Vai al contenuto

"Batman, Catwoman e il Pinguino" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Nascita

Tutti i rampolli dell’alta società di Gotham vestivano con frak neri, papillon e camicie bianche, camminavano in gruppi numerosi con andature preimpostate, talvolta goffe, somigliando a pinguini imperatori su scivolosi ghiacciai. Il ricco Tucker Cobblepot non era diverso da questi! Una sera, se ne stava immobile davanti alla grande finestra del salone. Il suo sguardo verso l’esterno sembrava volesse ricercare, tra i candidi fiocchi di neve, una tanto agognata serenità. Sebbene apparisse distinto, la sua faccia non riusciva a nascondere l’inquietudine che lo attanagliava. Se il portamento del nobiluomo non suggeriva più del dovuto, i suoi occhi smarriti continuavano a tradirlo. Per stemperare l’intollerabile tensione, il magnate fumava una sigaretta infilata nel suo bocchino, mentre con l’arcata superiore dell’occhio sinistro stringeva il solito monocolo. D’un tratto, egli avvertì l’urlo straziante della moglie. Ester si trovava nella stanza adiacente il soggiorno, e stava dando alla luce il loro erede, Oswald. La prima a sgattaiolare via da quella camera fu una sconvolta infermiera. La seguì il medico, coprendosi il volto con un fazzoletto di stoffa. Tucker corse dalla moglie, e quando la raggiunse si lasciò andare ad un grido di disgusto. Ester stava bene, ma il nascituro era spaventosamente deforme. Nel periodo natalizio, il bambino giaceva rinchiuso all’interno di una gabbia nera, per via dei suoi atteggiamenti aggressivi. Orripilati dal concepimento del loro primogenito, e addirittura spaventati dalla sua violenza, i genitori meditarono un piano per sbarazzarsi della creatura. Si incamminarono in una fredda serata invernale alla volta di un parco in cui, un tempo, sorgeva uno zoo. Tutt’e due mandavano avanti la carrozzina dentro la quale riposava, come in una oscura prigione, l’ignaro neonato. Quando furono in prossimità di un ponte, gli sposi incrociarono un’altra coppia, intenta anch’essa a passeggiare per strada sospingendo una carrozzina bianca.

Il regista inserisce questa famigliola per un breve passaggio e, altrettanto fugacemente, la fa sparire. Ma chi erano costoro? E se fossero i Wayne con il loro neonato Bruce? Non c’è dato sapere con certezza, e se, per questioni d’età, Oswald e Bruce si sarebbero potuti incontrare appena nati. Resta ancora oggi suggestivo il mistero circa questo strano incontro. Bruce e Oswald, i futuri Batman e Pinguino, nella visione del cineasta hanno in comune più di quanto credano. Se la storia non fosse andata così come stabilito dall’opera filmica, Bruce e Oswald, rampolli della nobiltà Gothamita, avrebbero frequentato i medesimi ambienti e, pertanto, si sarebbero conosciuti in tutt’altre vesti. Un fato imprevedibile, sin dalle origini, ha voluto, tuttavia, snocciolare un futuro diverso per i due, destinati a scontrarsi come acerrimi nemici. Oswald era una prole ripudiata, dominata da un destino terribile che lo ha voluto orripilante nell’aspetto e nel carattere, Bruce, invece, era un figlio adorato, la cui sorte avversa lo ha scelto come testimone inerme di un omicidio in una drammatica notte, quella in cui persero la vita i suoi cari.

Tucker e Ester sganciano il vano culla dalla carrozzina e, senza apparenti remore, gettano l’infante nel fiume così che possa morire per il gelo. Sconvolti, i due si soffermano ad osservare il particolare involucro che, trascinato dai fluttui, scompare nei bui cunicoli delle fogne. Come accadde a Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo, “Notre-Dame de Paris”, Oswald venne abbandonato per la sua bruttezza e per la sua inaccettabile diversità. La ricca e blasonata famiglia dell’antagonista del lungometraggio, così come è stata ideata da Tim Burton, si contrappone all’umile famiglia di gitani a cui apparteneva Quasimodo, l’uomo formato a metà, così come crudelmente era stato soprannominato da Claude Frollo, arcidiacono della Cattedrale parigina.

Il destino di Oswald è dunque offerto al volere delle acque, un accadimento che rievoca il racconto biblico di Mosè, anch’egli affidato alle correnti del Nilo dalla madre Jocabel. Parallelismi simili che però dipanano un’intenzionalità contraria: se Mosè era stato lasciato per essere salvato, Oswald viene abbandonato per essere obliato.

Invero, la culla del piccino viene dondolata dalle putride acque fognarie fino ad una grande caverna sotterranea del “Mondo Artico”, luogo in cui ha trovato asilo una colonia di pinguini, ultimi superstiti della sezione antartica del dismesso zoo cittadino. I pinguini rinvengono la “cesta” con il nascituro, adottandolo come fosse un cucciolo della loro specie.

"Batman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Solitudine

33 anni dopo gli eventi fin qui narrati, Gotham City è sotto la protezione di Batman (Michael Keaton), vigilante mascherato e paladino della metropoli. A turbare la ritrovata quiete della città sono le voci riguardanti gli avvistamenti del “Pinguino”, un misterioso essere mezzo uomo e mezzo uccello che si cela nelle fogne.

Molteplici sono i riferimenti religiosi che possono essere colti nel film di Burton. Oswald nasce nella stagione natalizia, un periodo in cui la religione cristiana celebra la venuta al mondo di Gesù.  Oswald (Danny DeVito), conosciuto con lo pseudonimo di “Pinguino”, torna nella sua città natale quando ha compiuto il trentatreesimo anno di vita. Un’età straordinariamente simbolica per la fede cattolica, poiché richiama l’ultimo anno d’esistenza terrena del Messia. Questi interessanti elementi fanno sì che la figura del Pinguino si presti, con le dovute proporzioni, ad una rilettura “mistica”, tanto da poter essere considerato il “profeta” di una nuova razza, in cui l’umanità e la bestialità animale si mescolano in un agglomerato raccapricciante.

In un imprecisato momento della sua vita, Oswald venne assoldato come fenomeno da baraccone. Raggiunta l’età adulta, il “freak” aveva il seguente aspetto: era un uomo tarchiato e informe, per di più calvo, anche se dalla sua nuca scendevano lunghe ciocche di capelli neri, unti e sudici. Un vistoso naso aquilino, appuntito e spiovente come il rostro di un grosso rapace, era la prima cosa del suo volto a balzare all’attenzione. I denti erano neri come la pece, e le sue mani avevano soltanto due dita, poiché le restanti tre si erano fuse insieme, formando una sorta di pinna.  Il suo incedere era dinoccolato e dava la sensazione d’essere affaticato: in tutto e per tutto egli assomigliava ad un Pinguino. L’aspetto designato per l’antagonista del film fu accuratamente ideato e realizzato sui connotati fisici dell’attore Danny DeVito attraverso un impegnativo lavoro di trucco. Burton voleva creare un cattivo grottesco e agghiacciante, sociopatico e terrificante, un personaggio che venisse odiato ma che, inaspettatamente, potesse anche essere compatito. La deformità del Pinguino non riguarda solo l’aspetto fisico ma anche la mente e parte del suo cuore. Oswald è tanto mostro esteriormente quanto interiormente, peculiarità che più lo differenzia dal Quasimodo di Hugo. Nel corso della sua esistenza, il Pinguino sviluppò una bizzarra ossessione per i “para-pioggia”. La sua nutrita collezione di ombrelli può essere considerata alla stregua di un arsenale, poiché il Pinguino nel tempo li ha modificati, trasformandoli in micidiali armi.

La prima apparizione di Bruce Wayne nella pellicola lo mostra trattenersi, insonne, nel suo studio. Il volto è sperduto, l’espressione corrucciata e la mano è posizionata all’altezza del mento, come se volesse rimarcare la riflessività del momento. Bruce è un pensatore e, in quegli attimi, egli sta scorrendo il suo passato. In fuggevoli attimi di ripresa, Keaton ha la capacità di esternare il tormento interiore del suo Batman, conturbato nel rimuginare. Il Bruce Wayne di Michael Keaton dorme di rado: di questo ne avevamo avuto un assaggio già nel precedente capitolo “Batman” del 1989. Dopo la notte trascorsa con la fotoreporter Vickie Vale, il protagonista faticava a prender sonno, e preferiva scacciare gli incubi vissuti ad occhi aperti temprando il proprio fisico con gli allenamenti. Anche in “Batman Returns”, cogliamo questa tensione silente, un’angoscia che tiene l’eroe in uno stato di allerta e di isolamento.

Selina Kyle (Michelle Pfeiffer) è un’impacciata e sciatta segretaria alle dipendenze di Shreck. Vive sola nel suo appartamento e possiede un gatto come animale da compagnia. Selina è gentile e premurosa in una realtà urbana infingarda e cattiva. La tragica morte per omicidio a cui andrà incontro, e il soprannaturale evento di resurrezione che la riporterà in vita, muteranno il carattere della donna la quale, una volta rientrata in casa, perderà il controllo di se stessa e distruggerà ogni elemento della propria casa che le ricordi la parte più pura, infantile e sognante della sua vita.  Selina strapazza e annienta i suoi peluches, imbratta col colore le magliette più “giovanili” del suo guardaroba, distrugge la casetta delle bambole che aveva sin da bambina per poi cucirsi un aderente vestito nero. Nasce da un parto violento e liberatorio Catwoman, l’essenza più incontrollata, tumultuosa, vendicativa e sensuale di Selina Kyle.

Batman, il Pinguino e Catwoman, sono, a loro modo, soli, incompresi, tormentati e nevrotici. Se Bruce ed Oswald personificano il bene e il male, Catwoman oscilla pericolosamente in ambedue i lati, incarnando un equilibrio instabile di luce e oscurità.  E’ interessante notare come i tre protagonisti corrispondano, nei loro alter-ego, ad animali: il pipistrello, il gatto e, per l’appunto, il pinguino.

  • Sospetto

Oswald, dopo aver scoperto la propria identità, ha l’intenzione di scalare le vette del potere municipale sino a ridurre la città di Gotham in cenere. Shreck prepara un accurato piano per riabilitare agli occhi dei cittadini-votanti la figura del Pinguino, aspirante sindaco di Gotham. “Batman Returns” mostra con quanta facilità possa essere manipolata l’opinione pubblica mediante un’orchestrata comunicazione politica basata sulla propaganda con l’ausilio dei media televisivi, i quali possono modellare ad arte, come argilla fresca, un’immagine distorta della realtà. Il Pinguino si presenta come il candidato perfetto, e attorno alla sua persona fa sì che si palesi l’alone astratto ma percettibile di un uomo umile, privato dei diritti che gli spettavano dalla nascita, orrido ma dal cuore d’oro. Sfoggiando un look in stile vittoriano, con frak, cappello a cilindro e monocolo, il mostruoso “uomo-anfibio” si trasforma in un “gentiluomo” raffinato, una mutazione che i giornali paragonano all’evoluzione del brutto anatroccolo in cigno.

Batman segue preoccupato l’ascesa al potere del Pinguino e nutre dei grossi sospetti. Già prima di quei giorni, una notte, l’eroe si era recato ad osservare l’agire del losco figuro, occupato a raccogliere informazioni sui primogeniti di Gotham con il “pretesto” di ricercare le proprie origini. La scena che vede Batman procedere con la batmobile durante una copiosa nevicata non è soltanto fascinosa ma didascalica circa le abilità intuitive del supereroe. In questa sequenza emerge infatti l’acume fine e il prodigioso intelletto di Bruce, il quale sospetta correttamente di un reo. La sfida a distanza tra il cavaliere oscuro e il Pinguino è appena cominciata.

"Batman e Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Passione

Tra il crociato incappucciato e la donna dai poteri felini si consuma, nelle lunghe notti di Gotham, una tormentata relazione passionale che vede l’amore e l’odio fondersi in un connubio torbido e divorante. Parallelamente alla relazione intrecciata nelle loro vesti mascherate, i due, senza conoscere le rispettive identità segrete, iniziano a frequentarsi anche come Bruce e Selina in pieno giorno. Passando dalla mattina alla sera, oscillando dalla luce all’oscurità, dal viso scoperto a quello nascosto da una maschera, in “Batman Returns” verità e inganni, segreti e bugie perpetrati dai due amanti s’intrecciano in una mescolanza separatoria eppure indistinguibile. Sia nelle loro vesti comuni di uomo e donna, sia nei loro panni di vigilatori in costume, la fatale attrazione che lega i due innamorati non fa che attanagliarli in un gioco distruttivo, dominato da un impeto carnale che sfocia in un erotismo selvaggio. Basti notare il costume della stessa eroina che evoca l’immagine di uno stringente e provocante abito sadomasochistico. Persino la frusta, l’arma utilizzata dalla donna per colpire e ferire Batman in uno dei loro interminabili duelli, richiama un tipo di arnese prestato a fini sessuali.

Il cavaliere oscuro e la “gatta ladra” si odiano e si amano, si perdono e si cercano, combattono senza esitazione nelle sommità dei grattacieli e poi cedono tanto da scambiarsi un intenso bacio sotto il vischio, dando consistenza e vigoria ad un rapporto in cui la violenza non è altro che un riflesso del desiderio, ed un colpo sferrato in combattimento risulta essere la richiesta disperata di una tenera carezza.  Contrariamente a ciò, tra Bruce e Selina, (attenzione non tra Batman e Catwoman), il rapporto appare più cristallino, poiché si instaura un amore che rappresenta quanto di più umano e speranzoso essi possano esprimere, quando non sono più schiacciati dagli obblighi imposti dai mantelli e dalle maschere. Durante un ballo in maschera, i tormentati amanti si incontrano per concedersi un lento. Proprio in tale contesto, essi rivelano la loro reciproca identità. Nella circostanza in cui tutti indossano un costume mascherato, Bruce e Selina colgono l’occasione per sdrucirselo di dosso vicendevolmente.

Se Batman e Catwoman sono obbligati a scontrarsi pur bramandosi, Bruce e Selina potrebbero riuscire a conquistare un futuro insieme. A tal proposito, togliendosi la maschera, sarà proprio Bruce ad implorare Selina, anch’ella strappatasi di dosso il suo “cappuccio”, di seguirlo nella sua casa, dimenticando il peso dato dalle rispettive controparti. Nei loro aspetti “umani”, entrambi ricercano un futuro insieme salvo poi dover rinunciare ad esso con totale frustrazione.

  • Abbandono

Varie e ambiziose erano le aspirazioni del Pinguino, ma, come un uccello che non può volare, egli non poté levarsi da Terra e raggiungere ciò che più agognava. Oswald dovette desistere dai suoi propositi quando Batman riuscì a smascherare le sue malefatte pubblicamente. Respinto dai cittadini di Gotham, isolato da Shreck, Cobblepot tornò al suo covo, meditando vendetta. Il suo efferato piano è pronto ad essere attuato: la cattura e l’assassinio di tutti i primogeniti della città, così da far pagare loro la “fortuna” d’essere figli di una famiglia che non li aveva dimenticati. Sarà nuovamente Batman a sventare i suoi intenti e a fermarlo poco prima che lo stesso Pinguino trovi la propria fine.

La scelta dell’antagonista di voler uccidere i primogeniti costituisce un ennesimo metro di paragone con il racconto biblico dell’esodo. La decima piaga d’Egitto scatenata da Mosè prevedeva, infatti, la discesa sulla Terra dell’Angelo della Morte, che avrebbe sottratto la vita dal corpo dei primogeniti dell’Egitto.

Il Pinguino era un essere cattivo, brutale e insensibile, ma allora perché negli istanti in cui procede lento, e seguita a trascinarsi nel suo stesso sangue, la musica malinconica e lo scorrere delle immagini riescono a far commuovere con una simile efficacia? Forse perché il Pinguino era un mostro di origine controllata, solo e malato, che fu abbandonato in egual maniera quando nacque così come quando morì. Lo avevano lasciato i genitori, lo aveva lasciato il morente Shreck, anche i membri del triangolo rosso scelsero, alla fine, di voltargli le spalle e scappare dalla sua crudeltà. Soltanto i pinguini rimasero con lui fino a che non esalò l’ultimo respiro. Gli stessi, procedendo insieme, spinsero il corpo di Oswald verso l’acqua, laggiù dove sarebbe dovuto morire quando non era che un bimbo in fasce. Come un corteo funebre, sotto gli occhi di Batman, i pinguini, anch’essi dimenticati dagli uomini quando lo zoo venne abbandonato, danno al loro simile l’addio in quel sepolcro acquatico. Forse Oswald aveva ragione quando disse che non era un uomo, ma un animale a sangue freddo visto che solo il regno animale lo aveva accettato.

La morte del Pinguino è una scena triste, che suscita nel cuore degli spettatori una silenziosa, commuovente e mostruosa compassione.

  • Fine

“Batman Returns” è il film più cupo, triste e drammatico mai girato sul cavaliere oscuro. La regia ispiratissima di Burton e la maestria interpretativa degli attori, tutti in stato di grazia, hanno permesso alla pellicola di fregiarsi dello status di cult.

Il secondo ed ultimo Batman Burtoniano mostra, negli ultimi scampoli del proprio corso, Bruce, separatosi da Selina, nel mentre ammira dal finestrino della sua auto il freddo ma sereno paesaggio di una Gotham innevata. E’ Natale, e ancora una volta l’unico “mostro” che ha scelto di non farsi corrompere e avvelenare dalla mostruosità della crudeltà umana continua a vegliare sulla città. Si tratta proprio di Batman, l’unico e solo eroe in grado di ergersi con razionalità sull’aberrazione. Tutto d’un tratto il batsegnale brilla nel cielo, richiamando l’arrivo del Supereroe, sotto lo sguardo vigile di Catwoman.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Batman - Il cavaliere oscuro e quel suo lungo inverno" cliccando qui.

Potete leggere il nostro articolo "L'arte come ritratto della follia - Il Joker di Jack Nicholson" cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

"Sophie e Howl" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Hayao Miyazaki è un poeta atipico, poiché non trascrive i propri versi su carta; le sue rime, che siano baciate, alternate o incatenate, non appartengono al linguaggio classico della poesia. Le fiabe del grande maestro dell’animazione giapponese, intrise di una forte componente poetica, vivono nell’arte sequenziale del disegno, mediante il movimento di una tavola tratteggiata e colorata nei dettagli. Eppure, esse mantengono una raffinatezza stilistica e una potenza espressiva paragonabile all’intima, spesso inconfessata, spirituale e recondita suggestione sentimentale recata da un componimento scritto. La poetica di Miyazaki si articola con metafore visive, con figure retoriche che assumono i contorni di sequele d’immagini in successione, le quali sono in grado di evocare le interpretazioni personali degli spettatori circa i più disparati artifici della vita umana. L’arte di Miyazaki va osservata ed interpretata nel nostro “io”. Il suo cinema è costituito da simboli traslati, ardui da poterli descrivere, tanto la pregevole tecnica di questo artista va contemplata, solo di rado spiegata. Tuttavia, Miyazaki non è soltanto un impareggiabile autore, è anche un “cercatore”. Nel corso della sua pluripremiata carriera, egli ha ricercato, individuato e voluto con profondo desiderio una “nuova storia” da poter trasporre secondo il proprio tocco magico. Così, ad esempio, fece quando volle dar vita al trascorso della giovane Sophie e di un mago conosciuto con il nome Howl. Miyazaki, traendo spunto dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones, realizzò nel 2004, sotto il titolo “Il castello errante di Howl”, uno dei suoi incantevoli capolavori.

Nelle prime sequenze del lungometraggio vi è un costante movimento, un moto incessante e perpetuo che vivacizza la città in cui vive e lavora la dolce Sophie. Il treno, puntualissimo, procede a grande velocità, sferragliando sulle rotaie. Sophie lo nota quando siede al tavolo da lavoro nella sua modesta cappelleria, intenta a cucire gli ultimi scampoli di stoffa di un elegante cappello. Non è il rumore del convoglio ferroviario a distogliere, anche per un istante, la sua attenzione, e neppure la nuvola di fumo nero che la possente locomotiva si lascia alle spalle.  Nelle strade, automobili e carretti precedono senza sosta, come in una sfilata. Sophie osserva la frenesia dello scorrazzare cittadino restando affacciata a bordo di un tram. La vita fino ad allora per Sophie era tutto un irrefrenabile movimento da guardare, una processione di macchine, mezzi di trasporto pubblici, e navi da battaglia pronte a lasciare i loro porti per addentrarsi nelle acque dove si sta consumando un gravoso conflitto. Che sia sulla Terra, sul mare o nel cielo, dove le forze dell’aeronautica si stanno dipanando, si registra un movimento senza fine.

In lontananza, verso l’orizzonte, è possibile mirare l’incedere di un errante castello, la dimora di Howl.  Bizzarro da credere, ma quel castello cammina davvero! Ha quattro grandi piedi metallici, o zampe se preferite, con cui avanza mantenendo un passo spedito. Howl è un mago, e la sua casa possiede movenza perché è sotto una sbalorditiva magia, pensano i più. Sono tutti dello stesso avviso? Chissà, forse i più razionali, così come i meno inclini a confidare nel fantastico, troveranno una spiegazione logica al tutto: si tratta, borbotta qualcuno, di una stupefacente ma pur sempre comprensibile meraviglia dell’ingegneria! Del resto, negli anni in cui si svolge la storia, l’ingegneria bellica aveva compiuto passi da gigante. Sono stati, infatti, costruiti aerei in grado di sganciare bombe con estrema rapidità, e sono sorte corazzate dal tonnellaggio mastodontico, sempre più difficili da attaccare e abbattere. Cosa vuoi che sia edificare persino un castello in grado di scorrazzare su e giù per le colline?

Il castello di questo fantomatico mago sarà una nuova testimonianza del progresso tecnologico? Non proprio, e anche i più scettici dovranno ricredersi: il castello di Howl si muove per magia e con la magia!

Sophie è da poco uscita dal suo negozio, e si sta recando a fare visita alla sorella minore, Lettie, quando viene importunata da due guardie della gendarmeria, presenti in quei luoghi per l'imminente guerra. Quel “movimento” incessante che caratterizza l’inizio dell’opera trova la propria sublimazione nella prima apparizione di Howl, il mago dai biondi capelli, che salva la giovane Sophie, tirandola via dalle strade e portandola in alto, a volteggiare nel cielo. Sotto i loro piedi, nella grande piazza della città, ha luogo un esaltante ballo. Tra le nuvole, accompagnati da alcuni passi musicali, Howl fa “danzare” la giovane Sophie, fino a portarla giù e scomparire. Tra i tanti movimenti confusi e alienanti della monotonia urbana rappresentati da Myazaki, il movimento più puro è quello concepito dai corpi dei protagonisti che ballano. Howl regge Sophie con le braccia ed entrambi, ondeggiando le gambe nell’aria a ritmo di musica, simulano una camminata armonica su di un terreno invisibile.

La tenera ragazza resta rapita dall’estro del giovane mago e se ne innamora perdutamente. Durante la sera, la giovane riceve la visita della Strega delle Lande Desolate, la quale, gelosa per le attenzioni che Howl ha mostrato nei riguardi della graziosa venditrice di cappelli, la maledice, trasformandola in una vecchina. Sophie, con l’aspetto di una persona attempata, intraprende la più grande avventura della sua vita per ritrovare Howl. Così, raggiunta la vetta di una collina, riuscirà a varcare la soglia della casa di Howl. Nel tragitto per raggiungere il semovente castello, Sophie è stata coadiuvata da uno spaventapasseri senziente, capace di procedere a saltelli, irto e saldo sul suo bel supporto legnoso. Quello che sembra essere un bislacco spaventapasseri invece di compiere il dovere per cui è stato creato, ovvero quello di “spaventare” i volatili, si presta, con buona volontà, ad aiutare una vecchietta bisognosa di soccorso.

La protagonista si ripresenta ad Howl con le vesti di una donna lacera e dimessa, curvata dal tempo e dalla fatica, il cui volto martoriato dalle rughe suggerirebbe una vita lunga eppure non vissuta con pienezza. Nel film la contrapposizione tra vanitosa “bellezza” e esitante “timidezza”, tra “giovinezza” e “vecchiaia” risulta essere un punto cardine. Sophie è una ragazza insicura, che crede di non essere bella, e i suoi vestiti, tanto coprenti così come poco appariscenti, non fanno che svilirla ulteriormente. Ella, come afferma, non teme di essere rapita dal misterioso Howl, poiché tale mago prende con sé, secondo le dicerie popolari, soltanto le belle ragazze. Sophie è decisamente poco intraprendente, e conduce una vita fin troppo quieta, senza alcun scossone che possa movimentarla.

La bellezza di Sophie sembra svanire quando la maledizione, pronunciata e perpetrata dalla strega delle Lande, si compie. Da vecchia nell’aspetto, Sophie riscopre la giovinezza e la forza di volontà intrinseca del suo animo, rimasto intatto e finalmente pronto a vivere una grande avventura. Howl è invece ossessionato dal suo aspetto esteriore, narcisista, fiero e vanitoso dei suoi capelli color oro. Un personaggio che bada così tanto all’aspetto fisico potrebbe indicare una personalità superficiale. In verità Howl lotta con strenua resistenza contro le armate che combattono quest’insana guerra che semina morte e distruzione in ogni dove. Le flebili apparenze vengono del tutto annullate nel film.

Sophie assume nel castello il ruolo della donna delle pulizie. Un compito non facile da portare a termine con successo data la grossa mole di sporco che alberga tra i cunicoli di quella antica costruzione. In quella fortezza che ama passeggiare giorno e notte, la donna conosce il piccolo Markl, una sorta di apprendista mago, e Calcifer un demone del fuoco che alimenta il castello e permette ad esso di proseguire nel suo pellegrinaggio senza fine. Sophie, di giorno in giorno, pulisce il castello, dando inavvertitamente una “spolverata” anche all’animo provato dalla guerra di Howl, il quale, ricambiando l’amore della donna, trova in lei la più grande ragione per combattere.

“Il castello errante di Howl” è una bellissima storia d’amore, che si articola in un movimentato andirivieni.  Howl, che aveva aspettato da tempo l’arrivo di Sophie, mirata per la prima volta in giovinezza, la ritrova dapprima con le fattezze di una ragazza e in seguito con l’aspetto di un’anziana, riconoscendola sempre e amandola in egual maniera. Sophie, dal canto suo, passa con un’altalenante progressione dall’aspetto di una donna in là con gli anni a quello di una giovane, e viceversa, stabilizzandosi infine con i connotati di una ragazza con i capelli argentei. Quel movimento che ha contraddistinto l’inizio della pellicola e che fa del castello di Howl la caratteristica preponderante della sua meraviglia, viene replicato anche e soprattutto nel rapporto di amore tra Sophie e Howl: il movimento è tutto. Dal passato al presente, dall’infanzia alla età adulta, dall’anzianità ad una nuova giovinezza, vige tra i due un movimento continuo che si sviluppa e permette ad Howl e Sophie di conoscersi, di avvicinarsi e di restare per sempre uniti.

Quando la guerra sarà finita e la pace verrà ritrovata, questa nuova, grande famiglia, accomunata dall’amore di Sophie e Howl, potrà continuare quel percorso che chiamiamo “vita”, alla volta di un roseo futuro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"Coco" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER)

Nel 1839, lo scienziato François Arago presentò al pubblico il “Dagherrotipo”, un’invenzione concepita da Joseph Nicéphore Niépce e realizzata da Louis Daguerre. Il dagherrotipo fu il primo apparecchio fotografico mai creato dalla sapiente mano dell’uomo. L’innovazione portata da quella particolare macchina suscitò l’entusiasmo verso i nuovi media da parte della gente, sorpresa nel conoscere la tecnica primordiale della fotografia. Molti si appropinquarono per assicurarsi la stupefacente invenzione, e i più fortunati, da principio, la utilizzarono per catturare “l’istantanea” delle comune vedute dei palazzi dei grandi centri urbani in cui il dagherrotipo si diffuse con sempre crescente rapidità. Col passare del tempo, quando la padronanza dello strumento andò sempre più affinandosi, il dagherrotipo venne utilizzato per “acciuffare” la bellezza di un paesaggio o la riflessività della natura morta. Era evidente sin da allora il tentativo dell’uomo di convertire l’impersonale meccanica dell’artificio in una proiezione della propensione umana nel fare “arte”. Come poteva essere rappresentata una boscaglia autunnale, il cui terreno era costituito da cumuli di foglie ingiallite dal protrarsi del tempo che volgeva all’inverno? La fotografia offriva la chance di eternare ciò che la vista mirava così come effettivamente appariva. Il dagherrotipo, tuttavia, fuggiva dall’interpretazione personale dell’artista. Esso imitava e non nasceva dal nulla, come può fare la maestria pittorica di un artista. Un quadro nasce dal pensiero e viene plasmato dalla mano, la quale, danzando sulla tela con movimenti netti e precisi, genera un’armonia, un’essenza ineffabile fino a rendere il tutto tangibile alla vista, immobilizzandolo tra i limiti angusti di una cornice.

Con il dagherrotipo si tentò timidamente ma con successo di “raffigurare” anche il volto di una persona. Come vera era la realtà osservabile con il senso della vista, le prime foto furono dei “ritratti” sinceri e inconfondibili. La creazione della fotografia permise sin da subito di arrestare il tempo, nonché di rendere perpetuamente “felice” la figura di un soggetto nell’attimo in cui accenna un dolce sorriso. Le fotografie sono tanto importanti perché ci danno la possibilità di poter fissare, sotto forma di immagini, i momenti più belli della nostra vita. Esse donano l’opportunità d’immortalare il volto di una persona cara, così da poterla, un giorno, rimirare quando la stessa non ci sarà più. La fotografia garantisce il ricordo e consente di tramandare il viso di un’anima volata via.

Una fotografia è la trasposizione visiva di una memoria custodita nel cuore.

  • Il Día del los muertos in “Coco”

Miguel Rivera è un coraggioso e minuto ragazzino che vive nella cittadina messicana di Santa Cecilia. Egli discende da una rinomata famiglia di calzolai, proficua attività messa in piedi dalla trisavola di Miguel, nonna Imelda, quand’ella venne abbandonata dal marito musicista, partito per cercar fortuna e mai più tornato. Imelda, a seguito dell’inaspettato addio del consorte, si rimboccò le maniche, crescendo da sola la sua figlioletta Coco e bandendo ogni tipo di musica dalla sua casa. Non ascoltare alcun genere musicale è un veto inalterabile per la famiglia Rivera, che viene fatto rispettare, anche a distanza di svariati decenni e con totale devozione, da Abuelita, nonna di Miguel e figlia di Coco.

Come accadeva nel prologo de “La bella e la bestia”, la parte introduttiva del film “Coco” non è “chiara” ed “evidente” ma viene raccontata mediante l’utilizzo di raffigurazioni intessute tra gli ornamenti di alcune banderuole. Nel capolavoro della Walt Disney datato 1991, il passato del principe maledetto veniva tratteggiato attraverso alcune riproduzioni artistiche incastonate nelle vetrate del castello; questo perché si voleva sottolineare un trascorso lontano, indistinguibile, misterioso. In egual maniera in “Coco”, l’avvenuto, illustrato dalla voce del protagonista, è avvolto da un alone di incertezza circa la vera identità e il reale aspetto del musicista scomparso. Proprio per tale ragione, la storia di nonna Imelda, della piccola Coco e del padre di quest’ultima viene esposta tramite delle figurazioni impresse sui “segnavento” facenti parte della cultura messicana. A differenza, però, delle sagome immobili nelle vetrate del castello splendente della Bestia, in “Coco” i corpi dei soggetti di cui viene narrato il destino prendono vita, si muovono e compiono gli atti che il narratore descrive.

Miguel coltiva assiduamente la passione per la musica dei grandi mariachi, ma in gran segreto. L’idolo del giovanotto è Ernesto de la Cruz, il più famoso cantautore del Messico. Innumerevoli sono i brani musicali nati dalla prolifica penna di Ernesto, ma tra tutti, quello più amato resta “Ricordami”.  Miguel trascorre molto del suo tempo con la bisnonna Coco, parecchio in là con gli anni, a cui è solito raccontare tutto quello che fa durante la giornata. Coco, dopotutto, è un’innata ascoltatrice, silenziosa, quieta e svagata. La tenera bisnonna non sembra molto lucida, sta sempre seduta su di una sedia a rotelle, mantenendo uno sguardo disteso, sorridente ma perennemente sulle nuvole. Coco appare assente, la sua veneranda età non l’aiuta a riconoscere i parenti che le stanno vicino e che si prendono cura di lei. Ella sembra proprio distratta, assorta nei suoi pensieri e soprattutto nei suoi… ricordi.

A Santa Cecilia fervono i preparativi per il Día de los muertos, il giorno della festa dei morti. A casa Rivera è stato eretto una sorta di altarino sul quale sono state posizionate le fotografie di tutti i parenti defunti, meno che quella del padre di Coco, strappata da parecchi lustri. Secondo la tradizione messicana, nel Día de los muertos, le anime dei morti varcano i confini che separano il paradiso dalla terra dei mortali e possono, per un giorno soltanto, rincontrare i propri cari, i quali offriranno loro dei doni da portare con sé nel ritorno nell’aldilà. Per garantire tale passaggio tra le sponde facenti parte il regno degli spiriti e il regno dei viventi è necessario che tutti i famigliari rimasti in vita espongano le fotografie dei loro cari. Appare evidente quanto il valore sentimentale della fotografia sia al centro dell’opera cinematografica dello studio Pixar, poiché è per mezzo di essa che i morti riusciranno a far ritorno alle proprie case. 

Durante la celebrazione della festa, Miguel lascia cadere accidentalmente la fotografia che ritraeva Imelda, suo marito (il cui volto, come già scritto, è stato rimosso) e la figlioletta Coco. Raccolta l’immagine, il giovane resta basito nello scoprire che la foto nasconde un risvolto che raffigura la famosa chitarra di Ernesto de la Cruz, convincendosi di essere il suo pro-pronipote. Il ragazzo intende partecipare ad una gara di musica che si terrà nel giorno dei morti nella grande piazza della sua cittadina. Quando la nonna scoprirà le sue intenzioni, tuttavia, lo obbligherà a desistere dal suo disegno. Profondamente ferito, Miguel manifesta il proprio dissenso, affermando di rifiutare la sua famiglia. Con il volto bagnato dalle lacrime, egli si intrufola nel mausoleo di Ernesto de la Cruz per prendere in prestito la chitarra esposta fieramente sulla parete che sormonta la tomba del celebre musicista. Una volta venuto in possesso, Miguel viene trasportato in una dimensione alternativa nella quale non può essere visto né ascoltato dai vivi, ad eccezione di Dante, un cane randagio divenuto suo spirito protettivo. Miguel scopre così d’essere entrato nel mondo dei morti e di poter vedere i suoi famigliari scomparsi, ripresentatisi ai suoi occhi sotto forma di sagome scheletriche. Gli avi di Miguel si preoccupano per lui, coscienti che ciò che gli è accaduto non è affatto una cosa da sottovalutare. Decidono così di accompagnarlo nell’aldilà a conoscere nonna Imelda, la guida della loro grande famiglia.

  • La morte è solo un’altra vita…

Il viaggio non finisce qui, la morte è soltanto un’altra vita. Un anziano stregone, in un capolavoro della cinematografia fantasy, descrisse la morte come se essa fosse una grande cortina di pioggia che si apre, e tutto intorno all’anima, prossima a passare oltre, si tramuta in vetro color argento. Sotto gli sguardi attoniti di chi si appresta a compiere quest’ultimo viaggio si snocciola il soffice ed etereo terreno di un nuovo mondo, il paradiso, contornato da bianche sponde. Al di là di queste, è possibile contemplare un verde paesaggio che sorge sotto una lesta aurora.

In “Coco” la morte viene reinterpretata a tutti gli effetti come una seconda parte del viaggio esistenziale, in cui il regno delle anime non è altro che un riflesso, splendido e beato, del mondo che conosciamo sulla Terra. Un tripudio di colori autunnali sono stati scelti dagli autori di “Coco” per dare fattezza al ponte celestiale che unisce i due piani dell’esistenza. Miguel, nell’attraversarlo, non si imbatterà in bianche sponde come quelle che descriveva con tale minuziosità Gandalf il Bianco nel “Il signore degli anelli – Il ritono del re”, bensì si troverà a calcare un immacolato suolo cosparso di petali e fiori. “Coco”, nella sua poetica narrativa, vuol trasmettere la testimonianza che non si muoia mai realmente e che si continui a vivere fin quando si permane nei ricordi e nelle esperienze di tutti coloro che restano in vita e che tramandano una tale profonda reminiscenza ai propri discendenti.

Miguel è imprigionato in questo sfavillante “ade”, reo di aver derubato un defunto, e per poter fare ritorno al suo mondo deve ricevere la benedizione di un famigliare. Una volta incontrata nonna Imelda, Miguel le domanda se può essere benedetto da lei. Imelda acconsente ben volentieri ma pone come unica condizione la promessa che Miguel smetta di coltivare la sua passione per la musica. Il ragazzo non ne vuol sapere di accettare la proposta, e scappa via. Egli vorrebbe così ottenere la benedizione da quello che crede essere il suo trisnonno, de la Cruz.

Ironicamente, l’aldilà è strutturato come un immenso reame controllato da una ferrea burocrazia. Come fosse una smisurata metropoli paradisiaca, la città dei morti possiede anche delle periferie malmesse, nelle quali trascorrono il loro tempo residuo le anime di coloro che sono prossimi ad essere dimenticati e a scomparire come una fioca luce che si spegne progressivamente, disperdendosi nel cielo buio della notte. In questa zona abbandonata e povera vive Hector, un simpatico vagabondo dall’eccentrica camminata. Hector non è mai riuscito a oltrepassare la soglia del ponte di fiori perché nessuno ha mai esposto la sua fotografia. Quando Hector incontrerà Miguel, i due stringeranno un patto: Hector lo condurrà da Ernesto de la Cruz se lui gli prometterà che, una volta tornato nel mondo dei vivi, esporrà la sua foto.

In quei luoghi remoti in cui “tirano a campare” gli spiriti dimenticati, Hector intrattiene un vecchietto stanco che attende la sua fine sdraiato su di un’amaca. Hector suona per lui prima che il baffuto scheletro si dilegui nell’aria. Alla sua memoria, Hector sorseggia dell’alcool contenuto in un bicchiere di vetro. Non a caso la camera si sofferma per qualche istante sul dettaglio dei bicchieri, poiché proprio un brindisi decretò molti anni or sono la morte di Hector.  

  • Come Vincent Van Gogh…

Hector non ama parlarne, ma un tempo, da vivo, è stato un musicista. Non raggiunse la benché minima fama, né la agognò mai. Hector suonava perché desiderava farlo, componeva strofe e rime poetiche per la donna che amava e soprattutto per la figlioletta che aveva avuto dal suo felice matrimonio. Non gli interessava essere venerato da una folta manica di perfetti sconosciuti, egli incarnava l’essenza del vero artista, colui che crea la sua arte perché è ciò che sente e lo fa per i pochi a cui vuol rivolgerla, non certo per quella che è la mera massa. Egli suonava in coppia con un altro musicista, meno dotato e certamente meno ispirato di lui: Ernesto de la Cruz. Hector morì tragicamente una sera, lontano da casa, per quella che si credette essere una fatale intossicazione alimentare. Era sul punto di tornare dalla sua famiglia quando la morte lo colse di sorpresa. Da allora, egli visse nel regno dei morti come un reietto, solo e ignorato dai più.

La chitarra di de la Cruz, custodita gelosamente da Miguel, ha alcune particolarità estetiche. La paletta da cui segue il manico dello strumento ha la forma di un teschio, e poco più giù vi è un’intacca dorata, come se volesse raffigurare un dente d’oro incassato proprio al di sotto dei quel “volto scarnificato” rappresentato nella chitarra. Se si osserva attentamente il sorriso vivace del volto scheletrico di Hector è possibile scorgere chiaramente un dente d’oro. Piccoli indizi che vogliono rimandare al vero proprietario di quella chitarra.

Miguel scopre così che il suo grande idolo, Ernesto, è un assassino. E’ infatti lui ad aver ucciso vigliaccamente il povero Hector, avvelenando il suo bicchiere durante l’ultimo brindisi della loro carriera. Ernesto, farabutto, fraudolento e ingannatore, ha poi rubato tutti i testi delle canzoni scritte da Hector e le ha sfruttate per modellare sui propri connotati un falso mito.

Hector indossa un cappello di paglia come quello che Vincent Van Gogh porta sul capo in uno dei suoi autoritratti. Come il grande pittore olandese, padre dell’espressionismo, Hector morì prematuramente, quando la sua arte non era ancora stata compresa né riconosciuta. Egli si spense inoltre nella triste certezza che non avrebbe mai più rivisto sua figlia. Ciò che rende ancora più tragico il melanconico vissuto di Hector è che il suo genio musicale non è stato rinvenuto a seguito della sua dipartita ma è stato persino usurpato. L’incredibile umanità del personaggio, però, non patisce questo peso, soffre, invece, soltanto della mancanza della sua famiglia che lo ha allontanato, ritenendolo un superficiale che abbandonò i suoi cari per inseguire insani propositi di successo. Hector è, infatti, il vero trisnonno di Miguel, marito di Imelda e padre di Coco.

  • La musica rende persistente la memoria

Il tempo stringe, Hector sta infatti scomparendo definitivamente perché Coco è prossima a dimenticarlo. Quando Miguel tornerà nel regno dei vivi, dopo essere stato benedetto da nonna Imelda, che ha accettato di fargli vivere completamente il suo sentimento per la musica, il bambino correrà verso casa per esortare nonna Coco a ricordarsi del papà.

"Coco" - Locandina artistica in bianco e nero di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Miguel ritrova Coco in uno stato di marcato sovrappensiero. Miguel non riesce ad escogitare nessun modo per attirare la sua attenzione. Il nipote prova un ultimo, disperato tentativo per animarla: le suona e le canta “Ricordami”, la canzone scritta da Hector per lei quando non era che una bambina. La meraviglia del linguaggio musicale attrae i sensi della bisnonna centenaria, che inizia a canticchiare anch’ella la canzone. La musica rende così persistente la memoria dell’amato padre nel cuore di Coco, che ritorna in sé e comincia a raccontare a tutti i suoi famigliari la storia del suo papà e della sua mamma. Come una saggia nonna, Coco tramanda le esperienze della propria vita ai suoi nipoti, così che loro possano dapprima capire e in seguito ricordare le gesta di chi non è più tra noi. Imelda e Hector erano legati da un amore che veniva esternato anche con la musica: lei cantava le canzoni che lui era solito scriverle. Coco ha conservato tutti i testi originali e delle poesie che il padre componeva e, tra le altre cose, ha inoltre serbato una fotografia del papà. Grazie a quelle prove inconfutabili, la figura dell’artista Hector può finalmente essere riconosciuta e celebrata a discapito di quella truffaldina del vile Ernesto.

Un anno dopo gli avvenimenti fin qui trattati, nonna Coco è venuta a mancare. La sua fotografia, che la mostra felice, è stata esposta sull’altarino di famiglia assieme a tutti gli altri parenti deceduti, compreso Hector, il cui volto sorridente si trova accanto a quello dell’adorata sposa. Nell’aldilà, Hector è pronto a calcare finalmente il ponte delle anime, mano nella mano con la moglie Imelda e Coco.

“Coco” è un meraviglioso lungometraggio d’animazione che tributa la tradizione messicana, l’essenza della musica, l’importanza del ricordo e dell’amore famigliare, riletto come una forza imperitura che deve sostenere la crescita di un bambino. Ma è soprattutto un viaggio soprannaturale che vuol abbattere l’invisibile muro che separa i vivi dai morti, donandoci la speranza, ma anche la fede, in relazione al fatto che le persone oramai andate e che abbiamo amato continuino a restarci accanto, pur rimanendo nell’invisibilità. Con il suo inconfondibile tocco magico e puro, la Pixar ha firmato un ennesimo capolavoro di incanto e di stupore.

Negli attimi finali della pellicola, Miguel imbraccia la sua chitarra e canta le sue energiche note d’addio, mentre la famiglia Rivera, sia quella “in carne” sia quella “in ossa”, lo solleva in alto, sostenendolo nell’inseguire i propri sogni.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Recensione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Come l'antico dio greco Poseidone, che troneggiava nel regno del mare con il suo emblematico tridente, Jason Momoa, interprete dell'eroe DC Comics Arthur Curry, appare fiero e regale nel primo poster promozionale del film, inginocchiato su di una roccia in fondo al mare, proprio in quel reame in cui egli, di diritto, è il re.

"Aquaman", il prossimo lungometraggio supereroico della DC firmato James Wan, uscirà il 21 dicembre nelle sale statunitensi e il 1° gennaio del 2019 nelle sale italiane. La pellicola sul re di Atlantide ci trasporterà in un nuovo mondo, un regno sottomarino stupefacente e mai visto prima.

Nel cast figurano Amber Heard nei panni di Mera, futura sposa di Aquaman, Willem Dafoe, Nicole Kidman, Patrick Wilson, Dolph Lundgren e Yahya Abdul-Mateen II.

Ecco il trailer di "Aquaman" in italiano:

Cogliamo l'occasione per invitarvi a leggere alcuni nostri articoli dedicati agli eroi DC Comics.

Recensione e analisi "Justice League" - Unione ispiratrice. Potete leggerla cliccando qui.

"Batman - Il cavaliere oscuro e quel suo lungo inverno". Potete leggerlo cliccando qui.

"Mitologia greca e supereroi - Flash, l'Ermes scarlatto". Potete leggerlo cliccando qui.

Recensione e analisi "Wonder Woman" - Il credo di un'amazzone. Potete leggerla cliccando qui.

"Superman - Credere che un uomo possa volare". Potete leggerlo cliccando qui.

Recensione "Batman V Superman - L'uomo contro il dio". Potete leggerla cliccando qui.

Redazione: CineHunters

L'attore e regista francese Philippe Lacheau, grande appassionato del manga e anime giapponese "City Hunter", è attualmente impegnato nella realizzazione di un live action dedicato alle avventure di Ryo Saeba e Kaori Makimura, protagonisti dell'opera dal maestro Tsukasa Hōjō.

Un anno fa, lo stesso Lacheau aveva annunciato, tramite il proprio profilo instagram, l'intenzione di trasporre il famoso manga in un lungometraggio in live action, pubblicando una fotografia raffigurante la sceneggiatura del film, prossima ad essere ultimata.

Le riprese sono ufficialmente cominciate. Per fomentare l'attesa dei fan, Lacheau ha pubblicato il primo poster promozionale che lo ritrae nei panni di Ryo Saeba.

Condividiamo l'immagine di seguito:

Come si può notare, Lacheau indossa l'iconica giacca azzurra di Ryo Saeba. Sullo sfondo, è possibile, inoltre, vedere distintamente la mini-cooper, l'auto del personaggio principale di "City Hunter".

A prestare il volto a Kaori Makimura, collega di Ryo nonché suo grande amore, è Élodie Fontan, fidanzata dello stesso Lacheau, con cui ha già lavorato in "Babysitting 2".

Alcune fotografie scattate sul set mostrano i due attori vestire i famosi abiti delle controparti originali, come potete vedere qui:

E anche qui:

Nelle settimane precedenti, Lacheau ha anche avuto l'onore di incontrare il creatore di "City Hunter", Tsukasa Hōjō, il quale ha letto la divertente sceneggiatura del film.

"City Hunter", o "Nicky Larson", il nome con cui è maggiormente conosciuto in Francia, uscirà nel febbraio del 2019. Lacheau promette, da fan sfegatato, di firmare una regia accattivante per una pellicola che non potrà che raccogliere l'apprezzamento di tutti gli appassionati sparsi per il mondo.

Non ci resta che augurare buon lavoro al regista, nonché attore protagonista, di "Nicky Larson" per la buona riuscita di un film che attendiamo trepidamente.

Cogliamo l'occasione per invitarvi a leggere alcuni nostri articoli inerenti le due serie più importanti di Tsukasa Hōjō.

"Come un fulmine sei... City Hunter". Potete leggerlo cliccando qui.

"Un trio compatto - Occhi di gatto". Potete leggerlo cliccando qui.

Redazione: CineHunters

"Stan Laurel e Oliver Hardy" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Due menti senza un singolo pensiero” - era l’aforisma con cui Stan Laurel era solito descrivere “Stanlio e Ollio”, il duo comico a cui Oliver Hardy e lo stesso Laurel davano vita sullo schermo. Solamente supporre davvero di non venire mai turbati da alcun pensiero sembrerebbe alquanto utopistico. Stanlio e Ollio, nelle loro disavventure, avevano eccome di che pensare! Alle volte dovevano escogitare il modo di sbarcare il lunario, racimolare quanto occorreva per consumare un frugale pasto tanto i loro personaggi pativano la povertà; altre volte dovevano, invece, ponderare le opportune soluzioni per tirarsi fuori dai guai, vagliare un escamotage per “sopravvivere” ad un nuovo, difficile giorno, in una società costituita da biechi prepotenti. Era chiaro sin da subito che Stan Laurel con quella sua frase non volesse realmente intendere che Stanlio e Ollio non venissero mai “attraversati” dalla benché minima attività cerebrale. Il significato di quanto affermava era ben più profondo, anche se apparentemente elusivo.  Non avere un singolo pensiero in due significava vivere la vita ed affrontare le sfide, più o meno ardue della quotidianità, con la spensieratezza di chi riesce a ridere a crepapelle anche innanzi al più triste degli scenari snocciolatosi sotto i propri occhi. Stanlio e Ollio ridevano insieme e facevano ridere quando venivano maltrattati, sfruttati, sottopagati, rifiutati, scacciati, traditi o lasciati in mezzo ad una strada in pieno inverno con la temperatura che segnava pericolosamente il “sotto zero”. Ma perché, nonostante tutto, i due erano così “spensierati”? Perché incarnavano, nella loro intimità, l’animo di due bambini, soggetti infantili ma da sempre “anarchici” nei confronti di una società schiacciante. Mantenevano tale “meccanismo di difesa” persino nei riguardi delle loro famiglie, che potevano rivelarsi anch’esse opprimenti. Le sole armi di Stanlio e Ollio erano le loro risate, sberleffi siffatti di ilarità e rivolti a chi cercava di tarpare le ali di quella libertà che permetteva loro di volare via, di volteggiare rapidi e leggeri come un pensiero remoto, esattamente come può fare la fantasia senza freno di un bambino.

Sposare chi nell’animo resta un eterno “Peter Pan” è un sfida ostica per il mantenimento di un durevole, felice e sereno matrimonio. Dovevano saperlo sin dal principio Lottie e Betty (rispettivamente Mae Busch e Dorothy Christy), le consorti dei due amici in uno dei loro massimi classici: “I figli del deserto”, quinto lungometraggio della coppia comica più famosa della storia della settima arte. Uscito nelle sale cinematografiche tra la fine del 1933 e l’inizio del 1934 è l’unico lungometraggio dei due artisti ad essere stato diretto da William A. Seiter, regista specializzato nel genere rosa e nella commedia, la cui sensibilità imprime al film una sorta di impronta indelebile.

In questa commedia intramontabile, i due protagonisti anelano ad un desiderio di evasione smisurato, grande quanto l’inospitale deserto del Sahara. Il loro bisogno di divertimento e indipendenza si scontra con i tradizionali e dogmatici doveri coniugali e le mogli, tanto belle quanto inclini al comando, assurgono al ruolo di “antagoniste”, metaforiche catene che tentano di attanagliare e tenere stretto lo spirito fanciullesco di Stanlio e Ollio. Questi ultimi amano profondamente le loro spose ma non vorrebbero comunque rinunciare ad un attimo di svago. E, infatti, per poter essere presenti al raduno annuale dei “Figli del deserto”, associazione alla quale Stanlio e Ollio sono iscritti, i due amici devono mettere in scena una farsa. Ollio, disperato perché Lottie lo vorrebbe al suo fianco durante le vacanze in montagna, decide di fingersi malato, e così si fa aiutare da un “medico” compiacente (invero, un eccentrico veterinario), il quale gli prescrivere un periodo vacanziero a Honolulu. L’amico Stanlio gli dovrà fare di conseguenza da accompagnatore. Liberatisi ormai dalle partner i due vanno invece all’appuntamento di Chicago con i “Figli del deserto”.

Nel far rientro a casa scoprono che la nave di ritorno da Honolulu è affondata, e da qui si snodano tutta una serie di tragicomiche peripezie (degne della più spassosa commedia antica del teatro di Aristofane) che vedono Laurel e Hardy costretti a nascondersi nella soffitta della casa di Ollio. C’è da aggiungere pure che le mogli, in principio preoccupatissime per la sorte dei mariti, hanno modo di vederli proiettati sul grande schermo mentre entrambi si pavoneggiano davanti all’operatore che li riprende, scoprendo così l’inganno. Lottie e Betty, un tempo alleate, nel mentre meditano la loro vendetta, lasciano al contempo emergere una sana e competitiva rivalità su chi dei loro due mariti si rivelerà più sincero.

Mentre Ollio continuerà a mantenere la propria posizione menzognera, il pauroso Stanlio dirà tutto alla moglie, perché, in fondo, i bambini potranno pur essere spensierati, ma scoppieranno di certo a piangere se in loro prevarranno i sensi di colpa per aver detto un’innocente bubbola. I due protagonisti, completamente succubi delle mogli, accetteranno il loro destino per le spontanee risate di noi spettatori. Così Ollio sarà sommerso dalle stoviglie scaraventate sulla sua testa da Lottie, mentre Stanlio riceverà tutte le attenzioni di Betty, che lo premierà con coccole e leccornie per essere stato, almeno nel finale, sincero. Tra Stanlio e Betty prevarrà, per quella notte, un amore quieto; tra Ollio e Lottie, ancora una volta, un ironico amore burrascoso e litigioso. L’esilarante atto conclusivo del film vuol lasciare un messaggio basato sull’onestà ma soprattutto sul principio di fedeltà, cuore pulsante del perfetto funzionamento di un buon matrimonio.

“I figli del deserto” è strutturato con un susseguirsi di momenti divenuti celebri, memorabile la scena in cui Ollio canta, col suo inconfondibile timbro vocale, la canzone “Honolulu baby”. I caratteri decisamente nuovi che si riscontrano nel film sono riconoscibili nelle gag. Non si notano più le classiche corse infaticabili, le rocambolesche cadute e le ardimentose vicissitudini dei protagonisti. Sin dalle battute iniziali del lungometraggio ci si trova davanti a una nuova comicità basata sulla caratterizzazione ben distinta dei personaggi e sulla scrittura articolata degli episodi. I due arrivano in ritardo al congresso e subito, già sulla porta d’entrata, riescono a perdersi di vista, tendando in seguito di ritrovarsi. Quindi, mettendo scompiglio tra i presenti, raggiungono in modo goffo i loro posti. Appare evidente che la comicità non è data da una battuta, da una situazione particolare o da un episodio al limite del paradosso, ma è data dal contrasto tra l’incapacità dei due individui e la solennità dell’evento che si sta svolgendo. Non mancano però le vecchie tecniche già sperimentate e oltremodo collaudate. Basti pensare alla gag in cui Ollio, fingendosi ammalato, ha i piedi in una tinozza di acqua caldissima: prima viene ustionato dalla moglie che gli versa inavvertitamente addosso dell’acqua bollente, poi dalla superficialità di Stanlio che cade anch’egli dentro al mastello, dove per ultima andrà a finirci anche la stessa moglie. Ma per distacco, la sequenza a generare maggiore ilarità resta quella finale, dove lo sguardo perplesso e preoccupato di Ollio si volge direttamente alla cinepresa, ricercando la complicità degli spettatori con il suo celebre “camera-look”. Il volto paonazzo di Oliver fa traspirare la comicità di un uomo prossimo a scontare la propria “colpa” e che reclama ingenuamente un “aiuto” a chi ne sta osservando il divertente epilogo.

Ne “I figli del deserto”, il matrimonio viene riletto secondo una chiave umoristica farsesca, in cui il rapporto tra marito e moglie non si sviluppa su di un livello paritario ma vede la donna porsi autorevolmente al di sopra dell’uomo, prostrandolo con fare intimidatorio. Come se tale indumento conferisse una sorta di “potere”, sia Stanlio che Ollio fingono d’indossare i “pantaloni” nelle loro rispettive case, il che sarebbe anche vero, ciononostante dimenticano di confessare che entrambi cedono con consuetudine agli imperativi delle mogli, coloro le quali portano una “gonna”, ma in effetti mantengono uno status di assoluta “leadership”, dimostrando con quanta facilità si possa sfatare un “luogo comune”. Attenzione, però, le due protagoniste femminili nel film non sono, come può sembrare in una rilettura rapida e approssimativa, mere arpie irascibili e totalitarie, bensì donne forti e oramai mature, che proprio faticano a comprendere gli spiriti gioviali dei mariti. Vi è, dunque, una incompatibilità caratteriale tra la sfera bambinesca dei due e l’enigmatico mondo adulto personificato dalle due donne. Sia Betty che Lottie soffrono il fatto che Stan e Oliver preferiscano trascorrere il tempo con l’allegra combriccola dei figli del deserto piuttosto che con loro. Una nuova chiave di lettura della pellicola potrebbe essere altresì racchiusa nella recondita voglia, manifestata anche con rabbia e disapprovazione, delle due spose d’essere considerate dai loro mariti come assolute compagne di vita. Una vita considerata in ogni sua forma e che non si limiti, per l’appunto, soltanto al focolare domestico.

“I figli del deserto” è una meravigliosa commedia che esalta l’imprevedibilità degli eventi, la complessità degli equivoci e, soprattutto, le conseguenze del raccontare fanfaluche le quali, quasi sempre, vengono a galla.

Ripensando agli ultimi secondi dell’opera, prima che il sipario cali giù e ponga fine alla narrazione visiva, non si può che provare una certa immedesimazione in un personaggio in particolare. Davanti alla furia di una moglie delusa e arrabbiata, a noi uomini non resta che “incassare” i colpi, accettare una giusta punizione e preparare le opportune scuse da proferire verbalmente, magari accompagnandole con un sorrisetto malizioso come quello di un ragazzetto e sinceramente innamorato come quello di un marito.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"Amore e Psiche" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Rilettura personale del mito greco)

Una fiaba scritta dai fratelli Grimm raccontava di una regina bellissima ma diabolica, che possedeva uno specchio magico a cui era solita domandargli quale fosse la donna più bella di tutto il reame. Alcune volte lo specchio delle brame, per deliziare la vanità della sua padrona, le dava risposta riconoscendo in lei la più bella, altre, però, lo stesso si limitava a lasciare che la regina rimirasse semplicemente il proprio adulato riflesso. Un giorno, però, lo specchio, a quella retorica e vanesia domanda proferita dalla monarca, rispose in modo insolito e quanto mai inaspettato. Una bambina dalla pelle candida come la neve e dalle labbra rosse come il sangue sarebbe divenuta, una volta raggiunta l’età adulta, la più bella di tutto il reame. La regina, oltraggiata, incaricò un cacciatore di scovare l’infante e di ucciderla. Il cacciatore, tuttavia, non avrà la forza di macchiarsi di un gesto tanto crudele ed efferato e salverà la piccola, nascondendola. Come finirà questo racconto popolare è storia nota…

Non possedeva uno specchio magico ma anch’ella, similmente a come faceva la regina della  fiaba appena citata, si specchiava con una certa frequenza. Con frivolezza, ella si compiaceva della propria bellezza, orgogliosa d’essere la creatura femminile più bella di tutto il creato. Era nata dalla spuma del mare, e aveva raggiunto la terraferma su di una conchiglia sospinta dal vento. La dea dell’amore, Afrodite, viveva su nell’Olimpo, dispensando amore agli uomini e alle donne. Un giorno, giunse all’orecchio di Afrodite una diceria intollerabile, secondo la quale, sulla Terra, viveva una giovane fanciulla chiamata Psiche (“Anima” in greco). Nessuno specchio delle brame le aveva fatto notare nulla al riguardo, ma gli dei erano certi di quel che le riferivano: - Psiche ha i lineamenti del viso talmente delicati da poter essere ritenuta ancor più bella della dea Afrodite -. Come avvenne nel cuore di quella regina cattiva cui facevo menzione, anche ad Afrodite la rabbia e la gelosia le indurirono lo spirito. Afrodite, furibonda, convocò il figlio Eros ordinandogli di far innamorare Psiche di un orribile mostro. Con le sue grandi ali bianche, simili a quelle di un angelo, Eros discese dal monte Olimpo, portando con sé il suo arco e la sua faretra ricolma di frecce.

"Amore e Psiche" - Dipinto di Kauffmann

 

Sebbene fosse tanto splendida, Psiche non riusciva a trovare marito e, un mattino, affranta per la sua solitudine, cominciò a piangere a dirotto mentre si trovava nei pressi di un colle. Eros raggiunse la valle e da laggiù intravide per la prima volta Psiche. Incantato dalla bellezza della giovane donna, Eros ebbe pietà di lei. Come il cacciatore di “Biancaneve”, desistette dal commettere un atto tanto iniquo e ripose la sua arma. Eros non riusciva a distogliere lo sguardo da Psiche, le lacrime versate dalla fanciulla lo impietosirono a tal punto da suscitare in lui forti sentimenti. Tirò così fuori dalla faretra una delle sue frecce e si trafisse egli stesso un piede. D’improvviso, Psiche si sentì sollevare dolcemente dai venti zefiri e, volteggiando sul mare, raggiunse una regione sperduta, per essere poi adagiata dinanzi ad una reggia tutta splendente. Eros si era innamorato perdutamente della fanciulla e l’aveva portata con sé nella sua dimora segreta, dove neppure la madre Afrodite sarebbe riuscita a trovarli. Psiche varcò la soglia della reggia e cominciò a visitarla, presa dalla curiosità. Le porte che conducevano alle ampie camere erano d’argento, le mura che delimitavano la sala grande sita all’ingresso erano fatte d’oro, i soffitti d’avorio. I pavimenti erano azzurri con sparse increspature di bianco e davano alla giovane la sensazione di camminare come sulle nuvole. Non ci fu nessuno ad accogliere Psiche, il palazzo regale pareva essere disabitato, eccetto che da servitori invisibili, che, palesandosi a sera inoltrata, le servirono la cena.

"Amore e Psiche" di Antonio Canova

 

Quando scese la notte, Psiche cominciò ad avere paura, non trovando nessuna lanterna per poter schiarire le fitte tenebre della propria camera da letto. Eros, infatti, non voleva farsi guardare agli occhi della mortale e nel talamo si presentò a Psiche permanendo nell’oscurità. Avvertendo la presenza del dio, solamente avendolo accanto, Psiche ricambiò l’amore di Eros e tra i due cominciò una meravigliosa e dolce unione che perdurerà per tutte le notti a seguire. Psiche vive  sostanzialmente “intrappolata” nel castello di Eros, ma non avverte affatto d’essere prigioniera. E’ un po’ come Belle, che non sentì mai d’essere in effetti rinchiusa nel castello magico della Bestia, innamoratasi perdutamente di lei. 

"Eros e Psiche" - Dipinto di Picot

 

Psiche vorrebbe, però, rivedere le sue sorelle, e raccontare loro un tale amore provato e vissuto. Eros la mette in guardia dal rendere noto il loro amore, ma Psiche insiste nel volerle incontrare. Acconsentendo alla richiesta della fanciulla, Eros conduce le sorelle di Psiche alla reggia ma le ragazze, aggressive e perfide come le sorelle della fiaba di “Cenerentola”, insinuano il dubbio nella mente di Psiche circa le reali fattezze del suo amante.

I due innamorati a letto - Dipinto di Jacques-Louis David

 

Psiche, senza neppure guardarlo, si era invaghita di lui, perché aveva avvertito empaticamente la purezza della sua anima: era quella la forma di amore spirituale.  Ma la curiosità della donna nel voler vedere anche l’aspetto del compagno, e beneficiare conseguentemente della chiarezza estetica di un amore carnale, divenne incalzante. Fu così che prese una lampada ad olio per illuminare il volto del suo amante e raggiunse di corsa la camera da letto. Eros si era appena addormentato. Psiche si intrattenne a lungo ad osservarlo, scorse i capelli dai riccioli d’oro del dio e le rosee guance, ma di più la colpirono le candide ali con riflessi argentei. Nel volerlo osservare ancor meglio, Psiche avvicinò la lampada al corpo dormiente del dio. La sua brama di conoscenza fu fatale, una goccia dell’olio della lampada cadde su Amore che rimase ustionato e, sentendosi tradito, risalì al cielo, abbandonando la sua amante. Fallito il tentativo di aggrapparsi alla sua gamba, Psiche, straziata dal dolore, tenterà più volte di porre fine alla sua esistenza, ma gli dei la salveranno ogni qual volta tenterà di attuare i suoi estremi propositi. Inizia così a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo.

"Amore e Psiche" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando era prossima a perdere la speranza, Psiche fu raggiunta da Afrodite, la quale le disse che per sperare di rivedere Amore avrebbe dovuto sostenere quattro prove: la prova dei semi, della lana d’oro, dell’acqua sacra e la prova del vaso della bellezza. Nella prima, Psiche dovette dividere un enorme mucchio di semi diversi tra loro in tanti mucchietti uguali. L’impresa è ovviamente ardua per una sola ragazza, ma un aiuto inaspettato arrivò da una famigliola di formiche. La seconda prova consistette nel raccogliere la lana d'oro di un gregge di pecore. In realtà, le pecore erano degli arieti aggressivi e perennemente inquieti e, una volta avvertita, Psiche riuscì a raccogliere le lane rimaste tra i cespugli, aspettando la sera. La terza prova consistette nel raccogliere acqua da una sorgente che si trovava in cima ad un’altura a strapiombo nel vuoto. Anche in questo caso la fanciulla avrà un aiuto esterno, riuscendo a compiere l’impresa con l’aquila di Zeus.

Eros salva la sua amata - Dipinto di Anthony Van Dyck

 

Nell’ultima prova Psiche rischiò di morire: dopo aver aperto il vaso offertole negli inferi da Persefone, svenne e caddé in un sonno profondo. La fanciulla venne salvata poco prima di soccombere da Amore che, fuggito dalla prigione in cui la madre lo aveva confinato, strapperà Psiche dalla gelida presa della morte, risvegliandola con un bacio, esattamente come farà il principe di una fiaba con la sua promessa sposa, Aurora.

"Amore e Psiche" - Gruppo scultoreo di Antonio Canova

 

Eros portò la bella nel suo castello. Zeus, vedendo la fanciulla prostrata alla fatica, mosso a compassione decise di far riunire definitivamente i due amanti. Psiche ascese al cielo, divenne una dea e sposò Amore, dalla cui unione nascerà Voluttà. E così vissero tutti felici e contenti

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"Orfeo ed Euridice" - Disegno di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Personale rivisitazione del mito greco)

Giù, alle fronde di una quercia se ne stava, taciturno e con gli occhi chiusi, un giovane. Si era disteso sul soffice sottobosco, e lì era rimasto per alcune ore, perso tra i suoni della natura. Non stava dormendo, anche se così pareva. Era assorto ad ascoltare l’armonia del bosco. Il cinguettio degli uccelli che volteggiavano di albero in albero, il rumore del ruscello che scorreva verso la vallata, la roca “voce” del vento che sussurrava tra le fessure degli alberi erano i canti di una fauna ma anche di una flora che lo avevano avvolto in un microcosmo di pura gaiezza.

Orfeo, quello era il nome del giovane, di rado emetteva un fonema, piuttosto saltuariamente esternava un flebile sibilo, eccezionalmente pronunciava alcunché che non fosse una canzone. Non soleva parlare, forse perché le parole, unione di vocali e consonanti, erano per lui banali, se non addirittura superflue. Esse non riuscivano ad esprimere completamente ciò che lui avrebbe voluto manifestare. Orfeo portava con sé uno strumento, una lira, che utilizzava per comunicare, preferendola alla parola. Talvolta, per quanto meravigliosa, non adatta del tutto ad esprimere un sentimento per chi fa delle note il solo mezzo per veicolare il proprio pensiero. Orfeo era un musicista dalla sensibilità di un poeta. Non poteva essere altrimenti, sua madre era Calliope, la musa della poesia epica. Orfeo, pur ammirando la potenza emotiva che poteva essere mossa in lui da un canto poetico, preferiva la leggiadria della musica. Egli non ricercava una tavoletta su cui incidere i versi che il cuore gli dettava, era, invero, la musica, il solo mezzo d’espressione con il quale si sentiva a suo agio.

Orfeo ed Euridice - Dipinto di Louis Ducis

 

Quando produciamo arte, che sia scrittura, musica, canto, poniamo a nudo la parte più intima di noi stessi: l’anima. E’ come se le vesti ci venissero strappate di dosso e una luce intensa e accecante irradiasse il nostro corpo, cosicché una persona, una soltanto, colei che più lo desidera, riesca a mantenere fisso lo sguardo senza essere abbagliata. Immaginate che la luce si affievolisca sino a scomparire del tutto, e un’essenza impalpabile ma visibile, spoglia e sincera, permanga. Si tratta della nudità che generà l’amore, e tale amore vero, disinteressato, partorisce a sua volta un ricordo eterno, incarnatosi in una relazione, che ostacola l’implacabilità della morte.

Orfeo in ogni suo brano musicale è solito rilasciare un frammento astratto della propria anima. Tutti restavano incantati dalle note che egli emetteva con la sua lira, uomini e donne, fiere e piante.  Un giorno, in quel bosco in cui egli amava sostare, un suono dolce e soave lo “svegliò” di soprassalto, facendolo drizzare in piedi. Udì distintamente il risolino di una ninfa. Camminava a piedi scalzi tra la fitta boscaglia, con i lunghi capelli che le coprivano, solo in parte, il corpo nudo. Euridice era il suo nome, ed era una driade.

Le driadi, avvenenti, eteree, sagge e rigogliose come un fiore appena sbocciato che si regge su di un saldo stelo, vivevano nella foresta, incarnando la forza e lo spirito di essa. La celestiale bellezza della ninfa rapì il cuore di Orfeo con la medesima rapidità di un dardo scoccato dall’arco di Cupido. Il figlio di Calliope attirò l’attenzione della ninfa pizzicando la sua lira. Euridice accostò l’orecchio e poi si lasciò guardare da Orfeo, emerso, nel frattempo, dalla folta vegetazione. Le note prodotte dallo strumento furono una sorta di dichiarazione d’amore che il giovane volle intonare per Euridice. Tale confessione romantica non fu pronunciata, non era fatta di parole scritte, venne fuori da un’armonia musicale, e si levò dalla fredda terra per raggiungere la sfera celeste sino a perdersi tra le costellazioni ordinate da Zeus. La dichiarazione d’amore, sotto forma di melodia, divenne una stella luminosa, incastonatasi nel firmamento sconfinato, così come era l’amore di Orfeo. Il giovane mise a nudo la sua anima, e si lasciò ammirare dalla ninfa, anch’ella senza vesti né veli, anch’ella innamorata. Orfeo, ai suoi componimenti melodici, non accompagnava mai alcun canto vocale. Fu per la prima volta Euridice a cadenzare la musicalità con la sua voce gradevole e ben intonata. Nei giorni a seguire, Euridice cantò per Orfeo, ed Orfeo suonò per Euridice, in un connubio passionale di musica e parole. Ma il suono che più compiaceva Orfeo era sempre quello che Euridice lasciava trapelare ogni qual volta sorrideva.

Euridice giurò il suo eterno amore ai piedi di un altare di petali e foglie e, sotto un arco nuziale di rami intrecciati con fiori colorati e dai mille profumi, Orfeo la prese in moglie.

Orfeo regge il corpo senza vita di Euridice - Dipinto di Ary Scheffer

 

L’idillio d’amore tra Orfeo ed Euridice venne tragicamente spezzato da Aristeo, uno dei figli di Apollo. Questi, uomo rozzo e brutale, si era invaghito di Euridice, e non riuscendo a placare il proprio impeto, tentò di aggredire la ninfa che, per sfuggirgli, scappò via. In quel triste giorno, Orfeo si era temporaneamente allontanato dalla consorte che non avrebbe rivisto più calcare le lande dei mortali. Durante la fuga, Euridice inciampò e cadde vicino ad un serpente che le morse un piede. Il letale veleno del rettile fece subito effetto e così la ninfa si spense in solitudine nel bosco.

Quando seppe della tragedia, Orfeo si strusse di disperazione. Raccolse tra le braccia il corpo senza vita della moglie e la strinse a sé, emettendo un urlo terribile che sconvolse la funerea quiete del bosco. Distrutto dal dolore, Orfeo scese negli inferi, deciso a riprendere l’anima della sua amata. Raggiunta la sponda dell’Acheronte, si imbatté in Caronte che, furente, cominciò a scacciare l’invasore, riconoscendo in lui la viva anima. Orfeo non si scompose, cominciò a suonare la sua lira e, di colpo, il Traghettatore di anime si placò. I modi aggressivi e violenti del cupo nocchiero cessarono, venendo sostituiti da comportamenti gentili e inaspettatamente aggraziati. Caronte, pertanto, accompagnò Orfeo dall’altra parte del fiume. Nemmeno la furia di Cerbero turbò il cantore. Orfeo, infatti, riprese a suonare e il cane a tre teste, guardiano dell’Ade, smise di mostrarsi cruento, divenendo mansueto. Al termine del suo cammino, Orfeo giunse davanti ad Ade e Persefone, supplicando il re e la regina degli inferi di restituirgli la sua amata. La disperata richiesta di Orfeo fu accompagnata dal continuo suono della sua lira, e i due regnanti dell’Oltretomba, mossi a compassione, decisero di restituire la vita ad Euridice. Il monito finale per Orfeo fu il seguente: “Portala con te, ma finché non uscirete dagli inferi non potrai guardarla per nessuna ragione. Se trasgredirai quest’ordine, perderai per sempre la tua sposa.”

Orfeo ed Euridice  - Dipinto di E. Pointer

 

Orfeo tremò, prima di accettare l’accordo. Prese la mano di Euridice e, senza guardarla in viso, si apprestò a risalire gli inferi, guidando l’anima dell’amata lungo le tetre scalinate che li avrebbero condotti all’uscita. Insieme a loro si incamminò anche Ermes, in veste di controllore. La presa della sposa era gelida di morte, tant’è che, impressionato, Orfeo dovette cederla, poiché gli sembrava di non toccare l’epidermide delicata di Euridice, come se lei non fosse altro che un’essenza evanescente; e tale consapevolezza, che si palesava come una sinistra rimembranza, lo tormentava.

Orfeo guida Euridice - Dipinto di Corot

 

Durante il lugubre sentiero, il musico avanzava da solo con alle spalle Euridice. I primi dubbi di Orfeo furono legati alla presenza effettiva di Euridice; non potendo più toccarla né potendola guardare, in lui si stava insinuando il dubbio e la paura se fosse davvero lì con lui. Quando smetteva di suonare, non sentiva nemmeno il rumore dei passi della moglie. Si rincuorò - le anime non lasciano segni né tantomeno generano rumori - pensò tra sé, riprendendo il cammino. D’improvviso, sentì una Euridice chiamarlo. Lo invitava a girarsi, a guardarla, a darle un bacio. Ma Orfeo non si voltava. I tentativi continuarono e si fecero sempre più intensi e drammatici. Orfeo, tremante, proseguì senza sosta, cosciente che quelle voci erano le tentazioni degli inferi, per nulla accomodanti nel lasciar andar via un’anima dall’oltretomba. Arrivato finalmente alle porte dell’Ade, non resistendo più, Orfeo si voltò di scatto per ricambiare lo sguardo della ninfa. Euridice, però, non aveva ancora completamente raggiunto l’uscita, era rimasta indietro, rallentata nei suoi passi dalla ferita che aveva alla caviglia, il morso del serpente. Euridice cominciò a svanire e, davanti allo sguardo attonito di Orfeo, morì una seconda volta.

Orfeo perde Euridice - Dipinto di Christian Gottlieb Kratzenstein

 

Il suonatore cadde a terra, distrutto dal dolore, lasciandosi andare alla più straziante disperazione. Gli occhi intrisi di lacrime si levarono verso il cielo, ed egli implorò l’intervento misericordioso di Zeus.  Nessuno venne in soccorso di Orfeo, che rimase solo ad osservare, tra i singhiozzi, quella stella accesa che era nata dalla musica decantata per la sua Euridice, quando ad ella si dichiarò. Orfeo notò come la luce di quella stella priva di costellazione si stava affievolendo. Il suo amore era imperituro ma l’addio di Euridice aveva spento la luce della sua esistenza e la stella sembrava esserne conscia, diminuendo la propria radiosa intensità.

Orfeo pianse ininterrottamente per oltre sette mesi. Da quel momento la sua melanconica melodia non farà altro che incantare gli alberi che un tempo vegliavano sulla sua amata e che l’accompagnarono, silenti, nella sua crescita da ragazza a donna. Dopo la perdita della sua sposa, Orfeo non proverà più alcuna forma di amore per nessun’altra, restando perennemente fedele al ricordo del suo eterno amore. La sua arte, però, attirerà l’attenzione delle Menadi, che arderanno di passione per lui. Orfeo le rifiuterà più volte, finché furiose, le stesse lo uccideranno, inveendo e martoriando terribilmente il suo corpo. La testa di Orfeo finirà sulla lira la quale, lasciata navigare senza meta sul fiume, raggiungerà il mare senza mai smettere di cantare, spingendosi fino all’isola di Lesbo. Orfeo cantava, e cantava senza sosta le stesse strofe che un tempo intonava la sua sposa.

Le ninfe ritrovano la testa di Orfeo - Dipinto di John William Waterhouse

 

In quell’attimo, Zeus, commosso dall’amore di Orfeo, raccolse la lira e la pose tra le stelle. Il Padre degli dei plasmò con le sue mani una costellazione, proprio attorno a quella stella morente, concepita dall’amore. La stella riprese improvvisamente “vita”, e si accorse d’essere avvolta dalla costellazione della Lira. L’anima di Orfeo venne eternata nel cielo e il suo cuore avvolto a quella sua stella.

Nei campi Elisi, Euridice vagava come un’anima beata, ma non ricordava nulla della sua vita trascorsa. Eppure, avvertiva un’insoddisfazione recondita ed elusiva. Era l’assenza del suo ricordo più caro divenuto, con l’arte e l’amore, immortale. Si avvicinò, quando il sole scomparve all’orizzonte, ad una caverna sita ai confini del paradiso greco. Tale spelonca custodiva una spaccatura, un’apertura tra le sue rocce che si affacciava sul cielo degli uomini.

Fu in quel momento che vide la stella della costellazione della Lira brillare di luce propria, ed ella rammentò. Orfeo le stava dando un bacio. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"The Evil Dead Trilogy - Ash Williams" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione: l’articolo contiene SPOILER sulla trilogia de “La casa” e sulla serie “Ash vs Evil Dead"

  • La casa (1981)

Qualunque cosa con questo libro, io abbia riportato in vita, mi perseguiterà per sempre.”

Ash (Bruce Campbell) se ne stava rannicchiato sul sedile posteriore della sua Delta. La Delta era un modello Oldsmobile 88 del 1973, a cui Ash era particolarmente affezionato. Giusto il giorno prima l’aveva portata dal meccanico per assicurarsi che fosse perfettamente funzionante. L’autovettura era il mezzo con cui lui, la sua ragazza Linda, sua sorella Cheryl e gli amici Scott e Shelly avrebbero dovuto raggiungere un cottage di montagna per trascorrere un tranquillo week-end. Per l’occasione, Ash aveva concesso di guidare la sua macchina all’amico “Scotty”, che li avrebbe condotti, non senza qualche sussulto lungo il tragitto, a destinazione.

La casa che i cinque avevano affittato ad un prezzo stracciato si trovava all’interno di una folta boscaglia, isolata dal centro cittadino, e per essere raggiunta era necessario attraversare un ponte fatiscente ma “solido come una roccia”. Lo chalet si presentava in condizioni alquanto malconce, e dava l’impressione d’essere la più decadente delle catapecchie, la più sudicia e buia delle spelonche. Nulla però poteva abbattere lo spirito avventuriero dei cinque giovani, pronti a godersi qualche serena giornata di riposo.

Cheryl Williams, la sorella di Ash, era un’artista. Presumibilmente, ella amava soffermarsi a ritrarre ciò che più catturava la sua attenzione. A tal proposito, proprio l’andirivieni di un vecchio orologio a pendolo, parte integrante dell’arredamento della casa, attirò la ragazza, la quale, una volta aver preso confidenza con l’ampia camera del soggiorno, si mise a disegnare. Di colpo il pendolo si arrestò, come se il tempo avesse rinunciato a scorrere, mentre la mano di Cheryl, guidata da una forza estranea e invasiva, cominciava a lasciare dei segni di matita sul foglio immacolato. La ragazza tratteggiò un’immagine astratta e apparentemente incomprensibile ma che si rivelerà in seguito essere la copertina di un libro.

La sceneggiatura del film, curata dal regista Sam Raimi, fa sì che sia proprio Cheryl, e non il protagonista Ash, ad avere il primo contatto paranormale con la forza demoniaca che si cela nella foresta. Non è certamente un caso, Cheryl è un’attenta disegnatrice, che traspone il dettaglio della realtà circostante così da trasporlo su tela, come fosse una rappresentazione intima e personale. Si può certamente supporre che la sua sensibilità d’artista le abbia permesso di avvertire per prima i pericoli sovrannaturali che dormono tra le fredde mura di quella baita, in attesa d’essere ridestati.

Proprio in corrispondenza del pendolo a muro, oramai fermo, si trova una botola che conduce alla cantina dell’abitazione. Decisi a perlustrarla, Ash e Scott si avventurano nel buio sotterraneo e rinvengono un arcano tomo (il Necronomicon), un pugnale affilato (il pugnale Kandariano) e un nastro-registratore. Ascoltando il nastro, i giovani scoprono che un archeologo (il professor Knowby, proprietario della casa) ha preso possesso di un libro, ritrovato durante uno scavo nelle rovine di Candar, che consente di riportare in vita i demoni. Il professore ha poi pronunciato e registrato le formule contenute nel libro, risvegliando un demone che riposava in esso.

“La casa” fu girato con un budget esiguo. In virtù di ciò, il cast scritturato per la lavorazione contava interpreti non professionisti, tra i quali figuravano gli amici di Sam Raimi. I trucchi di scena e gli effetti speciali furono improvvisati di volta in volta e spesso realizzati con materiale di risulta. Raimi, al suo debutto per una regia cinematografica ma già abilissimo con la macchina da presa, per ultimare le riprese, sempre con una certa difficoltà, dovette “inventarsi” tecniche di regia che sfruttassero la soggettività, espediente che diverrà il suo marchio di fabbrica. I mostri presenti ne “La casa” non vengono mai palesati. E’, invero, l’occhio della camera a muoversi con rapidità verso i poveri protagonisti, come se esso incarnasse lo sguardo di predatori famelici che sbucano dalla vegetazione e aggrediscono prede inermi e indifese. “The Evil Dead” nacque come un B-Movie girato con mezzi di fortuna ma raggiunse, grazie alla maestria registica del suo cineasta e alla bravura interpretativa del suo protagonista, la caratura dei classici dell’orrore. La “povertà” degli scenari, la semplicità di alcune trovate, la massiccia dose di splatter e l’elevato utilizzo di espedienti orrifici, agghiaccianti per i tempi, impreziosirono la pellicola, fino a rendere “La casa” un amatissimo prodotto di nicchia. “La casa” si segnala, naturalmente, per costituire l’esordio assoluto del personaggio di Ash Williams, antieroe riluttante che evolverà gradualmente nel corso della trilogia.

Ash, nel primo lungometraggio, è del tutto diverso da come apparirà nelle incarnazioni immediatamente successive. E’ un ragazzo a modo, tranquillo, romantico e innamorato della sua Linda. L’orrore che si abbatterà su di lui e che investirà come una dannazione tutti i suoi amici lo temprerà nel carattere, trasformando la sua indole imperturbabile in un temperamento audace e combattivo.

Principalmente, è interessante scorgere la dinamica iniziale con cui l’opera di Raimi comincia il proprio corso. I cinque ragazzi si recano al cottage per trascorrere un vacanziero fine settimana. Quella che doveva essere una gita fatta di divertimento si trasformerà in un’avventura il cui itinerario rappresenterà una discesa inarrestabile nel vortice degli orrori più torbidi. La casa, in tal caso, dovrebbe garantire una sorta di protezione, l’ultimo baluardo sito in un bosco maledetto, un rifugio dai mali che si muovono come ombre silenti e minacciose di albero in albero, sospinti dal vento freddo della notte. In verità, proprio la baita sarà il luogo da cui i mali verranno liberati ed esacerbati. Ciò che della storia raccontata nel film dovrebbe far raggelare il sangue nelle vene è il fatto che il male non abbia mai una vera forma, bensì si impadronisca dei corpi e delle anime degli innocenti, deturpandone la sagoma e dominandone per sempre la volontà. Ash si troverà così a dover affrontare un’essenza malefica invisibile, difforme, che osserva da lontano e in silenzio le proprie vittime sacrificali.

Ash sarà il solo a sopravvivere al dramma che si consumerà quella lunga notte. All’alba di un nuovo giorno, il tempo riprenderà a scorrere e gli ingranaggi dell’orologio a pendolo a muoversi. Una volta fuoriuscito dal decadente edificio, anche Ash verrà attaccato dal demone che credeva d’aver sconfitto.

  • “La casa 2” (1987)

“C'è qualcosa là fuori, quella strega nella cantina ne è solo una parte, quella cosa vive fuori nei boschi al buio, è qualcosa che vuole tornare dal mondo dei morti.”

Ash viene così assalito dal mostro che finisce per soggiogarlo ed impadronirsi di lui. A salvarlo da una tragica fine sarà il sorgere del sole che respingerà l’entità maligna permettendo ad Ash di tornare in sé. Non potendo più fuggire, l’uomo si barrica in casa. A notte fonda, Ash, stupefatto, osserva il corpo mutilato della propria compagnia Linda riprendere vita, emergere da una fossa scavata in precedenza nel terreno e cominciare a danzare, sola, al chiaro di luna. Una scena spiazzante, di stampo spiccatamente Burtoniano, diremmo oggi. Ma è soltanto la prima di un susseguirsi delirante di sequenze che giacciono pericolosamente in bilico sull’orlo di un abisso spalancato sull’orrore e su di un inaspettato umorismo. Sam Raimi con “La casa 2” riscriverà i canoni dei comuni film horror, elevando il suo seguito ad un rango superiore, diverso ed imparagonabile. L’ambientazione è la medesima della precedente, altresì lo sviluppo narrativo coincide con il precedente, persino il tema basico della pellicola ricalca il vecchio capitolo, eppure “La casa 2” è un sequel dallo stile differente e innovativo, merito di un Raimi capace di plasmare una pellicola ancor più avvincente partendo da un tema del tutto simile.

“La casa 2” espande il dramma vissuto da Ash Williams, convertendo il triste fato del protagonista in una disavventura dalle venature tanto raccapriccianti quanto tragicomiche. “La casa 2” è un’allucinazione reale, un incubo vaneggiante vissuto in piena veglia, un delirio onirico palpabile e visibile ad occhi aperti. Le immagini splatter vengono rimodellate a fini umoristici, il sangue ribollente che schizza in ogni dove ogni qual volta Ash annienta un demoniaco avversario è l’elemento caratterizzante di un orrore divenuto fonte di un’ironia difficile da descrivere. “La casa 2” è una commedia dell’orrore che segna la nascita di un’icona del cinema horror.

Poco dopo essersi dilettata in quel balletto macabro, Linda seguiterà ad aggredire Ash, che per sopravvivere sarà costretto a eliminarla. Tuttavia, la sua mano destra, addentata dalla morsa del maligno essere, verrà infettata dal “veleno” del demone e assumerà la sua volontà. Ash sarà dunque costretto a mozzarsela. La situazione e la stabilità mentale di Ash cominciano a cedere: bizzarri e terrificanti eventi sovrannaturali si manifestano senza freno, la mobilia e tutti i restanti oggetti della casa prendono vita e sbeffeggiano Ash, oramai sull’orlo della follia. Sarà Annie Knowby, la figlia del professore, tornata all’abitazione con le pagine mancanti del Necronomicon, a “salvarlo” prima che sia troppo tardi.

Una volta ripreso il pieno controllo della sua mente, Ash escogita un modo per poter combattere. Fabbricandosi un'imbrigliatura speciale per il braccio destro, egli si impianta una motosega al posto della mano mancante e, con la mano sinistra, imbraccia un fucile a canne mozze calibro 12, scovato nello chalet. La scena che mostra Ash armarsi di sega e fucile, mentre sta per pronunciare per la prima volta il suo celebre e distintivo “Groovy” sancisce l’avvento compiuto dell’antieroe, futuro cacciatore di demoni e “uomo della profezia”.

Come verrà rivelato proprio nel finale de “La casa 2”, il Necronomicon parla di un uomo sceso dal cielo, il “prescelto”, colui che solo può sconfiggere le forze del male, che si rivelerà essere proprio Ash. Questo elemento della storia aggiunse un mistico alone di predeterminazione nel destino del protagonista, come se un fato già scritto avesse guidato Ash. Il protagonista era quindi destinato a trovare il libro dei morti e ad affrontare l’oscurità in quella casa.

  • “L’armata delle tenebre” (1992)

“Mi chiamo Ash, e sono uno schiavo. Se non sbaglio dovrebbe essere l'anno domini 1300 e mi hanno condannato a morte, ma non è stato sempre così. Un tempo anch'io ho avuto una vita vera, un lavoro.”

Ash viene risucchiato in un vortice spazio temporale e trasportato indietro nel tempo, finendo nel Medioevo. Ne “L’armata delle tenebre” Raimi porta a compimento la trasformazione della saga, abbandonando quasi del tutto l’atmosfera horror a favore di uno stile cinematografico votato al fantastico. Anche lo stesso Ash si presta ad un cambiamento ultimato, divenendo la caricatura dei più classici eroi risoluti e mascolini del cinema d’azione, parodiandone la parte più sciocca, impulsiva e superficiale di ognuno di loro. Nel medioevo, Ash viene identificato da un mago come l'uomo che, secondo un'antica profezia, avrebbe ritrovato il Necronomicon e annientato le forze del male. Sebbene sia riluttante, Ash accetta di ricercare il libro poiché è la sua sola possibilità di far ritorno nel presente. Non sarà così facile adempiere la missione di recupero, poiché un’armata di teschi si appresta a sorgere…

Ash e Sheila, la donna amata dall'eroe nel Medioevo

 

“L’armata delle tenebre” è un piccolo gioiello appartenente ad un genere incomparabile, “modellato” con un’impronta inconfondibile da Sam Raimi. Surrealismo, magia inverosimile, tanta azione, comicità demenziale e un senso costante d’avventura fanno dell’atto finale della trilogia un lungometraggio avvincente, pieno di fascino nonché capace di far ridere a crepapelle. L’ultima apparizione al cinema di Ash vede il protagonista della trilogia affrontare un demone nel supermercato in cui lavora come commesso del reparto ferramenta, in una scena irresistibilmente divertente.

“Si, certo, potevo restare nel passato. Avrei fatto una vita da re. Ma non mi posso lamentare. A mio modo sono un re.”

Ash, come verrà ulteriormente approfondito nella serie televisiva “Ash vs Evil Dead”, ambientata trent’anni dopo gli eventi dell’ultimo film, è un eroe non certo eccezionale, ma, invece, un uomo comune, non particolarmente sveglio né tantomeno animato da sentimenti di puro e disinteressato altruismo. Egli è “vittima” consapevole di una profezia che lo ha scelto, o per meglio dire, lo ha tacciato, affibbiandogli la levatura dell’eroe che lui non ha mai chiesto. Ash è estremamente ironico ed allegro, e sa dispensare buonumore.

Analizzando il suo vissuto è possibile notare come Ash, per più di trent’anni, abbia vissuto nascosto e in solitudine. Nessuno gli ha creduto quando ha raccontato gli orrori accaduti nella vecchia baita di montagna, ed è stato considerato dai più come un efferato assassino. Ash è stato per lunga parte della sua vita un “eroe” incompreso, reputato alla stregua di un reo. Per tale ragione il personaggio ha passato tre decenni vivendo alla giornata in una roulotte. Anche se non dà a vederlo, le dicerie e le malignità sul suo conto lo hanno ferito, tant’è che nei momenti di maggiore disperazione, quando abbandona la sua veste scaltra, Ash non esita ad ammettere con tristezza di considerarsi “un fallito”.

Williams è un uomo pigro, colmo di vizi, che ama trascorrere le sue giornate a bere birra, a corteggiare belle donne e a guidare la sua Delta. Ash sembra a tutti gli effetti un uomo superficiale, eppure finisce per legarsi completamente alle persone che più gli stanno vicino, come Pablo e Kelly, dimostrando di confidare molto nei suoi affetti famigliari. Può dare l’impressione d’essere neghittoso, ciononostante non rinuncia mai a combattere, o a compiere i suoi “doveri”, tanto da non esitare a sacrificarsi. Ash non torna mai indietro sebbene abbia più volte avuto la possibilità di farlo. Egli è intimamente buono e, com’è possibile notare nella terza e ultima stagione della serie televisiva, sa assumersi, con una sorprendente felicità, le sue responsabilità di padre. E’ proprio nel rapporto con sua figlia Brandy che Ash rivela di saper essere, altresì, un padre amorevole, protettivo e affettuoso.

Per tutta la sua vita, Ash ha intrecciato una parte delle sue sicurezze attorno ad una catenina, un pendaglio d’argento che, un tempo, cercò di donare a Linda ma che poi tenne per sempre con sé. Quel pendaglio ricorda ad Ash i suoi sentimenti più puri di amore. Di fatto, quando verrà posseduto dall’entità malvagia, nel secondo capitolo della trilogia, sarà proprio il guardare la catenina argentea a farlo rinsavire. La collanina funge così da amuleto protettivo per Ash, che ne farà dono, sul finire delle proprie avventure, alla figlia Brandy, così che possa essere protetta dal portafortuna del padre.

"Ash Williams" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Ash Williams è un personaggio di notevole spessore, un eroe divenuto evocativo ed iconico, merito di un grandissimo Bruce Campbell che ha fatto di questo ruolo un simbolo di coraggio e simpatia.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Pubblicando questa foto sul proprio profilo Twitter ufficiale, Gal Gadot ha così annunciato il ritorno dell'amazzone. "She's back..." ha scritto l'attrice come frase d'accompagnamento a questo intenso scatto fotografico che la ritrae, come sempre bellissima, nelle vesti di Diana Prince.

Il seguito di "Wonder Woman" è attualmente in lavorazione. Alle spalle dell'eroina DC Comics, come è possibile notare nella fotografia, si scorge il Watergate Hotel di Washington.

La storia del film sarà ambientata negli anni '80 e la nostra supereroina dovrà affrontare una nuova minaccia: l'antagonista Cheetah che sarà interpretata da Kristen Wiig.

Il sequel arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 31 ottobre del 2019, e sarà diretto nuovamente da Patty Jenkins, che ha lavorato alla sceneggiatura insieme a Dave Callaham.

Potete leggere la nostra recensione "Wonder Woman - Il credo di un'amazzone" cliccando qui.

Redazione: CineHunters

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: