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"Lei e Lui" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un dolore sordo, indistinto, echeggiava da quei luoghi. Una ferita sanguinava ancora, non si era mai cicatrizzata. A Hiroshima, l’aria era tuttora impregnata di morte. Tra i vicoli, lungo le strade, fra le bancarelle dei mercatini rionali, la vita delle persone scorreva lenta e scialba, con una funerea normalità, tacita e rassegnata. La città giaceva, a distanza di parecchi lustri dal bombardamento, in uno status di shock, trascinandosi a stento, recando in sé il trauma vissuto, senza la benché minima possibilità di guarigione. Le stagioni si susseguivano ma il terrore e lo strazio di quel fatidico giorno seguitavano a permeare l’aria circostante. Persino in un bel dì sgombro di nubi, con il sole all’orizzonte, i volti degli abitanti esprimevano una sofferenza atavica e una paura sempre presente.

Naoto sapeva bene quello che avrebbe trovato a Hiroshima. Anch’egli, come tutti i giapponesi, serbava nel cuore un dispiacere recondito, un’angoscia remota. Non aveva combattuto in guerra, lui, non l’aveva neppure vista con i suoi occhi, eppure ne custodiva l’orrore. A Naoto, come a tutti i suoi fratelli, fu tramandato il racconto dei tragici eventi di Hiroshima e Nagasaki, la devastazione che avvenne in quella porzione di terra, la gelida presa della morte che piombò dalle stelle velate in un giorno di caligine, spazzando via persone innocenti, anime inconsapevoli. Il dramma di un attacco così sconvolgente - perpetrato agli ultimi scampoli del secondo conflitto mondiale ad opera degli Stati Uniti d’America - segnò per sempre tutti coloro che assistettero all’immane tragedia, che sopravvissero, così come chi si affacciò al mondo successivamente, e a cui fu narrato quanto di terrificante accadde in quegli ultimi atti di guerra.

Erano trascorsi alcuni anni dall’attacco, Naoto camminava per le vie di Hiroshima e notava quanto per la popolazione fosse ancora difficile provare a dimenticare, voltare pagina, ricominciare. Ci sono eventi che lasciano un segno indelebile, lacerazioni che non possono mai rimarginarsi. Naoto vedeva tutto questo dinanzi a sé: uomini intimoriti, donne terrorizzate, bimbi disillusi e già messi a confronto con l’asperità della vita. Attorno a lui, miseria e desolazione.  La bomba era caduta il 6 agosto del 1945 e ancora emanava le sue radiazioni. No, non più quelle che facevano ammalare, che si celavano nell’ombra, occultate da un velo etereo, quelle che uccidevano lentamente, giorno dopo giorno, successive al nefasto “boom”; erano radiazioni di altro tipo, effetti collaterali di una guerra scellerata. Su Hiroshima, si propagavano “radiazioni” che contenevano al loro interno indigenza, malessere interiore, disoccupazione. Era questo ciò che la guerra aveva perpetrato. Non soltanto morte e devastazione ma gravi patologie e sofferenza; la guerra aveva lasciato dietro di sé una civiltà sottomessa al dolore, alla sconfitta, ad una sorta di assuefazione, un insieme di cittadini abituati al tormento, costretti a convivere con un eterno tetro ricordo.

Nonostante tutto la gente del luogo continuava a lavorare con orgoglio, dignità e abnegazione, utilizzando solo mezzi di fortuna, nella speranza che un giorno l’orrore che era accaduto e che ancora recava i suoi danni potesse affievolirsi, fino a sparire, inghiottito dal tempo, e da esso sorgesse un’alba nuova. Durante il suo periodo di visita, Naoto s’imbatte in un piccolo chiosco di souvenir…

Un momento, ma io non vi ho ancora detto chi è questo Naoto di cui continuo a parlare. Perdonatemi, avrei dovuto farle ben prima le presentazioni del caso. Vedete, Naoto è un vecchio eroe. No, non di certo un “eroe di guerra” o, come si suol dire in questi frangenti, un “grande guerriero”. Dopotutto, “la guerra non fa nessuno grande” - diceva un vecchio saggio. Naoto, però, era a tutti gli effetti un eroe. Un eroe di un vecchio “anime”, sì, insomma di un cartone animato, diciamo pure così.

Ebbene, Naoto era il protagonista di questo cartone, un’opera dell’animazione giapponese chiamata “Tiger Mask”. In una delle sue tante avventure, in particolare nell’episodio intitolato “Ricordando Hiroshima”, Naoto si reca, per l’appunto, nella città di Hiroshima e assiste al disagio che una fetta della popolazione è abituata ora e sempre a subire. Negli occhi dei passanti che egli scruta attentamente, nelle parole degli interlocutori a cui Naoto dedica molta attenzione, si percepisce il tenue rimbombo di un dolore strozzato, che ha radici profonde.

All’inizio dell’episodio, Naoto scrive una lettera. Nel suo testo, egli afferma di aver visitato di recente il museo della bomba atomica e di scrivere quelle parole con le lacrime agli occhi e il cuore fermo in gola. “Questa tragedia non sarebbe mai dovuta accadere.”, dice.

Girovagando qua e là fra i quartieri di Hiroshima, Naoto intravede un piccolo banco da lavoro e un mendicante che offre la sua mercanzia. Questi è solito vendere delle piccole riproduzioni di legno della Cupola di Hiroshima, il celebre edificio che rimase intatto durante lo scoppio della bomba atomica e che divenne un simbolo di speranza ma anche uno scrigno di rimpianti. In quelle miniature, Naoto vede racchiuso il vociare della popolazione civile di Hiroshima, i gesti, le risate, i canti e tutti gli schiamazzi che per le vie echeggiavano in quel 6 di agosto e che improvvisamente vennero zittiti da un’esplosione che sconvolse per sempre la città.

Quando Naoto manifesta l’intenzione di acquistare una copia del rappresentativo souvenir, il mendicante gli confida che purtroppo ha esaurito il suo articolo e quindi non è in grado di offrirglielo. Naoto non si dà per vinto. Egli è sempre più desideroso di possedere una di quelle sculture, e quindi si reca direttamente dall’artigiano che le realizza, riuscendo così a stringerne una tra le sue mani.

È in quei frangenti che Naoto si perde fra le memorie di un passato che riaffiora prepotentemente nel presente. Quando tutto fu devastato, quell’edificio - riprodotto dalla sapiente mano dello scultore in quelle studiate miniature, di cui egli e la moglie se ne disfano per soli 100 yen - resistette a quel distruttivo bagliore, al ferale rombo del nucleare. I corpi dei civili, invece, divennero polvere, portata via dal vento. Osservando le fotografie esposte al museo in cui viene perpetuato l’orrore abbattutosi su Hiroshima e contemplando il monumento riprodotto dall’artista, Naoto scava nel trascorso del suo paese. I ricordi storici e fattuali si mescolano alle sensazioni personali del protagonista dell’anime. La ferita insita nel cuore del Giappone si riapre con facilità, e Naoto sembra avvertirla su di sé, sulla sua pelle.

Ma cos’è Hiroshima in realtà? Quale segreto si nasconde in essa?

Hiroshima è anzitutto una città, il cui nome è stato consegnato alla storia. Essa è un monumento vivente, un monito pullulante di gemiti e memorie. Hiroshima è cultura, è avvenimento storico, è immagine, emozione, rimembranza. E’ essa stessa strumento di reminiscenza. Ma Hiroshima è ancor prima un “nome”. Sì, un nome. Hiroshima è un nome divenuto evocativo e onnipresente, sinonimo di orrore, di scelleratezza, di sofferenza, di follia umana.

Hiroshima… Questo “nome” lo ripetono continuamente due personaggi in particolare: lei e lui. E chi sarebbero adesso questi “lei” e “lui”, vi starete senz’altro chiedendo. Beh, nulla più di un uomo e di una donna: due sconosciuti privi di nome, incontratisi in una sera apparentemente normale, a Hiroshima, in un racconto visivo molto diverso da quello di Naoto, fin qui narrato.

Tu non hai visto niente a Hiroshima. Niente.” – dice lui, stringendo la donna fra le sue braccia.

Ho visto tutto. Tutto. L’ospedale l’ho visto, ne sono sicura. L’ospedale esiste a Hiroshima. Come avrei potuto evitare di vederlo?” - replica lei, rispondendo all’abbraccio.

Non hai visto un ospedale a Hiroshima.” – rincalza lui, con tono di chi la sa lunga e prosegue – “Non hai visto niente a Hiroshima”.

Quattro volte al museo…” – bisbiglia lei.

Quale museo, a Hiroshima?” – domanda lui.

Quattro volte al museo a Hiroshima. Ho visto la gente guardare, ho visto la gente passare pensierosa, attraverso le fotografie, le ricostruzioni. Non gli è rimasto altro. Le fotografie… Le fotografie, i diagrammi. Non gli è rimasto altro… I modellini… Non gli è rimasto altro. Quattro volte al museo a Hiroshima, ho guardato la gente, ho guardato me stessa pensosamente.”

Inizia in tal modo - con questo dialogo recitato a bassa voce - l’opera cinematografica “Hiroshima mon amour”: uno scambio di parole pronunciate sommessamente, sussurrate tra lei e lui, due amanti che vivono una notte d’amore nel centro urbano della città giapponese e parlano di quel che concerne Hiroshima, avvinghiati l’uno all’altra. Ripetono quel “nome” così tante volte, al principio o al termine delle loro frasi. Perché lo fanno?

Il nome della città di Hiroshima viene ribadito, rimarcato, come se dovesse essere tenuto a mente, ripetuto per non essere dimenticato. Quell’identificativo, “Hiroshima”, si ripresenta nel loro parlato ancora e ancora, manifestandosi come lo spettro di un essere vivente caduto, trapassato, che riappare improvvisamente perché non vuole rischiare d’essere accantonato, obliato. La donna del film, definita, come già precisato, anonimamente “lei”, menziona il museo della città. Il museo che lei stessa ha visitato.

In quei corridoi, ella ha provato le stesse sensazioni che Naoto - il personaggio da me citato giusto all’inizio - ha percepito quando anch’egli si intrattenne all’interno delle sale espositive. Dalle fotografie, dai frammenti di metallo deposti sul pavimento, si propaga un alone di spregevolezza, di turbamento, di insofferenza. La donna della pellicola ha osservato tutto questo silenziosamente. I ricordi di un dramma storico rinvengono in lei e si impadroniscono delle sue emozioni. È questo ciò che può avvenire a Hiroshima: la tragicità della guerra e le conseguenze che essa ha arrecato e che continua ad arrecare alla popolazione, nel silenzio del tempo che scorre inesorabile, riemergono con forza travolgente. 

Ad Hiroshima si è consumato uno dei più grandi orrori della storia dell’umanità, eppure il film “Hiroshima mon amour” - pellicola del 1959 diretta dal cineasta Alain Resnais e con protagonisti Emmanuelle Riva nel nel ruolo di “lei” e di Eiji Okada nei panni di “lui” – comincia con un atto d’amore. Le braccia dei due innamorati, per noi ancora oggetto di mistero, s’intrecciano fra loro. I corpi si avvicinano sempre più, attimo dopo attimo. Cos’è la guerra se non l’opposto dell’amore? Essa spezza i legami tra gli esseri umani, arreca morte, al contrario dell’amore che è soprattutto unione. Forse, è per tale ragione che il regista sceglie di dare il via alla sua narrazione filmica mostrando i personaggi congiunti in un abbraccio senza fine, in una lunga vicendevole carezza.

Ma chi sono quei due che discutono sommessamente, tra un bacio e l’altro? Lui, architetto giapponese, lei, attrice francese, si conobbero per caso. In un locale, ad Hiroshima, i loro occhi s’incontrarono e le loro anime scelsero di avvicinarsi.

La notte di passione scorre lentamente e intensamente; lei e lui dialogano, e alle loro parole si sovrappongono le immagini, fredde e spietate, drammatiche e dignitose, del recente passato di Hiroshima. La donna seguita ad ammettere di aver “visto tutto a Hiroshima”. L’uomo continua a correggerla: “Tu non hai visto niente, ancora. Niente”.

Ma lei aveva visto il dolore, nel museo. Dapprima, una gigantografia di un fungo nucleare che troneggiava in maniera macabra su una parete. Poi, una sequela di istantanee che eternavano i civili dilaniati, gettati in terra, che giacevano al suolo. Aveva scrutato i diagrammi che racchiudevano i volti devastati, le bocche distorte, le orbite private degli occhi, i dorsi ustionati. Lei camminava nel museo e si abbandonava a quel dolore, che da esso effluiva come un lezzo nauseabondo. Osservava il metallo piegato, spezzato, divelto; i fiori privi di colore, piante mostruose, petali attorcigliati su sé stessi, divenuti una massa informe, un agglomerato raccapricciante di steli.

Poi ella fuggì, lasciò il museo. Si recò a Piazza della Pace. Lì sentì caldo, un caldo afoso e intollerabile, come se avvampasse sulla sua epidermide tutto il calore del sole. Era come se percepisse sulla propria cute i segni delle medesime bruciature patite dai superstiti di Hiroshima.

Lei ne è conscia, lo sa perfettamente: ovunque a Hiroshima echeggia un dolore nascosto che si ripete ciclicamente, come un’eco inestinta, che fa sentire ancora il suo flebile grido mai soffocato del tutto. I ricordi si propagano come radiazioni.

Il dialogo tra i due prosegue. Lei si sofferma a parlare dei sopravvissuti, la gente comune che scampò al massacro. Gli effetti su di essi furono altrettanto devastanti. Le donne generavano figli malnati, gli uomini diventavano sterili, la povertà divorava la gente come una belva feroce. Sopraggiunse la fame. Il cibo veniva rifiutato, buttato via, interi raccolti lasciati morire. I pesci, dono dei fiumi e dei mari, pescati in gran quantità venivano poi abbandonati nelle reti, lasciati alla deriva. La paura che le radiazioni si fossero insinuate dappertutto e avessero contaminato ogni fonte di cibo si propagò in ogni dove a Hiroshima. Il popolo superstite si abituò al sacrifico quotidiano, ad accettare una sorte talmente ingiusta, ella dice, che “l’immaginazione, di solito pur tanto feconda, davanti ad essa si rinchiude”.

Dopotutto, cos’altro potevano fare i sopravvissuti? Se non cedere, abbassare il capo, arrendersi ad una catastrofe prodotta dall’uomo di una “razza” in guerra contro un’altra “razza”. Quel giorno a Hiroshima, però, non si attaccò un esercito nemico, si attaccò una nazione, si ferì indissolubilmente un popolo, si uccise un numero impressionante di persone in un giorno d’estate, colpevoli d’essere cittadini di un paese in guerra, “vittime necessarie” da essere sacrificate per spezzare la resistenza giapponese. Gli abitanti di Hiroshima divennero una “cifra”, un mero numero da eliminare per evitare un numero ancor maggiore di vittime se la guerra fosse proseguita ancora.

Ma cos’era Hiroshima per il mondo? Cosa divenne quel nome, quella città per il resto del globo? Nel film, lui lo chiede alla donna il giorno seguente, quando i due trascorrono insieme il mattino.

Per lei, da principio, Hiroshima significò la fine della guerra. E così fu per molti cittadini del Vecchio e del Nuovo Continente. Nulla più che un sospiro di sollievo. Hiroshima fu solamente un atto eclatante, addirittura inevitabile per porre fine alle ostilità.

Quel giorno fu una festa per molti…” – dice lui, amaramente. E infatti fu questa la prima lettura che in molti diedero a quanto successo. Poi, però, crebbe la consapevolezza. La stessa protagonista del lungometraggio rammenta: dopo il sollievo per la resa del Giappone, si insinuò il sospetto, il terrore che una cosa del genere potesse riaccadere a qualcun altro. Il mondo aveva visto per la prima volta gli effetti dell’esplosione atomica e la devastazione della sua potenza. Ma il terrore durò poco per tutti. Ad esso, subentrò l’indifferenza. E poi la paura dell’indifferenza. Può l’essere umano diventare indifferente davanti alla possibilità che un conflitto atomico possa verificarsi nuovamente? Per la protagonista di “Hiroshima mon amour” sì, l’essere umano può farlo.

Il giorno scorre via, e i due amanti occasionali faticano a lasciarsi andar via e dirsi addio. La donna inizia a svelare i segreti del suo passato. Le immagini dei suoi ricordi si mescolano alle sequenze del presente, generando un affresco di memorie e sogni indistinguibili fra loro. La donna ha modo, così, di raccontare la sofferenza che l’attanaglia, anch’essa generata dall’ombra della guerra. Quand’era una fanciulla, viveva in Francia, a Nevers.

Nevers… Un altro nome che si ripete frequentemente nel suo parlato, al pari di Hiroshima. In quella città francese, ella ha lasciato parte del suo cuore. Era una ragazza quando percorreva in bicicletta le strade di una Nevers occupata dall’esercito del Terzo Reich. In quei giorni, la giovane donna incontrò un uomo, un soldato tedesco, e i due si innamorarono. Lei era solita uscire di casa e raggiungere il suo amato nei campi o fra le rovine. La guerra sembrava essere così lontana in quei momenti. Nevers era quieta nei suoi ricordi, non vi erano colpi di artiglieria a disturbare il sogno d’amore della fanciulla. Poi, d’un tratto, accadde. Lei raggiunse il soldato, ad uno dei loro appuntamenti, e lo vide riverso a terra. Lo aveva raggiunto il proiettile di un fucile sparato da un cecchino ben nascosto. Il soldato tedesco non era ancora morto quando lei si precipitò a soccorrerlo. Gli restò accanto per tutto il pomeriggio, finché non spirò. Fu allora che anch’ella si sentì morire. Il suo primo amore le era stato strappato via inaspettatamente: l’ineluttabilità della guerra.

Osservando quel corpo senza vita, ella si scoprì di colpo impotente davanti all’imprevedibilità di un conflitto, così come della vita stessa. Né più viva e né morta, seguitò a vivere negli anni futuri. La guerra le aveva sconvolto lo spirito. Con il tempo, però, il dolore si attenuò e i ricordi del suo primo amore divennero meno chiari e delineati. Questo però non le diede pace, né la rasserenò. Tutt’altro! Non poteva accettare di dimenticare, non voleva che quei ricordi, che per lei significavano così tanto, le sfuggissero dalla mente.

E se fosse questo il vero dolore? La consapevolezza di poter dimenticare. Per lei obliare le sensazioni del primo amore caduto in guerra, per l’umanità dimenticare l’orrore perpetrato a Hiroshima. La protagonista del film non può tollerare un simile fato. Per questo, forse, in cuor suo, lei volle raggiungere quella città sita in Giappone. A Hiroshima, ella poteva coesistere con l’afflizione, condividendolo la sua sofferenza con il dolore collettivo della città e di un popolo intero che non può in alcun modo smarrire i suoi ricordi. La donna, dunque, si abbandona all’atmosfera del centro urbano, lasciandosi carezzare da lui, dall’uomo che ha incontrato, divenuto ai suoi occhi proprio “Hiroshima”, la personificazione di un dolore che fa parte dell’esistenza stessa, un dolore troppo importante per precipitare nell’oblio.

Può l’essere umano smettere di ricordare? Cancellare dalla propria mente la dolce immagine del primo amore, e l’immagine, oscura e orrifica, della bomba atomica?

Sebbene alcuni ricordi, soprattutto i più intimi e personali, possano sbiadirsi con il passare del tempo, ci sono dei luoghi che si sono fatti carico di una memoria destinata ad essere imperitura. Hiroshima per il mondo intero -  come Nevers per il personaggio dell’opera – è un “nome” ancor prima che una città, depositario di una memoria dal valore profondo: una memoria destinata a rammentarci cosa potrebbe accadere se in un infausto giorno il mondo decidesse di sprofondare nel baratro.

Autore: Emilio Giordano

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"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Quiete e tempesta

E’ una giornata uggiosa. Hermione si trova nella sua camera, tutta sola. Fuori la pioggia viene giù abbondante come un lacrimare del cielo, picchiettando contro il vetro della finestra. Il sole è schermato e le strade sembrano permeate da un alone grigio, un velo d’ardesia.

La strega più brillante della sua età sta leggendo le ultime notizie riportate su di un quotidiano. Un’altra famiglia di babbani è stata brutalmente aggredita e assassinata. Hermione adagia il giornale sul letto, è visibilmente preoccupata. Un regime di terrore si sta progressivamente instaurando.

Una voce risuona dal piano inferiore. “Hermione, il the è pronto tesoro!”.

Arrivo, mamma!” risponde la ragazza, preda dei suoi pensieri.

Una volta scesa in soggiorno Hermione si sofferma alle spalle dei genitori, punta la bacchetta su di loro e pronuncia con voce rotta un incantesimo. La strega altera i ricordi del suo papà e della sua mamma, “confondendo” le loro menti, facendo in modo che non si ricordino più di lei. Il signore e la signora Granger sono ora convinti di essere Wendell e Monica Wilkins e che il loro più grande desiderio sia quello di andare a vivere in Australia.

Hermione compie questo sacrificio con estrema sofferenza. Pur di salvaguardare i suoi genitori, ella è disposta a rimuovere la sua stessa esistenza dalle loro memorie.

Quanto coraggio, quanta forza manifesta Hermione nell’espletare un’azione simile? Quanta solitudine avrà patito nell’emettere quella magia reversibile?

In quei giorni bui e spaventosi Hermione non poteva contare su suo padre e sua madre, confidarsi con loro, raccontare in maniera più approfondita quello che stava accadendo. Non poteva trarre conforto e sicurezza dalle loro carezze, differentemente da come avrebbe potuto fare qualunque altra ragazza della sua stessa età. Doveva proteggerli, a costo di rinunciare alla loro vicinanza. Un atto tragico ed eroico che pochi altri sarebbero riusciti a portare a termine.

Se tutto fosse andato come sperava, se il bene, infine, avesse prevalso, Hermione li avrebbe ritrovati. Se invece l’impresa avesse richiesto la sua vita, beh i suoi genitori non avrebbero sofferto, non avrebbero versato neppure una lacrima, avrebbero seguitato a vivere sereni, in una incantevole bugia, nella cornice di un lieto sogno plasmato dalle arti magiche di una figlia che li aveva amati così tanto.

All’orizzonte si profilava una tempesta. La più grande battaglia per la libertà del mondo magico si sarebbe combattuta fra non molto. Harry, Ron e Hermione sapevano quello che si stagliava laggiù all’orizzonte, il pericolo che li attendeva. Presto sarebbero partiti per un viaggio che non aveva una meta certa. 

Nel frattempo, Harry si trovava al numero 4 di Privet Drive. Per l’ultima volta. I suoi zii e suo cugino Dudley erano prossimi ad evacuare l’abitazione e di gran carriera.

Nel romanzo di J.K. Rowling, mentre Vernon e Petunia si lasciano alle spalle l’uscio della loro casa, Dudley se ne resta irto sul posto, titubante, indeciso nel salire in auto e sfrecciare via. Cosa lo trattiene?

Di punto in bianco, Dudley confessa il dubbio che lo attanaglia: “Perché lui non viene con noi?”. Con quel “lui” Dudley si riferisce ad Harry. Quest’ultimo non sembra credere alle sue orecchie.

Cosa diavolo stava passando nella mente dell’odioso cugino?

Quello stesso cugino che non aveva fatto altro che dargli il tormento durante tutta l’infanzia, adesso si preoccupava di Harry, voleva sapere dove sarebbe andato, cosa ne sarebbe stato di lui, perché non montava in macchina con loro?

Sorprendentemente sì.

In quello specifico giorno, Dudley rivela un lato di sé che Harry non si sarebbe mai aspettato.

Com’è che recita quel vecchio adagio?

Ci rendiamo conto di quello che abbiamo quando lo perdiamo”, qualcosa del genere, ecco.

Ebbene, Dudley viene fulminato da una epifania che ha molto a che fare con la “massima” riportata qualche rigo più su. Egli aveva sempre dato per scontato il fatto che Harry vivesse sotto il suo stesso tetto, ritenendolo un impiccio, un fastidio. Ma Harry non era un peso, era molto molto di più: un ragazzo coraggioso, buono, che aveva salvato la vita dello stesso Dudley quando questi venne assalito dai Dissennatori. Adesso che entrambi erano sul punto di salutarsi, forse per sempre, Dudley non sapeva come reagire. Harry era impassibile, aveva sofferto troppo fra quelle mura per avere rimpianti o per lasciarsi andare ad un addio alquanto ipocrita.

Eppure, Dudley non mentiva in quel contesto. Era veramente dispiaciuto, toccato, il suo volto paonazzo era chiaramente interpretabile.

Soltanto in quel frangente, Dudley realizza che Harry, quel ragazzo magrolino e occhialuto, non era uno spreco di spazio ma un membro della famiglia a cui non era stato donato l’affetto che avrebbe meritato.

Proprio alla fine Dudley si rende conto che suo cugino ha lasciato qualcosa in lui, e si congeda da Harry stringendogli la mano. Un gesto banale nella sua semplicità ma che assume i contorni di una richiesta di scuse, di perdono.

Harry non può cancellare tutti i brutti ricordi che lo legano ai Dursley, ma ha un cuore tanto grande da non portare rancore. Salutando “Big D.” Harry apprende una lezione inaspettata: le persone, anche quelle verso cui egli stesso non avrebbe scommesso un singolo galeone o qualche zellino, possono riscattarsi, cambiare, perché non è mai troppo tardi per tornare indietro, per provare a ricominciare tutto da capo, per conoscersi nuovamente.

La scena che vede Harry e Dudley ricongiungersi è stata girata per l’adattamento cinematografico ma scartata dal montaggio finale, sebbene nel libro costituisca una circostanza così sorprendente da prendere in contropiede tanto il protagonista quanto il lettore.

Quando Harry resta solo a Little Whinging, i membri dell'Ordine della Fenice giungono in suo soccorso per scortarlo fino alla Tana.

Il piano è presto svelato: sei di loro assumeranno le sembianze di Harry mediante l’utilizzo della Pozione Polisucco, per rendere le cose più difficili ai Mangiamorte che attendono in agguato.

Ron, Hermione, Fleur, Fred, George e Mundungus Fletcher bevono quel “decotto”, trasformandosi nel ragazzo che è sopravvissuto. Il vero Harry sale sulla motocicletta di Hagrid, sprofondando in quel capiente sidecar. Proprio lui, il mezzogigante, aveva portato Harry al numero 4 di Privet Drive quando non era che un batuffolo, e ora lo faceva montare in sella al suo bolide volante per lasciare quel quartiere una volta per tutte.

Inizia, pertanto, la fuga.

Di lì a poco i Mangiamorte appaiono fra le nubi oscure, imbastendo una battaglia in volo. Ron duella con ardore salvando la vita a Tonks, mentre Alastor Moody ed Edvige muoiono nello scontro.

In quel cielo brumoso, Edvige, quella civetta delle nevi che Harry aveva ricevuto in regalo all’inizio della sua storia, fece il suo ultimo volo. Edvige sacrificò la sua vita per proteggere il suo padrone, restandogli fedele fin proprio alla fine.

Quel “gufo” dal piumaggio niveo si accostò ad Harry quando questi valicò la soglia del mondo magico, quando scoprì di appartenere ad una realtà nuova, splendida, ricca di meraviglie, in cui Harry poteva finalmente sentirsi accettato; Edvige simboleggiava una parte bellissima dell’animo di Harry: quella fanciullesca, innocente, sognante, piena di speranze, che viene brutalmente ferita, annientata, spazzata via dalla furia di Voldemort e dei suoi implacabili seguaci, che non fanno che distruggere quanto di bello, di vergine e di incontaminato, circonda Harry.

Nel racconto di J.K. Rowling la civetta viene colpita dalla maledizione fatale scagliata da un Mangiamorte mentre è rinchiusa nella gabbia che Harry porta con sé, sulle gambe. Edvige non si libra in volo, si affloscia all’interno di quella stretta “prigione”.

In genere Harry non sopportava di vedere Edvige in gabbia, avrebbe sempre voluto farla volteggiare libera. Anni addietro, quando lo zio Vernon, perfidamente, gli impediva di farla uscire dalla sua piccola “voliera”, Harry si infuriava perché sapeva che la sua Edvige soffriva, veniva assalita dalla noia, si agitava, beccando il ferro freddo della sua cella.

Harry vede morire Edvige in quella minuscola “uccelliera”, dolendosi ancor di più, non potendo vederla volare un'ultima volta con le ali spiegate. Il ragazzo verrà inoltre obbligato a far esplodere il sidecar, riducendo in cenere i resti del suo adorato animale che in un solo battito di ciglia verrà spazzato via dal fragore dell’esplosione, trascinando con sé le reminiscenze di un candore che si dissolve con lei, con la sua Edvige.

Durante il proseguimento del conflitto, Voldemort riesce a individuare il protagonista, discernendolo fra tutti grazie ad un incantesimo di disarmo che il “prescelto” è solito utilizzare preferendolo agli incantesimi più violenti. Il Signore Oscuro lancia un anatema su Harry, che reagisce: la bacchetta del protagonista riconosce il proprietario della sua gemella, respingendo fortunatamente l’attacco.

Hermione arriva tra le prime alla Tana e attende con molta apprensione che tutti gli altri raggiungano la proprietà dei Weasley per mettersi in salvo.

D'un tratto, la strega intravede Tonks accompagnata da uno dei sette Harry. Hermione realizza che quell'Harry altri non è che Ron, che questi ce l'ha fatta, che è vivo e sta bene, quindi trae un respiro profondo e gli corre incontro per abbracciarlo. Nell'esatto momento in cui i due si stringono, l'effetto della Pozione Polisucco svanisce: i capelli rossi rispuntano sul capo di Ron, che riottiene i suoi connotati. Sentendo la presa travolgente di Hermione, Ron sorride, grato.

E pensare che qualche anno prima entrambi non erano riusciti ad abbracciarsi, pur desiderandolo. Allora erano solamente due amici insicuri, incerti sul da farsi, nulla più di due ragazzini che forse si amavano già, senza saperlo davvero, senza riuscire a dedurlo con consapevolezza, troppo intimiditi per riuscire a toccarsi.

Rammentate quel momento?

Verso l’atto finale de “La camera dei segreti”, Harry e Ron sono intenti a parlottare nel mentre Neville richiama la loro attenzione: Hermione si è risvegliata, è stata curata dagli effetti della pietrificazione del Basilisco, e ha appena guadagnato l’entrata della Sala Grande. Hermione corre piena di gioia verso di loro, abbraccia Harry senza mostrare alcun problema, poi si rivolge a Ron per circondarlo con le sue braccia ma si interrompe, arrestandosi improvvisamente, tentennante, come se qualcosa le impedisse di sentirsi completamente sciolta e a suo agio.

Al contempo, Ron, lì per lì, non sa come comportarsi, come rispondere a quell’abbraccio che anch’egli ha accennato prima di indugiare, lasciandolo incompiuto.

Ne è passato di tempo da quella sera, e molto è cambiato.

Hermione e Ron adesso si abbracciano senza remore, pienamente consapevoli del sentimento che provano.

Ron ed Hermione sono maturati, sono diventati adulti, e presto il loro amore si rivelerà completamente.

Giorni dopo quella notte in cui si combatté la Battaglia dei Sette Potter, il nuovo Ministro della Magia, Rufus Scrimgeour, fa visita alla Tana portando l’eredità che Albus Silente ha lasciato ad Harry, Ron ed Hermione. Il Preside dà al personaggio cardine il boccino d'oro - quello che egli aveva quasi inghiottito nella sua prima partita di Quidditch - e la spada di Godric Grifondoro, al momento però andata perduta; Silente elargisce a Ron il Deluminatore e a Hermione un libro di raccolte fiabesche, Le fiabe di Beda il Bardo.

Harry, Ron e Hermione sanno che il tempo stringe, che la tempesta si delinea lì dove l’occhio comincia a distinguere le cose, e che non possono tardare né rimandare ancora il loro pellegrinaggio.

Prima del sopraggiungere della tempesta, però, una patina di serenità si deposita sul corpo e sullo spirito dei protagonisti, permettendo loro di rilassarsi, donandogli nuove energie, nuovi stimoli, nuova fiducia.

Una quiete confortante benché illusoria pervade l’atmosfera iniziale dell’ultima avventura di Harry Potter

Al principio de “I Doni della Morte” vi è infatti un clima di festa. Bill Weasley e Fleur Delacour stanno celebrando il loro matrimonio, tra canti e balli. Sebbene là fuori, in lontananza, le tenebre si stiano propagando, i maghi vogliono continuare a vivere la loro vita, il loro presente, cercando di estrarre da esso una sensazione di letizia, che possa alleviare le loro ansie.

Proprio perché la guerra incombe, un matrimonio assume ancor più valore e significato. Esso simboleggia l’unione tra una coppia di innamorati, è un auspicio per un futuro roseo, un inno all’amore, alla vita coniugale. Il matrimonio tra Bill e Fleur, festeggiato insieme ai familiari, agli amici più cari, è un’occasione per dimenticare momentaneamente il buio che si sta avvicinando a grandi passi e che su tutto fa calare la sua ombra.

Harry e Ginny, Ron e Hermione, Luna e il suo papà si concedono qualche passo di danza, sorridono, beati, si abbandonano per qualche ora fugace, ricordando quello che rende la vita meravigliosa. 

Come accade ne “Il padrino” e ancor di più ne “Il cacciatore”, due pietre miliari della storia del cinema, anche in “Harry Potter e I Doni della Morte – Parte Prima” la storia ha inizio con una cerimonia, un festeggiamento che precede l’avanzata dell’oscurità, della guerra.

Ne “Il padrino” il sipario si alza nel giorno in cui si sta consumando un fastoso ricevimento per il matrimonio di Constanzia, unica figlia di Carmela e Vito Corleone, il più potente tra i boss mafiosi di New York.

Mentre all’esterno tutti gli invitati festeggiano contenti questo sposalizio, all’interno della casa, in una stanza in penombra, illuminata solamente da un lumicino, il “male” sta operando velatamente.

Un uomo, tale Amerigo Bonasera, sta implorando il padrino di perpetrare una vendetta. Dopo essersi fatto incensare, gratificare col rispetto che “gli si deve concedere” Corleone acconsente a soddisfare le richieste di Bonasera, ordinando ad alcuni suoi uomini di adempiere al compito. Poco dopo, lo stesso capofamiglia esce dalla stanza dove si era svolta la conversazione e riprende a festeggiare il lieto evento con il resto della sua famiglia. Mentre laggiù gli invitati ballavano allegri, ignorando tutto, nell’interno dell’edificio il male incarnato dalla criminalità mafiosa si muoveva di soppiatto, pianificando le proprie mosse, mostrandosi compassionevole nel soddisfare le suppliche disperate di un uomo a cui era stata sfigurata la figlia e da cui la stessa mafia avrebbe tratto vantaggio, chiedendo un “favore” a sua volta.

La festa per il matrimonio di Connie costituisce un evento giulivo, che unisce e fortifica una famiglia appagata e commossa in un’occasione speciale. Ma quella dei Corleone non è una famiglia come un’altra. E quella festa è soltanto una fase momentanea di gioia e spensieratezza. Di lì a breve riprenderanno le attività malavitose, le faide con le altre fazioni, gli attacchi per strada, gli attentati violenti che arrecheranno morte e dolore. Quella cerimonia è soltanto un brevissimo lasso di tempo in cui la normalità si accosta al male che, invece, non smette mai di gravitare su tutti i presenti.

Ciò che differenzia il clima festoso de “Il padrino” rispetto a quello di “Harry Potter e I Doni della Morte Prima Parte” è che il male, nel primo caso, è attuato dalla stessa famiglia, che è quindi artefice del proprio nebuloso destino, mentre nel secondo caso i protagonisti che cercano di divertirsi e di onorare una coppia di innamorati sono vittime essi stessi di un male che vogliono respingere a tutti i costi.

Anche nella prima parte de “Il cacciatore” si svolge un matrimonio. La festa per tributare le nozze è lunga e intensa. Tutti sollazzano allegri, si lasciano trascinare dalla musica e dai fiumi di alcool, scatenandosi fino a tarda notte. Quell’atmosfera distesa, gioviale e serena si contrapporrà all’atmosfera dura, aspra, terrificante che alcuni dei protagonisti, in procinto di partire per il Vietnam, vivranno una volta che diverranno soldati e andranno a combattere. Nelle ore in cui si dilettano, i protagonisti non possono neanche immaginare l’orrore che li attende. Il male incarnato dalla guerra si profila distante, dall’altra parte del mondo. Eppure tutti loro vi andranno incontro, facendosi travolgere dall’atrocità di un conflitto scellerato.

Anche ne “Il Signore degli anelli – La Compagnia dell’Anello” il racconto parte da un giorno di festa, da una ricorrenza molto importante. Nella Contea fervono i preparativi per celebrare i centoundici anni di Bilbo Baggins. La serata di baldoria, ricca di prelibatezze culinarie e impreziosita da fuochi d’artificio, precede l’avanzata delle tenebre, il ritorno di una forza oscura che irrompe nella vita di Frodo Baggins, il nipote di Bilbo, cambiandola per sempre. A quella spensieratezza, quella gaiezza che si percepisce durante la baraonda per il compleanno di Bilbo, seguiranno il sospetto, la paura, la presa di coscienza che l’Oscuro Signore, Sauron, è ancora vivo e vuole rimpadronirsi dell’Anello che Frodo ha ereditato e porta con sé. Il male promanato dal Sire di Mordor si estende come un artiglio su tutta la Terra di Mezzo, coinvolgendo, fra tanti, quattro hobbit che in quel giorno di settembre apparivano senza alcuna preoccupazione, euforici nel tributare a Bilbo i giusti onori per la sua veneranda età.

In “Harry Potter e I Doni della Morte”, il matrimonio tra Bill e Fleur si fa carico di una valenza importantissima: è il festeggiamento di un sentimento vero, sincero, duraturo. I due innamorati si promettono amore eterno sull’orlo della guerra, prossima a scoppiare. Proprio perché la battaglia e la morte incombono, aleggiando come avvoltoi sulle teste di tutti i maghi che hanno a cuore la libertà e l’uguaglianza e che quindi vogliono opporsi agli eserciti di Voldemort, l’amore assume una consistenza ancora più grande, una virtù meritevole d’essere onorata.

Durante il rinfresco, improvvisamente, accade qualcosa: Kingsley Shacklebolt, un membro dell'Ordine della Fenice, avverte gli ospiti, dicendo loro che il Ministero della Magia è caduto nelle mani di Voldemort e che i seguaci del Signore Oscuro sono prossimi ad arrivare alla Tana da un momento all'altro.

La felicità degli istanti precedenti svanisce in un baleno. La festa è giunta al termine, quella magica illusione si è disciolta. Il male ha fatto la propria mossa, avanzando sulla scacchiera. Gli invitati cadono vittime della paura. I Mangiamorte piombano sul luogo di colpo. Ron corre verso Hermione, Harry li raggiunge e i tre si smaterializzano. Comincia così il loro viaggio. La quiete è stata spodestata dalla tempesta.

  • Il Medaglione di Salazar Serpeverde

I tre si recano a Grimmauld Place, il quartier generale dell’Ordine della Fenice, che è anche divenuta la casa di Harry, ereditata da Sirius. Qui, il trio apprende dall'elfo domestico Kreacher che il vero Medaglione di Serpeverde - che Harry e Silente avevano cercato di scovare tempo prima - è stato sottratto a Voldemort da un pentito Regulus Black e che è stato a sua volta afferrato delle sudicie mani di Dolores Umbridge.

Assunti i panni di impiegati ministeriali, Harry, Ron ed Hermione penetrano all'interno del Ministero della Magia riuscendo a trafugare il Medaglione, ma sono costretti a una fuga rocambolesca. I tre precipitano in una foresta e nell’impatto Ron si ferisce in modo grave. Hermione lo cura immediatamente, ma per rimettersi pienamente in sesto Ron avrà bisogno di qualche settimana. Passano i giorni, e i tre prendono sempre più consapevolezza che il Medaglione è protetto da una magia che lo rende pressoché impenetrabile. La rabbia, il nervosismo e un sentore opprimente di impotenza si impadroniscono di loro. Per non perdere mai di vista il Medaglione, Harry impone che venga portato al collo a turno da ognuno di loro. L’Horcrux emana un’energia negativa, che rende irascibili, annebbia la lucidità, esacerbando paure sopite in fondo al petto.

"Ron Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Ron Weasley: umanità e pentimento

In questa fase della storia, il personaggio di Ron emerge per la sua fragilità e, al contempo, per la sua immensa umanità. In passato Ron si era più volte dimostrato un amico fedele, leale, incorruttibile. Ma durante il periodo in cui i tre devono restare a stretto contatto con il Medaglione di Serpeverde e con la malvagità che esso promana, le ansie e le frustrazioni dell’ultimo figlio maschio di Arthur e Molly Weasley crescono, inasprendosi irrimediabilmente.

Col trascorrere dei giorni Ron comincia a dubitare di sé stesso, a rimuginare, a osservare quella situazione di stallo con astio e con una sempre crescente negatività. Il ragazzo si sente inutile. La ferita che ha rimediato e che impedisce al gruppo di muoversi più rapidamente gli fa provare la sensazione d’essere un fardello. Oltre ciò Ron è preoccupato per la sua famiglia. Egli non ha più notizie dei suoi fratelli e dei suoi genitori da tempo e ascolta ossessivamente la radio, sperando di non sentire il nome di un familiare tra l’elenco giornaliero dei caduti nella guerra contro Voldemort.

Più passano le ore più Ron osserva Harry e Hermione che dialogano con quella che, ai suoi occhi, ha tutta l’aria d’essere una evidente complicità e questo lo spaventa.

Una sera, Ron, accecato dal male emanato dal Medaglione, viene vinto dalla furia. Il giovane si lascia soffocare dai dubbi, dalle insicurezze, dai tormenti che lo stritolano come una tenaglia. Ron litiga con Harry, come mai era accaduto prima di allora, rinfacciandogli di non sapere cosa fare, di non avere alcun piano, perfino di non patire le preoccupazioni che crucciano lo stesso Ron.

Il mago comunica ad Harry d’essere intenzionato ad andarsene; a quel punto, Ron si volta verso Hermione domandole che cosa voglia fare, se vuole seguirlo o se preferisce restare. La strega è distrutta ma sa di non poter lasciare Harry da solo. Ron interpreta questa decisione della fanciulla in un modo netto, inequivocabile, dandosi un’unica risposta: “Scegli lui!”.

Ron fugge via, correndo con una falcata infrenabile, seminando le grida di Hermione che lo scongiura di restare; il giovane si dilegua nel nulla, salvo pentirsene subito dopo. Una volta smaterializzatosi, cessato l’effetto del Medaglione, Ron torna in sé. Il mago realizza d’essere stato soggiogato da un’ira che gli ha offuscato il giudizio, da un sentimento che ha annebbiato la mente come accade nelle notti tanto fitte da alterare quegli stessi pensieri che al mattino si schiariscono.

Sarebbe voluto tornare all’istante, ma l’imprevedibilità degli eventi glielo impedì. Ron cadrà preda di un assalto dei ghermidori e dovrà combattere per liberarsi. Passeranno settimane prima che l’ultimo dei maschi della famiglia Weasley ritrovi il suo migliore amico e la donna che ama.

Nel romanzo di J.K. Rowling, dopo l’addio di Ron, Harry e Hermione piombano nello sconforto. La ragazza piange per giorni interi, ed Harry si chiude nel silenzio. Questi prende tristemente coscienza della realtà dei fatti: il suo migliore amico, il suo alleato fin dal primo giorno se n’è andato.

Al contrario, nell’adattamento cinematografico Harry e Hermione, dopo un’iniziale fase di shock, si abbandonano ad un momento spontaneo di rilassatezza e di svago. Ascoltando una sinfonia che proviene dalla radio, Harry prende per mano Hermione trascinandola, ironicamente, in un ballo improvvisato.

I due amici, con quei passi di danza, tentano di stemperare la tensione, di non pensare alla solitudine che li affligge. Tra una giravolta ed un abbraccio, entrambi si lasciano andare ad un dolce risolino scanzonato e per qualche minuto scordano le loro paure, smettono di pensare al loro compito gravoso. E’ una scena molto dolce. In un contesto drammatico, due amici, schiacciati dalla loro missione, si prendono una pausa, cedono all’illusione che la musica, con il potere delle sue arie, possa allontanare l’onere che pesa su di loro.

D’un tratto Harry e Hermione smettono di ballare, si guardano per un istante e poi si allontanano. La tristezza torna ad impadronirsi di loro e il ricordo delle responsabilità fa capolino nelle loro menti. Hermione va via, con un’espressione afflitta. Molto probabilmente la giovane si rimette a pensare a Ron, al loro addio funesto.

Quando “Harry Potter e i Doni della Morte – Parte Prima” approdò al cinema, la scena del balletto arrangiato, assolutamente non presente nei libri, divise gli appassionati. I più dissero che quella sequenza non catturava una reazione veritiera, che non corrispondeva a ciò che i veri Harry ed Hermione avrebbero fatto, troppo stravolti dalla partenza di Ron. Ad altri la scena piacque, considerandola come una sequenza che rappresentava un’ode all’amicizia: Harry ed Hermione si sostengono a vicenda, in un periodo di grande incertezza, scherzando, imbrogliando sé stessi, provando a convincersi di poter sgomberare il proprio cuore e la propria mente da ogni affanno. Alcuni insinuarono che la scena volesse sottintendere una possibile attrazione tra Harry ed Hermione, scoccata solamente in quella contingenza e poi spentasi immediatamente; una sorta di “contentino” da dare ai fan che speravano che Harry e Hermione finissero per mettersi insieme salvo poi capire che Ron ed Hermione, per come sono stati scritti nell’arco di sette libri, si appartengono l’uno all’altra.  

Per quel che mi riguarda, la scena non mi è mai dispiaciuta. Sin dal momento in cui la vidi, la interpretai per quello che è: un balletto distensivo tra un fratello e una sorella, che giocano per obliare almeno per qualche attimo la notte scura e senza alba che gravita attorno a loro. Gli istanti finali, quando il ballo termina ed Hermione abbassa il capo, andando via, certificano questa realtà: la scena non contiene nulla di più, Hermione sa di amare Ron, soffre terribilmente la sua lontananza e non può sorridere e mostrarsi felice a lungo senza di lui. Lo stesso varrà per Harry, che appartiene a Ginny.

Dopo alcune settimane, una sera, Harry scorge tra i boschi un Patronus che ha le sembianze di una cerva. Harry segue quella creatura dai filamenti argentanti ed evanescenti che lo guida fino ai limiti di un lago ghiacciato. La spada di Grifondoro giace al di là della lastra congelata, scintillando nel buio del fondale. Harry apre un varco e si immerge nelle gelide acque. Il Medaglione che porta al collo, avvertendo il pericolo, si anima, tentando di strangolare il suo portatore, di annegarlo. Harry sarebbe morto fra quei fluttui se Ron non lo avesse agguantato e riportato sulla terraferma.

Ron torna con fare propizio in uno dei momenti più delicati della storia. Egli ricompare con il tempismo che contraddistingue i prodi, salvando Harry da morte certa. I due, recuperata la spada di Godric Grifondoro, si accingono a distrugge il Medaglione. Una volta aperto, esso fa echeggiare la voce di Voldemort. Il “Ciondolo” legge nell’animo di Ron e materializza i suoi tormenti, i suoi incubi più terrificanti.

Ron sentiva in cuor suo d’essere il figlio meno amato, concepito quando la madre voleva una bambina e pertanto accolto come una piccola, graziosa, adorabile… delusione. I suoi fratelli maggiori avevano ottenuto i successi che lui al massimo avrebbe potuto eguagliare ma mai superare. In aggiunta a tutto questo, Ron era il migliore amico del giovane mago più famoso al mondo e della strega più brillante della sua età.

Dentro di lui Ron presumeva d’essere un’ombra, senza fattezze né caratteristiche, un contorno scevro di tratti somatici e di segni particolari, a cui nessuno dava valore, credito, che nessuno avrebbe mai guardato.

Negli attimi seguenti le arti oscure di Voldemort danno forma e spessore alla più grande paura che Ron serba nella propria interiorità: che perfino Hermione possa non ricambiare il suo amore e preferire Harry a lui. Il Medaglione rende corporee e visibili le sagome di Harry ed Hermione che lo insultano, lo sviliscono, per poi unirsi in una morsa appassionata davanti agli occhi attoniti di Ron, che ne resta inorridito. Il ragazzo non si fa raggirare nuovamente, raccoglie tutta l’audacia che ha in corpo, brandisce la spada e trafigge l’Horcrux. 

Nel racconto di J.K. Rowling, Ron si prostra in ginocchio, si getta sul terriccio, in lacrime. Harry comprende l’angoscia del suo migliore amico, lo tira su, lo rassicura, riferendogli che si è fatto perdonare, poi aggiunge che Hermione per lui è sempre stata una sorella e che le ha sempre voluto bene come tale e che anche per lei è lo stesso. Ron si volta verso Harry e i due si abbracciano come fratelli riuniti.

Ron domanda perdono, ammettendo tutta la fragilità, la debolezza del suo carattere.

E’ questa la grandezza di Ron, il suo essere eccezionalmente reale. Ron sbaglia, fa sì che i suoi traumi e i suoi complessi affiorino, li manifesta, non li affoga dentro di lui con falsità, li fa effluire proprio come un essere umano vero, come un amico sincero e mai bugiardo. Egli si mortifica, chiede venia, fa quanto deve per redimersi immediatamente. Ron non è un valoroso dal manto intatto, un cavaliere probo che non arretra mai, che non perde la retta via, è un eroe irresoluto eppur pieno di coraggio, ferocia, ardimento, un uomo insicuro eppur mai arrendevole, un guerriero che si defila dal sentiero per poi riguadagnarlo. Ron commette un errore, ma espia il suo peccato.

Quando fa ritorno all’accampamento Ron rincontra Hermione, salutandola con un sorriso sgargiante e un’espressione inebetita e decisamente inopportuna viste le circostanze ed il modo in cui si era accomiatato bruscamente da lei. La ragazza lo accoglie, come ci si aspetterebbe, malamente. Lo aggredisce, lo tempesta di colpi, lo rimprovera aspramente per essere sparito e non aver dato più sue notizie. Hermione non aveva la minima idea di dove fosse finito, poteva anche essergli accaduto qualcosa di terribile e lei lo avrebbe saputo troppo tardi.

"Hermione Granger" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ron incassa poiché sa di meritarselo, ma anche questa volta si affida alla verità per rimediare. Dunque, confida ad Hermione tutto quello che ha passato e cosa ha fatto per ritrovarli. Il ragazzo dai capelli rossi racconta che una notte, nel buio, ha udito un’armonia sommessa echeggiare da una fonte imprecisata, da un luogo remoto: la voce di Hermione, l’unica ragazza che Ron abbia mai amato, l’unica donna che amerà per sempre.

Hermione pronunciava il nome di Ron, ed esso risuonava nell’aria, sospeso nella brezza, come se fosse stato bisbigliato e trascinato dal vento fino a giungere presso i suoi sensi. Questi aprì il Deluminatore e una bolla di luce volteggiò al suo cospetto, penetrandogli nel petto fino a toccare il suo cuore. Ron chiuse gli occhi, non pensò a nulla, si consegnò a quel suono, a quel sussurro, quindi si smaterializzò e comparve in un bosco brumoso. Avanzò senza sapere dove fosse, sperando, poi intravide Harry in pericolo, e lo strappò alla gelida presa della morte.

Fu la voce di Hermione a guidare Ron; essa schiarì l’oscurità, dileguò le tenebre, abbatté le distanze, permettendo al ragazzo di evitare ogni altro luogo che non fosse quello che egli voleva scovare fra tutti.

Ron agì col cuore, come aveva sempre fatto, si lasciò trasportare da esso: un cuore che batte anzitutto per Hermione e che, animato da quel raggio di luce fuoriuscito dal Deluminatore, lo riportò da lei.

Con questa confessione, Ron dichiara implicitamente a Hermione di amarla e che proprio quell’amore che egli prova per lei lo ha salvato, lo ha accompagnato e condotto fin lì come per magia. Una magia speciale, sconosciuta, che non è trascritta sui libri di testo, un incantesimo che non conosce spazi né confini, che combacia con il sentimento più intenso e vivido e che può far accadere un miracolo.

L’amore che Ron nutre per Hermione non contempla limiti. Egli darebbe la vita per lei, senza pensarci un solo istante. Questo viene dimostrato e rimarcato nel libro quando il trio è prigioniero a Villa Malfoy ed Hermione viene presa in disparte da Bellatrix, per essere torturata. In quei frangenti Ron tenta di opporsi, si offre al posto di Hermione, pretende che i Mangiamorte scelgano lui piuttosto che la sua amata. Ron è pronto a sostituirsi a lei, a soffrire e morire per lei.

Quando Ron verrà confinato in una prigione, legato ad Harry, e udirà le urla di Hermione, tremerà, ritenendole insopportabili. Ron prenderà a lottare, si contorcerà, proverà a sciogliere il nodo delle funi che tengono a freno le sue mani, non riuscendo a ragionare né a trarre respiro. Griderà il nome della ragazza più e più volte: “Hermione!! Hermione!!”.

I lamenti della strega echeggiano fino alle segrete, udendoli Ron non resta in sé, singhiozza, a stento trattiene le lacrime, colpisce a pugni i muri che lo separano da Hermione.

Amare significa volere il bene dell’altro al di sopra del proprio, sperare che l’oggetto del nostro amore non soffra mai, che stia sempre bene. In quella specifica circostanza, Ron avverte su di sé un supplizio che non può essere spiegato: egli non riesce a sopportare che Hermione venga ferita, e questo simboleggia la più autentica e profonda testimonianza dell’amore che il ragazzo ha per lei.

"Ron e Hermione" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’amore tra Ron ed Hermione

Il rapporto tra Ron ed Hermione negli scritti di J.K Rowling è un legame delineato con cura e minuziosità. Esso si sviluppa pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, anno dopo anno.

Tutto ha avuto inizio su quei binari ferroviari, in quel viaggio in treno. Allora, i due si guardarono straniti, curiosi e scettici. Il loro intuito e loro percezioni vennero tradire da una prima impressione che non fu la più consona. Hermione sembrava agli occhi di Ron tanto altezzosa e pedante, invadente e saputella, e Ron, sottoposto al giudizio di lei, fu etichettato come un fessacchiotto dai modi lievemente impudenti, che si esprimeva con la bocca piena di dolci e altre ghiottonerie.  

Qual è la frase che pronuncia Ron dopo aver dialogato con Hermione per la prima volta? Ma sì, certo:

Qualunque sia la mia Casa, spero che non sia anche la sua!”.

Eh già, Ron proprio non voleva averci niente a che fare con quella ragazzina dalla voce squillante, dai capelli sconvolti e spettinati, dall’ardire impertinente. Le ultime parole famose, come si suole dire. Se già in quel dì Ron potesse supporre, sapere che Hermione diventerà il centro del suo mondo.

Ebbene superate alcune burrascose settimane, Hermione e Ron diventano amici. Ma amici molto particolari, che il più delle volte proprio non possono fare a meno di infastidirsi, stuzzicarsi, provocarsi a vicenda, improvvisando baruffe evitabili, tafferugli coinvolgenti, dispute chiassose e parecchio divertenti. Ma alla fine di ogni bisticcio, al termine di ogni ingenuo ed impulsivo litigio, Ron ed Hermione si rintracciano e si ritrovano, non potendo stare lontani troppo a lungo. Nulla sembra mai allontanarli realmente, poiché entrambi non desiderano che la vicinanza dell’altro.

Fin dal principio, ambedue si cercano con lo sguardo, di continuo, si individuano, si scrutano e colgono dettagli dei loro volti che agli altri sfuggono. Negli adattamenti cinematografici hanno sempre avuto questa bislacca peculiarità, sin dal loro primo incontro.

Sull’Espresso per Hogwarts, la piccola Hermione si volta, getta un’occhiata all’indirizzo di Ron e gli rivela ciò che aveva riscontrato poco prima: “Hai dello sporco sul naso, lo sapevi? Proprio qui!”.

Questo stravagante modo di fare dei due, questo guardarsi e riguardarsi notando ogni piccolo cambiamento del viso dell’altro, ogni “particolare estraneo” che si deposita inavvertitamente sui loro volti, si ripeterà nel tempo, ancora e ancora.

A tal proposito ne “Il principe Mezzosangue”, nel bel mezzo di un pomeriggio di svago, Ron fa presente a Hermione di avere dei residui di burrobirra sulle labbra. Ben prima di questo episodio, quando i due sono alla Tana, Ron si accorge che a Hermione è rimasto un po’ di dentifricio vicino alla bocca. Così lo riferisce alla ragazza e cerca involontariamente di rimuovere quel rimasuglio con la sua stessa mano. I due non sono soli, con loro vi sono anche Ginny, la signora Weasley ed Harry. Hermione sorride, imbarazzata, e Ron torna in sé dopo un attimo di incomodo.

Sempre durante il sesto anno scolastico, nel pieno svolgimento di una lezione di Pozioni, Hermione annusa il profumo dell’Amortentia, un potente filtro d’amore che emana flagranze differenti per ogni persona in base a ciò che più la attrae. Hermione sente odore di erba appena tagliata, di pergamena nuova e di pasta dentifricia alla menta. Quest’ultimo aroma è un evidente riferimento all’episodio accaduto alcuni giorni prima con Ron. Nel testo letterario, invece, Hermione, mentre sta elencando a cosa corrispondono per lei i vapori che scaturiscono dalla Pozione, si interrompe bruscamente, tace, non concludendo la frase. In realtà, ella sentiva il profumo dei capelli di Ron.

Hermione e Ron hanno sempre avuto un rapporto speciale, interagiscono in un modo tutto loro, che nessun altro può capire o decifrare del tutto. Forse, soltanto Harry che era sempre stato loro accanto. Dietro i loro soliti battibecchi si cela un affetto smisurato che viene occultato, represso da quei bisticci che assomigliano sempre di più a tentativi neanche troppo velati di sublimare una tensione fisica che aumenta di pari passo alla loro maturazione. Infastidendosi, solleticandosi, beccandosi quotidianamente, Ron ed Hermione si tengono testa a vicenda, fanno valere le proprie posizioni, talvolta contrarie, attirandosi come due calamite, due opposti che si attraggono proprio a causa dei loro caratteri tanto diversi eppur complementari. Perché è questa la verità: Ron ed Hermione si completano vicendevolmente.

Talvolta nelle storie e nei racconti le coppie che lasciano il segno, le più belle e le più indimenticabili sono proprio quelle in cui i due innamorati hanno caratteri divergenti, personalità agli antipodi. Prendiamo, ad esempio, Paul e Corie, i protagonisti della splendida commedia di Neil Simon “A piedi nudi nel parco”. Al principio della loro storia, Paul e Corie si stanno trasferendo nella loro nuova casa situata all’ultimo piano del Greenwich Village. Per raggiungere l’alloggio, i due devono scalare cinque rampe di scale. Per onor di cronaca sarebbero sei, ma Corie preferisce non contare la rampa dabbasso.

Paul e Corie, A piedi nudi nel parco

L’appartamento è stato scelto da Corie fra tutti quelli che aveva preso privatamente in visione pur essendo minuscolo. La decisione fu presa in un brevissimo intervallo di tempo, su due piedi, come Corie era solita agire: quando vide quella spoglia dimora, la fanciulla si sentì subito intenerita e in quel preciso “stacco” sognò di arredarla e metterla in ordine come la sua mente, costantemente in subbuglio, le suggeriva di fare.

Non appena Paul osserva il suo piccolo domicilio si dimostra più che peritoso. L’abitazione possiede solamente due stanzette e un soggiorno sovrastato da un lucernaio, per di più danneggiato, con un vistoso foro dal quale nelle giornate di pioggia l’acqua viene giù inzuppando il tappeto e nelle notti in cui infuria la tormenta la neve si deposita lungo tutto il divano.

Lì per lì Paul avrebbe qualcosa da obiettare ma nel momento in cui realizza che Corie adora quell’appartamento così disadorno, e che la sua immaginazione si è già messa in moto, egli si placa e inizia a guardare quel luogo per come sarà e non per come è, persuaso che Corie lo trasformerà in un nido d’amore molto accogliente e confortevole.

L’entusiasmo di Corie è debordante. Nei giorni a seguire la ragazza si mette all’opera, sfruttando ogni angolo di quella esigua dimora, rendendola un appartamento sì piccino ma in cui non manca nulla, una graziosa e accattivante “bomboniera”.

Paul e Corie si sono piaciuti, si sono innamorati e sono convolati a nozze pur non avendo nulla in comune: Paul è un tipo preciso, accorto, scrupoloso, dedito alla stabilità e all’equilibrio. Corie, al contrario, è impulsiva, passionale, precipitosa, un vulcano di iniziative frivole e incontenibili. I due non potrebbero essere più diversi e per tale ragione, alle volte, finiscono per litigare. Secondo il parere degli altri, Paul e Corie potrebbero addirittura risultare incompatibili.

La madre di Corie, però, sa cosa provano entrambi e non dubita mai della solidità della loro relazione: “Non ho mai visto due persone innamorate come voi!”.

Nei loro litigi Paul e Corie si pungolano a vicenda: la donna vorrebbe che il marito fosse più spontaneo, meno rigido e impettito com’è di solito, tanto da rassomigliare a un “quacquero”. Allo stesso modo l’uomo vorrebbe che la moglie fosse meno esuberante, esplosiva, eccentrica e spiazzante.

Una sera Corie avrebbe voluto passeggiare a piedi nudi nel Washington Square Park, in pieno inverno, con le raffiche che soffiavano gelide. Del freddo non le importava, voleva soltanto sorridere alla vita, mano nella mano con Paul, avverando una fantasia sciocca ma irresistibilmente eccentrica e spiritosa. Paul si era però rifiutato, dopotutto la temperatura era scesa sotto lo 0 e avrebbero rischiato di contrarre un brutto malanno. Corie non pensava mai alle conseguenze delle sue azioni dilettevoli, per lei esisteva solo l’attimo fuggente, non prendeva mai in considerazione il domani. Paul, al rovescio, era prudente e, con un pizzico di ansia, badava sempre al dopo.

Durante uno dei loro più amari litigi Corie rinfaccia al consorte l’accadimento: scegliere di non camminare a piedi nudi nel parco nella stagione invernale è molto accorto, logico, ma non è divertente. Corie vorrebbe che Paul si rilassasse, che si sciogliesse, che smettesse di essere tanto zelante, di fare sempre la cosa giusta e di dire sempre la frase adatta ad ogni circostanza. Un giorno, debilitato dal malanno che ha contratto dormendo sul divano mentre la neve veniva giù a grandi fiocchi depositandosi sulle coperte, Paul, febbricitante, si lascia andare ad una bizzarria, compiendo quella che per lui è a tutti gli effetti una “follia” pur di far contenta Corie: si toglie le scarpe, rimuove i calzini e cammina a piedi nudi nel parco, balzando di qua e di là, da una panchina all’altra, inseguendo i piccioni come un forsennato mentre Corie, scioccata, gli va dietro, preoccupata da quel cambiamento repentino. E’ in quel momento che la donna capisce di amare Paul per il suo vero carattere, proprio perché egli è diverso da lei e non farebbe mai qualcosa di assurdo, di insensato, di pericoloso. Corie non vuole che Paul cambi.

In realtà quello che i due dicevano durante quei loro contrasti, le richieste che avanzavano, non erano che inganni, perché loro si amano per come sono realmente: Paul ama Corie perché porta brio, freschezza e imprevedibilità nella sua vita, che senza di lei sembrerebbe vuota e monotona; Corie ama Paul perché la fa sentire protetta, al sicuro, serena con la sua affidabilità e perché sa porre un freno alla sua vivacità, sovente sproporzionata.

Paul e Corie non si lascerebbero mai proprio come Ron ed Hermione, che si amano perdutamente perché trovano nell’altro quello che più desiderano, ciò che completa le loro anime.

Hermione, così arguta, diligente, seria e puntigliosa ha bisogno di Ron che la fa ridere, che la distrae dalle ansie, che le toglie il fardello di dosso facendola sentire più leggera, che la tira su e la sostiene, che pone attenzione alla sua salute, assicurandosi che dorma a sufficienza, che mangi e si riposi nei giorni in cui è oberata dagli impegni; e a sua volta, Ron, sveglio ma pigro, necessita di Hermione affinché lo scuota e lo redarguisca, esortandolo a credere di più in sé stesso, nelle proprie comprovate abilità, nel proprio coraggio.

Hermione ama Ron anche per la grande bontà di cui il ragazzo dispone. In una fase particolare del libro "I Doni della Morte", quando Ron si mostra assorto e preoccupato per il destino a cui potrebbe andare incontro una coppia di innamorati che i tre hanno visto in pericolo al Ministero della Magia, Hermione getta al suo Ron un tenero sguardo, ammirato e commosso. Harry si accorge che Hermione osserva Ron con gli occhi di un’innamorata, rapita e colpita dal cuore puro e prodigo del suo amato.

Al contempo, Ron ama Hermione anche per la sua intelligenza e per il suo talento nella magia. Si evince ciò più volte nel corso della lettura. Ne “L’Ordine della Fenice”, mentre entrambi si allenano nella Stanza delle Necessità, Ron si dice soddisfatto di essere riuscito a disarmare Hermione in una singola occasione, durante un duello, sottolineando quindi come egli sia consapevole che la strega è più in gamba di lui negli incantesimi e sia fiero di lei. Ancora ne “Il principe mezzosangue”, Ron ammette candidamente che Hermione è la migliore del loro corso. Infine, nell’epilogo de “I Doni della Morte”, Ron afferma con orgoglio che Rosie, la figlia, ha ereditato il cervello della madre, ed è felicissimo di questo. Ron adora Hermione anche per il suo acume, che lui ha sempre trovato una splendida caratteristica della sua amata.

Ron e Hermione si amano incondizionatamente anche grazie ai loro temperamenti tanto contrari ma non solo, i due si migliorano venendosi sempre incontro, trovando sempre un punto comune. Per amore di Hermione, Ron pone attenzione a delle questioni che, se non avessero coinvolto la sua innamorata, egli avrebbe di sicuro ignorato.

Nel settimo libro, Hermione e Ron si scambiano il loro primo bacio in un momento estremamente simbolico: durante la Battaglia di Hogwarts, Ron invita Harry ed Hermione a pensare agli elfi domestici, che si trovano nelle cucine del castello.

La questione riguardante gli elfi domestici ha interessato Hermione sin dal quarto anno. La condizione di schiavitù di queste creature agghindate con abiti che rassomigliano a federe bigie e rattoppate ha impietosito la ragazza, che da allora si è sempre fatta in quattro per tentare di far capire agli elfi concetti importanti come la libertà, l’indipendenza, la dignità che appartiene loro in quanto esseri viventi, dotati di intelligenza, di sentimenti, di coscienza. Gli elfi domestici, ad eccezione di Dobby, hanno sempre ignorato queste verità fondamentali, anzi si sono sempre dimostrati lieti e soddisfatti d’essere servi dei loro padroni. Hermione non riusciva a capire il perché e si batteva per modificare quella realtà che riteneva tanto ingiusta. Ron, inizialmente, faticava a comprendere l’impegno profuso da Hermione. Gli elfi erano felici in tal modo, perché tentare di cambiare qualcosa che a loro stava bene?

Passò qualche anno e, proprio durante la battaglia finale tra il bene e il male, Ron si attardò a riflettere circa il fato degli elfi domestici. Presumibilmente gli elfi erano rimasti nelle cucine, in attesa di ricevere qualche comando dall’alto, un ordine che probabilmente non sarebbe mai arrivato. Gli elfi sarebbero potuti morire soli, trascurati, dimenticati da tutti. Nel bel mezzo di una guerra, chi avrebbe mai pensato a degli schiavi?

Ron esorta così Hermione ed Harry a recarsi con lui nelle cucine, a salvare gli elfi, a dir loro di fuggire via. Hermione resta sbalordita. Fa cadere a terra la zanna di Basilisco che teneva fra le dita, corre verso Ron e lo bacia. Ron risponde al bacio, cingendo Hermione con le sue braccia, sollevandola in aria e compiendo un giro che sembra infinito. Il bacio tra Ron ed Hermione sugella una passione, un amore che i due provavano fin da piccoli e che avrebbero provato per sempre.

Nel libro, il bacio di Ron ed Hermione si avvale di un significato molto profondo: la ragazza si accorge che Ron ha capito la grandezza, l’importanza delle azioni portate avanti dalla ragazza, il valore della sua lotta per migliorare la qualità della vita degli elfi domestici. Nel pieno della battaglia, quando la mente di Ron indugia sul destino di quelle creature indifese, Hermione si rende conto che Ron le aveva sempre dato ascolto, e che ora stava mettendo in pratica ciò che da lei aveva appreso. La bontà di Ron, l’altruismo che egli nutre nei riguardi degli elfi, sciolgono definitivamente il cuore di Hermione.

Nell’adattamento cinematografico, Ron ed Hermione condividono il loro primo bacio nella camera dei segreti. Ron consegna alla fanciulla una zanna di Basilisco che ha appena asportato dai resti della creatura. Hermione, in quegli istanti, è insicura, spaventata, Ron la incoraggia, vuole che sia lei a distruggere l’Horcrux custodito nella Coppa di Tassorosso che hanno portato con loro fin laggiù. Ron avvicina il dente avvelenato del serpente alla mano di Hermione, esortandola a colpire l’artefatto. Hermione lo fa. L’Horcrux viene annientato e la camera dei segreti sembra reagire a quell’accadimento. Le acque che scorrono nella stanza si agitano, si infuriano, effluendo verso l’alto sino a travolgere Ron ed Hermione. I due, zuppi ed esausti, restano fianco a fianco, fino a farsi sopraffare improvvisamente da quell’impulso che tenevano a bada da tanto, troppo tempo. Ron ed Hermione si uniscono in una stretta infuocata e si baciano appassionatamente. Quando le loro labbra smettono di incontrarsi, i due si guardano negli occhi e ridono felici. Finalmente non devono più far finta di nulla, nascondere ciò che era tanto ovvio. Finalmente possono amarsi.

  • Ginevra, Stella del Vespro

In un particolare momento del libro Harry sonnecchia racchiuso in un sacco a pelo, disteso sul pavimento. Il protagonista si sveglia qualche minuto prima dell’albeggiare, si mette in piedi e osserva Ron e Hermione che riposano vicini. Hermione dorme sui cuscini del divano, innalzandosi su Ron. Harry nota che il braccio di Hermione ciondola verso il basso, quello di Ron se ne sta poggiato a pochi centimetri.

Le mani dei due sono tanto vicine che sembrano essersi staccate da poco. Harry comprende che Hermione e Ron si sono tenuti per mano durante la notte, abbandonando la presa solamente quando il sonno si è impadronito di loro facendo venir meno le reciproche forze. In quell’attimo, Harry viene posseduto da una tremenda solitudine. Vorrebbe anch’egli avere il suo amore vicino a sé. Vorrebbe avere Ginny. Ma lei non è lì con loro, è lontana. Harry non può vederla, parlarci, toccarla, può soltanto rimembrarla, immaginarla con la sua mente, rimirarla con i ricordi.

Harry pensa sempre a Ginny durante il suo estenuante pellegrinaggio. Nel libro questo aspetto viene rimarcato. Harry è solito cercare il nome di Ginny nella Mappa del Malandrino. Vedere le impronte della ragazza che si spostavano lo faceva stare bene.

In quei frangenti, Ginny diviene per il protagonista un pensiero confortante, una motivazione per andare avanti, per procedere nel proprio tortuoso e arduo cammino dove esitare significa cadere. L’idea di ricongiungersi a Ginny, di rivederla, di poterla abbracciare e riavere con sé, permette ad Harry di incanalare la vigoria necessaria per resistere. In questa parte del testo, la figura di Ginevra può essere paragonata a quella di Arwen, l’eterno amore di Aragorn, uno dei personaggi principali de “Il Signore degli anelli”. Quando Aragorn intraprende il suo viaggio, costellato di pericoli, per distruggere l’Unico Anello, per liberare la Terra di Mezzo dal male che la opprime, per riconquistare la corona che gli spetta di diritto e il regno che gli appartiene, Aragorn è spronato da un solo, predominante obiettivo: quello di poter sposare Arwen all’adempimento del proprio compito.

La dama di Gran Burrone è per il ramingo un’ispirazione, un incitamento a non arrendersi, una speranza che scintilla di una luce inestinguibile come una stella del vespro che brilla nell’arazzo celeste, guidando il suo tragitto come una bussola che punta costantemente verso il luogo che egli anela raggiungere. Aragorn ha un solo desiderio nel proprio cuore, quello di ottenere la mano di Arwen, un sogno che vive in lui sin da quando egli la vide diversi anni or sono mentre camminava fra le verdi betulle.

Arwen possedeva una bellezza eterea, celestiale, i suoi passi a piedi scalzi ed il suo incedere effondevano la medesima grazia di Lúthien Tinúviel. Quando Aragorn la contemplò credette di essersi smarrito in un sogno, allietato da una melodia elfica, leggiadra e soave come le note di una arpa pizzicata con tocchi lesti ma morbidi. L’erede di Isildur si innamorò a prima vista di lei.

Aragorn si affida all’immagine di Arwen, al ricordo del suo volto, dei suoi lineamenti, per cavare da sé stesso la tempra e non arrendersi. Quando è costretto ad intraprendere il Sentiero dei Morti, ad addentrarsi in un dominio tetro, spaventoso, un regno di ombre, di fantasmi, di anime dannate, Aragorn potrebbe vacillare ma non lo fa. Un dono pervenutogli a ridosso della cavalcata e quindi mentre egli è in procinto di intraprendere quella traversata nel reame dei defunti che permangono sul suolo dei viventi, instilla in lui una nuova speranza.

Nel testo di Tolkien, l’erede al trono di Gondor e Arnor riceve in regalo un Vessillo che ritrae un albero bianco su fondo nero, sormontato da sette stelle e una corona regale. Il Vessillo è stato cucito da Arwen. Vedendolo, lo spirito di Aragorn viene ricolmato da una luce rigenerante, abbagliante, che gli conferisce altra linfa. Raccogliendo fra le mani quel tessuto, il capitano dei Dúnedain avanza impavido, verso il Dimholt.

Anche Harry, quando si sente solo, sopraffatto dai dubbi, dalle paure, si accosta ad un panno, ad una pergamena, quella Mappa del Malandrino che, differentemente dallo stendardo di Arwen, non è stata realizzata e non gli è stata offerta in pegno dalla donna che ama, eppure essa reca in sé la sua presenza. Leggendo quel nome, seguendo quell’andatura, Harry si sente vicino a Ginny, la mira in vita, la scruta, rammentando la sua chioma ardente come il fuoco, i suoi occhi luminosi come fiaccole, le sue guance ricoperte da lentiggini che la adornano come le stelle decorano una galassia.

Al pari di Arwen, il pensiero di poter avere Ginny è per Harry un impulso, un incoraggiamento, uno stimolo per non farsi genuflettere dal panico, dallo sconforto. Se Aragorn deve marciare su di un sentiero oscuro che precede la guerra sui Campi del Pelennor, Harry deve spingersi su di una landa desolata, piena di incertezze, per scovare e distruggere gli oggetti che conservano l’anima del suo nemico, una missione da ultimare e che precede la guerra vera e propria che si combatterà nel castello di Hogwarts. L’amore che Harry nutre per Ginny lo sostiene, costituisce per lui una speranza che divampa. 

L’amore è quella forza che permette ad un essere umano di reggere, di andare oltre le proprie capacità. L’amore permise ad Harry di sopportare la croce che la fatalità pose sulle sue spalle, gli diede ardore, pazienza; la pazienza necessaria per ricongiungersi a Ginny, per completare il suo cammino con lei.

"Ginny Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La storia dei tre fratelli

Durante la faticosa e snervante ricerca degli Horcrux, Harry, Ron e Hermione incespicano su di un insolito racconto breve, una fiaba dalle tinte sinistre e suggestive: “La storia dei tre fratelli”.

Or dunque, questi tre fratelli, al volgere del crepuscolo o, perché no, ben oltre la tarda sera, quando la mezzanotte rintocca, si imbattono in una strana figura, una “persona” abbigliata con una veste lunga e ampia, simile ad una cappa; questo essere altri non è che la Morte, che si interpone sulla loro strada, vogliosa di esigere la vita dei tre, colpevoli di essersi serviti di un “trucco”, di uno stratagemma magico per scansare le sue insidie. La Morte è gentile, garbata, accetta quella sconfitta momentanea, si complimenta con i tre fratelli e vuol mostrarsi generosa, riferendo loro che potranno godere di tre doni. La Morte comincia così a tessere la sua vendetta, il suo piano per ghermire le tre anime che le spettano.

La Morte, si sa, è un’essenza eterna, vecchia come le fondamenta della Terra, antica come il creato. Essa reca in sé la saggezza di tutte le epoche, del tempo immemore e inestinguibile, quindi troppo astuta per essere ingannata.

Il primo fratello scelse come dono la bacchetta più potente che il mondo avesse mai conosciuto. Dunque la Triste Mietitrice estrasse del materiale dalla corteccia di un albero di sambuco che sorgeva nei paraggi, modellando una bacchetta pregevole e poderosa. Il secondo fratello, invece, optò per un artefatto che potesse umiliare ancor di più la Morte stessa, eluderla nuovamente, aggirarla: la Pietra della Resurrezione. Anche in questo caso la smunta e ineluttabile creatura acconsentì ad elargire questo omaggio, avvalendosi della pazienza che ogni buon predatore deve avere. D’altronde la Morte sapeva che bisognava solamente attendere, i fratelli sarebbero finiti tra le sue mani ossute, morendo, in un modo o nell’altro, a causa di quegli stessi doni che stavano riscuotendo in maniera sprezzante. 

Il terzo fratello, il più parco fra i tre, scelse un presente che colse di sorpresa la Morte: egli chiese un grosso lembo di stoffa estratto dall’abito che la Morte indossava.

Nessuno, a meno che essa non voglia manifestarsi, può vedere la Morte che erra tra i vivi, perché essa cela il proprio corpo sotto un manto invisibile. Il terzo fratello vuole quella striscia di tessuto per ricavarne una “coperta”, sotto la quale potersi riparare dallo sguardo della Morte.

La Triste Mietitrice acconsente con riluttanza, taglia dalla sua veste uno strato creando il Mantello dell’Invisibilità.

Il primo fratello troverà presto la fine, un mago lo ucciderà per strappargli la Bacchetta di Sambuco. Quest’ultima darà via ad una scia di sangue che perdurerà nei secoli: molti maghi, di volta in volta, la brameranno, uccidendo il custode della bacchetta per impadronirsene, in un ciclo di assassinio e cordoglio che si ripeterà nel corso delle ere.

Il secondo fratello si toglierà la vita, impiccandosi. La Pietra della Resurrezione ha sì il potere di rianimare un cadavere, ma non può realmente riportare dall’oltretomba un’anima trapassata, poiché essa appartiene all’aldilà e non può più calcare il suolo dei mortali.

Il secondo fratello cercò di riavere con sé la dama di cui era innamorato e che era spirata quando era ancora giovane e bella. Adoperò la Pietra della Resurrezione ma la donna che si pose al suo cospetto non era quella che ricordava, era un corpo avvizzito a cui il calore era stato sottratto, con occhi inespressivi, un baccello vacuo, privo di sentimenti ed emozioni. Questa donna camminava vicino a lui senza la benché minima emotività, amorfa, bigia come una nuvola carica di pioggia, fredda come una giornata d’inverno permanente, impassibile come una statua di terracotta.

Inorridito, il secondo fratello si uccide per provare a riunirsi concretamente alla sua adorata e la Morte ne reclama il corpo e lo spirito.

Nel corso degli anni, la Triste Mietitrice tenterà invano di localizzare il terzo fratello, occultato ai suoi occhi dallo stesso drappo che lei gli aveva donato. Un giorno, quando il terzo fratello, ormai anziano e stanco, è pronto a congedarsi dalla vita, si sveste di quel mantello per accogliere la “Livellatrice” come una vecchia amica che prima o poi sarebbe giunta a bussare alla porta.

Il terzo fratello accoglie la Morte non temendola, e con lei parte per un ultimo viaggio.

La sequenza cinematografica che immortala la storia dei tre fratelli è probabilmente, insieme all’eccellente montaggio che concerne i ricordi di Severus Piton, la scena più bella dei film di David Yates; una sequenza che evoca suggestione, magia, intrigo e timore. Lo stile con cui vengono tratteggiati i personaggi della fiaba è incredibilmente malioso.

I personaggi sono ombre elusive, impronte sbiadite, orme di persone che furono, senza facce poiché la loro mansione è quella di educare, di essere delle metafore viventi, dei personaggi didascalici che rivelano, attraverso il proprio vissuto, le proprie scelte, gli sbagli con cui si sono insudiciati e che non devono essere ripetuti o, nel caso del terzo fratello, le decisioni giuste che devono essere prese a modello. I tre fratelli non hanno un vero volto in quella sequenza perché, come molti altri personaggi dei racconti popolari, hanno una funzione universale, non devono essere identificati propriamente in quanto la morale che mettono in evidenza deve appartenere a tutti. Gli errori che commettono i primi due fratelli sono errori che potrebbe fare chiunque, irretito dalla cupidigia, offuscato dalla smania di riavere con sé un amore perduto. In questo racconto nel quale leggenda e verità si intrecciano vi è contenuta una importante lezione per i maghi, una morale come si concerne ad ogni fiaba che si rispetti: “La storia dei tre fratelli” mette in guardia il lettore dal desiderio di schivare la Morte, rappresentata come un essere senziente, dal fare mansueto e accondiscendente, una entità furba, vendicativa, ma anche giusta e clemente, che non deve essere temuta né ingannata, bensì accettata e rispettata in quanto parte naturale dell’ordine vitale.

Nel corso della sua intera esistenza, Voldemort ha fatto quanto era in suo potere per raggirare la Morte, per allontanarla. La scelta di ridurre la sua anima in pezzetti, di nasconderli in oggetti preziosi e screziati, di rendersi immortale dannandosi per l’eternità non è che un tentativo disperato e utopistico che lo condurrà comunque verso la rovina.

"Severus Piton" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Lo stregone bianco ed il principe grigio

Nella prima metà de “La pietra filosofale”, quando Harry giunse per la prima volta ad Hogwarts, venne smistato nella Casa di Grifondoro e prese posto nella Sala Grande per la cena, lo sguardo del protagonista, che si guardava intorno, che osservava ogni dettaglio, ogni minuzia di quel castello, cadde a un certo punto sul volto di un docente che sedeva al tavolo degli insegnanti.

Questi aveva i capelli corvini, lisci e unti, e occhi simili a sfere nere e impenetrabili. Harry domandò chi fosse costui e ricevette una risposta esauriente: Severus Piton, il professore di Pozioni.

Presto, il giovane Harry avrebbe fatto la conoscenza di quell’insegnante acido e arcigno, cupo e intrattabile, che veste sempre di nero come se vivesse un lutto perenne.

Qualcosa, sin dal primo giorno alla scuola di magia e stregoneria, aveva attirato la curiosità di Harry. La sua vista si soffermò proprio su di lui, su Piton, su quella sagoma dall’espressione ambigua, col naso arcuato e la carnagione giallastra, che errava per le aule del maniero come un pipistrello con le ali avvolte su di sé.

Piton sembrò, fin dall’inizio, al giudizio di Harry qualcuno da tenere sott’occhio, un tipo sospetto, enigmatico, inquietante, forse pericoloso. Severus era un insegnante che metteva in soggezione la maggior parte degli studenti e che riusciva persino a mortificarli. Harry ne subiva passivamente le angherie e gli innumerevoli rimproveri.

Ma chi era Severus Piton in realtà? Era un alleato o un nemico? Vi era altro di lui da scoprire?

Harry smise di chiederselo, smise altresì di interrogarsi sulla presunta malvagità del professore. Per lui tutto divenne lampante quando Piton uccise Albus Silente: quella notte, Harry dedusse che Piton era un Mangiamorte, che lo era sempre stato, e che in lui non vi era altro che male.

Il vissuto di Severus Piton è avviluppato da un fitto strato di nebbia, da un alone di emarginazione, di rabbia, di dolore. In quel passato burrascoso come un mare in tempesta vi è una sola luce, un unico faro a fendere l’oscurità e indicare la via per una terraferma sicura e felice che si staglia lontana: Lily Evans. 

Durante la settima e ultima avventura di Harry Potter, la storia del principe mezzosangue emerge in tutta la sua emozionante tragicità.

Come già sottolineato, una coltre di caligine e una velatura di mistero dissimula il personaggio per tutti e sette i libri e altrettanto negli adattamenti cinematografici.

Per la maggior parte della narrazione, Piton riveste il ruolo dell’avversario. Egli è un professore accigliato, cinico, inflessibile. La sua immagine viene ribaltata nel libro finale della saga, precisamente nel capitolo a lui dedicato “La storia del Principe”, in cui vengono portati alla luce segreti sul suo trascorso che rovesciano la figura di Piton, trasformandolo da antagonista ad infausto antieroe.

Piton e Silente sono due personaggi che hanno, per certi versi, due percorsi contrapposti, sia per lo sviluppo che per l’esito. Il Preside di Hogwarts viene presentato dall’autrice J. K. Rowling sin dal primo libro come un potente alleato delle forze del bene, un mago sfavillante di luce, incorruttibile e di animo nobile. Verso la parte conclusiva de “Il principe mezzosangue”, la percezione dei lettori nei riguardi di Silente subisce un’incrinatura. Qualcosa tormenta l’animo di Silente, un peccato che ha segnato irrimediabilmente la sua esistenza. Quando Silente beve il filtro di una potente maledizione per provare a recuperare quello che crede essere un Horcrux, egli perde la propria lucidità.

Silente si lascia andare ai ricordi logoranti, ai sensi di colpa, cadendo preda dei rimorsi. Dalle sue labbra effluiscono frasi come “E’ tutta colpa mia”, suppliche devastanti come “Uccidimi!”. In quei frangenti Silente ripensa alla sua amata sorella, morta a causa di un incidente avvenuto a seguito di un alterco tra lo stesso Albus Silente, il fratello Aberforth e Gellert Grindelwald, il mago oscuro che un tempo aveva in Silente uno stretto alleato, un compagno, un amante. Albus non si era mai dato pace per ciò che era accaduto. Lo “stregone bianco” che sembrava essere senza macchia aveva commesso un peccato grave a cui non poteva porre rimedio.

Nel settimo libro, i lettori sapranno di più: Albus Silente, da giovane, seguì Grindelwald per amore, lo aiutò a perseguire i propri propositi, sposando la sua oscura causa, per poi pentirsene amaramente e tentare di porvi riparo.

Nelle intenzioni dell’autrice, la percezione del lettore nei confronti di Silente deve subire un contraccolpo: pur rimanendo un mago buono, Silente perde la sua aura di indulgenza e purezza. Al contempo, la Rowling seguita a stupire il proprio “pubblico” attuando un altro “ribaltone” per quanto concerne la figura di Severus Piton. I lettori reputavano Piton un personaggio criptico, enigmatico, tendente all’insensibilità, alla crudeltà. Questa considerazione verrà notevolmente mutata nel capitolo che narra l’avvenuto di Piton.

Severus Piton era un ragazzino introverso, strano, un animo solitario. Sua madre era una strega e suo padre un comune mortale dall’indole violenta. Piton incontrò Lily quand’era un fanciullo. L’ovale delicato di Lily e i suoi occhi verdi entrarono nel cuore di Piton e lì albergarono per sempre.

Piton amò Lily, la madre di Harry. La amò senza tregua, incondizionatamente. I due si conobbero da bambini e crebbero insieme, in amicizia. Alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts vennero però divisi: Severus fu smistato nella Casa di Serpeverde, Lily in quella di Grifondoro. Ciò nonostante, continuarono a frequentarsi ogni qualvolta ne avevano l’occasione.

Severus amava Lily in maniera piena ed assoluta. Non si dichiarò mai, forse per paura d’essere respinto.

Nell’adattamento cinematografico, durante la sequenza che mostra le rimembranze di Piton, vengono omessi due ricordi molto importanti che contribuiscono a rendere ancor più complesso e drammatico il suo trascorso. Il film non fa vedere la circostanza in cui Piton, schernito dai Malandrini, viene difeso da Lily, e lo stesso Piton, furibondo per le umiliazioni, si scaglia inaspettatamente contro di lei, definendola “Sporca Sanguemarcio”. E’ l’evento che rompe l’idillio platonico tra Severus e Lily, la causa che pone fine alla loro amicizia, sebbene il “principe” faccia di tutto per chiederle perdono.

In seguito, Severus si unirà a Voldemort, diventando un Mangiamorte.

L’altro ricordo che getta una ulteriore ombra sul trascorso di Piton riguarda la scelta di informare Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato circa l’esistenza di una Profezia che svela la nascita di un bambino che potrebbe, in futuro, contrastare il potere dell’Oscuro Signore, e sarà lo stesso Voldemort ad eleggerlo quale suo avversario.

Voldemort ha la possibilità di scegliere tra due bambini, venuti al mondo allo scadere del settimo mese: Harry Potter o Neville Paciock. Ponderando, Voldemort individua nel figlio di Lily il bambino della Profezia. Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato seleziona un mezzosangue come lui e ignora il piccolo Neville, un mago purosangue.

Neville era figlio di due Auror, Frank e Alice Paciock, che subiranno un destino peggiore della morte. Neville crebbe nella sofferenza, vedendo sua madre e suo padre ridotti in stato di semi-incoscienza, sul baratro della pazzia a causa delle torture patite dai Mangiamorte. Verso la sua mamma, Neville nutriva un amore smisurato. Ogni qualvolta andava a trovarla presso il San Mungo, il ragazzo riportava a casa e conservava gelosamente le carte delle caramelle che Alice gli offriva con ingenua dolcezza. Per Neville significavano tanto, forse tutto. Erano un dono della mamma, “scarti insignificanti” per gli altri ma che per lui conquistavano un valore immenso.

Quanta sensibilità serbava Neville nel cuore!

Inizialmente timido e goffo, Neville avrà più volte l’opportunità di dimostrare il proprio coraggio, contribuendo anch’egli in maniera decisiva alla sconfitta di Lord Voldemort.

Severus Piton detestava Neville, lo maltrattava quotidianamente a scuola e c’era un bruttissimo motivo dietro questo orribile comportamento: se Voldemort, un tempo, avesse scelto Neville come vittima, Lily sarebbe sopravvissuta. Sull’innocente Neville, Severus gettò un odio che il lettore non può né comprendere né perdonare.

Quando Piton verrà a sapere che Voldemort ha designato il figlio di Lily quale sua nemesi, chiederà al Signore Oscuro di risparmiare la sua amata, ammettendo di non provare pena né per il marito della donna né per il figlio. Non immortalando sul grande schermo queste parti della storia, la figura di Piton, nei film, viene addolcita, delineata come maggiormente “buona”, quando in realtà la grande complessità del personaggio è sita proprio nel suo “grigiore”, nell’impossibilità di stabilire se in lui vi sia più male o bene.

Le sequenze della pellicola in cui riaffiorano i ricordi di Piton, in un dato momento, mostrano Severus che avanza nella casa dei Potter. Egli sa che Voldemort ha già fatto irruzione ed assassinato James Potter. Severus scavalca il suo corpo, procede con una fitta nel cuore, consapevole che potrebbe assistere a quello che più teme nel profondo. Una volta varcata la porta della camera del piccolo Harry, Piton scorge il corpo esanime di Lily. E’ in quel preciso istante che Severus prende piena consapevolezza di ciò che è avvenuto, di ciò che ha, inavvertitamente, contribuito ad attuare. Severus crolla a terra, si lascia andare ad un pianto disperato, a un lamento straziante. Raccoglie il corpo di Lily tra le braccia, lo stringe a sé.

Nella parte finale del romanzo di Victor Hugo – Notre Dame de Paris – Quasimodo abbraccia le spoglie di Esmeralda, devastato dal dolore, e si lascia morire. L’uomo non abbandonerà più la sua amata, reggendola in un abbraccio insistente, in un amplesso senza epilogo, in una stretta che si protrarrà nell’inesorabile scorrere del tempo. Molti e molti anni dopo, quando gli scheletri dei due verranno rinvenuti, alcuni tenteranno di separare i resti di Quasimodo da Esmeralda. Una volta allontanatolo dalle ossa della sua amata, ciò che restava di lui si disgregherà in polvere.

Se avesse potuto scegliere, Piton avrebbe preferito lasciarsi morire con Lily. Sarebbe voluto rimanere laggiù, perdendosi in quelle braccia che cingevano la sua amata, spegnendosi lentamente lì accanto.

Per certi versi, Severus morì quella notte insieme alla donna. Andò avanti senza più prospettive, sogni, facendosi carico di un pentimento dilaniante per tutto il suo avvenire. Il corpo di Piton si mantenne integro perché egli con la mente e con il cuore restò eternamente confinato in quell’abbraccio sempiterno. Se qualcuno avesse provato a staccarlo da lei, se qualcuno avesse tentato di obliare la mente di Severus e cancellare il ricordo di Lily, egli si sarebbe dissolto in tanti pulviscoli spazzati via dall’algido soffio del vento.

La vita di Severus sarà devota ad un unico scopo: proteggere il figlio di Lily. Piton, tuttavia, non svilupperà mai un autentico affetto nei riguardi del protagonista. Questo viene sottolineato in un rapido scambio di battute nel testo letterario, quando Silente domanda espressamente a Piton se questi si sia affezionato al ragazzo. Severus risponde con un rabbioso: “A lui?”, generando poi il suo Patronus che prende le sembianze di una cerva, lo stesso Patronus di Lily: il suo unico pensiero felice.

Nella sequenza filmica, Piton produce il suo Patronus dinanzi a Silente e quella cerva dal colore argenteo, dai contorni limpidi, dalla consistenza evanescente, inafferrabile come un amore perduto, si manifesta nell’ufficio del Preside di Hogwarts, librando per la stanza con un incedere irrefrenabile, colma di vigoria, di dinamismo: era così che Piton rammentava Lily, come una donna piena di vitalità, di energia, di passione e di sentimento. La cerva incede con passo travolgente, calpestando l’astrattezza dell’aria, trottando incontenibile verso la finestra, fuggendo via, svanendo oltre la vetrata.

Piton osserva quell’immagine scaturita dalla sua bacchetta, la vede andare via, correre lontano da lui, esattamente come accadde, in passato, con la stessa Lily che si allontanò per non tornare più. Albus capisce ciò che Piton vuole comunicargli con quell’incantesimo: sta proteggendo e seguiterà a proteggere il ragazzo a scapito della sua stessa vita per devozione a Lily. La donna che ha amato, la donna che ama e che continuerà ad amare in eterno. Per sempre.

Ne “La pietra filosofale”, le prime parole che Severus Piton rivolge ad Harry formano un interrogativo che il professore escogita per mettere in difficoltà il giovane dinanzi a tutta la classe, reo di avere l’aspetto dell’odiato James Potter. Ciò nondimeno, quel quesito che il professore pone al protagonista contiene fra le righe dei riferimenti sibillini, acuti, dotti.

Piton incalza Harry chiedendogli: “Cosa ottengo se verso della radice di asfodelo in polvere in un infuso di artemisia?”

L’asfodelo è una pianta che appartiene alla famiglia delle Liliaceae, come il giglio, termine che in inglese corrisponde a “lily”.

Nell’Antica Grecia, l’asfodelo era interconnesso con l’Oltretomba, col regno delle anime scomparse. Secondo la mitologia greca l’asfodelo è un fiore che cresce nei Campi Elisi, beneficiato dall’immortalità, poiché le sue foglie vantano la capacità di rigenerarsi.

L’asfodelo simboleggia il rimpianto, nonché il ricordo oltre la morte; l’artemisia, dal canto suo, esprime in forma simbolica l’assenza, la mancanza. In quella estemporanea interrogazione, Piton comunica in maniera sottintesa ad Harry, mediante il proprio sapere, l’amore che egli prova per Lily, il vuoto che patisce quotidianamente per la di lei morte prematura, il rimorso che lo affligge.

Nel cinema, l’asfodelo è stato, talvolta, associato al corteggiamento, all’amore sognante.

Nell’opera di Tim Burton “Big Fish – Le storie di una vita incredibile”, il protagonista Edward Bloom per conquistare Sandra Templeton, la donna di cui si è innamorato, le fa recapitare sotto casa un cospicuo numero di piante di asfodelo, che riempiono il giardino facendolo apparire color dell’oro, come un cerchio di sole che tutto irradia. In inglese, i fiori che Edward porta in dono a Sandra sono detti “Daffodils”, che somigliano più precisamente ai narcisi gialli. Nell’adattamento italiano, “asfodeli” corrisponde ad una traduzione arcaica di “Daffodils”.

Edward e Sandra tra gli asfodeli, Big Fish

Il nome asfodelo deriva dal greco e significa “la valle di ciò che non è stato ridotto in cenere”. Si tratta di un riferimento ai tuberi della pianta che resistono al calore e alla vicinanza del fuoco.

L’asfodelo rappresenta pertanto anche ciò che resiste, che perdura, come un amore vero e imperituro. Di fatto, il sentimento che Edward avverte per Sandra è grande, duraturo, inesauribile e lo accompagnerà per tutta la sua vita. Per Edward esisteranno al mondo solamente due donne: Sandra e poi tutte le altre, ovvero particolari femminili generici che non distoglieranno mai i suoi pensieri dalla sua adorata moglie.

In egual modo, anche per Severus Piton esisteranno due sole donne: Lily, il cui ricordo si manterrà intatto senza mai disfarsi in cenere, e poi tutte le altre che incontrerà lungo il suo arco vitale e che non significheranno mai nulla per lui.

Quando la situazione precipita, nella parte conclusiva de “Il principe mezzosangue”, Piton è costretto ad adempiere il volere dello stesso Silente: ucciderlo. Con un tale gesto, Severus si sarebbe nuovamente e definitivamente guadagnato la fiducia di Lord Voldemort e avrebbe evitato a Draco Malfoy di compromettere la propria anima con un delitto. Silente era già stato condannato a morte dal destino, un morbo generato dallo stesso Signore Oscuro. Prova ne è che lo stava annientando un brutto male. Questo, però, non faciliterà il compito a Piton, che dovrà uccidere a sangue freddo l’unico amico che aveva, il solo che conosce la parte più bella e nobile della sua persona, quella parte che arde ancora d’amore, e poi ancora, per un’unica e sola donna.

Piton nascose a tutti il lato migliore di sé stesso, fino a che non esalerà l’ultimo dei suoi respiri. Piton resterà al fianco dell’Oscuro Signore tentando di impedirne il trionfo permanendo tra le schiere del nemico. L’impresa, tuttavia, esigerà la sua vita. Piton si spegnerà lentamente. Prima di spirare, chiederà ad Harry di custodire alcune gocce delle sue lacrime nella cui sostanza sono racchiuse le sue memorie.

Piton muore chiedendo ad Harry di guardarlo: l’ultimo preside di Hogwarts si tufferà in quello sguardo di Harry, in quegli occhi che erano identici a quelli di Lily. Severus proverà la confortevole illusione di rimirare la sua adorata, che lo guarda e lo accompagna, rasserenandolo mentre il respiro viene a mancare.

L’amore di Severus Piton per Lily – incastonato tra il romantico e la fedeltà assoluta, tra la malsana ossessione e il tormento struggente - era profondo come gli abissi dell’oceano, vasto come un mare di stelle, illimitato come l’universo, inesauribile come il tempo che scorre, che tutto avvolge e divora, che da sempre esiste e in eterno esisterà.

Piton è certamente il personaggio più intricato della saga di Harry Potter; un essere grigio, adombrato da un cappuccio di tenebre e ridefinito da una luce che balena dal profondo.

Severus era un mago di eccezionale bravura. Era addentro nelle arti oscure, possedeva notevoli conoscenze nell’ambito delle pozioni, ed era un occlumante di spiccata abilità. Nessuno riusciva a penetrare la sua mente, carpire le sue riflessioni. L’abilità di Piton nell’Occlumanzia simboleggia l’essenza stessa del personaggio.

Così come nessuno dei protagonisti della storia riesce a valicare la mente di Piton, leggere i pensieri che in essa fluiscono liberi, scoprire cosa prova davvero nella sua intimità, nel suo cuore, allo stesso modo nessuno dei lettori può realmente riuscire a tradurre completamente l’animo, il cuore, la mente di Piton.

Tutti noi possiamo provare a farlo, sforzarci, tentare di insinuarci in lui ma sbatteremmo contro una cortina impenetrabile, un macigno che sbarra l’accesso.

Piton è un personaggio racchiuso in un costume che non può essere strappato, un uomo cinto da uno scudo infrangibile, da una muraglia che rende impercorribile l’accesso al suo vero Io. Di Piton, tutti noi possiamo intuire e scoprire tanto e al contempo molto poco.

"Harry" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Colui che salutò la Morte

I sei Horcrux creati volutamente da Lord Voldemort verranno annientati nei modi più disparati e da soggetti sempre diversi.

Il Diario di Tom Riddle, come ben sappiamo, venne trafitto da Harry nell’atto finale de “La camera dei segreti”. In seguito, l’Anello di Orvoloson Gaunt verrà mandato in frantumi da Albus Silente, il Medaglione di Salazar Serpeverde sarà infilzato da Ron, la Coppa di Tosca Tassorosso danneggiata irreparabilmente da Hermione, il Diadema di Priscilla Corvonero verrà dato inavvertitamente alle fiamme da Vincent Tiger e infine Nagini verrà decapitata da Neville.

Vi è però un settimo Horcrux, creato involontariamente da Voldemort la notte in cui tutto ebbe inizio, quando cercò di uccidere il piccolo Harry, protetto dalla più potente delle magie, l’amore di una madre: quello scudo invisibile si frappose e fece rimbalzare la maledizione senza perdono indirizzandola su Voldemort stesso; un frammento dell’anima del Signore Oscuro, allora, si attaccò ad Harry. Nell’interiorità del protagonista si trova, dunque, un tassello dell’anima di Voldemort.

Harry infine lo capirà. Intuirà la verità durante una tregua nel conflitto e saprà cosa fare.

Harry andrà incontro alla morte per eliminare quello che giace, latente, in lui.

Nel libro Harry prende la decisione di accettare l’inevitabile e di accogliere il “sonno eterno” in solitudine. Harry indossa il Mantello dell'Invisibilità per sgattaiolare via, per passare inosservato, per evitare lo sguardo dei suoi amici, che egli guarda per l'ultima volta prima di percorrere da solo il sentiero che lo condurrà al bacio del crepuscolo.

Harry non dice nulla a Ron e neppure ad Hermione perché sa che entrambi se ne fossero a conoscenza non gli permetterebbero mai di andare, di consegnarsi a Voldemort.

Nel film, Hermione ha intuito da tempo che un pezzo dell'anima del Signore Oscuro risiede in Harry. La scena in cui Hermione abbraccia il suo migliore amico, dicendogli addio, mentre quest'ultimo rivolge un ultimo sguardo anche verso Ron, che ricambia la sua espressione triste, è certamente toccante e pregna di emozioni, ciò nonostante risulta essere una scena priva di senso, che mal si adatta al carattere dei personaggi.

Per come li conosciamo, Ron e Hermione non avrebbero mai permesso che Harry lasciasse la scuola, e si recasse a morire. Per nessuna ragione al mondo. Avrebbero soppesato altre possibilità, pur sapendo che non ve ne erano, vagliato altre soluzioni, anche se ciò avesse significato mentire a sé stessi, avrebbero fatto qualunque altra cosa ma non avrebbero mai lasciato che Harry si “arrendesse”. Ecco perché nel libro il tutto si verifica in quel modo, ecco perché Harry cela sé stesso sotto il mantello. 

Come il terzo fratello della fiaba, Harry, il ragazzo che reca con se proprio quella cappa che lo rende invedibile, si incammina per guardare la Morte negli occhi, per riceverla, per salutarla come un’amica che non può essere respinta.

Qualche minuto prima di scorgere la sagoma del Signore Oscuro e dei suoi accoliti, Harry si rende conto che il boccino donatogli da Silente, quell'oggetto che ha una memoria tattile e che porta con sé un enigma, "Mi apro alla chiusura", è ora pronto a schiudersi, proprio nel momento in cui tutto si sta chiudendo attorno ad Harry. Nel boccino vi è serbata la Pietra della Resurrezione. Harry la guarda, e poi la lascia cadere. Non la vuole. Egli è pronto ad acconsentire al volere della Morte senza lottare. È questo ciò che fa di lui un Padrone della Morte.

La leggenda popolare recita che colui che riunisce i tre Doni diventa una sorta di “Signore della Morte”, un suo “Proprietario”, come se essa potesse obbedire e sottomettersi a qualcuno. Invero solamente chi accetta la sua natura mortale, che ricambia lo sguardo della Livellatrice senza provare repulsione è un Padrone della stessa, poiché acconsente alla sua ineluttabilità, rivolgendosi ad essa da pari a pari. Voldemort non ci sarebbe mai riuscito, avrebbe tremato dinanzi a quella essenza smunta che reclamava la sua anima troncata in 7 schegge. Harry no, pur essendo soltanto un ragazzo è pronto a dire addio al creato, ai suoi affetti, al suo amore, alla sua vita. 

Il protagonista, con un coraggio senza eguali, si addentra nella Foresta Proibita. Lì, poco prima della fine, vede gli spiriti dei suoi genitori, James e Lily, del suo padrino Sirius, del suo professore più caro, Lupin. Costoro sono apparsi per dargli sostegno, per infondergli ulteriore coraggio, per dirgli che resteranno accanto a lui.

Harry è terrorizzato, ma le sue gambe non smettono di muoversi. Egli avanza e raggiunge il Signore Oscuro. Al cospetto di Voldemort, Harry non batte ciglio, vede la Morte riflessa negli occhi serpentiformi del suo acerrimo nemico e la approva. Harry si fa lambire dall’Avada Kedavra di Voldemort e muore.

Hagrid, che ha assistito alla scena, prigioniero dei Mangiamorte, non riesce a cederci, e non ha più la forza di ribellarsi. Il mezzogigante viene incaricato di trasportare il corpo esanime di Harry fino alla scuola. Hagrid porta quei resti con sé.

Era cominciata così, la storia.

Quando Harry non era che un frugoletto, se ne stava infagottato fra le braccia di Hagrid, appisolato come un bimbo indifeso. Adesso, Hagrid portava con sé le spoglie di quel giovane sopravvissuto e cresciuto come ragazzo, come uomo, sacrificatosi per salvare il mondo magico. E’ un passo estremamente simbolico: il mezzogigante, che ha condotto Harry all’alba della sua storia, trasporta ora quello che egli crede essere il cadavere del mago, senza più un alito di vita fra le proprie membra. Il principio e la fine che si intrecciano drammaticamente.

All’inizio della storia, Hagrid portava fra le sue mani un nascituro che aveva tutta l’esistenza davanti a sé, ora reggeva fra le braccia un ragazzo a cui quella vita era stata strappata via. Ma non era così. Harry respirava ancora. Il sangue di sua madre lo aveva protetto di nuovo. Fu l’Horcrux a perire.

Harry si ridesterà, e riprenderà a combattere.

  • La Battaglia di Hogwarts

Nel girare su pellicola la guerra per la conquista e la difesa della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, Yates non riesce del tutto a dare quel tocco di epicità, quel tratto memorabile, quell’elemento grandioso ed eroico che si percepisce, pagina dopo pagina, nel romanzo.

Lo scontro tra Harry e Voldemort è avvincente ma altresì caotico, frettoloso, spogliato da quella maestosità che nel libro fuoriesce dalle pagine, essendo tanto sovrabbondante.

Nel romanzo, Harry fronteggia Voldemort nella Sala Grande, dinanzi a molti presenti. Lo appella come Tom, sdrucendogli quella astratta tunica divina che Voldemort col suo nome inventato si era messo indosso, lo ammonisce, lo mette in guardia dal pericolo a cui lo stesso Signore Oscuro si sta avvicinando, poiché la sua potentissima bacchetta lo tradirà. Harry giganteggia con la sua oratoria, rimpicciolendo quel nemico potentissimo, spaventoso, ma pur sempre soggetto all’errore, alla tracotanza, alla morte che sta sopra di lui. Harry sguaina la bacchetta, controbatte all’incantesimo di Voldemort. Nel loro ultimo scontro, Harry riesce a prevalere e la Bacchetta di Sambuco, ingannatrice, rivolge l’incantesimo mortale contro colui che la tiene in mano. Voldemort cade in terra e muore.

Nel film, la scena in cui Harry incrocia gli incantesimi con Voldemort è visivamente molto bella e regala anche una certa tensione. Le fasi in cui, contemporaneamente, Ron e Hermione fuggono da Nagini, stremati e terrorizzati, cadono tra i ruderi, stringendosi in lacrime, e Neville neutralizza il serpente, sono certamente d’effetto. Eppure, la caduta di Voldemort e i successivi momenti finali lasciano il sentore che tutto avrebbe potuto avere una messa in scena di maggiore impatto, in cui dilungarsi oltre.

Nel lungometraggio, quando Voldemort viene abbattuto, Harry passeggia per i corridoi senza ricevere il giusto tributo, l’entusiasmo della sua gente, dei suoi compagni. Questi ultimi se ne stanno in disparte, feriti, sconvolti dall’orrore della guerra, dalle perdite subite, ma impassibili nei suoi confronti. La scena risulta emotivamente debole e deludente. Nessuno degli studenti di Hogwarts raggiunge Harry, nessuno lo accoglie, lo porta in trionfo, gioisce insieme a lui per ciò che egli ha appena compiuto. Harry ha battuto il più grade mago oscuro di ogni tempo, ha liberato il mondo magico da un male che pareva invincibile. Eppure Harry avanza solitario, come se nulla fosse successo.

Il regista non riesce a restituire agli spettatori il senso di trionfo, la vittoria soffertissima che Harry e i suoi amici hanno ottenuto.

Pensiamo, ad esempio, a ciò che riuscì a fare Peter Jackson nei momenti più concitati de “Il ritorno del re”. Durante la battaglia davanti al Nero Cancello, tramite una regia di alta scuola e ad un montaggio impeccabile, Jackson trasmette agli spettatori una sensazione di sofferenza, di strazio, di fatica. Aragorn, Legolas, Gimli, Gandalf si battono senza sosta, sfiniti, fiaccati da un conflitto senza un’apparente conclusione. Nello stesso tempo, Frodo e Sam lottano con Gollum, tra le fiamme del Monte Fato, per gettare nel fuoco l’Anello. Jackson suscita tensione, comunica al pubblico l’immane fatica che i personaggi stanno tollerando, rendendo la distruzione dell’Unico Anello per ciò che è: un’impresa senza eguali, insperata e per questo incredibile.

Le inquadrature che Jackson dedica ai volti dei vari guerrieri quando l’Anello viene gettato nel baratro infuocato sono eloquenti. Tutti i personaggi appaiono commossi, stupiti, increduli dal bene che sta prevalendo. Nelle riprese successive, il regista si concentra su Frodo e Sam, sulle loro gesta, sul merito di ciò che hanno portato a termine, sulle lacrime che scorrono sulle loro guance. I due hobbit ce l’hanno fatta, hanno adempiuto alla loro missione, hanno scritto la pagina più importante delle cronache della Terza Era.   

Ne “I Doni della Morte Parte Seconda”, la Battaglia di Hogwarts è trasposta con un ritmo travolgente ma anche con una velocità eccessiva, che non permette di cogliere l’intensità della fase culminante dell’opera di Harry Potter. Alcuni personaggi come Lupin, Tonks, Fred, muoiono senza che il regista indugi a sufficienza sulla drammaticità della loro perdita. Yates si limita a delle inquadrature rapidissime, semplici, prive di empatia, confermandosi un regista freddo, che il più delle volte esegue senza interpretare.

La parte terminale de “I Doni della Morte” meritava, in pellicola, una trasposizione altrettanto epica, che desse più peso all’impresa realizzata da Harry, Ron e Hermione, che mostrasse maggiormente il valore di quella vittoria soffertissima. La sequenza immediatamente successiva al tracollo dell’Oscuro Signore è troppo “ingessata”, spedita, piatta, così distante dalla bellezza, dall’emozione, dalla imponenza del testo da cui il film è tratto. Sembra che sia stato sbaragliato un rivale qualunque, e non la più terrificante minaccia che seguitava a ripetersi, che continuava a ripresentarsi, che nessun mago e nessuna strega che avevano a cuore la libertà riuscivano ad estinguere.

  • Dio e uomo

Nel libro, il corpo del Signore Oscuro cade a terra e lì resta fermo, a giacere con una solenne banalità. Col passare dei minuti, molti si avvicinano al cadavere del Signore Oscuro. Questi ha ancora un aspetto inquietante, ma più lo si scruta più esso risulta un guscio normale. I resti di Voldemort sono spoglie umane, che possono essere scrutate, toccate, e non possiedono nulla di straordinario, nulla di divino.

La salma di Tom Riddle se ne resta inerme al suolo. Un che di incredibilmente simbolico: Voldemort, nonostante tutti i tentativi di divenire un essere superiore, di elevare il proprio corpo al di sopra dell’umana fragilità, era morto e appariva come un uomo qualunque. Non vi era nulla di speciale, in fondo in lui, se non la malvagità più pura.

Voldemort si era dannato inutilmente: i suoi resti mortali, che potevano essere ammirati, disprezzati da tutti, erano gettati lì per terra, senza nulla di regale né di divino ad avvolgerli. Voldemort era un mortale, dopotutto, non era un essere superiore, un dio da temere.

Per lunghi anni, quasi tutti gli abitanti del mondo magico non volevano neppure pronunciare la parola Voldemort, come se le orecchie di questo essere potessero udire ogni cosa, sentire chiunque osasse pronunciare il suo nome invano; per questo la comunità magica si riferiva a lui come “Tu-Sai-Chi” o “Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato”, perché i più temevano che il mago oscuro possedesse una natura sconosciuta, superiore, forse onnisciente. Anche nell’Antica Grecia vi era un credo simile. I greci preferivano parlare raramente di Ade, per non attrarne la collera. Pochi erano i miti che coinvolgevano la sua figura e la maggior parte delle persone tendeva a non pronunciare mai il suo nome.

Ade era il Signore degli Inferi, pertanto i vivi sceglievano di non pronunciare il suo nome, paventando la possibilità che il dio potesse vendicarsi. Talvolta, per non chiamarlo direttamente in causa, i greci erano soliti riferirsi ad Ade con molteplici soprannomi, uno era piuttosto diffuso: Aïdoneus, che significa Colui che non si vede.

I greci, dunque, nominavano raramente Ade. Questa paura legata ad un singolo nome aleggia anche nel mondo magico partorito da J.K. Rowling. Il termine Voldemort era sinonimo di terrore, di disgrazia, di morte.

Invero, Lord Voldemort era soltanto un appellativo, un anagramma che il mago oscuro ottenne dal nome che sua madre aveva scelto per lui: Tom Orvoloson Riddle. Non vi era nulla di sovrumano, di divino in lui. Voldemort era un mago potentissimo, che più di tutti si avvicinò ad un limite su cui nessun altro si era mai saggiamente spinto, ma pur sempre un uomo. Voldemort voleva divenire un dio, essere venerato e temuto dalle altre persone. Ma restò un mortale. Nel film questo passaggio simbolico e profondissimo viene meno: Voldemort assume i contorni dell’essere soprannaturale, e quando muore il suo corpo si disfa in coriandoli d’epidermide, spazzati via dal gelido soffio della morte.

  • Il serpente che rinasce e quello che muore, il serpente che ama e quello che non prova nulla

Citando nuovamente la figura del dio Ade si potrebbe aggiungere che il Signore dell’Oltretomba veniva sovente raffigurato mentre sedeva su di un trono e ai suoi piedi strisciava un serpente, un animale minaccioso, fatale, che richiamava il pericolo e la fragilità dell’esistenza umana.

Il serpente è una bestia strettamente legata a Voldemort, come è ben noto. Il Signore Oscuro era un discendente diretto di Salazar Serpeverde, era un rettilofono ovvero possedeva la capacità di parlare con i serpenti; essi lo trovavano ovunque fosse, sibilavano frasi, suggerimenti, moniti, e lo stesso Signore Oscuro era solito aggirarsi con un enorme colubro costrittore al seguito, Nagini, uno dei suoi Horcrux.

Ma il serpente cosa rappresenta in genere?

Nell’Antica Grecia il serpente assumeva significati ambivalenti: era un essere temuto per il suo veleno ma comunque ammirato come metafora di aggressività, destrezza, di vita stessa in quanto propiziatore di fertilità.

Il rettile veniva associato altresì ad Asclepio, il dio della medicina, poiché veniva inteso come un simbolo di guarigione: la muta del serpente esprimeva il concetto della ciclica rinascita. Ancora, l’uroboro, il serpente che si morde la coda formando un cerchio senza fine, è un’icona antichissima presa a modello da molteplici culture, come gli antichi egizi. In genere, l’uroboro rappresenta il potere che divora e riforgia sé stesso, l’ineluttabile ritorno, il tempo infinito, l’eternità, l’immortalità: tutti elementi che possono essere accostati al percorso dello stesso Lord Voldemort, colui che ricercò il potere, che si fece divorare e fortificare da esso, che inseguì la vita eterna, colui che fece ritorno dopo aver perso il proprio corpo, che si rigenerò tentando di mantenere la propria invulnerabilità.

Voldemort bramava la vita immortale e il serpente, che era il suo emblema, rimarca anche il concetto del cambiamento di pelle, della rinascita e quindi della vita perpetua, del male che si protrae.

Nella tradizione cristiana il serpente è un’espressione del Diavolo. Esso è un animale subdolo, strisciante, tentatore, manifestazione del male nel suo aspetto più insinuante e viscido. Voldemort è proprio l’incarnazione di un male primordiale.

Ma il serpente può essere inteso come una creatura capace di amare?

La figura del serpente come simbolo di rinascita, di cura, di rigenerazione e, quindi, di amore è stata a mio avviso trattata in una nota opera di un grande drammaturgo.

Nel 1957 fu portato per la prima volta in scena a teatro il dramma di Tennessee Williams “La discesa di Orfeo”, da cui nel 1960 fu tratto un adattamento cinematografico intitolato “The Fugitive Kind”, in italiano “Pelle di serpente”.

Protagonista di quest’opera, ambientata negli anni ’50, è Valentin Xavier, un musicista che sussiste nel mistero, senza radici, senza passato, un nomade in perenne peregrinazione. Valentin vaga di città in città con una chitarra a tracolla – strumento musicale a cui è visceralmente affezionato e che mantiene incise sulla cassa armonica le firme di tanti musicisti Jazz che hanno il proprio nome “scritto nelle stelle” - e una giacca ricavata dalla pelle di un serpente, da cui non si separa mai.

Per questo suo modo di vestire, egli viene soprannominato dai pochi che lo conoscono “Pelle di serpente”. Val approda in una contea di campagna, una cittadina avulsa dal mondo esterno in cui regna il benessere ma anche la discriminazione, la misoginia, il razzismo, la violenza.

Val è un uomo disilluso, rassegnato, quando incontra Lady Torrance, una signora più grande di lui di qualche anno, che si trascina tristemente in un contesto scialbo e slavato. Lady sembra essere una donna priva di calore, senza sogni né speranze dal giorno in cui il padre, a cui era molto legata, è perito in un incidente.

In quel luogo, tempo prima, Lady gestiva insieme al genitore una florida fattoria, ricca di vigne, di coltivazioni e di alberi da frutto rigogliosi. Con loro lavoravano diversi braccianti dalla pelle scura che Lady e il padre trattavano in modo paritario, con la dignità, il rispetto e la benevolenza che si doveva loro. Nel cuore di Lady e del proprio genitore non vi era l’odio razziale né tantomeno alcun senso di superiorità. Tutto questo non era ben visto dagli altri cittadini, dagli uomini soprattutto, che giudicavano le persone di colore immeritevoli di alcuna considerazione, nulla più che semplici schiavi da sfruttare e da percuotere costantemente. Una notte, un manipolo di uomini, la cui identità restò sempre un mistero, si avviò verso il podere dandolo alle fiamme. Accortosi di ciò che stava accadendo, il padre di Lady corse alla fattoria, tentando disperatamente di spegnere le fiamme. Fu in quella circostanza che perse la vita, in quelle stesse vampe infernali che non gli lasciarono scampo.

Lady è morta con lui, quel giorno, anche se il suo corpo si ostina ad andare avanti e il suo cuore a battere. L’anima di Lady non si è più ripresa, gironzola raminga in quell’inferno sulla Terra. La donna prova dubbio e diffidenza verso tutti coloro che la circondano, compreso l’anziano e violento marito, che potrebbe essere stato tra i carnefici del padre di Lady. Questo costante dubbio (che verrà purtroppo confermato) lacera lo spirito della protagonista, che sospetta di vivere accanto ad un essere losco e crudele, verso cui non ha mai provato alcunché, se non il disgusto. 

Val incontra Lady nel corso di una notte insonne. I due parlano in maniera sciolta, confidandosi, scoprendo un’intesa, una sintonia, una connessione estrema e rovente tanto da innescare un evidente stato di tensione sessuale tra i due.

Val e Lady, Pelle di serpente

In quei loro discorsi, Pelle di serpente esprime la sua personale visione del mondo, la sua riflessione sulla gente, sulle categorie in cui si dividono gli esseri umani. Molti credono che esistano due tipi di persone: i compratori e coloro che vengono comprati. Pelle di serpente è convinto che esista anche una terza tipologia: gli erranti, quelli che non possono fare sosta ovunque vadano.

Stando a quello che Val afferma, vi sono in natura degli uccelli che non hanno le zampe e sono costretti a trascorrere tutta la loro vita standosene su, in aria. Val ne ha visto uno, tempo prima. Lo vide morire e precipitare al suolo. Lo raccolse tra le mani, era leggero come un corpo senza ossa né carne, le sue piume erano blu, era poco più grande di un dito ma la sua apertura alare era sorprendentemente ampia. Quelle ali non avevano colore, erano trasparenti.

Quell’uccello era un’anima libera, invisibile, appena percettibile poiché inconsistente come l’alito del vento e poteva volare senza stancarsi, senza mai venire catturato da alcun predatore. I falchi, infatti, non riescono a ghermire questi uccelli, perché non li vedono. Il corpo blu permette loro di mimetizzarsi, essi si confondono con il cielo divenendo tutt’uno con esso nelle mattine in cui il sole splende luminoso. E nei giorni di pioggia, quando le nuvole oscurano i raggi solari e la volta celeste si fa cinerea, questi uccelli volano ancora più in là, tanto in alto che ai falchi verrebbero le vertigini.

Quegli augelli non hanno “gambe”, vivono sorreggendosi con le loro ali, dormendo sull’aura, per non planare mai. Scendono una volta soltanto, quando muoiono.

Pelle di serpente si vuol paragonare a quei volatili: vaga con perseveranza da un posto ad un altro, non vuole soffermarsi, indugiare, perché allontanandosi dal mare, da quella corrente che lo trasporta dappertutto, e mettendo i piedi sulla riva sentirebbe d’esser finito, di morire. In quel posto dove è appena giunto, però, vi è qualcosa che può arrestare il suo volteggiare perpetuo, il suo incedere inarrestabile, il suo navigare a vele spiegate: una donna, Lady.

Costei è un aquila a cui sono state spezzate le ali. Ha bisogno d’essere curata, di guarire, per poter tornare a spiccare il volo. Val può aiutarla, sostenerla, spingerla a tornare a vivere. E così accadrà: i due si innamoreranno, diverranno amanti e un giorno Lady scoprirà di essere incinta. Per Lady questa rivelazione assumerà il valore di un autentico prodigio. Era stata dichiarata sterile, ma ecco che un figlio, una nuova vita che aveva a lungo desiderato stava crescendo in lei nonostante la sua età avanzata. Come gli Antichi Greci credevano che il serpente potesse divenire simbolo di rigenerazione, di rinascita, così avviene nell’opera di Williams in cui un uomo, che porta sempre addosso la pelle di un serpente, salva una donna, la tira via dalla sua sofferenza, le dona calore, conforto, amore, passione, rendendola anche madre.

La vita che sboccia nel grembo di Lady è un miracolo, una “fioritura” che germoglia in un campo infertile, un prodigio che riporta alla memoria della donna un accadimento del suo passato, quand’ella vide spuntare un frutto su un albero vecchio e rinsecchito.

I due amanti pianificano di fuggire da quella cittadina pericolosa, ma non ci riusciranno. La crudeltà umana, la cattiveria, la violenza li fermerà. Val e Lady saranno vittime di un tragico destino, insieme. Eppure, nulla di ciò che hanno vissuto è stato vano: Lady è tornata in superficie, è emersa da quell’Ade diabolico, anche se per poco tempo, Valentin ha amato con intensità anche se brevemente. Entrambi potranno rincontrarsi nell’aldilà, distanti da quel mondo ingiusto e cruento. Le loro anime, forse, voleranno libere come quegli uccelli che nessun predatore alato riusciva a vedere, oltre il cielo, oltre la vita terrena.

Il titolo originale dell’opera di Williams, “La discesa di Orfeo”, è un evidente richiamo al mito greco. Orfeo oltrepassò la soglia degli Inferi per riottenere la sua amata Euridice, morta proprio a causa del morso di un serpente. Il suonatore di Lira, facendo echeggiare le arie del suo strumento, persuade Ade e Persefone, muovendo a compassione il re e la regina del regno dei morti, i quali gli permettono di portare via l’anima di Euridice a patto che Orfeo non la guardi mai negli occhi finché entrambi non saranno ben oltre le sponde dell’Acheronte. Orfeo resisterà per tutto il tragitto, cedendo alla tentazione di riammirare la sua amata proprio alla fine, quando le luci dell’alba irradieranno l’ingresso dell’Oltretomba. Euridice allora scomparirà sotto lo stesso sguardo impotente di Orfeo, morendo per la seconda volta. Il cuore di Orfeo smetterà di battere in quell’istante: egli non amerà mai più un’altra donna. Non vivrà più come prima.

Valentin era anch’esso un musicista, non recava con sé una piccola lira ma una chitarra. Anch’egli come Orfeo discenderà in un inferno, quella cittadina di campagna circondata da esseri dannati e meschini, spiriti vendicativi e malvagi, e proverà a riportare sul piano esistenziale l’anima della sua amata. Sia Val che Lady, però, moriranno, e forse al di là del tempo e dello spazio, in un magico paradiso si riuniranno, ritrovando la pace.

Valentin incarnava le caratteristiche del serpente che porta nuova vita con sé, guarigione, amore.

Lord Voldemort, differentemente da Val, da quell’uomo che aveva sulle spalle quella pelle di serpente, non è capace di amare. Egli non prova nulla, né affetto né attrazione né bramosia fisica.

Voldemort non desiderò mai una donna, non agognò nessuna compagna, non volle mai unirsi carnalmente, né per voluttà né per generare un’altra vita, poiché l’unico piacere che egli poteva provare derivava dalla ricerca di un sempre maggiore potere. Tom Riddle provava solamente interesse per sé stesso, personificando il carattere egoista, insensibile del serpente solitario.

I tre protagonisti principali della storia generata dalla penna di J.K. Rowling, Harry, Ron ed Hermione, amano con tutte le loro forze. Amano i loro cari, la loro famiglia, i loro amici. L’amore che essi provano li sprona a lottare, perfino a sacrificarsi se necessario.

L’amore è quel sentimento che domina le scelte, le azioni, le decisioni, i gesti di molti personaggi della saga. Lily e James Potter morirono per tentare di proteggere la testimonianza vivente del loro amore, Harry. Frank e Alice Paciock lottarono contro le forze del male per cercare di offrire al figlio che tanto amavano un futuro in cui Voldemort non avrebbe regnato incontrastato.

Anche Severus Piton sacrificò parte della sua esistenza per un amore non corrisposto. L’amore provato da molti dei personaggi della saga li rende superiori a Voldemort, un essere che non sa cosa sia l’amore.

Ron era deciso a morire per amore. Quando furono attaccati dai Mangiamorte, in un locale, si gettò sul tavolino spingendo Hermione via, per evitare che venisse colpita, incurante di quello che sarebbe potuto succedere a lui. Ancora, in seguito, implorò gli aguzzini di scegliere lui per torturarlo e ucciderlo se necessario purché lasciassero Hermione. E la stessa Hermione, quando Ron andò via per quelle lunghe e devastanti settimane, non riusciva a trovare conforto, una flebile gioia, tanto era il senso di vuoto, la carenza che si era formata in lei. L’amore come quello di Hermione e Ron è una forza immensa come il firmamento.

Harry, il principale avversario del Signore Oscuro, sapeva cosa voleva dire amare. Egli amò perdutamente i suoi genitori, anche se non poté conoscerli. Quando riguardava una loro fotografia, un’immagine incantata che li eternava in movimento, sereni e sorridenti, Harry sentiva il suo cuore sommerso da un amore che non si poteva attenuare. Harry amava i suoi amici, Ron ed Hermione. Durante la sua crescita, si invaghì di una giovane ragazza, Cho, per poi innamorarsi perdutamente di Ginny. L’amore ha sempre fatto parte della vita di Harry. E’ questa la cosa che differenzia maggiormente il personaggio cardine dell’opera di J.K. Rowling dall’antagonista Voldemort: la facoltà di amare.

Voldemort non ebbe amori, amicizie, spezzò la sua anima, la deturpò. Morirà solo. Di lui resterà un ricordo, terribile, ma pur sempre un ricordo. Il terrore che voleva promanare in eterno si disperderà gradualmente non appena egli morrà, fino a scomparire del tutto.

  • Fine e principio

Durante le ultime sequenze, a battaglia ormai conclusa, Harry procede solitario finché vede Hermione e Ron camminare mano nella mano. Il giovane comprende che i due, finalmente, si sono dichiarati reciprocamente il loro amore, e si sono uniti. Ron ed Hermione ridono, intimiditi, ed Harry risponde a sua volta con un sorriso radioso e appariscente. Una circostanza che ricorda ciò che accadde verso la fine de “La pietra filosofale”. Allora, Harry aveva sconfitto Raptor e si era risvegliato nell’infermeria della scuola. Lì aveva avuto un toccante scambio di battute con il professor Silente. Poco dopo, il ragazzino avanzò solo soletto e mirò Hermione e Ron che stavano parlottando assiduamente e sogghignando senza freno. Harry li ammirò felice. Ron ed Hermione si accorsero di lui, e lo salutarono.

Questa stessa scena, che si è svolta al principio della storia di Harry Potter, si ripete, con le dovute differenze, nel finale. Harry rivede Ron ed Hermione da una certa distanza, ancora insieme, ancora felici, questa volta in veste di fidanzati.

Le due scene sono le strofe di una splendida poesia a cui sono state composte le ultime rime.

  • Hai dello sporco sul naso…

Diciannove anni dopo, Harry e Ginny sono sposi. I due stanno accompagnando i loro figli al binario 9 ¾. Harry si accorge che il suo secondogenito, Albus Severus, è piuttosto intimidito.

Harry gli si affianca con dolcezza, lo guarda e gli sussurra: “Insieme!”. Quanto tempo è passato dalla prima volta in cui Harry percorse quella stazione!

Chissà se Harry ci stava pensando su, in quei momenti. Chissà se la sua mente si era messa a rivangare il passato, a ripensare, più precisamente, a quando quel mattino di tanti anni prima vagava senza una meta chiara, confuso e perplesso, alla ricerca del fatidico binario 9 ¾.

Quel giorno, Harry poteva contare solo su sé stesso. Non aveva nessuno accanto, né un padre né una madre a dirgli cosa fare. Per sua fortuna, incontrò la signora Weasley e un bambino dai folti capelli rossi che sarebbe diventato suo amico. Da adulto, la situazione era notevolmente diversa. Harry era un padre ora, ed era pronto più che mai ad aiutare suo figlio a eseguire quel primo passo, ad attraversare la barriera che li avrebbe portati all’Espresso per Hogwarts. Pronunciando quella esortazione, “Insieme!”, Harry fa capire al figlioletto che non è solo, che c’è lui al suo fianco e che uniti possono avanzare senza paura. Da bambino, Harry dovette fare tutto in solitudine. Da padre, sapeva quanto la sua vicinanza sarebbe stata importante per il proprio ragazzo. Albus Severus prende coraggio e insieme ad Harry supera il muro di mattoni. Ma le paure del piccolo non sono terminate.

Questi si ferma per allacciarsi una scarpa, ma il suo volto non mente: qualcosa lo preoccupa.

Egli teme di deludere il suo papà. Glielo dice espressamente: “Papà, e se mi mettono in Serpeverde?”. Harry lo tranquillizza subito: Albus Severus non ha nulla da temere, non potrà mai deluderlo, dopotutto egli porta il nome di due presidi di Hogwarts e uno di essi era proprio un Serpeverde ed era uno degli uomini più coraggiosi che Harry avesse mai incontrato.

Laggiù, vicino ad uno dei vagoni, vi sono Ron ed Hermione. Sono anch’essi sposi, e stanno accompagnando la loro primogenita Rosie. Hermione, con il suo solito piglio e con la sua proverbiale cura per i dettagli, sta aiutando la figlia a portare con sé tutto ciò che le potrà occorrere. D’un tratto, la bacia sulla fronte e la stringe a sé con tutto l’amore che una madre può dare. Ron se ne sta lì accanto, tiene sotto braccio il piccolo Hugo, e osserva sua moglie e Rosie travolto dall’emozione.

Harry li raggiunge. Il trio si riunisce, poco prima che l’Espresso inizi a sferragliare sui binari. Rosie, seduta vicino ai cugini, raccoglie nella mano una cioccorana che se ne stava “aggrappata” al finestrino.

Che buffa coincidenza: durante il loro primo viaggio per Hogwarts, quando Ron ed Harry si trovavano nel vagone, anch’essi videro una cioccorana venir via da una figurina streghe e maghi famosi e balzare sul finestrino, per poi volare oltre, trascinata da un soffio di vento. 

Harry, Ron ed Hermione, osservando i propri figli cominciare la loro avventura, indugiano sui loro ricordi. Con ogni probabilità, ripensano a quando si incontrarono a bordo di quel treno. Là dove tutto è cominciato, là dove tutto finirà.

A quel tempo Ron ed Harry mangiavano, affamati, dolciumi su dolciumi.

Improvvisamente Hermione si introdusse nello scompartimento e si presentò. E prima di andar via, si voltò notando subito come Ron avesse una macchia di sporco sul naso.

Già in quel momento i due si guardavano con curiosità e attenzione, senza sapere che, anni dopo, sarebbero divenuti marito e moglie e non avrebbero mai più smesso di guardarsi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

FINE

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la pietra filosofale (2001), potete leggerlo cliccando qui.

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la camera dei segreti (2002), potete leggerlo cliccando qui.

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2004), potete leggerlo cliccando qui.

Innocenze spezzate – Harry Potter e il calice di fuoco (2005), potete leggerlo cliccando qui.

Un dolore soffocato – Harry Potter e l’Ordine della Fenice (2007), potete leggerlo cliccando qui.

Il collezionista – Harry Potter e il principe mezzosangue (2009), potete leggerlo cliccando qui.

"Lord Voldemort" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un fessacchiotto!

I flash dei fotografi baluginavano con insistenza, abbacinanti come lampi che appaiono e scompaiono in un cielo tumultuoso e che precedono il fragore del tuono nel prorompere di una tempesta.

Harry stringeva gli occhi, infastiditi dal susseguirsi di quei bagliori. I reporter non facevano altro che scattare fotografie, eternando fra le loro pellicole la figura di Albus Silente e dello stesso Harry. 

I maggiori quotidiani del mondo magico ne parlavano in apertura e in ogni colonna, riportando la notizia che Lord Voldemort aveva fatto ritorno. Non erano più le dicerie di un vecchio sciocco né le insinuazioni di un giovane alla ricerca di una considerazione smodata. Era tutto vero!

La stampa doveva fare i conti con un’informazione a cui non aveva dato il giusto credito, o che nella peggiore delle ipotesi aveva deliberatamente taciuto per molti, troppi mesi.  

In prima pagina campeggiavano le istantanee di Harry e di Silente. I due maghi, catturati in quegli scatti incantati, si muovevano e dalle loro facce era possibile cogliere un misto di fierezza e di rassegnazione. Fierezza perché finalmente entrambi venivano creduti e ascoltati, rassegnazione perché la verità che tentavano in ogni modo di rendere pubblica era oltremodo preoccupante e spaventosa: il più temuto mago oscuro di ogni tempo si era rigenerato.

Una certa sera, Harry si trova in un piccolo caffè che sorge nei pressi di una stazione ferroviaria. Il giovane sta sfogliando un giornale quando una voce femminile lo distrae da quella lettura. 

"Harry Potter!” – Mugugna costei - “Chi è Harry Potter?".

Il volto di Harry sbuca fuori da quell'ampio “rotocalco”, che il giovane ripone sul tavolo. Una bellissima ragazza si trova davanti a lui, gli sorride intrigata. Harry deve pur rispondere qualcosa. Lì per lì, probabilmente, lo stesso protagonista si domanda tra sé: chi è in effetti Harry Potter?

Dopotutto, per una persona comune quel nome non dice granché. 

Harry abbozza una replica ironica.

 “Nessuno! Un fessacchione!”.

Di certo non pensava quello di sé stesso, ma in fondo Harry sapeva bene che per i babbani egli non era nessuno, uno sconosciuto che però era pronto a battersi per proteggere il mondo intero da un male che presto si sarebbe mostrato in tutta la sua forza distruttiva anche agli occhi della gente normale. 

Strano questo tuo giornale, qualche sera fa avrei giurato di aver visto muoversi una foto.” - Prosegue la ragazza. 

Davvero?” – Chiede Harry, con tono retorico.

Svalvolo, ho pensato.” – Scherza la cameriera, che poi fa per allontanarsi. 

Harry ci pensa su qualche secondo poi si volta di scatto, richiama l'attenzione della fanciulla e accenna a una frase incompiuta che però ha tutta l'aria d’essere un chiaro invito. La ragazza coglie al volo l'opportunità, e i due si danno appuntamento per le undici. 

Qualcosa però, poco dopo, attrae lo sguardo di Harry. Al di là dei binari la luce di un lampione brilla in modo intermittente, come se venisse disturbata da una forza misteriosamente all’opera. Un treno passa a tutta velocità sulle rotaie e appena svanisce la sagoma del professor Silente compare all'orizzonte. Harry esce dal locale e raggiunge il Preside. L’estate è agli sgoccioli e i due sembrano rincontrarsi dopo una lunga e interminabile attesa.

Una macchia scura che Silente ha sulla mano cattura lo sguardo di Harry, come una traccia di fuliggine che imbratta una camera linda e priva di un caminetto. Silente se ne accorge e dice serenamente ad Harry che si tratta di una lunga storia. Poi lo prende sotto braccio e gli comunica che devono andare. 

Harry osserva in lontananza, il suo sguardo indugia sul lato opposto della stazione. La ragazza che aveva invitato a uscire lo sta aspettando, si guarda attorno ma non riesce a scorgerlo. Harry deve andare via, deve rinunciare a quell'incontro. Si avvicina al Preside e i due si smaterializzano. 

Comincia il tal modo l'adattamento cinematografico de "Il principe mezzosangue", con un piccolo ma non indifferente sacrificio compiuto da Harry.

Il ragazzo voleva solamente trascorrere una serata piacevole, con una ragazza che gli aveva rubato lo sguardo. Non poté farlo. Perché Harry non è un ragazzo come gli altri, non può avere una vita banale, tranquilla, fatta di uscite divertenti e appuntamenti improvvisati. Harry è il prescelto, l'eterno rivale di Voldemort, e la sua esistenza sarà sempre influenzata dal dovere, sarà sempre condizionata dal volgere imprevedibile degli eventi e dalla lotta contro questo nemico finché non verrà definitivamente sconfitto. 

Harry accetta per l'ennesima volta di non poter passare un momento di svago, di pura normalità, e quindi acconsente ad accompagnare Albus Silente per dare inizio alla sua sesta avventura. 

Il Preside di Hogwarts conduce Harry fino al villaggio britannico di Budleigh Babberton. Una volta giunti sul posto, i due sostano dinanzi ad una imponente casa. La porta dell’edificio è stata abbattuta con violenza. Harry e il professore si addentrano cautamente nella dimora. La luce che guizza dalla bacchetta di Silente rischiara il buio dell’abitazione. Le camere sono state messe a soqquadro, i muri ammaccati, i mobili scaraventati qua e là.

Silente avanza, borbottando un nome: “Horace!”.

Lo ripete sottovoce, ancora, “Horace!”, ma non accade nulla.

Un silenzio assoluto pervade le stanze. In quello scompiglio non si riesce a distinguere alcunché. L’occhio allenato di Silente, però, non si lascia disorientare. Un elemento di quell’arredamento lasciato in subbuglio stuzzica il sesto senso del grande mago: una poltrona molto larga.

Silente si avvicina, la lambisce con la punta della sua bacchetta ed essa si muove. La poltrona non era che un trucco, un “artificio”, una trovata magica escogitata dal professor Lumacorno per nascondersi dai Mangiamorte che vagano indisturbati.

Una volta svelato l’inganno, Lumacorno si rilassa, riassume la sua forma umana smettendo di essere una grossa poltrona da salotto.

Ma che ci fanno Harry e Silente in quell’alloggio ridotto in un sottosopra? Un tempo, Harry si sarebbe posto una domanda simile ma si era assuefatto a quei piani attuati in divenire e oramai si adeguava di conseguenza. Ben presto però i suoi piccoli dubbi sarebbero stati fugati.

Silente è giunto fino a lì per convincere Lumacorno ad accettare la carica di professore di Pozioni. A Severus Piton, infatti, è stata finalmente assegnata la tanto bramata cattedra di Difesa Contro le Arti Oscure.

Una notizia sorprendente. Perché proprio adesso? Stando a quello che si vociferava, Piton aveva sempre agognato quel ruolo di insegnante eppure il Preside non si era mai dimostrato tanto magnanimo da concederglielo. Cosa era cambiato?

Non è un caso che tutto ciò avvenga proprio durante il sesto anno scolastico di Harry.

Nel racconto di J.K. Rowling si evince che sulla cattedra di Difesa Contro le Arti Oscure aleggiava una inspiegabile “maledizione”, un “malocchio” per usare il linguaggio folkloristico, una sorta di fattura generata dalle scienze occulte dello stesso Voldemort.

Molti anni prima della storia fin qui rinarrata, un maturo Tom Riddle si era recato nell’ufficio di Silente richiedendo espressamente quell’incarico. Il mago desiderava ritornare ad Hogwarts e divenire professore della materia che più gli interessava, quella che appunto contemplava lo studio delle Arti Oscure. Silente rifiutò di assegnare il posto a Tom Riddle, percependone le fosche intenzioni, e da allora nessun professore di Difesa Contro le Arti Oscure è mai rimasto al timone per più di un anno. Chi per un motivo chi per un altro, ogni insegnante era infine costretto a lasciare il “seggio vacante”.

Perché, dunque, Piton, il più fidato alleato di Albus Silente, diviene docente di questa materia durante gli accadimenti de “Il principe mezzosangue”? Silente non teme più che possa capitargli qualcosa?

Beh, tutto ha a che vedere con la macchia nera che deturpa una mano dello stesso Preside di Hogwarts. Quella venatura che ha il colore della notte più fitta e che contamina l’epidermide di Silente è un male incurabile, che si sta espandendo come un cancro. Silente sa che la sua vita è vicina al termine e che dovrà essere Severus Piton a porre fine al suo lento e inesorabile declino e in un momento ben preciso. Un gesto tanto eclatante, l’assassinio del più grande mago vivente nonché il più luminoso baluardo della lotta contro l’oscurità, farà sì che Voldemort si fidi ciecamente di Piton, riaccogliendolo tra le sue schiere.

Severus Piton ottiene la cattedra di Difesa Contro le Arti Oscure perché gli eventi entro la fine dell’anno scolastico sono destinati a precipitare. Ecco perché il Preside elargisce a Severus questo dono, come ultimo “pegno” di addio. 

Hogwarts ha quindi bisogno di un nuovo professore di Pozioni. Pertanto, Silente vuole convincere Lumacorno a rivestire nuovamente questo ruolo. Il Preside si è presentato al cospetto del vecchio capo della Casa di Serpeverde con Harry, una scelta, quest’ultima, valutata con saggezza. Lumacorno, infatti, è un uomo che subisce il fascino della fama, della celebrità. Egli ama circondarsi di persone autorevoli, importanti e rinomate.

Sebbene appaia come un tipetto simpatico, baldanzoso e alla mano, Lumacorno è superficiale poiché tende a ignorare i “modesti”, i “semplici”, e ad accostarsi alle persone di successo, a coloro che vantano nomi illustri o che visto il talento che possiedono potrebbero, un domani, diventare "qualcuno" con cui imbastire proficui rapporti di amicizia.

Lumacorno si è sempre comportato in tal modo, fin da quando era professore ad Hogwarts anni addietro.

Già allora egli amava organizzare feste, incontri e “simposi intellettuali” con gli studenti più promettenti, gli stessi che in futuro avrebbero ripagato i suoi favoritismi con doni e ricompense. Dunque Silente porta con sé Harry perché vuole fare leva sulla notorietà e sulla gloria di cui questi è depositario. Affascinato dal valore e dalla risonanza di Harry, Lumacorno accetta di tornare alla scuola di magia e stregoneria.

Ma Silente non vuole che Lumacorno ritorni solamente per riempire un posto vuoto tra il corpo insegnanti; invero il Preside vuole trovare il modo di frugare tra i ricordi dello stesso Lumacorno, che nasconde una memoria rilevante che coinvolge proprio un giovane Tom Riddle.

Qualche settimana dopo, nel laboratorio dove si svolgono le lezioni del professor Lumacorno, Harry rinviene un libro consunto e sbucato dal passato, celato in un angolo impolverato e dimenticato, nelle cui pagine vi sono appunti, correzioni, modifiche, tutto scritto a mano da un misterioso studente che si firma “Il principe mezzosangue”.

Leggendo quelle annotazioni e basandosi sui ritocchi alle formule, Harry spicca fra tutti gli altri alunni conquistando l’ammirazione di Lumacorno, che si persuade di avere dinanzi uno studente fortemente portato nel campo delle Pozioni. Il libro del principe mezzosangue costituirà per il protagonista una (pericolosa) risorsa da sfruttare grazie alla quale Harry entrerà immediatamente tra le grazie del vanaglorioso docente.

  • Una trasposizione formata a metà

Il sesto libro della saga di Harry Potter, “Il principe mezzosangue”, è uno dei racconti più significativi dell’intera epopea letteraria firmata J.K. Rowling. In questo romanzo, l’autrice si concentra sull’avvenuto dell’antagonista principale, sul trascorso di Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato, sulla sua famiglia di origine, sulla sua venuta al mondo, il suo approdo nel mondo magico e la sua evoluzione.

Il principe mezzosangue” è un romanzo che rivela molto circa la contorta psicologia di Tom Riddle, la sua sinistra ossessione nel ricercare l’immortalità terrena, un limite verso cui nessuno si è mai spinto.

Nella omonima trasposizione cinematografica – la seconda firmata David Yates – tutto questo verrà perso, scartato. Il passato di Voldemort e molti dei suoi ricordi verranno tralasciati, volutamente rifiutati e mai inscenati.

Il cineasta Yates ci offre una traduzione zoppa, imperfetta, manchevole, scevra di parti fondamentali che vengono sacrificate a vantaggio di momenti rielaborati, talvolta inutili e fini a sé stessi. Yates preferisce concentrarsi su un’altra parte, certamente importante del testo, quella relativa alle relazioni interpersonali tra i giovani protagonisti, i loro sentimenti, le loro emozioni, gli amori che provano gli uni per gli altri e che in questo sesto anno esplodono con impeto, tra gioie e dolori.

  • L’amore è nell’aria ad Hogwarts…

Nel lento progredire dei mesi alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, Harry e Ginny si avvicinano sempre di più. L’unica figlia di Arthur e Molly Weasley viene finalmente osservata dal protagonista che se ne invaghisce quasi improvvisamente, forse rendendosi conto che l’affetto che aveva nei confronti della fanciulla dai capelli rossi lo aveva sempre provato, e se ne stava dormiente in lui, pronto a destarsi nel pieno della maturazione.

Nel testo letterario Harry e Ginny si baciano nella Sala Comune di Grifondoro, dopo che la squadra ha vinto la Coppa del Quidditch. Harry fa capolino dall’ingresso, dopo aver superato la vigilanza della Signora Grassa pronunciando la parola d’ordine, e assiste, stupito, ai festeggiamenti dei suoi compagni.

Travolta dall’emozione Ginny corre verso di lui, lo cinge con le braccia e lo bacia con totale trasporto. Harry risponde al bacio, sorpreso e sopraffatto da un vortice di sensazioni. Per un istante che sembra durare svariate primavere, le labbra di Harry e Ginny non smettono di congiungersi. Entrambi non badano al fatto d’essere guardati da tutti gli altri studenti presenti nella Sala Comune, sembrano perfino dimenticarsene completamente. Quel singolo e intensissimo momento sgombra la mente di Harry da ogni altro pensiero, da ogni altra remora. Per Harry e Ginny non esiste nient’altro in quel lasso di tempo se non loro. Soltanto e unicamente loro.

Quando i due giovani riaprono gli occhi e si staccano, la mente di Harry che vagava fra orizzonti lontani torna sulla Terra. Il ragazzo lancia un’occhiata agli altri compagni che ricambiano la sua espressione festante. Harry ricerca naturalmente lo sguardo di Ron, il quale appare incerto su come reagire così su due piedi. Ron, però, farà subito un gesto eloquente per tranquillizzare l’amico, confessando, in fondo, di essere felice per Harry e per sua sorella e quindi di approvare la loro relazione. Harry ne sarà decisamente sollevato.

Nel film, il primo bacio tra Harry e Ginny avviene in un modo diverso, in un ambiente più intimo e protetto: nella Stanza delle Necessità. Ginny invita Harry a chiudere gli occhi, gli va incontro e lo sorprende con un bacio. 

Se durante il sesto anno scolastico di Harry, lui e Ginny cercano in ogni modo di avvicinarsi, di toccarsi, di baciarsi, Ron ed Hermione non fanno che aumentare i ritmi dei loro bisticci, delle loro azzuffate continue.

Eppure, stavolta, erano andati a un passo dal primo appuntamento. Nel film non è chiaro, nel libro, invece, il tutto avviene e si sviluppa con una certa cura e un appassionante intreccio.

Ron e Hermione sanno ciò che provano l’uno per l’altra, ma nessuno dei due è pronto a fare il primo passo. Gli indugi paiono rompersi quando si presenta una ghiotta occasione che Hermione non vuole lasciarsi scappare. Il professor Lumacorno sta organizzato una festa con i suoi allievi più cari, coloro che primeggiano nella sua materia o che brillano ai suoi occhi avidi di popolarità; ogni studente di questa ristretta cerchia può invitare a sua volta un partner per la serata. Hermione desidera invitare Ron, in quello che potrebbe essere il loro primo appuntamento; un appuntamento sognato e rimandato troppo a lungo.

Ron e Hermione hanno dunque modo di parlare di questo possibile incontro. E lo fanno a modo loro, si intende: dapprima attraverso un “dico non dico”, poi con qualche riferimento ben più cristallino, finendo per cercare di imbastire uno dei loro soliti, appassionanti diverbi. Perché è ormai evidente: Ron e Hermione, sotto sotto, si divertono a “bisticciare”. E’ il loro bizzarro modo per attirare l’attenzione dell’altro, per tenersi testa, per divertirsi, per accrescere una passione sempre più accesa che viene sublimata in quelle schermaglie che non mettono mai realmente in discussione il loro legame.

Pertanto, mentre cercano di organizzare questo fatidico appuntamento, Hermione ammette di voler invitare Ron, il quale, meravigliato, confessa di aver pensato (o più precisamente temuto) che lei volesse andare con qualcun altro, uno studente molto in voga quell’anno, come ad esempio Cormac Mclaggen.

Hermione lo redarguisce e tenta di metterlo alla prova: “Se preferisci che vada con Mclaggen…” – Dice, con fare provocatorio.

No!” - Precisa prontamente Ron – “No che non lo preferisco!” – Conclude con tono speranzoso.

Tutto sembra andare per il verso giusto ma un giorno accade qualcosa di imprevisto. Ron e Ginny hanno un alterco in cui la sorella minore finisce per prendere in giro lo stesso Ron, rimasto il solo fra tutta la combriccola a non aver dato ancora il suo primo bacio. Il volto di Ron si fa duro e perplesso.

L’unico?” – Si domanda, forse, tra sé. Ron viene così a sapere che Hermione ha baciato Viktor Krum in passato, e ne resta estremamente infastidito.

Vinto dai suoi soliti attacchi di insicurezza Ron diviene scostante e diffidente nei riguardi di Hermione, senza darle una spiegazione. La speranza che il loro primo appuntamento diventi realtà naufraga non appena Ron approfitta dell’infatuazione di Lavanda Brown, una compagna della Casa di Grifondoro, per dare il suo primo bacio e intraprendere una relazione con lei.

Hermione ne resta incredibilmente scossa.

Nella trasposizione cinematografica questo antefatto viene totalmente sorvolato, semplificando e di molto la complessità della dinamica. Sia Hermione che Ron, in quei momenti, si amano già e molto anche, ma a causa di scherzi del destino o per colpa di comportamenti istintivi e sbagliati, tipici di quell’età, non riescono ad avvicinarsi come vorrebbero.

In ogni caso il momento in cui Ron dà il suo primo bacio a Lavanda, scatenando la reazione di gelosia di Hermione, nel lungometraggio è riportato abbastanza bene: la ragazza non appena vede Ron baciare un’altra viene assalita dallo sconforto e corre via. Harry la segue, deducendo la profondità del sentimento di Hermione. Harry le resta accanto, cercando di confortarla. In quei frangenti il protagonista sa cosa si prova, del resto anch’egli si è innamorato di Ginny e in quei giorni non sa come rivelarlo.

Poco dopo Ron raggiunge lo stesso luogo in cui siedono Hermione e Harry. Nel libro, il ragazzo dai capelli rossi, memore del bacio che la ragazza ha dato tempo prima a Krum e accecato dalla gelosia, ignora Hermione, rivolgendo la parola soltanto ad Harry. Furibonda, Hermione ordina a degli uccelli generati da un suo incantesimo di aggredire Ron: i volatili si fiondano su di lui, ricoprendolo di beccate. Il rostro degli uccelli ferirà le braccia e le mani del ragazzo, che urlerà a Hermione di mandarli via. Hermione, però, fuggirà lontano, con gli occhi pieni di lacrime.

Nelle settimane a seguire, Ron e Hermione non si rivolgono la parola. Hermione, per amor di vendetta, invita proprio Mclaggen al ricevimento, lasciando di stucco Ron. Sconfitti dall’orgoglio e dalla gelosia reciproca, Ron e Hermione finiscono per farsi i dispetti a vicenda, per pungersi alla lontana, pur di non ammettere quello che entrambi provano da così tanto tempo e con tale potenza.

Il fato dovrà metterci lo zampino. Un giorno Ron entra in contatto con un veleno, venendo salvato per un soffio. Il giovane sarà portato in infermeria. Hermione lo veglierà per gran parte delle ore, dispiaciuta per il loro ultimo litigio e terribilmente spaventata dall’idea di ciò che sarebbe potuto accadere.

A questo punto, sarà l’inconscio a parlare. Quando giacerà sdraiato sul letto dell’infermeria, tra veglia e sonno, Ron chiamerà a sé Hermione. Ripeterà “Hermione” più e più volte, balbettando le lettere che compongono il nome del suo unico, vero amore. In quegli attimi Ron sta sognando Hermione, la vuole vicino a sé. Era sempre stato così. Ron l’aveva sempre amata, sia consapevolmente che inconsapevolmente, e non riusciva a starle lontano. Mentre riposava, confuso e ammalato, i sogni materializzavano agli occhi di Ron l’immagine di Hermione, ed egli la invocava, sia pure con voce fiacca.

Nel film, Hermione riesce a udirlo. La ragazza sente che Ron la nomina, visibilmente stremato. Allora Hermione si siede lì vicino, gli tiene la mano. Harry li guarda accennando un sorriso, con la tipica espressione di chi aveva sempre capito tutto e aspettava solamente che ciò accadesse per esserne pienamente felice. Hermione si volta verso di lui, sa cosa pensa Harry dopotutto è il suo migliore amico.

Imbarazzata lo rimprovera per quella sua espressione vispa, dicendogli un simpatico: “Oh, sta' zitto!” - E sorride a sua volta.

Harry se ne va. Dunque Hermione può restare lì insieme a Ron, guardandolo con lo sguardo che solo un’innamorata può offrire all’indirizzo del suo grande amore.

Quello tra Ron e Hermione è sempre stato un amore sbocciato in tenera età, sopito, sottinteso ma tanto prorompente da non poter essere in alcun modo celato: i loro costanti battibecchi non sono che tentativi maldestri di domare un amore, una passione che vive e si alimenta proprio attraverso quel loro modo di punzecchiarsi a vicenda, di voler avere sempre l’ultima parola, di fronteggiarsi facendo comunque valere le proprie posizioni e le proprie idee. Ron e Hermione hanno un rapporto paritario e, pur avendo caratteri diversi, si completano vicendevolmente, si incastrano come due tasselli di uno splendido mosaico.

Nella sua trasposizione cinematografica, il regista David Yates sceglie di dedicarsi prevalentemente alla sfera amorosa dei personaggi, certamente valevole, sacrificando però molto altro della storia compendiata ne “Il principe mezzosangue”.  

  • Il mago che ricerca l’eternità

Alle origini di Lord Voldemort il regista dedica due sequenze, due soli momenti nell’intera pellicola. Troppo poco se confrontato all’accurato e minuzioso lavoro che la scrittrice J. K. Rowling compie nel delineare, mediante l’uso dei “flashback”, dei ricordi andati, la personalità dell’antagonista.

La storia dei Gaunt, la famiglia da cui discende Tom Riddle e il drammatico vissuto della madre di quest’ultimo, Merope, vengono completamente e ingiustificatamente azzerati.

Quella di Merope Gaunt è una figura tragica e straziante, tra le più commoventi dell’universo narrativo partorito dalla Rowling.

Nelle pagine del libro, questa creatura femminile viene introdotta con lentezza, procedendo gradualmente. Al principio il padre e il fratello di Merope - rispettivamente Orvoloson e Orfin Gaunt - dominano la scena ricreata dalle parole della scrittrice, impadronendosi dell’attenzione del lettore con i loro modi rozzi, feroci, crudeli.

Merope è un’entità che affiora dall’ombra, un personaggio che se ne resta in disparte come un dettaglio grigio in una tela tempestata di pennellate dai colori vivaci e aggressivi.

Progressivamente l’interesse del lettore viene indirizzato verso di lei, verso questa donna silenziosa, smunta, mogia, stanca, troppo insignificante, all’apparenza, per essere notata di primo acchito.

Orvoloson si rivolge sbraitando a questa fanciulla dalle sembianze malaticce, cagionevoli, rimproverandola aspramente, definendola un’inetta senza poteri magici. Merope non reagisce, resta sulle sue, spaventata e indifesa come una donna che sopporta maledettamente, fra le mura domestiche, il tormento della violenza verbale e fisica.

L’aspetto di Merope è quello di una dama segnata da una sofferenza quotidiana e senza fine: è sgraziata poiché non può prendersi cura di sé stessa, porta i capelli color topo, spenti, cammina ricurva, è denutrita e il suo ovale è marcato dalla disperazione. 

In quel tempo, Merope abitava in un sudicio tugurio e veniva ritenuta dal padre e dal fratello alla stregua di una serva a cui era stata strappata ogni forma di dignità. La donna si trascinava a fatica in un mondo di tenebre, scandito da un inverno sempiterno e gelido. Laggiù, in fondo al petto, vi era un’unica fiamma a scaldarla e ad attenuare il freddo dell’esistenza di Merope: un amore.

L’ultima discendente femminile di Salazar Serpeverde si era innamorata di un nobiluomo, un babbano, un certo Tom Riddle. L’amore che Merope nutriva per lui era inestinguibile come un rogo che divampa senza mai consumarsi e che neppure il più incessante dei temporali può spegnere.

Quando passava nei pressi dell'abitazione fatiscente di Merope, Tom Riddle la guardava a malapena. Neppure sapeva chi fosse, e non gli importava di certo scoprirlo. Riddle era un aristocratico altezzoso e sdegnoso, che mai avrebbe ricambiato il sentimento di una femmina umile e povera. Quando Orvoloson e Orfin verranno arrestati e rinchiusi ad Azkaban, Merope si ritroverà sola. Finalmente libera.

Decisa più che mai a vivere il proprio sentimento, la donna valuterà di usare la magia per manipolare la mente del suo adorato, per indurlo a provare nei suoi confronti quell’amore incondizionato e imperituro che lei vorrebbe ricevere più di ogni altra cosa. Quello che Merope compie è un autentico sopruso; una violenza spirituale e carnale, poiché mediante l’uso delle arti magiche ella assoggetta il cuore di un uomo, la sua mente e infine il suo corpo. Tom si unirà a Merope a livello sentimentale e sessuale, convinto che ciò che avverte per lei sia vero e non certo indotto.

Merope non capì la gravità di quello che stava adempiendo. Dopo anni e anni in cui non fece altro che soffrire, Merope voleva solamente essere felice a qualunque costo.

La donna insegue così il suo sogno, e quella che credeva sarebbe stata la sua fiaba si trasformerà in un orrore.

Adoperando un filtro d’amore la donna farà innamorare Tom di lei e dalla loro unione Merope porterà in grembo un figlio. Una volta capito di essere incinta, Merope, sicura che Tom oramai la ami veramente, annulla gli effetti del “sortilegio”, smettendo di somministrargli il filtro. La relazione tramonta nel giro di poco tempo. Ritornato in sé, Tom Riddle resta inorridito da tutto quello che è accaduto, e abbandona Merope a sé stessa.

Dilaniata dal dolore, Merope trova rifugio in un orfanotrofio dove, con le energie residue, dà alla luce il suo unico erede, chiedendo come ultimo desiderio che il bambino porti il nome del padre. Anche in quegli ultimi rantoli di vita Merope non smette di pensare a lui, a quell’uomo che non l’aveva mai stimata o apprezzata.

Quando Merope comprende definitivamente che l’uomo che ama non prova nulla per lei, neppure dopo tutto quello che hanno sperimentato insieme, neppure dopo la loro unione e il concepimento di un figlio, la donna viene annientata da una desolazione profondissima, da una amarezza infinita che sfocia nella perdita di ogni anelito vitale, come accade nella tragedia di William Shakespeare ad Ofelia, che comincia a cadere preda della pazzia non appena Amleto nega, sprezzante, i sentimenti che dichiarava di nutrire verso di lei.

Merope diviene sempre più debole, consumata da un amore a senso unico. La donna si spegne tristemente, un po’ come accade ad Eco nel mito greco, quando le profferte della ninfa vengono respinte da Narciso. L'urlo di cordoglio di questa ninfa delle montagne si affievolisce sempre di più fino a scomparire quasi del tutto. Di Eco non resterà che una piccola traccia che echeggia, sparsa per il mondo: la capacità di ripetere l’ultima parola pronunciata da un essere umano. Di Merope non resterà alcuna voce, alcun grido, alcuna parola. Rimarrà un’unica testimonianza: un bambino, messo al mondo poco prima che il cuore di Merope scandisse l’ultimo battito.

Voldemort nacque da una relazione in cui non vi era amore, in cui non vi era un sentimento puro tra un uomo e una donna, e ciò, molto probabilmente, incise sulla sua assenza di umanità, privandolo completamente di una coscienza e di una moralità.

Crescendo in orfanotrofio, Tom scopre di essere speciale, di avere poteri straordinari, di poter far accadere cose terribili agli altri bambini che si comportano male con lui. Durante uno dei primi incontri con Albus Silente, il piccolo Tom confessa d’essere un collezionista. Egli depreda oggetti che sono appartenuti alle sue “vittime”, i ragazzini che, bistrattandolo, sono andati incontro alla sua vendetta. Tom adora collezionare beni materiali che hanno un valore simbolico ai suoi occhi, e ancor di più dimostra di provare un sinistro fascino nei riguardi degli artefatti importanti, che recano in sé una storia.

Parlando con Silente e quindi prendendo consapevolezza delle sue origini di mago, Voldemort si fa sfuggire un particolare del suo modo di pensare: egli crede fermamente che, tra sua madre e suo padre, fosse quest’ultimo ad avere il sangue dei maghi, poiché la madre morì dopo averlo dato alla luce. Voldemort è sicuro che i maghi non possano morire, per lo meno non così facilmente. Crede che essi siano eccezionali, superiori alla gente qualunque, tanto da poter guadagnare l’eternità. Invero, non è così. Umani e maghi sono soggetti alla caducità del tempo, sia pure in misura diversa, ed entrambi sono accomunati dal medesimo destino di ogni mortale. Eppure Voldemort sin dall’infanzia ammette di provare una certa attrazione verso l’immortalità.

"Tom Riddle" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il Lucifero mutato

Da studente, Tom Riddle era un ragazzo bellissimo. Questo essere dalle fattezze angeliche, questo Lucifero del mondo magico, sceglierà di perdere progressivamente la propria bellezza, i propri lineamenti umani.

Maturando, colui che sarà conosciuto come il Signore Oscuro scoprirà l’esistenza di un incantesimo terribile in grado di spezzare l’anima, di dividerla, di frammentarla e porla in “risorse” semplici e disparate. La magia che il giovane Tom Riddle scopre anche grazie al professor Lumacorno è quella che porta alla genesi degli Horcrux. Ossessionato dall’idea di ingannare la morte, il mago si incammina lungo un sentiero costellato da atrocità. Tom si macchierà del peggiore dei crimini, divenendo un glaciale assassino.

Voldemort sceglie di confinare “cocci” della sua anima all’interno di oggetti, così da eludere la morte. Il prezzo per perpetrare ciò è la perdita di ogni barlume di umanità: la bellezza di Tom sfiorirà, come quella di Lucifero che da angelo splendido con le ali argentee si trasformò in un diavolo con appendici tenebrose dietro le spalle.

L’aspetto di Tom Riddle muterà facendo posto ad un mostro dall’epidermide pallida e dal viso serpentiforme.

Nel romanzo de “Il principe mezzosangue”, fra i tanti ricordi riemersi dagli abissi della mente del Signore Oscuro, Silente ed Harry scoprono la forma di adorazione, di venerazione, che Voldemort prova per i simulacri più emblematici che legano il suo vissuto al regno magico. “Reliquie” raffinate che certificano il suo legame con la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts come la Coppa di Tosca Tassorosso, il Diadema di Priscilla Corvonero, il Ciondolo di Salazar Serpeverde.

Essi sono ai suoi occhi cimeli dal valore inestimabile, in cui depositare consapevolmente e con fierezza parte del suo spirito incorporeo. Voldemort vuole che i brandelli della sua essenza divengano un tutt’uno con quel mondo speciale che lo ha accolto e che egli desidera dominare come un sire tetro.

Voldemort, come dicevo, è un collezionista, un amante del gingillo pregevole, antico, che possiede un valore storico o personale. In quelli oggetti apparentemente algidi, inanimati, luccicanti, Voldemort inserisce una parte di sé: il collezionista che lega indissolubilmente sé stesso alla propria collezione. Voldemort non vuole che i pezzi della sua anima vengano collocati in cose qualunque, tutt’altro. Egli agogna espressamente che essi vengano serbati in “manufatti” rari e monili preziosi. Pertanto, nel corso degli anni si mette alla ricerca delle gemme che più brama, specialmente quelle che di diritto appartengono alla sua persona, in quanto eredità della sua famiglia, come l’Anello di Orvoloson Gaunt e il Medaglione di Salazar Serpeverde.

Voldemort crea volutamente sei Horcrux: il diario che recava con sé da ragazzo durante gli anni scolastici, l’Anello dei Gaunt e il già citato Medaglione. A questi aggiunge, per l’appunto, la Coppa di Tassorosso e il Diadema di Corvonero, anch’essi simboli collegati ai Fondatori di Hogwarts, l’unico luogo che Voldemort ha considerato la propria dimora, un reame che avrebbe voluto porre sotto il suo giogo. Ancora creerà un ulteriore Horcrux in Nagini, l’orripilante serpente che porterà con sé.  

Tutti questi dettagli che riguardano Voldemort, come la fissazione che egli riversa verso quegli specifici ornamenti, nell’adattamento di Yates non vengono offerti allo spettatore per poter essere recepiti e compresi. Questa gravissima mancanza rende il sesto film della saga cinematografica un’opera incompiuta.

La trasposizione de “Il principe mezzosangue” possiede comunque uno charme drammatico, malinconico, dovuto alla sua fotografia opprimente, che sembra preannunciare il sopraggiungere dell’oscurità più fitta.

Nella parte finale della pellicola, l’atmosfera si farà sempre più suggestiva e coinvolgente. Le sequenze che vedono Harry e il professor Silente perlustrare la caverna in cui Voldemort dovrebbe aver nascosto uno dei suoi Horcrux sono assolutamente d’effetto, esteticamente stupende.

In questi frangenti noi spettatori assistiamo all’imminente caduta di uno stregone ormai provato, il professor Silente, il quale, costretto a bere una pozione per raggiungere quello che crede sia il Medaglione di Serpeverde, rivive con terrore il senso di colpa che lo attanaglia da sempre: la morte della sorella. Se l’anziano Silente è prossimo alla dipartita, il giovane mago che gli sta accanto, che lo sorregge, Harry, è a sua volta prossimo ad ascendere al ruolo di eroe, di prescelto, di ultimo baluardo del bene.   

  • Razzismo, malvagità e ignavia

Nel romanzo de “Il principe Mezzosangue” la figura di Draco Malfoy viene maggiormente scandagliata e analizzata dalla penna di J.K. Rowling.

Nei volumi precedenti, Draco viene delineato in maniera piuttosto chiara e inequivocabile: questi è un bullo della peggior specie, che trae giovamento dall’offendere e dal ferire gli altri.

Educato in un ambiente sereno, aristocratico e altolocato, Draco è l’ultimo discendente della nobile famiglia dei Malfoy.

Amato dai genitori, il padre Lucius e la madre Narcissa, che non esitano a ricoprirlo di doni e di affetti di ogni tipo, Draco vive nell’agiatezza, nel benessere, nel vizio, tronfio e fiero del cognome che porta. Egli crede fermamente negli ideali della propria casata, e reputa i nati babbani esseri inferiori, da disprezzare.

Draco dimostra innumerevoli volte di essere un ragazzo diabolico, perfido, tormentando Harry ogni qualvolta ne ha l’opportunità, deridendo Ron per le sue umili origini e producendosi in gravissime offese razziste verso Hermione, nei confronti della quale auspica perfino la morte durante gli eventi de “La camera dei segreti”.

Ancora ne “Il prigioniero di Azkaban” Draco approfitta di un infortunio subito per sua stessa colpa durante una lezione di Cura delle Creature Magiche per tentare di far perdere la cattedra di professore ad Hagrid e cosa ancor peggiore non prova il minimo rimorso per il destino a cui rischia di andare incontro Fierobecco, quel nobile, maestoso e intelligente animale che verrà condannato a morte, salvo poi essere salvato dal provvidenziale intervento di Harry e Hermione. Negli anni a venire, Malfoy seguita ad affermarsi come una persona insopportabile, meschina, egoista, litigiosa e boriosa.

Dopo il ritorno di Voldemort, Draco segue il padre Lucius e si unisce ai Mangiamorte rimanendo però sconvolto dagli orrori che il Signore Oscuro commette. Ne “Il principe mezzosangue” Draco viene incaricato dallo stesso Voldemort di uccidere Silente. Il ragazzo patisce per la prima volta in vita sua un tormento interiore. Da una parte non è in grado di commettere un omicidio con le sue stesse mani, dall’altro sa che se non rispetterà il volere dell’Oscuro Signore lui e la sua famiglia saranno in pericolo. Nel tentativo di portare a termine il compito, Malfoy rischia di uccidere dapprima l’innocente Katie Bell e poi il povero Ron, avvelenandolo. Nella parte finale del romanzo, lo stesso Draco facilita l’ingresso dei Mangiamorte ad Hogwarts. Quando si trova al cospetto di Silente e deve ucciderlo, Draco, in lacrime, si arresta. Questo perché egli non è realmente un assassino. Ciò nonostante, la sua figura non viene assolutamente riabilitata.

Ne “I Doni della Morte”, quando Harry, Ron e Hermione vengono catturati e trascinati a Villa Malfoy, Draco, sollecitato dalle insistenti domande degli altri presenti, ammette che con ogni probabilità due dei prigionieri sono in effetti Ron Weasley e Hermione Granger, ma quando gli domandano se il terzo prigioniero è Harry Potter risponde con vaghezza. E’ evidente che Draco non vuole consegnare di sua spontanea volontà Harry a Voldemort, pertanto esita ma allo stesso tempo non si adopera in nessun modo per salvare il trio di protagonisti. Quando Harry e Ron verranno chiusi nelle segrete, Draco non farà nulla per liberarli né cercherà di salvare Hermione quando quest’ultima verrà torturata da Bellatrix Lestrange.

Durante la Battaglia di Hogwarts, nel libro, dopo che Harry gli salva la vita nella Stanza delle Necessità, dove lo stesso Draco aveva cercato di catturarlo, Malfoy ci viene mostrato in un momento molto particolare che, per certi versi, dice molto sul carattere del personaggio: Draco si trova in ginocchio, dinanzi ad un Mangiamorte, intento a piagnucolare come un vigliacco, mentre borbotta qualcosa come “Sono uno dei vostri!”.

Anche in questo caso Malfoy verrà salvato da Harry, che lancerà un incantesimo all’indirizzo del Mangiamorte. In seguito, Draco verrà steso da un gancio di Ron che gli urla qualcosa come “E’ l’ultima volta che ti salviamo la vita, bastardo doppiogiochista”.

In una delle sue ultime apparizioni, a battaglia conclusa, Draco permane in disparte, avvinghiato ai suoi genitori, sconvolto dalla brutalità della guerra e dall’esito del conflitto. Questa è l’ultima apparizione di Draco Malfoy nel libro, se escludiamo il momento in cui, diciannove anni dopo, Harry e gli altri lo vedono in compagnia della moglie Astoria mentre accompagna il figlio al binario 9 ¾.

Draco Malfoy non va incontro a nessun tipo di “redenzione”, non compie mai una scelta decisiva a favore del bene, non si schiera mai, non porta a termine nessuna azione eroica che valga la pena di essere ricordata né alcun gesto lodevole per espiare le colpe dopo tutti gli anni in cui non ha fatto altro che denigrare i propri compagni, e trattare gli altri come esseri inferiori.

In base a come è stato scritto dalla stessa Rowling, Draco è da considerarsi un personaggio negativo che non merita nessun tipo di ammirazione. Se nei primi sei libri della saga dev’essere reputato un rivale di Harry, un gradasso sempre pronto a schernire il prossimo, nell’ultimo libro si conferma un ignavo, una persona che non prende una posizione, che non sceglie mai dove porsi, da che parte stare con piena consapevolezza.

Il Sommo Poeta nella Divina Commedia poneva gli Ignavi nell’Antinferno, poiché essi non erano meritevoli né agli occhi di Lucifero né agli occhi di Dio. Costoro non potevano quindi sopportare le condanne del Signore degli Inferi né, naturalmente, gioire dei piaceri del Paradiso. Per Dante gli Ignavi erano coloro che durante la loro esistenza non agirono né per il bene né per il male, restando in bilico tra le due posizioni. Tra essi vi sono inseriti anche gli angeli che non scelsero una fazione quando si svolse la guerra di insurrezione che Lucifero scatenò contro l’Onnipotente.

Dante descrive gli Ignavi come anime vacue, corpi nudi, spogliati di ogni veste, condannati ad un moto perpetuo. Essi inseguono un vessillo immacolato, un’insegna bianca, riferimento alla loro incapacità di schierarsi sotto una bandiera, a favore di un simbolo. Il supplizio che essi scontano è la pena del contrappasso: gli Ignavi che durante la loro vita terrena rimasero “statici”, inermi, sono ora costretti a muoversi per l’eternità, venendo costantemente punti da vespe e insetti che ronzano attorno alle loro carni sofferenti e inutili.  

Un ignavo è perfino peggiore di un essere malvagio, poiché quest’ultimo ha almeno scelto cosa essere e cosa divenire. L’ignavo, per convenienza, predilige non prendere mai posizione, restandosene, sovente, all’ombra del più forte, del potente di turno, senza mai battersi per un ideale proprio. 

Draco Malfoy, sul finire delle vicende, non si allinea completamente con i Mangiamorte eppure continua a restare fra le loro fila per paura, considerandoli i più forti e pericolosi; al contempo non fa nulla di concreto per il bene durante il consumarsi del conflitto. Draco Malfoy si pone meschinamente nel mezzo, risultando un ignavo a tutti gli effetti.

Nell’arco dei sette libri Draco è un personaggio che si macchia di razzismo, di classismo, un ragazzo rio e insensibile ai dolori altrui, un prepotente che credeva d’essere migliore degli altri. Quando Voldemort ascende nuovamente al potere, il Signore Oscuro mostra a questo ragazzino tracotante cos’è realmente la pura malvagità, facendo crollare le superbe certezze del rampollo, rimuovendogli quella maschera di arroganza che si era costruito, rivelando tutta la sua codardia.

Si potrebbe concedere a Draco un’attenuante: egli, cresciuto in una famiglia che faceva della purezza di sangue il proprio vanto, non poteva venire su se non con dei pregiudizi. Ma non basta. La stessa Rowling, con il personaggio di Sirius Black, ci ha aiutato a capire come una persona potesse nascere in un ambiente intollerante, razzista, e venirne via con le proprie capacità. Sirius, fin da ragazzo, ragionava con la sua testa, sapeva che nessun essere umano è superiore ad un altro, e non si fece mai influenzare dalla sua parentela. Ancora, con il personaggio di Regulus Black la scrittrice inglese ci mostra come un uomo possa voltarsi al male, salvo poi pentirsene e rischiare la vita per rimediare alla propria scelta.

Draco Malfoy aveva un cervello, una coscienza, una mente per pensare e agire di conseguenza. L’ambiente familiare non può essere una scusa plausibile. La scuola, i libri, gli studi esistono altresì proprio per questo: per acuire la propria capacità di ragionamento, per arricchire la propria cultura, per espandere i propri orizzonti, per offrire una maggiore capacità di discernimento, per educare la propria morale e affinare la propria etica. Draco poteva benissimo capire da solo quanto orrore vi era nel credere che chi ha puro il proprio sangue sia migliore degli altri e che coloro che appartengono al mondo babbano debbano essere estirpati in quanto persone inferiori. Draco ha volutamente ignorato questa realtà, preferendo pavoneggiarsi nella sua protervia, ferendo gli altri, augurando loro la morte, fino a che non ha picchiato con la propria testa contro il ribrezzo della pura malvagità. E nonostante ciò, non ha fatto nulla di audace per riabilitare il proprio nome.

Draco Malfoy ha fatto ciò che ha fatto perché voleva farlo. Ed il suo percorso evolutivo consta di ferocia, razzismo, pusillanimità e, infine, ignavia.

  • Il tradimento del principe

Quando Harry e Silente tornano ad Hogwarts, la situazione precipita nel volgere di pochi attimi concitati.

Nella Torre di Astronomia, Silente si erge impassibile davanti ad un’orda di Mangiamorte. Draco gli punta contro la bacchetta, ma non può andare fino in fondo. Sopraggiunge Piton, che invita Harry a restare nascosto e in silenzio. Severus guadagna la vetta della Torre e osserva Albus per l’ultima volta. Il viso di Silente è rilassato, non vi è paura nei suoi occhi, soltanto voglia di rinvenire una pace che forse è lì, invisibile, ad attenderlo.

Piton lo contempla, mascherando la riverenza che avverte in fondo al suo animo con un’espressione di impassibilità.

Albus era il solo a conoscere la purezza del sentimento che pulsava ancora e sempre nel cuore del principe mezzosangue. E adesso, quel confidente doveva morire. E doveva essere proprio Piton ad assassinarlo.  

Severus, ti prego…” – Afferma, flemmatico, Silente.

Udendo quella frase, Harry crede che il Preside stia pregando Piton di risparmiarlo. Nulla di più errato. Albus implora Piton di anticipare la sua fine ineluttabile, di sottrarlo al dolore che incombe sul suo corpo, lo supplica di appellarsi a tutto il coraggio di cui lo stesso Severus dispone per giustiziarlo, ottenendo così nuovamente la cieca fiducia del Signore Oscuro.

Piton trae un impercettibile respiro e scaglia contro Silente l’anatema che uccide.

Il corpo del Preside, nell’impatto, viene scaraventato giù dalla struttura, precipitando nel vuoto. I Mangiamorte eccedono nel loro insano giubilo. Bellatrix fa comparire in cielo il Marchio Nero. L’oscurità si promana su tutta la scuola. E’ caduto il più grande difensore del mondo magico, è morto Albus Silente. Nulla, adesso, sembra più poter fermare l’ascesa di Lord Voldemort.

Sconvolto da quel tradimento, Harry tenta di attaccare Piton utilizzando gli incantesimi che, durante l’intero anno scolastico, aveva letto e imparato in quel misterioso libro rinvenuto in aula durante una lezione di Pozioni; un libro che era appartenuto ad uno studente dal soprannome altisonante.

Piton devia con facilità la raffica di incantesimi scagliati dal ragazzo, sussurrandogli d’essere lui il principe mezzosangue.

La rivelazione finale, nel film, lascia il tempo che trova poiché non viene affatto contestualizzata. Il lungometraggio non aggiunge alcun particolare sulla storia di Severus Piton, non comunicando agli spettatori che non hanno letto il libro il perché Severus avesse inventato quel soprannome in gioventù.

Invero, Prince era il cognome della madre di Piton, una strega. Severus era un mezzosangue, poiché suo padre era un babbano, spesso astioso e violento.

"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La sequenza conclusiva, in cui gli studenti, a pochi passi dalle spoglie di Silente, alzano le bacchette nel dramma generale, e le rivolgono verso la volta celeste per debellare, cancellare quel simbolo oscuro, è senz’altro una scena emotivamente potentissima, che rende onore alla morte di colui che, agli occhi di tutti, era un emblema di luce e di speranza.

Le scene finali del lungometraggio, in cui Harry, Ron ed Hermione si preparano a dare inizio al loro viaggio alla ricerca degli Horcrux, preannunciano l’avvento dell’ultimo capitolo della saga.

La luce non si è ancora spenta e il sole non è stato eclissato dalle nubi: Harry è ancora vivo e con lui vi sono Ron e Hermione ad impedire che su tutto cali il crepuscolo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Settima Parte...

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"Il prigioniero di Azkaban" vi aspetta qui.

"Il calice di fuoco" vi aspetta qui.

"L'Ordine della Fenice" vi attende qui.

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"Luna Lovegood" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’invisibile sofferenza

Harry aveva assistito alla morte di Cedric e al ritorno di Lord Voldemort. Quella notte, al cimitero, tutto era irrimediabilmente cambiato. L’innocenza del giovane mago si era spezzata e il candore della sua vita - che era già stata segnata dalla perdita - era oramai interamente svanito. Harry era stato catapultato bruscamente in un mondo di ombre, di sofferenze e di oscurità.

La paura si faceva strada nella mente di Harry, addentrandosi nei suoi sogni, deturpandoli, mutandoli in spaventosi incubi.

Harry doveva elaborare il lutto per una morte violenta, inattesa, e doveva farlo potendo contare unicamente sulle sue forze. Quell’estate, al numero 4 di Privet Drive il protagonista si sentiva più solo che mai.

Al calar della sera, quando riusciva con fatica a prendere sonno Harry sussurrava il nome di Cedric; la morte del giovane amico riecheggiava in lui come un trauma martellante.

Cedric perì in un istante drammatico, raggiunto da un verde bagliore che cancellò l’ultimo dei suoi sorrisi. Il campione della Casa di Tassorosso giacque al suolo con gli occhi aperti, sbarrati, e un’espressione inanimata e raggelante. Voldemort riemerse poco dopo, con le fattezze di un “demone” dal volto pallido.

I ricordi di quell’accadimento angosciavano Harry, ed il passare del tempo non alleviava la pena.

In una delle scene iniziali dell’opera filmica, Harry indugia su di un’altalena. Non si dondola, non ne ha voglia. Malgrado ciò si sofferma su di essa, statico e pensieroso. Perché lo fa?

Quell’altalena è un simbolo di fanciullezza, una “giostra” in cui i bambini siedono per giocare, per oscillare avanti e indietro spensierati. Harry si aggrappa ad essa, come se volesse rinvenire in “lei” l’ingenuità dell’infanzia che non c’è più e che lui non ha mai conosciuto appieno.

Quel trauma Harry se lo trascina per tutte le vacanze, contenendolo dentro di sé. Durante gli afosi mesi estivi, il personaggio cardine della storia di J.K. Rowling non può parlare con nessuno, non può comunicare i tormenti che lo attanagliano, non ha la possibilità di dare libero sfogo alle paure e alle ansie che se ne stanno sopite in lui, pronte ad affiorare, ad emergere incontrollate con la stessa forza di un vulcano che erutta, vomitando lava incandescente.

Quando Harry fa ritorno alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts la situazione non migliora, tutt’altro.

Un mattino, Harry raggiunge la carrozza che solitamente conduce gli studenti al castello. Essa, apparentemente, non viene trainata da alcun cavallo né governata da alcun cocchiere. La carrozza avanza da sola, seguendo un percorso memorizzato, forse, tra le sue ruote incantante.

Per la maggior parte degli studenti è così: la carrozza non viene spostata da alcuna forza visibile, nessuno la muove, essa procede in solitaria, come fosse stregata.

Invero, qualcosa che tira la carrozza c’è ed il protagonista se ne accorge per la prima volta. Harry nota che delle creature simili a cavalcature con ali nere si stagliano lì davanti al carro, pronte a trainarlo. Harry lo fa presente ai suoi amici, Ron e Hermione, i quali però non riescono a percepire nulla.

Una ragazza che siede già sulla carrozza tranquillizza subito Harry, dicendogli di non preoccuparsi. Anche lei, infatti, riesce a scorgere quegli animali, e da parecchio.

Li vedo anch’io!” – Ella sussurra – “Sei sano di mente quanto me!”.

Ma chi era quella ragazza che parlava con voce soave, delicata, all'indirizzo di Harry, rassicurandolo? 

Si chiamava Luna Lovegood, ed era una studentessa della Casa di Corvonero. Luna era una fanciulla molto particolare: aveva una personalità stravagante e un carattere ricco di sfumature. Erano pochi coloro che riuscivano a capire o a decifrare il temperamento di Luna. Molti preferivano evitarla, giudicandola fin troppo bizzarra. Alcuni, stupidamente, le avevano storpiato il nome, affibbiandole l'appellativo "Lunatica", il quale sembrava anticipare l’indole volubile, incostante e un tantino folle della studentessa.

Luna era certamente una ragazza sui generis, ma nell'accezione più positiva del termine. Costei era speciale, non dava retta a quello che gli altri pensavano di lei e nessuno poteva ferirla, infastidirla o cambiarla. Luna viveva nel suo piccolo e meraviglioso mondo fatto di sensazioni, percezioni, fantasie e immaginazioni. Era una giovane arguta e brillante, non a caso fu smistata in Corvonero. Vantava una forma di intelligenza tutta sua, diversa da quella di Hermione. Quest'ultima era più concreta, badava agli aspetti veri e comprovati del creato, studiandoli sui libri di testo con tanto interesse. Luna, al contrario, si faceva sedurre dalle possibilità inattese, dalle assurdità, dall'impossibile, e reinterpretava la vita come una continua sorpresa, che sfuggiva al controllo schematico della logica. Il mondo per Luna era un reame misterioso, pieno zeppo di imprevedibilità.

Come il suo nome suggeriva Luna adorava starsene con la mente in cielo, ancor più su delle nuvole, fra gli astri, come il satellite naturale del nostro pianeta. Sembrava spesso distratta e intenta a sognare con la sua mente vasta, al pari della fantasia più autentica che non conosce confini. 

Sebbene fosse di indole allegra, Luna sapeva cosa fosse il dolore. Il dolore più acuto.

Le creature che tirano la carrozza si chiamano Thestral. Questi esseri sono animali mansueti, malgrado risultino sgradevoli alla vista. Essi somigliano a cavalli dalla forma scheletrica, hanno un manto rattrappito, che accentua le loro costole; non possiedono la stessa grazia, l’eleganza e la maestosità di un destriero che galoppa impetuoso.

I Thestral hanno un muso da drago, occhi vacui, lattiginosi e spenti poiché privi di iride, lunghe code ossee ed enormi ali da pipistrello. Sono fiere inconsuete che per una strana legge della natura riescono a eludere lo sguardo delle persone, forse perché il loro aspetto incuterebbe troppo spavento.

Essi possono essere osservati solamente da chi ha visto la morte e ha preso coscienza del dolore che essa arreca. Per questa loro inquietante caratteristica attorno ai Thestral aleggiano dicerie e credenze infondate che vorrebbero considerare questi animali come portatori di sventura, preludi di malaugurio. In realtà, i Thestral sono cavalcature benevoli e gentili. Possono essere guardati, carezzati e capiti solamente da coloro che hanno conosciuto un dolore tanto grande da acuire il senso della vista e da accrescere la sensibilità, la tenerezza del cuore che si è, così, dischiuso, ampliando la propria capacità di percezione.  

I Thestral sono esseri viventi sconosciuti, incompresi, proprio per questo meritevoli d’essere avvicinati e scoperti solamente da coloro che dispongono della giusta delicatezza per poterlo fare. Harry e Luna portano nel loro cuore un dolore invisibile come gli stessi Thestral, i quali sfuggono alla vista di chi non ha sperimentato una sofferenza tanto penetrante da generare nell’anima una lacerazione perpetua.

Harry, che ha visto Cedric perire, ha sviluppato una pietà che gli permette di mirare queste creature dall’aspetto insolito. Anche Luna, la ragazza che ha tranquillizzato Harry, riesce a vederli poiché ha anch’essa assistito consapevolmente alla morte di una persona cara, la sua adorata mamma.

La ragazza potrebbe tendere l’orecchio e ascoltare il lamento di Harry, capirlo e confortarlo ora che ne ha tanto bisogno, ma all’inizio del suo quinto anno scolastico lo stesso Harry non può parlare né gridare al mondo ciò che brucia dentro di lui. Non può farlo in alcun modo. Neppure ora che si ritrova ad Hogwarts.

Persino qui, infatti, Harry non può esprimersi con franchezza, dire quello che ha visto, raccontare a tutti la verità. Il Ministero della Magia si sta insinuando all’interno della scuola di magia e stregoneria e per mezzo di Dolores Umbridge sta cercando di mettere a tacere ogni indiscrezione riguardante il presunto ritorno del più temuto mago oscuro di tutti i tempi. Il Ministero della Magia non vuole che si scateni il panico né che si generino reazioni impossibili da prevedere. Cornelius Caramell, il Ministro in persona, non vuole credere a ciò che Harry e lo stesso Silente gli riferiscono. Si chiude nelle proprie stolte posizioni, e comincia a perpetuare un’azione di controllo su larga scala per delegittimare le opinioni discordanti. Sfruttando i mezzi di informazione e comunicazione come i giornali, su tutti La Gazzetta del Profeta, Caramell imbastisce un’astuta campagna mediatica volta a screditare la figura di Albus Silente e di Harry.

Come gli stessi Thestral anche Harry, in questo suo quinto percorso scolastico, patisce una sorta di “invisibilità”. Egli non viene “guardato” a dovere, “osservato” per ciò che è – un ragazzo profondamente scosso – e tantomeno non viene considerato, sebbene sia l’unico testimone di ciò che è avvenuto quella notte al cimitero. Harry vorrebbe urlare all’intero mondo magico quello che ha visto, vorrebbe essere udito, ma inizialmente non riesce a fare nulla. Non gli viene consentito.

Silente, oberato dai suoi compiti, decide volutamente di ignorare il povero Harry, lo evita, fa finta di non vederlo né sentirlo, come se il giovane fosse impercettibile, come se fosse anch’egli un Thestral, e tutto questo non farà che peggiorare il travaglio interiore del ragazzo. Ne “L’Ordine della Fenice”, Harry subisce lo stesso pregiudizio che aleggia intorno alle creature che trainano il carro, trascurate, inascoltate, malamente accettate.

La nuova professoressa di Difesa Contro le Arti Oscure Dolores Umbridge - incaricata dal Ministero di sorvegliare i movimenti sospetti di Albus Silente e le attività di Hogwarts – con i suoi vestiti rosa, i suoi modi apparentemente garbati, le sue maniere pacate, personifica il male nella sua essenza più infida, meschina, diabolica e subdola. Dietro quella patina “zuccherosa” e melensa, al di là di quello strato mellifluo, la Umbridge cova una cattiveria che perpetra con simulata dolcezza, una crudeltà che mette in pratica con inquietante cortesia, una ferocia che attua con glaciale placidità. 

La professoressa vuole mettere un bavaglio sulla bocca di Harry, vuole stringere con una spessa fune le mani degli studenti che anelano alla libertà, senza mai scomporsi più del dovuto, senza mai manifestare la propria immoralità, al contrario vorrebbe schiacciare la scuola sotto la propria tirannia mantenendo la sua aria distesa e paciosa.

Dolores Umbridge è perfida, intollerante e razzista, ma si ammanta di rosa, un colore tenero, dolce e rassicurante, incarnando il male più sinistro, quello più pericoloso e ingannatore perché si maschera di bene, di purezza, di virtù.

  • Ribellione al silenzio

La quinta fatica letteraria di J. K. Rowling è il libro più lungo della saga. Si tratta di un romanzo stratificato, denso, corposo, in cui l’autrice indugia sulla psicologia dei personaggi principali, svolgendo un lavoro introspettivo. La rabbia, la frustrazione, il senso di impotenza, di vuoto, che Harry avverte vengono rimarcati, approfonditi, portati alla luce e posti sotto una lente d’ingrandimento dall’autrice britannica.

Se il romanzo è in assoluto il più esteso della saga, paradossalmente l’adattamento cinematografico risulta essere uno dei film più brevi e superficiali di tutti. Il regista David Yates sceglie di adattare la storia in maniera scheletrica, scarna, sbrigativa. Nella pellicola succede poco a nulla e il ritmo appare compassato.

Il cineasta, al suo primo approccio con la saga di Harry Potter, non scava a fondo, limitandosi a mostrare il desiderio di ribellione che molti studenti nutrono contro le imposizioni liberticide del Ministero della Magia; un desiderio che viene concretizzato attraverso la fondazione dell’Esercito di Silente, un movimento ispirato al vecchio Ordine della Fenice, una società segreta che si opponeva a Voldemort e alle sue schiere di Mangiamorte durante la Prima Guerra dei Maghi.     

Molti amici di Harry vogliono imparare le formule e testare gli incantesimi con cui potersi difendere e contrattaccare, in altre parole vogliono mettere in pratica la magia che il Ministero vorrebbe mantenere solamente su un piano teorico, imbrigliando, così, i loro voleri di apprendimento, tarpando loro le ali. Gli alunni sono animati dall’intenzione di padroneggiare la magia, quel dono di cui dispongono; pertanto si affidano ad Harry, che accetta di diventare il loro mentore.

Harry aveva già dimostrato in passato di essere estremamente portato nel campo della Difesa Contro le Arti Oscure: aveva sconfitto un Basilisco dopotutto, aveva respinto una sfilza di Dissennatori evocando un potentissimo Patronus, ed era di recente sopravvissuto ad uno scontro diretto con Lord Voldemort. Non disponendo di un professore che possa istruirli a dovere, gli amici di Harry si rivolgono a lui.

Il castello, come se fosse dotato di un magico intuito, accoglie il bisogno degli studenti, aiutandoli a realizzare i loro propositi: pertanto la stessa Hogwarts fa comparire, di punto in bianco, una camera nascosta dentro la quale tutti i membri dell’Esercito di Silente possono incontrarsi in gran segreto, scampando alla vista della Umbridge: la Stanza delle Necessità. In quel luogo, Harry dispensa le sue conoscenze a tutti i suoi amici che imparano, esercitandosi, a usare la magia per proteggersi e, se l’occasione lo richiede, per colpire.

Il film di Yates procede lentamente, con un ritmo misurato e un’atmosfera fredda, mostrando le lezioni che Harry impartisce ai suoi compagni di studio e, al contempo, sottolineando approssimativamente i turbamenti psichici, fisici ed emotivi che il protagonista sperimenta su di sé.

  • Cambiamenti e pulsioni

Durante il trascorrere dei mesi, Harry viene sovente perseguitato da incubi intensi e dettagliati, nei quali osserva quello che Voldemort compie dalla sua stessa prospettiva. Gli incubi si fanno sempre più realistici, estenuanti. In uno di questi Harry vede il signor Weasley mentre viene aggredito dal serpente che Voldemort porta sempre con sé, Nagini.

Per Harry si tratta di una sensazione terribile: in quella “allucinazione” egli è il serpente, vede con gli occhi dell’animale, e da quel terribile punto di vista è testimone dell’attacco del rettile. Harry non sa cosa gli stia succedendo, teme che qualcosa di oscuro alberghi in lui. La visione che Harry ha avuto, però, gli permette di agire prontamente, di avvertire gli altri e di salvare il signor Weasley.

I timori di Harry crescono di ora in ora: egli teme di poter diventare malvagio, come se Voldemort possa avere una tale influenza su di lui da irretirlo, confonderlo, soggiogarlo. Il giovane cerca conforto nell’unica figura paterna che possiede, Sirius. Harry ha quindi un confronto col suo padrino, confidandogli le paure che lo affliggono, i dubbi che lo attanagliano. Sirius, con la fermezza di un padre, lo rassicura. Harry non è e non sarà mai una persona cattiva. Egli è una persona buona, profondamente buona, a cui sono successe cose cattive. E ciò nonostante nulla potrà mai cambiarlo, degenerarlo. Harry ha un cuore puro, crede nell’amicizia e nell’amore, principi e sentimenti che Voldemort ignora e che costituiscono la sua debolezza. 

La connessione che esiste tra Voldemort e Harry seguiterà a destare sconcerto e preoccupazione nel cuore di quest’ultimo, che deve anche far fronte ai turbamenti della sua crescita. Nel libro de “L’Ordine della Fenice” Harry appare spesso e volentieri nervoso, adirato, tanto da rispondere malamente anche ai suoi due migliori amici i quali, dato il periodo che Harry sta vivendo, fanno sovente finta di non sentire qualche suo commento sprezzante.

In uno dei passi iniziali del romanzo, il personaggio principale ammette tra sé e sé, per la prima volta, d’essere invidioso del suo migliore amico, Ron, quando questi viene nominato, a sorpresa, Prefetto di Grifondoro.

I lettori hanno la possibilità di inoltrarsi nei pensieri di Harry, scoprendo così che egli reputa ingiusto l’incarico che Silente ha voluto elargire a Ron. Harry è fermamente convinto che spetti a lui rivestire quella carica, e lo stesso Ron è stupito da tale notifica. E’ la prima volta, però, in cui a Ron viene concesso un onore, un privilegio, ed Harry dovrebbe essere contento per lui.

Eppure, in quei frangenti, il protagonista reagisce d’istinto, provando, interiormente, una forte gelosia e un celato senso di ingiustizia. Ma Harry sbollirà prestissimo quella sensazione di sdegno e di fastidio, tornando in sé. Quello che il protagonista provava in quel momento era un semplice sentimento umano, una reazione naturale, che può accadere a chiunque. Non è un pensiero rabbioso o un’invidia momentanea a cancellare l’affetto che egli nutre per il suo migliore amico. Come tutti Harry non è assolutamente perfetto, anzi tutt’altro, e lo si nota da come vive di emozioni e reazioni.

Dopo aver provato un leggero astio, Harry fruga dentro di sé e capisce che non è giusto dare retta a quell’emozione sia pure normale. Dunque corregge immediatamente il suo modo di approcciarsi alle circostanze, ricordando il bene che sente per Ron e tornando ad essere sinceramente felice per il suo amico.

In questa fase della storia, Harry sarà più volte soggetto a molteplici pressioni e scombussolamenti che ne mineranno la stabilità e la serenità.

Ai turbamenti psichici si sommano i turbamenti fisici, le pulsioni emotive, sentimentali, sessuali a cui Harry, in quanto ragazzo che sta maturando, va inevitabilmente incontro.

Ne “L’Ordine della Fenice” Harry cresce come uomo e come mago, sperimentando la gioia e al contempo l’amarezza del primo amore.

Come già noto Harry ha una cotta per Cho Chang, una compagna di scuola, molto graziosa, appartenente alla Casa di Corvonero.

I mesi passano ed Harry si avvicina sempre più alla fanciulla, che sembra ricambiare l’interesse del giovane sebbene sia ancora segnata dalla morte di Cedric, con il quale Cho aveva intessuto una breve relazione.

Il bacio che Harry darà a Cho sarà emozionante ma deludente, “umido”. Sarà un bacio dato in un periodo in cui entrambi, sia Harry che Cho, sono insicuri, spaventati, tristi perché condizionati dagli eventi recenti. Le “lacrime” che la giovane continua a versare ripensando a Cedric sembrano bagnare costantemente le sue labbra e il dolore che la ragazza porta ancora in sé contribuirà a rendere il primo bacio di Harry intenso ma inappagante.

Questa iniziale delusione amorosa permetterà comunque al protagonista di crescere ulteriormente e di capire che il suo vero amore è altrove, o per meglio dire a pochi passi da lui: Ginny Weasley, la sorella del suo migliore amico.

Ginny era stata salvata da Harry durante il secondo anno scolastico di quest’ultimo, nella camera dei segreti. Qualcosa li aveva già legati allora.

Come accade nelle storie più classiche, le più avventurose e romantiche, il protagonista salva la propria innamorata, strappandola dalle grinfie dell’antagonista; ne “La camera dei segreti” Harry veste i panni del prode che sottrae la damigella da un pericolo mortale, risultando agli occhi della fanciulla fiero e valoroso come si concerne ad un eroe della tradizione cavalleresca. Il primo seme dell’amore tra Harry e Ginevra (nome confacente ad una regina) viene piantato quel giorno.

Ma “Harry Potter” non è una storia classica e la stessa Ginny non è soltanto una damigella in pericolo, come lei stessa avrà modo di dimostrare negli anni a venire; ella diverrà un’eroina a sua volta, degna di stare a fianco del proprio eroe e del proprio grande amore. Nei romanzi, infatti, Ginny crescerà con una personalità forte, un temperamento indomito. Diverrà coraggiosa, decisa, intrepida e recalcitrante. Combatterà con tutte le sue forze nelle battaglie più ardue, e conquisterà il cuore di Harry in maniera indelebile.

Ginny si era invaghita di Harry fin da subito, chi lo sa, forse fin da quando lo aveva visto di sfuggita alla stazione di King’s Cross, dove tutto ebbe inizio. Fu per lei un colpo di fulmine. L’attrazione che provava per lui e che poteva facilmente essere scambiata per un’infatuazione passeggera si tramuterà ben presto in un amore profondo e duraturo. Quando Ginny crescerà continuerà ad amare Harry, pur frequentando altri ragazzi. Attenderà pazientemente, sperando che Harry si accorga finalmente di lei. E quando ciò avverrà, con sfrontatezza e decisione, Ginny correrà verso di lui, lo abbraccerà e lo bacerà senza esitazione: questo avverrà nel corso del sesto anno scolastico del protagonista.

Nelle trasposizioni cinematografiche di David Yates il personaggio di Ginny è probabilmente quello maggiormente svilito, mortificato e martoriato dalle sceneggiature, le quali la svuotano di tutto il suo contenuto, spogliandola della sua originale personalità e riducendola, purtroppo, a blando interesse romantico che corteggia il protagonista nei modi più buffi.

  • Adolescenza e maturazione

L’Ordine della Fenice” è una storia di passaggio, un racconto di transizione che si concentra sulla lenta ma costante crescita di Harry e dei suoi migliori amici; una crescita che avviene anche attraverso le sofferenze, le delusioni. A questo proposito vi è un accadimento in particolare, riportato anche nell’omonimo adattamento cinematografico, in cui il protagonista scopre un qualcosa che non poteva immaginare.

Accedendo ai ricordi di Severus Piton, Harry assiste ad un episodio del passato in cui suo padre, James, allora un ragazzo, schernisce Piton. In quegli anni James e Sirius erano soliti farsi beffe di Severus, deridendolo per il suo aspetto, umiliandolo, tormentandolo quotidianamente come infimi bulli.

Vedendo questo ricordo, Harry resta scosso. Aveva sempre mitizzato i suoi genitori. Non li aveva mai conosciuti, ma li aveva sempre considerati nei suoi pensieri come persone buone, altruiste, dolci e generose. Frugando in quel momento andato, Harry investe contro una realtà che aveva sempre ignorato: anche suo padre era una persona comune e quindi soggetta a debolezze, ad imperfezioni.

James Potter era stato anch’egli un ragazzo, e aveva commesso degli errori. Nella mente di Harry non era mai balenato il pensiero che suo padre potesse aver compiuto gesti crudeli, azioni discutibili. Questa verità che il protagonista riporta alla luce rappresenta un momento significativo che senz’altro lo sconvolge, sottraendogli una confortante ma ingenua sicurezza sulla quale Harry faceva affidamento.

Harry idealizzava suo padre, lo reputava un grand’uomo, un eroe senza macchia e senza paura. E aveva ragione. James Potter fu un eroe, un uomo che si schierò dalla parte giusta, dalla parte del bene, che sacrificò la sua vita per tentare di proteggere Lily, la donna che amava, e il suo stesso figlio. Ma James non era un uomo senza alcuna macchia perché nessuno lo è realmente. Apprendendo ciò, Harry avrà modo di capire, di rammentare che la perfezione, l’assoluto adamantino, il bianco più candido non esiste.

Nel romanzo de “L’Ordine della Fenice” anche il personaggio di Ron affronta un duro percorso di maturazione. Ron desidera conquistare un ruolo nella squadra di Quidditch di Grifondoro. Dunque, si allena in gran segreto e duramente di settimana in settimana, per sostenere un provino come portiere. Ron dispone di ottimi riflessi, vola discretamente con la sua scopa e può dimostrarsi un “guardiano” di sicura affidabilità.

Purtroppo però Ron è altresì insicuro. Profondamente insicuro. Non crede in sé stesso, si abbatte facilmente, si avvilisce, crolla al suolo sopraffatto dalle sue fisime ogni qualvolta incespica in uno svarione. Ron perde fiducia nelle proprie capacità al primo “fischio”, non appena sente echeggiare nel campo di gioco il coro avversario appositamente intonato per fargli smarrire la concentrazione. La sua prima apparizione con la divisa di Grifondoro nel ruolo di “estremo difensore” dei tre anelli è un disastro: tanti sono gli errori che Ron commette, incidendo negativamente sul rendimento della squadra.

Ma Ron non demorde, resiste. Incassa le prese in giro, gli sbeffeggiamenti, e cerca di andare avanti, di migliorare. Vedere Ron gettare la spugna dopo una prestazione da dimenticare avrebbe dato una certa soddisfazione alla tifoseria di Serpeverde. Ron persevera nei suoi obiettivi, si allena e si allena ancora. Attraverso il Quidditch, egli impara a domare, almeno relativamente, le emozioni che fanno parte della sua persona, le quali talvolta lo travolgono come una valanga, e dà prova del suo valore nella parte finale del campionato, parando tutto ciò che può.

Nel film, il Quidditch viene del tutto estromesso e l’evoluzione di Ron eliminata, semplificando ulteriormente la densità del racconto.

E per quanto riguarda Hermione?

Anche lei durante il quinto anno scolastico alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts è sottoposta ad un processo di maturazione?

Beh, certo, come tutti. Solamente in una misura minore e molto meno appariscente. Perché Hermione era già molto matura, fin da piccola. Aveva un acume e una intelligenza fuori dalla norma. Era sempre stata sveglia, vogliosa di conoscere, di imparare, di leggere avidamente, di espandere la propria cultura e il proprio sapere. Non a caso veniva definita da tutti “la strega più brillante della sua età”. Hermione aveva una grande sensibilità, una profondità d’animo smisurata ed era estremamente compassionevole.

Quanto poteva essere grande il cuore di quella ragazza quando, durante gli eventi del calice di fuoco, ella soleva dedicarsi a tentare di far capire agli elfi domestici la loro condizione di schiavitù!

Già a quella giovane età Hermione aveva fatto propri i principi dell’uguaglianza, della parità, della dignità di ogni essere vivente, per questo non si dava pace e voleva che gli elfi venissero educati a quegli stessi ideali, che capissero l’importanza di quelle verità. Gli elfi non le davano retta, e talvolta anche i suoi più cari amici, Harry e Ron, le andavano dietro riluttanti. Perché in fondo gli elfi domestici erano felici così com’erano: volevano restare umili e sciatti servitori, nient’altro. Hermione non poteva tollerarlo: secondo lei gli elfi si comportavano in tal modo perché erano stati, da sempre, “educati” a vivere quel tipo di esistenza, senza contemplare altre possibilità. Hermione si impegnò a lungo per correggere quella che reputava un’ingiustizia, un sopruso, un’onta: il fatto che nel mondo magico esistesse la schiavitù.

Hermione non aveva bisogno di maturare poi molto rispetto ad Harry e Ron, perché, a suo modo, era già una ragazza incredibilmente matura, arguta, prodiga. Perché soltanto una donna dal cuore grande e dalla mente piena di sani valori si sarebbe battuta con tale veemenza per ciò in cui credeva, per una causa tanto nobile.

Hermione era una strega di eccellente bravura, ma era ancor di più una creatura impavida, determinata, intuitiva, generosa ed eroica. Un esempio di grandezza femminile meraviglioso.

Hermione era splendida! Magicamente splendida!

Ma non era certo perfetta. Nessuno lo è, dopotutto.

Nel primo libro Hermione ci viene presentata come una ragazzina saccente, sempre pronta a ostentare il proprio sapere. Ancor prima di varcare la soglia della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, la fanciulla, con notevole diligenza, si era gettata a capofitto nello studio, imparando molte cose e memorizzando nozioni inerenti il mondo magico.

Hermione è talmente presa da sé stessa da non accorgersi di sembrare tanto saputella da sminuire gli altri. Harry e Ron, al principio, diffidano di lei, reputandola fin troppo boriosa. Ben presto però i due capiranno che Hermione è gentile e generosa e quindi si avvicineranno sempre di più a lei.

Fin dal primo anno Hermione si dimostra un’allieva modello. Spesso e volentieri, per la sua grande voglia di emergere ella risulta agli occhi degli altri una insopportabile so-tutto-io. Invero, dietro la ferrea volontà di essere la migliore del suo corso Hermione nasconde una fortissima paura: quella di fallire. 

La scuola, in generale, oltre ad essere un luogo formativo, in cui nascono amicizie, amori, legami e in cui si studia, si apprendono concetti e ci si migliora, è altresì un luogo dove si è costantemente messi alla prova e giudicati mediante l'assegnazione di un voto, che sovente può inficiare o rafforzare l'autostima di uno studente. Nel caso di Hermione, applicarsi nello studio e avere una pagella eccellente è una delle cose più importanti, se non la più importante in assoluto. La paura più grande che si cela nel cuore di Hermione contempla l’insuccesso: non a caso il molliccio che si materializza dinanzi ai suoi occhi assume la forma della professoressa McGranitt che le comunica d'essere stata bocciata in tutte le materie, causando nella ragazza uno shock che la porta a scoppiare in lacrime. 

In alcune circostanze, Hermione lascia emergere un lato del suo carattere che potremmo definire vendicativo. Questo aspetto della sua personalità si può notare proprio nel romanzo de "L'Ordine della Fenice", nel quale escogita uno stratagemma punitivo per chi vìola un accordo segreto inerente l'esistenza dell'Esercito di Silente. Quando Marietta Edgecombe farà la spia, verrà “punita” dalla fattura di Hermione, un “maleficio” che farà comparire sul volto di Marietta una sorta di “sfregio”, marchiandola come volgare traditrice.

Ancor prima, verso la parte finale de “Il calice di fuoco” Hermione si prende una bella rivalsa su Rita Skeeter, cronista de La Gazzetta del Profeta inviata ad Hogwarts come reporter incaricata di raccontare gli eventi salienti del Torneo Tremaghi.

Rita scrive un articolo dalle venature melodrammatiche, nel quale dipinge Harry come un tragico ragazzo che si strugge per la morte dei genitori, e instilla disonestamente il dubbio che Hermione abbia una storia con lui. Negli articoli successivi, Rita descrive Hermione come una ragazza “civettuola”, che si diverte a prendersi gioco dei sentimenti di Harry e di Viktor Krum.

In seguito, la Skeeter scrive altri articoli di natura “scandalistica”, rivelando ai suoi lettori che Rubeus Hagrid, il guardiacaccia di Hogwarts nonché professore di Cura delle Creature Magiche, è un mezzo-gigante. Nel mondo magico vi sono pregiudizi ben radicati verso i giganti, data la loro inclinazione violenta e il loro istinto selvaggio, e la portata di questa notizia genera un contraccolpo nei confronti del povero Hagrid.

Le malefatte compiute da Rita Skeeter non saranno perdonate da Hermione, la quale appena scoprirà che la giornalista è un Animagus non registrato presso il Ministero della Magia userà tale informazione per ricattarla, obbligandola a non scrivere più neppure un singolo articolo per un intero anno. Una vendetta coi fiocchi!

Ne "Il principe mezzosangue" Hermione si dimostra gelosissima di Ron, tanto da divenire aggressiva. Quando quest'ultimo la farà arrabbiare, ignorandola senza che Hermione capisca il perché, lei gli scatenerà contro degli uccellini incantati che feriranno Ron, beccandolo più volte sulle braccia e sul resto del corpo, costringendolo ad andare in giro per giorni tutto incerottato.

Sempre nello stesso romanzo, Hermione avrà modo di infierire ancora sul suo grande amore, con una stilettata alquanto “crudele”. Durante la fase del loro litigio, ella insinua, pur non nominandolo direttamente, che Ron non sia un bravo giocatore di Quidditch a differenza di Cormac McLaggen, tentando quindi di minare le sicurezze già precarie del ragazzo per quanto concerne la sua abilità come portiere. In realtà Hermione commette quelle piccole ma pungenti vendette perché accecata dalla gelosia e dall'amore che prova per Ron, impegnato, a sua volta per ripicca, in una relazione momentanea con Lavanda Brown. 

Questi aspetti della personalità di Hermione la rendono, nei libri, ancora più realistica e vera come personaggio, con le sue sfumature variopinte e sorprendenti. Negli adattamenti cinematografici i “difetti” di Hermione vengono quasi del tutto omessi, a favore di una esaltazione a tratti eccessiva delle sue virtù caratteriali e intellettive di sicuro ragguardevoli.

  • Un amico ed un figlioccio

Come dicevo da principio, ciò che si consuma ne “L’Ordine della Fenice” è un dolore sordo che non può essere urlato.

Nel finale della pellicola, Harry, Ron e Hermione, insieme a Ginny, Neville e Luna, si recano al Ministero della Magia e qui cadono in un’imboscata. I ragazzi dovranno fare affidamento sugli incantesimi che hanno appreso e combattere contro un gruppo di Mangiamorte.

Gli adepti di Voldemort sono seguaci di un potere totalitario, oscurantista. Nel concepire i Mangiamorte, J.K. Rowling ha certamente tratto ispirazione dal regime nazista e dall’ideologia della “razza ariana”. I Mangiamorte portano avanti il credo di una razza superiore, che si erge su tutti coloro ritenuti inferiori e per questo motivo meritevoli d’essere estirpati: i “sanguemarcio” e i babbani.

Durante la battaglia al Ministero, Sirius, l’adorato padrino di Harry, troverà la morte. Tutto accadrà improvvisamente, ancora una volta sotto lo sguardo incredulo e sconvolto di Harry.

Poco prima della fine Sirius si rivolge al figlioccio, mentre i due stanno combattendo fianco a fianco, e gli dice: “Bel colpo, James!”. Harry ne resta spiazzato.

In quel frangente, Sirius chiama Harry col nome del padre di quest’ultimo. Perché è accaduto? Si è trattato di un semplice lapsus? 

Nel libro, vi è qualche passaggio in più che potrebbe fare luce a tal proposito.

Sirius sperava in cuor suo, forse inconsciamente, di ricreare con il suo figlioccio, Harry, lo stesso rapporto di amicizia che egli aveva con James Potter; un rapporto fatto di complicità, di avventure e di marachelle ma anche di combattimenti avventati e duelli contro avversari molto pericolosi

In una parte del romanzo, quando Harry si mostra accorto e ponderante nelle scelte da compiere rispetto al più istintivo James, Sirius rimane deluso e si lascia scappare una esternazione emblematica, con la quale sottolinea una certa amarezza nel rendersi conto che Harry non è poi così simile a James sotto quel versante caratteriale come lo stesso Sirius credeva.

Fisicamente Harry somigliava tanto a suo padre eccetto che per gli occhi, che erano quelli di sua madre. Talvolta, guardando Harry, Sirius non scorgeva soltanto il proprio figlioccio ma anche il suo amico, ingannandosi tragicamente. 

Sirius coltivava un sogno sopito: quello di riforgiare con Harry il legame perduto col “fratello” James. Ma James se n’era andato molto tempo fa, e non avrebbe più fatto ritorno. Sirius morirà con quelle parole, rimembrando il suo amico scomparso nel volto del suo figlioccio.

Sirius fu un uomo buono. Un mago che, fin da ragazzo, rinnegò la fede della sua famiglia.

Egli proveniva da un nobile lignaggio, da una “dinastia” che odiava coloro che non avevano puro il proprio sangue. Sirius non badava a certe sciocchezze, non fece mai sue quelle credenze razziste e intolleranti. Si ribellò ad esse e lottò per tutta la sua esistenza contro chi voleva epurare dal mondo coloro che non corrispondevano ad un ideale di presunta superiorità.

  • L’urlo stroncato di Harry

Nel compiersi del conflitto Sirius verrà raggiunto dalla più fatale delle maledizioni senza perdono, scagliata da Bellatrix Lestrange.

L’espressione del viso di Sirius sarà incredula, come se egli stesso fosse stato colto alla sprovvista e faticasse a capire, a realizzare in quei pochi secondi d’essere prossimo alla fine.

Il suo corpo non avrà più vigore, si lascerà andare, scomparirà al di là di un velo.

Nel film piomba un assordante silenzio. La cinepresa indugia sul volto di Harry, che urla disperato. Ma il suo grido viene soffocato. Totalmente soffocato. Non possiamo udirlo noi spettatori, ma è come se lo sentissimo fin dentro di noi, in fondo al petto.

Ecco il dolore sordo, indistinto, che echeggia laconico e che avvolge tutta l’opera de “L’Ordine della Fenice”, un dolore che nella suddetta scena viene reso magnificamente dall’assenza totale del suono. Harry ha visto nuovamente la morte, che sembra perseguitarlo come una triste mietitrice ossessionata da lui e dai suoi cari. Il protagonista impazzisce dal dolore, l’ira ribolle in lui.

Dunque il ragazzo insegue Bellatrix, centrandola con l’anatema della tortura. La strega scivola in terra, a pochi metri dal protagonista che potrebbe infierire su di lei. Harry si interrompe d’un tratto.

E’ questo ciò che vuole diventare? Un mago che usa le stesse maledizioni adoperate dai Mangiamorte? E se lo facesse, se superasse quel confine cosa accadrebbe? Diverrebbe quello che teme? Un ragazzo di buon cuore trasformato in un mago che cova odio?

La voce di Voldemort risuona dal nulla. Harry la sente sibilare alle sue spalle. Il Signore Oscuro con un tono mellifluo mette alla prova Harry, come un diavolo tentatore. Lo invita ad attaccare, a torturare la strega, rammentandogli che per effettuare la Maledizione Cruciatus deve volerlo davvero. Harry si ravvede, non si lascia circuire. Respinge i tentativi manipolatori di Voldemort, che si manifesta davanti a tutti i presenti.

Albus Silente raggiunge il luogo appena in tempo. Il più potente tra i maghi e il Signore Oscuro si fronteggiano, in una sequenza memorabile. La furia dei due contendenti è implacabile. Silente ribatte agli attacchi di Voldemort, che approfitta del duello per distrugge l’integrità del Ministero e per ridurre in brandelli la bellezza e il valore simbolico di quella istituzione, rimasta cieca e sorda.

Cornelius Caramell arriverà a duello ultimato, quando Voldemort disperderà sé stesso, eclissandosi sotto lo sguardo attonito degli Auror. Soltanto allora, il Ministro comprenderà la gravità del proprio immobilismo. 

"Albus Silente" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nel romanzo di J. K. Rowling, negli ultimi capitoli, Harry ha un confronto con Silente. Il ragazzo rinfaccia al Preside il suo comportamento, colpevolizzandolo per averlo abbandonato. Harry sfoga tutto il dolore e la rabbia repressi in un dibattito violento, furente, schietto nel quale esterna tutto il suo patimento, venendo infine consolato dalle sagge e buone parole di Silente, che fa ammenda.

Nel film questa scena verrà incredibilmente banalizzata ed Harry non avrà modo di palesare il dolore patito durante il suo quinto anno scolastico; un dolore acuito dalla perdita di Sirius. Nelle pagine del testo, Harry non ce la farà ad accettare la morte del proprio padrino. Chiederà aiuto al fantasma di Nick-Quasi-Senza-Testa con la speranza che lo spirito di Sirius sia rimasto sul piano dei mortali, come uno spettro. Invero, Sirius è passato oltre. Ha trovato la pace.

Anche questa scena non sarà presente nell’omonima pellicola. Purtroppo sarà consuetudine degli ultimi film della saga sintetizzare all’eccesso oppure omettere del tutto molti dei momenti più topici del racconto. Gli adattamenti di Yates pur vantando un’estetica strabiliante nelle sequenze d’azione risulteranno opere dall’impostazione riassuntiva, schematica, a tratti perfino piatta. 

Il dolore sordo di Harry sarà finalmente attenuato quando egli avrà modo di riabbracciare Ron e Hermione, i suoi più cari amici.

Harry pensò a loro quando si trovò faccia a faccia con Voldemort, al Ministero, e nel momento in cui questi cercò di asservire la sua anima. Harry pensò ai suoi amici, alla sua famiglia, e si rese conto d’essere migliore del suo nemico. Poiché questi non ha mai conosciuto né l’amore né l’amicizia.

Voldemort è davvero solo, non Harry.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lord Voldemort" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Uno stupore costante…

Questa volta non vorrei cominciare da un ricordo personale come fatto negli articoli precedenti, bensì da un momento, da un istante fugace, anzi dall’espressione di un volto per essere più precisi. L’espressione che Harry fa in una delle sequenze iniziali di “Harry Potter e il calice di fuoco”, per l’appunto.

Dunque, come comincia “Il calice di fuoco?”.

Ah sì, certo, con un viaggio! Un viaggio compiuto con una scarpa!

Aspettate, formulata in tal modo la frase può “suonare” un tantino strana. Dovrei cercare di essere più chiaro: la suddetta scarpa, quello stivale vecchio e logoro non è una calzatura qualunque ma una Passaporta, un oggetto stregato che trasporta chi lo tocca verso un luogo già pianificato.

Ebbene grazie a questo particolare mezzo di locomozione Harry parte con Ron, Hermione e tutta la famiglia Weasley per assistere ad un evento eccezionale: la finale del campionato del mondo di Quidditch.

Quando giunge nel luogo prestabilito, Harry nota che i Weasley stanno per entrare in una tenda in cui, presumibilmente, dovranno pernottare, come se si trattasse di un campeggio. La tenda è piuttosto piccola a vedersi.  Fin troppo piccola.

Osservandola dall’esterno appare evidente che essa non può contenere tutta la famiglia e il resto degli invitati. Harry la scruta perplesso, mentre il signor Weasley sollecita i presenti, mormorando qualcosa come: “Casa dolce casa”.

Udendo quell’enunciazione, Harry riesce a stento a borbottare un eloquente “…Come?”.

Il ragazzo avanza verso quella “casetta” minuscola, disorientato. Non appena varca la soglia il giovane si rende conto che la tenda, all’interno, si espande, come per magia. Essa risulta ora molto più vasta, capiente, ospitale. All’interno di quello spazio vi è un soggiorno, arredato con un tavolino e delle comode poltrone. Più in fondo vi è una cucina, in cui si è già fiondato Ron. Ancor più in là vi sono camerette arredate, suppellettili, oggetti vari, letti con tanto di morbidi guanciali e soffici coperte. La tenda svetta verso l’alto e il “soffitto” pare tanto distante da sfiorare il cielo.

Harry strabuzza gli occhi, fa quasi cadere la mascella per terra. Poi sorride e pronuncia una frase: “Adoro la magia!”. E’ una scena bellissima.

Nonostante siano passati alcuni anni da quando Harry ha scoperto le sue origini - da quando ha saputo d’essere un mago e di appartenere al mondo incantato - egli continua ancora a stupirsi, proprio come una persona qualunque proiettata in una realtà sempre mutevole e straordinaria.

Eppure di cose strane e stupefacenti Harry ne aveva viste a bizzeffe. Ma non importava, per lui era come se fosse sempre la prima volta. Quello stupore, quel senso di meraviglia Harry non lo aveva mai perso. Dinanzi ai prodigi della magia egli seguitava a sbalordirsi, a meravigliarsi, ed essa non smise mai di sorprenderlo veramente. 

Già, esattamente come accade a noi. Perché, in fondo, noi lettori e spettatori somigliamo tanto ad Harry.

Come lui siamo stati catapultati improvvisamente dal mondo babbano a quello magico, attraverso un paragrafo letto con trasporto o mediante una sequenza filmica guardata con entusiasmo. E al pari di Harry, pur avendo imparato col passare del tempo quanto la magia possa essere incredibile, continuiamo a sbalordirci ogni qualvolta decidiamo di tornare a sfogliare una pagina della saga letteraria o a rimirare una delle scene che più preferiamo dell’universo cinematografico.

In quell’espressione di Harry vi è la nostra stessa espressione, la nostra ammirazione e devozione verso quel mondo fantastico in cui tutti noi amiamo rifugiarci tramite l’ausilio dell’immaginazione.

Per tale ragione ho scelto di dare inizio a questo elaborato soffermandomi su quella specifica espressione di Harry. Su quella faccia sgomenta, su quella frase tanto rilevante.

Esattamente come Harry, noi appassionati ammiriamo ancora e ancora quell’inconfondibile e inebriante “magia” generata dalla penna di J. K. Rowling, reputandola bella e adorabile, superlativa e spiazzante, affascinante e soprattutto confortevole perché ci fa sentire bene.  

Ma a tal proposito “Il calice di fuoco” - il quarto capitolo della saga cinematografica che apre i battenti proprio con quella frase di Harry con la quale egli afferma di adorare la magia - è esso stesso “magico” come i film precedenti? Possiede anch’esso quel fascino che si percepiva, si “respirava” guardando i primi tre film della saga e che li permeava nella loro totalità?

Sì… e no. In parte, a mio giudizio.

  • … Uno stupore che sfuma leggermente

In “Harry Potter e il calice di fuoco” inizia ad accadere qualcosa. O per meglio dire comincia a cambiare qualcosa. Già, ma cosa?

Non è facile da esprimere a parole, perché è come se si trattasse di una sensazione. La magica atmosfera dei precedenti tre episodi si disperde lievemente, e insieme ad essa anche la fedeltà al materiale d’origine subisce una prima, dolorosa fenditura.

Il calice di fuoco” è un film pieno zeppo di ingredienti magici: draghi, sirene, carrozze trainate da creature alate che scorrazzano fra le nuvole, un veliero che naviga sul fondo del mare e che emerge dagli abissi poco prima di attraccare a pochi metri dalle sponde che circondano Hogwarts; ciò nonostante l’opera sembra perdere quell’incanto, quel profumo da sogno che cospargeva la scuola di magia e stregoneria e tutte le sue “diramazioni”.

La fotografia più “grigia” e fosca – utilizzata per trasmettere un velo di oscurità dovuto all’imminente ritorno di Voldemort – genera immagini fredde e spente, come se il mondo di Harry Potter fosse stato definitivamente esautorato dei suoi colori più vividi e ammalianti. Di pari passo alla crescita dei tre protagonisti “Il calice di fuoco” decide di virare verso la maturità rendendo - com’era opportuno fare - la storia più tenebrosa ma tutto ciò nell’allestimento scenico condurrà a una perdita di quella meraviglia visiva che si avvertiva un tempo.

Un cambiamento, quest’ultimo, che nei libri non accade mai. Sebbene anche i romanzi diventino maturi e drammatici mantengono un alone coerente di delizia, di “splendore”: essi brillano anche nei momenti più bui e sofferti.

Dalla quarta “puntata” in poi i film divengono basici, sommari, talvolta sbrigativi; la regia dedica minor cura a quei particolari scenografici o scenici che rendevano Hogwarts e altri luoghi del mondo magico così palpabili e meravigliosi.

I dettagli a cui Columbus e Cuarón ponevano una certa attenzione - come l’incedere del tempo, l’avanzata dell’autunno che spogliava il Platano Picchiatore delle sue foglie, il sopraggiungere del periodo natalizio, la neve che imbiancava gli esterni del castello, minuzie che aiutano lo spettatore a percepire sulla propria pelle l’anno scolastico che trascorre fra lezioni e peripezie in quella scuola dall’aspetto “fiabesco” – vengono accantonati.

I fantasmi che vagano nel castello come orme slavate compaiono sempre più raramente. Ad esempio, Nick-Quasi-Senza-Testa, che nel romanzo de “L’ordine della Fenice” ha con Harry un toccante dialogo riguardante la tragica morte di Sirius e il suo passaggio nell’aldilà, non appare più fin dal secondo “episodio”, come se si fosse dileguato nel nulla.

Nei primi film di Harry Potter, Hogwarts possedeva una “personalità”: le scale “a cui piaceva cambiare”, i quadri, che impreziosivano le pareti, nelle cui tele si muovevano personaggi dipinti eppur “vivi”, dotati di voce e temperamento, erano “particolari” che modellavano l’ambientazione infondendo in essa un marcato carattere. La scuola di magia e stregoneria non era un semplice luogo in cui si svolgevano gli eventi, un particolare scenografico, uno “sfondo” ma assumeva una vivezza tutta sua che contribuiva a plasmare un’estetica inconfondibile. Col susseguirsi delle pellicole Hogwarts verrà, in parte, spogliata della sua bellezza, del suo mistero, del suo fascino, venendo esplorata con distacco.

Per quanto concerne la fedeltà alla controparte cartacea occorre constatare che “Il calice di fuoco” mostra per la prima volta la difficolta di adattare in un’unica opera filmica un romanzo “grosso come un mattone”, sacrificando inevitabilmente delle parti narrative di indubbio valore. E purtroppo non finirà qui. Nelle trasposizioni cinematografiche seguenti molteplici sotto-trame dei romanzi di Harry Potter verranno sottaciute, a malapena accennate o se non del tutto eliminate a favore, sovente, di scene reinventate, di momenti futili e mal dosati.

Già ne “Il calice di fuoco” la presenza di Dobby, la misera condizione degli elfi domestici che sgobbano nelle cucine di Hogwarts e il desiderio di Hermione di rendere costoro consapevoli del loro stato esistenziale e della loro condizione di schiavitù - un qualcosa che colpirà col tempo anche Ron nel profondo – sono componenti della storia che vengono del tutto trascurati.

Più avanti, il sentimento e la relazione che lega Lupin e Tonks così come il passato di Silente, il tormento che il grande mago si trascina dietro e che riguarda la sua amata sorella scomparsa, Ariana, e soprattutto il trascorso che avvolge Lord Voldemort, fattore fondamentale per comprendere l’ossessione rivolta dal mago oscuro verso la ricerca dell’immortalità, sono tutti aspetti che verranno tralasciati o sussurrati appena. Perfino la profezia che lega Colui-Che-Non Deve-Essere-Nominato ad Harry verrà a stento citata e non illustrata chiaramente; tutto ciò renderà i successivi film di Harry Potter adattamenti sparuti, discretamente soddisfacenti.

Il calice di fuoco” è la prima traduzione in pellicola a segnalare questa incrinatura, pur essendo un lungometraggio avvincente, con sequenze altamente spettacolari. Superato questo capitolo, la saga cinematografica di Harry Potter andrà incontro a trasposizioni monche e ombrose, per quanto comunque emozionanti. Se i racconti di J.K. Rowling si faranno sempre più densi, stratificati, approfonditi, le sceneggiature dei film diretti da David Yates si faranno approssimative, frettolose, lasciando l’amara sensazione che si potesse fare di più.

Tengo però a precisare che, a mio modo di vedere, “Harry Potter e il calice di fuoco” resta un’ottima pellicola, la quale, pur omettendo alcuni segmenti certamente pregnanti del libro da cui è tratta, riesce comunque a mettere in scena gli aspetti più salienti con un ritmo incalzante.

 “Il calice di fuoco” è un film elettrizzante, pieno zeppo di avventure e di sequenze da ricordare.

  • Quattro campioni per una coppa

Terminata la finale del campionato del mondo di Quidditch, durante i festeggiamenti tributati alla squadra vincitrice una schiera di Mangiamorte, adepti rimasti fedeli al Signore Oscuro, compare a sorpresa, seminando il panico e il disordine tra i maghi lì presenti. Al calar delle tenebre, uno dei Mangiamorte utilizzando la sua bacchetta lancia nella volta celeste notturna un incantesimo che materializza il Marchio Nero, il simbolo di Lord Voldemort: un teschio scarnificato dalla cui bocca fuoriesce un serpente.

Nei giorni a seguire, Harry, Ron ed Hermione, ancora turbati dall’accadimento, fanno rientro ad Hogwarts per il loro quarto anno scolastico.

In cuor suo Harry desidererebbe trascorrere un’annata serena. Purtroppo per lui il “fato” ha altri piani. Harry, suo malgrado, sarà trascinato per l’ennesima volta in una situazione tanto intricata quanto pericolosa, venendo posto nuovamente al centro dei “riflettori”, calato in un “ginepraio” che inevitabilmente attirerà l’interesse degli altri studenti.

In questa quarta avventura Hogwarts è stata scelta per ospitare il Torneo Tremaghi, una competizione che coinvolge altre due scuole: l’Accademia della Magia di Beauxbatons e l’Istituto per gli studi magici di Durmstrang.

Dal calice di fuoco vengono estratti tre nomi per le rispettive scuole, tre campioni: Fleur Delacour per Beauxbatons, Viktor Krum per Durmstrang e Cedric Diggory come rappresentante di Hogwarts. D’un tratto, però, le fiamme del calice producono a sorpresa un quarto nome: Harry Potter.

Fra lo sconcerto generale, Harry, invocato a gran voce dal Preside, abbandona il suo posto a sedere nella Sala Grande, si mette in piedi e raggiunge gli altri campioni. Viene dunque informato che parteciperà al Torneo Tremaghi, con tutti i rischi che ciò comporta.

Harry non sa cosa fare né come reagire. L’intera Hogwarts, come già accaduto nel bel mezzo del secondo anno scolastico di Harry, quando questi venne sospettato d’essere l’erede di Serpeverde, si schiera contro di lui, accusandolo di aver imbrogliato, di aver inserito il proprio nome nel calice di fuoco e di aver conseguentemente eluso con un astuto stratagemma gli incantesimi di sorveglianza di Albus Silente.

Durante il suo secondo anno ad Hogwarts però, quando tutti lo ritenevano ingiustificatamente colpevole, Harry poteva contare sulla vicinanza e sull’appoggio del suo amico più caro, Ron. Questa volta, tuttavia, perfino Ron non gli crederà. Questi, frustrato dal fatto di non venire mai preso in considerazione, d’essere sempre messo in ombra dalla fama (non voluta) di Harry, si lascia travolgere dall’invidia, voltando le spalle al suo amico fraterno.

Ron commette un errore, si autoconvince che Harry ricerchi costantemente l’approvazione degli altri. Invero Harry vorrebbe starsene in disparte, non avendo mai agognato la celebrità che il destino ha voluto affibbiargli come una maledizione. Ron è troppo accecato dalle proprie insicurezze per comprendere l’assurdità delle sue accuse. Pertanto, egli non resta vicino ad Harry nel momento del bisogno, quando questi, sovrastato dalla paura, si prepara ad affrontare la prima prova del Torneo Tremaghi.

Ron se ne pentirà ben presto, cercando di rimediare al proprio comportamento. Nel lungometraggio, durante la fase del loro litigio, Ron cercherà comunque di aiutare Harry, tentando di informarlo indirettamente per quel che concerne il primo “test” della competizione. Solamente quando Harry avrà superato la prima prova Ron ammetterà il proprio sbaglio, chiedendo scusa ad Harry, il quale lo perdonerà senza pensarci su due volte.

Le debolezze di Ron, gli errori che a volte commette, lo rendono un personaggio profondamente umano. Quello che fa di Ron un amico vero, schietto, sincero è proprio il fatto che egli non è perfetto, né tantomeno falso o ipocrita; egli fa emergere candidamente i suoi sentimenti, facendosi talvolta soggiogare dai suoi complessi. Ron sbaglia, ma una volta preso coscienza del proprio svarione fa di tutto per espiare la colpa. Per un ragazzo della sua età rimediare ai propri strafalcioni significa avere grande coscienza e nobiltà d’animo. Ron rimugina, si interroga sulle proprie azioni, mette a fuoco sé stesso e il suo agire, comprende i propri sbagli e non se ne sta affatto con le mani in mano ma si impegna per sistemare le cose. Anche nel terzo libro, a seguito di un brusco litigio con Hermione, Ron le domanda scusa, promettendole che la aiuterà a scagionare Fierobecco dalle accuse.

Ron farebbe di tutto per Hermione e Harry e lo dimostra nelle più disparate occasioni. Nel già citato romanzo de “Il prigioniero di Azkaban”, ad esempio, Ron, pur essendo ferito, si staglia al cospetto di Sirius Black avvertendolo: “Se vuoi uccidere Harry, dovrai uccidere anche noi”.

Udendo queste parole qualcosa lampeggia negli occhi di Sirius, forse un tremolante luccichio di soddisfazione, un bagliore di felicità. Molto probabilmente Sirius - che in quei momenti viene erroneamente creduto un assassino dai tre protagonisti – si rende conto che Ron è pronto a morire per Harry, un gesto che lo stesso Sirius avrebbe adempiuto, in giovinezza, per salvare il suo amico James. Osservando Ron, scorgendo il suo ardore, Sirius capisce che il suo figlioccio, Harry, possiede un dono molto prezioso: la vera amicizia.

Nello stesso libro Ron risponde a tono al professor Piton quando questi rimprovera malamente Hermione, “colpevole” di aver preso la parola senza essere stata interpellata: “Lei ci ha fatto una domanda e Hermione conosce la risposta! Perché lo chiede, se poi non vuole ascoltarla?”.

A volte, confuso dalle sue emozioni Ron “cade” ma si rialza prontamente, tentando sempre di migliorarsi, fedele ai suoi ideali di amicizia e lealtà.

La prima prova del Torneo Tremaghi consiste in uno scontro, faccia a faccia, con una creatura alata e feroce. Harry dovrà affrontare un terribile drago: l’Ungaro Spinato. Il compito di Harry sarà quello di trafugare un uovo d’oro che lo sputafuoco sorveglia integerrimo.

Harry, come un gladiatore dell’Antica Roma, si trova così calato all’interno di un’arena, di un piccolo e roccioso “Colosseo” e sotto lo sguardo di centinaia di spettatori dovrà combattere contro il drago, sfuggire alle sue fiamme divampanti e recuperare il fatidico uovo d’oro.

  • Voce stridula, canto melodioso

L’uovo nasconde un indizio circa la seconda prova che Harry e gli altri tre campioni del torneo dovranno sostenere. Una volta aperto, l’uovo emette un suono stridulo, inascoltabile, fastidiosissimo, che nessuno riesce a tollerare né tantomeno a decifrare. Harry non sa come risolvere tale “enigma”.

Dopo aver acciuffato un suggerimento di Cedric, Harry si reca nei bagni della scuola. Lì decide di entrare nella vasca e, quindi, di tuffarsi in acqua. Dinanzi a lui proiettata su una lastra di vetro vi è la sagoma di una sirena seduta su uno scoglio. La sirena ritratta in quella vetrata si muove magicamente; ella si volta e inizia ad accarezzare i lunghi capelli biondi che le ornano il volto.

Tale raffigurazione mi ha sempre riportato alla mente il dipinto del pittore John William Waterhouse "La sirena", nel quale una donna col torso nudo e la coda di un pesce se ne sta vicino alla riva del mare, venendo lambita dalla risacca che si infrange sulla riva; la sirena è immortalata in una dolce posa, mentre si pettina con un oggetto “metallico”, forse una forchetta, come era solita fare teneramente la stessa Ariel nel film della Disney.

Anche ne “Il calice di fuocola sirena immortalata fra quei contorni si sta prendendo cura della sua folta chioma colorata d’oro.

Harry si immerge, apre l’uovo e ascolta un canto soave.

L’uovo andava aperto proprio laggiù, sott’acqua, poiché esso fa effluire una voce proveniente dalle onde; l’uovo si esprime con un linguaggio “marino”, che non può essere ascoltato sulla terraferma, all’aria aperta.

Questo passaggio de “Il calice di fuoco” mi ha sempre richiamato alla memoria un passo di uno dei film che più amo: “Splash – Una sirena a Manhattan”. In quel lungometraggio, nella parte iniziale, il protagonista e la giovane sirena di cui si è perdutamente innamorato (sebbene inizialmente egli non sappia che lei sia una sirena) hanno uno scambio di battute.

Lui domanda alla fanciulla quale sia il suo vero nome. Lei afferma che il suo nome non può essere pronunciato nella lingua dell’uomo. Il ragazzo non si rassegna, è troppo curioso, pertanto la sprona a farlo comunque, a dirlo a voce alta. Quindi la sirena pronuncia quella parola che assume un suono stridulo, intollerabile, talmente acuto da mandare in frantumi tutti i vetri e gli schermi dei televisori presenti nel negozio in cui i due si trovano. Una scena deliziosamente comica. La sirena, che poi sceglierà di assumere il nome Madison, non può usare il proprio linguaggio all’aria aperta e per giunta sulla terraferma poiché esso deve essere udito solamente in mare, nel regno sperduto tra il blu dei fluttui.

Ecco che accade qualcosa di simile anche ne “Il calice di fuoco”: Harry non può sentire i versi dell’uovo, se non trovandosi immerso oltre lo specchio dell’acqua, in quanto l’uovo contiene il canto soave e ammaliante di una sirena. Harry capisce così che la seconda prova si svolgerà nel Lago Nero, che delimita i confini di Hogwarts.

Sotto la superficie lacustre vi sono delle sirene. Esse sono rie, mostruose e infide, come la mitologia greca era solita descriverle. Le sirene di Harry Potter non possiedono la grazia, la bellezza e l’eleganza delle sirene create dalla fantasia di Hans Christian Andersen, che le ha rese, in particolar modo con la protagonista della sua fiaba, delle creature affabili, sensibili, buone, seducenti e bellissime. Le sirene di Harry Potter sono invece orripilanti e mostruose, appartengono alle sirene più tradizionali, che minacciano e ghermiscono chiunque osi nuotare presso i loro territori.

Harry dovrà raggiungere il fondo del Lago - restando immerso per un protratto lasso di tempo grazie all’utilizzo dell’Algabranchia – e salvare la persona a cui tiene di più al mondo: il suo migliore amico.  

  • Il Ballo, la prova più ardua

Il Torneo Tremaghi non è soltanto un’opportunità per mettere alla prova le abilità di tre campioni che frequentano le tre scuole di magia; il torneo è anche un’occasione per avvicinare gli studenti dei tre istituti, per imbastire nuovi incontri, per far nascere nuove amicizie.

Hermione sarebbe stata fiera di questa mia descrizione.

E infatti il Ballo del Ceppo rappresenta una cerimonia adatta, una serata di gala che permette agli studenti di interagire fra loro, scegliere un partner e dunque danzare.

Il Ballo del Ceppo, che coinvolgerà tutti gli studenti durante il quarto anno di studi di Harry, Ron ed Hermione, è un appuntamento molto importante, probabilmente la prova più ardua a cui Harry dovrà sottoporsi.

I draghi sputafuoco, in fondo, non sembrano poi così pericolosi se paragonati al possibile rifiuto di una ragazza. Sì, certo, i draghi sono creature potenzialmente letali, se ci si avvicina troppo essi possono ridurre in cenere con un banale colpo di tosse, ma non sono poi così spaventosi come una ragazza che attende lì, che fissa e scruta, mentre si tenta, balbettando, di chiederle se le va di venire ad un evento mondano.

Invitare una ragazza a ballare è per Harry una sorta di “quarta prova” del Torneo Tremaghi, una prova di coraggio, di maturità. Harry e lo stesso Ron dovranno fare appello a tutto il coraggio di cui dispongono, farsi avanti e invitare una ragazza. Nulla di più terrificante, a quell’età.

Ron ne è cosciente. – “Accidenti, Harry, tu uccidi i draghi, se non trovi tu una ragazza allora chi?! – Chiede il giovane, intimorito.

In questo momento uscirei con un drago.” – Tentenna Harry, ammettendo la strizza nel farsi avanti con la ragazza che più lo attrae.

Harry Potter e il calice di fuoco” pone l’attenzione proprio su questa fase della crescita, della maturazione dei personaggi principali.

Harry ne ha affrontati eccome di pericoli nel corso della sua breve ma già intensa esistenza, eppure è così incerto, irresoluto dinanzi all’altro sesso, come molti altri suoi coetanei. Le prove rischiosissime che affronta durante il Torneo si intrecciano alla prova di maturità che egli dovrà compiere recandosi al Ballo con una damigella.

Alla fine, Harry non riuscirà a superare a pieni voti questo “esame”. Non riuscirà, infatti, ad invitare Cho Chang, la ragazza che realmente ha rubato il suo sguardo. Ripiegherà su una delle gemelle Patil.

A Ron andrà anche peggio. Egli sarà tutto preso a dare la “caccia” alle ragazze più in vista della scuola, tanto da dimenticarsi di porre la giusta attenzione sulla ragazza che gli sta sempre accanto, quella per cui prova qualcosa senza rendersene conto del tutto già dal secondo anno: Hermione.

Perché sì, certo, Ron ama Hermione sin da “La camera dei segreti”; la ama probabilmente da quando neanche riusciva a capire o descrivere cosa fosse l’amore.

Nel romanzo de “La camera dei segreti” Ron è quello che per difendere Hermione dalle imperdonabili offese di Draco Malfoy mette immediatamente mano alla bacchetta; Ron è anche colui che più di tutti si preoccupa per Hermione quando quest’ultima viene pietrificata. In una fase del racconto, Ron, a lezione, osserva con tristezza il posto in cui era solita sedersi Hermione: un posto vuoto, poiché la ragazza si trova pietrificata in infermeria. E’ questa visione a spronare Ron ad andare nella Foresta Proibita, ad affrontare il suo terrore più grande: i ragni. Per capire cosa sta accadendo, per avere delle delucidazioni circa la creatura che infesta la scuola, per sapere come poter salvare e ridestare Hermione dal suo sonno, Ron sceglie di accompagnare Harry e di tenere sotto controllo, perlomeno temporaneamente, la sua aracnofobia.

Quando sul finale del libro “La camera dei segreti” il preside Silente rivela che tutti gli studenti pietrificati sono stati curati e sono guariti, Ron esclama candidamente qualcosa come: “Quindi Hermione sta bene?” e felice corre subito da lei. Era il suo primo pensiero. Ron ama Hermione da allora, sebbene non lo avverta con piena consapevolezza.

Al quarto anno di scuola, quando avrebbe l’opportunità di invitare Hermione al Ballo, ecco che Ron combina un pasticcio. Si accorge troppo tardi della femminilità della ragazza, la invita come ultima risorsa ed Hermione, a ragion veduta, gli dà il benservito.

"Hermione" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’anatroccolo che era sempre stato un cigno

Il giorno del Ballo, Hermione si concede una pausa dallo studio. Forse, per la prima volta in vita sua, decide di mettere da parte i testi scolastici, le pergamene intrise d’inchiostro, preferendo concentrarsi maggiormente su sé stessa, per prepararsi ad una serata di solo divertimento.

Nel libro, la ragazza si prende cura dei suoi capelli, domando la sua chioma foltissima e crespa e facendosi un’acconciatura molto graziosa. Nel film, Hermione indossa un vestito rosa e si presenta al Ballo più bella che mai. Hermione scende le scale come una principessa delle fiabe, sorridendo raggiante, intimidita e frastornata al contempo. Le sue gote si fanno rosse dall’emozione mentre viene ammirata da tutti. La fanciulla raggiunge il suo partner della serata, il campione di Durmstrang Viktor Krum, e balla fino a notte inoltrata con lui.

Ron intravede Hermione mentre sfila col suo abito elegante, a braccetto con Krum. Quel “brutto anatroccolo” era diventato un cigno sotto lo sguardo imbambolato di Ron.

Un anatroccolo che si trasforma in cigno, già, metafora calzante per indicare qualcosa di bruttino che diventa improvvisamente bello. Ma Hermione non era mai stata “un brutto anatroccolo” agli occhi di Ron. Specialmente nei libri.

In cuor suo Ron l’aveva sempre trovata bellissima, solo che non ci badava, non si soffermava a riflettere a dovere sui suoi sentimenti.

Nei racconti, quando Hermione porta quotidianamente i capelli ispidi e arruffati e ha i denti molto pronunciati, Ron la trova comunque splendida. E si intuisce questa verità dal semplice fatto che egli la osserva, la guarda, la scruta e la contempla senza neppure sapere di farlo. Quando Hermione approfitterà di una “visita” in infermeria per sistemare i suoi denti e li ridurrà con l’aiuto del tocco magico di Madama Chips, Ron sarà il primo a notare il cambiamento di Hermione e lo farà presente. Sarà il primo a riscontrare che i denti della fanciulla sono diventati meno sporgenti. Questo perché Ron guardava sempre Hermione, catturato da quella visione quasi involontariamente, e con una semplice, nuova occhiata poteva accorgersi di un cambiamento nei suoi lineamenti ed in tutto il suo aspetto.

A Ron non serviva un vestito elegante per considerare Hermione com’era realmente: meravigliosa, speciale, unica. Eppure, quanto accadrà durante il Ballo del Ceppo servirà al ragazzo per maturare, per prendere finalmente coscienza del sentimento che pulsa in fondo al suo cuore. Egli è attratto da Hermione, perdutamente attratto.

Durante la cerimonia Ron se ne resta seduto, solo soletto, abbattuto e sopraffatto, come un pugile suonato all’angolo. Non dà retta alla sua accompagnatrice e trascorre la serata ad ammirare Hermione, che danza felice con qualcun altro. Gelosissimo, il ragazzo si interrogherà per la prima volta sui sentimenti, veri, autentici e profondi che prova per la sua amica, gelosa e innamorata a sua volta di lui.

Quando la festa giungerà al termine, Ron, arrabbiatissimo, non saprà più trattenersi e litigherà con Hermione, la quale, delusissima, gli rinfaccerà di non aver avuto il coraggio di farsi avanti e di invitarla.

Neppure questa discussione riuscirà a scuotere i due, i quali, per troppo orgoglio, non ammetteranno quello che provano, preferendo rifugiarsi nei loro soliti e rassicuranti bisticci.  

  • Il cimitero e i suoi Sepolcri

La terza prova del Torneo Tremaghi vedrà Harry impegnato fra i meandri di un labirinto, tanto intricato come il labirinto di Minosse. Vestendo i panni di un moderno Teseo, Harry dovrà avanzare lungo il dedalo, ma non per affrontare un mostro come il Minotauro, bensì per raggiungere la Coppa Tremaghi, il trofeo ambito. Il primo che raggiungerà la Coppa, che la stringerà fra le sue mani, sarà con ogni probabilità eletto vincitore.

Il labirinto è un luogo tetro, impregnato di una magia oscura e pericolosa.

Una volta afferrata la coppa insieme al compagno di scuola Cedric, Harry verrà trasportato in un cimitero e assisterà, impotente, alla rinascita di Lord Voldemort, in una sequenza del film che assume venature orrifiche. Prima di ascendere a nuova vita, il Signore Oscuro, stanco e informe, ordina al suo viscido servitore, Codaliscia, di uccidere Cedric. Codaliscia lancerà contro il ragazzo la più fatale delle maledizioni senza perdono, l’Avada Kedavra, assassinandolo.

Harry viene quindi catturato da Minus. Inizia conseguentemente il rituale di resurrezione di Voldemort: Minus si taglia una mano, gettandola in un calderone nel quale si trova anche l’essenza amorfa del Signore Oscuro, poi recupera le ossa del padre di Voldemort, Tom Riddle, e infine preleva del sangue da Harry con un pugnale. Voldemort torna a nuova vita, riassumendo il suo sinistro e terribile aspetto: un volto cereo, come di un essere privo di alcun calore umano, somigliante al muso di un serpente, sprovvisto di naso e con i tagli delle narici simili ad incisioni che aleggiano sopra la bocca.

Sconvolto, Harry riuscirà a scampare alle grinfie di Voldemort grazie all’aiuto dagli spiriti dei suoi genitori. Quando gli incantesimi di Harry e di Voldemort si incontreranno, nel pieno del duello, le anime appartenenti alle persone barbaramente uccise dal Signore Oscuro riappariranno al fianco di Harry, per un brevissimo lasso di tempo, a causa di un fenomeno noto come Prior Incantatio. Le anime dei genitori di Harry, James e Lily, parleranno con il loro figliolo, spronandolo a fuggire. Fra quelle manifestazioni vi è anche Cedric che implora Harry di recuperare il suo corpo e di restituirlo al padre che tanto gli voleva bene.

Quando ripenso alla frase che il “fantasma” di Cedric pronuncia prima di svanire, di passare oltre, mi viene sempre in mente il Carme del Foscolo, il “Dei Sepolcri”, composto dal poeta nativo di Zante a seguito dell’Editto di Saint Cloud e dedicato al Pindemonte. In quei versi di endecasillabi sciolti, il Foscolo riflette sull’importanza delle tombe e delle lapidi, sul significato che i loculi hanno per i vivi, che traggono da essi un flebile conforto. Il Poeta esorta a custodire le memorie del passato e nello stesso tempo ribadisce il valore dei sepolcri che, “inutili” ai morti, giovano tanto a chi resta. Sostando in raccoglimento dinanzi le tombe gli esseri umani piangono i loro cari scomparsi, cercano un barlume di consolazione, un soffio di sollievo al proprio dolore.

Per il padre di Cedric non poter avere il corpo del proprio figlio sarebbe stato un tormento troppo grande. Amos Diggory non avrebbe potuto piangerlo. Il ragazzo ne era consapevole, pertanto chiese ad Harry di riporre i suoi resti al sicuro.

Il tema della sepoltura ed il suo valore ricorreranno ancora e ancora nella storia partorita dal genio di J.K. Rowling. Ne “I doni della Morte”, quando Harry giunge per la prima volta a Godric’s Hollow, la sera della Vigilia di Natale, il protagonista ha l’opportunità di visitare la tomba in cui riposano i suoi genitori.

Harry osserva la loro lapide, toccato come non mai. Piange suo padre e sua madre nell’intimità del suo animo, mentre Hermione rende loro omaggio generando con la sua bacchetta una corona di fiori che fa sbocciare delicatamente sulla pietra sepolcrale. Il terreno della città cosparso di candida neve genera un’atmosfera malinconica e struggente. Il Natale, un periodo di gioia e speranza, fa da scorcio ad un momento di prostrazione e di mestizia. Mirando quella stele Harry piange i suoi genitori come non aveva mai avuto modo di fare, sentendosi vicino ad essi: ecco che emerge il rilievo dei sepolcri.

Sempre ne “I doni della Morte”, quando Dobby - il dolce e coraggioso elfo domestico che lottava con fierezza per la propria libertà – morirà, Harry lo stringerà tra le braccia e con gli occhi inondati di lacrime dirà a voce alta di voler seppellire il suo piccolo amico. E di volerlo fare senza usare la magia.

Harry conosce il valore, il peso che possiede un gesto come quello e non vuole facilitarlo con espedienti magici. Quindi usa le sue mani, si adopera, sporca i propri abiti entrando in contatto con la terra per scavare una piccola fossa in cui deporre le spoglie di Dobby.

E’ un’azione dal significato eloquente, che rievoca il tema della sepoltura tanto caro agli antichi greci. Penso, a tal proposito, alla tragedia di Sofocle “Aiace”, in cui la questione della sepoltura dell’eroe acheo morto suicida è al centro del dibattito nella fase finale dell’opera. Odisseo, nonostante i vecchi trascorsi non certo idilliaci con il guerriero caduto, afferma che Aiace merita una sepoltura degna, che possa rendere onore alla grandezza che egli ebbe da vivo.

Harry considerava Dobby un eroe. Un elfo minuto ma che serbava nel proprio corpicino l’audacia di un gigante. Pertanto, Harry concederà a Dobby un toccante commiato.

Una piccola lapide indicherà il suo passaggio sulla Terra. Quel sepolcro servirà a ricordare a tutti l’esistenza di un elfo valoroso, che combatté per riscattare la propria condizione di schiavitù e per proteggere coloro a cui voleva bene.

  • Buio

Le bacchette di Harry e Voldemort puntano l’una contro l’altra. Gli incantesimi dei due maghi vengono scagliati ed essi si scontrano in un turbine di magia. Harry non può farcela da solo. Gli spiriti lo proteggeranno, gli daranno modo di correre via, di recuperare il corpo di Cedric e tornare ad Hogwarts, lì dove verrà accolto tra festeggiamenti, tripudi e ovazioni prima che la folla si renda conto di cosa è appena accaduto: la vita di un povero ragazzo è stata strappata dalla mano gelida dell’Oscuro Signore.

La morte di Cedric segnerà un punto di svolta nella storia di Harry Potter, la fine dell’innocenza, il drammatico ingresso del protagonista in una fase del tutto nuova, intrisa di tenebre e di profondo dolore.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Quinta Parte...

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"Harry e Fierobecco" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • A cavallo di una nuova scopa e di un tempo che scivola liberamente via

Ancora una volta mi tocca iniziare a “battere a macchina” e a mettere giù le prime righe di questo mio testo partendo da un ricordo. Dovete perdonarmi ma non posso fare altrimenti. “Harry Potter” ha fatto così tanto parte della mia giovinezza che ogni qualvolta mi soffermo a pensare all’universo potteriano ecco che un momento andato, un frammento, un dettaglio, un particolare riemerge in me. Ebbene a proposito de “Il prigioniero di Azkaban” ricordo, piuttosto nettamente, la voce di un mio vecchio amico. Una voce vibrante che giungeva alle mie spalle di buon mattino. Avevo appena raggiunto il mio posto a sedere, mi ero scrollato di dosso la cartella quando udii quella voce che mi spronava a leggere più velocemente di quanto stessi facendo il terzo libro della saga. Dovevo essere, all’incirca, alla quinta elementare.

Emilio, te lo assicuro, Harry nel Prigioniero di Azkaban non ha più la Nimbus 2000” – Asseriva, quel dì, il mio caro amico.

Grazie tante per lo spoiler gratuito!” – Avrei senz’altro bofonchiato oggigiorno. Ma a quei tempi non badavamo molto a queste “quisquiglie”, alle anticipazioni svelate con totale trasporto e innocenza, ce le rivelavamo e basta. Sentendo la parola “spoiler”, in quel periodo, probabilmente avrei risposto: “Cos’è? Una malattia?”.

Ma non perdiamoci in chiacchiere, come stavo sostenendo poc’anzi, udendo quell’affermazione proferita dal mio compagno di scuola rimasi alquanto sorpreso. “Davvero?” – Domandai – “Niente più Nimbus?”.

Dovete sapere che a quei tempi io e la mia combriccola di amici eravamo un “tantinello” fissati con il Quidditch. Per questa ragione, scoprire che Harry non avrebbe più cavalcato la sua Nimbus ci aveva spiazzato.

Il mio amico, però, volle subito tranquillizzarmi. “Harry ne riceve una ancora più bella e più veloce, la Firebolt! Devi leggere più in fretta, Emilio, arrivare a dove sono arrivato già io”. Il mio amico, dunque, mi esortava ad accelerare la lettura.

I compiti per casa erano troppi però, in quei giorni. Faticai tanto ad arrivare al fatidico capitolo in cui Harry riceve da un “misterioso” donatore quel manico di scopa fiammeggiante e nuovo di zecca. Un regalo che, nel testo letterario, entusiasmerà Harry e Ron ma che desterà una certa preoccupazione in Hermione, che denuncerà il tutto alla professoressa McGranitt, litigando, e di brutto, con i suoi due migliori amici.

In quelle mattinate scolastiche rammento che il mio amico raggiungeva spesso il mio banco, domandandomi se fossi arrivato alla parte della “Firebolt”. Ed io, puntualmente, dovevo accampare una scusa. Non riuscivo proprio a leggere in quei pomeriggi. La matematica e la geografia mi rubavano troppo tempo e troppa memoria. Il sabato, però, tutto cambiava: riuscivo finalmente a riaprire “Il prigioniero di Azkaban” e a leggere avidamente. Arrivai in tal modo alla famigerata parte della Firebolt. Quanto era bello per noi bambini immaginare le fattezze di una scopa magica, in grado di librarsi in aria e sfrecciare come una scheggia, guizzando come una saetta. Per dei bambini come noi, allora, il manico da scopa del mondo di “Harry Potter” corrispondeva ad un mezzo di trasporto velocissimo, a un bolide, alla “motocicletta” più bella che si potesse desiderare, poi, in età adulta.

L’età adulta, già! Quando leggevo “Il prigioniero di Azkaban” non ero che un bambino e quando vidi il film, per la prima volta, avevo appena varcato la soglia delle scuole medie. In quegli anni, un po’ come tutti, non vedevo l’ora di crescere. Diventare subito grande. Il tempo scorreva lentamente. I giorni di scuola si avvicendavano con monotonia, con una certa ripetitività: compiti in classe, compiti a casa, interrogazioni alla lavagna e pomeriggi in cui cercavamo, con gli amici di sempre, di ritagliarci momenti di svago in cui poter giocare alla Playstation o, se la giornata lo permetteva, tirare quattro calci ad un pallone in uno dei cortili della zona. In quegli anni non ce ne accorgevamo, eppure il tempo, che sembrava fluire lento, avanzava invece a grandi passi.

In “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” proprio il “tempo”, così fugace, vago, impalpabile, permea l’opera, l’avventura del trio di protagonisti nella sua interezza. Il tempo, già, il nemico di ogni bambino e di ogni adulto. Esso non ci dà pace, fin dalla nascita. Il più delle volte ci obbliga a starcene sul “chi va là?”, inducendoci a provare la sgradevole sensazione d’essere sempre un passo indietro, perennemente in ritardo rispetto ad un impegno preso, un obiettivo stabilito, un traguardo prefissato. Il Bianconiglio di “Alice nel Paese delle Meraviglie” avrebbe qualcosa da aggiungere a tal riguardo. 

Hermione Granger, in particolare, come tutti noi alla sua età, cercava di districarsi tra mille impegni. Ed il tempo non le bastava mai. Quelli della mia stessa generazione possono capire ciò che sto cercando di dire. Le giornate erano troppo corte, ci sfuggivano dalle mani troppo in fretta: la mattina a scuola, poi a studiare, e l’indomani ricominciava il tram tram quotidiano.

Vi faccio una confidenza: io ed un mio vecchio amico, durante gli anni delle elementari, avevamo l’abitudine di vederci ogni giovedì pomeriggio a casa mia per giocare ai videogiochi. Quanto ci divertivamo. Che fossero giochi di Star Wars, del Signore degli anelli, di Resident Evil, poco importava, ciò che contava era giocare. In alcune occasioni, tuttavia, l’appuntamento naufragava miseramente. Le incombenze per il giorno dopo erano troppe e di conseguenza la giornata scivolava tristemente via tra un problema di geometria e un esercizio di analisi logica. I momenti di distensione a cui speravamo di andare incontro diventavano una sola, ineffabile ora di gioco, in cui cercare di divertirci quanto più potevamo nei panni di due cavalieri Jedi che scorrazzano nei vari livelli e per tutta la galassia lontana lontana annientando droidi a più non posso.

Non eravamo padroni del tempo da bambini così come non lo siamo ora da grandi. Era difficile dedicare lo spazio opportuno al divertimento, specialmente se si aveva l’abitudine di mettere il dovere sempre prima del piacere, come i genitori erano soliti ripetere.

Anche Hermione soleva mettere il dovere davanti al piacere. Anzi, al suo terzo anno alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, la strega più brillante della sua età di piaceri e di divertimenti non ne voleva proprio sapere. Voleva seguire quanti più corsi di studio poteva. Pertanto, aiutata dalla professoressa McGranitt, Hermione trovò il modo di controllare il tempo, di eluderne la ferrea inflessibilità, il suo incessante progredire; scovò il modo di andare avanti e indietro, balzando da un’aula ad un’altra col favore dei secondi, ma che dico, dei minuti mandati a ritroso. Nessuno se ne accorgeva: Hermione spuntava all’improvviso.

Beh nessuno a parte Ron, si intende. Quasi inconsciamente Ron, che in aula sedeva sempre accanto ad Harry, era l’unico ad avvertire l’assenza di Hermione. Ne sentiva involontariamente la mancanza. Chissà come mai!

Non appena udiva la voce squillante della fanciulla, Ron drizzava le antenne e le chiedeva: “Da dove spunti fuori?”.

Che vuoi dire, Ronald, sono sempre stata qui!” – Tuonava Hermione, senza dare adito ad alcuna contraddizione.

Questo accadeva tutti i giorni, con un susseguirsi ritmato come l’oscillare di un pendolo. Hermione compariva di punto in bianco.

Quando è arrivata? Tu l’hai vista arrivare?” – Domandava Ron ad Harry, il quale alla presenza o meno di Hermione non faceva poi tanto caso.

Al collo, Hermione portava una lucente collana. Un oggetto magico in grado di custodire l’essenza stessa del tempo, di riavvolgere le lancette dell’orologio, di capovolgere nuovamente la clessidra e infondere nuova sabbia in essa, giusto la quantità che bastava per guadagnare ben più di qualche attimo, utile per raggiungere la classe in cui si sarebbe svolta la lezione successiva.

Pensate se anche noi, da ragazzini, avessimo avuto fra le mani una GiraTempo. Quante cose avremmo potuto fare? O per meglio dire, quanti disastri avremmo potuto combinare! Non eravamo di certo diligenti e accorti come lo era Hermione. Avremmo sicuramente sfruttato quel congegno per guadagnare ore in più di svago e non certo ore in più di studio come era solita fare la strega più brillante della sua età. Sarebbe stato bello e pericoloso possedere fra le mani un gingillo del genere. Peccato che nel mondo reale la GiraTempo non sia mai esistita.

Ma in fondo era giusto così, il tempo non può essere fermato né dominato da noi esseri umani. Deve scorrere liberamente, com’è sempre stato.

  • Saggezza egizia

All’alba di ogni nuova avventura, come di consueto, Harry alloggia al numero 4 di Privet Drive. Una sera, il ragazzo non ne può proprio più di tollerare i soprusi dei Dursley. Dopo una furibonda lite in cui il giovane trasforma la sorella dello zio Vernon, Marge, in una specie di mongolfiera vivente che galleggia, alla deriva, in quell’oceano di stelle che solitamente chiamiamo cielo notturno, Harry raccoglie le sue cose e se la svigna per le vie cittadine.

E’ scesa la sera, ed Harry si sente osservato. Qualcosa, o qualcuno, lo sta spiando al di là di un cespuglio, oltre il ciglio della strada. Harry non ha modo di intravedere nulla. Pochi istanti dopo, infatti, il giovane si imbatte nel Nottetempo, un autobus a tre piani per maghi che lo conduce alla locanda Il Paiolo Magico. Qui Harry riabbraccia i suoi due migliori amici, Ron Weasley ed Hermione Granger. Ancor prima di scorgerli, Harry li sente battibeccare, come sono soliti fare di frequente, e sulle sue labbra si accende subito un candido sorriso. D’altronde si sa, Ron ed Hermione non fanno altro che bisticciare.

Stavolta Ron accusa Hermione di non saper badare al suo nuovo animale da compagnia, un gatto che la ragazza ha battezzato con il nome Grattastinchi. Il gatto di Hermione è molto interessato all’animale domestico di Ron, il topo Crosta. Beh, nulla di sorprendente. Da che mondo e mondo i gatti hanno sempre tentato di predare i topi e Grattastinchi non vuole essere da meno.

Di fatto, il felino non fa che dare la caccia al roditore. Desidera afferrarlo con le sue unghie retrattili? Divorarlo, forse? Ron ne è convinto e non fa che rinfacciarlo ad Hermione.

I tre amici, riunitisi, cominciano a dialogare, a raccontare tutto ciò che non avevano avuto modo di dirsi durante l’estate. Ron parla ad Harry della sua vacanza in Egitto, e gli mostra una fotografia che ritrae tutta la sua famiglia.

Approfittando dell’argomento, Hermione - che si è tanto affezionata a Grattastinchi - fa notare a Ron che gli antichi egizi veneravano i gatti. Ed era vero. I gatti, nella cultura egiziana, erano considerati animali sacri, con tratti divini. Il gatto era sacro al Sole e a Osiride, mentre la gatta alla Luna e a Iside. Gli egiziani avevano addomesticato i gatti e li tenevano nelle loro dimore come animali da compagnia. Verso di essi nutrivano una forma di rispetto e di devozione assoluta. Gli antichi egizi notavano come i gatti, in casa, avessero un atteggiamento mansueto e al contempo protettivo nei riguardi della famiglia che li aveva accolti. Proprio per queste loro caratteristiche, gli egiziani cominciarono a considerare la dea Bastet come una divinità protettrice, una monarca venerabile, una buona madre, la quale veniva spesso raffigurata insieme a dei cuccioli di gatto. Bastet possedeva un corpo da donna e un volto felino, rassomigliante ad una leonessa o ancor di più proprio ad una gatta.  Un amuleto di Bastet, attorniata da un nugolo di gattini, era frequentemente indossato dalle donne egiziane che desideravano una gravidanza. I cuccioli raffigurati nell’amuleto corrispondevano ai figli che la donna sperava di generare. Inoltre, i gatti venivano particolarmente apprezzati dagli egiziani poiché cacciavano i disgustosi roditori, come i topi e i ratti, portatori di pestilenze e di malattie gravi.

Grattastinchi, nel racconto di J.K. Rowling, sembra possedere una saggezza arcana, istintiva, quasi divina, la stessa saggezza che gli antichi egizi attribuivano a tutti i gatti. L’animale di Hermione pare infatti consapevole che dietro l’aspetto da topo comune di Crosta si nasconda qualcos’altro.

Grattastinchi non dà la caccia a Crosta semplicemente perché è un topo, una preda che fa gola ad un predatore come lui. Grattastinchi tenta in ogni modo di acciuffare Crosta, di ferirlo, perché sa che esso non è ciò che appare, non è un comunissimo ratto bensì un Animagus, un essere umano trasformatosi in animale. Grattastinchi sembra anche consapevole che quell’essere umano che si nasconde assumendo la forma di topo è un essere viscido, crudele, meschino e pericoloso e tenta di farlo notare anche agli altri. Hermione ha quindi ragione nel far presente a Ron che gli antichi egizi erano soliti venerare i gatti proprio perché il suo stesso gatto possiede quell’aura di misticismo, di intelligenza sopraffina, di intuito, che il popolo egizio attribuiva a questi animali, fieri e superbi. Grattastinchi vede e fiuta ciò che sfugge ai sensi degli esseri umani, perfino dei maghi.

  • Spettri dell’Anello, Spettri della Paura

Durante la permanenza del trio presso Il Paiolo Magico Harry viene a sapere che un certo Sirius Black è fuggito dalla prigione di Azkaban e che quest’ultimo, servo di Lord Voldemort, potrebbe essere sulle sue tracce. Poco dopo, Harry, Ron ed Hermione salgono sul treno diretto ad Hogwarts. Durante il tragitto, l’Espresso subirà una sosta non prevista e un viaggiatore inaspettato salirà a perlustrare i vagoni.

Tempo addietro, quando scrissi un lungo articolo dedicato al “Signore degli anelli”, descrissi i Nazgul, gli Spettri dell’Anello, usando le seguenti parole: vi erano una volta nove re degli uomini. Ad essi Annatar, il menzognere, elargì nove anelli del potere. Offuscati dal desiderio di averli, gli uomini li presero e lentamente vennero consumati dall’Unico. La corruzione patita dissipò le loro volontà, la tentazione subita logorò ciò che restava delle loro anime, la forza promanata da Sauron li genuflesse, corrodendo i loro aspetti umani. Nulla restò di questi se non contorni scheletrici ed incorporei, margini scarnificati, quasi astratti. I grandi re degli uomini caddero, smarrirono la libertà, perdettero le loro sembianze.

I Nazgul provengono dal regno delle ombre, calcano ancora il terreno dei viventi pur essendo morti, ma non calpestano il suolo dell’aldilà malgrado siano trapassati, come se fossero prigionieri di una stasi perpetua. I Nazgul sono spettri senza faccia, privi di alcuna fisicità, fantasmi lugubri, parvenze offuscate, essenze stigie. Il loro corpo è impalpabile ma il mantello che indossano come un solo indumento dà forma intuibile alle loro invisibili fattezze. Dove un Nazgul poggia le proprie mani, rivestite da guanti argentei, lascia l’impronta della deformazione. Al passo di uno Spettro, la terra si ritira, rigurgitando vermi e strani insetti. Gli Spettri emettono suoni striduli, penetranti come urla di tormento, si muovono in sella a cavalcature nere, dagli occhi rossi, e sono armati con spade affilate e pugnali Morgul avvelenati. Se si osasse guardare nello spazio libero del cappuccio che poggia sulle loro teste si vedrebbe l’abisso, le tenebre di un vuoto senza esito. Tuttavia, essi possiedono quello che resta della loro corporalità sebbene sfugga alla vista umana. Quando Frodo, uno dei protagonisti del racconto di Tolkien, li incontrerà e metterà l’Anello, riuscirà a scorgere i volti ossuti, scarni, macilenti di tali morti. 

I Dissennatori somigliano, in parte, agli Spettri dell’Anello. Essi potrebbero essere descritti come spettri della paura, spiriti dalla forma oscura che si nutrono di terrore, di tristezza, voraci di dolore, ghiotti di traumi. Quando un Dissennatore avanza lascia intorno a sé un alone di vuoto, una sensazione di gelo, di freddezza assoluta, come se la stessa presenza della creatura estirpasse dal luogo ogni parvenza di vitalità, ogni barlume di colore. I Dissennatori hanno un volto occultato da un manto nero come la pece, la loro bocca si schiude come una voragine che cede nel nulla, verso una fauce di vuoto abissale che inghiotte ogni anelito di speranza. Essi succhiano via il soffio della felicità, ogni umana emozione dal corpo della loro preda. Se i Nazgul vivono per servire il loro padrone e rispondono costantemente al richiamo dell’Unico Anello, vagando come anime dannate, impronte sfocate che si esprimono con voci spezzate, stanche, come se la loro forza vitale fosse stata strappata via ed essi si trascinassero a fatica, simili ad anime spente, i Dissennatori, al contrario, non servono alcun padrone, errano, certamente rispettando gli ordini del Ministero della Magia, eppure si comportano come l’istinto suggerisce loro, attratti dal timore, eccitati dalla possibilità di nutrirsi della sofferenza altrui. Essi sono portatori di un’atmosfera algida, di un inverno eterno, in cui non può nascere e crescere alcuna nuova forma di esistenza se intendiamo la vita come un insieme di emozioni, sentimenti, sensazioni vivide.

Harry, Ron ed Hermione si imbatteranno in un Dissennatore durante il loro viaggio verso il castello: è lui il misterioso viandante salito sull’Espresso per Hogwarts. Questi, fiutando la ferita che pulsa, sopita, nei ricordi di Harry, attaccherà il ragazzo, sfamandosi di quell’urlo straziante che riecheggia nelle memorie addormentate di Harry: il grido di sua madre, che chiama a sé il suo unico figlio poco prima di morire. Il Dissennatore si abbevera da quella fonte di tormento, aspirando l’angoscia dal viso ma ancor di più dal cuore di Harry. Sarà un mago, il professor Lupin, a respingere l’assalto del Dissennatore tramite l’Incanto Patronus.

  • Fierobecco e Pegaso

Il terzo anno di Harry inizia, dunque, con un’esperienza traumatica. Il maghetto, ormai un ragazzo, entra in contatto con una paura atavica, difficilmente descrivibile, potente, incarnata dal Dissennatore e da tutto ciò che esso fa scaturire.

Cominciati i corsi di studio, Harry ha modo di frequentare un’interessantissima lezione di Cura delle Creature Magiche del professor Hagrid. Il guardiacaccia di Hogwarts ha modo di presentare ai suoi studenti un magnifico animale: un ippogrifo, chiamato Fierobecco. L’ippogrifo è una creatura altera e orgogliosa, ma altresì docile e accomodante se le viene riservato un atteggiamento rispettoso e gentile. Hagrid spiegherà ad Harry cosa dovrà fare per interagire con un animale tanto elegante e speciale: procedere lentamente verso di lui e inchinarsi con riverenza. Se l’ippogrifo risponderà all’inchino, allora Harry avrà instaurato con la bestia alata un’interazione amichevole e fiduciosa.

Con un comprensibile timore, Harry farà quanto indicato da Hagrid e camminerà verso Fierobecco, prostrandosi dignitosamente al suo cospetto. L’ippogrifo risponderà al saluto del giovanotto.

Incoraggiato e letteralmente spinto da Hagrid, Harry, senza alcun preavviso, monterà in sella a Fierobecco e lo cavalcherà. L’ippogrifo spiegherà le sue grandi ali e librerà oltre il suolo. La creatura porterà Harry a compiere un giro emozionante per tutta Hogwarts.

E’ un momento meraviglioso, il primo, forse, in cui Harry si sente veramente libero e spensierato, leggero come una piuma, felice di sentire il vento accarezzargli il viso. Mentre Fierobecco vola a tutta velocità, planando vicino al Lago Nero che delimita i confini del castello, accarezzando lo specchio d’acqua con la sua zampa, Harry sorride come mai aveva fatto prima di allora.

Nel precedente articolo su “La camera dei segreti”, verso la parte finale, paragonai Harry a Perseo, l’eroe della mitologia greca che affrontò la gorgone Medusa, un essere in grado di pietrificare chiunque ricambiasse il suo sguardo. Harry, durante la sua seconda avventura, stava sfidando il Basilisco, che era anch’esso in grado di uccidere con lo sguardo o di pietrificare chiunque avesse guardato i suoi occhi, sia pure in un riflesso.

Perseo era solito cavalcare un cavallo alato, Pegaso. Lo stesso cavallo alato prestò i propri servigi anche ad un altro eroe della mitologia, Bellerofonte, quando questi dovette combattere e uccidere la Chimera, un mostro dall’aspetto terrificante, una sorta di miscellanea tra vari animali. Secondo Esiodo, la Chimera era infatti un miscuglio di fiere diverse: essa aveva il corpo di leone, la testa di capra ed una coda di serpente. Secondo Omero, invece, la Chimera aveva la testa di leone, il petto di capra e la coda di drago, ed era persino in grado di espellere vampe di fuoco dalla bocca.

Durante quel frangente de “Il prigioniero di Azkaban”, quando Harry giace in sella a Fierobecco, il personaggio cardine del racconto di J.K. Rowling non sta di certo affrontando un mostro mitologico, al contrario sta “semplicemente” volando, sciolto e disinvolto, come non lo era mai stato. Eppure, in quegli attimi, Harry somiglia al protagonista di un mito. Come i due eroi greci, il mago vola su di una creatura alata, quell’ippogrifo che in virtù della sua apertura alare così vasta ricorda Pegaso, la cavalcatura fedele a Perseo e a Bellerofonte: due eroi che erano soliti sfrecciare in sella ad un cavallo alato tra cielo e mare, oltre le stelle, fino alle costellazioni.

In groppa a Fierobecco, Harry si lascia andare ad un urlo liberatorio, allargando le braccia, distendendole, come se volesse catturare con le sue mani quell’aria astratta e impalpabile come il tempo che scappa via. 

  • …Se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera

L’impronta giallista di J. K. Rowling, preponderante nei primi due libri della saga, verrà mantenuta anche nel terzo romanzo di Harry Potter. Anche al suo terzo anno scolastico, il mago, insieme ai suoi due amici Ron ed Hermione, dovrà compiere un’indagine e risolvere un mistero: dove si nasconde Sirius Black e quali sono le sue reali intenzioni?

Nel progredire del film, Harry verrà a sapere che il topo Crosta altri non è che Peter Minus, il vero traditore, colui che consegnò i Potter a Lord Voldemort. Harry scoprirà altresì che Sirius, il migliore amico di James Potter, era sempre stato innocente e che fu incastrato da un tragico equivoco. Sirius è legalmente il padrino di Harry: per il ragazzo, quel prigioniero fuggito da Azkaban è l’unica, vera famiglia che gli rimane.

Durante lo svolgersi delle vicende, Harry, Ron ed Hermione scopriranno anche che il professor Lupin, amico di lunga data di Sirius e dei genitori di Harry, è in realtà un lupo mannaro.

Un’antica poesia eternata nel classico lungometraggio della Universal “L’uomo lupo” recita quanto segue: “Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera”.

Il professor Lupin era un uomo dal cuore puro, un’anima buona condannata a divenire una creatura dannata e maledetta allo scoccare di ogni plenilunio. Come la stessa Hermione avrà modo di precisare nel bel mezzo di una lezione di Difesa contro le Arti Oscure, la differenza tra un Animagus ed un licantropo è netta: un Animagus è un essere umano che sceglie volontariamente di diventare un animale e mantiene il controllo sul proprio agire, un lupo mannaro, invece, non ha scelta ed inoltre non ha alcun controllo sul proprio comportamento: attaccherebbe il suo migliore amico se lo trovasse una volta trasformatosi.

L’opera del 1941 “L’uomo lupo” rivisitò il mito del lupo mannaro: il personaggio cardine di questo racconto visivo, Larry Talbot, viene morso da un licantropo mentre cerca di salvare una donna dall’assalto del mostro. Larry non ha più alcuna possibilità di salvezza: al sopraggiungere del successivo plenilunio, questi si trasforma in un lupo bipede.

Nei racconti tradizionali un uomo affetto da licantropia è costretto, durante le notti di luna piena, a tramutarsi in un famelico lupo e rimanere tale sino allo spuntare delle prime luci dell’alba. Secondo la tradizione, durante la trasformazione, l’essenza umana svanisce, il malcapitato non ha più il controllo su di sé, il corpo si deforma, assumendo un aspetto raccapricciante. Emerge tutta la sua ferocia. Al risveglio, l’essere affetto da una tale alterazione morfologica non ricorda nulla di ciò che è avvenuto; vi è quindi un’astrusa linea di demarcazione che separa l’uomo dall’animale. Entrambi coesistono in un corpo divergente, e nessuno dei due ha il predominio sull’altro.

Qualcosa di simile accadrà anche durante l’avventura di Harry. Lupin si trasformerà, in una notte di luna piena, in licantropo e attaccherà il suo migliore amico, Sirius, prima della venuta dei Dissennatori.

La trasformazione di Lupin in lupo mannaro nel film di Alfonso Cuarón avviene improvvisamente. Hermione si accorge per prima che lassù, nella volta celeste, la luna brilla nella sua pienezza. Lupin la osserva, restandone inorridito: essa è la sua paura più grande. Il film lo aveva mostrato, qualche sequenza prima, durante una lezione che lo stesso professore stava tenendo in aula con un molliccio, un essere in grado di assumere l’aspetto delle nostre paure più recondite. Dinanzi alla sagoma di Lupin, il molliccio era divenuto un disco opalino, sfiorato da un soffice lembo di nuvola grigia. La luna piena era la paura più grande di Lupin, un terrore che doveva affrontare ogni mese.

Quella notte, la luna si stagliava dinanzi al suo sguardo: la camera di Cuarón indugia sull’occhio di Lupin che muta immediatamente la propria iride. Lupin entra istantaneamente in uno stato di trans, non si rende più conto di ciò che accade attorno a lui. Il suo corpo inizia a degenerarsi, il suo volto si allunga, le sue braccia divengono zampe munite di artigli. Una trasformazione dolorosa ma rapida e per questo diversa da quella mostrata in un classico del cinema horror: “Un lupo mannaro americano a Londra”. In quest’ultimo film, il povero David, aggredito un mese prima da un licantropo, si trasforma improvvisamente, mentre si trova da solo in casa.

David urla di dolore, poiché per gran parte del tempo resta cosciente. Egli osserva, terrorizzato, la sua mano diventare una zampa lunga e mostruosa, con unghie affilate. Osserva poi il proprio corpo irrigidirsi, venire ricoperto da una folta peluria, trasformarsi per assumere un’andatura da quadrupede. Il povero David è consapevole e vigile e non può far altro che subire l’atroce supplizio della mutazione. D’un tratto, egli perderà coscienza, divenendo un licantropo a tutti gli effetti.

Un lupo mannaro americano a Londra” mostra lentamente la fase della trasformazione, soffermandosi su ogni minuzia, rimandando agli spettatori un senso di angoscia, di intollerabile sofferenza fisica. In “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”, l’intento di Cuarón non è certamente quello di trasmettere il senso di dolore a cui va incontro Lupin. La trasformazione, seppur dolorosa, avviene repentinamente. Lupin, divenendo un licantropo, fa, suo malgrado, precipitare gli eventi: permette a Peter Minus di darsela a gambe, ferisce gravemente Sirius e favorisce la venuta delle “guardie di Azkaban”. La trasformazione di Lupin è un espediente narrativo usato dalla Rowling per capovolgere la vicenda, per complicarla, per impedire ad Harry e Sirius di provare l’innocenza di quest’ultimo; un evento sfortunato, inatteso e impossibile da impedire.

  • L’elemento tempo

Per tutto il film, il “tempo” inteso come elemento astratto eppur percettibile pare assumere una valenza propria, sembra comparire di tanto in tanto e scandire il succedersi degli eventi.

Subentrato al timone per questo terzo adattamento cinematografico, il regista messicano - come fatto già da Columbus nei due film precedenti - mostra l’avanzare dei mesi ad Hogwarts, l’alternarsi delle stagioni, ma lo fa in un modo diverso.

Columbus mostrava la venuta dell’autunno e dell’inverno attraverso le ricorrenze festive. Le zucche di Halloween che volteggiavano nella Sala Grande esprimevano l’arrivo della suddetta festività, e dunque la fine del mese d’ottobre.

Hagrid che trascinava un grosso albero in un terreno imbiancato al cospetto di un castello ricoperto di neve suggeriva agli spettatori l’avvento dell’inverno più fitto. La Sala Comune di Grifondoro piena di regali e la Sala Grande con l’albero addobbato testimoniavano all’unisono il sopraggiungere del Natale.

Cuarón non si sofferma sulle festività, non crea quella incantevole atmosfera che Columbus rendeva tanto marcata e splendida, eppure il regista messicano nel suo “Il prigioniero di Azkaban” riesce comunque a bisbigliare agli spettatori l’avvicendarsi dei periodi, il cambio delle stagioni. Cuarón lo fa attraverso il Platano Picchiatore. Le foglie ingiallite che scendono giù dai rami mentre l’arbusto assesta i suoi colpi aggressivi raccontano che l’inverno è alle porte. Poi, di seguito, la naturale fioritura a cui andrà incontro lo stesso Platano indicherà che l’inverno è agli sgoccioli e sta per arrivare una nuova stagione, quella in cui la natura tutta si risveglia: la primavera.

Il tempo passa sotto i nostri occhi, l’anno scolastico fiorisce e incede senza che ce ne rendiamo conto. Il tempo permea tutto il racconto visivo: la torre dell’orologio che si erge nel cortile di Hogwarts con i suoi ingranaggi, il suo ticchettare, e con quel suo ampio e tondeggiante pendolo che cala giù e oscilla ora a destra ora a sinistra, simboleggia il trascorrere inesorabile del tempo, ritmando i secondi, cadenzando gli istanti.

Nella parte finale della storia, Harry ed Hermione compiranno un autentico viaggio all’indietro nel tempo, attraverso il congegno portato al collo dalla fanciulla. Grazie a questo viaggio, i due si renderanno conto d’essere stati loro stessi i responsabili di molte delle azioni già vissute.

Nel tempo concepito dalla Rowling tutto è già successo, nulla può essere cambiato o alterato. Harry e Hermione salveranno Fierobecco e, in particolar modo, lo stesso Harry avrà modo di scoprire d’essere lui stesso l’artefice della salvezza di Sirius, respingendo i Dissennatori con il suo Patronus, che assumerà la forma di un cervo, l’animale in cui era solito trasformarsi suo padre, “Ramoso”.  Harry ed Hermione capiranno, dunque, di non aver mutato il corso degli eventi ma d’essere stati comunque loro stessi i fautori di tutto. Un paradosso temporale che porta i protagonisti a prendere una maggiore consapevolezza circa il destino, che essi “scrivono” e delineano con le loro stesse azioni. Quando Harry si rende conto che non è il suo defunto padre a tornare dal regno dei morti e a salvarlo ma è egli stesso a salvarsi avviene nel cuore del protagonista un cambio di prospettiva, una rinascita, la presa di coscienza che è la sua stessa forza, il suo coraggio a dileguare le tenebre. Scacciando i Dissennatori, Harry allontana l’inverno personificato da essi, giungendo ad una primavera personale fatta di rivelazione, di maturità, di accettazione, l’avanzata del tempo e della crescita.

  • Ad Hogwarts piace cambiare

Il regista messicano imprime il suo stile e la sua personalissima visione al mondo di “Harry Potter” in questo terzo capitolo, in cui si inizieranno a scorgere dei sottili quanto vistosi cambiamenti. Per prima cosa, Cuarón interverrà sulla scenografia, modificando parte dell’assetto di Hogwarts. La zona su cui sorge il Platano Picchiatore sarà diversa da quella intravista nel film precedente, e perfino la zona in cui è ubicata la casa di Hagrid viene cambiata; la dimora del guardiacaccia sorge ora alle pendici di una lunga discesa.

Questi cambiamenti creano un problema di continuità con i due capitoli precedenti, ma contribuiscono a plasmare uno stile scenico diversificato e accattivante.

Al contempo, un cambiamento significativo che avviene a partire da questa terza trasposizione riguarda il personaggio di Albus Silente. La morte improvvisa di Richard Harris, il primo e indimenticabile volto del Preside di Hogwarts, costrinse la produzione ad effettuare un nuovo casting e a scritturare per quel ruolo Michael Gambon, che nella sua prima apparizione manterrà la leggerezza e la stravaganza del Silente letterario, ma che a partire dal lungometraggio immediatamente successivo muterà totalmente tono e approccio interpretativo, risultando sovente un Silente lontano dalla sua controparte cartacea: aggressivo, rabbioso, impaziente, a tratti perfino feroce. Richard Harris nei primi due film della saga aveva catturato completamente l’essenza del personaggio.

Harris era un interprete di altissimo profilo e aveva colto la calma, la quiete, l’aspetto più flemmatico e ironico del Preside di Hogwarts. Il modo di comunicare del Silente di Richard Harris, pacato, e il modo di guardare gli altri, al di là di quei suoi occhiali a mezza luna, usufruendo di uno sguardo buono, rassicurante, saggio, di chi la sa lunga, erano tratti distintivi del Silente letterario che Harris riuscì a fare suoi e ad incarnare sullo schermo. Se solo il suo stato di salute gli avesse concesso la possibilità di poter continuare a interpretare quella parte, Harris sarebbe stato certamente in grado di palesare l’altro volto di Albus Silente: quello più tormentato, nonché il suo lato più vigoroso in combattimento. 

La fotografia adoperata da Cuarón ne “Il prigioniero di Azkaban” è leggermente più plumbea, in linea con una storia che vira su un principio di maturità, di crescita, contornata da vicissitudini più drammatiche e creature più sinistre come i già citati Dissennatori che presidiano i confini di Hogwarts come tetri fantasmi con neri cappucci e mantelli. Nonostante ciò, la fotografia appare abbastanza luminosa, ancora coerente con quella usata precedentemente da Columbus. Dal quarto lungometraggio la fotografia si farà sempre più oscura, svuotata dalla sua tavolozza di colori, tanto da risultare fin troppo difforme, buia e pesante per i miei gusti.

"Sirius Black" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il culmine

Il film di Alfonso Cuarón costituisce quello che, a mio giudizio, è l’apice della saga cinematografica di “Harry Potter”. Sebbene i romanzi manterranno per tutti e sette i tomi lo stesso livello qualitativo e la trama andrà sempre più a contestualizzarsi, il terzo film cinematografico rappresenta il momento apicale, il culmine di una “trilogia” di trasposizioni eccellenti firmate Columbus e Cuarón. A partire dalla quarta pellicola, comunque validissima, accadrà qualcosa. I film di Harry Potter risentiranno sempre più della difficoltà di trasporre su di un “nastro di celluloide” romanzi più densi e complessi e, allo stesso tempo, lo stile registico si farà più freddo, meno magico, meno sorprendente, più schematico e distaccato.

Nelle pellicole successive cominceranno a venire omesse parti fondamentali della storia di Harry Potter a favore di momenti meno incisivi. Sebbene l’epopea cinematografica si manterrà sempre su buoni livelli, dal “Calice di Fuoco” la saga vivrà di alti e bassi, lasciando spesso la sensazione che si potesse fare di più, che si potessero trasporre meglio molte delle parti più appassionanti dei libri. Ma di questo ne parleremo in seguito.

Il prigioniero di Azkaban” costituisce il culmine di una saga iniziale, uno spartiacque tra il profumo festoso e magico dei due film di Columbus e una nuova atmosfera più seriosa e compassata, direi cupa, che coincide con il principio della maturazione dei protagonisti.

  • A cavallo di una scopa e di una libertà invisibile

Il film di Cuarón si conclude prendendosi una libertà autoriale. Nella sequenza finale, Harry riceve in dono da Sirius una nuova scopa: la Firebolt. Invero, nel libro Harry la riceveva molto prima, in quel capitolo che citavo all’inizio di questo mio elaborato e che il mio vecchio amico di infanzia voleva che leggessi al più presto.

Una scelta personale di Cuarón, che decide di far calare il sipario sul lungometraggio mostrando Harry che sfreccia sulla sua nuova scopa con la lestezza di un fulmine. Harry riassapora quel senso di libertà che aveva avvertito quando si trovava in sella a Fierobecco.

Il mago vola in alto, sempre più in alto, supera la sommità del castello, urla di gioia, avvolto da quel senso di leggerezza, di libertà che sfugge al nostro sguardo ma che noi tutti cerchiamo senza mai trovarlo.

In quel volo e in quell’urlo che rilascia mille emozioni terminano i ricordi della mia infanzia legati ad Harry Potter, quelli intensi e abbaglianti come un Flipendo scagliato da un Harry minuto, agghindato con le vesti della casa di Grifondoro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Quarta Parte...

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"Ron Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Libri nascosti e focaccine

Erano stravaganti, particolari, bizzarre, decisamente originali e le adoravo proprio per questo. Avevano piccoli dettagli sparsi qua e là, sottili rimandi al canovaccio o a parte della storia, per il resto erano illustrazioni uniche, interpretazioni personalissime ed eccentriche. A cosa mi sto riferendo? Ma alle copertine dei libri di Harry Potter, naturalmente.

Lo pensavo fin da bambino, fin dal momento in cui le vidi per la prima volta. La copertina de “La pietra filosofale” era bellissima. Strana e bellissima. In quella raffigurazione, Harry portava un curioso cappello sul capo, a forma di testa di topo. Dinanzi a lui, vi era una grossa scacchiera con alcune pedine pronte a muoversi autonomamente. Harry teneva una mano vicino al viso, al mento per la precisione. Era come se stesse meditando: era stato catturato in una posa riflessiva, probabilmente stava ponderando se assestare effettivamente la mossa che aveva pensato oppure osarne un’altra. Le quattro pedine disposte sulla scacchiera sembravano muoversi da sole, il “re” barbuto pareva, ai miei occhi di bimbo, prossimo ad avanzare in una direzione scelta a caso, la torre, invece, pronta a collassare su sé stessa, forse stanca dal troppo attendere d’essere chiamata in gioco.

Era una copertina bislacca quella. Possedeva alcuni elementi riguardanti le vicende del libro, la sfida agli scacchi, ad esempio, che avrebbe visto Ron protagonista, e poi c’era il profilo di un grosso topo steso accanto ad Harry. Un ratto di bell’aspetto, che, forse, voleva richiamare con le sue fattezze il topo che lo stesso Ron era solito portarsi appresso. Qualche dettaglio della narrazione, appunto, però era tutto così incerto, confuso, per non dire grottesco in quella rappresentazione.

In realtà, vi era una spiegazione logica: l’illustratrice delle prime, storiche copertine di Harry Potter sapeva ben poco della trama del libro. Le avevano fornito giusto qualche minuzia, qualche appunto, senza dirle di più. Le avevano riferito qualcosa del genere: la storia parla di un maghetto con gli occhiali (all’inizio non le dissero neppure che Harry portava le lenti), gli studenti apprendisti stregoni possono portare con loro alla scuola di magia un animale domestico, e ad un certo punto, nella parte finale di tutta la vicenda, c’è una singolare partita a scacchi. L’illustratrice, con queste inezie che aveva a disposizione, si mise ad elaborare una raffigurazione che poi sarebbe divenuta la celebre e meravigliosa prima copertina de “La pietra filosofale”. Io ne andavo matto. Era così improbabile eppure riusciva a catturare l’alone di magia, di mistero, del libro. Quella copertina attirava, carpiva chiunque la guardasse. Quel cappello un po’ matto che Harry recava sulla fronte e sui capelli era il tratto distintivo dell’artista, la sua firma: lei adora i cappelli così ne aggiunse uno alla testa del maghetto.

Quando ero piccolino amavo anche il disegno de “La camera dei segreti”. In quella illustrazione Harry se ne stava disteso, o per meglio dire aggrappato alla copertina rigida, dai colori vivaci, e certamente ben rilegata di un grosso tomo. Il libro era aperto, le pagine sembravano svolazzare, come mosse dal vento. Harry era appeso al volume, come se volasse verso un altro mondo, verso una notte di plenilunio.

Come ricordo bene quella copertina! Il libro su cui Harry se ne stava in groppa doveva essere, per forza di cose, il diario di Tom Riddle, che Harry avrebbe rinvenuto durante il suo secondo anno ad Hogwarts. Un diario pericoloso, sinistro, sfingeo, in grado, in parte, di “sequestrare” il protagonista, di “catturarlo” fra le sue bianche pagine e trascinarlo verso un regno di ombre, di eventi trascorsi e solo in parte obliati.

Mi capitava di riguardare la copertina de “La camera dei segreti” ogni qualvolta ero a casa e prendevo il mio libro tra le mani e lo leggevo. Ma non solo, mi capitava di rimirare quella copertina anche a scuola. Alcuni miei compagni di classe alle elementari erano soliti portarlo con loro. Non riuscivano a lasciarlo a casa, a separarsene. Quella lettura era troppo bella e coinvolgente per essere messa da parte, sia pure temporaneamente, durante le ore di studio. Ricordo, in particolare, un mio compagno di classe, seduto al primo banco, intento a leggere voracemente. Rammento, sorridendo, che durante la prima ora lo vidi uscire dallo zainetto il libro di matematica, aprirlo e metterlo diritto sul banco. Successivamente tirò fuori il libro de “La camera dei segreti” e lo nascose tra i fogli del testo scolastico. Capii in quell’istante che il mio compagno di classe si era fatto furbo, aveva escogitato un piano ben preciso per poter leggere indisturbato, pur essendo seduto, per sua sfortuna, in “prima fila”. La maestra, al di là della cattedra, ignara di tutto, aveva difronte a sé uno scolaro modello, pienamente coinvolto nell’atto di apprendere nozioni di matematica, mentre, in effetti, egli viaggiava con la fantasia con uno dei racconti avventurosi di Harry Potter.

Risi come un matto per tutto il tempo. Il mio compagno di scuola riuscì a leggere un intero capitolo, senza farsi beccare. O forse la maestra, pur intuendo qualcosa, volle chiudere un occhio: dopotutto una lettura non poteva che far bene.

C’era un altro compagno di classe che, al contrario, non si curava minimamente di elaborare trovate ingegnose per nascondere la propria lettura segreta. Rammento che, ad un certo punto, uscì semplicemente il suo “Harry Potter e la camera dei segreti”, lo mise sul banco e lesse senza preoccuparsi di ciò che accadeva attorno a lui. Se lo chiamavi, neppure rispondeva. Dovevi avvicinarti a lui, toccargli un braccio, smuoverlo per riportarlo alla realtà, tanto era preso dalla lettura. Harry Potter faceva questo effetto: ci ammaliava, ci ipnotizzava, ci trasportava, col suo incanto, in un universo meraviglioso in cui trovare ristoro, almeno per qualche minuto, dagli impegni scolastici.

Rammento un altro episodio che mi fa sempre sorridere. Stavolta, il ricordo riguarda una compagna. Lei era più diligente rispetto agli altri che ho già menzionato e che rimembro sempre con simpatia. Lei non leggeva di nascosto durante le lezioni, anzi tutt’altro. Quando la maestra parlava stava sempre attenta. Aspettava che arrivasse la ricreazione. Appena suonava la campanella e avevamo quindici, venti minuti di svago lei tirava fuori dalla cartella la sua merenda e puntualmente il suo libro. Quale libro? Sempre il medesimo: quello in cui Harry se ne stava avvinghiato al dorso di un grosso volume scarlatto.

La mia compagna di scuola mangiucchiava e scorreva le righe con lo sguardo. Faceva la sua focaccina a pezzetti che portava alla bocca mentre leggeva senza sosta, senza mai staccare gli occhi dalle scritte inchiostrate.

Se “La camera dei segreti” fosse stato il diario di Tom Riddle, se avesse avuto lo stesso potere celato al suo interno, molti di noi avrebbero potuto dire d’essere stati rapiti dal suo contenuto. La camera dei segreti era un libro, a suo modo, magico per davvero, perché riusciva a suscitare in molti di noi il desiderio di leggere, a qualunque ora, in qualunque posto.

  • Non è granché, ma è casa!

Il film de “La camera dei segreti” alza il sipario mostrando il nostro Harry indaffarato a sfogliare un libro. Come erano soliti fare i miei compagni di scuola, anche Harry, al principio della sua seconda peripezia, è tutto assorto davanti a delle carte piene di contenuti.

In realtà, Harry, in quei frangenti, non sta leggendo, sta semplicemente guardando delle foto che si muovono, come animate. Vede i suoi genitori che lo tengono in braccio, vede i suoi migliori amici, Ron ed Hermione, salutarlo, gli stessi che però non si fanno vivi con lui da tanto, troppo tempo.

Harry è immerso in una “lettura” fatta di scatti e sensazioni, una lettura intima, scevra di parole ma pregna di figure. Osservando quelle immagini, il protagonista tenta di fuggire via con la mente, di scappare mediante l’ausilio dei ricordi. Ripensa a Ron, ripensa ad Hermione, al periodo scolastico che hanno vissuto insieme, pieno zeppo di avvenimenti. Harry si sente solo, prigioniero in una dimora che non gli appartiene, che non è e non sarà mai realmente casa sua. D’un tratto, Harry riceve la visita di un elfo domestico, Dobby, che appare dal nulla e lo supplica di non tornare a Hogwarts perché vi sono all’opera forze pericolose che tramano nell’ombra e che potrebbero costargli la vita. L'irrequieto Dobby ammette di aver intercettato tutte le lettere che Ron ed Hermione scrivevano ad Harry durante le vacanze estive, per scoraggiarlo dal tornare ad Hogwarts. Il protagonista non vuol sentire ragioni: Hogwarts è la sua vera casa non Privet Drive, e nulla potrà impedirgli di fare ritorno laggiù.

In quelle ultime settimane estive Harry vive come una sorta di recluso in camera sua. Lo zio ha persino messo delle sbarre alle finestre per impedirgli di uscire. Una notte, il protagonista intravede una macchia color turchese balenare, sospesa per aria, fuori, in corrispondenza della sua stanza. Harry si mette in piedi, fa per capire di cosa si tratti e scorge un’autovettura che rumoreggia, librando al cospetto del davanzale. Fra i sedili di questo insolito mezzo di trasporto spuntano Ron e i suoi fratelli, Fred e George; questi sono giunti a bordo della loro Ford Anglia, un’auto tinteggiata di ciano che può volare. Gli amici del maghetto fanno quanto devono per liberarlo e lo conducono alla Tana.

Una volta atterrati sulla proprietà, Ron precisa subito all’amico che “Non è granché, ma è casa”. Ron è consapevole di non possedere una reggia, ma essa è comunque una dimora comoda e accogliente, costruita dai suoi genitori con tanti sacrifici e qualche espediente magico.

Nel libro, quando mostra ad Harry la sua camera, Ron stringe le spalle e timidamente sussurra “E’ un po’ piccola”, aspettando il parere del suo migliore amico, in visita per la prima occasione. Harry lo sorprenderà subito, dicendo: “Io la trovo magnifica”. E con quella affermazione Harry non mentiva di certo. Lui considerava tanto la Tana quanto la stessa cameretta di Ron splendide. Sentendo quel complimento franco e schietto uscire dalla bocca di Harry, Ron non può fare altro che lasciarsi andare ad un dolce sorriso, sollevato, almeno in parte, di aver fatto una bella impressione. La timidezza che Ron mostra in questa scena rimarca, in parte, lo stesso disagio che molti ragazzi di quella età sperimentano quando invitano a casa propria il loro migliore amico, sperando che tutto ciò che questi vedrà possa piacergli.

Ron proviene da una famiglia umile. I Weasley, nelle intenzioni della Rowling, incarnano la classe proletaria, che fa dell’affetto e della generosità la loro più grande risorsa, il loro patrimonio più cospicuo. Harry dispone in banca di una cifra considerevole lasciatagli in eredità dai genitori, eppure non ha una casa tutta per sé, una famiglia che lo ami. Ron, dal canto suo, è povero, tutto ciò che indossa è già appartenuto ai suoi fratelli, ciò nondimeno possiede la ricchezza di una famiglia numerosa, che lui stesso sceglie di condividere con Harry, per Ron oramai un fratello acquisito.

Il regista Chris Columbus, nelle scene ambientate nella Tana, fa effluire quel senso di accoglienza, di cordialità, di affetto familiare, che soltanto i Weasley sanno elargire tanto ad Harry quanto a noi spettatori che assistiamo alle vicende come ospiti muti ma presenti, entrati in punta di piedi in quel rifugio che tutti chiamano la Tana.

Harry troverà nei Weasley la famiglia che ha sempre desiderato e che il destino gli aveva negato.

  • Lavatrici incantate e polvere volante

Perfino nell’omonimo videogioco “Harry Potter e la camera dei segreti”, la “Tana” assume un ruolo preponderante e a suo modo tremendamente coinvolgente. Anche in questo caso, le memorie personali del sottoscritto tornano ad essere fondamentali.

Ricordo che alle elementari, un mattino, tutto d’un tratto, sentii muoversi qualcosa nel mio sottobanco. Qualcuno aveva appoggiato un involto senza che io me ne accorgessi. Abbassai il capo e vidi un CD con dei riferimenti in copertina che erano tutto un programma: c’era Harry ritratto con la sua divisa da Grifondoro, con in mano la bacchetta, nell’atto di lanciare un incantesimo. Poco al di sotto della sua effige, si leggeva il logo EA Games e la scritta Playstation. Rialzai lo sguardo mentre un mio caro amico mi parlava, dicendomi: “Emi, eccoti il gioco de La camera dei segreti”.

Sorrisi tutto contento e tirai fuori dalla cartella il mio “Tekken 3”. Lo scambio fu presto fatto. In quegli anni, come ebbi modo di scrivere nell’articolo dedicato a “La pietra filosofale”, tra amici scambiarsi i giochi era una consuetudine ancor più diffusa dello scambio dei fumetti.

Il mio amico aggiunse: “E’ davvero divertente questo gioco di Harry Potter, io per adesso sono arrivato alla prima lavatrice…”. Rimasi perplesso per qualche istante. Lavatrice? Cosa voleva dire con lavatrice? Avevo sentito male? Non feci in tempo ad approfondire il discorso che la maestra alzò la voce per zittirci e per invitarci a prestare attenzione a quanto stava dicendo. Così, misi il videogame nello zaino e non ci pensai più. Soltanto il giorno dopo capii il senso di quella asserzione: “lavatrice”.

Il gioco de “La camera dei segreti” comincia poco dopo la fuga di Harry dal numero 4 di Privet Drive. Il maghetto, unico personaggio giocabile, si trova nella tenuta dei Weasley, proprio davanti alla loro abitazione. Ron lo riceve in cortile e gli suggerisce di far presto, poiché devono affrontare un fastidiosissimo fantasma che non fa che battere continuamente sui tubi in soffitta, facendo infuriare la signora Weasley. Harry, spronato dall’amico, deve rammentare come utilizzare il suo incantesimo preferito… il Flipendo.

Premuto il tasto opportuno, Harry porta la bacchetta sopra il suo capo: essa emette un bagliore che diventa sempre più intenso. Una volta rilasciato il tasto prescelto, l’incantesimo si abbatte su due casse, smuovendole. Harry e Ron le utilizzano per salirci sopra e raggiungere il tetto della “Tana”, dove avranno modo di sconfiggere lo spiritello dispettoso. Pochi attimi dopo, Harry si ritrova a vagare per la proprietà dei Weasley, in particolare per tutto il loro (vasto) giardino.

Il signor Weasley lo mette in guardia dai pericoli in esso celati: ci sono gnomi da scacciare e oggetti comuni che sono caduti vittime di un incantesimo e che stanno facendo le bizze. Ebbene, tra questi oggetti comuni ci sono anche delle lavatrici che ballonzolano di qua e di là, rigurgitando vestiti sporchi e… pericolosi. Ricordo ancora come mi misi a ridere quando mi imbattei nella “prima lavatrice”, ripensando alla frase del mio amico. Quell’elettrodomestico saltellava, sembrava indemoniato, vomitava capi d’abbigliamento come improbabili proiettili. Il giocatore, sfruttando il Flipendo di Harry, doveva domare le lavatrici e con un tempestivo Wingardium Leviosa riposizionarle in una apposita pedana.

L’ambientazione del secondo gioco di Harry Potter restituisce, come accaduto col primo, le stesse atmosfere magiche, gioiose, dei primi due film di Chris Columbus. Le disavventure tragicomiche che Harry vive nel gioco durante la sua permanenza alla Tana riconsegnano quel senso di divertimento, quel calore familiare che si avverte rileggendo i passi del libro o rivedendo le scene del film.

Pensate a quando la Rowling descrive nei suoi testi i momenti in cui Harry gioca con Ron e Ginny a Quidditch in giardino, oppure quando aiuta i Weasley a scovare gli gnomi che si celano fra i cespugli; gnomi dalla scorza coriacea, con una grossa testa calva e bitorzoluta. La stessa spensieratezza, lo stesso divertimento si avvertiva, da bambini, quando si giocava ad “Harry Potter e La camera dei segreti”: un videogame in grado di far rivivere l’atmosfera incantevole, frenetica del libro e della sua trasposizione cinematografica. Basti pensare alla fuga dal treno mentre si è al volante della Ford Anglia, alla lotta contro il Platano Picchiatore, alla parte in cui Harry è costretto ad addentrarsi nella Foresta Proibita, affrontando orde di ragni nel buio della notte. Ma ancor più suggestivi sono i momenti in cui Harry procede da solo fra i meandri del castello, percorrendo lunghi ed ampi corridori, ed ode la voce del Basilisco risuonare da angoli invedibili e ignoti.

La voce del mostro riecheggia attorno al personaggio del gioco, terrorizzandolo improvvisamente, come un’eco indistinta, che proviene da un luogo sconosciuto. Harry, nel videogame, avverte il sibilare del Basilisco, esattamente come accade nel lungometraggio, restandone esterrefatto perché colto di sorpresa. Quella sensazione di paura che il videogame riusciva ad emanare, soprattutto nei momenti in cui Harry si trova tutto solo, e il castello si tramuta in un ambiente minaccioso poiché fra quelle mura si nasconde un essere che parla con una voce che incute timore, paragonabile al sibilo di un serpente, aumentava la suspense e per un giocatore molto giovane come il sottoscritto era decisamente da togliere il fiato.

Ma andiamo con ordine, sto affrettando troppo le cose. Parlerò del Basilisco a tempo debito.

Riavvolgiamo il nastro e torniamo laggiù, in quella dimora tanto cara e confortevole. Dimentichiamo le sequenze del gioco e ripercorriamo quelle della pellicola cinematografica.

Or dunque, alla buon’ora, dopo aver consumato una deliziosa colazione, Harry e i Weasley si preparano per recarsi a Diagon Alley con un mezzo del tutto peculiare: la polvere volante.

Harry abbandonerà la Tana mediante l’utilizzo di questa suddetta polvere e raggiungerà Diagon Alley… O per meglio dire Notturn Alley. Venuto fuori da quel “quartiere” poco raccomandabile, Harry riabbraccia Ron ed Hermione. Lì incontrerà anche Draco Malfoy e suo padre, Lucius.

I Malfoy, nobile famiglia del mondo magico, fiera d’aver mantenuto puro il proprio sangue evitando rapporti con i mezzosangue o i nati babbani, incarnano, nel racconto della Rowling, la famiglia aristocratica, tronfia e orgogliosa della propria nobiltà, nonché profondamente razzista, dedita a credere nella superiorità di una razza a discapito di un’altra.

Nel libro “La pietra filosofale”, l’incontro tra Harry Potter e Draco Malfoy, in particolar modo, costituisce per il personaggio cardine dell’opera la presa di coscienza di una verità incontrovertibile: anche nel mondo magico esiste l’intolleranza, la discriminazione, il razzismo. Ciò rende queste due realtà, quella magica e quella babbana, simili nei loro aspetti più torbidi.

  • Alberi che schiaffeggiano

Il secondo anno scolastico di Harry inizia con una inaspettata quanto imprevedibile disavventura. Alla stazione di King's Cross, Harry e il suo migliore amico vanno incontro ad un imprevisto e vengono lasciati clamorosamente indietro, senza capire cosa stia accadendo: non appena i due cercano di valicare la barriera che li avrebbe condotti al binario 9 ¾ il muro si chiude ed entrambi si scontrano rovinosamente su di esso. Tagliati fuori da quell'ingresso, Harry e Ron decidono di montare in sella alla Ford Anglia, e volare via, sfrecciando su nel cielo.

Harry e Ron non avranno bisogno delle rotaie dell'Espresso per Hogwarts e neppure di strade convenzionali per raggiungere la loro scuola. Utilizzeranno un'auto molto speciale, scomparendo improvvisamente alla vista di chi li osserva senza dover raggiungere le 88 miglia orarie come una DeLorean volante, ma grazie ad un turbo invisibile, un meccanismo sapientemente inventato dal signor Arthur Weasley. 

A seguito di un incontro piuttosto ravvicinato e terrificante con la locomotiva che conduce gli studenti verso la scuola, Ron ed Harry raggiungono il castello a tarda sera, investendo contro un imponente albero. Quest'ultimo non la prenderà affatto bene. Il già citato albero non è, infatti, una “pianta” qualunque. Si tratta, invero, di un Platano Picchiatore, un arbusto che possiede una coscienza e può agitare i propri rami come se fossero fruste. Il Platano assesterà tutta una serie di colpi all’indirizzo della automobile, tanto da ridurla un colabrodo.

Nel film “Il Signore degli anelli – Le due torri” vi è una scena in cui lo hobbit Merry, dopo aver avvertito un forte strepitio risuonare dal bosco, ricorda all’amico Pipino una bislacca diceria udita tempo prima. Nell’antica selva, sita ai confini della terra di Buck, c’era qualcosa nell’acqua – rammentò lo hobbit – qualcosa d’insolito, di magico, per cui gli alberi che in quei luoghi si “abbeveravano” si allungavano a dismisura e prendevano vita.

Vita?” - Domandò a quel punto Pipino, piuttosto sorpreso.

Curioso quanto viene detto in questo scambio di battute dai piccoli hobbit. Cosa voleva intendere Merry quando affermò, stupefatto, che gli alberi “prendevano vita”?

Non sono forse sempre vivi gli alberi?

Se asportassimo un frammento di corteccia da un albero, vedremmo il colore e la consistenza della linfa che scorre in esso come sangue nelle vene. Tale linfa rappresenta la sua vitalità e ci permette di capire il suo effettivo stato di salute.

Gli alberi sono vivi anche se non lo danno mai a vedere. Essi giacciono pacifici, ancorati al suolo come figli silenti della terra. Merry era conscio della vigoria che anima lo spirito astratto e laconico degli alberi, pertanto con quella sua osservazione voleva intendere altro. Gli alberi dei boschi di Buck “prendevano vita” perché cominciavano a sussurrare, a parlare, persino a muoversi. Divenivano, pertanto, esseri straordinari, dotati di movimento, di parola, d’intelligenza: diventavano “vivi” a tutti gli effetti, o perlomeno “vivi”, così come noi esseri umani siamo soliti, nel quotidiano, intendere un essere vivente: una creatura che agisce, pensa, si esprime. Quando un qualcosa si muove è vivo. E’ questo un concetto semplice, elementare, piuttosto sottinteso. Ma se qualcosa non si muove e rimane rigido, irto, statico, può essere ritenuto ugualmente vivo? Certamente, se lo è. Eppure, gli alberi, nella loro sosta eterna, nella loro incapacità di opporsi, di insorgere, di spostarsi, non sempre vengono ricordati come vivi da chi, verso di loro, muove violenza.

Un albero è imponente e, al contempo, impotente. Se osassimo incidere ancor più in profondità, tagliare i suoi rami, profanare l’integrità del suo tronco, esso soffrirebbe ma nessun grido di dolore echeggerebbe dalla sua florida costituzione. L’albero, qualunque esso sia, a qualsivoglia specie appartenga, non ha voce, non ha moto, non ha reazione. Esso è immobile come una scultura, eppur vivo come un essere umano. Soffre un mutismo sebbene riesca a comunicare con l’eloquente apparenza del proprio verde. Gli alberi possiedono sembianze umane solo dinanzi agli occhi di chi riesce a scorgerle e a rispettare la loro sensibilità e la loro senziente coscienza. La massa legnosa del “corpo” di un albero è una scorza resistente, un’epidermide rigida ma anche tenera, fragile, vulnerabile, feribile. Le escrescenze erbose del torso di legno sono pelurie che rivestono la struttura portante. Nelle fronde sono celati i polmoni della creatura, e giù, oltre il sottobosco, le radici si dipartono simili a arti multiformi e a piedi alquanto pronunciati. I rami, protratti sino al cielo, sono braccia lunghe con grandi mani e mille dita verdi. Gli alberi sono “persone” tacite e d’aspetto differente, non hanno lingua, cadenza, accento, non intrattengono alcun discorso, non avanzano, non lasciano il proprio posto, la propria casa, permangono fermi, silenziosi come una natura che osserva e che accoglie. 

Il Platano Picchiatore che sorge nei pressi di Hogwarts è un albero che possiede il dono del movimento. Non può staccare le proprie radici dalla terra, non può avanzare, camminare come un Ent, un Pastore degli Alberi, ma può comunque dimenare le proprie “braccia”, rotearle con forza ed energia. Facendo vibrare i suoi tralci, scuotendo il suo fusto, esso palesa il suo status di essere vivente e sveglio, vigile e consapevole.

Gli alberi che noi tutti conosciamo non vantano la facoltà di potersi muovere, essi sono inerti e danno l’ingenua impressione d’essere inanimati, non vivi. Il Platano Picchiatore è un arbusto che difende sé stesso, attacca chiunque si avvicini a lui, intimorito e spietato al contempo nei confronti di ogni visitatore: esso sembra incarnare, in parte, l’istinto protettivo che ogni albero non può manifestare, la potenza di una natura che, sovente, nel mondo reale, se ne resta ferma e indifesa, subendo le angherie e le prepotenze dell’essere umano, che abbatte e sradica, taglia e brucia. Il Platano Picchiatore non incassa, non tollera, non sopporta, per questo agisce istintivamente, assalendo ogni cosa che potrebbe interferire con la sua integrità. I Platani rappresentano una natura che “schiaffeggia” ben prima d’essere oltraggiata dall’essere umano.

Nel terzo libro della saga di Harry Potter si scoprirà che questo esemplare di Platano Picchiatore fu piantato vicino al castello perché esso, nel ventre, nasconde un passaggio segreto in cui era solito recarsi il lupo mannaro Remus Lupin, durante le notti di luna piena. L’albero avrebbe impedito ai più di avvicinarsi e quindi di entrare in contatto con il licantropo.

La Ford Anglia sfuggirà alle grinfie del Platano malconcia e turbata, e volgerà autonomamente verso la Foresta Proibita. Ron ed Harry riusciranno a salvarsi per un pelo e guadagneranno il suolo della scuola stanchi e affamati, rincontrando così Hermione. 

  • Grifondoro o Serpeverde? 

 “La camera dei segreti” mantiene, come accadeva ne “La pietra filosofale”, un’impronta giallista. Quello che Harry, Ron ed Hermione devono affrontare durante il loro secondo anno scolastico è infatti un giallo da manuale: vittime ignare, corpi pietrificati, un mostro che alberga nelle viscere dell’edificio e un misterioso “erede di Serpeverde” sono tutti elementi che rendono “La camera dei segreti” una sorta di “noir investigativo” a colori. Chi è l’erede di Salazar Serpeverde? Qual è il mostro che si cela fra le mura di Hogwarts? Chi ha aperto cinquant’anni prima la camera dei segreti e soprattutto dove si nasconde l’accesso alla suddetta camera? Tutte domande che devono ottenere risposta a seguito di una lunga e spossante indagine compiuta dal trio.

Molti sospetti si insinuano nella mente degli studenti, sempre più spaventati dalla presenza di questo mostro e dagli inspiegabili incidenti che accadono ad Hogwarts. Harry, che ode più volte una voce sinistra e diabolica scaturire dalla solida roccia del castello e che dimostra di saper parlare inconsciamente il Serpentese, la lingua dei serpenti, viene considerato il principale indiziato, l'erede di Serpeverde, colui che aprirà la camera dei segreti assoggettando al proprio comando la creatura che vive al suo interno, il cui scopo è quello di epurare la scuola dalla presenza di coloro che non hanno puro il proprio sangue. Perfino Harry comincia a dubitare di sé stesso. Chi è egli in realtà? Chi sono i suoi antenati? Se davvero discendesse dalla famiglia di Salazar Serpeverde? 

Harry viene sempre più isolato, reo d'essere il principale sospettato. In quei giorni, tanto concitati, il maghetto si chiede se sia un degno Grifondoro. Rimuginando, egli rammenta che il Cappello Parlante, durante la Cerimonia di Smistamento, era profondamente incerto, indeciso verso quale Casa indirizzarlo. Serpeverde, stando a ciò che asseriva il Cappello, avrebbe aiutato Harry e lo avrebbe condotto sulla via della grandezza. Il protagonista implorò quel giudice magico, gli chiese di non essere assegnato ai Serpeverde, la Casa dei più celebri maghi oscuri. Il Cappello, allora, acconsentì alla supplica e scelse per lui la Casa di Grifondoro.

E se si fosse sbagliato? Se avesse accontentato Harry per un mero capriccio?

Ciò che attanaglia il protagonista ne “La camera dei segreti” è un dubbio esistenziale, un tormento riguardante il proprio essere, il proprio destino, il proprio modo di vivere e di comportarsi. Harry ancora non sa che sono proprio le nostre scelte a formare il nostro carattere, a far di noi ciò che siamo. Lo aiuterà a capirlo il professor Silente, agli ultimi scampoli della pellicola.

Harry è un autentico Grifondoro poiché ha deciso di esserlo, dimostrando di meritare quella Casa. 

Harry capirà dunque che noi, noi tutti siamo chi scegliamo e cerchiamo di essere. Sempre! 

"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Stella più amata e fiochi fari

Dopo che anche Hermione cadrà vittima della pietrificazione, Harry e Ron, per cercare ulteriori delucidazioni, dovranno inoltrarsi nella Foresta Proibita, seguendo il percorso che compiono i ragni, i quali inspiegabilmente stanno abbandonando in massa Hogwarts, marciando verso la boscaglia. I due raggiungono, così, l’antro in cui vive Aragog, un gigantesco ragno dotato di parola.

Un tempo Aragog viveva nel castello, ricevendo le cure e le attenzioni di Hagrid che nutriva verso di lui, così come verso molte altre creature inconsuete e potenzialmente predatorie, un affetto sincero. Quando il ragno alloggiava, segretamente, ad Hogwarts, proprio in quel periodo, la camera dei segreti fu aperta, liberando la creatura che riposava, sopita, fra i suoi angoli imperscrutabili. Aragog, una volta rinvenuto, fu scambiato per il tristo essere che aveva ucciso una povera studentessa, Mirtilla Malcontenta, e Hagrid fu di rimando sospettato d’essere complice delle malefatte del mostro e pertanto espulso dalla scuola. Aragog riuscì a scappare, e trovò un luogo nella Foresta Proibita in cui nidificare, crescendo a dismisura e allevando una nutrita progenie. Sebbene Aragog, inizialmente, si mostri pacato e preciso nel rispondere alle incalzanti domande di Harry, tutto d’un tratto cambierà atteggiamento, quando i due studenti cercheranno di abbandonare il suo covile.

I miei figli e le mie figlie non toccano Hagrid per mio ordine, ma non posso negare loro carne fresca quando questa gironzola così volentieri in mezzo a noi. Addio, amici di Hagrid…”.

Circondati da una nutrita schiera di famelici tessitori a otto zampe, Harry e Ron dovranno sperare in un aiuto esterno e, per certi versi, tanto inaspettato quanto miracoloso.

L’aspetto di Aragog è simile a quello di Shelob, erede di Ungoliant, creatura terribile temuta da orchi e uomini che viveva in spelonche buie e maleodoranti, vicino al dominio di Sauron. Shelob era un essere malvagio che aveva assunto le sembianze di un enorme ragno nauseabondo. Esso si nutriva di carne e tesseva ragnatele fitte, spesse e appiccicose dentro le quali finivano le sue prede. Frodo Baggins e Samvise Gamgee incontreranno Shelob durante il loro estenuante peregrinaggio verso la terra di Mordor. 

Un po’ come accadrà a Frodo e Sam nel passo de “Le due torri” del romanzo di J.R.R. Tolkien “Il Signore degli Anelli”, anche ad Harry e Ron spetterà il compito di avventurarsi nei territori di un ragno gigantesco, sfidandone le intenzioni e le insidie.

I due maghetti per difendersi, differentemente da Frodo e Sam, non potranno contare sulla Luce di Earendil, una fiala donata al Portatore dell’Anello da Lady Galadriel. Questa boccetta di cristallo conteneva dell’acqua cristallina raccolta dalla fontana della Dama di Lothlórien in cui vi era custodito il fulgido bagliore della Stella di Earendil, la più amata dagli elfi fra tutte le stelle dell’arazzo celeste. La luce di Earendil sprigionava un raggio accecante come lo scintillio di un astro luminosissimo che Frodo e Sam useranno per confondere e perforare i tanti occhi del gigantesco aracnide.

Harry e Ron, dal canto loro, potranno affidarsi ai fiochi bagliori di due punti di luce che giungeranno improvvisamente in loro soccorso: i fari della Ford Anglia, la quale, come animata da un afflato tutto suo, dileguerà le tenebre, li farà salire a bordo e scivolerà via a tutta velocità, abbattendo i discendenti di Aragog, e conducendo Harry e Ron in salvo, al sicuro, oltre i limiti della foresta.

A quel punto, Harry e Ron capiranno che non è Aragog l’animale che fuoriesce dalla camera dei segreti, bensì qualcos’altro e che Hagrid non ha mai avuto alcuna colpa. Il giallo da risolvere è ancora intricato: dove è ubicata la camera? E, soprattutto, qual è il mostro che in essa ha stabilito il proprio covo?

  • Gorgone serpentiforme

La camera dei segreti” è il mio romanzo preferito della saga di Harry Potter. Ad essere sincero, è anche il mio film preferito di tutta la serie. Sì, lo so, forse questa mia confidenza sorprenderà alcuni di voi. Sento quasi sempre dire ai più che il film che preferiscono maggiormente è “Il prigioniero di Azkaban”, o che il libro che più prediligono è “Il principe mezzosangue”. Io, al contrario, preferisco sia a livello letterario che cinematografico “La camera dei segreti”. L’ho sempre considerata una storia perfettamente bilanciata, appassionante, ancora graziata da un tocco fanciullesco che vira, però, verso un crescendo più maturo, con una forte componente orrifica rappresentata dalla voce del Basilisco. 

Poiché è questa la belva che alberga laggiù, nelle fondamenta del castello e che striscia fra i cunicoli di Hogwarts: un Basilisco, una creatura raccapricciante temuta dai ragni sin dai tempi remoti.

Il Basilisco è una bestia che secondo gli scritti di Plinio il Vecchio assomiglierebbe ad un serpente di minute dimensioni, eppure mortale; i suoi denti rilasciano un veleno fatale e il suo sguardo può uccidere o pietrificare in un solo istante le sue vittime.

Il Basilisco fedele a Salazar Serpeverde e ai suoi eredi è una fiera di ragguardevole grandezza. Esso, come le gorgoni della mitologia greca, pietrifica chiunque ricambi il suo sguardo attraverso un riflesso o una fonte indiretta.

Le gorgoni nella mitologia erano tre sorelle: stando alla tradizione greca Steno ed Euriale avevano una natura immortale, sebbene Virgilio insinuasse che anch’esse potevano essere uccise; Medusa, la terza sorella, custode dell’Oltretomba, al contrario, era senza alcun dubbio soggetta alla morte ed era la più crudele delle tre. Medusa aveva ali d’oro e mani di bronzo e il suo viso era cinto da una chioma di capelli semoventi e terrificanti, poiché avevano le fattezze di serpenti sibilanti, che si intrecciavano frequentemente fra loro.

La sinistra capacità del Basilisco de “La camera dei segreti” di pietrificare coloro che guardano indirettamente i suoi occhi ricorda proprio il potere della gorgone Medusa.

Harry, quando affronterà il Basilisco, si troverà a combattere come un moderno Perseo, mantenendo inizialmente lo sguardo basso, tenendo gli occhi ben chiusi per non rischiare di morire. Nel mito greco, Perseo avanzò verso la gorgone utilizzando come supporto uno specchio, che rivolse verso Medusa. Harry, da principio, non ha una superficie riflettente con sé, e neppure un’arma, può contare solamente sul proprio coraggio. Ma in soccorso del giovane mago accorrerà Fanny, la fenice che risponde agli ordini di Silente, che strapperà gli occhi al Basilisco con i guizzi del proprio becco appuntito.

Harry riceverà inoltre l’aiuto di un “vecchio cappello”, dal cui tessuto si materializzerà la spada di Godric Grifondoro. Questa potente e magica lama, come Excalibur che poteva essere sguainata solamente da un puro di cuore come Artù, può essere impugnata esclusivamente da coloro che sono nobili di spirito: solo da un vero Grifondoro. Harry l’afferrerà, la brandirà con destrezza e trafiggerà il Basilisco, uccidendolo. Poco dopo, usando una zanna avvelenata del serpente, Harry distruggerà il diario di Tom Riddle, il libro maledetto che serbava ancora, fra le sue pagine intonse, un frammento dell’anima di Lord Voldemort, l’unico erede di Serpeverde.

Dopo che Harry avrà annientato il Basilisco salirà in superficie e insieme a Ron raggiungerà lo studio del Preside. Lì, Silente avrà modo di impartirgli la più importante lezione dell’anno: mostrando la spada di Grifondoro, che Harry maneggiò nella camera con la stessa prontezza di uno schermidore, Silente farà presente al protagonista che sono le nostre scelte a delineare la nostra persona. Harry è un Grifondoro perché ha scelto di esserlo e tramite le sue azioni ha dimostrato la generosità e la purezza di cuore che dovrebbe contraddistinguere ogni membro di quella Casa.  

La generosità, già! Harry ne era colmo. La vita gli aveva tolto tanto, ciò nonostante in lui vi era un altruismo e una bontà senza limiti. Con un atto di autentica generosità (e furbizia) Harry riuscirà a liberare dalla sua condizione di schiavitù Dobby, l’elfo domestico che, a fin di bene, gli aveva arrecato tanti affanni al principio di questo suo secondo viaggio.

  • Un abbraccio ed un bacio

Sul finale, nella Sala Grande, Harry intravede Hermione, appena ridestatasi dal suo lungo e immobile sonno. Hermione corre verso di lui, sorridente e contenta, avvolgendogli tranquillamente le braccia attorno al collo. La ragazza, subito dopo, vorrebbe fare lo stesso anche con Ron, e Ron vorrebbe farlo a sua volta. I due mimano il movimento, il gesto dell’abbraccio, eppure esitano, arrestandosi di colpo. Ambedue non sanno che fare, imbarazzati, poi si danno semplicemente la mano e si scambiano un cenno di sorriso.

Ben… Bentornata, Hermione” - Borbotta, impacciato, Ron.

Una scena che ricordo come se fosse ieri quando la vidi per la prima volta al cinema. Indugiai con i miei occhi di bambino sui volti di Ron ed Hermione, su quel loro abbraccio mancato. Capii, come molti altri, che tra Ron ed Hermione era già sbocciato qualcosa. Lo stesso regista, Columbus, lo aveva intuito, e volle eternarlo nel suo lungometraggio attraverso questa singolare scena. Questo momento, infatti, è una licenza del cineasta, non vi è dunque nel libro un momento in cui Ron ed Hermione esitano nel volersi abbracciare.

Eppure, questo gesto non compiuto cattura splendidamente il carattere e lo stato d’animo dei due personaggi, dei due amici destinati ad innamorarsi e a vivere un futuro insieme.

Ron ed Hermione, che battibeccano di continuo senza mai smettere di trascorrere il tempo insieme, di cercarsi e ricercarsi, sono già adesso innamorati l’uno dell’altra, soltanto che non lo sanno. Sono ancora troppo giovani per capirlo. Ciò nondimeno, in quella loro esitazione vi è contenuto tutto il senso del loro sentimento: si vogliono bene ma non lo danno a vedere, si vorrebbero stringere ma temono che l’altro non voglia, e pertanto non sanno come agire. Quindi rimangono titubanti, optando per una stretta di mano sbrigativa.

Hermione è così sciolta con Harry e lo abbraccia come nulla fosse perché lo considera inconsciamente un fratello, con cui poter condividere tutto. Non fa lo stesso con Ron perché verso di lui prova un altro sentimento, un sentimento che rende sia lei che Ron per nulla disinvolti, anzi insicuri, spaventati da ciò che vorrebbero fare.

E se in quell’abbraccio combinassi qualcosa di stupido?, Se le pestassi i piedi?, Se lei non volesse in realtà il mio abbraccio?” Sembra domandarsi Ron.

E se mi avvicinassi troppo? Bisticciamo sempre, forse non vuole che lo abbracci…” Pare chiedersi Hermione.

Dunque entrambi desistono, fanno finta di nulla. E ugualmente continueranno a fare per anni. Anche nel terzo film, se ci pensate. Quando Hermione, spaventata dall’avanzata di Fierobecco verso Harry, spontaneamente toccherà la mano di Ron per cercarne la vicinanza; lui ne resterà colpito, entrambi si guarderanno confusi, e poi si allontaneranno fingendo che non sia mai successo.

"Hermione Granger" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

L’amore tra Ron ed Hermione è destinato a crescere e quell’abbraccio che nel secondo anno scolastico non riusciranno a concedersi verrà solamente rimandato. I due, nell’ottavo film della saga, divenuti adulti, cederanno ai loro impulsi, ai desideri dettati dal loro cuore: si stringeranno con totale trasporto e si scambieranno un bacio appassionato proprio laggiù, fra i grovigli di quella stessa camera dei segreti. Che ironia, durante la loro seconda avventura, quando quella camera era così importante nello svolgersi delle vicende, i due faticavano a dimostrare l’affetto che nutrivano l’uno per l’altra. Anni dopo, in quello stesso luogo, si lasceranno trasportare dall’amore: da un abbraccio mancato ad un bacio tanto desiderato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Terza Parte...

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“Di tutte le cose che hanno portato felicità ad Elvis durante il periodo in cui l’ho conosciuto niente regge il confronto con la nascita di sua figlia, Lisa Marie. Ha prodotto in lui un cambiamento che nient’altro poteva eguagliare. L’intero stato d’animo di Graceland è cambiato come il sole che riempie una stanza quando lei è entrata nella sua vita.”

Nancy Rooks, dal libro “Inside Graceland: Elvis' Maid Remembers”

In questi ultimi giorni ho pianto, non lo nascondo. Spero possiate perdonare e capire questa mia confidenza, espressa in modo esplicito proprio perché sincera. Quando ho letto che Lisa Marie se n’era andata ho versato le stesse lacrime che avrei versato se avessi perso una persona cara, che frequentavo abitualmente. Ma era soltanto un’illusione, ne sono consapevole. Non conoscevo realmente Lisa Marie. Come avrei potuto?

Sapevo di lei ciò che potevo percepire guardandola con curiosità, da lontano, attraverso qualche scatto che la ritraeva da bambina, sorridente, con la sua chioma bionda, in braccio al papà. Sapevo di lei ciò che potevo carpire ascoltando il suono della sua voce quando, da adulta, incideva i propri brani in sala di registrazione. E dunque possedevo di Lisa Marie non più che impressioni e sensazioni.

Prima di tutto, Lisa Marie era ai miei occhi la figlia di Elvis Presley. L’unica figlia del mio cantante preferito.

Elvis accompagna la mia esistenza da che ho memoria. I suoi acuti, le sue note, la sua musica ci sono sempre stati. Su di lui ho letto tanto e in maniera approfondita, mosso da un insaziabile appetito, da una fame mai del tutto appagata di conoscenze.

Molto è stato scritto sulla sua vita breve ma intensissima: una vita in grado di incarnare il sogno americano nella sua forza più vigorosa e prorompente, brutale e mortale. Elvis è asceso ed è caduto, suscitando durante la sua incredibile parabola artistica lo sgomento, l’ammirazione, l’invidia, la pietà, il rimorso e l’idolatria della gente.

L’esistenza travagliata di questo talento rivoluzionario, di questa voce che abbatteva ogni barriera, che ha ingannato la morte conquistando l’immortalità, è stata raccontata, scandagliata e indagata molteplici volte, da diversi e accreditati biografi. Tutti costoro – ogni qualvolta si trovavano impegnati a rinarrare e a mettere a fuoco gli aspetti della sua persona - concordavano su una verità: Elvis amava sua figlia. Ma che dico, venerava sua figlia.

Il più celebre cantante di ogni tempo, l’unico, vero re del rock nutriva nei riguardi della sua bambina una forma di adorazione. La considerava una principessa, la riempiva di regali, di attenzioni, di affetti, ritenendola la cosa più preziosa che avesse mai avuto.

Elvis battezzò col nome della figlia il suo Jet privato. Il “Lisa Marie” era infatti un aereo di linea, un quadrimotore di medie dimensioni con cui il re era solito spostarsi da una meta ad un’altra.

Ho sempre pensato che dare il nome di una persona amata ad un mezzo di trasporto – sia esso un velivolo o una nave - a cui si affida la propria incolumità quando si viaggia fra la volta celeste o tra le onde del mare sia la più alta forma di riconoscenza e devozione, la più sincera confessione d’amore.

Lisa Marie era la creatura femminile più amata da Elvis, e proprio per questo egli fu lieto e fiero di leggere sulla fiancata del suo aereo personale il nome della sua sola erede.

In una delle ultime scene del film “Elvis” del 2022, il re, stanco e fiaccato, disilluso e afflitto, siede in una delle sue automobili. La lussuosa macchina ha appena raggiunto l’aeroporto, e lì ad attendere Elvis vi è Priscilla, la sua ex moglie, pronta a ricongiungersi alla piccola Lisa Marie.

La bambina è sulla vettura, in compagnia del padre, e gioca con un peluche. Elvis la stringe a sé, la bacia sulle guance e le sussurra: “Papà ti vuole bene”. La lascia poi andare via, osservandola dal finestrino, mentre la saluta con un gesto della mano.

Si tratta di una delle ultime apparizioni di Elvis nel film, il momento che precede l’ineluttabile declino a cui il suo corpo ed il suo spirito andranno incontro. Durante gli ultimi scampoli della pellicola il regista Baz Luhrmann decide di mostrare un Elvis accorato, senza più sogni né speranze, ma un Elvis ancora in sé, che brilla di una fioca lucidità, prossima ad estinguersi; in tale frangente Elvis esprime l’affetto di un padre nei confronti della figlia, e in seguito l’amore di un marito nei riguardi della consorte che ha perso, colpevolizzandosi giorno per giorno per tale errore. Prima che tutto finisca, prima che Sua Maestà crolli, la pellicola concede un ultimo accenno a quella umanità, a quel sentimento di attaccamento e devozione che egli provava per la sua famiglia. Due anni dopo quel fugace saluto in aeroporto Elvis morirà. Il suo cuore cesserà di battere troppo presto, distrutto da maledetti eccessi. Quando il padre spirò, Lisa Marie aveva soltanto 9 anni.

Elvis Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In “Bubba Ho-Tep - Il re è qui” - improbabile, surreale, grottesco ma al contempo divertentissimo e arguto lungometraggio del 2002 – Elvis è scampato alla morte. Egli ha infatti architettato una messa in scena per sfuggire a quella carriera troppo ingombrante, a quella esistenza gravosa e soffocante. Eppure, nonostante ciò, non ha trovato la felicità.

Sfuggito alle luci abbaglianti dei riflettori, il re incappa in un brutto quanto inaspettato incidente che pone fine alle sue aspirazioni di libertà.

Elvis viene pertanto confinato in un casa di riposo, scordato da tutti. Nessuno vuole credergli quando egli afferma di essere l’unico e solo re. La sua famiglia non sa che è ancora vivo, la sua Lisa Marie, a cui pensa spesso e che sogna avvertendo la sua mancanza, lo crede morto e sepolto fra i giardini di Graceland. Elvis è solo, tutto solo, e si trascina tristemente anno dopo anno, rimanendo disteso su di un letto minuscolo in una camera cupa e avvilente.

Ma non è finita qui: in questo ospizio in cui giace, a malincuore, il più originale e innovativo tra i solisti della storia della musica, accadono troppe cose strane ed inquietanti: un demone si aggira fra quei corridoi, divorando l’anima dei poveri anziani, abbandonati dai familiari che non si prendono più cura di loro. Elvis è il solo insieme ad un altro vecchietto della struttura – un adorabile uomo di colore fermamente convinto di essere John Fitzgerald Kennedy - ad accorgersi di quello che sta accadendo.

Il re decide così di fare quanto è in suo potere per fermare il mostro: si rimette faticosamente in piedi, indossa il suo celebre vestito bianco con tanto di mantello che gli conferisce l’aria di un supereroe malconcio ma stoico, e fa quanto deve per fronteggiare il temuto antagonista, in una notte in cui il cielo pullula di stelle luminose. Il re si prepara allo scontro senza portare vere e proprie armi con sé o oggetti che possono rivelarsi utili ad eccezione di un portafortuna, una sorta di amuleto protettivo. E che sarà mai questo amuleto?

Ebbene, una foto di sua figlia.

Tenendola fra le dita, Elvis pronuncia queste parole: “Se solo potessi parlarle ancora. Dirle che l’amo.

Fra i pochi oggetti che gli erano rimasti Elvis sceglie un’immagine, un ritratto che eterna la cosa a cui tiene di più al mondo, la sua bambina.

In questa bislacca storia, Lisa Marie era il rimpianto più grande di Elvis. Il re, ostaggio di una finta identità in un ricovero per malandati, non poté più riottenere quello che aveva perduto, riabbracciare la sua unica erede, che nel frattempo era cresciuta, diventata una donna, senza averlo accanto. Il re non riuscì a vederla cambiare, maturare.

Si era perso tutto questo, Elvis. E il senso di colpa lo dilaniava. Lisa Marie, però, lo avrebbe protetto in quello strampalato scontro con il demone, in quella singolar tenzone inverosimile, tragicomica, ma dal significato tutt’altro che banale.

“Bubba Ho-Tep” è una commedia assurda, bizzarra, oserei definirla perfino kafkiana, un’opera che, sotto quella patina di stravaganza, lascia emergere un’amara riflessione sulla terza età, sulla solitudine dell’anziano, sull’abbandono, sui rimpianti e le occasioni mancate e sprecate. L’amuleto selezionato da Elvis, l’istantanea della figlia, esalta ancora una volta questo tratto della personalità del genio di Memphis: l’affetto di un papà che avrebbe fatto di tutto per quella creatura che aveva messo al mondo e che considerava la sua unica ancora di salvezza.

Lisa Marie è sempre stata questo per me: la testimonianza vivente di un amore profondissimo, quello di un padre per la sua fanciulla.

Ma Lisa Marie non è stata soltanto “la figlia di…”. E’ stata certamente la portatrice di un cognome regale, l’erede al trono di una fortuna eterna.

Da adulta, il suo viso somigliava in maniera impressionante a quello del padre. Erano due gocce d’acqua. L’espressività dei loro volti coincideva straordinariamente, lo sguardo elusivo eppur penetrante e malinconico era pressoché il medesimo. Lisa Marie aveva i lineamenti del papà scomparso, portava sulla sua pelle la bellezza, il fascino e il dolore di un monarca che aveva abdicato prima del previsto e disfatto il suo reame.

Ma, oltre tutto questo, Lisa Marie era una persona a sé, una creatura indipendente e meravigliosa, con i suoi pregi e le sue fragilità.

Lisa Marie è stata un’artista, una cantautrice dalla splendida tonalità vocale, una donna energica e irrefrenabile, inquieta come una tempesta di mare e senza limiti come un oceano sconfinato; una madre che ha vissuto, gioito, amato, smarrito e sofferto terribilmente. Una figura storica, che non potrà essere obliata.

Possa Lisa Marie rivedere il figlio a cui aveva detto addio troppo presto, baciarlo, tenerlo stretto e non lasciarlo più.

Possa la “principessa” avere pace accanto al proprio Sire.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Harry, Ron ed Hermione" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Luci abbaglianti

Vediamo un po’… Da dove comincio? Gran bella domanda!

La prima frase di un nuovo elaborato è sempre la più difficile da partorire. Tante idee frullano nella testa dell’autore, che deve tentare in ogni modo di dare un ordine a quell’intersecarsi di pensieri ed emozioni. Vorrei cominciare da una premessa. Sì, credo sia il caso.

Vorrei premettere al lettore - che sta per avventurarsi in questa lettura - che il presente articolo che sta prendendo forma giusto adesso - e che vedrà dunque già “nato” dinanzi ai suoi occhi - sarà un pezzo repleto di confidenze personali, di rievocazioni risalenti all’infanzia dell’autore. Alla mia infanzia!

Dopotutto, non potrebbe essere altrimenti.

La saga di “Harry Potter” - per tutti coloro che hanno amato questo universo narrativo e immaginifico e soprattutto per tutti coloro che lo hanno scoperto durante la giovinezza – costituisce un qualcosa di strettamente legato alla sfera emotiva, privata, candida, fanciullesca per l’appunto di ognuno di noi. Per parlare di “Harry Potter” occorre adoperare un tocco confidenziale, schietto, che rimesta nel passato e riporta in superficie parte delle nostre sensazioni remote, lontane, elusive, eppur vivide; parlare di “Harry Potter” significa parlare dei nostri ricordi.

Beh, come il titolo, in parte, suggerisce, desidererei cominciare da questi suddetti e molteplici ricordi. Cari e dolci ricordi da far riaffiorare. Ricordi serbati nel cuore, custoditi come doni preziosi in uno scrigno di memorie.

Ebbene, ricordo le luci. Luci abbaglianti provenienti dai fari delle auto in coda. Rammento il fastidio che quelle luci intense arrecavano ai miei occhi. Ovunque mi girassi, non facevo che vedere fari di macchine che puntavano in avanti, che balenavano fra gli incroci e le traverse. Io ero seduto nella mia auto, tutto assorto a guardare fuori dal finestrino.

Rammento le ansie di mio padre, i suoi borbottii. Era irrequieto e brontolava costantemente. “Arriveremo tardi!”, diceva. “C’è troppa fila, arriveremo quando il film sarà già cominciato”.

Mio padre era più in apprensione di me. Ci teneva a portare mia madre, mia sorella e il sottoscritto in tempo per l’inizio dello spettacolo. A lui, in verità, del film non importava poi molto. Mio padre non ha mai amato i film fantastici. Ad essere onesti, mio padre non è mai andato matto per i film in genere. A lui piaceva e piace tuttora il teatro: è quello il suo grande amore. Le pellicole cinematografiche lo annoiano. Vai a capire il perché. Mia sorella, una volta, giurò di averlo visto addormentarsi all’auditorium, proprio accanto a lei: l’aveva accompagnata a vedere “Space Jam” quando mia sorella era ancora una bambina. Il basket, evidentemente, non faceva per lui. Papà crollò in un sonno beato, perdendosi deliberatamente le imprese di Michael Jordan, intento a salvare il destino dei Looney Tunes a suon di schiacciate a canestro.

Perdonate questo mio dilungarmi, ma torniamo a quanto stavo dicendo qualche rigo più su. Già, a papà i film proprio non piacevano. Eppure, quel giorno era preoccupato di far tardi. Sarebbe rimasto oltremodo deluso se io e il resto della mia famiglia non avessimo guardato “Harry Potter e la pietra filosofale” sin dalle prime battute.

Strano questo traffico! Non staranno andando mica tutti quanti lì?”, si chiedeva papà. In effetti, molti stavano tentando di guadagnare proprio la sala cinematografica più vicina. Il fenomeno “Harry Potter” era scoppiato in città, così come per tutto il Paese, ma che dico in tutto il mondo. Tutti volevano vedere la prima trasposizione tratta dal racconto di J.K. Rowling, autrice britannica che stava mietendo un successo dietro l’altro.

Dovete sapere che ero un giovincello allora, avevo circa 8 anni. Me ne stavo rannicchiato sul sedile posteriore a guardare il lento scorrere della vita cittadina con impazienza. Dico con impazienza perché mio padre mi stava trasmettendo il suo stesso stato d’animo. “E se arrivassimo davvero in ritardo?”, mi chiedevo, con un pizzico di terrore. Io, a differenza di mio padre, amavo il cinema. Già da allora. Ero felice quando la mia famiglia decideva di portarmi al cinema a vedere un nuovo film, appena uscito. E se non andavo in sala, non cambiava nulla, a casa guardavo film ogni qualvolta ne avevo la possibilità. Le videocassette erano le mie confidenti, le mie migliori amiche. Che fossero storie fantastiche, avventurose, comiche, i film erano un rifugio, un mondo affascinante in cui agognavo, sovente, rintanarmi.

  • Il bambino sopravvissuto

Di “Harry Potter” conoscevo pochissimo. Non avevo ancora letto il primo libro. Sapevo solamente che il film avrebbe raccontato la storia di un piccolo mago che va ad una certa scuola di magia e stregoneria e che si trova ad affrontare uno stregone cattivo. Sì, a quel tempo usavo erroneamente la parola “stregone”.

Non possedevo in merito alcuna nozione in più. Sul piccolo schermo, però, non si parlava d’altro. “E’ uscito il primo film di Harry Potter!!”, urlavano a gran voce nei vari programmi televisivi. Or dunque, papà mi portò a vedere questo famigerato film di Harry Potter, poiché era un’esperienza che voleva che vivessi. Pertanto, grazie a lui, si formarono i primi ricordi nella mia mente: la calca per le strade, le automobili che procedevano lentamente lungo il tracciato, l’approdo tanto anelato al cinema. Ricordo perfino il posto a sedere. Mi trovavo sulla destra del “salone”, un po’ in fondo, a una giusta distanza dallo schermo. La sala era strapiena. Non la vidi mai più come allora. Le luci soffuse illuminavano fiocamente la platea. C’era un gran chiasso. Le persone parlavano fra loro, c’era già chi masticava rumorosamente i popcorn presi all’ingresso, giusto al piano superiore del cinematografo, se posso concedermi l’uso di questo termine dal sapore squisitamente retrò. Poi, d’un tratto, le luci si chiusero e si diede il tanto atteso avvio alla proiezione.

Rimasi incantato. Un tizio grande e grosso, barbuto, con i capelli lunghi e arruffati, volteggiava su una motocicletta, planando sull’asfalto con un batuffolo tra le braccia. Ad attenderlo vi era un tipo anziano, con una incolta barba bianca che gli scendeva sulla pancia, e una donna, anch’essa avanti negli anni, che fino a pochi istanti prima aveva le sembianze di un gatto. Che meraviglia pensai.

Di quel frangente rammento il suono, il frastuono della musica. Soprattutto nella scena in cui la cinepresa inquadra il volto del piccolo Harry addormentato e si avvicina sempre più alla cicatrice che porta sulla fronte. Ricordo come se fosse ieri che la musica, tutto d’un tratto, si fece ancora più alta, così potente da irrompere in me: l’avvertii quasi fin dentro il petto rimbombare, come se riuscisse a scandire i battiti del mio cuore. La storia di Harry Potter era cominciata dinanzi al mio sguardo. Le magiche melodie di John Williams, la voce sommessa e delicata di Silente, il roboante accelerare del bolide di Hagrid mi avevano stregato. Erano bastati pochi secondi, piccoli fotogrammi.

Quel preambolo iniziale, in cui il regista Chris Columbus mostrava il professor Silente, la professoressa McGranitt e Rubeus Hagrid, che precipitava su nastri di bitume in sella ad una motocicletta sprovvista di sidecar, mi aveva completamente rapito. Rammento il fragore che c’era attorno a me: tutto il vociare della gente, delle famiglie, che chiacchieravano tra loro, sorridendo e scherzando. Improvvisamente, quello schiamazzo non si udì più. La sala era buia, permeata da un improvviso silenzio di tomba. Le luci si erano spente di colpo, come se lo stesso Silente le avesse acciuffate con il tocco della sua mano e la lestezza del suo Deluminatore.

Avete presente la scena iniziale di “Harry Potter e la pietra filosofale”, giusto? I riverberi dei lampioni del quartiere che vengono ghermiti, carpiti e serbati dal professor Silente per generare il buio in strada, per sfruttare il favore delle tenebre. Ai miei occhi di bambino sembrò quasi che lo stesso Silente avesse catturato anche le fioche illuminazioni della sala in cui mi trovavo io stesso e in cui l’oscurità era divenuta preponderante. Noi spettatori eravamo divenuti preda di quello stesso silenzio, di quello stesso fosco, e osservavamo ciò che stava accadendo quella strana notte. Eravamo tutti vittime di un sortilegio: ci stavamo tutti innamorando del mondo di “Harry Potter”. 

Il piccolo Harry era stato lasciato dinanzi alla porta della sua nuova abitazione: deposto al numero 4 di Privet Drive. Era cominciata così la sua storia, la storia di un orfanello con un marchio sulla fronte. Comparve il titolo della pellicola al centro dello schermo. Il cuore mi batté all’impazzata. Ero troppo emozionato, tutto sembrava così incredibilmente magico e… Vero.

La magia di quelle scene iniziali, però, si dissolse e nelle sequenze immediatamente successive, Harry, divenuto un ragazzino di quasi undici anni, si svegliava di buon mattino e dava il via alla sua giornata come una persona apparentemente normale. Si fa per dire, ovviamente. I ragazzini “normali”, per fortuna, non dormono nel sottoscala, in una “cameretta” minuscola, impolverata, ricoperta di ragnatele. Harry viveva come un ospite sgradito nella casa dei suoi zii. Quel mattino, Harry stava preparando la colazione per suo cugino Dudley, restandosene poi in disparte, mentre quest’ultimo apriva una quantità eccessiva di regali. Non sapeva nulla del suo passato, se non qualche bugia sapientemente ideata dai suoi zii circa il fato a cui andarono incontro i suoi genitori, scomparsi prematuramente. Harry non conosceva niente di sé stesso. Non sapeva d’essere speciale, d’essere il bambino che era sopravvissuto.

  • Solo Harry!

Harry si presentava come un bimbetto qualunque, un figlio adottato e non desiderato, una persona sola al mondo, senza amici, che non pensava neanche lontanamente di poter essere unico. Harry era Harry. Semplicemente Harry!

Aveva i capelli corti e portava degli occhiali tondi sul viso. Un ragazzino come tanti altri all’apparenza. Come gli stessi spettatori (o lettori) Harry era una persona ignara, inconsapevole, prossima ad essere catapultata in un mondo di magia, di stregoneria, di meraviglie.

Qualche giorno prima del suo undicesimo compleanno, Harry riceve una misteriosa lettera che però non riesce a leggere: il perfido cuginetto Dudley gliela soffia da sotto il naso e la consegna lestamente ai genitori i quali, notando il timbro che contraddistingue l’epistola, restano basiti e decisamente allarmati. Giorno dopo giorno, le lettere vengono recapitate con sempre maggiore insistenza da dei gufi che, una volta portata a termine la loro consegna, fanno quanto devono per appollaiarsi in ogni dove, osservando curiosi e bubolando al numero 4 di Privet Drive.

Lo zio Vernon non ne vuol sapere: Harry non aprirà mai una di quelle lettere. Una domenica, la casa dei Dursley viene invasa da una mole impressionante di epistole, che irrompono nell’abitazione da ogni minima fessura, dalle finestre semischiuse, perfino dal caminetto. I Dursley si trovano, loro malgrado, inondati da quella carta francobollata e per sfuggire a quella posta sempre più invasiva decidono di trasferirsi temporaneamente in una avvilente catapecchia, situata in un isolotto, nel bel mezzo del mare. Nonostante questo cambio di residenza, il giorno del suo compleanno, Harry riceve la visita di Hagrid, che butta giù la porta e penetra in quell’angusto alloggio con il suo incedere rovinoso e inarrestabile. Il mezzogigante, finalmente, dona ad Harry la sua lettera, mediante la quale il giovanotto scopre di essere un mago e di essere stato ammesso alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Inoltre, Harry viene a sapere che persino i suoi genitori erano stati dei maghi e che, dieci anni prima, erano stati uccisi dal più terribile mago oscuro di tutti i tempi, Lord Voldemort, e non periti in un incidente d'auto come gli era sempre stato fatto credere dagli zii. Ancora leggermente frastornato dalla quantità di notizie apprese, il protagonista lascia, col sorriso sulle labbra e un certo stupore nel viso, i Dursley e parte con Hagrid per un interessante viaggio iniziatico.

Durante il loro dialogare, nei giorni a venire, Harry viene a sapere dal suo corpulento e imponente nuovo amico che la singolare cicatrice che porta sulla fronte è la testimonianza del fatto che lui fu l'unico, la notte in cui spirarono i suoi genitori, a sfuggire alla furia di Voldemort. Hagrid accompagna, dunque, Harry a Diagon Alley - un quartiere frequentato dai maghi nascosto nel centro di Londra - per procurargli l'occorrente per la scuola.

Tutte le meraviglie che da questo momento in poi Harry mira con i suoi occhi sbigottiti sono le stesse che noi spettatori vediamo con lui, per la prima volta. Lo stupore che il ragazzino mostra nel vedere Hagrid aprire un passaggio segreto celato al di là di un muro, l’incanto che sperimenta nell’intravedere i negozi dove comprare i libri di magia, dove ottenere la sua bacchetta personale, sono le stesse emozioni che avvertono le persone comuni, gli spettatori e i lettori che, insieme al protagonista, si rapportano con sempre crescente stupore a questo mondo magico. Harry è modellato dalla Rowling per essere gli occhi e il cuore di ogni lettore (e di conseguenza di ogni spettatore). Con gli occhi di Harry noi tutti immaginiamo e ammiriamo le bellezze e i prodigi della magia, e con il suo stesso cuore ci lasciamo avvolgere e conquistare da essa.

  • Il primo giorno

Non appena mette piede a Diagon Alley, Harry suscita subito l'ammirazione degli altri maghi quando questi sentono pronunciare il suo nome, tra cui Quirinus Raptor, che sarà il suo prossimo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure. Il professore si guarderà bene dallo stringere la mano al timido Harry, preferendo biascicare qualche parola di circostanza tramite i suoi balbettamenti. Poco dopo, Harry segue Hagrid fino alla stazione londinese di King's Cross per prendere il treno in partenza al binario 9 ¾, imbattendosi per la prima volta in Ron, membro della famiglia Weasley.

Harry non sa cosa fare: è impacciato allo stesso modo di come lo eravamo tutti noi durante il nostro primo giorno di scuola. Lo ricordate?

Noi avevamo uno zainetto sulle spalle, Harry, dal canto suo, portava invece tutto l’occorrente in un grosso carrello su cui campeggiava una gabbia con all’interno un gufo dal candido piumaggio, libri, pergamene, piume ed inchiostro. Ciò nondimeno, noi tutti eravamo così simili ad Harry. Anche noi avanzavamo un po’ incerti, verso quell’edificio denominato istituto scolastico. Salutati i nostri genitori, ci lasciavamo andare ai pensieri, ai dubbi, alle piccole ansie, e la vocina nella nostra testa ci portava a chiederci: Dov’è l’ingresso? Dove sarà la mia aula? In che posto finirò? Chi avrò accanto? Troverò un amico?

Tante domande che si succedevano tra loro, tanti quesiti che presto avrebbero avuto risposta. Così, nel nostro primo giorno di scuola, camminavamo a tentoni, esitanti, pronti a chiedere consiglio a qualcuno. Harry provava il medesimo stato d’animo.

Mi scusi...”, dirà alla madre di Ron, la signora Weasley. “Può dirmi come…”.

Molly Weasley, con la dolcezza di una mamma, comprenderà al volo l’insicurezza del ragazzo. “Cosa… Come raggiungere il binario? Non preoccuparti, caro, anche Ron sta andando ad Hogwarts per la prima volta”. Ron era un fanciullo dai folti capelli rossi, pieno di lentiggini sulle gote (perlomeno nel libro), e se ne stava irto a pochi passi da Harry, sorridendo con una smorfia tutta sua e annuendo con il viso, perché era vero ciò che sua madre stava dicendo giusto in quell’istante: anche per lui si trattava del primo giorno di scuola, l’alba della sua grande avventura. Quel dì perfino Ron era un tantinello nervoso, e lo dava a vedere. Eccome!

Harry tentennava, non sapeva come procedere. Rispetto a noi comuni “babbani”, che dovevamo semplicemente trovare l’ingresso della scuola e poi l’ubicazione della nostra aula, Harry doveva fare qualcosa di più arduo: prendere una bella rincorsa e oltrepassare una barriera, portarsi al di là di una parete, di un muro bello spesso che lo avrebbe condotto magicamente al binario 9 ¾, lì dove il treno attendeva, emettendo vapore dal fumaiolo della locomotiva, prossima alla partenza. Harry guardò qualche studente prima di lui, cercò di capire come si faceva, poi trasse un respiro profondo, scattò in avanti e oltrepassò la "cortina" fatta di muratura di mattoni: il primo passo verso la sua crescita, verso l’albeggiare del suo percorso scolastico Harry lo aveva compiuto. Attraversando la barriera, il protagonista si era catapultato in una nuova fase della sua gioventù, dove avrebbe imparato tanto, stretto nuove amicizie, vissuto giornate scolastiche indimenticabili, un po’ come sarebbe capitato anche a noi una volta varcata la soglia della nostra scuola.

Or dunque, Harry monta sul treno e trova posto in uno scompartimento vuoto. Lì verrà presto raggiunto dallo stesso ragazzino che aveva intravisto alla stazione, Ron.

  • Amicizia elementare

L'amicizia tra Ron ed Harry nasce con naturalezza e spontaneità, con quel candore che soltanto quando si è bambini si può avere.

Ron “bussa” titubante alla cabina di Harry, durante il loro scorrazzare in treno. È intimidito, direi quasi spaventato. Harry è lì da solo, tutto solo in un ampio scompartimento, e fissa il finestrino, ammirando il paesaggio che si dipana davanti ai suoi occhi entusiastici e ai suoi occhiali danneggiati. Ron lo “disturba" delicatamente: "Ti dispiace? Il treno è tutto occupato…", afferma, forse aspettandosi un secco rifiuto da parte di Harry.

Il protagonista, invece, reagisce benevolmente e invita Ron ad accomodarsi. Questi sorride, sollevato, e si presenta. Di lì a poco passa una venditrice di cibarie. Harry ne approfitta e compra gran parte dei dolci del carrello.

Harry e Ron incominciano a fare amicizia così, condividendo le leccornie, sgranocchiando i dolciumi come due mangioni insaziabili. Un paio di confidenze qua e là, qualche battuta ben assestata e l'amicizia tra Ron ed Harry sboccia e si ramifica proprio durante quel viaggio sui binari ferroviari.

Quante volte ci è capitato da bambini di fare amicizia tanto rapidamente? Fra i banchi di scuola delle elementari magari, quando eravamo piccini, le nostre solide amicizie nascevano in questo modo: qualche parola detta con simpatia, un giusto apprezzamento, una merendina scambiata, e si diveniva compagni di giochi per gli anni a venire. La nascita dell'amicizia tra Ron ed Harry è così reale, così profonda perché è sincera, disinteressata, assolutamente autentica. Essa fiorisce nella condivisione del cibo, attraverso un’abbuffata bella e buona, e una lunga serie di risate generate da una sintonia istintiva ed inaspettata che sembra accomunarli “magicamente”.

Sin dal loro primo incontro, nel romanzo, Ron ha modo di aprirsi parecchio con Harry, rivelando una certa sfiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità. Ron confiderà al suo futuro migliore amico di avere cinque fratelli maggiori, che hanno già avuto modo di raggiungere diversi importanti traguardi prima di lui.

In quegli attimi così sinceri e profondi, Ron afferma che se anche riuscisse a bissare i loro successi non farebbe altro che replicarli. Attraverso queste confessioni, Ron esprime un disagio che già a quella giovane età sembra tormentarlo: il peso di non essere all’altezza. Nonostante questa insicurezza, Ron è un ragazzino solare ed estremamente simpatico, con l’ironia sempre a portata di mano e ciò contribuirà a forgiare il suo rapporto di amicizia con Harry.

Mentre Harry e Ron passano il tempo a parlottare, ridere e mangiucchiare, irrompe nel loro scompartimento una ragazzina dai capelli scompigliati, tale Hermione Granger, che sta cercando un rospo chiamato Oscar, sfuggito nel frattempo alle grinfie di Neville, un coetaneo. Hermione coglie l’occasione per presentarsi ad Harry e Ron: in particolare fra il ragazzino con le lentiggini e la ragazzina dalla chioma spettinata la prima impressione non sarà di certo la migliore. Hermione sembra infastidita dal modo di ingurgitare dolciumi da parte di Ron, e questi, da parte sua, pare turbato dall'aria saccente della stessa Hermione. I due ancora non sanno quanto, col tempo, diverranno importanti l’uno per l’altra, dapprima come amici e in seguito come qualcosa di molto molto di più.

Tra Harry Ron ed Hermione si formerà un'amicizia profondissima e indissolubile.

Ricordo io stesso come, a quell'età, servisse così poco per stringere amicizia, per conoscersi e avvicinarsi anche con le ragazze. Bastava condividere qualcosa, un banalissimo gioco o disquisire su un film. Rammento, ad esempio, quando un giorno in classe capitai seduto accanto ad una ragazzina dai capelli biondi. Questa ragazzina si sedette accanto a me non certo perché anch'essa, come Hermione, era alla ricerca di un rospo sfuggito a chicchessia, ma si sedette accanto a me semplicemente perché le andava di scambiare qualche parola, per diventare mia amica.

Era così bella ai miei occhi. Aveva un sorriso fantastico, che le creava delle fossette sulle guance. Ricordo ancora oggi quanto fu facile e bello chiacchierare con lei quel giorno e tutti i giorni a venire. Il suono della sua voce era tanto piacevole. Cominciammo a parlare proprio di un film: “Jurassic Park”. Disquisivamo di una scena in particolare, quella in cui il tirannosauro forzava la sua gabbia di contenimento e scappava via. Lei era convinta che ciò avvenisse nel secondo capitolo, io, invece insistevo nel dire che accadeva nel primo. In realtà, avevamo ragione entrambi. Io facevo riferimento alla scena di “Jurassic Park”, in cui il tirannosauro veniva fuori dal recinto non più elettrificato, lei al contrario si riferiva alla scena in cui lo stesso tirannosauro fuggiva dalla stiva della nave e raggiungeva la città; e quello naturalmente avveniva ne “Il mondo perduto”, la seconda pellicola. Io e Roberta, così si chiamava la ragazzina con cui mi trattenni a parlare quel giorno e per tutti i giorni che seguirono e di cui conservo ancora ricordi così teneri e soavi, quando iniziammo a parlottare non avevamo dolcetti da sgranocchiare, non stavamo viaggiando su di un treno verso una scuola di magia e stregoneria, ma ci trovavamo casualmente seduti l'uno accanto all'altra, tra i banchi, mentre le sequenze di un film di fantascienza, per nulla banale, ci avevano dato l’occasione di conoscerci meglio. E fu ugualmente magico. L'amicizia tra Ron, Harry ed Hermione nasce, in parte, più o meno così: con un incontro casuale, con uno scambio di pareri, di confidenze, esattamente come avveniva nella realtà a chiunque di noi. Sto semplificando un po’ troppo le cose?

Beh, sì, lo ammetto, in questo caso sto banalizzando un po’ troppo. In effetti, l’amicizia di Harry e Ron con Hermione sboccia attraverso la condivisione di un’esperienza straordinaria.

Hermione desiderava fare conoscenza con quei due ancor prima, ma il suo carattere da saputella e l’impulsività di Ron avevano messo i bastoni fra le ruote ad un’amicizia che sarebbe sorta molto presto e sarebbe divenuta solida come una quercia.

Il legame con Hermione germoglierà dopo una disavventura rischiosissima, quando Ron ed Harry la salveranno da un troll di montagna penetrato inspiegabilmente nella scuola. I due maghetti combatteranno il gigantesco essere e riusciranno, con un Wingardium Leviosa e una fortuna sfacciata, ad abbatterlo, a farlo crollare al suolo e a trarre in sicurezza Hermione. Servì un accadimento straordinario per avvicinarli definitivamente. La stessa Rowling lo precisa. Ella scrive: “Ma da quel momento, Hermione Granger divenne loro amica. È impossibile condividere certe avventure senza finire col fare amicizia, e mettere ko un mostro di montagna alto quattro metri è fra quelle”.

Io riuscii a legare con la mia compagna di classe - che rammento ancora oggi così graziosa e dolce - fortunatamente senza affrontare un troll sceso dalle montagne e imbucatosi nel bagno delle ragazze. Non fraintendetemi, mi sarebbe piaciuto fare l’eroe davanti a lei, salvarla da un pericolo così periglioso. Ma che un troll irrompesse nella nostra scuola, ai tempi in cui io andavo alle elementari, era chiedere un po’ troppo.

  • Specchio, servo delle mie brame

Ma chi era Hermione Granger?

Per quanto concerne Harry ho scritto un bel po’ di cose, su Ron ho fornito una descrizione semplice ma credo esaustiva per il momento, ma su Hermione dovrei aggiungere qualcosina. Allora, Hermione era una studentessa modello, vogliosa di imparare, di studiare, di migliorarsi sempre di più. Era brillante, intelligente, spiccatamente intuitiva e amava i libri; li portava sempre con sé, tenendoli fra le mani, abbracciandoli come se fossero i suoi tesori più cari. Hermione era una perfetta Corvonero, starete senz’altro pensando. E non avete tutti i torti. Ma il Cappello Parlante, durante la cerimonia di smistamento, preferirà premiare l’ardore del suo spirito e la lealtà del suo carattere, tanto impavido quanto indomabile, indirizzandola verso la stessa Casa di cui faranno parte Ron ed Harry.

Harry, Ron ed Hermione, tutti e tre smistati dunque nella Casa di Grifondoro, trascorrono le settimane frequentando le lezioni, studiando, imparando a volare in sella alla propria scopa e soprattutto rischiando qualcosa di ben peggiore della morte: l’espulsione. Girovagando per il castello, una sera, i tre finiscono nella “zona proibita”, scoprendo l’esistenza di una stanza segreta. Al di là di essa, un cane a tre teste sorveglia, ferocemente, una botola. Cosa si nasconderà sotto di essa?, si domanderà Hermione. Ron, invece, non se lo chiederà affatto, almeno non inizialmente, troppo preso a ripensare a quelle tre teste ringhianti, a quelle tre bocche fameliche, a quelle tre fauci bavose. Un mistero avvolge le fondamenta di Hogwarts, e i tre maghetti sono più che mai decisi a risolverlo.

Durante il progredire dei mesi, Harry, avventurandosi fra i corridoi di Hogwarts in cerca di informazioni, “inciampa” in un oggetto molto, molto speciale: uno specchio. Harry si avvicinerà ad esso, intrigato, e lo scruterà attentamente.

Che cos’è uno specchio?

Che domanda, tutti sappiamo cos’è. Sarebbe meglio chiedersi, allora, che cosa mostra, di solito, uno specchio?

Ciò che ha dinanzi a sé, risponderebbe qualcuno.

In effetti, esso riflette in genere ciò che vede, l’apparenza, la pura esteriorità. Ogni specchio possiede l’abilità di replicare un gesto, di ricambiare uno sguardo, di duplicare semplicemente una sagoma. E lo fa con distacco, con gelida austerità. Lo specchio copia un’immagine, riproduce un corpo, ma abitualmente non coglie l’intimità, il carattere, la personalità di chi si pone al suo cospetto. Esso si limita a “bissare”, a sdoppiare le epidermiche sembianze. Talvolta, chi osserva attentamente la propria figura davanti ad un vetro fatica a riconoscerla come vorrebbe. Una ruga di troppo o un affanno marcato sulla pelle possono mutare il riflesso, sino a renderlo diverso, inaspettato.

Scrutando uno specchio, una persona nota se stessa, prigioniera di quei contorni. In alcuni romanzi di fantasia, gli specchi sono soliti riflettere soltanto gli esseri umani che sono ancora in vita, o per meglio dire, i corpi che custodiscono, come forzieri, un’anima. Nel romanzo “Dracula” di Bram Stoker il vampiro protagonista non può essere rispecchiato da una qualunque superficie riflettente. Esso, infatti, è deceduto, non possiede più alcun barlume di umanità e, per tale ragione, lo specchio decide di non rimandare il suo aspetto, di non riprodurre il suo profilo. I vampiri non esistono propriamente sul suolo terrestre, nel regno dei mortali, poiché hanno perduto il dono della vita e permangono sulla Terra malgrado la loro natura. Di conseguenza, lo specchio, come se fosse un oggetto investito dal peso della ragione, sceglie volutamente di non ricreare la loro parvenza.

Lo Specchio delle Brame che il giovane Harry Potter contempla ad Hogwarts ha un che di unico: quella levigata superficie riflettente mostra i desideri più profondi di una persona. Chiunque osi specchiarsi in esso vedrà ciò che più brama: una persona cara scomparsa che riappare improvvisamente, l’amore della propria vita mai conquistato che si mostra al nostro fianco come se ci appartenesse davvero. Un incanto incredibile, un’illusione seducente, una menzogna che può condurre al dolore.

Lo Specchio delle Brame non riflette semplicemente la fisionomia di una persona, riflette il suo sogno. Esso si addentra nell’interiorità del soggetto che gli si pone dinanzi, andando oltre la pelle, scavando fin dentro l’anima. Harry vedrà in quel vetro, racchiuso in una cornice decorata, i suoi genitori che giacciono accanto a lui, che lo accarezzano, lo guardano amorevolmente. Il desiderio più profondo dell’animo di Harry si trova lì, intrappolato all’interno di una lastra adornata da un legno pregiato e finemente intarsiato con scritte che, se lette al contrario, recitano: "Non rifletto il volto ma il cuore”.

Travolto da quell’immagine ammaliante, Harry torna più volte a rimirare lo specchio. Il Professor Silente, però, avrà modo di metterlo in guardia dai pericoli di quel vetro brulicante di miraggi.

Harry non può ammirarlo in eterno, poiché significherebbe per lui rifugiarsi in una visione onirica e dimenticare di vivere la realtà.

Lo Specchio delle Brame può condurre alla follia, poiché riflette anche e specialmente i desideri irrealizzabili, rendendoli tormenti, trasformando i sogni in incubi.  

  •  L’alternarsi delle stagioni

Il film di Chris Columbus è una meravigliosa trasposizione, una traduzione impeccabile e rispettosa del materiale originale. Columbus crea un’atmosfera magica, a tratti fiabesca, che genera un costante senso di stupore. Il regista ha, innanzitutto, il merito di scandire lo scorrere del tempo, l’alternarsi delle stagioni. Il primo anno scolastico di Harry, Ron ed Hermione si consuma sotto i nostri occhi, sequenza dopo sequenza. L’arrivo della festività di Halloween, le cui decorazioni animano la Sala Grande, la venuta della mattina di Natale in cui Harry e Ron scartano i regali accanto al camino che scoppietta - indossando calorosissimi maglioni sgargianti cuciti a mano dalla signora Weasley che ama adornarli con la lettera iniziale del nome della persona a cui il maglione è destinato - sono tutte scene che permettono a noi spettatori di avvertire il passare dei mesi ad Hogwarts. Columbus condensa, con la stessa abilità della Rowling, l’arco temporale di un intenso anno scolastico.

La cura con cui Columbus si impegna nel delineare gli aspetti più affascinanti e stupefacenti del mondo magico rende “La pietra filosofale” uno dei film più riusciti della saga di Harry Potter. La fotografia, così fulgida e colorata, la presenza dei fantasmi, il Quidditch con i suoi allenamenti e le sue sfide in campo, sono tutte digressioni a cui il cineasta dedica un’attenzione elevata per plasmare un clima suggestivo, evocativo, memorabile.

  • Un giallo intrigante

I primi romanzi di Harry Potter possiedono uno stile giallista. Columbus è bravo a riportare in scena questa caratteristica de “La pietra filosofale”. Il mistero che avvolge questo “oggetto”, questa pietra filosofale “sepolta” nei meandri quasi inesplorati della scuola di magia e stregoneria, l’indagine che il trio compie per capire cosa si nasconda sotto le zampe di Fuffi, il cane a tre teste, e per smascherare chi è realmente colui che vuole rubare la pietra, vengono sapientemente trasposti dal regista e costituiscono il nucleo dello svolgersi delle vicende. Harry, Ron ed Hermione sono persuasi che Severus Piton, l’intransigente e imperturbabile professore di Pozioni, voglia rubare la pietra filosofale e offrirla a Voldemort per rigenerarsi con l’elisir che essa contiene. Per impedire che ciò avvenga i tre decidono di calarsi lungo la botola.

Il trio di amici deve superare diverse prove prima di giungere alla pietra: oltre a dover eludere la guardia di Fuffi, i maghetti dovranno cercare di non lasciarsi soffocare dalle radici ramificate del Tranello del Diavolo; sfuggire a uno sciame di chiavi volanti e vincere una partita a scacchi a misura d'uomo.

  • Prove avventurose

Le sfide che Harry, Ron ed Hermione sono obbligati a dover sostenere, ricordano, sia pure in maniera remota, le prove che Indiana Jones affronta verso la fine della sua terza avventura: “L’ultima crociata”. Nella parte finale del lungometraggio, l’archeologo deve superare tre prove letali: il Respiro di Dio, il Nome di Dio, e il Sentiero di Dio. Con ingegno, fortuna e tanto ardore, Indiana riuscirà a superare tutti e tre i test e a raggiungere il Santo Graal, il mitico Calice da cui bevve Gesù di Nazareth durante l’Ultima Cena; Calice che viene sorvegliato da un crociato rimasto eternamente ad attendere la venuta di un degno successore.

Ne “La pietra filosofale” le sfide vengono superate con l’intelligenza, l’abilità e il coraggio di tutti e tre i protagonisti. Per prima cosa, Harry, Ron ed Hermione dovranno aggirare l’attenzione di Fuffi.

Fuffi, ne “La pietra filosofale”, sembra rivestire un ruolo simile a quello che Cerbero, il cane a tre teste della mitologia greca, rivestiva nell’Ade. Esso era posto a guardia dal Signore degli Inferi, pronto ad azzannare e scacciare chiunque avesse osato oltrepassare la porta "dell’Inferno" senza il consenso di Ade. Cerbero, un tempo, fu assoggettato da una musica melodiosa: Orfeo, suonando la sua lira, riuscì a placare la furia del gigantesco cane, addormentandolo. Anche Fuffi si lascia ammaliare dalla musica dell’arpa, dormendo come un ghiro ogni qualvolta ascolta una melodia inebriante. Harry, Ron ed Hermione approfitteranno (almeno per un po’) della musica per vincere la sua vigilanza.

Allo stesso tempo, i tre useranno il mantello dell’invisibilità per sottrarsi alla vista dell’animale. Anche nella mitologia greca vi è qualcosa di simile: Ade era solito portare sul capo un elmo che era in grado di renderlo invisibile. Il dio lo usò in un’occasione particolare: quando dovette introdursi nella stanza di Crono e rubare le sue armi senza essere visto. Il mantello dell’invisibilità, come l’elmo di Ade, protegge chi lo indossa e cela Harry alla vista di chi potrebbe fargli del male.

Superato lo “scoglio” incarnato dal cane a tre teste, il trio precipita tra i fitti e serpeggianti rami del Tranello del Diavolo, una pianta ramificata che può avviluppare e soffocare chiunque cada tra le sue braccia e venga colto dal panico. Il Tranello del Diavolo verrà sconfitto da Hermione.

La prova successiva, la scacchiera, vedrà invece Ron al centro della scena, il quale sarà costretto a disputare una delle partite più difficili della sua vita.

Ron dovrà sacrificare sé stesso, in sella al cavallo, e proteggere le “pedine” di Harry ed Hermione per fare scacco matto e permettere al suo migliore amico di proseguire lungo il tragitto. Harry raggiungerà la minaccia finale ma, differentemente da Indiana Jones, non si troverà davanti un mite guerriero, piegato dagli anni, a guardia di un bene tanto prezioso da non poter essere mai toccato: il maghetto si imbatterà nel professor Raptor, un uomo malvagio e con un doppio volto.

Raptor cela infatti, dietro il suo turbante, il viso di Voldemort, che vive come un parassita aggrappato disperatamente alla vita. Nella mitologia romana si fa cenno ad una divinità con una doppia faccia: Giano Bifronte. Questo dio possedeva due volti identici, uno che guardava al passato ed un altro al futuro. L'antagonista de "La pietra filosofale" ha anch'egli due facce, tuttavia ben diverse fra loro: quella del professor Raptor - che appartiene ad un passato ormai perduto, poiché egli ha smesso di essere un normale essere umano una volta divenuto servo e custode del signore oscuro - e quella di Voldemort rivolta verso un futuro che egli mira con bramosia, con il desiderio di tornare ad avere una seconda esistenza, a possedere un corpo tutto suo attraverso l'assunzione dell'elisir contenuto nella pietra di Nicolas Flamel. 

Quel “Graal” cercato e protetto dal protagonista, vale a dire la pietra filosofale, è occultato nello Specchio delle Brame ed Harry, accorgendosene appena, riuscirà a prenderlo, poiché sarà l’unico a non voler utilizzare l’oggetto per scopi personali. In uno scontro finale, Harry sconfiggerà Raptor, bruciandolo con il tocco della sua mano: l’amore che la madre di Harry nutriva per lui lo rende intoccabile da Voldemort, il quale una volta sfiorato dal giovane mago finisce per ardere, disfarsi in polvere e scomparire.

  • Un incantesimo che inizia con la lettera “f”

Quando finii di guardare il primo “Harry Potter” al cinema, rammento l'emozione che provai nel finale. La sala gremita che applaudiva, il sorriso di mia madre quando Grifondoro vinse la Coppa delle Case. Ripensai al film ogni secondo, quando lasciai la sala e raggiunsi con i miei l’automobile. Ricominciai a rivangare le scene che più mi avevano toccato, ripensai all'inizio, alla cicatrice del piccolo Harry. Hogwarts mi mancò immediatamente.

Mi ero sentito a casa laggiù, fra le ampie stanze di quel castello, nella Sala Comune di Grifondoro. Volli tornare immediatamente laggiù. E potei farlo: papà, qualche giorno dopo, mi regalò il primo libro della saga, “La pietra filosofale”. Da allora, non mancò mai di regalarmi tutti i restanti libri che via via, anno dopo anno, uscirono nelle librerie. Rileggendo quelle pagine tornai in quel mondo magico che mi fece battere il cuore, da principio in pellicola e che subito dopo mi conquistava anche di più sotto forma di parole, immaginazioni e fantasticherie. Grazie ai libri di Harry Potter mi innamorai della lettura. Capitò a tanti altri. Ricordo che in classe, molti dei miei compagni, dei miei amici di allora, portavano con loro i libri di Harry Potter. Li tenevano nelle cartelle, pronti per essere tirati fuori durante la ricreazione, per essere letti appena possibile. Io non li portavo mai con me, ci ero troppo affezionato. Temevo che il sobbalzare dello zaino sulla mia schiena avrebbe potuto rovinarli.

Dopo un po', film e i libri non mi bastarono più. Hogwarts continuava a mancarmi con maggiore insistenza. Avrei voluto "viverla" nuovamente, in un modo alternativo. Dunque incappai nel videogioco, il primo videogioco di Harry Potter. Fu un compagno di scuola a prestarmelo. A quel tempo ci scambiavamo i videogiochi per la Playstation come se fossero figurine dei calciatori. “Ti presto il mio Harry Potter per il tuo Bugs Bunny e Taz – In viaggio nel tempo”. Ripensare a questa frase, oggi, mi fa tanto sorridere.

Raccolsi fra le mani il primo videogame della saga. Me ne innamorai così tanto che, poco tempo dopo, corsi a comprarlo per averlo tutto per me e restituirlo al mio amico, una volta completato per la prima volta.

Quanto era bello quel gioco. Apriva i battenti laggiù, proprio laggiù: all’interno del castello di Hogwarts. Harry, che era naturalmente il personaggio giocabile, avanzava verso una grande scalinata ai cui piedi vi si stagliava una bislacca figura, dal cui viso pendeva un groviglio bianco che rassomigliava ad una barba canuta. Era Silente.

Il preside mi dava il benvenuto alla scuola di magia e stregoneria di “AUGUARTS”, così il doppiatore rinominava per l’occasione la scuola di Harry Potter. Harry era libero di perlustrare il castello, o per lo meno le porte che permettevano d’essere varcate: quelle scevre da un grosso lucchetto argentato.

Cominciai, così, nei panni di Harry si intende, a camminare fra gli immensi corridoi della scuola. Il personaggio di Harry era minuto come un ragazzino che cammina all’interno di un maniero gigantesco, dove tutto è smisuratamente grande: le porte, le finestre, i quadri, gli scalini; tutto in quel videogame pareva di dimensioni così sproporzionate da far sentire il personaggio e lo stesso videogiocatore piccolo piccolo, immerso in un ambiente magico e inverosimile.

Il rumore dei passi del protagonista, mentre calpestava il tappeto che calava lungo le scale, oppure mentre calpestava semplicemente il pavimento, echeggiava ovunque. Il castello era colmo di enigmi, dietro alcune librerie si celavano passaggi segreti e, disseminati qua e là, vi erano caramelle di tutti i gusti più uno, da raccogliere in gran quantità, e nascoste nei luoghi più impensabili figurine di streghe e maghi famosi che Harry avrebbe dovuto collezionare per riempire il proprio album.

L'atmosfera del gioco era straordinariamente coinvolgente. Il silenzio, alle volte, permeava il castello, il quale, agli occhi di un giovanissimo videogiocatore, dava l’impressione d’essere sconfinato, immenso. Talvolta, si udivano suoni di armature fisse al muro che amavano animarsi e colpire ritmicamente l’aria con le loro armi affilate. Harry doveva fare attenzione ovunque andasse.

Mentre il protagonista procedeva lungo i corridoi poteva intravedere impronte sbiadite che fluttuavano per fatti propri, sì, insomma, i fantasmi delle quattro Case che consumavano il loro tempo librandosi da un antro ad un altro. Harry doveva correre alle lezioni dove avrebbe potuto imparare ad usare gli incantesimi, a volare in sella alla sua Nimbus 2000. Durante il progredire del gioco, Harry, poteva, altresì inoltrarsi nei sotterranei, cupi e labirintici, spingersi nei giardini, perfino esplorare la Foresta Proibita, a notte fonda. E, in quella che certamente era la parte più difficile del gioco, poteva girovagare per Diagon Alley, in particolar modo sferragliare all’interno delle gallerie cavernose della Gringott e tentare, con notevole sforzo, di arraffare quante più monete poteva per ottenere tre premi inaspettati e non rivelati. L’atmosfera del gioco, così “stregata”, l’ambientazione così travolgente, contribuì a cementificare in me i ricordi di quel periodo della mia infanzia. Ricordi luminosi, splendidi, di un universo che riusciva a generare magia attraverso una pellicola, una pagina di un libro, il livello di un videogioco.

Harry era solito lanciare un incantesimo in questo videogame con la sua bacchetta ricavata dalla piuma di una fenice: il Flipendo. I ricordi che possiedo dei primi film di Harry Potter sono fulgidi e splendenti come quell’incantesimo, un bagliore luminoso che irradia ancora oggi il mio cuore. Harry Potter è per me infanzia, amicizia, amore, ricordo, magia... Una magia raggiante come un Flipendo. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Seconda Parte...

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"Il volto del pugile, una tela di dolore" - Marlon Brando - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il mio nome è Nessuno

Chi sei tu?” – Domandò a gran voce il gigante con un solo occhio. Un silenzio tombale era calato di colpo, e tutto attorno alla colossale creatura tacque.

Ho chiesto come ti chiami?” - Incalzò nuovamente il gigante, con tono cupo.

Io?” – Domandò Ulisse con fare retorico. E poi aggiunse “Io… Mi chiamo Nessuno!”, mal celando quello che sembrava proprio essere l’accenno di un sorriso.

Nessuno…” - Ripeté Polifemo, apparendo soddisfatto.

Bene! Mangerò per ultimo Nessuno!” -  Bofonchiò prima di appisolarsi.

Il disegno di Ulisse poteva dirsi appena cominciato e si sarebbe svolto nel migliore dei modi. La notte era scesa fitta, e nella caverna di Polifemo regnava un buio inquietante. Ulisse non restò con le mani in mano, l’uscita della spelonca era sbarrata da un enorme masso che doveva essere rimosso in qualche modo. Così, escogitò, insieme ai suoi compagni, un modo per trarre in inganno il ciclope. Durante le ore della notte, Ulisse appuntì un lungo e grosso bastone ricavato da un ulivo, che affondò nell'unico occhio del titanico essere. Questi si destò dal dolore, e tra grida e lamenti cominciò a chiedere aiuto. Accorsero nei pressi della caverna altri giganti, domandando cosa stesse accadendo lì dentro. Polifemo urlava di dolore: “Nessuno sta cercando di uccidermi!! Aiutatemi!!”. Gli altri giganti non credettero ai loro orecchi. Quella frase era priva di significato. Così ignorarono il lamento di Polifemo, ritenendolo completamente inebriato dal vino.

Nel frattempo, Ulisse, quel signor Nessuno, si era nascosto fra le pecore che Polifemo pasceva durante il giorno, pronto ad attuare la parte restante del suo piano. Aggrappatosi al vello del ventre delle capre, fu spinto verso l’uscita dallo stesso ciclope che, accecato, si limitava a tastare con le mani il manto soffice delle sue bestie. Una volta fuori, libero, Ulisse non poté più trattenersi e volle prendersi gioco del maestoso mostro: “Non è stato Nessuno ad imbrogliarti… E’ stato Ulisse, re di Itaca”. Di colpo, all’orecchio di Polifemo quel Nessuno assunse le sembianze di un individuo reale, i contorni di un significato, perfino un’identità. Quel Nessuno era divenuto un qualcuno che proprio professandosi, apparentemente, come un “niente” aveva aggirato la forza bruta di un essere titanico.

Mi ha sempre fatto ridere di gusto questa parte dell’Odissea, la parte in cui Ulisse riesce a scappare dall’antro del mostro contando, come era solito fare, sulla propria furbizia e utilizzando per sé stesso un appellativo alquanto singolare: “Nessuno”. Con quella parola, Ulisse nascose il suo vero nome, preferendo mostrarsi, dinanzi al ciclope, come un uomo qualunque, un perfetto sconosciuto, un viandante come un altro. Ulisse, in quei frangenti, decise di privarsi del suo celebre appellativo, ponendosi alla stregua di un senza nome, o per meglio dire di un uomo con un nome evanescente, vacuo, indistinguibile, come suggerisce per l’appunto la definizione di “Nessuno”.

Essere “Nessuno”, in genere, non è cosa di cui vantarsi. Quando si dice “Non sono nessuno” non si fa altro che sminuire sé stessi, ci si svilisce, tanto da paragonarsi al nulla, al fallimento più completo. Ciò nonostante, Ulisse sapeva che dietro la parola “Nessuno” può comunque nascondersi una personalità arguta, coraggiosa e intraprendente. Egli stesso, dopotutto, dimostrò che dietro l’apparente definizione di “Nessuno” vi era un corpo più che vivo ed una mente brillante, che riuscì ad ingannare un tristo essere grande e grosso come una montagna.

Oltre ad Ulisse, ci sono stati altri personaggi che pur definendosi “Nessuno” riuscirono a diventare “qualcuno”. Essi partirono proprio dalla loro condizione di “nullità”, dal loro essere poco più che degli indigenti, squattrinati, soli e sconosciuti ai più, per raggiungere un traguardo fatto di sacrifici, di dolore, di sangue e sconfitte.

  • Un usignolo con l’ala spezzata

Terry Malloy, il personaggio cardine del capolavoro “Fronte del porto” interpretato da Marlon Brando, era un “nessuno”. Un “niente” come ebbe modo di definirsi in un’occasione. La sua storia comincia al calar della sera, in una zona di periferia abietta e sudicia.

Un nome scuote il buio: “Joey!” urla un personaggio appena apparso dinanzi allo schermo. Terry si materializza di colpo. E’ lui che grida quel nome, è lui che invoca il nome di “Joey”. Terry è un uomo di media statura, eppure sembra imponente. Ha gli occhi penetranti e gonfi, il volto dai tratti angelici eppur marcato da qualche colpo incassato di troppo. Terry si rivolge a qualcuno, ad una finestra che sta aprendo i suoi battenti. “Joey!” esclama Terry.

Terry! Cosa vuoi?”.

Ho qui uno dei tuoi colombi. Te lo porto su in terrazzo”. 

Joey acconsente, incurante di ciò che lo aspetta. Quando questi raggiunge il tetto dell’edificio, invece di Terry, si imbatte negli scagnozzi di Friendly, un boss della malavita locale che estende il proprio dominio su tutto il porto della cittadina. Gli uomini di Friendly assalgono Joey in un raptus vendicativo e lo gettano giù in strada, uccidendolo.

Terry, che assistite alla scena standosene in strada, ne resta inorridito. Credeva che i malavitosi volessero solamente parlare con Joey, intimidirlo, spaventarlo così da farlo desistere dai suoi propositi: testimoniare dinanzi ad un giudice per quanto concerne le attività criminali di Friendly. Terry non pensava che sarebbero arrivati a tanto, che lo avrebbero ucciso. Ne è sconvolto. “Non credo che avrebbe cantato…” dice Terry, sconsolato. “Sì, invece.” gli risponde uno dei delinquenti della zona - “Come un usignolo che non vola” - conclude, sorridendo vigliaccamente.

Terry non sa che fare. Così fugge via, percorrendo le strade buie e polverose della periferia, intrise di paura e di omertà.

Terry è uno scaricatore di porto. Un uomo che, nonostante la giovane età, ne ha viste di cose. Cose brutte, troppo brutte per essere raccontate. Un tempo, Terry faceva il pugile e lo faceva bene. Eccome!  Sembrava una promessa del pugilato. Una sconfitta inaspettata, però, stroncò la sua carriera sul nascere. Da allora, Terry vive come un signor nessuno, vagabondando tra i quartieri della periferia, svolgendo qualche lavoretto per il boss di zona e tirando a campare scaricando la merce che arriva con le navi in porto. Terry è di indole buona, non ha un impiego fisso, ha studiato poco, è di cultura medio bassa, non ha denaro con sé, ciò nonostante possiede una profonda umanità, un grande rispetto del prossimo, una coscienza, che inizia a tormentarlo subito dopo il tragico accadimento dell’amico Joey.

All’alba del giorno seguente, Terry si reca sul tetto del palazzo e comincia a prendersi cura dei colombi di Joey che abitano sulla cima dell’edificio, chiusi all’interno di voliere sia pure spaziose. Quegli uccelli, che con le loro ali potrebbero volare e raggiungere le vette più alte, ma che restano segregati in quel singolo luogo, chiusi in gabbia, sono una rappresentazione della condizione in cui vive il protagonista. Anch’egli potrebbe infatti spiccare il volo, volare via da quella periferia malsana, ma non riesce a farlo. Egli è in trappola, prigioniero di una realtà criminale che gli tarpa le ali e lo costringe a restare con i piedi ben piantati al suolo.

  • Un guanto ed un’altalena

Nei giorni a seguire Terry incontra Edie, la sorella di Joey, da poco rientrata in città. Edie studia in collegio per diventare insegnante. E’ sempre stato il suo sogno quello di educare i più piccoli. Terry la ammira per questo, per il suo essere una studiosa. Glielo dice esplicitamente: “Tu sei una persona colta, a me piacciono le persone colte”.

I due camminano l’uno accanto all’altra all’interno di un parco avvolto da un sottile velo di nebbia. Lei tiene sempre lo sguardo verso il sentiero, lui, invece, ha gli occhi puntati sulla fanciulla. Edie è la stessa che Terry ha sempre rammentato, eppure è al contempo diversa. Ella possiede ancora lo sguardo dolce e innocente di quando era bambina e andava a scuola con Terry, che la guardava a volte perdendosi in lei: Edie era infatti il primo amore della vita di Terry, un amore sbocciato ai tempi delle elementari e mai più scomparso.

Mentre passeggiano vicini Edie fa cadere inavvertitamente un guanto, che Terry raccoglie, senza restituirglielo. Edie ne è inizialmente turbata, non sa come replicare. Terry accarezza sensualmente il guanto, lo pulisce dal terriccio e, di colpo, se lo infila in una mano, suscitando spaesamento nell'animo della ragazza. “Cosa vuol fare con il mio guanto?”, sembra chiedersi Edie, silenziosamente tra sé. “Me lo restituirà mai?”.

Il gesto di Terry, quel ghermire il guanto di Edie da terra con la stessa prontezza di un falco, quel suo sfiorarlo e indossarlo, è un atto che si insinua tra il devoto e lo spavaldo, che evidenzia il suo desiderio di avvicinarsi a Edie, di accarezzarla nell’esatto modo in cui egli tocca e domina quell'indumento.

Terry siede su un’altalena, si dondola lentamente come un fanciullo spensierato, mentre lei rimane all'in piedi, rigida, a pochi passi da quella giostra. Poi, Terry si mette in bocca una gomma. Inizia così a masticarla rumorosamente, con le labbra schiuse platealmente, tutto ciò per accentuare la sua aria da smargiasso, o per meglio dire da bulletto di periferia. Edie, però, vuol far intendere di non essere facile da sottomettere: pertanto prende coraggio e gli sfila rapida il guanto dalla mano, palesando la sua forza femminile, e quindi si allontana. Terry la ferma col suono della sua voce, la richiama. Edie si volta indietro e i due si scrutano distanti, rievocando a parole i tempi della scuola. Terry si rimette sugli attenti e fa per riavvicinarsi a lei, che lo accoglie: tra i due comincia a stabilirsi un’affinità intima e profonda. L’altalena su cui l’uomo, poco prima, giaceva e oscillava, avanti e indietro, debolmente, richiamava quell’elemento fanciullesco, il cenno di una giovinezza andata e mai obliata che riecheggia ancora, adesso che Edie si trova dinanzi a Terry.

Terry non ha mai smesso di pensare a Edie. La ricordava fin da quando era bambino e la vedeva andare in classe: teneva i capelli stretti in una fitta treccia che le scendeva lungo la schiena; una treccia così spessa che per Terry rassomigliava ad una grossa corda. Edie aveva l’apparecchio ai denti, gli occhiali tondi sul visino: era un piccolo “disastro”, sostiene ironicamente Terry. In realtà, quel “disastro” aveva rubato il cuore di Terry, fin da allora, quando non era che un ragazzino e ancora non sapeva neppure cosa fosse l’amore. Adesso Edie era lì davanti a lui, era diventata una donna. Negli attimi immediatamente successivi, Edie seguita a mantenere lo sguardo basso, elude gli occhi del suo interlocutore, eppure comincia ad aprirsi con lui, a sentirsi più vicina, specialmente nel momento in cui Terry le domanda se si ricorda chi egli sia.

Ti ho riconosciuto non appena ti ho visto.” – Sussurra Edie con un po’ di timidezza.

E’ per via del naso, vero?” – Risponde ironicamente Terry, indicandosi proprio quella parte della faccia e sorridendo maliziosamente. Il naso di Terry, in effetti, è leggermente vistoso ma in fondo quale pugile non dà importanza al proprio naso? Dopotutto, è la zona del viso più soggetta a ricevere colpi, e ad uscire malconcia sotto il peso di quei pugni che la vita riserva di continuo.

Col passare dei giorni, Terry si avvicina sempre più ad Edie e tra i due sboccia una storia d’amore. Attorno a loro, però, la criminalità seguita a dilagare. Terry, dilaniato dai sensi di colpa, confessa a Edie di essere indirettamente responsabile della morte del suo adorato fratello. La ragazza, inizialmente, ne resta turbata ma poi, col trascorrere dei giorni, comprendere l’innocenza del fidanzato, il suo candore. Anch’egli è una vittima, un recluso di una periferia malsana, che non offre alcuno sbocco, alcuna via d’uscita, alcuna possibilità di salvezza. Spronato dall’amore di Edie, Terry comprende di doversi liberare, di dover spezzare la gabbia che lo fa prigioniero. Come i colombi che egli cura giornalmente, dando loro acqua e cibo, così lo stesso Terry deve avere il coraggio di trovare uno spiraglio e spiccare il volo, riprendere ad utilizzare quelle ali che, per troppo tempo, ha tenuto chiuse e inferme. Adesso, sempre più persuaso dalla sua coscienza, Terry decide di testimoniare dinanzi al giudice circa le attività criminali del boss Friendly. Il capo malavitoso, venuto a conoscenza delle intenzioni di Terry, decide di ucciderlo e affida questo compito allo stesso fratello di Terry, Charley.

  • E’ questione di classe…

I due fratelli hanno così modo di confrontarsi durante una notte buia e agitata. Terry esprime tutta l’amarezza della sua esistenza, marchiata irrimediabilmente da un episodio, un errore che lo ha segnato per sempre. Tempo prima, proprio sotto richiesta di Charley che doveva far vincere a Friendly una grossa somma di denaro alle scommesse, Terry perse malamente un incontro molto importante che avrebbe potuto di certo vincere. Da allora, la sua carriera di pugile ha subito una irrimediabile battuta d’arresto, portandolo di fatto al fallimento.

Ma non è questo. È questione di classe! Potevo diventare un campione. Potevo diventare qualcuno, invece di niente, come sono adesso.” Dice amaramente Terry.

E’ proprio in questo frangente, in questa occasione, in questo simbolico e straordinario dialogo che Terry si definisce, per la prima volta, un “niente”, un “nessuno”. La periferia lo aveva reso proprio un “nessuno”, lo aveva costretto a smarrire l’opportunità che la vita gli aveva presentato dinanzi. Terry sarebbe potuto diventare qualcuno, un nome roboante impresso nello sport, ma fu costretto a fallire, a rinunciare, a perdere ciò che si era guadagnato per il volere di un criminale, di un forte che schiaccia i deboli, arricchendosi sulle loro spalle piegate e genuflesse al lavoro e agli stenti. Ora, però, Terry vuole giustizia, vuole dimostrare come anche un “niente” possa abbattere un “qualcuno”.

Charley non vuole lasciarglielo fare. Friendly gli ha ordinato di assassinarlo, di eliminare il suo stesso fratello. Ma Charley non ha il cuore di uccidere Terry, eppure gli punta contro la pistola per intimidirlo. A quel punto, Terry reagisce dolcemente: “Oh Charley…” sussurra debolmente e con la mano sposta delicatamente la pistola fino a farla cadere via. Con quel suo fare delicato, Terry manifesta tutta la tristezza e lo strazio derivanti dalla consapevolezza di un'esistenza smarrita. In quel suo “Oh Charley...” Terry esprime l’assurdità e la vergogna di una vita dannata, quella del fratello, costretto, per vivere, a minacciare il sangue del proprio sangue. Terry non ha paura, poiché sa che Charley non gli farà mai realmente del male e che quel suo gesto non è stato altro che una mossa disperata. Purtroppo però Charley pagherà con la vita la sua pietà: il boss lo ucciderà l’indomani.

Terry avrà modo di testimoniare in tribunale, ma quando rientrerà al porto tutti i suoi colleghi ed amici, che vivono da anni nel terrore di Friendly, smetteranno di rivolgergli parola. Terry si presenta comunque durante il reclutamento al molo per scaricare la merce di una nave, ma quando resta l'unico escluso, affronta apertamente Friendly. Ne segue una feroce rissa, che vede Terry soccombere solo dopo l'arrivo degli scagnozzi di Friendly. Gli altri scaricatori, che assistono allo scontro, escono finalmente dal loro stato di sottomissione, sostenendo Terry e rifiutandosi di lavorare, a meno che lo stesso Terry non venga reintegrato, e finiscono con lo spingere in acqua Friendly. In quella lotta finale, in quel combattimento in cui Terry affronta e sottomette Friendly, prima d’essere aggredito e fatto a pezzi dagli scagnozzi del boss, vi è tutta la rinascita, la rivalsa di un pugile, di un lottatore che ha sempre combattuto per sopravvivere alle avversità della vita. Il ring di Terry sorgeva nei pressi di un porto, ed era delimitato da banchine. Prima che la campana suoni, Terry si rimette in piedi e, nonostante sia vistosamente ferito e abbia il volto una maschera di sangue, cammina fieramente davanti ai suoi colleghi scaricatori. Avanza lentamente, ma il suo incedere è inarrestabile; arriva fino a varcare la soglia dove inizia il turno di lavoro. Tutti lo seguono, spronati dal coraggio e dall’ardore di Terry, un uomo semplice, un “nessuno” che ha trovato la forza di opporsi ad un criminale, restituendo la libertà e la dignità ad un intero popolo.  

  • Un altro pugile

Il giovane Rocky Balboa era un signor nessuno, e aveva molto in comune con Terry Malloy. Entrambi erano venuti al mondo in una zona marginale della città, nella povertà assoluta. Entrambi non avevano avuto modo di istruirsi, di frequentare assiduamente la scuola, di formarsi. Ciò nonostante, ambedue avevano un cuore grande e dei saldi principi. Rocky, come Terry, faceva il pugile e aveva un gran potenziale. Era costretto, però, a combattere match di poco conto, contro avversari di basso livello, in luoghi sozzi e su ring malfamati.

Per tirare a campare, Rocky fa l’esattore per conto di Tony Gasco, un gangster della zona. Anche Rocky, come Terry quindi, ha a che fare, suo malgrado, con la malavita. Rocky abita in un monolocale cupo e poco accogliente, e l’unica compagnia di cui dispone è quella incarnata dalle sue tartarughine.

Come Terry che trova conforto e un accenno di amicizia nei colombi che vivono sul terrazzo, anche Rocky trova compagnia nelle sue due tartarughe che chiama ironicamente Tarta e Ruga. I colombi di Terry vivono rinchiusi in gabbie, le tartarughe di Rocky riposano e nuotano in una piccola vasca d’acqua. I colombi di Terry potrebbero volare via, percorrere grosse distanze con le loro ali, librarsi in cielo e poi planare liberamente. Le tartarughe di Rocky invece potrebbero spaziare in un ambito più grande, ma Rocky non può permettersi altro che una esigua vaschetta. E’ come se entrambi questi spazi in cui albergano gli animali tanto cari ai protagonisti rappresentino gli stessi luoghi in cui vivono Terry e Rocky, le periferie della città, che li schiacciano, li tengono assoggettati, non permettendo loro di andare via e di fare qualcos’altro della loro vita.

  • Una pista di pattinaggio: se cadevi ti acchiappavo!

Rocky conduce la sua esistenza alla giornata, non ha un progetto per il futuro né un lavoro stabile. Egli è innamorato di Adriana, una donna che lavora presso un negozio di animali. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio, con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Ogni qual volta la incontra, Rocky tenta in ogni modo di intavolare un discorso, ma Adriana, segnata da una profonda timidezza, non fa che fingere di fare altro, immersa com’è nei suoi pensieri, nella sua attività, e replica ogni tanto con qualche flebile parola e solo un accenno di sorriso.

Rocky non ha occhi che per lei, sebbene Adriana non faccia altro che nascondere il proprio aspetto, celare la sua bellezza dietro abiti grigi e spenti, e tenendo il proprio volto abbassato, come se non volesse che Rocky riuscisse a scrutarla. Adriana, per certi versi, si comporta esattamente come Edie, la prima volta in cui parla con Terry. Anche Adriana, come Edie, è schiva, evita lo sguardo del suo spasimante, come se ne fosse intimidita o, ingiustificatamente, spaventata. Rocky, esattamente come Terry, ama una sola donna e non ha mai distolto l’attenzione da lei. Se Terry non aveva mai smesso di pensare ad Edie fin da bambino, Rocky non fa altro che pensare ad Adriana giorno dopo giorno.

Agli occhi di Rocky Adriana è infatti la donna più bella e più importante del mondo, sebbene lei stessa faccia di tutto per non farsi mai notare da lui. Ma Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky, non appena avrà modo di frequentare Adriana e di uscirci insieme, l’aiuterà a superare la sua timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento. Come Edie, che spronò Terry a ribellarsi alle angherie di Friendly, così Adriana sprona Rocky a resistere, a superare ogni avversità, a vivere semplicemente e appieno la sua vita.

Durante il loro primo appuntamento, Rocky porta Adriana a pattinare su una pista di ghiaccio, per l’occasione, messa a loro intera disposizione. I due hanno così modo di parlare liberamente e di conoscersi meglio. Rocky non sa pattinare ma si adopera per stare al passo con Adriana; mentre lei scivola lentamente sul ghiaccio, Rocky le resta accanto, correndo goffamente con i suoi scarponi e sorreggendola tutte le volte che Adriana rischia di capitombolare. In questi momenti, i due parlano di sé stessi, si confidano, rivelano parte del loro carattere. Rocky ricorda ciò che era solito dirgli suo padre: “Tu non sei nato con molto cervello, allora fai un mestiere in cui devi usare il corpo”. Adriana replica dolcemente: “Mia madre diceva sempre il contrario: tu non hai un gran corpo, fai un lavoro in cui devi usare il cervello”. E’ qui che Rocky ha modo di raccontare ad Adriana il perché ha scelto d’essere un pugile. Perché non ha mai saputo fare altro. Era bravo a fare a botte, a difendersi, quindi ha sempre pensato di poter diventare un discreto boxeur. Qualche frangente dopo, Rocky indugia su un particolare del proprio volto: il naso.

Guarda questa faccia… 64 incontri, guarda il naso. Lo vedi il naso? Questo naso non si è mai rotto. 64 incontri, me lo hanno pestato, me lo hanno preso a morsi, stritolato, martellato, sì insomma… Quelli miravano sempre al naso. Mai rotto! Mai rotto! Guarda che nasino, non si è mai rotto”. Anche Terry, durante il suo “primo appuntamento” con Edie, parlò del suo naso. Chiese alla donna se ricordava quel suo naso tozzo ed Edie rise tutta raggiante. Entrambi i personaggi cercano di corteggiare la propria amata ironizzando su una parte del proprio viso, il naso, quella parte del volto continuamente esposta ai colpi che la vita ha sempre in serbo.

  • Non sono soltanto un bullo di periferia

La vita di Rocky cambia improvvisamente quando il campione del mondo Apollo Creed lo sceglie casualmente come sfidante per il titolo dei pesi massimi. E’ per Rocky un’opportunità senza precedenti, un gioco del destino che può mutare per sempre la sua esistenza e strapparlo finalmente alla povertà del ghetto. Rocky si allena duramente ma non lo fa per vincere.

La sera prima dell’incontro, in un momento di paura e di sconforto, Rocky lo rivela. Si lascia andare all’abbraccio di Adriana e, disteso accanto a lei nel letto, confida alla sua innamorata che tutto ciò che Rocky vuol fare è dimostrare di non essere un “nessuno”. Rocky non vuole vincere, sente di non avere alcuna possibilità contro un pugile del calibro di Apollo. Rocky desidera semplice resistere. Nessuno è mai riuscito a resistere contro Apollo. Se Rocky ci riuscisse, se riuscisse a restare in piedi prima che suoni l’ultimo gong, dimostrerebbe a sé stesso di non essere soltanto un bullo di periferia.

Rocky salirà sul ring e in un incontro drammatico riuscirà a restare in piedi fino alla fine, a non capitolare sotto i pugni incessanti di Apollo.

Durante il progredire del match, la lotta tra Rocky e il campione del mondo si farà sempre più drammatica. Apollo tempesterà di pugni Rocky, che seguiterà a caricare a testa bassa, con il viso tumefatto, senza mai arretrare, senza mai cedere, senza mai arrendersi. Poco prima dell’ultima ripresa, Apollo assesta un colpo devastante a Rocky, che crolla al tappeto, col fiato corto e il corpo quasi stroncato. Rocky rantolerà nel buio, muovendosi disperatamente, alla ricerca delle corde più vicine.

Ha gli occhi gonfi, quasi del tutto chiusi, non vede nulla. Avanza, strisciando, a tentoni, mentre Apollo, rimasto in piedi, stremato anch’egli, alza le braccia al cielo, in segno di vittoria: un trionfo soffertissimo, che lo attende a pochi passi. Ma Rocky ha raggiunto le corde, mentre il suo allenatore, Mickey, all’angolo, gli urla di starsene a terra, di non alzarsi, non riuscendo più a tollerare la vista del suo prediletto così martoriato e sofferente. Rocky non ne vuol sapere, afferra con i guantoni le corde, si appoggia ad esse, si solleva, si rialza. Apollo non crede a ciò che sta accadendo sotto il suo sguardo sfocato dalla stanchezza. Rocky è devastato, eppure gli urla di tornare a combattere, di raggiungerlo, di continuare a colpirlo, tanto lui non andrà mai giù. Adriana assiste alla scena tra il pubblico, è arrivata da poco. Fino ad allora non aveva avuto la forza di guardare, era rimasta chiusa in camerino. Non poteva sopportare di vedere Rocky colpito ripetutamente e ridotto in quel modo. Adesso, Adriana è lì, vede Rocky innalzarsi nonostante le gambe lo sorreggano a fatica. Adriana si commuove, toccata nel profondo dalla tempra, dall’audacia dell’uomo che ama, che vuole dare un significato alla sua intera esistenza restando in posizione eretta, non cedendo, per nessuna ragione.

Gli occhi pieni di lacrime di Adriana rassomigliano agli occhi tristi eppure fieri di Edie, quando anch’ella mirò il proprio compagno, Terry, venire colpito, urlare dal dolore, ciò nonostante non darsi mai domo né sconfitto.

"Il volto del pugile, il trionfo della sconfitta" - Sylvester Stallone - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per Terry era la ribellione, per Rocky la resistenza: entrambi i lottatori provenienti da un ambiente povero, dovevano lottare contro un nemico, un avversario più grande di loro. Due “nessuno”, che potevano contare solamente sulla forza delle loro braccia e sul coraggio del loro cuore. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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