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"Gabe e Rosemary" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Permettetemi di farvi una confidenza: a volte, decido di pormi domande un po’ troppo difficili. Capita anche a voi? Si tratta di quei particolari interrogativi a cui non si riesce mai a dare una risposta che possa soddisfarli del tutto. Or dunque, una volta che questi personali “quesiti” si materializzano nella mia mente, fatico a dileguarli senza prima spremermi a sufficienza le meningi. Quest’oggi, la domanda che è sorta d’improvviso recita così: che cos’è l’amore? Bel guaio, mi sono detto quando è comparsa, e adesso che faccio? L’amore è un “reame” misterioso e chiedersi cosa sia davvero è una domanda decisamente ostica! Chi sono io per dire cos’è l’amore? Hanno discusso su questo alcune tra le più grandi menti dell’antichità senza arrivare a comprenderne la natura, a scoprirne l’origine, e adesso io dovrei munirmi sfrontatamente dell’arroganza necessaria per risolvere il tutto? No, meglio sorvolare.

Però, riflettendoci, ognuno di noi ha il diritto di dire la sua sull’amore. Del resto, tutti, o quasi, siamo stati innamorati almeno una volta nella vita, e questo dovrebbe darci la possibilità d’essere alquanto ferrati sull’argomento. Fermi, so cosa state per dire, l’esperienza diretta non garantisce il sapere assoluto. Noi esseri umani saggiamo l’amore mediante il vissuto, ciononostante non riusciamo a carpire del tutto la forza in esso contenuta e la magia che da esso scaturisce. Ebbene, con una gran dose di umiltà, accetto questa personalissima sfida, voglio ragionarci davvero su. Allora, cos’è l’amore?

"Cupido" - Quadro di William-Adolphe Bouguereau

L’amore è qualcosa che c’è sebbene non sia visibile alla vista, qualcosa che, da principio, avvertiamo, come una gradevole sensazione, similmente ad un lieve formicolio alle mani che desta i nostri sensi. L’amore irrompe in noi quieto e latente, simile ad un’idea venuta dal nulla o ad una curiosità mossa dall’interno, per poi mutare d’intensità, avviluppandoci in una morsa e divenendo una percezione che stimola ed acuisce. Nel corso della nostra vita viviamo e sperimentiamo l’amore con varie intensità, senza mai capire realmente cosa sia, da dove provenga, come riesca ad insinuarsi in noi. Indaghiamo la sua essenza con la ragione ma l’amore sfugge a qualsivoglia forma di ragionamento, poiché si nutre di sentimento, d’emozione. Sovente, investighiamo la sua alba attraverso i ricordi, rammentando la prima volta in cui il “demone” dell’Eros ha fatto breccia in noi. Dunque come nasce l’amore?

"Il simposio" - Quadro di Anselm Feuerbach

Se lo chiesero illustri personalità del passato. Ci fu persino una volta in cui codeste personalità decisero di riunirsi a cena per conversare sull’argomento. L’evento venne narrato da Platone nel “Simposio”. Tra gli otto commensali presenti, Fedro fu il primo a prendere la parola e a tentare di enunciare l’origine del più coinvolgente dei sentimenti provati dall’essere umano. L’amore, secondo Fedro, veniva personificato dal dio Eros, la divinità più antica dell’universo. Come riportato nella “Teogonia” di Esiodo, al principio del Cosmo, vi era il Caos, Gea, la Madre Terra e, per l’appunto, Amore, il quale esisteva ancor prima della nascita delle prime divinità dell’Olimpo. L’amore può essere dunque inteso come una forza planetaria, che travalica i confini del tempo e dello spazio e che accompagna la successione delle varie ere del nostro mondo sin dalla sua genesi. Senza amore non nasce né si coltiva la vita in ogni sua forma. Eros, il dio che incarnava la sostanza stessa dell’amore, rappresentava l’inscindibile legame tra chi è innamorato e chi è amato. Per Fedro, l’estasi del sentimento poteva essere provata solamente da chi era innamorato, poiché soltanto chi prova l’amore è effettivamente venuto a contatto con il potere di Eros.

 “Maestro, voi siete mai stato innamorato?” – domandava, turbato, Adso in una sequenza de’ “Il nome della rosa”, omonima trasposizione cinematografica dell’acclamato romanzo di Umberto Eco.

Innamorato?  Parecchie volte…” – Confessò, schiettamente, Guglielmo Da Baskerville, l’arguto mentore del giovane francescano – e seguitò ad elencare i nomi di tutti i suoi amori più grandi: Aristotele, Ovidio, Virgilio, Tommaso D’Aquino. Volutamente, Guglielmo stava confondendo l’amore cui Adso faceva riferimento con l’ammirazione, il trasporto emotivo provocato dal sapere, dalla seduzione della conoscenza, con la passione sentimentale che sfocia nella brama, nel desiderio, nell’affetto. O forse era proprio Adso che, in quel frangente, confondeva l’amore con la lussuria?  Invero, Adso si era innamorato perdutamente di una fanciulla che pativa la miseria, e voleva a qualsiasi costo liberarla dalla povertà, dal sacrificio, dalla privazione. Udendo tale confidenza, Guglielmo dedusse la purezza del sentimento del suo discepolo, e si mise a disquisire sulla bellezza della donna, l’essere che, a parer suo, ha in sé il potere di ghermire l’anima di un uomo. La donna è un’essenza ineffabile, splendida, incredibilmente seduttiva. Le donne, per frate Guglielmo, sono le custodi degli affetti, e attraverso esse l’amore germoglia sulla Terra. Ma l’amore reca affanni o beatitudini alle persone? Chi può dirlo. Può darsi che senza amore vivremmo più tranquilli. La vita dell’uomo, scevra dall’amore, sarebbe quieta, calma, stagnante… terribilmente noiosa.

Quando la cecità s’impadronì di Andrea Camilleri, relegandolo nell’oscurità, lo scrittore siciliano ammise di riuscire a vedere ancora meglio di prima, poiché da quel momento aveva cominciato a vedere con la mente e non più con gli occhi. Tuttavia, Camilleri confessò che soltanto una cosa gli mancava rispetto a un tempo, quando poteva ancora contare sul senso della vista: la bellezza femminile. Essa può essere ricordata, immaginata, menzionata ma ciò che l’immaginazione, la fantasia, la reminiscenza possono riuscire comunque a richiamare non potrà superare l’impatto estetico, il fascino immediato di una donna scorta e successivamente ammirata. Spesso, nel lampo in cui si contempla un volto attraverso la vista, sgorga la prima infatuazione. Ma l’infatuazione durevole ed inscalfibile non può limitarsi alla mera estetica. Frequentemente è il carattere, l’indole, la personalità, l’anima esternata mediante la parola, l’azione, il gesto a conquistare ben più di un’ingannevole apparenza.

Illustrazione per la fiaba "Il bambino cattivo" di Hans Christian Andersen

L’amore è una creatura invisibile che alberga nella nostra intimità. Se ne resta dormiente, sopita, in silenzio per poi risvegliarsi di colpo, quando i nostri occhi vengono catturati da una figura che ci attrae, quando le nostre orecchie vengono raggiunte da una voce soave e ammaliante, quando la nostra mente è rapita dalla manifestazione sensibile ed arguta di un concetto.

Ma l’amore fa soffrire o rende felici? Una domanda, quest’ultima, destinata a generare molteplici risposte, tutte dettate da una scontata soggettività. L’amore non corrisposto è il più spiacevole da tollerare, il più amaro da assaporare, il più indigesto da mandar giù. In una sua fiaba, Hans Christian Andersen descrisse l’amore come un’entità “maligna” e crudele che libra, leggera come l’aria, tra i mortali, infettandoli con l’incurabile dolore dell’amore. Ne “Il bambino cattivo”, un vecchio e buon poeta accoglie nella sua dimora un bel piccino, dai biondi capelli, rimasto tutto nudo a prender freddo sotto il temporale. Il piccoletto viene descritto con gli occhi vispi e luminosi come stelle rilucenti in cielo, chiome arricciate a contornargli il viso e guance rosee. Teneva in mano un piccolo arco ed una faretra grondante di frecce dorate. Il bambino cattivo errava giorno dopo giorno, mescolandosi tra i giovinetti che, ignari del “pericolo”, gli davano le spalle. Lui, piuttosto abilmente, scoccava i suoi dardi colpendo i bimbetti con precisione ed essi cadevano vittime delle sue arti infide. Tutti si erano imbattuti in lui, la mamma e il papà del vecchio poeta, persino la nonna che mai dimenticò gli effetti della freccia di Eros, ehm, intendo dire del bambino cattivo.  Per Andersen, il ragazzetto a cui il vecchio poeta prestò soccorso era proprio un bimbetto crudele, poiché spesso si divertiva a colpirlo di soppiatto, a farlo innamorare senza mai venire ricambiato. Cosa c’è di più doloroso che amare senza essere amati? L’amore, si sa, non è perfetto né, tanto meno, giusto. Esso rende lieti e spesso altrettanto infelici. E’ un “malessere” che arricchisce lo spirito, dona ad esso speranza, illusione se preferite, e a volte, se va bene, la gioia più grande: venire amati da chi amiamo.

E voi? Ricordate la prima volta che il dardo invisibile di Cupido vi ha raggiunto alla schiena? Sono pronto a scommettere di sì! Tutto ha inizio quando si è ancora bambini, in quel periodo in cui non si deduce né si intuisce ma si percepisce candidamente.

Io rammento quell’interminabile istante con una tale nitidezza. Fu qualche anno addietro, quando ero, naturalmente, un bambino. Rimembro i biondi capelli di una ragazzina, il fiocco rosa che le ornava gli stessi, quasi all’altezza della fronte, il suo sorriso espansivo e caloroso, impreziosito da un argenteo apparecchio che non scalfiva minimamente la sua dolcezza, anzi, tutt’altro, la rendeva ancora più particolare e bella. Ricordo ancora lo zainetto che portava, l’incedere veloce con cui percorreva il cortile della scuola, e ovviamente, anche il suo nome. Di quella mattina, serbo, cristallinamente, tra le mie memorie il battito del cuore che avvertii, e che continuava a rimbombarmi nelle orecchie simile a colpi di cannone appena esplosi. Non posso dirlo senza suscitare ilarità ma in quel momento fui convinto di aver contratto una strana malattia, un aspro ma gradevole spasimo. L’amore, dopotutto, è un malanimo, un dolore che non possiede nome, per cui non esiste, fortunatamente, alcun rimedio.

Com’è che recita un detto antico come il mondo? Ah sì, il primo amore non si scorda mai. Ebbene, spesso il primo amore lo proviamo quando siamo bambini, quando ancora fatichiamo a capire cosa siano le farfalle nello stomaco. Per capire cos’è l’amore, forse, bisogna pensare alla tarda infanzia, al giorno in cui quel sentimento si è manifestato perentoriamente, d’un tratto, non andando più via. E’ capitato a molti d’innamorarsi da bambini, capitò anche a Gabe, il protagonista di “Innamorarsi a Manhattan”.

Tale pellicola, datata 2005, diretta da Mark Levin, con protagonisti Josh Hutcherson e Charlotte Ray Rosenberg (qui accreditata come Charlie Ray) è una commedia romanticamente sagace, intelligente, ed ha in sé una particolarità pressoché unica: l’avere due protagonisti decisamente giovani, di appena 11 anni, che vivono il primo, tenero amore della loro vita. La premessa è del tutto peculiare: raccontare un sentimento così genuino e spontaneo, ma anche complesso e ardito, come l’amore attraverso lo sguardo di un bambino senza cadere nel frivolo, rendendo il tutto divertente, a tratti persino triste e malinconico. Tutto ciò non è un compito semplice ma il lungometraggio ci riesce splendidamente, confezionando un’opera divenuta, col passare degli anni, un vero e proprio piccolo cult.

Gabe è un ragazzino di 11 anni che trascorre le giornate giocando ai videogiochi e girovagando, tutto solo, tra i quartieri di Manhattan col suo monopattino. Egli vive con i suoi genitori nell’Upper West Side, ma la situazione famigliare che si staglia attorno a lui è tutt’altro che idilliaca. Sebbene sua madre e suo padre continuino a vivere insieme, entrambi hanno deciso di separarsi e, già da qualche settimana, d’intraprendere vite indipendenti. All’inizio della storia, Gabe rievoca la giovinezza dei suoi genitori, raccontando come essi si siano conosciuti ed innamorati durante un campeggio estivo. Questa giovinezza, poi non tanto lontana, non viene più ricordata dalla mamma dal papà del fanciullo, troppo indaffarati a spazzare via i cocci della loro relazione piuttosto che a cercare di ricomporli.

L’amore è destinato a non durare, afferma Gabe con una certa amarezza. Lui lo sa bene, è stato innamorato per qualche settimana, un supplizio decisamente spossante. La dolorosa interruzione della sua breve storia d’amore lo ha portato a capire che questo particolarissimo sentimento si fomenta in noi come un fuoco di breve durata, che arde e si estingue sin troppo rapidamente. Gabe ne è davvero convinto, anche se non riesce a capacitarsi del perché, fatto sta che l’amore non perdura.

“Ma perché l’amore deve finire?” – chiederà Gabe a sua madre, in una sequenza del film. Gran parte delle cose più belle nella vita tendono a concludersi bruscamente e a non lasciare altro che un mucchio di ricordi. Forse è proprio la fine di un rapporto a celebrare l’incanto e la meraviglia dell’inizio. I genitori di Gabe rammentano la letizia del passato, eppure l’ombra del presente impedisce loro di riavvicinarsi e di riattaccare i cocci della loro relazione. Osservando, impotente, il naufragio del matrimonio dei suoi genitori, Gabe deduce che l’amore è un gioco crudele in cui esistono molti più sconfitti che vincitori.

Dopo aver fatto questa breve introduzione sul trascorso di sua madre e di suo padre, Gabe inizia a narrare la sua “dolorosa” esperienza, confessando d’essersi recentemente innamorato e di aver sofferto ciò che, nel linguaggio abitudinario, potremmo definire con l’espressione “le pene dell’inferno”. Tutto ebbe inizio qualche settimana prima, quando Gabe scelse di iscriversi ad un corso di Karate. Lì s’imbatté in Rosemary Telesco. Non era la prima volta che Gabe vedeva Rosemary, i due, infatti, si conoscevano sin dall’asilo, ed avevano l’abitudine di salutarsi e di scambiare qualche parola. Gabe continuò ad avere Rosemary come compagna di classe durante tutta la sua crescita. Dalle elementari in poi, lei era sempre rimasta lì ma lui, semplicemente, non riusciva a vederla.

A Karate, Gabe finisce per essere il partner di Rosemary e, da quel momento, i due si avvicinano. Chiacchierando per strada, Gabe, parecchio meno abile di Rosemary nella lotta, propone alla ragazza di allenarsi insieme, e lei accetta molto volentieri. Prima di tornare a casa, Rosemary si ferma presso un negozio di abiti da sposa per provare un vestito da damigella, e Gabe acconsente ad accompagnarla.  

In quell’attimo, ha inizio l’amore. La punta acuminata della freccia di Eros, o del bambino cattivo se preferiamo attenerci al “verbo” di Andersen, tange Gabe nell’istante in cui Rosemary appare dinanzi a lui con indosso un vestito rosa. Una serie di specchi riflette e moltiplica la sua immagine agli occhi del ragazzo, rimasto impassibile e al tempo stesso intontito. Rosemary gira su se stessa e guarda, contenta, il suo bell’abito ricamato. Ella sembra così volteggiare, libera e lieve, come una danzatrice su di un bianco piedistallo che la eleva su tutto, facendola apparire tanto bella, dolce e aggraziata. Il cuore di Gabe batte all’impazzata, ed i suoi occhi non si discostano un solo istante da lei. L’amore è appena sbocciato. Eros ha “posseduto” l’anima di Gabe, il quale è adesso colui che prova l’amore, ed ha in sé gli effetti inebrianti del dio più arcaico di tutti. Fedro avrebbe, molto probabilmente, descritto così ciò che il personaggio principale stava avvertendo per la prima volta.

Da allora, Gabe comincia a relazionarsi in maniera profondamente diversa con Rosemary: non è più sciolto come un tempo, diviene impacciato, timido, perdutamente innamorato. La situazione di crisi famigliare che il protagonista vive nella propria casa si contrappone al clima sereno che egli avverte quando varca la soglia della dimora di Rosemary. In quel luogo, Gabe scopre che la ragazza appartiene all’alta società newyorkese, essendo i genitori dei famosi produttori televisivi, oltre ad essere felicemente sposati. Inizialmente, Gabe non si preoccupa affatto del diverso ceto sociale che intercorre tra lui e Rosemary, e a ragion veduta: tante storie d’amore raccontano di un povero che è riuscito a far innamorare di sé una principessa.

Ma lo stupore e la meraviglia nell’accostarsi al mondo ovattato di Rosemary si perderanno nel momento in cui Gabe scoprirà che Rosemary, quanto prima, dovrà partire per il campeggio e successivamente lasciare Manhattan per iscriversi ad una scuola privata. Gabe dispone solamente di due settimane da poter trascorrere con la ragazza di cui si è invaghito. Un tempo maledettamente esiguo ma che, a undici anni di età, può comunque significare tantissimo.

Le giornate, per Gabe e Rosemary, passano velocemente, tra splendidi ed interminabili passeggiate al Central Park, e lunghe e faticosissime “traversate” da una parte all’altra di Manhattan, in sella ad un monopattino. Giorno dopo giorno, Gabe vive la più tersa felicità, quella che Luciano De Crescenzo descrisse come la “vera felicità”, la felicità assoluta, derivante dall’attesa. Ogni sera, Gabe pensa al giorno successivo, quando rivedrà Rosemary a Karate, quando potrà incontrarla per strada o passeggiare con lei fianco a fianco. E’ proprio questa la felicità più grande, la consapevolezza di rivedere la donna amata il giorno successivo, il pensiero, l’attesa dell’incontro che genera il piacere - avrebbe detto il De Crescenzo. Gabe, come ogni altro innamorato, prova euforia per tutto il tempo che va dalla prospettiva all’incontro effettivo. E’ forse questo l’amore? Un senso di felicità che domina lo spirito, che intrattiene la mente, che scatena l’emozione e rende l’attesa trepidante intollerabile. Chi può saperlo davvero!

Gabe, però, non è sempre pienamente felice. Alla gioia nel vedere Rosemary si mescola la malinconia, l’amarezza nel constatare che presto dovrà dirle addio. Le inquietudini, quindi, si moltiplicano in lui. Egli immagina, persino, un futuro non troppo remoto in cui Rosemary sarà “costretta” a sposare un altro uomo. Gabe giungerà appena in tempo in chiesa per gridare a squarciagola il nome del suo grande amore, così da impedirle di convolare a nozze con chi non può in alcun modo amarla come farebbe lui. Ma Rosemary riuscirà a sentirlo prima di pronunciare il fatidico “sì”?  In questo incubo vissuto ad occhi aperti, la donna non fa in tempo a voltarsi, a mostrare il proprio volto adulto, che subito Gabe torna alla realtà, cercando di concentrarsi sul presente, su ciò che ancora può vivere con Rosemary.

Quella del matrimonio immaginato è una scena divertentissima che fa il verso al celebre finale de’ “Il laureato”. Gabe mima le gesta del protagonista di quel film, che insegue disperatamente la sua amata prima che ella si leghi per sempre ad un altro. “Innamorarsi a Manhattan” è un film colto, bellissimo, ricco di intelligenti citazioni e scritto con garbo e attenzione nel caratterizzare i personaggi. Sono proprio i caratteri dei due innamorati a rendere i protagonisti tanto nitidi e sinceri da sembrare reali.

Nei suoi monologhi instancabili, Gabe affida tutte le proprie confidenze agli spettatori, sensibili custodi delle sue ansie, delle sue angosce, dei suoi patimenti. Per tutta la durata del lungometraggio, Gabe “trascrive” oralmente i suoi pensieri, le sue idee, le sue aspettative nonché le sue inquietudini ed oppressioni. I soliloqui da confidente del personaggio cardine della pellicola si tramutano nella voce di un narratore intimo, che legge il proprio diario da bambino ad alta voce. Gabe parla in maniera elegante, raffinata, si interroga su come poter conquistare Rosemary, come poter giungere all’anima di quella damigella. Parole inusuali, articolate e complesse per un bambino si susseguono una dietro l’altra ma sta proprio in questa unicità la pregevolezza del film. Gabe, scoprendo l’amore, ha smesso d’essere un bambino come gli altri, imparando in maniera repentina la ruvidità della maturazione. Gabe apprende istantaneamente, come per magia, un linguaggio preciso e distinto, accuratamente previsto dalla sceneggiatura per aumentare l’alone di comicità. Ascoltare i monologhi acuti, brillanti, intensi di Gabe ispira ilarità, dolcezza, nel vedere questo bambino che riesce ad esprimersi e a ragionare con la mente ed il cuore di un uomo adulto. E’ questo l’incanto che una bella dama può creare nel corpo e nella mente di un innamorato.

Sofisticata ironia, tanta tenerezza, dolcezza e persino una forte commozione sono tutti gli elementi che scaturiscono dal racconto e dal vissuto di Gabe il quale, tra situazioni tragicomiche, timori e preoccupazioni esterna, usufruendo delle sue intime riflessioni palesate vocalmente, facendo impallidire persino Woody Allen, tutte le gioie ed i dolori del primo amore. Gabe, infatti, non prova per Rosemary una semplice “cotta”, o un interesse romantico volto a disperdersi entro poche ore, ma un vero amore, un amore che lacera, ferisce, tortura, rende gelosi, instabili, ingenui e inguaribilmente “stupidi”.

Inizialmente, Gabe e Rosemary dialogano sulla crescita e la maturità, tema portante dell’opera stessa. Rosemary riporta una verità scientifica: le donne maturano prima degli uomini. Gabe non le crede, anzi è in fondo convinto che tutto, soprattutto la maturità, sia relativo. Chi avrà ragione tra i due?

I giorni passano e i due ragazzini sono sempre più legati. Scorrazzando insieme per tutta la città, stretti in una presa ed in sella ad un monopattino, Gabe e Rosemary divengono i ritratti giovanili e moderni di Gregory Peck e Audrey Hepburn, interpreti dei due innamorati di “Vacanze romane”, quando vagano per le strade di Roma a bordo di una leggiadra vespa. I quartieri, le vie, le strade, la natura verdeggiante e tutte le bellezze paesaggistiche di Manhattan fanno da cornice a questa delicata storia d’amore, mirando, silenziosi, l’amore e l’impacciato corteggiamento di un fanciullo nei riguardi della sua bella.

A Gabe restano soltanto pochi giorni per dichiarare a Rosemary il suo amore.  Così, una sera, trova il coraggio di prenderla per mano, e stringerla forte. Ella ricambia a sua volta la presa, e i due, poco dopo, si scambiano un breve ma intenso bacio. E’ questa la sostanza dell’amore, qui teneramente tratteggiata con l’innocenza dell’adolescenza. Tenersi per mano, un bacio lesto ma indelebile sono i modi con cui l’amore si manifesta nella sua forma iniziale, la più pura, la più sincera, la più bella.

Il giorno seguente quel primo ed unico bacio, Gabe ha un crollo nervoso. Torturato dalla paura di non essere stato bravo e paventando la possibilità che Rosemary non lo ricambi, il bambino cede alla crisi isterica, tra l’ironia e la tenerezza di chi sta seguendo la sua avvincente parabola. Oppresso dalle proprie titubanze, Gabe arriva, così, a cedere alla gelosia, a litigare con Rosemary e a scoppiare in lacrime nella sua cameretta invocando, disperatamente, il nome della ragazza. Comicità e profonda riflessione su questo straziante “dolore” patito dal piccolo si mescolano creando un affresco sensibile sul “dramma” dell’amore.

E’ in quella triste sera che Gabe comincia a covare l’idea che l’amore non conduce mai ad un esito positivo. Gabe, però, non si vuole dare per vinto, torna presto in sé e, pentendosi dei suoi sbagli, corre da Rosemary, incontrandola al matrimonio della zia. Rosemary indossa lo stesso vestito che aveva provato quel giorno quando la loro storia ebbe inizio, quel mattino in cui Gabe s’innamorò di lei. Guardandola dritto negli occhi, Gabe ha finalmente il coraggio di rivelarle tutto il suo amore. Rosemary, però, sebbene sia tanto affezionata al ragazzo, gli confida di non essere pronta per l’amore. Egli la implora di pensarci, ricordandole ciò che lei stessa aveva detto: le femmine maturano prima dei maschi. Eppure, Rosemary non si sente abbastanza grande per amare a sua volta. Gabe aveva ragione, anche se, in cuor suo, avrebbe preferito sbagliarsi, la maturità è davvero relativa. Lui era riuscito a crescere prima di lei, ad accettare il “tormento” dell’amore, Rosemary ancora no. Per loro sarà, dunque, un addio. Gabe e Rosemary si concedono un ballo nella sala, salutandosi, tristi, per l’ultima volta. “Innamorarsi a Manhattan” si conclude con una nota grigia, triste, lacrimevole. L’amore è finito, e Gabe lo sapeva. Gli amori, quelli più grandi, sono sempre destinati a finire.

Eppure, rientrando a casa, il ragazzo rivede i suoi genitori, giovani e sorridenti come un tempo. I due, osservando le peripezie del loro giovane figlio, hanno riassaporato il brio della loro giovinezza, riavvicinandosi e ricomponendo i resti, ancora ben saldi, della loro unità coniugale. Gabe torna a sorridere, sentendosi nuovamente sereno. Egli, pur ferito, torna a vedere il bicchiere mezzo pieno. Gabe, infatti, sa che la vita gli riserverà ancora tante sorprese e nuovi amori, ma nessuno di essi sarà mai il suo primo amore. Quello resterà sempre Rosemary. Di lei custodirà ricordi incancellabili, ciò che, sovente, resta di un vero amore.

"Rosemary e Gabe" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ma cos’è allora l’amore? E’ una malattia causata da un bambino crudele? Una manifestazione del dio più vecchio del nostro mondo? Oppure una forza che vive in noi, fuoriuscendo sin da quando siamo piccoli e ancora non del tutto coscienti? E’ molto semplice, in realtà. L’amore è sensazione, sentimento contrapposto e contraddittorio, esso è gioia e tristezza, innocenza e spontaneità, goffaggine e coraggio, è tutto ciò che ha sperimentato il giovane Gabe. L’amore si insinua in noi sin da bambini ed è lì che andrebbe analizzato, nella sua forma sentimentale più autentica ed inviolata.

L’amore fa star male e bene al contempo, esso è una rara forma di dolore, un dolore che non vanta definizione, che permane nel corpo e nell’anima e da cui non si può guarire. I dolori rammentano la debolezza di un corpo, rendono chiara la sua umanità, feribile la sua anima, ci rendono consapevoli di una verità assoluta: il non poter resistere soli, ma il voler appartenere a chi amiamo. Dolori come l’amore ci ricordano che siamo ancora vivi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Dinanzi a sé, egli tornò a rimirare la propria amata, la ballerina di carta dal viso di porcellana. Avrebbe continuato a contemplarla dal giorno alla notte se non fosse stato allontanato dal suo padroncino. Questi, senza un perché, lo prese in mano e lo gettò nella fornace. “Che disdetta” – disse il soldatino – “Questa volta, mia amata, morirò davvero”. Nella fornace egli si sciolse, ammirando ancora e sempre la sua adorata che, sospinta dal soffio del vento, lo raggiunse e con lui bruciò.

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Il soldatino in "Fantasia 2000"

“Il soldatino di stagno”, al pari de’ “La sirenetta” e de’ “La piccola fiammiferaia”, costituisce il massimo capolavoro letterario/fiabesco di Hans Christian Andersen. In questo racconto, il pensiero, la filosofia ed il sentimento dello scrittore danese affiorano con eloquente vivezza. L’amore non vissuto nella vita terrena, la sofferenza tollerata dalla postura statica e decisa, l’amore mai pronunciato ma esternato tramite lo sguardo corrisposto, il sacrificio, la morte, la successiva immortalità sono solo alcune delle tematiche universali evocate dal racconto di Andersen. La premessa di base della storia, vale a dire il concetto fondamentale dei giocattoli “vivi”, semoventi, in grado di provare emozioni, è stata fonte d’ispirazione per “Toy Story”, uno dei franchising cinematografici di maggior successo della Pixar. Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato, Rex e tutti gli altri giocattoli che dimorano nella cameretta del giovane Andy sono senzienti e quando smettono di essere osservati da occhi indiscreti riprendono a muoversi, a parlare, a ridere, a giocare e ad amare.

Woody, col suo viso fortemente espressivo, con i suoi occhi buoni, con la sua voce calorosa e garbata è il giocattolo più celebre di questo particolarissimo nucleo familiare. Egli è la guida, nonché il punto di riferimento della grande famiglia di pezza creata da Andy. Woody incarna uno sceriffo, un tutore della legge e dell’ordine, un “soldatino” che se ne sta perennemente sugli attenti, ad osservare e proteggere i propri amici. Un soldatino che, per l’appunto, s’innamorerà, a sua volta, di una “ballerina”, Bo Peep, la bambola di una pastorella.  Woody e Bo Peep rappresentano una possibile rivisitazione della storia d’amore tra il soldatino e la sua danzatrice; un rifacimento più lieto, meno travagliato e profondo della fiaba di Andersen ma ugualmente intenso e sentimentale. Come i due sfortunati amanti della fiaba anderseniana, lo sceriffo e la pastorella s’innamoreranno, ma verranno separati da un destino ingiusto.

Toy Story 4” inizia con un lungo ed emozionante flashback. E’ sera e fuori piove a dirotto. Woody balza sulla finestra e, scortato e sorretto dai suoi amici, si getta, senza remora alcuna, verso il cortile per soccorrere RC, la macchina giocattolo dimenticata da Andy. Tale scenario notturno richiama l’atmosfera della fiaba dello scrittore scandinavo. Fu proprio in un giorno di pioggia che il vento ghermì il soldatino, trascinandolo via nella fanghiglia. Un fato alquanto simile rischia di ripetersi per quanto concerne il povero RC, caduto preda dell’acqua piovana e della conseguente melma. Per fortuna, Woody riesce ad afferrare il suo amico giusto in tempo, e a condurlo in salvo. Proprio quando ormai il pericolo della separazione pareva essere stato scongiurato, Woody vede Bo Peep, inerte, venir presa e posta in una scatola, pronta per essere venduta ad un’altra famiglia. Woody non può far nulla per tenerla con sé, poiché essere ceduti è il fato a cui vanno incontro molti trastulli. Woody, il buon “soldato”, assiste così, impotente, all’addio della sua “ballerina”.

Molti anni dopo, l’uomo con la stella di latta sul petto ed i suoi amici appartengono a Bonnie, una timida bambina che li tratta con affetto e con riguardo. Bonnie gioca quotidianamente con i suoi giocattoli e, come ogni altro bambino, ha i suoi preferiti. Se Buzz e Jessie continuano ad essere usati dalla piccola in maniera costante, Woody, invece, finisce spesso per venire dimenticato nell’armadio. Ciò, però, non muta l’affezione che lo sceriffo nutre nei confronti della sua padroncina.

Il giorno in cui Bonnie comincia a frequentare l’asilo, spaventata e intimidita da questa nuova esperienza, Woody decide di accompagnarla in gran segreto, celandosi nel suo zainetto. Bonnie è molto introversa e decisamente insicura, per tale ragione fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Per aiutarla a sentirsi meglio, Woody le porge, senza che lei se ne accorga, dei pastelli colorati ed altri oggetti cavati dal cestello dall’immondizia. Con essi, Bonnie crea “Forky”, un balocco nato da una forchetta di plastica. Bonnie riversa su Forky tutto il suo amore e le sue sicurezze.

Durante il ritorno a casa, Woody, con estrema meraviglia, scopre che anche Forky ha acquisito una grande vivacità. Forky, però, non comprende lo scopo per cui è stato plasmato da Bonnie: essere un giocattolo. Per tutta la notte, questi cerca di sfuggire alla dolce “presa” della sua padroncina per tornare nella spazzatura, venendo sempre agguantato da Woody. Per tutta la notte, il cowboy resta prudente ed accorto per far sì che Forky non abbandoni la sua Bonnie.

Perché ti importa così tanto?” – domanda Buzz al suo vecchio amico.

Perché è l’unica cosa che posso fare…” – confessa Woody.

Lo sceriffo non è più il giocattolo preferito del suo bambino. Bonnie non è Andy, non ama ricreare gli scenari del vecchio west, quei luoghi polverosi ed aridi in cui Bo Peep finiva sempre per interpretare la classica damigella in pericolo e il cowboy il valoroso eroe che l’avrebbe tratta in salvo. Woody sente di non essere più importante come un tempo, non ha mai smesso di pensare al suo amico più caro, Andy, e, non potendo espletare i suoi compiti da giocattolo, cerca almeno di farsi trovare pronto, d’essere utile nel preservare a qualunque costo l’animo puro ed innocente della sua padroncina. Dopotutto, Andy, poco prima di congedarsi dai suoi giocattoli, aveva confidato a Bonnie una verità immutata: Woody, qualunque cosa accadrà, non volterà mai le spalle ad alcuno. Lo sceriffo, come un soldatino fedele al suo credo, seguita, infatti, a non dare le spalle alla sua adorata famiglia e alla sua premurosa bimbetta, vegliando su di lei dal sorgere del sole sino al tramonto inoltrato.

Woody vuol continuare a mostrare la propria lealtà, non vuol diventare un giocattolo dimenticato, smarrito, così sceglie di vigilare senza sosta su Forky, un giocattolo privo di un’identità ancora ben definita. La novità più grande introdotta dal quarto film di “Toy Story” riguarda proprio questo bislacco e capriccioso gingillo. Forky non è un trastullo come gli altri, non è nato in fabbrica, non è stato realizzato in serie, non possiede gadget e altrettante peculiarità adatte al gioco per l’infanzia. Forky è stato assemblato dalla fantasia di una frugoletta, è stato creato per essere molto più di ciò che dà a vedere; eppure lui non può rendersene conto semplicemente perché, generato da resti e avanzi, non ha una concezione specifica su cosa sia e cosa debba fare.

Spetterà proprio a Woody il compito di spiegare qual è il “dovere” di un giocattolo: far divertire il proprio fantolino. Forky è un abbozzo, un’accozzaglia, non è un vero oggetto ludico ma poco importa. Un giocattolo può essere tale anche se non lo è davvero, poiché spetta all’immaginazione e al cuore di un bambino infondere in esso le qualità principali che fanno di lui un “ninnolo”. Forky, tuttavia, sarà duro d’orecchi e, inizialmente, non ascolterà i consigli di Woody. Quando la famiglia di Bonnie partirà per un viaggio, Forky ne approfitterà per scappare ma Woody non si darà per vinto e si lancerà al suo inseguimento. Una volta ritrovatolo, Woody insegnerà a Forky che l’amore incondizionato di un bambino è quanto di più bello possa ricevere un giocattolo. Forky, allora, si convincerà a tornare da Bonnie, non riuscendo più a immaginare la sua vita senza la vicinanza della sua creatrice. Ma un giocattolo può vivere senza l’affetto di un infante? Qual è lo scopo esistenziale di un balocco? I giocattoli servono per dilettare i piccini, se restassero soli, riuscirebbero a vivere felici senza patire la loro mancanza? I giocattoli possono vivere… liberi?

Woody, nel corso di questa avventura, ammette che se non si fosse occupato costantemente di Forky, la sua “vocina” interiore lo avrebbe tormentato. Buzz, ironicamente, scambia questa presunta “voce” per le consuete registrazioni vocali che alcuni giocattoli hanno tra i loro sintetizzatori vocali. Lo Space Ranger, allora, chiederà, di volta in volta, consiglio al suo “io interiore”, pigiando i pulsanti incastonati nella sua tuta spaziale per udirne i suggerimenti. Invero, la voce a cui Woody fa riferimento, corrisponde a qualcosa di più profondo e di più personale. Woody sta attraversando un periodo di forte crisi in questa quarta avventura. Egli patisce il peso della dimenticanza e teme di finire obliato. Woody si è sempre considerato un giocattolo fedele, non si è mai chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse più stato “adottato” da una famiglia e da un bambino. Cosa gli avrebbe suggerito la sua voce interiore se ciò fosse accaduto realmente? Si sarebbe sentito in colpa se avesse iniziato una vita indipendente, da giocattolo libero?

A proposito di "voci", quella di Fabrizio non la scorderemo mai...
Qui potete trovare il nostro omaggio a Fabrizio Frizzi. Dipinto di Erminia A. Giordano

Tale, intima “voce” che alberga nell’animo dei giocattoli è molto più importante di quanto si possa intuire. Essa rappresenta la “coscienza”, il pensiero, la morale di ogni giocattolo che corrisponde alla medesima coscienza umana. Tuttavia, i giocattoli hanno realmente una voce caratteristica che può attrarre ancor di più l’attenzione dei piccini. Woody ha un sintetizzatore vocale nuovo di zecca, Gabby Gabby, una bambola che lo sceriffo incontrerà in un negozio di antiquariato, ha il riproduttore vocale a cordicella danneggiato e crede fermamente che per tale menomazione nessun bambino voglia giocare con lei. Se Gabby Gabby potesse riacquisire il suono della sua cordicella potrebbe riottenere una famiglia con cui vivere. Woody, anche in questo caso, darà ascolto alla sua voce e farà quanto dovrà per aiutare Gabby Gabby. Ogni desiderio, ogni gesto altruistico, parte sempre dall’interno: è ciò che il quarto capitolo di “Toy Story” vuol ricordarci. Tutti noi dovremmo fare come fanno i giocattoli e dare più spesso ascolto al nostro “io”, alla nostra sfera emotiva. L’altruismo, la generosità, nascono sempre dalla saggezza proveniente dall’interno.

Durante la sua disavventura nel mondo esterno, Woody raggiungerà un parco giochi e, fingendosi privo di vita, verrà raccolto da un bambino che, nell’altra mano, regge a sé l’aggraziata bambola che raffigura una pastorella. Restando silenti, inanimati, impassibili, Woody e Bo Peep, il soldatino e la ballerina, rincrociano i propri sguardi.  Sarà proprio Bo Peep a prendere per mano Woody, a guidarlo sino ai cespugli più vicini per sottrarsi alla vista dell’uomo. Woody riabbraccia la sua cara amica, riscoprendola sotto una luce molto diversa. Bo Peep adesso vive sola con le sue pecorelle, nel grande Luna Park. Ella è divenuta una damigella forte, indipendente, ardimentosa ed intrepida. Grazie all’aiuto di Bo Peep, e al pronto intervento di Buzz, Woody riuscirà a riportare Forky da Bonnie, a salvare Gabby Gabby, offrendole il proprio sintetizzatore vocale, e a riunirsi con tutti i suoi amici per un arrivederci.

Toy Story 4” è una pellicola emozionante, bellissima, colma di spunti commoventi, di sequenze catartiche e attimi profondamente sensibili e intelligenti. Il quarto episodio della serie è completamente incentrato sulla figura del cowboy gentile, unico e vero mattatore della vicenda. A lui è dedicata quest’ultima tappa, quest’ultima evoluzione. Woody ha trascorso tutta la propria vita a prendersi cura dei suoi amici. Egli è rimasto tenacemente sugli attenti, custodendo coloro a cui voleva bene, proteggendo i suoi compagni e i suoi padroni da ogni pericolo, da ogni avversità, da ogni cattiveria. Adesso, però, è giunto il momento che lo sceriffo rompa le righe, smetta di restare sugli attenti e viva il futuro di cui più ha bisogno.

Andy è ormai cresciuto, Bonnie starà bene, e, cosa più importante, la famiglia di giocattoli di Woody è pronta a vivere al sicuro senza più la sua leadership. “Toy Story 4” racconta il congedo di un valoroso soldatino, il ritiro di uno sceriffo senza macchia, di un eroe coraggioso che ha sempre messo il bisogno degli altri al di sopra del proprio.

Buzz, il più sincero dei suoi amici, è il primo a capire il profondo desiderio di Woody. Sarà proprio lo Space Ranger a convincere il cowboy a compiere questo passo finale.

Bonnie starà bene” – sussurra Buzz allo sceriffo.  La bimba non avrà più bisogno del suo sacrificio.

"Buzz Lightyear" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Buzz porge la mano al suo grande amico e i due si salutano un’ultima volta. Questa magica storia di amicizia cominciò molti anni prima, quando un piccoletto ricevette in regalo un nuovo pupazzo: un astronauta dal sorriso fanfarone, dal colore acceso e dalla tuta fosforescente. Questi arrivò in cameretta in punta di piedi ma, senza volerlo, aveva già scavalcato le gerarchie, superando colui che fino ad allora era il giocattolo più rappresentativo. Woody non avrebbe dovuto prendersela più del dovuto, dopotutto quale marmocchio non avrebbe donato tutte le sue attenzioni ad un Buzz Lightyear? Buzz sapeva volare, sì insomma cadere con stile, sparare un potentissimo raggio laser, Woody, dal canto suo, doveva ancora liberarsi del serpente che si intrufolava di soppiatto nel suo stivale.

Eppure, il cowboy non poté accettarlo facilmente e provò, nei confronti di questo “dannato” ranger dello spazio, una grandissima gelosia. Ripensare al giorno in cui Buzz irruppe nella vita di Woody mutandola decisamente, adesso che tutto volge al termine, crea un sapore agrodolce. Da avversari e perfette controparti, i due divennero amici inseparabili. Ciò che una volta sembrava così importante, essere il giocattolo prediletto, divenne, sin dalla prima peripezia, una questione di blanda importanza. Quello che contava davvero per Woody e per Buzz era restare insieme, mantenere unita la famiglia dei giocattoli. Ma ora questa missione è finita, ultimata con successo. Woody cederà il suo cappello, donerà la sua stella a Jessie e abdicherà in favore di Buzz, colui che d’ora in poi dovrà vigilare sui giocattoli che portano, sotto i loro piedi, il nome di una tenera piccola.

"Arrivederci, sceriffo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Woody aveva perduto la sua Bo Peep molto tempo prima, adesso non la smarrirà mai più. Ancora una volta, lo sceriffo ha dato ascolto alla sua coscienza e alla voce del suo amico spaziale. Woody non ha più la cordicella sulla sua schiena, non potrà più udire i suoi tipici detti registrati ed impressi su di un nastro di memoria, ciononostante la voce del suo io rimbomba ancora forte e chiara, suggerendogli che il momento per dire addio è giunto e che, finalmente, può vivere la propria vita liberamente con colei che ama. Woody si volterà e abbraccerà la sua Bo Peep. Darà le spalle ai suoi “fratelli” soltanto per un istante. Egli non li dimenticherà, così come non li abbandonerà mai davvero, serbando i ricordi dei loro volti per sempre nel suo cuore.

Lo sceriffo non starà più sugli attenti. Woody trascorrerà il proprio avvenire con Bo Peep. Il soldatino, infine, riuscirà nel suo sogno: prendere in moglie la sua ballerina.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Cos’è che fa di un mostro… un mostro? I canini affilati?  Gli occhi iniettati di sangue? L’abitudine, piuttosto molesta, di ululare nelle notti di luna piena o di riposare, tutto bendato, racchiuso in un sarcofago? Un momento! Ma è una questione di aspetto o di comportamento? Come potremmo delinearlo, definirlo? Cosa diavolo è un mostro?

Calma, niente panico, regola numero uno: riordinare le idee. Dunque, “il mostro” è un essere schivo, elusivo, misterioso, una creatura che si manifesta improvvisamente nel buio e che, altrettanto rapidamente, scompare col favore delle tenebre, un po’ come un incubo che svanisce allo spuntare dell’alba. Che definizione blanda, generica, aleatoria, quest’ultima! Invero, il mostro è colui che è diverso da noi. Esso corrisponde allo sconosciuto, allo straniero, all’uomo-nero. Proprio in virtù della sua diversità estetica, ogni mostro viene minacciato, intimorito, scacciato, specie se è grande, grosso, peloso, se ha tante zampe e proviene da luoghi remoti come lo “spazio” sconfinato.

Chissà quante malattie avrà portato con sé, scendendo dalla volta celeste!” – borbotterà qualcuno, vedendo il mostro in lontananza. “Con quelle unghie affilate ci tagliuzzerà ben bene quando ne avrà l’occasione, vedrete. Quegli artigli non gli serviranno di certo ad arrampicarsi sugli alberi per ghermire le verdi foglie…” - commenterà, scioccamente, qualcun altro. “Che si ritirassero nei mulini di legno ancora non arsi dalle fiamme questi dannati mostriciattoli!” urlerà, sprezzante, un terzo.

I mostri sono differenti da noi esseri umani, vanno allontanati con le torce accese ed i forconi ben branditi. Almeno, così credono gli stolti. Non importa se un mostro avrà mai la possibilità di spiccicare qualche parola per spiegarsi, esso non possiede la nostra stessa natura, non appartiene alla nostra medesima razza, è malvagio e purulento, non occorre che si arrovelli a provare il contrario, poiché quei suoi denti aguzzi sono fatti per uccidere e quelle sue mani grandi non sono altro che artigli pronti a colpire una volta soltanto.

Proviamo però a supporre, anche per un solo istante, che i mostri non siano poi così perfidi. Daremmo mai loro un’occasione per dimostrarlo? E’ possibile che dietro quell’epidermide pallida, che sotto quei bulloni d’acciaio e quella peluria così fitta, alberghi un’anima sensibile? Sebbene siano, all’apparenza, così diversi, i mostri hanno in comune con noi molto più di quanto si creda. Anch’essi avvertono il dolore, anch’essi si emozionano, anch’essi possono affezionarsi.

  • Una bella per una bestia

Ebbene, anche i mostri s’innamorano, benché brutti, cattivi, cruenti e feroci. Non volete crederci? Dovreste!

Vedete, spesso è proprio la bruttezza, sì, insomma, quella loro parvenza sgradevole, a far scoccare la scintilla di un desiderio: il desiderio di amare. I mostri sono profondamente incompresi. Essi non hanno scelta, nascono, per l’appunto, mostruosi, decisamente sgraziati, malconci e fin troppo difformi per passare inosservati. Purtroppo, l’aspetto limita fortemente la libertà di un mostro, questo perché la disarmonia e la natura atipica preluderanno sempre alla sua pura integrità. A Parigi, nei pressi di un’antica cattedrale, un giovane campanaro deforme veniva appellato dalla folla come un “diavolo”, sebbene il suo cuore celasse l’identità di un angelo dannato.

I mostri vengono considerati orridi, spaventosi, terrificanti al sol guardarli. Coloro che li intravedono, oramai sempre più di rado, scappano a gambe levate. Il mostro di turno non ha neppure il tempo di presentarsi: quando sbuca da qualche cespuglio, il viandante fugge come il vento. I mostri non socializzano con gli altri e, da secoli, se ne stanno appartati, soli, profondamente soli. Sozzi e invenusti, essi devono rimboccarsi le maniche se vogliono conquistare l’amore.

Non solo Frankenstein! La mummia di Boris Karloff vi attende qui

Eppure, Frankenstein non era poi così cattivo! Vagava impaurito, con le vesti un po’ bruciacchiate. Era appena scampato ad un incendio, e non aveva dove andare. Gli uomini gli avrebbero dato la caccia se solo lo avessero rivisto. Al mostro spettava il compito di nascondersi, non più quello di spaventare. Standosene in disparte, Frankenstein, che doveva il suo nome al folle genitore che gli diede la vita, cominciò a soffrire, struggendosi nell’oscurità e prendendo sempre più coscienza della sua identità, della sua sofferenza, della sua solitudine. La Creatura voleva qualcosa, o per meglio dire qualcuno che potesse alleviare il vuoto, l’abisso, di un’esistenza vacua. Col trascorrere delle giornate, Frankenstein capì: agognava una compagna, una donna della sua stessa “specie”, una sposa da poter amare.

L’amore, nella pellicola “La moglie di Frankenstein”, nasce da un desiderio di riconoscimento, di accettazione, da un bisogno naturale provato da un essere innaturale. Frankenstein era brutto, un mostro dall’origine insana, ma non era crudele, non voleva essere efferato: esso non veniva, semplicemente, capito. D’altronde, persino lui stesso faticava a capire chi fosse, cosa fosse. Frankenstein, allora, si abbandonò al desiderio, all’emozione, al sentimento per cercare di attenuare il proprio dolore. Plasmò così una damigella, una donna che potesse amarlo. Per lui fu uno “zing” immediato! Una figura femminile si levò in piedi, ed emerse da un cupo laboratorio, avviluppata dalla nebbia. Essa era glaciale, ma splendida nella sua imperturbabile fisionomia.

La “bella” aveva i capelli prevalentemente neri, tuttavia alcune ciocche della sua chioma, rimaste bianchissime, avevano assunto la forma di saette scintillanti. Frankenstein se ne innamorò, ma il suo non fu che il mero e fallimentare tentativo di vivere una vita normale. A lui la normalità era stata preclusa sin dalla nascita, sin dalla creazione. La sposa del mostro, anch’essa partorita in maniera infausta ed anormale, non riusciva a ricambiare i sentimenti dell’essere. L’amore, in fondo, non può essere creato dal nulla né sintetizzato con l’arte della scienza e la gloria della conoscenza. Questa fu un’altra condanna che molti mostri patirono. Essi, infatti, impararono ad amare ma non sempre riuscirono ad essere amati. Frankenstein non poteva vivere realmente il suo amore e, disperato per la sua infelicità, si lasciò morire.

"Il mostro della laguna" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Esplorate la laguna nera cliccando qui.

Un altro mostro s’innamorò a sua volta. Esso affiorò dalle acque lacustri, in una laguna nera, di rado solcata da qualche imbarcazione. Un mattino, esso vide una donna danzare sulla superficie limpida del “lago” con indosso una candida veste. Allungò l’arto per provare ad afferrarla, ma lo ritirò di scatto, per timore di ferirla. Il mostro della laguna aveva sempre vissuto patento la solitudine più assoluta e, quando mirò quella creatura muoversi, sinuosa come una sirena, tra i fluttui, cadde nel desiderio. Fece quanto poté per averla, arrivò persino a rapirla. Ma l’animale dal tratto umanoide, venuto dall’acqua, non poteva custodire per sempre la fanciulla nelle grotte. Sconfortato, si accasciò al suolo, ferito, e si abbandonò inerme in un sepolcro acquatico. Il mostro di quella laguna non era di certo cattivo, lo ammise persino la bella Marilyn Monroe nel momento in cui scoprì questa storia, adattata sul grande schermo in bianco e nero. La creatura anfibia non era ria, era una vittima, scontenta, triste e sola, ipotizzò Marilyn, la donna dai capelli d’oro.

E’ proprio la solitudine ad affliggere i mostri. Nessuno vuole incontrarli, nessuno desidera conoscerli. Essi si celano nelle ombre, convinti che se dovessero essere scoperti, verrebbero minacciati ed uccisi. Giacciono, dunque, isolati, senza gioie e senza amori.

  • Lo zing

Tanti mostri vissero l’amore e molti di loro lo perdettero in seguito. Anche il Conte Dracula provò l’amore, il più grande amore, quello autentico, ovvero lo “zing”. No, non sto facendo riferimento al classico Dracula, colui a cui tutti pensate quando il suo nome viene fortemente pronunciato. Dimenticate, giusto il tempo che vi occorrerà per ultimare questa lettura, quanto scrisse Bram Stoker nel suo capolavoro letterario. Non indugiate a rievocare la freddezza e l’atrocità del Conte tradizionale. Immaginatelo, questa volta, come una figura alta ed esile, avvolta in un nero mantello. Tale Dracula non è come i suoi simili, ha una testa ingombrante, una simpatia incontenibile ed una voce ancor più inconfondibile. Dracula, così come appare in “Hotel Transylvania”, è un mostro incompreso, misantropico, terrorizzato all’idea di dover incontrare l’essere umano, il “diverso” che gli arrecò tanto dolore. Ebbene, siete riusciti a rivederlo? Lo avete rievocato nella vostra mente?

Molti anni or sono, questo Conte perse la propria moglie adorata, assassinata dagli esseri umani. Fu in quella triste notte che Dracula capì che i mostri non potevano in alcun modo coesistere con gli uomini, poiché questi ultimi sanno essere violenti e pericolosi. Dracula ne è convinto: i mostri esistono, ma non sono quelli a cui siamo soliti affibbiare tale denominazione. I veri mostri sono coloro che non tollerano, coloro che attaccano, coloro che offendono e feriscono con le armi ben sguainate. Qualcuno, un tempo, cantò che il vero mostro è colui che è “brutto all’interno” e non colui che è “brutto a veder”. I mostri saranno anche raccapriccianti, ma non sempre i loro connotati corrispondono ai loro caratteri.

Quando Dracula perdette la propria consorte, decise che mai più nessun uomo avrebbe ferito la sua famiglia. Eresse, allora, un imponente edificio, un rifugio sicuro per tutti i mostri che, tra quelle mura, avrebbero potuto restare al sicuro. Si, in poche parole, un hotel di superlusso per tipi eccentrici!

Rifugiatosi nello sfarzoso palazzo di pietra, Dracula allevò, per un secolo, sua figlia Mavis. Per i successivi cento anni, egli seguitò a provare l’amore, in una forma nuova, diversa rispetto a quello che provarono Frankenstein ed il mostro della laguna nera, menzionati in precedenza. Dracula amò incondizionatamente durante tutta la sua esistenza e, quando venne privato del conforto di una moglie, l’amore che aveva sempre riscaldato il suo cuore mutò, divenendo amore paterno. Quest’ultimo è un tipo di amore votato alla protezione assoluta, all’affetto smisurato, al riguardo e all’educazione, all’accompagnamento verso la crescita e la maturazione. Dracula guidò Mavis dalla giovinezza alla maggiore età. Così, le stagioni si alternarono e all’hotel, anno dopo anno, giunsero, da ogni parte del mondo, i mostri più stravaganti. Dracula formò persino una combriccola di bizzarri amici, legandosi a licantropi, mummie, creature nate in laboratorio ed esseri gelatinosi e appiccicaticci. 

Gli anni per Dracula e Mavis passarono così, nella tranquillità e, forse anche un po’, nella noia della routine. A 118 anni, Mavis divenne grandicella, ma Dracula continuò a vederla come una bimba e a nutrire per lei una paura smisurata. Il mondo esterno era un luogo pericoloso, Mavis non avrebbe mai dovuto lasciare la sua principesca dimora. Un giorno come un altro, Johnny, un mortale, sbucò dal nulla, irrompendo nell’albergo e turbandone la quiete. Dracula si rapportò al giovane in maniera alquanto diffidente, del resto, Johnny era un essere umano, c’era poco di cui fidarsi! Ciononostante, conoscendosi sempre più, Dracula e Johnny scopriranno di non essere poi così diversi. Questi stringerà, dunque, una tenera amicizia con Mavis che, ben presto, si trasformerà in amore.

"Re Tritone ed Ariel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più cliccate qui.

A quel punto, Dracula dovrà armarsi di coraggio e, da buon genitore, accettare l’inevitabile. Dopotutto, egli non fu certo il primo padre a dover salutare la propria “piccina”. Ne “La sirenetta” della Disney, Re Tritone, alla fine, dovette cedere le armi, deporre il proprio tridente e lasciare andare la sua bambina. Ariel si era innamorata, ed era decisa più che mai a convolare a nozze con Eric, un principe venuto dalla terraferma. In egual modo avrebbe dovuto agire anche Dracula.

Facendo un bel respiro profondo, il Conte salutò sua figlia, ed accettò di vederla andar via con un ragazzo… normale e non certo mostruoso.

In “Hotel Transylvania” viene messa in scena una rara forma di amore: il sacrificio, la rinuncia di un papà a tenere la propria figlia con sé, una scelta, quest’ultima, che condurrà Dracula alla ritrovata serenità nel vedere Mavis, finalmente, sorridente e giuliva.

"Dracula e Denisovich" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tra Mavis e Johnny, tra una vampira ed un ragazzo, tra una creatura mostruosa ed un mortale, scoccherà, dunque, il colpo di fulmine e, dalla loro unione, nascerà un bambino dai folti capelli scarlatti, Dennis, che verrà ribattezzato da nonno “Drac”: Denisovich.

L’amore, in “Hotel Transylvania”, è uno zing, un tintinnio, un lampo improvviso che squarcia il cielo e illumina lo sguardo, un incanto istantaneo che si avverte come un placido suono. I mostri non ne sono assolutamente indifferenti e, una volta provata tale magia, finiscono per restare innamorati e fedeli per tutto il resto della loro (lunghissima) vita. Dracula visse l’amore per una donna, lo zing assoluto, ed esso non lo abbandonò mai davvero. In seguito, un'altra forma di “zing” si impadronì di lui: l’amore paterno. Questo Dracula fu un mostro che non smise mai di amare, dapprima amò la sua sposa, poi amò la sua piccola e, infine, amò nuovamente, quando conobbe il suo minuto nipotino. E poi, quando il vecchio ma eternamente giovane Conte deciderà di concedersi una vacanza, scoprirà che un nuovo zing sarà pronto a destarsi in lui…

Cos’è che accomuna gli uomini e i mostri se non la medesima capacità di provare e vivere l’amore? Cos’è, realmente, un mostro? E’ forse quella che segue la risposta più pertinente alla domanda iniziale. I mostri, quelli reali, sono soltanto coloro che non riescono a provare tale, meraviglioso sentimento.

L’amore può raggiungere l’immortalità. Dracula lo sa bene: si può amare una donna per sempre continuando a ricordarla nel proprio cuore, e rimirandola, sovente, in un grande dipinto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il comandante Ramius" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In una base submarina situata nel profondo nord dell’Unione Sovietica, molte navi avevano già lasciato gli ormeggi. L’alba non era ancora giunta, e le acque quiete lambivano le superfici ferrose delle chiatte da rimorchio. L’algido vento dell’imbrunire persisteva ancora, sebbene il sorgere di un nuovo dì fosse imminente. La brezza carezzava, con i suoi aliti frigidi, i volti dei mattinieri. Due uomini, racchiusi in una divisa nera, osservavano il malinconico paesaggio invernale dalla “plancia esterna” di un sottomarino nucleare della classe Typhoon, denominato Ottobre Rosso.

Fa freddo questa mattina, capitano” – disse confidenzialmente l’ufficiale. “Freddo!” – mormorò, annuendo, Ramius, il comandante dell’Ottobre Rosso. Questi, uomo d’origine lituana dalla barba bianca e leggermente incolta, se ne stava, tutto assorto tra i suoi pensieri, a scrutare l’orizzonte con aria saggia e un atteggiamento riflessivo. Il clima era pungente, ed i monti che si stagliavano all’orizzonte, sulla terraferma, oltre i fluttui salati, erano del tutto innevati. Il comandante seguitava a guardare i movimenti delle onde, ad ascoltare il laconico parlato di quel mare che, per anni, fu la sua unica residenza. D’un tratto, le navi rumoreggiarono più volte, ed il segnale fu colto dagli ufficiali. “E’ il momento, comandante”. Consapevole del significato di quei richiami, questi concordò: “E’ tempo!”. Il “sommergibile”, poco dopo, iniziò la manovra d’immersione, scomparendo nell’oscurità degli abissi.

Comincia così “Caccia a Ottobre Rosso”, con una sequenza ambientata in un pallido mattino in cui domina una malinconia penombra.  L’Ottobre Rosso, intravisto in superficie nelle prime immagini del lungometraggio, è un sottomarino avveniristico e estremamente particolare, munito di un dispositivo di propulsione magnetoidrodinamica di nuova concezione, che permette di muoversi in acqua senza ricorrere a eliche o altro, e quindi in assoluta assenza di suoni o rumori. L’unità navale viene fatta partire con il preciso intento di verificare l’effettiva efficienza dell’innovativo mezzo propulsivo. L’intero equipaggio crede di dover portare a compimento tale missione ma, in realtà, tutta questa operazione farà da preludio ad un vero e proprio atto di diserzione da parte del comandante e di alcuni ufficiali suoi fedeli. Ramius si appresta, infatti, a condurre l’Ottobre Rosso verso le acque americane, volgendo le spalle alla Russia Sovietica.

Sin dal primo momento, Ramius si mostra come un uomo schivo, riservato, che fa del silenzio il principale ed eloquente atto comunicativo del proprio essere. Ramius è “tacito”, non parla più del dovuto, non emette alcun rumore di troppo come il sottomarino che egli comanda, inespressivo nel suo terrificante “passo” leggero. L’Ottobre Rosso è un sottomarino fantasma, non lascia alcuna traccia della propria presenza, non fa trapelare alcun frastuono. Esso è un mezzo navale impercettibile, invisibile, e sembra incarnare l’anima del suo “capitano”, un essere occulto, imperscrutabile. Ramius cela le sua angosce dietro la scorza di un uomo freddo e scaltro, nasconde i propri rimpianti dietro i suoi gesti cheti, le sue movenze felpate come l’Ottobre Rosso stesso, il quale non fa mai palesare alcuna avvisaglia del proprio sopraggiungere.

Ramius mira le gelide acque oceaniche dalla sommità dell’Ottobre Rosso, cosciente che le vedrà per un’ultima volta, per un’ultima missione. Egli ha trascorso gran parte della propria vita a bordo, in mare, smarrendo i propri affetti più cari sulla terra. Egli, pertanto, nutre un rapporto conflittuale con la grande distesa acquatica e con la sua stessa “madrepatria”, rea di averlo condannato ad una vita di stenti e sacrifici, costringendolo a combattere una guerra immaginaria tra gli oceani, senza battaglia, senza monumenti, con sole vittime.

Alle volte, il mare può essere inclemente. Esso separa, allontana, strappa via e divide le persone che, tra le correnti, smarriscono i propri corpi. Un’antica leggenda italiana, risalente al XV secolo, racconta la tragica storia d’amore di un pescatore ed una bella dama. La fanciulla venne rapita e uccisa da alcune sirene mentre l’uomo si trovava a largo, intento a compiere una battuta di pesca. Quando il marinaio fece ritorno sulle sponde con la sua imbarcazione di legno scoprì d’essere rimasto solo. Lontano, tra le onde, egli perdette il proprio amore. Disperato, il pescatore si irrigidì, la sua pelle si fece aspra come una pietra calcarea. Da allora, egli restò a terra, tra gli scogli, volgendo i suoi occhi rocciosi verso le acque salmastre, luogo in cui riposa in eterno lo spirito della sua innamorata. Il mito di Cristalda e Pizzomunno, appartenente alla cultura popolare pugliese, evoca il disperato addio di un uomo di mare alla sua adorata, rimasta ad attenderlo senza speranza sulla costa. Se Pizzomunno fosse rimasto sulla baita, se avesse saputo che le sirene, una volta affiorate dal fondo, avrebbero approfittato della sua lontananza, sarebbe riuscito a scongiurare la tragedia. Il dolore ed il senso di colpa ingiustificato tormentarono Pizzomunno, tanto da renderlo aspro ed inscalfibile. Anche il comandante Ramius sopportò il supplizio dell’addio quando, rimasto negli oceani sterminati, venne a sapere della caduta della sua amata sposa.

Ramius, similmente a Pizzomunno, dedicò gran parte della propria vita al mare ed in quei luoghi remoti rinunciò, suo malgrado, alla vita matrimoniale. Il comandante del sottomarino sovietico, come Ulisse, vagò per decenni e decenni tra i marosi. “L’ho resa vedova il giorno delle nozze.” bisbiglia Ramius durante una delle sue affermazioni più significative. “Mia moglie è morta mentre ero in mare, lo sa?” – seguita poi a sussurrare, affranto. La moglie di Ramius era, infatti, deceduta mentre l’uomo si trovava sott’acqua, lontano. Egli perdette la propria sposa in un attimo, non poté stringerla, restarle accanto, non poté averla mai davvero.

Ramius cercò disperatamente di tornare a casa, di raggiungere la propria sposa, ma ci riuscì di rado. No, non vi era alcuna forza sovrannaturale a osteggiare il suo ritorno, come invece accadde per Odisseo, costantemente fronteggiato da Poseidone. Per Ramius fu la guerra fredda, un conflitto strategico e instancabile, a trascinarlo giorno dopo giorno tra le correnti oceaniche, privandolo di una casa e di una stabile dimora. Ramius errò come un marinaio fedele. Nessuna sirena accecò i suoi desideri, nessuna maga Circe rubò mai il suo cuore. Ramius non raggiunse in tempo la sua Itaca, poiché la sua Penelope morì prima di concludere realmente la propria tela. La morte della moglie ha sul comandante dell’Ottobre Rosso un effetto devastante. Il gesto da traditore che perpetrerà si concilia, dunque, con un dramma personale e una convinzione, oramai, divenuta immutabile. Ramius sente d’essere stato a sua volta tradito e abbandonato dal proprio governo che ha usufruito delle sue abilità senza concedergli tregua alcuna.

"Ulisse e Penelope" - Quadro di Francesco Primaticcio

Il mare è un regno smisurato, un reame senza confini in cui non vi si può avere alcuna appartenenza. I ricordi, gli amori, gli affetti permangono sulle rive, cullati dal lento mormorio della risacca. Nei fondali sabbiosi, oscuri, in quei luoghi in cui l’Ottobre Rosso si muove col suo incedere silenzioso, Ramius riflette ancora ed ancora, preparando il suo piano di diserzione, il suo commiato colmo di ribellione verso l’Unione Sovietica. Ramius vuole riottenere la libertà con l’asilo politico per sé e per i propri ufficiali. Confessa che gli manca la letizia di quando era giovane e spensierato, quando si recava in mare per puro diletto, per pescare, e non per celarsi nel buio degli alvei oceanici per rischiose missioni segrete. L’insubordinazione di Ramius occulta il grido di libertà di un uomo che, perdendo l’amore della sua esistenza, si rende conto di aver forse sprecato i giorni più belli della propria vita, prestando servizio per una guerra infausta e senza onore. Ramius fa, dunque, rotta verso le coste degli Stati Uniti d’America.

Gli spostamenti dell’Ottobre Rosso vengono costantemente tenuti sotto controllo dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti, il quale teme che l’unità possa sferrare un attacco contro lo Stato. Prima di salpare, il comandante aveva comunicato all’Ammiraglio Juri Padorin, tramite lettera, la sua intenzione di disertare, e adesso l’intera flotta del Nord è alla ricerca del sottomarino con l’ordine di localizzarlo e affondarlo. Un’azione simbolica, quella adempiuta dal comandante, che, palesando le proprie intenzioni, decreta l’inizio della partita a scacchi che lo vede contrapposto alla Russia e alla stessa America. Su tale scacchiera, cullata dalle correnti, Ramius ed il suo Ottobre Rosso avanzano come pedoni, pronti a dare lo Scacco Matto. L’Unione Sovietica non vuole per nulla al mondo svelare i propri segreti tecnologici al nemico di sempre, mentre la commissione di sicurezza americana sostiene che Ramius sia impazzito e Mosca stia solo tentando di scongiurare che il comandante lanci i suoi missili alla volta della nazione. Ramius si trova così a dover far fronte agli attacchi sovietici e a quelli degli Stati Uniti. Il comandante dimostrerà la sua impareggiabile abilità tattica, sventando tutte la manovre offensive avversarie, riuscendo, infine, a condurre l’Ottobre Rosso presso la foce di un fiume, al riparo dei satelliti spia sovietici.

Caccia a Ottobre Rosso” è un avvincente thriller fantapolitico, che trae la sua forza dallo strumento narrativo rappresentato dalla suspense e dalla sapiente caratterizzazione dei singoli personaggi. Svettano, su tutti, il sempre ottimo Sam Neill nei panni del nobile e leale capitano Borodin e il convincente Alec Baldwin, interprete di Jack Ryan, unico personaggio ad intuire le intenzioni del protagonista. Il comandante, figura estremamente complessa e intrigante, magistralmente interpretato da un intramontabile Sean Connery, costituisce il cuore dell’opera filmica. Il suo desiderio di fuga, di evasione, di pace viene esternato dal dolore dei suoi ricordi repleti di rammarico, e dalla grande fuga del sottomarino da lui comandato. Ramius è un navigatore che vuole attraccare e raggiungere la terraferma una volta per tutte.

L’Ulisse lituano non riabbraccerà più la sua Penelope, ma avrà ancora una vita da vivere nel ricordo di un amore intramontabile. Ramius anela, inoltre, a lasciare il mare, a lambire definitivamente il suolo, a baciare le spiagge al termine di una lunga traversata come fece Cristoforo Colombo quando raggiunse l’America, scambiandola, erroneamente, per le Indie. Non è un caso che il protagonista del film, proprio sul finale, citi il grande capitano delle tre caravelle. Ramius, onorando Colombo, dirà: “E il mare concederà a ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni”. Le prossime speranze di Ramius si protrarranno in America, il nuovo continente scoperto proprio da un marinaio.

Autore: Emilio Giordano      

Redazione: CineHunters 

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"L'usignolo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I nomi possiedono un’astratta magia, ne sono fortemente persuaso. Potremmo mai concepire la nostra esistenza quotidiana senza i nomi? Certo che no! Non molto tempo fa, scrissi in tutt’altro contesto quanto segue: “I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.”

Qualche giorno addietro, interrogandomi nuovamente sull’importanza di un nome, mi tornò alla mente un aforisma proferito da J.R.R. Tolkien. Il Professore affermò: “Per me viene sempre prima un nome e poi una storia.” - ben sapendo che un nome non necessariamente indica una mera identificazione, ma, più spesso di quel che si creda, suggerisce una qualità, un talento, un dono.

Lo scrittore britannico era un cultore della linguistica inglese e, quando ideava un “epiteto” per uno dei suoi personaggi di fantasia, ponderava attentamente prima di sancirlo. Ogni nome doveva contenere una caratteristica distintiva della personalità supposta per il personaggio. Nei suoi scritti, Tolkien partorì lingue e idiomi fittizi, basandosi sul linguaggio antico, sulle origini e sulle progressioni della linguistica stessa. Qualunque nome pensato e vagliato dal Professore, sebbene ad una lettura immediata lasciasse filtrare poco di chiaro ed evidente, occultava una verità, una peculiarità. Quando Tolkien creò Lúthien, la più bella degli elfi Sindar, volle imprimere, tra le consonanti e le vocali della sua denominazione, la purezza intangibile di un sentimento. Il nome “Lúthien” fu tratto dall’antico termine inglese “Lufien”, che soleva significare “amore”. Secondo il desiderio dello scrittore, la dama Lúthien doveva essere la personificazione immaginifica dell’amore. Ella era, per Tolkien, l’incarnazione della propria sposa, Edith Bratt, la donna che egli amò per tutta la vita. Influenzato dal profondo amore che lo legava ad Edith, Tolkien compose la storia di Beren e Lúthien. Come ogni scrittore innamorato, Tolkien volle trasfigurare la sua adorata nel suo universo figurato. Edith divenne Lúthien, ed in essa Tolkien infuse l’immortalità e l’etereità con la sua penna. Lúthien era un elfo femmina di straordinaria bellezza, e la sua voce era melliflua e armoniosa. Dalle sue labbra rosate echeggiava un canto melodioso e soave, e dai suoi sussurri gocciolavano note lievi e carezzevoli.

Beren e Lúthien in un'illustrazione di Alan Lee

Beren ravvisò la dolce voce di Lúthien nella boscaglia, e scorse il suo incedere sul prato. Il cavaliere si innamorò a prima vista della nobile fanciulla. I suoi occhi vennero ghermiti dalla bellezza della ragazza, e il suo udito si smarrì in un sentiero di note e di suoni. Le intonazioni leggere di Lúthien tintinnavano nel verde, ed i suoi acuti picchiettavano come timbri forti, ridestando gli alberi addormentati dal lungo sonno invernale. Beren avvicinò Lúthien a sé e i due poterono conoscersi. Egli chiamò la damigella “Tinúviel”, l’usignolo. Tale soprannome esprimeva le qualità canore della giovane, la levità e la purezza del suo timbro vocale, dolce e aggraziato come il canto di un piccolo volatile variopinto.

La storia di un personaggio, la vivezza della sua personalità delineata su di un foglio di carta, ha inizio da un appellativo. Tutto ha inizio con un nome. La vita stessa di un infante comincia con la pronuncia di quel “sostantivo”. I genitori di un bambino appena nato, dopo aver udito il pianto che scandisce il suo primo respiro, scelgono di “battezzarlo” con la flebile pronuncia di un nome.

I nomi tratteggiano un’entità, i soprannomi delineano una caratteristica. Beren soprannominò la sua sposa Tinúviel, poiché essa era leggiadra e la sua tonalità vocale era gradevole come il trillo eufonico di un uccello.

Molto tempo fa, una donna svedese divenne nota per la sua voce incantevole, tant’è che la gente volle denominarla “usignolo”.  Lo scrittore danese Hans Christian Andersen partì proprio da questo soprannome per scrivere una delle sue fiabe più sentimentali. Andersen, sovente, carpiva elementi dal reale, infondendo in essi magia, e altrettanti personaggi delle sue fiabe furono ispirati da veri incontri.

Nella capitale danese, un bel giorno, Andersen s’imbatté in una ballerina molto bella e aggraziata. Era mattina inoltrata, e Hans Christian si era introdotto di soppiatto nel grande teatro della città. La platea era ancora vuota, ma sul palcoscenico era possibile scorgere una frenetica attività di preparazione. Una compagnia teatrale era tutta presa a provare senza sosta la buona riuscita di un balletto. La sera, infatti, sarebbero andati in scena, ma qualche passo di danza non era ancora stato perfezionato. Fu in quel momento che Andersen vide la ballerina danzare sul soppalco con un bianco vestito. Le scarpette consunte la tradirono ed ella cadde a terra rovinosamente. Un uomo emerse da dietro le quinte e la rimproverò aspramente. Andersen si sentì tremare. Non poteva sopportare che la donna di cui si era invaghito venisse maltrattata in quel modo. Corse via a lavorare. Nella bottega di un calzolaio, realizzò per lei due scarpette su misura. Le scarpette erano nuove, non certo rosse, ma candide e comodissime. Il giorno seguente, Andersen donò il frutto del suo lavoro alla fanciulla, che lo ringraziò calorosamente. L’abbraccio della donna motivò lo scrittore nel profondo, il quale si ritirò nel suo studio e compose una fiaba per lei: “La sirenetta”. Andersen tentò di conquistare il cuore della ragazza con la scrittura ma la sua fiaba non sortì l’effetto sperato. La donna lesse la storia e se ne innamorò, tuttavia non provò l’egual sentimento per l’autore che l’aveva concepita. Il cuore della donna apparteneva ad un altro uomo, colui che quel dì, dove tutto ebbe inizio, l’aveva redarguita così aspramente. Andersen se ne andò via in silenzio. Si voltò un’ultima volta e vide la ballerina montare su una carrozza, scortata da un soldato inglese, racchiuso in una divisa rossa e blu, a cui mancava una gamba.

Jenny Lind in un dipinto di Eduard Magnus

Tutto ciò, però, non accadde mai davvero. Gli eventi sin qui narrati appartengono ad una fiaba cinematografica. La storia di un Andersen innamorato di una giovane ballerina è tratta da un’opera filmica del 1952: “Il favoloso Andersen”, pellicola alquanto romanzata sulla vita dello scrittore originario di Odense. Eppure, non tutto fu inventato. Andersen incontrò realmente una donna nella sua vita e ad ella dedicò una delle sue fiabe più ricche di sentimento.

Andersen conobbe Jenny Lind nel 1843. Dapprima, la intravide con i suoi occhi timidi, peritosi, ma vispi, sempre in procinto di mutare la realtà osservata in realtà immaginata. Volle studiarla col suo sguardo curioso, pur sapendo che l’apparenza rivela sempre solo una parte della persona, quella più esposta, l’estetica ingannevole. Di rado, attraverso il senso della vista, è possibile scandagliare l’animo umano, l’intimità, l’essenza nascosta sotto lo strato della nuda pelle. Andersen, sensibile e attento a cogliere il più impercettibile dei particolari, capì che la mera osservazione non sarebbe bastata. Si soffermò allora ad ascoltare il suo parlato e, in seguito, il suo canto. Jenny era una cantante d’opera. Si esibì al cospetto del più grande scrittore di fiabe di ogni tempo, ed il suo cinguettio conquistò il suo cuore. Non fu l’immagine, l’aspetto, la fattezza ad attrarre il poeta danese, bensì l’anima, lo spirito, la sostanza divina nascosta sotto l’umana sembianza. Cantando, Jenny mise a nudo la sua essenza e di essa Hans Christian si innamorò. Jenny aveva la voce di un usignolo, e Andersen la trasformò, con il tocco di una bacchetta magica, in quella creatura. Col cuore colmo di amore, Hans Christian stese la bozza della sua nuova fiaba. Fu una donna a spronare la sua creatività, fu una voce a stimolare le sue parole, ma fu soprattutto un nome a far germogliare il seme della sua storia. L’usignolo svedese divenne un vero usignolo che abitava nei boschetti lussureggianti della Cina.

Illustrazione di Vilhelm Pedersen per la fiaba di Andersen

C’era una volta, nell’estremo oriente, un’antica reggia splendente, cinta da giardini verdeggianti. Tra gli alberi, di ramo in ramo, viveva un usignolo che cantava dalla notte al giorno. Il suo vocalizzo allietava le fatiche di un pescatore che, ad ogni crepuscolo, si recava con la sua imbarcazione in mare. I fiori ondulavano ritmicamente anche negli attimi in cui la brezza smetteva di soffiare. Essi danzavano, spronati dal canto dell’usignolo. I cespugli ripieni e le foglie verdissime traevano lucentezza dal piacevole canto del piccolo volatile, che promanava sulla natura circostante il miracolo di un’eterna giovinezza.  L’usignolo volgeva, di solito, i suoi versi canori alla luna, spettatrice attenta e ascoltatrice silenziosa. Ad ogni nota, l’astro della sera rifulgeva di un riverbero lattescente.

A corte, nessuno parlava d’altro se non del “trillo” dell’usignolo. L’imperatore ordinò ai suoi servi di condurre l’usignolo a palazzo, così che anch’egli potesse godere da vicino della melodia emessa dal suo minuscolo becco. L’usignolo, molto gentilmente, acconsentì d’essere scortato e così nella grande sala del trono fece effluire il suo canto ed esso commosse l’animo del sovrano.

L’imperatore decise, allora, d’imprigionare l’usignolo in una gabbia, così da averlo sempre vicino a sé. Un giorno, però, un cortigiano portò all’imperatore un regalo inviatogli dal Giappone. Si trattava di un usignolo meccanico, tempestato di pietre preziose, rubini e diamanti. L’usignolo artificiale funzionava mediante degli ingranaggi interni che riproducevano un languido tintinnio che l’imperatore finì per preferire all’emissione di voce del vero usignolo. Così, il volatile venne liberato e a corte rimase soltanto il meccanico pennuto. Qualche tempo dopo, l'artificio si ruppe per il suo eccessivo utilizzo e l’imperatore cadde nello sconforto.

Ritratti fotografici di Jenny Lind e Hans Christian Andersen

Ammalatosi gravemente, il sovrano venne trascinato nelle sue stanze dove, a notte fonda, vide comparire dinanzi a sé la scarnificata figura della Morte. La mietitrice confessò al ricco che la sua ora era ormai giunta e che la malattia lo avrebbe strappato alla vita prima che il sole fosse sorto di nuovo. Come ultimo desiderio, l’imperatore implorò l’usignolo di tornare da lui così che il suo canto potesse accompagnarlo nell’ultimo viaggio verso l’aldilà. Sul davanzale della finestra rimasta aperta, si poggiò l’usignolo, giunto in soccorso dell’imperatore. Esso non provava offesa né livore nei riguardi del regnante. Perdonò i peccati dell’uomo come uno spirito angelico disceso dal cielo. L’usignolo, dunque, cantò con il suo mirabile cinguettio e la Morte si dissolse nell’ombra, scomparendo, dopo aver provato per la prima volta una vera, tangibile emozione. Gli affanni e i dolori dell’imperatore vennero domati ed estirpati dal suo corpo fiacco. L’indomani, quando l’imperatore aprirà gli occhi scoprirà d’essere guarito. L’usignolo scomparve nel bosco e l’imperatore non conoscerà mai il suo nome, ne rammenterà solamente il soave suono.

L’amore che Hans Christian nutrì per Jenny Lind viene perpetuamente espresso nei passi più intensi della sua fiaba. Il canto “dell’usignolo svedese” possedeva un che di magico, era in grado di curare un’anima triste e affranta. Quando udiva la voce da soprano di Jenny, Andersen si sentiva bene, guariva temporaneamente dalle sue angosce. Il canto dell’usignolo accarezzava il suo viso stanco, lambiva il suo naso adunco e pronunciato, abbracciava il suo corpo mingherlino e dinoccolato. Agli occhi di Andersen, nulla poteva sostituire la perfezione naturale di Jenny, neppure un artefatto meccanico di mirabile manifattura.

Andersen, timoroso e tremendamente introverso, riuscì a trovare il coraggio per confessare il proprio sentimento a Jenny ma lei lo respinse garbatamente. In una lettera, il soprano riportò l’impossibilità di ricambiare l’amore dello scrittore che ella considerava solamente un amico fraterno. Andersen ne soffrì. Non potendo avere la sua amata, si accontentò, allora, di renderla parte della nutrita schiera dei suoi personaggi fiabeschi. Jenny divenne piccola come un anatroccolo, esigua come un delicato usignolo dalle piume vivaci che Andersen poteva reggere sul palmo della mano e guardare con immutata ammirazione. L’usignolo della sua fiaba non aveva un nome ma soltanto un appellativo. Sarà così che la sua amata verrà ricordata e conosciuta in tutto il mondo. Tutto partì da un nome e proseguì per un amore: fu così per Tolkien, così avvenne per Andersen.

Come accaduto nell’opera filmica, quando Andersen mirò la ballerina allontanarsi, Hans Christian vide Jenny andar via da Copenaghen, ma ad accompagnarla non vi era più alcun soldatino.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Rick e Ilsa" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il profumo del mare effluiva dalla sua superficie increspata. La spuma bianca veniva percorsa dal navigare compassato di una barca a vela, sospinta da una leggera brezza. Sulla poppa, se ne stava comodo a reggere il timone un uomo dal viso fortemente espressivo. Davanti a sé, costui, improvvisatosi “marinaio” per l’occasione, osservava un’esile figura di donna, indagandola col suo sguardo schivo e riservato. Costei, piuttosto alta e minuta, aveva i capelli corti, due occhi grandi da cerbiatta e un dolce sorriso che, di rado, smetteva di elargire a chi le rivolgeva attenzione. I due, tra una parola e l’altra, si misero a discutere su Parigi. Un argomento inusuale quello relativo alla famosa città europea, cionondimeno estremamente ricco di significati per entrambi.

Sabrina, la ragazza, era già stata nella capitale francese e seguitava a sognarla ardentemente. Linus, l’uomo, confessò d’essersi soffermato a Parigi soltanto una volta e per pochi minuti, in attesa di prendere un aereo verso tutt’altra meta. D’un tratto, il disco scelto da Sabrina cominciò a far risuonare una melodia romantica che Linus disse di rammentare con dolore. Quel motivo, infatti, ricordava a Linus una donna che egli ammise di amare profondamente. Udendo tale sentita confessione, Sabrina dedusse che Linus non era affatto un comune imprenditore solitario, freddo, innamorato soltanto della sua bella scrivania di mogano, ma una persona ricca di sentimento. Sabrina, allora, gli fece una confidenza: disse che anch’ella fu tanto innamorata e che andò a Parigi per dimenticare. Secondo il detto della damigella, Parigi esiste in particolar modo per cambiare vita, per spalancare le finestre di una casa buia e fare entrare “La vie en rose”. Linus obiettò a quanto detto dalla giovane: “Parigi è per gli innamorati, e forse è per questo che io ci sono rimasto per così poco”.

Si conclude con questo scambio di battute la scena più autenticamente vera, pur considerando la sottile bugia proferita da Linus, di “Sabrina”, uno dei grandi capolavori della filmografia di Billy Wilder. Linus mentì in questa sequenza, e, allo stesso tempo, disse il vero. Lui non aveva amato alcuna donna, sino a quel momento. Volle inventare una piccola fanfaluca per attrarre su di sé i pensieri di Sabrina, la ragazza di cui Linus comincerà ad innamorarsi sempre di più. Usò una piccola bubbola per rendere la ragazza consapevole della sensibilità che man mano emergeva in lui.

Quando vidi questo spezzone e ascoltai tale parlato, ripensai a “Casablanca”. Linus, interpretato dal mitico Humphrey Bogart, ammise d’essere stato nella città parigina per un breve arco di tempo. Curioso, pensai. Un altro personaggio legato indissolubilmente alla figura di Bogart visse, proprio a Parigi, l’amore più intenso della sua esistenza.

Nel corso della sua carriera, Humphrey Bogart indossò molte maschere. Talune di esse erano tragiche, eschilee, sofoclee, euripidee, altre, invece, ironiche, sprezzanti, aristofanee. Bogart incarnò personaggi variegati eppur simili nel loro temperamento nobile: fu il buono, l’eroe, il romantico e, di rado, anche il cruento, il reo, il malvagio. Talvolta, le sue maschere assumevano i connotati di una faccia crucciata, malinconica, altre volte i lineamenti marcati di un rude e di un arcigno. La maschera che “Bogie” calzò alla perfezione, come se essa fosse stata modellata direttamente sul suo viso, fu quella di Rick Blaine in “Casablanca”. In questo film, Parigi rappresenta lo scrigno in cui è custodito il sentimento assoluto del protagonista.

Il prologo del lungometraggio sancisce sin da subito l’ambientazione della storia: “All'inizio della Seconda guerra mondiale, molti occhi nell'Europa oppressa si volsero pieni di speranza o di angoscia verso la libera America. Lisbona divenne il grande centro d'imbarco, ma non tutti erano in grado di raggiungere direttamente la capitale portoghese. Molto spesso ai profughi rimaneva la sola alternativa di un lungo, tortuoso giro da Parigi a Marsiglia. E attraverso il Mediterraneo, a Orano. Poi, in treno, o in auto o a piedi dalle coste dell'Africa, a Casablanca, nel Marocco francese. Là i più fortunati, col denaro, le relazioni o la buona sorte, ottenevano il visto di partenza e correvano a Lisbona, e da Lisbona all'America. Ma gli altri aspettano a Casablanca, aspettano, aspettano, aspettano...”

Casablanca costituiva, in quel tempo, un rifugio, la tappa di un arduo pellegrinaggio.  Rick era uno degli “altri”, uno dei “tanti” descritti astrattamente nella “prefazione” della pellicola. Rick attendeva, ma la sua era un’attesa senza esito. Non era un viaggiatore che cercava disperatamente di tornare a casa o di trovare un modo per raggiungere il continente americano, laggiù, oltre l’oceano, dove la guerra era ancora un’eco lontana. Rick viveva a Casablanca, e lì sarebbe rimasto. Tutti a Casablanca lo conoscevano. Egli era il proprietario di un locale alquanto in voga in città, il Rick's Café Américain. Del suo trascorso, Rick non concede alcun accenno. Egli appare cinico, disinteressato, le questioni politiche non gli turbano il cuore, i dissidi bellici tra le fazioni europee non disturbano le sue riflessioni. Rick è un solitario, un anacoreta costretto a restare confinato tra la folla. Nel suo locale, sera dopo sera, dozzine di persone giocano, scommettono, discutono e sorseggiano drink; lui, beh, se ne resta in disparte, osservando tutti come un falco vigile che non scende mai in picchiata. Mentre Rick fuma isolato, una donna gli si avvicina, domandandogli che fine avesse fatto la sera prima. Rick, volutamente, replica di non ricordarsene.

A quel punto, la fanciulla gli domanda: “Ci vedremo questa sera?” – E Rick borbotta: “Non faccio mai piani così in anticipo.”

Ci fu un tempo, però, in cui Rick era solito preparare piani a lungo termine. Spesso, queste sue volontà erano dettate dagli istinti, dall’impeto, dal desiderio ardente di concretizzare un sogno. Di sogni e ambizioni Rick non si sfamava più. Di colpo, una musica echeggiò nell’ampia sala. Il tempo scorreva inesorabile ma parve rallentarsi ad ogni nota emessa dal pianoforte. Rick raggiunse il musicista, il suo caro amico Sam, rimproverandolo aspramente. “Sam, non ti avevo detto di non suonarla più?”. Fu in quell’attimo che Rick tornò a rimirare un volto che mai aveva scordato. Ilsa era lì, nel suo locale, seduta attorno ad un tavolo, in compagnia d’un altro uomo. Fu lei a implorare Sam di suonare quell’armonia, di intonare quel testo. Rick restò basito, tra tutti i ritrovi del mondo Ilsa era giunta proprio nel suo. Casablanca era una terra di arrivi e di partenze, un luogo di incontri, di saluti, un centro urbano di arrivi e di sbarchi, una fermata fondamentale per raggiungere un’America idealizzata, una Terra Promessa immaginata in cui sarebbero dovuti scorrere latte e miele.  Proprio in quell’angolo del mondo, Rick rivide la persona più importante della sua vita.

Rick conobbe Ilsa nella capitale francese. Si innamorò istantaneamente di lei, dei suoi occhi puri, del suo volto delicato. Allora, il canto di Sam cadenzava i passi di un amore sbocciato in tempo di relativa pace, in Francia. Rick era pronto a prendere in moglie Ilsa. Organizzò la partenza in treno, avrebbe così raggiunto la meta finale di una vita appagata. Tutto svanì in una notte. La pace venne rotta, le truppe tedesche invasero la metropoli parigina, Ilsa andò via, si riconciliò col marito che aveva creduto morto. Rick restò solo. Il sole raggiante che illuminava la sua sagoma nei giorni antecedenti si dissolse dietro un nembo grigio. Venne la pioggia, Rick indossò un impermeabile e, alla stazione, scoprì d’essere stato abbandonato. Salì sul treno, lentamente, non curandosi della pioggia che cadeva violenta dal cielo, e andò via. Non raggiunse mai la sua meta ideale, si fermò a Casablanca. Sarebbe rimasto lì, in quel luogo da cui tutti scappano.

Casablanca” è l’evocazione di una reminiscenza mai sopita o dimenticata. Con le sue atmosfere nostalgiche, con le sue colorazioni in bianco e nero, l’opera filmica non fa che celebrare un ricordo remoto che torna ad essere rivissuto nel presente. Tale memoria viene scandita, ritmata, dal canto musicale “Mentre il tempo passa”. La vita di Rick e di Ilsa è una pellicola che scorre via, senza mai arrestarsi nella sua esecuzione, un percorso che oscilla tra l’attimo presente ed il vissuto passato. Il tempo avanza inarrestabile, non può essere fermato, carpito, accomodato. Eppure, durante l’esecuzione di una canzone, mentre il tempo vola via, si possono vivere attimi presenti che diverranno immortali. I ricordi sono finestre aperte sul passato, fili pendenti da annodare. La reminiscenza di un passato diviene contemporanea quando, ripensandola, si avvertono le medesime sensazioni, le stesse emozioni di allora. Quel riecheggiamento che ha genesi nell’avvenuto, torna nell’attuale conferendo ad esso l’egual sentimento. I ricordi sono come una bella canzone, basta solo riviverli, “riascoltarli”, per abbattere le barriere del tempo che fugge via, ed estraniarsi da esso.

Rick fa lo stesso: chiede a Sam di suonare per lui. Reggendo tra le mani un bicchiere, ascoltando quel canto, Rick rivive il suo passato. Egli non ha mai smesso di amare Ilsa, e lei, pur essendo legata al proprio consorte, continua ad essere combattuta dall’amore che nutre nei riguardi del protagonista. L’amore, come una canzone, può essere eterno, non estinguersi mai come una fiamma imperitura che continua ad ardere, rinvigorita anno dopo anno, intonazione dopo intonazione.

Quando Rick rivede Ilsa, il suo cuore sussulta più volte come colpi di cannone. Ilsa ha cambiato irrimediabilmente la sua vita, lo ha avvicinato alla vera felicità, e al contempo alla più inconsolabile delle tristezze: lo ha fatto sentire vivo. Dal suo addio, Rick è cambiato. Ha smesso di curarsi realmente di se stesso così come del prossimo. Eppure, sotto la sua scorza dura, algida, impenetrabile, Rick cela un cuore rotto ma pronto più che mai a tornare a funzionare.  Sarà proprio il ritorno di Ilsa a far affiorare la sua straordinaria umanità e la sua innata lealtà. Rick si prodigherà per aiutare gli indifesi, i bisognosi del suo locale, ideerà anche un escamotage per mettere in salvo la sua amata. L’amore reale e rivissuto, sebbene arrecò sofferenza, trova sempre il modo di far emergere la parte più bella di un vero innamorato. Lo smoking bianco che Rick indossa esterna la purezza e la bontà del suo animo. Rick rinuncerà al suo smoking soltanto alla fine, quando sceglierà di vestire l’impermeabile beige, il medesimo che aveva quando si separò da Ilsa.

All’aeroporto, Rick è in procinto di dirle addio per sempre. Il colore dell’impermeabile emana il grigiore di un cuore bianco incupitosi per la tristezza provata; un cuore ferito ma decisamente audace. Rick ha trovato il modo di far fuggire via Ilsa e suo marito, di metterli in salvo su di un aereo. Avrebbe potuto salirci lui stesso con lei, o far andar via da Casablanca soltanto lo sposo della sua innamorata. Ma Rick era conscio che le promesse fatte la sera precedente, i giuramenti, gli amori dichiarati, un giorno, nel cuore e nello spirito di Ilsa, si sarebbero dileguati, sostituiti da un rimorso, un rammarico. Rick agisce nobilmente, non si cura di ciò che converrebbe fare a lui, bensì di ciò che è giusto fare.

La nobiltà d’animo di Rick e di Bogart, personaggio e persona divenuti un tutt’uno, trova nell’adempimento della scelta finale di “Casablanca” la massima espressione. Rick rinuncia all’amore, alla vicinanza, all’affetto, alla donna. Vivrà in un presente pericoloso, a Casablanca, rischiando la vita, ma avrà ancora i suoi ricordi, gocce di pioggia che mai svaniranno nel vento come lacrime versate. Rick ed Ilsa si desiderano e si amano ma devono dirsi addio, impossibilitati a vivere il loro amore poiché schiacciati da obblighi e da doveri che li costringeranno a restare per sempre separati. Dinanzi all’amarezza della vita e della rinuncia, resta Parigi.

Rick possiederà sempre Parigi. Ilsa stessa avrà sempre Parigi. In “Sabrina”, il personaggio di Audrey Hepburn disse che a Parigi, la città degli innamorati, ci si deve “procurare” un po' di pioggia: una pioggia che non sia troppo forte però. La pioggia è molto importante, secondo Sabrina, poiché essa dà a Parigi un profumo speciale di castagni bagnati. Rick, in “Casablanca”, vide coi suoi occhi la pioggia parigina, la senti lambire violentemente il suo capo e il suo vestiario quando Ilsa lo lasciò solo e sconsolato. Ciononostante, a Parigi, egli custodirà sempre le sue memorie più liete e dolorose: le sue memorie umane. Il ricordo di un amore vero, provato soltanto per pochi giorni, allieta la ferita di un amore reciso sino a renderla dolcemente tollerabile, come una cicatrice a cui ci si è affezionati, che è divenuta parte di sé, nel volgere della maturazione.

E’ meglio aver amato e perso che non aver mai amato” – disse Alfred Tennyson, e Rick lo capì quella notte.

"L'addio tra Rick ed Ilsa" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Lasciando andar via la sua amata, Rick incarna gli animi poetici e sofferenti di tutti gli innamorati che mai riuscirono ad avere la loro diletta. Quando l’areo decollò, Rick orientò lo sguardo su, verso la volta celeste notturna. Come Dante Alighieri, Rick vide Ilsa, la sua Beatrice, volare via verso un paradiso di pace e serenità. Lui rimase a terra, a rimirare le stelle. Sostò solitario, e, quasi certamente, riprese a rimembrare la sua adorata, come il Leopardi rimembrava la “sua” Silvia.

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Darkman" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

Prima de’ “L’armata delle tenebre”, Sam Raimi desiderava dirigere una pellicola a carattere supereroico. Dopo aver ultimato le riprese del suo terzo lungometraggio, “La casa 2”, Raimi tentò di convincere la Warner Bros a sceglierlo come regista di “Batman”, ma venne superato in vista del traguardo dal cineasta Tim Burton. Cercò, allora, di accaparrarsi i diritti per realizzare un film su “The Shadow” ma senza successo. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, le porte di Hollywood non erano ancora state aperte sull’universo dei fumetti, e poche erano le case di produzione propense ad investire su progetti di tal genere. L’epoca dei primi “Spider-Man” cinematografici che vanteranno la firma proprio di Sam Raimi era ancora lontana. I “Superman” con Christopher Reeve, il “Batman” di Tim Burton rappresentavano, in quei decenni, le eccezioni. Raimi adorava i fumetti e, non potendo acquistare i diritti per adattare alla celluloide un personaggio cartaceo, decise di creare lui stesso il proprio antieroe in formato pellicola. Or dunque, stipulando un contratto con la Universal, Raimi partorì il suo figlio più tormentato: Darkman.

Il grande talento di Raimi ed il suo stile unico ed inconfondibile avevano già mietuto ampi consensi tra gli appassionati del cinema dell’orrore. Raimi, sin dagli inizi della sua carriera, dimostrò d’essere un abilissimo cineasta, un ottimo autore ma, ancor di più, un eclettico e originalissimo artista. Le tinte orrifiche delle sue opere, l’ironia inaspettata, improvvisa, goliardica e grottesca, lo splatter estremo, il rosso del sangue che zampilla copioso, la comicità parodistica, la tecnica di ripresa rapida, la soggettività prolungata, la camera che scruta e scatta veloce come un proiettile, lo sviluppo elettrizzante e dinamico della sua narrativa sono gli elementi di base del suo cinema. Raimi è senza alcun dubbio un artista geniale, un regista da capire e stimare. Nel già citato “Darkman”, il suo linguaggio e la sua poetica trovano una forte espressione.  Darkman incarna, sotto le sue bende, tra le sue ferite putride, le essenze straziate e angosciate dei grandi mostri della Universal, le creature che appartengono indissolubilmente all’età dell’oro del cinema in bianco e nero.

Darkman è un personaggio violento e brutale, stralunato e fuori di testa, sofferente e drammatico tanto da suscitare pietà, comprensione, empatia. In lui confluiscono molteplici sentimenti ed altrettante emozioni. Darkman non è l’eroe del popolo né il vigilante mascherato che veglia sulla città, bensì un uomo sfigurato che insegue la sua personale vendetta. Secondo il volere di Raimi, sarebbe toccato all’amico fraterno Bruce Campbell vestire i panni del distolto uomo-nero, ma lo studio cinematografico spinse per scritturare un interprete più affermato. Liam Neeson, attore di notevole presenza scenica, al suo primo ruolo da protagonista, impersonò Darkman, conferendo al personaggio un dolore intimo, profondo, impossibile da alleviare. Neeson riuscì a fare ciò non tanto con le mimiche facciali, parecchio limitate dall’impressionante trucco, bensì con la voce soffusa, a stento soffocata, che esternava i disturbi interiori del personaggio. Darkman è un antieroe ispirato dal romanzo grafico ma plasmato per la settima arte. Raimi confezionò un film tributario, nostalgico, citazionista, eppure incredibilmente innovativo e stravagante. Le sequenze del suo lungometraggio evocano le bellezze pittoriche e gli sfondi colorati delle tavole di un fumetto, da sfogliare pagina dopo pagina, montaggio dopo montaggio. Le scenografie imponenti, gli edifici di una Los Angeles bagnata da una pioggia battente, i gargoyle di pietra che svettano alti sulle sommità dei palazzi, le fotografie e le luci così particolari rendono questo film un classico di culto, uno dei tanti cult nati dalla mente di Raimi e immortalati dal suo occhio meccanico. Darkman, concepito dalla fantasia del regista statunitense, è una vittima sfortunata, un vigilatore maledetto dalla crudeltà degli uomini.

Quando chiesero ad Alfred Hitchcock a cosa, secondo lui, corrispondesse la vera felicità, egli rispose: “Alla serenità assoluta, ad un orizzonte limpido davanti a sé”. A Los Angeles, molti anni fa,viveva un uomo che aveva realmente assaporato la felicità più pura.

Peyton Westlake conduceva una vita mite ma alquanto soddisfacente. Aveva un lavoro gratificante, una bella fidanzata che presto avrebbe sposato, e si trovava sul punto di compiere una rivoluzionaria scoperta. Un cielo terso e senza alcuna nuvola dominava l’orizzonte di Peyton ed il suo futuro appariva più che mai radioso. Di colpo, però, arrivò un fortunale. Peyton non poteva di certo aspettarsi che tutto, in una notte dannata, sarebbe cambiato.

Peyton era un brillante e scrupoloso scienziato. In quel tempo, stava ultimando i suoi esperimenti per la creazione di una pelle liquida che potesse aiutare le persone vittime di gravi ustioni. La pelle artificiale che Peyton aveva sintetizzato in laboratorio, sebbene avesse superato il processo di vivificazione, non riusciva a perdurare. Scoccato il novantanovesimo minuto, l’epidermide sostitutiva iniziava a liquefarsi. Questo, tuttavia, non abbatteva Peyton nello spirito. Egli sapeva che, prima o poi, sarebbe giunto ad una rivelazione. Una notte, il laboratorio di Peyton viene dato alle fiamme da una banda di criminali capeggiata da Durant, un noto boss malavitoso. Lo scienziato viene massacrato dalla furia omicida dei delinquenti. Le sue mani vengono arse dalle fiamme ed il suo viso immerso in una pozza d’acido. In una sola, buia, notte l’esistenza di Peyton mutò per sempre. Egli perse la sua bella vita, dovette allontanarsi dalla sua compagna, venne ritenuto morto, divenne, pertanto, un cadavere errante, un “fu”: il fu Peyton Westlake. Nell’oscurità, dalla morte di Peyton vide la luce Darkman.

Peyton viene recuperato e portato in un istituto medico. Scambiato per un vagabondo senza casa e senza identità, viene scelto per essere sottoposto ad esperimenti. I dottori, consapevoli che l’uomo non può tollerare i dolori derivanti da tali ustioni, decidono di recidergli i nervi che si trovano lungo il tratto spinotalamico, precisamente nel punto in cui gli impulsi del dolore partono per arrivare al cervello. Peyton, in tal modo, non avverte più alcuna sensazione proveniente dall’esterno. Questo, però, provoca in lui gravissimi effetti collaterali. Il suo corpo, divenuto insensibile al dolore, non trae più alcun avviso di pericolo, inoltre, il suo cervello, isolato dagli impulsi sensoriali circostanti, assorbe invece tutti gli stimoli presenti al suo interno, amplificando le emozioni e dando sfogo ad alienazioni, paranoie, ansie incontrollate e profondo senso di solitudine. Queste alterazioni emotive procurano, inoltre, frequenti raptus d’ira. Scariche di adrenalina viaggiano incontrollate nel suo corpo aumentando considerevolmente la sua forza. Peyton ha, involontariamente, sviluppato capacità sovrumane che mineranno per sempre la sua esistenza. Il protagonista, lentamente, si tramuta in un uomo solo, senza scrupoli, reietto e abbandonato. La sua mostruosità estetica non gli permette di farsi accettare dai suoi simili, persino le sue nuove abilità non fanno che allontanarlo dalla sfera umana. Non sentire più dolore, non provare più alcuna compassione, vivere solo, oppresso dai suoi pensieri, non fa che renderlo visceralmente misantropico. Darkman personifica l’emarginazione più acuta, l’intolleranza nei riguardi del diverso e di colui che soffre di un male incompreso.

Fuggito dall’ospedale, il ricercatore si rifugia tra le rovine devastate del suo laboratorio, dove inizia a ricostruirsi il volto digitalizzando una sua fotografia. Come fatto dal dottor Frankenstein, Peyton si isola dalla realtà cittadina per dedicarsi al suo indefesso operato. In principio, Peyton cerca di lavorare pazientemente, ben presto, però, si accorgerà che non potrà in alcun modo dominare le sue frustrazioni.

La mente di Peyton vaga in tempesta. Essa è un veliero che solca acque burrascose. Il vento gelido non cesserà mai di soffiare forte su quelle vele, le nuvole cupe non smetteranno di far piovere.  Peyton era un studioso, ma il suo cervello non può più ragionare come un tempo. Se ad uno scienziato viene tolta l’assennatezza, esso cadrà nella disperazione. Le paranoie, le ansie, le allucinazioni udite e mirate torturano la mente di Peyton, minando la sua integrità razionale. Peyton ha perduto la sua paziente intelligenza, oramai è un essere che vive di emozioni alterate. I “poteri” che gli sono stati donati da un fato tragico rappresentano l’eterna dannazione che Peyton dovrà patire. La sua vita gioiosa e quieta è stata distrutta, nessun futuro lo attende più. Da scienziato assennato come il dottor Jekyll, Peyton è diventato un essere diabolico e mostruoso, forte ed incontrollato come Mr. Hyde.

Peyton si strugge nell’oscurità, inorridito dal proprio aspetto come il Quasimodo di Lon Chaney. Egli, rinchiuso tra i resti del suo laboratorio, la sua casa, il luogo che considera sacro al pari di un’antica cattedrale parigina, giace al suolo, ingobbito, genuflesso da un peso che gli flette le spalle sino a piegarle. Il volto di Peyton è coperto da una fitta bendatura che non fa trasparire alcuna smorfia, soltanto i suoi occhi sofferenti e rabbiosi emergono dagli strati di stoffa bianca. Il suo viso bendato è stato immobilizzato come lo fu, a sua volta, l’empia espressione della mummia di Boris Karloff. Nessuno lo vede più, nessuno sa che è vivo. Egli permane nelle tenebre, non viene mai scrutato, mai descritto, come fosse un uomo invisibile.

Peyton progetta la sua vendetta e, digitalizzando la sua immagine, riesce a creare una maschera identica al suo volto. Indossandola, Peyton riemerge dalle ombre e prova a raggiungere la sua Julie. Egli la spia da lontano come il fantasma dell’Opera era solito fare, similmente ad uno spettro elusivo, nei riguardi della sua Christine. Julie, ancora affranta dal lutto della sua scomparsa, indossa, metaforicamente, un velo che le copre il volto. Peyton, a sua volta, calza sul viso una maschera che richiama il proprio aspetto originario ma non è altro che un’illusione. I due amanti, come in un quadro di Magritte, si rincontrano, si stringono e si baciano senza accorgersi d’essere occultati da un “panno bianco”. Cos’è reale? Un volto ricostruito che può durare un’ora e poco più, o ciò che si cela dietro quella stessa maschera di cera velata, il sentimento e la personalità angustiata di un uomo divenuto mostro all’esterno e all’interno? Una domanda che Raimi pone ai suoi interlocutori silenziosamente.

"Gli amanti" - Magritte

Peyton tornerà, poco dopo, nell’oscurità proseguendo a covare i suoi propositi di rivalsa. Ottenendo gli scatti fotografici dei volti dei suoi assassini, Peyton sviluppa le maschere delle loro facce, indossandole di volta in volta così da riuscire a mimetizzarsi tra loro. I connotati non sono che mere patine estetiche, strati ingannatori, sfumature menzognere che annebbiano e confondono la realtà secondo l’arte di Darkman. Come accade in “Robocop” di Paul Verhoeven, anche in “Darkman” uno dei fili conduttori della storia è la vendetta.

Darkman ucciderà uno ad uno i suoi carnefici. Non proverà più pietà, non ascolterà più la sua coscienza: egli darà sfogo soltanto alla sua ira, alla sua furia cieca. Non vi è legge, non vi è morale nell’agire di Darkman, solo un senso di torbida ritorsione. Darkman castiga i vili, punisce i violenti, ottiene la sua rivincita sui cattivi. Più che un giustiziere, Darkman diverrà, infine, un vendicatore. Sul vertice di un palazzo in costruzione, Peyton adempierà la sua vendetta. Fronteggerà il mandate del suo omicidio, e lo farà precipitare giù nel vuoto. Un grattacielo in costruzione sarà lo scenario che Raimi riproporrà nel suo “Spider-Man 3”, durante il combattimento finale tra l’Arrampicamuri e Venom.

Di pari passo alla mutazione fisica, Peyton si accorge d’essersi trasformato nel cuore. Consapevole che Julie non potrà mai realmente tollerare ciò che è diventato, Peyton sceglierà di fuggire. Si mischierà tra la folla, usufruendo del suo potere più grande: il camaleontismo. Un potere che non deriva dalla forza bruta né da alcuna abilità superumana, ma dalla sua intelligenza contorta di erudito. Questa sua capacità sarà l’ultimo barlume di umanità che avrà. Egli, sintetizzando la pelle, può creare e fare proprie le fattezze di qualunque uomo egli voglia. Peyton ha smarrito il suo volto e, per questo, ha deciso di indossare i volti di tutti gli altri. Darkman, pertanto, è ogni uomo e nessuno al contempo, può essere ovunque e in nessun luogo. Nessuno potrà riconoscerlo ogni qual volta sceglierà di camuffarsi tra la folla.

Egli non esisterà più come Peyton, ma solo come Darkman. Sarà uno fra tanti, uno fra i più, un “fu” dimenticato che, di tanto in tanto, pur essendo ancora vivo, seguiterà ad osservare la sua tomba vuota come il Mattia Pascal.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • Donne e madri

Chiome lunghe o corte ammantano i loro volti, occhi dei più variegati colori adornano i loro lineamenti. Esse hanno voci tanto diverse, talvolta fioche, smorzate, talvolta acute e calde.

Cos’è una madre?

Nel linguaggio corrente, non vi è una singola risposta che possa ottemperare, con esaustiva finitezza, ad un tale quesito. Le madri possiedono varie incarnazioni, configurazioni difformi, aspetti disparati e caratteri eterogenei. Stando ad una affermazione semplicistica, si suole definire madre una creatura di genere femminile che, dopo una gestazione, partorisce un figlio. E’ questa l’esplicitazione più disadorna, chiara, comune, della figura materna. Eppure, attorno alla sola parola “madre” vi è custodita una qualità ed una quantità di significati vari e sempre più articolati. Con il termine madre si può intendere “l’origine” e con la sua valenza ideale si è soliti manifestare la concezione, la nascita, la plasmabilità di un’idea, di un fenomeno, di un atto d’amore. Al vocabolo “madre” è, dunque, accomunato il pensiero stesso della vita, della formazione, della crescita. Se lo vuole, ogni donna, sin da ragazza, avrà la possibilità di diventare madre. Attenti però, solo se lo vuole davvero! Tengo a sottolineare quest’ultima esclamazione, poiché diventare madre dev’essere un desiderio, una volontà intrinseca, non deve mai essere un obbligo ma una scelta, un volere, e quindi un desiderio.

Parafrasando ciò che disse frate Guglielmo ne “Il nome della rosa” - Dio non avrebbe introdotto un essere così particolareggiato, splendido, come la donna in questo mondo senza dotarla di numerose virtù. Lo credo fermamente anch’io. La donna sono solito definirla primavera, poiché più di ogni altra creatura in essa è preservato il segreto della vita, del divenire, dell’amore. Portare in grembo una creatura, percepirne il senso, sentirla crescere dentro di sé, nutrirla, vivere in due è un’esperienza che soltanto le donne possono provare. 

Tuttavia, diventare madri non è e non deve mai essere una coercizione. Per molti anni, la società, il costume, il credo popolare hanno fatto sì che donna e madre continuassero ad essere un nesso inscindibile. Niente di più sbagliato! Essere donne e diventare madri sono due categorie separate che possono essere, se lo si vuole davvero, congiunte in un sol spazio. Basti pensare all’epoca dei tanti sovrani e delle loro rispettive consorti, l’era in cui ad una regina spettava l’arduo compito di generare un erede maschio che potesse succedere al trono una volta che il regnante avesse abdicato. Il potere della donna di generare la vita veniva ghermito dall’uomo, fatto proprio, come un artificio da utilizzare per il proprio fine, e la figura della donna veniva ridotta a sola dispensatrice di eredi.

"Madonna della Seggiola" - Raffaello

Un tempo, molte fanciulle potevano essere riconosciute come donne solo se diventavano mamme, in caso contrario, di donna, agli occhi di una società arretrata e sciocca, avrebbero avuto soltanto una parvenza. Esse sarebbero rimaste eternamente incomplete e, in cuor loro, schiacciate da questo dogma imposto dalla tradizione, dalla consuetudine, si sarebbero sentite realmente tali. In quegli anni, prender marito e rimanere incinta erano passaggi obbligati della maturazione, impellenze da adempiere più che sogni da realizzare. Le prime manifestazioni del movimento femminista nella prima e, immediata, seconda metà del Novecento assunsero grande rilievo per rivendicare l’indipendenza della donna. Il corpo di una donna è straordinario per la sua possibilità di poter mutare, di adattarsi, per accogliere una nuova vita. Ciononostante, non si può in alcun modo ridurre la femminilità, il valore corporale di una donna, a mero strumento di fecondazione. Una donna può essere madre se lo vuole davvero ma non necessariamente, in quanto la sua femminilità e la sua importanza non possono in alcun modo dipendere da questo fattore.

Diventare madre non deve mai essere un’intimazione, un vincolo, un dovere ma un’aspirazione intimamente sentita. Oggi le donne, mediante i loro sacrifici e le loro lotte continuano a ricercare un’autonomia, rivendicando il loro diritto ad essere madri e la loro libertà nel caso in cui non vogliano esserlo. 

Madre, naturalmente, non è soltanto colei che partorisce ma colei che sceglie volontariamente di esserlo e, quindi, di crescere un figlio. Pertanto, la definizione ordinaria, usuale, con cui ho iniziato questo mio scritto non può essere quella definitiva. A tal proposito, vi è una nitida differenza tra il termine “madre” e “mamma”. “Mamma” è un sostantivo che possiede una valenza più profonda, affettiva. Potrei, or dunque, dire che “madre” è una figura astratta e generica, un’entità fisica che dà alla luce un figlio senza, necessariamente, creare un legame con lui. Mamma, al contrario, è un’essenza definita, che accoglie tra le sue braccia un figlio che può aver dato lei stessa alla luce o, in alternativa, adottato ma come se lo avesse davvero portato in grembo sin dal suo concepimento.

La Pietà di Michelangelo. Il volto giovane di Maria evidenzia la sua purezza.
  • Mamme, tra religione e mitologia

Interrogandosi sull’esistenza o meno del Paradiso e di una vita ultraterrena, il grande filosofo partenopeo Luciano De Crescenzo confessò, intimamente, che se davvero dovesse esserci un “dopo”, esso dovrebbe cominciare con l’apparizione di una figura a noi molto cara. Alle porte del Paradiso, fece intendere il De Crescenzo, ognuno di noi dovrebbe vedere l’anima di una persona che abbiamo amato perdutamente nella nostra vita. A tal proposito, Luciano disse teneramente: “Mi piacerebbe rivedere mia madre…”. Le mamme, infatti, sono spesso annoverate tra i più grandi amori dei propri figli.

Quando si ragiona sulla figura della mamma, non si può prescindere dal citare Maria di Nazareth. Maria è madre e mamma al contempo, è il simbolo per antonomasia della sfera materna. Stando al credo cattolico, Ella era una ragazza vergine che, una notte, ricevette la visita dell’Arcangelo Gabriele, il quale le annunciò che sarebbe presto rimasta incinta. Maria esitò per un istante, sapendo che mai nessun uomo l’aveva sfiorata. Maria comprende, in quell’attimo, che il bambino che in Lei potrebbe incarnarsi possiede un’essenza divina. Ella accetta la richiesta del messaggero di Dio, sceglie volutamente di accogliere questa vita, rimarcando con tale accettazione il miracolo della nascita. Maria è una donna che acconsente a custodire nel proprio grembo una vita inattesa. Ella non aveva deciso d’essere madre sino ad allora ma, molto probabilmente, lo aveva sempre desiderato. La parola dell’Arcangelo più che una richiesta può sembrare, ad una lettura superficiale del racconto biblico, un’imposizione. Invero, Maria è stata scelta da Dio come la sola meritevole di dare alla luce il Dio fatto uomo. Maria è posta davanti ad una valutazione difficilissima: se accettare o meno una gravidanza che cambierà per sempre il proprio destino. Maria agisce come donna e anche come madre, decide secondo il suo volere, come una fanciulla libera, e acconsente di diventare madre. Maria accoglie così una vita misteriosa, trascendentale, e lo fa con la consapevolezza di voler essere madre di un Figlio così speciale.

Maria è una mamma che può crescere il proprio figlio ma che non potrà mai proteggerlo. Ella sa che Gesù è destinato a morire, e non può far altro che accettare, questa volta senza possibilità di scelta, il triste destino purificatore a cui andrà incontro il proprio discendente. Tutti noi idealizziamo Gesù come un uomo divino, un mortale che tende all’immortalità, di rado ci soffermiamo a riflettere che quel Dio che ha camminato sul suolo terrestre, secondo il narrato religioso, agli occhi di una madre era un erede fragile, indifeso, sofferente. Maria osservava Gesù come una madre qualunque che mira, felice, il proprio figlio. Ella vedeva in Lui la grandezza, la meraviglia, ma queste sue qualità non sostituivano mai la naturalezza di un figlio a cui Lei non avrebbe mai potuto evitare il dolore che, da adulto, Egli patirà. Quanta forza, quanta resistenza vi era nel cuore di Maria, la mamma che più di tutte dovette sopportare un destino già scritto.

Maria divenne madre tramite un’immacolata concezione. Questo tema mistico fu ripreso da George Lucas nella sua opera cinematografica fondamentale: “Star Wars”. Anakin Skywalker, il protagonista dell’esalogia di Lucas, nacque mediante un’immacolata concezione. La madre di Anakin, Shmi, restò incinta senza aver avuto alcun rapporto carnale. Anakin fu concepito dalla Forza, l’essenza immutabile che circonda e pervade l’intero universo, avvolgendo ogni essere vivente e garantendo la vita. La forza, ideata da Lucas, è paragonabile alla sostanza intangibile del Divino e il ruolo di Shmi Skywalker a quello della Madonna. Shmi ha portato in grembo Anakin, lo ha fatto nascere, senza mai spiegarsi cosa fosse accaduto. Ella fu scelta, senza alcuna annunciazione. Nessuno si recò dinanzi a lei per porla davanti ad una opzione. Shmi divenne madre senza poter vagliare l’opportunità di esserlo. Eppure, ella fu felice, come se la Forza, inconsciamente, sapesse che ella avrebbe voluto diventare madre. Anakin, pertanto, possiede tratti in comune con la figura di Cristo: come Lui, egli è considerato una sorta di Messia, di prescelto, di cui un’antica profezia ha anticipato la venuta molti secoli prima. Differentemente da Gesù, Anakin cederà alle tentazioni di “Satana”, il Signore Oscuro dei Sith Darth Sidious.

Anakin regge il corpo morente di Shmi

Anakin prova per sua madre un amore fortissimo. Per tutta la sua giovinezza, ella fu la sola donna che Anakin ebbe vicino, il suo unico legame d’affetto. Quando dovrà lasciarla, prigioniera della sua schiavitù, Anakin soffrirà tremendamente e non smetterà mai di ricordarla. Il distacco dalla madre e il dolore patito per la sua lontananza cominceranno a far emergere in Anakin sentimenti oscuri di rabbia. Il fato tragico a cui andrà incontro il giovane Skywalker è condizionato proprio dall’addio. La mamma, nella storia, rappresenta la prima ferita incurabile che farà avvicinare il cavaliere Jedi sull’orlo del Lato Oscuro.

Anakin, dopo aver lasciato la madre, si innamora istantaneamente di Padmé. L’amore provato per la genitrice viene adesso superato dall’amore che il protagonista proverà per la ragazza. Un amore, quest’ultimo, che mai svanirà e lo accompagnerà per tutta la crescita. L’affetto per la mamma e l’amore per la moglie sono le due sintesi su cui si fonda il sentimento umano del futuro Darth Vader, un sentimento che alberga nelle sue reminiscenze, occultato sotto la maschera nera e buia. L’amore che Anakin provò un tempo mai lo abbandonerà del tutto e riemergerà in lui nel momento in cui si scoprirà essere padre. Anakin, personaggio estremamente complesso e articolato, nel suo animo tormentato provò amore e affettuosità soltanto per due donne: Shmi e Padmé, la moglie che diverrà madre a sua volta. In punto di morte, Padmé userà le forze residue per mettere al mondo i suoi gemelli e dar loro un nome. Li sfiorerà a malapena, li guarderà con amore, poi si spegnerà tristemente nutrendo, però, la ferma speranza che nel cuore di Anakin vi sia ancora del buono. Saranno proprio quei piccoli, messi al mondo da una madre che mai potrà crescerli sebbene avesse tanto voluto farlo, a redimere il padre e a far riemergere lo spirito di Anakin dalle tenebre. Padmé è una donna che, vinta da un esito infausto, non ha potuto essere mamma per i suoi figli. Cionondimeno, dando loro la gioia della nascita, riuscirà a salvare la vita di Anakin prima che l’ombra cali sul suo volto pallido ed esangue.

La parola “mamma” coincide con “bontà”, con “affetto”, con “amore” e con “educazione”. La mamma protegge ad ogni costo il proprio figlio. La Mitologia Greca offre un’immagine evocativa di una mamma che si adopera per garantire l’incolumità del proprio pargoletto sin da quando questi ha aperto per la prima volta i suoi occhi al mondo. In un passo fondamentale di un racconto mitologico, Teti regge tra le sue braccia un batuffolo bianco appena nato. La dama generò quel bimbo dopo aver giaciuto con un mortale, conosciuto col nome di Peleo. La Nereide non poteva tollerare la natura semidivina del piccino, poiché egli, in virtù della sua mortalità, sarebbe stato vittima di dolore e, un giorno, di morte. Teti era una ninfa e non poteva sopportare l’idea che il proprio figlio potesse perire. Così lo raccolse e lo strinse a sé, conducendolo sino allo Stige, nelle cui acque avrebbe immerso il figlioletto. Reggendolo per un piede, Teti fece sì che la cristallinità del fiume avvolgesse il fragile corpo del piccino, così da renderlo invulnerabile ad eccezione del suo tallone, rimasto emerso dallo specchio d’acqua. Il gesto di Teti è estremamente simbolico per evocare l’amore di una mamma, colei che più di ogni altra creatura desidera la protezione sempiterna del proprio figlio.

"Teti immerge Achille" - Dipinto di Antoine Borel

Ma la mitologia vuol ricordarci anche che non tutte le madri possono provare affezione e premura nei riguardi della propria prole. Il volto tenebroso, distorto, ed insano di Medea evoca il male che può albergare nel cuore di una madre. Medea considera i propri figli delle creature di cui ella detiene il possesso. Medea valuta il parto come un legame indivisibile. I figli che sono stati messi al mondo hanno, nei confronti della loro madre, secondo il folle pensiero di Medea, un debito che nulla potrà mai ricompensare. Pertanto, la nobile reputa i propri discendenti una merce di sua proprietà, di cui ella potrà servirsi e, disfarsi, quando vorrà. La principessa di Colchide è un’assassina e testimonia l’immoralità ed il peccato di ogni genitrice che arreca dolore e morte alla propria creatura.

"Medea con i suoi figli" - Dipinto di Henri Klagmann
  • Le mamme nella Settima Arte

Essere mamme è un lavoro a tempo pieno, una “mansione” impegnativa, un’ambizione impossibile da attenuare.

Nel cinema d’animazione della Walt Disney, una mamma attendeva con impazienza la venuta del proprio piccoletto. Essa era tanto alta, grande e grigia. Giaceva rinchiusa tra gli esigui spazi di una gabbia, coperta soltanto da un drappo azzurro e da una cuffia rosa poggiata sulla sua fronte ampia. Costei non era una mamma come tutte le altre. Ad essere del tutto onesti, non era una mamma di un cucciolo d’uomo, bensì una mamma del regno animale. In “Dumbo”, classico disneyano del 1940, l’elefantessa aspetta l’arrivo del piccolo elefantino in una notte serena. D’improvviso, uno stormo di cicogne scende giù in picchiata. Le loro sagome in volo vengono illuminate dalle stelle che brillano nel cielo. L’elefantessa è una madre che ha scelto di esserlo, si sente pronta a diventarlo con tutte le sue forze eppure, il suo cucciolo tarda ad arrivare. Il dì seguente, una cicogna in colpevole ritardo porta un fagotto dalle larghe orecchie alla signora Jumbo. La nascita in “Dumbo” viene rappresentata come un avvenimento condizionato ad un determinato momento della vita, in cui gli stessi genitori si sentono pronti ad accogliere e allevare un figlio. Gli animali/genitori nella pellicola sono il più delle volte singole madri. La stessa signora Jumbo aspetta il proprio figlioletto, ma esso sembra tardare ad arrivare, rendendo ancor più unica la sua nascita, come un parto speciale e per questo difficilmente prevedibile. Dumbo non possiede un padre, come se si volesse sottintendere che anche le madri rimaste sole possano crescere con affidabili riscontri i propri figli, districandosi comunque tra il lavoro (qui rappresentato dal circo) e il ruolo affettivo ed educativo di “mamme”. La Signora Jumbo simboleggia ogni madre che ha scelto di divenire tale e che attende che il cielo risponda alle sue suppliche donandole quell’esserino.

In “Tarzan”, invece, pellicola del 1999, Kala, una gorilla che ha perduto il proprio cucciolo, rinviene nella giungla un piccolino che dorme in una culla. Essa desidera fortemente crescere un figlio e, trovando Tarzan, decide di allevarlo come sua madre. Kala apre le sue braccia ad un bambino che la stava cercando, invocandola con la dolcezza ed il fragore di un pianto. Tra Kala e Tarzan non vi è alcun legame di parentela, eppure i due sono ugualmente madre e figlio. E’ splendido notare come Kala sia un primate e Tarzan un essere umano. I primati sono proprio i parenti più stretti e somiglianti degli uomini. Sebbene abbiano aspetti diversi, Kala e Tarzan trovano nei loro sentimenti un modo per sentirsi vicini e simili. In particolare, i due si toccano le mani. Nonostante le “zampe” della gorilla siano più grosse di quelle del piccolo Tarzan, esse somigliano agli arti del piccolino. E’ questo il primo segno di come tra loro possa esserci una vicinanza assoluta se entrambi lo desiderano. Il personaggio di Kala personifica tutte le madri che educano e crescono un figlio che non hanno generato. Non è un semplice legame di sangue a garantire un rapporto, non è una parentela a fortificare una relazione, madre è soprattutto chi cresce un figlio. Lo stesso figlio considererà sempre sua madre come colei che lo ha accompagnato nella sua progressiva evoluzione.

La mamma, nella sua definizione più generica, può avere le fattezze di una educatrice, di una confidente, a volte, persino di un’amica. Nella serie televisiva “Gilmore Girls”, Lorelai è una donna libera, loquace, simpatica, schietta, ed una mamma amichevole, gentile e comprensiva. Ella sa essere infantile, persino puerile con la sua parlantina sciolta e ironica, ma autoritaria e giusta quando la situazione è solita richiederlo. Lorelai ha cresciuto Rory, avuta all’età di 16 anni, in maniera diametralmente opposta a come sua madre ha cresciuto lei stessa. Lorelai proveniva da una realtà benestante, fu educata per appartenere obbligatoriamente all’alta società. Da quel mondo che le tarpava le ali, facendola sentire prigioniera di un sentiero già tracciato, ella fuggì e decise di educare Rory con comprensione e dolcezza.

Tra Lorelai e sua figlia Rory esiste un rapporto unico, fatto di sintonie assolute, di passioni condivise, di parole pronunciate rapidissimamente, di umorismi particolari ed incomprensibili ai più. Lorelai è l’incarnazione della madre moderna. Ella ha dato vita ad una parte in cui la mamma non è più vista come un ruolo lontano, distaccato dalla figlia, bensì come una persona vicina, il cui compito non è solamente quello di educare con condiscendenza o con severità. Lorelai è per sua figlia Rory una confidente, una persona su cui poter contare e a cui poter raccontare ogni cosa.

Ma cos’è, allora, realmente una mamma? Mamma è Shmi che accoglie una vita e la genera con le sue sole forze? Mamma è Kala che adotta un cucciolo smarrito come proprio? La Mamma è un’amica? In realtà, mamma è un’idea, un pensiero, un desiderio, un nome pronunciato da labbra che si sfiorano due volte. “Mamma” è tante cose, non può essere compendiata sotto un’unica definizione.

E vi dirò di più, mamma non è neppure necessariamente una donna. Mamma è colei che ama i propri figli, che se ne prende cura giorno dopo giorno. Per tale ragione, il ruolo della madre coincide con quello del padre, e le vesti della mamma possono essere calzate pienamente anche dal papà. Questa verità ce la sussurrò sommessamente Robin Williams, quando, in “Mrs Doubtfire”, cominciò a valutare seriamente la possibilità di “travestirsi” da donna per poter continuare a stare vicino ai suoi figli. Robin continuo a borbottarci tale veridicità, non più cautamente, ma in maniera dirompente quando, nello stesso film, si truccò pesantemente il viso, e divenne un’anziana e permissiva governante. Pur di poter trascorrere le sue giornate con i suoi figli, Robin rinunciò alla sua veste paterna, e assunse i panni del “mammo”.

La seguente è la definizione più calzante: è l’amore che fa una mamma, non l’aspetto!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Stanlio e Ollio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

A notte inoltrata, il silenzio della natura venne interrotto da un canto subitaneo. In sella ad un bianco cavallo, comparve un uomo vestito di nero, con un mantello di velluto finissimo. Sul capo, portava un cappello scuro, con un fiocco rosso, spesso e fitto come le piume di un’aquila reale. Questi galoppava nel bosco mentre baritoneggiava una canzone. La voce calda e cadenzata di tale figuro giungeva sino al cuore della boscaglia.

Fra' Diavolo cantava libero e sfuggente come un uccel di bosco. Con l’alterità di un sire, egli percorreva, solitario, il viottolo. I suoi vocalizzi risuonavano lungamente, balzando da ramo in ramo, i gorgheggi rimbombavano da tronco a tronco, e gli acuti venivano carpiti dal vento e sospinti sino agli angoli più remoti della campagna. Fra' Diavolo era solito annunciare la sua presenza interpretando le proprie arie con animosità e passione. Il brigante, con la leggerezza di una nota musicale, soleva mettere in guardia le possibili vittime dei suoi furti. L’inflessibile bandito dava alle sue prede una chance: se fossero scappati in tempo, non appena udito la sua voce modulata, pericolosa come il verso leggiadro e soave di una ammaliante sirena, i malcapitati sarebbero forse riusciti ad aver salva la vita.  Il canto di Fra' Diavolo era un lampo che squarciava il cielo e che precedeva il sopraggiungere di un tuono. Fra' Diavolo, dal canto suo, era un’eco, un bagliore preventivo ed una saetta fulminea.

Or dunque, Fra' Diavolo cavalcava lento verso il suo rifugio, senza mai interrompersi. Quei boschi del nord erano il suo palcoscenico, i derubati il suo pubblico inerme, che mai gli avrebbe dedicato alcun applauso. Il bandito tornò alla sua dimora, accolto festante dagli altri briganti. Sceso dal destriero, il prode e signorile masnadiero, radunò i suoi uomini per illuminarli circa il suo prossimo furto.

Nel frattempo, non molto lontano da quei luoghi, due sagome bizzarre emersero da un viottolo. Una di esse era corposa e panciuta, l’altra mingherlina e stiracchiata. Stanlio e Ollio trottavano, rispettivamente, in sella ad un ciuchino e ad un puledro dal manto bruno. Questi inseparabili amici si erano da poco congedati da un faticoso lavoro, durato molti anni. In quel tempo, Stan e Ollie pativano la fame e la sete. Entrambi avevano messo da parte cospicui risparmi. Nelle bisacce dei loro fidati animali da trasporto, i due, infatti, occultavano un bel gruzzolo, con il quale si accingevano a trascorrere i restanti anni della loro vita come pascià. Quando il destino sembrava finalmente volgere a loro favore, due banditi fecero capolino dalla foresta e rubarono loro tutti i quattrini. Stanlio e Ollio, sconfortati, perdettero in un solo istante il frutto dei loro sacrifici. Erano piombati nuovamente in povertà, come spesso gli era accaduto in tutt’altre disavventure.

Nelle varie pellicole a cui presero parte, Stanlio e Ollio assumevano spesso i panni degli emarginati e dei reietti. In “Fra' Diavolo” non furono da meno. Solitamente, Laurel e Hardy tolleravano la ristrettezza economica, i loro personaggi avevano appetito ma non potevano permettersi un pasto caldo, erano spesso vagabondi, zingarelli, nomadi senza un tetto sotto cui ripararsi. Stanlio e Ollio si schieravano sempre dalla parte dei più deboli, dei dimenticati, poiché a loro volta venivano spesso obliati dai benestanti. Essi facevano ridere pur patendo gli stenti e la miseria, strappavano sorrisi pur subendo l’ira dei tracotanti e la furia dei prepotenti. Nulla li abbatteva mai nello spirito, sebbene si scontrassero costantemente con un fato avverso e dispettoso. In “Fra' Diavolo”, Stan e il suo fraterno amico Oliver, viaggiano nel passato, giungendo sino alla penisola italiana, precisamente nel Piemonte del 1700, dominato dal brigantaggio.

Nella loro esistenza, colma di privazioni e soprusi, Stanlio e Ollio non conoscono il riposo e neppure la resa. Nell’opera filmica del 1933 i due hanno lavorato con onestà, senza mai risparmiarsi, lasciando intendere d’essere stati altresì sfruttati, derisi, vessati. Ciò che contava era stringere i denti, sorridere e mettere da parte le monete d’oro che costavano tanto sudore.

Di colpo, però, i risparmi di una vita vengono ghermiti e portati via. Angosciati, i due buoni amici decidono di smetterla di comportarsi bene, d’essere retti e giusti. Dopotutto, perché avrebbero dovuto continuare ad essere integri, corretti e leali, se la vita non aveva fatto altro che riversare su di loro le viltà dei malvagi? Ambedue decidono, così, di diventare banditi!

Non posseggono più la forza per scalare, dal basso, la grossa piramide sulla cui sommità vi è custodita la gioia di una vita agiata. Decidono, pertanto, di cominciare direttamente dalla vetta. Basta comportarsi degnamente. Al diavolo restare giudiziosi e franchi! Stanlio e Ollio scelgono di tramutarsi in banditi e di rubare ai ricchi.

E’ una critica forte quella evocata dall’inaspettata scelta di Stanlio e Ollio. In un mondo cupo, governato da manigoldi, opportunisti e delinquenti, si può restare davvero onesti? Stanlio e Ollio non ne possono più, non vogliono venire ancora bistrattati e umiliati dagli oppressori, e vedono nella possibilità di diventare, a loro volta, bruti e vendicativi, l’unica via per poter sopravvivere. La società continuava ad ignorarli, la gente a trascurarli, il mondo a non sorridergli, sebbene loro fossero sempre solari e gentili. Che opzioni potevano vagliare? Ecco, dunque, la ferma decisione: diventare ladruncoli di strada.

Purtroppo per loro, quello che non possono in alcun modo intuire è che la generosità di un buon cuore non può essere alterata. E così, Stanlio e Ollio, da briganti, provano a rapinare un viandante. Quest’ultimo scoppia in lacrime e i protagonisti si commuovono a loro volta, donando all’apparente sventurato l’unica moneta rimasta nelle loro tasche. Stanlio e Ollio sono troppo buoni, ingenui, secondo il valore più positivo e altruista del termine, non possono neppure improvvisarsi ladri da strapazzo. Ma i due non si danno per vinti, tentano un nuovo colpo. Per ironia della sorte, spingono le loro ricerche sino al covo di Fra' Diavolo. Ollio minaccia il re dei ladri con il fucile, spacciandosi lui stesso per il temutissimo “Diavolo”. Furibondo per essere stato usurpato, Fra' Diavolo si rivela e impone a Stanlio e ad Ollio di divenire i suoi fedeli aiutanti, trascinandoli sino alla sua tana. Ivi, Fra' Diavolo espone il suo piano: egli medita di rubare le ricchezze di Lady Pamela, nobile consorte di Lord Rocburg. Tuttavia, Fra' Diavolo non sa ancora dove la donna nasconda gli inestimabili gioielli e i cinquecentomila franchi avuti dal marito. Per compiere il furto, il bandito decide di celare, nuovamente, la propria identità sotto il falso titolo nobiliare di Marchese di San Marco.  Fra' Diavolo, allora, prende alloggio nell'albergo dove risiedono il burbero Lord e sua moglie. Stanlio e Ollio lo accompagnano, mascherandosi da suoi valletti. Senza neanche accorgersene, Stanlio e Ollio capitolano in un ennesimo pasticcio. Fra musiche e adulamenti, tra balli ed armoniose melodie, gli artigiani della risata si fanno strada verso gli intrighi dell’albergo, generando gioie ed ilarità ad ogni loro gesto.

"Dennis King, interprete di Fra' Diavolo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Fra' Diavolo dà via ad un assiduo corteggiamento per rubare il cuore di Lady Pamela. Lo scaltro furfante mira a intenerire l’animo della ricca signora. Lady Pamela, come la Giulietta di William Shakespeare, si affaccia dal balcone e mira, estasiata, il marchese che l’attende giù. Fra' Diavolo, come già fatto da Romeo, scruta la balconata con gli occhi all’insù, ed il suo sguardo, furbo ed ingannatore, finge di smarrirsi negli occhi della donna sempre più innamorata. Fra' Diavolo si arrampica con abilità sino a guadagnare la camera della dama. Lady Pamela si lascia andare alle lusinghe del marchese e rivela all’uomo dal fiero aspetto che il denaro è cucito nella sua sottoveste. Lady Pamela, a quel punto, solleva il vestito, mostrando al cortigiano come, nella sottoveste, siano stati intessuti monete e gioielli.

Nessuno è mai riuscito a rubare i franchi alla nobildonna poiché nessuno è mai riuscito a giungere sino alle sue grazie. Una forte carica erotica e sensuale viene esternata da questa rivelazione. Per riuscire a possedere i cinquecentomila franchi, Fra' Diavolo deve sedurre la fanciulla, sottrarla alle sue vesti, ai suoi indumenti. L’oro e la fulgida ricchezza sono custoditi vicino alla candida epidermide della donna. Insinuarsi sotto la sua gonna, spogliarla da tutti i suoi abiti coprenti, renderla nuda, così da raggiungere il prezioso patrimonio è una metafora della conquista. La seduzione, l’attrazione fisica, l’infatuazione vengono espressi da questo risvolto della storia: nell’avere il cuore, l’anima ed il corpo di una dama si può ottenere il tesoro più grande, sia esso “materiale” come rappresentato nel film sia esso “ideale” come rappresentato dal vero amore.

Stanlio e Ollio, comprimari e protagonisti al tempo stesso di questa peripezia, restano fin troppo puerili e sciocchi per ben comprendere le trame tessute dal marchese, loro padrone. Essi non si curano dei furti e delle questioni inerenti gli altri personaggi, si limitano a ridere a crepapelle da ubriachi, a giocherellare con “Menadito” o con “Naso, Nasino, Nasello”. Stanlio e Ollio restano bambini intrappolati nel corpo di uomini adulti. Seguitano, conseguentemente, ad osservare le vicissitudini con i loro soliti sguardi: gli occhi di due piccini che trascorrono il tempo scherzando. Proprio grazie alle loro risate, ai loro vezzi, alle loro allegre peripezie, Stanlio e Ollio sono riusciti a cavarsela nelle situazioni più disparate. Persino quando la vita voltava loro le spalle, essi seguitavano ad avere un ghigno giocoso e spensierato.

Quel ghigno poteva essere intravisto persino sotto l’espressione crucciata e rassegnata di Ollio, o sotto la mimica piangente di Stanlio. Essi ridevano sempre, perché sapevano che con le loro candide disgrazie elargivano serenità d’animo a chi li stava ad ammirare. La risata era l’unica arma di Stanlio e Ollio, altro che quei fucili o quelle pistole che impugnavano maldestramente fianco a fianco a Fra' Diavolo. Anche quando erano prossimi ad essere impiccati, verso la fine del film, poco prima di salvarsi per l’ennesima volta, i due, nel proprio intimo, sorridevano come bimbi. Stanlio e Ollio non erano affatto geniali bensì intuitivi, poiché ammiravano il tutto con stupore, come un bimbo che scopre ed impara. Stanlio e Ollio guardavano il mondo così come il Pascoli avrebbe voluto che tutti facessero. Laurel e Hardy osservavano la realtà con gli occhi di un “fanciullino”, con gli occhi dell’innocenza e della purezza.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il Signore degli anelli - La trilogia" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • E abbiamo pianto, “tessoro”, perché eravamo tanto soli

Sorse un sole giallo in un giorno mite e radioso. La primavera era arrivata, e con i suoi vividi colori adornava i boschi. Sulle sponde dell’Anduin, gli alberi erano cresciuti rigogliosi e pieni di vita. Fiori variopinti germogliarono nei prati, e l’erba delle collinette della Contea era divenuta delicata e verdissima.  Approfittando del bel tempo, due minute figure decisero di recarsi in una delle foci del fiume per una battuta di pesca. Su di una piccola imbarcazione, uno hobbit lasciava penzolare la lenza dalla canna da pesca, mentre il suo giovane amico si accingeva a innescare il proprio calamento. Quest’ultimo aveva gli occhi strabuzzati e teneva in mano una creaturina strisciante, osservandola con un ghigno irrisore. La lambì pochi istanti dopo con un piccolo utensile a forma di uncino. D’un tratto, uno di loro avvertì il morso di un pesce all’amo. “Ne ho preso uno, Smeagol” – disse il fortunato pescatore. “Tiralo fuori, Deagol” – esortò l’altro.

Il pesce, grande e grosso, tentò di liberarsi con tutta la sua forza e riuscì a trascinare lo hobbit in acqua. Deagol raggiunse il fondale e vide, nel limpido dell’alveo, un tremolante folgorio. Volse la mano e ghermì quella perla dorata priva di alcuna conchiglia. Risalito in superficie, Deagol cominciò a rimirare l’oggetto donatogli dal rigagnolo e ad accarezzarlo come fosse una preziosa sfera perlacea. Quando lo hobbit schiuse la mano, l’Unico, che giaceva su di essa, emergeva dal lercio fango col suo fulgido chiarore. Il colore dell’anello, mischiato allo sporco del terreno, emanava un’attrazione ambigua: la bellezza apparente unta dalla sporcizia. L’anello rifulgeva come il più seducente dei gioielli, ciononostante la melma scura che lo insudiciava suggeriva l’oscurità celata dietro la più fervida perfezione.

Smeagol raggiunse Deagol di tutta fretta, seguitando a sorridere scherzosamente. Intravide anch’egli lo scintillio dell’anello e ne rimase profondamente rapito. Il suo sguardo stralunato si confuse nel cerchio del tesoro. Smeagol chiese l’anello, come regalo per il suo compleanno. Deagol rifiutò ed i due hobbit, ammattiti e deliranti, ingaggiarono un’aspra lotta. Smeagol impazzì, e nella colluttazione uccise Deagol soffocandolo. Raccolse poi l’anello, dedicandogli il più distorto e morboso dei suoi sorrisi.

La storia di Smeagol, come quella di Bilbo, cominciò in un giorno di festa. Smeagol trovò l’anello al mezzodì del suo compleanno, Bilbo se ne liberò la sera del suo centoundicesimo anno di età. Nel prologo de “Il Signore degli anelli – Il ritorno del Re”, l’occhio meccanico di Peter Jackson dilatò la propria palpebra mirando un animale nauseabondo. Quel verme, catturato dalla sadica presa del mezzuomo, suggeriva il tipo di essere che Smeagol sarebbe presto diventato. Una volta ottenuto l’anello, Smeagol si tramuterà lentamente in un essere “viscido”, subdolo, untuoso, “insinuante”, un verme, per l’appunto, ingollato e rigurgitato dalle tenebre.

La natura rinfrancante che avvolgeva Smeagol e Deagol fu spettatrice silente e sconvolta di un folle assassinio. Nell’Eden verdeggiante, Smeagol compì un atroce delitto: uccise un suo congiunto. Il tetro affiorato dalla cristallinità dell’Anduin condusse gli Hobbit alla follia. La quiete della foresta ed il sole luminoso che irradiava il tutto non potevano preludere all’orrore che di lì a poco si sarebbe verificato. E’ proprio in un’atmosfera di gioia, di pace, che il male dell’anello trova il modo di promanare il proprio potere. L’Unico sconvolge la serenità di una giornata felice, turbandola con l’orrore. Smeagol e Deagol erano amici, famigliari, eppure, nel giro di pochi attimi, si tramutarono in mostri, avvelenati da un aroma ipnotico, da una esalazione tossica che li rese subito dipendenti da quel tesoro. 

L’Unico irretì istantaneamente lo spirito contorto dello hobbit e ne fece il proprio schiavo. Come Caino così Smeagol pose fine alla vita del proprio “fratello”, invidioso della sua scoperta, agognando quella sua conquista. L’Unico appariva inestimabile come uno scettro regale. Come Eteocle e Polinice, i due consanguinei della mitologia greca, figli del re Edipo, Smeagol e Deagol combatterono tra loro per ereditare un potere raro, prestigioso come la corona di un regno. L’Unico, similmente al trono di Tebe, poteva essere conquistato soltanto da uno dei due. Pur di impadronirsi di quell’oggetto, Smeagol e Deagol combatterono tra loro fino alla morte. A differenza di Eteocle e Polinice, entrambi periti in duello, tra i due hobbit, uno di loro riuscì a prevalere. Eteocle, come Deagol, riceverà una degna sepoltura, Polinice come Smeagol no. Smeagol non morirà, subirà una metamorfosi che lo renderà, col tempo, un cadavere errante dal pallido colorito, una carcassa ambulante sprovvista di alcun tumulo. In quel mattino sorse un sole giallo, l’indomani, a seguito dell’omicidio perpetrato da Smeagol, sarebbe sorto un sole rosso poiché era stato versato del sangue innocente.

Per aver commesso un tale peccato, Smeagol verrà scacciato, espulso come uno straniero malvagio e dall’anima informe. Smeagol non fu più uno hobbit, non fu più umano. Assunse le sembianze di un individuo amorfo e sgradevole alla vista. Diventò, pertanto, lo straniero di ogni popolo, un essere che non apparteneva più ad alcuna razza della Terra di Mezzo. Smeagol divenne Gollum, indecifrabile nella propria mostruosità, unico come unico era l’anello che possedeva.

Smeagol si ritirò nelle caverne, solitario, e lì, nel buio, avulso dal resto del mondo, dimenticò chi fosse, smise di ricordare il sapore del pane, la delicatezza del vento, persino il suo nome. Il corpo si deformò, e la gola cominciò a fargli molto male. Ad ogni parola pronunciata, Smeagol rigurgitava un frammento della propria passata umanità, fino a che il dolore scomparve del tutto, e dalla sua gola fluì il suo nuovo appellativo. Dai suoi versi strazianti si udì “Gollum, Gollum”. I suoi denti si fecero neri e appuntiti, la sua carne si fece purulenta come prova emblematica del suo spirito consumato.

Peter Jackson, per l’ultimo capitolo della trilogia, scelse di alzare il sipario mostrando il tormentato avvenuto di Gollum. Questi, come preannunciato da Gandalf nelle Miniere di Moria, rivestirà, sia nel bene che nel male, un ruolo fondamentale nell’ultima fase del viaggio di Frodo e Sam e per il destino dell’anello. Il prologo de “Il ritorno del re” pare volerlo preannunciare. L’esito del conflitto passerà dalle sue mani.

Gollum tiene tra le sue dita il destino dei popoli liberi di Arda come una moira. Una sua scelta errata potrà spezzare le sorti, recidere con il taglio netto di un paio di forbici il filo del fato.

  • Sveglia, dormiglioni!

Nelle lande desolate della terra nera, la luce del giorno si era affievoliva. Le giornate si erano fatte più corte, e su tutto l’ombra era calata. Il fumo esalato dal Monte Fato copriva il cielo con una fitta bruma, e i raggi del sole non riuscivano a valicare il fosco nell’aria. Le arti di Sauron avevano generato ammassi gassosi di nuvole ferrigne che occultavano ogni barlume di luce, così che gli eserciti del sire di Mordor potessero spostarsi con grande rapidità.

Frodo e Sam riposavano, nascosti all’interno di una esigua spelonca. Gollum arrivò di soprassalto e li esortò a riprendere il cammino. Frodo dedusse che le giornate si erano fatte sempre più buie e avvilenti. Sam raramente si lasciava sopraffare dalla tristezza. Il tempo angusto, però, era capace di abbattere il suo spirito. Già durante i passi iniziali de “Le due torri”, Sam, osservando quei nembi cupi e carichi di pioggia che dominavano la volta celeste di Mordor, ammise di sentirsi impaurito. L’atmosfera torva e fuligginosa che avviluppava i due hobbit, oramai sempre più vicini alla meta, metteva a dura prova le loro resistenze e anche le loro speranze. Ma nulla poteva far demordere Sam. Subito egli ricordò a Frodo che avrebbero dovuto dilazionare il cibo rimasto per il viaggio di ritorno. Frodo, allora, rispose laconico con la sola espressione del viso. Il nipote di Bilbo voleva nutrire ancora fiducia ma dal suo volto trapelava un’ansia mista a profonda negatività.

In questo frangente, Samvise confida nella concreta possibilità di poter adempiere alla missione del proprio padrone. Pensare a rateizzare i viveri per il ritorno voleva dire, per Sam, valutare tangibilmente la fattibilità della sopravvivenza. Già da questa significativa affermazione è percepibile la tenacia che anima Sam. Sebbene il compito sia tutt’altro che agevole, egli non paventa l’eventualità che i due possano perire nell’impresa. Sam non lascia che il clima opprimente di Mordor genufletta il suo animo speranzoso. Man mano che le forze del suo padrone cederanno, Sam si farà carico di lui e del suo fardello.

  • La morte di Saruman

Gandalf, Aragorn, Legolas e Gimli raggiungono Isengard e ne osservano caduta. Sui ruderi dell’industria guerrafondaia, Merry e Pipino banchettano prima di riabbracciare i loro amici. L’acqua del fiume ha diluito la perfidia di Saruman, le fiamme delle fornaci sono state estinte; il tronco, le foglie ed il verde hanno prevalso sul ferro e sull’acciaio.

Barbalbero riceve i coraggiosi visitatori, accogliendoli nel suo nuovo reame depauperato dalle insidie di Curumo. Il vecchio Ent ammette d’essere sollevato nel rivedere Mithrandir, poiché Saruman, anche da sconfitto, risulta essere pericoloso. Rinchiuso nella torre di Orthanc, Curunir ha avuto modo di prender coscienza del proprio fallimento. Il bianco macchiatosi di nero emerge sulla cima del sozzo pinnacolo. Lassù, Saruman seguita ad osservare i suoi rivali dall’alto. La costruzione scenica ideata da Jackson per questa sequenza è estremamente simbolica.

I buoni, vincitori del conflitto al Fosso di Helm, giacciono al suolo e, col capo rivolto all’insù, intravedono il loro nemico, il quale, persino nella disfatta, permane ancorato alla propria arroganza. Sulla vetta di Orthanc, Saruman manifesta nuovamente la propria albagia, e continua a sentirsi potente, superiore a coloro che avrebbe dovuto difendere. Su quella prominenza, lo stregone lascia che la sua protervia discenda fino al basso.

Lo stregone è fermamente convinto che le forze di Sauron si dispiegheranno numerose, abbattendosi sul più grande del regno degli uomini come un martello sull’incudine. Saruman pecca ancora di tracotanza, e presume che l’imminente vittoria dell’Oscuro Signore potrà essere ritenuta anche sua. Saruman non fu mai modesto, non amò mai le creature piccole ed indifese della Terra di Mezzo. Professandosi come il più potente e saggio degli Istari, Saruman non volse mai attenzione ai più deboli, se non per schiacciarli. Saruman si innalzò su di un piedistallo figurato. Sulla cima della torre, negli ultimi momenti della sua esistenza terrena, Saruman non metterà da parte la sua superbia. Guarderà ancora i suoi interlocutori dall’alto e da quella prominenza cadrà. Lo stregone verrà pugnalato alle spalle da Grima, il quale, a sua volta, verrà colpito a morte da Legolas. Ferito, Saruman precipiterà giù e morrà. Più in alto volle salire, più rovinosa fu la sua caduta. La prepotenza di Saruman cessò in quel lampo. Gandalf, mai innalzatosi al di sopra dei suoi simili, vide la fine di un vecchio amico dal bianco vestito e dal cuore nero.

La fine di Saruman, ideata per la versione estesa della pellicola, fu notevolmente differente rispetto a quanto scritto da Tolkien. Jackson riteneva concluso l’arco narrativo dello stregone corrotto. Saruman fu annientato dalla natura, dalla rivolta degli Ent. Nulla più sarebbe rimasto del suo potere. Abbracciando questo credo, Jackson decise di far morire Saruman nella sua Isengard decaduta. Nel romanzo del Professore, Saruman compariva sul finale come ultimo nemico, dopo aver assoggettato al proprio potere la Contea. Questa parte della storia sarebbe risultata eccessiva nella trasposizione cinematografica che, per ragioni di tempo e di ritmo, doveva necessariamente concludersi con la distruzione di Sauron ed il ritorno pacifico ad una Hobbiville, mai realmente coinvolta nei drammi della Terra di Mezzo. La Contea, per Jackson, rimase sempre un luogo isolato dal resto di Arda. Una terra integra ed inalterata che non ricevette mai alcuna influenza dagli orrori della guerra.

"Merry e Pipino" - Illustrazione di Erminia Giordano per CineHunters
  • Di tutti gli hobbit ficcanaso, Peregrino Tuc, tu sei il peggiore!

Pipino scorse nell’acqua un riverbero. Dunque si avvicinò, e raccolse una sfera vitrea. Gandalf, intuito di cosa si trattasse, prese la gemma e la celò nel suo mantello. Quel piccolo globo inespressivo era un occhio perennemente dilatato. Col suo gesto, Gandalf volle occultare lo sguardo al Palantir, intimorito da colui che, lontano, stava guardando.

Carlo Collodi scrisse che “La curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno”. Peregrino Tuc non riusciva a dormire né a distrarsi. Essere perennemente indiscreto era una sua prerogativa. Come tutti i Tuc, Pipino era interessato, invadente, avventuroso, impiccione e, come terrà Gandalf stesso a precisare, ficcanaso. Pipino guardava, doveva sempre guardare! La consistenza misteriosa del Palantir aveva interdetto ogni sua attenzione. Nel cuore della notte, Pipino si alzò e sottrasse la pietra veggente dalle mani di Gandalf. Volgendo il proprio sguardo nel Palantir, Peregrino, inavvertitamente, vide l’occhio infuocato di Sauron. Il Signore degli anelli si insinuò nella mente del piccolo hobbit, torturandolo. Pipino si salvò appena in tempo, grazie al tempestivo intervento di Gandalf.

Pipino, come un burattino che sognava di diventare un bambino vero, era sovente curioso ed ingenuo. La sua troppa curiosità gli stava costando caro. Eppure, Pipino col suo errore riuscì a scorgere qualcosa d’importante. Vide un albero morente ed una città in fiamme. Sauron avrebbe indirizzato le sue armate verso Gondor, per distruggere Minas Tirith. La curiosità di Pipino gli arrecò dolore, cionondimeno gli permise di anticipare i tragici eventi che si sarebbero consumati di lì a breve.

Intenzionato ad avvertire Gondor dell’incombente attacco, Gandalf si dirigere a Minas Tirith con Pipino. Merry si congeda dal suo inseparabile amico, tra le lacrime e la mestizia. I due non si erano mai separati. Sin dalla più tenera età, in qualsiasi pasticcio fossero finiti, Merry era sempre rimasto accanto a Pipino. Ambedue, però, non si trovavano più nella fresca campagna, intenti a giocherellare per tutta la notte sino a che il sole, emerso dalle ombre dell’oriente, avrebbe proiettato i suoi raggi sul manto erboso della Contea. Da Rohan a Gondor, Merry e Pipino avrebbero assistito e combattuto la guerra più grande del loro tempo, e lo avrebbero fatto restando lontani.  I conflitti generano addii, separazioni e raramente la guerra porta alla riconciliazione. I due hobbit si renderanno presto conto di quanto le battaglie siano le calamità più gravi.

  • L’albero del Re

In sella ad Ombromanto, Gandalf ed il gracile hobbit volsero verso la città bianca. Minas Tirith sorgeva su di una collina, ai piedi di un’imponente catena montuosa. Le mura della città erano state edificate con la candida pietra, la quale scintillava come polvere di stelle quando veniva raggiunta dall’abbraccio del sole ogni mezzodì. Pipino, piccolo visitatore intimorito dalla vastità della capitale, colossale nella propria maestosa presenza, varcò i cancelli del regno e giunse sino al settimo livello. Nella cittadella, il mezzuomo toccò il suolo del vasto cortile. Lì, al centro, svettava alto come una bandiera ed immobile come una scultura, un albero bianco senza neppure una foglia. Pipino lo aveva già scorto quando pose lo sguardo sul Palantir. L’albero di Gondor sarebbe presto stato arso da fiamme divoranti; di esso non sarebbe rimasta che della cenere argentea. Quell’albero era morto da molti anni e non dava alcun segno di resurrezione.

Tramontò il tempo in cui l’albero del Re era rigoglioso e pieno di salute. La sua vitalità veniva espressa dalla fioritura dei suoi rami. Nessun fiore germogliava nei pressi come se attorno a sé l’albero emanasse un’aura di sterilità. L’albero giaceva silente e quatto, dal suo tronco non sgorgava alcun suono, dalle sue radici non trapelava il benché minimo anelito di rinascita. Contrariamente agli alberi delle foreste, nessun Ent custodiva il riposo dell’albero bianco. Esso, solitario, attendeva in un sonno senza respiro.

Peregrino Tuc, mirandolo con la sua proverbiale indiscrezione, constatò che l’albero veniva sorvegliato da alcune guardie fedeli. Erano gli uomini a proteggere il grande albero bianco. Gli stessi nutrivano ancora speranza che esso, simbolo della gloria del reame dell’uomo e della rinascita dei grandi Re, potesse, un giorno, destarsi dal suo dormiveglia.

  • La speranza divampa

Poco dopo, Gandalf e Pipino incontrarono Denethor, il sovrintendente, mettendolo in guardia dall’avanzata degli eserciti di Sauron. Denethor, distrutto dal dolore per la morte del suo adorato primogenito, volle negare qualsiasi intervento e restò seduto sul suo seggio, immerso nella proprie tristi rimuginazioni.

Pipino, allora, si mise all’opera. Arrampicatosi fino ad una torre, lo hobbit guadagnò la postazione dei fuochi di segnalazione. Con coraggio e abilità, il mezzuomo accese la grande pira e le fiamme si propagarono su di essa. In lontananza, alcune vedette recepirono il segnale e diedero, a loro volta, fuoco alla catasta di legno. Sulla cima di ogni monte, uomini vigilavano in costante allerta. Quando videro il fuoco di Amon Dîn avvampare, fecero altrettanto di postazione in postazione. Gandalf mirò il rosso delle fiamme e constatò come la speranza divampasse nell’aria e valicasse l’acqua e l’aria, le pianure ed i monti. La speranza si estese oltrepassando ogni frontiera. I roghi luminosi alimentarono la temerarietà di tutti.

Il fuoco, di colpo, assume nel linguaggio estetico de “Il Signore degli anelli” un valore speranzoso. In quelle fiamme è custodita la fiducia, l’alleanza e la fratellanza che tiene uniti i popoli liberi della Terra di Mezzo. Comunicando a distanza con l’accensione di una vampa, i gondoriani reclamano la vicinanza dei loro fratelli. Il fuoco, usato da Saruman in precedenza per distruggere, per bruciare, per erigere una fabbrica guerresca, viene adesso usato da Gandalf per implorare l’umano aiuto. La speranza prende i contorni di una fiamma imperitura ed ondeggiante che, col suo acre fumo, si sparge sino alla cupola celeste. In quel fuoco non vi è la brama di distruzione, bensì la voglia di difendere tutto ciò che di bello c’è sulla Terra. Le lingue di fuoco che fervono nel legno emanano l’aspettativa di una nuova alleanza che potrà garantire la sopravvivenza della razza umana.

  • L’eterna memoria di un monarca

Così il segnale si protrasse fino ai confini di Rohan e fu avvistato da Aragorn. Proprio lui, l’erede al trono di Gondor e Arnor, ravvisò per primo la disperata richiesta d’aiuto del suo popolo. Le fiamme ardenti di Minas Tirith evocavano la venuta del re. Aragorn corse di gran carriera ed avvertì Théoden che Gondor necessitava dell’appoggio dei loro alleati. Théoden esitò per qualche istante. Perché avrebbe dovuto aiutare coloro che, governati da un funzionario freddo e distaccato, ignorarono il grido di dolore di Rohan?

In quell’attimo, quando Aragorn esortò i rohirrim a partire, Théoden ripensò a quanto detto da Saruman poco prima di spirare. Il Signore di Isengard accusò Théoden d’essere l’anello debole di una salda dinastia regale, e che il trionfo al Fosso di Helm non fu conquistato per meriti suoi. Théoden ribadì, sconvolto, questo concetto anche alla sua bella nipote, Éowyn. “Non è stato Théoden di Rohan a condurre il proprio popolo alla vittoria” - sibilò il regnante, per poi glissare su quanto pronunciato.

Théoden non combatté con estrema vigoria durante il conflitto alla fortificazione di Helm Mandimartello. Per la maggior parte del tempo, fino a quando gli Uruk-hai non aprirono una breccia nel trombattorione, Théoden stette a guardare, guidando i suoi uomini più con le parole e le esortazioni che con la spada e gli scudi. Theoden, ne “Le due torri”, appariva afflitto dal maleficio infertogli da Curumo e Grima, il Vermilinguo. Era stanco, dolente, ancora incredulo per la morte del proprio figliolo. Théoden trasse audacia soltanto nel finale, quando Aragorn volle sollecitarlo a salire a cavallo e caricare i nemici per un ultimo gesto di gloria. Agli occhi di Théoden fu Aragorn, coadiuvato dai suoi amici, a condurre Rohan alla salvezza.

Il sire, angosciato da questa sua sensazione, accetta di rispondere alla supplica di Gondor, vedendo nella battaglia dei Campi del Pelennor l’ultima occasione per poter riscattare il proprio onore. Théoden sa, in cuor suo, che non vi è molta speranza. Gli eserciti di Sauron, cospicui e molteplici nelle loro schiere, li sovrasteranno. Eppure, il sovrano di Rohan vuole affrontarli ugualmente. Sarà dinanzi ai portoni di Minas Tirith che il destino del loro tempo verrà deciso. Théoden desidera conquistare la grandezza dei propri padri, ed è disposto a sacrificare la sua stessa vita pur di salvare il popolo indifeso della grande città bianca.

Nell’impeto della battaglia finale, Théoden vuol far echeggiare le proprie gesta. Come i celebri eroi della mitologia greca, il cui epiteto seguita a far eco nella gloria dei secoli, Théoden spera che il proprio nome venga ricordato in eterno, ma ancor di più egli si augura di poter essere ritenuto, dai propri sudditi, un Re magnanimo e valoroso così che la sua figura non possa sbiadire se confrontata a quella dei suoi avi.

  • L’ultimo viaggio di Arwen Undómiel

Arwen procede nei boschi in sella ad un bianco destriero. Ella indossa una veste cerulea come un mare calmo, rassegnato, le cui onde si adagiano lente sulla riva, senza alcuna forza più ad animarle. Il suo volto candido, radioso persino nell’accoramento dell’addio, esterna l’arrendevolezza di un fato ineluttabile. Coi suoi occhi azzurri, la dama di Gran Burrone osserva, docile, i boschi che la avvolgono per un’ultima volta. Fu proprio in una verde boscaglia che ella vide per la prima volta il suo amato. Tra le alte betulle, Arwen scoprì un giovane che la stava osservando meravigliato. In quel giorno, ella conobbe Aragorn e lesse il proprio futuro nei suoi occhi.

Nel fitto bosco, lo splendido elfo femmina rimirò nuovamente il proprio avvenire. Un bambino sbucò dal nulla e corse felice, non curandosi affatto del passaggio dei nobili Eldar. Nessuno degli elfi lì presenti parve intravedere quel fanciullino dal biancastro vestito. Arwen orientò il suo sguardo su di lui e capì che era la sola a vederlo. Il bambino sorrideva felice tra i cespugli. Proseguì ancora fino a calcare un impalpabile balcone di pietra. Bianche colonne svettavano alte e, poco distante, un uomo volgeva lo sguardo verso l’orizzonte, oltre una ringhiera. Una luce solare affiorava dal profondo ed illuminava in ogni dove. L’uomo si voltò, rivelando d’essere Aragorn. I grigi capelli e la barba incolta suggerivano il naturale invecchiamento di un discendente di Numenor. Aragorn sollevò il bimbo, reggendolo con amore, e lo baciò sulla guancia. Attorno al collo, il fanciullo aveva la Stella del Vespro che brillava luminosa come una cuspide argentea. Quando Arwen riconobbe la gemma elfica, il piccolo le rivolse lo sguardo, ricambiando la sua attenzione, come se anch’egli riuscisse a vederla.

Eldarion, il futuro figlio di Aragorn ed Arwen, apparve d’un tratto e per pochi attimi. Il piccino volle guardare sua madre senza dir nulla, rendendola cosciente della sua prossima esistenza. Arwen si commosse e comprese che il futuro non era ancora stato scritto. Arwen ereditò per un solo momento il potere del padre, Elrond, infatti, aveva il dono della preveggenza. Le parole del custode di Vilya riecheggiarono nella sua memoria: “Non c’è nulla per te qui, solo morte”. Arwen, però, aveva compreso che la vita non era del tutto svanita dal remoto. Così, quando la rifulgente illusione si dissolse come un’aurora, la dama abbandonò il percorso e tornò a Gran Burrone. Arwen ha compiuto la sua scelta. Afferrando quella fievole speranza, aggrappandosi a quel futuro non ancora sfumato, Arwen ha rinunciato alla sua immortalità.

"Elrond" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Elrond vede la figlia rientrare nella Dimora Accogliente e le rivolge parola. Le mani della giovane erano diventate fredde, e la forza degli Eldar la stava abbandonando. La grazia perpetua degli elfi si era disfatta. Arwen era diventata mortale. Il padre della nobile fanciulla non avrebbe voluto che la figlia perdesse la propria eternità, e così anche lo stesso Aragorn. Questi, perdutamente innamorato di Arwen, avrebbe desiderato, pur patendo il rimpianto, che ella mantenesse la propria essenza immutabile. Aragorn sapeva che l’amore, il più grande amore, corrisponde al sacrificio. Egli avrebbe, con dolore, rinunciato ad avere Arwen con sé pur di saperla al sicuro per sempre.

Ma né Aragorn né Elrond poterono decidere per lei. Arwen, come il più puro degli esseri liberi e fulgidi della razza elfica, mostrò, in questa sua decisione, la propria femminile indipendenza, la propria coraggiosa autonomia. Soltanto lei poteva scegliere per se stessa, nessun altro. Arwen amava tanto, amava spontaneamente senza compendiare alcun limite. La sola possibilità di poter riabbracciare il suo Re e di poter mettere al mondo suo figlio la condusse verso l’adempimento del suo volere. Arwen è una donna forte, coraggiosa, e con la sua rinuncia palesa il più grande degli amori provati. Elrond fatica a trattenere le lacrime quando scopre che la sua discendente non è più immortale. Il destino di Arwen è adesso legato al destino dell’anello, poiché ella non ha più forze sufficienti per resistere al male che si diparte da Mordor. Con le forze residue, la nobile fanciulla invita il padre a riforgiare la spada. Le arti degli elfi possono, infatti, ricostruire Narsil, la gloriosa lama che fu di Elendil ed Isildur.

Arwen, tenendo il viso celato sotto un cappuccio, osserva i frammenti della spada. Ella certamente ricorda l’ultimo colloquio che ebbe con Aragorn, Vicino ai resti dell’arma, ella infuse coraggio al suo adorato. Gli disse che non doveva temere il proprio destino, poiché egli avrebbe affrontato quel male e sarebbe riuscito a primeggiare. Arwen rammenta quanto affermato e agogna di poter instillare nuovo eroismo nel cuore del suo sire. Dalle ceneri una fiamma sarà risvegliata.  Una luce dall'ombra spunterà. Rinnovata sarà la lama che fu spezzata. Il senza corona di nuovo re sarà!

Con quest’ultima richiesta, Arwen fa sì che Narsil, la spada che rappresentava la stirpe spezzata dei sovrani, venga ricostituita. La nascita di Andúril sarà il primo annuncio simbolico del ritorno del Re. L’ultimo viaggio di Arwen non si compì mai, poiché ella rimase ad attendere, tra la vita e la morte.

  • La fiamma dell’occidente

Aragorn sogna Arwen. Come accaduto alla dama di Gran Burrone, anche Aragorn vede l’imminente. Differentemente da lei che vide il futuro da sveglia, Aragorn lo scruta in sogno. Estratti imprecisi, tasselli sparsi, immagini velate si susseguono nel suo incubo agitato. Aragorn vede Arwen distesa su di un letto, sfinita. La sua pelle raggiante è divenuta cerea, quasi esangue. Arwen sussurra con una voce spezzata un ultimo pensiero: “Come avrei voluto poterlo rivedere, un’ultima volta!”. Dopodiché, Aragorn vede se stesso in piedi, al cospetto del trono di Gondor, mentre smarrisce la Stella del Vespro ed essa, lambendo il suolo, si disintegra. Il figlio di Arathorn si sveglia di soprassalto. Egli non sa che ha veduto un nuovo futuro, un avvenire scuro e burrascoso, che tende ad intrecciarsi con quello lieto osservato da Arwen. Cosa significa quanto sognato da Aragorn? Perché egli ha visto la gemma elfica scivolargli via e infrangersi?

L’eventualità che la Stella del Vespro possa rompersi indica come il futuro sia incerto e suscettibile di cambiamenti rapidi ed incalzanti. La Stella del Vespro che l’elfo femmina ha ammirato beatamente al collo del suo figliolo, rischia di venire distrutta. Se questo dovesse accadere, il futuro contemplato dallo sguardo attonito e felice di Arwen cesserebbe di esistere?

Aragorn si desta nel cuore della notte, impaurito da ciò che i suoi sogni gli hanno mostrato. Il ramingo viene convocato da Théoden, il quale, dopo averlo accolto in una tenda, si ritira. Aragorn riceve qui la visita di Elrond, che afferma d’essere giunto fino a lì per volere di colei che ama. Arwen sta morendo e la luce della Stella del Vespro che Aragorn regge stretta a sé si è quasi del tutto spenta. La gemma elfica simboleggia il cuore palpitante di Arwen. Il dissolversi della sua luce testimonia il dolore che Arwen sta tollerando. Aragorn sa che per salvare la sua amata dovrà abbattere il più terribile dei mali ma sa anche che le forze di Rohan e Gondor non potranno soverchiare i reggimenti dell’Oscuro Signore.

Elrond sprona Aragorn a diventare ciò per cui è nato. Vedendo Andúril, la fiamma dell’Occidente forgiata dai frammenti di Narsil, Aragorn comprende che Arwen gli sta dando l’ulteriore coraggio di cui ha bisogno. Toccando l’elsa, Aragorn estrae la spada e mira le rune incise sulla lama. La casata dei Re è stata ricostruita, è il momento che Aragorn metta da parte il ramingo. Nell’opera letteraria di Tolkien, Arwen tessette un vessillo nero. Su di esso era stato cucito dalla donna l’emblema di Elendil. Sfiorando la stoffa con le sue mani, Aragorn agguantò il coraggio per addentrarsi nel viottolo che lo avrebbe portato alla dimora dei Morti. Quando quel vessillo sarebbe sventolato alto, tutti avrebbero rimirato il primo, trionfante, annuncio del ritorno del Re. Nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, Arwen non “filerà” alcun stendardo poco prima che Aragorn volga verso la montagna. Sarà proprio la ricostituzione della spada, ordinata da Arwen, a sostituire la potenza simbolica di quel vessillo.

Aragorn ed Elrond, parlando in lingua elfica, sembrano rievocare un recente passato. Nell’Ultima Dimora Accogliente, poco prima che l’alba sorgesse e la Compagnia dell’Anello partisse, Aragorn indugiava solitario nei pressi della tomba di sua madre. Con la mano, Aragorn scostò foglie avvizzite dall’autunno che sostavano sull’effige marmorea. Quando libererà il volto della statua che ritraeva Gilraen, Aragorn allungherà la mano e carezzerà le fredde gote della scultura. Fu accompagnato in quel commuovente saluto da Elrond, il quale gli ricordò come sua madre volesse per lui un futuro sereno. Gilraen volle proteggere Aragorn dal suo arduo destino, pertanto lo nascose tra gli elfi. A loro, ella donò la stella più luminosa. Aragorn, conosciuto tra gli elfi con l’appellativo di Estel, crebbe e divenne l’incarnazione persistente della speranza.

Aragorn ed Elrond, poco prima di salutarsi, ripeteranno quanto la moglie di Arathorn era solita dire: “Ho dato la speranza ai dunedain, non ne ho conservata per me.”  E’ giunta l’ora che Aragorn assuma le fattezze della speranza, e si erga a stella guida di tutti. Brandendo la sua nuova spada, e animato da un ritrovato impulso, Aragorn s’incammina verso i Sentieri dei Morti. Avrebbe voluto compiere questo rischioso viaggio da solo, ma i suoi fedeli amici, Legolas e Gimli non glielo permisero.

I tre avevano cominciato quest’avventura insieme, ed insieme l’avrebbero finita.

"Legolas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Legolas del Reame Boscoso

Una lunga chioma flava cingeva un volto lindo, nel cui centro vi erano incastonati occhi azzurri, vigili e sapienti, che tanto avevano visto del mondo. Costui era abbigliato con i colori della natura. Una considerevole dose di verde agghindava la sua veste ed una traccia di marrone ciò che ne restava. Ghirigori ed ornamenti elfici guarnivano il suo abito, impreziosendolo come ricami cuciti sulla seta. Legolas, l’elfo regale di Bosco Atro, giunse a Gran Burrone col suo fedele corsiero. Lungo la schiena portava un arco con una faretra colma di frecce e alla cintura due lunghi pugnali dai manici d’oro. L’erede di Thranduil scese da cavallo e tornò a rimirare le bellezze della valle di Rivendell.

Quando tutto ebbe inizio, quando la Compagnia dell’Anello vide l’albore della nascita, Legolas prese parte al Concilio di Elrond, deciso a prestare il proprio aiuto. L’elfo conosceva Aragorn sin dalla sua giovinezza, e nutriva per lui un affetto profondo e sincero. Fu proprio Legolas a difendere Aragorn dalla stolta accusa di Boromir, che lo definì un mero “ramingo”. Legolas scattò diritto, e tenne a precisare che Aragorn “Non era un semplice ramingo, ma l’erede al trono di Gondor”. Legolas nutre per Aragorn l’affezione di un migliore amico e, al contempo, la premura di un padre. Legolas era vecchio. Vecchio come un elfo di aurea levatura, e pertanto eternamente giovane ed in forze. La nascita di Legolas risale ai primi anni della Terza Era. Egli visse per svariati secoli, ed assistette ai molteplici cambiamenti della Terra di Mezzo. In virtù della sua “anzianità”, Legolas provava per Aragorn ciò che, in seguito, proverà anche per Gimli, vale a dire il sentimento di un’amicizia inattaccabile e l’amorevolezza di una figura saggia e paterna. 

Legolas era alto e slanciato, come tutti gli altri elfi suoi analoghi. Qualcuno, cadendo in errore, avrebbe potuto supporre che la sua statura fosse la più solenne tra i 9 della Compagnia dell’Anello. Prerogativa dei discendenti di Numenor era una vistosa altezza. Aragorn, conseguentemente, risultava essere il più alto dei 9 compagni, persino più alto dell’elfo di Bosco Atro. Questi si distingueva come un arciere formidabile, ed un combattente agile ed inafferrabile. La sua vista acuta era in grado di adocchiare e discernere luoghi e creature sfuocate ed elusive. Con ogni suo gesto, Legolas estrinsecava l’etereità della sua razza. In particolare, sul passo di Caradhras, quando la neve fioccava copiosa, flettendo le resistenze umane dei suoi amici, Legolas non avvertì alcun freddo né patì la tormenta. Come una creatura di stoica resistenza, egli neppure risentiva del gelo, udendo per primo l’empia voce di Saruman dispersa nell’aria.

Legolas è un essere assennato e paziente, altruista e generoso. Sin dall’inizio, quando siederà nel consiglio di Elrond, egli non si lascia coinvolgere nelle discussioni con Gimli, evitando di redarguire il suo futuro amico quando questi lo aveva accusato di voler assumersi il compito di distruggere l’anello. Soltanto per un breve momento Legolas perderà le proprie sicurezze, e non farà uso della sua notoria pacatezza. Quando gli eserciti di Isengard marceranno sul Fosso di Helm, Legolas si farà prendere dalla disperazione e confiderà ad Aragorn che non vi è speranza e che tutti i presenti sarebbero morti. Poco dopo aver ascoltato quanto detto dall’elfo, Aragorn si infurierà, affermando con fierezza che sarebbe morto volentieri come un uomo di Rohan, consapevole che le possibilità di poter sopravvivere si erano ridotte ulteriormente. Per una volta, Aragorn, il più “giovane”, mostrò la fiducia che il più “anziano” non avrebbe mai dovuto far vacillare in sé. Legolas se ne renderà presto conto, e, con la sua grande sapienza, si riconcilierà immediatamente con Aragorn.

Col trascorrere dei giorni, Legolas e Gimli stringeranno un rapporto di grande amicizia. Gli elfi ed i nani, da sempre divisi da un’incomprensibile rivalità verranno finalmente accomunati.

Legolas seguiterà sempre a proteggere i suoi più fedeli amici, Aragorn e Gimli, quei “bambini” così come una volta egli stesso lì definì negli scritti del Professore. E li difenderà come un padre. Quando Gimli verrà minacciato da Eomer, sarà proprio Legolas ad armare il suo arco per schermare il suo amico e, al Fosso di Helm, sarà sempre Legolas a salvare i due lanciando loro una corda e issandoli lungo le mura, verso la salvezza. Nuovamente nella battaglia finale davanti al Cancello Nero di Mordor, Legolas si preoccuperà di Aragorn, prossimo ad essere sopraffatto dalla carica di un troll.

Da questi piccoli dettagli, si può notare come Legolas protegga i suoi amici con la dedizione di un amico e di un vecchio guardiano.

"Gimli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gimli, figlio di Glóin

Il concilio di Elrond avrebbe presto avuto luogo. Membri appartenenti alla razze più disparate sarebbero accorsi per presenziare. Poco distante da Legolas, una figura tarchiata si fece avanti. Due occhi buoni e delle guance paffute si intravedevano al di sotto di un elmo argenteo, ed un naso pienotto spuntava da un viso quasi del tutto “taciuto” da una fitta peluria che si estendeva sino alla pancia carnosa.

Gimli era un nano della dinastia di Durin, figlio di Glóin, uno dei componenti della compagnia di Thorin Scudodiquercia. Egli visse per molti anni ad Erebor, dopo che suo padre ed i suoi familiari espugnarono la Montagna Solitaria. Gimli era un nano astuto e risoluto, sin dalla giovane età. Molto tempo prima, quando il padre partì per raggiungere Thorin, Gimli espresse il desiderio di seguirlo, e di prendere parte alla comitiva capeggiata da Gandalf il Grigio. Tuttavia, fu ritenuto dal genitore troppo giovane per partecipare ad una missione così pericolosa. Gimli, allora, attese, aspettò che la vita gli riservasse l’occasione di dimostrare la propria determinazione e fermezza.

Gimli ricordava ciò che sin dai tempi più antichi veniva detto sugli elfi. “Non rivolgerti agli Elfi per un consiglio, perché ti diranno sia no che sì.” Come tutti i suoi simili, egli diffidava di loro, reputandoli furbi ciarlatani. “Nessuno si fida di un elfo” – sbraitò nel primissimo diverbio che ebbe con Legolas. Ciononostante, quando Gimli si proporrà come rappresentante dei nani all’interno della Compagnia dell’Anello, egli comincerà ad interagire con Legolas. In principio, i rapporti tra i due furono tesi, poiché Gimli conservava ancora tristi memorie nel suo cuore. Egli rammentava che Thranduil, padre di Legolas, tenne prigionieri nel proprio palazzo Glóin ed i suoi congiunti durante la loro peregrinazione verso Erebor. I torti subiti dalla stirpe nanica vengono fatti propri da Gimli, il quale va fiero della sua distintiva razza. Gimli è, infatti, un nano orgoglioso ed altero, estremamente dotato in combattimento. Brandisce un’ascia massiccia con cui è in grado di abbattere orchi ed Uruk-hai con la medesima semplicità.

Il suo legame affettivo con i suoi affini è tanto profondo. Gimli fu il primo a proporre a Gandalf di attraversare le Miniere di Moria, poiché era convinto che, in quei luoghi, Balin avesse ricostituito il reame di Nanosterro. Quando Gimli oltrepassò i cancelli occidentali e vide, con sgomento, che Moria si era tramutata in un sepolcro, fece sì che un urlo di dolore si levasse alto, svanendo come un’eco nella profondità della Terra.

Nel giorno seguente, Gimli rinverrà la tomba di Balin, scorgendola in una camera che era stata assediata. Si inchinò dinanzi ad essa e pianse. Una luce proveniente da un uscio scavato nella pietra irrompeva dall’alto, illuminando il loculo. L’avello era cinto dai resti scheletrici di altri nani, massacrati dagli orchi e dai troll di caverna. Gandalf troverà un tomo impolverato, stretto tra le mani ossute di un vecchio e caro combattente. In quel volume, Gandalf leggerà gli ultimi momenti di lotta vissuti dai nani che tentarono di riconquistare il reame dannato di Moria. Gimli ricaverà dalla morte dei suoi simili la forza e la vanagloria per affrontare le tenebre che avviluppavano Nanosterro. Egli manifestò la sua audacia quando, irto sulla tomba di Balin, prese le sue asce e disse: “Che vengano pure, troveranno che qui a Moria c’è ancora un nano che respira!”.

Gimli capì quel giorno che si sarebbe elevato e sarebbe stato, un giorno, considerato uno dei nani più celebri ed importanti dell’intera storia di Arda. Gimli fu il solo nano a sopravvivere alle miniere e fu, altresì, il solo a comprendere e a rimirare la bellezza degli elfi. Ammaliato dallo splendore di Lady Galadriel, Gimli imparerà ad apprezzare la grazia elfica, e deciderà di custodire la ciocca dorata. Col passare del tempo, Gimli stringerà una profonda amicizia con Legolas, abbattendo ogni divisione.

Quanta grandezza vi è nel cuore di Gimli? Egli è l’unico nano a combattere le battaglie più importanti della Guerra dell’Anello. Mentre tutti i suoi conformi si ritirarono nelle montagne, indifferenti al dramma arrecato da Sauron, Gimli fu l’unico ad ergersi come rappresentate della propria razza. E così fu ugualmente il solo ad ammirare l’essenza degli elfi, a provare amore ed amicizia per loro.

Gimli è un guerriero implacabile e feroce ma anche un dispensatore di gioia e di sorrisi. Peter Jackson scelse Gimli come personaggio ideale per distendere la tensione ed elargire felicità. Gimli appare, infatti, molto simpatico non soltanto per il pubblico che lo osserva ma anche per gli stessi personaggi. Éowyn, triste e affranta dai mesi di prigionia vissuti nel suo castello con lo zio, divenuto inavvertitamente schiavo del maleficio di Saruman, tornò a sorridere per la prima volta proprio grazie a Gimli.

Il nano raccontava aneddoti bislacchi sulla sua specie e poi, quando il suo cavallo s’imbizzarrì e corse d’improvviso, egli cadde rovinosamente giù, suscitando le risate affettuose della dama di Rohan. Gimli dona vivacità, brio, felicità a coloro che lo osservano. Ed è forse questo il più grande pregio di un personaggio astuto e di un guerriero imbattibile.

Aragorn, Legolas e Gimli sono vincolati da un’amicizia incrollabile. Nel rapporto tra un elfo, un uomo ed un nano non vi è disparita, non vi è differenza. E’ questa una metafora che tutti dovrebbero dedurre e fare propria per comprendere come tutti i figli della Terra siano uguali nelle loro diversità, poiché ogni diversità può essere una risorsa conoscitiva.

Alla vigilia della battaglia, Aragorn prenderà la via verso il labirintico Sentiero dei Morti. Legolas e Gimli, amici fedeli, non lo lasceranno solo. Poiché nella vera amicizia non vi è considerato l’abbandono.

  • Solo un’ombra ed un pensiero

Éowyn era sveglia, cauta e vigilante come da consuetudine. Rimase accorta anche in piena notte. Vide coi suoi occhi attoniti Aragorn andare via. Tentò di fermarlo, ma egli, garbatamente, le disse che doveva lasciarla. Éowyn confessò implicitamente il suo amore al ramingo, ma questi, cortese come solo i puri di cuore sanno essere, le rispose che non poteva ricambiare e offrirle quello che tanto desiderava. Il cuore di Aragorn apparteneva ad Arwen, qualunque cosa fosse accaduta.

Éowyn si intristì. Ella, innamorata di un’ombra e di un pensiero, assimilò la forza dalla delusione, la spavalderia dall’amarezza. Respinta delicatamente dall’uomo di cui si era invaghita, Éowyn poté incanalare il proprio cordoglio e mutarlo in coraggio. Bramando di morire dando la propria vita per i suoi cari, la creatura femminile escogitò il modo di scendere in guerra.

Ella si avvicinò allora a Merry, anch’egli respinto dai più. Éowyn era una principessa “ignorata” ed una donna trascurata dai soldati. Merry, dal canto suo, era soltanto un mezzuomo, non un uomo integro. La portata del suo braccio non era stimata dagli altri guerrieri e la sua modesta stazza era fonte di derisione. Nessun cavaliere lo avrebbe voluto come fardello. Merry voleva combattere per i suoi amici, ma nessuno credeva in lui. Soltanto Éowyn intuì la forza nascosta nel suo cuore. Ella veniva sottovalutata dagli uomini stolti, poiché era “soltanto” una donna, Merry, invece, veniva sottostimato in quanto minuto. Restando vicini, Éowyn e Merry paleseranno come le semplici apparenze siano fuorvianti. Éowyn si travestirà da soldato e, in incognito, si infiltrerà tra i ranghi dei rohirrim.

Il coraggio e l’eccezionale forza delle donne vengono espressi pienamente dalla principessa di Rohan. Analogamente a quanto fatto da Arwen, Éowyn dimostrerà che nessuno potrà mai decidere per sé stessa al suo posto. La dama di Rohan cavalcherà verso Gondor, calpestando le discriminazioni e diventando un’eroina.

Merry seguirà la bella fanciulla. Lo Hobbit era stato da poco eletto scudiero di Rohan. Anche Pipino, il suo amico lontano, aveva guadagnato la carica di Guardia della Cittadella. Entrambi, però, sapevano che le loro investiture erano poco più che patine di poco valore. Avrebbero dovuto dimostrare nei momenti topici cosa erano davvero capaci di fare. Pipino, da una parte, salverà la vita a Faramir, preda del folle volere distruttore del padre, Merry, a sua volta, salverà Éowyn, durante il combattimento con il Re Stregone di Angmar. Faramir ed Éowyn, salvati dai due hobbit, si incontreranno nelle case di cura di Minas Tirith e lì si innamoreranno.

  • La carica dei rohirrim

Seimila lance furono scosse, altrettanti scudi frantumati. L’esercito di Sauron aveva asserragliato Osgiliath. Innumerevoli legioni si protrassero sino ai campi del Pelennor, occupando l’intera vallata. Con le catapulte, gli orchi avevano inferto i primi danni alla struttura esterna di Minas Tirith. Il cancello principale fu brecciato e molti orchi riuscirono ad invadere i vari livelli della città, seminando morte. Gandalf e Pipino si rifugiarono nella cittadella. Gandalf volle infondere serenità al suo piccolo amico. Egli giudicava Pipino come un avventato ed uno sciocco. Più volte, a Moria, volle rimproverarlo per la sua leggerezza. Quando la morte sembrò vicina, Gandalf notò, forse, la sensibilità di Peregrino Tuc, il quale stava già pensando alla fine. A quel punto, Mithrandir volle tranquillizzare lo hobbit, ricordandogli che la morte è soltanto un’altra via, che dovremmo prendere tutti. Una volta valicato il “paradiso”, ogni anima trapassata può contemplare bianche sponde ed un verde paesaggio sorto sotto una lesta aurora.

La descrizione astratta, evocativa, di questo regno celestiale compiuta da Gandalf, corrisponde al credo religioso, al sogno dell’infinito. I mortali sperano che dopo la fine ci possa davvero essere l’immortalità dell’anima in un giardino di nuvole.  Le bianche sponde tratteggiate dalle parole dello stregone ristorano lo spirito dei credenti e danno loro la forza necessaria per sostenere l’ultimo passo. Ma non era ancora l’ultimo atto!

Un corno risuonò nella notte. L’alba era prossima a sorgere e le armate dei Rohirrim erano sopraggiunte. Théoden caricò il temperamento dei suoi uomini. Urlò: “Morte! Morte!” – il monarca di Rohan. Egli sapeva che sarebbe caduto in guerra e voleva far sì che la fama dei Signori dei Cavalli echegiasse nell’eternità.Théoden non pensava in quell’ultimo discorso alle bianche sponde che presto avrebbe mirato. Il paradiso agognato dal Re era la memoria. Egli avrebbe vissuto nella casa dei suoi padri e nelle illimitate reminiscenze della sua gente. Con la morte i Signori dei Cavalli avrebbero ottenuto la vita eterna, nel ricordo, nella tradizione, nel racconto di ogni generazione. I rohirrim marciarono, dunque, sui Campi del Pelennor con incredibile audacia e travolsero i reggimenti avversari.

  • L’approdo degli Haradrim

La vittoria era vicina. Le schiere di Sauron, benché più numerose, non poterono contrastare le incursioni disperate degli uomini. Quando tutto sembrò volgere per il meglio, versi atroci rimbombarono nel vento da un breve distacco. La terra tremò, scossa da arti titanici poggiati ritmicamente sulla distesa. 

La cinepresa di Jackson inquadrò il volto stupefatto del regnante, poi seguì l’espressione sconvolta di Éomer. I rohirrim stavano osservando l’avanzata di una legione dalla devastante capacità offensiva. I soldati, impietriti ed esterrefatti, vennero colti dal timore. Jackson, similmente a quanto fece Steven Spielberg nel suo “Jurassic Park”, volle volgere il suo sguardo impassibile sui volti allibiti dei personaggi sulla scena, intenti ad osservare le mastodontiche sagome di alcuni animali. Il regista neozelandese non volle anticipare ciò che Théoden e gli altri stavano guardando, desiderò, invece, che gli spettatori avvertissero il pericolo attraverso lo sguardo inquieto degli eroi lì presenti. Sia in “Jurassic Park” che ne “Il ritorno del Re”, il pubblico percepisce l’avvento di un essere colossale mediante l’espressione intimorita dell’essere umano.

Gli Haradrim pervennero dal sud su enormi pachidermi. Una sfilza di Olifanti muoveva verso le mura di Minas Tirith. Tali fiere avrebbero raso al suolo tutto quello che si sarebbe parato loro davanti. Tolkien, forse ispirato dalle tecniche e dalle strategie belliche dell’antico condottiero cartaginese Annibale, ideò la razza degli Haradrim. Annibale era solito servirsi di grandi pachidermi tra gli schieramenti dei suoi eserciti. Nell’universo di Tolkien, i mûmakil erano elefanti grigi, con zanne d’avorio affilate e una mole possente. Alti più di un edificio, gli Olifanti venivano addomesticati dagli Haradrim e utilizzati come infallibili pedine di una scacchiera. In guerra, venivano dispiegati davanti potendo aprire ogni varco. L’enorme stazza di questi animali si rivelava adeguata per sbaragliare le unità avversarie e per abbattere ciascuna resistenza.

Nei Campi del Pelennor, i mûmakil sgominarono le fila dei rohirrim, generando il panico e lo scompiglio. I Rohirrim attinsero comunque ulteriore coraggio e riuscirono a tener testa alle titaniche creature. Nel caos del conflitto, Théoden venne artigliato da una creatura alata. Il re Stregone di Angmar spezzò il corpo del regnante di Rohan. Prima che la cavalcatura alata si cibasse dei suoi resti, Éowyn sopraggiunse e affrontò gli oscuri poteri del signore dei Nazgul. La ragazza trafisse il Re Stregone, colui che nessun uomo avrebbe mai potuto uccidere.

Una donna si innalzò oltre la più fulgida speranza ed abbatté un terribile male. Théoden spirò poco dopo, tra le braccia di sua nipote. Aveva raggiunto quello che anelava. Il ricordo di lui perdurerà per sempre tra i fuochi scintillanti ed imperituri dei più grandi monarchi di Rohan.

"Re Stregone di Angmar" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • I Sentieri dei Morti

Un fiore nacque su di un lattiginoso ramo. L’albero di Gondor destò le sue braccia dal sonno e dai suoi polmoni lignei soffiò un alito di rinascita. Nessuno notò quel fiore. L’albero sentì che qualcosa stava avvenendo, che un Re stava rientrando, e risorse. Sul cammino verso il Monte Fato, anche Frodo e Sam videro la statua di un vecchio Re. La scultura era stata deturpata. La testa del sovrano ritratto, recisa dal resto dell’opera, giaceva a terra, sul verde manto. La fronte era adornata da fiori colorati che nel frattempo erano spuntati e che adesso formavano una sorta di corona attorno al capo del Re. La natura lo aveva capito: Aragorn era prossimo a salire sul trono di Gondor.

"Il ritorno del Re" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quel tempo, Aragorn si addentrò nei dintorni del Dwimorberg e perdette la diritta via. L’aria era diventata glaciale. I tre viaggiatori non incontrarono altrettante fiere sul loro cammino ma avvertirono la sensazione che il calore dei loro corpi gli fosse stato sottratto.

Aragorn procede silente, incamminandosi in una selva oscura. Arrivato ad una porta scavata nelle viscere della montagna, l’erede di Isildur varcò la soglia, spingendosi in quel regno di morte dove la malvagità ristagnava e poteva essere respirata come un effluvio maleodorante. Aragorn si incamminò verso quella città dolente, tra l’eterno dolore e la gente perduta. Come il sommo poeta, il ramingo discese nelle tenebre di un inferno terrestre e giunse nei pressi di un limbo sconsacrato. Gimli non aveva ancora ben chiaro cosa si celasse nei meandri di quella catena montuosa. Fu Legolas ad illuminarlo.

Legolas, rivestendo il ruolo di guida in questa discesa “agli inferi” nelle tenebre più tetre, assume i contorni del saggio Virgilio, il quale spiega ciò che nel buio attende d’essere liberato. Legolas racconta a Gimli che un tempo, un esercito negò aiuto ad Isildur quando questi ne ebbe necessità. Isildur maledisse quei soldati, imprigionandoli tra la vita e la morte. Essi non avrebbero avuto pace sino al giorno in cui riscatteranno il loro onore.

Gimli rabbrividì nel percorrere il Sentiero dei Morti. I tre si protrassero sino ad una sala dimenticata. Aragorn, Legolas e Gimli non avevano raggiunto l’Ade, ma era come se si trovassero in un Antinferno. Laggiù, gli ignavi vagavano come anime in pena. Essi non avevano preso posizione nella loro vita, non mantennero mai la loro parola, il loro giuramento. I soldati di Isildur erano diventati spettri crudeli e privi di alcuna dignità. Nella vita preferirono astenersi dai loro compiti. E così come il Celestino V dantesco non si preoccuparono mai d’adempiere ai loro doveri, ai loro obblighi. Il Re dei Morti ed i suoi sudditi erano pigri, negligenti, anonimi, persone senza infamia e senza lode, incapaci di scegliere, impossibilitati ad optare per il bene o per il male. I fantasmi, da vivi, preferirono sottrarsi, restare in disparte senza partecipare alla battaglia. Agirono meschinamente, senza schierarsi mai a favore di un solo vessillo.

Aragorn incontrerà il Re dei Morti, il quale tenterà di ucciderlo. Nessuno può lambire la pelle di un non-morto, eccetto Aragorn, in quanto erede di Isildur. Il ramingo, per mezzo di Andúril, respinse l’attacco del Re. Questi rimase stupefatto nel notare che Aragorn poteva toccarlo. Nella versione cinematografica, il doppiaggio del Re dei Morti è differente rispetto a quello della versione estesa per una sola frase. Nel primo adattamento, esso dirà: “Quella stirpe fu spezzata” – riferendosi alla dinastia di Aragorn. Nel secondo adattamento, dirà: “Quella lama fu spezzata”, riferendosi a Narsil. Appare evidente, anche da queste differenze stilistiche e di parole, quanto la spada Andúril rappresenti, nella sua integrità, la ricostruzione della casata dei Re. Notando quella lama e vedendo Aragorn implorare il loro aiuto, i morti compresero chi avevano dinanzi: il vero erede al trono, l’unico che potrà liberarli dalla loro morte vivente.

I morti accetteranno di combattere per Aragorn. Gli ignavi compiranno finalmente una scelta.

Aragorn, Legolas e Gimli, in testa all’esercito dei Morti, raggiungeranno le sponde di Gondor. Sui Campi del Pelennor ristabiliranno il dominio degli uomini, decimando gli eserciti nemici. Aragorn lo aveva giurato a Boromir in punto di morte: pur non sapendo quanta forza aveva nel suo sangue, non avrebbe mai permesso che Minas Tirith cadesse. E così fu!

  • Futuro nebuloso

Aragorn entra nella sala del re. Restando solo, il figlio di Gilraen pone la mano sul Palantir. Aragorn getta il suo guanto di sfida a Sauron. Egli vuole che l’Oscuro Signore cada nell’agguato e creda che gli uomini siano tanto sfrontati da attaccarlo a viso aperto. Aragorn vuole azzardare un ultimo tentativo. Riunendo gli eserciti di Rohan e Gondor, egli vuol marciare sul Nero Cancello, così da catturare lo sguardo di Sauron e tenerlo fisso su di sé. Sam e Frodo, se fossero vicini al Monte Fato, avrebbero la concreta possibilità di passare inosservati e giungere sino al baratro infuocato. Con il Palantir, Aragorn intima Sauron alla resa ma questi, riconoscendolo, gli mostra Arwen, inerte e cerea. Aragorn ne resta spiazzato, temendo che Arwen sia morta. In preda allo sconforto, Aragorn libera la presa dal Palantir e fa cadere, inavvertitamente, la Stella del Vespro al suolo. Ciò che aveva sognato si è avverato: la Stella del Vespro si è dissolta. Il futuro visto tra il sonno e la veglia da Aragorn si è avverato, ma non del tutto. Ciò vuol dire che la visione avuta da Arwen da sveglia è errata? Eldarion non avrà più la gemma elfica attorno al collo?  Neppure lui esisterà più?

Invero, come specificato da Elrond, il futuro in cui vi è ancora vita per Arwen è quasi scomparso. Già, ma non completamente! Aragorn si appella alla flebile speranza che il male promanato da Sauron possa venire assoggettato e sconfitto e per questo decide di marciare su Mordor.

  • Padre e figlio

Faramir non poté far nulla. Osgiliath venne asserragliata ed invasa col favore della notte. Boromir l’aveva difesa prodemente tempo prima. Faramir non riuscì a fare altrettanto. Le truppe nemiche erano superiori in numero. Con l’occupazione di Osgiliath, l’esercito di Sauron avviò la propria mobilitazione sulla valle. Il fallimento di Faramir avrebbe portato all’attacco a Minas Tirith. Faramir era soltanto un uomo, non poteva fermare da solo le inarrestabili sortite nemiche. Eppure, Denethor vedeva in lui l’inabilità, l’inettitudine. Il Sovrintendente di Gondor versava ancora lacrime per la morte di Boromir, il suo figlio adorato. Nella sua oscura follia, egli arrivò persino a confessare la propria indifferenza nei riguardi di Faramir. Denethor avrebbe voluto che i posti dei suoi figli fossero stati scambiati. Avrebbe agognato che Boromir vivesse e che Faramir perisse. Un pensiero orribile tramutato in parole ed in un’esternazione quando proferì tale agghiacciante verità.

Denethor credeva di aver perduto Boromir in guerra. Non capì mai che egli perdette suo figlio nel momento in cui volle ordinargli di portare l’anello a Gondor. Quel pensiero mellifluo e insidioso offuscò la saggezza del primogenito. Boromir avrebbe tenuto l’anello per sé, non lo avrebbe ceduto ad alcuno, non si sarebbe più destituito da una simile possessione. Denethor condusse suo figlio alla morte ben prima degli assalti operati dagli orchi. Faramir ne era consapevole, cercò di avvisare il proprio genitore sul triste fato a cui andò incontro Boromir ma senza riuscirci. Denethor ordinò a Faramir di condurre un nuova offensiva su Osgiliath. La volontà del Sovrintendente divenne follia. Faramir accettò, come ogni buon soldato volle assecondare l’ordine del proprio comandante. Non agì come un uomo colto qual era, neppure come un assennato studioso, rifiutando quell’atto suicida, volle compierlo, poiché Faramir si comportò come un figliolo ubbidiente, devastato dalla mancanza di approvazione del padre.

Poco prima che la guerra cominciasse, il Capitano di Gondor guidò i suoi soldati. Tutti li accolsero in un corteo funebre, salutandoli. In quella folla fiacca ed angustiata, è possibile scorgere il volto di due piccoli bambini che osservano: un maschietto ed una femminuccia. Non è la prima volta che questi due pargoletti compaiono sulla scena. Se si osserva attentamente, si può notare come Jackson abbia inserito questi due piccini in tutti e tre i film. Per la prima volta, essi apparvero ad Hobbiville, durante il racconto di Bilbo circa la sua disavventura con i troll. I due fanciullini tornano nel capitolo successivo, rivestendo due ruoli differenti. Essi ne “Le due torri” restano nascosti nelle grotte del Fosso di Helm, sorretti dall’abbraccio di alcuni famigliari. Ne “Il ritorno del re”, i bambini fanno parte della folla di Gondor. In tutti e tre i capitoli della trilogia, essi osservano, silenti, gli eventi come piccoli spettatori immersi nella pellicola.

Faramir avanzò verso gli avversari. Nel frattempo, Denethor, incurante, si accinse a pranzare. Si cibava con poca eleganza il Sovrintendente, sporcandosi continuamente il viso. La rozzezza delle sue scelte viene esternata dal modo volgare con cui si nutre. Quando Faramir verrà trafitto dalle frecce, la bocca di Denethor sarà macchiata di rosso, come se dalla sua bocca fuoriuscisse il sangue del proprio figlio. Con la sua ria lingua e con le sue labbra maligne, Denethor condusse i suoi figli alla morte. Quella scia rossa che cola lungo il suo mento evoca il sangue di un nobile che ha banchettato sul corpo morente del proprio figlio. Denethor, similmente al Conte Ugolino citato dall’Alighieri nella “Divina Commedia”, ha “desinato” sui resti del proprio eroico discendente.

Ma Faramir non morì. Riuscì a sopravvivere e, grazie al provvidenziale intervento di Pipino, raggiunse molto dopo le Case di Guarigione di Minas Tirith.

"Eowyn e Faramir" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Moglie e marito

Éowyn fu trovata stesa a terra, morente. Éomer la scorse lontano e gridò devastato. Fu trasportata alle case di cura. Ivi venne guarita da Aragorn che rimarginò le ferite del suo corpo, anche se nulla poté fare per cicatrizzare la ferita che, non volendo, aveva inciso nel cuore della dama di Rohan. Nel sangue di Aragorn scorreva il potere della guarigione dei Numenoreani. Éowyn si riprese in fretta, ed in quel luogo incontrò Faramir.

Éowyn avrebbe desiderato morire in battaglia. Non le importava più niente. Credeva che la vita non potesse elargirle alcuna felicità, e avrebbe voluto lasciare di lei una meravigliosa reminiscenza. Ella capì a poco a poco che la vita poteva ancora riservare molto per lei. Vide allora Faramir. Anch’egli aveva tentato di morire. Non per la gloria, certo, ma per un desiderio di approvazione. Faramir avrebbe voluto far ricordare il proprio nome al padre, e aveva creduto che soltanto morendo ci sarebbe riuscito.

Éowyn non fu ricambiata da Aragorn, colui che per lei rappresentava un amore carnale e spirituale; Faramir, dal canto suo, non ricevette mai l’amore paterno che egli, da figlio, si sarebbe aspettato di avere dal genitore.  Faramir ed Éowyn, entrambi feriti nel corpo da una guerra infausta e nel cuore da un amore non corrisposto, cominceranno a guarire insieme.

Poco distante dal Cancello Meridionale del regno, nella sesta cerchia di Minas Tirith, il secondogenito di Denethor si rimise in piedi. Volse lo sguardo in quei luoghi di asilo. Scorse i feriti, i malati, sorretti dalle amorevoli premure dei guaritori. Di colpo, Faramir mirò una bella creatura dai lunghi capelli impegnata a guardare l’orizzonte da un’altura. Gli occhi del gondoriano furono irradiati dalla fioca luce che dal corpo della fanciulla stillava. Éowyn sembrava essere una debole candela, la cui fiamma esigua consumava la poca cera rimastale. Un soffio di brezza avrebbe potuto “zittirla” del tutto. Éowyn era spenta come una mattina di pallido autunno, eppure, il Capitano di Gondor vide in lei un percettibile volere di fioritura. Ella era pronta a germogliare, a maturare come una donna felice in un giorno di primavera. Éowyn osservava gli eserciti procedere verso Mordor. In lei albergava la forza di combattere ancora. Eppure, quando Faramir le si avvicinò, i pensieri bellicosi svanirono del tutto ed Éowyn venne permeata dalla pace e da un affetto rifulgente. Lontana da ogni conflitto, Éowyn tornò a risplende di serenità.

Faramir adorava la scrittura, i vecchi racconti, la letteratura e la poesia. Fu finalmente felice di depositare arco e faretra. Si portò nei pressi della donna e i due si conobbero. L’affinità di Faramir accrebbe la fiammella dell’animo della dama e la candela tornò ad irrobustirsi.

L’amore tra Éowyn e Faramir non sboccia causalmente nelle Case di Guarigione. Il più puro e coinvolgente dei sentimenti può curare un corpo fiacco ed un’anima spenta più di qualsiasi altro rimedio. Il Capitano di Gondor e la signora di Rohan leniranno le proprie ferite vicendevolmente con la levità di una carezza e la dolcezza di un abbraccio. Sarà l’amore a ritemprare i loro fisici dimessi ed il loro spiriti fiacchi.

Al mattino, sulla terrazza, Faramir baciò Éowyn sotto un cielo assolato. Ambedue deposero le loro armi a terra, e, finalmente liberi, si tennero per mano.

  • La distruzione dell’Unico Anello

Frodo e Sam giacevano sui pendii del Monte Fato. Frodo non aveva più alcuna forza, si era ormai abbandonato all’abbraccio della calda roccia. “Non credo ci sarà un viaggio di ritorno, padron Frodo” – tuonò Sam. Lo hobbit aveva perduto la speranza. Sam esternò un pensiero opposto a quello pronunciato giorni prima. I due mezzuomini erano esausti. Sebbene provati dal convincimento che non sarebbero sopravvissuti all’impresa, Frodo e Sam continuavano a salire. Frodo si trascinava, ma il peso dell’anello divenne insopportabile. Più le fiamme del Monte Fato si facevano vicine più l’anello aumentava l’onere della propria custodia.  Sul collo dello hobbit si erano formate piaghe e lesioni, come se l’Unico stesse divorando la carne del suo portatore. Sam si fece carico del fardello, senza mai toglierlo al proprio padrone. Sollevò Frodo sulle sue spalle e salì sino al passaggio.

Sam non fu mai tentato. Non patì la corruzione dell’Unico. Ne ignorò sempre le cupe voci, le oscure esalazioni. L’anello non poteva soggiogare l’animo di Sam, troppo candido. Sam non ambiva a padroneggiare alcun potere, non aspirava ad assoggettare alcun avversario. I suoi pensieri erano rivolti alla propria casa, la sua amata terra. Non vi era menzogna, non vi era cupidigia, non vi era avidità negli occhi di Sam. L’anello non poteva servirsene. Conseguentemente, esso fece effluire tutte le sue arti oscure per curvare la tempra di Frodo sino a condurlo allo stremo. Frodo non ce l’avrebbe fatta senza Sam e, ugualmente, Sam avrebbe sofferto sin troppo se fosse stato il solo portatore dell’anello. Ambedue, spalleggiandosi, riuscirono ad adempiere a questo viaggio. Un’amicizia profonda legò Frodo a Sam. Persino quando il padrone commise un grave errore e preferì seguire Smeagol a discapito di Sam, l’amicizia tra i due non si dissolse. Sam comprese che Frodo agì con stoltezza ma non fece nulla per fargli pesare il suo smacco. Tornò indietro e salvò coraggiosamente il suo amico. Sam sostenne il combattimento contro chiunque osasse intralciare il cammino verso la fine. Nonostante venisse fronteggiato da esseri più grandi e potenti di lui, Sam non si diede mai per vinto e riuscì a imporsi con la stoffa incomparabile del proprio carattere. Sam da “spalla” divenne l’assoluto protagonista.

Sam, il più grande degli eroi, nel mentre saliva e trasportava il proprio padrone sulla schiena, pensò al panorama verdeggiante della Contea. Egli rimembrò la bellezza della valle d’estate, la limpidezza del fiume Brandivino e la sua fresca acqua. Ma soprattutto, Sam ammirò l’immagine, custodita nei suoi ricordi, di Rosie Cotton. Nel calore infuocato del vulcano attivo, Sam fu investito dalla frescura di una memoria che gli carezzò le guance stanche. Rosie ballava felice, e teneva tra i capelli nastri bianchi che accentuavano ancor di più il biondo dei suoi ricci. Quella parvenza materializzatasi nella sua fantasia più nitida, servì a Sam per compiere l’ultimo sforzo. Raggiunto il valico del Monte, Sam e Frodo furono aggrediti da Gollum. Come previsto da Gandalf, Gollum avrebbe svolto un ruolo cruciale sul finale di questa storia. Infine, Smeagol scelse il male, optò per essere ricordato solo e soltanto come Caino, or dunque come un assassino.

Poco distante dal Monte Fato, Aragorn capitanò gli eserciti di Gondor e Rohan. Non vi era alcuna possibilità di vincere con la forza delle armi. Quello orchestrato da Aragorn sarebbe stato l’ultimo atto per dare tempo a Frodo. I popoli liberi non possedevano certezza. Non sapevano se il portatore dell’anello fosse effettivamente in procinto di raggiungere la voragine di fuoco. Aragorn per primo doveva soltanto sperare.

Aragorn e Gandalf riposero le loro ultime aspettative nei loro cuori. Lo fecero da sempre. Durante i festeggiamenti per la vittoria alla roccaforte di Helm, Aragorn prese Gandalf in disparte e gli disse che di Frodo non vi era alcuna notizia. Gandalf apparve pavido. Aragorn allora gli suggerì di pensare fortemente a Frodo e capire cosa il suo cuore gli sussurrava. Gandalf sorrise, poiché spesso il cuore è più saggio della ragione stessa. Affidandosi ai loro cuori, ai loro sentimenti, gli eroi caricarono verso i nemici, confidando nell’impossibile.

Aragorn infuse ardore negli animi dei suoi fratelli. Non volle ingannarli. Non avrebbero ottenuto la vittoria, ma avrebbero dovuto soltanto resistere. Reggere per tutto ciò che ritenevano caro. L’era degli uomini non era ancora finita. Lo sarebbe stato un giorno. Ma non quel giorno!

Aragorn avanzò per primo e lo fece per Frodo. Pochi rammentarono Sam. Eppure, in quei frangenti, proprio Sam si contorceva nella lotta con Gollum, per facilitare l’ingresso nel valico del Monte Fato a Frodo. Ivi, il portatore fu posseduto dall’Unico e la situazione parve precipitare. Aragorn cadde a terra, schiacciato dalla forza bruta di un troll. Gli eroi della Compagnia erano spossati e stremati. Gollum ghermì l’anello e lo ammirò sorridente. Egli fece lo stesso sorriso del passato quando, da umano, osservò quel verme nauseante. Frodo rinsavì, si mise in piedi e spinse Gollum giù. Questi morì e portò l’anello con sé. Il male si disgregò. La torre di Barad-dûr collassò e l’occhio di Sauron si spense nel suo stesso fuoco. Le armate di Mordor, plasmate col potere dell’Unico, si dileguarono e gli eroi della Compagnia sopravvissero.

 Frodo rimase appeso, appollaiato alla sporgenza. Non aveva alcuna energia, stava per cedere. Giunse Sam e gli porse la sua mano. Frodo vacillò, poi scelse di afferrarla e lo hobbit lo portò su. Un momento simile i due mezzuomini lo vissero tempo innanzi. Quando Frodo volle andare a Mordor da solo, prese con sé una barca e lasciò Amon Hen. Sam lo seguì e per far fede al suo giuramento, arrivò persino a tuffarsi in acqua. Il povero hobbit non sapeva nuotare. Si perse così nel fondale, tendendo la mano verso l’alto. Frodo lo vide e allungò la presa per farlo salire a bordo.

Nel Monte Fato avvenne il contrario: Sam, in alto, avvicinò la mano e acchiappò il suo padrone. Frodo aveva salvato Sam da un sepolcro acquatico, Sam salvò Frodo da una tomba di fuoco.

I due hobbit, sfibrati, verranno recuperati da Gandalf e dalle aquile. L’impossibile divenne possibile.

"Aragorn e Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’incoronazione del sire Elessar

Gandalf pose la corona sul capo di Aragorn. Questi quasi non trasse respiro. Aveva fatto fronte ai dissidi più aspri, cionondimeno sentiva in cuor suo che l’accettazione del proprio destino da Re fosse il compito più impegnativo e ardimentoso che avrebbe dovuto ancora svolgere. I giorni di pace erano giunti. Aragorn doveva guidare la sua gente verso un radioso avvenire. Finalmente si sentì pronto per essere la stella brillante del suo reame. Aragorn, dunque, sospirò felice, e si voltò verso il popolo che lo accolse festante. Intonò un canto e camminò.

Egli intravide Arwen, nascosta dietro un drappo di seta. Il suo volto splendeva come il raggio di luna riflesso nello specchio d’acqua di un lago. Ella stringeva tra le mani una candida asta sulla cui sommità svettava un vessillo bianco. Su tale “araldico” era stato impresso l’albero di Gondor. Esso era rifiorito, aveva ripreso a vivere con il ritorno del vero Re. Petali di vario colore fioccavano dall’alto creando una magica atmosfera. Non vi era però spettacolo alcuno che potesse distogliere Aragorn dal volto della sua adorata. Arwen tenne lo stendardo e lo porse al suo amato. Ricambiò la sua espressione armoniosa ma solo per qualche istante. La dama di Gran Burrone manteneva il viso basso. Intimidita, peritosa la fanciulla tentennò, credette forse che l’incoronazione avesse mutato il cuore di Aragorn e che egli non volesse prenderla in moglie. Nella sua dolce esitazione, Arwen emanò la debolezza della sua mortalità, della sua umanità. Aragorn rimase sorpreso della timidezza della fanciulla. Per lui nulla era cambiato. Il male era stato disfatto e l’amore, adesso, poteva essere vissuto. Aragorn sfiorò le gote della nobile fanciulla ed ella sorrise, commuovendosi. A quel punto egli la baciò. Una fragranza di gioia avvolse i due innamorati. I loro occhi felici sfavillarono come stelle nel cielo. Aragorn e Arwen si abbracciarono e nulla più li separò. Il futuro più roseo venne coronato. Aragorn sposò Arwen nella città dei Re ed ella divenne la sua regina.

"Samvise Gamgee" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il Signore degli Anelli di Frodo Baggins

I quattro mezzuomini tornarono nella Contea. Frodo, Merry e Pipino faticavano ad adattarsi nuovamente allo stile di vita della Contea, Sam no! La purezza di quest’ultimo gli permise di disfarsi in fretta di tutti i residuati di Mordor e di lasciarsi quella fatica alle spalle. Egli adorava Hobbiville, non avrebbe anteposto a quel luogo nulla al mondo. Sam rientrò nella sua terra natia e poté rivedere Rosie. La conosceva sin bambino e, forse, l’amò ancor prima di comprendere cosa fosse realmente l’amore. Fino ad allora non ebbe mai l’impavidità di dichiararsi. Che ironia! Samwise l’impavido, colui che affrontò orchi e progenie di Ungoliant, che sconfisse goblin e luridi esseri, provava ancora un certo timore nel guardare gli occhi profondi della bella Rosie. Il suo sguardo si perdeva in lei. Talvolta, quando la ammirava in segreto ella avvertiva l’attenzione e ricambiava lo sguardo a sua volta. Sam, allora, indirizzava gli occhi da un’altra parte, imbarazzato. Il suo fiato sembrava interrompersi quando provava anche solo a bisbigliarle qualcosa. Nei mesi precedenti non riusciva neppure ad invitarla a ballare. Sam, il temerario aveva una sola paura, a quanto dava a vedere: che Rosie potesse respingerlo. Una sera prese l’iniziativa, confessò il suo amore a Rosie e la prese in moglie. Sam realizzò il suo sogno, spinto dal coraggio e dalla sua amorevole umiltà, e fu felice.

Nelle settimane successive Frodo si dedicò alla scrittura. Proseguì sulle pagine rimaste intonse del libro di Bilbo. Tredici mesi dopo, ultimò il suo racconto: “Il Signore degli Anelli”. La ferita alla spalla che Frodo aveva rimediato a Colle Vento continuava a fargli male. Essa non sarebbe mai scomparsa, segno di come quello che aveva vissuto non sarebbe mai andato via. Frodo, allora, decise di partire per un nuovo viaggio. Accompagnato da Bilbo, egli raggiunse Gandalf, salutò Sam e navigò sino alle Terre Immortali. Sulle rive si sciolse la Compagnia dell’Anello. I due hobbit protagonisti delle storie del Professore fecero un’ultima avventura. Non sarebbero più tornati. Sam ereditò il libro di Bilbo e Frodo. In quelle pagine, la scrittura, tanto amata da Tolkien, aveva immortalato l’amicizia, l’ardore, l’eroismo di eroi le cui azioni echeggeranno per sempre.

Sam tornò a casa, baciò sua moglie e accarezzò i suoi figli. Per lui niente era cambiato. La Contea era stata salvata ed egli la guardava. Essa era bella come era sempre stata. Rientrò in casa con la propria famiglia e serrò la porta. La storia, com’era cominciata, finì in una casa scavata nella terra. Tale vano non era certo un brutto buco, sudicio e umido, con la presenza di vermi e pervaso da un lezzo maleodorante; e neppure spoglio, arido e inospitale, senza nulla su cui sedersi né qualcosa da mettere sotto i denti: era un buco hobbit, vale a dire comodo e accogliente.

Il narrato del “Signore degli anelli” si dissolse sulla casa di Sam, lo hobbit che forgiò il destino di tutti.

FINE

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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