Adrienne Barbeau. Il timbro vocale della Barbeau evoca l’immagine di una donna bellissima e desiderabile. Ma ella è solo una voce, una figura astratta, recondita, che non può essere osservata e soprattutto toccata. Il protagonista MacReady gioca una partita a scacchi con quell’aggeggio elettronico e perde, non prendendola affatto bene, sintomo di un nervosismo e di una stanchezza che nello spirito del protagonista risiedono ancor prima dell’incontro con la temibile Cosa.

La bellezza di un corpo femminile, la sua rotondità, le sue forme sono un ricordo, un sogno bramato dagli uomini che da molto, forse troppo tempo svolgono il proprio lavoro fra quei ghiacci, abbandonati a loro stessi in una sorta di microcosmo ostile, senza calore né conforto.

In un contesto simile le donne non esistono, non vengono intraviste, scrutate, ascoltate, sfiorate.

La Cosa che terrorizza gli uomini del campo può essere quindi reinterpretata come la paura di perdere virilità, se non di intaccare il proprio orientamento sessuale. Per rivelare sé stessa, per attaccare la propria vittima fino a assoggettarla, inglobarla e rimpiazzarla, la Cosa necessita di riservatezza, per non dire di intimità. Essa, celandosi dietro un volto di uomo, avvicina un compagno, nel momento in cui esso è solo e indifeso, e lo fa suo. La Cosa sembra agire come un predatore sessuale, che aggredisce la sua vittima, la sottomette dominandola, prima di prendersi tutto di lei, financo il suo corpo.

La violenza sessuale - che nel mondo reale viene subita nella maggior parte dei casi dalle donne - riduce il corpo ad un oggetto di piacere, spogliandolo di ogni altro valore, svilendolo, umiliandolo, martoriandolo. L’uomo che commette questo tipo di sopruso carnale prende con la forza quello che desidera, lo vìola, se ne appropria. Ne “La Cosa” questo tipo di aggressione che richiama in parte il modus operandi dello stupro viene patita dal sesso maschile; gli uomini vengono afferrati e risucchiati, le loro difese penetrate, vengono poi assorbiti dall’alieno che abusa di loro, fino a seviziarli, strappando loro la dignità e l’individualità.

  • Il secondo volto: la paura dell’infezione  

La Cosa agisce altresì come un virus. In un momento della pellicola, un componente della squadra suggerisce che ciascuno di essi dovrebbe prepararsi il cibo da solo onde evitare il contatto con la Cosa. Nessuno sa come agisce quell’essere, se esso sia in grado di contagiare gli uomini attraverso il tocco o il respiro. L’alieno si configura così come una specie di patogeno e la stazione diviene il centro di una epidemia incontrollata.

La paura dell’agente infettivo, del virus invisibile che giace celato alla vista, la paura del batterio che può depositarsi su oggetti, posate, attanaglia tutti i personaggi. Col passare delle ore, ognuno di essi sospetta che l’altro sia stato infettato. Per scoprire chi sia realmente stato contaminato dall’essere occorre fare un controllo del proprio sangue. Questa scelta narrativa sembra fare riferimento al virus dell’HIV, che può essere rivelato mediante un controllo del sangue. L’HIV è inoltre un tipo di virus che può essere preso con un rapporto sessuale non protetto, ecco che il tema della violenza fisica e del danno che essa causa al corpo di chi la patisce pare ripresentarsi.

Quando MacReady esamina il sangue di ciascun compagno, alcuni di essi una volta appurato di non essere stati infettati sospirano, visibilmente sollevati. Perché lo fanno?

Dovrebbero sapere di non essere divenuti delle “Cose” essendo coscienti, vigili, consapevoli del loro essere, dei loro pensieri, dell’autenticità del loro corpo. Perché, dunque, tirano un sospiro di sollievo non appena apprendono concretamente di essere sani, normali?

Gli uomini della spedizione non comprendono ancora come agisce quella creatura, temono forse che essa si possa intrufolare sotto l’epidermide, restare in incubazione prima di manifestarsi pienamente. La paura che la Cosa sia dentro di loro, che possa spuntare di colpo e controllarli, togliere loro il libero arbitrio, è predominante e terrificante.

La Cosa riesce a replicare l’esatto aspetto di un essere vivente, nonché la voce e apparentemente anche il carattere. La Cosa, quando fagocita le proprie prede, ne ottiene anche i ricordi? Gli affetti? I legami? Il talento?

L’uomo è fatto di emozioni, sensazioni, ricordi, esperienze, affetti, amori e soprattutto ha dalla sua la consapevolezza del proprio agire. La Cosa, rubando l’aspetto di un soggetto, toglie ad esso la propria identità, la propria personalità, la propria libertà, tutto. Come una malattia interna, altresì, la Cosa consuma il proprio “ospite”, deformando i tratti e la fisicità, trasformando gli uomini in rappresentazioni grottesche, ripugnanti, deturpando un corpo fatto a immagine e somiglianza di Dio per renderlo un miscuglio innaturale e repellente di facce e arti.

  • Il terzo volto: la paura del tradimento

L’alieno de “La Cosa” è un “mutaforma”, una creatura indecifrabile che, come già detto, assume i contorni degli esseri viventi che ha inghiottito. Una volta divorato il suo pasto, l’alieno si maschera camaleonticamente tra gli uomini della base, che cercano di stanarlo. Ne “La Cosa” vi è una progressiva perdita di fiducia nel prossimo che si concretizza attraverso l’impossibilità di lottare contro un nemico chiaro e distinto. In una visione più ampia, l’alieno potrebbe essere considerato una metafora della sfiducia verso i propri simili, gli esseri umani egoisti, arroganti, traditori, per nulla empatici, che voltano le spalle al proprio fratello. Ancor di più la creatura, data la sua natura infida e fraudolenta, potrebbe simboleggiare la disgregazione degli ideali tradizionali, il totale abbandono della fede, del rispetto, della credibilità verso le istituzioni, la società con le sue convenzioni, verso ogni forma di governo ritenuta falsa, corrotta, indifferente o pericolosa. Nel progredire del film i personaggi precipitano in uno Stato di Natura, non disciplinato da alcun apparato governativo, in cui regna il disordine, la furia, l’instabilità e tutti si reputano nemici tra loro pur avendo mantenuto fino a poche ore prima della comparsa dell’entità extraterrestre rapporti cordiali e amichevoli, perlomeno di facciata.

In un celebre episodio di "Ai confini della realtà" intitolato “Mostri in Maple Street”, un clima paranoico si fa strada tra le persone di una ridente zona residenziale. Maple Street è un quartiere tranquillo, molto bello a vedersi: tante villette lo arricchiscono, vi è un viale alberato, vi sono altalene sulla veranda, barbecue in giardino, le risate dei bambini risuonano dappertutto e la campanella di un venditore di gelati trilla la mattina e a metà del pomeriggio, giusto in tempo per guastare l’appetito ai più piccoli prima dell’ora di cena.

Al tramonto di un sabato come tanti, Maple Street si trova improvvisamente senza elettricità. Le macchine non partono più, i telefoni saltano, le falciatrici si fermano, l’oscurità discende dappertutto.

Rimasti soli, gli abitanti di quelle villette si riversano in strada confusi, privi di notizie dal resto della città. Un bambino si lascia andare ad una fantasia bizzarra: e se fosse tutto opera di alcuni extraterrestri? Se questi visitatori avessero volutamente emarginato Maple Street per farne il loro primo punto d’atterraggio? E se fosse il principio di una invasione?

Quella che dovrebbe essere una fantasticheria sciocca si tramuta presto in un sospetto fondato e ansiogeno. Il presentimento che un extraterrestre si nasconda in Maple Street mette gli uni contro gli altri. 

Gli alieni, che osservano lo svolgersi della situazione dall'alto, nella loro astronave, adoperano alcuni espedienti per testare la fiducia che gli esseri umani nutrono nei confronti dei loro pari: iniziano così ad accendere e spegnere le luci di certe abitazioni, attivano alcuni elettrodomestici per poi farli tacere.

Tra i residenti di Maple Street cresce l’angoscia, l’ira.

Gli abitanti iniziano ad attaccarsi, dicono apertamente ciò che non avevano mai osato dire, dimostrando di provare antipatia o addirittura odio nei riguardi dei propri vicini. Uno di essi, su tutti, rivela d'essere un guardone indiscreto, prendendosela col protagonista, reo di trascorrere le notti sul portico, ad osservare le stelle come se attendesse che qualcuno o qualcosa venisse giù dall'arazzo celeste. 

L'amicizia apparente che legava questa piccola comunità viene disfatta in pochissimo tempo, al primo segno di pericolo, al primo equivoco, e i più danno il via ad una lite sull’asfalto, colpendosi e ferendosi brutalmente. A quel punto, gli alieni prendono il decollo e si allontanano. Essi sanno che per colonizzare la Terra non occorrerà imbastire una vera guerra: basterà inculcare un brutto sentore, una sgradevole congettura, una terribile ipotesi, un pregiudizio e l'essere umano farà il resto, eliminerà colui che più gli somiglia. Perché, in fondo, è l’essere umano il vero mostro.  

Una scena di "Mostri in Maple Street"

Ne "La Cosa" i personaggi sono alle prese con un’entità aliena che mina apertamente i loro rapporti. I personaggi del film però danno l'impressione di non essere mai stati amici l'uno dell’altro ma solamente colleghi, a stento conoscenti. Nel momento in cui la Cosa appare, disgregando la già flebile unità del gruppo, i vari protagonisti delle vicende si dividono, schierandosi ben volentieri l'uno contro l'altro. La Cosa sembra ricordare che molte persone, nonostante trascorrano molto tempo a stretto contatto, finiscono per non provare nessun sentimento, nessun attaccamento reciproco.

Ne “La Cosa da un altro mondo”, il primo film che traspose il romanzo fantascientifico di John W. Campbell pur discostandosene liberamente, la presenza dell’alieno, un avversario cristallino, con un fisico imponente e minaccioso, obbliga gli esseri umani, gli uomini e le donne, a riscoprire la propria fratellanza per sconfiggere un nemico comune. Il lungometraggio si faceva portatore di un messaggio ottimistico, trionfante.

Al contrario ne “La Cosa” di Carpenter, adattamento più attinente alla versione cartacea di Campbell, vi è una visione del mondo e dell’esistenza nichilista, spietata. I valori di vicinanza, di unità, nonché i principi etici e morali del genere umano vengono erosi, sfaldati. L'uomo regredisce ad uno stadio animalesco, in cui conta sopravvivere, ed è scettico e guardingo verso chiunque. Eppure, perfino in un quadro così deprimente, in cui ognuno pensa a sé, MacReady pone attenzione al destino della razza umana. Egli sa che se la Cosa riuscisse a scappare e a raggiungere il centro urbano potrebbe propagarsi come una pandemia, fino a generare una estinzione. Pur di fermarla, il protagonista è disposto ad accettare un esito infausto per sé stesso e per tutto il corpo di ricerca. Una flebile luce di altruismo che scintilla, fiocamente, in un mondo di ombre e di nebbia.

MacReady e Childs si guardano sospettosamente nel finale. Potete leggere ancora su "La Cosa" cliccando qui.

Sul finire delle vicende, MacReady, che ha eliminato le ultime manifestazioni della Cosa dando loro fuoco, giace stremato all’esterno della struttura dove viene raggiunto da Childs: i due sono gli unici scampati al massacro. MacReady non si fida di Childs perché aveva perso le sue tracce nella bufera e d’un tratto lo ha visto ritornare. E se anche lui fosse diventato una Cosa?

MacReady non può saperlo e, oramai stanco, si arrende all’evidenza: non vi è modo di scoprirlo. I due siedono l’uno difronte all'altro, esposti al gelido soffio del vento. MacReady attende, sapendo che il domani non ci sarà. Pertanto offre da bere a Childs, rassegnato a permanere nell’ignoranza.

Entrambi non sanno nulla l'uno dell'altro. Un destino che attanaglia gli esseri umani, tutti, da sempre.

Gli uomini e le donne che interagiscono tra loro, giorno dopo giorno, nelle città, in ambienti neutrali, in luoghi comuni, provano ad avvicinarsi, a conoscersi, ad aprirsi, ma più spesso di quel che si vuole ammettere la gente non riesce mai a ravvisare, ad apprendere realmente nulla del prossimo.

Le persone, talvolta, possono essere involti, facce anonime, simulacri che si perdono nella pioggia o che si confondono nella tormenta; la stessa che sta per abbattersi su MacReady al termine della sua lotta.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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