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"Dall'alto della coffa del nuovo transatlantico della White Star, il Titanic, la vedetta Frederick Fleet scrutava la notte luminosa. L'aria era calma, limpida e terribilmente fredda. Non c'era luna, ma il cielo, senza nubi, brillava di stelle. L'atlantico sembrava un piano di vetro levigato; tutti, in seguito, avrebbero detto di non averlo mai visto così calmo. Era la quinta notte del viaggio inaugurale del Titanic verso New York, ed era ben chiaro ormai che non si trattava della più grande, ma anche della più bella nave del mondo."

E' questo l'incipit con cui Walter Lord cominciò la sua accurata ricostruzione delle ultime ore del Titanic. Il resoconto di Lord, così scrupoloso e ricco di dettagli, è tutt'oggi ritenuto il più fedele, il più veritiero, il più drammatico mai scritto in merito al disastroso naufragio di quella che fu, allora, considerata la nave dei sogni.

108 anni fa, precisamente la notte tra il 14 ed il 15 aprile del 1912, il piroscafo, gioiello dei cantieri Harland and Wolff di Belfast, entrava in rotta di collisione con una montagna di ghiaccio. Due ore dopo, nelle gelide acque dell'Atlantico, la nave si sarebbe inabissata, spezzandosi in due tronconi.

Negli articoli che seguono ripercorriamo il fascino e lo splendore arcano evocati dalla storia del Titanic. A guidarci in questo viaggio a ritroso sarà la trasposizione cinematografica di James Cameron, l'adattamento più famoso dedicato alla maggiore e simbolica tragedia marittima di tutti i tempi.

"Un'anima dell'oceano – L’affondamento del TITANIC tra cinema e realtà". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

“Titanic - 1997 – L’arte è un dono offerto a noi tutti". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

"I simbolismi di Titanic - 1997". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

"Titanic - Negli abissi del tempo". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

Redazione: CineHunters

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"Dorothy" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il Professor Tolkien ci mise tutti in guardia. No, non lo fece ad alta voce. Già, perché declamarlo se poteva scriverlo?

Or dunque, su di un foglio di carta immacolata trascrisse un pensiero indelebile come inchiostro. Beh, più che un pensiero si trattava di un “monito”, di un avvertimento che tutti i suoi lettori avrebbero dovuto tenere bene a mente. Così, per bocca di uno dei suoi personaggi di fantasia, il Professore tenne a ricordarci quanto possa essere pericoloso uscire dalla porta della propria casa. E perché mai sarebbe rischioso, vi starete chiedendo?

La risposta vien da sé. Quando si lascia il proprio alloggio ci s’incammina per un sentiero incerto, verso un orizzonte tutto da scoprire. Ci si mette in strada, per dirla alla buona, e se non si poggiano bene i piedi al suolo non si può mai sapere dove si finisce spazzati via dal vento.

"Bilbo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La casa è uno spazio sicuro, ciò che alberga là fuori, invece, nasconde ben più di quanto possiamo supporre. Quella del Professore non voleva essere, di certo, un’intimidazione, più che altro un invito a restare accorti, vigili sulle insidie del mondo esterno. Le parole di Tolkien riecheggiano forti e cariche di valore in questi tempi bui, nei quali trattenersi in casa, più che un piacere, è un serio dovere da rispettare.

Fu Bilbo Baggins a pronunciare quanto scritto da Tolkien e non per puro caso. Bilbo era uno hobbit scaltro e decisamente coraggioso. Gli hobbit, i mezzuomini concepiti dalla fervida immaginazione dello scrittore inglese, amavano starsene belli comodi a poltrire nei loro accoglienti rifugi. Erano dei tipetti abitudinari, piuttosto “pantofolai” sebbene non portassero né scarpe né alcunché che potesse definirsi tale. Tolkien aveva una certa predilezione per gli hobbit. Il suo stile di vita somigliava molto a quello dei piccoli abitanti della Terra di Mezzo. Anche Tolkien, come Bilbo, adorava trastullarsi in casa, dormire fino a tardi, fumare la pipa sprofondato in una poltrona morbida, guardando dinanzi a sé, rimuginando, riflettendo, immaginando.

Tolkien concepì gli hobbit come creature pigre eppur straordinarie, “figli” a lui molto cari, esseri che avevano gli stessi pregi e “difetti” del loro “padre”. Tutta la gente della Contea sapeva bene che venir fuori da quel caldo e confortevole “buco” scavato nel terreno poteva costituire un pericolo. Gli hobbit non erano soliti andare in cerca di guai, non si allontanavano mai troppo dai dintorni della loro amatissima terra verde. Solo qualcuno, ogni tanto, si dava all’intraprendenza, spinto da una sana e crescente curiosità. Tra questi si distinsero i Tuc e i Baggins, che divennero proverbiali per la loro grande abilità nel cacciarsi in strane storie.

Bilbo Baggins, per l’appunto, che si armò di coraggio nell’uscir di casa per accompagnare un drappello di intrepidi nani, era ben conscio dei tranelli e dei rischi che attendono coloro che errano per strade sterrate, verso mete tutt’altro che esplorate. Pertanto volle più volte avvisare il nipote, Frodo. “Stai in allerta, Frodo. E’ pericoloso uscire dalla porta. Controlla bene i tuoi piedi o, spinto dalla brezza, finirai in un luogo lontano”.

Aveva proprio ragione il vecchio hobbit. I venti sanno essere infidi e possono sospingere un’incauta vittima verso una zona molto remota. E’ ciò che, per certi versi, accadde a una bella fanciulla in un racconto molto diverso. Costei si era messa in strada, vogliosa di lasciar la propria casetta. Il vento la ghermì con il suo forte abbraccio e la condusse verso un regno misterioso.

Con l’immaginazione questa giovinetta sognava di viaggiare verso l’orizzonte, oltre l’arcobaleno. Lo agognava con tutta se stessa, lo voleva, eccome se lo voleva!

Prima d’essere afferrata dal soffio dell’aria, Dorothy, questa graziosa damigella dai capelli scarlatti, raccolti in due lunghe e folte code, si sentiva sola, inascoltata. I suoi zii non le davano retta, i suoi amici non le stavano dietro. Solamente Totò, il suo adorato cagnolino, le prestava la dovuta attenzione.

Eppure lei ci provava, ci provava con tutte le sue forze a farsi ascoltare. Ogniqualvolta era lì per lì, decisa a interloquire con Zeke, Hickory e Hunk, i tre contadini che lavoravano presso la sua abitazione, Dorothy si trovava costretta a scontrarsi con la dura realtà. Per quanto buoni e gentili, i suoi amici erano fin troppo ingenui, totalmente incapaci di comprenderla fino in fondo.

Il suo amico Hickory non aveva la sensibilità adatta per far sue le aspettative sommessamente proferite dalla graziosa Dorothy. Ad ogni farfugliamento della fanciulla, Hunk replicava prontamente, rimproverandole, in maniera scherzosa, di avere un batuffolo di paglia al posto del cervello. Zeke, poi, la interrompeva prima che potesse finire di esprimere il suo pensiero, spronandola ad agire, ad avere coraggio nel compiere le sue scelte, sebbene egli stesso non eccellesse per nulla in quella virtù.

La mente di Dorothy viaggiava senza conoscere confini, spaziava con eccessivo vigore da un angolo all’altro, sorvolando luoghi sconfinati e sempre più distanti.

Per certi versi, Dorothy nutriva gli stessi desideri e le stesse frustrazioni della dolce Belle, la protagonista della fiaba disneyana de “La bella e la Bestia”. Entrambe desideravano vivere delle avventure intense, e volevano fuggire da un villaggio di campagna troppo ristretto per contenere le speranze di una donna tanto giovane da somigliare a un bocciolo di rosa prossimo a schiudersi. Sia Belle che Dorothy provavano a instaurare un rapporto sincero con gli abitanti del luogo, ma dovevano cedere dinanzi all’ottusità di chi si poneva loro difronte: nessuno era in grado di decifrare le loro anime.

Se Belle vivrà la più grande delle sue avventure in un castello maledetto che un tempo fu splendente, Dorothy, dal canto suo, vivrà una vicenda del tutto diversa, in un mondo dove il cielo è sempre azzurro, gli alberi sono verdi e le strade costellate di diamanti.

La bizzarra peripezia di Dorothy avrà inizio un bel dì. A seguito dell’ennesimo scontro con la signorina Almira Gulch, una perfida megera che odia il tenero Totò per la sua attitudine a combinare pasticci, la giovane prende finalmente la decisione di andar via. Lungo il sentiero, s’imbatte in un bislacco stregone da quattro soldi, il signor Meraviglia, che la convince a far ritorno alla sua fattoria. Dorothy, ancora adirata, accetta il consiglio del “mago” e inverte la marcia. Durante il cammino di ritorno, Dorothy viene sorpresa da un improvviso temporale, preludio all’arrivo di un rovinoso tornado. La fanciulla fa appena in tempo a rincasare.

Rimasta sola nella sua camera, Dorothy batte la testa e perde i sensi. Il tornado si abbatte con tutta la sua forza distruttrice sulla casetta di legno, risucchiandola all’interno del vortice e trasportandola lontano, alle porte del regno di Oz.

Dorothy era giunta laggiù, oltre l’arcobaleno, nel posto che tanto aveva sognato. Oz era molto diverso dal Kansas, non era un luogo nebbioso, cupo, in cui un grigio perpetuo dominava ogni dove. Tutt’altro, Oz appariva, agli occhi della bella fanciulla appena arrivata, come un mondo sfavillante, dipinto con colpi di pennello pregni di accesi colori. Ma non tutto ciò che sembra bello lo è realmente.

Dorothy intuirà, sin da subito, che Oz nasconde molti pericoli, soprattutto quelli portati dalla malvagia strega dell’Ovest, una fattucchiera dal naso adunco e dalla pelle verde, che vola in sella ad una scopa. Dorothy, spaventata, vuol far ritorno a casa ma non sa cosa fare. Allorché Glinda, una strega buona dal bianco vestito, le indica il cammino da intraprendere: la giovincella dovrà raggiungere la città di Smeraldo, la capitale del regno di Oz, lì dove vive il grande e potente mago, che saprà cosa fare per darle ausilio.

Spronata dai consigli della strega, Dorothy comincia il suo viaggio su di una stradina luccicante d’oro. Lungo il percorso, la fanciulla incontra tre particolarissimi personaggi: uno spaventapasseri, un uomo di latta ed un felino dalla spessa criniera che non ha per nulla un cuor di leone. Tutti e tre diverranno suoi amici e compagni d’avventura.

Più trascorrerà il tempo, più Dorothy sentirà la mancanza della sua casa. “Mi manca il Kansas…” - sussurrerà, dispiaciuta, al suo Totò, il cucciolo che non l’ha mai lasciata. Il distacco dal mondo a cui era sempre appartenuta porta la ragazza a riflettere tra sé e sé. Quel desiderio di voler andar via dalla sua terra è ormai svanito.

Dorothy soffre terribilmente la lontananza dalla sua “abitazione” che giace, semidistrutta, alle appendici del regno. Ella teme di non poter più rivedere la sua casa innalzarsi, bella e solida, nella sua fattoria. Non è, naturalmente, soltanto una semplice “dimora” a mancarle, bensì ciò che quel mucchio di legna reca in sé: gli affetti, le carezze, le voci dei suoi zii, l’odore dei campi, il profumo dei fiori, tutte le cose che, attorno a quell’edificio, ella sentiva giorno per giorno e che ora non sente più. Oz è un mondo radioso, splendente, che seduce ogni sguardo, eppure, con i suoi colori, non è in grado di rubare il cuore di Dorothy, ancora legato alla sua terra natia, ancora devoto a quel mondo reale che, sebbene in bianco e nero, le dona una sensazione di tepore che nessun colore potrà mai sostituire.

Il mago sarà ben disposto ad aiutare la damigella, ma prima vorrà che lei e i suoi simpatici amici annientino la strega dell’Ovest. Con un grande cuore, tanto coraggio e altrettanta astuzia, i quattro riusciranno a sconfiggere la diabolica creatura e torneranno, trionfanti, dal mago. Questi si rivelerà nient’altro che un imbroglione, ciononostante saprà come accontentare Dorothy, desiderosa, più che mai, di far ritorno a casa.

Soltanto quando tutto sarà finito, la protagonista si risveglierà da quel brutto colpo in testa e scorgerà davanti a sé i suoi zii, preoccupati per lei, assieme a Zeke, Hickory e Hunk, i suoi tre amici, e perfino il signor Meraviglia. Ma è stata soltanto un’illusione, un’immagine onirica e nulla di più? Oppure è stata un’avventura vissuta realmente, in un luogo che giace tra il sonno e la veglia e in cui è possibile giungere soltanto se lo si vuole davvero? Esiste davvero quella regione che tutti chiamavano “Oz” e che permane laggiù, al di là del temporale, dove il cielo risplende e l’arcobaleno svetta imponente come un arco su di un portale da oltrepassare? E’ stato tutto vero o solo un sogno?

Dorothy non lo saprà mai. Saprà solo che lei, così come i suoi tre amici, volevano tutti qualcosa che già possedevano. Lo spaventapasseri voleva un cervello ma, senza accorgersene, vantava già una certa sagacia che gli aveva permesso di proteggere la sua Dorothy da tutte le minacce a cui erano andati incontro. L’uomo di latta voleva un cuore, ma lo aveva già sebbene esso non battesse ritmicamente sotto la sua scorza arrugginita. Ci vuole un gran cuore, infatti, per far da scudo ad una dolce giovinetta. Il leone codardo, quel grande e grosso carnivoro che viveva nella foresta e temeva qualunque altro animale, voleva il coraggio. Che ironia. Un felino che ha paura. E che ci sarebbe di strano? Aver coraggio, del resto, non significa non aver mai paura, significa non lasciare che la paura prenda il sopravvento. Il leone non tornò mai indietro, non lasciò mai soli i suoi amici, ebbe il coraggio di restare accanto a loro. Era anche lui un impavido, senza esserne consapevole.

Dorothy, infine, voleva raggiungere un luogo in cui sarebbe stata felice, ma lo aveva già trovato, perché nessun posto era bello come la sua stessa casa. Dorothy lo dedurrà durante il suo tortuoso e impervio viaggio.

"Dorothy, il Leone Codardo, l'Uomo di Latta e lo Spaventapasseri - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quei frangenti, ella ricorderà proprio che la parte più bella di ogni viaggio è sempre quella in cui si sta per far ritorno a casa.

Nessun posto è bello come casa mia!” - Lo disse Dorothy e sono certo che Bilbo sarebbe stato d’accordo. Ricordiamolo anche noi, in questi giorni preoccupanti in cui la nostra casa non è altro che il nostro Kansas e la nostra Contea.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Vincent Price, l'ultimo uomo della Terra" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ricordo ancora il giorno in cui lessi quella pagina di giornale. Come potrei dimenticarlo. Si trattava di un giorno speciale. Kathy, mia figlia, la mia bambina, compiva gli anni, e le avevo preparato una festicciola di compleanno nel giardino della nostra casa. Sapeste quant’era graziosa! Se ne stava seduta buona buona, davanti ad una tavola imbandita, con tante candeline accese. Sul capo portava un cappellino a punta, guarnito con nastri colorati. Sorrideva, sorrideva per tutto il tempo.

Virginia, mia moglie, era indaffarata, tutta presa a tagliare la torta vicino ai bambini che la circondavano felici. La miravo da lontano. Era tanto bella. Aveva i capelli raccolti su di un lato. Un’acconciatura particolare che sfoggiava giusto per l’occasione. Sapeva che l’avrei ripresa, che avrei immortalato ogni momento con la stessa cinepresa che ero solito tirar fuori dalla confezione nelle ricorrenze più importanti. Lei lo sapeva. Si era fatta bella anche per questo.

Di tanto in tanto, sollevava lo sguardo e lo rivolgeva verso di me. Avvicinava la mano alla bocca e poi la lasciava cader giù. Mi mandava un bacio, ogni qual volta poteva. Ed io, con il volto velato dietro quella vecchia macchinetta da ripresa, ero lieto di riceverlo. Ricordo poi che me ne stavo in disparte, a sfogliare il giornale. Lessi la nota di un rotocalco, ma non diedi troppa importanza a quanto vi era riportato. Ciò che c’era scritto non aveva alcun valore, né fondamento. Era pura teoretica.

La malattia è portata dal vento” – recitavano quei fogli. Come avrei potuto crederci? Ero un uomo di scienza, allora. Confidavo soltanto in ciò che era stato già ampiamente dimostrato. Un germe che viaggiava nell’aria, che si spostava rapido sfruttando il soffio della brezza, non era una verità ma soltanto un’ipotesi, un’approssimazione semplicistica, priva di alcun riscontro scientifico. Ne ero fermamente convinto. Ben presto, però, tutto cambiò.

Venne il freddo, inatteso e subdolo. Il vento soffiava forte dall’Europa, come non aveva mai fatto prima. Gli alberi danzavano senza fermarsi, sollecitati dai soffi sempre più intensi e gelidi. I tronchi si flettevano, tormentati dall’alito malsano di una natura inquieta e malata. Le foglie cadevano, venivano sollevate dai forti refoli e si levavano sino al cielo, ripiombando poi giù, persistenti come una pioggia battente, ancor più veementi di una grandine incessante. Il virus era giunto in città.

Tanti si ammalarono senza neppure accorgersene. Non vi era scampo possibile. Il batterio aleggiava nell’aria, poteva essere dappertutto, così da contagiare chiunque. Era un qualcosa di invisibile, una minaccia non palpabile e, per questo, ancor più temibile.

Quando scoppiò l’epidemia, le persone reagirono nei modi più disparati. Taluni cedettero alle più estreme escandescenze, altri si abbandonarono al panico trincerandosi in casa. Molti, però, minimizzarono la questione, come se il male non fosse mai esistito. Ai loro occhi, il virus non era un nemico tangibile, pertanto si illusero che esso non rappresentasse una minaccia alla salute. Morirono uno dopo l’altro.

Rinchiuso nel mio studio, in quelle settimane, filosofeggiai. Pensai, sin da subito, che l’impercettibilità era la forza intrinseca di ogni virus o batterio. La sua “infima” dimensione, e di conseguenza la sua invisibilità, rende il virus un pericolo imprevedibile che getta nello sconforto chiunque. L’essere umano ha paura di ciò che non può vedere sin dall’alba dei tempi, da quando si rifugiava nelle caverne per sfuggire alle predazioni dei grandi carnivori che si celavano nelle foreste. Padroneggiando il fuoco, l’uomo poté sostenere gli attacchi degli animali lesti, dei predatori abili a mimetizzarsi nell’ombra. L’uomo, brandendo la fiamma, rese nitida l’immagine del proprio avversario, ed iniziò a vedere. Da ciò che vedi riesci a difenderti ma da ciò che non puoi scorgere non puoi reagire prontamente.

Il virus è un predatore misterioso, occulto, da cui non possiamo scappare perché non ci accorgiamo neppure della sua presenza. Esso è un parassita, un essere che vìola la nostra scorza. E’ questo che lo rende così spaventoso. La malattia rivela se stessa solamente quando è già entrata in noi, quando ha oltrepassato le nostre resistenze, insinuandosi al di là delle nostre difese. Così fece questo batterio. Arrivò attraverso l’aria, penetrò dalle vie respiratorie, infettò tutto il mondo.

Si ammalò anche la mia Kathy. Dapprima, avvertì una stanchezza strana e smise di giocare all’aperto. In seguito, si rintanò nella sua stanza poiché la luce del sole le arrecava dolore. Accadde così che un giorno perse definitivamente le forze e svenne. La raccolsi tra le braccia e si abbandonò alla mia presa, come se stesse dormendo profondamente. La posi a letto e la coprii con un velo bianco, trasparente. Seguitò a giacere tra la veglia e il sonno. Perse la vista e delirò. Virginia era disperata. Continuai a recarmi giorno e notte in laboratorio. Impiegai tutto me stesso per trovare una cura, per sintetizzare un siero che potesse fungere da vaccino. Non ci riuscii.

Centinaia di persone morirono dopo aver accusato i medesimi sintomi provati dalla mia piccina. Alle propaggini della città, fu scavata una gigantesca fossa comune dentro cui un fuoco ardeva perennemente. Non permettevano ai cittadini di seppellire i propri cari. Tutti noi dovevamo consegnare i nostri morti a delle unità di trasporto che, come cortei funebri, procedevano di quartiere in quartiere. Essi conducevano i morti alla rovina, per ridurli in cenere.

Non potei dire addio a Kathy. La presero e la portarono lontano. Non ebbi un luogo in cui poterla piangere. Riflettei su quanto le tombe potessero essere significative e indugiai sulle memorie che vissi da fanciullo, tra i banchi di scuola, quando lessi il carme di un grande poeta italiano, un tal Foscolo, il quale dedicò un toccante tributo all’importanza di un sepolcro. Una tomba, a suo dire, offre riparo ad un corpo la cui anima è volata via, ma dà, in particolar modo, un conforto al vivo, a colui che piange la perdita. Ci pensai continuamente. Io che ero rimasto in vita non avevo un tumulo in cui visitare la mia Kathy. Non potevo recarmi a trovarla, non potevo parlare sommessamente dinanzi alla sua lapide fredda. Fu il più grande tormento che patii.

Quando anche Virginia morì, ignorai l’ordine del Governo. Non la portai alla fossa, in quell’inferno orripilante ma le diedi una degna sepoltura. Le voci dei pochi sopravvissuti vagavano come un'eco per le vie. Si diceva che i morti scampati alle fiamme si destassero dalle loro fosse e tornassero a reclamare i sopravvissuti. Una sera sentii una voce flebile e spettrale chiamarmi fuori, in strada.

La mandata della porta compiva più di un singolo giro sotto il mio sguardo attonito, come se qualcuno stesse cercando di entrare. Chiesi chi fosse ma non ottenni risposta. Furioso, aprii e la vidi. Virginia, cerea di morte, irruppe in casa e cercò di afferrarmi. Fu allora che capii. Il virus non uccideva le persone, le mutava. Le rendeva schiave della notte, di una tenebra sovrannaturale. In molti evitarono le fiamme e caddero nel tempo. Poi si alzarono e vagarono per le strade. Rimasi soltanto io. Non seppi mai il perché. Provai a supporlo, ma non ebbi mai alcuna sicurezza. Il germe non mi infettò mai, rimasi immune.

Sono passati tre anni da allora. Ad ogni sorgere del sole un altro giorno ha inizio, lo stesso.

Il mondo intero, oramai, è una landa desolata e taciturna. Dai viottoli di montagna ai marciapiedi delle vie cittadine, carcasse di vampiri putrefatti campeggiano distese. Il sole è mio alleato, perché mi permette di dar loro la caccia. Quando ne trovo uno ancora “vivo”, nascosto in qualche edificio adibito a cripta, lo trafiggo con un paletto senza provare la benché minima pietà. Da uomo di scienza qual ero, sono divenuto un cacciatore del soprannaturale, di ciò che la scienza ha sempre ignorato. Che buffo scherzo del destino!

Loro sanno chi sono. Mi conoscono. Sono consapevoli che io rappresento l’ultimo uomo sulla Terra. Al calar del sole, si riuniscono nei pressi della mia casa. Mi chiamano. Mi intimano d’uscir fuori. Vogliono uccidermi. Raccolgono legna, armi e quant’altro e cercano di forzare la porta, di entrare attraverso le finestre. Ho rinforzato ogni angolo della mia abitazione per difendermi. Se mi spostassi in un’altra casa sarei al sicuro, non saprebbero dove cercarmi. Eppure, non riesco a spostarmi. Non posso lasciare questa casa. No, non la abbandonerò!

Una casa non è una fredda struttura di malta e mattoni. L’ho sempre sostenuto. E’ un rifugio dove le ansie e i timori non riescono a introdursi, a fare breccia. E’ un luogo sicuro, in cui poter vivere al riparo dai rischi del mondo esterno. Tra le mura di questo mio alloggio, perdurano le voci, le risate di mia moglie e di mia figlia. Nelle camere avverto ancora il loro odore, sento ancora la loro presenza. Questa è casa mia, l’unica cosa che mi è rimasta di una vita perduta. Nessuno potrà mai strapparmi via da qui.

Un altro giorno ancora. Un’altra caccia. Sfreccio per le strade a bordo di un carro nero, trascinando corpi diabolici e innaturali per dar loro una fine nel rosso delle vampe. Ad ogni tramonto, rientro. Rinforzo la porta con collane di aglio e grandi specchi lucenti. I vampiri non riescono a tollerare la loro immagine riflessa, li ripugna. Le superfici riflettenti possono tenerli a debita distanza. Sbarro ogni possibile via di accesso. Mi siedo sul divano e aspetto. La solita marmaglia si raduna e si avvinghia alle pareti esterne. Ragliano e ringhiano, pronunciano il mio nome tra un verso animalesco ed un altro.  Cerco di distrarmi, per quanto possibile.

Riprendo la mia cara cinepresa e guardo vecchie pellicole che ritraggono i miei cari. Scoppio a ridere sonoramente, una risata che si protrae in un ghigno esasperato, che si stende sino a scemare in un pianto lacrimoso e funereo. Nulla potrà mai darmi conforto. Il trambusto, il disordine, il frastuono di quei dannati tortura le mie orecchie stanche. Accendo il giradischi, illudendomi che la musica possa sovrastare il rumore dei vetri che si infrangono, dei legni che cedono. E’ tutto vano.

Un nuovo mattino si presenta all’orizzonte, e per la prima volta porta con sé una novità. Nella mia triste ronda mi imbatto in una figura di donna, mite e sana. Il suo corpo si staglia lontano leggiadro ed elegante. Ella cammina serena su di una collina, ed i raggi solari non le danno disturbo. Non credo a ciò che vedo. Riesco ad avvicinarla, sebbene tema il mio incedere. La porto a casa mia e scopro la verità: celata, in un angolo imprecisato della metropoli, una comunità di infettati ha trovato il modo di tenere a bada la malattia mediante l’assunzione di un farmaco che attenua gli effetti del morbo, ma solo temporaneamente. Per questi cittadini mutati solo in parte, io sono un mito da annientare, un “mostro” da eliminare.

Quale ironia, in questo mondo distorto io, il solo ad aver mantenuto la proprio normalità, sono divenuto, per coloro che dominano questa Terra, un essere anormale. E’ forse stato questo lo scopo della malattia? Distruggere la normalità per crearne una nuova, deforme, deturpata, assurda, impossibile per me da comprendere realmente. La donna è gentile nonostante paventi la mia aggressività. La invito a riposare in una stanza e, durante le ore successive, le somministro un antidoto ottenuto col mio sangue immune al male che ha fiaccato l’umanità intera. Ruth, così ha rivelato costei di chiamarsi, riprende lentamente colore, fisionomia, vivezza. L’antidoto funziona. Vi è un futuro per la razza umana, un futuro che io posso far sì che si adempi. Ruth, d’improvviso, mi intima di scappare. Loro stanno arrivando.

Fuggo via e vengo braccato. Raggiungo la prossimità di una chiesa e guadagno il sagrato. Sono circondato. Urlo la verità: io posso salvarvi tutti! Fermi! Fermi! Non odono le mie parole. Vibrano un colpo verso il mio cuore. Una lama mi trafigge. Cado al suolo con le braccia stese, come Cristo colpito dalla lancia che ha segnato il Suo destino.

Ruth mi raggiunge appena prima che cali il buio. Avrei potuto salvarli, ma non me lo hanno permesso. Non mi davano ascolto, non mi credevano. Non potevano fidarsi di un essere umano. Esso è ingannatore, violento, assassino per natura. Per loro, io ero una leggenda e mi hanno ucciso. Avevano paura di me. Erano loro ad avere paura di me.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Kirk Douglas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Io e papà ci scherzavamo su, ogni nove di dicembre. A dire il vero, cominciavamo qualche giorno prima. “Il compleanno di Kirk Douglas sta arrivando” – dicevo a mio padre e lui, prontissimo, faceva eco con la solita domanda: “Quanti sono quest’anno? 95, 96?” 

Kirk è del 1916!” – puntualizzavo, di rimando. Papà, allora, accennando un sorriso, annuiva, ricambiando il mio sguardo compiaciuto. Stupore, meraviglia e un muto gongolante “vai, continua così, Kirk!”, trasparivano dalla sua espressione facciale, tutte le volte.

Kirk Douglas era un’autentica leggenda ai nostri occhi. Non solo per la notevole carriera che egli si costruì passo dopo passo, copione dopo copione, ma anche per la sua impressionante longevità. Kirk visse una vita intensa, appassionata, straordinaria.

Nel 1954, l’anno in cui nacque mio padre, Kirk era già una star affermata e di prima grandezza. A quel tempo, si trovava impegnato a navigare a bordo di un legno malconcio, alquanto fragile, ma che riusciva, ancora, a domare la superficie dell’acqua. Il personaggio che Kirk stava interpretando cercava con tutte le sue forze di tornare a casa, nella sua Itaca, dalla sua Penelope. Le onde avverse, l’irrequietezza del mare e la furia di Poseidone ostacolavano il suo intento, impedendogli di esaudire il suo desiderio. Per Kirk, quel viaggio di ritorno si tramutò in un’odissea estenuante, in un’avventura senza fine. E così, nel 1954, quando papà venne al mondo, Kirk Douglas era sbarcato al cinema con l’ultima delle sue fatiche di quell’arco temporale: “Ulisse”.

Kirk Douglas insieme a Silvana Mangano, interprete di Penelope e di Circe

Qualche anno dopo, precisamente nel 1956, Kirk portava una barba rossa ed incolta, indossava abiti sudici e sporchi di pittura e si era, da poco, trasferito a Saint-Rémy. Una sera, questi si sdraiò e rivolse lo sguardo alla volta celeste; per tutta la notte, giacque sveglio, disteso supino, a pancia all’aria come si suole dire, assorto a rimirare le stelle. I suoi occhi si tuffarono tra quelle sinuose dune, s’immersero fra gorghi blu cobalto, tra luci sgargianti, tra i rami di quei cipressi alti e fitti che si stagliavano in cielo, fino a smarrirsi in esso. Kirk, in quel tempo, aveva assunto le sembianze del pittore Vincent Van Gogh, e se ne stava a contemplare il cosmo, a immobilizzare nella sua mente quel “tetto” azzurro intenso, tutto ammantato di corpi celesti rilucenti di vita propria e non. Fu in quei momenti che concepì in sé la sua Notte Stellata, mentre la mano sicura e decisa, seppur tremante, era già pronta a fissarla sulla tela.

Kirk c’era, c’era sempre stato. Che fossero gli anni ’40, ’50, ’60, la sua figura possente seguitava a dominare le sale cinematografiche di mezzo mondo. Immortalato sui nastri di celluloide, l’attore americano vagò da una meta all’altra, da un’epoca datata a quella successiva e poi oltre e oltre ancora, senza mai arrestare il proprio cammino.

Kirk era lì, nell’antica Roma, e assistette alla ribellione dei gladiatori. Li guidò con la sua mano ferma, colma di vigore, contro i loro padroni, quegli schiavisti cruenti e senza scrupoli.

Molti secoli dopo, quando alcune legioni dell’esercito francese scelsero di non fuoriuscire dalle trincee, di restare al sicuro, di non inseguire vacui orizzonti di gloria, che avrebbero condotto i militi alla fine, alla morte su di un terreno zuppo di sangue, Kirk era anche lì, insieme a tutti loro.  Durante la Grande Guerra, fu proprio lui a difendere con i gesti e la dialettica i soldati che appartenevano al suo reggimento, innocenti eppur rei di aver cara la vita, di aver tentato e fallito una manovra militare impossibile da compiere sin dal principio. Kirk si trovò anche laggiù, negli abissi, ventimila leghe sotto la superficie del mare, fianco a fianco all’empio e impassibile capitano Nemo. Kirk attraversò cinquant’anni di cinema americano, mille anni di storia, cento anni di esistenza. 

Era un mito inossidabile, un idolo intoccabile. Per me e per mio padre, ricordare il compleanno di Kirk Douglas era diventata una tradizione spiccatamente natalizia, visto il periodo. Ad ogni inizio di dicembre, il nostro giulivo ricordo di Kirk, che era nato in modo del tutto spontaneo, si presentava come una sorta di beneaugurante appuntamento. “Papà, tra qualche giorno sarà il compleanno di Kirk. Un altro anno è passato”. Ne parlavamo anche negli attimi in cui tiravamo fuori dallo scatolone l’abete per addobbarlo. In quei momenti il nostro pensiero andava ancora al grande Kirk, all’attore, all’uomo, con un grandissimo augurio di Buon Natale.

Stando a una nostra "intuizione", i lineamenti del viso di Ercole, protagonista della pellicola disneyana "Hercules", ricordano moltissimo quelli del grande attore Kirk Douglas. Oltre alla forma delle orecchie e ai dettagli del naso e del sorriso, persino la fossetta sul mento richiama quella del leggendario interprete. I disegnatori di "Hercules" non hanno mai dichiarato di essersi ispirati a qualche "star" in particolare. Tale, possibile, somiglianza non viene riportata da nessun articolo dedicato al film ed è assolutamente di nostra ideazione. Potete leggere di più sul film in questione cliccando qui.

Quest’anno, purtroppo, è stata l’ultima volta che abbiamo avuto la possibilità di parlare del suo compleanno, ma non potevamo di certo saperlo. Ci eravamo illusi, sotto sotto. Per noi, Kirk Douglas era riuscito nell’impossibile: aveva arginato la morte, era riuscito a divincolarsi dalle sue grinfie. Sapevamo che prima o poi l’irreparabile sarebbe arrivato ma, con un pizzico di ingenuità, non volevamo crederci. Kirk Douglas si è spento qualche settimana addietro, alla veneranda età di 103 anni. Un traguardo eccezionale, il suo, raggiunto al termine di una vita dinamica, faticosissima, entusiasmante, impegnata e vissuta sempre a ritmi frenetici.

La mattina in cui seppi della sua morte, decisi di prendermi una pausa. Nel pomeriggio, cominciai a rivedere uno dopo l’altro tutti i suoi film più celebri. In seguito, mi fermai a indugiare sui ricordi e mi chiesi: quando “incontrai”, per la prima volta, Kirk Douglas? La mente vagò rapida e si soffermò, nuovamente, su mio padre.

Era una domenica come tante, e papà mi aveva fatto dono di una vecchia videocassetta. Con tono sfacciato, disse che in quella cassetta vi erano alcuni tra i più grandi attori di tutti i tempi. La guardai. L’immagine stampata sulla custodia mostrava, al centro, un tipo serioso, catturato in una posa eroica. Questi brandiva una fiaccola accesa, agitandola verso l’alto. Si trattava della videocassetta di “Spartacus”, uno dei lungometraggi simbolo della filmografia di Kirk Douglas.

Questo kolossal, diretto da Stanley Kubrick, fu espressamente voluto dallo stesso Douglas, il quale investì una cifra sostanziosa nella produzione della pellicola. Kirk desiderava fortemente recitare nei panni di un eroe d’altri tempi. Precedentemente, aveva cercato in tutti i modi di assicurarsi la parte principale in “Ben-Hur”, ruolo che andrà ad un altro gigante del cinema, Charlton Heston.

Non essendo riuscito ad ottenere quella parte, dunque, Douglas si mise in affari per conto proprio e “commissionò” a Stanley Kubrick il progetto “Spartacus”. Il ruolo del guerriero trace, dello schiavo che si erge e affronta coraggiosamente la Repubblica di Roma, parve cucitogli addosso. Kirk, infatti, anche nella realtà, si dimostrò sempre un uomo audace, indomabile, incorruttibile. Egli non si piegò mai alle regole imposte dallo Star System hollywoodiano, anzi tutt’altro. Le fronteggiò con ardore. Scardinò le limitazioni, i pregiudizi generati dal Maccartismo. Restituì la libertà a chi gli era stata sottratta, si impegnò, con coraggio, rischiando in prima linea, per dare lavoro e dignità a coloro che erano finiti nella lista nera.

Douglas e Jean Simmons in una scena di "Spartacus"

Kirk Douglas si configurò come un gladiatore romano riapparso nel ventesimo secolo, un guerriero, un lottatore che si erse sui vigliacchi e che non si genuflesse mai ai potenti. Un caso emblematico per comprendere ciò avvenne proprio durante la lavorazione di “Spartacus”. Kirk voleva che Dalton Trumbo, noto sceneggiatore escluso dal business per sospette simpatie comuniste, curasse la sceneggiatura del suo film. Douglas non si lasciò intimorire dalle dicerie e prese Trumbo con sé. L’interprete pagò lo scrittore a sua spese e pretese che il nome del suddetto sceneggiatore fosse inserito nei titoli di coda.

Con grinta e impavidità, Kirk Douglas sfidò apertamente le reticenze, le ipocrisie del cinema statunitense, contribuendo a ribaltare tabù e preconcetti limitanti e oppressivi. Se il personaggio di Spartacus sarà destinato a cadere contro l’esercito romano e a morire sulla croce come un messia violento e rivoluzionario, Kirk, al contrario, riuscirà a trionfare, ad estirpare il clima ostile e paranoico vigente nella vecchia Hollywood dell’età dell’oro.

Le somiglianze tra Kirk e le sue controparti sul grande schermo, le similitudini tra la “persona” ed il “personaggio” non riguardano soltanto “Spartacus”. Sono molteplici i soggetti virili, temerari, ma anche pacati e buoni a cui Kirk Douglas conferì vita eterna tra i contorni nitidi di una cinepresa

Kirk somigliava pure ad Ulisse, il celebre eroe omerico che Douglas impersonò con passione e coinvolgimento. La pazienza, la tempra resistente, il carattere energico e la tenacia di Kirk erano proverbiali. Come Ulisse, Douglas non si dava mai per vinto e, come lo stesso Odisseo, il quale, per anni, lottò contro gli oceani ribollenti di collera avendo, come unico conforto, il ricordo della sua sposa, Kirk rimase innamorato della stessa donna per più di cinquant’anni. Douglas sposò Anne Buydens nel 1954, e insieme a lei rimase per tutto il resto della sua vita.

Anne era per Kirk ciò che Penelope fu per Ulisse: una certezza, un’ancora tenace, un porto su cui attraccare senza voler mai ripartire, un richiamo perenne, una meta da raggiungere costantemente. La conobbe sul set di “Atto d’amore”. Ne rimase incantato, ne venne rapito. Anne era una donna attenta e intelligente, una bionda furba e con la risposta sempre pronta. Ella non si lasciò facilmente “abbindolare” e sedurre dal divo di turno. Così, respinse le avance. Il corteggiamento per Kirk fu decisamente spossante, si protrasse per settimane ma, infine, sortì l’effetto sperato. Anne capì che per Douglas non si trattava della solita, fugace avventura di una notte. Acconsentì al loro primo appuntamento, a cui ne seguirono molti altri. In breve tempo, convolarono a nozze. Il loro sarà un matrimonio duraturo, sebbene Kirk, un po’ come lo stesso Ulisse, non esiterà ad essere “infedele”. Del resto, Kirk era un duro di buon cuore ma anche un “infame”, per sua stessa ammissione.

Con la moglie Anne Buydens

Egli era un sognatore, un idealista come il colonnello Dax, il protagonista di “Orizzonti di gloria”. In quest’opera filmica, Douglas impegnò tutto se stesso per portare in scena una tematica scomoda. La tragica battaglia “legale” condotta dal colonnello per salvare la vita a tre commilitoni, condannati alla pena di morte per un “crimine” mai commesso, evoca una critica sprezzante al militarismo, alla guerra che non custodisce, in sé, alcuna gloria.  Idealista fu anche un altro personaggio impersonato da Douglas, ovvero Jack Burns, un cowboy che si allontanò volontariamente dalla modernità per vivere a contatto con la natura, seguendo i dettami, le leggi, il credo di un passato “western”, di un mondo fatto di lealtà ed onore che non esiste più.

Per il ruolo del tormentato pittore olandese, Kirk Douglas vinse un Golden Globe e fu, inoltre, candidato all'Oscar come migliore attore protagonista

Kirk Douglas vantava un carattere infaticabile, una personalità irrequieta, ansiosa di creare, di fare arte in ogni sua forma. Questo lato della sua persona ricordava quello del pittore olandese Vincent Van Gogh a cui Kirk Douglas prestò il suo inconfondibile volto in un’interpretazione straordinaria, e per la quale mancò clamorosamente il premio Oscar.

Le pellicole più importanti della sua carriera costituiscono una fonte da cui attingere informazioni, una sorgente da cui trarre un’indicazione, una verità sull’identità sfaccettata di questo attore che visse per più di cento anni.

In una scena di "Orizzonti di gloria"

Ma forse, il ruolo più interessante e complesso di Kirk Douglas resta quello che, di rado, viene menzionato. Un ruolo profondamente diverso da quelli a cui ci ha abituato, che poco ha a che vedere con la personalità di Kirk Douglas. Come si è soliti affermare: un bravo attore si dimostra tale quando dà vita a un personaggio che è quanto di più distante da se stesso.

Se con i ruoli citati in precedenza, è possibile scandagliare l’animo di questo artista indipendente in virtù delle affinità evidenziate tra persona e personaggio, facendo riferimento a quest’ultima parte, sarà possibile, invece, indagare un’altra caratteristica: il talento, la bravura eccelsa di Douglas nel dare forma, presenza, portamento e voce ad un personaggio corrotto, insensibile, insaziabile e arrivista.

Nel film “L’asso nella manica”, per la regia di Billy Wilder, Kirk Douglas interpretò Charles Tatum, un giornalista arrogante e senza scrupoli, disposto a tutto pur di arrivare allo “scoop”.

Charles ha lavorato per i quotidiani più importanti di New York, venendo poi sistematicamente licenziato da ognuno di essi per cattive abitudini tenute sul luogo di lavoro. L’uomo, poco propenso a cambiare comportamento, rimasto senza un soldo, giunge ad Albuquerque e viene assunto nel piccolo giornale cittadino. Attende più di un anno per trovare una grande “notizia” che possa riportarlo sulla breccia.

Con Walter Matthau, Kirk Douglas girò uno dei suoi film più apprezzati: "Solo sotto le stelle". Potete leggere di più su Walter Matthau cliccando qui.

Un giorno, Charles si imbatte in un evento decisamente particolare: una frana che ha intrappolato all’interno di una montagna un pover’uomo, Leo Minosa. Costui, da svariati giorni, stava saccheggiando tombe indiane in una vecchia caverna. I nativi avevano avvertito il ricercatore circa i pericoli celati in quel massiccio roccioso, su cui aleggia un’oscura maledizione. Fiutando le potenzialità dell’accaduto, Charles si avventura in quei luoghi e incontra l’uomo, rimasto con entrambi gli arti inferiori bloccati sotto un cumulo di grosse pietre. Un corposo masso sbarra la strada e separa il giornalista dal saccheggiatore, e i due riescono ad interagire soltanto attraverso una sottile apertura.

Charles comincia a scrivere il primo articolo sull’incidente. Mescolando elementi reali ad allusioni sovrannaturali riguardanti il presunto anatema che si è compiuto ai danni del “profanatore di tombe”, il giornalista crea una narrazione avvincente che desta l’attenzione di molti lettori.  Charles, giornalista navigato, rammenta come scrivere un “racconto” intrigante e a puntate, conosce i gusti del “pubblico”, sa che la notizia dovrà apparire sensazionale e la “questione” lunga e complessa. Concorda così con lo sceriffo del luogo di ritardare il più possibile i soccorsi. Per giorni, Charles scrive articoli repleti di parole forti, ammiccanti, appassionanti, che descrivono lo stato d’animo, la sofferenza dello sventurato rimasto prigioniero della montagna. I lettori vogliono sempre più particolari e non riescono a smettere di leggere tutti i pezzi che i quotidiani propongono loro. Una folla si raduna nei pressi della catena montuosa, e la tragedia umana finisce per tramutarsi in una forma raccapricciante di spettacolo. Charles trascinerà la sua inerme vittima sino allo sfinimento. Solo allora, distrutto dai sensi di colpa, si renderà conto del suo agire disumano e fraudolento, del suo tradimento compiuto nei riguardi del giornalismo libero e vero.

Kirk Douglas, col ritratto del suo reporter arrivista, lanciò una critica severa alla spettacolarizzazione del “fatto”, alla cronaca plasmata secondo le regole dell’intrattenimento, del “mito” narrato, il quale mira, sovente, a generare una reazione emotiva piuttosto che a stimolare una coscienza collettiva.

Se con “Spartacus”, “Ulisse”, con “Orizzonti di gloria” e con “Brama di vivere” aveva messo in mostra l’eroismo, la tenacia, l’orgoglio, l’altruismo, la genialità e l’amore per l’esistenza umana, caratteristiche che derivavano dalla sua stessa persona, al contrario, con “L’asso nella manica” Douglas volle ricordare la malvagità, l’opportunismo che può albergare nei cuori delle persone.

Fu questo il compito più importante e simbolico compiuto da Kirk Douglas. Rammentare quanto il sadismo, la crudeltà, e soprattutto l’egoismo umano possano essere corrosivi e pericolosi.

Dall’individualità, dall’egoismo, il cinema, che ha visto Kirk Douglas tra i suoi più grandi rappresentanti, non smette mai di metterci in guardia, educandoci nell’essere persone migliori.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lois e Clark" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Qualche anno addietro, lessi un’intervista di un grande attore e cantante di teatro, di cui preferisco non rivelare il nome, che mi colpì in modo particolare. Una serie di confidenze, talvolta derivate dall’ambiente lavorativo, talvolta dall’intimità dell’interprete, fuoriuscirono liberamente dal suo parlato e vennero minuziosamente riportate dal giornalista in un testo scritto. Ad un certo punto, l’intervistato rilasciò una dichiarazione che mi rimase perfettamente impressa. Dopo aver affrontato le più disparate questioni, i due interlocutori arrivarono a disquisire sulla morte. Non rammento il perché quella piacevole conversazione si spinse fin lì, ma, d’un tratto, si fece molto più seria e personale. 

L’attore scelse di “sbottonarsi” dinanzi al suo indiscreto confidente e ammise quella che era la sua paura più grande. Egli non temeva la morte. Ammise, invero, di paventare la malattia, l’arrivo improvviso di un corpo estraneo e maligno, di un ospite indesiderato che potesse condurlo alla sofferenza, alla perdita progressiva e consapevole delle proprie forze, del proprio futuro. Il solo pensiero di ammalarsi e di dover lottare contro un grave “male” gli arrecava un incontrollabile spavento. L’idea della morte veniva accettata serenamente dall’artista ma la malattia, la sofferenza, l’indebolimento no, non potevano essere in alcun modo tollerati.

Quando terminai la lettura, questa sua affermazione mi indusse a riflettere fugacemente. E’ tipico dell’essere umano temere la malattia, sia essa un cancro, il “male” per antonomasia che cerca di divorare la sua “vittima” dall’interno, debilitandone il vigore, la gioia di vivere, sia essa un morbo che affligge progressivamente chi ne soffre, sia essa un nuovo attacco virale che si palesa d’improvviso, sconvolgendo la tranquilla routine.

La morte è parte naturale della vita” - scrisse un saggio regista e sceneggiatore americano. Temerla fa parte dell’istinto vitale di ogni essere vivente. Tuttavia, essa è inevitabile. Tutti noi sappiamo di essere mortali. Or dunque, ciò di cui abbiamo realmente paura non è la morte, che immaginiamo come un evento lontano, ma la malattia nella sua astrattezza, nella sua immagine figurata, ovvero un qualcosa che possa arrecarci dolore, che possa distruggere il nostro presente, azzerare il nostro futuro, che possa cambiare ineluttabilmente la nostra quotidianità ed indurci ad una fine prematura. L’uomo ha terrore della malattia ancor più che della morte poiché la malattia può rappresentare l’anticamera della morte stessa.

Storicamente, la propagazione di un germe sconosciuto, di una nuova epidemia, getta scompiglio nell’animo umano. Il virus ricorda con sibillina ferocia, con quiete latente, con la sua invisibilità, col suo manifestarsi imprevisto e subitaneo la fragilità della vita umana, la cagionevolezza della nostra scorza vulnerabile.

Ma aver paura della caducità della vita non è una peculiarità di noi terrestri. Anche gli alieni possono paventare la possibilità di ammalarsi.

Anzi, ad essere del tutto onesti, noi uomini siamo alquanto fortunati. Sin da piccoli, sappiamo quanto delicato sia il nostro corpo. Alcuni alieni, invece, neppure riescono ad immaginarlo. Prendendo i nostri primi raffreddori, sopportando la prima di tante altre febbri, tollerando tutti quei virus seccanti che, da bambini, ci obbligano a restare a letto, cresciamo coscienti e consapevoli, rammentando sempre la nostra debolezza, la soggezione insita in noi nei confronti della malattia, sia essa lieve o fastidiosa. Questa consapevolezza che ci portiamo dietro sin dall’infanzia ci permette di apprezzare ancor di più la vita di tutti i giorni. Se non rammentassimo il dolore e se non sapessimo quanto può essere effimera la nostra esistenza non riusciremmo a goderne appieno.

Gli alieni, torno a ripeterlo, non possiedono, necessariamente, questa bizzarra “fortuna”.

"Superman, Christopher Reeve" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Superman, ad esempio, non si è mai ammalato. Non lo sapevate? Ebbene, il più grande supereroe della storia del fumetto, fino ad un imprecisato momento della sua maturità, neppure sapeva cosa si provasse a tossire o ad avere mal di gola. Beato lui, direte voi. Beh, sì e no!

Clark Kent crebbe a Smallville, nel Kansas. Nutrito dai caldi raggi del sole giallo della Terra, l’ultimo figlio di Krypton divenne forte, veloce, praticamente invulnerabile. La sua conformazione robusta e impenetrabile lo protesse fin dal momento in cui atterrò, di buon mattino, in un campo isolato, alle propaggini della fattoria dei Kent. Clark intuì fin da ragazzo che la salute dei terrestri è notevolmente diversa dalla sua, quanto mai precaria e facilmente attaccabile. Un giorno, rientrato da scuola, Clark si mise a chiacchierare con suo padre, il suo migliore amico, il suo mentore, il suo unico confidente.

Jonathan, alzando il capo verso la tersa volta celeste, pensò a voce alta: “Sei stato mandato qui per una ragione, figliolo. Lo capirai, quando sarai pronto!”. Non aveva dubitato neppure per un solo istante. Jonathan sapeva che suo figlio, quel piccino che piangeva, tutto solo, rannicchiato in un’astronave argentea, avvolto in una larga “coperta” azzurra, sarebbe diventato un simbolo di speranza. L’anziano fattore confidò in quell’immagine custodita nel suo cuore, ma non poté vederla compiersi. Il padre del futuro supereroe se ne andò proprio in quel pomeriggio tranquillo, poco dopo aver terminato quel significativo scambio di parole.

Un infarto piegò il pover’uomo sotto gli occhi attoniti di suo figlio. Clark, nonostante potesse contare su tutti i suoi innumerevoli poteri, non poté far niente per salvarlo. Lo capì quel giorno: dinanzi al dolore umano, all’imprevedibilità del fato, neppure Superman potrà mai nulla.

Nel celebre lungometraggio del 1978, Clark, per tutta la sua adolescenza, è rimasto insensibile al dolore fisico. Né il fuoco, né il gelo, nessun’arma poteva scalfire la sua epidermide dura come l’acciaio. In un’intervista concessa alla reporter Lois Lane, Superman lo riconobbe candidamente: “Fino ad oggi, non ho mai avvertito alcun dolore fisico”.

Provate a supporre di crescere senza accorgervi mai del benché minimo dolore. La nostra visione dell’esistenza, della realtà, cambierebbe completamente. Saremmo più audaci, più pronti, di certo più spavaldi. Se nulla può ferirci, nulla deve essere temuto. Chissà come si comporterebbero gli uomini se anche loro possedessero le facoltà dei kryptoniani. Eppure, sebbene questa abilità d’essere pressoché immortale sia invidiabile, essa nasconde anche una condizione limitante che porta Superman a non comprendere totalmente i pericoli legati alla sua sopravvivenza.

Nella pellicola del 1978, il Superman interpretato dal leggendario Christopher Reeve è convinto che nulla potrà mai annientarlo. Un giorno, però, scoprirà la triste realtà. Quando Lex Luthor lo metterà astutamente a contatto con la kryptonite, ultimo residuato del pianeta d’origine del supereroe, Superman sentirà sulla propria pelle una forma acuta e lancinante di dolore. E lo sentirà per la prima volta. La kryptonite, che riluce di verdi radiazioni, induce Clark a contrarsi, a genuflettersi al suolo. I suoi poteri non avranno più alcun valore, e la sua possanza verrà piegata.

L’invincibile Uomo d’Acciaio retrocederà, in un lampo, ad uno stadio inferiore. Egli avvertirà la paura di un bambino rimasto senza difese, di un infante che evince, di colpo, la debolezza di se stesso. La particolarità di tutto questo è che Superman scopre d’essere mortale da adulto, apprendendo un qualcosa che noi esseri umani diamo per scontato sin da fanciulli. Questo è un trauma psichico che turba l’Uomo del Domani, mutando inesorabilmente la sua percezione della vita stessa.

Reagire ad un dolore mai conosciuto, prendere consapevolezza della propria fragilità è estremamente più traumatico quando tutto ciò si manifesta d’improvviso, senza alcuna avvisaglia, distruggendo ogni certezza. Superman, in questa famosissima scena del film originale, incarna l’uomo comune, il mortale, colui che apprende, tristemente, che la morte può ghermirlo da un momento all’altro.

"Superman, Christopher Reeve" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su Christopher Reeve cliccando qui.

Anche in “Batman V Superman”, l’eroe a cui Henry Cavill ha prestato il proprio volto crede fermamente d’essere inscalfibile. Nel feroce scontro con Batman, Superman inspirerà nei suoi polmoni un tipo di kryptonite, rielaborata da Bruce Wayne sotto forma di polvere invasiva per attenuare la potenza del guardiano di Metropolis. Notando di non essere più in grado di utilizzare i propri poteri e vedendo il sangue grondargli dalle ferite, Superman perderà ogni sicurezza. Il Crociato Incappucciato, in quanto essere umano, ha imparato ad accettare la propria mortalità, Superman, d’altro canto, non può farlo, poiché assuefatto, da sempre, alla propria invulnerabilità. Spiazzato dalla propria, improvvisa, gracilità, l’Uomo d’Acciaio cederà e verrà brutalmente sconfitto dal Cavaliere Oscuro. Osservando questa sequenza d’azione, è possibile dedurre quanto l’onnipotenza di Superman rappresenti, per lui, un dono ma anche un limite.

"Superman, Henry Cavill" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su "Batman V Superman" cliccando qui.

Come ho già avuto modo di scrivere, Superman non si è mai ammalato. La sua densa struttura molecolare lo rende immune ad ogni forma virale presente sulla Terra. Superman è un rifugiato, un figlio adottato e allevato dal nostro pianeta. Conseguentemente, la sua immunità è soltanto circoscritta all’atmosfera e all’ambiente terrestre. Superman può, quindi, ammalarsi se viene a contatto con un virus proveniente da Krypton.

Ruota attorno a questa idea l’episodio che più preferisco della serie televisiva “Lois e Clark”.

In questa avvincente puntata, l’artigiano, una sorta di brillante scienziato votato al crimine, rinviene la navicella con cui il piccolo Superman è approdato sulla Terra, a seguito della distruzione del suo pianeta natale. Analizzando la struttura esterna dell’astronave, l’artigiano si accorge che una moltitudine di germi e batteri di Krypton permangono depositati e cristallizzati su di essa. L’uomo si adopera, allora, ad estrarre i germi, riuscendo a sintetizzare in laboratorio un virus letale.

In una specifica scena, l’artigiano rivela la composizione di questo agente patogeno. Esso possiede una colorazione verde, che richiama il colore della Kryptonite, ha l’aspetto di una ragnatela spessa e fittissima, con filamenti lunghi, sudici e attaccaticci che aderiscono alle superfici che aggrediscono per infettarle. Per gli uomini, tale virus risulta essere del tutto innocuo ma per un kryptoniano può rivelarsi mortale.

L’artigiano attira Superman in una trappola e, con una mossa astuta, fa in modo che il supereroe respiri il bacillo senza rendersene conto. Nei giorni seguenti, l’eroe dalla grande S, interpretato da Dean Cain, accusa i sintomi di una brutta influenza. Al Planet, mentre sta dialogando con Lois, Clark starnutisce. La donna, che è a conoscenza della vera identità dell’uomo, ne resta sorpresa, facendogli presente come lui non possa ammalarsi. Clark, preoccupato, non capisce cosa stia accadendo.

Tornando a casa, il giornalista seguita a sentirsi male. La sua fronte perlata di sudore e il calore promanato dal suo corpo preoccupano i genitori adottivi. Come comportarsi dinanzi ad una creatura extraterrestre entrata in contatto con una forma virale misteriosa, ignota, per cui non esiste alcun rimedio?

Qualche ora dopo, Clark, con indosso il suo costume, inizia a sentirsi debole, a tossire vistosamente sino a crollare al suolo, svenendo tra le braccia della sua Lois. Quell’essere onnipotente, quell’uomo così indistruttibile da essere riuscito a volare su, tra gli astri, sino a toccare il sole con il palmo della mano, giace adesso disteso su di un letto, immobile, sofferente.

Clark, stremato, borbotta qualcosa: “Dunque, è così che ci si sente quando si sta male?!”. Una domanda sommessa, ingenua, che gli esseri umani non possono affatto comprendere tanto facilmente. Noi terrestri, abituati da sempre a star male, propensi a conoscere la paura, a contrastare i batteri, a fare i conti con i virus, non possiamo che faticare nel comprendere cosa stia provando un uomo venuto da un altro mondo che, da adulto, scopre d’un tratto cos’è una malattia che si propaga su di sé.

La kryptonite, con cui Superman ha fatto i conti più volte in passato, genera un dolore profondamente diverso. Il minerale verde del pianeta Krypton emana irradiazioni esterne, che possono essere in qualche modo fronteggiate, evitate da Superman allontanandosi dal luogo in cui risiede questa pietra. Dal virus, invece, Superman non ha scampo. Esso si insinua in lui come un male interno, da cui non ci si può sottrarre.

Il virus comincia, allora, a consumare l’eroe e nessuna cura elaborata dalla medicina può sortire alcun effetto. Se fosse cresciuto sul suo pianeta d’origine, Kal-El si sarebbe ammalato sin da piccino, avrebbe sviluppato le proprie difese immunitarie, sarebbe venuto a contatto col dolore, con la malattia tipica di ogni essere appartenente a quel mondo. A Superman è stato negato questo consueto percorso di crescita. Egli si è trovato, suo malgrado, a vivere in un’altra realtà, ad assumere i panni di un “dio”, a ricevere il dono di un’immortalità illusoria che può essere annientata dall’arrivo di una malattia sconosciuta.

Ammalandosi, anche Superman, il dio sceso tra gli uomini, sperimenta la paura più grande: quella di morire lentamente, la paura di spegnersi gradualmente venendo martoriato da un germe nascosto, invisibile.

In un ultimo, disperato tentativo di salvare la vita all’uomo che ama, Lois chiede aiuto a suo padre, un medico rinomato. Il dottor Lane sottopone Clark ad un trattamento sperimentale rischiosissimo: lo espone per un periodo prolungato alle radiazioni della kryptonite. Il paladino di Metropolis viene volutamente condotto sino allo stremo, sino al punto di morte, con la speranza che il virus possa perdere resistenza e muoia a sua volta. La sola possibilità di vita viene riposta proprio nell’arrivare il più vicino possibile alla morte. In quella atroce agonia, Superman, stroncato dal patimento, entra in coma. Prima di addormentarsi, Clark implora Lois di vegliare sui suoi genitori, i quali, a suo dire, non avranno la forza di reagire al peggio. Dopo di che, l’uomo dà un bacio alla sua amata e in quell’attimo esala l’ultimo respiro da cosciente.

Il dottor Lane porta via la kryptonite dalla camera. Adesso, spetta soltanto a Superman riemergere dalle tenebre. Il giorno successivo, Clark riapre gli occhi e ode il grido di Lois. Recuperati i poteri, in un battito di ciglia, l’Uomo del Domani vola via e salva la sua futura sposa. 

"Lois e Clark" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non era mai stato così vicino alla propria dipartita. Superman, un essere maturato con la certezza d’essere immortale, ha sfiorato, con la propria mano, la gelida presa della morte. Il dio si è, così, accomunato ad ogni altro uomo. Temendo la morte, l’eroe giunto dallo spazio ha ricordato quanto importante sia la vita.

Essa è sacra proprio perché non è eterna. Per certi versi, è proprio la morte a dare valore alla vita. “Morire non è nulla, non vivere è spaventoso” - scrisse un grande poeta e scrittore francese. Superman sarebbe stato d’accordo.

Volando nello spazio siderale, al sorgere di ogni alba, l’ultimo figlio di Krypton indugia costantemente sulle ultime parole pronunciate dal papà. E’ diventato ciò che Jonathan voleva che fosse? Che valore ha dato alla sua vita, Superman?

Ha scelto di dedicare la sua esistenza al bene comune, divenendo il simbolo di quella speranza radiosa che incita la razza umana a contrastare il male in ogni sua parvenza. 

Il figlio è divenuto ciò che il padre avrebbe voluto. E’ questa l’unica forma di immortalità a cui l’uomo terrestre può aspirare: vivere nei ricordi, nelle azioni, nei gesti dei suoi figli. Non esiste malattia, non esiste virus, che possa contrastare l’eredità trasmessa di padre in figlio.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters  

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Svegliarsi di buon ora, dopo aver trascorso una serata deludente, non è mai facile. Quando le prime luci del mattino irrompono dalla finestra e i nostri occhi si schiudono, si torna a pensare. Le delusioni si manifestano in noi sotto forma di idee astratte, di pensieri poco confortevoli. “Che rammarico!” si è soliti sussurrare tra sé e sé. “Sarebbe potuta andare diversamente, se solo…” si borbotta, a volte.

Se la serata è andata storta, il mattino seguente non si ha proprio voglia di cominciare una nuova giornata. Di solito si preferisce starsene a letto, con il capo sotto le coperte. Sebbene conferisca una sensazione confortevole al nostro carattere offeso, rimanere distesi a poltrire non è la scelta giusta. Meglio alzarsi di scatto, fiduciosi che il vento cambi, che la ruota giri, che ogni cosa, insomma, possa migliorare. In un certo senso è ciò che facevano anche Stanlio e Ollio, e più spesso di quel che si pensi.

Durante una famosa tournée teatrale, Stanlio e Ollio dovettero spesso alzarsi all’alba e a seguito di serate non particolarmente piacevoli. In quelle settimane, i loro spettacoli non raccoglievano il successo sperato. Platee semivuote, palchetti lasciati liberi accoglievano le loro entrate in scena, e un’esigua frotta di curiosi assisteva, per nulla coinvolta, ai loro siparietti. Cosa stava accadendo? Invero, gli anni d’oro erano giunti al termine ma Stan e Ollie non volevano saperne di arrendersi. D’altronde, tenacia e fanciullesca speranza avevano sempre fatto parte di loro. Stan Laurel e Oliver Hardy vagavano, sballottati, di teatro in teatro per tutta l’Europa, ancora speranzosi che i loro nomi, un tempo così luminosi, potessero tornare a brillare sulle insegne dei cinematografi di tutto il mondo.

Un mattino, dopo aver avuto una pessima serata, Stanlio e Ollio si recarono alla stazione. No, nient’affatto, non restarono a dormire nei loro letti, anche se, in cuor loro, lo avrebbero voluto. Erano entrambi visibilmente molto delusi. A teatro, il giorno prima, si era radunata una folla decisamente “striminzita”. Ollio, ironicamente, disse che se avessero voluto, avrebbero potuto ospitare tutto il pubblico lì presente nel loro albergo e sarebbero avanzate anche delle camere.

In quel dì, il treno sarebbe arrivato alle otto, e i due, mattinieri non per scelta, stavano per raggiungere la pensilina, impegnati a trasportare, su per una scalinata, un ingombrante baule.  Oliver lo spingeva da sotto mentre Stan cercava di tirarlo dall’alto.

Una volta guadagnato il piano superiore, Stan mollò la presa e il baule precipitò giù. Ambedue, stanchi e affaticati, lo guardarono, sconsolati, giacere lontano e, quasi quasi, si misero a valutare l’eventualità di lasciarlo là dove era andato a finire.

Ci serve davvero quel baule?” – chiese, desolato, Oliver. Stan, che aveva colto l’ironia della situazione, sorrise amaramente.

"Stan e Ollie" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sul film del 2018 cliccando qui.

Questa particolare disavventura fin qui descritta viene mostrata nel film biografico “Stanlio e Ollio”. Tale sequenza non è altro che una sottile e furbesca citazione ad una delle pellicole cinematografiche più celebri del duo comico. Il sudore che gronda dalla fronte di Laurel e Hardy, la fatica nel percorrere quella lunga “gradinata” trainando, come ciuchini sfruttati e malridotti, quello scomodo baule sono arguti tributi, rimandi che ossequiano un momento preciso della carriera artistica di Stanlio e Ollio. Il momento in cui i due dovettero “scortare” un grosso pianoforte a mani nude su per una ripida e “tortuosa” scalinata.

La scena trattata sino ad ora è un omaggio al cortometraggio “La scala musicale”, una delle opere più belle e esilaranti della coppia comica per eccellenza.

Gli anziani Stanlio e Ollio che spingono quella valigia voluminosa come una bislacca cassapanca, richiamano il loro rispettivo alter-ego immaginario. Nel film biografico, realtà e finzione, cinema e vita quotidiana si amalgamano tra loro, creando un affresco malinconico in cui Stanlio e Ollio, prossimi al loro canto del cigno, ripercorrono i momenti più importanti della loro vita trascorsa fianco a fianco davanti ad una cinepresa che li ha immortalati in centinaia di traversie, consegnandoli alla storia. 

Stanlio e Ollio girarono “The music box” nel 1932, per l’attenta regia di James Parrott. Molto apprezzata dal pubblico e dalla critica, l’opera in bianco e nero vinse il premio Oscar come miglior cortometraggio.

La scala musicale” è una di quelle pellicole che non si dimenticano tanto facilmente, che restano indelebili nella memoria per la spiccata capacità di far ridere genuinamente. Un’attitudine che il cortometraggio mantiene immutata, a quasi novanta anni di distanza. “La scala musicale”, come già accennato, narra del maldestro trasporto di un pianoforte in un appartamento posto in cima a una lunga scalinata. La vicenda, già portatrice in sé di una certa ilarità, presta il fianco ad ogni sorta di gag comica al limite dell’assurdo.

Tutto ha inizio una mattina qualunque. Stanlio e Ollio si sono da poco improvvisati trasportatori di fortuna. In “sella” ad un ronzino, giungono ai piedi di una stretta “scalea”. Subito si mettono all’opera, afferrando con sostenuto impegno la pianola meccanica custodita in una struttura di legno. Questo pesante e imponente strumento è stato commissionato dalla signora von Schwarzenhoffen, la quale desidera farne dono al marito, il professor Theodore von Schwarzenhoffen. Or dunque, Stanlio e Ollio si rimboccano le maniche ed iniziano l’ardua ascesa.

Tanti sono i gradini che li separano dalla meta, ma i due non demordono. Durante la disagevole scalata, Laurel e Hardy s’imbattono in svariati personaggi che non faranno altro che rendere ancor più difficile il loro compito. Spesso, i due saranno costretti a ricominciare da capo, a salire e a scendere svariate volte. Non appena si distrarranno un attimino, la pianola scivolerà via dalle loro mani, obbligandoli a inseguirla avanti e indietro per il “tracciato”.

Di tanto in tanto, Stanlio e Ollio si soffermano a ridosso di un “pianerottolo” che lo separa, con una manciata di gradini, dall’altro, cercando di riprendere fiato. In queste brevissime pause, il pianoforte resta lì, apparentemente immobile, frapponendosi tra i due. Lo strumento musicale non è che un mero oggetto e, per tale ragione, risulta essere del tutto privo di vita. Eppure, le ruote che ha alla base gli permettono di muoversi, di sgusciare dalla presa e “fuggire” via. Il pianoforte, così, sembra essere dotato di un movimento proprio.

In un particolare momento, Ollio darà le spalle alla grande pianola poiché sarà costretto a scendere giù per interloquire con un poliziotto. Lo strumento musicale, rimasto saldo e fermo al suolo, d’un tratto, scenderà giù in picchiata, come se volesse, di sua iniziativa, colpire l’ingenuo malcapitato.

Il pianoforte del cortometraggio sembra essere dotato di una bizzarra forma di “ragione”. Esso, quasi volutamente, sgattaiola via e non soltanto perché la gravità lo richiama a sé, facendolo cascare giù, sino alla strada. Lo strumento pare fare tutto di propria volontà, soltanto per farsi beffe dell’impegno, della dedizione, della fatica di Stanlio e Ollio. Il pianoforte rappresenta l’imprevedibilità della sfortuna, l’illogicità di un fato contrario che si accanisce sui due poveri sventurati. Quel pianoforte è uno strumento “diabolico”, sadico, che deride laconicamente i due protagonisti, obbligandoli a fare gli straordinari.

Nel film “Avventura a Vallechiara”, Stanlio e Ollio si troveranno nuovamente obbligati a trasportare un pianoforte alla volta di una baita isolata. I due dovranno attraversare un ponte pericolante, sospeso su di un crepaccio di montagna.

La scalinata così alta, “scoscesa”, è una metafora dell’esistenza umana, fatta di tratturi impervi, di arrampicate ardue, di lavori usuranti, al compimento dei quali non sempre viene riconosciuto e apprezzato agli interessati quanto è stato fatto. E’ ciò che, per certi versi, accadrà a Stanlio e Ollio. Tra tragici imprevisti, i due riusciranno a portare il pianoforte nella casa del professore Schwarzenhoffen. Tuttavia, lo strumento verrà distrutto in un impeto di rabbia dall’uomo. Tale gesto non è che il simbolo di come l’impegno profuso da Stanlio e Ollio non porti mai ad alcun traguardo né ad alcun trionfo. E’ questo il costante destino che affligge Laurel e Hardy in ogni loro film: finire sempre per essere inseguiti, banditi, scacciati, offesi, denigrati e mai rispettati dai facoltosi, dai benestanti. Stanlio e Ollio sono condannati, dall’ingiustizia, ad appartenere al ceto inferiore, quello eternamente dimenticato: la classe degli squattrinati felici, di coloro che seguitano a sorridere sebbene la vita li obblighi a restare perennemente in bolletta.

"Stan Laurel e Oliver Hardy in Fra' Diavolo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su questo lungometraggio cliccando qui.

 “La scala musicale” col suo ritmo, con la sua freschezza, col suo dinamismo, mette in mostra peculiarità originali, all’epoca assolutamente innovative e temerarie, che rendono quest’opera filmica un’autentica pietra miliare del cinema comico.  

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters     

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(Rilettura personale della fiaba di Hans Christian Andersen)

Era l’ultimo giorno dell’anno e faceva tanto freddo. Il vento soffiava forte forte dalle montagne, giungendo fino alla città. Quella sferza glaciale, sin dalle prime luci dell’alba, avviluppava i corpi dei viandanti con le sue mani invisibili, stringendoli in un gelido abbraccio.

La gente trotterellava di gran fretta lungo strade serrate da mucchi di neve. Gli uomini che si attardavano per quelle vie, sebbene fossero grandi e grossi, solevano rannicchiarsi di continuo tra le pieghe dei loro cappotti, celando il proprio volto dietro gonfie sciarpe di lana. Le donne, dal canto loro, si coprivano le mani con guanti di pelle scura, velando, al contempo, il viso sotto spessi cappucci. Qualche ciocca arricciata dei capelli di queste donne fuoriusciva, comunque, dal copricapo e veniva lambita dai fiocchi bianchi che scendevano dal cielo.

Venne la sera, e la folla che rallegrava la grande piazza si dissolse. Le persone rientrarono nelle proprie dimore, dove avrebbero atteso la venuta del nuovo anno. Da un misero vicolo, spuntò una bimbetta. Costei procedeva fiacca, col capo chino. Levava gli occhi di tanto in tanto da terra e guardava gli adulti, imponenti, fuggire via verso il tepore del focolare domestico. La bambina provava ancora a farsi ascoltare da chi le veniva incontro, pronunciando fioche parole con la sua voce debole. Nessuno accostò l’orecchio. Nessuno si curò di lei. Tutti passarono oltre.

Illustrazione di Bayes, 1889

La bimba era molto triste. Sapeva che non poteva assolutamente fare ritorno a casa. Vagò sola per tutta la sera, disperata e a piedi nudi. In una manina stringeva una scatola di fiammiferi. Avrebbe dovuto venderli tutti entro la fine della giornata, ma non era riuscita a venderne neppure uno. Non aveva incassato un singolo scellino, e non osava fare marcia indietro. Ella sapeva che il patrigno l’avrebbe punita. Le mani nodose e forti del genitore l’avrebbero colpita in viso, le avrebbero fatto male. Per lei, il freddo della notte avrebbe avuto un tocco più lieve.

La piccola fiammiferaia si allontanò dal piazzale, dileguandosi nell’ombra. Trovò un angolino in cui riposare, formato da due case molto vicine tra esse. Si rannicchiò in quella porzione di spazio, tirò verso di sé le gambette e si sfregò le mani. Alitava su di esse nel vano tentativo di riscaldarle. Ad ogni respiro affannoso, vedeva dinanzi a sé il soffio della vita che le stava scivolando via nel freddo.

Il vento continuava a brontolare, oltrepassando le mura ghiacciate che racchiudevano il corpicino della giovane venditrice di fiammiferi. La piccola non aveva di che coprirsi. La sua veste azzurra e minuta era per gran parte scucita, rattoppata alla meglio, e non aveva alcun cappuccio per proteggere il capo. I fiocchi di neve le cadevano addosso, fermandosi tra i boccoli della sua chioma dorata. Era tanto bella, nonostante fosse pallida. Le guance purpuree le erano diventate ceree, le labbra apparivano di un rosso slavato e i piedi avevano assunto un colore violaceo.  La bimba raccolse un fiammifero, lo sfregò contro la parete grezza ed esso si accese. Una tenue fiammella si alzò alta davanti ai suoi occhi, illuminando l’esiguo giaciglio su cui la piccola se ne stava adagiata. Che dolce luce che era quella prodotta dal fiammifero!

Per la piccina, quel riverbero era un raggio di sole giallo, ancor più luminoso delle candele di Natale accese e lasciate sui davanzali delle finestre o sulle balconate delle case. Da quella luce, la piccola vide scaturire un’immagine nitida, come se fosse giunta in un sogno.

Quadro di Miroslaw Scheib, 1963

La bambina vide una stufetta giacere proprio lì, ferma e pullulante di calore, con il focherello che si muoveva ondulante al centro. Protrasse la mano che non teneva il fiammifero e provò a godere un po’ di quel calore. Le parve di avvertirlo sulla pelle smorta. Quel caldo tenue le ricordò una sensazione passata, la stessa che la piccola avvertiva quando la nonna la svegliava, dandole un bacio sulla fronte al mattino.

Il fiammifero si spense. La fanciullina, allora, ne prese un altro. Lo sfregò nuovamente, ma questo non si accese. Era da molto che vendeva fiammiferi e sapeva che, quando la capocchia di un fiammifero non si accende al primo sfregamento, non si accende più. Un fiammifero è come un pezzetto di vita umana: nasce una sola volta, arde luminoso e si consuma di gran fretta, dopo di che muore, si estingue come una modesta vampa su cui è stata versata dell’acqua.

La piccola fiammiferaia ne raccolse un altro, e poi un altro ancora. Finalmente uno si accese al primo tentativo, e materializzò un nuovo ritratto: una tavola imbandita e un albero di Natale che s’innalzava lì vicino. Era ciò che sognava la fanciullina: del buon cibo e un albero rigoglioso, ricco di colori. La giovane guardò con più attenzione, e scorse un camino dentro cui bruciavano ceppi di abete. Era il camino della nonna, non poteva non ricordarlo. Lo riconobbe dalle pietre grigie che ne ornavano la base. Le toccava sempre quelle pietre quand’era ancora più piccola e se ne stava a giocare sul pavimento caldo. La nonna la prendeva in braccio e la metteva a sedere quando era pronto in tavola. Ma quella visione non era che un idillio, l’eco di una memoria ormai svanita. 

Allora, la bimba volse lo sguardo all’insù. La neve precipitava copiosa su di lei, impedendole di vedere distintamente. Ma ella riuscì lo stesso a scrutare un bagliore improvviso scuotere il buio del cielo. Una stella cadente lo aveva appena attraversato. “Un’anima è pronta a salire in paradiso” – sussurrò la piccola fiammiferaia, con la poca voce che le era rimasta. La nonna le raccontava sempre questa storiella. “Quando vedi una stella cadente, nipotina mia, vuol dire che un’anima è pronta a volare in cielo.”

Le erano rimasti pochissimi fiammiferi. Ne accese un altro. Adesso, vide il volto della sua amata nonna. Ella la salutava, sorridendole con amore. La nonna teneva gli occhi chiusi, sbarrati da un nugolo di rughe. Stupefatta, la piccola fiammiferaia si mosse, e accarezzò i capelli d’argento della nonna; poi le poggiò le mani sulle guance. La nonna non batté ciglio, e sorrise ancora.

“Non senti il freddo delle mie mani, nonna?” – bisbigliò subito. E la nonna scomparve nell’oscurità.

"Ofelia e Pan" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Anche Ofelia, la protagonista del "racconto" di Guillermo del Toro, è una piccola fiammiferaia. Per saperne di più cliccate qui.

Il fiammifero si era spento. Di tutta fretta, la bambina raccolse i fiammiferi rimasti. Li sfregò uno ad uno. La nonna le sembrava più vicina di volta in volta. In un attimo la prese in braccio, tenendola a sé come faceva quando era appena nata. La piccola fiammiferaia si emozionò così tanto che cominciò a piangere, ma le gocce che le scendevano lungo le gote svanivano al contatto con l’aria gelida.

La nonna la cullava pian piano, e la piccola era finalmente felice. Dondolando tra le braccia della nonna, la bambina si sentì lieve come se le paure e i tormenti si fossero staccati dal suo spirito, cadendo al suolo, disperdendosi. La piccola fiammiferaia era tanto emozionata, eppure il suo cuore non batteva velocemente come si sarebbe aspettata. Quando ci fece caso, si accorse di non sentir più alcun battito. La nonna le baciò la fronte e la piccola fiammiferaia chiuse gli occhi. Entrambe volarono via. 

La notte passò rapida. L’indomani, gli uomini e le donne, imbacuccati sotto dense pellicce, accorsero per le strade, lieti di festeggiare il primo giorno del nuovo anno. Alcuni di loro ritrovarono la bambina in quell’angolo tra le due case, addormentata per sempre. I capelli biondi erano coperti di pioggia nivea. Sul visino brillava un sorriso sereno. Era morta di ipotermia, e tra le dita stringeva ancora l’ultimo fiammifero liso nella notte.

Tutti la piansero dopo averla ignorata. Un nuovo anno era sorto, una vita se n’era andata con quello appena trascorso.

In cielo, la piccola passeggiava mano nella mano con la nonna. Su quei pascoli di nuvole, la bambina scorse molte altre anime. Due, in particolare, danzavano alle porte del paradiso. Smisero solo per un attimo, quando volsero lo sguardo verso la piccola fiammiferaia, appena approdata. Erano due anime molto speciali queste due. La prima apparteneva ad un valoroso soldatino fatto di stagno, la seconda ad una ballerina di carta, dalle fattezze di porcellana, la sposa del militarino. Entrambi, come la piccola fiammiferaia, avevano trovato la pace dopo la morte, lassù, in quel mondo luminoso e puro. 

La bambina intravide, poi, una fanciulla dai capelli d’oro e la pelle bianchissima correrle incontro.  Si trattava di una donna molto bella, tanto felice nel correre libera con le sue gambe lisce come seta.

Costei, in passato, fu una sirena del mare. Scelse volontariamente di diventare un’umana per amore, e per il desiderio di ottenere un’anima immortale. Sin da quando era una principessa giovane e garbata, la sirenetta era consapevole che, un giorno, sarebbe morta. Le sirene vivono molto più a lungo di un comune essere umano, ciononostante quando esse muoiono si dissolvono in spuma del mare. Di esse non resta che un sibilo dimenticato tra la correnti dell’oceano.

"La sirenetta e Re Tritone" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più cliccate qui.

La sirenetta voleva ottenere un’anima immortale, così diventò umana e, prima di morire tragicamente per un amore non corrisposto, fu tramutata in uno spirito dell’aria. La sirenetta visse tra i refoli per 300 anni, aiutando i bambini buoni e versando lacrime per i bambini monelli. Fu la piccola fiammiferaia l’ultima bambina aiutata dalla sirenetta. La donna venuta dai fluttui vide l’angoscia della bimbetta, e scortò la nonna della piccina giù, attraverso l’etere. Salvando l’anima della piccola fiammiferaia, la sirenetta ottenne l’immortalità.

Erano tutte in paradiso le creature di Hans Christian Andersen. Il soldatino, la sirenetta, la piccola fiammiferaia, allo scoccare dell’anno, si erano incontrati nel candore del regno dei cieli, felici, distanti dalle tenebre del mondo terreno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Non ho intenzione di scrivere una vera recensione sul nono episodio della saga di “Star Wars”. Non riuscirei a farlo.

Per quest’ultimo capitolo, dubito valga veramente la pena di sprecare gocce d’inchiostro, seppur di inchiostro “virtuale” io stia parlando. Mi ero ripromesso di non spendere più alcuna frase per questa trilogia sequel, tanto il malumore e lo scontento avevano avuto la meglio nel mio animo. Con un pizzico di ingenuità, in tutti questi mesi, ho seguitato a ripetermi che i sequel non mi appartengono e che ciò che mostrano non può scalfire il ricordo della storia che ho amato perdutamente.

Cronologicamente parlando, “Star Wars”, per me, comincia con un bambino scoperto su Tatooine e termina molti anni dopo con la morte di quello stesso “bambino”, divenuto un uomo adulto, racchiuso in un elmo scuro.

Durante l’evolversi di questa storia, il “bambino” di cui faccio menzione si era tramutato in un terribile servitore del male, genuflesso ad un dolore che non avrebbe mai avuto fine. Il biondo dei suoi capelli era scomparso così come il candore del suo volto. Dall’episodio I all’episodio VI, di Anakin non è rimasto che un viso paonazzo, saturo di sofferenza. Quella faccia demolita dal patimento veniva osservata con dolcezza dal figlio Luke, poco prima che Anakin spirasse tra le sue braccia. Che splendido finale era quello!

Anakin Skywalker, il prescelto dei Jedi, era un personaggio torturato dal rimorso, ottenebrato, sconvolto tanto nel corpo quanto nello spirito. Un uomo che, nel periodo più buio della sua vita, quando aveva perso ogni speranza e si era, da tempo, allontanato dal bene, scopre d’essere un padre. Anakin era un eroe caduto, eternamente in conflitto con se stesso, che cercava di risorgere dalle tenebre. Darth Vader era il “malvagio”, ma anche il vero protagonista delle vicende. Un protagonista che otteneva la redenzione salvando il figlio dalla morte, sottraendolo allo strazio del “vero” antagonista, vale a dire l’Imperatore Palpatine. I fulmini scagliati dal tiranno all’indirizzo dell’inerme Luke riaccesero l’umanità mai del tutto sopita nel cuore del cavaliere jedi. Anakin tornò in sé, riemerse verso la luce. Uccidendo il “cattivo”, ovvero il Signore dei Sith, Anakin compì la profezia teorizzata dal creatore di questo racconto immortale, George Lucas. “Star Wars” finiva in tal modo. La storia era stata conclusa, non vi era altro da raccontare.

L’epilogo della saga era perfetto, talmente soddisfacente da non lasciare alcuno spiraglio. Qualunque cosa fosse stata imbastita per un “fantomatico” seguito, avrebbe assunto i toni della “forzatura”. E’ il destino delle grandi storie: hanno un inizio ed una fine, proseguirle quando esse hanno già mostrato tutto significa rischiare di rovinarle.

Tutto ciò che è stato prodotto dopo la fine dell’emozionantissimo “La vendetta dei sith”, non incontrando i miei favori, ho preferito abbandonarlo, ignorarlo, cosciente che avrebbe fatto felice qualcun altro.

Ad oggi, però, mi sento in dovere di scrivere qualche altra riga su questo strampalato proseguimento dell’esalogia ideata da Lucas, e per un motivo molto chiaro: il finale di “Star Wars: episodio IX” non può essere tralasciato, obliato, trascurato poiché inficia maledettamente l’arco narrativo dei capitoli precedenti, quello stesso arco narrativo sceneggiato in sei splendidi film, i quali materializzavano, sotto i nostri occhi, il fato di due cavalieri Jedi, Anakin e Luke Skywalker, ad oggi resi completamente inutili da una sciagurata prosecuzione firmata Walt Disney e Lucasfilm.

Riflettere sul “come” si siano sviluppati questi bizzarri sequel, colmi di una storia già vista e repleti di incongruenze e trame imbastite senza un’intenzione precisa, fa sorridere amaramente. Con pacatezza, cercherò di tirare le somme di questa “mirabolante” e “stupefacente” trilogia targata “Topolino”. Partiamo dall’inizio, “dall’originalissimo” e “audace” episodio VII. Il nuovo corso, infatti, comincia da lì.

E’ il 2015. I propositi sono ambiziosi, il marketing pervasivo. Il seguito de “Il ritorno dello jedi” viene pubblicizzato come l’evento cinematografico più importante degli ultimi dieci anni. La regia è stata affidata al noto J.J. Abrams. Con una ruffianeria per nulla celata, il cineasta dimostra di voler appagare e compiacere il pubblico di devoti, riportandolo a rivivere le identiche atmosfere della prima trilogia. Abrams plasma, così, un’opera filmica studiata a tavolino: stucchevole, prevedibile, scontatissima ed estremamente scimmiottata. L’impatto per molti è spiazzante: episodio VII non è un seguito, o per meglio dire è un seguito furbo e potenzialmente irrispettoso.

La trama introdotta dal settimo episodio della saga è un allucinante copia-incolla. Più che un sequel, J.J. Abrams confeziona un remake/reboot delle opere di George Lucas, non osando nulla e non compiendo nessuna innovazione stilistica e narrativa. Il sequel di un film che era terminato con la caduta dell’Impero Galattico e la vittoria dell’Alleanza Ribelle, non presenta alcunché di moderno, “inaspettato”, nuovo. L’ambientazione è la medesima, l’approccio è identico, i conflitti lo sono altrettanto, il canovaccio, inoltre, calca in tutto e per tutto quello di “Una nuova speranza”. Ne “Il risveglio della forza” non vengono mostrate le dinamiche di un universo evoluto, necessariamente cambiato in trenta e passa anni dall’ultima volta che noi tutti gli avevamo dato un’occhiata. Nessun contesto politico viene indagato, nessun aspetto sociale vagliato. Il tutto si presenta come se nulla fosse mai variato.

Il Primo Ordine (la copia mal fatta dell’Impero) viene rappresentato come l’organismo dominante, la “cellula” più forte di questa realtà incerta e indefinita. La Resistenza (che resiste non si sa a cosa visto che dovrebbe essere la milizia della Nuova Repubblica e, dunque, del sistema politico dominante) vanta un esercito risicato, abbozzato. Praticamente Abrams, pur di farci vivere le medesime guerre stellari della tanto adorata trilogia classica, ripropone, come in copia carbone, i medesimi conflitti battaglieri dei film precedenti, senza aggiungere nulla di nuovo, senza contestualizzarli. Ma non solo!

L’intera struttura del film fa il verso ai passi più importanti della trilogia originale, perseguendo un maldestro tentativo di rifacimento. Non si può parlare d’altro che di un’operazione retrò codarda e astuta. L’episodio VII è, a mio umile parere, l’anticinema!

Abrams fa proprio l’opposto di ciò che dovrebbe fare un regista, un autore, “accontentando” il pubblico con un mero rifacimento, senza mai tentare di sorprenderlo. Cosciente che la maggior parte dei fan aveva contestato a Lucas le troppe innovazioni stilistiche della trilogia Prequel, Abrams si nasconde dietro saldi scudi di fanservice, dando in pasto agli appassionati lo stesso film di quarant’anni fa. Così, J.J. inscena una continuazione che non è una vera continuazione per paura di subire le critiche che George Lucas incassò ai suoi tempi con episodio I, II e III, sinceri e cristallini esempi autoriali di rinnovo, di sperimentalismo, di ampliamento, di coraggio.

Per come la storia viene presentata in episodio VII, la lotta dei ribelli, di Luke, di Leia e di Han risulta essere stata del tutto vana. La Repubblica, rimessa in piedi col sangue e il sacrificio di eroi e combattenti nei tre film della trilogia originale, viene spazzata via in tre secondi netti dal “raggio di luna” scagliato da “Sailor Abrams”. Tutto viene riportato al punto di partenza, come se i film classici non avessero raggiunto alcuna meta. Non si è voluto parlare di qualcosa di nuovo, di diverso, si è voluto, invece, annullare il “vecchio” e copiarlo.

La pellicola, così facendo, fa regredire la crescita di alcuni personaggi storici. Ne è un esempio l’evoluzione di Han Solo che, da contrabbandiere solitario, testa calda, alla fine della trilogia originale era diventato leader della ribellione ed eroe altruista, temerario e senza macchia. In “Il risveglio della forza”, la progressione di Han viene completamente annullata. Han Solo, a settant’anni suonati, si rimette a fare le stesse cose che faceva quando era giovane e avventato. Si gingilla con questioni di poco conto, truffa alcune fazioni malavitose con Chewbacca, dimostrando di non aver perso per nulla il vizio. Il punto in cui era arrivato al termine di episodio VI è stato spazzato via. Han e Leia che, come ricordavamo, erano diventati una cosa sola, nell’episodio VII appaiono lontani, distanti, separati da un brutto risvolto. Abrams ha, così, mandato in frantumi una delle coppie più simboliche dell’universo di Star Wars. Leia, poi, in tutta la trilogia sequel si limiterà ad essere una comparsa stanca e assuefatta su un altrettanto fiacco sfondo.

Nel medesimo film, Luke pare essersi “smarrito”, ma per trovarlo viene consegnata alla Resistenza una mappa (?). Abrams ha poi la sfrontatezza di inserire la terza “Morte Nera” consecutiva che presenta lo stesso tallone d’Achille della prima.

Nel 2015 fu personalmente scioccante assistere al cinema a una tale e becera scopiazzatura del lavoro originale e artistico di Lucas. Da fan di lunga data mi sentii preso per i fondelli.

Nessuno dei personaggi proposti in questo nuovo corso ebbe l’abilità di “acchiapparmi”, di conquistami. Poe Dameron fungeva da “clone” difforme di Han Solo e Finn era del tutto privo di carisma. Rey, pur reggendo il peso della pellicola con un certo spessore, non fece altro che infastidirmi. Bella, intelligente, dolce, coraggiosa, forte, disinvolta, era tutto ciò che si poteva sperare contenuto in un solo corpo. Era troppo, a dire la verità. Rey era brava a duellare con la spada laser senza averne mai impugnata una, era capace di fare trucchi mentali jedi grazie ad una virtù incompresa, era, insomma, l’emblema del nuovo corso Disney: una donna praticamente perfetta sotto ogni aspetto, la degna depositaria dell’eredità disneyana di Mary Poppins.

Kylo Ren, colui che doveva fungere da antagonista della prima opera, sembrava sin da subito dilaniato da un conflitto interiore. Diviso tra luce e oscurità, Ben Solo era un buono che avrebbe voluto essere un cattivo (?). Un personaggio insicuro, complessato, che sognava d’essere forte come il nonno e seguire le sue orme verso il lato oscuro. Per tale ragione, Kylo Ren, nel primo lungometraggio di questo bislacco corso, compie il parricidio, per abbracciare definitivamente le tenebre. Anche questa mi sembrò una scelta narrativa ingiustificabile.

Evidentemente, Ben credeva che solo attraverso il male avrebbe potuto eguagliare il suo “mito”, raggiungere la potenza di Darth Vader. Una domanda, però, sorge spontanea: come è possibile che il fantasma di Anakin non si sia palesato dinanzi al nipote, indirizzandolo sulla retta via sin da subito? Kylo Ren voleva finire ciò che Darth Vader aveva iniziato, ma cos’era questo progetto rimasto incompiuto?

Bene, a trilogia conclusa, non si riesce a capire quale fosse questo arduo compito. Ben Solo si avvicina al male perché vorrebbe essere come suo nonno, eppure non sa che quello stesso nonno che venera assiduamente ha, per l’appunto, dato la sua vita per annientare il simbolo di quel male che lui, adesso, insegue furiosamente. Com’è possibile che nessuno gli abbia riferito della redenzione di Darth Vader?

Ma, ancor di più, come è concepibile che Anakin non sia mai intervenuto per vegliare sul destino di suo nipote? Non gli abbia mai parlato come un’eco? Incongruenze come queste rendono la trilogia disneyana piena di no-sense.

Nell’episodio 7, viene introdotto il misterioso Snoke, figura enigmatica che verrà eliminata senza uno straccio di presentazione nell’episodio successivo. Proprio così, ex abrupto, all’improvviso, esattamente come avrebbero immaginato gli sceneggiatori presenti nella serie tv “Boris”.

E, una volta nominatolo, giungiamo, dunque, al “rivoluzionario” e “dissacrante” episodio VIII.

Rian Johnson viene presentato al pubblico come il regista illuminato, il “Robespierre” di “Star Wars”. Johnson è pronto a ghigliottinare teste, a tagliare i ponti con il passato, a mozzare con una lama affilata le corde che legano i nostalgici al trascorso. Johnson pare essere categorico: bisogna accantonare il fanservice di J.J. Abrams. E’ ora di cambiare rotta. Purtroppo per lui, la rotta di navigazione di questi seguiti era ormai bella che indirizzata. L’episodio VII era il nucleo fondamentale di questa trilogia. Partendo in quel modo, con uno scenario che in toto sapeva di già visto, non c’era più niente da fare. E’, di fatto, impossibile apportare “migliorie” e schiette novità in un contesto platealmente ripetitivo come quello architettato da J.J. Abrams. L’errore di questa trilogia è a monte, e comincia proprio con il numero “7”.

Il risultato del lavoro “innovativo” di Johnson è una dissacrazione del concetto stesso di Forza. Johnson tratta e inscena la Forza Unificante come se fosse un potere da fumetto, prestato ad ogni necessità di sceneggiatura. Nella pellicola, allora, assistiamo, inermi, a momenti stralunati e balordi.

Rey e Kylo Ren cominciano a dialogare a distanza, come in una fantomatica “videochiamata” a carattere fantascientifico. I due parlano, si osservano, si toccano. Qualcosa di mai visto prima. Invero, in episodio V, Leila riesce a sentire Luke, ma come un’impercettibile sensazione. Nel caso di episodio VIII, la Forza abbatte ogni barriera, ogni dogma, ogni limite imposto tanto accuratamente in più di trent’anni di curata elaborazione dal creatore George Lucas, rendendo plausibili teletrasporti, sdoppiamenti, ologrammi a distanza. Il tutto senza uno straccio di spiegazione. Accade questo perché è così e basta!

Nel suddetto lungometraggio, Luke Skywalker viene trattato come un reietto, un vagabondo, un maestro che non ha compiuto nulla di tangibile nella sua esistenza. Luke non ha ricreato un nuovo ordine jedi, è fuggito dai pericoli, dagli obblighi. Colui che riusciva a intravedere il buono custodito nel corpo contorto e meccanico di suo padre è, oramai, un disilluso, un essere che ha dubitato di suo nipote per un semplice sentore, valutando, addirittura, l’idea di assassinarlo nel sonno. Qualcosa di aberrante e inspiegabile. Com’è possibile che un personaggio come Luke sia diventato quello che ci è stato mostrato? Un anacoreta sventurato, stanco, l’opposto di ciò che era sempre stato.

Johnson, poi, per tutto il film non fa che calcare la mano con l’ironia. Non vi è una singola scena che non sia stemperata da una battuta stupida, da un’ironia grossolana che affligge ogni dannato personaggio. Tutti cadono preda della febbre della comicità, persino Luke che in tre film interi non aveva mai palesato alcuna inclinazione comica. Lo “Star Wars” della Disney si adegua, così, allo stile Marvel in cui non si può prendere seriamente una singola scena che subito deve essere annacquata con una battuta.

Rian Johnson, reputato dagli estimatori di episodio VIII come “un grande innovatore”, si limita, per il resto, a riproporre la trama de “L’impero colpisce ancora”. Alcune sequenze sono, addirittura, identiche a quelle de “Il ritorno dello Jedi”, specialmente quella in cui Rey, accompagnata da Ben Solo, raggiunge Snoke. La stessa scena è possibile scorgerla, naturalmente, quando Darth Vader conduce Luke al cospetto dell’Imperatore. In questo caso, ancora una volta, non si tratta di semplici citazioni ma di vere e proprie riproposizioni, inscenate per mancanza di idee di fondo.

Un’intera parte del film, quella relativa a Poe e Finn, è completamente inutile ai fini della trama. Ogni evento che accade non porta, di fatto, a niente. Se l’episodio VII, col suo delirante citazionismo, aveva diviso il fandom tra chi si aspettava un vero seguito e chi, invece, si era accontentato del sicurissimo remake senza infamia e senza lode, episodio VIII genera una spaccatura ulteriore, senza precedenti.

Arriviamo, infine, ad episodio IX, la “degna” chiusura di questa improbabile trilogia.

Dopo le pesanti critiche ricevute da “Gli ultimi Jedi”, la Disney richiama Mr. Fanservice: J.J. Abrams.

Al cineasta più citazionista e scopiazzatore del globo terrestre non frega nulla di raccontare una storia, anche perché non è in grado di farlo se non attraverso l’ispirazione del cinema spielberghiano e lucasiano. Così, Abrams fa quello che, secondo lui, il pubblico vuole: annulla completamente l’episodio VIII. Sin dal primo frame, il compito di Abrams è quello di prendere le distanze dall’opera antecedente, correndo all’impazzata per tappare buchi, rattoppare tagli, ricucire strappi insanabili. Il tutto con un piglio imbarazzante, con la disperazione di chi non sa cosa diamine sta combinando. Abrams fa peggio di Johnson, e trasforma la Forza in un potere che sembra essere uscito da alcuni episodi di “Dragon Ball”.

Nel vano tentativo di rendere appetibile l’operazione, Abrams ha la brillante idea di resuscitare l’Imperatore Palpatine, rischiando di distruggere il meraviglioso arco narrativo che ha visto Anakin ascendere al suo ruolo di Prescelto e portare equilibrio nella Forza. Perpetrando ciò, Abrams tenta di cancellare, con una gomma immaginaria, l'operato del collega Johnson e rinnega tutta la mitologia di Guerre Stellari, imbrattando il lavoro stesso di George Lucas.

La trilogia disneyana di Star Wars credo sia l’unico esempio cinematografico di una trilogia in cui gli episodi si rinnegano tra loro. L’episodio 7 rinnega l’episodio 9, l’episodio 8 sconfessa il 7 e l’episodio 9 rigetta sia l’ottavo che il settimo. Ma non solo, quest’ultimo capitolo distrugge la narrazione dell’intera storia concepita nei sei film da Lucas.

Per quanto Abrams si sforzi a premere il piede sull’acceleratore e sommerga lo spettatore con scene d’azione, con battaglie e con nozioni frettolose, è ormai troppo tardi: i personaggi di questa trilogia sono piatti, sbiaditi, insulsi perché mai sviluppati con un’intenzione chiara e definita. A pochi importa veramente cosa possa accadere loro. Questi personaggi non sono mai evoluti, non sono mai stati resi interessanti o delineati in modo nitido. Sono pallide comparse, rese centrali in una trama inesistente, caratteristi infimi, imparagonabili rispetto a Luke, a Leila, a Han, ad Anakin a Padmé, a Obi-Wan, a Yoda, a Qui-Gon Jinn. Della maggior parte dei personaggi della trilogia sequel non resta neppure un briciolo, nessuna emozione particolare.  Ogni passo, ogni risvolto è telefonato, privo di pathos, blando, sciatto, ripetitivo, inguardabile ed inqualificabile.

La pellicola di Abrams tocca le più alte vette dell’imbarazzo quando rivela la reale origine di Rey. Un qualcosa di talmente ridicolo, osceno e difficilmente commentabile che sarebbe meglio glissare se non fosse una parte così fondamentale. Rey è… la nipote di Palpatine.

In parole povere, noi, gli spettatori, dovremmo immaginare che Palpatine abbia avuto una relazione con una donna e abbia avuto degli eredi, il che, di per sé, è già ostico da valutare senza scoppiare a ridere freneticamente. Quando, come, perché sarebbe accaduto questo?

A me, francamente, sembra di vivere in un grosso incubo. Questi sceneggiatori hanno veramente gettato sul tavolo la carta della “nipote”. Ma nemmeno in “Beautiful” è ammissibile un colpo di scena del genere. Siamo al ridicolo, al raschiamento del fondo del barile, siamo alla parodia.

Kylo Ren, l’unico personaggio che poteva sperare su uno sviluppo più accurato, compie, invece, l’ennesimo andirivieni della sua mal sfruttata presenza in questa trilogia. Da cattivo a buono, da buono a cattivo, e ancora da cattivo a buono, Ben Solo sceglie di tornare al Lato Chiaro in maniera sbrigativa, sciocca. Il figlio di Han e Leia finisce per svanire, non prima di aver baciato, in una delle scene più forzate di sempre, Rey. Una scelta, quest’ultima, realizzata senza alcuno scopo narrativo ma soltanto per far applaudire le ragazze presenti in sala, molto devote sui social all’hashtag “Reylo”. Ma che disagio!

Il nono capitolo della saga vede, come già accennato, la presenza di Palpatine. La morte di Darth Sidious costituiva il culmine della storia di George Lucas. Il suo ritorno, giustificato in maniera vergognosa, decreta “la fine” di ogni pretesa logica riservata a quest’ultima trilogia.

In trent’anni, Palpatine è rimasto nascosto non si sa dove, probabilmente tra la carta colorata di un uovo di Pasqua, ha mosso lui i fili del Primo Ordine (era tutto ponderato sin dall’inizio, come no!) e ha creato anche Snoke. Così, senza motivo. Ogni cosa abbozzata in questa trilogia è stata liquidata con delle spiegazioni che sembrano estrapolate da una fanfiction scritta a quattro mani durante qualche oretta di svago.

Palpatine verrà ucciso da Rey e ciò segnerà un confine netto da cui non si tornerà più indietro: gli Skywalker non hanno fatto nulla di veramente valevole in questo universo. E’ ciò che hanno deciso, con quest’ultimo episodio, l’accoppiata Disney/Lucasfilm. Gli Skywalker, dall’essere la famiglia più importante della galassia, sono stati ridotti ad essere vacue ed ingenue entità di passaggio. E’ Rey la vera fautrice degli eventi, è una Palpatine il vero perno della storia finale. Una Palpatine che sceglie di ribattezzarsi Skywalker. E’ questa la grande ascesa a cui abbiamo assistito: la dissoluzione dei veri Skywalker, l’annientamento di un leggendario lignaggio e la celebrazione di una Palpatine.

Al termine della trilogia disneyana, tirando le somme, gli storici protagonisti della saga, Anakin e Luke, non hanno compiuto niente di rilevante. Con questa scelta, la Disney/Lucasfilm ha annientato la profondità delle due trilogie precedenti.

Il sacrificio di Anakin è stato vanificato. L’intera storia della profezia, del Prescelto, è stata soppressa. Vi soddisfa un finale del genere? Com’è possibile? Che storia abbiamo visto fino a pochi anni fa, allora? Vi aggrada aver assistito al logorio e allo sgretolamento dei personaggi cardine della trilogia originale?

La saga di “Star Wars”, per come si è evoluta negli anni, è diventata la storia di Anakin Skywalker, dalla sua scoperta sino alla sua morte. Non si poteva prescindere da una tale verità. Con questa orribile trilogia, la Disney ha adombrato la figura di Darth Vader, rivelando di non aver minimamente compreso la maestosità del racconto di Lucas, un racconto fatto di fallimenti, di errori, di redenzione, incentrato sempre sulla figura di un eroe, di un caduto, di un marito e di un padre. Tutto nell’esalogia di Lucas si combinava perfettamente, era una storia amalgamata che faceva rima come una sola, lunga e meravigliosa poesia. Era la storia di un padre e di un figlio, di una famiglia, gli Skywalker, ad oggi completamente rovinata. Il finale di episodio VI è stato neutralizzato.

Era ciò che temevo e profetizzavo, preoccupato, nel novembre del 2015, quando l’ultima fatica della Lucasfilm era imminente e doveva ancora sbarcare al cinema. Com’è possibile farsi andare bene una roba del genere? Con questa trovata, l’intera storia della saga di Star Wars non ha più alcun senso. Difatti, non sono più gli Skywalker a riportare equilibrio nella Forza ma è… una Palpatine a farlo. E’ orribile! E’ indecente!

L’intera trilogia sequel non è stata diretta e coordinata da un vero narratore. Manca totalmente una visione univoca e d’insieme. Sembrano tutti film sconnessi, sconclusionati, che si rifiutano tra loro. Ogni lungometraggio è passato di mano in mano, da un’idea all’altra, senza seguire un pensiero di base. E’ qualcosa non soltanto di palese, ma di tremendamente oggettivo. Sin dal principio, nessuno aveva tracciato una strada da intraprendere, una direzione da seguire. Si è andati a tentoni, navigando a vista e prendendo come metro di giudizio il parere reazionario del fandom, direttamente dal web.  Abbiamo assistito a tre episodi fatti con cose buttate a casaccio, con discordanze,con repentini cambi di visione che annullano ogni tentativo di sospensione dell’incredulità. Ogni pellicola è stata cancellata e reinventata come se si trattasse di un progetto autonomo. Questa trilogia poggiava su sei film precedenti, tutti coordinati da un’unica presenza autoriale. L’esalogia di Lucas è stata barbaramente insozzata, deturpata.

Qual è stato il senso di questi tre episodi?

Questa è stata la trilogia del riciclo, del ricalco, della scopiazzatura, il simbolo della mancanza di idee, del cattivo modo di fare cinema, dell’improvvisazione, del riadattamento, del pessimo modo di allungare ed espandere una mitologia. Tutto è stato vigliaccamente rabberciato, arrangiato come si poteva, senza un benché minimo senso logico.  

In passato, fu aspramente criticato Lucas, un genio, un visionario, un autore, un vero artista per aver commesso errori umani ma sempre dettati dalla volontà di ammodernare, di esplorare un mondo vasto ma sempre armonico, unito da un filo conduttore e portante. Lucas, verso ogni suo film, verso ognuno dei suoi “figli”, ha sempre infuso guizzo, magia. Le sue opere erano pregne di meraviglia, di quello stupore che la Disney e Lucasfilm, nei riguardi di Star Wars, possono soltanto inseguire e agognare. Oggi, Lucas andrebbe rimpianto, richiamato a gran voce.

Lungi da me mancare di rispetto verso chi ha apprezzato quest’ultima trilogia.  Potete esserne fieri e orgogliosi. Sono veramente felice per voi, anzi vi invidio. Fatico, però, a capire cosa vi sia piaciuto in tre prodotti confusi, nebulosi, che si contraddicono tra loro e che annullano i precedenti sei film rendendoli vani. Cosa vi è piaciuto di una trilogia che sconfessa continuamente ciò che ha proposto essa stessa? Che copia e distrugge?

Non mi resta che aggrapparmi forte a quei sei lungometraggi, illudendomi che quanto sia accaduto recentemente si sia verificato in una realtà parallela. In fondo è proprio così che è andata: il vero finale è ancora lì, cristallizzato sulla luna boscosa di Endor.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • Il volto

Cos’hanno di speciale i volti? Non saprei dirlo con certezza. Ognuno di essi è una maschera forgiata nella fucina di Madre Natura, la scultrice più sapiente e talentuosa. Le maschere che noi tutti indossiamo sono soggette al calore proveniente dall’intimità, all’impeto del sentimento che defluisce all’esterno e che muta l’espressività. Il volto umano cambia con il passare degli anni ed invecchia, perdendo la lucentezza dei lineamenti dell’età giovanile, divenuti cupi, stanchi, affannati. I volti delle persone sono pagine scritte di un libro, briciole di carta lette e rilette. Le rughe, simili a gocce d’inchiostro imbrunito dal tempo, raccontano storie vissute e gelosamente serbate come segni sulla pelle.

Vincent Van Gogh era affascinato dai volti delle persone. Al pari di un lettore, egli esaminava le “maschere” di chi incontrava sul proprio cammino, cercando d’afferrare alfabeti nascosti, di ghermire parole intessute su fili d’epidermide. Van Gogh prediligeva dipingere i volti a scapito delle antiche cattedrali, poiché nel freddo marmo e nella bianca pietra di una chiesa non vi è ciò che è possibile scorgere negli occhi di una persona.

Vincent sedeva su di una sedia e, frequentemente, volgeva lo sguardo allo specchio. Esso gli restituiva la sua immagine: un riflesso di turbamenti. Vincent guardava se stesso, intrappolato tra i contorni di quella lastra riflettente, mentre portava un cappello di paglia o quando fumava la pipa. In quei momenti, una barba rossa gli adornava l’ovale, coprendogli il mento e parte delle gote. Vincent scrutava la sua sagoma ambigua, il suo aspetto affranto restituito dal vetro imponente. L’artista s’indagava mediante i suoi occhi, la parte svestita del proprio essere. Poi, una volta colta un’impercettibile e recente caratteristica, brandiva tavolozza, pennello e tela e si autoritraeva. Era un’abitudine costante la sua. Immortalava la sua mesta figura, il proprio volto scavato dall’afflizione, affossato sempre di più al sopraggiungere di un nuovo inverno.

Il volto, per Vincent, assumeva un valore simbolico, cangiante, straordinario. Attraverso la pittura, Vincent sondava la propria anima, scandagliava la spiritualità che effluiva nella brillantezza dei suoi sguardi sofferti, carpiti dai pastelli e dalle sfumature di colore. Vincent non realizzò tutta una serie di autoritratti per qualche sorta di bizzarro narcisismo. Egli esplorava il proprio profilo nel disperato tentativo di portare alla luce inquietudini sommerse, supplizi oberati. Era una ricerca la sua, un’analisi, un’indagine introspettiva che nulla aveva a che vedere con la mera adulazione.

No, Vincent non era affatto come Narciso, il personaggio della mitologia greca che trascorreva le sue giornate a rimirare la propria immagine riflessa nell’acqua cristallina di un lago. Liriope, sua madre, lo aveva messo al mondo tanto, ma tanto tempo prima. Costei era una ninfa molto bella e, come tutte le Naiadi, amava vivere vicino alla foce di un fiume. Bagnata dalle acque dolci di Cefiso, Liriope rimase incinta del dio che tra quelle calde correnti “nuotava” invisibile, e mise al mondo un bellissimo bambino a cui diede, per l’appunto, il nome Narciso. Un giorno, Liriope chiese ad un vecchio oracolo cieco, un tale Tiresia, quale destino fosse stato riservato a Narciso. Tiresia rispose, come era solito fare, in maniera criptica: “Egli vivrà finché non conoscerà se stesso!”

Cosa intendeva dire quell’anziano veggente?

"Eco e Narciso" - Quadro di John William Waterhouse

Che Narciso sarebbe rimasto in vita fino al momento in cui non avesse goduto della propria immagine. Così, un mattino, Narciso disgraziatamente intravide la sua forma, la fisionomia di se stesso. In un baleno   s’innamorò, si distese sull’erba verde che cingeva le sponde di una piccola pozza d’acqua limpida e restò immobile a fissarsi. Cercò persino d’accarezzare quel muso “affiorato” dalle profondità lacustri, ma non appena allungava la mano, l’acqua, d’un tratto, s’increspava, disfacendo per pochi, interminabili secondi l’integrità del riflesso. Narciso consumò lì le sue mattine, ignorando la voce della povera Eco, una ninfa che se ne restava, occultata, dietro i folti cespugli della foresta e che si era innamorata perdutamente di lui. Eco era stata condannata dalla dea Era a ripetere l’ultima parola emessa dalle persone. Ella non possedeva più la facoltà di chiamare a sé Narciso, non riusciva a dir nulla che non fosse una sommessa ripetizione. Eco era diventata uno “specchio”, un oggetto gelido in grado di riflettere una fioca e sfumata scialbatura. Narciso, dal canto suo, si era infatuato di una semplice faccia, la sua stessa faccia, ma l’amore, il vero amore, non può mai limitarsi alla contemplazione di un volto. E’ ciò che si cela oltre il volto a fare innamorare. Quel frammento d’anima che Narciso faticava a vedere e che Van Gogh tentò tenacemente di esumare.  

Vincent Van Gogh adorava osservare le facce degli estranei perché esse borbottavano, sottilmente, sensazioni sopite, mugugnavano segreti e vivezze cromatiche che la pittura sapeva ben cogliere. Dal proprio volto, Vincent desiderava trarre la “sostanza”, ricercare l’immagine del proprio “Io”, la provenienza del suo dolore. Per lui, i volti erano una mappa confusa da decifrare assiduamente, da studiare. Ogni linea, ogni curva di un viso corrispondeva a una strada scostata, a una discesa improvvisa verso un precipizio, un abisso troppo profondo per mostrare il fondo, ad una meta vaga e irraggiungibile. I volti, dopotutto, sono spesso enigmatici, indecifrabili. Il volto della Grande Sfinge egizia, con il suo immobilismo, con quell’aria saggia e onnicomprensiva evocata dalla sua fronte ampia, è, al contempo, sede e fonte di un mistero arcaico ed irrisolvibile che getta timore e senso di spaesamento a chi osserva ancora, dopo millenni, tale scultura di pietra calcarea alzando il capo. 

I volti sono la traccia più appariscente di un essere umano. Delineati su di una maschera d’epidermide vi sono le labbra, le quali, pronunciando poche parole, squarciano il velo dell’interiorità, rivelando pensieri appositamente scelti per essere declamati. Incastonati su di una faccia vi sono gli occhi che con le loro iridi si mostrano come finestre aperte su di un mondo misterioso: la personalità di chi resta occultato dietro lo scudo fatto di semplice pelle.  Osservare un volto accuratamente vuol significare, dapprima, scavare nella superficie, mirare la cima di un iceberg. Innamorarsi di un volto è certamente possibile, ma non basta poiché è ciò che vi è oltre quel volto, dietro quel guscio, al di là di quella crosta, che conta davvero: il carattere, l’essenza che nessuna faccia può anticipare.

Come già detto innamorarsi di un semplice volto è errato, superficiale. Esso non è che uno strato, una velatura.

Vincent Parry, il protagonista de “La fuga”, non aveva un volto.  Beh – a tutti gli effetti – lo aveva ma pochi potevano vederlo. Vincent Parry… che bel nome, Vincent. Ricorda proprio quello del celebre pittore.

Come dicevo, il volto di Vincent era imperscrutabile. Egli era una voce fuori campo, una pupilla dilatata. Si guardava a destra e a sinistra, osservava fugacemente l’esigua vegetazione che lo copriva. Si faceva strada a stento, a fatica, guadando un fiume come poteva. Vincent (Humphrey Bogart) fu il protagonista di un’opera filmica alquanto particolare, un “noir” in bianco e nero in cui la cinepresa del regista fungeva da sguardo assoluto dello stesso protagonista. “La fuga” è girato con la tecnica della soggettività, ed il pubblico, per tutta la prima parte della pellicola, non vede mai la vera faccia del protagonista.

Fingendo d’essere i suoi occhi, diventando metaforicamente il viso di Vincent Parry, il pubblico, ogniqualvolta gusta questo lungometraggio, sperimenta un’esperienza rara, immergendosi in un racconto visivo unico.

Vincent è un evaso, vaga spaventato finché non viene accolto in casa da una giovane ragazza che crede nella sua rettitudine. Per non correre rischi, per sfuggire a chi vorrebbe riportarlo ingiustamente in prigione, Vincent decide di chiedere aiuto ad un chirurgo plastico. Soltanto quando l’operazione sarà finita, soltanto quando la sua faccia sarà rimodellata, la regia cederà il posto, lascerà perdere la soggettività e sceglierà, finalmente, di inquadrarlo normalmente. Nell’attimo in cui avrà cambiato volto, Vincent diviene un personaggio estraneo al pubblico, nuovo, un protagonista indipendente, staccatosi dallo spettatore.  Ma quei connotati che aveva prima e che noi non abbiamo avuto modo di inquisire a cosa corrispondevano? Erano quei lineamenti a definirlo? Chi era e chi è Vincent? Colui che aveva un volto obliato? Colui che aveva un secondo volto? O colui che è sempre stato, vale a dire l’anima infossata e sepolta sotto la pelle mutevole?

Solo Vincent potrà rivelare chi fosse in realtà, e con quali occhi sarebbe stato opportuno guardarlo.

Affidiamoci, dunque, al suo parlato. Le sue parole, naturalmente, sono state reinterpretate, “immaginate” nuovamente in un viaggio in completa soggettività…

  • Vincent Parry, monologo

Chi ero? In parte, l’ho dimenticato. In cella non avevo alcuno specchio, e a lungo andare ho smesso di ripensare al mio viso. Chissà com’era fatto. Probabilmente avevo una faccia comune, di quelle che si vedono per strada e si dimenticano tanto facilmente. Quando tutto ebbe inizio, ero soltanto un galeotto tallonato dai piedipiatti, un negletto a cui nessuno avrebbe voluto dare una mano, un innocente verso cui nessuno avrebbe mai riposto fiducia.

Ero soltanto un ammasso di pelle avvizzita dal logorio della vita in gabbia, un’ombra affusolata dai contorni imprecisi, un corpo dimenticato dietro le sbarre di una prigione. Ma non dovevo lasciarmi scoraggiare dai brutti pensieri, dalle opinioni mortificanti. Sapevo di essere molto di più! Mi diedi coraggio, cercai di non abbattermi! Quel mattino, quando riuscii ad evadere di prigione, rammento di aver sentito, per prima cosa, l’aria fresca, il profumo della libertà.

Ma una domanda continuava a infastidirmi: chi ero io? Una povera vittima, questo lo sapevo bene. Fisicamente, invece, ero, e lo sono ancora, un uomo di media statura, come se ne possono vedere tanti in giro per le campagne. Quel dì erravo, trafelato, nei campi. Ero riuscito a fuggire dalla prigione in cui mi avevano ingiustamente confinato, e stavo cercando un riparo. Il suono delle sirene della polizia echeggiava per le strade di montagna. Avevo paura.

In quegli attimi parlavo da solo, un vizio che presi in prigione. Oh che grande oratore che ero: mi facevo domande e mi davo anche delle risposte, concatenavo deduzioni ad alta voce e cercavo di farmi forza. Fuoriuscii, poi, dalla vegetazione e chiesi un passaggio. Incontrai, dopo una spiacevole disavventura che preferirei non raccontarvi, una fanciulla che volle salvarmi. Sbucò quasi dal nulla. Fece capolino dalla strada, avanzò nel verde e si manifestò dinanzi a me, alta, slanciata, splendida. Disse di conoscermi, di confidare nella mia innocenza. Era così bella. Il suo sguardo schivo ed elusivo, la sua voce dolce e accomodante, mi convinsero a seguirla. Non che avessi altra scelta, ma volli fidarmi. So bene che non bisogna mai lasciarsi sedurre da una semplice apparenza, ma in quel caso, come avrei in seguito scoperto, l’esteriorità di quella dama combaciava con la sua interiorità. Irene, così si chiamava questa donzella, era bella fuori come lo era dentro. Era gentile e buona, sincera e altruista. Il suo viso non era che il riverbero della sua stessa anima. Irene volle offrirmi la sua protezione, mi fece salire in macchina, raggiunsi casa sua e lì rimasi celato. M’innamorai di lei a prima vista, vedendola e ascoltandola. La sua bellezza ma, ancor di più, i suoi gesti, il suono che effluiva dalla sua bocca, mi conquistarono e me la fecero conoscere totalmente. Non potevo metterla in pericolo, così scelsi di andarmene.

Una notte, mi recai in una periferia buia. Avevo la polizia alle calcagna, ma volli comunque rischiare. Sapevo che in quei dintorni avrei potuto trovare il dottor Coley, un chirurgo plastico bandito dall’ordine. Avevo sentito parlare di questo strano figuro qualche giorno prima. Sapevo che avrebbe potuto cambiare i lineamenti del mio viso, in modo tale da non poter essere più riconosciuto. Ero deciso ad andare fino in fondo. Del mio volto non mi importava poi alcunché.

Nel tragitto che mi separava dallo studio, da quella sala operatoria se così poteva essere definita, mi arrovellai a pensare. Noi esseri umani siamo ciò che sembriamo o ciò che serbiamo nell’intimità? Siamo un’apparenza fisica o un carattere, un corpo o un’anima? Forse entrambe le cose, un agglomerato di esteriorità ed interiorità. L’esteriorità, però, è quella che balza agli occhi nell’immediatezza. Una persona che osserva, nota dell’altra, di primo acchito, l’aspetto, e soltanto dopo, se decidesse d’avvicinarla, per conoscerla meglio, potrebbe scoprire altro oltre la scorza, ma ciò richiederebbe troppo tempo. Un tempo che noi umani concediamo sporadicamente. Ma l’apparenza, come si suol dire, non è tutto. Essa è la superficie, la punta di un maestoso blocco galleggiante. La personalità di ognuno di noi è sepolta sotto l’epidermide, al di sotto della linea di galleggiamento, giù nella carena, proprio laggiù dove l’acqua gelida preserva la montagna di ghiaccio.

Arrivai in quel luogo angusto. Mi distesi su di un letto. Il dottore mi iniettò qualcosa, un siero che potesse calmarmi. Mi addormentai, ma restai tutt’altro che quieto. Dinanzi a me vidi spettri, facce scarnificate. Ebbi una brutta reazione al farmaco ed entrai in paranoia. Sentivo la voce del dottore. Questi rideva sardonicamente di me, mi minacciava, sibilava che il mio volto sarebbe rimasto bloccato in un grugnito, somigliante ad una smorfia mostruosa, al ringhio di un cane, al sorriso di una scimmia.

Un volto sfregiato può rovinare il tutto. Può far sembrare profondamente diverso un povero sventurato. Sono poche le persone che si soffermano a conoscere chi, dietro una “buccia” deturpata, nasconde un grande cuore. La maggior parte di esse, in genere, si concentra soltanto su quello che vede.

Esmeralda offre un sorso d'acqua a Quasimodo - Illustrazione di Gustave Brion

Pensate a Quasimodo, il povero protagonista del romanzo di Victor Hugo. Il suo volto guastato da una verruca che gli opprimeva un occhio, il suo corpo robusto ma piegato da un peso sulle spalle, lo ponevano alla stregua di un diavolo per il popolo di Parigi. Quasimodo era un demone con l’anima di un angelo, orribile e sudicio come un quadro incompleto, tempestato di getti e pitture confuse ed incerte. In un’occasione lo ammise lui stesso: non si era mai reso conto di quanto brutto fosse finché non aveva visto Esmeralda, la gitana, e quanto perfetto fosse il suo aspetto. Ma non fu la pura sembianza a far innamorare Quasimodo di Esmeralda: fu un atto di gentilezza, di umanità e di comprensione. Quando fu torturato e deriso sulla ruota, Quasimodo ricevette aiuto da Esmeralda che gli diede da bere un sorso d’acqua. In quel momento, il “diavolo” ascese al cielo, divenne angelo a tutti gli effetti, e s’innamorò di lei. In quel sorso, Quasimodo baciò la sua adorata. Fu la dolcezza, la bontà di Esmeralda a fare innamorare il gobbo. Il campanaro vide col suo unico occhio buono l’anima della zingara, ciò che nessun altro dei suoi adulatori aveva mai osato fare. Tutti, concentrati a contemplare la sua bellezza, non si spinsero mai oltre. Quasimodo non provò amore soltanto per un corpo, ma per ciò che quel corpo serbava. A lui del volto di Esmeralda importava davvero poco.

Gwynplaine ne "L'uomo che ride"

In quei frangenti, riflettevo ancora mentre il dottore proseguiva la sua operazione. Stavo dormendo, stavo sognando, eppure mi sembrava di vivere tutto con estrema chiarezza. Le paure si sommarono una sull’altra ed esplosero. Se dovessi risvegliarmi con l’aspetto di un demone incarnato nel corpo mortale di un uomo, che cosa farei? – Era questo che mi ripetevo.

Costui, questo chirurgo, avrebbe potuto deturparmi irrimediabilmente. Avrebbe potuto trasformarmi in un moderno Gwynplaine, altro personaggio partorito dal fertile inchiostro di Victor Hugo. Gwynplaine venne rapito quando non era che un infante, e fu storpiato per sempre. Le sua labbra erano state arrestate, paralizzate in un sorriso perenne. Che fosse triste, che provasse dolore e angoscia, Gwynplaine era costretto a ridere costantemente. Ricordo però che Gwynplaine, pur con la sua deformità, differentemente da Quasimodo, riuscì ad attrarre su di sé le attenzioni di una donna aristocratica che, proprio in quella sua “bruttezza”, in quella sua caratteristica grottesca aveva scorto una fonte di seduzione, di svago, di diletto.

Io non avrei potuto essere altrettanto "fortunato".

Dopo qualche ora, mi svegliai. L’operazione era perfettamente riuscita. Il mio volto era cambiato, avrei potuto vederlo soltanto dopo qualche settimana. Giacevo avvolto in un nembo di bende, come un cadavere sigillato in un antico sarcofago. A detta dell’artista che eseguì questo “restauro”, il mio aspetto sarebbe stato più vissuto, più marcato dalla fatica e dagli eccessi.

Chi si sarebbe ricordato più di me, adesso? Chi ero io? Ero rimasto sempre Vincent?

Tornai da Irene. Mi prese con sé, garbata come la più dolce delle donne. Gli piacquero i miei nuovi connotati. A seguito di qualche traversia che non sto qui a rinarrarvi, raggiunsi il Perù. Lì aspettai. Irene spuntò una sera, al tramonto. Era giunta fin lì per me. Fu l’unica a credere nella mia innocenza sin dal principio, a starmi vicino e ad ascoltarmi. Fu la sola ad aprirmi il suo cuore.

Chi sono io? Soltanto un volto? No, molto altro. Sono ciò che Irene ha visto in me. Lei ha guardato oltre il mio aspetto, come avrebbe fatto un pittore. Del resto, Irene era davvero un’artista. Quel mattino quando volle trarmi in salvo ella stava dipingendo “En plein air”, esattamente come facevano gli artisti più sensibili del movimento impressionista. Irene, ammirandomi come se fossi un paesaggio bucolico, aveva carpito la verità adombrata dal roseo colore della pelle. Ella si era innamorata di ciò che sono, non di un semplice viso.

Irene è la mia Esmeralda, la donna che danzava sul sagrato di una chiesa e che, finalmente, ha ricambiato l’amore di un apparente “mostro”. A lei non importa quale faccia io abbia: era ed è ancora la donna che mi ama incondizionatamente.

Io non sono un volto, sono ciò che Irene vede di me. Io, che sia Vincent o Humphrey, vivo negli occhi di Irene e di Lauren.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Una delle poche cose, anzi forse la sola cosa che Peter Sellers sapeva di se stesso era questa: che si chiamava Peter Sellers. A tutti coloro che, con garbo, gli rivolgevano parola, egli socchiudeva gli occhi, serrava le spalle e rispondeva con quanto sto per dire: “Io sono Peter Sellers!” Tutti, naturalmente, lo sapevano già, ma per lui quel nome ridondante, quell’identificativo puntualizzato, non era cosa da poco. Corrispondeva a tutto, o per meglio dire all’unica impronta singolare che conosceva di sé.

L’inizio di questo mio testo richiama in parte, intenzionalmente e con una nota d’ammirazione, le parole con cui Luigi Pirandello scrisse le premesse di uno dei suoi racconti più famosi. Di fatto, “Il fu Mattia Pascal” comincia con un preambolo che ammalia il lettore; un’introduzione nella quale il personaggio principale precisa l’unica verità che non ha mai scordato nel corso della sua lunga vita: il suo nome, quell’insieme di vocali e consonanti che, messe insieme, sono in grado di rievocare un passato, ciò che Mattia Pascal, in effetti, fu. Per Peter Sellers, tuttavia, non valeva lo stesso principio. Egli sapeva il suo nome, lo ripeteva come fanno tutti quando devono presentarsi innanzi ad interlocutori sconosciuti o inattesi, ma per lui quel nome non era altro che un comune appellativo, un “epiteto” di dubbia valenza. Peter Sellers era conscio di chiamarsi in tal modo, ma non sapeva chi fosse davvero, né se un fantomatico Peter Sellers esistesse realmente. Una volta lo ammise schiettamente, e confessò che la sua personalità era del tutto assente, come se fosse stata rimossa chirurgicamente. - “Io non so chi sono.” - sussurrò, inquietantemente, in qualche circostanza.

Ai suoi stessi occhi Peter Sellers non era nessuno, poco più di un fantasma fluttuante, una carcassa viva ma indefinita, argilla informe ma propensa a modellarsi in maniera continuata e sempre differente, via via che ce ne fosse stato bisogno. Sellers era un attore e come tale vestiva, di volta in volta, gli abiti dei suoi personaggi, assumendone caratteri e destini. Essi gli si modellavano addosso come abiti di taglio sartoriale, cuciti su misura. Star istrionica e maestro del trasformismo, Sellers fu un camaleonte che mutava la propria pelle in diverse tonalità cromatiche sino a perdere se stesso, il proprio vero colore.

Passo dopo passo, pellicola dopo pellicola, Sellers alterava radicalmente la propria fisionomia, trasformandosi in qualcun altro, in uno differente da sé. Già, ma a cosa corrispondeva questo “sé”? Dietro le sue maschere, oltre i suoi camuffamenti, vi era un volto affranto, crucciato, intollerante e terribilmente sofferente. Chi era, in fondo, Peter Sellers? Un Mattia Pascal che aveva perduto la propria identità e consumava il proprio tempo a peregrinare da un luogo ad un altro.

Sellers era un uomo enigmatico, di indole malinconica, un artista pedante e maniacale che si crogiolava nei tormenti. Il suo temperamento impaziente, il suo ego facilmente scalfibile, la grave depressione che lo affliggeva, le sue ire improvvise e i suoi comportamenti infantili lo resero un interprete difficile, mal sopportato dai registi e mal visto da colleghi, amici e famigliari. Sellers era insicuro, dannatamente e incurabilmente insicuro.

Viveva in una selva di ansie, pativa, come una morsa che lo divorava dall’interno, il terrore di non riuscire a far ridere il suo pubblico, proprio lui, uno dei comici di maggior talento della storia della settima arte. La mente, se fragile, può fare brutti scherzi, può rompere ogni fiducia ed indurre a dubitare delle proprie abilità, anche se queste ottengono i riscontri tango anelati, i successi a lungo desiderati. Peter Sellers era amato e rispettato come un divo affermato; ciononostante egli ammetteva d’essere perennemente scettico circa le proprie doti espressive. Così sfogava le frustrazioni in fiumi di alcool che scorrevano copiosi in grosse caraffe. Tentava, inoltre, di eludere le proprie paure fuggendo via, smarrendosi in tunnel bui, ripieni di droga, dentro i quali la luce del giorno si faceva sempre più fioca e la lunga notte scendeva tetra e inevitabile.

Ultimate le riprese di un film, Sellers, sovente, restava solo, come un personaggio tragico all’ultimo atto di un dramma prossimo a compiersi. I suoi matrimoni fallivano uno dopo l’altro, i rapporti con i figli si incrinavano. Peter Sellers era un genio ed un pazzo al tempo stesso. La genialità e la follia – già – sono due facce della medesima medaglia.

Sellers giaceva in un limbo di incertezze e angosce che lo isolavano dagli altri. In lui, era possibile scorgere il riserbo di un’acuta insicurezza, quella stessa insicurezza tanto ingombrante da gettare il povero guitto che ne soffre nel protratto silenzio e nel costante maceramento. Seller era un artista poliedrico, dall’innata inclinazione comica, eppure non riuscì mai a capirlo, perso tra le sue ossessioni, schiavo dei suoi demoni. Non ebbe mai modo di fare uno sfoggio consapevole della propria abilità recitativa. Peter Sellers era capacissimo ma insicuro, al contrario di Clouseau, che era incapace ma sprezzante. Quale ironia!

Ci fu un tempo non troppo lontano in cui questo Clouseau vagava spaesato, come un personaggio in cerca di attore. Qualcuno giurò di averlo visto muoversi, a fatica, da un capo all’altro di un periodo scritto, di una frase che doveva essere ancora pronunciata. Nessuno si era preoccupato di dar lui contorno, gesto, fattezza. Clouseau, in quel tempo, non esisteva ancora, viveva a stento, boccheggiava tra il bianco della carta, poiché era solo un’idea, un’intuizione imbastita, un pressappoco, un comprimario di un’opera filmica ancora da farsi.

In quel copione appena abbozzato e pasticciato d’inchiostro, Clouseau veniva delineato sommariamente come un investigatore. Badate bene, però, non un investigatore come era auspicabile attendersi, non un tizio accorto, riflessivo, intuitivo. Non una sagoma introversa col vizio del fumo, immersa in una nuvola grigia a pensare, assorta e silenziosa. Non si trattava, neppure, di un tipo razionale e intrigante, con la passione per la buona letteratura. Clouseau – beh - doveva essere un “detective” di tutt’altra caratura. La sceneggiatura da cui emise il primo vagito questo bizzarro ometto con la lente d’ingrandimento in mano lo bollava, sin da subito, come un piedipiatti sciocco, un perfetto idiota. Clouseau era stato concepito come un inetto, un incapace, un maldestro ispettore di polizia.

Conseguentemente, Clouseau si discostava e di molto dalla classica figura dell’investigatore attento, incline a cogliere il particolare, l’indagatore minuzioso, sagace e un pizzico faceto. Insomma, per dirla alla buona, questo tipetto impudente chiamato Jacques fu partorito come un gonzo a cui ogni forma di trionfo era stata preclusa. Poco altro venne indicato nel copione per quanto riguardava questo soggetto, vago nel carattere ancor più che nell’aspetto.

Or dunque, Peter Sellers raccolse il “manoscritto” tra le mani, lo lesse e plasmò il suo investigatore di lì a poco. Colui che non aveva una vera personalità, quell’uomo tanto disturbato e infelice, conferì, con grande naturalezza, un’individualità cristallina e del tutto singolare al suo ispettore. La maschera di Clouseau fu, quindi, indossata dall’attore britannico. L’aspetto e la cadenza di questo personaggio erano belli che pronti: un trench bianco, un cappello ben piantato in testa, baffi folti a sormontare le labbra, un accento spiccatamente francese, una pronunzia scorretta e un incedere signorile ma tendente al claudicante, all’impaccio improvviso. Peter Sellers inventò tutto ciò dal nulla. Quello che accadde dopo, come si suole dire, è storia nota.

Nel primo lungometraggio della serie de “La Pantera Rosa”, Clouseau non figurava come protagonista. Come già accennato, egli era un comprimario, un personaggio di contorno, l’improbabile antagonista di un ladro gentiluomo. Al pari di un “Zenigata” dall’accento francese, Clouseau inseguiva infruttuosamente il suo acerrimo nemico, un “Lupin” che vantava il volto di un aristocratico inglese.

In questa pellicola d’esordio, Clouseau si palesa ingenuo e arruffone, e viene imbrogliato da tutti. I restanti personaggi del film si prendono gioco di lui, ingannandolo come si è soliti fare ad un pivello. Persino la moglie, la donna che Clouseau adora e per la quale si mostra sottomesso come un antico schiavo, non fa che raggirarlo. Clouseau, quindi, con i suoi inciampi, con i suoi capitomboli, con i suoi abbagli ai limiti dell’assurdo genera compiacimenti e risate, cionondimeno dalla sua storia è possibile intravedere, almeno nella prima pellicola, una rilettura commuovente. Innanzitutto, per quanto riguarda la sua vita privata.

Jacques sembra innamorato perso di Simone, la sua consorte, e per lei è disposto a comportarsi in maniera servizievole, accontentandola ad ogni capriccio. Simone non lo ama affatto, ma Jacques non può dedurlo, preso com’è a riverirla. Simone è una donna bella e criptica come un diamante che brilla, nascondendo, con un gioco di riflessi e di luci, la propria meschinità. Ma Jacques non si fa troppe domande su di lei, a lui importa soltanto averla e non sentirsi solo. Anche Peter Sellers cercò per tutta la vita una donna che potesse amarlo, portarlo via dalla strada della solitudine, restargli accanto, tollerarlo.

Clouseau vorrebbe, poi, essere preso sul serio nel suo lavoro, ma la sua goffaggine non fa che metterlo alla stregua di un sempliciotto. Egli aspira, inoltre, ad essere riconosciuto come un poliziotto infallibile ma la fama, in tal veste, non arriverà. Soltanto quando sarà ingiustamente processato e arrestato, la folla ed i colleghi di lavoro lo accoglieranno come un eroe scaltro e attento, lesto a gabbare le forze dell’ordine. Negli istanti finali dell’opera filmica, a Clouseau, deluso, non resterà che accettare lo scherzo, fingersi davvero un ladro e godersi, per pochi, ineffabili, momenti la gloria tanto sognata. Il primo Clouseau era un uomo incompreso, che agognava l’approvazione dei superiori e dei sottoposti, ma non poteva raggiungerla come ufficiale di polizia, troppo inadatto per farcela. Pur di percepire questa sensazione di notorietà, pur di sentire l’abbraccio e il calore della gente, Clouseau accetta, infine, d’essere reputato un criminale. Si conclude così la prima vicenda del noto ispettore, con un esito amaro, ironico ma profondamente ingiusto.

Anche Peter Sellers sognava l’approvazione della massa. Desiderava costantemente avvertire il supporto, l’apprezzamento, le risate della sua gente. Sebbene ricevesse tutto questo, non fu mai del tutto convinto di meritare quanto riscuoteva. Similmente all’originario Clouseau, lo stesso Sellers era un uomo che faceva ridere, che strappava consensi ma che, in fondo in fondo, si sentiva triste, incompleto, eternamente inappagato.  

Il personaggio dell’ispettore spopolò nel mondo e, nel sequel della Pantera Rosa, divenne l’assoluto protagonista. I tratti pertinenti di Clouseau si amplieranno con il secondo film. In questa successiva pellicola, Sellers affinò ulteriormente i caratteri salienti della sua maschera comica. La goffaggine, la stupidità, il coraggio emersero, trasbordanti, in Clouseau. L’attore mise a nudo le bizzarre consuetudini dell’ispettore, come i dissidi quotidiani ed esasperanti con il capo Dreyfus o gli addestramenti col maggiordomo Cato, sempre incline a tendere agguati tanto surreali quanto imprevedibili per mantenere l’ispettore vigile e in allerta. Oltre questi segni distintivi, Sellers donò al personaggio un temperamento ironicamente tronfio ed una sfrontata… sicurezza. Quella che a lui mancò per tutta la vita.

L’ispettore Clouseau, differentemente dall’attore che lo interpretò con tale maestria, ostenta una sicurezza invidiabile, uno spirito audace, impavido, certo dei propri mezzi sebbene non debba. Clouseau è, infatti, sicuro di sé, ed è convinto d’essere un eccelso investigatore. Invero, egli è rimasto un adorabile imbranato, un ottuso e sgraziato “gendarme”. Clouseau inciampa a ritmi continui, distrugge tutti i mobili che, sfortunati, giacciono nelle medesime porzioni di spazio in cui egli agisce. Clouseau procede imperterrito, lasciando scie di catastrofi alle sue spalle. Ancora, egli ferisce inconsapevolmente i suoi poveri interlocutori e genera disastri al pari di una calamità naturale. Del resto, Clouseau può essere descritto come un tornado contenuto nel corpo disadorno, slanciato e smunto di un uomo qualunque. Tuttavia, l’ispettore pare non accorgersi mai di ciò che accade intorno a lui, delle iatture che combina, dei disastri che lascia al suo passaggio, delle sventure che perseguitano chi gli sta attorno. Talvolta, però, si scusa per i suoi bizzarri incidenti, senza mai comprendere appieno l’origine paradossale delle sue disavventure. Ma non tutto ciò che gli accade passa inosservato alla sua vista.

Quando casca a terra, Clouseau si rialza prontamente, vergognandosi timidamente del proprio ruzzolone. Sellers infuse a Clouseau una lieve vanità, una dignità sciorinata dal suo portamento fiero, orgoglioso, che poco aveva a che vedere con la goffaggine che affiorava d’improvviso in lui. Clouseau è tanto distinto quanto dinoccolato, cerca di darsi un portamento da elegante indagatore per poi apparire come un questurino rabberciato. Clouseau vorrebbe essere bravo e diligente ma non può, poiché il suo è un fato già scritto. La natura di Clouseau è inalterabile: quella d’essere un inguaribile pasticcione. Quindi, Jacques fa finta di nulla, fa sì che le brutte figure gli scivolino via come gocce di pioggia su di un impermeabile color pastello.

L’ispettore Clouseau rappresenta il desiderio di Peter Sellers di riuscire a scrollarsi di dosso il peso di un’aspettativa personale irraggiungibile. Sellers avrebbe voluto padroneggiare la sicurezza del suo personaggio, avrebbe voluto, in parte, possedere la sua personalità, vale a dire l’abilità d’essere risoluto anche a seguito di un intoppo, di un banalissimo sbaglio. Sellers era un maniaco della perfezione, non contemplava l’errore come una caratteristica dell’essere umano. Forse, in cuor suo, avrebbe desiderato avere in dono un po’ del carattere del suo più celebre alter-ego: quel carattere che riusciva ad andare oltre la svista, al di là della figura barbina. Clouseau cadeva ma era sempre pronto a rialzarsi con baldanza, senza mai rimuginare troppo su quanto accaduto. In altre parole, Clouseau incarnava la leggerezza, la disinvoltura, la voglia di andare oltre il giudizio del prossimo, di non lasciarsi sopraffare dal dubbio e dall’incertezza, “perizie” mai possedute dal suo afflitto interprete.

In ogni sua avventura, Clouseau è protetto da una fortuna sfacciata, da una provvidenza manzoniana che veglia sul suo corso, aiutandolo a sopravvivere a svariati attentanti e ad assassinii premeditati. Tale provvidenza fa sì che l’ispettore riesca sempre a risolvere il caso, pur non avendone ben compreso i fatti. La mano provvidenziale della sorte premierà sempre Clouseau, restituendogli le soddisfazioni e i meriti che, nella sua primissima avventura, mancò tristemente. Tali meriti Clouseau li otterrà non certo per la sua intelligenza, ma in virtù della sua bontà d’animo. L’egual provvidenza non vegliò sul triste destino di Peter Sellers. Questo attore dallo sconfinato talento spirò dopo un’esistenza travagliata e autodistruttiva.

Ma chi era Peter Sellers, infine? Mah! Forse nessuno lo ha mai saputo.

Non era né l’attore e neppure il personaggio, non era né Peter né Clouseau. Era forse la Pantera Rosa, quel felino antropomorfizzato che camminava in posizione eretta e che seguiva, come un segugio, le gesta del minuto ispettore. Col suo manto rosato, col suo volto allegro, con quell’andatura sicura di sé, col suo agire fortunato e sublime qualunque cosa facesse, la Pantera Rosa simboleggiava la compiutezza dell’uomo e dell’artista.

E’ proprio la Pantera a personificare i due aspetti bramati da Peter e da Clouseau: la sicurezza tanto agognata dall’attore e il talento così ricercato dalla maschera. In quell’animale nato da una punta di matita, persona e personaggio si sono ricongiunti.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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