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"Dumbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Anni addietro lessi una meravigliosa poesia di Charles Baudelaire intitolata “L’albatros”. L’albatros è un candido uccello marino dalla grande apertura alare, maestoso e ed elegante quando solca in volo la superficie del mare. Il componimento di Baudelaire tratta di marinai che catturano uno splendido esemplare di albatros, e quando viene deposto sulle tavole dell’imbarcazione improvvisamente perde tutta la sua maestosità divenendo addirittura impacciato e goffo. Le agili ali che gli permettevano di volare divengono sulla terra dei pesi insopportabili da poter reggere. L’albatros, precedentemente ammirato nel suo volo, viene adesso deriso dai marinai per la sua difficoltà a muoversi a bordo del bastimento. Il poeta paragona la figura dell’Albatros a se stesso, vittima di ingiurie da parte dei popolani. La prima volta che lessi i versi di quella lirica mi venne naturale accostare l’albatros di Baudelaire, come in una specie d’assonanza, alla figura cinematografica di Dumbo. Come l’albatros, signore del cielo, appare frastornato così anche il minuto elefantino sulla terraferma si muove con difficoltà. Le grandi ali dell’albatros come le grosse orecchie di Dumbo impediscono un movimento coordinato, perché entrambi questi due esseri sono destinati a librarsi alti nel cielo. Per Dumbo, però, la vera particolarità è da riscontrarsi nel fatto che esso, pur essendo un animale terrestre, riesca a trovare il suo “mondo prediletto” su nel cielo.

A notte inoltrata, in un cielo stellato, uno stormo di cicogne volteggia su di un grosso tendone da circo. Planando in prossimità delle gabbie in cui riposano gli animali, le cicogne lasciano cadere dolcemente dei cuccioli tra le braccia accoglienti dei neogenitori. Un’elefantessa dall’ampia cuffia rosa e con un drappo azzurrastro che le copre la schiena, da tutti chiamata “signora Jumbo”, attende con impazienza che una cicogna giunga proprio sulla sua caustica dimora; ma sarà questa un’attesa destinata a non trovare il compimento desiderato. L’indomani il circo chiuderà i battenti in quella località e si sta già provvedendo a caricare gli animali sui vagoni del treno alla volta della nuova destinazione. Ed ecco una cicogna in evidente ritardo fermarsi qualche istante su di una nuvola e poggiare su di essa un cucciolotto avvolto in una calda coperta. La cicogna legge con attenzione la mappa che ha con sé per capire dove si trovi con precisione la signora Jumbo, a cui deve recapitare una “consegna” alquanto importante. Nel frattempo il peso del nuovo nato crea non pochi problemi alla cicogna la quale deve più volte riacciuffarlo in extremis prima che esso precipiti definitivamente giù dalla nuvola. Ogni qualvolta rivedo questa scena, e mi succede ancora oggi, mi sembra di vedere con una certa qualità d’immagini, suoni, gesti e schiamazzi di un qualsivoglia pubblico intento a urlare alla cicogna di voltarsi il più in fretta possibile per afferrare il “pargoletto” prima che vada giù. La cicogna si fa nuovamente carico di questo dono speciale e si getta all’inseguimento del treno oramai in movimento. Raggiunto il vagone in cui si trova la signora Jumbo, la cicogna le offre il panno in cui è ancora avvolto l’elefantino che la mamma chiamerà Dumbo. Il piccolo ha due bellissimi occhioni azzurri e con essi comincia a scrutare il mondo circostante, a osservare ciò che gli sta accanto. Dapprima sorride a sua madre, poi alle altre elefantesse lì presenti a cui accenna una seconda espressione gioviale. Uno starnuto improvviso di Dumbo fa sì che le sue orecchie si liberino e si mostrino in tutta la loro effettiva e ingombrante rarità. Questa stravagante peculiarità del suo aspetto non viene affatto gradita dalle altre elefantesse che iniziano a deriderlo per la bislaccheria di tali orecchie a sventola. La madre, infastidita dal borbottare sommesso delle altre elefantesse, raccoglie con la sua proboscide Dumbo e lo allontana così dagli sguardi indiscreti e maliziosi delle presenti. Dopodiché comincia a cullarlo con quell’amore sincero e incondizionato che solo una madre sa dare.

“Dumbo” venne proiettato nei cinema di tutto il mondo nell’ultimo trimestre del 1941. Durava poco più di un’ora. Il che fece esitare inizialmente molti distributori che manifestarono a Disney l’intenzione di distribuirlo come un “B-movie” o, in alternativa, come un cortometraggio. Disney rifiutò categoricamente di denigrare in qualche modo la sua opera, privandola dell’etichetta di vero e proprio “film”, pretendendo che “Dumbo” venisse universalmente riconosciuto come un’opera di breve durata ma dall’egual valenza di un film di canonica durata. “Dumbo” rappresentava il quarto classico della Disney, successivo a “Bianca neve e i sette nani”, “Pinocchio” e “Fantasia”.

Dumbo” inizia con un’attenzione accorta e sensibile al concetto classicista di “famiglia”, che apparentemente può sembrare più banale e meno profonda di quanto sia in realtà. Facendo leva sulla favola popolare degli infanti portati dalla cicogna, il film rilascia il primo messaggio: il dono della nascita. Un dono inestimabile sia per il nascituro che viene al mondo sia per i genitori che ricevono tale “pegno d’amore” in una notte senza alcun preavviso ma che magari attendevano da tempo. La nascita viene quindi rappresentata come un avvenimento condizionato ad un determinato momento della vita, in cui gli stessi genitori si sentono pronti ad accogliere e allevare un figlio. La nascita perpetrata attraverso il gesto simbolico di una cicogna che porta i cuccioli è atto a tracciare un legame sottinteso ma intrinseco tra figli e genitori, volto a rivelare un affetto che sboccia in maniera istantanea. Gli animali disegnati dalle magiche matite degli artisti della Disney divengono genitori nel momento in cui scelgono di crescere la prole che il cielo gli ha donato, rimarcando come tale rapporto sia ugualmente paragonabile al legame di sangue: genitore è chi mette al mondo un figlio ma lo è di più chi, di quel figlio, se ne prende cura. Gli animali divenuti genitori nel film sono il più delle volte singole madri.  La stessa signora Jumbo aspetta il proprio cucciolo, ma esso sembra tardare ad arrivare, rendendo ancor più unica la sua nascita, come un parto speciale e per questo difficilmente prevedibile. Dumbo non possiede un padre, come se si volesse sottintendere che anche le madri rimaste sole possano crescere con affidabili riscontri i propri figli, districandosi comunque tra il lavoro (qui rappresentato dal circo) e il ruolo affettivo ed educativo di “mamme”. Come accadrà pochi anni dopo al piccolo Bambi, anche Dumbo verrà sottratto all’affetto della madre. Ma se il piccolo cerbiatto dovette sostenere il fardello di un trauma improvviso che portò con sé l’efferatezza di un’innocenza spezzata da un evento tragico, e difficile da comprendere in tenera età come la morte della madre, Dumbo viene soltanto costretto a rimanere lontano dalla genitrice, assumendo un’aria triste e sconsolata ma non per questo perdendo la sua vena sognante e speranzosa che lo porterà a non smettere mai di cercarla fin quando non la ritroverà. Una volta che il circo viene aperto al pubblico, Dumbo viene schernito da un nugolo di ragazzini. Uno in particolare, somigliante in maniera piuttosto evidente al noto Lucignolo di “Pinocchio”, si dimostra aggressivo nei confronti del piccolo elefante, strattonandolo con forza. Furibonda la madre di Dumbo si scaglia prima sul manipolo di vessatori e poi sul personale del circo, che la rinchiude in una gabbia come “elefante impazzito”. Dumbo resta così triste e solitario. Nascostosi sotto un cumulo di paglia, viene avvicinato da Timoteo, un topo con cui stringerà la prima amicizia della sua vita.  Timoteo ricorda, negli atteggiamenti e nel suo ruolo di mentore nei confronti del protagonista, il grillo parlante di “Pinocchio”. Proprio Timoteo infatti concede velati rimandi a questa sua natura di “voce interiore” quando di notte sussurra all’orecchio del direttore circense le esibizioni future da dover portare in scena. Il direttore crede infatti che le idee nascano dai propri sogni, come se la notte gli portasse consiglio, quando in verità sono soltanto le parole del topolino apprese inconsciamente.

Timoteo, il solo ad avere compassione del piccolo, sprona più volte Dumbo ad assumere maggior fiducia in se stesso.  L’amicizia tra i due animali è strutturata in modo da insegnare cosa sia realmente l’accettarsi a vicenda. Timoteo è un topo, l’animale di cui gli elefanti hanno timore, secondo le credenze popolari. In realtà, il topo, essendo piccolo e veloce, destabilizza gli elefanti che lo vedono aggirarsi di soppiatto nelle loro vicinanze; nient’altro. Lo stesso Timoteo terrorizza le elefantesse che mostravano totale indifferenza nei confronti del piccolo Dumbo. Eppure, il piccino non ha alcuna paura del topo. Come se da bambini, restando al di fuori dei pregiudizi, in quell’innocenza infantile, non si comprendesse davvero ciò che in età adulta potrà diventare odio e timore razziale. Il topolino rappresenta la specie “avversa” a quella degli elefanti, ma l’amicizia con il piccolo Dumbo certifica come spesso l’incomunicabilità e la diversità possano essere superate dalla semplice conoscenza.

Dumbo è timido e innocente, ancora incapace di reagire ai soprusi. Egli viene emarginato dai suoi simili prima ancora che sbeffeggiato dagli uomini poiché diverso nell’aspetto, e per questo non accettato. Le sue grandi orecchie sono la metafora visiva della sua diversità. Dumbo sembra non curarsene, o per meglio dire, sembra non accorgersi minimamente della sua particolarità esteriore, non riuscendo così a comprendere propriamente perché venga isolato da tutti. Le sue grandi orecchie minano persino la sua andatura e lo fanno spesso inciampare, questo perché Dumbo non è nato per restare con le zampe sempre ben piantate al suolo.

Timoteo conduce il piccolino a trovare la mamma, rinchiusa in una cella cupa e soffocante. Dumbo è talmente piccolo da non saper parlare, per questo il legame con la madre viene solamente espresso con gli occhi colmi di lacrime e le carezze delle loro proboscidi. Se da una parte Dumbo non può parlare alla madre, essa dall’altra non può neppure vederlo, poiché la gabbia è chiusa quasi fino al tetto, lasciando soltanto una piccola finestrella, dove potersi affacciare. Dumbo non può raggiungere tale altura così la madre protende la sua proboscide, iniziando a cullarlo dolcemente da destra a sinistra e viceversa. Ciò che non viene espresso a parole o con gli sguardi viene semplicemente mostrato dal tatto affettivo. Una scena dal pathos viscerale, che genera una commozione istantanea. I nostri occhi vengono inumiditi come in un riflesso condizionato, tanto profondo è il linguaggio emotivo della scena da arrivare dritto al cuore, scandendo ogni singolo battito.

Le influenze di “Fantasia” sono riscontrabili anche in “Dumbo” e spesso la musica accompagna i movimenti del cucciolo, cadenzando il ritmo musicale con il semplice gesto o lo spostamento dell’elefantino. La musica e l’immagine divengono una cosa sola nella celebre sequenza degli elefanti rosa. Dumbo si abbevera da una tinozza insieme a Timoteo senza rendersi conto che in quel barilotto è stata accidentalmente versata un’intera bottiglia di champagne. I due, ubriachi e confusi, iniziano a vedere dappertutto elefanti rosa che ballano, suonano e intonano versi inquietanti. Una scena lunga e intensa in cui i colori luminosi del sogno vengono “divorati” dalle musiche angoscianti dell’incubo, come se Ipno, il dio greco del sonno, subisse i canti nefasti del fratello Thanatos. Il coro accompagna la danza in un incubo ad occhi aperti che induce Dumbo a non curarsi di ciò che sta avvenendo realmente intorno a lui. La mattina seguente Dumbo e Timoteo si svegliano sulla cima di un albero. Timoteo deduce che sono arrivati fin lì grazie a Dumbo e che l’elefante ha imparato a volare. Dumbo non ci crede e così Timoteo, supportato da un gruppo di corvi canterini, dona all’amico una magica piuma che permette a chi la possiede di poter realmente volare. Tenendola stretta sulla sua proboscide e guardandola intensamente, Dumbo comincia a librarsi in aria, sospinto dalle sue grandi orecchie. Tornato in scena al circo, Dumbo si esibisce nuovamente nel suo numero da “pagliaccio”, ma questa volta, lanciatosi dal limite massimo di un palazzo in fiamme, non precipiterà giù, ma volerà, gettando nello stupore un’intera platea gremita di spettatori. Timoteo, rimasto nascosto nel cappello indossato da Dumbo, gli toglie via la piuma magica, in verità soltanto uno strumento per far prendere a Dumbo la giusta fiducia in se stesso, e, infatti, egli prosegue comunque a volare. Dumbo diviene una star di prima grandezza, trionfando su chi si prendeva gioco di lui. Timoteo diviene il suo impresario, mentre Dumbo si ricongiunge alla madre in un vagone privato del treno a lui completamente dedicato.

Dumbo trasforma quello che per molti era un difetto in un pregio. Le orecchie scomode che spesso lo facevano cadere maldestramente divengono le sue ali, permettendogli di volare in alto con sicurezza e abilità. Come l’albatros della poesia così Dumbo dimostra di non appartenere propriamente alla terraferma, ma di poter raggiungere le vette più alte dei sogni e delle speranze. “Dumbo” insegna la condivisione della diversità estetica, dell’unicità di ogni singolo talento custodito e coltivato in noi. “Dumbo” è un film carico di sentimento e traboccante di coinvolgente pathos, un film che commuove dal primo all’ultimo istante. Nessun altro personaggio della Disney riesce a conservare in sé una dolcezza e una tenerezza paragonabile a quella dell’elefantino. Dumbo è emotività viva e senziente, comunicativa e profonda. Egli si rivolge al pubblico senza proferire parola alcuna, bensì parla con gli sguardi e con il singolo gesto della sua proboscide, con i movimenti talvolta roteanti delle sue orecchie e con l’immensità animosa dei suoi occhi. Dumbo si rivolge al cuore di chi segue il suo cammino, non temendo di piangere dinanzi a chi impara lentamente a conoscerlo. Un elefantino talmente amabile che ogni qualvolta piange, soffrendo l’allontanamento dall’amore materno, non fa che indurre i propri spettatori a sussurrare: “non pianger così, non pianger più”. Se poi a queste parole si abbina il valore della melodia e della colonna sonora premiata con l’oscar, “Dumbo” travalica i confini della pellicola, riuscendo a creare un legame con i suoi spettatori fatto di canti e lacrime vere. Egli resta in silenzio, lasciando noi tutti a meditare magari alla nostra di madre o alla figura che maggiormente ricordiamo come la più importante della nostra infanzia, intonando le parole del testo: “Bimbo mio, non temer, la tua mamma è con te; fa' brillar gli occhioni blu, non pianger più, non pianger più, bimbo mio”.

“Dumbo indugia sulla commozione ma non desidera soffermarsi completamente su essa, vuole invece allontanar tale pianto, poiché solo dopo averlo provato possiamo comprendere come farlo andar via. Il turbamento e la commozione generano infine la spensieratezza e l’ilarità in un viaggio contradditorio del sentimento umano. E nel finale, infatti, quando lo ritroviamo con la sua mamma, possiamo finalmente spogliarci di quella sorta di catarsi che il film ci ha indotto a sperimentare, rimanendo qualche istante fermi con il sorriso stampato in volto, a intonar un’ultima volta “non pianger più”. Perché davvero non vogliamo che Dumbo pianga più. Mai più!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Capitan Harlock" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • L’uomo nell’anime: tra amori e doveri

Il personaggio di Capitan Harlock, nato dalla matita del mangaka Leiji Matsumoto, è un eroe romantico prima ancora che un uomo comune, di straordinaria levatura morale, ma pur sempre un uomo soggetto a dubbi e timori, a tentazioni e resistenze nel corso della sua eroica battaglia atta a proteggere la terra da un male che proviene da mondi remoti dello spazio sconfinato. Il tratto erotico, l’impronta tentatrice e la natura inebriante delle Mazoniane, le avversarie di Harlock, sono state tutte caratteristiche sottoposte a svariate censure negli anni Settanta, quando le reti italiane destinavano l’anime di “Capitan Harlock” ad un pubblico spiccatamente giovanile. Ne derivava quindi un ritratto piuttosto approssimativo delle tematiche più profonde sollevate da Matsumoto e Rintaro. La Space – Opera che doveva rappresentare la guerra di Harlock tra le stelle era, ed è tutt’oggi, soltanto la superficie; un pretesto narrativo per mettere in evidenza l’infamia di certi uomini, la superbia dei regnanti, la devastazione a cui, nel silenzio generale, andrà in contro il bene più grande che l’uomo possiede, la terra stessa, in un futuro distopico. Il popolo di Mazone non è descritto come un male assoluto, quanto piuttosto un male necessario, sorto dalla sofferenza di una stirpe priva di una dimora, scevra da un’identità. Harlock, in quanto essere dotato di un'umanità sconfinante, rispetta e comprende nobilmente le disperate richieste dei suoi avversari, privati del loro mondo e desiderosi di insediarsi sulla terra per sopravvivere, ma non può avallarle, pur disprezzando i governi del suo popolo, pur difendendo strenuamente quegli ideali che vengono calpestati dagli uomini al potere, coloro che si rifugiano velatamente dietro l’Arcadia a cui seguitano ugualmente a dare la caccia.

La tensione a cui il capitano è continuamente sottoposto si amalgama all’attrazione fatale delle donne Mazoniane, caratteristica unica dell’anime di Matsumoto. Harlock subisce il fascino, la tentazione sinistra di queste figure femminili venute dal remoto, a cui si oppone per salvaguardare la propria bandiera, simbolo di libertà per il proprio pianeta natale. Le donne ritratte da Matsumoto sono figure snelle ma ugualmente formose, apparentemente esili ma comunque forti, slanciate ed eleganti, dai grandi occhi affossanti (celebre l’episodio “Laura dagli occhi scintillanti”) e dai capelli lunghi e folti, i quali ornano il viso e, scendendo poi giù, destano i larghi fianchi. Più volte il protagonista sarà soggetto all’incanto e alle insidie delle donne che vorrebbero ucciderlo; per il personaggio, ai tormenti per la perdita dell’amata Maya, si sovrappone il desiderio di contatto, tenuto a freno solo dalla forza dell’astratto concetto di giusto e sbagliato.

Le Mazoniane bruciano alla loro morte con un inquietante processo di autocombustione, come a testimoniare che possano essere una maledizione passeggera o un’avviluppante fiamma imperitura che potrà consumare l’eroe se cederà alla passione. Un tale fuoco divampante potrà forse preservare il suo spirito se egli continuerà a vivere nella lunga menzione dell’unica donna che abbia mai amato. La censura ai tempi troncò di netto le parti più accattivanti, privando lo spettatore dell’affresco sequenziale che celebrava le connotazioni seduttive delle guerriere. Il momento più emblematico è però lasciato allo scontro finale, dove Harlock e Raflesia, la regina posta alla guida del popolo di Mazone, duellano ricalcando i più celebri aspetti dei combattimenti di cappa e spada. Gli affondi delle lame alternano ferite sanguinose a tagli netti al vestiario, che finiscono per mostrarci, da un lato un protagonista ferito ma vittorioso, dall’altro una splendida e perfida avversaria sconfitta ma fieramente regale nel mentre si regge il costume con le mani; costume che mostra i tratti delicati e aggraziati delle forme fisiche e artistiche della donna. Harlock, dinanzi alla regina per la quale ha provato rabbia e rispetto nei due anni di lotte, percepisce comunque l’attrazione, come la stessa regina a sua volta. Due destini diversi, due lotte interminabili, due sentimenti così lontani ma cosi accomunati. Harlock, infine, trionferà per la terra, perdendosi nelle profondità dello spazio al termine della sua classica avventura, con ormai la sola presenza femminile a cui anela, quella di Meeme, perdurando a vivere tra le stelle nell’eterno ricordo dell’amata perduta, perché come per i più grandi eroi tragici a cui Harlock è chiaramente ispirato, l’amore per un’unica donna supera la morte e permane per sempre.

  • La leggenda nel cinema: tra simboli e bandiere

Per il regista Shinji Aramaki, che diresse il lungometraggio in computer grafica dedicato al personaggio, Capitan Harlock era una leggenda inafferrabile, un mito mai pienamente vivibile, una figura avvolta in un’aura intellegibile. Ecco perché sembra porlo sullo sfondo dell’intera vicenda del film, quella che dovrebbe avere il capitano come epicentro. Harlock non è più l’eroe romantico consolidato nella splendida serie classica, non si lascia andare a tristi lamenti suonando l’ocarina né subisce il fascino sinistro di una stirpe, il già citato popolo di Mazone, oramai non più presente in tale adattamento; l’obiettivo cambia drasticamente ed Harlock non è il centro della propria storia. Reca il peso di essere un simbolo, lo stendardo di un ideale. Harlock è un uomo maledetto, vecchio di oltre cento anni, caratteristiche del tutto nuove che elevano il personaggio al non semplice ruolo del “mito” piuttosto che del protagonista. In quel secolo di lotte, in quella vita dannata porta con sé ogni gloria delle proprie vecchie rappresentazioni. Aramaki non riprende la storia classica, non tratta del conflitto contro le Mazoniane, non affronta l’avventura della serie SSX né la cupa atmosfera dell’Endless Odissey. Egli omaggia, riscrive, volge l’attenzione verso la figura simbolica di Harlock, non su Harlock stesso. Lo spettatore vorrebbe stare al fianco del Capitano, combattere con lui, vederlo in prima linea, ma può farlo solo per poco e quando è il momento necessario. Harlock è “un’ebbrezza”, lo si cerca sempre con lo sguardo ma vive lì, riparato nell’oscurità.

Non possiamo concepirlo davvero perché egli altri non è che il simbolo e la personificazione dell’ideale che è stato in passato. Disposto a sacrificare se stesso e l’universo per restituire la terra come noi la conosciamo; la dannazione mista all’eroismo di colui che non si arrenderà mai. La libertà è sacrificio, anche. L’Harlock del film altri non è che una figura avviluppata nel misticismo. Non possiamo stare al suo fianco, noi vecchi fan, perché non è il capitano che conosciamo, è il suo ideale che “cammina”. Solo Meeme, la donna che gli è sempre stata vicina, può restare accanto a lui, solo il quarantaduesimo membro dell’Arcadia può conferire con lui. Nessun altro! Il passaggio di consegne finale reca il significato dell’intera opera: Harlock vivrà per sempre. Tale trasposizione cinematografica può venir apprezzata se compresa come un’opera celebrativa del mistero di Harlock, e credo che l’intento finale del lungometraggio sia quello di omaggiare un’icona, non intaccando una storia già vista ma virando su una nuova, complessa, articolata, fin troppo estenuante nel suo svolgimento; una storia devota all’omaggiare un eroe ineffabile, divenuto per l’appunto “leggenda”. La potenza visiva dell’intero film rende merito alla forza evocativa della bandiera di Harlock. E sul finale, quando il Capitano, lasciatosi andare seduto sul suo trono con accanto la fedele Meeme, sembrerebbe rinunciare e cedere alle sofferenze e piegarsi al dolore dell’animo umano… ecco che d’un tratto comanda alla nave di partire, perché ci sarà sempre e comunque un’altra “odissea”.

Che sia uomo puro o leggenda incompresa, Harlock continua ad essere, a più di quarant’anni dalla sua prima apparizione, un eroe capace di convogliare in sé la debolezza umana e la forza mitologica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Correva l’anno 1976 e al cinema esordiva, in uno dei film sportivi più acclamati della storia del cinema, una futura leggenda del grande schermo. Rocky ad oggi è un personaggio che non ha certamente bisogno di alcuna presentazione, per lo meno non per quello che riguarda le sue imprese sul ring; ma in che modo si palesava per la prima volta dinanzi ai suoi futuri fans? Rientrando a casa, apriva la porta, e prima ancora di togliersi di dosso il cappello nero e il giubbotto sgualcito di cuoio, Rocky andava dinanzi alla vaschetta delle sue tartarughe e le salutava, battendo delicatamente le dita sul vetro. Ci veniva presentato così il pugile italoamericano, come un giovane indigente che viveva alla giornata, in una casa cupa e modesta. Rocky sopravviveva racimolando pochi spiccioli al giorno, lavorando oltre che come pugile di bassa lega anche come esattore per conto di un gangster nei quartieri residenziali dei sobborghi cittadini. Lo spettatore a una prima occhiata non resta fuorviato neanche per un istante dal mestiere poco edificante del protagonista, perché comprende subito che Rocky è di indole buona, essendo egli stesso restio a “punire” i debitori, i quali anche grazie alla sua clemenza riescono a guadagnare qualche giorno in più per mettere assieme i soldi necessari a saldare il debito. Rocky sembra non avere alcun obiettivo a lungo termine, mostrandosi come un personaggio “schiacciato” da una società cinica e inclemente che piega i meno abbienti. Di conseguenza, sconfortato dagli anni trascorsi sempre ad arrangiarsi vive ancora senza aspettarsi nulla dalla vita.

Nonostante la rassegnazione, Rocky è un uomo dal cuore d’oro, che rammenta quotidianamente quale sia realmente la via del rispetto e del buon vivere, dettami che, ad esempio, cercava di far capire a una giovane ragazza, caduta, per colpa di pessime conoscenze, nei vizi mondani dell’alcool e del tabacco. Al termine della loro conversazione Rocky verrà congedato da una serie di insulti da parte della ragazza: una metafora aspra e cruda, messa in scena come testimonianza vivibile del quartiere che intrappola Rocky da troppo tempo, dove nonostante si voglia restare ingenuamente buoni, si finisce inevitabilmente per rapportarsi con l’aspetto più marcio e sordido della città. Rocky ha due sole amiche nel suo triste appartamento, appunto Tarta e Ruga, due tartarughine a cui dà sempre da mangiare non appena varca la soglia di casa, e con cui passa gran parte del tempo a conversare scherzosamente. Il migliore amico di Rocky è Paulie, fratello di Adriana, una donna estremamente timida, tanto da non uscire mai di casa se non per andare al lavoro. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio di animali con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Intuiamo così che Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky si innamora immediatamente di Adriana e l’aiuta a superare la sua imbarazzante timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento, soltanto perché a bordo ring, tra lui e il pubblico, c’è sempre lei ad attenderlo.

La prima, grande occasione nella vita di Rocky arriva per diretta scelta del campione del mondo Apollo Creed, una rivisitazione cinematografica del mito Muhammad Alì, che come il dio del fato rotea il proprio dito su una lista di nomi di papabili pugili, facendolo cadere proprio sul nome di Rocky, perché di origini Italiane, come lo scopritore dell’America, Cristoforo Colombo, e perché portatore di un soprannome evocativo: lo stallone italiano. La vita finalmente ha qualcosa di concreto da offrire a Rocky, che di colpo si ritrova davanti la possibilità di poter combattere per il titolo mondiale dei pesi massimi. Dopo essersi riappacificato con il manager Mickey, dai sobborghi cittadini alle strade del centro città, Rocky inizia un allenamento estenuante, che troverà il suo culmine con la celebre corsa sulla scalinata del Museum of Art di Philadelphia, dove alzerà le braccia al cielo sorridendo, accompagnato dalla celebre colonna sonora di Bill Conti.

La sera prima dell’incontro, Rocky si fa cogliere dal timore, un’altra opportunità che permette allo spettatore di avvicinarsi ancora di più al lato umano del protagonista. Perché Rocky non è il classico eroe senza macchia, incorruttibile, temerario e dall’animo ricolmo di coraggio. Rocky ha paura! Avrà sempre paura: dei suoi avversari, delle sfide che dovrà affrontare con i guantoni o con le sole mani nude, dalla boxe alla via quotidiana. Ecco che il ring diventa un’allegoria delle difficoltà che ognuno di noi deve affrontare nel corso della propria vita. Le suddette difficoltà possono tramutarsi ai nostri occhi in “nemici” sempre più forti dei predecessori, capaci di colpire con un destro e un mancino micidiali, colpi che probabilmente potranno mandarci al tappeto. Ma sta a noi riuscire a rialzarci, mantenere sempre il “fuoco” accesso della nostra anima e delle nostre passioni, la carica di ogni nostro battito. Una fiamma imperitura che possa permetterci di incassare il colpo, raccogliere l’energia residua e rialzarci poco prima del gong, in attesa del prossimo round. Nessuno può colpire duro come fa la vita, neppure Apollo, e Rocky questo lo sa. Nel match del secolo, il pugile vede la sua unica possibilità di poter riscattare un’esistenza grigia, ma è purtroppo cosciente di non potercela fare. Nessuno ha mai vinto con Creed. Ma nessuno ha neanche mai resistito con lui. Se Rocky ce la farà a resistere ad ogni colpo, come ha resistito alle insidie che la vita gli ha riservato e messo davanti, solo se riuscirà in questo potrà finalmente dimostrare a se stesso che può essere davvero un grande, una specie di eroe.

La differenza tra i due pugili è netta, e lo si nota sin dalle prime battute del match: Apollo è un artista del ring, un dominatore del quadrato da lui stesso girato e rigirato più volte con la sua famosa tecnica dei “saltelli”: mosse atte ad evidenziare la sua grande agilità e a rendere ancor più complesso ogni tentativo di attacco da parte di Rocky, che di fatto riesce a stendo a sfiorarlo. Rocky dal canto suo adopera una tecnica abbozzata, a malapena ispirata alle movenze del grande del passato, Rocky Marciano. Ma il più delle volte, Rocky non può che avanzare lentamente, esponendosi ai jab del campione a volto scoperto. Creed comincia a colpire Rocky, ma il primo ad andare al tappeto sarà proprio lui, sbilanciato in avanti da un tentativo fallito di uno-due al viso. Apollo si espone ingenuamente al contrattacco di Rocky che scarica un mancino potentissimo stendendo il campione. Per la prima volta nella sua carriera, Apollo cade al tappeto. E’ il preludio al dramma sportivo che si compirà di lì a breve: il match tra i due pugili si trasformerà in uno scontro devastante. Rialzatosi, attonito e furioso per il colpo subito, Apollo tempesta Rocky con una serie di colpi, ma il pugile italoamericano getta il cuore oltre l’ostacolo, restando in piedi nonostante una maschera di sangue gli copra il viso. Al penultimo round Apollo sferra un pugno potentissimo che manda Rocky al tappeto. Vedendo il suo pugile ormai abbattuto e dolorante, Mickey urla disperatamente a Rocky di restare a terra, contrapponendosi persino al suo vice che invece afferma l’esatto contrario, incitando Rocky a rialzarsi. Adriana dalla platea resta sconvolta dalla brutalità dei colpi che i due atleti si stanno sferrando e teme per la vita di Rocky. Rantolando nel buio, ottenebrato dagli occhi quasi del tutto chiusi per le ferite, Rocky riesce a raggiungere le corde e, aggrappandosi ad esse, si rialza ancora una volta. Apollo resta perplesso della tenacia di Rocky, che non vuole cedere a nessun costo. All’ultimo round, un Apollo stremato si fa sorprendere dall’ennesimo atto di forza del proprio avversario che, schiavati due Jab del campione, colpisce Creed con una nutrita serie di terrificanti colpi al volto e al torace. Sembrerebbe che Apollo stia per cedere, ormai sopraffatto da una tale violenza, ma il suono della campana pone fine alle ostilità. - “Non ci sarà rivincita!” - riporta un Apollo distrutto - “E chi la vuole!” - sancisce Rocky con voce sommessa.

L’eroica resistenza di Rocky è la dimostrazione dell’incredibile forza di volontà di un uomo, il coraggio che supera la paura, la voglia di poter dimostrare a tutti di meritare l’opportunità che il fato gli ha riservato, la stenua perseveranza nel non darsi per sconfitto, indipendentemente dall’esito del giudizio altrui. Rocky diviene l’emblema del più debole che si erge sul più forte, colui che riesce a dimostrare il proprio valore a chi non ha mai creduto nelle sue capacità. Il finale del primo film, assoluto capolavoro, lascia spazio all’amore, pur allontanandosi dal lieto fine sportivo: Apollo vince ai punti ma Rocky è riuscito nella sua impresa. Urla il nome della moglie, richiamandola a sé, e in un abbraccio profondo i due amanti si perdono nel giorno più importante della loro vita. Noi stessi, con i nostri sguardi, ci perdiamo in loro, nel sorriso di Adriana e nei lineamenti stanchi ma mai domi di Rocky, che ritrovano vigore proprio nell’affetto dell’unica donna che abbia mai amato.

“Rocky”, girato in poco meno di un solo mese e con un budget relativamente misero (“solo” un milione), incassò ai botteghini di tutto il mondo più di duecentoventi milioni, venendo candidato a dieci premi Oscar. Alla fine, “Rocky” strapperà tre statuette all’Academy, tra cui quella per il miglior film e la miglior regia. Sylvester Stallone ricevette, dal canto suo, due nomination all’ambito premio, sia come miglior attore che come miglior sceneggiatore, eguagliando così lo straordinario record di Charlie Chaplin e Orson Welles. Circa quarant’anni dopo, Stallone riceverà la terza nomination all’Oscar della sua carriera, questa volta come miglior attore non protagonista, ancora per il ruolo di Rocky nello spin-off “Creed”.

La saga di Rocky ha continuato ad emozionare nel corso dei successivi decenni, senza mai però raggiungere le vette artistiche del primo film. A mio giudizio, soltanto il secondo ha conservato gran parte del fascino della prima pellicola, dandoci la possibilità di vedere Rocky alzare al cielo la cintura del campione. Da lì in poi gli scenari cambieranno drasticamente: Rocky abbandona a tutti gli effetti la periferia e la sua vecchia vita fatta di sacrifici per intraprenderne una nuova, di certo agiata, in una lussuosa villa. La carrellata dei futuri nemici di Rocky sarà pittoresca, quasi come se si trattasse di una Galleria di Villan da fumetto: Labbra Tonanti (interpretato dal Wrestler Hulk Hogan), Clubber Lang, Ivan Drago (forse il match più famoso dopo quello con Apollo), Tommy Gun e Mason Dixon. Nonostante le atmosfere cambino e si vada sempre più a mostrare aspetti sicuramente votati all’azione e alla spettacolarizzazione degli incontri a discapito del dramma iniziale, i personaggi principali proseguono nella loro crescita, mostrando sempre uno sviluppo lineare nei loro rapporti. La scomparsa di Mickey, unica figura paterna nella vita del protagonista, segna Rocky, così come l’amicizia con Apollo gli donerà ulteriore forza. L’addio dell’ex campione del mondo sarà uno shock anche per noi spettatori, che mai abbiamo indicato Apollo come un nemico bensì come un avversario prima e un alleato dopo. E’ questa una grande differenza, i successivi antagonisti non avranno mai lo stile di Creed né la sua simpatia e sbruffoneria, recheranno con loro solo un’aggressività apparente; saranno esclusivamente dei nemici e non avversari sportivi. Gli alti e bassi nella saga proseguiranno fino al sesto ed ultimo capitolo in cui si tornerà alle atmosfere iniziali, riportando Rocky a dover affrontare il dramma della vita, non più soltanto quello della boxe. E’ morta l’amata Adriana e come ci verrà mostrato in “Creed – Nato per combattere” morirà anche Paulie. Rocky si ritrova di nuovo solo, a dover vivere nell’eterno ricordo della sua amata, riaffacciandosi su quel mondo che non vedeva da troppi anni, da prima di ricevere quella sua unica occasione. E’ un ritorno al passato. Neppure la comparsa di un male riuscirà a piegare lo spirito combattivo dell’ex pugile: un invito umano e generoso a non arrendersi mai, perché la vita dà e toglie, possiamo soltanto scegliere fin quando combattere le nostre battaglie, cercando di resistere nel nostro “angolo prediletto”, quanto più possiamo.

E’ questo che ha sempre testimoniato Rocky: la forza di non arrendersi mai. Prima ancora che con i guantoni io ricordo Rocky così: intento a parlare con le sue tartarughine, quando viveva abbandonato, quando ancora non aveva cominciato a combattere le sue sfide più grandi, quando ancora non s’era imbattuto in Adriana, innamorandosi immediatamente, quando doveva ancora cominciare a vivere. Un’immagine semplice, che si ricorda così bene perché è proprio da lì che si sarebbe delineata una nuova vita, di quelle intense, piene, indimenticabili.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Anno: 1954, una spedizione archeologica rinviene, da uno scavo nei pressi delle sponde del Rio delle Amazzoni, un fossile di straordinario valore. Si tratta di ciò che rimane di un arto superiore appartenuto a una creatura mai classificata dall’uomo. Una scoperta di tale valenza non può non destare grande interesse nel paleontologo David Reed e nella dottoressa Kay Lawrence (Julie Adams), affermati ricercatori di fauna e flora marina, nonché studiosi di anfibi ed esperti dei processi evolutivi che ne hanno permesso l’adattamento delle specie dal mare alla terraferma. Appresa la notizia del ritrovamento, i due, mossi da un avvolgente entusiasmo, si mettono a capo di una seconda spedizione archeologica verso l’Amazzonia per tentare di rinvenire altri reperti così da ricostruire l’essere vivente a cui apparteneva l’arto venuto alla luce tra gli strati rocciosi. Giunti sul sito oggetto dello scavo, gli archeologi s’imbattono in una laguna conosciuta, nelle credenze popolari dei pescatori autoctoni, come un luogo di morte. La laguna veniva, infatti, descritta come un paradiso terreno mai realmente perscrutato, poiché chiunque si sia avventurato in quelle acque non è mai tornato indietro per farne racconto. I ricercatori decidono comunque di mettere una barca in acqua e perlustrare la laguna. Essa si presenta come una zona circoscritta, isolata dal resto del fiume, essendo cinta da una folta vegetazione in cui sembrano essere sopravvissuti diversi esemplari di flora preistorica. La laguna nera, così viene chiamata dai naviganti che spesso risalgono il Rio delle Amazzoni, è un luogo appartato, avulso dalla natura esterna ai propri confini, dove per un inspiegabile destino, quelle acque sono sopravvissute alle ere del mondo, mantenendo le esatte caratteristiche dell’habitat originario. Intanto dagli abissi emerge una creatura che osserva incuriosita l’imbarcazione: è il mostro della laguna nera.

Il mostro, mimetizzandosi tra le grosse piante del fondale lacustre, attende con predatoria pazienza, studiando i movimenti degli incauti invasori giunti a disturbare la quiete della sua dimora. La biologa Kay Lawrence, rimasta sola sul ponte, decide di concedersi una nuotata nelle limpide acque del fiume.

Comincia così la sequenza più famosa dell’opera di Jack Arnold. Kay, con indosso un bianco costume, nuota sulla superficie, spingendosi di tanto in tanto nelle profondità dello specchio lacustre. Il mostro, scrutando i movimenti della ragazza, affiora dal fondale e fa per portarsi verso di lei. La camera si “tuffa” in acqua seguendo il moto della strana creatura che adesso è più che mai intenzionata a dirigersi verso la protagonista. Arrivato in prossimità della donna, il “Gill-man” (così sarà chiamato dopo il successo del film) le si pone poco al di sotto, nuotando quasi in maniera sincronizzata con lei. Il regista procede secondo due inquadrature differenti, tentando di demarcare i confini della terra, intesa come ambiente facilmente visibile, e della laguna, rappresentata invece come un luogo di difficile scernimento. In superficie vediamo Kay nuotare beatamente senza rendersi conto della minaccia che la segue a poca distanza. Contemporaneamente, il cineasta alterna le inquadrature sott’acqua ponendo l’attenzione sull’altro “mondo”, quello della laguna, dove l’insolita creatura scruta la sagoma della donna.  La scena in questione è entrata nell’immaginario collettivo per l’indubbia valenza sensuale, che vede il mostro seguire la donna, mirandola con innato desiderio. Il bianco costume risalta splendidamente nella trasparenza dell’acqua, venendo raggiunto dai raggi solari che ne amplificano la nitidezza in superficie. La creatura, dal basso verso l’alto, ammira le generose forme della donna, una splendida Julie Adams, accentuate a dismisura dalle movenze aggraziate e dai gesti armonici che la ragazza compie immergendosi ripetutamente nello specchio d’acqua. Kay si lascia andare sotto la superficie, ruotando su se stessa e compiendo alcune giravolte, che esaltano i tratti sensuali del suo corpo. Il mostro si avvicina ancor di più alla dama, allungando la mano, quasi a sfiorarle le esili gambe. L’arto della creatura, del tutto simile a quello ritrovato nello scavo, avanza lentamente per poi indietreggiare di scatto, come se volesse lambire la giovane senza però lacerare la sua candida epidermide, così fragile e delicata. Kay avverte la sensazione di essere stata toccata da qualcosa, ma crede ingenuamente che si tratti solo di filamenti d’alga o d’innocui corpuscoli trasportati a migliaia dal lento flusso delle correnti lacustri.  I membri dell’equipaggio notano sulla barca l’assenza della collega e quindi la invitano, non appena scorta in acqua, a risalire sulla chiatta. Una volta a bordo, Kay si accorge che le reti immerse in precedenza sono state strappate con forza. Turbata e impallidita rivolge lo sguardo in direzione della laguna e in quel preciso istante comprende che qualcosa di pericoloso nuota tra quelle acque apparentemente tranquille.

Il Gill-Man si palesa agli uomini nella notte, salendo sull’imbarcazione e terrorizzando gli scienziati.  Kay fugge dalla barca, cercando riparo sulle sponde rocciose, ma il mostro la insegue. Alcuni dei più coraggiosi tentano di fermare la creatura, trovando la morte per mano del mostro che li uccide uno dopo l’altro senza pietà. Raggiunta Kay, il Gill-Man protende verso di lei le sue lunghe braccia mentre la donna, atterrita, si accascia a terra. La creatura sembra non volerle fare del male, e comunque la prende in braccio e la porta con sé. Le urla della ricercatrice attirano però il resto degli uomini che riescono a mettere in fuga l’animale colpendolo con armi da fuoco. E’ il preludio che un conflitto del tutto particolare sta per accendersi tra il mostro e gli uomini di scienza, desiderosi da un lato di catturare una creatura così unica ma dall’altro di proteggere la biologa, oggetto d’attenzione da parte del Gill-Man. Tuttavia, dopo qualche giorno, ormai stanchi e numericamente dimezzati, decidono di abbandonare la laguna.

La creatura riesce, però, a impedire loro di partire, creando una temporanea diga, costituita da materiale di risulta assieme a dei grossi tronchi che ostruisce il passaggio. Con questo stratagemma il mostro riesce ad avere la meglio sulla ragazza la quale viene portata via e trattenuta in una delle tante caverne adiacenti la laguna. Deposta la malcapitata sulla nuda terra, il mostro non fa in tempo neppure a sfiorarla che sopraggiunge David per cercare di sventare quel rapimento che sa d’inverosimile. L’uomo fa fuoco sulla bestia già in precedenza ferita dalle punte acuminate delle fiocine in uno dei tanti combattimenti in acqua. Il Gill-Man viene allora fuori dalla caverna ormai morente, e barcollando, reggendosi a malapena, va a gettarsi nelle acque della laguna.

  • Il commento

L’opera di Jack Arnold è considerata un classico del cinema fanta-horror, e il Gill-Man è ampiamente annoverato tra i grandi mostri della Universal. Alla sua uscita nelle sale, il film venne proiettato in 3D, sfruttando al massimo il formato stereoscopico con cui fu girato. L’affascinante apporto fotografico e le suggestive riprese subacquee risultano ancora oggi di assoluto spessore e contribuirono largamente alla riuscita del film. Gran parte del successo dell’opera è da riscontrarsi nello straordinario lavoro dei costumisti Bud Westmore e Millicent Patrick (disegnatrice) che crearono una sorprendente tuta in calzamaglia di grande effetto e verosimiglianza, a cui solo successivamente furono applicate le squame. Il costume della creatura venne realizzato colorandolo di verde e d’oro. Per la testa si scelse il lattice. Durante le riprese sott’acqua il costume del mostro fu indossato dal nuotatore Rocou Browning che diede al Gill-man dei movimenti nel nuoto spiccatamente umani, mentre per le riprese in barca o sul terreno, il mostro venne impersonato da un mimo che conferì alla creatura delle movenze sapientemente studiate per combinare atteggiamenti sia animaleschi che umani. La testa fu il vero fiore all’occhiello della realizzazione: gli occhi del mostro, così penetranti, erano in grado di esprimere le emozioni dell’anfibio, e il volto risultava essere una miscellanea di tratti e lineamenti comparabili alla fauna marina. Gill-man era a tutti gli effetti concepito per essere una creatura a metà tra l’essere umano e l’animale. Il film oggi può apparire piuttosto semplice nella sua esecuzione, anche fin troppo breve (dura appena 75 minuti), ma continua a mantenere il suo fascino,  la sua carica di cult del genere, grazie alle numerose interazioni tra il mostro e i protagonisti, cosa inusuale e molto impegnativa per quel tempo, e alle spettacolari inquadrature in tutta la laguna.

"Il mostro della laguna nera" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il lungometraggio si presenta come un avventurosa storia fantascientifica, ma il lavoro di Arnold riesce a suscitare profonde tematiche dietro la fatiscente confezione di “monster-movie”. I protagonisti dell’opera, David e Kay, hanno incentrato gran parte del loro lavoro su uno studio costante delle teorie evoluzionistiche e dei rimandi ipotetici alla teoria dell’Anello mancante, l’elemento intellegibile per comprendere appieno l’evoluzione dell’uomo. I due sembravano vivere attendendo un avvenimento in grado di offrire una possibilità per carpire una sola risposta alle loro innumerevoli domande: l’accadimento che aspettavano da tempo fu proprio il ritrovamento dell’arto di una creatura appartenente alla specie del Gill-Man. Il mostro si configura perciò come un essere preistorico, sopravvissuto incredibilmente all’estinzione e rifugiatosi tra le acque di quella laguna sperduta. Il Gill-man è l’ultimo esemplare di una specie mai realmente conosciuta dall’uomo, che però sembra avere in qualche modo un legame con esso, esplicato, ad esempio, dall’andatura eretta. Il Gill-Man è il passaggio mancante, probabilmente una forma di vita intrappolata a metà. Durante lo scorrere del film più volte gli scienziati affermano di credere fermamente che l’universo sia popolato da extraterrestri in altrettanti pianeti inesplorati. Si pone l’accento quindi sulla possibilità che nell’ignoto si nasconda la vita. Quella laguna è un ecosistema sconosciuto, e proprio laggiù, nei meandri di quelle terre, sole e abbandonate, alberga una vita mai davvero compresa. Il Gill-Man è ciò che David e Kay stavano attendendo da sempre, una contraddizione vivente che dia una risposta pur suscitando un nuovo interrogativo. Il mostro della laguna nera è un essere schivo e isolato, triste e violento, che non esita a eliminare selvaggiamente chiunque gli si ponga davanti. La natura mostruosa della creatura si scontra però con la predisposizione del suo sentimento, una caratteristica umana che porta il Gill-Man a provare un’attrazione passionale verso Kay, la donna che contempla dalle profondità di quello specchio lacustre.

Come per King Kong, anche il Gill-Man finisce per innamorarsi della bellezza, della grazia, in un afflato di desiderio sensuale. Julie Adams, meravigliosa con indosso il bianco costume, incanta la creatura, assoggettandola alle proprie fattezze. L’indole attrattiva del mostro, a differenza del capolavoro “King Kong”, è però solamente accennata, non è invece il cardine del film gioiello di Arnold, o per lo meno, non sembra esserlo, poiché il regista dedica più spazio alle scene d’azione subacquee che all’amore dell’animale per la donna. L’agire che sospinge la creatura è dettato totalmente dal desiderio di avere Kay, e ciò lo porterà a scontrarsi inevitabilmente con gli uomini. L’amore cruento della creatura per la donna permea quindi l’intero film pur non essendo mostrato in maniera plateale.

Il meccanismo che permette agli spettatori di comprendere l’agire del mostro, pur discostandosi dalla sua violenza, coincide con la solitudine emanata dalla creatura. Il Gill-Man rapisce Kay perché desidera una compagna con cui condividere la sua esistenza. Il mostro resta però tale perché non riesce ad allontanarsi da ciò che rappresenta la sua stessa essenza: l’incapacità di mostrare alcuna tenerezza nei confronti della donna rapita. Se King Kong sceglieva di morire in modo struggente, con lo sguardo rivolto alla sua Ann sull’Empire state Building, il Gill-Man fa solo in tempo a rimirare una Kay impaurita all’interno della caverna, prima di venire colpito a morte dagli ultimi scienziati accorsi, in una sequenza di sicuro meno evocativa e commovente. La ragazza si mette così in salvo riabbracciando David, mentre il mostro, piegato nel corpo e nello spirito, si lascia cadere in acqua. La scena finale indugia sul Gill-Man, apparentemente senza vita, che scompare nell’oscurità della laguna.

Qual è l’anello mancante tra la creatura mostruosa e noi spettatori? Cos’è che più ci accomuna, dunque? Il sentimento, in poche e semplici espressioni riassuntive: la malinconica idea di un amore tragico sin dal principio!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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