Vai al contenuto

Terminator - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Devo ammettere che non ero affatto a conoscenza delle pieghe che la storia avrebbe preso nel secondo capitolo della saga di “Terminator”. Eppure, un dubbio mi assalì quando guardai per la prima volta il lungometraggio del 1984. Osservando la caccia che coinvolse i fuggitivi, Sarah e Kyle, e che venne portata avanti con infaticabile devozione dal cyborg, a cui Arnold Schwarzenegger prestò le sue nerborute fattezze, non potei fare a meno di pormi il seguente interrogativo: se un Terminator venisse programmato per difendere, invece che per attaccare, cosa potrebbe accadere? Esso costituirebbe una difesa non solo “rocciosa”, ma pressoché indefessa. Il Terminator vigilerebbe giorno e notte sul soggetto verso cui le sue attenzioni sono state a ben riguardo “indirizzate”. Una macchina distruttrice si tramuterebbe in un protettore possente quanto infaticabile. Per me non rappresentava che una mera ipotesi. Rimasi comunque scettico circa la possibilità di poter vedere un cyborg di tale natura “tramutato” in una sorta di guardia del corpo. Mi ripetevo che, come descritti dal guerriero Kyle Reese, i “Terminators” non conoscessero paura, rimorso, stanchezza, pietà. Erano stati concepiti per annientare gli uomini, plasmati tra le fiamme di una fucina affacciata su una voragine infernale, al solo scopo di procurare dolore. Ciononostante, quando recuperai per la prima volta “Terminator 2” rimasi piacevolmente colpito. La macchina assassina era stata riprogrammata, e il T-800 vestiva adesso i panni di un vigilante.

James Cameron spiazzò le attese del periodo e realizzò un sequel innovativo e spettacolare. L’antagonista del primo film tornava mantenendo un aspetto del tutto somigliante a quello che aveva il suo tristo predecessore, tuttavia, il suo ruolo venne invertito, da efferato assalitore il Terminator di Schwarzenegger indossò le vesti dello stoico difensore di Sarah Connor e del figlio, il futuro guerriero John. Il T-800, questa volta, se la sarebbe dovuta vedere contro un nuovo Terminator, un modello T-1000, maggiormente potente e ancor più imbattibile. Se nel primo lungometraggio di Cameron, la sfida dell’uomo contro la macchina costituiva il fulcro narrativo dell’opera, per il sequel il cineasta scelse di porre su fronti opposti le due creazioni “partorite” dell’intelligenza artificiale Skynet. La macchina si scontrerà contro un’altra macchina, in un duello senza esclusione di colpi.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” è un sequel stupefacente, che si pone ad un livello paritario se non addirittura superiore rispetto al capostipite della propria saga. Come spesso è accaduto per le produzioni del regista James Cameron, il budget per la realizzazione del film fu impressionante. I costi superarono i 100 milioni, ma i guadagni e i responsi critici ripagheranno ampiamente le spese: “Terminator 2” sarà il film di maggior successo dell’anno, e vincerà quattro premi Oscar su sei candidature. La pellicola è una lunga e inarrestabile corsa effettuata tra la notte e il giorno per ricercare una doppia salvezza: quella dei nostri protagonisti, Sarah e John, vigilati da un guardiano che farà quanto è in suo potere per difenderli, e quella relativa alla razza umana, sulla quale pende una minaccia per l’imminente creazione di Skynet. Il film è permeato da un’atmosfera avvincente, ed è in particolar modo scandito da fantastiche sequenze d’azione che lasceranno attoniti anche coloro i quali sono meno propensi a conturbarsi davanti ad un trucco scenico ben congegnato o ad un articolato effetto speciale.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” riprende a raccontare la storia là dove l’aveva interrotta. Sarah è molto cambiata da quella notte in cui perse la vita Kyle Reese per darle la possibilità di trarsi in salvo. Quando Reese spirò, ciò che restava del busto in endoscheletro metallico del Terminator riprese ad animarsi e, strisciando, continuò il suo folle proposito di neutralizzare la donna. Sarah riuscì a terminare definitivamente la macchina, schiacciandola sotto il peso di una pressa idraulica. Fu in quel momento che lei cominciò la sua ascesa. Sarah andrà incontro ad un’evoluzione evidente rispetto al primo film, nel quale era una giovane donna, dolce e spaventata, vittima di eventi avversi, di una caccia spietata perpetrata da un predatore impossibile da arrestare. Tale fuga, per scampare alle intenzioni fatali del terminator, l’aveva resa una preda indifesa, la cui unica tutela era garantita da un uomo, il padre del suo futuro figlio. In “Terminator 2”, Sarah verrà rappresentata come una donna forte, atletica, un’esperta di armi da fuoco e del combattimento corpo a corpo. Ella è pronta a battagliare per scongiurare l’olocausto nucleare che Kyle le raccontò. Sarah è una delle grandi protagoniste del cinema di James Cameron: come Ellen Ripley di “Aliens”, Sarah è audace, una madre che non contempla alcuna resa quando si tratta di difendere il suo unico figlio; e come Rose di “Titanic”, ella è una donna in grado di vivere con fierezza, di affrontare le asperità che la vita le pone sul proprio commino, e di restare eternamente legata al ricordo di un primo e indimenticabile amore.

Nel sequel di “Terminator”, colpisce la naturalezza con cui il pubblico instaura un feeling spontaneo con il T-800. Quel cyborg ha i medesimi connotati fisici del brutale assalitore che tentò, fino allo stremo e oltre, di uccidere la nostra protagonista, Sarah Connor, e che riuscì ad annientare il coraggioso guerriero Kyle Reese, compagno di Sarah e padre inconsapevole di John. Sebbene verso il robot non potremmo che, da subito, nutrire la stessa diffidenza provata da Sarah, quando questa si imbatterà nuovamente nella macchina che ha il medesimo aspetto del suo indimenticato assaltatore, noi spettatori riusciamo comunque a simpatizzare con l’agire sincero del Terminator: ciò perché senza remora alcuna riponiamo in lui la nostra fiducia. Con una scrittura curata e intelligente del personaggio, il T-800, da cattivo, venne mutato in un protagonista d’indiscussa caratura eroica, in grado di far breccia nel cuore del pubblico come un guardiano silenzioso scelto per essere l’estrema difesa.

E’ il concetto di “difesa” un aspetto interpretativo importante e ricorrente del film. In “Terminator”, Kyle Resse ammetteva d’essere tornato indietro nel tempo per proteggere Sarah, una donna la cui fama leggendaria precedeva la conoscenza del suo vero aspetto. In pochi sapevano realmente chi fosse Sarah Connor, e ancor di meno quale conformazione avesse il suo viso. Nessuno sapeva il colore dei suoi occhi, o che i suoi lunghi capelli erano, in verità, biondi. Eccetto Kyle, a cui John Connor, conscio d’essere suo figlio, darà una fotografia della madre in modo che Kyle cominci a conoscerla. Kyle si innamorerà dei lineamenti di quel volto, imparerà a scoprire ogni curva d’epidermide di quella giovane donna, immortalata in uno scatto fotografico a cui rimase tanto legato. Kyle era prontamente disposto a dare la sua vita per Sarah quando fu scelto per incarnare l’ultima difesa della donna: è questo l’atto d’amore più grande espresso dai due film di “Terminator”, quello relativo al “difendere” ciò che amiamo. Kyle morirà per dare una speranza alla sua amata, Sarah, la quale, a sua volta, sarà pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere il figlio. La stenua difesa dei protagonisti umani subirà una nuova analisi in “Terminator 2 – Il giorno del giudizio”, quando il T-800 dimostrerà di poter essere anch’esso una difesa inossidabile.

La lotta spossante che coinvolge il T-800 con il T-1000 è una battaglia in cui il male, personificato nel Terminator di nuova generazione, non solo si manifesta come una forza oscura ma anche e di certo per nulla scalfibile. Se il T-800 poteva essere distrutto dopo una serie di violenti attacchi eseguiti con grosse armi da fuoco, il T-1000 vanta una capacità rigenerativa infusa in lui dal materiale con il quale è stato costruito; ad ogni colpo subito, la lega di metallo liquido che riveste l’androide pare deformarsi per poi tornare allo stato iniziale come se non fosse successo nulla. Ma non solo, tale lega mimetica gli permette di assumere la forma degli oggetti che lambisce o delle persone che tocca. Il male in “Terminator 2” potrebbe celarsi ovunque, usufruire di ogni forma e adoperare ogni possibile voce per attirare a sé le vittime designate.

Il Terminator mandato indietro nel tempo per proteggere John dovrebbe essere il primo T-800 “riprogrammato” per garantire un’azione non più votata all’eliminazione ma alla salvezza. Se in principio le macchine erano soltanto fautrici di morte, lui sarà il primo cyborg a farsi garante di un atto protettivo. Nulla lo avrebbe fatto demordere dalla sua missione, nessuna ferita, nessun patimento, niente avrebbe fermato il Terminator dal suo intento primario: difendere John e Sarah a qualunque costo. Il T-800 ripete proprio quella frase che Kyle disse alla donna di cui era innamorato: “vieni con me se vuoi vivere!”. In quest’affermazione trapela la testimonianza di un affetto votato alla protezione assoluta.

Il T-800 di “Terminator 2” è un androide atipico, il primo ad aver subito un cambiamento delle proprie direttive. Nella sua peculiare situazione, incentrata sulla difesa e non più sull’attacco omicida, il Terminator sembra “aprirsi” ad una maggiore comprensione dell’agire umano. Si domanderà, tra le tante cose, perché le persone piangono. L’interpretazione di Arnold Schwarzenegger, non più una maschera fissa e impenetrabile di rabbia e odio, rimarcherà questo aspetto della personalità della macchina. La mimica, in diverse scene, sembra cambiare, il Terminator non ha più un volto meccanico e indecifrabile, freddo e distaccato. In particolare, quando nella fonderia si rivolgerà a John e gli dirà di allontanarsi, il cyborg avrà uno sguardo comprensivo, e assumerà un’espressione che sembra trasmettere l’idea che il Terminator sia conscio dell’affetto che il giovane ha iniziato a provare per lui, considerandolo alla stregua di un padre. Ancora il T-800 dirà al giovane, quando la sanguinosa battaglia volgerà al vittorioso culmine, che ha ben capito perché noi esseri umani piangiamo, eppure, il suo sistema gli impedisce di poterlo fare.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” sembra ricercare, mediante un’indagine introspettiva, un barlume di umanità negli ingranaggi meccanici del cyborg. Il rapporto empatico venutosi a creare con questo androide raggiungerà il suo massimo nella scena finale, in cui il Terminator sceglierà volutamente di uccidersi, facendosi sciogliere in una vasca di acciaio fuso. Con la sua dipartita, potrà cambiare gli eventi apocalittici previsti per il 1997. La sua mano sarà la sola parte del corpo che permarrà per qualche istante sopra la superficie del fluido incandescente: le sue dita simuleranno il gesto di un “ok”. In quell’ultimo saluto, il robot mimerà un cenno tipicamente umano.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare i nostri articoli:

Recensione e analisi "Terminator". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

Speciali di Cinema - "Con gli occhi di James Cameron". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

2

Ellen Ripley e Newt - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’Alien si era insinuato tra gli angoli celati alla vista della “scialuppa di salvataggio”, sulla quale il tenente Ellen Ripley aveva trovato riparo poco prima dell’autodistruzione della nave madre Nostromo. Ellen era l’ultima sopravvissuta di un equipaggio sterminato barbaramente da un predatore ostile. La donna si accorse della presenza della creatura, quando essa sbucò dalla stiva di bordo in stato di semi-incoscienza. Ellen, sconvolta dalla presenza dell’essere, ebbe comunque il tempo per nascondersi, e in particolar modo sfruttò il momento propizio per razionalizzare il terrore esagitato in lei dal mostro. Concepì così un rischioso piano per sbarazzarsi definitivamente dell’extraterrestre. Il giorno in cui quella forma di vita sconosciuta e aberrante fu spazzata via dallo scafo dell’astronave e si perse nello spazio sconfinato, la paura nella sua essenza più perfida e angosciante fu domata. Il terrore venne assoggettato al volere di una donna. La paura venne allontanata, e si dissolse come un incubo che sparisce al momento del risveglio. Tuttavia, ciò che aveva visto e affrontato il tenente Ripley non poteva essere dimenticato con la medesima semplicità con cui i brutti sogni vengono accantonati al sorgere del sole. L’Alien era arrivato dall’oscurità, ed era nero come la pece. Nulla poteva schiarire la sua immagine, e niente poteva addolcire il ricordo di un simile orrore. Lo Xenomorfo era un incubo primordiale di fattezze bestiali. Dopo aver trionfato, Ellen doveva ultimare il suo viaggio e far ritorno a casa, alla volta della Terra…verso la sua figliola. Nella versione speciale di “Aliens” di James Cameron, si scopre, infatti, che Ellen Ripley era madre di una bambina. Un dettaglio di grande valenza, soprattutto se considerata l’iconografia che il ruolo di una “madre” riveste nel lungometraggio di fantascienza.

  • Il sequel di “Alien”

Aliens – Scontro finale” fu il seguito del capolavoro fantascientifico “Alien”. Cameron, regista di “Aliens”, aveva appena ultimato le riprese del suo primo cult, “Terminator”, e si apprestava a scrivere una nuova pagina importante della sua carriera. Girare un secondo capitolo del thriller fantascientifico, dalle venature orrifiche della già pietra miliare di Ridley Scott, era un’impresa dal successo tutt’altro che scontato. Cameron sapeva che Scott, con quell’atmosfera cupa e opprimente del primo “Alien”, e col quel mistero inscenato secondo un’accurata progressione sequenziale degli eventi che avrebbero portato l’Alien a manifestarsi con gradualità nelle sue minacciose intenzioni, aveva già detto molto su quell’essere dalla natura enigmatica e fascinosa da dover essere mantenuta tale. Il regista statunitense sapeva che doveva fare qualcosa di diverso, andare oltre, “esagerare”. Con “Aliens” Cameron realizzò un sequel che espanse la mitologia introdotta e perfettamente trattata nel primo, indimenticabile episodio; egli doveva puntare al culmine e coniugare l’azione con la narrazione, il ritmo con la riflessione. Non sarà più soltanto un alieno ad essere l’imperscrutabile antagonista che si cela nel buio e fuoriesce, in maniera fulminea, impietrendo la sua povera preda. In “Aliens” gli Xenomorfi compaiono a dozzine, il pericolo viene esasperato nonché avvertito con mortifera costanza, e il senso di allerta viene reso preminente proprio perché incarnato in tanti esseri astiosi che attaccano con frenesia. Gli Xenomorfi visti in “Aliens” “vengono fuori dalle pareti” claustrofobiche di una caverna, sfuggono abilmente alla vista degli uomini per poi apparire di colpo, dimostrando grande intelligenza nel mimetizzarsi camaleonticamente con l’ambiente circostante e attaccare coloro che non riescono a distinguerli dai muri nei quali vi si occultano. Così facendo, gli Xenomorfi somigliano a un male di sicuro non percettibile, che piega le sicurezze dell’uomo, da sempre predatore in cima alla catena alimentare, qui invece estromesso senza preavviso, e prepotentemente gettato giù da quell’apice piramidale per essere calpestato.

“Aliens” fu inoltre la prima, vera testimonianza del particolare talento di Cameron. Faccio riferimento alla peculiare abilità del cineasta nel girare i “sequel”. Solitamente, i “seguiti” tendono a rivelarsi inferiori se confrontati agli originali: Cameron sovvertirà il luogo comune, dapprima con il suo “Aliens – Scontro finale” e in seguito con “Terminator 2 – Il giorno del giudizio”, due pellicole d’indiscussa bellezza e dal ragguardevole successo. Tutt’oggi, entrambe permangono come prove inconfutabili, che certificano come tali seguiti siano, non solo degni successori di capostipiti divenuti opere di culto, ma addirittura, secondo i pareri di tanti, superiori ad essi. “Aliens” è un film denso, corposo (l’edizione speciale supera le due ore e mezza di durata), ricco di suspense, strutturato secondo un susseguirsi di molteplici scene intense che alternano momenti introspettivi ad altri in cui l’azione più spettacolare la fa da padrone. “Aliens” è la lotta dell’essere umano contro la natura più avversa, dell’uomo contro una bestia dalla laida fattezza. “Aliens - Scontro finale” è un bellissimo lungometraggio di fantascienza, che può vantare la pregevolissima interpretazione di Sigourney Weaver, candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista.

  • Donna…

Ellen, ancor prima di partire per la sua missione sulla Nostromo, come dicevo, era una mamma. Dopo essere miracolosamente scampata agli attacchi del mostro alieno, per fare ritorno sulla Terra, Ellen innestò il pilota automatico della navetta, e proseguì nel preparare quanto era necessario per il sonno criogenico, inevitabile per sostenere il viaggio di ritorno, all’interno di una capsula. Ellen si abbandonava così al mondo dei sogni, dopo aver vissuto con gli occhi sbarrati un incubo in carne ed ossa.

Trascorrono tanti anni dal quel giorno, 57 per la precisione, molti di più di quanti erano stati inizialmente previsti dall’ufficiale superstite del Nostromo. La navetta di salvataggio su cui riposa, dormiente e da poco più di mezzo secolo Ellen Ripley, viene scorta da un’astronave della stazione di recupero Gateway. Ellen viene ritrovata e risvegliata dal suo stato di ipersonno. Scoprirà, con dolore, che la sua amata figlia, divenuta sessantenne, è morta in seguito ad una malattia. Sebbene la straziante esperienza con lo Xenomorfo sia oramai un ricordo, il panico vissuto torna a manifestarsi in lei, specialmente quando Ellen dorme. L’Alien si configura nuovamente come un incubo d’origine ignota, un male ansiogeno in grado di spezzare il corpo di un essere prossimo a morire o di turbare, in egual maniera, la psicologia di chi è riuscito a sottrarsi alla sua presa mortale.

Nei suoi sogni agitati, Ellen rivive sulla propria pelle la terrificante scena della nascita dell’Alien. Lo Xenomorfo nasce attraverso una macabra azione parassitoide, compiendo una violenza fisica devastante e uccidendo il corpo che lo ha ospitato. Ellen rammenta con orrore tale orripilante nascita. Lei, una donna che un tempo aveva messo al mondo anch’ella una vita e che aveva sofferto il dolore del parto per poi stringere tra le braccia la sua neonata, una creatura dolce, bella e innocente, resta inorridita nel soffermarsi a rievocare quanto la venuta alla luce di uno Xenomorfo sia uno stupro e un parto d’immonda natura. Non riuscendo a sopportare più i suoi incubi, Ellen accetta di partecipare a una pericolosa missione con l’intenzione di distruggere le restanti uova degli Alien sul sistema LV-426. Decide così di tornare in quel pianeta in cui la sua squadra di sbarco rinvenne l’uovo dell’Alien. Tale pianeta è stato recentemente terra-formato e colonizzato dagli esseri umani. I membri della Compagnia Weyland-Yutani recatisi sul suddetto pianeta non rilasciano da tempo più alcuna comunicazione, ed Ellen crede che tutti siano stati catturati dagli esseri e sfruttati per la nascita di quelle forme di vita extraterrestri.

Ellen cerca di mettere in guardia i marines dai pericoli legati al mostro, ma questi non sembrano dare affatto peso alle parole del Tenente, convinti di avere dalla loro la forza perentoria delle armi e la scaltrezza eroica tipica dei grandi combattenti. Ellen risulta essere l’unica donna in una squadriglia di soldati composta da soli uomini. In verità, tra loro vi è un’altra donna, Vasquez, ma quest’ultima viene anche lei rappresentata con un aspetto marcato, rude, del tutto somigliante a quello dei corrispettivi compagni di “plotone”. Sembra esserci un’astratta linea di demarcazione che separa la protagonista, conscia del male a cui stanno tutti per andare incontro, dagli uomini facenti parte di questa “squadra d’assalto”, quasi tutti ingenui e spiccatamente arroganti. I guerrieri in questione credono di poter contare sulla supremazia bellica delle loro avanguardistiche armi, non curandosi dei pericoli portati da una razza aliena sorta da una natura indomabile e oscura, che non conosce rimorso né paura. La virilità maschile personificata da questi soldati subisce, se confrontata alla saggezza femminile di Ripley, una rilettura negativa, tanto da rendere l’arroganza dei soldati una sorta di manifestazione plateale della loro mascolinità da sbruffoni. I soldati, giunti sul pianeta con stupida calma e una mal celata superbia, cominceranno ben presto a cambiare, perché si troveranno dinanzi una potenza predatoria incontrollabile, che farà vacillare completamente ogni loro sicurezza. Gli uomini, se in principio avevano assunto le spavalde vesti di implacabili guerrieri, verranno ora ridotti a inermi vittime sacrificali, prede del volere degli Alien. Tra i membri dell’equipaggio soltanto Hicks (Michael Biehn), e l’androide Bishop (Lance Henriksen) verranno rappresentati con valori differenti, e non a caso saranno i soli a trarsi in salvo insieme a Ripley.

  • …Madre

Una volta discesi sul sistema LV-426, Ripley incontrerà una bambina, Newt, miracolosamente scampata alle grinfie delle creature. Con lei, Ellen instaurerà un profondo legame d’affetto che assumerà i contorni di un rapporto tra madre e figlia. Ripley, nel visino, turbato e reso sporco dal sozzo terreno, della giovane sopravvissuta, torna a rimirare la figlia perduta. Quando Newt verrà presa dalle creature e portata nel covo della grande regina, Ellen comincerà un’eroica ed estenuante corsa contro il tempo per salvarla. Le sequenze che vedono Ripley calare giù, sino ad avventurarsi nelle profondità delle caverne mantengono un ritmo incalzante. Ellen, per mettere in salvo la sua prole adottata, si troverà faccia a faccia con lo Xenomorfo regina. Ripley, da madre, sarà al cospetto di una creatura dalla mole gigantesca, anch’essa madre a sua volta, genitrice di una forma di vita che necessita di uccidere per poter ottenere vita propria. Ripley ingaggerà un violento scontro con la regina, che culminerà con la morte della raccapricciante creatura.

Ellen aveva rinvenuto la sua Newt nel momento in cui stava prevalendo la disperazione, e nell’istante in cui credeva di averla perduta per sempre. Fu l’urlo terrorizzato della piccola ad attirarla. Con quella forza e quell’audacia che può animare il cuore di una madre, Ellen si precipiterà verso il più arduo dei pericoli. Fu il grido di una piccola ad attrarre l’attenzione di una madre. Nello spazio nessuno può sentirti urlare, recitava la celebre Tagline dell’“Alien” del 1979, eppure, l’urlo disperato di una figlia richiamò a sé una madre perduta…così che potesse affrontare ancora una volta la paura più recondita e sconfiggerla.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Da leggere insieme al nostro articolo "Alien - Nello spazio nessuno può sentirti urlare", cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

2

"Wade Watts/ Parzival" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il logo della “Warner Bros”, gradualmente, si dissolve sino a scomparire del tutto dallo schermo, e le luci della sala cedono il passo al buio. Nel momento in cui i titoli d’apertura si materializzano, una musica riecheggia nell’aria. La musica di “Ready Player One” risuona con compassata “cadenza”, come se non volesse farsi udire in un ritmato crescendo. Non si appresta neppure a far “rintoccare” le eteree melodie, prodotte a volume basso, come a non voler dare l’idea di provenire da una zona remota, dalla quale, man mano ci si porti vicino si riesce a sentire, nel ritmo coinvolgente, al massimo del proprio suono. La musica, in “Ready Player One”, si propaga con un’intensità tale da coinvolgere istantaneamente lo spettatore. Il brano in questione è una canzone molto celebre: si tratta di “Jump”, uno dei maggiori successi dei Van Halen.

Quando “Ready Player One” inizia a mostrarsi in tutta la sua crescente spettacolarità, sarebbe opportuno lavorare di fantasia. Con un po’ d’immaginazione, ci si può trovare a teatro, nel momento in cui, con il sipario appena alzatosi, il coro dal Golfo Mistico si accinge ad “intonare” il primo tema musicale dell’Opera. La musica, si sa, quando dà il via al proprio scorrere ha, tra i suoi intenti, niente affatto celati, il desiderio d’introdurre rapidamente alle atmosfere del film tutti coloro che siedono in platea. Se la colonna sonora riesce a catturare in maniera immantinente le attenzioni degli spettatori il gioco è fatto. Continuando, ancora per poco, a immaginare d’essere a teatro, potremmo considerare “Jump” come una sorta di prologo decantato. Non soltanto per il valore nostalgico della canzone in sé, che naturalmente ci rimanda agli anni ’80, ma anche perché tale canzone ha nel titolo il profondo significato di “Ready Player One”. “Jump” recita l’estratto del ritornello, “Salta!” noi potremmo ribattere nella nostra lingua. E’ proprio nel coraggio di compiere l’azione del “saltare” che si cela la didascalica morale del lungometraggio di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Accompagnato dal pezzo dei Van Halen, il film comincia, seguendo il protagonista, Wade Watts, mentre viene giù da un alto palazzo con l’ausilio di una fune. Tutto intorno a Wade appare avvilente. Il protagonista è circondato da scenari consunti, caotici, come se la città fosse diventata un enorme agglomerato di rifiuti, un gigantesco ricettacolo di resti d’auto sozzi. Nel lento procedere di Wade per toccare terra, notiamo come tutte le persone, confinate nelle loro case, siano immerse in una realtà virtuale giocabile mediante un visore e dei guanti aptici. Anche Wade sta per raggiungere la sua postazione preferita per varcare i confini di OASIS. Le strade e le vie sono sormontate da palazzi dall’aspetto fatiscente. Le scenografie riscontrabili in “Ready Player One” rimandano alle ambientazioni che avvolgevano il piccolo robottino Wall-E, il quale svolgeva, in solitudine e da 500 anni, l’attività di “spazzino della Terra”. Spielberg ci conduce nel 2045, in un futuro dispotico in cui la sovrappopolazione e l’inquinamento hanno depauperato la natura e reso angusta la vita sul nostro pianeta. Le grandi metropoli sono decadute e la realtà circostante non offre che un paesaggio avvizzito dall’avidità umana.

La sola via di fuga è costituita da OASIS, il mondo virtuale partorito dal visionario James Halliday. Alla sua morte, come lascito, Halliday ha dato il via a tre difficilissime sfide per poter recuperare altrettante chiavi. Chi vincerà le sfide, le quali per essere aggiudicate necessitano la risoluzione di enigmi riguardanti sempre una parte importante della vita di Halliday, erediterà OASIS, e con esso il valore economico della creazione, nonché l’assoluto controllo.

Parzival guida sempre la DeLorean. Potete leggere di più su “Ritorno al futurocliccando qui.

 

Ready Player One” è un immenso buffet traboccante di squisite prelibatezze da assaporare con gli occhi, ad ogni battito di ciglia. I nostri sguardi famelici vengono così saziati dalle continue sequenze d’immagini che scorrono come succulente portate servite a ritmi frenetici, e cucinate da uno chef di prima grandezza, che risponde al nome di Steven Spielberg. Il regista vuol render satolli gli stomaci voraci di tutti coloro che traggono appetito dalla meraviglia della fantascienza. Il lungometraggio è una poesia tradotta in un tripudio d’immagini, declamata attraverso un eccezionale utilizzo degli effetti speciali e, attentamente, parafrasata con “figure retoriche” personificate in “avatar” che sfilano, come fossero su di un’immensa passerella. Spielberg è riuscito a catturare e a racchiudere nel palmo della propria mano l’essenza del romanzo, infondergli in essa il proprio inconfondibile tocco. “Ready Player One” è un madrigale alla cultura popolare degli anni ’80 ma non si limita a tributare con malinconia, ma trasporta il passato e lo mescola al presente degli spettatori e al futuro stesso dei protagonisti della storia, generando una soluzione unica, come un affresco universale.

Il Tirannosauro è uno dei simboli del cinema di fantascienza di Steven Spielberg. Potete leggere di più su “Jurassic Parkcliccando qui.

 

Cosa, alla fin fine, non rende tangibilmente visibile Spielberg nel suo film?! Egli traspone di tutto: il Tirannosauro, King Kong, Alien, la DeLorean di Ritorno al futuro, Joker, Harley Quinn, Batman, Batgirl, Robocop, persino sua maestà, il Gigante di ferro. Cosa si potrebbe dire, senza lasciarsi influenzare dalla sfera emotiva, su un film in cui vi è una lunga scena in cui combatte Gundam, fiancheggiato da quel Gigante buono concepito dalla mente di Brad Bird, contro il terrificante MechaGodzilla? E cos’altro si potrebbe aggiungere su un film che rilegge, sempre rispettando il proprio stile, il cult “Shining”, facendo sì che i propri personaggi vengano trasportati all’interno dello spaventoso “set” di Stanley Kubrick in una sequenza sbalorditiva? E’ arduo poter commentare, con giudiziosa razionalità, l’emozione pura emessa dallo stupore visivo dell’opera di Spielberg.

Il Gigante di ferro, protagonista dell’omonimo capolavoro d’animazione, riveste in “Ready Player One”, naturalmente, un ruolo eroico e audace. Potete leggere di più sul film “The Iron Giant” cliccando qui.

 

Ready Player One” possiede la forza indomita della natura selvaggia de “Lo squalo” e di quella preistorica di “Jurassic Park”. L’ultima pellicola di fantascienza di Spielberg fa filtrare, nei propri personaggi principali, quello stesso anelito di rivalsa che esortava i dinosauri a spezzare le catene imposte dagli uomini. Ancora, il film è permeato da quel senso d’adrenalinica avventura che la tetralogia di Indiana Jones ha sempre fatto emergere con impareggiabile maestria. La pellicola ha, altresì, nella bontà dei due protagonisti, Wade e Samantha, la dolcezza fiabesca di “E.T.”, e nel loro amore, la vena sognante di “Hook – Capitan Uncino”.  “Ready Player One” è, a mio parere, la quintessenza tributaria del cinema Spielberghiano, perché riesce a coniugare la magnificenza di quel tipo di sogno che Spielberg ci ha da sempre regalato, e per mezzo del quale trasformiamo, ogniqualvolta vogliamo, la quotidianità in una fantastica avventura, fatta di un impalpabile magia che tende sempre al lieto fine.

In “Ready Player One” Spielberg non cita e dissemina solamente, egli plasma una storia semplice ma avvincente, genuina ma al contempo capace di rilasciare un messaggio da apprendere. “Ready Player One” è un film vecchio stile. Pur potendo fregiarsi di un’estetica che non ha paragoni, e una narrazione calata in un contesto avveniristico, ricorda le pellicole di un tempo, con quel particolare taglio che soltanto Spielberg sapeva e sa dare. Si tratta di un’opera che mi ha riscaldato il cuore nell’egual maniera di come facevano i film che vedevo da bambino, quelli impressi sul nastro di una videocassetta. “Ready Player One” ha conservato la bellezza incontaminata di un film generato negli anni ’80 e ’90, quel genere di pellicole in cui gli eroi, giovani e avventurosi, salvavano il mondo, fronteggiando forze apparentemente incontrastabili e, spesso, incarnate negli adulti. Era proprio la genuinità della narrazione, la spontaneità dei personaggi e quel loro spingersi oltre, al di là delle limitazioni che venivano loro imposte da terzi, a farmi adorare questo genere di film. “Ready Player One” è un film imperdibile, un luna park compendiato tra i limiti scenici di una macchina da presa, un diamante da custodire gelosamente e da rimirare quasi con devozione.

Parzival così come appare con il travestimento alla “Clark Kent”. In “Ready Player One” i protagonisti citano la seguente frase di Lex Luthor, tratta da “Superman” del 1978: “Signorina Teschmacher, alcuni possono leggere "Guerra e pace" e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell'universo.” Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

 

Wade è un orfano, ha perduto il padre e la madre quando non era che un bambino, e convive con l’ingenua zia e la di lei ultima conquista, vale a dire un uomo rozzo e violento. Il protagonista di questa storia non ha amici, eccetto quelli che ha conosciuto nella realtà virtuale, senza però averli mai incontrati personalmente: tra questi il suo migliore amico, Aech. Anche per Wade il gioco virtuale rappresenta una via di fuga, un modo per estraniarsi dal deprimente mondo che lo avviluppa. Padroneggiando il proprio Avatar, che risponde al nome di Parzival (riferimento al cavaliere medievale dell’omonimo testo), Wade si immerge nella realtà virtuale di OASIS, conoscendola e rileggendola sempre come la sua sola casa. E’ anch’egli un esule che ricerca una mera possibilità di ergersi su di una società decaduta e egoistica. Se per Wade la realtà è un afoso e soffocante deserto, OASIS è l’incarnazione olografica e virtuale di un’oasi sorta su verdi radure, bagnata da acque limpide e cristalline e circondata da palme che si levano alte, attenuando, con il loro possente fusto e le loro fronde, i cocenti raggi del sole, facendo sì che si generi sul terreno un’ombra in grado di rinvigorire il corpo e ristorare il cuore.

Tutti vogliono fuggire dalla “verità” che appare sotto i loro occhi, e tutti anelano solamente a trasferire la loro coscienza in una divertente illusione. In OASIS, Wade incontrerà altri amici, dapprima li conoscerà soltanto coi loro avatar, ma in seguito li vedrà per come sono realmente. Tutti loro formeranno una squadra per conquistare le tre chiavi ma, soprattutto, per salvare OASIS dalle perfide angherie e dagli oscuri voleri del losco Nolan Sorrento, massimo dirigente della multinazionale IOI.

E’ proprio in quel mondo irreale, eppure così vivibile e al contempo così fantasticamente intellegibile, che Wade conosce la ragazza di cui si innamorerà, la quale risponde al nome fittizio di Art3mis. Parzival dichiarerà ad Art3mis il proprio amore, ma lei lo rifiuterà perché intimorita dal fatto che nella vita reale non si sono mai incontrati. Art3ms, il cui vero nome è Samantha, è una ragazza bellissima, ma timorosa nel mostrarsi per com’è realmente dinanzi a Wade. Ella ha sulla faccia una voglia che le contorna l’occhio destro e si protrae ancora, fino a occuparle un lato della fronte. “Sam”, come preferisce farsi chiamare, copre sovente quella parte del volto con una ciocca dei suoi capelli rossi. Quando Wade riuscirà finalmente ad incontrarla, ed entrambi non saranno più velati dall’illusione dei loro avatar, egli le accarezzerà il viso, spostandole delicatamente i capelli fin dietro l’orecchio, così da poterla vedere senza nulla che la nasconda. Wade non nota alcuna differenza, e seguita, come prima, a confessarle il suo amore. Questo perché nessun avatar, così come neppure una graziosa chioma di capelli rossi, può celare la bellezza ammirata con gli occhi di un cuore innamorato. E’ qui che si snocciola il primo significato di “Ready Player One”, l’importanza della realtà e del modo in cui percepiamo il fantastico. Wade non si era di certo innamorato di un avatar ma di ciò che l’avatar di Art3mis testimoniava, in verità, la personalità di Samantha. Una volta conosciutala, Wade può comprendere realmente quanto il vederla, il poterla sfiorare davvero con il tocco della sua mano siano possibilità superiori a qualsivoglia espediente tecnologico. Samantha afferma, inoltre, che col tempo tutti hanno dimenticato la delicatezza del vento, riscontrabile sull’epidermide quando esso soffia forte, o la dolcezza di un sole appena sorto che illumina tutto coi suoi raggi. “Rinchiudendosi” in OASIS, l’umanità ha perduto ciò che ancora può essere apprezzato nel vero mondo.

Questo verrà ulteriormente capito dai giocatori quando si appelleranno alle parole del creatore, Halliday. Egli ha vissuto tutta la sua vita nella paura, nel patologico timore, scovando un rifugio nei videogiochi e nelle proprie creazioni, fino a quando il tempo inesorabile non ha reclamato la sua esistenza. Halliday si era innamorato di una donna, Kira, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi. Non fece il “salto”, quello stesso “salto” ripetuto dalla canzone con cui il film apriva il proprio corso. Ecco perché quel brano fungeva da prologo, perché anticipava il messaggio più importante: affrontare con ardore ciò che ci spaventa. Wade con Samantha compirà il suo primo salto quando balleranno con i loro avatar sospesi nel vuoto di una discoteca virtuale, e proprio danzando su quel suolo sospeso per aria egli le dirà di amarla. Infine, quando Wade trionferà, non cederà alla paura e adempirà il suo ultimo salto: baciare la donna di cui si è perdutamente invaghito. Acquisito il controllo di Oasis, Wade, con la sua squadra, ricorderà a tutti che la realtà virtuale è un regno di fantasticherie. Ma senza trascurare esso, dobbiamo anche tornare a prenderci cura della nostra Terra e della nostra unica realtà, che ha come assoluta ed ineguagliabile bellezza, l’essere…reale!

La fantasia, la speranza e l’immaginazione sono tutti elementi che giungono in nostro aiuto e con i quali dobbiamo reinterpretare la realtà che ci circonda, senza però sostituirla. Nulla può prendere il sopravvento sul reale…la limpidezza di un sogno da ammirare deve rendere migliore la vera realtà, mai capovolgerla. Ecco perché “Ready Player Oneè un tuffo compiuto da un trampolino posto ad una ragguardevole altezza; da lassù possiamo tuffarci in libertà, precipitare giù in un vortice apparentemente senza fine, fino a planare agevolmente a terra…su di un suolo soffice come una realtà fatta di sogni e verità.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare i nostri articoli:

Recensione e analisi “Terminator”. Per leggerlo cliccate qui.

Alien – Nello spazio nessuno può sentirti urlare”. Per leggerlo cliccate qui.

Il duplice inganno della vita e della morte – Robocop”. Per leggerlo cliccate qui.

Hook – Capitan Uncino – Un pensiero felice”. Per leggerlo cliccate qui.

Wall-E – Definisci un’emozione” – Per leggerlo cliccate qui.

Vi potrebbero interessare:

Alicia Vikander è Lara Croft - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Giovane e spericolata, Lara

Al termine di una delle sua innumerevoli avventure, Lara finì per restare sepolta sotto un cumulo di macerie, quando l’ingresso della Grande Piramide di Giza, improvvisamente, collassò. Era l’atto finale di “Tomb Raider – The last Revelation”, il quarto capitolo della saga di “Tomb Raider”. Lara fu data per dispersa. In molti credettero, sbagliando, che fosse morta e che avesse infine trovato riposo tra quelle arcane tombe che, da sempre, costituirono gli intriganti scenari delle sue entusiasmanti ricerche. Venne allestito un funerale di commiato per volgere l’ultimo saluto alla scomparsa Lara Croft. A questa cerimonia presenziarono gli amici più cari, i quali deposero rose rosse ai piedi di un’imponente statua che ritraeva la ricca ereditiera in una delle sue pose più iconiche, nel mentre impugnava le sue due pistole dalle munizioni illimitate. Poco dopo quella cerimonia funebre, Winston, il maggiordomo di Lara, accompagnato dall’amico Charles Kane e da Padre Dunstan tennero una veglia privata al Maniero dei Croft, scambiandosi interessanti aneddoti e rievocando storie riguardanti alcune delle vicende più ardimentose dell’archeologa scomparsa. In particolare, Padre Dustan ne raccontò una dalle tinte inquietanti.

Molti anni addietro, quando il religioso fu chiamato a compiere un esorcismo sulla temibile Isola Nera in cui albergava una forza demoniaca, fu seguito a sua insaputa da una giovane e spericolata Lara, la quale si nascose sul bastimento utilizzato per la oscura e misteriosa missione. Lara, a quel tempo, aveva solamente diciassette anni. Ma non era una questione d’età. Fin da quando era soltanto una ragazzina, possedeva un temperamento irrequieto, animoso e impavido. Ella non riusciva proprio a star tranquilla, a vivere serenamente tra le agiatezze della propria casa e le ricchezze ereditate dall’alto lignaggio a cui apparteneva. Già da ragazza, Lara sognava di vivere incredibili avventure, d’intraprendere viaggi esotici e di esplorare zone non ancora battute da rinomati archeologi. Ed in questa particolare avventura, ambientata nell’Isola Nera, una giovanissima Lara viveva una delle sue peripezie iniziatiche. Era solamente una ragazzina, ma il suo aspetto era già consolidato: i suoi folti capelli erano avvolti in due trecce che le scendevano giù per le spalle. Portava sulla schiena uno zainetto e non padroneggiava ancora alcuna arma. In quell’isola dalle venature orrifiche, aveva come suo solo espediente difensivo il proprio ingegno e la propria sagacia.

Lo scenario dell’Isola Nera che ho presentato con fare descrittivo rappresentava la terza avventura del quinto capitolo della saga classica di “Tomb Raider”, vale a dire “Tomb Raider – ChroniclesLa leggenda di Lara Croft”. Tale “episodio” ci permetteva d’interagire con una Lara inesperta, insicura ma al contempo decisa più che mai ad ascendere, una volta raggiunta l’età adulta attraverso questa sorta di rito d’iniziazione, al ruolo di astuta e implacabile eroina. “Chronicles”, nella sua interezza di gioco, si prefiggeva l’obiettivo di tributare, tramite il ricordo, la leggenda dell’archeologa inglese, dal suo battesimo del fuoco, avvenuto in quell’isola presidiata da un’entità maligna, fino a rinarrare le sue traversie più pericolose. E’ questa Lara Croft: una leggenda, una maschera di donna indomabile, bellissima, un’icona di femminilità indipendente, l’emblema carnale di magnetismo fisico e caratteriale convogliato in una personalità ricca di sfaccettature. Far vivere al videogiocatore un’esperienza di gioco che garantisse la possibilità d’immedesimarsi con una Lara così incerta e ancora fin troppo impreparata fu una scelta coraggiosa che venne poi ripresa del tutto dalla Crystal Dynamics, quando produsse il reboot videoludico “Tomb Raider”. In quest’ultimo videogioco, Lara andava incontro a un grosso cambiamento estetico oltre che biografico. Tale rivisitazione del personaggio fu ideata da Rhianna Pratchett, la quale volle umanizzare e rendere più fragile la figura dell’archeologa. La Lara di questa nuova saga è giovane, spaventata ed emotivamente delicata. Sarà la sua prima esperienza avventurosa e la conseguente lotta per la sopravvivenza su di un’isola remota a farle sviluppare le capacità che la renderanno celebre. Come accaduto anni or sono, con la Lara di “Tomb Raider Chronicles”, per certi versi nel “Tomb Raider” del 2013 Lara Croft adempiva il proprio percorso di sviluppo tra incertezze e fughe rocambolesche ancora su di un’isola colma di fatali pericoli.

La Lara interpretata al cinema da Alicia Vikander è del tutto ispirata al reboot “Tomb Raider” e, per tale ragione, ci racconta la prima, vera avventura di una giovane, spericolata e inedita Lara Croft.

  • Da Angelina ad Alicia

Alicia Vikaner non è la prima interprete a conformare i lineamenti del proprio viso con quelli della ricca ereditiera delle fortune dei Croft. Ad inizio Duemila, Angelina Jolie vestì i panni di Lara. Angelina Jolie dava l’impressione d’essere nata per interpretare un simile personaggio, tanto il suo aspetto quanto il suo corpo statuario e la sua presenza scenica richiamavano le fattezze dell’originale. Angelina Jolie era l’interprete di Lara Croft perfetta, calata però in trasposizioni non certo impeccabili: se il primo film poteva essere ritenuto un divertente e adrenalinico action-movie, l’atmosfera dei videogiochi veniva soltanto accennata e pertanto non trasposta fedelmente. Il secondo film a cui Angelina Jolie partecipò, ovvero “Tomb Raider – La culla della vita”, fu ancor meno avvincente del primo capitolo cinematografico. Nonostante le due pellicole fossero alquanto inferiori a quelle che potevano essere le aspettative del periodo, entrambe potevano pur sempre contare sull’avvenente presenza della diva. Angelina Jolie, col suo volto scolpito, le sue forme prosperose, e il suo talento aduso ai ruoli d’azione, incarnò l’inimitabile essenza classica della più pura Lara Croft, l’audace esploratrice che non trema difronte a nulla, colei che trionfa battendosi con ardore e che svela enigmi con l’intelligenza di chi abbina alla propria vena intuitiva una cultura scaturita dallo studio e dalla passione per l’antico.

La Lara Croft dei primi “Tomb Raider” sembrava avesse preso vita. Angelina Jolie indossava una canotta nera e un paio di pantaloncini corti che lasciavano intravedere gran parte delle cosce. Dall’attaccatura dei capelli scendeva una fluente ciocca bruna. Le sue pistole, dentro una doppia fondina stretta sui fianchi, erano sempre pronte per essere estratte.

Alicia Vikander personifica, invece, la Lara Croft degli ultimi anni e se venisse confrontata al personaggio visto nel “Tomb Raider” del 2013 e nel suo seguito “Rise of the Tomb Raider”, è evidente come l’attrice svedese sia una scelta più che azzeccata. La Lara dei recenti “Tomb Raider” è un’eroina fanciullesca alle prese con forze oscure, le quali, palesandosi in tutta la loro brutalità, spezzano l’innocenza della sua giovinezza, trascinandola in un modo fatto di terrore e sgomento. Ella è altresì una donna timorosa e proprio nel domare tale paura riesce a scovare quell’ardore che la contraddistinguerà in futuro. Questa particolare Lara Croft è un’eroina in divenire, come quella rappresentata in quell’episodio di “Chronicles” cui facevo cenno, e a differenza della sua incarnazione precedente, deve formarsi. Quale dovrebbe essere, dunque, la migliore Lara Croft? Quella di Angelina Jolie che si rifà alla veste indomita, seducente e tradizionale del personaggio o quella di Alicia Vikander, che assume i panni di una Lara acerba ma vigorosa? Vale il medesimo giudizio che bisognerebbe adoperare per i videogiochi della saga di “Tomb Raider”. Poiché sono tutte proiezioni di un medesimo ideale, figure di una stessa ispirazione, non esiste una Lara migliore dell’altra. Ciononostante, potrei smentirmi io stesso e ammettere che esiste davvero. La migliore sarà sempre colei che preferite.

E’ e sarà sempre una scelta soggettiva. Se chi legge è un appassionato di “Tomb Raider” capirà perfettamente quanto sto scrivendo. Vi è sempre un “Tomb Raider” che custodiamo nel cuore più di un altro, e assieme a quel titolo, c’è quella specifica Lara che ha rapito il nostro cuore ancor più delle altre. Nel corso degli anni si sono succedute decine di Lara Croft e ognuna di esse aveva un che di speciale che la rendeva diversa dalle altre e, per tale ragione, unica.

Chi sta scrivendo queste righe di recensione vuole ammettere che la sua Lara prediletta resta quella di “Tomb Raider – Anniversary”. Sarei, dunque, orientato a scegliere sempre la Lara Croft dal look classico, eppure, come sono riuscito ad apprezzare i recenti capitoli videoludici, ho potuto gustare l’adattamento cinematografico del 2018 senza pregiudizi di ogni genere, sperando di poter essere rapito ancora una volta da quest’ultima reinterpretazione del mito di Lara Croft.

  • Lara Croft torna al cinema

Il “Tomb Raider” diretto dal norvegese Roar Uthaug alza il sipario mostrandoci un’inconsueta Lara, intenta a battersi su di un ring in una palestra di periferia. Non è una dottoressa in archeologia, come ognuno di noi si attendeva, anzi tutt’altro, ella non frequenta neppure l’università, sbarca il lunario facendo piccoli lavori saltuari e non è per nulla interessata a raccogliere le redini dell'azienda di famiglia. Lara cerca, in maniera infruttuosa, di trovare il suo posto nel mondo. Inizialmente, Lara pare assumere i contorni di una ragazza infelice e ribelle, che fugge dalle imposizioni dettatele dagli adulti. Sebbene siano trascorsi 7 anni dalla scomparsa del padre, non riesce a darsi pace e desidera ritrovare l’adorato genitore. Quando rinverrà un indizio lasciatole dal padre, Lara partirà alla sua ricerca, in un viaggio che la condurrà a raggiungere un'isola misteriosa al largo delle coste del Giappone, nel bel mezzo del "Mare del Diavolo". Sara nuovamente un’isola sconosciuta l’habitat prescelto per la nascita e la formazione di un simbolo che ha nome in Lara Croft. Scortata dal capitano della nave Lu Ren, anch’egli orfano di padre, Lara imboccherà, infatti, un percorso che la plasmerà come spericolata archeologa a caccia di reperti antichi e città perdute.

Se l’inizio del film ci permetteva di osservare una protagonista fastidiosamente diversa dalla sua controparte originaria, quasi inverosimile e atipica in quelle sue lotte con i “guantoni da boxe” e in quelle sue corse in bicicletta tra le strade cittadine, la rotta viene fortunatamente ben presto invertita. Il lungometraggio di Uthaug rende onore all’omonimo videogioco del 2013 da cui trae il proprio sviluppo narrativo, portando in scena una trama molto simile a quella del reboot videoludico. Le inquadrature imitano il gioco e le situazioni in cui Lara rischierà la vita e dovrà salvarsi sempre per il rotto della cuffia, compiendo salti prodigiosi o dovendo far fronte a cadute vertiginose, rimandano ad altrettante sequenze spettacolari riprese dal videogioco e trasposte in live-action. Gli elementi estrapolati dallo stile di gioco di “Tomb Raider” ci sono tutti: Lara camminerà su assi posizionate in bilico su dirupi che cedono nel vuoto, scalerà impervie alture con l’ausilio della sua picozza, si mimetizzerà sfruttando la vegetazione che la circonda e, ancora, si muoverà in silenzio sorprendendo di soppiatto i suoi nemici e risolverà, infine, i rompicapi più ostici. “Tomb Raider” è un buon adattamento filmico se consideriamo il suo essere tratto da un videogioco, merce piuttosto rara se dovessimo prendere in esame le recenti trasposizioni ispirate ai titoli per console più famosi. I principali difetti del film sono comunque imputabili alla caratterizzazione dei personaggi di supporto, decisamente scialba, e ad alcuni sviluppi della storia, i quali non potranno che essere ritenuti banali o fin troppo semplicistici.

Il “Tomb Raider” con Alicia Vikander parla di sopravvivenza. Ed è proprio per sopravvivere che Lara sarà costretta a uccidere un brutale assalitore: tale accadimento costituirà per lei il primo assassinio. Come veniva mostrato in “Tomb Raider – Anniversary”, quando Lara si trovava costretta a prendere la decisione di uccidere un suo cruento avversario, anche nel film del 2018 questo evento segnerà una crescita nella freddezza dell’eroina. L’iniziale turbamento e lo shock per quanto ha dovuto commettere verranno espressi da una percepibile sofferenza. Non a caso una simile scena, necessaria per dare il via allo sviluppo della protagonista, precederà per Lara il ritrovamento dell’adorato padre, figura cardine per la completa evoluzione della donna.

E’, infatti, il rapporto tra Lara, intesa questa volta non come eroina ma semplicemente come figlia, e il padre ritrovato ad essere al centro della narrazione. Lara ricorda come il padre era solito, prima di partire per un suo lungo viaggio, salutarla dandole un bacio sulla fronte. Rammenta sempre che il papà avvicinava le sue due dita alla bocca e poi, quelle sue stesse dita le posava delicatamente sulla fronte della piccola figlioletta, come a volerle lasciare un bacio impresso col tocco di una mano. Lara continua ad essere profondamente affezionata al papà, ed è legata a quei ricordi e a quel gesto paterno in particolare; cerca quasi di accarezzare la figura di Richard Croft, muovendo le dita sullo schermo della camera quando osserva il padre parlarle in una vecchia videoregistrazione.

La Lara di questo “Tomb Raider” passa dall’essere una ragazza emotivamente sensibile e caratterialmente testarda al divenire una donna forte, intrepida, pronta a lasciarsi il passato alle spalle. E questo potrà accadere soltanto una volta che Lara e Richard si rincontreranno. E’ la crescita del personaggio principale il fulcro del film, un’evoluzione che avverrà attraverso il patimento di una sofferenza fisica invece che mediante una maturazione psicologica. Le cadute rovinose al suolo, le ferite riportate, le sofferenze tollerate, lo sporco del terreno, il fango che le imbratterà più volte la pelle, tutto questo servirà a far accrescere in lei una forza ma soprattutto una resistenza che saprà di eroico. Sul finale, la perdita, questa volta definitiva, del padre guiderà Lara al culmine del proprio sviluppo. Nella dolorosa morte dell’amato genitore ella troverà il senso della sua vita; un’esistenza tradotta in una missione senza fine e da adempiere sotto l’ispirazione di quel “tipo di Croft” a cui lei si è sempre ispirata. Alicia Vikander, indossando una canotta, un paio di pantaloni lunghi e brandendo con abilità un arco e una picozza, le medesime armi utilizzate dalla Lara del gioco prodotto dalla Crystal Dynamics, diventa pienamente l’incarnazione prescelta ed efficace della Lara contemporanea, meno indipendente e molto più sensibile emotivamente. Come un tempo Angelina Jolie fu di per sé la perfetta Lara Croft originale, Alicia si prende meritatamente la scena, assumendo i panni di una Croft atletica, snella e impavida, decisa come non mai a farsi le ossa una volta per tutte.

Tomb Raider” è un bel film d’azione, che verrà apprezzato appieno soprattutto da chi, come il sottoscritto, ha giocato al videogioco da cui è tratto. E’ un lungometraggio che vuol principalmente divertire ma anche emozionare con spontaneità, toccando le corde giuste nella trattazione del tema riservato all’affetto famigliare. “Tomb Raider” è una pellicola semplice e ordinata, da guardare con tanto di pop-corn. E’ un’opera che somiglia ad un bacio dato sulla fronte, dolce, sincera e affettuosa.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

 

Natalie Portman è Lena in "Annientamento" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Ogni faro, nella sommità della torre, ha una lanterna che dispensa a tutti gli uomini di mare la sua luce amica. Tele luce squarcia l’oscurità della notte, mentre accompagna i naviganti durante i loro spostamenti e, quando serve, li fa attraccare in tutta sicurezza alle banchine del porto. Il faro giunge dunque in aiuto, è una sorta di ausilio, un supporto aduso a garantire l’incolumità dei marinai. Ci fu un tempo in cui i fari erano addirittura considerati sacri. Magniloquenti le parole che Luigi XVI rivolse ad un suo ammiraglio che aveva fatto prigionieri alcuni operai intenti a costruire un faro inglese: “Faccio guerra agli inglesi, non all’Umanità!”. Il faro è un richiamo luminoso che conduce verso l’approdo alla terraferma: una risorsa eretta dall’uomo per vegliare sui propri simili. A seguito di uno strano accadimento, nella storia che presto andremo a raccontare, proprio un faro ricevette un’insolita influenza proveniente da una fonte imprecisata, così da cominciare ad emettere un luccichio di accecante consistenza. Tale bagliore si propagò poi come un alone impalpabile e avvolgente. I territori caduti preda di questa diffusione formarono poi la cosiddetta Area X. Per cercare di scoprire cosa era realmente avvenuto in quel luogo vennero inviate diverse squadre di ricognizione. Tutte le squadriglie militari, mandate di volta in volta a perlustrare la zona disastrata, non fecero mai ritorno. In quel particolare faro, da cui in principio veniva emanata una luce di speranza, si è diffusa ora una rifulgenza d’oscura natura che sta arrecando solo morte e smarrimento. E’ l’inizio di “Annientamento”!  A seguito delle numerosissime sparizioni, viene inviata ancora una volta una nuova squadra, composta da sole donne, tra cui figura la biologa Lena, protagonista della storia. Una volta varcati i confini dell’Area X, le studiose, imbracciando armi da fuoco e procedendo con passo militare in quelle lande desolate e in quei boschi sempre più anomali, s’imbatteranno in raccapriccianti mutazioni genetiche che oramai presiedono sia la flora che la fauna di quella zona cosiddetta aliena.

Annientamento” ha avuto una distribuzione, per usare un eufemismo, marcatamente limitata. Il film con Natalie Portman, girato e realizzato nelle intenzioni dei propri autori per approdare nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, ha incontrato le reticenze della Paramount Pictures che ha optato, data la natura fin troppo “cabalistica” del film, di farlo uscire al cinema principalmente negli Stati Uniti. E’ stato in seguito stipulato un particolare contratto di distribuzione con Netflix così da rendere il prodotto disponibile, dal 12 marzo, sull’omonima piattaforma di streaming online. “Annientamento” è un thriller fantascientifico a portata di click, da gustare in prima visione assoluta nel divano della propria casa. “Annientamento” è un’opera di fantascienza difficilmente descrivibile a parole. Il regista Alex Garland ha fatto in modo che siano le immagini, l’eloquente silenzio delle ambientazioni naturali e le scenografie, rappresentazioni immaginifiche poste sugli sfondi, a comunicare quanto avrebbero dovuto. Le parole descrittive di una recensione dovrebbero conseguentemente apparire superficiali per riportare quello che il lungometraggio vuol dire ad ognuno di noi. Ciononostante qualcosa nel lavoro di Garland è venuto a mancare.

Dal punto di vista tecnico, Annientamento” vanta una buona regia, un’eccellente fotografia e un altrettanto fantastico comparto scenografico. Tuttavia, il ritmo dell’opera è lento. Il che in genere non sarebbe affatto un difetto, tutt’altro: nelle opere di genere fantascientifico una successione graduale è necessaria per infondere maggiore riflessione e profondità alle scene più introspettive. La scorrevolezza compassata, a volte scelta stilistica attuata per impreziosire le sequenze analitiche, risulta essere in questo caso una vera pecca. Questo perché, nella prima parte del film, ad una lentezza di ritmo si abbina una successione degli eventi poco chiara e quasi del tutto priva di suspense. “Annientamento” inizia e procede con un’inspiegabile flemma che sfocia nella noia e nell’indecifrabilità. La storia è un lungo flashback ed il lungometraggio salta, con frequenza, da una fase all’altra, tra il passato e l’imminente futuro della propria protagonista. Alla storia principale si legano i ricordi rievocati dalla mente di Lena. Lo schema richiama, per certi versi, le sequenze più introspettive dello splendido “Arrival”, diretto da Denis Villeneuve, nel quale la linguista Louise rammentava momenti di un imprecisato passato che, sul finale, si riveleranno essere ben più di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Sebbene i momenti riservati al trascorso della dottoressa Lena in “Annientamento” siano necessari affinché si riescano a comprendere le motivazioni e ciò che ha spinto la protagonista nel proprio agire, il film di Garland non può contare su un montaggio tanto curato quanto quello dell’opera con protagonista Amy Adams, in cui tutto tendeva a intrecciarsi splendidamente. I passaggi narrativi e gli stacchi tra una scena e l’altra in “Annientamento” paiono distanti, non garantendo una buona scorrevolezza. Se l’attrice Natalie Portman (come sempre bravissima) spicca su tutti, è ostico poter conferire i medesimi complimenti al resto del cast: comprimari insipidi, personaggi dalla psicologia soltanto accennata nonché attrici e attori, decisamente non al loro meglio, si avvicendano con poca brillantezza, tanto da non lasciare che pallide ombre del loro passaggio. Il cuore di “Annientamento” è da ritrovarsi nella sua protagonista e nel percorso che ella adempie. Anche in questo caso, però, le digressioni riservate al trascorso della donna, al suo non idilliaco rapporto matrimoniale e all’adulterio (atto autodistruttivo della donna verso la sua relazione coniugale) costituiscono solo brevi rimandi e permettono di farsi un quadro psicologico del marito di Lena e della stessa donna piuttosto scarno.

Ciò che è importante precisare è che “Annientamento” fugge da una spiegazione univoca. Per essere ancor più specifici è un film che ripudia totalmente qualsivoglia espediente didascalico. Tutto è ermetico, incerto, e nulla è chiaro completamente. “Annientamento” vuol frastornare gli spettatori, indurli a una riflessione dettata più dallo spaesamento che dalla profondità della tematica trattata dal film in sé.

Annientamento” è una costante oscillazione tra la bellezza e la repulsione, tra lo stupore e la paura. Sentimenti contrastanti che trovano terreno fertile per fiorire ed espandersi senza alcun freno in quella costruzione rocciosa che sorge nei pressi di una spiaggia deserta, per l’appunto, quel faro cui facevo cenno inizialmente. Da quella torre è venuto fuori un chiarore radioso, gradevole e stupefacente, ma tra i meandri di quei territori coperti proprio dalla stessa “cupola” siffatta di luce e colore, la natura e la vita stanno cambiando radicalmente, lasciando coloro che osservano tali mutazioni esterrefatti ma anche tremendamente spaventati. La forma di vita aliena che giace e si manifesta all’interno del faro è discesa sulla Terra e ha cominciato a invadere ciò che circondava lo spazio che essa occupava con insistenza, espandendo i propri limiti e avanzando senza compendiare confini. Non è evidente se l’alieno stesse annientando la vita così come la conosciamo nella sua naturalezza o se stesse semplicemente “cambiando” il tutto. E’ la trasformazione inaspettata la chiave di lettura del film, la mutazione genetica e cellulare. Il film inizia proprio con l’osservazione di una cellula tumorale che muta. Che l’alieno stesse operando sulla Terra e sulle forme di vita non scampate alla sua presa come fosse una malattia? In tal caso, “Annientamento” potrebbe essere riletto come la rivisitazione di un male incurabile che attacca la vita vigorosa e indomita così come la conosciamo fino a prostrarla dall’interno, come un malessere invisibile, che agisce nell’ombra, salvo poi palesarsi, deformando un’esistenza senza alcuna clemenza.

Ma il gravoso malanno esacerbato dall’alieno non conferisce deturpazione in ogni dove. I fiori nati da una pianta comune ma che presentano gli aspetti di specie differenti, tutti legati alla medesima radice, non generano orrore alla vista, tutt’altro, quasi incanto e curiosità. E così anche i cervi, i cui palchi sono stati contornati da fiori ricchi di vivezza cromatica, non disturbano, anzi allietano il cuore e sono gradevoli alla vista. Sembra che tale male perpetrato da una “malattia” aliena non sia così seccante da osservare.

Ed è per distorcere tale premessa che si palesano le altre terrificanti conseguenze dell’esposizione a un tale “cancro”, ovvero le bestie mutate in maniera dissennata nell’aspetto: un grosso coccodrillo, le cui fauci nascondono una sfilza di denti somiglianti a quelli degli squali, o un gigantesco orso che divora una preda umana e ne ruba e conserva il grido disperato, ripetendo, quando emette i suoi versi, l’implorazione “aiuto, aiuto” in una delle scene più angoscianti dell’intero film. Ancora, le sagome di “persone” immobilizzate e visibili come un miscuglio di tronchi, rami e fiori che spuntano dal terreno si alternano con i corpi devastati dei soldati divenuti un tutt’uno con le mura degli edifici. Da una parte vi sono “i simboli” dell’uomo amalgamato alla Terra e alla natura, dall’altra “le effigi” dell’uomo attaccato ai propri artifici e alle proprie costruzioni.

Annientamento” è una miscellanea tra fantascienza e orrore, tra meraviglia estetica e mostruosità orripilante. La seconda parte del film, in cui Lena si trova faccia a faccia con quella forma di vita extraterrestre che si muove a specchio, di riflesso, mimando i movimenti della donna fino anche a replicare il suo aspetto, offre agli spettatori la contemplazione di un’esperienza mistica, psichedelica, in grado di lasciare il segno. Al termine del suo viaggio, Lena tornerà ferita nel corpo e sconvolta nell’animo. Cosa sarà di lei? Ciò che è rimasto del “marito” cambiato, e quello che è mutato in lei, elemento manifestatosi dal cambiamento delle iridi, cosa potrà portare? La nascita di una nuova e imprevedibile vita generata da una coppia tornata a relazionarsi e soggetta alla mutazione? Quesiti che non troveranno risposta poiché strumenti necessari ad espletare una riflessione e non a dare una certezza.

L’opera di Garland, pur migliorando nettamente nella seconda parte e potendo contare su una costruzione scenica fantastica, dà l’idea d’arenarsi sul “mascheramento” delle tematiche, tanto da non volerle palesare per paura di doverle approfondire. Per tale ragione, la pellicola finisce per concedere ai temi trattati non molto di più di un rimando, non più di un accenno. “Annientamento” è un film discreto, certamente profondo, che tuttavia sarebbe potuto apparire migliore. Il film permane fino alla fine in uno stato d’architettato ermetismo, d’inaccessibile chiusura e inintelligibile spiegazione. Annientamento” vuol “fare” e “comunicare” con pienezza, ma soffre il fatto di non riuscirci mai fino in fondo. Sarebbe bastato ben poco per rendere maggiormente fruibili i messaggi scelti e occultati con troppa dedizione. Alle volte è ben più arduo inscenare con intenzione critica e analizzare con “occhio metaforico” una serie di concetti con maggiore cristallinità che nasconderli dietro indizi disseminati qua e là.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbe interessare il nostro articolo "Arrival - Comunico dunque vivo!". Potete leggerlo cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

"Arrival" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Domenica 4 marzo si appresta ad essere celebrata un’altra grande annata cinematografica: la notte della 90ª edizione della cerimonia degli Oscar si avvicina. E così, anche quest’anno, il solito quesito scalda gli animi dei cinefili sparsi per il mondo: quale pellicola strapperà la statuetta più ambita, quella per il miglior film? In attesa di scoprire tutti i vincitori dell’edizione del 2018, vorrei invitarvi a fare un passo indietro e seguirmi in un breve viaggio a ritroso nel tempo. Supponiamo d’inserire sul cruscotto della nostra DeLorean una data ben precisa, sfrecciamo via a tutto gas fino a raggiungere la velocità di 88 miglia orarie, così da innescare il flusso canalizzatore e mandare il tempo indietro di soli 12 mesi per riscoprire un lungometraggio di fantascienza che ha lasciato un’impronta indelebile.

Lo scorso anno “La La Land”, il musical capolavoro di Damien Chazelle, si presentava alla notte degli Academy Award come grande favorito, potendo contare su 14 candidature. Che record! “La La Land” aveva eguagliato il numero di nomination stabilito in precedenza da “Eva contro Eva” e da “Titanic”. Alla fine, “La La Land” otterrà 6 premi Oscar, mancando (con clamorosa beffa) quello al miglior film. Tra i lungometraggi candidati figurava una pellicola di fantascienza dal titolo “Arrival”. “Arrival” vantava 8 nomination, tra cui quelle per la miglior regia, la migliore sceneggiatura originale e, naturalmente, quella al miglior film. Di quella sera rammento distintamente che ogni qualvolta venivano letti i nomi degli interpreti, ciascuno nominato per categoria, puntualmente partivano, sia pure accennate, le sequenze di “Arrival”. Ciò mi dava l’impressione che l’opera diretta da Denis Villeneuve non fosse stata considerata sufficientemente. Fioccavano le candidature, e in quei magici frangenti era successo di tutto, ma “Arrival” nulla, mancava tristemente la vittoria. Avevo come la sensazione che il film di Villeneuve rimanesse in silenzio, con un alone di astratta e impalpabile consistenza, in un angolo della grande sala cerimoniale. Immaginavo l’essenza stessa di “Arrival”, come se essa “osservasse” con compostezza la situazione, “guardasse” gli altri vincere e mantenesse uno stato laconico d’accettazione. Si lascerà andare solo a un flebile suono, concederà, a chi pone l’orecchio per ascoltare un suo grido liberatorio, soltanto un gemito d’appagamento quando, finalmente, otterrà una vittoria nella categoria del miglior montaggio sonoro.

Arrival” aveva fatto breccia nei cuori degli appassionati del cinema sci-fi, ed aveva, per certi versi, effettuato una rivoluzione nel genere fantascientifico contemporaneo, ma ciò non era bastato per far invaghire la giuria e spodestare film di altrettanto valore. E così, ebbi l’impressione che “Arrival” acconsentisse al proprio fato con dignità, senza voler esternare alcun clamore, senza dir nulla. Perdonate qualche azzardo metaforico, ma “Arrival” non riuscì a comunicare quanto avrebbe voluto a chi scelse di conferirgli un solo premio. Troppo poco per un’opera di tale rilevanza. Per l’Academy, “Arrival” non fece clangore, cadde in un inaspettato silenzio. Un qualcosa di paradossale se ci soffermiamo un momento a pensare al valore che il lungometraggio infonde al linguaggio e alla stessa comunicazione. Forse “Arrival” non poté dire la sua agli Oscar, malgrado le svariate candidature, e ciononostante parecchie emozioni e altrettante riflessioni riuscì a destare nel cuore e nella mente di chi, come me, questo film ha imparato ad amarlo sin da subito.

  • Il dono di un incontro

Steven Spielberg aveva posto per primo l’attenzione sul tema nel suo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Visitatori, noti comunemente con l’appellativo di “alieni”, giunti da remote e imperscrutate regioni dello spazio profondo, discendevano sulla Terra per stabilire un contatto con la razza umana. Quelle filmate da Spielberg erano forme di vita intelligenti ma soprattutto pacifiche. Nel 1977, Spielberg infuse il proprio estro innovativo alla settima arte, ridisegnando i canoni della fantascienza incentrati sul tema dell’incontro-scontro con creature extraterrestri. Gli alieni, con Spielberg, vennero finalmente rappresentati come esseri mossi da una curiosità prettamente scientifica, creature senzienti e perfettamente in grado di provare sentimenti. Corpi estranei ai nostri ma dotati di un intelletto e di una sfera emotiva del tutto simile a quella umana. Gli extraterrestri non erano più interpretati come una minaccia, una forma d’esistenza ostile e pericolosa, alimentata dall’ambizione di conquista o dal desiderio predatorio di uccidere l’essere umano, preda primitiva e inferiore. In “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, gli alieni raggiungevano il nostro pianeta per scambiare informazioni, per donarle e acquisirle loro stessi, in uno scambio equo e simbiotico con il nostro popolo. Tutto questo era necessario per scoprire, per comprendere, in una sola parola, per comunicare. L’incontro ravvicinato tra l’uomo e l’extraterrestre ricevette, in tal caso, una rilettura positivista che conferì a questo straordinario accadimento la valenza di un evento raro e per questo importantissimo. Tale incontro fu una risorsa conoscitiva tanto per l’uomo quanto per l’alieno. L’incontro tra la razza umana e la razza aliena è dunque un’opportunità da cogliere, un dono reciproco per entrambe le specie, e da questo “pegno” scambiato, entrambe le razze poterono trarre una conoscenza d’inestimabile valore. Ma, e qui sorge il dilemma trattato da Spielberg, come si potrebbe comunicare con una razza aliena? Come dovremmo stabilire un primo contatto, proseguire un approccio comunicativo e poter carpire i significati nei messaggi pronunciati da una razza così diversa dalla nostra? Serviva un linguaggio universale. Per Spielberg fu la musica!

Gli uomini rispondevano alle sequenze emesse dagli UFO utilizzando le note musicali. E in egual misura, l’immensa astronave madre dei misteriosi visitatori riproduceva, di tutta risposta, le note emesse in successione dagli uomini e associate a fasci di luce cromatica. Un’intesa basica stabilita con la melodia e con il bagliore della luce e del colore: un atto comunicativo primordiale tra due razze estranee che cercano di capirsi vicendevolmente. Ma se dovessimo davvero cercare di comunicare attraverso un incerto linguaggio e tentare di decifrare i simbolismi di un idioma a noi sconosciuto, come dovremmo realmente agire?

  • Il dono della comunicazione

Arrival” parte dal suddetto interrogativo per sovvertire le leggi tradizionali della fantascienza, e porre un’attenzione complessiva sull’importanza della comunicazione in quanto mezzo necessario d’espressione e di comprensione. Protagonista della storia è la linguista Louise Banks (una splendida Amy Adams), la quale viene convocata per far parte di una squadra d’élite, istituita per cercare di comunicare con una specie aliena. Astronavi d’origine extraterrestre sono, infatti, atterrate in alcuni punti della Terra, e Louise ha l'incarico di chiedere agli alieni che si trovano sul sito d’atterraggio del Montana da dove provengano e se le loro intenzioni siano pacifiche.

Nella sequenza d’apertura di “Arrival” viene mostrato una sorta di prologo introduttivo, in cui si susseguono alcuni anni di vita di Louise e sua figlia, Hannah, fino al giorno in cui la giovane morirà a causa di un tumore. Al termine di questa drammatica sequela d’immagini, Louise, intenta a tenere una lezione all’università, verrà selezionata dal governo statunitense.

La comunicazione è vita. Qualunque forma di comunicazione costituisce l’essenza vitale di una persona. Tutti noi comunichiamo di continuo, anche quando non ne siamo prettamente coscienti. Il nostro corpo comunica qualcosa, i nostri gesti accentuano il nostro parlato e spesso espletano una comunicazione non verbale che può essere incerta e contraddittoria, persino i nostri sguardi esternano un interesse e, altresì, una concentrazione. Comunicare non significa soltanto esporre a parole ciò che intendiamo. Le persone sprovviste del dono della parola riescono ugualmente a comunicare, naturalmente, con il linguaggio dei segni. La comunicazione non possiede limiti e per questo lo studio di essa viene condensato in una branca della scienza apposita. La comunicazione ha molte forme, e viene utilizzata costantemente. Tutto è comunicazione!

In un semplice messaggio rilasciamo un’intenzione comunicativa, il più delle volte chiara ed evidente. In un copione teatrale occultiamo nelle parole che dovranno essere pronunciate da personaggi fittizi, e celiamo, dietro le frasi dei monologhi emessi da un solo protagonista, i nostri pensieri a cui diamo una forma d’espressione calata in un contesto immaginario ma destinato ad un pubblico quanto mai vero. L’arte stessa è comunicazione. Un’opera scultorea veicola nella propria estetica il volere comunicativo plasmato ed eternato da un artista, che ha immortalato il significato agognato in una posa evocativa. Ancora, la musica è comunicazione, ritmata e melodiosa, e in egual modo la poesia è essa stessa comunicazione, strutturata in versi e cadenzata in rime. Si tratta, in tal caso, di una comunicazione che fa del linguaggio uno strumento privo di catene, libero di librarsi, scevro da costrutti linguistici. La licenze poetiche garantiscono agli scrittori di piegare la lingua al proprio estro scrittorio, d’ignorare una regola categorica e mutarla in un dolce suono voluto dal poeta per richiamare, con il proprio stile, un’idea o un’emozione. Comprendiamo così come la comunicazione sia in grado di raggiungere vette d’espressione artistiche illimitate e che la lingua può divenire uno strumento, un espediente fatto proprio e “ridisegnato” secondo le proprie intenzioni, in grado di dare forma, fattezza immaginabile e significato a un sentimento.

Anche un film garantisce un’azione comunicatoria. Oltre ad una trama in grado di generare una morale, persino una singola scena possiede l’abilità di diffondere uno o più significati. Si tratta della cosiddetta comunicazione simbolica, mediata dalla scenografia, della costruzione scenica sapientemente orchestrata per trasmettere un messaggio da dedurre, il quale può essere colto solo con una dovuta attenzione. In tal modo, “Arrival” veicola le proprie riflessioni esistenziali. La comunicazione si propaga illimitatamente, e nel linguaggio trova terreno fertile per trasmettersi senza confini. La comunicazione preminentemente trattata da “Arrival” si concentra proprio sul linguaggio, di fatto, sulla comunicazione linguistica. Mai nessun film di fantascienza ha dato un peso così grande al linguaggio e all’importanza della comunicazione basilare. Louise, nel primo capitolo di un suo libro, ha scritto che la lingua è il collante sociale fondamentale per ogni società sin dagli albori. Nella nostra lingua sono da ricercarsi le radici della nostra appartenenza sociale. Cosa saremmo senza la nostra lingua? Saremmo forse spogliati dalla nostra identità?! E’ la lingua che ci mette a disposizione la possibilità di formulare e predisporre le idee, sono le sue strutture, il suo dizionario, il suo senso cromatico, tutti elementi che modellano la nostra visione del mondo. In una società dominata dai mezzi di comunicazione, conoscere la lingua, nel nostro caso, la nostra meravigliosa lingua italiana, vuol dire servirsi di quelle regole celate che determinano l’esito di dialoghi, conversazioni, discorsi. La nostra lingua italiana, dall’alto della spontaneità dei sentimenti che esprime, dalla raffinata perfezione dei propri lemmi, dall’eleganza di uno stile tutto suo, appare, oggi più che mai, indomita, con i suoi continui neologismi, tanto da sembrare un vero fiume in piena. Una lingua, quella italiana, capace d’assurgere alla medesima finezza del latino, da cui deriva.

Il linguaggio è il filo conduttore che permette il rapporto con gli altri e rende possibile che l’uomo, da essere individuale, si trasformi in elemento sociale. Noi siamo le nostre parole. Il linguaggio ci rispecchia, influenza il nostro modo di agire, il pensiero, l’essere semplicemente noi stessi. Pensiamo nella nostra lingua prediletta, ragioniamo con essa, esplichiamo le nostre considerazioni con l’ausilio del verbo. E’ Louise stessa a spiegare che esiste una teoria, chiamata dai linguisti “Ipotesi di Sapir-Whorf”, che afferma come la lingua che si usa è in grado di influenzare i pensieri, "riprogrammando" la nostra mente.

Il primo incontro che Luoise ha con gli alieni è intenso e spiazzante. Gli extraterrestri hanno una stazza gigantesca e somigliano ad enormi calamari, i quali deambulano sulla terraferma con sette arti tentacolari. In virtù di quei sette imponenti tentacoli vengono chiamati dagli uomini Eptapodi, termine di derivazione greca. Louise incontra due Eptapodi che si mostrano alla donna al di là di una barriera trasparente. Attorno alle loro mastodontiche sagome vige una nube fosca, ed essi, sebbene camminino sul terreno, dimostrano di sapere, al contempo, “volteggiare” su quell’immenso spazio nemboso, come se fossero rivisitazioni di creature del mare in grado di nuotare in un oceano caliginoso. La prima forma di comunicazione a cui Louise assiste è di tipo verbale: gli alieni si esprimono con ciò che definiremmo ingenuamente come un “verso”. La sfera fonetica è il primo approccio linguistico che la protagonista ha con queste forme di vita extraterrestri. Data l’impossibilità di decodificare e tradurre il “parlato” di questi misteriosi esseri, Louise cerca allora un approccio scritto. Anzitutto, come precisa la protagonista, per comprendere cosa vogliono dirci gli alieni – “Prima dobbiamo essere sicuri che capiscano che cos'è una domanda, quindi la natura di una richiesta, informazioni insieme a una risposta. Poi dobbiamo chiarire la differenza tra 'Vostro' riferito a loro due e 'Vostro' più in generale, perché noi non vogliamo sapere perché 'Mister' alieno è qui; vogliamo sapere perché sono atterrati tutti; e 'scopo' richiede la comprensione di un'intenzione, dobbiamo scoprire se fanno scelte consapevoli o se la loro motivazione è così istintiva che non capiscono affatto una domanda con un "perché"; e il punto più importante è che dobbiamo avere un vocabolario sufficiente per poterne capire le risposte.” – conclude la dottoressa.

Il più semplice e pertanto il più spontaneo scambio linguistico tra un emittente e un destinatario, strutturato con una proposizione interrogativa e una conseguente risposta, assume un valore profondo. E’ la lingua stessa, nelle sue partizioni elementari, in “Arrival” a meritare una riscoperta da parte di tutti noi. Il film inscena un’analisi che verte sul passato, che vuole farci riflettere sulla questione dell’origine di una lingua che ognuno di noi parla e sull’evoluzione che quella stessa lingua ha subito e perpetrato essa stessa al fine di aiutare gli uomini a comunicare, a svilupparsi e, infine, a vivere.

Nel suo relazionarsi interlocutorio con gli alieni, Louise scoprirà con sorpresa che i due esseri sono in grado di secernere del liquido scuro da una delle loro “zampe”, così da tracciare un’immagine visiva della loro lingua scritta. E’ come se dalle terminazioni dei loro arti fuoriuscissero gocce d’inchiostro, quello stesso inchiostro che noi umani utilizziamo per trascrivere il nostro parlato. Quelle apparenti macchie d’inchiostro, formandosi sulla barriera, rendono visibili idiomi simbolici a carattere circolare. Tutti i simboli del linguaggio alieno scritto sono contenuti in una circonferenza e testimoniano la circolarità di un moto infinito. Il linguaggio degli extraterrestri appare così come un andirivieni perpetuo. Con l'aiuto dello scienziato Ian, con cui svilupperà un forte sentimento, Louise inizia ad analizzare i simboli fino ad apprendere un vocabolario di base.

  • Il dono della vita

Quando Louise ebbe una figlia, decise di chiamarla “Hannah”. La particolarità del nome è quella di essere un palindromo. La stessa lingua aliena è palindroma, e questa peculiarità richiama la circolarità della loro comunicazione. Ciò che gli alieni hanno deciso di donare alla razza umana è la loro stessa lingua, la capacità di poterla apprendere così da “pensare” come loro. Nella lingua aliena è custodito un grande potere: quello di percepire il tempo futuro. Nel crepuscolo di una “proposizione” si riscopre il principio, nell’ultima parola di una frase si scruta la prima parola che l’apriva, e così nello scorrere del tempo futuro si rivive anche il passato nell’attimo presente. Dopo aver svelato il mistero, gli alieni prenderanno congedo. La lingua scritta degli alieni sarà suddivisa in una grande mappatura e offerta agli uomini nei rispettivi siti d’atterraggio sparsi per il globo, così da esortare le società dei paesi di tutto il mondo a collaborare e ad unirsi pacificamente per studiare un bene talmente prezioso.

Gli spettatori, senza rendersene conto, hanno vissuto mediante “Arrival” un’esperienza somigliante a quella della protagonista. Inizialmente, tutti noi abbiamo osservato il futuro e abbiamo continuato ad avvertire gli influssi di un simile potere durante lo scorrere delle visioni, credendo di scorgere immagini di un passato quando invece erano cristalline sequenze di un prossimo futuro. Quel prologo introduttivo, in cui Louise viveva i suoi anni più belli con la figlia, era soltanto una visione di ciò che dovrà ancora accadere. E così noi umani, perdonatemi, intendevo dire noi spettatori, ancor prima di cominciare a studiare il linguaggio alieno, abbiamo sperimentato il suo immenso potere: osservare il futuro e viverlo col senso della vista nel momento presente. Sarà in tal modo che Louise scoprirà che la sua amata bambina, la figlia che ancora non ha concepito, morirà. Ancor prima di dare la vita, una madre saprà dell’infausta sorte della propria creatura. Una fine che si lega al principio. Pur cosciente dell’atroce dolore che ella proverà, Louise decide di accettare comunque il proprio destino, innamorarsi di Ian e partorire la loro unica figlia. E’ la forma più alta di amore assoluto: dare la vita a una creatura che sapremo già di poter custodire tra le nostre braccia per un tempo maledettamente esiguo.Arrival” celebra la bellezza di un singolo istante, di un breve ma palpitante momento, di un giorno vissuto con pienezza, di una vita breve ma goduta con assoluta intensità. In “Arrival” il tempo, così particolarmente analizzato, viene glorificato. La vita per Louise non sarà un viaggio da scoprire ma un percorso da vivere, da valutare in ogni sua più impercettibile sfaccettatura. Anche se la sua bambina sarà condannata da un fato avverso e inaccettabile, la madre, che ha scelto di tollerare ciò che per lei sarà sempre intollerabile, ha preso una decisione coraggiosa, ponderata e cosciente: permettere ad una bambina che si fermerà solo all’adolescenza di aprire i suoi occhi al mondo e vivere finché le sarà concesso. Una scelta egoistica? No, un dono! Il dono della vita, di un’esistenza vissuta nell’amore.

Potrà aver mancato qualche statuetta dorata, potrà pure aver taciuto in quella magica serata ma quanta emozione, quanta riflessione è riuscito a comunicareArrival”! Il suo “approdo” nel cinema ha generato un suono soave, e il suo “atterraggio” un canto ammaliante accompagnato da una melodia incantatrice. Le protratte e meditative inquadrature di Villeneuve hanno permesso il parto di una riflessione intima e soggettiva in chi ha avuto il piacere di osservarle. Gli scenari fantascientifici, la superba fotografia e la scenografia particolarmente curata hanno fatto proliferare in noi più di un pensiero, più di un ragionamento, dettato dal cuore ancor prima che dalla mente, riservato all’importanza di un singolo giorno da vivere. Nei suoi dialoghi, nella sua costante attenzione sul tema del linguaggio, “Arrival” ha comunicato insistentemente, anche con uno sfondo inanimato, anche con un simbolismo incomprensibile, reso dal vissuto della protagonista, straordinariamente comprensibile. “Arrival” è comunicazione in ogni sua forma, perché riesce a “parlare” con le espressioni introverse della protagonista, con le valenze gestuali di un singolo personaggio. Tutto è comunicazione in “Arrival”, tutto ha un valore analitico. E’ una poesia visiva, un madrigale d’amore rivolto alla comunicazione, al linguaggio, alla vita di ogni giorno e all’amore più grande e puro: quello di una madre.

Arrival” è una meravigliosa parabola introspettiva dell’esistenza. Un’opera che comunica con il simbolismo di un normale, semplice cerchio: il cerchio della vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Christopher Emmanuel Balestrero, detto Manny, suona il contrabbasso in un club di New York: è felicemente sposato ed è padre di due bambini. Il solo problema della famigliola è la difficoltà d’arrivare a fine mese. Un giorno Manny si reca negli uffici dell’assicurazione per avere un anticipo sulla polizza della moglie, Rose, in quanto la stessa dovrà sottoporsi a delle cure dentistiche. In quei locali viene riconosciuto da alcune impiegate come la persona che tempo prima aveva effettuato una rapina. Il riconoscimento viene segnalato agli agenti di polizia i quali si appostano sotto casa, lo arrestano e lo conducono al più vicino commissariato, senza peraltro concedergli d’avvisare la moglie di quanto stava accadendo. Da qui comincia per l’ignaro e tranquillo contrabbassista una sorta di calvario, una brutta e spiacevole esperienza che lo proverà non poco.

Dopo “La finestra sul cortile”, “Caccia al ladro”, “La congiura degli innocenti” e “L’uomo che sapeva troppo” girati con la Paramount, Hitchcock faceva ritorno, con Il ladro, alla Warner Bros, per la quale aveva lavorato verso la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50.

Quella a cui il regista cominciò a lavorare era un storia che l’aveva colpito molto. S’ispirava a una vicenda realmente accaduta, ed era più che naturale che le vicissitudini di un innocente ingiustamente perseguitato lo coinvolgessero. Egli era convinto che da quella storia si potesse tirar fuori un film molto interessante, evidenziando sempre il punto di vista dell’uomo non colpevole, che deve patire ingiustizie e sofferenze, giungendo a rischiare anche la vita per un'altra persona.

Dopo cinque film a colori Hitchcock tornava, con “Il ladro”, al bianco e nero. Ed era proprio con la Casa di Produzione con cui era tornato adesso a lavorare che il maestro aveva realizzato gli ultimi suoi due film in bianco e nero nei primi anni ’50. La scelta di dare il ruolo del protagonista a Henry Fonda, un attore di norma impegnato in parti prettamente drammatiche, la diceva lunga. Hitchcock intese ricostruire fedelmente la vicenda e quindi si portò a New York e volle girare la pellicola proprio nei luoghi dove si erano svolti i fatti: Queens e a Manhattan. Per rendere maggiormente veritiera la storia stabilì che Fonda andasse per breve tempo a scuola di contrabbasso.

All’epoca de’ “Il ladro” era in vigore negli Stati Uniti il Codice Hayes, che stabiliva una serie di situazioni, di scene e termini che qualsiasi film doveva evitare. Però la censura non era un’esclusiva del cinema americano, ma c’era anche qui in Italia. Lo dimostra il fatto che il cognome italiano “Balestrero” della versione originale del lungometraggio, diventò da noi “Ballister”.  Di sicuro non era concepibile che un individuo di origini italiane potesse essere accusato di rapina, anche se poi scagionato perché vittima di uno scambio di persona.

Il nuovo film di Hitchcock rappresentava nel panorama cinematografico del maestro una vera e propria novità, e su questo la pubblicità batté a lungo, purtroppo senza successo. O forse fu proprio l’eccezionalità della pellicola a far disertare il pubblico dalle sale che dal regista si attendeva un ben altro prodotto. Nonostante tutto i critici ebbero parole positive nei confronti del film. Con “Il ladro”, Hitchcock, inguaribile innovatore, sempre alla ricerca di nuove tecniche per fare cinema, non intendeva rivolgersi solamente a una platea votata alla prova, all’esperimento, ma ad un pubblico molto più vasto. Era un lavoro non facile da fare: rispettare il più possibile quanto accaduto nella realtà e al tempo stesso costruire un film sufficiente accattivante e di forte presa sugli spettatori. In effetti il film scorre, per certi versi, in una sorta di equilibrio instabile, anche perché suddiviso in parti che rispondono a principi stilistici e narrativi differenti. Un’altra Importante novità racchiusa ne “Il ladro” è costituita dalla mancanza del mistero, in quanto le vicissitudini del protagonista nascono dalla totale chiarezza e dall’aspra normalità che lo circondano.

Ho paura della polizia. Ho sempre provato, come se fossi io il protagonista, le emozioni di una persona arrestata e condotta al commissariato dentro un’automobile. Il poveraccio guarda attraverso le sbarre la gente che entra in un teatro, che esce da un caffè, che fa la sua vita di ogni giorno con felicità…

Dal momento che provava tali sensazioni, è naturale che Hitchcock si immedesimasse nel personaggio principale del film. “Il ladro” resta un bel film, forse proprio perché duro, deciso, fuori da ogni schema. La struttura realistica rimarca la perenne ossessione del maestro, il tema della colpa e del doppio, la paura dell’imprevedibilità degli eventi, lasciando trapelare una messa in scena più aspra e inquietante del solito. Il film non rappresenta solamente un sasso in piccionaia, una sorta di caccia alle streghe nel sistema americano di quel tempo, ineccepibile per certi versi, ma capace d’innescare fenomeni come il maccartismo e la sua ricerca di un colpevole a tutti i costi.

C’è da dire pure che Hitchcock ne “Il ladro” non fa menzione nemmeno lontanamente a tutto questo. Un’altra differenza tra “Il ladro” e gli altri film del grande maestro sta nel fatto che Hitchcock questa volta mette la sua firma presentandosi esplicitamente, prima dei titoli di testa, per introdurre la sua coinvolgente vicenda.

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Elisa e la creatura - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

  • Principessa negli abissi

Come dovrei cominciare a raccontarvi questa storia? Per prima cosa, dovrei porgervi la mano, cari lettori, e una volta afferrata vorrei invitarvi a seguirmi. Vi suggerirei di mantenere la calma e di fare un bel respiro profondo, perché di lì a breve dovrete essere pronti a lasciarvi andare. Supponete d’essere in cima ad un’altura, che volge a strapiombo sul mare. Da lassù, dovremmo raccogliere tutto il dovuto coraggio per compiere quel salto prodigioso. Un tuffo tra le acque! Perché “La forma dell’acqua” è una caduta vertiginosa da un immaginario trampolino posto sulla vetta più alta di un massiccio roccioso che si affaccia su un mare senza confini. Una volta acquisito il coraggio di gettarsi da una simile altezza, ne deriva un precipitare vorticoso in grado di far emergere un turbinio d’emozioni che vanno ad assumere aspetto e forma nell’acqua, in quell’acqua salmastra che raggiungeremo al termine del nostro sprofondare.

Inizia sotto la superficie dell’acqua il film, e la camera si muove tra le pareti di una casa inondata, nelle stanze di un “regno” sommerso. I mobili e le sedie restano come sospesi nel vuoto. Sembra galleggino ma in effetti stanno pian piano per toccare il fondo. La scena di apertura de “La forma dell’acqua” somiglia ad un quadro di Dalì, in cui la tela cattura e immobilizza con marcato surrealismo la visione onirica di una realtà sospesa.

Tra gli oggetti che si muovono, dondolati dai fluttui, s’intravede la sagoma di una donna dormiente, cullata anch’ella dalla corrente, che finisce il suo lento ma inesorabile precipitare proprio su di un soffice divano su cui si adagia e si distende. D’un tratto l’acqua sparisce, il mare tutto intorno si dissolve, e questa casa, che pareva essere la dimora della principessa di un regno sommerso uscito dalle fiabe, diviene una casa come un’altra. Dall’acqua si è così passati alla terraferma, da un illusorio scenario marino siamo giunti ad un qualunque spazio terrestre.

La donna in questione si è appena svegliata. A Baltimora, è una mattina del 1962. Ci troviamo in piena Guerra Fredda. Elisa (Sally Hawkins), la nostra meravigliosa protagonista, è una donna affetta da mutismo, che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo americano in cui si effettuano esperimenti segreti. Un bel giorno al laboratorio viene portata una cisterna piena d’acqua, nella quale è tenuta prigioniera una strana creatura anfibia, dall'aspetto pressoché umanoide. La creatura è stata scoperta in Amazzonia e quindi catturata, proprio dove gli indigeni la veneravano come fosse un dio sceso in terra e che vive tra le acque. Elisa, nei giorni successivi, comincia a relazionarsi in gran segreto con la creatura, avvicinandosi alla vasca nella quale è rinchiusa. La donna, inaspettatamente, si innamora perdutamente dell’essere e decide di salvarlo dalle perfide e violente angherie del colonello Strickland (Michael Shannon), che ha l’ordine di uccidere e vivisezionare l’uomo-anfibio.

  • Tra realtà e fantasia

“La forma dell’acqua” è un film incastonato tra la fantasia sognante e la realtà aspra e cruda. Come accaduto per “Il labirinto del fauno”, Del Toro dà vita ad un’opera dai toni fiabescamente poetici, modellati in un mondo chiaro, definito e vero, ma conseguenzialmente, duro e malvagio. Alla figura dei due innamorati, così diversi nell’aspetto eppure così simili nelle volontà, entrambi sofferenti e soli, candidi ma ugualmente forti, indomabili e “selvaggi” nelle loro voglie di libertà e d’affermazione, si contrappone la figura del colonnello Strickland, uomo crudele, meschino, intollerante ed efferato assassino. Il lungometraggio oscilla quindi, continuamente, da una vena fantastica, romanticamente intellegibile, tersa, passionale e sensibilmente erotica ad un’altra vena spiccatamente violenta, bassa e sordida, a tratti anche volgare e cruenta. Durante lo scorrere del film, qualche breve scena esageratamente brutale o tipicamente spinta darà l’impressione d’essere fuori contesto, gratuita se non addirittura inopportuna, come fosse estrapolata da un altro lungometraggio e inserita prepotentemente in quest’ultimo. E’ la fantasia che fa i conti con la dura realtà.

“The shape of water” è un film d’amore, un’opera che cerca di abbattere le barriere, e che vuol narrare il destino di due insoliti innamorati. Il tema della diversità viene accentuato, oltre che dalla differenziazione estetica che intercorre tra la donna e il mostro, dal costante alone di razzismo, d’apatia e di diffidenza, riscontrabile come un’avviluppante esalazione velenosa nell’epoca in cui il film è ambientato. Il mal celato senso di superiorità, riservato nei confronti delle persone di colore, che emana l’antagonista Strickland calca, per l’appunto, questo tema che risulta ancora oggi tristemente attuale. Il razzismo continua, purtroppo, ad essere una grave piaga del mondo contemporaneo.

Il film di Del Toro non è originale e neppure rivoluzionario. A tratti vi sembrerà di vedere una storia semplice, se non addirittura prevedibile, e lo svolgimento richiamerà uno schema strutturale già visto e, dunque, ben consolidato. Persino alcuni personaggi vi daranno l’idea d’essere scritti con più di qualche stereotipo. E ancora, al termine della visione, 13 nomination all’Oscar vi potranno sembrare un po’ eccessive. Se vi aspettate di vedere un’opera filmica innovativa e che narri qualcosa di mai narrato prima, resterete alquanto delusi. Qualcuno potrà, con insolenza, obiettare che Del Toro ha inscenato un sentimentalismo spicciolo. Ma “La forma dell’acqua” è, secondo me, emozione pura, a volte scontata altre piacevolmente inaspettata e coinvolgente. E’ un film fatto con amore, è la completa realizzazione di un artista che ha inserito in questo lavoro un frammento del proprio cuore, del proprio vissuto e del proprio sognato.

(Potete leggere il nostro articolo "Quello che più ci accomuna - Il mostro della laguna neracliccando qui. )

  • Dal Gill-Man ad Abe Sapiens

“La forma dell’acqua” rivisita, per certi versi, un classico del passato: “Il mostro della laguna nera”. La creatura ha i caratteri somatici del tutto somiglianti a quelli del celebre Gill-Man, il mostro che viveva in una sperduta laguna, formatasi dalle acque del Rio delle Amazzoni, mai perlustrata dall’uomo. Il Gill-Man, nel cult del 1954, si innamora della bella Kay Lawrence (Julie Adams) e desidera ardentemente rapirla e tenerla con sé nei pressi di una caverna che sorge vicino alla laguna. Del Toro racconta una storia, solo in minima parte, ispirata al classico della Universal, incentrata sulla remota eventualità che la donna possa ricambiare il sentimento della creatura, quest’ultima non più rappresentata come violenta ma quieta, doma e amorevolmente devota alla compagna dall’aspetto umano.

Personalmente, osservando le sembianze della creatura de “La forma dell’acqua” riesco ad intravedere con chiarezza, nascosti sotto quella patina d’inganno estetico, i lineamenti inconfondibili dell’attore Doug Jones. Definirli “inconfondibili” è magari una forzatura o forse questo aggettivo è da me intenzionalmente usato proprio in maniera ironica e candidamente beffarda. Doug Jones è un attore che ha prestato il proprio volto a dozzine di film a carattere fantasy e fantascientifico eppure, nonostante i suoi lineamenti siano così nitidi per chi ha imparato a seguire e ad apprezzare la sua carriera, in pochi riescono a riconoscerlo. Non si può certo affermare che ci si trovi difronte a dei tratti inconfondibili, dunque. Questo perché è un attore del tutto particolare: Doug Jones è l’interprete per antonomasia dei “mostri” moderni. Che sia un grande film o un semplice episodio di una serie televisiva di genere fantastico, se c’è un mostro dall’aspetto, per così dire, “inconsueto” state pur certi che dietro quegli innumerevoli strati di trucco si celerà il volto di Doug Jones. Egli è un attore eccezionale, che esprime ogni impercettibile emozione con un’invidiabile espressività, sebbene proprio le sue manifestazioni permangano sempre coperte da “maschere” di creature nate dalla fantasia più sferzante. E’ questo il suo grande talento, riuscire a trasmettere emozioni senza farsi vedere per com’è realmente, e infondere valore a un gesto e a una movenza espressi rispettivamente con la mano palmata o con l’andatura dinoccolata di un anfibio-umanoide che si muove sulla terraferma. Ebbene, guardando attentamente il volto di Jones occultato sotto vari strati di trucco, ho intravisto il volto di Abe. Come dite?! Chi sarebbe questo Abe? Abraham Sapiens, naturalmente, un’altra creatura anfibia dalla pelle squamosa e bluastra interpretata da Doug Jones in “Hellboy” ed “Hellboy – The Golden Army”, due film che recano sempre la firma di Guillermo Del Toro.

Anche Abe era ghiotto di uova, esattamente come la creatura de “La forma dell’acqua”, e come quest’ultima, anche Abe era dotato di poteri incredibili. Dilatando la sua mano palmata, Abe poteva sentire ciò che sfuggiva ai sensi dei comuni mortali. Nel silenzio, in quell’eloquente comunicazione tacita, in ciò che la parola non diceva e che la vista ignorava, con il tocco delle sue mani Abe poteva avvertire l’emozione altrui. Leggerla come fossero frasi scritte su di un foglio bianco. Un potere, questo, che avrebbe aiutato ancor di più Elisa a far sapere alla creatura ciò che provava per lei. Elisa è muta, non può comunicare con le parole, e il “mostro” non capirebbe ciò che nella lingua umana appare alle volte così facilmente comprensibile. I due sono separati da un’apparente incomunicabilità, se non confidassero nell’importanza dei gesti, dei segni, degli sguardi corrisposti, delle sensazioni, e delle meraviglie di un tocco. La creatura de “La forma dell’acqua” è anch’essa dotata di poteri, forse non del tutto simili a quelli di Abe, nondimeno, somiglia ugualmente a quell’essere, come se Doug Jones avesse trasposto in questa sua ultima interpretazione una parte del primo personaggio. Abe riusciva a carpire il sentimento con un lieve tocco, chissà se anche la creatura, una volta accostata la propria mano a quella di Elisa, riesca a tradurre in un significato, per lui cristallino, le sensazioni che la donna ha cominciato a sentire per lui.

  • La voce del mare

Elisa è muta, non può parlare anche se in un momento particolare il suo spirito vorrebbe urlare a squarciagola ciò che altrimenti impiegherebbe troppo tempo a manifestare con i segni. Sarà la musica, il canto, il sogno immaginifico di un ballo a darle la possibilità di mostrare apertamente tutto quello che serba nel suo cuore. Ogni storia che si rispetti tra una bella e una bestia possiede un momento magico di pura estasi amorosa, che trova linfa vitale nell’azione reciproca di un passo di danza. Sulle note di una dolce melodia, la bella e la bestia della Walt Disney danzavano in un’ampia sala affrescata dalla mano d’impareggiabili artisti. Il soffitto, vivo e pulsante come un cielo punteggiato di stelle, mostrava sagome di angioletti che si muovono e dall’alto osservano, come spettatori seduti sui posti privilegiati del firmamento, i due innamorati, Belle e la bestia, nell’atto di danzare. Era il capolavoro del 1991. Ancora, nel “King Kong” di Peter Jackson, su una lastra di ghiaccio, al lago di Central Park, l’enorme creatura danzava reggendo nel palmo della sua mano la bellissima e adorata Ann Darrow.

(Per leggere il nostro articolo "La bella e la bestia - 1991" cliccate qui. )

Del Toro riprende il momento della danza, e su di un accenno di palcoscenico, la creatura ed Elisa, improvvisamente, iniziano a ballare, con passi lenti ed armoniosi, alternati ad altri rapidi e scattanti. La donna canta, intona i versi del proprio madrigale, lei che non poteva parlare ma che, colma d’amore, è riuscita solo per qualche istante ad esprimersi con il linguaggio universale della musica. Quello tra Elisa e la creatura è un amore insolito che sboccia nella corrispondenza empatica: soli, prigionieri di un mondo che sembra non appartenere loro, si innamorano vicendevolmente perché entrambi tendono a completarsi in quanto anime solitarie e separate, le quali, soltanto adesso che si sono ritrovate si sentono veramente complete.

Ma se in “King Kong” la bestia combatteva per la sua Ann e moriva per lei, ne “La forma dell’acqua” di Del Toro, sarà la bella a salvare la creatura. In “King Kong” un arcano adagio recitava “Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella, e la bella fermò la bestia che da quel giorno in poi fu come morta”. Quando il colossale gorilla morirà sulla cima dell’Empire State Building, alcuni diranno che furono i biplani dell’esercito ad uccidere King Kong, ma verranno tristemente smentiti: è stata la bella ad uccidere la bestia. Consumato dall’amore impossibile per lei, King Kong si lascerà morire. Ne “La forma dell’acqua”, sul finire delle vicende, una volta liberata la creatura dal laboratorio che la teneva prigioniera e condottala sulle banchine, si potrà certamente affermare che in questa storia si è verificato l’esatto contrario: è stata la bella…a salvare la bestia.

(Potete leggere il nostro articolo "King Kong - Quand'ecco che la bestia vide in volto la bella..." cliccando qui. )

“La forma dell’acqua”, pur inscenando concetti già trattati nel cinema passato, come la diversità e l’amore impossibile nonché proibito, e l’emarginazione sociale, analizza con accuratezza, con grazia e con vivida sensibilità le precedenti tematiche elencate, infondendo in esse un tocco personale, così da far divenire questo film cinema in tutte le sue forme: in altre parole, arte allo stato puro. L’amore, l’accettazione della diversità, in quanto risorsa e non ostacolo, agognare l’annullamento dell’insano razzismo sono tutte tematiche già ampiamente trattate e mai divenute banali: un po’ come l’acqua, un bene prezioso, comune, spesso dato per scontato, un bene vitale a cui dobbiamo dare sempre un valore essenziale. L’acqua non ha forma propria, assume quella del recipiente che la contiene. In egual modo l’arte, la quale nasce senza forma, assume le intenzioni dell’artista che la plasma. E ancora come l’amore, che vive astrattamente e si incarna nelle forme e nelle anime corporee di due innamorati, che nuotano al di sotto dello specchio d’acqua restando abbracciati.

La creatura ha anch’essa salvato la bella e la tiene a sé, tra le sue braccia. Una scena che personalmente mi ha rievocato alla mente una sequenza di uno dei film da me più amati: “Spash – Una sirena a Manhattan”. Sul finale, Alan (Tom Hanks), tuffatosi in acqua per ricongiungersi alla sua amata Madison (Daryl Hannah), la sirena, giace privo di sensi, come fosse prossimo a morire perché incapace di nuotare. Ma sarà lei, col suo bacio, a riportarlo in vita e a permettergli di respirare sott’acqua. Una magia riprodotta ne “La forma dell’acqua”, in cui il bacio della creatura risveglierà dalla morte Elisa, che d’ora in poi potrà vivere con l’amato tra le onde. Elisa non dovrà più sentire il suono delle parole declamate dalle persone, quelle stesse parole che lei non poteva in alcun modo pronunciare. Ascolterà soltanto il rumore del mare, il suo canto, il fragore delle sue onde, il volere delle sue parole custodite nella salsedine.

(Per leggere il nostro articolo "Terra di seppia, mare blu cobalto: Splash - Una sirena a Manhattan" cliccate qui. )

  • Come Cenerentola…

Nella sequenza che mostra la creatura e Elisa nuotare abbracciati tra le acque, si intravede una scarpa scivolata via dal piede della donna che si inabissa sempre più, fino a scomparire nelle profondità del mare. Non sarà più recuperata, né servirà ad un principe per cercare colei a cui quella scarpetta appartiene. La creatura porterà Elisa con sé, e staranno insieme. Vivranno per sempre felici e contenti, come in una fiaba. E il finale, secondo il mio parere, si potrà collegare alla scena iniziale, in cui la casa di Elisa sarà tra le onde, perché è laggiù che vivrà la sua vita futura, come la principessa di un racconto fiabesco, come Cenerentola, come una dama degli abissi o una regina senza voce.

La fantasia ha avuto il sopravvento sulla realtà. E’ questo il più bel messaggio dell’opera di Guillermo Del Toro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Walter Matthau e Ingrid Bergman - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La storia di due ignari e incompresi innamorati, Julian e Stefania, è il cuore di “Fiore di Cactus”, una commedia teatrale andata in scena per la prima volta nel 1965 a Broadway, ispirata all’opera francese “Fleur de Cactus”, scritta da Pierre Barillet e Jean Pierre Grédy e rappresentata per la prima volta nel 1964. La prima assoluta a Broadway vedeva impegnati Lauren Bacall e Barry Nelson nei ruoli dei due protagonisti. La commedia conobbe un successo strepitoso con oltre due anni di repliche a teatro e venne trasposta al cinema dal cineasta Gene Sacks (celebre per l’adattamento de’ “La Strana coppia”) nel 1969 con un cast d’eccezione: Walter Matthau dava il volto a Julian, Ingrid Bergman vestiva i panni della segretaria Stefania e la giovane Goldie Hawn quelli di Toni.

La commedia ruota attorno al dentista, scapolo e donnaiolo, Julian, il quale, per evitare una possibile richiesta di matrimonio da parte delle sue innumerevoli amanti, paradossalmente si finge già sposato. La sua ultima conquista, la giovane Toni, presa dalla disperazione per non riuscire a intravedere un roseo futuro con l’amato, tenta il suicidio e viene salvata dallo squattrinato scrittore Igor, suo coetaneo e segretamente innamorato di lei. Il rimorso spinge Julian a chiedere a Toni di sposarlo, e per “sbarazzarsi” della moglie fittizia annuncia ad Antonia che divorzierà da lei, confessandole che il suo matrimonio era ormai già finito da tempo. Tuttavia, la sensibile e giovane ragazza decide di conoscere la moglie di Julian per sincerarsi che acconsenta di buon grado al divorzio. Messo alle strette, Julian implora la segretaria Stefania di fingersi sua moglie. Durante lo svolgersi delle esilaranti scene, generate da un susseguirsi di verità celate e ironici inganni, Julian scoprirà sempre più Stefania (segretamente innamorata di lui da sempre) mentre Antonia si avvicinerà a Igor. Sul finire delle vicende, gli amanti si uniranno con chi dovrebbero realmente stare e tra Julian e “Stephanie” sboccerà l’amore con la stessa intensità e dolcezza di un fiore di cactus.

Il film del 1969 fu un grande successo. La giovane Goldie Hawn, con i suoi modi candidi e garbati, accentuati da quel timido sguardo lanciato dai suoi due grandi occhi azzurri, conquistò la critica, vincendo il premio Oscar come miglior attrice non protagonista. Motivo d’orgoglio e di vanto della commedia sono le memorabili prove e le affinità mostrate dallo “spinoso” Walter Matthau e dalla “floreale” Ingrid Bergman, accentuate dall’alchimia espressiva percepibile in modo evidente durante le scene di reciproca gelosia.

“Lei è spinosa come quel suo maledetto cactus!”

Le piante non parlano, però ci dicono tanto. Esse sono pazienti ascoltatrici e attente lettrici dell’animo umano. Leggono, per l’appunto, tra le righe, si nutrono anche delle emozioni che infondiamo loro, quando tra il discusso e l’atteggiato ci capita di sfiorarle. Anche un piccolo cactus può divenire un arguto spettatore. E’ anch’esso una pianta ornamentale, e come tale sembra starsene silenziosa accanto a noi. Osserva i nostri movimenti senza mai mostrarsi indiscreta, scruta, pur essendo sprovvista di occhi dai fugaci sguardi, i nostri gesti, chissà, forse per scoprire i caratteri distintivi di ciascuno di noi. Il nostro cactus se ne sta fermo in un angolo della scrivania, irto nel suo bel vaso cosparso di soffice terriccio. Col suo colore verde intenso ravviva lo studio dentistico nel quale si trova. Stefania osserva sovente la sua piantina nel vano tentativo di veder sbocciare un fiore. Un fiore di rara bellezza, appunto il fiore di cactus. Ma la piantina di Stefania sembra non volerne sapere di fiorire…

Il cactus del lungometraggio se ne sta sullo sfondo come fosse un banale oggetto di scena. Viene inquadrato da lontano, in maniera apparentemente distaccata, poiché l’attenzione dell’occhio della camera è fisso sui due protagonisti che in quello studio trascorrono le loro giornate. Il cactus non proferisce parola alcuna, ma pare essere un catalizzatore degli eventi che si verificano intorno ad esso. La piantina vive una sorta di rapporto simbiotico con Stefania, la sua custode. Nel periodo in cui la donna soffre le poche attenzioni che Julian le riserva, il cactus risente di tale situazione esternando una certa rigidità. Non sembra possibile che, di lì a breve, un fiore sarà prossimo a mostrarsi nel suo splendore effimero eppure così elegantemente concreto. In verità, quel fiore, celato ancora per poco alla vista, esiste, attende soltanto il momento propizio per manifestarsi. Un po’ come l’amore tra Julian e Stefania, coltivato inconsciamente giorno dopo giorno e germogliato al momento opportuno.

Quant’è fugace la meraviglia di un fiore di cactus! Questi delicati fiori sbocciano una volta l’anno, e restano in vita soltanto ventiquattro ore. La vivezza cromatica di questi fiori è caduca, un dono estetico da noi pienamente apprezzato, perché consapevoli di trovarci difronte ad un omaggio temporaneo, gentilmente offerto al senso della vista. I fiori di cactus sembrano incarnare le bellezze della vita terrena, intensa ma soggetta al volere del tempo. E’ proprio il tempo a infondere ulteriore incanto ai momenti più belli della vita, vissuti con ancora più pienezza perché fuggevoli. Persino la felicità stessa, la più candida ed emozionante, vive di brevità, si articola in attimi, in minuti, al massimo qualche ora. Il fiore del cactus è un’allegoria cromatica dell’armonia. Se quel fiore vivesse in eterno non custodirebbe lo splendore di una vita vissuta; sarebbe di certo un’opera d’arte immortale ma, per quanto mirabile, non viva e palpitante.

Quando tra Julian e la segretaria starà per sbocciare l’amore si schiuderà anche il fiore del cactus, splendido, delicato e deciduo, metafora celebrativa per la nascita di un profondo sentimento appena fiorito. Nell’amore tra Julian e Stefania “i petali” non appassiranno, come se il loro rapporto rappresentasse il primo fiore di cactus che non avvizzisce dopo un solo giorno di vita: esso potrà beneficiare di un’esistenza, pur sempre mortale ma meravigliosamente intensa e ancor più durevole.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Tristezza, Amanda e la piccola bambina - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nell’America degli anni ’30, Sorrowful Jones (Walter Matthau) è proprietario di un centro scommesse. Il grande salone dentro cui è possibile osservare il programma delle gare ippiche, prendere nota delle quotazioni giornaliere, piazzare le dovute scommesse e regolarizzare le tante perdite al gioco è teatro di una frenetica attività clientelare. Tutti i giorni, con regolarità sorprendente, giungono al centro scommesse decine e decine di giocatori incalliti intenzionati a tentare la sorte. L’ufficio del proprietario si trova in fondo alla sala. Solitamente, la porta di quest’ultima stanza resta sempre ben chiusa. I pochi che hanno la possibilità di varcare la soglia dell’ufficio vi trovano seduto, dietro la scrivania, un uomo dall’espressione buffa, molto alto, decisamente burbero e altrettanto triste. Ah, quasi dimenticavo, per tutti Jones è noto come “Tristezza”. Non perché lui sia l’incarnazione di un pessimismo assoluto, più che altro perché i suoi modi di fare sembrano costantemente tristi, privi della benché minima vena d’ottimismo. “Tristezza”, di fatto, non è proprio un giocherellone a prima vista né una persona loquace e colloquiale. Si potrebbe affermare, senza essere smentiti, che “Tristezza” è una persona apparentemente introversa. Rinchiuso in quella sua camera d’ufficio, infatti, Jones passa in solitudine gran parte delle sue giornate, uscendo allo scoperto solamente per offrire ai propri giocatori un maggior tempo disponibile per saldare i loro debiti. Il più delle volte, tuttavia, egli finisce per pentirsi della generosità dimostrata, perché i “clienti”, invece di saldare il credito coi pochi soldi guadagnati, riprendono a giocare, incuranti dei rischi e aumentando così il passivo delle loro perdite.

Per “Tristezza” il luogo di lavoro è organizzato secondo un continuo andirivieni di persone dall’età sempre differente. Le sue giornate sono strutturate tramite un susseguirsi di “numeri”: numeri di gioco, numeri da affiancare alle gare dei cavalli, numeri inerenti le quantità di soldi guadagnati e di quelli perduti. Il tutto si alterna con la bramosia dei giocatori, i quali non riescono mai a darsi un freno. Sebbene appaia di primo acchito come un imperturbabile allibratore, egli si rammarica della frenesia con cui i suoi giocatori scommettono. “Tristezza” è dunque costantemente circondato da un ambiente calcolatore, in cui si muovono persone ingenue, talvolta avare, e su cui svettano numeri di perdite e di vittorie: numeri impersonali e pertanto freddi. Nella vita di “Tristezza” non c’è spazio per gli affetti personali. L’uomo pare aver scelto proprio questo lavoro poiché rassegnato dall’ambiente cittadino sozzo, corrotto e menefreghista che lo avviluppa, così da poter “tirare a campare” sull’ottusa cupidigia dei concittadini che tentano sempre di arricchirsi scommettendo. Jones non nutre interesse alcuno per le scommesse, eppure riveste il ruolo dell’impenitente allibratore. In verità, “Tristezza” non gioca, come tiene sempre a precisare ogniqualvolta qualcuno lo accusi di favorire il gioco d’azzardo; egli si limita semplicemente a “far giocare”, lasciando agli altri ogni libera scelta. “Lui non gioca, fa giocare!” - Questo medesimo, ironico motto verrà ripetuto anche dalla piccola bambina affidata alle amorevoli cure di “Tristezza”. Un momento! Non vi ho ancora parlato della piccola “Miss Marker”, vero? In questo caso, facciamo un passo indietro…

Un giorno, un accanito giocatore, arrivato al centro scommesse tenendo per mano la sua figlioletta, chiede una proroga di qualche ora per saldare un ingente credito. L’uomo vorrebbe piazzare un’ultima scommessa, credendo sia una vincita certa, che possa assicurargli una grossa somma di denaro. Sebbene restio, “Tristezza” accetta come pegno la piccola. Come prevedibile, il cavallo su cui il padre della bambina aveva puntato tutto il restante denaro perde la gara, concludendo la corsa della giornata all’ultimo posto. Prostrato dal suo ennesimo fallimento, l’uomo si suicida, lasciando la bambina a “Tristezza”.

Per la prima volta dopo molto tempo, “Tristezza” si relaziona con un’altra persona, senza più tenere a mente sfide a cavallo, gare all’ippodromo o quotazioni sui presunti favoriti. La graziosa bambina, paziente, timida e dolcissima intenerisce l’altero “Tristezza” il quale si affeziona a quell’esserino riconoscendola come sua figlia. Per prendersi cura di lei, “Tristezza” cambia completamente stile di vita, abbandona il suo scialbo e deprimente monolocale, e sperpera i propri risparmi per donare all’adorabile figliola una casa accogliente e confortevole, vestiti nuovi, pasti regolari e soprattutto un’istruzione scolastica.

“Tristezza” riscopre, attraverso la vicinanza della bambina, l’innocenza dell’infanzia, il candore tipico di quella delicata fase della vita in cui nascono e si accrescono in noi i sogni e le speranze. Quelle stesse speranze oramai dimenticate dall’arcigno “Tristezza”, un adulto che ha perduto, nel tempo e nel divenire, la leggerezza dello spirito, sostituita da un rassegnato cinismo dell’animo. Badate, il “Tristezza” di “E io mi gioco la bambina” non è di certo una rivisitazione insolita di Ebenezer Scrooge, il vecchio taccagno uscito dalla penna di Dickens, che rimane indifferente al patimento del prossimo. Dietro la patina di “bookmaker” insensibile e depresso, “Tristezza” nasconde un cuore d’oro, profondamente sensibile, generoso e prodigo. Un cuore palpitante di buoni sentimenti che non dovrà essere riconosciuto dalla venuta di tre spiriti purificatori, ma semplicemente “riscoperto” dalla carezza di una bambina, la quale risveglierà gli istinti candidi di un padre che attendeva solamente la venuta di una figlia per ritenersi tale.

“Tristezza” è una maschera del teatro tragico, espressiva come un’impenetrabile faccia marcata dalle stanche rughe e piegata dalla malinconia. L’ovale di detta, indecifrabile maschera impersonata da Matthau ha le fattezze di una smorfia sempre tendente al giù di morale. Nei suoi cinismi e nei suoi arcigni modi di porsi, “Tristezza” fa emergere la rassegnazione di una vita funesta che non ha preso la piega che l’uomo, intento per l’appunto ad indossare questa peculiare maschera, avrebbe sperato. “Tristezza” non è accigliato per carattere, ma perché lo è diventato, o per meglio dire perché lo hanno indotto, essendo rimasto preda di scenari macchiati dalla delinquenza e dall’apatia. Jones è un uomo che è diventato “Tristezza” in quanto “intristito” dagli accadimenti.

Eppure, celata dietro questa maschera tragica, se ne nasconde un’altra, una maschera più piccola ma al contempo più intima, che occulta l’espressione vera del suo animo. Una maschera, chi lo sa, forse appartenente al teatro comico, che vede nell’espressione gioviale la testimonianza di una ritrovata felicità. “Tristezza” si mostra di solito con il proprio tipico “mascheramento” rassegnato, fin quando l’affetto di quella bimbetta non muterà il suo “costume di scena”.

Il centro di scommesse di “Tristezza” sorge su di una particolare zona caduta sotto il controllo di un tirannico gangster (Tony Curtis), vecchio conoscente di Jones. Il gangster Blackie obbliga “Tristezza” a supportarlo nel dare luogo a un casinò nella villa di una donna di buona famiglia. E’ così che “Tristezza” conosce la bellissima Amanda (Julie Andrews) di cui si innamora. Amanda si lega immediatamente alla piccola che “Tristezza” porta sempre con sé, accudendola con sempre maggiore affetto. Amanda e “Tristezza”, suscitando le ire e la gelosia di Blackie, tra battibecchi e litigi continui trovano sempre il modo di educare la piccola come fossero già una famiglia.

Amanda toglie finalmente l’aspra, la dura e l’ingannevole velatura di “Tristezza”. “Lei è tutto finto…” asserisce Amanda con decisione, non è burbero o egoista come vuol sembrare, e prosegue - “come mai non l’ha mai scoperto nessuno? Evidentemente non ci hanno mai provato, oppure ci hanno provato e lei non gli ha permesso di scoprirlo.Amanda “smaschera” con abilità “Tristezza”. La donna scioglie il nodo che legava le imponenti maschere all’uomo e le getta a terra, trovandosi davanti un libro al posto della persona; un libro, un volume “vissuto” e mai letto da alcuno. Sarà lei la prima lettrice empatica di quell’animo umano.

In effetti, “Tristezza” appare come un tomo dalla copertina raggrinzita, consunta, che proprio al primo impatto non ci invoglia a leggere le scritte contenute nelle sue pagine. Non si giudica mai un libro dalla copertina, è un adagio assai noto, nonostante molte persone continuino a farlo. Nessuno mai ha provato a scoprire se dietro la scorza scostante di “Tristezza” si nasconda qualcosa di speciale, un cuore da eroe, magari. “Tristezza” ha, di fatto, il cuore di un nobile incompreso che batte nel corpo di un povero dai modi di certo non eleganti, ed è per questo che nessuno ha mai provato a scorgerlo. Amanda osserva oltre la superficie, e così, di colpo, agli occhi di un’attenta e fine lettrice, “Tristezza” si mostra come un libro aperto, su cui lei è la prima a posare lo sguardo e a leggere le parole veritiere che, con tale difficoltà, faticavano a mostrarsi.

E’ il passo compiuto che il film fa dell’esaltazione d’affinità nell’amore corrisposto. Dopotutto, ognuno di noi è un libro che viene capito e amato soltanto da chi quella lettura riesce ad apprezzarla in tutti i suoi aspetti. I freddi numeri del centro scommesse vengono così sostituiti nella vita di “Tristezza” dalle calde parole di un libro appena aperto. Finalmente, dopo una lunga ed estenuante rassegnazione all’indifferenza degli altri, “Tristezza” ha trovato la donna che riesce a vederlo per come è realmente. Con lei convolerà a nozze e otterrà l’affidamento della bambina, la splendida creatura che ha cambiato la sua spenta esistenza, riaccendendola.

“E io mi gioco la bambina” è una commedia meravigliosa, una vicenda rivolta agli inguaribili romantici, una storia che fa del sentimento il cuore pulsante di tutta la narrazione.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Walter Matthau - Il valore della commedia nel palcoscenico della vita" cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: