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E’ stato da poco rilasciato il primo trailer ufficiale di “Death Note” il film in live-action ispirato al manga scritto da Tsugumi Ōba e disegnato da Takeshi Obata. Il film prodotto da Netflix è il primo adattamento occidentale del manga che è stato naturalmente già trasposto come anime di successo tra il 2006 e il 2008.

Riportiamo il teaser trailer del film.

Redazione: CineHunters

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"Joker" - Illustrazione grafica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Alfred Hitchcock si interrogò durante tutta la sua prolifica carriera su un quesito che sembrava turbarlo così tanto da richiedere un’assidua ricerca mai del tutto conclusa: fin dove si potesse spingere il concetto di “arte”. Era il 1948, e in un caldo pomeriggio newyorkese, tra le pareti di un ampio salone dall’arredamento alquanto pesante, si stava tenendo un ricevimento tra amici. Sprofondati comodamente in un divano situato proprio davanti a un’ampia vetrata che si affacciava su una giungla di palazzi, gli ospiti dialogavano tra loro. Gli argomenti della conversazione volgevano sui canoni del più classico dei dibattiti tra intellettuali: ci s’interrogava sull’idea di morale e su come essa dominasse, sin dai precetti educativi, l’indole degli uomini cresciuti in una società governata da leggi democratiche. Quella che sembrava una semplice, anche se a tratti fin troppo pretenziosa, chiacchierata tra amici, subì un cambiamento improvviso nel modo di discutere quando si toccò il tema dell’omicidio, aspetto ovviamente centrale dei film di Hitchcock.

Due dei partecipanti si domandavano se l’omicidio potesse essere elevato ad una vera e propria forma d’arte. Una teoria filosofica, partorita da alcuni di loro ai tempi del college, avanzava l’idea che certi individui vi nascessero proprio con la predisposizione, e di conseguenza fossero stati “scelti” per poter compiere omicidi, poiché sprovvisti dalla sensibilità e dalla morale comune che, a detta loro, venne creata in principio per placare l’animo barbarico degli uomini. Hitchcock attraverso l’inquietudine di uno scambio di battute cercò di mostrare in “Nodo alla gola” la crudeltà di certi individui capaci, attraverso un’oratoria asservita al momento, di rendere artistico un gesto scellerato, di mutare in una forma di raro “talento” un atto di pura follia.

  • Da Hitchcock a Burton

Quarant’anni dopo, Tim Burton traspose per la prima volta al cinema il personaggio del Joker in “Batman”, primo film dai toni dark dedicato al tormentato eroe DC Comics. Lo immagino corrucciato, teso come una corda di violino, rinchiuso nel proprio studio, con una lampada accesa in prossimità di una catalogata raccolta di fascicoli. Lo vedo proprio così, Tim Burton, più selettivo e meno lascibile, più rigoroso e notevolmente meno commerciale e ripetitivo nelle scelte rispetto al recente passato.  La scelta cadde sul nome che circolava già dal 1980 per voce diretta di Bob Kane: Jack Nicholson.  Era il profilo più complesso da conquistare, e proprio per questo era stato lasciato come ultima prestigiosa risorsa. Pur di averlo Burton e la Warner erano disposti a fare carte false, persino a giocare sporco, prima seducendo e poi abbandonando un più che interessato Williams (tra le primissime scelte insieme a William Dafoe e Tim Curry), per mettere pressione e convincere Nicholson ad accettare la parte, facendo infuriare proprio Robin, che offeso mandò all’inferno l’intera produzione.  Il celebre ghigno di Nicholson, già portato alla ribalta da Stanley Kubrick in “Shining”, trovava massima esaltazione nelle tecniche di modellamento dei truccatori di “Batman” che “fermarono” l’espressività di Nicholson in uno spaventoso riso perenne.

L’approccio che Burton diede al folle criminale racchiude in sé qualcosa che, a mio modo di vedere, è paragonabile alla tematica sollevata da Hitchcock e di cui facevo cenno precedentemente. Attraverso il Joker di Nicholson, Burton tentò, con acclamato successo, di trasporre i canoni artistici del Joker cartaceo: ovvero quelli di un folle criminale che nella più “pura” delle malvagità trova una vena beffarda, uno spirito parodistico in grado di ridere della sofferenza stessa. Jack Nicholson si dirà orgoglioso della sua performance, descrivendola come una rappresentazione teatrale della Pop Art.

  • L’origine del Joker – Tra cinema e romanzo grafico

Ispirandosi alla graphic-novel “The Killing Joke”, Burton decise di portare in scena le origini di un Joker che mostra sin da subito segni d’instabilità mentale, con violenti sbalzi d’umore che sfociano in un’aggressività fredda e calcolatrice. Jack Napier, è questo il vero nome del personaggio nel film, è un gangster temuto della malavita cittadina, che aspira a succedere al boss Carl Grissom (Jack Palance). Approfittando di una presunta retata che la polizia di Gotham sta per fare all’interno della Chimica Axis, Grissom incarica Jack di guidare alcuni dei suoi uomini nell’irruzione all’interno della fabbrica, così d’appropriarsi, prima dell’arrivo della polizia, di tutti i documenti che testimonierebbero il collegamento con Grissom. Il boss mafioso in verità ha già provveduto a nascondere i documenti incriminanti, indirizzando pertanto Jack in una trappola, dove troverà la morte per mano dei poliziotti di Eckhardt, un agente corrotto. In fabbrica irrompe anche Batman (Michael Keaton) in una delle sue prime apparizioni. Nella concitazione del momento, Jack spara ad Eckhardt freddandolo a distanza, prima di imbattersi nel cavaliere oscuro. Durante la conseguente colluttazione, Napier cade dalla piattaforma precipitando in una grande vasca contenente dell’acido. Pochi attimi dopo la fuga dell’eroe, una mano pallida riemerge dalle acque verdastre della pozza di scarico.

La camera si sposta successivamente verso un sudicio vicolo, poco frequentato, probabilmente ubicato in una delle periferie malavitose di Gotham City, dove un “povero” chirurgo tenta di sottoporre Napier, miracolosamente sopravvissuto, a un delicato intervento di chirurgia estetica, nonostante l’uomo abbia i nervi completamente recisi. Il chirurgo resta impietrito vedendo il volto del gangster che reclama con forza uno specchio. Nella scena in cui Napier vede il proprio riflesso perennemente ghignante e ormai sfigurato dal bagno chimico, esce di senno, e la sua mente imbocca definitivamente la via della follia. Jack comincia a ridere. In quella smorfia sorridente e in quell’aspetto clownesco, l’uomo interpreta il perverso scherzo di un fato dannato che nel castigo perenne ha voluto beffarsi di lui. Come un bambino che emette il suo primo vagito così il Joker nacque, facendo riecheggiare la sua prima, amara, folle risata: un’insana risposta alla propria dannazione. Il Joker ride di se stesso, del triste destino che la vita gli ha riservato. L’uomo si rifugia così nella follia, vedendo in essa l’unica ancora di salvezza a cui aggrapparsi per sfuggire a una realtà talmente atroce da non poter essere accettata se non con il torbido ausilio della pazzia primordiale. Una singola, orribile giornata, come la definì Alan Moore nel suo celebre romanzo grafico, distrugge l’animo dell’uomo, ormai privo di alcun freno inibitore. Non possiamo sapere se il Joker sia stato davvero dannato da un destino crudele e pertanto elevato al rango di “assassino prescelto” come teorizzavano i manipolatori protagonisti dell’opera di Hitchcock, ma senza dubbio il Joker diviene la personificazione di una dissennata allegria. 

Dal buio alla luce: avviene così la rinascita di un personaggio portatore di morte. L’oscurità accompagna il Joker nella sua prima, definitiva apparizione. Ripresentatosi nella dimora di Grissom, Napier avanza, continuando per diretta scelta stilistica di Burton a nascondere il proprio viso nel buio. “Il gioco di luci” è eccezionale in questi intensi momenti, perché nonostante una completa oscurità avvolga il Joker, man mano che avanza si comincia sempre più a notare il sinistro colore della sua pelle, talmente biancastra da poter essere individuata nel buio del salone. Grissom implora Jack di avere clemenza ma Napier nega l’esistenza di alcun Jack, riportando invece la notizia della morte dell’uomo che ha “abbandonato” il suo essere per lasciar posto ad un agire liberatorio: al Joker, che ci configura così come l’incarnazione di una esistenza priva dal benché minimo senso di umana coscienza.  Emerso finalmente alla luce, Joker toglie il cappello, concedendo l’estremo saluto. I capelli verdi, la pelle biancastra e le labbra di un rosso rubino, immobilizzate in un inquietante sorriso, vengono finalmente mostrati dalla sapiente regia di Burton che inquadra il Joker dal basso verso l’alto per accentuarne l’impatto visivo e la chiarezza dei connotati colorati. Una sadica risata dà il via ad una serie di colpi che il Joker scarica senza alcuna pietà sul corpo di Grissom, che di fatto è la prima vittima del clown di Gotham City.

Il Joker riversa sulla figura di Batman la colpa della propria tragedia e sulla città, un folle odio distruttivo. L’ascesa al potere per il Joker comincia con l’efferata uccisione dei capi delle fazioni mafiose della città di Gotham.

  • L’artista dell’omicidio

La scheda relativa a Jack Napier, sfogliata da Bruce Wayne nel proprio studio, riporta proprio di come Napier fosse un uomo estremamente intelligente, nonché molto portato per l’arte e l’alchimia. Grazie alle proprie competenze il Joker crea un veleno chiamato “smilex” che diviene tossico al contatto con delle particolari sostanze alterate già alla fonte dal Joker stesso. La città appare piegata al volere del criminale, che annuncia in diretta televisiva l’avvenuta contaminazione di tutti cosmetici presenti nelle profumerie della città. Il Joker si fa promotore della sua stessa creazione, ridicolizzando le più comuni pratiche di sponsorizzazione pubblicitaria, insinuando il dubbio nelle persone se siano già in quel preciso istante entrate in possesso dei prodotti avvelenati senza rendersene conto. Tutto appare come un’esilarante storiella, messa in scena in un breve spot televisivo, in cui il Joker conforma il terrore alla parodia. Tale veleno procura un violento attacco psicotico nelle vittime che esalano l’ultimo respiro, dopo folli risate.  Il Joker lascia sul suo cammino una lunga scia di morti con un terrificante sorriso stampato in volto. La morte diviene pertanto uno scherzo per il Joker, un elogio euforico all’addio perpetrato da una risata incontenibile. Il Joker si eleva così, e per sua stessa ammissione, al rango di artista dell’omicidio. Un macabro senso dell’humor diviene parte integrante della dialettica del criminale, che unisce al proprio aspetto clownesco una raccapricciante parlantina tra l’ironico e il sarcastico, ricca di taglienti battute, il tutto tendente a rendere parodistica la crudezza e l’atrocità delle sue stesse azioni. Burton attraverso le gesta del proprio antagonista intraprende un’indagine sul concetto stesso di “comicità” domandandosi fin dove essa possa spingersi nell’indole esilarante di un uomo folle sia nell’animo che nell’aspetto.

  • La deturpazione dell’arte

Ma se già l’irrazionale ilarità delle azioni e dell’agire del Joker costituisce un paradigma specifico di base nella costruzione artistica di questo personaggio, è l’ideologia stessa di arte che merita un’analisi unica nell’opera del 1989. Il Joker crede in primo luogo che la morte sia una forma di espressione artistica estrema, che meriti un’accentuazione indipendente. La follia del criminale e il suo assurdo concetto di arte trovano una massima esaltazione nella celebre sequenza del museo di Gotham City.  Irrotto nell’edificio, il Joker comincia a devastare quadri dall’inestimabile valore, imbrattandoli con getti di vernice. Il Joker, pur considerandosi un artista in senso stretto, sembra non provare alcuna empatia per le maggiori opere pittoriche dei grandi del passato, prediligendo soltanto ritratti cupi e spettrali. Questa celebre sequenza che vede il Joker distruggere i quadri del museo, accompagnato da un brano vivace di Prince, nasconde l’aspetto drammatico del momento in sé. Il Joker compie azioni scellerate nella malata euforia delle proprie intenzioni, così Burton, sposando appieno le peculiari caratteristiche del personaggio, lo segue con una tecnica di ripresa volta a alleggerire la tensione, poiché non è nel volere del cineasta terrorizzarci in quei frangenti quanto farci riflettere secondo l’agire del Joker. Vi è la possibilità di poter scoppiare addirittura in una fragorosa risata quando Nicholson si scatena in danze improvvisate mentre sale le scale del museo. Non viviamo quegli attimi con una particolare agitazione, anzi ridiamo addirittura di ciò che sta accadendo, perché il Joker possiede lo stile paradossale di far ridere del proprio folle operato; ma è un pensiero a posteriori che il regista statunitense desidera generare. Questo Joker non impaurisce con la suspense o la violenza, quanto con l’essenza stessa della risata. L’arte viene così “stuprata” in un clima disteso e gioviale, in una contrapposizione che tenta di demarcare un confine ormai incerto: la beatitudine e il dolore, la felicità e la tristezza, la vita e la morte vengono inglobati dalla follia e posti sul medesimo piano esistenziale, come fossero due facce della stessa medaglia. Il Joker di Nicholson non desidera spaventarci quanto distruggere le nostre certezze, inducendoci a chiedere cosa sia realmente divertente, e se si possa scherzare dinanzi al caos distruttivo.

Il tutto procede in una disarmante tranquillità quando il Joker siede intorno ad un tavolo ed inizia a dialogare con la fotoreporter Vicki Vale (Kim Basinger), unica scampata al massacro del museo.  E’ interessante evidenziare la valenza dei costumi in queste scene: Joker indossa un basco viola che ricorda nelle forme il cappello dei pittori ottocenteschi. Non è la prima volta che il personaggio nel film esprime, attraverso il proprio abbigliamento, aspetti artistici. Resta indimenticabile infatti la scena in cui Joker si finge un mimo, usufruendo di una gestualità articolata e una mimica facciale buffa per camuffarsi tra gli artisti di strada. Scrutando le fotografie della donna, l’antagonista afferma di amare il modo in cui ella “cattura” i tratti morenti degli innocenti sul terreno di guerra. Nel film il personaggio della Basinger è stato nel Corto Maltese una fittizia località in cui era in atto un violento conflitto, riuscendo a scattare molte fotografie ritraenti le povere vittime dei bombardamenti. A quel punto il Joker, coperto da un trucco che nasconde la vera colorazione della sua pelle, si avvicina alla giornalista confessandole che lui stesso è un artista, che ha ormai superato il più banale dei dilemmi relativi all’estetica: “cosa è bello e cosa non lo è”. Joker riporta di come la gente si preoccupi spesso delle apparenze e a quel punto invita Alicia Hunt, una giovane donna con cui aveva avuto in precedenza una relazione, a raggiungerli. La donna indossa una maschera di ceramica mentre parla con voce provata, disarmonica. Joker comunica a Vicki che Alicia è la sua prima opera d’arte vivente, concepita secondo i suoi nuovi canoni estetici di bellezza. Su invito del Joker, la donna rimuove la maschera rivelando il proprio viso sfigurato. Vicki di scatto si alza terrorizzata.

Il Joker la segue ma la reporter riesce a trovare temporaneo riparo lanciandogli contro una brocca d’acqua, che raggiunto il viso del criminale gli guasta il trucco. Giratosi improvvisamente, il Joker rivela il suo vero aspetto, fatto di un’accozzaglia di colori, dove il bianco della sua nuova pelle si mescola ai toni del marrone del trucco ormai parzialmente slavato. Come un olio su masonite, realizzato con tratti aspri e pennellate violente e grondanti di colore, il volto del Joker si conforma in questi frangenti alla sua delirante ideologia di arte, mai lineare quanto terribilmente contorta e inestricabile. Batman fa irruzione nel museo sfondando la vetrata del piano superiore, salvando Vicki e fuggendo via con lei dall’edificio. L’arte per il Joker possiede un valore estetico e fatale, incentrato solo sulla sofferenza dell’essere umano. Egli distrugge le opere dei grandi pittori poiché le considera forme d’arte sorpassate, non più al passo con la dissacrante cultura di cui egli si fa promotore. La bellezza estetica per il Joker è paragonabile alla mostruosità, alla vera deformazione dell’arte, non più un’espressione in grado di catalizzare ogni sfaccettatura del sentimento dell’uomo quanto un modus operandi per testimoniare la sola crudeltà dell’agire umano.

  • Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

E’ la diabolica domanda che il Joker ripete a molte delle sue vittime prima di finirle. Bruce, sentendo quest’inquietante interrogativo, si sofferma sui ricordi che lo tormentano fin da bambino. Riemerge così la drammatica reminiscenza della morte dei propri genitori, l’evento che scatenò il desiderio di giustizia nel cuore dell’eroe. Bruce ricorda un ladro che nel buio sparò ai suoi genitori. Ancora una volta Burton ci mostra come la negatività del personaggio del Joker abbia agito, sin dal principio, in un instabile equilibrio tra luce e ombra: persino in questa che cronologicamente corrisponde alla sua prima apparizione, il criminale si nasconde nell’oscurità per poi mostrarsi alla luce soltanto per sorridere della sofferenza da lui stesso arrecata. Il freddo assassino sta osservando il bambino e, puntandogli contro la pistola, gli domanda: “Hai mai danzato con il diavolo nel pallido plenilunio?” I colpi sparati dal rapinatore sui coniugi Wayne hanno tuttavia attirato la polizia che si appresta a giungere sul luogo del delitto. L’uomo comprende che deve darsi alla fuga e voltandosi nuovamente verso il piccolo, lo grazia, salutandolo con un semplice “arrivederci.” Bruce, oramai adulto, deduce che il Joker è in verità lo stesso uomo che aveva ucciso i suoi genitori. Questa fu una licenza che Burton si concesse e inserì nel film per rimarcare ancor di più il destino che lega e attanaglia l’eroe al suo antagonista, creatisi involontariamente a vicenda.

  • L’ultimo scherzo del Joker

Come uno stravagante incantatore di folle, troneggiando su di una pittoresca torta da sfilata, Joker raduna un vasto seguito di incauti cittadini, attratti dalla promessa che il clown lancerà ai presenti venti milioni di dollari in contanti durante il festival per il duecentesimo anniversario dalla fondazione della città. L’avidità del popolo è una sentenza di morte per il gangster, il quale aziona un comando che fa spargere il gas smilex dagli enormi palloni da parata, cominciando a mietere diverse vittime tra i venali che tentano disperatamente di non inalare il gas, coprendosi la faccia con le banconote appena raccolte. Batman interviene per impedire al Joker di mettere in pratica la sua folle idea. I due si fronteggiano nella suggestiva e colossale cattedrale di Gotham City, proprio in cima alla torre, nell’antico e polveroso campanile.  Ricorre in questi frangenti il tema della danza, e di come essa possa venire rappresentata, quale atto sinistro. La figura del diavolo che danza illuminato dal plenilunio si correla di colpo con quella del Joker, il quale, danzando nei pressi del cornicione con Vicky Vale, diviene l’allegoria di quella stessa “interpellanza” di cui spesso si faceva truce portavoce. Batman gli ripete quel funesto interrogativo prima di colpirlo brutalmente. Il confronto tra i due avversari, culmine della pellicola, non si piega al semplice e aspro conflitto corpo a corpo quanto ad un’esternazione delle rispettive avversità. Il Joker riesce a spingere giù dalla cattedrale il cavaliere oscuro e la donna. Questa volta è proprio lui ad essere in salvo mentre il suo odiato avversario regge a fatica, aggrappato alle deboli e precarie sporgenze della cattedrale. Joker si arrampica su di una scala calata giù da alcuni dei suoi uomini che lo hanno raggiunto in cima grazie ad un elicottero.  Batman però usa il suo rampino legando il piede del Joker a un gargoyle. La statua cede e resta sospesa nel vuoto trascinandosi dietro il Joker che non riesce più a risalire. Rovina così tragicamente nel vuoto e vi trova la morte. Batman, dopo essere precipitato con Vicky dalla torre, riesce a salvare entrambi, con l’ausilio del suo rampino. Con il Joker eliminato e i suoi uomini arrestati, Gotham City è per il momento salva. La scena finale vede Alfred che accompagna Vicki a casa e Batman su un tetto mentre osserva con fierezza il Batsegnale, un simbolo di speranza che illumina il cielo.

Il commissario Gordon, insieme alla sua squadra di polizia, ritrova il corpo del Joker, schiantatosi al suolo. La camera di Burton procede dall’alto verso il basso, roteando l’immagine, fino al corpo esanime del clown, mentre in sottofondo si ode un’agghiacciante risata. Il volto del Joker appare disteso e forse con un ghigno ancor più tetro che nelle passate apparizioni. E’ morto, eppure sembrerebbe compiaciuto del suo ultimo atto. Una risata aspra, cupa, interminabile risuona per l’imbarazzo dei poliziotti che non riescono a spiegarsi da dove provenga. Gordon frugando tra gli abiti trova lo strano marchingegno che simula quella risata ossessiva. E’ l’ultima gag del Joker, la battuta conclusiva con cui decide di congedarsi dal proprio pubblico: egli riesce a ridere anche dopo la fine della sua esistenza, poiché la vita come la morte altro non è che un assurdo, artistico, equivalente scherzo.

Autore: Emilio Giordano

Web Designer e Amministrazione: Alberto Scaramozzino

Disegnatrice e Illustratrice: Erminia A. Giordano

Comunicazione e Social: Maria Chiara Scaramozzino

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Per Ewan McGregor rispondere alle domande su un suo possibile ritorno nelle vesti del Maestro Jedi Obi-Wan kenobi comincia a diventare una fastidiosa incombenza. McGregor, che ha interpretato Obi-Wan nella trilogia Prequel di “Star Wars”, è già tornato in un brevissimo cameo fuori campo, quasi impercettibile, nel VII capitolo della saga, prestando la sua voce al personaggio in una sequenza carica di mistero, dove la protagonista Rey veniva a contatto con l’antica spada laser di Anakin Skywalker.

Come ha più volte sottolineato l’attore scozzese, egli accetterebbe con entusiasmo ma solo se venisse contattato dalla LucasFilm. McGregor ha tenuto nuovamente a precisare che queste continue domande che gli vengono poste oramai da oltre un anno trasmettono erroneamente l’idea che sia lui a voler a tutti i costi uno spin-off sul personaggio, quando in verità l’interprete si è sempre limitato ad ammettere che sarebbe felice di tornare se, semplicemente, ci sarà l’occasione.

La palla passa alla Disney e soprattutto alla LucasFilm. Obi-Wan ritornerebbe come spirito di forza nei prossimi capitoli della trilogia sequel o avrà uno spin-off interamente dedicatogli ambientato tra Episodio III ed Episodio IV? Per saperlo non ci resta che attendere gli eventuali sviluppi.

Redazione: CineHunters

“La bella e la bestia” ha chiuso un primo week-end da record al box office, e la Disney, desiderosa di cavalcare il successo di questi live action, guarda già al futuro. Il prossimo classico che verrà trasposto sarà quello de “Il re leone”. Jon Favreau sarà il regista del remake e Donald Glover darà la voce a Simba, mentre James Earl Jones (storica voce americana di Darth Vader) riprenderà il ruolo di Mufasa.  Le riprese potrebbero partire nel mese di maggio secondo quanto riporta My Entertainment World.

Redazione: CineHunters

 

L’attore statunitense, celebre per aver interpretato l’iconico ruolo del cavaliere Jedi Luke Skywalker, ha condiviso su Twitter una vecchia fotografia che lo ritrae sul set del primissimo “Star Wars”, ad oggi noto come “Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza”. Lo sfondo sabbioso e desertico è chiaramente quello in cui vennero girate le scene che vedevano il giovane Luke su Tatooine, il pianeta fittizio in cui venne allevato dagli zii Owen e Beru Lars. Dietro di lui si possono inoltre intravedere le sagome di tre comparse con indosso i costumi dei Jawa, una razza aliena abitante del pianeta.

Lo scatto, risalente al 1976, secondo le stesse affermazioni dell’attore potrebbe essere a tutti gli effetti la prima immagine di Luke Skywalker. Hamill aveva infatti appena indossato il costume di scena per girare le prime sequenze del film. Tale curiosità condivisa dall’attore ha trasformato in poco tempo questa fotografia in una sorta di vero e proprio "reperto storico" per i milioni di fans della saga creata da George Lucas.

Redazione: CineHunters

Il film diretto da Bill Condon ha stabilito un nuovo record, facendo registrare l’esordio più cospicuo di sempre nel mese di marzo e battendo così il primato stabilito un anno fa da “Batman V Superman: Dawn of justice”. Il live action de “La bella e la bestia” ha incassato nel suo week-end d’apertura oltre 350 milioni di dollari in tutto il mondo. Impressionanti gli incassi sul fronte italico, dove il lungometraggio della Disney ha sfiorato la cifra dei 7 milioni di euro.

L’altro Kolossal ad ampio retaggio al Box-office del mese, ovvero “Kong: Skull island”, ha superato globalmente la cifra dei 250 milioni di dollari.

“Logan”, l’ultimo film dedicato al supereroe della Marvel “Wolverine”, supera globalmente i 500 milioni di dollari, dopo essere stato distribuito nei primissimi giorni del mese di marzo.

Redazione: CineHunters

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Emma Watson come Belle - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Come già accaduto per “Maleficent”, “Cenerentola” e “Il libro della giungla”, trasposizioni con attori in carne ed ossa dei rispettivi classici d’animazione di cui ricalcano titolo, ambientazioni e storia (pur discostandosi, a volte, come accaduto per “Maleficent”), anche “La bella e la bestia” sbarca al cinema come nuovo live action prodotto dalla Walt Disney Pictures, remake ufficiale del capolavoro del 1991. Il film si presenta come una rivisitazione, con tematiche moderne e contestualizzate in un dato periodo storico della meravigliosa storia d’amore tra Belle, una giovane ragazza tenuta prigioniera in un castello incantato, e, appunto, una bestia. In quanto live action del lungometraggio d’animazione, “La bella e la bestia” non differisce dalla sua prima stesura originaria, anzi, tutt’altro! Rivolge la sua mano all’antica versione e insieme decidono di procedere a braccetto. Il remake mima i gesti, emulando i movimenti dell'originale, divenendo una sorta di “ombra” che attraverso un riflesso di luci, suoni e immagini, duplica le azioni della sua controparte, trascrivendone lo stile e riadattandolo secondo i propri tempi, ritmi, bisogni. “La bella e la bestia” pertanto trasfigura molte delle sequenze più celebri del film d’animazione, simulandone persino le inquadrature principali. Per gli amanti del classico non potrà che essere un piacere rammentare le colorate sagome in movimento prendere nuovamente vita su sfondi luminosi, le verdi praterie e i tetri scenari del castello stregato. Eppure, l’opera diretta da Bill Condon, pur elogiando con occhio attento il lungometraggio da cui trae origine il lavoro, cerca d’allontanarsi da esso in alcuni punti chiave, fornendo, alle volte, una rilettura interessante, specialmente per quel che riguarda le nuove caratterizzazioni dei protagonisti, altre volte perdendo la bussola e uscendo pericolosamente dal sentiero: ne è un esempio il prologo iniziale.

Attenzione pericolo spoiler!!!!

  • UN PROLOGO DISASTROSO

Gran parte del fascino immutato del classico era dovuto alla straordinaria sequenza introduttiva. Dal dissolversi di uno sfondo ottenebrato emergevano i primi dettagli a colori di una piccola cascata che scendeva lungo un’altura rocciosa, proseguendo il proprio “tragitto” lungo il fiume. Il tutto veniva presentato da una celebre melodia che amalgamava completamente le immagini alle parole proferite dalla composta eleganza di Nando Gazzolo. La camera mostrava il principe ritratto su delle ampie vetrate del palazzo nobiliare. Con il progredire della narrazione, gli stessi ritratti mutavano via via per adattarsi a quanto la voce narrante stava raccontando, fino a rappresentare la terribile trasformazione. Il prologo volutamente lascia il tutto avvolto nel mistero più recondito e fascinoso, lasciandoci solamente immaginare come fosse il principe prima della maledizione e cosa facesse nel suo castello. Un grande ritratto, posto al centro di una parete della stanza del principe, viene danneggiato dagli artigli della stessa bestia che, distrutta dal dolore, non riesce più a rimirare il quadro che lo ritraeva quand’era soltanto un ragazzo. L’intero film del 1991 ruota proprio intorno alla scoperta di tale castello che sembra essere sconosciuto dagli abitanti del villaggio e celato nelle profondità di una foresta infestata dai lupi. Ciò che accadeva in quel castello e ciò che furono i suoi abitanti è lasciato volutamente nel mistero. Nel live action del 2017, invece, il principe fa la sua apparizione umana sin dall’inizio, sovvertendo così le intenzioni poste alla base dell’opera originaria. Se da una parte è interessante soffermarsi nella primissima inquadratura sugli occhi cerulei dell’uomo - unica caratteristica umana ancora ben visibile quando diverrà bestia - e se sempre dalla suddetta parte è apprezzabile notare un cambio di stile e un tentativo di fornire un’impronta autoriale diversificata al prologo del film, esso finisce per annientare, ancor prima di cominciare, l’alone di mistero e misticismo che aleggia attorno alla bestia, mostrandoci immediatamente com’era e rendendo la sua trasformazione, dinanzi a centinaia di ospiti nella sala grande, meno tragica di come veniva raccontata un tempo, in cui il principe pareva esser descritto come egoista e cattivo tanto da evitare volutamente la presenza di altre persone al solo scopo di non dividere con esse la bellezza della sua dimora, trasmettendo così l’idea di non voler ospitare la mendicante per restare sempre solo con le proprie ricchezze. Da ciò arrivò la condanna della fattucchiera. Un maleficio che per come viene realizzato nel lungometraggio del 2017 perde totalmente il fascino del racconto, finendo per divenire una semplice sequenza che si può ammirare chiaramente senza così venir stimolata la fantasia, come avveniva in quelle meravigliose rappresentazioni impresse sui vetri del castello. La voce narrante italiana della Puccini non ha certamente migliorato questo prologo straniante, in cui non vi è neppure l’accenno finale allo specchio come unica finestra sul mondo esterno per il triste protagonista.

  • CORALITA’ DEL CAST

Se il prologo, secondo il modesto parere del sottoscritto, è stata una rivisitazione infelice, il cast che ci viene presentato subito dopo costituisce il punto di forza del film. Emma Watson è Belle, la protagonista della storia. La scelta della Watson, piccola strega di Harry Potter, oramai giovane donna del grande schermo, non sembra casuale; ella, così impegnata sul fronte politico e sociale verso la parità dei diritti, sembra incarnare, per lo meno sul fronte caratteriale, ciò che è la Belle del film classico. Per la delicatezza dei tratti del suo viso e per la forza perentoria con cui fa agire i suoi personaggi, specie nelle parti che richiedono maggior devozione ai ruoli d’azione, Emma Watson sembrerebbe perfetta per interpretare un ruolo da “principessa Disney”, uno di quelli in cui la principessa non è una donzella in difficoltà ma una fanciulla in grado di badare a se stessa; eppure la sua Belle conserva poco della dolcezza e della verve sognante dell’originale. Somiglia più a un’eroina, che si batte senza timori, restando il più delle volte fredda e distaccata. La Belle di Emma Watson non si scioglie mai, indugiando rarissimamente su note emotive di tenerezza, restando quasi sempre altera e autoritaria. Durante la scena del ballo porta nel mignolo destro un anello, che sta a indicare una personalità coraggiosa che non si ferma davanti a nulla, generosa e appassionata in amore e poco incline alle mezze misure. Scelta casuale? Non credo! Probabilmente la stessa attrice ha optato per questa particolarità, non certo ben evidente di primo acchito. Le sue doti d’interprete si affidano ad una naturalezza semplice dell’espressione minima di stupore, e limitano diverse scene, una fra tutte, quelle della cena in cui resta spettatrice disincantata, riuscendo ad accennare solo un flebile sorriso. Troppo poco se pensiamo alle meraviglie coreografiche che stanno avvenendo intorno a lei, dai canti di Lumière ai piatti che roteano su se stessi e circondano la sala da pranzo in un movimento ritmato, armonico e studiato, egregiamente ripresi dalla camera che rende il giusto merito a una delle sequenze più famose del film animato.

Luke Evans è il mattatore per eccellenza del film. Ruba letteralmente la scena, interpretando alla perfezione il ruolo del superficiale e crudele Gaston. Non avrebbero potuto fare scelta migliore: Evans è a tutti gli effetti la perfetta trasposizione di un personaggio animato. Molte delle espressioni dell’attore sono del tutto somiglianti a quelle della sua controparte cartoonesca, ciò dimostra che Evans ha studiato doviziosamente la parte per regalare ai fans un Gaston impeccabile per connotazioni fisiche e caratteriali. Accanto a lui spicca un Josh Gad divertentissimo, che addirittura migliora il Le Tont visto nel lontano 1991. Il Le Tont di Gad si differenzia dall’originale per non essere più soltanto un uomo inetto, incapace di reagire ai soprusi; egli è, infatti, innamorato di Gaston e ne diviene il suo servo fedele, non più impossibilitato ad essere come lui, e di conseguenza volerlo seguire solo come aspirazione, bensì per una questione attrattiva. Le Tont del film in live action è il primo personaggio gay della storia della Disney. Il che ha innescato polemiche del tutto ingiustificate, poiché i riferimenti a questa natura del personaggio sono alquanto velati, trattati con ironia e persino conditi a volte con qualche battuta.

Nota dolente per quel che riguarda il cast è riservata alla realizzazione in CGI della Bestia. Dan Stevens, prigioniero di una massa di pelo, può far intravedere soltanto le sua labbra, fin troppo pronunciate sotto quella maschera in computer grafica da cui fuoriescono corna rivolte all’indietro, artigli ridotti e fauci poco vistose. Deludente la sua resa sul grande schermo, poiché visivamente d’impatto il suo poco omologarsi ai restanti scenari.

Chiudono il cerchio i personaggi che doppiano gli oggetti incantati del castello: Ewan McGregor è Lumière, e nella sua trasformazione finale, col suo sorrisetto furbesco e amicale, lascia intendere che sia stata una scelta ottimale per il ruolo dello svagato “candelabro francese”. Ian Mckellen è il maggiordomo preciso come, per l’appunto, un “orologio” Tockins, Emma Thompson è Mrs Bric e Gugu Mbatha-Raw Spolverina. Il talento del cast andrebbe apprezzato nella versione originale dell’opera, poiché il doppiaggio italiano, peraltro in diversi casi pessimamente adattato, non lascia intravedere la bravura degli interpreti.

  • SCENOGRAFIA, MUSICHE E COSTUMI

Un lavoro meraviglioso è stato eseguito dalla scenografa Sarah Greenwood. Per ricreare le ambientazioni fiabesche del film d’animazione hanno collaborato tra loro numerosi artisti: il direttore della fotografia Tobias Schliessler, la costumista Jacqueline Durran, la truccatrice Jenny Shircore e la direttrice del casting Lucy Bevan. Il paesino immaginario di Villeneuve, in cui vivono Belle e suo padre, è ispirato al villaggio di Conque, nel sud della Francia. Curioso che in questa rivisitazione non vi sia una biblioteca in cui Belle va quotidianamente per prendere in prestito un libro, bensì soltanto una Chiesa con una decina di tomi. Gli abitanti del villaggio, ignoranti e dalla mentalità ristretta anche nel lungometraggio degli anni ’90, qui vengono caricaturati all’inverosimile nelle loro accezioni negative. Si infuriano addirittura con Belle quando tenta d’insegnare a leggere a una bambina. Scelta da copione atta ad evidenziare la superiorità intellettiva ed educativa della giovane rispetto al resto dei compaesani. Curioso che le canzoni cantate dai popolani inneggino ad una Belle che “guarda tutti dall’alto in basso” e che durante le sequenze iniziali cammina con indifferenza su di un muretto in cui alcune bambine lavano i panni, sembrando irrispettosa verso il lavoro di quelle massaie in erba. Belle nel lungometraggio originale vuol soffermarsi a parlare con gli abitanti del villaggio, ma sono essi stessi ad ignorarla dopo un po’, poiché troppo presa dai racconti che poco entusiasmano l’animo dei villeggianti. Qui viene trasmesso l’esatto contrario.

Gli scenografi hanno creato il castello della bestia ispirandosi al Rococò francese. Nel film, il maniero subisce anch’esso le nefaste sorti della caduta dei petali della rosa incantata, distruggendosi man mano. Inoltre gli interni del palazzo regale sembrano esser più oscuri e demoniaci in prossimità dell’ala ovest, ricreata secondo gli stili del Barocco italiano, e meno ottenebrati dal maleficio nell’ala est dove si trova la stanza di Belle. L’enorme sala da ballo in cui si consuma la celebre sequenza dove la bestia e Belle danzano insieme è stata realizzata ispirandosi a un motivo presente sul soffitto dell’abbazia benedettina di Braunau, in Germania.

Il costume color oro di Belle, come riporta la documentazione di lavoro del film, è stato realizzato con una filigrana di foglie d’oro e poi arricchito con cristalli Swarovski.

Le musiche nella colonna sonora originale mantengono lo splendore della versione primaria, ma in italiano perdono totalmente l’incanto poiché l’adattamento è stato modificato per garantire una sincronizzazione con il labiale (mal riuscita) più veritiera possibile. Non si potranno di conseguenza intonare con gli attori i motivi più famosi del musical.

  • TRA RISPETTI E INNOVAZIONI

“La bella e la bestia” rispetta con assoluta devozione il classico d’appartenenza, rifacendosi ad esso nei punti centrali del proprio svolgimento. Ma il cineasta Bill Condon ha disseminato nel corso del film diverse sotto-trame che avrebbero dovuto approfondire le caratterizzazioni dei personaggi principali. Voler dare un passato ai due innamorati è stata senza dubbio una scelta lusinghiera. Da una parte vediamo come il giovane principe abbia perso la madre in tenera età venendo educato crudelmente dal padre, dall’altra parte notiamo come Belle abbia perduto la madre quand’era ancora in fasce, venendo poi allevata con amore incondizionato dal padre (un buon Kevin Kline). Rimandi narrativi interessanti se non fossero stati limitati a brevi deviazioni. Sembrerebbe infatti che Condon volesse in qualche modo abbandonare la rotta cardine e intraprendere un secondo viaggio per un sentiero diverso, in cui poter trattare con parsimonia questi nuovi accenni di trama, ma la paura di sostare troppo su queste digressioni lo ha portato più volte a riprendere in fretta il sentiero principale, ovvero quello maggiormente conosciuto della storia originale. Il ritmo alterna così stacchi più rapidi ad altri più lenti e introspettivi non garantendo un equilibrio perfetto. La sceneggiatura risente di tali frammentazioni, le quali non permettono alle tempistiche di cadenzarsi brillantemente per quel che riguarda la nascita dell’amore tra Belle e la Bestia, dove il tutto sembra avvenire perché deve essere così e non per tutti i piccoli dettagli che nel cartone animato facevano lentamente scoprire alla donna la gentilezza dell’animo del principe. Splendide, invece, le aggiunte per quel che riguarda le nuove canzoni, specialmente quella della Bestia, cantata poco dopo l'addio di Belle al castello. In quei tristi frangenti, la Bestia si lascia andare ad un lamento, intonando versi che richiamano Belle a far ritorno. Il libro con cui poter scegliere dove spostarsi semplicemente immaginando il luogo prediletto l’ho trovata una scelta gradevole ma poco incisiva. Un’innovazione che mi ha particolarmente colpito in positivo è stata la condanna finale, in cui se l’incantesimo non si fosse spezzato tutti i servitori incantati sarebbero rimasti tramutati in oggetti inanimati per sempre. Una scelta peculiare ma che riesce a commuovere, rendendo più tragico l’atto finale e ancor più eroico l’amore di Belle. Scelta casuale? No, non credo proprio! Belle, come scrivevo, si comporta più da eroina che da fanciulla decisa e sognante.

Ma l’innovazione peggiore apportata dal film alla storia è da ritrovarsi nella figura della Maga Agata, interpretata da Hattie Morahan. La sua presenza, sullo sfondo delle vicende, come fosse una sorta di “corvo” che veglia sull’andamento della sua maledizione, mi è sembrata un’aggiunta fuori luogo e inutile, personificando la fata che nel classico era avvolta nell’ascetismo. La fata l’ho sempre considerata come uno spirito punitivo che avesse colpito il principe per poi sancire una maledizione che si sarebbe compiuta o sciolta senza che ella vegliasse su ciò che stava avvenendo. La presenza della maga, anche nella scena finale in cui Belle declama il suo amore verso la Bestia, caduta sotto i colpi di Gaston, ha intralciato un momento di pura estasi amorosa, in cui la sola esternazione dell’amore di Belle spezzava l’incantesimo. La magia, nel silenzio, nel misticismo idealizzato e non personificato, donava nuova linfa vitale alla bestia trasformando tale creatura in un principe. La maga trovandosi lì e udendo le parole di Belle ha reso meno intensa e suggestiva la scena. La trasformazione è frettolosa, lontanissima dalla cura minuziosa, quasi maniacale con cui veniva mostrata la metamorfosi degli arti nel capolavoro di Gary Trousdale e Kirk Wise. Belle resta poco stupita da ciò che intorno a lei sta avvenendo, riconoscendo il principe in pochi istanti e suggellando il loro amore con un intenso bacio. L’eleganza e la raffinatezza del ballo finale viene infine deturpata da un’orripilante battuta proferita dai due innamorati: il principe risponde con un feroce ruggito alla domanda di Belle sulla sua volontà di farsi o meno crescere la barba. Una scena dal no-sense più che evidente. Le innovazioni apportate al film risultano accettabili in alcuni casi e completamente estranianti in altri, testimonianza del fatto che tentare di modificare o cambiare qualcosa da un soggetto originale già di per sé perfetto diventa difficile senonché impossibile.

  • CONCLUSIONI

“La bella e la bestia”, pur sforzandosi di riproporre la purezza cristallina del lungometraggio d’animazione, mantiene un’anima propria e un’identità, alla fin fine, del tutto sua. E’ innegabile possa risentire del paragone con la sua opera d’origine, a cui fa naturalmente da raccordo. “La bella e la bestia” del 1991 è un film praticamente perfetto, a mio giudizio il più grande capolavoro della Walt Disney e tentare di riproporlo sotto un altro aspetto poteva rivelarsi una mossa suicida. Si rivelerà, invece, l’ennesima mossa di successo che porterà nelle casse della Disney introiti straordinari. Gli amanti del cinema potrebbero domandarsi infine l’utilità di queste trasposizioni, che vanno a fare il verso ai lungometraggi animati già ampiamente entrati nell’immaginario collettivo così come sono. Questo ambizioso progetto della Walt Disney di rifare i propri classici in live action sembra che di ambizioso non abbia nulla, se non la volontà di far divertire. In conclusione, la chiave di lettura è proprio questa: “La bella e la bestia” del 1991 era un’opera concepita per meravigliare, stupire, incantare e far commuovere, “La bella e la bestia” del 2017 vuole, invece, soddisfare con la reminiscenza del suo primo capolavoro. E’ questa la linea di demarcazione tra i classici di un tempo e le riproposizioni: i primi meravigliavano di per sé, poiché nascevano dall’incertezza, i secondi no, in quanto nati dalla sicurezza di riproporre quanto già conosciamo.

Voto 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

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Disegnatrice e Illustratrice: Erminia Giordano

Comunicazione e Social: Maria Chiara Scaramozzino

Redazione: CineHunters

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Oggi, 16 marzo, con un giorno d’anticipo rispetto alla distribuzione americana, esce in tutti i cinema italiani “La bella e la bestia”, l’attesissimo lungometraggio della Walt Disney Pictures.

Nel cast, tra gli altri: Emma Watson (Belle), Dan Stevens (la Bestia), Luke Evans (Gaston), Ewan McGregor (Lumière), Ian McKellen (Tockins), Emma Thompson (Mrs Bric), Josh Gad (Le Tont), Gugu Mbatha-Raw (Spolverina), Stanley Tucci (Maestro Cadenza) e Hattie Morahan (la maga Agata).

Il film, diretto da Bill Condon, è il remake in live action del capolavoro d’animazione del 1991.

Riportiamo di seguito l'ultimo trailer ufficiale col doppiaggio italiano.

Redazione: CineHunters

Ogni fiaba che si rispetti comincia sempre con “C’era una volta…” E se decidessimo, solo per un istante, di sorvolare tutte le altre pagine della storia e andassimo a scorrere le ultime righe della nostra fiaba non ci aspetteremmo altro da leggere che: “…e vissero tutti felici e contenti”. E’ una formula ben collaudata e fin troppo nota, che non riserva alcuna sorpresa, pur restando sempre efficace come una gradevole consuetudine. In fondo è quello che noi lettori desideriamo: una prassi narrativa consolidata nel tempo ma con quel pizzico di novità nel suo sviluppo centrale. Una fiaba deve lasciarci viaggiare con la fantasia, seguendo quei dettami imprescindibili. Deve, per esempio, riportarci in un passato che altrimenti non potremmo vivere, facendoci appassionare a una storia d’amore tra un principe e una principessa, o ponendoci nelle condizioni di affrontare fattucchiere maligne, sapienti stregoni e addirittura draghi sputafuoco, da cui potremmo difenderci soltanto con l’ausilio dello scudo costruito da un abile artigiano del villaggio. La fiaba che sto per narrare potrebbe cominciare anch’essa con un bel “C’era una volta…” ma questo non sarebbe sufficiente   nella logica di una sceneggiatura cinematografica. Dovremo allora essere più specifici, scendere più nel particolare: il passato che andremo a vivere risale al lontano Tredicesimo secolo.

  • Sempre insieme, eternamente divisi

Un giovane ladro chiamato Philippe Gaston si appresta a compiere un’impresa mai riuscita a nessun altro prigioniero confinato tra le segrete del castello di Aguillon: fuggire. Strisciando per i sudici cunicoli delle caverne sottostanti, Philippe ritrova la libertà, scampando così da una condanna per impiccagione che si sarebbe consumata alle prime luci dell’alba. Le campane di Aguillon suonano senza sosta per segnalare proprio la prima, inaspettata fuga dalla fortezza. Certo di essersi lasciato alle spalle le guardie del vescovo, Philippe, nonostante gli assordanti rintocchi, decide di concedersi qualche attimo di riposo, sostando nei pressi di una taverna. Quello che il giovane non può immaginare è che molti dei commensali che siedono con lui al tavolo altri non sono che i cavalieri di Aguillon, prossimi a giustiziarlo. Philippe viene salvato dal provvidenziale intervento di un misterioso cavaliere. Il valoroso combattente afferma di chiamarsi Etienne Navarre, vecchio capitano della guardia di Aguillon. Navarre cavalca un maestoso destriero nero e porta sempre con sé un bellissimo falco a cui è molto affezionato. Philippe scende a compromesso con il misterioso cavaliere a cui deve riconoscenza: per ricambiare il favore di avergli salvato la vita egli dovrà aiutare Navarre ad irrompere nella roccaforte del vescovo, ritenuta fino a quel giorno praticamente inespugnabile. I due, divenuti amici per circostanza, si addentrano nel bosco prima del calar del sole. Il cavaliere, dopo aver legato il ladruncolo per impedirgli di scappare, si allontana proprio quando il sole sembra scomparire all’orizzonte, e mentre sta per genuflettersi davanti all’astro morente sussurra tra sé con voce compassata: “un altro giorno”.

Solo a notte fonda Philippe riesce a liberarsi, e così si dà alla fuga, ma dopo aver percorso soltanto pochi metri s’imbatte in un feroce lupo dal manto cupo e dallo sguardo di ghiaccio. Terrorizzato alla vista dell’animale, Gaston tenta di nascondersi in un capanno, quand’ecco che scorge una donna dal candido viso e dai grandi occhi color del cielo. La giovane avanza senza timore alcuno verso il lupo che, d’un tratto, si mostra domo e mansueto. La notte cede il passo agli albori di un nuovo giorno in cui Navarre riemerge dal bosco, e ritrova il suo adorato falco che volteggia alto nel cielo per poi finire la sua corsa sul braccio dell’amico cavaliere. La notte successiva, Philippe, per evitare che fugga via, viene ancora legato da Navarre, prima che questi si inoltri di nuovo tra la fitta vegetazione del bosco. Durante la notte si odono continui ululati che agitano non poco il povero Gaston, il quale viene liberato dalla stessa donna che aveva incontrato la notte precedente. La giovane afferma di chiamarsi Isabeau D'Anjou, e che purtroppo lei non è altro che una portatrice di dolore e sventura.  L’eterea bellezza di questa dama dei boschi è paragonabile a quella di un fiore appena sbocciato, ma al contempo prossimo ad appassire, perdendo via via quei petali tanto profumati che cadono al suolo come avvizziti dal freddo dell’inverno. Isabeau volge i suoi occhi affranti verso il bosco, per cercare di scorgere il lupo, i cui ululati echeggiano tra la fitta vegetazione, proprio come se lei riuscisse a leggere dentro quei versi emessi dall’animale.

Philippe, piuttosto turbato dalle figure del cavaliere e della donna, avvolte da un palpabile alone di misticismo, decide di scappare via, venendo tuttavia raggiunto l’indomani da Navarre e dal suo falco. Anche le guardie del vescovo rintracciano il ladro, e quando Navarre si frappone tra loro e Gaston, ne segue un conflitto che vedrà trionfare il cavaliere nero. Durante l’aspra battaglia il falco rimane ferito da una freccia scoccata da una balestra e precipita giù in picchiata, per poi poggiarsi ormai sfinito a terra. Navarre, sconvolto, si affretta a raccogliere la bestiola ferita e ormai prossima alla morte. Il sole sta tramontando quando Navarre ordina a Gaston in maniera perentoria di portare il volatile alla diroccata cattedrale del monaco Imperius. Quest’ultimo si prende immediatamente cura del falco ferito il quale, a mano a mano che i raggi del sole illuminano sempre meno le alte mura del castello, perde il suo aspetto di pennuto e ritorna a essere una bellissima fanciulla, la stessa che Philippe incontrava tutte le notti da quando scortava Navarre. Isabeau ha una freccia conficcata nella spalla, rivelando oramai per certo ciò che sembrerebbe apparentemente impossibile: il falco e la ragazza sono la medesima esistenza. Imperius riesce ad estrarre la freccia dal corpo di Isabeau che si lascia andare a un urlo di dolore quando, contemporaneamente, il lupo, fermo su di un’altura, ulula al plenilunio, cercando d’esternare le proprie sofferenze. Imperius svela a Philippe e a noi spettatori ignari di questa fiaba, che rimane ancora avvolta nel mistero, ciò che in effetti accadde nel passato. Giunta già da qualche anno ad Aguillon, la splendida Isabeau incantò molti degli uomini che ebbero la fortuna di ammirarla, ma tra tutti loro ella ricambiò soltanto l’amore di Etienne Navarre. Il capitano della guardia, venuto a conoscenza della folle attrazione che il vescovo nutriva per la bella Isabeau, decise di tenere nascosta la relazione tra i due, memore della sinistra fama che aleggiava attorno al prelato, confidando la verità soltanto ad un monaco che avrebbe dovuto, di lì a breve, celebrare le loro nozze in segreto. Il monaco, che si rivelerà essere lo stesso Imperius, tuttavia, tradì la fiducia dei due innamorati, quando ubriaco, confessò al vescovo la relazione tra Navarre e Isabeau. Consumato dalla gelosia, il vescovo maledisse i due giovani riversando su di essi i malefici del demonio che condannarono Navarre e Isabeau a una vita condivisa ma eternamente distante: di giorno Isabeau sarebbe stata tramutata in un falco, mentre di notte avrebbe ripreso le sue sembianze umane; Navarre invece sarebbe rimasto uomo di giorno e lupo al calar delle tenebre.

  • Alla scoperta di “Ladyhawke”: la notte e il giorno

Una Michelle Pfeiffer poco più che venticinquenne donò la sua celestiale bellezza alla giovane Isabeau, conferendo al personaggio un’aura particolare, contraddistinta da una sofferenza protratta nel tempo. Isabeau nell’interpretazione della Pfeiffer è una donna forte, che combatte senza alcun timore pur di proteggere Navarre quando egli, trasformato in lupo, rischia di cadere vittima di un sanguinario cacciatore. L’attrice possiede l’abilità di concedere al personaggio tratti tanto dolci e aggraziati quanto fermi e decisi, essendo essa disposta a tollerare il dolore di una vita oppressa da una strana forma di prigionia pur di non arrendersi, continuando a credere fermamente che ci sia ancora spazio alla speranza d’annullare il tristo maleficio. Navarre, interpretato da Rutger Hauer (già famoso per aver pronunciato il celebre dialogo finale in “Blade Runner”), è invece un personaggio molto più rassegnato al proprio destino rispetto a Isabeau. Sarà per via della sua maturazione, ben più evidente rispetto a quella della ragazza, che lo porta ad affidarsi poco a un’aspettativa che potrebbe rivelarsi un’utopistica illusione. Navarre è un cavaliere dall’indomito coraggio, che rispecchia totalmente i caratteri tipici dell’eroe solitario e incorruttibile che si batte più per amore di Isabeau che non per se stesso.

In fondo domani è un altro giorno…” è una delle frasi più famose pronunciate da Vivien Leight in “Via col vento”. Un messaggio di speranza che la protagonista del capolavoro del 1939 diceva a se stessa, per continuare a credere in un domani migliore e in un futuro benevolo. In “Ladyhawke” il domani è soltanto la triste, seppur diversificata, ripetizione di un giorno già trascorso. L’indomani non reca alcuna speranza per il cavaliere nero, poiché il sole seguiterà sempre a sorgere e le tenebre scenderanno comunque ogni notte sulle vite dei due innamorati. Ne deriva un’evidente demarcazione rappresentata dai protagonisti: il buio e la luce, la notte e il giorno. Navarre con indosso un’armatura coperta da un mantello nero reca sempre con sé il simbolismo della notte, dell’oscurità che tortura il suo spirito. Isabeau, invece, è una fanciulla dai lineamenti angelici che cammina solitaria tra i boschi con la grazia indiscussa di un elfo nato dalla penna di J. R. R. Tolkien. Come i protagonisti, che risultano intrappolati in una specie di vita a metà, così “Ladyhawke” è una sorta di storia prigioniera in un genere ambivalente: quello della fiaba e della favola. Navarre e Isabeau nelle loro fattezze umane assurgono ai canoni della fiaba, ma nella loro trasformazione in creature della foresta e del cielo tendono ad avvicinarsi ai velati aspetti della favola, con gli animali intesi come incarnazioni di ideologie e credenze del tempo. Una seconda diversità personificata dalle due creature è da ritrovarsi nei due “spazi vitali” in cui si muovono la donna e l’uomo. Isabeau, tramutata in falco, diviene la signora del cielo, volando con le proprie ali fino alle vette più estreme. Navarre invece, trasformato in un lupo, è il signore della notte, rimasto con le zampe ben ferme a terra, potendo solo alzare i suoi occhi al cielo, in quella “realtà” così distante che non potrà mai raggiungere. Il lupo nero ulula alla luna come se volesse lasciarsi andare ad un malinconico canto che soltanto il cielo può accogliere nella tranquilla “riservatezza” della notte. Come il lupo resta attratto dalla luna, non riuscendo a scorgerla pienamente perché fin troppo distante, così Navarre, subita la trasformazione, cede a un continuo lamento verso quella volta celeste in cui, di giorno, il suo falco vola maestoso. L’ululato del lupo nel film altro non rappresenta se non il grido disperato di Navarre rivolto al cielo, quella realtà che egli non può raggiungere esattamente come non può rivedere Isabeau. La dannazione circa il fato dei due sfortunati innamorati è ulteriormente rimarcata nel tema dell’incomunicabilità. A differenza delle favole di Esopo, gli animali non possono esprimersi in quanto tali, e la vicinanza tra Navarre e il suo falco non può che limitarsi a lievi carezze che l’uomo riserva all’adorato pennuto. Isabeau, al contempo, può soltanto placare l’animo irrequieto del lupo accarezzandone il manto per regalargli qualche attimo di conforto e serenità. Navarre e Isabeau, divisi da una metamorfosi corporea, non possono quindi comunicare neppure con brevi sguardi corrisposti. La figura di Philippe si pone nel mezzo, essendo essa utile a garantire un punto di raccordo tra i due innamorati privati della possibilità di potersi rivedere. Di giorno Philippe riporta al suo salvatore le parole pronunciate dalla bella Isabeau, e di notte ciò che Navarre vuole che Isabeau sappia. Philippe rappresenta quindi una sorta di “trasposizione” eseguita dal regista Richard Donner nei confronti dello spettatore, nel caso in cui uno di noi fosse “catapultato” in questa fiaba e si trovasse interposto tra queste due anime separate da forze rie e ostili.

L’ambientazione del film è spiccatamente italiana, con il castello di Rocca Calascio e il Borgo di Castel del Monte come luoghi prescelti per impreziosire ancora di più una ricostruzione scenografica di un mondo medievale. In “Ladyhawke” traspira un amore per il cinema girato dal “vero”, tipico degli anni ’80, in cui si prediligeva scegliere da principio aspetti sognanti e fantasiosi, infondendo in essi i caratteri più profondi di un’indagine sull’animo umano e verso l’amore ben più articolata di quanto sembrerebbe a priori. “Ladyhawke” è una fiaba onirica, costantemente in bilico tra il sogno e la veglia, tra la realtà crudele e il mondo idilliaco del miraggio fantastico.

La scena più intensa del film è senza dubbio quella in cui Isabeau attende il sorgere del sole, riparata in un piccolo spazio, distesa assieme al lupo. Il sole comincia a sorgere dietro le colline e i raggi luminosi irradiano l’epidermide dell’animale. L’incantesimo si disfa progressivamente e Navarre si materializza, riprendendo la sua forma umana. Il sole non è ancora sorto completamente e Isabeau ha mantenuto ancora il suo aspetto naturale, quando Navarre si volta riuscendo a vederla. I due innamorati tornano a rimirarsi dopo interminabili mesi, ma non appena allungano le mani per potersi a stento sfiorare, l’inclemente maleficio si manifesta di nuovo e Isabeau, trasformatasi in falco, vola via: delle brevi sequenze dall’innegabile valenza commovente. Guardare la persona a noi più cara, poterla fissare ogni qualvolta lo desideriamo, avere la possibilità di stringerla a noi, farle una carezza per mostrarle tutto il nostro affetto, è ciò che spesso diamo per scontato. Dinanzi a due innamorati che dispongono appena di qualche istante per potersi soltanto intravedere non possiamo fare a meno di chiederci quanto sia ineluttabile il destino di una vita e quanto valore abbia il tempo che passiamo assieme alle persone amate.

  • Un giorno senza la notte e una notte senza il giorno

Navarre, non vedendo alcuna via d’uscita da questa tragica sorte, decide di vendicarsi irrompendo con Philippe nella fortezza di Aguillon per uccidere il vescovo. Il cavaliere prima di intraprendere quest’ultima missione ha ordinato a Imperius di uccidere il falco se avesse udito le campane della chiesa suonare, poiché ciò avrebbe significato la morte dell’uomo. La chiesa guidata col pugno di ferro dal crudele porporato assume i caratteri contrapposti a quelli della casa di Dio, cui dovrebbe essere, divenendo invece un luogo tetro e malvagio, dimora del diavolo. Il vescovo di Aguillon, nella sua ideazione, sembra essere ispirato a Claude Frollo, il prete custode della cattedrale di Notre-Dame nel capolavoro letterario di Victor Hugo “Notre Dame de Paris”. Come Frollo anche il vescovo s’innamora di una giovane donna dalla bellezza indescrivibile, ammirata per la prima volta sul sacrato della chiesa in cui Isabeau (Esmeralda nel libro di Hugo) trascorreva alcuni momenti della sua giornata. Il vescovo è paragonabile alla figura del truce religioso parigino soprattutto per la sua folle concezione dell’amore: un sentimento violento e possessivo, che lo porterà a sviluppare l’idea che se non potrà avere lui quella donna allora non l’avrà nessun altro. L’elemento soprannaturale però è unicamente riscontrabile nell’agire del vescovo, che maledisse i due giovani per impedire loro di vivere appieno l’amore che provano l’uno per l’altra. “Ladyhawke” tenta inoltre di mostrare come in epoca medievale la chiesa fosse una potenza politica e militare che poteva contare su imponenti eserciti e dominare con velleità dittatoriali. Navarre prima di poter affrontare il vescovo dovrà duellare con il capitano della guardia. Navarre, come ha sempre fatto, indossa un’armatura scura mentre sta in sella al suo cavallo nero; il suo avversario, invece, cavalca un cavallo bianco, difendendo una chiesa corrotta, un “bene” in questa storia non cristallino, anzi alquanto “opacizzato”. Appare evidente una sorta di dicotomia contrapposta tra i colori di scena rispetto alle scelte classiche, in cui il nero rappresenta il bene e il bianco il male. Al termine della contesa, Navarre sconfigge il cruento rivale, prima di accingersi a uccidere il vescovo. In quel momento avviene un’eclissi solare, e la luce del mattino tende a perdersi in una flebile oscurità: è un giorno senza la notte e una notte senza il giorno. Isabeau improvvisamente varca la soglia della chiesa: la maledizione si è spezzata. Navarre, una volta intravista l’amata, ignora improvvisamente il suo acerrimo nemico per avvicinarsi a lei. I passi dei due giovani si fanno sempre più incalzanti e in prossimità dell’altare, Navarre, prostrandosi in ginocchio, riabbraccia Isabeau. La splendida ragazza si avvicina in seguito al vescovo, che abbassa lo sguardo sopraffatto dalla vergogna. Isabeau mostra le sue mani oramai “spoglie” delle dannate catene in cui l’aveva confinata. Il porporato accecato dall’odio non accetta la sconfitta, e tenta di sorprendere alle spalle la giovane donna, ma Navarre, avvertito il pericolo, si volta di scatto e trafigge il prelato con la sua spada, uccidendolo. Navarre quindi si ricongiunge a Isabeau e l’abbraccia calorosamente, sollevandola con forza verso l’alto, mentre la ragazza, voltando lo sguardo all’indietro, si lascia andare ad un sorriso liberatorio. L’eclissi svanisce e il sole torna a risplendere, illuminando così i corpi dei due innamorati attraverso la vetrata della chiesa.

Terminare questa meravigliosa storia d’amore con la formula di rito “…e vissero tutti felici e contenti.” potrebbe apparire come un qualcosa di riduttivo alla celebrazione di un tale momento di gioia. Tuttavia non possiamo essere certi che i due innamorati abbiano vissuto per sempre nella felicità più autentica e cristallina. Ciò che è certo però è che da quel momento in poi ebbero di nuovo la possibilità di poter vivere comunque la loro vita assieme.

Preferisco terminare queste mie osservazioni sul film dicendo solamente che Isabeau e Navarre vissero per sempre uniti e mai nessuno più li divise, finché il sole continuò a sorgere e a tramontare, finché ci fu il giorno e ci fu la notte.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Colombo - Dipinto in Pop Art di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Trasandato nell’aspetto, distratto e perennemente sulle nuvole agli occhi di chi lo osservava, goffo e stranito nei modi di fare, inseparabile da quel suo impermeabile sgualcito; un aspetto consolidato in uno scenario piacevolmente ripetitivo. Persino quel mozzicone di sigaro, portato con ritmata frequenza dalla mano alla bocca, assumeva spessore e valenza interpretativa per il personaggio durante il proferire delle battute o in quelle lunghe, famose pause riflessive. No, non parlo di Clint Eastwood, anch’egli attaccato a un sigaro, che spesso diveniva parte integrante dell’espressione dell’attore stesso nei vecchi spaghetti-western. D’altronde come potrei parlare di qualcun altro, avendo fatto cenno a un particolare impermeabile, che immediatamente riporta il lettore, nel proprio immaginario, a pensare a una sola icona storica del piccolo schermo. In egual modo, se nominassi una giacca di pelle verrebbe in mente soltanto un individuo in grado di indossarla con tale disinvoltura tanto da farne un simbolo, come fosse il costume di un eroe degli anni Sessanta, riconoscibile al primo sguardo, essendo un qualcosa di talmente evocativo da entrare prepotentemente nell’immaginario collettivo. Ma gli atteggiamenti ripetitivi, monotoni, quasi asfissianti, oltre il consolidato classico look, costituiscono il segreto della notorietà. Sono quegli elementi che bucano lo schermo e conquistano lo spettatore. E’ l’espediente essenziale per il perfetto funzionamento di una sceneggiatura standardizzata, la ricetta per il successo. Parlare di Peter Falk e associarlo solo all’immortale ruolo del Tenente Colombo apparirebbe quanto mai riduttivo, poco garbato, persino offensivo. Un grande attore non può e non deve essere mai preda di un singolo ruolo, ma riguarderà solo e soltanto una parte nella sua carriera d’artista. A volte, gli attori tendono a detestare la mera associazione che il pubblico fa nei loro confronti con un personaggio da essi stessi interpretato, sia pure per un breve periodo di tempo. Desiderano invece essere ricordati nell’interezza della propria carriera artistica. Il serio pericolo per un attore è che nessuno riesca ad apprezzarlo in altri ruoli altrettanto meritevoli, poiché viene a trovarsi come schiacciato dalla sua interpretazione più conosciuta e innalzato quasi a emblema. Ma non è assolutamente il caso di Peter Falk. Anzi, tutt’altro! Falk, infatti, riuscì ad alternarsi con spiccata destrezza dal cinema alla televisione, ottenendo altrettanti favorevoli riscontri dalla critica e dal pubblico. Ma i panni del famoso tenente della polizia statunitense non li abbandonerà mai. E perché mai avrebbe dovuto lasciarli? Falk non fece mai mistero della sua profonda ammirazione per il ruolo che lo rese celebre in tutto il mondo. Lo descriveva come un personaggio dotato di un immenso carisma e di un coinvolgente temperamento. Era davvero un piacere interpretarlo. Il grande attore non rifiutò mai la sua “creazione” più famosa, ma la modellò su di sé negli anni e ne fece vanto nel tempo. Trattando maggiormente il suo ruolo più rappresentativo, non s’intacca mai, a mio avviso, la grandiosità del suo talento, anzi, assume ancor più quel prestigio che lo rende unico agli occhi del vasto pubblico.

Già nei primissimi anni ‘60 Falk aveva abbracciato il successo cinematografico per le interpretazioni ne “Sindacato assassini” e in “Angeli con la pistola”, arrivando a sfiorare l’Oscar come miglior attore non protagonista. Un preludio alla successiva scorpacciata di premi che otterrà in televisione. Ancor prima aveva lavorato in parti di tutto rispetto nella nota serie “Alfred Hitchcock presenta…”, un’anticipazione, questa volta, agli scenari noir e polizieschi che lo accompagneranno per tutto il resto della sua carriera. Falk era un volto televisivo, una presenza abitudinaria del piccolo schermo, ma era anche una figura piuttosto ingombrante, alimentata dalla bravura che cresceva giorno dopo giorno, per non restare relegato in un solo spazio interpretativo. E proprio per questo, tra gli anni Sessanta e Settanta, duetterà al cinema con alcuni dei più grandi nomi del momento: Sidney Poitier, Spencer Tracy, Jack Lemmon, Nanni Loy, Sidney Pollack, Maggie Smith, Peter Sellers e David Niven. Sui set cinematografici abbandona saltuariamente quell’impermeabile beige, pur custodendolo gelosamente, essendo consapevole che dovrà tirarlo fuori dall’armadio ogni qual volta gli tornerà utile. Ma quando indossò per la prima volta quell’identificativo indumento? Era il 1968. Il “tenente” però era già nato negli anni cinquanta ma viveva soltanto in un’idea abbozzata dai creatori Richard Levinson e William Link. Colombo era appunto "un'idea", in attesa di prendere forma e consistenza attraverso le mani dello stesso Falk. La grande novità che i due autori volevano proporre col suddetto sceneggiato era che l’attenzione dello spettatore non doveva essere riservata agli indizi, disseminati nel corso della puntata per arrivare a scoprire il colpevole, magari ancor prima del detective.

Nell’idea concreta dei due scrittori, lo spettatore doveva invece conoscere immediatamente l’assassino e le dinamiche che lo porteranno a compiere il delitto. L’attenzione doveva andare sul personaggio protagonista e non sul presunto colpevole. E’ capire come il tenente riesca a far crollare il possente castello eretto dall’assassino, a difesa della propria innocenza, il vero punto di forza della serie appena tracciata. Per rendere appetibile e interessante un approccio così diverso serviva un personaggio di spessore, che facesse breccia nelle simpatie dei telespettatori e reggesse il peso di una sceneggiatura a lui devota. Ma prima ancora serviva un altrettanto grande interprete per rendere quel medesimo personaggio all’altezza del compito richiestogli. Il primo attore a indossare la “divisa” ufficiale del tenente fu Bert Freed, ma allora il nome del personaggio era Fischer. Freed venne in seguito sostituito da Thomas Mithcell. L’episodio pilota stentava a decollare, gli attori non avevano le physique du rôle per la parte predestinata. Si alternarono ancora Lee J. Cobb e Bing Cosby con scarsi riscontri. La Universal, che credeva ancora nel progetto, attese l’arrivo del definitivo attore protagonista: dopo quattro fallimenti venne chiamato Peter Falk. Levinson e Link avevano finalmente trovato il loro Tenente Colombo. Puntando lo sguardo verso la telecamera, Peter Falk raggiungeva la fama internazionale. A dirigere il grande attore, dietro la macchina da presa, vi era un altro predestinato, allora sconosciuto: Steven Spielberg. Una squadra omologata per il successo.

Falk aveva una menomazione, un occhio di vetro, che ai primi provini della sua carriera lo aveva limitato nei severi giudizi dei produttori. Ma il suo merito più grande fu quello di trasformare un presunto difetto in un assoluto pregio; quell’occhio gli conferiva, infatti, uno sguardo particolare, arguto e intelligente, come se stesse continuamente riflettendo nel momento in cui scrutava attentamente il volto dell’assassino. Fu la prima, inimitabile caratteristica che Falk regalò al proprio personaggio. Gli sceneggiatori scrissero dei veri e propri tormentoni che il tenente avrebbe dovuto rispettare, permettendo, dopo poche puntate, agli spettatori di cogliere dei tratti comportamentali e abitudinari irresistibili. Di Colombo non conosciamo il nome di battesimo e non vediamo mai in volto la moglie che però nomina costantemente e alla quale è legatissimo. L’idealizzazione della consorte è onnipresente nei dialoghi di Colombo, venendo ironicamente inserita come contrappunto comico, quasi a mettere a proprio agio il sospettato, durante degli accenni di interrogatorio, velati da una dialettica furbescamente garbata e amicale. Colombo va in giro con un modello d’epoca malandato di Peugeot 403 cabriolet, rumorosa, non troppo linda e alquanto consunta ma di cui paradossalmente va molto fiero. Porta spesso con sé un cane, mite e dormiglione, a cui è molto affezionato, pur non avendogli mai trovato un nome, e per questo lo chiama semplicemente “cane”. Stravaganze bislacche che rendono il personaggio ancor più geniale nella propria quotidianità. Ma la genialità, dopotutto, non corrisponde ad un pizzico di “stramberia”?

Colombo ha un quoziente intellettivo superiore alla media e una capacità intuitiva fuori dalla norma. Non viene mai spiegato evidentemente se il suo apparire distratto e così “alla mano”, al limite dell’ingenuo, sia fatto di proposito per celare la propria intelligenza, o se sia una caratteristica naturale del personaggio che tende ad essere massimamente perspicace nella sua rilassatezza colloquiale. Implicitamente sembra che Colombo voglia apparire goffo e poco brillante per risultare una minaccia di poco conto agli occhi del sospettato. L’assassino, convinto di avere a che fare con un poliziotto qualunque, comincia ad abbassare la guardia, fino a commettere errori decisivi. Colombo intuisce dopo poco tempo chi è il principale indiziato, diciamo colpevole, e inizia così a pressarlo, all’inizio cautamente, per poi divenire ossessivo. Colombo approfitta della minima disattenzione del proprio interlocutore, usufruendo di una concentrazione spasmodica, mettendo il reo alle strette. In un sottile gioco d’intelligenza, il personaggio di Falk demolisce l’apparente impenetrabilità dell’alibi del colpevole, riuscendo straordinariamente a smascherare ogni contorto passo falso dell’assassino, ormai ridotto allo stremo. Falk caratterizzò Colombo facendo sovente uso della sua abilità di comico brillante, alternando così una comicità raffinata a un aspetto più serioso e raziocinante. Grazie alle sue fantastiche doti d’interprete rese il personaggio piacevole agli occhi del grande pubblico, sia quello adulto che quello giovane. Colombo è un moderno Sherlock Holmes, privo di pipa ma accanito fumatore di sigari, lontano dall’eleganza inglese ma realistico in quel suo ingegno, anteposto volutamente alla classe nell’aspetto esteriore. Durante lo scorrere delle serie decine e decine di star parteciperanno, desiderose di contribuire al successo del serial, spesso in veste di assassino. Falk inchioderà tra i tanti: Martin Landau, Johnny Cash, Leonard Nimoy, Leslie Nielsen, William Shatner, Anne Baxter, Dick Van Dyke, Lee Grant e Janet Leigh. Frutteranno le nomination e le vittorie ai maggiori premi per la serie e per lo stesso Falk, che porterà a casa ben quattro Emmy award e un Golden Globe, sempre come Miglior Attore Protagonista.

Peter Falk ne "La storia fantastica"

 

Dylan Dog, il personaggio dei fumetti creato da Tiziano Sclavi, è anch’esso un detective. Di ben altra natura, ma è interessante notare come anche lui vesta sempre allo stesso modo, risultando riconoscibilissimo agli occhi dei fan. Anche il fumetto di Dylan Dog pone la sua narrazione su alcuni tormentoni come le varie fobie del protagonista, le costanti freddure di Groucho o i passatempi di Dylan, che vanno dal suonare un clarinetto alla costruzione di un modellino di veliero. Persino Tex, altro mito del fumetto italiano, veste perennemente allo stesso modo: sono quelle caratteristiche iconiche e irrinunciabili di un personaggio. In tali casi, di un personaggio che tende a rispecchiare, fin dove è possibile, l’uomo normale che si erge a eroe. Falk con Colombo non fu altro che un uomo qualunque, costante e minuzioso nel proprio lavoro, vissuto, alle volte, nella monotonia della quotidianità, devoto ad uno stile simbolico che gli offrì il canone dell’eroe che ricerca giustizia, del detective che non impugna mai una pistola (persino quella di Dylan era spesso scarica) poiché l’avversità va affrontata con la potenza dell’intelletto. Peter Falk non abbandonerà mai i panni del Tenente da lui interpretato in veri e propri film, e trasportato anche al cinema, per ben 35 anni. Nel 1976 Falk fu particolarmente apprezzato per un ruolo, sempre da detective, nella commedia “Invito a cena con delitto”, dove recitava in una divertente opera di Neil Simon, parodizzando Sam Spade e lo stesso Colombo. Nel 1984 fu tra le star che apparvero nel famosissimo video di Ray Parker Jr “Ghostbusters”. Uno dei suoi ultimi, indimenticabili ruoli fu quello del nonno/narratore nel cult fantasy “La storia fantastica”. Peter Falk si spense il 23 giugno del 2011 all’età di 83 anni.

Dal 2008 soffriva della malattia di Alzheimer e non era più in grado di intendere e volere. Mi piace pensare che lassù indossi ancora quel suo impermeabile, e vada gironzolando di nuvola in nuvola a pressare il “malcapitato” di turno; sono certo che non gli farà domande dirette, parlerà probabilmente di sua moglie, ma senza dubbio si farà dire dov’era e cosa faceva a quella determinata ora di quel determinato giorno, e magari, dopo qualche altro passaggio del suo umorismo disarmante, allungando il braccio verso l’interlocutore, stringendo tra le dita il mozzicone di sigaro, aggiungerà candidamente: “Solo un’ultima cosa…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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