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"Bard, l'arciere" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Freccia dal passato, occhi dal futuro

La grande scultura di pietra che svettava nella sala dei re, ostentando la fierezza nobiliare di un monarca nanico, cedette. Gli occhi tondi e saggi, scavati nel volto pietroso della statua, colliquarono, la barba si disgregò, la roccia si “sciolse”, dissolta dal calore dell’oro bollente. Smaug era stato attratto con l’inganno nel salone e giaceva ai piedi della scultura quando tutto accadde. Il piano orchestrato da Thorin stava per compiersi: una parte della ricchezza di Erebor, trasformata in liquido dalle fornaci accese, avrebbe annientato il drago. Smaug vide la materia disfarsi e l’oro “piovere” giù. Quel tesoro, serbato con insano attaccamento, avrebbe generato la sua fine. Come una cascata rovente il fuso colò e lo avvolse. Sarebbe dovuto annegare, ma le scaglie di drago, per una volta, rigettarono l’abbraccio dell’oro. Covando vendetta, Smaug uscì dalla Montagna Solitaria e, una volta alzatosi in volo, si diresse verso Pontelagolungo. Le ali, mosse con forza, scuotevano l’aria, annunciando la venuta di un tornado. Dal sospiro di Smaug sgorgava fuoco, dai suoi artigli morte.

Bard raggiunse la sommità di una torre e, lassù, vide la devastazione arrecata dal drago. In quel momento, l’uomo brandì arco e frecce e cominciò a tempestare l’animale, scoccando ritmicamente i suoi dardi. Ma le punte delle frecce erano troppo esigue per perforare quella dura “epidermide”, e gli attacchi dell’arciere solleticavano l’animale. Disperato, Bard venne raggiunto dal figlio Bain, che nel frattempo aveva recuperato la Freccia Nera. L’arciere sapeva che avrebbe avuto una sola possibilità. Uno spettro scarnificato apparve tra i suoi pensieri. Bard avrebbe fallito il colpo come accadde al suo antenato o sarebbe riuscito a prevale su quel male?

Nel disordine perpetrato da Smaug, Bard riuscì a scorgere, per un singolo momento, un’impercettibile ferita, un varco schiuso nella pelle del drago. Fu in quel momento che Bard comprese che Girion, il suo antenato, non morì invano e non fallì del tutto nell’impresa: egli riuscì a piegare una scaglia, a farla saltare. Un colpo assestato con precisione avrebbe trapassato la “corazza” e raggiunto il cuore. Bard poggiò la grossa freccia sulla spalla del figlio, per usufruire di una balista improvvisata. Reggendo quel “dardo” nero, lungo come una lancia, Bard vide in quell’arma un “fantasma”, il trascorso del suo avo, ma negli occhi di suo figlio, che seguitava a guardarlo e a nutrire immutata fiducia in lui, vide altresì il proprio futuro. La freccia era un’eredità derivata dall’avvenuto, Bail, invece, la sua discendenza, il suo avvenire. Per un solo attimo, Bard resse in mano il passato e volse lo sguardo al futuro. Lasciò partire il colpo e trafisse Smaug. Il passato era stato sconfitto.

  • Attacco a Dol Guldur

Nella fortezza del Negromante, Gandalf, ferito ed in catene, è prigioniero di Sauron. Dama Galadriel, accorsa in suo soccorso insieme a re Elrond e Saruman, sopraggiunge nella tenebrosa roccaforte. Al cospetto della signora di Lorien, i “nove” si mostrano nella loro spettrale essenza e attaccano il Bianco Consiglio. Respinti dai due elfi e dallo stregone, i Nazgul svaniscono non prima che Sauron decida di palesarsi dinanzi ai suoi nemici. Ogni dubbio è stato fugato: l’oscuro signore ha fatto ritorno nella Terra di Mezzo. Galadriel adopera l’immenso potere del proprio anello, Nenya, per scacciare l’antico discepolo di Melkor, il quale, ancora debole, fugge, disperdendosi nell’oblio. Sebbene Sauron non costituisca ancora una grave minaccia, in quanto privato dell’Unico Anello, Gandalf comprende che i suoi piani sono già stati messi in atto e che la Montagna Solitaria non è affatto sicura. Gli eserciti comandati da Azog e dalla sua progenie, Bolg, muovono verso Erebor per estendere il dominio di Sauron sul nord.

 La trama, tessuta dall’oscuro signore come una fitta ragnatela, è stata dipanata.

  • Una promessa scolpita sulla pietra

Poco prima di partire verso Erebor per raggiungere gli altri, Kili si congeda da Tauriel donandole una pietra runica. Fu proprio grazie a quell’oggetto che Tauriel rivolse parola e attenzione al nano. Durante la forzata permanenza dei nani al palazzo di Thranduil, la ragazza notò come Kili tenesse la pietra in mano e, spinta dalla curiosità, gli domandò di cosa si trattasse. Tale pietra, per Kili, rappresenta una promessa da ricordare, valida in eterno. Tauriel, come tutti gli elfi silvani, ammira la luce promanata dalle stelle, perché essa è memoria, pura ed indimenticata. Ogni promessa fatta con il cuore è paragonabile ad una memoria, un ricordo da rammentare. Kili, donando la sua pietra runica a Tauriel, le affidò la memoria del loro incontro, nonché la promessa del suo ritorno. La pietra runica, come la stella del vespro che Arwen donerà ad Aragorn molti anni dopo, seppur non preziosa come il gioiello della dama di Gran Burrone, rappresenta la promessa d’amore tra Kili e Tauriel scolpita nella pietra, immortale come il ricordo custodito nella brillantezza di una stella che schiarisce le tenebre del cielo.

L’amore tra Kili e Tauriel, mai partorito da Tolkien, non avrà vita sulla terra. Jackson ne fu consapevole, e tentò di descrivere questo sentimento come se esso potesse vivere platonicamente “soltanto” nei ricordi di Tauriel, colei che era innamorata, per l’appunto, della memoria emanata dalla luminosità delle stelle. Nei suoi ricordi, nella sua promessa, è lì che riposerà per sempre Kili.

"Thranduil" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il sopraggiungere degli eserciti

Con la morte di Smaug, i nani della compagnia possono finalmente fare ritorno al loro regno. Assecondando l’ordine di Thorin, i suoi familiari sbarrano l’accesso ad Erebor. Rinchiusi, al sicuro, tra le rocciose pareti della montagna, i nani tornano a respirare i profumi mai dimenticati del loro reame. Thorin siede sul trono ma non è appagato. La corona posta sul suo capo non gli basta, e l’armatura regale che indossa non allieta la sua inquietudine. Al contempo, Re Thranduil, venuto a sapere della caduta del drago, guida un esercito di elfi sino alle pendici della Montagna Solitaria. Il nobile monarca elfico cavalca un grande alce e pretende che gli vengano restituite delle bianche gemme di luce argentea, incastonate in una collana, appartenuta alla sua stirpe. All’esercito elfico si aggiunge l’avanzata delle schiere degli uomini provenienti da Pontelagolungo, capitanate da Bard, che reclama la parte dell’oro necessaria a ricostruire le case distrutte dal soffio del drago. Thorin rifiuta aspramente di cedere porzioni della propria ricchezza e rinnega la parola data. Gli elfi e gli uomini sono decisi a irrompere nella montagna come pioggia torrenziale, ma in aiuto di Thorin arriva Dain Piediferro, signore dei Colli Ferrosi, col suo esercito di nani. Prima che tra elfi, uomini e nani scoppi una sanguinosa guerra, sopraggiungono i due eserciti di Azog. Sui pendii di Erebor, comincia, dunque, la battaglia dei cinque eserciti.

"Thranduil" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La malattia dell’oro

Bilbo segue preoccupato la discesa negli inferi che Thorin sta patendo. Inizialmente, lo hobbit era felice d’essere riuscito ad espletare il compito che si era prefissato: aiutare i suoi amici a riottenere la loro casa. Era stato ripreso il bene più prezioso, il luogo a cui poter appartenere, in cui potersi identificare. Ma Thorin non era soddisfatto, giacché aveva smesso di desiderare la dimora, ed aveva anteposto ad essa la smania di un bene materiale, agognato per avidità.

In quei frangenti, Thorin scruta l’oro con bramosia, ne ammira la consistenza, il brillio, la lucentezza. Il re sotto la montagna non è più attratto dalle camere, dai sentieri, dai corridoi, dagli angoli segreti e ancora da scoprire di quella casa a lungo desiderata, bensì è attirato dalla ricchezza, dal tesoro. Sotto gli occhi sconfortati di Bilbo, Thorin contrae la malattia del drago. Il monarca nanico cerca dappertutto, brama con impazienza, scava sotto cumuli e gruzzoli per rinvenire la gemma più preziosa senza, tuttavia, riuscirci. Il nano si rivolge a Bilbo, vedendo in lui la sola amicizia sincera che gli sia rimasta. Thorin è stato irretito, non si fida più di nessuno, e teme che qualcuno della sua famiglia possa tradirlo. Nutrendo lealtà solamente nei riguardi dello hobbit, Thorin sceglie di donare a Bilbo una splendida corazza di mithril come segno di gratitudine. I foschi ragionamenti, le paranoie che torturano la mente di Thorin, presagiscono l’avvento di un’imminente pazzia. Or dunque, Bilbo decide di fare quanto è in suo potere per allontanare Thorin da un tale male.

L’Arkengemma non possiede il potere dell’Unico Anello. Ciononostante, la sola evocazione del potere in essa contenuto, il ricordo della sua consistenza ed il bagliore seducente da essa emanato, annebbiano la mente di Thorin. L’Arkengemma, come l’anello, riesce a corrompere l’animo degli innocenti. Thorin, in principio, non riusciva a considerarsi re poiché era stato privato del proprio reame. Nonostante lo abbia riottenuto, seguita comunque a non sentirsi tale senza prima aver ghermito il gioiello della corona. Thorin dimentica come i suoi compagni lo ritenessero un re ben prima della sua salita al trono. Egli ha smarrito la propria saggezza e vaga, confuso, lungo i vasti “androni” di Erebor. Le parole di Smaug rimbombano nella sua testa, come l’eco di una voce che sussurra malignità all’orecchio di un povero uditore. L’oro circonda lo sventurato Thorin, protrattosi sull’orlo dell’abisso, e quasi lo ingurgita in una morsa divorante.

"Re Thorin sul trono" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come accaduto a Bard all’inizio del terzo ed ultimo lungometraggio della trilogia de “Lo Hobbit”, Thorin si trova a vivere un momento in cui il passato ed il futuro della propria dinastia si intrecciano. Bard doveva affrontare il drago e ucciderlo. Avrebbe vissuto sulla propria pelle l’esperienza provata dal suo antenato. Guardato con fedeltà dal proprio figlio, Bard poté bandire i fantasmi dell’avvenuto, e dare gloria al proprio avo, riuscendo a sconfiggere definitivamente il drago, così da contribuire ad un futuro più luminoso, privato dall’alone malvagio di Smaug. Thorin si troverà a vivere una fase simile della propria esistenza. Nella Montagna Solitaria, attorniato dalle ricchezze della sua casata, sosterrà una contesa intima, personale, dilaniante. Thorin dovrà scegliere se “cadere” come accaduto ai suoi padri o rinsavire. Per un lungo lasso di tempo, il sovrano verrà assoggettato alla malattia, non riscattando il passato dei suoi predecessori. Soltanto alla fine, Thorin riacquisterà la ragione e redimerà se stesso, il passato dei suoi avi ed il ricordo che tutti possiederanno di lui in futuro.

Sotto i suoi piedi, il figlio di Thrain mira un vasto terreno d’oro. Esso si disserra, aprendo una voragine che lo inghiottisce in una pozza di avarizia. Thorin si è trasformato in ciò che ha sempre odiato, in Smaug, e sta facendo la medesima fine che avrebbe voluto far fare a lui. Quella statua disciolta nell’oro fuso, che avrebbe dovuto avviluppare il drago e soffocarlo senza riuscirci, è adesso divenuta, agli occhi di Thorin, una distesa gialla, come un fiume dorato. Le correnti di questo “torrente” lo stanno trascinando via, inglobandolo in loro stesse.

Prima di soccombere alla pazzia, Thorin si ravvede ma la corruzione, una volta patita, per Tolkien, non sempre può essere perdonata. Thorin, come accadrà a Boromir seppur per motivi profondamente diversi, ha ceduto al male, alla tentazione, e per tale ragione andrà incontro alla morte.

"Bilbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Re sotto la montagna

Il re domanda ai suoi “uomini” se vogliano seguirlo un’ultima volta.  Essi acconsentono, il corno di Erebor risuona. Il varco si apre ed i nani, guidati da Thorin, caricano verso i nemici. Thorin ritorna in sé e affronta l’ultima prova della sua vita. Il re nanico sfida Azog, l’orco pallido, l’ultima traccia di un passato oscuro, e riesce ad ucciderlo. Nel combattimento, però, rimarrà fatalmente ferito. Anche Kili e Fili moriranno, e della sua casata Thorin non vedrà che cenere.  La battaglia verrà vinta dalle forze alleate di uomini, elfi e nani. Tauriel raggiungerà il corpo morente di Kili e, nelle sue mani, porrà la pietra runica, l’eterna promessa, l’eterno ricordo. Legolas, invece, partirà alla ricerca di un dunedain, conosciuto come Granpasso. Prima di andar via, Legolas verrà salutato dal padre, il quale gli ricorderà l’amore che la madre provava nei suoi confronti. Legolas si era invaghito di Tauriel ma ella non contraccambiò mai il suo sentimento. Implicitamente, Jackson vuol suggerirci che l’elfo di Bosco Atro, rievocando, sul finale, l’amore della madre e stringendo una profonda amicizia con Granpasso negli anni a venire, imparerà la nobiltà, la pacatezza, l’affetto e la bontà che mostrerà di avere durante la Guerra dell’Anello.

Poco prima che Thorin spiri solitario, Bilbo lo scorge accasciato al suolo. Thorin gli sorride, apprezzando, in punto di morte, la vita quotidiana degli hobbit, lontani dalla violenza e dagli orrori della Terra di Mezzo. La Contea è una regione paradisiaca, verdeggiante, avulsa dal male. Thorin sprona Bilbo a tornare alla sua terra natia, dicendo che se tutti avessero cura della casa e non dell’oro, il mondo sarebbe un posto più bello. Thorin se ne è roso conto troppo tardi. Per Tolkien, chi peccherà non sempre avrà la possibilità di redimersi. Come avverrà per Boromir, corrotto dal potere dell’unico, anche per Thorin, consumato dall’Arkengemma, non ci sarà salvezza. Entrambi riusciranno, però, ad espiare le proprie colpe prima di perire in battaglia, donando la vita per salvare i propri amici. L’onore ed il coraggio verranno conservati, ma entrambi, come punizione per essersi macchiati, non potranno sopravvivere ad Arda.

Thorin è riuscito a guarire dal suo male prima che fosse troppo tardi, e ci riuscì grazie a Bilbo, lo hobbit, divenuto il suo amico più caro.  Bilbo cambiò la vita di Thorin, lo riportò a com’era un tempo, prima che ambedue si conoscessero. Thorin, sin dall’inizio di questa avventura, era un nano cupo, affranto da una sofferenza interiore, ma nell’ultimo attimo prima della fine, tornò ad essere quello che fu, il se stesso di un tempo, colui che apprezzava la propria dimora e non l’oro che in essa è custodito. Il re sotto la montagna morrà, e raggiungerà, in pace, la casa dei suoi padri, quella regione pura ed incontaminata dove l’oro, l’argento, ed i tesori non detengono più alcun valore.

La vita di Thorin fu tragica. Egli visse senza un regno, privato della corona, non fu mai re e morì quando poteva esserlo. Nonostante in vita non sia riuscito ad adempiere alle proprie volontà, Thorin poté comunque ottenere una sorta d’immortalità. Egli vivrà per sempre nei ricordi e, soprattutto, negli scritti di un piccolo amico che non lo dimenticherà mai.

"Lo Hobbit - La trilogia" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La battaglia delle cinque armate

Con “La battaglia delle cinque armate”, Jackson pone a conclusione la rilettura e l’adattamento del romanzo del Professore. Partito come un astuto maratoneta, il cineasta neozelandese raggiunse il traguardo zoppicando. Jackson patì infortuni durante questa sua metaforica corsa, inciampando in vista del traguardo. Ciononostante, il regista riuscì a condurre in dirittura d’arrivo il proprio lavoro. A mio giudizio, le modifiche sostanziali alla storia originale non inficiarono davvero la buona riuscita della trasposizione. Lo fece, al contrario, la troppa computer grafica, l’eccessiva CGI. Alcune scene, relative particolarmente a quest’ultimo episodio, come il conflitto consumatosi a Dol Guldur, i combattimenti di Legolas e i dissidi battaglieri tra le armate, sembrano fuoriuscite da un videogioco piuttosto che da un prodotto di stampo cinematografico. Durante lo scorrere dell’intera trilogia, si avverte meno realismo, meno cura, meno maestosità, meno impegno maniacale nel rendere ammirabili, al senso della vista, le descrizioni di Tolkien impresse su carta rispetto a quanto è stato fatto per la trilogia del “Signore degli anelli”. Ciò, tuttavia, non deve trarre in inganno e portarci ad affibbiare giudizi sin troppo severi ed ingiusti all’operato di Peter Jackson. La trilogia de “Lo Hobbit” resta un’opera di pregevole fattura ma non adamantina. Jackson volle tradurre in arte filmica il romanzo e, al contempo, edificare un ponte tra l’avventura di Bilbo e la futura peregrinazione di Frodo, un’andata ed un ritorno che coinvolse alcuni coraggiosi hobbit, partiti per un viaggio verso due “montagne” ben distinte: Erebor ed il Monte Fato.

La pellicola finale de “Lo Hobbit” si conclude così come cominciò la pellicola iniziale del “Signore degli anelli”. Ad un ritorno seguirà una prossima “andata”!

  • Andata e ritorno, un racconto hobbit di Bilbo Baggins

Sessant’anni dopo, Bilbo sta ultimando il proprio libro. Attraverso le parole scritte, lo hobbit ha reso la figura di Thorin eterna, contenuta tra le pagine bianche del suo testo in divenire. Nel silenzio di casa Baggins, Bilbo medita sul proprio vissuto. Ad eccezione dei suoi ricordi, cosa è rimasto di quell’avventura?

Una piccola cesta di tesori, tutt’altro che traboccante, una corazza leggera come una piuma e dura come le scaglie di un drago, una spada che scintilla di una luce blu quando i pericoli sono in agguato e un piccolo anello magico… segni di un trascorso che echeggia ancora nel presente.

D’un tratto bussa alla porta un curioso viandante, tanto alto e dal grigio vestito. E’ un vecchissimo amico giunto dal passato.

Voto: 7,5

Continua con la quarta parte…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte "Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato" cliccando qui.

Potete leggere la seconda parte "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" cliccando qui.

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"Thorin, Kili e Fili" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Memorie da raccontare

Confidenzialmente, Tolkien disse di aver intuito, per la prima volta, la magia delle parole leggendo le fiabe, poiché esse rendono l’inverosimile veritiero, l’eteroclito usuale, e costituiscono l’elogio più puro alla fantasia umana. Le fiabe più antiche nascevano dalla tradizione popolare, venivano tramandate oralmente, raccontate a viva voce, come fossero memorie fantastiche ma identificative da perpetuare di generazione in generazione. Le favole conosciute e lette dal Professore conservavano, nei loro versi, una magia immutata. Le parole, specie quando vengono fissate su carta, danno forma ad un pensiero, corpo ad un’idea, e costituiscono una via per l’immortalità. Ciò che viene impresso sul foglio non può svanire. Un ricordo, se si mescola all’inchiostro, diventa eterno. Tolkien, un po’ come lo stesso Bilbo, capì questo con l’esperienza e la maturazione. Quando decise di trascrivere le proprie memorie su pergamena immacolata, l’anziano hobbit era ben consapevole che le sue parole avrebbero reso duraturo un passato meritevole d’essere ricordato. Bilbo fece appello alle sue memorie più care per concepire il proprio componimento scritto.

Alcuni rievocano i loro ricordi con gioia, altri, invece, preferiscono evitarli, fuggendo via da essi senza mai riuscirci. Per lo hobbit, i ricordi sono uno squarcio su di un tempo andato ma dal valore mai sopito. Per Thorin, invece, i ricordi erano una ferita grondante di sangue, mai cicatrizzatasi.

Il secondo capitolo della trilogia cinematografica dedicata all’avventura di Bilbo cominciò proprio materializzando un ricordo.

  • Ombre dal passato

Il sole scese ad ovest, e su tutto calarono le tenebre. Una pioggia incessante si abbatté sul villaggio di Brea. Quella sera, il terreno, zuppo e fangoso, venne percorso da una figura tarchiata, poco più alta di uno hobbit. Si trattava di un viandante piccolo di statura ma balioso, che procedeva con aria vigile, tenendo il volto ben celato da un cappuccio.Costui osservava la realtà circostante con diffidenza e sospetto. D’un tratto, un uomo barbuto e robusto fuoriuscì da una porta, addentando voracemente una carota, prima di dileguarsi nel buio. A Brea era possibile incontrare genti diverse, persino bizzarre, provenienti da ogni parte della Terra di Mezzo. Il nostro viaggiatore segreto trovò riparo dall’acqua piovana all’interno del Puledro Impennato. Nella locanda, fra quei tavoli, tutto ebbe inizio.

L’imprecisata figura tolse la veste coprente dal capo e rivelò il proprio volto regale. Thorin si mise a consumare un frugale pasto caldo quando, al suo tavolo, ricevette la visita di un commensale inaspettato. L’intenzione di riconquistare Erebor fu concepita, a quattr’occhi, quella sera stessa. Gandalf raggiunse Thorin a Brea, dopo aver incontrato loschi individui sul suo verde cammino. Mithrandir si palesò al cospetto dell’erede del regno di Erebor, spronandolo a riconquistare la sua terra natia. In quella cupa notte, Gandalf non era sereno. Egli temeva il potere che albergava da troppo tempo in quella montagna. Qualcosa, un giorno, avrebbe potuto destare il drago, convincerlo a fungere da indispensabile alleato. Soltanto un nemico molto potente avrebbe potuto farlo, e Gandalf temeva che, costui, avrebbe fatto presto ritorno.

Lo stregone grigio invogliò, così, Thorin a richiamare i suoi alleati più fidati per formare un manipolo di eroi pronti a sfidare la furia di Smaug. Ma i nani non sarebbero bastati per ottemperare ad una tale impresa, Gandalf sapeva che sarebbe servito uno scassinatore, una creatura dal passo leggero, uno hobbit per trafugare l’Arkengemma.

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug” dà via al proprio scorrere su pellicola con una scena ambientata nel passato. L’incontro tra Gandalf e Thorin è un ricordo, per l’appunto. I ricordi, ne “Lo Hobbit”, sono fondamentali. Dopotutto, l’intera storia è un viaggio a ritroso tra le memorie di Bilbo Baggins.

 Il libro che Bilbo sta scrivendo nasce, di fatto, dalle sue reminiscenze, con l’obiettivo di rendere i suoi ricordi sempiterni. In essi, Bilbo custodisce i suoi affetti più cari, le sue amicizie, la parte più intensa del proprio vissuto. Differentemente da Bilbo, Thorin, al tempo dell’incontro con Gandalf, possiede ricordi dolorosi, taglienti come fendenti implacabili. I ricordi danno valore ad una vita, e possiedono consistenze varie, differenti, effimere, seppur tanto valenti. Essi possono essere cristallini come un diamante rilucente, ma anche foschi, obnubilanti poiché appartenenti ad un periodo oscuro dell’esistenza. Il sentiero che conduce alle memorie più profonde, talvolta, può divenire plumbeo, come se una fitta nebbia calasse lungo il tratturo che conduce al loro rinvenimento. Varcare la grigia bruma e addentrarsi verso le rievocazioni più tetre può essere doloroso e, per tale ragione, si preferisce fuggire da quei ricordi tanto indesiderati. Per Thorin, richiamare alla mente l’addio al suo amato reame equivale a valicare un regno avviluppato dal buio e dalla dolenza.

Purtroppo non si può scampare dal proprio vissuto né fuggire dai propri ricordi. Il passato più tetro può tramutarsi in un predatore feroce, digrignante, ferino come un mannaro selvaggio. Il passato di Thorin non è fulgente, esso somiglia ad una landa desolata, spoglia, taciturna. La scomparsa dell’adorato padre, l’addio alla sontuosa dimora, la perdita della corona, sono tutti eventi che hanno provato lo spirito di Thorin, il quale vive una vita a metà, prigioniero di un fosco passato e di un futuro senza speranza. Egli non può liberarsi di ciò che è stato. Il passato segue il cammino di questo viandante nanico dalle nobili origini, con un passo lesto, smorzato, tallonando l’incolume come un segugio dal manto scuro. Thorin sa che ciò che è successo anni or sono continuerà a perseguitarlo sino a quando non riuscirà a riottenere la propria terra natale. Il regno perduto di Erebor rappresenta l’ecchimosi più lacerante tollerata da questo morigerato sovrano incompiuto. La Montagna Solitaria sottratta da Smaug costituisce un tormento per Thorin; un tormento che, per l’appunto, fa eco dal passato. Per l’erede al trono di Erebor riottenere la Montagna Solitaria rappresenta l’adempimento di una faccenda rimasta in sospeso. Soltanto riconquistando Erebor, Thorin potrà venire a patti con i suoi ricordi acuminati, affilati come dardi appuntiti. Thorin teme le sofferenze di un mesto passato, Gandalf, al contrario, guarda al futuro con estrema preoccupazione.

La pellicola torna al “presente”, seguendo Bilbo e i suoi fidati compagni prossimi a fuggire dai pericoli della foresta. Il passato è pericoloso poiché non sempre resta confinato nell’oblio.

  • Presente e futuro

Ogni scelta che compiamo in vita potrà ripercuotersi sul nostro futuro e su quello dei nostri discendenti, ed i vecchi nemici che credevamo annientati potranno tornare: è ciò che l’opera di Tolkien e la trasposizione di Jackson vogliono suggerirci. Azog, l’orco pallido, fu un temibile e massiccio avversario che Thorin affrontò e sconfisse molti anni addietro. Tuttavia, la crudeltà di Azog non cessò mai di esistere, egli riuscì a sopravvivere, ed il suo odio perdurò. Così, l’orco candido poté ripresentarsi dinanzi al suo acerrimo rivale.

Il tempo, ne “Lo Hobbit”, è un pendolo oscillante tra passato e futuro. Il grigio pellegrino ha intuito che l’oscurità si è risvegliata e, differentemente, da Saruman (in segreto, già votatosi a foschi pensieri) non vuole attendere oltre. Durante l’avventura, Bilbo raccoglie un anello magico, senza poter supporre che quel piccolo gioiello non è un comune gingillo d’oro luccicante, bensì l’Unico Anello, forgiato da Sauron tra le fiamme del Monte Fato. Il ritrovamento di Bilbo, che ha sottratto quel “tessssoro” tanto prezioso dalle grinfie di Gollum, è avvenuto nel “passato”, ma costituirà un evento che si ripercuoterà sul futuro, quando Frodo erediterà tale, pesante, fardello.

Sauron è un’ombra occulta avvolta tra fiamme rosse ed infuocate, è l’incarnazione di un male che echeggia dall’avvenuto, un essere che alberga nei ricordi più spaventosi delle creature della Terra di Mezzo. Egli è un’essenza astratta, potente, ombrosa, invisibile, elusoria, apparentemente scomparsa. Egli si dissolse come fumo di un fuoco spento ma non svanì mai del tutto. Consumato dal dubbio circa l’identità di questo Negromante, Gandalf decide di abbandonare temporaneamente la compagnia per indagare sugli oscuri misteri che giacciono velati nella fortezza di Dol Guldur. Gandalf è ben cosciente che ciò che è stato scacciato, ma non estirpato del tutto, potrà ripresentarsi.

Così, lo stregone si incammina sino al cuore di una montagna, nella cui oscurità riposano le tombe dei nove re degli uomini. I sepolcri sono stati disseppelliti, la pietra è stata rotta, le celle che sigillavano le loro anime col ferro sono state infrante. I Nazgul sono liberi, ed essi rispondono ad un solo padrone. Persuaso che il Negromante sia realmente un’eco di Sauron, Gandalf giunge a Dol Guldur e fronteggia la terribile ira dell’Oscuro Signore, oramai smascherato nel suo inganno. Il grigio pellegrino viene sconfitto agevolmente, e la sagoma avvoltolata dal fuoco di Sauron si materializza. Il discepolo di Morgoth non è divenuto un grande occhio senza palpebre avvolto nelle fiamme ma è ancora un “corpo” che brucia senza divenire mai cenere, impalpabile e vedibile, nero come pece. Sauron è un’orma mai dissoltasi, la traccia di un passato che riecheggia nel presente e, ancora, nel prossimo futuro.

Da Azog a Sauron, le ombre del passato seguitano a fiancheggiare i corpi impreparati dei protagonisti, cogliendoli alla sprovvista.

  • La desolazione di Smaug

Col secondo capitolo della trilogia de “Lo Hobbit”, Jackson proseguì la trasposizione del romanzo del Professore. Tuttavia, se per il primo lungometraggio il regista neozelandese preferì, salvo alcune licenze, mantenersi fedele alla controparte letteraria, in questa seconda pellicola cambiò sostanzialmente alcune partiture della trama. Per marcare il collegamento con la trilogia del Signore degli Anelli, Jackson scelse di inserire Legolas. Orlando Bloom tornò a vestire i panni dell’elfo di Bosco Atro. Jackson e Bloom, probabilmente di comune accordo, optarono per caratterizzare Legolas in maniera differente. Sessant’anni prima degli accadimenti mostrati nella trilogia dell’Anello, Legolas è un elfo diverso, più freddo, impetuoso, a tratti persino spocchioso, meno sensibile e nobile rispetto a quello mostrato nel “Signore degli Anelli”. Jackson vuol fare di questo Legolas un ritratto giovanile e, pertanto, imperioso e meno flemmatico. Legolas è, di fatto, più combattivo e meno saggio, più spericolato e meno accorto, più battagliero e meno altruista. Il Legolas de “Lo Hobbit”, purtroppo, risulta essere un pallido riflesso, un personaggio superfluo, addirittura trascurabile. Difficile da credere, considerando l’importanza e la grandezza che il personaggio rivestirà nella prima trilogia di Peter Jackson.

La più emblematica modifica alla storia è, però, stata apportata dall’introduzione del personaggio di Tauriel. I lineamenti angelici, delicati, morbidi di Evangeline Lilly furono donati a Tauriel, elfo silvano dai capelli rossastri del regno di re Thranduil. Tauriel è legata a Legolas da un vincolo di profonda amicizia, sebbene quest’ultimo provi per lei un affetto ben più simbolico. Tauriel incontrerà Kili, uno dei nani della compagnia, e tra loro nascerà un tenero rapporto. Entrambi, nella concezione di Jackson, sono membri relativamente giovani della loro specie. Tauriel e Kili dialogano per la prima volta nelle prigioni del palazzo di Thranduil. Tauriel confessa al giovane di ammirare la luce proveniente dalle stelle. Kili controbatte, affermando di averla sempre reputata una luce fredda, remota, sin troppo lontana. Ma Tauriel è cosciente del fatto che tale luce rappresenti la memoria, sfavillante ed eternamente valida come una promessa pronunciata. Ecco che il concetto di “memoria” torna a ripresentarsi nella nascita dell’amore tra Tauriel e Kili. La memoria ed il ricordo più luminoso splendono su nel cielo, come luce di una stella che guida l’avvenire.

"Tauriel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il breve dialogo che coinvolge Tauriel e Kili li avvicina. L’elfo femmina nota la sensibilità del giovane, caratteristica non certo identificabile con facilità in un nano. L’infatuazione amorosa che si svilupperà tra l’elfo femmina e il nano sarà immediata.

Jackson tenta così di abbattere le barriere che separano due razze divise, negli scritti di Tolkien, da un’aspra inimicizia e da una persistente antipatia. Il Professore generò il rapporto tra elfi e nani come ricco di dissapori e avversioni insuperabili. Gli elfi e i nani si evitavano ben volentieri senza mai provare ad avvicinarsi e a conoscersi. Legolas e Gimli, durante gli eventi della Guerra dell’Anello, spezzeranno quest’antica ostilità, legandosi vicendevolmente in un rapporto d’amicizia inossidabile. Jackson prova a ripetere quanto creato dal Professore, cambiando però lo scenario ed il modo in cui due esseri appartenenti a due razze così diverse si rapportano tra loro. Egli, pur consapevole dei rischi e delle critiche a cui andrà incontro, non vuole immaginare un’amicizia, bensì un amore. E’ possibile che tra Tauriel e Kili possa esistere un sentimento così puro e coinvolgente?

A questo quesito, Jackson risponde positivamente. Il sentimento che si instaurerà tra i due sfortunati, ed impossibili, innamorati è reale, pertanto possibile. Ciononostante, la tragica fine cui andrà incontro Kili rovescerà ogni destino sperato, come a testimoniare, in verità, un esito negativo.

"Re Thranduil" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Eredità

A Pontelagolungo, località sita a sud di Erebor, vive Bard, un umile chiattaiolo. Anche su Bard pesa l’eredità di un passato tormentato. Suo è l’antenato che non riuscì a fermare il drago quando questi spazzò via le esigue resistenze di Esgaroth e espugnò la Montagna Solitaria. Bard ha ereditato l’ultima freccia dalla punta nera in grado di perforare le scaglie di drago. Quella freccia, che Bard tiene nascosta nella sua casa, gli ricorda un triste fallimento. Bard, similmente ad Aragorn che paventava la debolezza di Isildur miscelata al suo sangue, trema al pensiero che anche su di lui possa “scorrere” il fato avverso e sfortunato patito dal suo predecessore.

Le ombre e le paure avvolgono Bard, rappresentato dall’impeccabile Luke Evans come un eroe del popolo, che si erge sulle malefatte del potere schiacciante ed oppressivo incarnato dal governatore. L’arciere sa cosa accadrà nel caso in cui Thorin dovesse riuscire a varcare la soglia di Erebor, e teme l’imminente rivalsa di Smaug. Dinanzi alla promessa fatta da Thorin di concedere, agli abitanti di Esgaroth, una parte sostanziosa del tesoro che giace nella montagna, la missione della compagnia di Bilbo viene accolta e benedetta dal popolo ingenuo e dal governatore avido. Il “nocchiero” di Pontelagolungo è il solo a non subire il fascino dell’oro, in una fase della storia in cui i più si faranno accecare dal suo luccichio. Bard, che ha perduto la propria sposa, l’amore più grande della sua vita, possiede il proprio tesoro negli occhi e nelle bocche dei suoi figli, beni più preziosi di qualunque monile inestimabile.

Durante l’avanzata della compagnia verso Erebor, Tauriel e Legolas raggiungono la regione che giace ai piedi della Montagna Solitaria.  Ivi, Tauriel trova Kili ferito gravemente da una freccia avvelenata. Usando l’Athelas, le lunghe Foglie di Re capaci di promanare un effluvio rinfrescante di calma e pace, l’elfo femmina salverà Kili. Il nano, in quei frangenti per lui tanto confusi e annebbianti, vedrà una luce radiosa cingere il volto della sua salvatrice. Kili contempla Tauriel conformarsi al bagliore rilucente delle stelle. Tauriel, per Kili, è divenuta memoria, come luce brillante di un corpo celeste, un ricordo d’amore destinato a rinfrancare il suo cuore stanco. Poco dopo, Kili si sveglierà, e confesserà di aver visto la sua Tauriel. Tuttavia, egli dubiterà della sua reale presenza. - Non poteva essere davvero lei, poiché ella è lontana, tanto lontana da me – similmente ad una stella della volta celeste così distante da un’anima mortale da poterla solamente ammirare e… rimembrare. Kili comprende così che la luce ammirata dagli elfi silvani non è affatto fredda, ma colma di un calore lucente come il ricordo del viso di un’innamorata.

Quando Bilbo entrerà nella sala del tesoro si troverà al cospetto del drago sputafuoco, destatosi dal suo sonno e spogliatosi dalle sue coperte d’oro. Smaug ha avvertito la presenza dello hobbit, pur non avendo mai fiutato la sua specie. Sfruttando la sua abile dialettica e facendo valere la sua mastodontica stazza, il drago farà uscire Bilbo allo scoperto. Thorin seguirà il suo minuto amico poco dopo, bramando con insano desiderio l‘Arkengemma. La tentazione patita da suo padre e da suo nonno prima di lui peserà sul destino di Thorin. Anch’egli, come accaduto ai suoi padri, sta lentamente perdendo la ragione.  L’arkengemma, come l’Unico, riesce a corrompere l’animo dei puri. Smaug ne è cosciente, e quasi medita di cedere il gioiello dei re nanici al figlio di Thrain, solamente per guardarlo perdersi in una pozza dorata, ingurgitante di avidità.

"Smaug" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ancora una volta un evento accaduto nel passato torna a riverificarsi. Thorin comincia a cadere come avvenuto ai re che lo hanno preceduto. La storia, alle volte, trova, drammaticamente, il modo di ripetersi.

Continua con la terza parte…

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Bilbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un libro rosso

Anni addietro, una persona a me molto cara volle farmi una confessione. Mi confidò che il ciclo generativo della scrittura ha il proprio picco di fertilità alle prime luci del nuovo giorno. Con la suddetta affermazione, questo “qualcuno” volle suggerirmi di mettermi a scrivere nelle prime ore di ogni giornata. Il mattino è, infatti, il momento più idoneo per partorire concetti ed idee che potranno essere tradotti in parole e frasi. Negli anfratti del pensiero umano, dove la fantasia germoglia come un seme nel terreno, ragione e immaginazione, sovente, riescono a congiungersi in un tutt’uno. Al sorgere del giorno, la mente di uno scrittore, epurata dalle superflue distrazioni del dì antecedente, è rinvigorita dal sonno della notte. I pensieri scaturiscono, così, senza eccessiva ponderazione, superano gli argini come un fiume in piena, zampillano dalla mente alla carta con trascinante intensità. Il mattino è il momento giusto per cominciare a scrivere ciò che, per troppo tempo, è rimasto confinato tra i remoti angoli dei ricordi. A pensarci bene, anche un particolare “romanziere” alle prime armi era solito “scribacchiare” appena alzatosi dal letto, quando i raggi del sole illuminavano le pianure verdi e le limpide acque del fiume Brandivino.

Molto ma molto tempo fa, questo anziano “signore” era intento a scrivere il suo libro, all’alba di un giorno davvero speciale. In quel dì, questi compiva 111 anni, eppure il suo volto non dimostrava affatto un secolo di vita e poco più. Il tempo, per il nostro “uomo” dall’aspetto minuto, pareva essersi fermato. In verità, tale provetto scrittore non era propriamente un “uomo”, bensì un “mezzuomo”, e si chiamava Bilbo Baggins. Bilbo era un hobbit e viveva nella Contea, uno dei luoghi più belli ed incontaminati di tutta la Terra di Mezzo.

Quel mattino, Bilbo se ne stava nella sua casetta a rievocare trascorsi andati e mai obliati. La casa di Bilbo era un buco scavato nelle collinette di Hobbiville. Non era certo un buco brutto, impregnato di puzzo maleodorante, scabro, arido e spoglio, ma un buco hobbit, e quindi comodo, ospitale, gradevole per viverci. Le case degli Hobbit erano graziosissime. Dall’esterno, esse avevano la forma di piccole grotte, con una porta d’ingresso tonda come un oblò al cui centro vi era posto un pomello d’ottone sempre tirato a lucido. All’interno, invece, le stanze e i corridoi somigliavano ad ampie e capienti gallerie, cunicoli accoglienti e confortevoli.

Nel lungometraggio “Lo hobbit – Un viaggio inaspettato”, la storia di questo hobbit centenario comincia proprio all’interno della sua adorata casa. Bilbo siede al tavolo da lavoro, tutto assorto a rimembrare circa un’era lontana ma mai dimenticata. La scrivania di Bilbo è rivolta verso la finestra, come se lo hobbit avesse bisogno di guardare fuori, verso il paesaggio verdeggiante della Contea, per trarre ispirazione nel comporre il proprio testo in divenire.

Quelle ore tanto speciali, Bilbo le passò a trascrivere con acutezza visiva le proprie memorie sotto forma di racconto avventuroso. Teneva tra le mani un plico di fogli bianchi e, sul tavolo, una penna d’oca da intingere nell’inchiostro fresco e scuro contenuto in una boccetta di vetro. I fogli li aveva ordinati per farne pagine di un libro dalla copertina rossa. Il volume, rilegato in pelle, era delicatissimo al tocco. Il colore scarlatto e gli elementi ornamentali che lo decoravano erano capaci di rapire anche il più fugace degli sguardi. Quel libro invogliava chiunque lo osservasse a farsi sfogliare. Frodo, il nipote di Bilbo, dava spesso una sbirciatina prima del dovuto, e Bilbo puntualmente s’infuriava, perché la sua opera era ancora incompleta.  “Non è ancora pronto!” - brontolava. “Pronto per cosa?” – domandava il nipote. “Essere letto!” - concludeva il vecchio hobbit dalla faccia ancora giovane.

  • Se più persone considerassero la casa prima dell’oro…

La storia di Bilbo vede la luce all’interno di casa Baggins. La casa, intesa come luogo in cui vivere, stabilirsi, mettere radici, appartenere, identificarsi, è una delle tematiche preminenti dell’opera letteraria e dell’adattamento cinematografico. Bilbo è innamorato di casa Baggins e lo sarà per sempre. Egli la difenderà con tutte le sue forze dalle arriviste intenzioni dei suoi antipatici cugini, i Sackville-Baggins, che più volte tenteranno d’impadronirsene. La casa, per Bilbo, è un luogo di riparo, un rifugio in cui potersi sentire al sicuro. Senza una casa, immaginata come uno spazio in cui identificarsi, si corre il rischio di non appartenere realmente a niente, di essere pellegrini, nomadi, vagabondi in una terra senza alcuna corrispondenza. La casa non è soltanto un ambiente in cui vivere ma un “regno” in cui potersi sentire realizzati, unici, se stessi. I nani che Bilbo incontrerà in giovinezza non possiedono dimora da svariati decenni, e sentono di non appartenere a nulla. E’ una mancanza assoluta, intollerabile, quella che affligge i nani della dinastia di Durin, scacciati e costretti ad errare fino a che la morte non li reclamerà.

Bilbo ama perdutamente la sua casa e, quando rievoca il passato, tiene anzitutto a descrivere cosa essa simboleggia per lui, ovvero un “buco” confortevole, profumato, repleto di cibo... e dove vivere felici. Il passato si materializza sotto i nostri occhi durante la visione del film: di colpo, un giovane Bilbo compare nel mentre si gode la brezza, oziando, nel suo giardino. Bilbo si presenta come un tipo casalingo, abitudinario, pigro e dormiglione. Adora restare seduto sulla sua poltrona, fumare l’erba pipa, osservare lo sviluppo, giorno per giorno, delle piante che cura nel proprio orticello. Del resto, tutti gli hobbit hanno un debole per quello che cresce.

Quando incontra Gandalf, accorso alla sua porta per invitarlo a partecipare ad un’avventura, Bilbo gli ricorda che le avventure non sono affatto cose che riguardano gli hobbit, poiché fanno far tardi a cena. Bilbo fa della consuetudine uno stile di vita. Come tutti i mezzuomini, adora mangiare, godersi l’intimità della propria abitazione, il buon cibo ed il tepore di un soggiorno riscaldato dal fuoco del camino. Bilbo è tutto fuorché un avventuriero spericolato. Gandalf, coi suoi occhi attenti, scruta qualcosa di celato, un’indole caratteriale segreta che neppure Bilbo conosce di se stesso. Gandalf lo ricorda quando era un bambino, un hobbit minuscolo ma impavido, dal passo leggero, curioso di esplorare il mondo esterno. Questo spirito “picaresco” Bilbo lo ha perduto durante la crescita. Egli si è adattato alle quotidianità, alla routine dei suoi simili, tutte creature inseparabili dal loro ambiente natio. 

Gandalf, però, è cosciente che le attitudini dimostrate in gioventù da Bilbo possano riemergere e, così, sprona il suo nuovo amico a seguirlo e a coadiuvare un manipolo di tredici nani, bisognosi del suo intervento. Quella sera stessa, i nani raggiungono casa Baggins, e, sotto lo sguardo incredulo di Bilbo, “saccheggiano” la sua dispensa. Tra risate, alzate di calici, brindisi, bevute alcoliche e ingurgitamenti voraci, Bilbo conosce quelli che diverranno i suoi amici più cari. D’un tratto, alla porta, bussa il capo della compagnia: Thorin, Scudodiquercia. Thorin è l’erede al trono di Erebor, ed è intenzionato a riconquistare la Montagna Solitaria, espugnata molti anni prima da Smaug, un drago sputafuoco. Nelle viscere della montagna, riposano le immense ricchezze dei nani, tra cui l’Arkengemma, il più prezioso dei gioielli dei figli di Aulë.

  • Un drago, una maledizione

Smaug è un drago cruento e terribile. La sua figura alata non appare nel primo lungometraggio. Sebbene resti fuggevole alla vista, Smaug lascia che sia possibile avvertire la pesantezza del suo alito incandescente, la potenza del suo volo distruttivo, il calore del suo soffio infuocato. Smaug è un drago che non possiede residenza. Esso è un signore dei cieli, e le sue ali gli permettono di volare ovunque voglia, di spadroneggiare sul suolo terrestre dall’alto. Smaug, come ogni altra creatura alata, dovrebbe trovare su, nell’azzurro della volta celeste, il proprio ambiente prediletto. Ciononostante, i draghi, secondo il credo fantastico di Tolkien, bramano l’oro più di ogni altra cosa. Smaug si impadronisce di Erebor per farne la sua dimora, dalla quale non verrà più via. Avrebbe potuto avere il cielo come casa, ma Smaug preferì privare del loro reame i nani, coloro che il cielo fanno fatica a scorgerlo, poiché infatuati delle profondità segrete della terra.

Le distese dorate delle sale dei re di Erebor divennero il giaciglio di questo drago. Smaug si addormenterà in quelle lande siffatte di monete e gioielli, e farà di quei cumuli di gemme le proprie fredde coperte. Quello che nessuno può intuire è che una maledizione grava sulla montagna e su tutto quell’oro. Una dannazione che non ottenebrò il cuore già pietrificato di Smaug, ma che potrà irretire chiunque riesca a valicare i confini del massiccio montuoso.

"Thorin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Thorin, un re senza corona

Thorin, come suggerito dall’ottima interpretazione di Richard Armitage, si mostra sin da subito come un nano austero e dallo sguardo intransigente. Scudodiquercia, nel film di Jackson, palesa sin dal principio un carattere arcigno che, a lungo andare, peggiorerà. La lontananza forzata dal suo regno, il senso di abbandono e di impotenza patiti dinanzi alla venuta del drago, contro cui non ha potuto far nulla, hanno indurito il cuore del figlio di Thrain. Thorin, per troppi inverni, non ha avuto una “casa”, la sua casa, e questo ha adombrato la serenità della sua maturazione. Thorin soffre il fatto d’essere un re senza corona, un sovrano privato del proprio reame. Egli è, conseguentemente, iracondo, sospettoso, e solitario. Thorin testimonia come un evento drammatico possa compromettere lo spirito di un “uomo” di buon cuore. Il Thorin di Armitage è testardo, tende a non fidarsi di nessuno, specialmente degli elfi, e a sottovalutare il valore di Bilbo.

Bilbo, umile hobbit della Contea, possiede in casa Baggins un luogo in cui potersi riconoscere; Thorin, al contrario, è un nobile privato però del suo “castello” e, per tale motivo, incapace di identificarsi nel suo ruolo di re dei nani. Thorin avverte, come un peso che gli dilania il cuore, l’incompiutezza della sua vita. Egli è un re senza un regno, un monarca senza un popolo a cui dare protezione, un "uomo" consapevole di un destino a cui non può ascendere. Lontano da Erebor, Thorin è un esule, un “ramingo” costretto a tollerare un’eterna manchevolezza. Nelle mura di pietra della Montagna Solitaria, nel trono semi-distrutto da un artiglio di Smaug, Thorin ha smarrito il frammento più grande del suo cuore, sussultante di luminosa speranza come l’Arkengemma.

  • Un viaggio inaspettato

Le migliori decisioni, come le più belle idee che ispirano la scrittura, arrivano al mattino presto, dopo una notte di riflessione e di buoni consigli. Bilbo, all’alba, si sveglia di soprassalto e accetta, sorprendentemente, di seguire Gandalf e i nani. Egli abbandona così il focolare domestico, e corre verso le propaggini della Contea. Bilbo lascia la sua casa per aiutare i nani a riottenere la loro.

Peter Jackson, in questa prima pellicola, traspone oculatamente le atmosfere del testo di Tolkien. Il regista neozelandese cattura l’essenza del romanzo e la riversa nell’opera filmica, dimostrando d’essere un traduttore di prim’ordine nel “parafrasare” versi scritti in sequenze visive. Prima di eccedere in grossi cambiamenti e di mettere mano al successivo sviluppo narrativo dei restanti due episodi, Jackson ne “Un viaggio inaspettato” rende merito, con valevole pregevolezza, alla controparte letteraria. Cionondimeno, il cineasta era ben cosciente di non potersi limitare a trasporre. Jackson sapeva che sulla trilogia de “Lo Hobbit” avrebbe gravato l’eredità del “Signore degli Anelli”.

Tolkien scrisse “Lo hobbit” ben prima di creare “The Lord of the Rings”. “Lo Hobbit” si sarebbe rivelato il lavoro iniziatico di una complessa cosmogonia, una mitologia estremamente densa, ricca, sfaccettata.

Jackson si trovò a compiere un percorso diametralmente opposto rispetto a quello del Professore. Tolkien partì da un racconto fiabesco per poi giungere ad un romanzo maestoso, Jackson dovette fare l’esatto contrario. Peter realizzò, dapprima, una trilogia monumentale che, inevitabilmente, avrebbe richiesto ai suoi prequel di mantenere toni simili e, di fatto, epici. Jackson, per omologare le due trilogie e dare continuità alla sua visione, fu “costretto” a tentare di modellare una fiaba ai canoni maestosi della trilogia dell’anello, con tutti i rischi e le difficoltà del caso. Scelta saggia, dunque, quella di introdurre, parallelamente alla storia di Bilbo, gli accadimenti riguardanti l’avvento di Sauron e il suo lento, sinistro, ritorno nella Terra di Mezzo. “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato” centra un ottimo equilibrio tra “favola” e “epicità”, soffrendo però l’uso strabordante della computer grafica che minerà il realismo del film.

La Terra di Mezzo immortalata da Peter è bella e radiosa, serena e incantevole. I secoli oscuri sono passati e Arda è, al tempo dell’avventura di Thorin e dei suoi congiunti, un mondo in pace. Questo viene certificato dalle prime fasi del viaggio dello hobbit che, in sella ad un pony, contempla le meraviglie di un paesaggio splendido. Ma credere che Terra di Mezzo sia un luogo sicuro è un’illusione e, presto, Bilbo lo scoprirà. Gli orchi si spingono sino alle terre presidiate dagli elfi e attaccano i nani, i troll di montagna procedono sino ai boschi, la progenie di Ungoliant appesta le foreste con il suo incedere tarantolato. Qualcosa di oscuro si è messo all’opera e le forze del male lo avvertono. La presenza di un essere tetro, un Negromante, che si materializza tenebrosamente nella roccaforte di Dol Guldur, mette in allarme Gandalf, il quale tenterà di convincere il Bianco Consiglio ad esplorare l’antica fortezza per scacciare qualunque entità si nasconda in essa.

Le intenzioni di Jackson appaiono cristalline: narrare la venuta di Sauron, massimo antagonista del Signore degli Anelli, e creare così un legame inscindibile tra le due trilogie. A minare, tuttavia, l’equiparazione tra “Lo Hobbit” e “Il Signore degli anelli” è l’estetica plasmata da Jackson. L’uso eccessivo della CGI, gli effetti speciali sin troppo invasivi e la computer grafica sfruttata con eccessiva frequenza rendono il film differente, e le ambientazioni poco amalgamate alle medesime della prima trilogia.

Jackson, sapientemente, non sacrifica nulla, cosciente di poter dosare le tempistiche su tre lungometraggi dalla corposa durata. Egli non dimentica, dunque, di porre l’attenzione su alcuni dei momenti più importanti della vita dei protagonisti. La scoperta di Pungolo, la spada che poi Bilbo donerà a Frodo nel suo viaggio verso il Monte Fato, e l’approdo a Gran Burrone, reame di re Elrond, saranno alcuni dei frangenti più interessanti eternati in arte filmica da Jackson.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Bilbo procede nel suo cammino, mirando, in principio, le bellezze e, in seguito, gli orrori spaventosi che si celano nei meandri delle terre selvagge. Nel suo lungo e impervio viaggio, Bilbo si imbatterà anche in Gollum, l’orripilante portatore dell’unico anello, a cui sottrarrà quel tesoro tanto prezioso.

"Gandalf" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gandalf, perché lo Hobbit?

Sebbene Gandalf e Thorin rivestano ruoli di spessore, il Bilbo di Martin Freeman (attore straordinario) rappresenta la sostanza del primo lungometraggio della Trilogia.

Gandalf, pur essendo il più valoroso tra gli Istari, ammette di aver paura di ciò che si cela nelle terre desolate di Mordor. Gandalf sceglie Bilbo per il suo coraggio, consapevole che, più spesso di quel che si creda, in un essere così piccolo è possibile rinvenire la forza più grande di tutte, quella che mantiene, giorno per giorno, il male sotto scacco: la bontà e la misericordia dei gesti comuni e altruistici. Gli hobbit, nel loro agire abitudinario, offrono spesso dolcezza, bontà, amore, caratteristiche che fanno sentire ogni “straniero” senza un tetto sulla testa a casa propria, protetto, accudito e felice. La pietà che Bilbo avrà nei riguardi di Gollum, creatura dall’aspetto smunto e dal colorito mortifero, deciderà il fato di molti e si ripercuoterà sulle vicissitudini del nipote Frodo.  Bilbo è una persona dalla fisicità esigua, dall’animo impaurito, ma muterà molto nel carattere e nel modo di fare. Bilbo, come tutti gli hobbit concepiti dall’inchiostro immaginifico di Tolkien, è una creatura piccola, che però sarà destinata a compiere imprese grandi. Egli sarà un sassolino cadente che, all’impatto, genererà una valanga. Bilbo cambierà le vite di Thorin e di tutti i suoi familiari.

Al termine di una notte tumultuosa, su di una rupe da cui è possibile scorgere Erebor, Thorin implora Bilbo di perdonare i suoi errori: sarà la nascita di una grande amicizia, sorta anch’essa all’alba di un giorno come tanti. 

La Montagna Solitaria attende il ritorno del suo re. Ma laggiù, tra i silenti tunnel di Erebor, un respiro di drago scuote le sopite prosperità del regno. Una palpebra si schiude: Smaug è sveglio!

Continua con la seconda parte…

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Cenerentola e il Principe" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Rilettura personale della fiaba)

C’era una volta una fanciulla bella e aggraziata. Quando venne al mondo, il suo pianto commosse tanto la natura, fertile e generosa, che decise di elargirle tre doni. Il sole la baciò con un fascio di luce, colorandole i capelli di un biondo radioso. Il vento le carezzò l’epidermide, rendendola delicata come seta e candida come un tessuto finissimo. Il canto degli uccelli, volati sino alla sua finestra per volere dell’aria, accompagnò le parole d’amore che la madre rivolse all’orecchio della nascitura, le quali le intenerirono il cuore e la resero indulgente e dolce come miele che cola da un albero.

Dopo qualche settimana, la primavera si accomiatò e, ben presto, lo fece anche l’estate. In un giorno d’autunno, il sole, coperto da una nuvola pregnante di lacrime, scomparve e la mamma della bimba spirò. La piccola, accudita dal padre, crebbe sana, garbata e splendida. Qualche anno dopo, l’amato genitore convolò a seconde nozze con una donna benestante, arcigna ed austera, già madre di due figlie. Quando anche il genitore morì, ella rimase sola, assoggettata alle prepotenze delle due sorellastre, e dimenticò il suo nome, poiché nessuno lo usò più per rivolgerle parola. La matrigna non tardò d’affibbiarle, infatti, un nomignolo, un dispregiativo attraverso il quale l’oscura matrona rimarcava l’abitudine della ragazza a sporcarsi con la cenere del focolare.

Cenerentola viveva alla stregua di una serva, maltrattata e oltraggiata. Ella era un bianco cigno che nuotava su di un lago torbido, in cui era impossibile mirare alcun riflesso, dissolto nel sudicio. Le pareti della sua modesta stanza parevano restringersi ogni giorno di più, come una prigione angusta e senza via d’uscita. In quel tempo, in un palazzo regale, viveva un principe della stessa età di Cenerentola. Benché la sua camera fosse ampia e sfarzosa, il giovane aveva l’inquietante sensazione che essa diventasse sempre più opprimente, esigua, quasi soffocante.

Il principe sapeva che, presto, sarebbe stato costretto a sposare una sconosciuta, la sua futura regina. Ciononostante, egli non aveva ancora appreso cosa fosse l’amore, e non si era invaghito di nessuna principessa. L’autorità del padre, tuttavia, era sempre più insistente, così la famiglia organizzò un ballo in cui lui avrebbe dovuto scegliere la sua sposa. L’amore, lo sposalizio, la vita matrimoniale erano, così, ridotti ad una selezione, una scelta opzionale tra aspiranti candidate, agghindate con abiti “trapuntati” con gioielli.  Non era quello che il principe aveva sempre sognato. Egli non poteva sposarsi per amore ma soltanto per dovere, e si sentiva affranto, prostrato davanti ad una tale imposizione. Se Cenerentola giaceva genuflessa alle malignità perpetrate dai suoi “parenti”, il principe non era da meno, e permaneva inginocchiato agli obblighi della sua investitura.

Nella cenere la donna aveva rinvenuto la propria forma di schiavitù, nella corona l’uomo aveva scorto la propria forma di assoggettamento. Il principe non poteva reagire al cospetto dei propri obblighi, essi erano del tutto vincolanti. Nonostante vivesse nell’agiatezza, egli era costretto a rinunciare alle sue libertà, sentendosi come un recluso, imprigionato in un castello dorato. Anch’egli, dunque, come Cenerentola, non riusciva a raccogliere le forze per eludere i propri oneri. Attendendo un incontro insperato, i due futuri innamorati soffrivano tremendamente, ciascuno per proprio conto.

Cenerentola è troppo buona! Per i più, ella personifica l’essenza stessa della gentilezza, se non anche l’incapacità di reagire a un violento sopruso e, pertanto, la remissività. Cenerentola non si oppone, incassa e attenua sulla sua pelle delicata l’ingiustizia di una vita aspra e dura. Perché lo fa?

Taluni credono per paura, altri, invece, per “stupidità”. Vi è forse stoltezza nel non insorgere contro i prepotenti? Vi è insensatezza in una ribellione non attuata?

Cenerentola pare ingenua, e la sua bontà d’animo va incontro, or dunque, ad una rilettura negativa. Ella sembrerebbe incarnare la debolezza di una donna assuefatta alla sofferenza, il che può apparire veritiero, se non si trattasse di una interpretazione sin troppo basica, nonché semplicistica.

Cenerentola simboleggia, anzitutto, la pazienza, quella che, forse, ha avuto in eredità dalla mamma. Quella che ella sperimenta non è un’attesa sciocca, bensì fiduciosa. Cenerentola resta fedele a se stessa, al proprio carattere fatto di autentica e armoniosa purezza. Ella crede che, restando buoni, è possibile riscattare ogni torto subito. Cenerentola non rimane passiva come può realmente sembrare, ella è, semplicemente, differente dalle sue antagoniste, in tutto e per tutto. Non trasforma se stessa in un essere violento e perfido per attuare la propria vendetta, non diventa come le sue sorellastre. Cenerentola resta buona, consapevole che non appena avrà un’occasione, una sola occasione, la sfrutterà pienamente a suo favore. Cenerentola non evidenzia la staticità di una donna indifesa, ma la resistenza di una creatura femminile forte, che non permetterà mai a nessuna crudeltà patita di renderla ciò che mai vorrà essere. Con pazienza, la sua prerogativa più identificativa, al pari della sua bellezza, ella attenderà il giorno del ballo per riprendersi la vita che merita. Cenerentola non vuol suggerire l’arrendevolezza e la sottomissione, tutt’altro. Ella, per quanto non dia tale parvenza, invoglia a reagire contro ogni angheria, senza mai mutare nel carattere e nel profondo. Cenerentola, infine, trionferà, e trarrà in salvo se stessa conoscendo l’amore.

La sera del ballo, aiutata dalla sua fata madrina, la fanciulla indossa un abito azzurro, scintillante come un cielo rilucente di stelle, e si recherà alla cerimonia di corte. Il principe, in quegli attimi, cammina nel salone con aria sconsolata, sino a quando non vedrà una luce provenire dal remoto. Il biondo dei capelli di Cenerentola, raccolti in un’acconciatura che mette a nudo la limpida interezza del suo volto, cattura lo sguardo del principe, che si innamorerà istantaneamente di lei. Entrambi, danzando, raggiungeranno una dimensione separata dalla realtà, in cui le lancette del tempo cesseranno di girare, rendendo un singolo istante perpetuo.

Ma Cenerentola dovrà fuggire quando la mezzanotte rintoccherà davvero. Compiendo la sua corsa disperata, ella perderà una delle sue scarpette di cristallo. Il principe la raccoglierà e, da quel momento, non si darà pace fino a quando non avrà ritrovato la donna che ama. Cenerentola e il principe si ricongiungeranno e, nell’amore, otterranno la felicità.

Il titolo che ho voluto utilizzare per questo mio pezzo è, volutamente, errato. Spesso, infatti, si crede che soltanto Cenerentola sia riuscita a salvarsi, donando se stessa al principe e abbandonandosi alle sue braccia. Invero, lo stesso principe, in quel passo di danza, in quel primo abbraccio in cui il tempo cessò di scorrere per un solo, meraviglioso, momento scovò la propria salvezza. Il più puro e prorompente dei sentimenti ha salvato due vite, le esistenze di un uomo e di una donna che erravano soli e disperati, in attesa di congiungersi.

Restando vicini, stringendosi, sostenendosi vicendevolmente, tutti gli innamorati che si smarriscono nei rispettivi sguardi, perdendosi in un bacio infinito, ottengono la libertà.

L’amore spazza via la cenere!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"La spada nella roccia" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Da principio, se qualcuno avesse detto ad Anacleto che quel bimbetto, sì, insomma, che quel garzone mingherlino, tutto pelle ed ossa, sarebbe un giorno diventato re, state pur certi che avrebbe riso e la sua non sarebbe stata per nulla una risata contenuta. Anacleto, un gufo dal grigio piumaggio, alquanto proverbiale per il suo rumoroso sghignazzare, era l’inusuale animale da compagnia di un anziano anacoreta. Tale esule dimorava nel cuore di una foresta, in una casa senza acqua e senza elettricità. Sovente, questi si lamentava dell’assenza di molti comfort che potremmo, ad oggi, definire “moderni”. Merlino, in tal modo veniva appellato quest’eremita, era un potentissimo mago dallo sguardo vispo e dalla barba candida. Egli aveva il dono della preveggenza. Ogni qual volta osservava il domani, si rammaricava di tutte le mancanze del proprio presente. Il Medioevo era diventato più oscuro di quanto Merlino avesse mai immaginato. Da tempo, oramai, l’Inghilterra non aveva più un sovrano. I nobili ideali del passato erano periti con la morte dell’ultimo regnante, e tutto era precipitato in un limbo di miseria e apatia. Tutto d’un tratto, dal cielo discende una grossa incudine di pietra massiccia con una spada conficcata al suo interno. L’elsa e una parte della lama emergono dalla roccia e recano una scritta che recita: "chiunque estrarrà questa spada sarà di diritto re d'Inghilterra". Per secoli, uomini provenienti da ogni parte della Gran Bretagna tentarono invano di estrarre la spada.

Perdonatemi, mi sono smarrito in chiacchiere. Fatemi raccapezzare un momento. Cosa stavo scrivendo? Ah sì, Anacleto avrebbe riso come un matto se solo avesse saputo che un bricconcello timido, bene educato, esile come una spiga di grano, sarebbe asceso al trono. - Chi era, di grazia, costui? - vi starete domandando. Or dunque, dovete sapere che una bella mattina lo stregone attendeva alla sua porta l’arrivo di un ospite molto speciale. Non aveva mai intravisto il volto di colui che era prossimo a giungere, eppure Merlino sapeva che si sarebbe trattato di un giovanotto di undici, massimo dodici anni. Come sostenni, se Anacleto avesse guardato Semola con attenzione e avesse osato anticiparne il fato, sarebbe rimasto incredulo poco prima di sbellicarsi dalle risate. D'altronde, Anacleto non poteva trattenersi, quando qualcosa gli provocava ilarità sogghignava e poi scoppiava a ridere a “crepapiume”. Lo faceva sin da quando era un piccolo gufo. Solitamente, fuoriusciva dalla sua tana, una piccola fessura scavata tra i polmoni di un’antica quercia, si coricava sul suo bel tronchetto e, preso dall’euforia, rideva per interi minuti, portava le zampe all’altezza del musetto felice e dibatteva le stesse al suolo, colto dalla gioia. Di primo acchito, infatti, Semola tutto poteva sembrare tranne che un futuro re.

Artù, chiamato da tutti Semola, era un orfano, adottato dal severo Ettore e addestrato come l’umile scudiero di suo fratello, Caio. Semola è tanto riservato ed è, per certi versi, succube delle angherie dei suoi famigliari che sono soliti rimproverarlo ad ogni minimo errore. Ciononostante, sotto i suoi occhi schivi e vogliosi di scoprire, è possibile intravedere l’anima cristallina e valorosa di un impavido. Tuttavia, Semola “vanta” una fisicità striminzita, due braccia secche e altrettante gambette sparute. Egli non possiede affatto la prestanza di un futuro condottiero. Cionondimeno, Semola ha qualcosa che tutti gli altri non hanno: la brama di conoscere.La mente batte sempre i muscoli!” - è ciò che, sovente, borbotta Merlino. Semola ha un’attitudine innata allo studio del mondo esterno. Così, Merlino, coadiuvato dall’arguto Anacleto, deciderà di fungere da suo precettore.

Il soprannome che tutti hanno affibbiato al personaggio principale del film adombra il vero nome di Semola, che diverrà leggendario. Tuttavia, per i popolani e i villici, Semola è soltanto Semola, poco più di un fanciullo con una cascata bionda come capigliatura. Ma quella sua chioma dorata non è che il preludio alla corona d’oro che, un giorno, svetterà alta sul suo capo, rilucente di gemme sfolgoranti e rubini tanto preziosi. Artù è destinato, in un dì lontano, a diventare un monarca venerabile, dall’inestimabile virtù. Dal grano macinato si genera la farina e da essa il pane profumato, buono come un bene pregiato ma alla portata di tutti. Semola era uno dei tanti, una spiga gialla in un campo di grano. Egli è paragonabile ad un granello di farina, un prodotto della terra che dovrà essere lavorato per diventare “pane”. Educato ed istruito dai suoi maestri, Semola, da granello di farina, diverrà speciale, similmente a del pane nato dal frumento luminoso per il bene di tutti.

Ma Semola non sa di essere speciale né può immaginarlo. Egli non ha fiducia in se stesso poiché nessuno ha mai lasciato intendere di averne in lui. Soltanto Merlino crede nelle sue capacità nascoste, e si adopererà per tramandargli tutto ciò che ha appreso nel corso della sua esistenza. Semola è unico, soprattutto perché è generoso, paziente, riflessivo, ascolta e ragiona prima di agire, caratteristiche assai rare in quell’epoca Medievale dipinta e tratteggiata con nitidezza nel lungometraggio, dove tutti pensano solo a duellare e a discutere animosamente. Semola ha la semplicità delle creature genuine, l’accortezza dei puri di cuore, la gentilezza di chi vive in armonia con la natura. E’ un alunno perfetto, pronto più che mai ad imparare.

La spada nella roccia” è un’opera di formazione, di crescita, di educazione. Merlino è un mentore assennato e la sua casa, piena zeppa di modellini in legno raffiguranti locomotive a vapore, veicoli volanti e altre dozzine di invenzioni provenienti dal futuro, somiglia al laboratorio di Leonardo da Vinci, ed è una finestra spalancata sull’avvenire. Il mago vuol sviluppare la mente del piccolo Semola ancor prima dei suoi muscoli, e anela ad insegnargli la matematica, la storia, la biologia, le scienze naturali, la geografia. Un re, per Merlino, è tale quando avrà accresciuto il proprio acume e la propria intelligenza, peculiarità imprescindibili per una maestà che dovrà dissolvere le tenebre di un medioevo buio e senza speranza. Nei giorni seguenti, Merlino educa Semola, conducendo le sue lezioni all’aria aperta, tra le verdi foglie e le fronde degli alberi in modo che il piccino apprenda restando immerso nel creato. Anche Anacleto scenderà dalla sua casetta, ricavata da un ciocco di legno, e insegnerà al “principe” le basi dello studio: leggere e scrivere.  Semola fa sì che i suoi maestri, il mago ed il gufo, l’uomo e l’animale, facciano di lui il loro pupillo, un discepolo prediletto.

Il mago, per far ben recepire i suoi insegnamenti, trasforma Semola in un animale differente: un pesce, uno scoiattolo e un uccellino. Mediante le sue metamorfosi, Semola esplora una parte diversa del mondo: l’acqua, la terra, l’aria. Come se vivesse una favola sulla propria pelle, Artù si rapporta con le creature più piccole e delicate della natura, assumendo le loro caratteristiche fisiche, emotive e comportamentali. Come la Sirenetta anderseniana che, dal mare, si protrasse sino alle coste e, alla morte, raggiunse l’immortalità come uno spirito dell’aria, Semola, nella pellicola disneyana, da essere terrestre, “ascende” al mare e all’aria per purificare la propria essenza. Un re, se dovrà essere magnanimo e misericordioso, dovrà conoscere e avere cura di ogni essere vivente, sia esso appartenente al reame acquatico, a quello dell’aria o a quello terrestre. Semola si confronta con gli animali più minuti, indifesi, così da sviluppare l’intenerimento, la pietà di un uomo munifico. In particolare, quando sarà uno scoiattolo, Semola scoprirà per la prima volta cos’è il sentimento puro dell’amore, la forza che muove ogni cosa, più potente della gravità stessa. Una scoiattolina si invaghirà di Semola, mutato in scoiattolo, salvo poi accorgersi che egli non è un membro della sua specie. A quel punto, essa cederà al rammarico di ciò che sarebbe potuto essere, al singhiozzio, ad un mesto lacrimare. La delusione e il dolore di un cuore infranto sono i patimenti più strazianti da sopportare. Proprio Artù, in età adulta, soffrirà anch’egli per amore, quando la propria consorte, Ginevra, lo tradirà con Lancillotto; ma questa è un’altra storia, che appartiene ad un tempo ancora inesplorato per l’innocente protagonista.

Merlino ammira e al contempo teme il futuro, e pone le sue speranze sull’avvenire glorioso di Artù. A tentare di ostacolare la maturazione del giovane arriverà Maga Magò, acerrima nemica di Merlino. Magò veste i panni, rivisitati ed imbruttiti, della fata Morgana, avversaria del potente stregone nelle leggende del ciclo Bretone. A poco serviranno le vili azioni della maga cattiva, i giorni del re sono prossimi ad arrivare.

Merlino, osservando Semola, trovò in lui l’erede al trono. Un qualcosa di simile accadde anche a Gandalf, lo stregone grigio e bianco de “Il signore degli anelli”, quando questi scorse per la prima volta Aragorn, colui che riuscirà a restaurare la stirpe spezzata dei grandi Re degli uomini. Aragorn poté, così, ricostituire la discendenza di Isildur, Artù quella di Uther Pendragon.

In un giorno quieto e radioso, Semola estrarrà la spada dalla roccia senza sforzo alcuno. E’ lui il re che tutti attendevano. Sarà l’alba di un ciclo splendente e prosperoso. Seduto sul suo trono, Artù sente d’essere impreparato ad adempiere le sue responsabilità regali. L’incertezza, il dubbio, il timore di non essere all’altezza sanciscono l’umiltà di un sovrano che si metterà sempre in discussione per il bene dei suoi sudditi. Semola è divenuto pane, un bene posto al servizio di ogni bisognoso. Anacleto ammirerà Semola con stupore, restando al suo fianco, seguito dallo stesso Merlino, tornato appena in tempo da una vacanza ad Honolulu. Il XX secolo sta bene lì dov’è, per lo stregone sarà più opportuno godersi uno splendido presente.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mowgli e Bagheera ne
«Il libro della giungla»" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sui film tratti da “Il libro della giungla”)

La vita viene spesso paragonata ad un libro intonso. Coloro che confidano in questo raffronto trovano nella crescita un calamaio e nell’esperienza una penna di volatile da intingere in esso per scrivere i capitoli di un’esistenza. Certuni equiparano la vita ad “una ruota”, e credono che ad ogni giro ci sia una storia da raccontare. Dunque, l’arco vitale può essere assimilato ad una girandola di emozioni, un vortice di sogni e di avventure. Ciò vale specialmente per i protagonisti dei racconti, coloro che vivono una vita immaginaria. Il viaggio di un eroe, che dimora tra il vero ed il fantastico, è denso di pericoli, ed è in genere costellato da salite ripide e da discese brusche e vertiginose. Il “giro di ruota” di un personaggio fittizio è solito cominciare lentamente, come una giostra di cavalli che danno il via ad un “galoppare” ritmato. Tale “giravolta”, metafora di una vita da narrare, con lo scorrere degli accadimenti, diventa più rapida, incalzante, sino a compiersi in un intenso atto finale.

La storia de “Il libro della giungla” nacque all’interno d’un tomo fatto di pagine bianche. Le vicissitudini di Mowgli vennero concepite con l’inchiostro, ciononostante il suo fantastico vissuto fu travolgente, turbinoso come un girotondo senza esito.  La storia di Mowgli, popolata da fauci, artigli e da zanne, contiene elementi fascinosi, educativi, atavici, impervi come la giungla selvaggia, e parla di crescita, orgoglio, potere, tesori e amore.

Ciascuna delle versioni cinematografiche che hanno trasposto le “novelle” di Rudyard Kipling pone Mowgli in scenari sempre differenti, così che egli possa conoscere l’amore, i dettami di un’antica legge, l’amicizia, l’emarginazione e ascenda al suo destino.

  • Un fiore rosso: principio

Il cineasta Stephen Sommers, che nel 1994 diresse per la Walt Disney un libero adattamento dell’opera letteraria di Kipling, partì proprio dall’amore per richiamare, attraverso il linguaggio visivo del cinema, il passato del protagonista. Mowgli condivideva con Katherine, la sua graziosa amichetta, un tragico trascorso: ambedue le loro madri erano morte dandoli alla luce. Mowgli, dunque, nacque da un atto di amore estremo che raggiunse il sublime.

Mowgli ha appena cinque anni quando segue il padre, Nathoo, nella giungla. Nathoo era stato scelto dal colonnello Brydon come guida indiana del suo reggimento. Il piccolo giace in “sella” ad un elefantino e procede in testa alla guarnigione. Di lì a breve, con la curiosità di chi vuol capire, Mowgli scruta il genitore mentre questi coglie un fiore rosso e l’offre in dono ad una viandante, poco prima di darle un bacio. Sarà questa l’ultima immagine, conservata nei ricordi d’infanzia, del piccino.

D’un tratto, un cupo ruggito scuote la calma apparente della giungla. Shere Khan, la regina delle tigri, è inquieta perché i bracconieri stanno invadendo il suo territorio. Le bestie che trasportano il fabbisogno dell’unità militare, udito il terribile verso del predatore, si agitano, destabilizzando bruscamente l’avanzata. Sarà proprio il piccolo Mowgli, con autoritaria fermezza, a placare l’indole irrequieta delle creature. Sin dal principio, viene sottolineata la spiccata capacità del protagonista nel comunicare con il regno animale.

Quella stessa notte, Mowgli si perderà nella giungla nera e crescerà lontano dalla civiltà, accudito dalle fiere libere della “foresta”.

Mowgli dona un fiore a Kitty

Nel classico della letteratura di Kipling, gli animali sono soliti definire “fiore rosso” il fuoco. Le fiamme di una torcia, che vengono brandite dall’uomo come “arma”, sono sinonimo di terrore per tutta la fauna. Le vampe consumano il verde, devastano i sentieri della giungla, intrappolano in una morsa ardente i cuccioli indifesi, e sono considerate un male da cui fuggire. Il fuoco “sboccia” come un germoglio luminoso, ondeggiante, rovente, si propaga come una lingua forcuta e colpisce come una frusta incandescente. Per Sommers “il fiore rosso” non corrisponde all’elemento primario, ma coincide con un bocciolo vermiglio, donato a una donna come segno di corteggiamento. Imitando il comportamento del papà, Mowgli raccoglie un fiore e lo porge alla piccola Kitty. Ella ricambia il gesto, ed elargisce al suo amichetto il bracciale d’argento ereditato dalla sua mamma, dal quale Mowgli non si separerà mai. Il protagonista, crescendo, emulerà il gesto del padre in maniera meccanica, e attraverso quel fiore rosso continuerà inconsciamente a mantenere un legame con il suo passato ed il suo essere uomo.

Durante la sera, Nathoo dialoga con il figlioletto all’interno di una tenda. Egli mostra al bimbo un vaso in cui sono stati ritratti alcuni animali, simboli per eccellenza delle virtù della giungla. Nathoo indica a Mowgli il primo “dipinto”, raffigurante un orso bruno. Il bambino afferma che quello è Baloo. Subito dopo, Nathoo attira l’attenzione del piccoletto verso l’illustrazione di una pantera nera, chiamata da Mowgli “Bagheera”. Poco dopo, il buon padre mostra al bambino la sagoma di Shere Khan. Mowgli, questa volta, confessa che quella tigre altri non è che lui stesso. Ebbene, Shere Khan per Sommers non è la tigre zoppa, perfida, subdola e spietata nata dalla penna di Kipling, bensì una custode della natura che arriverà a condividere alcune importanti somiglianze con lo stesso Mowgli.

Le illustrazioni degli animali nascondono un profondo valore allegorico. Attraverso le raffigurazioni “tinteggiate” su quel vaso, il lungometraggio evidenzia le creature più importanti che accompagneranno Mowgli nella sua evoluzione. L’orso, la pantera, il serpente e la tigre vengono caricati di una forza espressiva astratta ed evocativa. Tutti loro vengono battezzati, come se nel nome fosse celata l’identità. Mowgli, chiamandoli uno alla volta, non si riferisce a semplici rappresentazioni di una specie. Con quei nomi, egli parla di animali unici, poiché incarnanti virtù rare e preziose.  

Le suddette “immagini”, inoltre, non sono mere “incisioni”, ma premonizioni che anticipano gli eventi e gli incontri che il protagonista avrà con le fiere. L’immagine che agisce come “preavviso” ad un accadimento si ripete, altresì, nella sequenza in cui Shere Khan sorprende gli uomini nell’accampamento.

  • La legge della giungla

Shere Khan è un’ombra inafferrabile che si manifesta di rado e trova riparo nella selva inospitale. La tigre del Bengala si presenta per la prima volta su di un massiccio roccioso. Da quell’altura, essa vigila sul suo regno, e osserva gli uomini che procedono a tentoni verso la sua dimora. Negli ultimi mesi, la caccia è aumentata con scellerata cadenza e i cacciatori hanno predato molti più animali di quanto era loro consentito. La legge della giungla, che prevede l’uccisione di una creatura solamente per difesa o per bisogno, è stata infranta. Shere Khan ne è consapevole, e medita la propria rivalsa.

Al calar della notte, l’accampamento viene assalito dal maestoso felino. La tigre attacca nel buio, uccidendo l’ufficiale che presiede l’attendamento. Eppure, l’animale sceglie di non cibarsi dei resti. Shere Khan, in quei frangenti concitati, non attacca per nutrirsi, muove verso gli uomini per esigere vendetta. All’alba della storia e al crepuscolo di una giornata che segnerà il fato del protagonista, la legge della giungla viene violata dalla sua stessa custode. In quegli attimi, Shere Khan incarna l’essenza giustiziera di Madre Natura e aggredisce per uccidere.

Uno dei militari di Brydon se ne stava seduto nei pressi della folta vegetazione. Per trascorrere il tempo, l’ufficiale si era concesso un solitario con le carte. L’ultima carta estratta dal mazzo recava la rappresentazione di una tigre. I versi di Shere Khan sembrano echeggiare dal disegno stesso. Poco prima che l’uomo si volti, essa balza alle sue spalle, azzannandolo al collo. Lo schizzo decorativo impresso in quella carta da gioco aveva svelato le fatalità di un futuro imminente.

Spronato dal trambusto, Nathoo corre per difendere il cacciatore Buldeo dalla furia di Shere Khan. Il padre di Mowgli cadrà sotto le unghie affilate della tigre. Nell’infrangere la legge della giungla e arrecare dolore all’uomo, Shere Khan ha condannato a morte anche chi non meritava di perire: è il risultato di una sola notte di anarchia brutale.

Baloo e Mowgli nel film animato della Walt Disney
  • L’incontro con Bagheera e Baloo

Nel classico disneyano del 1967, quando viene rinvenuto da Bagheera, Mowgli dorme raccolto in una cesta. La pantera, intenerita dal cucciolo d’uomo, lo porta al cospetto di un branco di lupi in modo che possano crescerlo come un membro della loro famiglia. Di giorno in giorno, il felino sorveglia il bimbetto, vegliando sulla sua incolumità. Mowgli verrà così’ allevato dai lupi, e incontrerà, da ragazzino, Baloo, un orso labiato dal manto grigio, simpaticissimo e goloso di miele.

Baloo, caratterialmente, si differenzia molto da Bagheera. Se quest’ultima emana un’aura di austerità e compostezza, il mammifero propaga un alone di spensieratezza e allegria. La solennità di Bagheera rimanda alla serietà della crescita, nonché all’asprezza della maturazione. Baloo rappresenta, invece, la letizia del gioco, la leggiadria dell’infanzia e la levità di uno spirito libero che ha bisogno soltanto di poche briciole, dello stretto indispensabile per godersi pienamente la vita. Entrambi, a loro modo, assurgono al ruolo di mentori per il piccolo Mowgli, riflettendo due personalità ambivalenti per la sua educazione.

Bagheera osserva il cucciolo d'uomo nell'opera filmica del 1994

Nel lungometraggio di Stephen Sommers, Mowgli incontra la pantera alle prime luci del mattino. Essa indaga l’animo del piccino con i suoi occhi saggi. Mowgli non esita dinanzi al tenebroso leopardo, e questi gli mostra la sua coda così che il bambino possa afferrarla e seguirlo. La pelle del felide appare nera come un cielo senza stelle, eppur soffice come il velluto. Bagheera conduce Mowgli nei pressi di un lago naturale, sorto ai piedi di una splendida cascata d’acqua cristallina. Sulle rive, un branco di lupi indiani accoglie il piccolo. L’indomani, Mowgli incontra Baloo, ancora piccino, rimasto incastrato nel foro di un vecchio tronco d’albero nel tentativo di ingurgitare del miele. Sarà proprio Mowgli ad aiutarlo a liberarsi da quella stretta soffocante. Mowgli e l’orsetto sono “cuccioli” ed entrambi soli. Da allora, i due diverranno inseparabili. Molto teneramente, Sommers mostra come l’amicizia tra due esseri completamente diversi possa nascere da un gesto di bontà. Bagheera, secondo il volere di Sommers, continua a rivestire per Mowgli il ruolo di maestro e difensore, Baloo, invece, quello di fratello adottivo.

Per distaccarsi ulteriormente dagli scritti di Kipling e plasmare una pellicola personale, Sommers scelse di non fare parlare gli animali. E’ infatti un linguaggio molto più profondo e inaccessibile quello che vige tra alcuni personaggi dall’opera filmica. Pur permanendo nel silenzio, i dialoghi tra Mowgli e i suoi amici animali sono sviluppati mediante un’apparente incomunicabilità:l’inesistenza del linguaggio verbale. Tuttavia, nelle espressioni, nei gesti, negli impenetrabili sguardi si forma una comunicazione empatica, silente, intima. Una scelta che trascende e, per certi versi, snatura l’opera di Kipling, ma che risulta realistica e ugualmente filosofica. Le belve della giungla sono un riflesso dell’anima di Mowgli. Esse simboleggiano le qualità segrete ed eroiche del protagonista. Mowgli avrà infatti la velocità della pantera, la forza dell’orso, lo spirito del lupo.

Mowgli e Bhoot nella pellicola del 2018
  • Maturazione: il Mowgli bambino e la diversità

In “Mowgli”, pellicola del 2018 diretta da Andy Serkis, il protagonista, ancora bambino, viene trattato con diffidenza da alcuni suoi “fratelli” lupi. Se confrontato ai film precedenti, l’adattamento cinematografico di Serkis risulta essere molto più crudo e violento, poiché maggiormente basato sulla controparte cartacea. Non trovando amici nei suoi “simili” del branco, Mowgli stringe un tenero rapporto con Bhoot, un lupetto albino, anch’esso maltrattato per la sua diversità. Serkis analizza così l’animo tormentato di Mowgli, un personaggio senza identità, in perenne lotta tra la sua natura di uomo e il desiderio d’essere un lupo. Spesso scacciato dal branco, Mowgli ha nella bontà di Bagheera e nei ferrei insegnamenti di Baloo l’unica distrazione da un’esistenza di lotta e sopravvivenza. Bagheera viene qui rappresentato come un fratello maggiore, Baloo, invece, come un orso severo, anziano e ferito, tanto da avere la mascella storta (forse un riferimento voluto al King Kong di Peter Jackson, interpretato dallo stesso Serkis, il quale aveva la mascella piegata verso un lato).

Se Mowgli è tacciato di “diversità” poiché figlio illegittimo di due mondi, Bhoot, al contrario, viene disprezzato per il bianco del proprio manto. Tale lupo è tratteggiato come un personaggio fortemente positivo, buono, generoso, allegro e speranzoso. Morirà solo, cacciato da un bracconiere che bramava il suo “candido pellame”. Se per gli animali, Bhoot era inaccettabile, “sbagliato”, per gli uomini era tanto bello da meritare di morire. L’aspetto viene trattato da Serkis come se fosse una dannazione, una patina esteriore che attira a sé odio e crudeltà. La morte, scioccante, del piccolo lupacchiotto, offeso in un raptus di rabbia dallo stesso Mowgli, invoglia il protagonista a riprendere il suo ruolo di padrone della giungla. La crescita in Mowgli è repentina e interiore sebbene, al di fuori, egli appaia pur sempre come un ragazzino.

Anche nel cartone animato della Walt Disney viene trattata l’emarginazione, pur senza mai toccare le vette di sadismo inscenate da Serkis. I corvi che Mowgli incontra sul suo cammino si rapportano a lui poiché anch’essi si sentono esclusi.

"Mowgli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Maturazione: il Mowgli adulto e il ritorno alla civiltà

Sommers in “Mowgli – Il libro della giungla” decise di rendere la maturazione del protagonista plateale. Il cineasta statunitense, nel voler raccontare la storia di un Mowgli adulto, trasse ispirazione dalla figura di Tarzan, il quale, dal punto di vista letterario, fu a sua volta ispirato da Mowgli stesso.

Un giorno, Mowgli riceve la visita di una scimmia appartenente al reame dei Bandar-log, che gli sottrae il bracciale donatogli da Kitty. Mowgli insegue l’animale sino alle profondità della giungla nera, scoprendo Anuman, una mitica città repleta di tesori giunti da ogni parte dell'Asia. Qui, Mowgli s’imbatte in un imponente Orango Tango, sovrano dei Bandar-Log. Il primate troneggia sulle ricchezze e indossa sul capo la corona d’oro di Luigi XIV.  Sotto la “giurisdizione” di re Luigi vive Kaa, un pitone indiano. Kaa striscia come un anaconda di enormi dimensioni, celato sotto cumuli di tesori similmente ad un male tentatore quanto ripugnante. Il tremendo serpente sembra incarnare la condanna dell’avidità: chiunque peccherà di cupidigia e cercherà di profanare l’oro di Anuman morirà per “mano” sua. Una leggendaria città perduta colma di tesori è una fantasia molto cara a Sommers. Lo stesso ne “La mummia” trarrà ispirazione dalla sua Anuman per creare, cinque anni dopo, Hamunaptra, un antico sito di sepoltura in cui riposano le ricchezze dell’Egitto.

Sebbene Kipling avesse concepito le scimmie come una popolazione sovversiva ed ingovernabile, la Disney, nel 1967, creò il monarca Luigi. La figura di questo re torna a ripresentarsi nel remake live action del 2016. Il sire, in tale rivisitazione, possiede le fattezze di un mastodontico gigantopiteco, e brama di regnare su tutti i popoli liberi della giungla con il fiore rosso.

Baloo, Mowgli e Kitty in una scena del lungometraggio di Stephen Sommers

Mowgli recupererà il bracciale e, poco tempo dopo, rincontrerà Kitty. Riconoscendolo come l’amico che aveva perduto quando era bambina, Kitty accoglie Mowgli a palazzo, e lo istruisce. Le sequenze in cui il figlio della giungla impara a parlare, a leggere, a scrivere e osserva i fotogrammi riprodotti da un proiettore con il quale scoprirà il mondo e parte di ciò che si cela laggiù, lontano, al di fuori di lui, verranno reinterpretate dalla stessa Disney nelle scene del classico “Tarzan”, accompagnate dal brano “Al di fuori di me”.

La stessa Kitty svolge un ruolo molto simile a quello di Jane. Kitty è l’amore della vita di Mowgli, la traccia di un passato che egli rammentava appena e che continua a legarlo al mondo degli uomini. Restando nella città indiana, Mowgli impara molte cose di cui ignorava l’esistenza. La guerra, la violenza, le armi distruttive, la caccia senza limiti, le predazioni e le imbalsamazioni degli animali sconvolgono la coscienza dell’eroe che medita sulla cattiveria dell’agire umano. L’opera di Sommers, nella sua propensione a trattare la storia di Mowgli da un punto di vista antropocentrico, fa degli animali i garanti delle virtù, e degli uomini i veri nemici, coloro che commettono crudeltà e nefandezze, poiché i soli ad essere mossi dall’avidità. 

  • Shere Khan, da antagonista a giudice

Una volta fermati i folli propositi del vile Boone, Mowgli fronteggia Shere Khan come un suo pari e non come un usurpatore. Leggendo l’anima dell’uomo, la tigre sceglierà di non infliggergli alcun male. Ecco che Shere Khan muta, da antagonista diviene un guardiano, un giudice inclemente ma anche comprensivo per chi ha rispettato la legge della natura. Mowgli, diventato custode della giungla, sarà l’anello di congiunzione tra due regni finalmente accomunati.

Ne “Il libro della giungla” del 1967, Mowgli sconfigge Shere Khan con il fuoco. Essa, in tale versione, come desiderato da Kipling, rimane sino alla fine la massima avversaria del protagonista.

  • Un fiore rosso: fine

Sulle sponde di un lago, Kitty ritrova Mowgli: sarà adesso lei a porgergli un fiore rosso. I due si scambieranno un appassionante bacio. Con l’amore era iniziata la vita di Mowgli e con l’amore si è compiuta: la ruota ha finito il suo giro!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il cineasta e sceneggiatore Jason Reitman, figlio di Ivan Reitman, regista del cult “Ghostbusters” e del suo seguito “Ghostbusters 2”, dirigerà il terzo capitolo della saga originale. Una notizia improvvisa quanto inattesa, che ha immediatamente acceso le speranze e scaldato gli animi di tutti gli appassionati sparsi per il mondo. 

Jason ha così detto: “Ho sempre pensato a me stesso come al primo fan di Ghostbusters, quando avevo sei anni e visitavo il set. Volevo fare un film per tutti gli altri fan. Questo sarà un nuovo capitolo nel franchise originale. Nessun reboot. Quello che è accaduto negli anni ’80 rimarrà negli anni ’80, il mio film sarà ambientato ai giorni nostri."

Poco dopo l’annuncio, la Sony ha rilasciato un primo teaser per fomentare l’attesa. La pellicola è prevista per l’estate del 2020.

Il teaser è ambientato in uno scenario notturno, e mostra un garage in cui è possibile scorgere la splendida Ecto 1, pronta a tornare in servizio.

Gli Acchiappafantasmi originali, Bill Murray, Dan Aykroyd ed Ernie Hudson, dovrebbero tornare in questo attesissimo seguito. Harold Ramis, l’indimenticabile Egon, è purtroppo scomparso nel 2014, ma siamo certi che sarà comunque “presente” nel terzo episodio della serie, magari mediante un accurato "omaggio".

Di seguito il teaser di presentazione di “Ghostbusters 3":

Vi invitiamo a leggere il nostro articolo “E chi chiamerai? – Ghostbusters, una storia da raccontare ancora…cliccando qui.

Redazione: CineHunters

"Aquaman e Mera" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un saggio, una volta, disse che in mare non vi è taverna. Se scoppia un temporale e gli oceani ribollono di collera, i marinai non possono recarsi in luogo vicino in cui trovare riparo. Il mare aperto può spesso tramutarsi in un deserto sconfinato, senza sabbia ma denso d’acqua. Gli antichi credevano che l’arrivo di un fortunale fosse la manifestazione dell’ira e dello sdegno esacerbati sino allo stremo in Poseidone. A tale divinità, i greci attribuivano le calamità naturali dei terremoti e dei maremoti. Sin dai tempi più arcaici, il mare custodisce, nella sua illimitata consistenza liquida, la gloria della natura, e quando esso è tumultuoso genera terrore ed impotenza nel cuore timorato di ogni navigante. Le acque adombrano tuttora un regno misterioso, che andrebbe esplorato con un sano desiderio di conoscenza.

E’ proprio una notte burrascosa quella in cui la storia di un “ramingo”, originario del mare, comincia. Mentre le onde si infrangevano sugli scogli con inquieta reiterazione e il cupo mormorio della risacca si disperdeva lungo le rive, il cielo fece sì che le nuvole piangessero lacrime di accoramento. L’oceano era irrequieto per la sorte che stava patendo la regina di Altantide, costretta a convolare a nozze con un marito che non avrebbe potuto amare. Per sottrarsi a un destino infelice, ella fuggì ma rimase presto vittima di un ferimento. Il corpo debilitato, inerme di Atlanna, trasportato dai fluttui, venne rinvenuto dal guardiano di un faro, un mortale che si adoperò a trarla in salvo.

Nel frastuono provocato dai marosi e dalla pioggia battente, si ode, forte e chiara, la voce di Aquaman, sebbene essa sia velata da una nota di rammarico che infonde, alle sue parole, una flebile mestizia. Il protagonista evoca il primo incontro tra Thomas, suo padre, e Atlanna, sua madre. La gioia intrisa in questa memoria si mescola, per lui, al rincrescimento di non aver mai conosciuto sua madre, obbligata a lasciarlo quando egli non era che un bambino. Aquaman inizia a narrare il passato citando Jules Verne, che ha scritto: “Mettete due navi in mare aperto senza vento né marea e si incontreranno". Come già precisato, è alquanto risaputo che in mare non vi siano “taverne”, ma in pochi comprendono quanto le correnti siano in grado, se lo vogliono, di far incontrare due persone, se esse somigliano a due navi che veleggiano dal remoto e sono destinate a scorgersi.Atlanna, che mai tra i fluttui avrebbe avuto scampo dal dolore, poté trovare protezione sulla terraferma, mediante l’imperscrutabile volere del mare.Thomas (Temuera Morrison) e Atlanna (Nicole Kidman) erano di due mondi diversi ma la vita, come le acque, trova il modo di unire le persone. I due si innamoreranno e, nella libertà vissuta in quei pochi ma intensi anni, conosceranno la vera felicità. Dal loro amore nascerà un figlio, a cui daranno un nome da re: Arthur. Quando Atlanna dovrà far ritorno al suo settore, il piccolo Arthur resterà col padre, che lo alleverà rammentandogli la straordinaria unicità delle sue origini, e mantenendo in lui vivo il ricordo della madre perduta.

Non a caso Arthur cita Verne, lo scrittore francese padre della moderna letteratura di fantascienza. Dietro la scorza aspra e disadorna di virilità, il primogenito della regina di Atlantide nasconde la sapienza di un dotto. Tom fece studiare ad Arthur la storia e, presumibilmente, la grande letteratura. D’altronde, come può un uomo che riesce ad avventurarsi nelle buie profondità degli abissi non conoscere e menzionare l’autore di “Ventimila leghe sotto i mari”? Arthur ha appreso la storia, e, in una sequenza del lungometraggio, dimostra di riconoscere le personalità raffigurate da alcune statue antiche che si stagliano sulla cima di un colle che sorge presso un’isola decisamente nota.

Sin dalla sua nascita, Arthur è reputato la testimonianza vivente di un miracolo. Egli è la prova di come le creature del mare e della superficie possano coesistere con reciproco beneficio. Arthur, divenuto un uomo adulto, avverte sulle sue possenti spalle il fardello d’essere ritenuto il ponte tra la terra e il mare. Oltre ciò, egli risente di venire considerato da certuni “speciale”, in quanto erede al trono di Atlantide, da altri, contrariamente, poco più che un mezzosangue. Arthur è fin da subito tratteggiato come un personaggio dilaniato da due mondi, non soltanto per quanto concerne la sua discendenza, ma soprattutto per la percezione che gli altri hanno di lui. In tanti sono soliti tacciare il protagonista con titoli e requisiti che lui non sente affatto di possedere, siano essi pregi o difetti. Aquaman, appellativo con cui nel mondo è noto, rappresenta per molti un valoroso membro della Justice League, per altri un combattente epidermico e buzzurro.  Pochi confidano che egli potrà essere un degno sovrano, se solo riconoscesse le proprie qualità, altri a malapena gli riconoscono la levatura del supereroe. Arthur vive alla giornata, alternandosi tra consumazioni al pub della zona e imprese compiute con grande audacia. Egli non sa cosa in effetti è né quello che vorrà essere, perché avverte solamente le aspettative, le percezioni e le titubanze che tutti hanno verso di lui. Per capire cosa vorrà diventare e superare così la propria avventatezza, Aquaman necessita della vicinanza di una persona che possa mostrargli ciò che ancora non sa di se stesso.

Sarà Mera (interpretata da una bellissima Amber Heard), la sua futura sposa, a indicare al sovrano il percorso da intraprendere, per far sì che sul trono di Atlantide torni a sedere il vero regnante. Attraverso un lungo viaggio in cui i due si conosceranno fino a legarsi sempre più, Mera esorterà Arthur ad abbracciare il proprio destino.

Arthur vive oppresso dai rimorsi. Crede, infatti, che la scomparsa di Atlanna, accusata di tradimento e condannata a morte per essersi “contaminata” con un mortale, sia tutta colpa sua. I tormenti del figlio si intrecciano alle speranze del padre. Tom, giorno dopo giorno, si reca sul pontile, nella speranza d’intravedere Atlanna affiorare dal fondale. Tom non si rassegna, vuol credere che Atlanna sia ancora viva. L’influenza positiva del padre non riesce, tuttavia, a scacciare i fantasmi che torturano lo spirito di Arthur, il quale teme il suo fato da monarca. Le giornate, per entrambi, si consumano in maniera diametralmente opposta: Tom vive sperando, Arthur temendo, e nascondendo queste insicurezze dietro una patina da uomo approssimativo e rozzo. Jason Momoa fa del suo Aquaman un eroe in divenire, schietto, grossolano, sgarbato, altresì intimorito, insicuro, bisognoso di aiuto eppur valoroso, audace e votato al sacrificio; un ritratto grondante di colore e ricco di sfumature.

La regia ispiratissima ed efficace di James Wan delinea due realtà ben differenti: quella degli abissi e quella della superficie. Il regno del mare è popolato da creature straordinarie, visivamente stupefacenti. Atlantide è un reame sontuoso, posto sotto il giogo crudele di un tiranno. Il fratellastro di Arthur, Orm, aspira a diventare Ocean Master, e a scatenare una guerra contro il mondo degli uomini, colpevoli di aver rovesciato nelle acque gli orrori del loro operato. Orm è nato da una successiva relazione combinata tra Atlanna e il re di Atlantide. Differentemente da Arthur, Orm nacque da un matrimonio celebrato, riconosciuto, ma privo d’amore.

Il mare, per volere di Orm, rigetta sulle rive terrestri le immondizie degli uomini, scaglia i relitti che riposano sul suolo marino, le navi da guerra, emblemi della follia battagliera perpetrata dall’uomo. Il mare è vivo ed è testimone delle azioni meschine e crudeli dell’essere umano che ha rigurgitato, su di esso, il petrolio che avvelena le acque salate, o le sporcizie che annientano la flora e la fauna marina. Per volere del folle re atlantideo, l’oceano è pronto a vendicarsi dell’uomo.

Due elementi, come la terra e il mare, che dovrebbero vivere in simbiosi patiscono un distacco incolmabile e non riescono a comprendersi vicendevolmente. In questo scenario vi è, però, l’errore della diffidenza, del dubbio, del sospetto. Vige un odio razziale nel cuore di Orm. Egli detesta la gente della superficie poiché la considera inferiore. Anche Arthur è schivo e diffidente verso gli atlantidei perché essi non lo hanno mai fatto sentire parte di loro, giudicandolo alla stregua di un essere intrappolato in un’esistenza a metà. Persino Mera nutre sfiducia nei riguardi degli uomini, ciononostante, permanendo sulla terraferma, imparerà a ammirare le bellezze pure ed incontaminate come il verde degli alberi, il profumo dei fiori (non commestibili!), la fresca e delicata carezza del vento e il giulivo volto di una bimba che esprime un desiderio, mentre getta una monetina in un pozzo repleto di acqua tersa e magica.

Il messaggio veicolato dal film vuole ricordare quanto sia sciocco provare livore per un qualcosa che andrebbe semplicemente conosciuto a fondo. La superficie e il mare sono due domini che devono essere avvicinati. Orm è un antagonista spietato che anela alla sola distruzione, invece Aquaman ha il dono di congiungere entrambi i reami col potere di un unico tridente. Se Orm è divisione, Arthur è coesistenza ed unione, potendo egli vegliare, con egual fermezza, su tutti e due gli ambiti del pianeta.  

Come verrà evidenziato nel film, Orm non ha l’assennatezza di un nobile sire, bensì “l’insana ragionevolezza” di un despota. Lui non è incline alla dialettica, non contempla nei suoi disegni alcun suggerimento scaturito dal dialogo, ma agisce mosso unicamente dalla rabbia, uccidendo chiunque si opponga al suo volere. Arthur, seppur impavido ed impulsivo, mostra, con lo scorrere dell’avventura, di possedere una certa diplomazia. Egli fa della parola, del dialogo, un’arma infallibile al pari del suo tridente. Arthur sa dialogare con le creature del mare, comprende i pensieri, capisce i sentimenti e sa come relazionarsi con esse. Sfruttando la calma, una qualità che non credeva di avere, Arthur parla con il Karathen, un essere mitologico guardiano del sacro tridente del primo re di Atlantide. Esternando la sua bontà, Aquaman otterrà l’arma suprema con cui riuscirà a sconfiggere Orm e a ristabilire la pace.

"Aquaman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tale tridente conserva in sé l’essenza imperitura della spada nella roccia. Il nome di Arthur rimanda a quello di re Artù, colui che, estraendo Excalibur, salirà al potere, rivelandosi il più venerabile dei sovrani buoni e coraggiosi d’Inghilterra. Arthur si dimostrerà l’unico degno di poter brandire il potere del tridente d’oro. Atlantide assisterà al ritorno del re.

Aquaman” è un film travolgente, esteticamente ammaliante. Conta su un ritmo coinvolgente e una storia dallo sviluppo semplice ma appassionante. L’opera di Wan è un viaggio introspettivo ed identificativo, che vede un uomo dai poteri straordinari ascendere a ruolo di supereroe e regnante.

Sul suolo terrestre, dove il cielo è limpido e lo specchio d’acqua quieto e cristallino, Tom attende ancora la sua eterna compagna, Atlanna, scampata alla morte e rientrata ad Atlantide con Arthur. Ella, un mattino, emerge dalle profondità e riabbraccia il suo amato. I due, raggianti, si baciano in riva al mare. Tom è un guardiano del faro e suo figlio sarà come lui: dispenserà una luce radiosa che possa sempre schiarire le tenebre se esse caleranno, fredde e oscure, sugli oceani e sulle terre emerse.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mary Poppins" (Emily Blunt) - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Arrivederci, Mary Poppins…

Con la sua voce soave e modulata, lo aveva annunciato sin dal principio. Quando la brezza avrebbe smesso di soffiare da est, lei sarebbe andata via. Ed ecco che il vento cambiò. La famiglia Banks era accorsa al parco, beata. George aiutava i figlioletti a far volare l’aquilone nel cielo terso del mattino. Egli rideva sotto i suoi baffi spessi, spensierato come non lo era mai stato. Il signor Banks era stato salvato, e con lui la sua famigliola, fieramente unita, finalmente felice. Il compito di una tata buona che, in quei lieti frangenti, sostava sulla soglia della porta di casa Banks, era stato ultimato con la precisione minuziosa di una fata praticamente perfetta sotto ogni punto di vista.

Il manico del suo ombrello incantato borbottava qualcosa. Quel becco a forma d’uccello mormorava di sentimenti ed emozioni, di rammarichi e nostalgie. “Io so benissimo cosa provi per quei bambini” – fu l’ultima frase che il bislacco manico riuscì a pronunciare. La tata lo zittì con la solita delicatezza. “Adesso basta parlare a vanvera” – disse. Quelle parole, però, erano vere e non “ciarlate a casaccio”. Mary Poppins ne era consapevole, si era davvero affezionata a Jane e Michael, gli adorabili figli di George e Winifred Banks, ma non poteva fare altro che accingersi a partire. Schiuse quel fatato parapioggia, raccolse la borsa dalla capienza illimitata e cominciò a librare verso le nuvole bianche.

La vide, per l’ultima volta, lo spazzacamino Bert, che alzò gli occhi al cielo e scorse quella sagoma dolce e gentile. “Arrivederci, Mary Poppins… Non stare via molto!” – disse il tuttofare. Mary Poppins parve sentirlo, si voltò e gli elargì il più affettuoso dei suoi sorrisi.

Bert non venne ascoltato, e quella sua richiesta non fu mai esaudita. Mary Poppins rimase lontano per tanto, poco più di mezzo secolo. Cinquantaquattro anni dopo ella fece ritorno, scese da un candido nembo, accompagnata da una luce radiosa. Non era invecchiata di un solo giorno, come tenne a precisare Michael, oramai adulto, eppure la tata dei sogni era cambiata. Le sue scarpe blu come il mare ritoccarono terra in un periodo alquanto particolare: erano gli anni della Grande Depressione, e per i Banks nulla andava come doveva…

  • Mary Poppins, sei tornata!

Il ritorno di Mary Poppins” è il sequel dell’intramontabile classico del 1964. Nei cinema di tutto il mondo, sono trascorsi cinquantaquattro anni dall’immortale apparizione della bambinaia dai magici poteri. “Mary Poppins”, grazie ad una storia a carattere famigliare, ad un’ambientazione realistica, la quale raffigurava una Londra d’inizio Novecento viva e fervente di colore, ad una forte componente favolistica, ed una dimensione onirica generata dalle arti stupefacenti della protagonista, che riesce a penetrare, ad avvolgere e a mutare il reale, è stata una delle pellicole più rivoluzionarie, intrinsecamente artistiche e sorprendenti del panorama cinematografico di ogni tempo. Julie Andrews, con grazia, autorevole dolcezza, e con un’inimitabile signorilità materna, ha ramificato nell’immaginario collettivo.

Girare il seguito di un lungometraggio che ha scritto pagine indelebili nella storia della settima arte e che ha cresciuto e coccolato, rispettivamente, molte generazioni di piccoli e grandi spettatori, pareva essere un’impresa titanica, presumibilmente da evitare, facendo appello ad un briciolo di prudenza. Ma la Disney, si sa, non è nuova a raccogliere guanti di sfida, a cercare di rendere possibile ciò che sembrerebbe impossibile. Or dunque, traendo spunto dal libro “Mary Poppins ritorna”, scritto dalla stessa P.L. Travers e seguito letterario ufficiale del ben più celebrato “Mary Poppins”, lo studio Disney ha dato disco verde alla produzione e alla successiva realizzazione dell’ambizioso sequel del capolavoro degli anni Sessanta.

Mary Poppins possiede, ora, il volto roseo e delicato di Emily Blunt. L’attrice britannica raccoglie l’eredità di Julie Andrews, infondendo alla sua Mary Poppins una spensierata leggiadria. Se Julie Andrews emanava una garbata eminenza dal suo portamento elegante, Emily Blunt fa scaturire una graziosa superbia. Ella offre così un’interpretazione lodevole, coinvolgente e spumeggiante. Nonostante, con ogni probabilità, Julie Andrews continui ad essere ritenuta la Mary Poppins per eccellenza, Emily Blunt non tentenna né mostra mai di soffrire il paragone, adoperando tutto il proprio talento nella creazione di una Mary Poppins nuova, che coniuga una gestualità classica con un’espressività moderna. Ad insidiare il suo eccelso lavoro ci pensa, però, lo sviluppo narrativo, il quale si limita a soddisfare più che a sorprendere, ad accontentare più che a meravigliare.

  • Le lancette del tempo

L’inizio de “Il ritorno di Mary Poppins”, citando, a suo modo, l’atto conclusivo del capostipite, crea un collegamento tra gli anni trascorsi. E’ anzitutto una questione di tempo quella che il film vuole trattare, e ciò viene suggerito sin dal momento in cui il sipario si apre. Nel finale dell’opera originale, Mary Poppins volteggiava via, mentre i piccoli Banks erano tutti presi a giocare con mamma, papà ed il loro aquilone. Molti anni dopo, i figli di Michael rinvengono il vecchio aquilone del padre, ed esso vola via, sfugge alle loro mani, risucchiato da una corrente impetuosa. L’aquilone si disperde nel cielo ottenebrato, quand’ecco che viene recuperato da Mary Poppins, il cui corpo schiarisce il grigio della tempesta, e porta con sé una luce nuova, carica di speranza. Si potrebbe affermare che Mary Poppins torni nell’esatto momento in cui le avevamo detto addio, o perlomeno in uno scenario davvero simile a quello di tanti anni prima. Allora, Jane e Michael giocavano con il loro aquilone, e adesso, nell’intro del film del 2018, i piccoli Banks inseguono anch’essi il medesimo aquilone. E’ un ritorno al passato, un segno di come il tempo giri ciclicamente e rivesta un ruolo di primo piano.

Nell’essenza fisica della protagonista, il concetto astratto di tempo trova la sua massima esaltazione. In Mary Poppins, infatti, il tempo pare essersi fermato. Ella non invecchia, essendo stata baciata dal dono dell’eterna giovinezza. Se sull’epidermide di questa nuova protagonista non è riscontrabile alcuna testimonianza dello scorrere degli anni, al contrario, nel mondo in cui vivono i Banks, il tempo ha addotto effetti malaugurati. Il viale dei ciliegi ha perduto vivezza cromatica, perché gli alberi non sono sani e floridi come una volta, l’Ammiraglio Boom, che tuttora amministra la propria dimora come un vascello che solca il mare aperto, è vecchio, arrembato, e non spacca più il secondo con la stessa precisione del Big Ben. Vi è un serio problema di “tempistiche” nel viale dei ciliegi, tutto sembra oscillare tra un triste “andato” e un imminente “prossimo”. La moglie di Michael è venuta a mancare e l’amata casa dei Banks è sotto pignoramento. E’ il momento propizio per il ritorno di Mary Poppins, che discende sul suolo terrestre come una fata e rincontra Jane e Michael, ormai adulti e un tantino smemorati. Infatti, sebbene la riconoscano immediatamente e restino tanto felici quanto sorpresi nel rivederla, essi non rimembrano pienamente le stupefacenti avventure in cui Mary Poppins li aveva condotti col suo inconfondibile brio. Erano soltanto dei bimbi quando la conobbero, oramai hanno dimenticato o forse, cosa ben peggiore, hanno smesso di credere!

La relazione tra Jane, Michael e la loro tata è a stento accennata se non quasi del tutto assente. Mary Poppins, in passato, ha cambiato le loro vite, ciononostante il ritrovarla non genera, ai fratelli, alcuna tangibile emozione che possa essere percepita da noi spettatori. I due, se non nella fase iniziale, restano quasi indifferenti dinanzi alla costante presenza della “strega” buona. Un qualcosa di inspiegabile se non addirittura di incomprensibile e d’imperdonabile. Vedere poi Michael rimproverare aspramente Mary Poppins, rea di aver riempito la testa dei suoi figli di “sciocchezze”, causa un effetto straniante.

La sceneggiatura pone Mary Poppins sullo sfondo delle vicende, come se fosse un’attenta accompagnatrice invece che un’amabile catalizzatrice degli eventi. In “Mary Poppins”, la tata dispensava dolcezza ai bambini e, al contempo, migliorava tutto quello che si trovava intorno a lei. Lo scopo segreto di Mary Poppins era quello di trarre in salvo il signor Banks, un uomo precipitato in un abisso di insensibilità e avarizia, ed un papà schiacciato dagli obblighi lavorativi, i quali esigevano il sacrificio dei suoi doveri paterni. Mary Poppins si rivolgeva, con una frequenza dosata, al padre dei bambini, riuscendo, con la sua proverbiale dialettica, a mutare l’indole crucciata e severa del genitore. Ne “Il ritorno di Mary Poppins” questa basica sotto-trama non può essere presente, e purtroppo non viene sostituita da un racconto altrettanto interessante. Mary Poppins finisce, conseguentemente, per svolgere il semplice ruolo dell’intrattenitrice. La tata, di fatto, distrae i piccini dai turbamenti quotidiani, trascinandoli in mondi fantastici e “immergendoli” in regni sottomarini. Michael, distrutto dalle paure, appare nervoso, irascibile e sfoga la crescente ira rimproverando i suoi figli. Tutto questo non è che un mero refuso del ruolo che fu di suo padre. Ma Michael non è il signor Banks, e non soffre della medesima, incompresa, fragilità. Una debolezza, questa, che neppure lo stesso George riusciva a comprendere e a rinvenire in lui. L’incanto promanato da Mary Poppins permetterà, comunque, ai bambini di consolare il padre con saggezza e amorevolezza, così che lo stesso Michael rammenti l’importanza della famiglia.

Verso la fine delle vicende, la grossa lancetta del Big Ben si accinge a sancire la mezzanotte. E’ una corsa contro il tempo quella della famiglia Banks per mantenere il possesso della loro casa. Grazie all’intervento di Mary Poppins, l’imponente torre dell’orologio potrà far sì che l’ora indietreggi di qualche minuto, così che i Banks salvino la loro proprietà e tornino a volare, lieti, su in cielo con il supporto di palloncini colorati. Un messaggio espresso velatamente e rivolto a tutti quanti noi: mandiamo indietro le lancette del nostro orologio, torniamo a provare l’emozione fanciullesca, lo stupore dell’infanzia, il desiderio di sognare.

  • Ripulire e illuminare

 “Il ritorno di Mary Poppins” è una meravigliosa esperienza visiva, capace di ingolosire il palato di coloro che amano nutrirsi di trucchi e illusioni, di magie e incantesimi. La pellicola è una delizia per gli occhi, diletta gli animi, riscalda i cuori, tuttavia soffre di una storia poco entusiasmante e di un preminente richiamo al passato: il montaggio rievoca l’esatta successione delle sequenze del primo film e, in egual modo, molti altri elementi fanno eco con la prima pellicola: l'entusiasmo per l’attivismo che anima il carattere di Jane porge la guancia all’ardore della signora Banks, la quale lottava strenuamente per l’emancipazione delle donne, la bizzarra cugina di Mary Poppins, interpretata dalla celeberrima Meryl Streep, mima l’esuberante zio Albert, persino Michael, negli atteggiamenti, emula il padre e, infine, la figura del lampionaio Jack fa il verso a quella di Bert, lo spazzacamino di Dick Van Dyke. La Disney è sempre stata maestra nel confezionare lungometraggi intrisi di stupefazione estetica, cionondimeno negli ultimi anni la stessa ha plasmato uno stile cinematografico votato alla suggestione, alla malinconia. “Il ritorno di Mary Poppins” non è da meno, contempla ed elogia il “primo capitolo” per poi rilasciare un nuovo messaggio, il quale, però, risulta essere sacrificato sull’altare del citazionismo.

Molti anni or sono, Bert, infilandosi nelle “canne fumarie”, ripuliva i camini dalla fuliggine e dal nerume. Il suo mestiere aveva delle somiglianze con quello della stessa Mary Poppins. Anch’ella spazzava via lo sporco di un’esistenza vacua, triste, scevra dal sogno fanciullesco e dalla fantasia dell’innocenza. Come gli spazzacamini, i quali salivano sino alle vette più alte dei palazzi, anche Mary Poppins, dondolando nel firmamento, poteva guardare il mondo dall’alto, da una prospettiva unica. Bert, molto tempo fa, liberava i camini dal sudiciume e, così, Mary Poppins spolverava, a ritmo di “supercalifragilistichespiralidoso”, la vita del signor Banks, sozza dal giogo dell’avarizia. Ne “Il ritorno di Mary Poppins”, Jack è un lampionaio. Egli, insieme ai suoi colleghi acciarini, accende i lampioni disseminati per le vie di Londra, illumina la strada ai viandanti così che possano far ritorno alle loro case. Allo stesso modo, Mary si presenta come un arcobaleno, comparso allo scadere di un fortunale, per irradiare il tortuoso percorso dei Banks e aiutarli a ritrovare il tragitto verso la quiete e la felicità. Sia in “Mary Poppins” che ne “Il ritorno di Mary Poppins”, la protagonista e il suo comprimario, che sia uno spazzacamino o un acciarino, condividono una “missione” piena di assonanze. E’ questo quello che ha fatto Mary Poppins alla famiglia Banks: dapprima ha spazzato via ogni affanno, in seguito ha illuminato ogni giorno della loro esistenza, come una madre buona e generosa.

  • Non ti dimenticheremo, Mary Poppins…

Sul finale, Mary Poppins rimarrà nuovamente sola, sull’uscio della grande villa dei Banks. Il viale dei ciliegi è nuovamente fiorito, ed il tempo è tornato a scorrere con benevolenza. Mary Poppins è pronta ad andare via, ancora una volta ha salvato i suoi cari ma nessuno si è soffermato a dirle “arrivederci”, guardandola negli occhi. E’ il dono ma anche il fardello di Mary Poppins: amare, essere amata, ma non potersi mai fermare troppo a lungo a gustare il tepore della famiglia. Andrà via, col suo ombrello, scomparendo ma non venendo mai dimenticata.

Il ritorno di Mary Poppins” ha un fascino seduttivo, è un film assolutamente ben fatto, divertente, colmo di spensierata festosità. Inferiore al suo predecessore ed altresì manchevole di una morale profonda, di un’educazione alla crescita e alla formazione che solo l’originale sa tutt’oggi esprimere, può essere comunque annoverato tra i sequel discreti. Un film piacevole, godibilissimo, gioioso, ma poco sincero poiché troppo studiato a tavolino.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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