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"Casper e Kat" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

C’era una volta un buffo esserino che viveva in un maestoso castello. L’antico maniero era stato edificato su di una rocciosa prominenza, e volgeva verso una sterminata distesa azzurra. Poco distante, su di un isolotto prospicente, svettava un grande faro che, quando il sole moriva ad ovest e la luna splendeva alta nel cielo, regalava ai naviganti la sua intensa luce. In quelle notti, se qualcuno avesse rivolto il proprio sguardo alla sommità del faro, con ogni probabilità, avrebbe potuto mirare una creaturina dall’epidermide nivea, seduta su di esso, tutta assorta a rimirare l’orizzonte. Nessuno, però, osò mai tanto e tale entità non venne mai scorta.

Nei pressi dell’imponete castello di Whipstaff, vigeva un costante silenzio. Erano pochi coloro che avevano l’audacia di avvicinarsi. Da oltre un secolo, le voci nella cittadina si erano sparse ed erano state tramandate. Whipstaff veniva considerato un posto maledetto, alla stregua di un edificio infestato.  Ed era vero!

Laggiù, in quella reggia abbandonata, dimorava una creatura dell’aldilà, chiamata Casper. Costui non ricordava affatto chi fosse. I ricordi erano svaniti già da molto tempo e, forse, non sarebbero mai più tornati.

Casper aveva un aspetto decisamente particolare. La sua testa era canuta e liscia, così tonda da somigliare ad una lucciola dal fulgido raggio. Le gote erano paffute, ed i suoi occhi, vivaci e buoni, apparivano sormontati da sopracciglia nere, irte come setole, però tanto sottili che parevano essere state tratteggiate con dei tocchi di matita. La pelle era bianca, evanescente come neve prossima a sciogliersi, ed il suo corpicino era pienotto, allungato e alquanto trasparente, tant’è che chiunque, osservandolo, avrebbe potuto vedere oltre lui. Sì, proprio così, attraversarlo con lo sguardo.

Di giorno in giorno, Casper svolazzava solo soletto da un angolo all’altro della sua casa. Non aveva molti amici, beh, ad essere del tutto sinceri, non ne aveva neppure uno. Nel mondo, sono poche le persone che desiderano essere amiche di un fantasma, e Casper lo sapeva. Ogniqualvolta si presentava al cospetto di un essere umano, questi urlava terrorizzato, per poi fuggire via a gambe levate. Casper non voleva spaventare nessuno, ma non aveva neppure il tempo di spiegarsi. Così, anno dopo anno, se ne restava in solitudine.

Molti anni prima, nella dimora dell’introverso fantasmino, si erano insediati i suoi zii, tre pestiferi ectoplasmi dai nomi alquanto stravaganti: Molla, Puzza e Ciccia. Il primo era uno spilungone stiracchiato, la cui corporatura era paragonabile a quella di uno stecco. Il secondo era tarchiato e goffo, e veniva chiamato in quel modo per via del suo alito fetido, ammorbante come quello di un mostro antichissimo dalle molteplici teste, pronte a ricrescere non appena mozzate. Il terzo, come l’appellativo soleva anticipare, era ampio, voluminoso, insomma, un debordante ciccione.

Molla, Puzza e Ciccia costituivano un lugubre trio d’inseparabili amici. Erano dei veri mattacchioni, inarrestabili, buzzurri e irriverenti. Casper li aveva accolti nella sua dimora per avere compagnia, sperando, in cuor suo, di ricevere qualche affettuosa premura. Purtroppo, però, gli zii erano soliti trattare male il povero padrone di casa, finendo per isolarlo ancor più dal mondo esterno nei successivi, interminabili, decenni.

Molti anni dopo, la perfida Carrigan Crittenden eredita, dal defunto padre, il castello di Whipstaff. Il padre di Carrigan, consapevole del carattere insensibile e avaro della figlia, scelse di devolvere gran parte delle proprie ricchezze a numerose associazioni per la salvaguardia delle specie di animali a rischio estinzione. Proprio alla figlia, come gesto punitivo, volle lasciare il castello stregato. Nel testamento, dopo aver sancito le laute somme di denaro destinate alla protezione della vespa della Patagonia, del puma, dei babbuini, delle lucertole e dei serpenti, ironicamente, venne scritto il nome di Carrigan, quale ultima ereditiera di Whipstaff. Carrigan fu nominata subito dopo i rettili striscianti e non a caso. Ella, del resto, era velenosa come una serpe subdola e ripugnante.

Carrigan si convince che Whipstaff nasconde un tesoro inestimabile e, una notte, decide d’avventurarsi nell’inespugnabile fortezza, accompagnata dal fido Dibs, scoprendo che essa è effettivamente “occupata”. La presenza di Casper e del Trio Spettrale non fa desistere Carrigan dai suoi propositi. L’arcigna signora contatta un esorcista, in seguito un vero e proprio acchiappafantasmi e, infine, una banda di demolitori nel disperato tentativo di sfrattare gli occupanti. I vari tentativi falliranno malamente, e tutti scapperanno di gran carriera!

Casper, tutte le volte, non fa che rimanere solo, disperandosi.

Io vorrei solo avere un amico” – mormora il fantasmino, malinconicamente.

Quella stessa sera, l’ectoplasma dovrà, però, ricredersi. Facendo zapping in tv, Casper vede un servizio dedicato al dottor James Harvey, sedicente medium in grado di parlare con i fantasmi e di comprendere ciò che li tormenta. Tutti gli spiriti, secondo Harvey, sono creature sofferenti, intrappolate sulla Terra per delle faccende rimaste insolute. Harvey si dice convinto di poter dialogare con un’anima non ancora trapassata, aiutandola a superare le questioni irrisolte e a passare oltre. Incuriosito dal servizio televisivo, Casper volge la propria attenzione al piccolo schermo, notando, a quel punto, la bellissima Kathleen, figlia del dottor Harvey. Casper, vedendola, cede ad un’espressione intenerita, come invaghito istantaneamente della fanciulla dai lunghi capelli corvini. Casper, allora, capirà: non è più l’amicizia che vuole, bensì l’amore.

Così, il fantasmino, sfruttando le proprie abilità, fa in modo che Carrigan intercetti lo stesso programma televisivo e contatti il dottor Harvey per offrirgli l’incarico di raggiungere il castello di Whipstaff e disinfestarlo. Il piano ben congeniato dal mite fantasma per incontrare Kat, la ragazza di cui si è innamorato, si compie.

Kat, come lo stesso Casper, si sente sola. Il bizzarro lavoro del genitore la obbliga a gironzolare da una città all’altra. La ragazza, pertanto, fatica a stringere amicizia con i suoi coetanei. Anch’ella, durante il tragitto verso l’abitazione, afferma di voler trovare un amico, mostrando, in tal modo, di nutrire il medesimo desiderio del fantasma.  Due esseri infelici e soli, separati da piani dell’esistenza profondamente diversi, sono prossimi ad incontrarsi.

Kat ha perduto la propria mamma. Da allora, il padre ha impiegato ogni sforzo nel vano tentativo di ritrovare l’anima della sua sposa. Harvey è, infatti, persuaso che lo spirito della moglie stia ancora vagando sulla Terra. Nella stessa notte in cui Kat giunge al castello, Casper si manifesta dinanzi alla giovane, scatenando la sua prevedibile reazione. L’indomani, però, la fanciulla e lo spirito hanno modo di scambiare qualche parola e, col passare del tempo, di diventare amici.

Sin da subito, Casper cerca d’instaurare un rapporto sincero e confidenziale con la dolce Kat, affrontando tutti i limiti dovuti alla sua particolare situazione. Il fantasma allunga la propria mano nell’ingenuo tentativo di toccare quella della fanciulla, ma l’essenza di Casper è sfumata; egli è incorporeo, pertanto non può accarezzare la ragazza, può a stento sfiorarla, passarci attraverso, provare la fugace illusione di sentirla poco a poco.

Casper non possiede epidermide alcuna, egli è una sostanza astratta, fluttuante, limpida come acqua che svela, cristallinamente, ciò che in lei si cela, non è altro che una sensazione, un formicolio perenne che avvolge un corpo perpetuamente addormentato. Casper non è e non potrà mai essere un amico come un altro, tanto meno un possibile “fidanzato” per Kat. Eppure, egli prova per lei un amore impossibile da attenuare: l’amore vero, illusorio, vano, che viene percepito, nutrito, coltivato sempre di più, sebbene vi sia la consapevolezza che non potrà mai essere pienamente vissuto. Casper prova nei riguardi di Kat un amore platonico, un sentimento che non può essere dimostrato neppure tramite un’impercettibile carezza. Casper non può trasmettere il calore del suo cuore, poiché egli è freddo, gelido come un inverno inoltrato.

Pur apparendo allegro, simpatico, sorridente, Casper cova i dolori di un adolescente che non diventerà mai adulto. I sogni, le aspettative, le ambizioni ed i timori che il piccolo Casper sente per tutti i secondi in cui il suo sguardo viene ricambiato dagli occhioni della bella Kat, coincidono con gli stessi desideri, le medesime paure e insicurezze di qualunque altro ragazzo. Sebbene il fantasma vaghi sul piano dei mortali da cento anni, egli è rimasto eternamente ancorato all’età che aveva quando morì. Casper ragiona e pensa come un dodicenne. Egli soffre l’isolamento, l’emarginazione, patisce l’apprensione di non piacere al prossimo; timori, questi ultimi, avvertiti e, a stento, tollerati da altrettanti fanciulli della medesima fascia di età. I ragazzi e le ragazze che lentamente si affacciano al mondo, crescendo, attraversano la fase in cui temono di non essere accettati, di venire allontanati, di non essere ricambiati da coloro di cui s’innamorano, arrivano ad avere il terrore d’essere persino derisi per qualche “imperfezione” fisica o per qualche “difetto” palesatosi sul volto.

Casper è destinato a non superare mai queste problematiche, poiché non potrà crescere come un qualunque mortale. Il suo aspetto non cambierà mai con la maturazione, le sue insicurezze non svaniranno con l’età adulta. Egli è prigioniero di una stasi perpetua, una triste condizione che soltanto la presenza di Kat può alleviare. Casper non vuole più trovare un amico, da quando ha visto Kat ha scoperto l’amore, un sentimento che, dopo oltre un secolo, avverte per la prima volta. Contemplando e deducendo il desiderio di amare di questo fantasma, è possibile recepire la morale più profonda della storia di “Casper”: la voglia di vivere di un’anima defunta.

Il magico e bellissimo lungometraggio di Brad Silberling, inscenando l’incontro tra Casper e Kat e mostrando la progressione della loro storia, sino alla scoperta delle origini del fantasma, evoca tematiche sentimentali, sensibili e commuoventi, senza mai far sì che esse coprano il divertimento, o che affievoliscano la vena fantastica e beneaugurante di una storia rivolta a tutta la famiglia. La pellicola “Casper” è un’opera frizzante, piacevole, allegra ma molto più profonda di quanto si possa intuire da bambini. La bellezza di Kat e la dolcezza che ella trasmette ad ogni suo sguardo rubano il cuore di Casper, facendogli provare qualcosa che aveva smesso di sentire: la propria umanità.

Kat, interpretata splendidamente da Christina Ricci, meravigliosa e straordinaria attrice sin dalla più tenera età, iconica in qualunque ruolo abbia interpretato in carriera, è il personaggio che avvicina Casper a riscoprire la sua umanità obliata, il suo avvenuto andato smarrito. E’ grazie a lei e all’amore che è riuscita a svegliare nel cuore del fantasma che Casper riscopre chi fu molti anni or sono.  La capacità di amare, di affezionarsi, la brama di voler tenere con sé la donna amata sono tutte caratteristiche che rendono il fantasma del tutto simile ad un essere umano dal cuore che batte.

La storia di questo minuto fantasmino è una storia d’amore, di un amore reale, tangibile, ma impossibile da compiersi. Eppure, Casper non vuole arrendersi. Egli non accetta facilmente di non poter accompagnare Kat alla festa di Halloween che la stessa ragazza ha organizzato al castello. Casper sa di non essere come gli altri ragazzi, di non potersi riflettere allo specchio, di non poter apparire in pubblico senza scatenare un’isteria di massa e di non poter toccare la giovane e danzare con lei. Tutto questo, però, non lo fa demordere. Casper tenta, allora, di stupire Kat, invitandola a volare con lui. Volteggiando su nel cielo, a sera inoltrata, lo spiritello conduce Kat sulla sommità del grande faro, meta in cui Casper si reca tutte le notti.

Lassù, Kat domanda all’amico qual era il suo aspetto nella vita trascorsa. Casper ammette di non ricordarlo più. Le sue reminiscenze sono state obliate dalla morte, dileguate dall’inesorabile scorrere del tempo. La sua mente, svuotata da ogni memoria, somiglia allo stesso mare buio che Casper ammira ogni notte da quell’altura. Non vi è nessuna luce a dissipare l’oscurità di Casper, nessun riverbero ad illuminare il suo passato che permane nel buio.

Intristita ed intenerita, Kat decide d’essere lei stessa “il faro” di Casper, di portare un albore nella sua vita per schiarire il suo passato. Quando rientrano a casa, Kat, distesa sul letto, chiede allo spirito se, a suo dire, vi sia la possibilità che Amelia, la mamma della ragazza, abbia potuto dimenticarla. Casper, rincuorandola, risponde di no, poiché è impossibile dimenticare una figlia che è stata tanto amata. Casper, librando sul corpo addormentato di Kat, sente finalmente di avere vicino a sé una persona che gli possa voler bene. Il fantasma avvicina il proprio volto innocente alle orecchie della fanciulla, sussurrandole: “Posso tenerti con me?”. Una richiesta accennata appena, mormorata sommessamente, che attesta il bisogno di Casper di tenere con sé la giovane per sentirsi vivo. Casper, essendo un fantasma, non può afferrare le cose e stringerle a sé per un tempo duraturo. Inconsciamente, egli teme che Kat, a cui si è legato in maniera incondizionata, possa sfuggirgli via, allontanarsi per non tornare più. Casper non può lambirla, non può neppure abbracciarla e, per questo, domanda, quasi implorandola, se possa tenerla con sé, sebbene sappia di non poterla mai avere davvero. Casper non può reggere nulla con le sue quattro dita, sono soltanto le sue parole, le sue domande a poter convincere Kat a restare lì, nel suo letto, vicino a lui. “Posso tenerti con me?” significa non altro che “Posso amarti?”.  Posso amarti sebbene non possa stare con te?

Casper, poco dopo, prova a dare all’amica un bacio, accostando le sue labbra sulla guancia di Kat, ma ella avverte immediatamente il freddo della sua presenza, scambiandolo per fresca brezza proveniente dalla finestra. Casper sa di non poterla neppure baciare, così scende giù, smette di volare, chiude gli occhi e si addormenta.

Ma perché Casper non ricorda nulla della sua precedente esistenza? Probabilmente, perché quando si muore le esperienze, gli amori vengono eclissati dall’ineluttabilità della morte?

Questo era ciò che pensava il poeta Rainer Maria Rilke, la sua drammatica riflessione sulla fine. Le anime, quando si staccano dal corpo, si disperdono e, così facendo, non rammentano più chi erano né chi hanno amato. Se fosse vero, Euridice avrebbe istantaneamente dimenticato il suo Orfeo quando questi, fallendo il tentativo di riportarla alla vita, sarebbe svanito sotto i suoi occhi. E, in egual modo, Alcesti avrebbe vagato nell’Ade dimenticando il suo amore più grande, Admeto, colui per il quale spirò. Quindi, Casper non rievoca il proprio vissuto perché, come espresso dal Rilke, gli spiriti andati troncano i loro rapporti con l’avvenuto? In parte è così.

Ma Casper seguita ad essere legato alla vita stessa, come testimoniato dal suo essere un fantasma. Or dunque, perché non serba memoria? Semplicemente perché, intorno a lui, non vi è più niente che possa aiutarlo a rimembrare il proprio essere. Ebbene, spesso, sono gli effetti, al pari degli affetti, a farci ricordare chi siamo, le cose che ci hanno circondato giorno dopo giorno. Per Casper sarà così!

Il giorno seguente, Kat rinviene tutti i giocattoli del fanciullo che fu, scoprendo che Casper era figlio di un famoso inventore. Rivedendo le giostrine, i trenini a vapore conservati nella soffitta e rimessi a nuovo dalla ragazza, Casper inizia a ricordare. Tali oggetti, quei giochi a cui egli ha riversato affetto e con cui ha provato gioia e felicità, conservano le memorie, i sentimenti, le emozioni di una giovinezza andata ma mai scomparsa del tutto. Casper, rimirando i balocchi che la mamma ed il papà gli avevano donato, riavverte le stesse sensazioni di quando era vivo e, di conseguenza, finalmente, rammenta. Non avendo più persone amate intorno a lui, a Casper erano rimasti solamente i beni materiali, i trastulli che ha adorato in vita, a dargli conforto. Sono essi a scuotere i suoi pensieri e a custodire il suo passato.

Intravedendo una slitta, Casper ricorda il giorno della sua morte. La slitta gli era stata donata dal padre. Il bambino ci giocò tutto il giorno, fino a dopo il tramonto. Casper prese freddo, si ammalò e suo padre divenne triste. Casper, però, non andò via, rimase vincolato al papà e non volle lasciarlo solo. Casper rimase sulla Terra, a casa, e, dopo qualche tempo, fu visto dal genitore.

L’inventore non riusciva a darsi pace, amava più di ogni altra cosa al mondo suo figlio e non poteva accettare che la morte lo avesse strappato dalle sue braccia così presto. Sopravvivere ad un figlio è un evento innaturale, traumatico, che i genitori non riescono a superare mai del tutto, convivendo con un tale dolore giorno dopo giorno, anno dopo anno.

E’ a questo punto della storia che il lungometraggio “Casper” tratta il tema della morte. Gli esseri umani non possono far nulla per impedire il sopraggiungere della morte. Essa esiste proprio per dare importanza alla vita, ad ogni singolo giorno, ad ogni flebile gesto. Ma come poter accettare la morte quando essa si presenta così presto, portando via un essere innocente come un bambino?

Il padre di Casper, uomo di scienza, non poteva tollerarlo. Gli altri uomini avevano accolto l’inevitabile, lui no. Riuscì, allora, a scoprire come aggirare il volere della fatalità. Questa invenzione, che il film presenterà nella parte finale, rappresenta il tentativo di un padre di sconfiggere un fato avverso e dare nuova occasione ad un fanciullo giovane, la cui vita doveva essere lunga e serena. Il Lazzaro è il prodotto finale di una ricerca senza tregua, la testimonianza di un amore paterno immenso che non si piegò mai al volere del fato.

Il padre del tenero fantasma creò una macchina in grado di riportare in vita i morti. Prima di poterla utilizzare, però, fu dichiarato legalmente pazzo e, presumibilmente, venne portato via dal castello. Casper, allora, finì per rimanere solo e dimenticò.

Nelle viscere del castello giace il laboratorio del celebre inventore. Casper raggiunge le profondità della costruzione con Kat e ivi rinviene il Lazzaro, il macchinario in grado di riportare alla luce un fantasma. Il nome dell’invenzione, Lazzaro, richiama, naturalmente, il nome del personaggio biblico riportato alla vita dal figlio di Dio.

Un volume che reca la copertina di “Frankenstein” occulta l’ingranaggio che dà il via al meccanismo del Lazzaro. Il titolo del romanzo più famoso di Mary Shelley non è una scelta casuale. Il padre di Casper, come il dottor Frankenstein, personaggio cardine del romanzo gotico, ambiva a esplorare le parti più tetre della ricerca scientifica inerenti la morte e la possibile resurrezione di un cadavere. Frankenstein divenne un mostro, il vero mostro della narrazione, quando scelse di plasmare una nuova forma di vita, innaturale, aberrante e terribile. Il padre di Casper, differentemente dal personaggio di Victor Frankensten, non anelava a creare una vita mai partorita prima, bensì voleva riportare alla luce una vita scomparsa, rimanifestatasi come un’ombra bianca e gentile. Il papà di Casper, però, non ebbe l’opportunità di sperimentare la sua creazione.

Casper sceglie di provarla, varca la porta del Lazzaro e prova a ridiventare umano. Il desiderio del fantasma è dettato dall’amore, e non dalla semplice volontà di tornare a vivere. Casper non spera di ridiventare umano per se stesso, ma per Kat. Egli sa che potrà essere amato dalla ragazza soltanto se tornerà vivo, solo così potrà accompagnarla al ballo e vivere con lei l’amore che tanto sta bramando.

La situazione, tuttavia, precipita quando Carrigan fa irruzione nel castello e tenta di appropriarsi del tesoro di Whipstaff (in verità, il tesoro non è altro che una palla da baseball a cui Casper era affezionatissimo da bambino). In quei momenti concitati, Casper e Kat riusciranno, molto astutamente, a respingere e scacciare la donna, salvo poi accorgersi che Harvey, il padre di Kat, è divenuto un fantasma a seguito di un grave incidente. Nell’atto finale della storia, Casper dimostra quanto l’amore per Kat sia prevalente in lui. Egli sceglie di rinunciare alla sua seconda occasione e di salvare, con il Lazzaro, l’anima di Harvey. Ogni azione compiuta dal fantasma è sempre stata indirizzata per il bene degli altri e mai per il proprio tornaconto. Casper divenne un fantasma per restare vicino al papà, afflitto dalla sua scomparsa, volle tornare umano per amore di Kat e, infine, decise di cedere il suo posto, di salvare un’altra vita per la felicità di qualcun altro. L’altruismo, la bontà, la generosità di questo personaggio travalicano qualunque confine. 

Casper si rifugia, triste, nella sua cameretta e lì riceve la visita di una entità vestita di rosso. Questa ha le fattezze della madre di Kat. La donna, subito dopo la morte, è ascesa al Paradiso, guadagnando le ali di un angelo. Commossa dall’amore dimostrato da Casper, la donna dona al giovane la possibilità di poter riacquistare il proprio aspetto da umano per una sera soltanto. A questo punto, l’opera filmica mette in scena la fiaba di Cenerentola, mutando, ovviamente, alcuni aspetti del racconto. Casper si reca al ballo, con le sembianze che aveva da vivo. Vede Kat in fondo alla sala e, potendo finalmente prenderla per mano, la invita a ballare.

Nel frattempo, Harvey ha l’occasione di rivedere la sua adorata sposa. Ella lo saluta dolcemente, esortandolo a vivere il futuro che ancora lo attende. Harvey comprende la verità che aveva deciso di ignorare: la propria moglie si trova, adesso, in un posto migliore. Il padre di Kat deve fare ciò che anche il padre di Casper, a suo modo, dovette fare: smetterla di voltarsi indietro, e accettare l’amarezza della caducità umana. Amelia svanirà, salendo su, nella volta celeste, ed Harvey sarà finalmente in pace con i suoi ricordi.

Nell’attimo in cui le lancette dell’orologio segnano le dieci, Casper svela la sua vera identità e, subito dopo, bacia Kat. Questa volta, la ragazza non avverte il freddo, bensì il caldo di un grande amore. In quell’istante, però, Casper svanisce, tornando ad essere un fantasma. Casper ha ottenuto una piccola, grande felicità: poter vivere, per qualche rapido ma intenso istante, l’amore che tanto voleva, l’amore che lo ha fatto e continuerà a farlo sentire più presente, più vivo che mai.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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 “Maestro, voi siete mai stato innamorato?” – domandava, turbato, Adso in una sequenza de’ “Il nome della rosa”, omonima trasposizione cinematografica dell’acclamato romanzo di Umberto Eco.

Innamorato?  Parecchie volte…” – Confessò, schiettamente, Guglielmo Da Baskerville, l’arguto mentore del giovane francescano – e seguitò ad elencare i nomi di tutti i suoi amori più grandi: Aristotele, Ovidio, Virgilio, Tommaso D’Aquino. Volutamente, Guglielmo stava confondendo l’amore cui Adso faceva riferimento con l’ammirazione, il trasporto emotivo provocato dal sapere, dalla seduzione della conoscenza, con la passione sentimentale che sfocia nella brama, nel desiderio, nell’affetto. O forse era proprio Adso che, in quel frangente, confondeva l’amore con la lussuria?  Invero, Adso si era innamorato perdutamente di una fanciulla che pativa la miseria, e voleva a qualsiasi costo liberarla dalla povertà, dal sacrificio, dalla privazione. Udendo tale confidenza, Guglielmo dedusse la purezza del sentimento del suo discepolo, e si mise a disquisire sulla bellezza della donna, l’essere che, a parer suo, ha in sé il potere di ghermire l’anima di un uomo. La donna è un’essenza ineffabile, splendida, incredibilmente seduttiva. Le donne, per frate Guglielmo, sono le custodi degli affetti, e attraverso esse l’amore germoglia sulla Terra. Ma l’amore reca affanni o beatitudini alle persone? Chi può dirlo. Può darsi che senza amore vivremmo più tranquilli. La vita dell’uomo, scevra dall’amore, sarebbe quieta, calma, stagnante… terribilmente noiosa.

Quando la cecità s’impadronì di Andrea Camilleri, relegandolo nell’oscurità, lo scrittore siciliano ammise di riuscire a vedere ancora meglio di prima, poiché da quel momento aveva cominciato a vedere con la mente e non più con gli occhi. Tuttavia, Camilleri confessò che soltanto una cosa gli mancava rispetto a un tempo, quando poteva ancora contare sul senso della vista: la bellezza femminile. Essa può essere ricordata, immaginata, menzionata ma ciò che l’immaginazione, la fantasia, la reminiscenza possono riuscire comunque a richiamare non potrà superare l’impatto estetico, il fascino immediato di una donna scorta e successivamente ammirata. Spesso, nel lampo in cui si contempla un volto attraverso la vista, sgorga la prima infatuazione. Ma l’infatuazione durevole ed inscalfibile non può limitarsi alla mera estetica. Frequentemente è il carattere, l’indole, la personalità, l’anima esternata mediante la parola, l’azione, il gesto a conquistare ben più di un’ingannevole apparenza.

Illustrazione per la fiaba "Il bambino cattivo" di Hans Christian Andersen

L’amore è una creatura invisibile che alberga nella nostra intimità. Se ne resta dormiente, sopita, in silenzio per poi risvegliarsi di colpo, quando i nostri occhi vengono catturati da una figura che ci attrae, quando le nostre orecchie vengono raggiunte da una voce soave e ammaliante, quando la nostra mente è rapita dalla manifestazione sensibile ed arguta di un concetto.

Ma l’amore fa soffrire o rende felici? Una domanda, quest’ultima, destinata a generare molteplici risposte, tutte dettate da una scontata soggettività. L’amore non corrisposto è il più spiacevole da tollerare, il più amaro da assaporare, il più indigesto da mandar giù. In una sua fiaba, Hans Christian Andersen descrisse l’amore come un’entità “maligna” e crudele che libra, leggera come l’aria, tra i mortali, infettandoli con l’incurabile dolore dell’amore. Ne “Il bambino cattivo”, un vecchio e buon poeta accoglie nella sua dimora un bel piccino, dai biondi capelli, rimasto tutto nudo a prender freddo sotto il temporale. Il piccoletto viene descritto con gli occhi vispi e luminosi come stelle rilucenti in cielo, chiome arricciate a contornargli il viso e guance rosee. Teneva in mano un piccolo arco ed una faretra grondante di frecce dorate. Il bambino cattivo errava giorno dopo giorno, mescolandosi tra i giovinetti che, ignari del “pericolo”, gli davano le spalle. Lui, piuttosto abilmente, scoccava i suoi dardi colpendo i bimbetti con precisione ed essi cadevano vittime delle sue arti infide. Tutti si erano imbattuti in lui, la mamma e il papà del vecchio poeta, persino la nonna che mai dimenticò gli effetti della freccia di Eros, ehm, intendo dire del bambino cattivo.  Per Andersen, il ragazzetto a cui il vecchio poeta prestò soccorso era proprio un bimbetto crudele, poiché spesso si divertiva a colpirlo di soppiatto, a farlo innamorare senza mai venire ricambiato. Cosa c’è di più doloroso che amare senza essere amati? L’amore, si sa, non è perfetto né, tanto meno, giusto. Esso rende lieti e spesso altrettanto infelici. E’ un “malessere” che arricchisce lo spirito, dona ad esso speranza, illusione se preferite, e a volte, se va bene, la gioia più grande: venire amati da chi amiamo.

E voi? Ricordate la prima volta che il dardo invisibile di Cupido vi ha raggiunto alla schiena? Sono pronto a scommettere di sì! Tutto ha inizio quando si è ancora bambini, in quel periodo in cui non si deduce né si intuisce ma si percepisce candidamente.

Io rammento quell’interminabile istante con una tale nitidezza. Fu qualche anno addietro, quando ero, naturalmente, un bambino. Rimembro i biondi capelli di una ragazzina, il fiocco rosa che le ornava gli stessi, quasi all’altezza della fronte, il suo sorriso espansivo e caloroso, impreziosito da un argenteo apparecchio che non scalfiva minimamente la sua dolcezza, anzi, tutt’altro, la rendeva ancora più particolare e bella. Ricordo ancora lo zainetto che portava, l’incedere veloce con cui percorreva il cortile della scuola, e ovviamente, anche il suo nome. Di quella mattina, serbo, cristallinamente, tra le mie memorie il battito del cuore che avvertii, e che continuava a rimbombarmi nelle orecchie simile a colpi di cannone appena esplosi. Non posso dirlo senza suscitare ilarità ma in quel momento fui convinto di aver contratto una strana malattia, un aspro ma gradevole spasimo. L’amore, dopotutto, è un malanimo, un dolore che non possiede nome, per cui non esiste, fortunatamente, alcun rimedio.

Com’è che recita un detto antico come il mondo? Ah sì, il primo amore non si scorda mai. Ebbene, spesso il primo amore lo proviamo quando siamo bambini, quando ancora fatichiamo a capire cosa siano le farfalle nello stomaco. Per capire cos’è l’amore, forse, bisogna pensare alla tarda infanzia, al giorno in cui quel sentimento si è manifestato perentoriamente, d’un tratto, non andando più via. E’ capitato a molti d’innamorarsi da bambini, capitò anche a Gabe, il protagonista di “Innamorarsi a Manhattan”.

Tale pellicola, datata 2005, diretta da Mark Levin, con protagonisti Josh Hutcherson e Charlotte Ray Rosenberg (qui accreditata come Charlie Ray) è una commedia romanticamente sagace, intelligente, ed ha in sé una particolarità pressoché unica: l’avere due protagonisti decisamente giovani, di appena 11 anni, che vivono il primo, tenero amore della loro vita. La premessa è del tutto peculiare: raccontare un sentimento così genuino e spontaneo, ma anche complesso e ardito, come l’amore attraverso lo sguardo di un bambino senza cadere nel frivolo, rendendo il tutto divertente, a tratti persino triste e malinconico. Tutto ciò non è un compito semplice ma il lungometraggio ci riesce splendidamente, confezionando un’opera divenuta, col passare degli anni, un vero e proprio piccolo cult.

Gabe è un ragazzino di 11 anni che trascorre le giornate giocando ai videogiochi e girovagando, tutto solo, tra i quartieri di Manhattan col suo monopattino. Egli vive con i suoi genitori nell’Upper West Side, ma la situazione famigliare che si staglia attorno a lui è tutt’altro che idilliaca. Sebbene sua madre e suo padre continuino a vivere insieme, entrambi hanno deciso di separarsi e, già da qualche settimana, d’intraprendere vite indipendenti. All’inizio della storia, Gabe rievoca la giovinezza dei suoi genitori, raccontando come essi si siano conosciuti ed innamorati durante un campeggio estivo. Questa giovinezza, poi non tanto lontana, non viene più ricordata dalla mamma dal papà del fanciullo, troppo indaffarati a spazzare via i cocci della loro relazione piuttosto che a cercare di ricomporli.

L’amore è destinato a non durare, afferma Gabe con una certa amarezza. Lui lo sa bene, è stato innamorato per qualche settimana, un supplizio decisamente spossante. La dolorosa interruzione della sua breve storia d’amore lo ha portato a capire che questo particolarissimo sentimento si fomenta in noi come un fuoco di breve durata, che arde e si estingue sin troppo rapidamente. Gabe ne è davvero convinto, anche se non riesce a capacitarsi del perché, fatto sta che l’amore non perdura.

“Ma perché l’amore deve finire?” – chiederà Gabe a sua madre, in una sequenza del film. Gran parte delle cose più belle nella vita tendono a concludersi bruscamente e a non lasciare altro che un mucchio di ricordi. Forse è proprio la fine di un rapporto a celebrare l’incanto e la meraviglia dell’inizio. I genitori di Gabe rammentano la letizia del passato, eppure l’ombra del presente impedisce loro di riavvicinarsi e di riattaccare i cocci della loro relazione. Osservando, impotente, il naufragio del matrimonio dei suoi genitori, Gabe deduce che l’amore è un gioco crudele in cui esistono molti più sconfitti che vincitori.

Dopo aver fatto questa breve introduzione sul trascorso di sua madre e di suo padre, Gabe inizia a narrare la sua “dolorosa” esperienza, confessando d’essersi recentemente innamorato e di aver sofferto ciò che, nel linguaggio abitudinario, potremmo definire con l’espressione “le pene dell’inferno”. Tutto ebbe inizio qualche settimana prima, quando Gabe scelse di iscriversi ad un corso di Karate. Lì s’imbatté in Rosemary Telesco. Non era la prima volta che Gabe vedeva Rosemary, i due, infatti, si conoscevano sin dall’asilo, ed avevano l’abitudine di salutarsi e di scambiare qualche parola. Gabe continuò ad avere Rosemary come compagna di classe durante tutta la sua crescita. Dalle elementari in poi, lei era sempre rimasta lì ma lui, semplicemente, non riusciva a vederla.

A Karate, Gabe finisce per essere il partner di Rosemary e, da quel momento, i due si avvicinano. Chiacchierando per strada, Gabe, parecchio meno abile di Rosemary nella lotta, propone alla ragazza di allenarsi insieme, e lei accetta molto volentieri. Prima di tornare a casa, Rosemary si ferma presso un negozio di abiti da sposa per provare un vestito da damigella, e Gabe acconsente ad accompagnarla.  

In quell’attimo, ha inizio l’amore. La punta acuminata della freccia di Eros, o del bambino cattivo se preferiamo attenerci al “verbo” di Andersen, tange Gabe nell’istante in cui Rosemary appare dinanzi a lui con indosso un vestito rosa. Una serie di specchi riflette e moltiplica la sua immagine agli occhi del ragazzo, rimasto impassibile e al tempo stesso intontito. Rosemary gira su se stessa e guarda, contenta, il suo bell’abito ricamato. Ella sembra così volteggiare, libera e lieve, come una danzatrice su di un bianco piedistallo che la eleva su tutto, facendola apparire tanto bella, dolce e aggraziata. Il cuore di Gabe batte all’impazzata, ed i suoi occhi non si discostano un solo istante da lei. L’amore è appena sbocciato. Eros ha “posseduto” l’anima di Gabe, il quale è adesso colui che prova l’amore, ed ha in sé gli effetti inebrianti del dio più arcaico di tutti. Fedro avrebbe, molto probabilmente, descritto così ciò che il personaggio principale stava avvertendo per la prima volta.

Da allora, Gabe comincia a relazionarsi in maniera profondamente diversa con Rosemary: non è più sciolto come un tempo, diviene impacciato, timido, perdutamente innamorato. La situazione di crisi famigliare che il protagonista vive nella propria casa si contrappone al clima sereno che egli avverte quando varca la soglia della dimora di Rosemary. In quel luogo, Gabe scopre che la ragazza appartiene all’alta società newyorkese, essendo i genitori dei famosi produttori televisivi, oltre ad essere felicemente sposati. Inizialmente, Gabe non si preoccupa affatto del diverso ceto sociale che intercorre tra lui e Rosemary, e a ragion veduta: tante storie d’amore raccontano di un povero che è riuscito a far innamorare di sé una principessa.

Ma lo stupore e la meraviglia nell’accostarsi al mondo ovattato di Rosemary si perderanno nel momento in cui Gabe scoprirà che Rosemary, quanto prima, dovrà partire per il campeggio e successivamente lasciare Manhattan per iscriversi ad una scuola privata. Gabe dispone solamente di due settimane da poter trascorrere con la ragazza di cui si è invaghito. Un tempo maledettamente esiguo ma che, a undici anni di età, può comunque significare tantissimo.

Le giornate, per Gabe e Rosemary, passano velocemente, tra splendidi ed interminabili passeggiate al Central Park, e lunghe e faticosissime “traversate” da una parte all’altra di Manhattan, in sella ad un monopattino. Giorno dopo giorno, Gabe vive la più tersa felicità, quella che Luciano De Crescenzo descrisse come la “vera felicità”, la felicità assoluta, derivante dall’attesa. Ogni sera, Gabe pensa al giorno successivo, quando rivedrà Rosemary a Karate, quando potrà incontrarla per strada o passeggiare con lei fianco a fianco. E’ proprio questa la felicità più grande, la consapevolezza di rivedere la donna amata il giorno successivo, il pensiero, l’attesa dell’incontro che genera il piacere - avrebbe detto il De Crescenzo. Gabe, come ogni altro innamorato, prova euforia per tutto il tempo che va dalla prospettiva all’incontro effettivo. E’ forse questo l’amore? Un senso di felicità che domina lo spirito, che intrattiene la mente, che scatena l’emozione e rende l’attesa trepidante intollerabile. Chi può saperlo davvero!

Gabe, però, non è sempre pienamente felice. Alla gioia nel vedere Rosemary si mescola la malinconia, l’amarezza nel constatare che presto dovrà dirle addio. Le inquietudini, quindi, si moltiplicano in lui. Egli immagina, persino, un futuro non troppo remoto in cui Rosemary sarà “costretta” a sposare un altro uomo. Gabe giungerà appena in tempo in chiesa per gridare a squarciagola il nome del suo grande amore, così da impedirle di convolare a nozze con chi non può in alcun modo amarla come farebbe lui. Ma Rosemary riuscirà a sentirlo prima di pronunciare il fatidico “sì”?  In questo incubo vissuto ad occhi aperti, la donna non fa in tempo a voltarsi, a mostrare il proprio volto adulto, che subito Gabe torna alla realtà, cercando di concentrarsi sul presente, su ciò che ancora può vivere con Rosemary.

Quella del matrimonio immaginato è una scena divertentissima che fa il verso al celebre finale de’ “Il laureato”. Gabe mima le gesta del protagonista di quel film, che insegue disperatamente la sua amata prima che ella si leghi per sempre ad un altro. “Innamorarsi a Manhattan” è un film colto, bellissimo, ricco di intelligenti citazioni e scritto con garbo e attenzione nel caratterizzare i personaggi. Sono proprio i caratteri dei due innamorati a rendere i protagonisti tanto nitidi e sinceri da sembrare reali.

Nei suoi monologhi instancabili, Gabe affida tutte le proprie confidenze agli spettatori, sensibili custodi delle sue ansie, delle sue angosce, dei suoi patimenti. Per tutta la durata del lungometraggio, Gabe “trascrive” oralmente i suoi pensieri, le sue idee, le sue aspettative nonché le sue inquietudini ed oppressioni. I soliloqui da confidente del personaggio cardine della pellicola si tramutano nella voce di un narratore intimo, che legge il proprio diario da bambino ad alta voce. Gabe parla in maniera elegante, raffinata, si interroga su come poter conquistare Rosemary, come poter giungere all’anima di quella damigella. Parole inusuali, articolate e complesse per un bambino si susseguono una dietro l’altra ma sta proprio in questa unicità la pregevolezza del film. Gabe, scoprendo l’amore, ha smesso d’essere un bambino come gli altri, imparando in maniera repentina la ruvidità della maturazione. Gabe apprende istantaneamente, come per magia, un linguaggio preciso e distinto, accuratamente previsto dalla sceneggiatura per aumentare l’alone di comicità. Ascoltare i monologhi acuti, brillanti, intensi di Gabe ispira ilarità, dolcezza, nel vedere questo bambino che riesce ad esprimersi e a ragionare con la mente ed il cuore di un uomo adulto. E’ questo l’incanto che una bella dama può creare nel corpo e nella mente di un innamorato.

Sofisticata ironia, tanta tenerezza, dolcezza e persino una forte commozione sono tutti gli elementi che scaturiscono dal racconto e dal vissuto di Gabe il quale, tra situazioni tragicomiche, timori e preoccupazioni esterna, usufruendo delle sue intime riflessioni palesate vocalmente, facendo impallidire persino Woody Allen, tutte le gioie ed i dolori del primo amore. Gabe, infatti, non prova per Rosemary una semplice “cotta”, o un interesse romantico volto a disperdersi entro poche ore, ma un vero amore, un amore che lacera, ferisce, tortura, rende gelosi, instabili, ingenui e inguaribilmente “stupidi”.

Inizialmente, Gabe e Rosemary dialogano sulla crescita e la maturità, tema portante dell’opera stessa. Rosemary riporta una verità scientifica: le donne maturano prima degli uomini. Gabe non le crede, anzi è in fondo convinto che tutto, soprattutto la maturità, sia relativo. Chi avrà ragione tra i due?

I giorni passano e i due ragazzini sono sempre più legati. Scorrazzando insieme per tutta la città, stretti in una presa ed in sella ad un monopattino, Gabe e Rosemary divengono i ritratti giovanili e moderni di Gregory Peck e Audrey Hepburn, interpreti dei due innamorati di “Vacanze romane”, quando vagano per le strade di Roma a bordo di una leggiadra vespa. I quartieri, le vie, le strade, la natura verdeggiante e tutte le bellezze paesaggistiche di Manhattan fanno da cornice a questa delicata storia d’amore, mirando, silenziosi, l’amore e l’impacciato corteggiamento di un fanciullo nei riguardi della sua bella.

A Gabe restano soltanto pochi giorni per dichiarare a Rosemary il suo amore.  Così, una sera, trova il coraggio di prenderla per mano, e stringerla forte. Ella ricambia a sua volta la presa, e i due, poco dopo, si scambiano un breve ma intenso bacio. E’ questa la sostanza dell’amore, qui teneramente tratteggiata con l’innocenza dell’adolescenza. Tenersi per mano, un bacio lesto ma indelebile sono i modi con cui l’amore si manifesta nella sua forma iniziale, la più pura, la più sincera, la più bella.

Il giorno seguente quel primo ed unico bacio, Gabe ha un crollo nervoso. Torturato dalla paura di non essere stato bravo e paventando la possibilità che Rosemary non lo ricambi, il bambino cede alla crisi isterica, tra l’ironia e la tenerezza di chi sta seguendo la sua avvincente parabola. Oppresso dalle proprie titubanze, Gabe arriva, così, a cedere alla gelosia, a litigare con Rosemary e a scoppiare in lacrime nella sua cameretta invocando, disperatamente, il nome della ragazza. Comicità e profonda riflessione su questo straziante “dolore” patito dal piccolo si mescolano creando un affresco sensibile sul “dramma” dell’amore.

E’ in quella triste sera che Gabe comincia a covare l’idea che l’amore non conduce mai ad un esito positivo. Gabe, però, non si vuole dare per vinto, torna presto in sé e, pentendosi dei suoi sbagli, corre da Rosemary, incontrandola al matrimonio della zia. Rosemary indossa lo stesso vestito che aveva provato quel giorno quando la loro storia ebbe inizio, quel mattino in cui Gabe s’innamorò di lei. Guardandola dritto negli occhi, Gabe ha finalmente il coraggio di rivelarle tutto il suo amore. Rosemary, però, sebbene sia tanto affezionata al ragazzo, gli confida di non essere pronta per l’amore. Egli la implora di pensarci, ricordandole ciò che lei stessa aveva detto: le femmine maturano prima dei maschi. Eppure, Rosemary non si sente abbastanza grande per amare a sua volta. Gabe aveva ragione, anche se, in cuor suo, avrebbe preferito sbagliarsi, la maturità è davvero relativa. Lui era riuscito a crescere prima di lei, ad accettare il “tormento” dell’amore, Rosemary ancora no. Per loro sarà, dunque, un addio. Gabe e Rosemary si concedono un ballo nella sala, salutandosi, tristi, per l’ultima volta. “Innamorarsi a Manhattan” si conclude con una nota grigia, triste, lacrimevole. L’amore è finito, e Gabe lo sapeva. Gli amori, quelli più grandi, sono sempre destinati a finire.

Eppure, rientrando a casa, il ragazzo rivede i suoi genitori, giovani e sorridenti come un tempo. I due, osservando le peripezie del loro giovane figlio, hanno riassaporato il brio della loro giovinezza, riavvicinandosi e ricomponendo i resti, ancora ben saldi, della loro unità coniugale. Gabe torna a sorridere, sentendosi nuovamente sereno. Egli, pur ferito, torna a vedere il bicchiere mezzo pieno. Gabe, infatti, sa che la vita gli riserverà ancora tante sorprese e nuovi amori, ma nessuno di essi sarà mai il suo primo amore. Quello resterà sempre Rosemary. Di lei custodirà ricordi incancellabili, ciò che, sovente, resta di un vero amore.

"Rosemary e Gabe" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ma cos’è allora l’amore? E’ una malattia causata da un bambino crudele? Una manifestazione del dio più vecchio del nostro mondo? Oppure una forza che vive in noi, fuoriuscendo sin da quando siamo piccoli e ancora non del tutto coscienti? E’ molto semplice, in realtà. L’amore è sensazione, sentimento contrapposto e contraddittorio, esso è gioia e tristezza, innocenza e spontaneità, goffaggine e coraggio, è tutto ciò che ha sperimentato il giovane Gabe. L’amore si insinua in noi sin da bambini ed è lì che andrebbe analizzato, nella sua forma sentimentale più autentica ed inviolata.

L’amore fa star male e bene al contempo, esso è una rara forma di dolore, un dolore che non vanta definizione, che permane nel corpo e nell’anima e da cui non si può guarire. I dolori rammentano la debolezza di un corpo, rendono chiara la sua umanità, feribile la sua anima, ci rendono consapevoli di una verità assoluta: il non poter resistere soli, ma il voler appartenere a chi amiamo. Dolori come l’amore ci ricordano che siamo ancora vivi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Woody, Buzz, Bo Peep e Forky" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

“Il soldatino è tornato!” – recitavano alcuni pupazzi festanti. “E’ lassù, lassù, vicino al castello di carta” – borbottava lo schiaccianoci, accanto alla tabacchiera. Una scimmietta dibatteva le zampe felicemente, il peluche di un cagnolino saltellava gioioso. I gessetti bianchi si levarono da terra e, su di una lavagnetta, tratteggiarono con precisione la sagoma di un grande cheppì, il rosso copricapo a cilindro indossato fieramente dal soldatino. Tutti i giocattoli volevano incontrare l’ometto con la baionetta in mano, colui che era stato inghiottito da un pesce d’acqua salata.

Il soldatino – beh – ne aveva passate tante, e tra i balocchi si era diffusa la voce, l’eco della sua grande avventura. Giusto il giorno prima, a bordo di una barchetta di carta, il soldatino aveva solcato le acque di un torbido fiume. Non volle farlo di sua volontà, accadde tutto per un incidente.

Il padroncino dei giocattoli aveva raccolto il soldatino tra le mani e lo aveva poggiato sul davanzale della finestra semiaperta. Non si sa perché lo fece, forse qualche diavoletto aveva oscurato i suoi pensieri. Per qualche strana ragione la finestra si spalancò ed il soldatino precipitò giù. Da qui, cominciò la sua incredibile traversia. Il soldatino rischiò d’essere sbranato da un cagnaccio famelico, fu rapito da due turpi monelli, finì persino su di una imbarcazione di fortuna. Con essa, il coraggioso militarino avanzò verso una meta imprecisata. Provava molta paura il soldatino, ma non voleva darlo a vedere. Nel suo cuore di stagno, egli aveva impresso il volto di una graziosa fanciulla. Ad ella pensò costantemente mentre il torrente lo conduceva lontano. Dondolato dal rigagnolo, il giocattolo viaggiò a vele spiegate fino a che il corso d’acqua si fece più denso. Il ruscello, generatosi dall’incedere incessante della pioggia, era prossimo a raggiungere il mare, fuoriuscendo da una ripida altura. Il soldatino, allora, s’irrigidì e si preparò ad affrontare quella audace caduta. La “cascata”, dunque, lo trasse verso sé, rigurgitandolo negli abissi. Il soldatino riuscì a sopravvivere e, in mare, si poggiò sul fondale. A quel punto, una creatura dagli occhi strabuzzati venne attratta dalla bella divisa rossa e azzurra, la quale rifulgeva luminosa nella semioscurità del fondo sabbioso. Quest’essere si fece sempre più vicino e divorò il soldatino in un sol boccone.

I personaggi della fiaba così come appaiono nel cortometraggio della Truemax

Com’è triste ed ingiusta la vita” -  pensò il nostro sventurato eroe, mentre se ne stava disteso nella pancia del grosso animale. Il tenace milite, rimasto solo, indugiò sui propri pensieri. Egli, allora, ascoltò la sua voce interiore, la coscienza, la parte più intima e profonda della propria anima. Con essa, egli seguitò a rimembrare, a scorgere il viso della sua amata. Il soldatino udì persino la voce della ragazza riecheggiare nella sua fantasia: “Addio, mio soldatino, non ci rivedremo più”. Udendo questa triste frase, il soldatino si addormentò, credendo che quello sarebbe stato il suo ultimo sonno.

"Il soldatino di stagno e la ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più sulla fiaba di Andersen cliccate qui.

L’indomani, il soldatino giaceva diritto su di un tavolo, impassibile. Dopo alcune ore, esso parve muoversi per un istante. Il soldatino si era svegliato e, quando i suoi occhi tornarono vigili, si accorse d’essere tornato a casa. Su, in alto, gli aereoplanini, per celebrare il suo rientro, compivano i loro giri, tra audaci volteggi e favolose acrobazie. Guardate voi com’è bizzarra la vita: il pesce era stato pescato da alcuni marinai e venduto al mercato. Fu, poco dopo, acquistato dal cuoco che prestava i propri servigi nella stessa dimora da cui il soldatino proveniva. Quest’ultimo era così felice!

Dinanzi a sé, egli tornò a rimirare la propria amata, la ballerina di carta dal viso di porcellana. Avrebbe continuato a contemplarla dal giorno alla notte se non fosse stato allontanato dal suo padroncino. Questi, senza un perché, lo prese in mano e lo gettò nella fornace. “Che disdetta” – disse il soldatino – “Questa volta, mia amata, morirò davvero”. Nella fornace egli si sciolse, ammirando ancora e sempre la sua adorata che, sospinta dal soffio del vento, lo raggiunse e con lui bruciò.

Il soldatino e la ballerina, perdutamente invaghiti l’uno dell’altra, non poterono vivere sulla Terra il loro amore. Che rammarico! Se solo fossero riusciti a fuggire, a dileguarsi, a scappare dal rio diavoletto e dalla cattiveria del bambino…

Il soldatino in "Fantasia 2000"

“Il soldatino di stagno”, al pari de’ “La sirenetta” e de’ “La piccola fiammiferaia”, costituisce il massimo capolavoro letterario/fiabesco di Hans Christian Andersen. In questo racconto, il pensiero, la filosofia ed il sentimento dello scrittore danese affiorano con eloquente vivezza. L’amore non vissuto nella vita terrena, la sofferenza tollerata dalla postura statica e decisa, l’amore mai pronunciato ma esternato tramite lo sguardo corrisposto, il sacrificio, la morte, la successiva immortalità sono solo alcune delle tematiche universali evocate dal racconto di Andersen. La premessa di base della storia, vale a dire il concetto fondamentale dei giocattoli “vivi”, semoventi, in grado di provare emozioni, è stata fonte d’ispirazione per “Toy Story”, uno dei franchising cinematografici di maggior successo della Pixar. Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato, Rex e tutti gli altri giocattoli che dimorano nella cameretta del giovane Andy sono senzienti e quando smettono di essere osservati da occhi indiscreti riprendono a muoversi, a parlare, a ridere, a giocare e ad amare.

Woody, col suo viso fortemente espressivo, con i suoi occhi buoni, con la sua voce calorosa e garbata è il giocattolo più celebre di questo particolarissimo nucleo familiare. Egli è la guida, nonché il punto di riferimento della grande famiglia di pezza creata da Andy. Woody incarna uno sceriffo, un tutore della legge e dell’ordine, un “soldatino” che se ne sta perennemente sugli attenti, ad osservare e proteggere i propri amici. Un soldatino che, per l’appunto, s’innamorerà, a sua volta, di una “ballerina”, Bo Peep, la bambola di una pastorella.  Woody e Bo Peep rappresentano una possibile rivisitazione della storia d’amore tra il soldatino e la sua danzatrice; un rifacimento più lieto, meno travagliato e profondo della fiaba di Andersen ma ugualmente intenso e sentimentale. Come i due sfortunati amanti della fiaba anderseniana, lo sceriffo e la pastorella s’innamoreranno, ma verranno separati da un destino ingiusto.

Toy Story 4” inizia con un lungo ed emozionante flashback. E’ sera e fuori piove a dirotto. Woody balza sulla finestra e, scortato e sorretto dai suoi amici, si getta, senza remora alcuna, verso il cortile per soccorrere RC, la macchina giocattolo dimenticata da Andy. Tale scenario notturno richiama l’atmosfera della fiaba dello scrittore scandinavo. Fu proprio in un giorno di pioggia che il vento ghermì il soldatino, trascinandolo via nella fanghiglia. Un fato alquanto simile rischia di ripetersi per quanto concerne il povero RC, caduto preda dell’acqua piovana e della conseguente melma. Per fortuna, Woody riesce ad afferrare il suo amico giusto in tempo, e a condurlo in salvo. Proprio quando ormai il pericolo della separazione pareva essere stato scongiurato, Woody vede Bo Peep, inerte, venir presa e posta in una scatola, pronta per essere venduta ad un’altra famiglia. Woody non può far nulla per tenerla con sé, poiché essere ceduti è il fato a cui vanno incontro molti trastulli. Woody, il buon “soldato”, assiste così, impotente, all’addio della sua “ballerina”.

Molti anni dopo, l’uomo con la stella di latta sul petto ed i suoi amici appartengono a Bonnie, una timida bambina che li tratta con affetto e con riguardo. Bonnie gioca quotidianamente con i suoi giocattoli e, come ogni altro bambino, ha i suoi preferiti. Se Buzz e Jessie continuano ad essere usati dalla piccola in maniera costante, Woody, invece, finisce spesso per venire dimenticato nell’armadio. Ciò, però, non muta l’affezione che lo sceriffo nutre nei confronti della sua padroncina.

Il giorno in cui Bonnie comincia a frequentare l’asilo, spaventata e intimidita da questa nuova esperienza, Woody decide di accompagnarla in gran segreto, celandosi nel suo zainetto. Bonnie è molto introversa e decisamente insicura, per tale ragione fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Per aiutarla a sentirsi meglio, Woody le porge, senza che lei se ne accorga, dei pastelli colorati ed altri oggetti cavati dal cestello dall’immondizia. Con essi, Bonnie crea “Forky”, un balocco nato da una forchetta di plastica. Bonnie riversa su Forky tutto il suo amore e le sue sicurezze.

Durante il ritorno a casa, Woody, con estrema meraviglia, scopre che anche Forky ha acquisito una grande vivacità. Forky, però, non comprende lo scopo per cui è stato plasmato da Bonnie: essere un giocattolo. Per tutta la notte, questi cerca di sfuggire alla dolce “presa” della sua padroncina per tornare nella spazzatura, venendo sempre agguantato da Woody. Per tutta la notte, il cowboy resta prudente ed accorto per far sì che Forky non abbandoni la sua Bonnie.

Perché ti importa così tanto?” – domanda Buzz al suo vecchio amico.

Perché è l’unica cosa che posso fare…” – confessa Woody.

Lo sceriffo non è più il giocattolo preferito del suo bambino. Bonnie non è Andy, non ama ricreare gli scenari del vecchio west, quei luoghi polverosi ed aridi in cui Bo Peep finiva sempre per interpretare la classica damigella in pericolo e il cowboy il valoroso eroe che l’avrebbe tratta in salvo. Woody sente di non essere più importante come un tempo, non ha mai smesso di pensare al suo amico più caro, Andy, e, non potendo espletare i suoi compiti da giocattolo, cerca almeno di farsi trovare pronto, d’essere utile nel preservare a qualunque costo l’animo puro ed innocente della sua padroncina. Dopotutto, Andy, poco prima di congedarsi dai suoi giocattoli, aveva confidato a Bonnie una verità immutata: Woody, qualunque cosa accadrà, non volterà mai le spalle ad alcuno. Lo sceriffo, come un soldatino fedele al suo credo, seguita, infatti, a non dare le spalle alla sua adorata famiglia e alla sua premurosa bimbetta, vegliando su di lei dal sorgere del sole sino al tramonto inoltrato.

Woody vuol continuare a mostrare la propria lealtà, non vuol diventare un giocattolo dimenticato, smarrito, così sceglie di vigilare senza sosta su Forky, un giocattolo privo di un’identità ancora ben definita. La novità più grande introdotta dal quarto film di “Toy Story” riguarda proprio questo bislacco e capriccioso gingillo. Forky non è un trastullo come gli altri, non è nato in fabbrica, non è stato realizzato in serie, non possiede gadget e altrettante peculiarità adatte al gioco per l’infanzia. Forky è stato assemblato dalla fantasia di una frugoletta, è stato creato per essere molto più di ciò che dà a vedere; eppure lui non può rendersene conto semplicemente perché, generato da resti e avanzi, non ha una concezione specifica su cosa sia e cosa debba fare.

Spetterà proprio a Woody il compito di spiegare qual è il “dovere” di un giocattolo: far divertire il proprio fantolino. Forky è un abbozzo, un’accozzaglia, non è un vero oggetto ludico ma poco importa. Un giocattolo può essere tale anche se non lo è davvero, poiché spetta all’immaginazione e al cuore di un bambino infondere in esso le qualità principali che fanno di lui un “ninnolo”. Forky, tuttavia, sarà duro d’orecchi e, inizialmente, non ascolterà i consigli di Woody. Quando la famiglia di Bonnie partirà per un viaggio, Forky ne approfitterà per scappare ma Woody non si darà per vinto e si lancerà al suo inseguimento. Una volta ritrovatolo, Woody insegnerà a Forky che l’amore incondizionato di un bambino è quanto di più bello possa ricevere un giocattolo. Forky, allora, si convincerà a tornare da Bonnie, non riuscendo più a immaginare la sua vita senza la vicinanza della sua creatrice. Ma un giocattolo può vivere senza l’affetto di un infante? Qual è lo scopo esistenziale di un balocco? I giocattoli servono per dilettare i piccini, se restassero soli, riuscirebbero a vivere felici senza patire la loro mancanza? I giocattoli possono vivere… liberi?

Woody, nel corso di questa avventura, ammette che se non si fosse occupato costantemente di Forky, la sua “vocina” interiore lo avrebbe tormentato. Buzz, ironicamente, scambia questa presunta “voce” per le consuete registrazioni vocali che alcuni giocattoli hanno tra i loro sintetizzatori vocali. Lo Space Ranger, allora, chiederà, di volta in volta, consiglio al suo “io interiore”, pigiando i pulsanti incastonati nella sua tuta spaziale per udirne i suggerimenti. Invero, la voce a cui Woody fa riferimento, corrisponde a qualcosa di più profondo e di più personale. Woody sta attraversando un periodo di forte crisi in questa quarta avventura. Egli patisce il peso della dimenticanza e teme di finire obliato. Woody si è sempre considerato un giocattolo fedele, non si è mai chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse più stato “adottato” da una famiglia e da un bambino. Cosa gli avrebbe suggerito la sua voce interiore se ciò fosse accaduto realmente? Si sarebbe sentito in colpa se avesse iniziato una vita indipendente, da giocattolo libero?

A proposito di "voci", quella di Fabrizio non la scorderemo mai...
Qui potete trovare il nostro omaggio a Fabrizio Frizzi. Dipinto di Erminia A. Giordano

Tale, intima “voce” che alberga nell’animo dei giocattoli è molto più importante di quanto si possa intuire. Essa rappresenta la “coscienza”, il pensiero, la morale di ogni giocattolo che corrisponde alla medesima coscienza umana. Tuttavia, i giocattoli hanno realmente una voce caratteristica che può attrarre ancor di più l’attenzione dei piccini. Woody ha un sintetizzatore vocale nuovo di zecca, Gabby Gabby, una bambola che lo sceriffo incontrerà in un negozio di antiquariato, ha il riproduttore vocale a cordicella danneggiato e crede fermamente che per tale menomazione nessun bambino voglia giocare con lei. Se Gabby Gabby potesse riacquisire il suono della sua cordicella potrebbe riottenere una famiglia con cui vivere. Woody, anche in questo caso, darà ascolto alla sua voce e farà quanto dovrà per aiutare Gabby Gabby. Ogni desiderio, ogni gesto altruistico, parte sempre dall’interno: è ciò che il quarto capitolo di “Toy Story” vuol ricordarci. Tutti noi dovremmo fare come fanno i giocattoli e dare più spesso ascolto al nostro “io”, alla nostra sfera emotiva. L’altruismo, la generosità, nascono sempre dalla saggezza proveniente dall’interno.

Durante la sua disavventura nel mondo esterno, Woody raggiungerà un parco giochi e, fingendosi privo di vita, verrà raccolto da un bambino che, nell’altra mano, regge a sé l’aggraziata bambola che raffigura una pastorella. Restando silenti, inanimati, impassibili, Woody e Bo Peep, il soldatino e la ballerina, rincrociano i propri sguardi.  Sarà proprio Bo Peep a prendere per mano Woody, a guidarlo sino ai cespugli più vicini per sottrarsi alla vista dell’uomo. Woody riabbraccia la sua cara amica, riscoprendola sotto una luce molto diversa. Bo Peep adesso vive sola con le sue pecorelle, nel grande Luna Park. Ella è divenuta una damigella forte, indipendente, ardimentosa ed intrepida. Grazie all’aiuto di Bo Peep, e al pronto intervento di Buzz, Woody riuscirà a riportare Forky da Bonnie, a salvare Gabby Gabby, offrendole il proprio sintetizzatore vocale, e a riunirsi con tutti i suoi amici per un arrivederci.

Toy Story 4” è una pellicola emozionante, bellissima, colma di spunti commoventi, di sequenze catartiche e attimi profondamente sensibili e intelligenti. Il quarto episodio della serie è completamente incentrato sulla figura del cowboy gentile, unico e vero mattatore della vicenda. A lui è dedicata quest’ultima tappa, quest’ultima evoluzione. Woody ha trascorso tutta la propria vita a prendersi cura dei suoi amici. Egli è rimasto tenacemente sugli attenti, custodendo coloro a cui voleva bene, proteggendo i suoi compagni e i suoi padroni da ogni pericolo, da ogni avversità, da ogni cattiveria. Adesso, però, è giunto il momento che lo sceriffo rompa le righe, smetta di restare sugli attenti e viva il futuro di cui più ha bisogno.

Andy è ormai cresciuto, Bonnie starà bene, e, cosa più importante, la famiglia di giocattoli di Woody è pronta a vivere al sicuro senza più la sua leadership. “Toy Story 4” racconta il congedo di un valoroso soldatino, il ritiro di uno sceriffo senza macchia, di un eroe coraggioso che ha sempre messo il bisogno degli altri al di sopra del proprio.

Buzz, il più sincero dei suoi amici, è il primo a capire il profondo desiderio di Woody. Sarà proprio lo Space Ranger a convincere il cowboy a compiere questo passo finale.

Bonnie starà bene” – sussurra Buzz allo sceriffo.  La bimba non avrà più bisogno del suo sacrificio.

"Buzz Lightyear" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Buzz porge la mano al suo grande amico e i due si salutano un’ultima volta. Questa magica storia di amicizia cominciò molti anni prima, quando un piccoletto ricevette in regalo un nuovo pupazzo: un astronauta dal sorriso fanfarone, dal colore acceso e dalla tuta fosforescente. Questi arrivò in cameretta in punta di piedi ma, senza volerlo, aveva già scavalcato le gerarchie, superando colui che fino ad allora era il giocattolo più rappresentativo. Woody non avrebbe dovuto prendersela più del dovuto, dopotutto quale marmocchio non avrebbe donato tutte le sue attenzioni ad un Buzz Lightyear? Buzz sapeva volare, sì insomma cadere con stile, sparare un potentissimo raggio laser, Woody, dal canto suo, doveva ancora liberarsi del serpente che si intrufolava di soppiatto nel suo stivale.

Eppure, il cowboy non poté accettarlo facilmente e provò, nei confronti di questo “dannato” ranger dello spazio, una grandissima gelosia. Ripensare al giorno in cui Buzz irruppe nella vita di Woody mutandola decisamente, adesso che tutto volge al termine, crea un sapore agrodolce. Da avversari e perfette controparti, i due divennero amici inseparabili. Ciò che una volta sembrava così importante, essere il giocattolo prediletto, divenne, sin dalla prima peripezia, una questione di blanda importanza. Quello che contava davvero per Woody e per Buzz era restare insieme, mantenere unita la famiglia dei giocattoli. Ma ora questa missione è finita, ultimata con successo. Woody cederà il suo cappello, donerà la sua stella a Jessie e abdicherà in favore di Buzz, colui che d’ora in poi dovrà vigilare sui giocattoli che portano, sotto i loro piedi, il nome di una tenera piccola.

"Arrivederci, sceriffo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Woody aveva perduto la sua Bo Peep molto tempo prima, adesso non la smarrirà mai più. Ancora una volta, lo sceriffo ha dato ascolto alla sua coscienza e alla voce del suo amico spaziale. Woody non ha più la cordicella sulla sua schiena, non potrà più udire i suoi tipici detti registrati ed impressi su di un nastro di memoria, ciononostante la voce del suo io rimbomba ancora forte e chiara, suggerendogli che il momento per dire addio è giunto e che, finalmente, può vivere la propria vita liberamente con colei che ama. Woody si volterà e abbraccerà la sua Bo Peep. Darà le spalle ai suoi “fratelli” soltanto per un istante. Egli non li dimenticherà, così come non li abbandonerà mai davvero, serbando i ricordi dei loro volti per sempre nel suo cuore.

Lo sceriffo non starà più sugli attenti. Woody trascorrerà il proprio avvenire con Bo Peep. Il soldatino, infine, riuscirà nel suo sogno: prendere in moglie la sua ballerina.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Dracula, Mavis, Johnny e Denisovich in uno scatto di famiglia" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Cos’è che fa di un mostro… un mostro? I canini affilati?  Gli occhi iniettati di sangue? L’abitudine, piuttosto molesta, di ululare nelle notti di luna piena o di riposare, tutto bendato, racchiuso in un sarcofago? Un momento! Ma è una questione di aspetto o di comportamento? Come potremmo delinearlo, definirlo? Cosa diavolo è un mostro?

Calma, niente panico, regola numero uno: riordinare le idee. Dunque, “il mostro” è un essere schivo, elusivo, misterioso, una creatura che si manifesta improvvisamente nel buio e che, altrettanto rapidamente, scompare col favore delle tenebre, un po’ come un incubo che svanisce allo spuntare dell’alba. Che definizione blanda, generica, aleatoria, quest’ultima! Invero, il mostro è colui che è diverso da noi. Esso corrisponde allo sconosciuto, allo straniero, all’uomo-nero. Proprio in virtù della sua diversità estetica, ogni mostro viene minacciato, intimorito, scacciato, specie se è grande, grosso, peloso, se ha tante zampe e proviene da luoghi remoti come lo “spazio” sconfinato.

Chissà quante malattie avrà portato con sé, scendendo dalla volta celeste!” – borbotterà qualcuno, vedendo il mostro in lontananza. “Con quelle unghie affilate ci tagliuzzerà ben bene quando ne avrà l’occasione, vedrete. Quegli artigli non gli serviranno di certo ad arrampicarsi sugli alberi per ghermire le verdi foglie…” - commenterà, scioccamente, qualcun altro. “Che si ritirassero nei mulini di legno ancora non arsi dalle fiamme questi dannati mostriciattoli!” urlerà, sprezzante, un terzo.

I mostri sono differenti da noi esseri umani, vanno allontanati con le torce accese ed i forconi ben branditi. Almeno, così credono gli stolti. Non importa se un mostro avrà mai la possibilità di spiccicare qualche parola per spiegarsi, esso non possiede la nostra stessa natura, non appartiene alla nostra medesima razza, è malvagio e purulento, non occorre che si arrovelli a provare il contrario, poiché quei suoi denti aguzzi sono fatti per uccidere e quelle sue mani grandi non sono altro che artigli pronti a colpire una volta soltanto.

Proviamo però a supporre, anche per un solo istante, che i mostri non siano poi così perfidi. Daremmo mai loro un’occasione per dimostrarlo? E’ possibile che dietro quell’epidermide pallida, che sotto quei bulloni d’acciaio e quella peluria così fitta, alberghi un’anima sensibile? Sebbene siano, all’apparenza, così diversi, i mostri hanno in comune con noi molto più di quanto si creda. Anch’essi avvertono il dolore, anch’essi si emozionano, anch’essi possono affezionarsi.

  • Una bella per una bestia

Ebbene, anche i mostri s’innamorano, benché brutti, cattivi, cruenti e feroci. Non volete crederci? Dovreste!

Vedete, spesso è proprio la bruttezza, sì, insomma, quella loro parvenza sgradevole, a far scoccare la scintilla di un desiderio: il desiderio di amare. I mostri sono profondamente incompresi. Essi non hanno scelta, nascono, per l’appunto, mostruosi, decisamente sgraziati, malconci e fin troppo difformi per passare inosservati. Purtroppo, l’aspetto limita fortemente la libertà di un mostro, questo perché la disarmonia e la natura atipica preluderanno sempre alla sua pura integrità. A Parigi, nei pressi di un’antica cattedrale, un giovane campanaro deforme veniva appellato dalla folla come un “diavolo”, sebbene il suo cuore celasse l’identità di un angelo dannato.

I mostri vengono considerati orridi, spaventosi, terrificanti al sol guardarli. Coloro che li intravedono, oramai sempre più di rado, scappano a gambe levate. Il mostro di turno non ha neppure il tempo di presentarsi: quando sbuca da qualche cespuglio, il viandante fugge come il vento. I mostri non socializzano con gli altri e, da secoli, se ne stanno appartati, soli, profondamente soli. Sozzi e invenusti, essi devono rimboccarsi le maniche se vogliono conquistare l’amore.

Non solo Frankenstein! La mummia di Boris Karloff vi attende qui

Eppure, Frankenstein non era poi così cattivo! Vagava impaurito, con le vesti un po’ bruciacchiate. Era appena scampato ad un incendio, e non aveva dove andare. Gli uomini gli avrebbero dato la caccia se solo lo avessero rivisto. Al mostro spettava il compito di nascondersi, non più quello di spaventare. Standosene in disparte, Frankenstein, che doveva il suo nome al folle genitore che gli diede la vita, cominciò a soffrire, struggendosi nell’oscurità e prendendo sempre più coscienza della sua identità, della sua sofferenza, della sua solitudine. La Creatura voleva qualcosa, o per meglio dire qualcuno che potesse alleviare il vuoto, l’abisso, di un’esistenza vacua. Col trascorrere delle giornate, Frankenstein capì: agognava una compagna, una donna della sua stessa “specie”, una sposa da poter amare.

L’amore, nella pellicola “La moglie di Frankenstein”, nasce da un desiderio di riconoscimento, di accettazione, da un bisogno naturale provato da un essere innaturale. Frankenstein era brutto, un mostro dall’origine insana, ma non era crudele, non voleva essere efferato: esso non veniva, semplicemente, capito. D’altronde, persino lui stesso faticava a capire chi fosse, cosa fosse. Frankenstein, allora, si abbandonò al desiderio, all’emozione, al sentimento per cercare di attenuare il proprio dolore. Plasmò così una damigella, una donna che potesse amarlo. Per lui fu uno “zing” immediato! Una figura femminile si levò in piedi, ed emerse da un cupo laboratorio, avviluppata dalla nebbia. Essa era glaciale, ma splendida nella sua imperturbabile fisionomia.

La “bella” aveva i capelli prevalentemente neri, tuttavia alcune ciocche della sua chioma, rimaste bianchissime, avevano assunto la forma di saette scintillanti. Frankenstein se ne innamorò, ma il suo non fu che il mero e fallimentare tentativo di vivere una vita normale. A lui la normalità era stata preclusa sin dalla nascita, sin dalla creazione. La sposa del mostro, anch’essa partorita in maniera infausta ed anormale, non riusciva a ricambiare i sentimenti dell’essere. L’amore, in fondo, non può essere creato dal nulla né sintetizzato con l’arte della scienza e la gloria della conoscenza. Questa fu un’altra condanna che molti mostri patirono. Essi, infatti, impararono ad amare ma non sempre riuscirono ad essere amati. Frankenstein non poteva vivere realmente il suo amore e, disperato per la sua infelicità, si lasciò morire.

"Il mostro della laguna" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Esplorate la laguna nera cliccando qui.

Un altro mostro s’innamorò a sua volta. Esso affiorò dalle acque lacustri, in una laguna nera, di rado solcata da qualche imbarcazione. Un mattino, esso vide una donna danzare sulla superficie limpida del “lago” con indosso una candida veste. Allungò l’arto per provare ad afferrarla, ma lo ritirò di scatto, per timore di ferirla. Il mostro della laguna aveva sempre vissuto patento la solitudine più assoluta e, quando mirò quella creatura muoversi, sinuosa come una sirena, tra i fluttui, cadde nel desiderio. Fece quanto poté per averla, arrivò persino a rapirla. Ma l’animale dal tratto umanoide, venuto dall’acqua, non poteva custodire per sempre la fanciulla nelle grotte. Sconfortato, si accasciò al suolo, ferito, e si abbandonò inerme in un sepolcro acquatico. Il mostro di quella laguna non era di certo cattivo, lo ammise persino la bella Marilyn Monroe nel momento in cui scoprì questa storia, adattata sul grande schermo in bianco e nero. La creatura anfibia non era ria, era una vittima, scontenta, triste e sola, ipotizzò Marilyn, la donna dai capelli d’oro.

E’ proprio la solitudine ad affliggere i mostri. Nessuno vuole incontrarli, nessuno desidera conoscerli. Essi si celano nelle ombre, convinti che se dovessero essere scoperti, verrebbero minacciati ed uccisi. Giacciono, dunque, isolati, senza gioie e senza amori.

  • Lo zing

Tanti mostri vissero l’amore e molti di loro lo perdettero in seguito. Anche il Conte Dracula provò l’amore, il più grande amore, quello autentico, ovvero lo “zing”. No, non sto facendo riferimento al classico Dracula, colui a cui tutti pensate quando il suo nome viene fortemente pronunciato. Dimenticate, giusto il tempo che vi occorrerà per ultimare questa lettura, quanto scrisse Bram Stoker nel suo capolavoro letterario. Non indugiate a rievocare la freddezza e l’atrocità del Conte tradizionale. Immaginatelo, questa volta, come una figura alta ed esile, avvolta in un nero mantello. Tale Dracula non è come i suoi simili, ha una testa ingombrante, una simpatia incontenibile ed una voce ancor più inconfondibile. Dracula, così come appare in “Hotel Transylvania”, è un mostro incompreso, misantropico, terrorizzato all’idea di dover incontrare l’essere umano, il “diverso” che gli arrecò tanto dolore. Ebbene, siete riusciti a rivederlo? Lo avete rievocato nella vostra mente?

Molti anni or sono, questo Conte perse la propria moglie adorata, assassinata dagli esseri umani. Fu in quella triste notte che Dracula capì che i mostri non potevano in alcun modo coesistere con gli uomini, poiché questi ultimi sanno essere violenti e pericolosi. Dracula ne è convinto: i mostri esistono, ma non sono quelli a cui siamo soliti affibbiare tale denominazione. I veri mostri sono coloro che non tollerano, coloro che attaccano, coloro che offendono e feriscono con le armi ben sguainate. Qualcuno, un tempo, cantò che il vero mostro è colui che è “brutto all’interno” e non colui che è “brutto a veder”. I mostri saranno anche raccapriccianti, ma non sempre i loro connotati corrispondono ai loro caratteri.

Quando Dracula perdette la propria consorte, decise che mai più nessun uomo avrebbe ferito la sua famiglia. Eresse, allora, un imponente edificio, un rifugio sicuro per tutti i mostri che, tra quelle mura, avrebbero potuto restare al sicuro. Si, in poche parole, un hotel di superlusso per tipi eccentrici!

Rifugiatosi nello sfarzoso palazzo di pietra, Dracula allevò, per un secolo, sua figlia Mavis. Per i successivi cento anni, egli seguitò a provare l’amore, in una forma nuova, diversa rispetto a quello che provarono Frankenstein ed il mostro della laguna nera, menzionati in precedenza. Dracula amò incondizionatamente durante tutta la sua esistenza e, quando venne privato del conforto di una moglie, l’amore che aveva sempre riscaldato il suo cuore mutò, divenendo amore paterno. Quest’ultimo è un tipo di amore votato alla protezione assoluta, all’affetto smisurato, al riguardo e all’educazione, all’accompagnamento verso la crescita e la maturazione. Dracula guidò Mavis dalla giovinezza alla maggiore età. Così, le stagioni si alternarono e all’hotel, anno dopo anno, giunsero, da ogni parte del mondo, i mostri più stravaganti. Dracula formò persino una combriccola di bizzarri amici, legandosi a licantropi, mummie, creature nate in laboratorio ed esseri gelatinosi e appiccicaticci. 

Gli anni per Dracula e Mavis passarono così, nella tranquillità e, forse anche un po’, nella noia della routine. A 118 anni, Mavis divenne grandicella, ma Dracula continuò a vederla come una bimba e a nutrire per lei una paura smisurata. Il mondo esterno era un luogo pericoloso, Mavis non avrebbe mai dovuto lasciare la sua principesca dimora. Un giorno come un altro, Johnny, un mortale, sbucò dal nulla, irrompendo nell’albergo e turbandone la quiete. Dracula si rapportò al giovane in maniera alquanto diffidente, del resto, Johnny era un essere umano, c’era poco di cui fidarsi! Ciononostante, conoscendosi sempre più, Dracula e Johnny scopriranno di non essere poi così diversi. Questi stringerà, dunque, una tenera amicizia con Mavis che, ben presto, si trasformerà in amore.

"Re Tritone ed Ariel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più cliccate qui.

A quel punto, Dracula dovrà armarsi di coraggio e, da buon genitore, accettare l’inevitabile. Dopotutto, egli non fu certo il primo padre a dover salutare la propria “piccina”. Ne “La sirenetta” della Disney, Re Tritone, alla fine, dovette cedere le armi, deporre il proprio tridente e lasciare andare la sua bambina. Ariel si era innamorata, ed era decisa più che mai a convolare a nozze con Eric, un principe venuto dalla terraferma. In egual modo avrebbe dovuto agire anche Dracula.

Facendo un bel respiro profondo, il Conte salutò sua figlia, ed accettò di vederla andar via con un ragazzo… normale e non certo mostruoso.

In “Hotel Transylvania” viene messa in scena una rara forma di amore: il sacrificio, la rinuncia di un papà a tenere la propria figlia con sé, una scelta, quest’ultima, che condurrà Dracula alla ritrovata serenità nel vedere Mavis, finalmente, sorridente e giuliva.

"Dracula e Denisovich" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tra Mavis e Johnny, tra una vampira ed un ragazzo, tra una creatura mostruosa ed un mortale, scoccherà, dunque, il colpo di fulmine e, dalla loro unione, nascerà un bambino dai folti capelli scarlatti, Dennis, che verrà ribattezzato da nonno “Drac”: Denisovich.

L’amore, in “Hotel Transylvania”, è uno zing, un tintinnio, un lampo improvviso che squarcia il cielo e illumina lo sguardo, un incanto istantaneo che si avverte come un placido suono. I mostri non ne sono assolutamente indifferenti e, una volta provata tale magia, finiscono per restare innamorati e fedeli per tutto il resto della loro (lunghissima) vita. Dracula visse l’amore per una donna, lo zing assoluto, ed esso non lo abbandonò mai davvero. In seguito, un'altra forma di “zing” si impadronì di lui: l’amore paterno. Questo Dracula fu un mostro che non smise mai di amare, dapprima amò la sua sposa, poi amò la sua piccola e, infine, amò nuovamente, quando conobbe il suo minuto nipotino. E poi, quando il vecchio ma eternamente giovane Conte deciderà di concedersi una vacanza, scoprirà che un nuovo zing sarà pronto a destarsi in lui…

Cos’è che accomuna gli uomini e i mostri se non la medesima capacità di provare e vivere l’amore? Cos’è, realmente, un mostro? E’ forse quella che segue la risposta più pertinente alla domanda iniziale. I mostri, quelli reali, sono soltanto coloro che non riescono a provare tale, meraviglioso sentimento.

L’amore può raggiungere l’immortalità. Dracula lo sa bene: si può amare una donna per sempre continuando a ricordarla nel proprio cuore, e rimirandola, sovente, in un grande dipinto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il comandante Ramius" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In una base submarina situata nel profondo nord dell’Unione Sovietica, molte navi avevano già lasciato gli ormeggi. L’alba non era ancora giunta, e le acque quiete lambivano le superfici ferrose delle chiatte da rimorchio. L’algido vento dell’imbrunire persisteva ancora, sebbene il sorgere di un nuovo dì fosse imminente. La brezza carezzava, con i suoi aliti frigidi, i volti dei mattinieri. Due uomini, racchiusi in una divisa nera, osservavano il malinconico paesaggio invernale dalla “plancia esterna” di un sottomarino nucleare della classe Typhoon, denominato Ottobre Rosso.

Fa freddo questa mattina, capitano” – disse confidenzialmente l’ufficiale. “Freddo!” – mormorò, annuendo, Ramius, il comandante dell’Ottobre Rosso. Questi, uomo d’origine lituana dalla barba bianca e leggermente incolta, se ne stava, tutto assorto tra i suoi pensieri, a scrutare l’orizzonte con aria saggia e un atteggiamento riflessivo. Il clima era pungente, ed i monti che si stagliavano all’orizzonte, sulla terraferma, oltre i fluttui salati, erano del tutto innevati. Il comandante seguitava a guardare i movimenti delle onde, ad ascoltare il laconico parlato di quel mare che, per anni, fu la sua unica residenza. D’un tratto, le navi rumoreggiarono più volte, ed il segnale fu colto dagli ufficiali. “E’ il momento, comandante”. Consapevole del significato di quei richiami, questi concordò: “E’ tempo!”. Il “sommergibile”, poco dopo, iniziò la manovra d’immersione, scomparendo nell’oscurità degli abissi.

Comincia così “Caccia a Ottobre Rosso”, con una sequenza ambientata in un pallido mattino in cui domina una malinconia penombra.  L’Ottobre Rosso, intravisto in superficie nelle prime immagini del lungometraggio, è un sottomarino avveniristico e estremamente particolare, munito di un dispositivo di propulsione magnetoidrodinamica di nuova concezione, che permette di muoversi in acqua senza ricorrere a eliche o altro, e quindi in assoluta assenza di suoni o rumori. L’unità navale viene fatta partire con il preciso intento di verificare l’effettiva efficienza dell’innovativo mezzo propulsivo. L’intero equipaggio crede di dover portare a compimento tale missione ma, in realtà, tutta questa operazione farà da preludio ad un vero e proprio atto di diserzione da parte del comandante e di alcuni ufficiali suoi fedeli. Ramius si appresta, infatti, a condurre l’Ottobre Rosso verso le acque americane, volgendo le spalle alla Russia Sovietica.

Sin dal primo momento, Ramius si mostra come un uomo schivo, riservato, che fa del silenzio il principale ed eloquente atto comunicativo del proprio essere. Ramius è “tacito”, non parla più del dovuto, non emette alcun rumore di troppo come il sottomarino che egli comanda, inespressivo nel suo terrificante “passo” leggero. L’Ottobre Rosso è un sottomarino fantasma, non lascia alcuna traccia della propria presenza, non fa trapelare alcun frastuono. Esso è un mezzo navale impercettibile, invisibile, e sembra incarnare l’anima del suo “capitano”, un essere occulto, imperscrutabile. Ramius cela le sua angosce dietro la scorza di un uomo freddo e scaltro, nasconde i propri rimpianti dietro i suoi gesti cheti, le sue movenze felpate come l’Ottobre Rosso stesso, il quale non fa mai palesare alcuna avvisaglia del proprio sopraggiungere.

Ramius mira le gelide acque oceaniche dalla sommità dell’Ottobre Rosso, cosciente che le vedrà per un’ultima volta, per un’ultima missione. Egli ha trascorso gran parte della propria vita a bordo, in mare, smarrendo i propri affetti più cari sulla terra. Egli, pertanto, nutre un rapporto conflittuale con la grande distesa acquatica e con la sua stessa “madrepatria”, rea di averlo condannato ad una vita di stenti e sacrifici, costringendolo a combattere una guerra immaginaria tra gli oceani, senza battaglia, senza monumenti, con sole vittime.

Alle volte, il mare può essere inclemente. Esso separa, allontana, strappa via e divide le persone che, tra le correnti, smarriscono i propri corpi. Un’antica leggenda italiana, risalente al XV secolo, racconta la tragica storia d’amore di un pescatore ed una bella dama. La fanciulla venne rapita e uccisa da alcune sirene mentre l’uomo si trovava a largo, intento a compiere una battuta di pesca. Quando il marinaio fece ritorno sulle sponde con la sua imbarcazione di legno scoprì d’essere rimasto solo. Lontano, tra le onde, egli perdette il proprio amore. Disperato, il pescatore si irrigidì, la sua pelle si fece aspra come una pietra calcarea. Da allora, egli restò a terra, tra gli scogli, volgendo i suoi occhi rocciosi verso le acque salmastre, luogo in cui riposa in eterno lo spirito della sua innamorata. Il mito di Cristalda e Pizzomunno, appartenente alla cultura popolare pugliese, evoca il disperato addio di un uomo di mare alla sua adorata, rimasta ad attenderlo senza speranza sulla costa. Se Pizzomunno fosse rimasto sulla baita, se avesse saputo che le sirene, una volta affiorate dal fondo, avrebbero approfittato della sua lontananza, sarebbe riuscito a scongiurare la tragedia. Il dolore ed il senso di colpa ingiustificato tormentarono Pizzomunno, tanto da renderlo aspro ed inscalfibile. Anche il comandante Ramius sopportò il supplizio dell’addio quando, rimasto negli oceani sterminati, venne a sapere della caduta della sua amata sposa.

Ramius, similmente a Pizzomunno, dedicò gran parte della propria vita al mare ed in quei luoghi remoti rinunciò, suo malgrado, alla vita matrimoniale. Il comandante del sottomarino sovietico, come Ulisse, vagò per decenni e decenni tra i marosi. “L’ho resa vedova il giorno delle nozze.” bisbiglia Ramius durante una delle sue affermazioni più significative. “Mia moglie è morta mentre ero in mare, lo sa?” – seguita poi a sussurrare, affranto. La moglie di Ramius era, infatti, deceduta mentre l’uomo si trovava sott’acqua, lontano. Egli perdette la propria sposa in un attimo, non poté stringerla, restarle accanto, non poté averla mai davvero.

Ramius cercò disperatamente di tornare a casa, di raggiungere la propria sposa, ma ci riuscì di rado. No, non vi era alcuna forza sovrannaturale a osteggiare il suo ritorno, come invece accadde per Odisseo, costantemente fronteggiato da Poseidone. Per Ramius fu la guerra fredda, un conflitto strategico e instancabile, a trascinarlo giorno dopo giorno tra le correnti oceaniche, privandolo di una casa e di una stabile dimora. Ramius errò come un marinaio fedele. Nessuna sirena accecò i suoi desideri, nessuna maga Circe rubò mai il suo cuore. Ramius non raggiunse in tempo la sua Itaca, poiché la sua Penelope morì prima di concludere realmente la propria tela. La morte della moglie ha sul comandante dell’Ottobre Rosso un effetto devastante. Il gesto da traditore che perpetrerà si concilia, dunque, con un dramma personale e una convinzione, oramai, divenuta immutabile. Ramius sente d’essere stato a sua volta tradito e abbandonato dal proprio governo che ha usufruito delle sue abilità senza concedergli tregua alcuna.

"Ulisse e Penelope" - Quadro di Francesco Primaticcio

Il mare è un regno smisurato, un reame senza confini in cui non vi si può avere alcuna appartenenza. I ricordi, gli amori, gli affetti permangono sulle rive, cullati dal lento mormorio della risacca. Nei fondali sabbiosi, oscuri, in quei luoghi in cui l’Ottobre Rosso si muove col suo incedere silenzioso, Ramius riflette ancora ed ancora, preparando il suo piano di diserzione, il suo commiato colmo di ribellione verso l’Unione Sovietica. Ramius vuole riottenere la libertà con l’asilo politico per sé e per i propri ufficiali. Confessa che gli manca la letizia di quando era giovane e spensierato, quando si recava in mare per puro diletto, per pescare, e non per celarsi nel buio degli alvei oceanici per rischiose missioni segrete. L’insubordinazione di Ramius occulta il grido di libertà di un uomo che, perdendo l’amore della sua esistenza, si rende conto di aver forse sprecato i giorni più belli della propria vita, prestando servizio per una guerra infausta e senza onore. Ramius fa, dunque, rotta verso le coste degli Stati Uniti d’America.

Gli spostamenti dell’Ottobre Rosso vengono costantemente tenuti sotto controllo dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti, il quale teme che l’unità possa sferrare un attacco contro lo Stato. Prima di salpare, il comandante aveva comunicato all’Ammiraglio Juri Padorin, tramite lettera, la sua intenzione di disertare, e adesso l’intera flotta del Nord è alla ricerca del sottomarino con l’ordine di localizzarlo e affondarlo. Un’azione simbolica, quella adempiuta dal comandante, che, palesando le proprie intenzioni, decreta l’inizio della partita a scacchi che lo vede contrapposto alla Russia e alla stessa America. Su tale scacchiera, cullata dalle correnti, Ramius ed il suo Ottobre Rosso avanzano come pedoni, pronti a dare lo Scacco Matto. L’Unione Sovietica non vuole per nulla al mondo svelare i propri segreti tecnologici al nemico di sempre, mentre la commissione di sicurezza americana sostiene che Ramius sia impazzito e Mosca stia solo tentando di scongiurare che il comandante lanci i suoi missili alla volta della nazione. Ramius si trova così a dover far fronte agli attacchi sovietici e a quelli degli Stati Uniti. Il comandante dimostrerà la sua impareggiabile abilità tattica, sventando tutte la manovre offensive avversarie, riuscendo, infine, a condurre l’Ottobre Rosso presso la foce di un fiume, al riparo dei satelliti spia sovietici.

Caccia a Ottobre Rosso” è un avvincente thriller fantapolitico, che trae la sua forza dallo strumento narrativo rappresentato dalla suspense e dalla sapiente caratterizzazione dei singoli personaggi. Svettano, su tutti, il sempre ottimo Sam Neill nei panni del nobile e leale capitano Borodin e il convincente Alec Baldwin, interprete di Jack Ryan, unico personaggio ad intuire le intenzioni del protagonista. Il comandante, figura estremamente complessa e intrigante, magistralmente interpretato da un intramontabile Sean Connery, costituisce il cuore dell’opera filmica. Il suo desiderio di fuga, di evasione, di pace viene esternato dal dolore dei suoi ricordi repleti di rammarico, e dalla grande fuga del sottomarino da lui comandato. Ramius è un navigatore che vuole attraccare e raggiungere la terraferma una volta per tutte.

L’Ulisse lituano non riabbraccerà più la sua Penelope, ma avrà ancora una vita da vivere nel ricordo di un amore intramontabile. Ramius anela, inoltre, a lasciare il mare, a lambire definitivamente il suolo, a baciare le spiagge al termine di una lunga traversata come fece Cristoforo Colombo quando raggiunse l’America, scambiandola, erroneamente, per le Indie. Non è un caso che il protagonista del film, proprio sul finale, citi il grande capitano delle tre caravelle. Ramius, onorando Colombo, dirà: “E il mare concederà a ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni”. Le prossime speranze di Ramius si protrarranno in America, il nuovo continente scoperto proprio da un marinaio.

Autore: Emilio Giordano      

Redazione: CineHunters 

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"Rick e Ilsa" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il profumo del mare effluiva dalla sua superficie increspata. La spuma bianca veniva percorsa dal navigare compassato di una barca a vela, sospinta da una leggera brezza. Sulla poppa, se ne stava comodo a reggere il timone un uomo dal viso fortemente espressivo. Davanti a sé, costui, improvvisatosi “marinaio” per l’occasione, osservava un’esile figura di donna, indagandola col suo sguardo schivo e riservato. Costei, piuttosto alta e minuta, aveva i capelli corti, due occhi grandi da cerbiatta e un dolce sorriso che, di rado, smetteva di elargire a chi le rivolgeva attenzione. I due, tra una parola e l’altra, si misero a discutere su Parigi. Un argomento inusuale quello relativo alla famosa città europea, cionondimeno estremamente ricco di significati per entrambi.

Sabrina, la ragazza, era già stata nella capitale francese e seguitava a sognarla ardentemente. Linus, l’uomo, confessò d’essersi soffermato a Parigi soltanto una volta e per pochi minuti, in attesa di prendere un aereo verso tutt’altra meta. D’un tratto, il disco scelto da Sabrina cominciò a far risuonare una melodia romantica che Linus disse di rammentare con dolore. Quel motivo, infatti, ricordava a Linus una donna che egli ammise di amare profondamente. Udendo tale sentita confessione, Sabrina dedusse che Linus non era affatto un comune imprenditore solitario, freddo, innamorato soltanto della sua bella scrivania di mogano, ma una persona ricca di sentimento. Sabrina, allora, gli fece una confidenza: disse che anch’ella fu tanto innamorata e che andò a Parigi per dimenticare. Secondo il detto della damigella, Parigi esiste in particolar modo per cambiare vita, per spalancare le finestre di una casa buia e fare entrare “La vie en rose”. Linus obiettò a quanto detto dalla giovane: “Parigi è per gli innamorati, e forse è per questo che io ci sono rimasto per così poco”.

Si conclude con questo scambio di battute la scena più autenticamente vera, pur considerando la sottile bugia proferita da Linus, di “Sabrina”, uno dei grandi capolavori della filmografia di Billy Wilder. Linus mentì in questa sequenza, e, allo stesso tempo, disse il vero. Lui non aveva amato alcuna donna, sino a quel momento. Volle inventare una piccola fanfaluca per attrarre su di sé i pensieri di Sabrina, la ragazza di cui Linus comincerà ad innamorarsi sempre di più. Usò una piccola bubbola per rendere la ragazza consapevole della sensibilità che man mano emergeva in lui.

Quando vidi questo spezzone e ascoltai tale parlato, ripensai a “Casablanca”. Linus, interpretato dal mitico Humphrey Bogart, ammise d’essere stato nella città parigina per un breve arco di tempo. Curioso, pensai. Un altro personaggio legato indissolubilmente alla figura di Bogart visse, proprio a Parigi, l’amore più intenso della sua esistenza.

Nel corso della sua carriera, Humphrey Bogart indossò molte maschere. Talune di esse erano tragiche, eschilee, sofoclee, euripidee, altre, invece, ironiche, sprezzanti, aristofanee. Bogart incarnò personaggi variegati eppur simili nel loro temperamento nobile: fu il buono, l’eroe, il romantico e, di rado, anche il cruento, il reo, il malvagio. Talvolta, le sue maschere assumevano i connotati di una faccia crucciata, malinconica, altre volte i lineamenti marcati di un rude e di un arcigno. La maschera che “Bogie” calzò alla perfezione, come se essa fosse stata modellata direttamente sul suo viso, fu quella di Rick Blaine in “Casablanca”. In questo film, Parigi rappresenta lo scrigno in cui è custodito il sentimento assoluto del protagonista.

Il prologo del lungometraggio sancisce sin da subito l’ambientazione della storia: “All'inizio della Seconda guerra mondiale, molti occhi nell'Europa oppressa si volsero pieni di speranza o di angoscia verso la libera America. Lisbona divenne il grande centro d'imbarco, ma non tutti erano in grado di raggiungere direttamente la capitale portoghese. Molto spesso ai profughi rimaneva la sola alternativa di un lungo, tortuoso giro da Parigi a Marsiglia. E attraverso il Mediterraneo, a Orano. Poi, in treno, o in auto o a piedi dalle coste dell'Africa, a Casablanca, nel Marocco francese. Là i più fortunati, col denaro, le relazioni o la buona sorte, ottenevano il visto di partenza e correvano a Lisbona, e da Lisbona all'America. Ma gli altri aspettano a Casablanca, aspettano, aspettano, aspettano...”

Casablanca costituiva, in quel tempo, un rifugio, la tappa di un arduo pellegrinaggio.  Rick era uno degli “altri”, uno dei “tanti” descritti astrattamente nella “prefazione” della pellicola. Rick attendeva, ma la sua era un’attesa senza esito. Non era un viaggiatore che cercava disperatamente di tornare a casa o di trovare un modo per raggiungere il continente americano, laggiù, oltre l’oceano, dove la guerra era ancora un’eco lontana. Rick viveva a Casablanca, e lì sarebbe rimasto. Tutti a Casablanca lo conoscevano. Egli era il proprietario di un locale alquanto in voga in città, il Rick's Café Américain. Del suo trascorso, Rick non concede alcun accenno. Egli appare cinico, disinteressato, le questioni politiche non gli turbano il cuore, i dissidi bellici tra le fazioni europee non disturbano le sue riflessioni. Rick è un solitario, un anacoreta costretto a restare confinato tra la folla. Nel suo locale, sera dopo sera, dozzine di persone giocano, scommettono, discutono e sorseggiano drink; lui, beh, se ne resta in disparte, osservando tutti come un falco vigile che non scende mai in picchiata. Mentre Rick fuma isolato, una donna gli si avvicina, domandandogli che fine avesse fatto la sera prima. Rick, volutamente, replica di non ricordarsene.

A quel punto, la fanciulla gli domanda: “Ci vedremo questa sera?” – E Rick borbotta: “Non faccio mai piani così in anticipo.”

Ci fu un tempo, però, in cui Rick era solito preparare piani a lungo termine. Spesso, queste sue volontà erano dettate dagli istinti, dall’impeto, dal desiderio ardente di concretizzare un sogno. Di sogni e ambizioni Rick non si sfamava più. Di colpo, una musica echeggiò nell’ampia sala. Il tempo scorreva inesorabile ma parve rallentarsi ad ogni nota emessa dal pianoforte. Rick raggiunse il musicista, il suo caro amico Sam, rimproverandolo aspramente. “Sam, non ti avevo detto di non suonarla più?”. Fu in quell’attimo che Rick tornò a rimirare un volto che mai aveva scordato. Ilsa era lì, nel suo locale, seduta attorno ad un tavolo, in compagnia d’un altro uomo. Fu lei a implorare Sam di suonare quell’armonia, di intonare quel testo. Rick restò basito, tra tutti i ritrovi del mondo Ilsa era giunta proprio nel suo. Casablanca era una terra di arrivi e di partenze, un luogo di incontri, di saluti, un centro urbano di arrivi e di sbarchi, una fermata fondamentale per raggiungere un’America idealizzata, una Terra Promessa immaginata in cui sarebbero dovuti scorrere latte e miele.  Proprio in quell’angolo del mondo, Rick rivide la persona più importante della sua vita.

Rick conobbe Ilsa nella capitale francese. Si innamorò istantaneamente di lei, dei suoi occhi puri, del suo volto delicato. Allora, il canto di Sam cadenzava i passi di un amore sbocciato in tempo di relativa pace, in Francia. Rick era pronto a prendere in moglie Ilsa. Organizzò la partenza in treno, avrebbe così raggiunto la meta finale di una vita appagata. Tutto svanì in una notte. La pace venne rotta, le truppe tedesche invasero la metropoli parigina, Ilsa andò via, si riconciliò col marito che aveva creduto morto. Rick restò solo. Il sole raggiante che illuminava la sua sagoma nei giorni antecedenti si dissolse dietro un nembo grigio. Venne la pioggia, Rick indossò un impermeabile e, alla stazione, scoprì d’essere stato abbandonato. Salì sul treno, lentamente, non curandosi della pioggia che cadeva violenta dal cielo, e andò via. Non raggiunse mai la sua meta ideale, si fermò a Casablanca. Sarebbe rimasto lì, in quel luogo da cui tutti scappano.

Casablanca” è l’evocazione di una reminiscenza mai sopita o dimenticata. Con le sue atmosfere nostalgiche, con le sue colorazioni in bianco e nero, l’opera filmica non fa che celebrare un ricordo remoto che torna ad essere rivissuto nel presente. Tale memoria viene scandita, ritmata, dal canto musicale “Mentre il tempo passa”. La vita di Rick e di Ilsa è una pellicola che scorre via, senza mai arrestarsi nella sua esecuzione, un percorso che oscilla tra l’attimo presente ed il vissuto passato. Il tempo avanza inarrestabile, non può essere fermato, carpito, accomodato. Eppure, durante l’esecuzione di una canzone, mentre il tempo vola via, si possono vivere attimi presenti che diverranno immortali. I ricordi sono finestre aperte sul passato, fili pendenti da annodare. La reminiscenza di un passato diviene contemporanea quando, ripensandola, si avvertono le medesime sensazioni, le stesse emozioni di allora. Quel riecheggiamento che ha genesi nell’avvenuto, torna nell’attuale conferendo ad esso l’egual sentimento. I ricordi sono come una bella canzone, basta solo riviverli, “riascoltarli”, per abbattere le barriere del tempo che fugge via, ed estraniarsi da esso.

Rick fa lo stesso: chiede a Sam di suonare per lui. Reggendo tra le mani un bicchiere, ascoltando quel canto, Rick rivive il suo passato. Egli non ha mai smesso di amare Ilsa, e lei, pur essendo legata al proprio consorte, continua ad essere combattuta dall’amore che nutre nei riguardi del protagonista. L’amore, come una canzone, può essere eterno, non estinguersi mai come una fiamma imperitura che continua ad ardere, rinvigorita anno dopo anno, intonazione dopo intonazione.

Quando Rick rivede Ilsa, il suo cuore sussulta più volte come colpi di cannone. Ilsa ha cambiato irrimediabilmente la sua vita, lo ha avvicinato alla vera felicità, e al contempo alla più inconsolabile delle tristezze: lo ha fatto sentire vivo. Dal suo addio, Rick è cambiato. Ha smesso di curarsi realmente di se stesso così come del prossimo. Eppure, sotto la sua scorza dura, algida, impenetrabile, Rick cela un cuore rotto ma pronto più che mai a tornare a funzionare.  Sarà proprio il ritorno di Ilsa a far affiorare la sua straordinaria umanità e la sua innata lealtà. Rick si prodigherà per aiutare gli indifesi, i bisognosi del suo locale, ideerà anche un escamotage per mettere in salvo la sua amata. L’amore reale e rivissuto, sebbene arrecò sofferenza, trova sempre il modo di far emergere la parte più bella di un vero innamorato. Lo smoking bianco che Rick indossa esterna la purezza e la bontà del suo animo. Rick rinuncerà al suo smoking soltanto alla fine, quando sceglierà di vestire l’impermeabile beige, il medesimo che aveva quando si separò da Ilsa.

All’aeroporto, Rick è in procinto di dirle addio per sempre. Il colore dell’impermeabile emana il grigiore di un cuore bianco incupitosi per la tristezza provata; un cuore ferito ma decisamente audace. Rick ha trovato il modo di far fuggire via Ilsa e suo marito, di metterli in salvo su di un aereo. Avrebbe potuto salirci lui stesso con lei, o far andar via da Casablanca soltanto lo sposo della sua innamorata. Ma Rick era conscio che le promesse fatte la sera precedente, i giuramenti, gli amori dichiarati, un giorno, nel cuore e nello spirito di Ilsa, si sarebbero dileguati, sostituiti da un rimorso, un rammarico. Rick agisce nobilmente, non si cura di ciò che converrebbe fare a lui, bensì di ciò che è giusto fare.

La nobiltà d’animo di Rick e di Bogart, personaggio e persona divenuti un tutt’uno, trova nell’adempimento della scelta finale di “Casablanca” la massima espressione. Rick rinuncia all’amore, alla vicinanza, all’affetto, alla donna. Vivrà in un presente pericoloso, a Casablanca, rischiando la vita, ma avrà ancora i suoi ricordi, gocce di pioggia che mai svaniranno nel vento come lacrime versate. Rick ed Ilsa si desiderano e si amano ma devono dirsi addio, impossibilitati a vivere il loro amore poiché schiacciati da obblighi e da doveri che li costringeranno a restare per sempre separati. Dinanzi all’amarezza della vita e della rinuncia, resta Parigi.

Rick possiederà sempre Parigi. Ilsa stessa avrà sempre Parigi. In “Sabrina”, il personaggio di Audrey Hepburn disse che a Parigi, la città degli innamorati, ci si deve “procurare” un po' di pioggia: una pioggia che non sia troppo forte però. La pioggia è molto importante, secondo Sabrina, poiché essa dà a Parigi un profumo speciale di castagni bagnati. Rick, in “Casablanca”, vide coi suoi occhi la pioggia parigina, la senti lambire violentemente il suo capo e il suo vestiario quando Ilsa lo lasciò solo e sconsolato. Ciononostante, a Parigi, egli custodirà sempre le sue memorie più liete e dolorose: le sue memorie umane. Il ricordo di un amore vero, provato soltanto per pochi giorni, allieta la ferita di un amore reciso sino a renderla dolcemente tollerabile, come una cicatrice a cui ci si è affezionati, che è divenuta parte di sé, nel volgere della maturazione.

E’ meglio aver amato e perso che non aver mai amato” – disse Alfred Tennyson, e Rick lo capì quella notte.

"L'addio tra Rick ed Ilsa" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Lasciando andar via la sua amata, Rick incarna gli animi poetici e sofferenti di tutti gli innamorati che mai riuscirono ad avere la loro diletta. Quando l’areo decollò, Rick orientò lo sguardo su, verso la volta celeste notturna. Come Dante Alighieri, Rick vide Ilsa, la sua Beatrice, volare via verso un paradiso di pace e serenità. Lui rimase a terra, a rimirare le stelle. Sostò solitario, e, quasi certamente, riprese a rimembrare la sua adorata, come il Leopardi rimembrava la “sua” Silvia.

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Darkman" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

Prima de’ “L’armata delle tenebre”, Sam Raimi desiderava dirigere una pellicola a carattere supereroico. Dopo aver ultimato le riprese del suo terzo lungometraggio, “La casa 2”, Raimi tentò di convincere la Warner Bros a sceglierlo come regista di “Batman”, ma venne superato in vista del traguardo dal cineasta Tim Burton. Cercò, allora, di accaparrarsi i diritti per realizzare un film su “The Shadow” ma senza successo. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, le porte di Hollywood non erano ancora state aperte sull’universo dei fumetti, e poche erano le case di produzione propense ad investire su progetti di tal genere. L’epoca dei primi “Spider-Man” cinematografici che vanteranno la firma proprio di Sam Raimi era ancora lontana. I “Superman” con Christopher Reeve, il “Batman” di Tim Burton rappresentavano, in quei decenni, le eccezioni. Raimi adorava i fumetti e, non potendo acquistare i diritti per adattare alla celluloide un personaggio cartaceo, decise di creare lui stesso il proprio antieroe in formato pellicola. Or dunque, stipulando un contratto con la Universal, Raimi partorì il suo figlio più tormentato: Darkman.

Il grande talento di Raimi ed il suo stile unico ed inconfondibile avevano già mietuto ampi consensi tra gli appassionati del cinema dell’orrore. Raimi, sin dagli inizi della sua carriera, dimostrò d’essere un abilissimo cineasta, un ottimo autore ma, ancor di più, un eclettico e originalissimo artista. Le tinte orrifiche delle sue opere, l’ironia inaspettata, improvvisa, goliardica e grottesca, lo splatter estremo, il rosso del sangue che zampilla copioso, la comicità parodistica, la tecnica di ripresa rapida, la soggettività prolungata, la camera che scruta e scatta veloce come un proiettile, lo sviluppo elettrizzante e dinamico della sua narrativa sono gli elementi di base del suo cinema. Raimi è senza alcun dubbio un artista geniale, un regista da capire e stimare. Nel già citato “Darkman”, il suo linguaggio e la sua poetica trovano una forte espressione.  Darkman incarna, sotto le sue bende, tra le sue ferite putride, le essenze straziate e angosciate dei grandi mostri della Universal, le creature che appartengono indissolubilmente all’età dell’oro del cinema in bianco e nero.

Darkman è un personaggio violento e brutale, stralunato e fuori di testa, sofferente e drammatico tanto da suscitare pietà, comprensione, empatia. In lui confluiscono molteplici sentimenti ed altrettante emozioni. Darkman non è l’eroe del popolo né il vigilante mascherato che veglia sulla città, bensì un uomo sfigurato che insegue la sua personale vendetta. Secondo il volere di Raimi, sarebbe toccato all’amico fraterno Bruce Campbell vestire i panni del distolto uomo-nero, ma lo studio cinematografico spinse per scritturare un interprete più affermato. Liam Neeson, attore di notevole presenza scenica, al suo primo ruolo da protagonista, impersonò Darkman, conferendo al personaggio un dolore intimo, profondo, impossibile da alleviare. Neeson riuscì a fare ciò non tanto con le mimiche facciali, parecchio limitate dall’impressionante trucco, bensì con la voce soffusa, a stento soffocata, che esternava i disturbi interiori del personaggio. Darkman è un antieroe ispirato dal romanzo grafico ma plasmato per la settima arte. Raimi confezionò un film tributario, nostalgico, citazionista, eppure incredibilmente innovativo e stravagante. Le sequenze del suo lungometraggio evocano le bellezze pittoriche e gli sfondi colorati delle tavole di un fumetto, da sfogliare pagina dopo pagina, montaggio dopo montaggio. Le scenografie imponenti, gli edifici di una Los Angeles bagnata da una pioggia battente, i gargoyle di pietra che svettano alti sulle sommità dei palazzi, le fotografie e le luci così particolari rendono questo film un classico di culto, uno dei tanti cult nati dalla mente di Raimi e immortalati dal suo occhio meccanico. Darkman, concepito dalla fantasia del regista statunitense, è una vittima sfortunata, un vigilatore maledetto dalla crudeltà degli uomini.

Quando chiesero ad Alfred Hitchcock a cosa, secondo lui, corrispondesse la vera felicità, egli rispose: “Alla serenità assoluta, ad un orizzonte limpido davanti a sé”. A Los Angeles, molti anni fa,viveva un uomo che aveva realmente assaporato la felicità più pura.

Peyton Westlake conduceva una vita mite ma alquanto soddisfacente. Aveva un lavoro gratificante, una bella fidanzata che presto avrebbe sposato, e si trovava sul punto di compiere una rivoluzionaria scoperta. Un cielo terso e senza alcuna nuvola dominava l’orizzonte di Peyton ed il suo futuro appariva più che mai radioso. Di colpo, però, arrivò un fortunale. Peyton non poteva di certo aspettarsi che tutto, in una notte dannata, sarebbe cambiato.

Peyton era un brillante e scrupoloso scienziato. In quel tempo, stava ultimando i suoi esperimenti per la creazione di una pelle liquida che potesse aiutare le persone vittime di gravi ustioni. La pelle artificiale che Peyton aveva sintetizzato in laboratorio, sebbene avesse superato il processo di vivificazione, non riusciva a perdurare. Scoccato il novantanovesimo minuto, l’epidermide sostitutiva iniziava a liquefarsi. Questo, tuttavia, non abbatteva Peyton nello spirito. Egli sapeva che, prima o poi, sarebbe giunto ad una rivelazione. Una notte, il laboratorio di Peyton viene dato alle fiamme da una banda di criminali capeggiata da Durant, un noto boss malavitoso. Lo scienziato viene massacrato dalla furia omicida dei delinquenti. Le sue mani vengono arse dalle fiamme ed il suo viso immerso in una pozza d’acido. In una sola, buia, notte l’esistenza di Peyton mutò per sempre. Egli perse la sua bella vita, dovette allontanarsi dalla sua compagna, venne ritenuto morto, divenne, pertanto, un cadavere errante, un “fu”: il fu Peyton Westlake. Nell’oscurità, dalla morte di Peyton vide la luce Darkman.

Peyton viene recuperato e portato in un istituto medico. Scambiato per un vagabondo senza casa e senza identità, viene scelto per essere sottoposto ad esperimenti. I dottori, consapevoli che l’uomo non può tollerare i dolori derivanti da tali ustioni, decidono di recidergli i nervi che si trovano lungo il tratto spinotalamico, precisamente nel punto in cui gli impulsi del dolore partono per arrivare al cervello. Peyton, in tal modo, non avverte più alcuna sensazione proveniente dall’esterno. Questo, però, provoca in lui gravissimi effetti collaterali. Il suo corpo, divenuto insensibile al dolore, non trae più alcun avviso di pericolo, inoltre, il suo cervello, isolato dagli impulsi sensoriali circostanti, assorbe invece tutti gli stimoli presenti al suo interno, amplificando le emozioni e dando sfogo ad alienazioni, paranoie, ansie incontrollate e profondo senso di solitudine. Queste alterazioni emotive procurano, inoltre, frequenti raptus d’ira. Scariche di adrenalina viaggiano incontrollate nel suo corpo aumentando considerevolmente la sua forza. Peyton ha, involontariamente, sviluppato capacità sovrumane che mineranno per sempre la sua esistenza. Il protagonista, lentamente, si tramuta in un uomo solo, senza scrupoli, reietto e abbandonato. La sua mostruosità estetica non gli permette di farsi accettare dai suoi simili, persino le sue nuove abilità non fanno che allontanarlo dalla sfera umana. Non sentire più dolore, non provare più alcuna compassione, vivere solo, oppresso dai suoi pensieri, non fa che renderlo visceralmente misantropico. Darkman personifica l’emarginazione più acuta, l’intolleranza nei riguardi del diverso e di colui che soffre di un male incompreso.

Fuggito dall’ospedale, il ricercatore si rifugia tra le rovine devastate del suo laboratorio, dove inizia a ricostruirsi il volto digitalizzando una sua fotografia. Come fatto dal dottor Frankenstein, Peyton si isola dalla realtà cittadina per dedicarsi al suo indefesso operato. In principio, Peyton cerca di lavorare pazientemente, ben presto, però, si accorgerà che non potrà in alcun modo dominare le sue frustrazioni.

La mente di Peyton vaga in tempesta. Essa è un veliero che solca acque burrascose. Il vento gelido non cesserà mai di soffiare forte su quelle vele, le nuvole cupe non smetteranno di far piovere.  Peyton era un studioso, ma il suo cervello non può più ragionare come un tempo. Se ad uno scienziato viene tolta l’assennatezza, esso cadrà nella disperazione. Le paranoie, le ansie, le allucinazioni udite e mirate torturano la mente di Peyton, minando la sua integrità razionale. Peyton ha perduto la sua paziente intelligenza, oramai è un essere che vive di emozioni alterate. I “poteri” che gli sono stati donati da un fato tragico rappresentano l’eterna dannazione che Peyton dovrà patire. La sua vita gioiosa e quieta è stata distrutta, nessun futuro lo attende più. Da scienziato assennato come il dottor Jekyll, Peyton è diventato un essere diabolico e mostruoso, forte ed incontrollato come Mr. Hyde.

Peyton si strugge nell’oscurità, inorridito dal proprio aspetto come il Quasimodo di Lon Chaney. Egli, rinchiuso tra i resti del suo laboratorio, la sua casa, il luogo che considera sacro al pari di un’antica cattedrale parigina, giace al suolo, ingobbito, genuflesso da un peso che gli flette le spalle sino a piegarle. Il volto di Peyton è coperto da una fitta bendatura che non fa trasparire alcuna smorfia, soltanto i suoi occhi sofferenti e rabbiosi emergono dagli strati di stoffa bianca. Il suo viso bendato è stato immobilizzato come lo fu, a sua volta, l’empia espressione della mummia di Boris Karloff. Nessuno lo vede più, nessuno sa che è vivo. Egli permane nelle tenebre, non viene mai scrutato, mai descritto, come fosse un uomo invisibile.

Peyton progetta la sua vendetta e, digitalizzando la sua immagine, riesce a creare una maschera identica al suo volto. Indossandola, Peyton riemerge dalle ombre e prova a raggiungere la sua Julie. Egli la spia da lontano come il fantasma dell’Opera era solito fare, similmente ad uno spettro elusivo, nei riguardi della sua Christine. Julie, ancora affranta dal lutto della sua scomparsa, indossa, metaforicamente, un velo che le copre il volto. Peyton, a sua volta, calza sul viso una maschera che richiama il proprio aspetto originario ma non è altro che un’illusione. I due amanti, come in un quadro di Magritte, si rincontrano, si stringono e si baciano senza accorgersi d’essere occultati da un “panno bianco”. Cos’è reale? Un volto ricostruito che può durare un’ora e poco più, o ciò che si cela dietro quella stessa maschera di cera velata, il sentimento e la personalità angustiata di un uomo divenuto mostro all’esterno e all’interno? Una domanda che Raimi pone ai suoi interlocutori silenziosamente.

"Gli amanti" - Magritte

Peyton tornerà, poco dopo, nell’oscurità proseguendo a covare i suoi propositi di rivalsa. Ottenendo gli scatti fotografici dei volti dei suoi assassini, Peyton sviluppa le maschere delle loro facce, indossandole di volta in volta così da riuscire a mimetizzarsi tra loro. I connotati non sono che mere patine estetiche, strati ingannatori, sfumature menzognere che annebbiano e confondono la realtà secondo l’arte di Darkman. Come accade in “Robocop” di Paul Verhoeven, anche in “Darkman” uno dei fili conduttori della storia è la vendetta.

Darkman ucciderà uno ad uno i suoi carnefici. Non proverà più pietà, non ascolterà più la sua coscienza: egli darà sfogo soltanto alla sua ira, alla sua furia cieca. Non vi è legge, non vi è morale nell’agire di Darkman, solo un senso di torbida ritorsione. Darkman castiga i vili, punisce i violenti, ottiene la sua rivincita sui cattivi. Più che un giustiziere, Darkman diverrà, infine, un vendicatore. Sul vertice di un palazzo in costruzione, Peyton adempierà la sua vendetta. Fronteggerà il mandate del suo omicidio, e lo farà precipitare giù nel vuoto. Un grattacielo in costruzione sarà lo scenario che Raimi riproporrà nel suo “Spider-Man 3”, durante il combattimento finale tra l’Arrampicamuri e Venom.

Di pari passo alla mutazione fisica, Peyton si accorge d’essersi trasformato nel cuore. Consapevole che Julie non potrà mai realmente tollerare ciò che è diventato, Peyton sceglierà di fuggire. Si mischierà tra la folla, usufruendo del suo potere più grande: il camaleontismo. Un potere che non deriva dalla forza bruta né da alcuna abilità superumana, ma dalla sua intelligenza contorta di erudito. Questa sua capacità sarà l’ultimo barlume di umanità che avrà. Egli, sintetizzando la pelle, può creare e fare proprie le fattezze di qualunque uomo egli voglia. Peyton ha smarrito il suo volto e, per questo, ha deciso di indossare i volti di tutti gli altri. Darkman, pertanto, è ogni uomo e nessuno al contempo, può essere ovunque e in nessun luogo. Nessuno potrà riconoscerlo ogni qual volta sceglierà di camuffarsi tra la folla.

Egli non esisterà più come Peyton, ma solo come Darkman. Sarà uno fra tanti, uno fra i più, un “fu” dimenticato che, di tanto in tanto, pur essendo ancora vivo, seguiterà ad osservare la sua tomba vuota come il Mattia Pascal.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Stanlio e Ollio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

A notte inoltrata, il silenzio della natura venne interrotto da un canto subitaneo. In sella ad un bianco cavallo, comparve un uomo vestito di nero, con un mantello di velluto finissimo. Sul capo, portava un cappello scuro, con un fiocco rosso, spesso e fitto come le piume di un’aquila reale. Questi galoppava nel bosco mentre baritoneggiava una canzone. La voce calda e cadenzata di tale figuro giungeva sino al cuore della boscaglia.

Fra' Diavolo cantava libero e sfuggente come un uccel di bosco. Con l’alterità di un sire, egli percorreva, solitario, il viottolo. I suoi vocalizzi risuonavano lungamente, balzando da ramo in ramo, i gorgheggi rimbombavano da tronco a tronco, e gli acuti venivano carpiti dal vento e sospinti sino agli angoli più remoti della campagna. Fra' Diavolo era solito annunciare la sua presenza interpretando le proprie arie con animosità e passione. Il brigante, con la leggerezza di una nota musicale, soleva mettere in guardia le possibili vittime dei suoi furti. L’inflessibile bandito dava alle sue prede una chance: se fossero scappati in tempo, non appena udito la sua voce modulata, pericolosa come il verso leggiadro e soave di una ammaliante sirena, i malcapitati sarebbero forse riusciti ad aver salva la vita.  Il canto di Fra' Diavolo era un lampo che squarciava il cielo e che precedeva il sopraggiungere di un tuono. Fra' Diavolo, dal canto suo, era un’eco, un bagliore preventivo ed una saetta fulminea.

Or dunque, Fra' Diavolo cavalcava lento verso il suo rifugio, senza mai interrompersi. Quei boschi del nord erano il suo palcoscenico, i derubati il suo pubblico inerme, che mai gli avrebbe dedicato alcun applauso. Il bandito tornò alla sua dimora, accolto festante dagli altri briganti. Sceso dal destriero, il prode e signorile masnadiero, radunò i suoi uomini per illuminarli circa il suo prossimo furto.

Nel frattempo, non molto lontano da quei luoghi, due sagome bizzarre emersero da un viottolo. Una di esse era corposa e panciuta, l’altra mingherlina e stiracchiata. Stanlio e Ollio trottavano, rispettivamente, in sella ad un ciuchino e ad un puledro dal manto bruno. Questi inseparabili amici si erano da poco congedati da un faticoso lavoro, durato molti anni. In quel tempo, Stan e Ollie pativano la fame e la sete. Entrambi avevano messo da parte cospicui risparmi. Nelle bisacce dei loro fidati animali da trasporto, i due, infatti, occultavano un bel gruzzolo, con il quale si accingevano a trascorrere i restanti anni della loro vita come pascià. Quando il destino sembrava finalmente volgere a loro favore, due banditi fecero capolino dalla foresta e rubarono loro tutti i quattrini. Stanlio e Ollio, sconfortati, perdettero in un solo istante il frutto dei loro sacrifici. Erano piombati nuovamente in povertà, come spesso gli era accaduto in tutt’altre disavventure.

Nelle varie pellicole a cui presero parte, Stanlio e Ollio assumevano spesso i panni degli emarginati e dei reietti. In “Fra' Diavolo” non furono da meno. Solitamente, Laurel e Hardy tolleravano la ristrettezza economica, i loro personaggi avevano appetito ma non potevano permettersi un pasto caldo, erano spesso vagabondi, zingarelli, nomadi senza un tetto sotto cui ripararsi. Stanlio e Ollio si schieravano sempre dalla parte dei più deboli, dei dimenticati, poiché a loro volta venivano spesso obliati dai benestanti. Essi facevano ridere pur patendo gli stenti e la miseria, strappavano sorrisi pur subendo l’ira dei tracotanti e la furia dei prepotenti. Nulla li abbatteva mai nello spirito, sebbene si scontrassero costantemente con un fato avverso e dispettoso. In “Fra' Diavolo”, Stan e il suo fraterno amico Oliver, viaggiano nel passato, giungendo sino alla penisola italiana, precisamente nel Piemonte del 1700, dominato dal brigantaggio.

Nella loro esistenza, colma di privazioni e soprusi, Stanlio e Ollio non conoscono il riposo e neppure la resa. Nell’opera filmica del 1933 i due hanno lavorato con onestà, senza mai risparmiarsi, lasciando intendere d’essere stati altresì sfruttati, derisi, vessati. Ciò che contava era stringere i denti, sorridere e mettere da parte le monete d’oro che costavano tanto sudore.

Di colpo, però, i risparmi di una vita vengono ghermiti e portati via. Angosciati, i due buoni amici decidono di smetterla di comportarsi bene, d’essere retti e giusti. Dopotutto, perché avrebbero dovuto continuare ad essere integri, corretti e leali, se la vita non aveva fatto altro che riversare su di loro le viltà dei malvagi? Ambedue decidono, così, di diventare banditi!

Non posseggono più la forza per scalare, dal basso, la grossa piramide sulla cui sommità vi è custodita la gioia di una vita agiata. Decidono, pertanto, di cominciare direttamente dalla vetta. Basta comportarsi degnamente. Al diavolo restare giudiziosi e franchi! Stanlio e Ollio scelgono di tramutarsi in banditi e di rubare ai ricchi.

E’ una critica forte quella evocata dall’inaspettata scelta di Stanlio e Ollio. In un mondo cupo, governato da manigoldi, opportunisti e delinquenti, si può restare davvero onesti? Stanlio e Ollio non ne possono più, non vogliono venire ancora bistrattati e umiliati dagli oppressori, e vedono nella possibilità di diventare, a loro volta, bruti e vendicativi, l’unica via per poter sopravvivere. La società continuava ad ignorarli, la gente a trascurarli, il mondo a non sorridergli, sebbene loro fossero sempre solari e gentili. Che opzioni potevano vagliare? Ecco, dunque, la ferma decisione: diventare ladruncoli di strada.

Purtroppo per loro, quello che non possono in alcun modo intuire è che la generosità di un buon cuore non può essere alterata. E così, Stanlio e Ollio, da briganti, provano a rapinare un viandante. Quest’ultimo scoppia in lacrime e i protagonisti si commuovono a loro volta, donando all’apparente sventurato l’unica moneta rimasta nelle loro tasche. Stanlio e Ollio sono troppo buoni, ingenui, secondo il valore più positivo e altruista del termine, non possono neppure improvvisarsi ladri da strapazzo. Ma i due non si danno per vinti, tentano un nuovo colpo. Per ironia della sorte, spingono le loro ricerche sino al covo di Fra' Diavolo. Ollio minaccia il re dei ladri con il fucile, spacciandosi lui stesso per il temutissimo “Diavolo”. Furibondo per essere stato usurpato, Fra' Diavolo si rivela e impone a Stanlio e ad Ollio di divenire i suoi fedeli aiutanti, trascinandoli sino alla sua tana. Ivi, Fra' Diavolo espone il suo piano: egli medita di rubare le ricchezze di Lady Pamela, nobile consorte di Lord Rocburg. Tuttavia, Fra' Diavolo non sa ancora dove la donna nasconda gli inestimabili gioielli e i cinquecentomila franchi avuti dal marito. Per compiere il furto, il bandito decide di celare, nuovamente, la propria identità sotto il falso titolo nobiliare di Marchese di San Marco.  Fra' Diavolo, allora, prende alloggio nell'albergo dove risiedono il burbero Lord e sua moglie. Stanlio e Ollio lo accompagnano, mascherandosi da suoi valletti. Senza neanche accorgersene, Stanlio e Ollio capitolano in un ennesimo pasticcio. Fra musiche e adulamenti, tra balli ed armoniose melodie, gli artigiani della risata si fanno strada verso gli intrighi dell’albergo, generando gioie ed ilarità ad ogni loro gesto.

"Dennis King, interprete di Fra' Diavolo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Fra' Diavolo dà via ad un assiduo corteggiamento per rubare il cuore di Lady Pamela. Lo scaltro furfante mira a intenerire l’animo della ricca signora. Lady Pamela, come la Giulietta di William Shakespeare, si affaccia dal balcone e mira, estasiata, il marchese che l’attende giù. Fra' Diavolo, come già fatto da Romeo, scruta la balconata con gli occhi all’insù, ed il suo sguardo, furbo ed ingannatore, finge di smarrirsi negli occhi della donna sempre più innamorata. Fra' Diavolo si arrampica con abilità sino a guadagnare la camera della dama. Lady Pamela si lascia andare alle lusinghe del marchese e rivela all’uomo dal fiero aspetto che il denaro è cucito nella sua sottoveste. Lady Pamela, a quel punto, solleva il vestito, mostrando al cortigiano come, nella sottoveste, siano stati intessuti monete e gioielli.

Nessuno è mai riuscito a rubare i franchi alla nobildonna poiché nessuno è mai riuscito a giungere sino alle sue grazie. Una forte carica erotica e sensuale viene esternata da questa rivelazione. Per riuscire a possedere i cinquecentomila franchi, Fra' Diavolo deve sedurre la fanciulla, sottrarla alle sue vesti, ai suoi indumenti. L’oro e la fulgida ricchezza sono custoditi vicino alla candida epidermide della donna. Insinuarsi sotto la sua gonna, spogliarla da tutti i suoi abiti coprenti, renderla nuda, così da raggiungere il prezioso patrimonio è una metafora della conquista. La seduzione, l’attrazione fisica, l’infatuazione vengono espressi da questo risvolto della storia: nell’avere il cuore, l’anima ed il corpo di una dama si può ottenere il tesoro più grande, sia esso “materiale” come rappresentato nel film sia esso “ideale” come rappresentato dal vero amore.

Stanlio e Ollio, comprimari e protagonisti al tempo stesso di questa peripezia, restano fin troppo puerili e sciocchi per ben comprendere le trame tessute dal marchese, loro padrone. Essi non si curano dei furti e delle questioni inerenti gli altri personaggi, si limitano a ridere a crepapelle da ubriachi, a giocherellare con “Menadito” o con “Naso, Nasino, Nasello”. Stanlio e Ollio restano bambini intrappolati nel corpo di uomini adulti. Seguitano, conseguentemente, ad osservare le vicissitudini con i loro soliti sguardi: gli occhi di due piccini che trascorrono il tempo scherzando. Proprio grazie alle loro risate, ai loro vezzi, alle loro allegre peripezie, Stanlio e Ollio sono riusciti a cavarsela nelle situazioni più disparate. Persino quando la vita voltava loro le spalle, essi seguitavano ad avere un ghigno giocoso e spensierato.

Quel ghigno poteva essere intravisto persino sotto l’espressione crucciata e rassegnata di Ollio, o sotto la mimica piangente di Stanlio. Essi ridevano sempre, perché sapevano che con le loro candide disgrazie elargivano serenità d’animo a chi li stava ad ammirare. La risata era l’unica arma di Stanlio e Ollio, altro che quei fucili o quelle pistole che impugnavano maldestramente fianco a fianco a Fra' Diavolo. Anche quando erano prossimi ad essere impiccati, verso la fine del film, poco prima di salvarsi per l’ennesima volta, i due, nel proprio intimo, sorridevano come bimbi. Stanlio e Ollio non erano affatto geniali bensì intuitivi, poiché ammiravano il tutto con stupore, come un bimbo che scopre ed impara. Stanlio e Ollio guardavano il mondo così come il Pascoli avrebbe voluto che tutti facessero. Laurel e Hardy osservavano la realtà con gli occhi di un “fanciullino”, con gli occhi dell’innocenza e della purezza.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il Signore degli anelli - La trilogia" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • E abbiamo pianto, “tessoro”, perché eravamo tanto soli

Sorse un sole giallo in un giorno mite e radioso. La primavera era arrivata, e con i suoi vividi colori adornava i boschi. Sulle sponde dell’Anduin, gli alberi erano cresciuti rigogliosi e pieni di vita. Fiori variopinti germogliarono nei prati, e l’erba delle collinette della Contea era divenuta delicata e verdissima.  Approfittando del bel tempo, due minute figure decisero di recarsi in una delle foci del fiume per una battuta di pesca. Su di una piccola imbarcazione, uno hobbit lasciava penzolare la lenza dalla canna da pesca, mentre il suo giovane amico si accingeva a innescare il proprio calamento. Quest’ultimo aveva gli occhi strabuzzati e teneva in mano una creaturina strisciante, osservandola con un ghigno irrisore. La lambì pochi istanti dopo con un piccolo utensile a forma di uncino. D’un tratto, uno di loro avvertì il morso di un pesce all’amo. “Ne ho preso uno, Smeagol” – disse il fortunato pescatore. “Tiralo fuori, Deagol” – esortò l’altro.

Il pesce, grande e grosso, tentò di liberarsi con tutta la sua forza e riuscì a trascinare lo hobbit in acqua. Deagol raggiunse il fondale e vide, nel limpido dell’alveo, un tremolante folgorio. Volse la mano e ghermì quella perla dorata priva di alcuna conchiglia. Risalito in superficie, Deagol cominciò a rimirare l’oggetto donatogli dal rigagnolo e ad accarezzarlo come fosse una preziosa sfera perlacea. Quando lo hobbit schiuse la mano, l’Unico, che giaceva su di essa, emergeva dal lercio fango col suo fulgido chiarore. Il colore dell’anello, mischiato allo sporco del terreno, emanava un’attrazione ambigua: la bellezza apparente unta dalla sporcizia. L’anello rifulgeva come il più seducente dei gioielli, ciononostante la melma scura che lo insudiciava suggeriva l’oscurità celata dietro la più fervida perfezione.

Smeagol raggiunse Deagol di tutta fretta, seguitando a sorridere scherzosamente. Intravide anch’egli lo scintillio dell’anello e ne rimase profondamente rapito. Il suo sguardo stralunato si confuse nel cerchio del tesoro. Smeagol chiese l’anello, come regalo per il suo compleanno. Deagol rifiutò ed i due hobbit, ammattiti e deliranti, ingaggiarono un’aspra lotta. Smeagol impazzì, e nella colluttazione uccise Deagol soffocandolo. Raccolse poi l’anello, dedicandogli il più distorto e morboso dei suoi sorrisi.

La storia di Smeagol, come quella di Bilbo, cominciò in un giorno di festa. Smeagol trovò l’anello al mezzodì del suo compleanno, Bilbo se ne liberò la sera del suo centoundicesimo anno di età. Nel prologo de “Il Signore degli anelli – Il ritorno del Re”, l’occhio meccanico di Peter Jackson dilatò la propria palpebra mirando un animale nauseabondo. Quel verme, catturato dalla sadica presa del mezzuomo, suggeriva il tipo di essere che Smeagol sarebbe presto diventato. Una volta ottenuto l’anello, Smeagol si tramuterà lentamente in un essere “viscido”, subdolo, untuoso, “insinuante”, un verme, per l’appunto, ingollato e rigurgitato dalle tenebre.

La natura rinfrancante che avvolgeva Smeagol e Deagol fu spettatrice silente e sconvolta di un folle assassinio. Nell’Eden verdeggiante, Smeagol compì un atroce delitto: uccise un suo congiunto. Il tetro affiorato dalla cristallinità dell’Anduin condusse gli Hobbit alla follia. La quiete della foresta ed il sole luminoso che irradiava il tutto non potevano preludere all’orrore che di lì a poco si sarebbe verificato. E’ proprio in un’atmosfera di gioia, di pace, che il male dell’anello trova il modo di promanare il proprio potere. L’Unico sconvolge la serenità di una giornata felice, turbandola con l’orrore. Smeagol e Deagol erano amici, famigliari, eppure, nel giro di pochi attimi, si tramutarono in mostri, avvelenati da un aroma ipnotico, da una esalazione tossica che li rese subito dipendenti da quel tesoro. 

L’Unico irretì istantaneamente lo spirito contorto dello hobbit e ne fece il proprio schiavo. Come Caino così Smeagol pose fine alla vita del proprio “fratello”, invidioso della sua scoperta, agognando quella sua conquista. L’Unico appariva inestimabile come uno scettro regale. Come Eteocle e Polinice, i due consanguinei della mitologia greca, figli del re Edipo, Smeagol e Deagol combatterono tra loro per ereditare un potere raro, prestigioso come la corona di un regno. L’Unico, similmente al trono di Tebe, poteva essere conquistato soltanto da uno dei due. Pur di impadronirsi di quell’oggetto, Smeagol e Deagol combatterono tra loro fino alla morte. A differenza di Eteocle e Polinice, entrambi periti in duello, tra i due hobbit, uno di loro riuscì a prevalere. Eteocle, come Deagol, riceverà una degna sepoltura, Polinice come Smeagol no. Smeagol non morirà, subirà una metamorfosi che lo renderà, col tempo, un cadavere errante dal pallido colorito, una carcassa ambulante sprovvista di alcun tumulo. In quel mattino sorse un sole giallo, l’indomani, a seguito dell’omicidio perpetrato da Smeagol, sarebbe sorto un sole rosso poiché era stato versato del sangue innocente.

Per aver commesso un tale peccato, Smeagol verrà scacciato, espulso come uno straniero malvagio e dall’anima informe. Smeagol non fu più uno hobbit, non fu più umano. Assunse le sembianze di un individuo amorfo e sgradevole alla vista. Diventò, pertanto, lo straniero di ogni popolo, un essere che non apparteneva più ad alcuna razza della Terra di Mezzo. Smeagol divenne Gollum, indecifrabile nella propria mostruosità, unico come unico era l’anello che possedeva.

Smeagol si ritirò nelle caverne, solitario, e lì, nel buio, avulso dal resto del mondo, dimenticò chi fosse, smise di ricordare il sapore del pane, la delicatezza del vento, persino il suo nome. Il corpo si deformò, e la gola cominciò a fargli molto male. Ad ogni parola pronunciata, Smeagol rigurgitava un frammento della propria passata umanità, fino a che il dolore scomparve del tutto, e dalla sua gola fluì il suo nuovo appellativo. Dai suoi versi strazianti si udì “Gollum, Gollum”. I suoi denti si fecero neri e appuntiti, la sua carne si fece purulenta come prova emblematica del suo spirito consumato.

Peter Jackson, per l’ultimo capitolo della trilogia, scelse di alzare il sipario mostrando il tormentato avvenuto di Gollum. Questi, come preannunciato da Gandalf nelle Miniere di Moria, rivestirà, sia nel bene che nel male, un ruolo fondamentale nell’ultima fase del viaggio di Frodo e Sam e per il destino dell’anello. Il prologo de “Il ritorno del re” pare volerlo preannunciare. L’esito del conflitto passerà dalle sue mani.

Gollum tiene tra le sue dita il destino dei popoli liberi di Arda come una moira. Una sua scelta errata potrà spezzare le sorti, recidere con il taglio netto di un paio di forbici il filo del fato.

  • Sveglia, dormiglioni!

Nelle lande desolate della terra nera, la luce del giorno si era affievoliva. Le giornate si erano fatte più corte, e su tutto l’ombra era calata. Il fumo esalato dal Monte Fato copriva il cielo con una fitta bruma, e i raggi del sole non riuscivano a valicare il fosco nell’aria. Le arti di Sauron avevano generato ammassi gassosi di nuvole ferrigne che occultavano ogni barlume di luce, così che gli eserciti del sire di Mordor potessero spostarsi con grande rapidità.

Frodo e Sam riposavano, nascosti all’interno di una esigua spelonca. Gollum arrivò di soprassalto e li esortò a riprendere il cammino. Frodo dedusse che le giornate si erano fatte sempre più buie e avvilenti. Sam raramente si lasciava sopraffare dalla tristezza. Il tempo angusto, però, era capace di abbattere il suo spirito. Già durante i passi iniziali de “Le due torri”, Sam, osservando quei nembi cupi e carichi di pioggia che dominavano la volta celeste di Mordor, ammise di sentirsi impaurito. L’atmosfera torva e fuligginosa che avviluppava i due hobbit, oramai sempre più vicini alla meta, metteva a dura prova le loro resistenze e anche le loro speranze. Ma nulla poteva far demordere Sam. Subito egli ricordò a Frodo che avrebbero dovuto dilazionare il cibo rimasto per il viaggio di ritorno. Frodo, allora, rispose laconico con la sola espressione del viso. Il nipote di Bilbo voleva nutrire ancora fiducia ma dal suo volto trapelava un’ansia mista a profonda negatività.

In questo frangente, Samvise confida nella concreta possibilità di poter adempiere alla missione del proprio padrone. Pensare a rateizzare i viveri per il ritorno voleva dire, per Sam, valutare tangibilmente la fattibilità della sopravvivenza. Già da questa significativa affermazione è percepibile la tenacia che anima Sam. Sebbene il compito sia tutt’altro che agevole, egli non paventa l’eventualità che i due possano perire nell’impresa. Sam non lascia che il clima opprimente di Mordor genufletta il suo animo speranzoso. Man mano che le forze del suo padrone cederanno, Sam si farà carico di lui e del suo fardello.

  • La morte di Saruman

Gandalf, Aragorn, Legolas e Gimli raggiungono Isengard e ne osservano caduta. Sui ruderi dell’industria guerrafondaia, Merry e Pipino banchettano prima di riabbracciare i loro amici. L’acqua del fiume ha diluito la perfidia di Saruman, le fiamme delle fornaci sono state estinte; il tronco, le foglie ed il verde hanno prevalso sul ferro e sull’acciaio.

Barbalbero riceve i coraggiosi visitatori, accogliendoli nel suo nuovo reame depauperato dalle insidie di Curumo. Il vecchio Ent ammette d’essere sollevato nel rivedere Mithrandir, poiché Saruman, anche da sconfitto, risulta essere pericoloso. Rinchiuso nella torre di Orthanc, Curunir ha avuto modo di prender coscienza del proprio fallimento. Il bianco macchiatosi di nero emerge sulla cima del sozzo pinnacolo. Lassù, Saruman seguita ad osservare i suoi rivali dall’alto. La costruzione scenica ideata da Jackson per questa sequenza è estremamente simbolica.

I buoni, vincitori del conflitto al Fosso di Helm, giacciono al suolo e, col capo rivolto all’insù, intravedono il loro nemico, il quale, persino nella disfatta, permane ancorato alla propria arroganza. Sulla vetta di Orthanc, Saruman manifesta nuovamente la propria albagia, e continua a sentirsi potente, superiore a coloro che avrebbe dovuto difendere. Su quella prominenza, lo stregone lascia che la sua protervia discenda fino al basso.

Lo stregone è fermamente convinto che le forze di Sauron si dispiegheranno numerose, abbattendosi sul più grande del regno degli uomini come un martello sull’incudine. Saruman pecca ancora di tracotanza, e presume che l’imminente vittoria dell’Oscuro Signore potrà essere ritenuta anche sua. Saruman non fu mai modesto, non amò mai le creature piccole ed indifese della Terra di Mezzo. Professandosi come il più potente e saggio degli Istari, Saruman non volse mai attenzione ai più deboli, se non per schiacciarli. Saruman si innalzò su di un piedistallo figurato. Sulla cima della torre, negli ultimi momenti della sua esistenza terrena, Saruman non metterà da parte la sua superbia. Guarderà ancora i suoi interlocutori dall’alto e da quella prominenza cadrà. Lo stregone verrà pugnalato alle spalle da Grima, il quale, a sua volta, verrà colpito a morte da Legolas. Ferito, Saruman precipiterà giù e morrà. Più in alto volle salire, più rovinosa fu la sua caduta. La prepotenza di Saruman cessò in quel lampo. Gandalf, mai innalzatosi al di sopra dei suoi simili, vide la fine di un vecchio amico dal bianco vestito e dal cuore nero.

La fine di Saruman, ideata per la versione estesa della pellicola, fu notevolmente differente rispetto a quanto scritto da Tolkien. Jackson riteneva concluso l’arco narrativo dello stregone corrotto. Saruman fu annientato dalla natura, dalla rivolta degli Ent. Nulla più sarebbe rimasto del suo potere. Abbracciando questo credo, Jackson decise di far morire Saruman nella sua Isengard decaduta. Nel romanzo del Professore, Saruman compariva sul finale come ultimo nemico, dopo aver assoggettato al proprio potere la Contea. Questa parte della storia sarebbe risultata eccessiva nella trasposizione cinematografica che, per ragioni di tempo e di ritmo, doveva necessariamente concludersi con la distruzione di Sauron ed il ritorno pacifico ad una Hobbiville, mai realmente coinvolta nei drammi della Terra di Mezzo. La Contea, per Jackson, rimase sempre un luogo isolato dal resto di Arda. Una terra integra ed inalterata che non ricevette mai alcuna influenza dagli orrori della guerra.

"Merry e Pipino" - Illustrazione di Erminia Giordano per CineHunters
  • Di tutti gli hobbit ficcanaso, Peregrino Tuc, tu sei il peggiore!

Pipino scorse nell’acqua un riverbero. Dunque si avvicinò, e raccolse una sfera vitrea. Gandalf, intuito di cosa si trattasse, prese la gemma e la celò nel suo mantello. Quel piccolo globo inespressivo era un occhio perennemente dilatato. Col suo gesto, Gandalf volle occultare lo sguardo al Palantir, intimorito da colui che, lontano, stava guardando.

Carlo Collodi scrisse che “La curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno”. Peregrino Tuc non riusciva a dormire né a distrarsi. Essere perennemente indiscreto era una sua prerogativa. Come tutti i Tuc, Pipino era interessato, invadente, avventuroso, impiccione e, come terrà Gandalf stesso a precisare, ficcanaso. Pipino guardava, doveva sempre guardare! La consistenza misteriosa del Palantir aveva interdetto ogni sua attenzione. Nel cuore della notte, Pipino si alzò e sottrasse la pietra veggente dalle mani di Gandalf. Volgendo il proprio sguardo nel Palantir, Peregrino, inavvertitamente, vide l’occhio infuocato di Sauron. Il Signore degli anelli si insinuò nella mente del piccolo hobbit, torturandolo. Pipino si salvò appena in tempo, grazie al tempestivo intervento di Gandalf.

Pipino, come un burattino che sognava di diventare un bambino vero, era sovente curioso ed ingenuo. La sua troppa curiosità gli stava costando caro. Eppure, Pipino col suo errore riuscì a scorgere qualcosa d’importante. Vide un albero morente ed una città in fiamme. Sauron avrebbe indirizzato le sue armate verso Gondor, per distruggere Minas Tirith. La curiosità di Pipino gli arrecò dolore, cionondimeno gli permise di anticipare i tragici eventi che si sarebbero consumati di lì a breve.

Intenzionato ad avvertire Gondor dell’incombente attacco, Gandalf si dirigere a Minas Tirith con Pipino. Merry si congeda dal suo inseparabile amico, tra le lacrime e la mestizia. I due non si erano mai separati. Sin dalla più tenera età, in qualsiasi pasticcio fossero finiti, Merry era sempre rimasto accanto a Pipino. Ambedue, però, non si trovavano più nella fresca campagna, intenti a giocherellare per tutta la notte sino a che il sole, emerso dalle ombre dell’oriente, avrebbe proiettato i suoi raggi sul manto erboso della Contea. Da Rohan a Gondor, Merry e Pipino avrebbero assistito e combattuto la guerra più grande del loro tempo, e lo avrebbero fatto restando lontani.  I conflitti generano addii, separazioni e raramente la guerra porta alla riconciliazione. I due hobbit si renderanno presto conto di quanto le battaglie siano le calamità più gravi.

  • L’albero del Re

In sella ad Ombromanto, Gandalf ed il gracile hobbit volsero verso la città bianca. Minas Tirith sorgeva su di una collina, ai piedi di un’imponente catena montuosa. Le mura della città erano state edificate con la candida pietra, la quale scintillava come polvere di stelle quando veniva raggiunta dall’abbraccio del sole ogni mezzodì. Pipino, piccolo visitatore intimorito dalla vastità della capitale, colossale nella propria maestosa presenza, varcò i cancelli del regno e giunse sino al settimo livello. Nella cittadella, il mezzuomo toccò il suolo del vasto cortile. Lì, al centro, svettava alto come una bandiera ed immobile come una scultura, un albero bianco senza neppure una foglia. Pipino lo aveva già scorto quando pose lo sguardo sul Palantir. L’albero di Gondor sarebbe presto stato arso da fiamme divoranti; di esso non sarebbe rimasta che della cenere argentea. Quell’albero era morto da molti anni e non dava alcun segno di resurrezione.

Tramontò il tempo in cui l’albero del Re era rigoglioso e pieno di salute. La sua vitalità veniva espressa dalla fioritura dei suoi rami. Nessun fiore germogliava nei pressi come se attorno a sé l’albero emanasse un’aura di sterilità. L’albero giaceva silente e quatto, dal suo tronco non sgorgava alcun suono, dalle sue radici non trapelava il benché minimo anelito di rinascita. Contrariamente agli alberi delle foreste, nessun Ent custodiva il riposo dell’albero bianco. Esso, solitario, attendeva in un sonno senza respiro.

Peregrino Tuc, mirandolo con la sua proverbiale indiscrezione, constatò che l’albero veniva sorvegliato da alcune guardie fedeli. Erano gli uomini a proteggere il grande albero bianco. Gli stessi nutrivano ancora speranza che esso, simbolo della gloria del reame dell’uomo e della rinascita dei grandi Re, potesse, un giorno, destarsi dal suo dormiveglia.

  • La speranza divampa

Poco dopo, Gandalf e Pipino incontrarono Denethor, il sovrintendente, mettendolo in guardia dall’avanzata degli eserciti di Sauron. Denethor, distrutto dal dolore per la morte del suo adorato primogenito, volle negare qualsiasi intervento e restò seduto sul suo seggio, immerso nella proprie tristi rimuginazioni.

Pipino, allora, si mise all’opera. Arrampicatosi fino ad una torre, lo hobbit guadagnò la postazione dei fuochi di segnalazione. Con coraggio e abilità, il mezzuomo accese la grande pira e le fiamme si propagarono su di essa. In lontananza, alcune vedette recepirono il segnale e diedero, a loro volta, fuoco alla catasta di legno. Sulla cima di ogni monte, uomini vigilavano in costante allerta. Quando videro il fuoco di Amon Dîn avvampare, fecero altrettanto di postazione in postazione. Gandalf mirò il rosso delle fiamme e constatò come la speranza divampasse nell’aria e valicasse l’acqua e l’aria, le pianure ed i monti. La speranza si estese oltrepassando ogni frontiera. I roghi luminosi alimentarono la temerarietà di tutti.

Il fuoco, di colpo, assume nel linguaggio estetico de “Il Signore degli anelli” un valore speranzoso. In quelle fiamme è custodita la fiducia, l’alleanza e la fratellanza che tiene uniti i popoli liberi della Terra di Mezzo. Comunicando a distanza con l’accensione di una vampa, i gondoriani reclamano la vicinanza dei loro fratelli. Il fuoco, usato da Saruman in precedenza per distruggere, per bruciare, per erigere una fabbrica guerresca, viene adesso usato da Gandalf per implorare l’umano aiuto. La speranza prende i contorni di una fiamma imperitura ed ondeggiante che, col suo acre fumo, si sparge sino alla cupola celeste. In quel fuoco non vi è la brama di distruzione, bensì la voglia di difendere tutto ciò che di bello c’è sulla Terra. Le lingue di fuoco che fervono nel legno emanano l’aspettativa di una nuova alleanza che potrà garantire la sopravvivenza della razza umana.

  • L’eterna memoria di un monarca

Così il segnale si protrasse fino ai confini di Rohan e fu avvistato da Aragorn. Proprio lui, l’erede al trono di Gondor e Arnor, ravvisò per primo la disperata richiesta d’aiuto del suo popolo. Le fiamme ardenti di Minas Tirith evocavano la venuta del re. Aragorn corse di gran carriera ed avvertì Théoden che Gondor necessitava dell’appoggio dei loro alleati. Théoden esitò per qualche istante. Perché avrebbe dovuto aiutare coloro che, governati da un funzionario freddo e distaccato, ignorarono il grido di dolore di Rohan?

In quell’attimo, quando Aragorn esortò i rohirrim a partire, Théoden ripensò a quanto detto da Saruman poco prima di spirare. Il Signore di Isengard accusò Théoden d’essere l’anello debole di una salda dinastia regale, e che il trionfo al Fosso di Helm non fu conquistato per meriti suoi. Théoden ribadì, sconvolto, questo concetto anche alla sua bella nipote, Éowyn. “Non è stato Théoden di Rohan a condurre il proprio popolo alla vittoria” - sibilò il regnante, per poi glissare su quanto pronunciato.

Théoden non combatté con estrema vigoria durante il conflitto alla fortificazione di Helm Mandimartello. Per la maggior parte del tempo, fino a quando gli Uruk-hai non aprirono una breccia nel trombattorione, Théoden stette a guardare, guidando i suoi uomini più con le parole e le esortazioni che con la spada e gli scudi. Theoden, ne “Le due torri”, appariva afflitto dal maleficio infertogli da Curumo e Grima, il Vermilinguo. Era stanco, dolente, ancora incredulo per la morte del proprio figliolo. Théoden trasse audacia soltanto nel finale, quando Aragorn volle sollecitarlo a salire a cavallo e caricare i nemici per un ultimo gesto di gloria. Agli occhi di Théoden fu Aragorn, coadiuvato dai suoi amici, a condurre Rohan alla salvezza.

Il sire, angosciato da questa sua sensazione, accetta di rispondere alla supplica di Gondor, vedendo nella battaglia dei Campi del Pelennor l’ultima occasione per poter riscattare il proprio onore. Théoden sa, in cuor suo, che non vi è molta speranza. Gli eserciti di Sauron, cospicui e molteplici nelle loro schiere, li sovrasteranno. Eppure, il sovrano di Rohan vuole affrontarli ugualmente. Sarà dinanzi ai portoni di Minas Tirith che il destino del loro tempo verrà deciso. Théoden desidera conquistare la grandezza dei propri padri, ed è disposto a sacrificare la sua stessa vita pur di salvare il popolo indifeso della grande città bianca.

Nell’impeto della battaglia finale, Théoden vuol far echeggiare le proprie gesta. Come i celebri eroi della mitologia greca, il cui epiteto seguita a far eco nella gloria dei secoli, Théoden spera che il proprio nome venga ricordato in eterno, ma ancor di più egli si augura di poter essere ritenuto, dai propri sudditi, un Re magnanimo e valoroso così che la sua figura non possa sbiadire se confrontata a quella dei suoi avi.

  • L’ultimo viaggio di Arwen Undómiel

Arwen procede nei boschi in sella ad un bianco destriero. Ella indossa una veste cerulea come un mare calmo, rassegnato, le cui onde si adagiano lente sulla riva, senza alcuna forza più ad animarle. Il suo volto candido, radioso persino nell’accoramento dell’addio, esterna l’arrendevolezza di un fato ineluttabile. Coi suoi occhi azzurri, la dama di Gran Burrone osserva, docile, i boschi che la avvolgono per un’ultima volta. Fu proprio in una verde boscaglia che ella vide per la prima volta il suo amato. Tra le alte betulle, Arwen scoprì un giovane che la stava osservando meravigliato. In quel giorno, ella conobbe Aragorn e lesse il proprio futuro nei suoi occhi.

Nel fitto bosco, lo splendido elfo femmina rimirò nuovamente il proprio avvenire. Un bambino sbucò dal nulla e corse felice, non curandosi affatto del passaggio dei nobili Eldar. Nessuno degli elfi lì presenti parve intravedere quel fanciullino dal biancastro vestito. Arwen orientò il suo sguardo su di lui e capì che era la sola a vederlo. Il bambino sorrideva felice tra i cespugli. Proseguì ancora fino a calcare un impalpabile balcone di pietra. Bianche colonne svettavano alte e, poco distante, un uomo volgeva lo sguardo verso l’orizzonte, oltre una ringhiera. Una luce solare affiorava dal profondo ed illuminava in ogni dove. L’uomo si voltò, rivelando d’essere Aragorn. I grigi capelli e la barba incolta suggerivano il naturale invecchiamento di un discendente di Numenor. Aragorn sollevò il bimbo, reggendolo con amore, e lo baciò sulla guancia. Attorno al collo, il fanciullo aveva la Stella del Vespro che brillava luminosa come una cuspide argentea. Quando Arwen riconobbe la gemma elfica, il piccolo le rivolse lo sguardo, ricambiando la sua attenzione, come se anch’egli riuscisse a vederla.

Eldarion, il futuro figlio di Aragorn ed Arwen, apparve d’un tratto e per pochi attimi. Il piccino volle guardare sua madre senza dir nulla, rendendola cosciente della sua prossima esistenza. Arwen si commosse e comprese che il futuro non era ancora stato scritto. Arwen ereditò per un solo momento il potere del padre, Elrond, infatti, aveva il dono della preveggenza. Le parole del custode di Vilya riecheggiarono nella sua memoria: “Non c’è nulla per te qui, solo morte”. Arwen, però, aveva compreso che la vita non era del tutto svanita dal remoto. Così, quando la rifulgente illusione si dissolse come un’aurora, la dama abbandonò il percorso e tornò a Gran Burrone. Arwen ha compiuto la sua scelta. Afferrando quella fievole speranza, aggrappandosi a quel futuro non ancora sfumato, Arwen ha rinunciato alla sua immortalità.

"Elrond" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Elrond vede la figlia rientrare nella Dimora Accogliente e le rivolge parola. Le mani della giovane erano diventate fredde, e la forza degli Eldar la stava abbandonando. La grazia perpetua degli elfi si era disfatta. Arwen era diventata mortale. Il padre della nobile fanciulla non avrebbe voluto che la figlia perdesse la propria eternità, e così anche lo stesso Aragorn. Questi, perdutamente innamorato di Arwen, avrebbe desiderato, pur patendo il rimpianto, che ella mantenesse la propria essenza immutabile. Aragorn sapeva che l’amore, il più grande amore, corrisponde al sacrificio. Egli avrebbe, con dolore, rinunciato ad avere Arwen con sé pur di saperla al sicuro per sempre.

Ma né Aragorn né Elrond poterono decidere per lei. Arwen, come il più puro degli esseri liberi e fulgidi della razza elfica, mostrò, in questa sua decisione, la propria femminile indipendenza, la propria coraggiosa autonomia. Soltanto lei poteva scegliere per se stessa, nessun altro. Arwen amava tanto, amava spontaneamente senza compendiare alcun limite. La sola possibilità di poter riabbracciare il suo Re e di poter mettere al mondo suo figlio la condusse verso l’adempimento del suo volere. Arwen è una donna forte, coraggiosa, e con la sua rinuncia palesa il più grande degli amori provati. Elrond fatica a trattenere le lacrime quando scopre che la sua discendente non è più immortale. Il destino di Arwen è adesso legato al destino dell’anello, poiché ella non ha più forze sufficienti per resistere al male che si diparte da Mordor. Con le forze residue, la nobile fanciulla invita il padre a riforgiare la spada. Le arti degli elfi possono, infatti, ricostruire Narsil, la gloriosa lama che fu di Elendil ed Isildur.

Arwen, tenendo il viso celato sotto un cappuccio, osserva i frammenti della spada. Ella certamente ricorda l’ultimo colloquio che ebbe con Aragorn, Vicino ai resti dell’arma, ella infuse coraggio al suo adorato. Gli disse che non doveva temere il proprio destino, poiché egli avrebbe affrontato quel male e sarebbe riuscito a primeggiare. Arwen rammenta quanto affermato e agogna di poter instillare nuovo eroismo nel cuore del suo sire. Dalle ceneri una fiamma sarà risvegliata.  Una luce dall'ombra spunterà. Rinnovata sarà la lama che fu spezzata. Il senza corona di nuovo re sarà!

Con quest’ultima richiesta, Arwen fa sì che Narsil, la spada che rappresentava la stirpe spezzata dei sovrani, venga ricostituita. La nascita di Andúril sarà il primo annuncio simbolico del ritorno del Re. L’ultimo viaggio di Arwen non si compì mai, poiché ella rimase ad attendere, tra la vita e la morte.

  • La fiamma dell’occidente

Aragorn sogna Arwen. Come accaduto alla dama di Gran Burrone, anche Aragorn vede l’imminente. Differentemente da lei che vide il futuro da sveglia, Aragorn lo scruta in sogno. Estratti imprecisi, tasselli sparsi, immagini velate si susseguono nel suo incubo agitato. Aragorn vede Arwen distesa su di un letto, sfinita. La sua pelle raggiante è divenuta cerea, quasi esangue. Arwen sussurra con una voce spezzata un ultimo pensiero: “Come avrei voluto poterlo rivedere, un’ultima volta!”. Dopodiché, Aragorn vede se stesso in piedi, al cospetto del trono di Gondor, mentre smarrisce la Stella del Vespro ed essa, lambendo il suolo, si disintegra. Il figlio di Arathorn si sveglia di soprassalto. Egli non sa che ha veduto un nuovo futuro, un avvenire scuro e burrascoso, che tende ad intrecciarsi con quello lieto osservato da Arwen. Cosa significa quanto sognato da Aragorn? Perché egli ha visto la gemma elfica scivolargli via e infrangersi?

L’eventualità che la Stella del Vespro possa rompersi indica come il futuro sia incerto e suscettibile di cambiamenti rapidi ed incalzanti. La Stella del Vespro che l’elfo femmina ha ammirato beatamente al collo del suo figliolo, rischia di venire distrutta. Se questo dovesse accadere, il futuro contemplato dallo sguardo attonito e felice di Arwen cesserebbe di esistere?

Aragorn si desta nel cuore della notte, impaurito da ciò che i suoi sogni gli hanno mostrato. Il ramingo viene convocato da Théoden, il quale, dopo averlo accolto in una tenda, si ritira. Aragorn riceve qui la visita di Elrond, che afferma d’essere giunto fino a lì per volere di colei che ama. Arwen sta morendo e la luce della Stella del Vespro che Aragorn regge stretta a sé si è quasi del tutto spenta. La gemma elfica simboleggia il cuore palpitante di Arwen. Il dissolversi della sua luce testimonia il dolore che Arwen sta tollerando. Aragorn sa che per salvare la sua amata dovrà abbattere il più terribile dei mali ma sa anche che le forze di Rohan e Gondor non potranno soverchiare i reggimenti dell’Oscuro Signore.

Elrond sprona Aragorn a diventare ciò per cui è nato. Vedendo Andúril, la fiamma dell’Occidente forgiata dai frammenti di Narsil, Aragorn comprende che Arwen gli sta dando l’ulteriore coraggio di cui ha bisogno. Toccando l’elsa, Aragorn estrae la spada e mira le rune incise sulla lama. La casata dei Re è stata ricostruita, è il momento che Aragorn metta da parte il ramingo. Nell’opera letteraria di Tolkien, Arwen tessette un vessillo nero. Su di esso era stato cucito dalla donna l’emblema di Elendil. Sfiorando la stoffa con le sue mani, Aragorn agguantò il coraggio per addentrarsi nel viottolo che lo avrebbe portato alla dimora dei Morti. Quando quel vessillo sarebbe sventolato alto, tutti avrebbero rimirato il primo, trionfante, annuncio del ritorno del Re. Nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, Arwen non “filerà” alcun stendardo poco prima che Aragorn volga verso la montagna. Sarà proprio la ricostituzione della spada, ordinata da Arwen, a sostituire la potenza simbolica di quel vessillo.

Aragorn ed Elrond, parlando in lingua elfica, sembrano rievocare un recente passato. Nell’Ultima Dimora Accogliente, poco prima che l’alba sorgesse e la Compagnia dell’Anello partisse, Aragorn indugiava solitario nei pressi della tomba di sua madre. Con la mano, Aragorn scostò foglie avvizzite dall’autunno che sostavano sull’effige marmorea. Quando libererà il volto della statua che ritraeva Gilraen, Aragorn allungherà la mano e carezzerà le fredde gote della scultura. Fu accompagnato in quel commuovente saluto da Elrond, il quale gli ricordò come sua madre volesse per lui un futuro sereno. Gilraen volle proteggere Aragorn dal suo arduo destino, pertanto lo nascose tra gli elfi. A loro, ella donò la stella più luminosa. Aragorn, conosciuto tra gli elfi con l’appellativo di Estel, crebbe e divenne l’incarnazione persistente della speranza.

Aragorn ed Elrond, poco prima di salutarsi, ripeteranno quanto la moglie di Arathorn era solita dire: “Ho dato la speranza ai dunedain, non ne ho conservata per me.”  E’ giunta l’ora che Aragorn assuma le fattezze della speranza, e si erga a stella guida di tutti. Brandendo la sua nuova spada, e animato da un ritrovato impulso, Aragorn s’incammina verso i Sentieri dei Morti. Avrebbe voluto compiere questo rischioso viaggio da solo, ma i suoi fedeli amici, Legolas e Gimli non glielo permisero.

I tre avevano cominciato quest’avventura insieme, ed insieme l’avrebbero finita.

"Legolas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Legolas del Reame Boscoso

Una lunga chioma flava cingeva un volto lindo, nel cui centro vi erano incastonati occhi azzurri, vigili e sapienti, che tanto avevano visto del mondo. Costui era abbigliato con i colori della natura. Una considerevole dose di verde agghindava la sua veste ed una traccia di marrone ciò che ne restava. Ghirigori ed ornamenti elfici guarnivano il suo abito, impreziosendolo come ricami cuciti sulla seta. Legolas, l’elfo regale di Bosco Atro, giunse a Gran Burrone col suo fedele corsiero. Lungo la schiena portava un arco con una faretra colma di frecce e alla cintura due lunghi pugnali dai manici d’oro. L’erede di Thranduil scese da cavallo e tornò a rimirare le bellezze della valle di Rivendell.

Quando tutto ebbe inizio, quando la Compagnia dell’Anello vide l’albore della nascita, Legolas prese parte al Concilio di Elrond, deciso a prestare il proprio aiuto. L’elfo conosceva Aragorn sin dalla sua giovinezza, e nutriva per lui un affetto profondo e sincero. Fu proprio Legolas a difendere Aragorn dalla stolta accusa di Boromir, che lo definì un mero “ramingo”. Legolas scattò diritto, e tenne a precisare che Aragorn “Non era un semplice ramingo, ma l’erede al trono di Gondor”. Legolas nutre per Aragorn l’affezione di un migliore amico e, al contempo, la premura di un padre. Legolas era vecchio. Vecchio come un elfo di aurea levatura, e pertanto eternamente giovane ed in forze. La nascita di Legolas risale ai primi anni della Terza Era. Egli visse per svariati secoli, ed assistette ai molteplici cambiamenti della Terra di Mezzo. In virtù della sua “anzianità”, Legolas provava per Aragorn ciò che, in seguito, proverà anche per Gimli, vale a dire il sentimento di un’amicizia inattaccabile e l’amorevolezza di una figura saggia e paterna. 

Legolas era alto e slanciato, come tutti gli altri elfi suoi analoghi. Qualcuno, cadendo in errore, avrebbe potuto supporre che la sua statura fosse la più solenne tra i 9 della Compagnia dell’Anello. Prerogativa dei discendenti di Numenor era una vistosa altezza. Aragorn, conseguentemente, risultava essere il più alto dei 9 compagni, persino più alto dell’elfo di Bosco Atro. Questi si distingueva come un arciere formidabile, ed un combattente agile ed inafferrabile. La sua vista acuta era in grado di adocchiare e discernere luoghi e creature sfuocate ed elusive. Con ogni suo gesto, Legolas estrinsecava l’etereità della sua razza. In particolare, sul passo di Caradhras, quando la neve fioccava copiosa, flettendo le resistenze umane dei suoi amici, Legolas non avvertì alcun freddo né patì la tormenta. Come una creatura di stoica resistenza, egli neppure risentiva del gelo, udendo per primo l’empia voce di Saruman dispersa nell’aria.

Legolas è un essere assennato e paziente, altruista e generoso. Sin dall’inizio, quando siederà nel consiglio di Elrond, egli non si lascia coinvolgere nelle discussioni con Gimli, evitando di redarguire il suo futuro amico quando questi lo aveva accusato di voler assumersi il compito di distruggere l’anello. Soltanto per un breve momento Legolas perderà le proprie sicurezze, e non farà uso della sua notoria pacatezza. Quando gli eserciti di Isengard marceranno sul Fosso di Helm, Legolas si farà prendere dalla disperazione e confiderà ad Aragorn che non vi è speranza e che tutti i presenti sarebbero morti. Poco dopo aver ascoltato quanto detto dall’elfo, Aragorn si infurierà, affermando con fierezza che sarebbe morto volentieri come un uomo di Rohan, consapevole che le possibilità di poter sopravvivere si erano ridotte ulteriormente. Per una volta, Aragorn, il più “giovane”, mostrò la fiducia che il più “anziano” non avrebbe mai dovuto far vacillare in sé. Legolas se ne renderà presto conto, e, con la sua grande sapienza, si riconcilierà immediatamente con Aragorn.

Col trascorrere dei giorni, Legolas e Gimli stringeranno un rapporto di grande amicizia. Gli elfi ed i nani, da sempre divisi da un’incomprensibile rivalità verranno finalmente accomunati.

Legolas seguiterà sempre a proteggere i suoi più fedeli amici, Aragorn e Gimli, quei “bambini” così come una volta egli stesso lì definì negli scritti del Professore. E li difenderà come un padre. Quando Gimli verrà minacciato da Eomer, sarà proprio Legolas ad armare il suo arco per schermare il suo amico e, al Fosso di Helm, sarà sempre Legolas a salvare i due lanciando loro una corda e issandoli lungo le mura, verso la salvezza. Nuovamente nella battaglia finale davanti al Cancello Nero di Mordor, Legolas si preoccuperà di Aragorn, prossimo ad essere sopraffatto dalla carica di un troll.

Da questi piccoli dettagli, si può notare come Legolas protegga i suoi amici con la dedizione di un amico e di un vecchio guardiano.

"Gimli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gimli, figlio di Glóin

Il concilio di Elrond avrebbe presto avuto luogo. Membri appartenenti alla razze più disparate sarebbero accorsi per presenziare. Poco distante da Legolas, una figura tarchiata si fece avanti. Due occhi buoni e delle guance paffute si intravedevano al di sotto di un elmo argenteo, ed un naso pienotto spuntava da un viso quasi del tutto “taciuto” da una fitta peluria che si estendeva sino alla pancia carnosa.

Gimli era un nano della dinastia di Durin, figlio di Glóin, uno dei componenti della compagnia di Thorin Scudodiquercia. Egli visse per molti anni ad Erebor, dopo che suo padre ed i suoi familiari espugnarono la Montagna Solitaria. Gimli era un nano astuto e risoluto, sin dalla giovane età. Molto tempo prima, quando il padre partì per raggiungere Thorin, Gimli espresse il desiderio di seguirlo, e di prendere parte alla comitiva capeggiata da Gandalf il Grigio. Tuttavia, fu ritenuto dal genitore troppo giovane per partecipare ad una missione così pericolosa. Gimli, allora, attese, aspettò che la vita gli riservasse l’occasione di dimostrare la propria determinazione e fermezza.

Gimli ricordava ciò che sin dai tempi più antichi veniva detto sugli elfi. “Non rivolgerti agli Elfi per un consiglio, perché ti diranno sia no che sì.” Come tutti i suoi simili, egli diffidava di loro, reputandoli furbi ciarlatani. “Nessuno si fida di un elfo” – sbraitò nel primissimo diverbio che ebbe con Legolas. Ciononostante, quando Gimli si proporrà come rappresentante dei nani all’interno della Compagnia dell’Anello, egli comincerà ad interagire con Legolas. In principio, i rapporti tra i due furono tesi, poiché Gimli conservava ancora tristi memorie nel suo cuore. Egli rammentava che Thranduil, padre di Legolas, tenne prigionieri nel proprio palazzo Glóin ed i suoi congiunti durante la loro peregrinazione verso Erebor. I torti subiti dalla stirpe nanica vengono fatti propri da Gimli, il quale va fiero della sua distintiva razza. Gimli è, infatti, un nano orgoglioso ed altero, estremamente dotato in combattimento. Brandisce un’ascia massiccia con cui è in grado di abbattere orchi ed Uruk-hai con la medesima semplicità.

Il suo legame affettivo con i suoi affini è tanto profondo. Gimli fu il primo a proporre a Gandalf di attraversare le Miniere di Moria, poiché era convinto che, in quei luoghi, Balin avesse ricostituito il reame di Nanosterro. Quando Gimli oltrepassò i cancelli occidentali e vide, con sgomento, che Moria si era tramutata in un sepolcro, fece sì che un urlo di dolore si levasse alto, svanendo come un’eco nella profondità della Terra.

Nel giorno seguente, Gimli rinverrà la tomba di Balin, scorgendola in una camera che era stata assediata. Si inchinò dinanzi ad essa e pianse. Una luce proveniente da un uscio scavato nella pietra irrompeva dall’alto, illuminando il loculo. L’avello era cinto dai resti scheletrici di altri nani, massacrati dagli orchi e dai troll di caverna. Gandalf troverà un tomo impolverato, stretto tra le mani ossute di un vecchio e caro combattente. In quel volume, Gandalf leggerà gli ultimi momenti di lotta vissuti dai nani che tentarono di riconquistare il reame dannato di Moria. Gimli ricaverà dalla morte dei suoi simili la forza e la vanagloria per affrontare le tenebre che avviluppavano Nanosterro. Egli manifestò la sua audacia quando, irto sulla tomba di Balin, prese le sue asce e disse: “Che vengano pure, troveranno che qui a Moria c’è ancora un nano che respira!”.

Gimli capì quel giorno che si sarebbe elevato e sarebbe stato, un giorno, considerato uno dei nani più celebri ed importanti dell’intera storia di Arda. Gimli fu il solo nano a sopravvivere alle miniere e fu, altresì, il solo a comprendere e a rimirare la bellezza degli elfi. Ammaliato dallo splendore di Lady Galadriel, Gimli imparerà ad apprezzare la grazia elfica, e deciderà di custodire la ciocca dorata. Col passare del tempo, Gimli stringerà una profonda amicizia con Legolas, abbattendo ogni divisione.

Quanta grandezza vi è nel cuore di Gimli? Egli è l’unico nano a combattere le battaglie più importanti della Guerra dell’Anello. Mentre tutti i suoi conformi si ritirarono nelle montagne, indifferenti al dramma arrecato da Sauron, Gimli fu l’unico ad ergersi come rappresentate della propria razza. E così fu ugualmente il solo ad ammirare l’essenza degli elfi, a provare amore ed amicizia per loro.

Gimli è un guerriero implacabile e feroce ma anche un dispensatore di gioia e di sorrisi. Peter Jackson scelse Gimli come personaggio ideale per distendere la tensione ed elargire felicità. Gimli appare, infatti, molto simpatico non soltanto per il pubblico che lo osserva ma anche per gli stessi personaggi. Éowyn, triste e affranta dai mesi di prigionia vissuti nel suo castello con lo zio, divenuto inavvertitamente schiavo del maleficio di Saruman, tornò a sorridere per la prima volta proprio grazie a Gimli.

Il nano raccontava aneddoti bislacchi sulla sua specie e poi, quando il suo cavallo s’imbizzarrì e corse d’improvviso, egli cadde rovinosamente giù, suscitando le risate affettuose della dama di Rohan. Gimli dona vivacità, brio, felicità a coloro che lo osservano. Ed è forse questo il più grande pregio di un personaggio astuto e di un guerriero imbattibile.

Aragorn, Legolas e Gimli sono vincolati da un’amicizia incrollabile. Nel rapporto tra un elfo, un uomo ed un nano non vi è disparita, non vi è differenza. E’ questa una metafora che tutti dovrebbero dedurre e fare propria per comprendere come tutti i figli della Terra siano uguali nelle loro diversità, poiché ogni diversità può essere una risorsa conoscitiva.

Alla vigilia della battaglia, Aragorn prenderà la via verso il labirintico Sentiero dei Morti. Legolas e Gimli, amici fedeli, non lo lasceranno solo. Poiché nella vera amicizia non vi è considerato l’abbandono.

  • Solo un’ombra ed un pensiero

Éowyn era sveglia, cauta e vigilante come da consuetudine. Rimase accorta anche in piena notte. Vide coi suoi occhi attoniti Aragorn andare via. Tentò di fermarlo, ma egli, garbatamente, le disse che doveva lasciarla. Éowyn confessò implicitamente il suo amore al ramingo, ma questi, cortese come solo i puri di cuore sanno essere, le rispose che non poteva ricambiare e offrirle quello che tanto desiderava. Il cuore di Aragorn apparteneva ad Arwen, qualunque cosa fosse accaduta.

Éowyn si intristì. Ella, innamorata di un’ombra e di un pensiero, assimilò la forza dalla delusione, la spavalderia dall’amarezza. Respinta delicatamente dall’uomo di cui si era invaghita, Éowyn poté incanalare il proprio cordoglio e mutarlo in coraggio. Bramando di morire dando la propria vita per i suoi cari, la creatura femminile escogitò il modo di scendere in guerra.

Ella si avvicinò allora a Merry, anch’egli respinto dai più. Éowyn era una principessa “ignorata” ed una donna trascurata dai soldati. Merry, dal canto suo, era soltanto un mezzuomo, non un uomo integro. La portata del suo braccio non era stimata dagli altri guerrieri e la sua modesta stazza era fonte di derisione. Nessun cavaliere lo avrebbe voluto come fardello. Merry voleva combattere per i suoi amici, ma nessuno credeva in lui. Soltanto Éowyn intuì la forza nascosta nel suo cuore. Ella veniva sottovalutata dagli uomini stolti, poiché era “soltanto” una donna, Merry, invece, veniva sottostimato in quanto minuto. Restando vicini, Éowyn e Merry paleseranno come le semplici apparenze siano fuorvianti. Éowyn si travestirà da soldato e, in incognito, si infiltrerà tra i ranghi dei rohirrim.

Il coraggio e l’eccezionale forza delle donne vengono espressi pienamente dalla principessa di Rohan. Analogamente a quanto fatto da Arwen, Éowyn dimostrerà che nessuno potrà mai decidere per sé stessa al suo posto. La dama di Rohan cavalcherà verso Gondor, calpestando le discriminazioni e diventando un’eroina.

Merry seguirà la bella fanciulla. Lo Hobbit era stato da poco eletto scudiero di Rohan. Anche Pipino, il suo amico lontano, aveva guadagnato la carica di Guardia della Cittadella. Entrambi, però, sapevano che le loro investiture erano poco più che patine di poco valore. Avrebbero dovuto dimostrare nei momenti topici cosa erano davvero capaci di fare. Pipino, da una parte, salverà la vita a Faramir, preda del folle volere distruttore del padre, Merry, a sua volta, salverà Éowyn, durante il combattimento con il Re Stregone di Angmar. Faramir ed Éowyn, salvati dai due hobbit, si incontreranno nelle case di cura di Minas Tirith e lì si innamoreranno.

  • La carica dei rohirrim

Seimila lance furono scosse, altrettanti scudi frantumati. L’esercito di Sauron aveva asserragliato Osgiliath. Innumerevoli legioni si protrassero sino ai campi del Pelennor, occupando l’intera vallata. Con le catapulte, gli orchi avevano inferto i primi danni alla struttura esterna di Minas Tirith. Il cancello principale fu brecciato e molti orchi riuscirono ad invadere i vari livelli della città, seminando morte. Gandalf e Pipino si rifugiarono nella cittadella. Gandalf volle infondere serenità al suo piccolo amico. Egli giudicava Pipino come un avventato ed uno sciocco. Più volte, a Moria, volle rimproverarlo per la sua leggerezza. Quando la morte sembrò vicina, Gandalf notò, forse, la sensibilità di Peregrino Tuc, il quale stava già pensando alla fine. A quel punto, Mithrandir volle tranquillizzare lo hobbit, ricordandogli che la morte è soltanto un’altra via, che dovremmo prendere tutti. Una volta valicato il “paradiso”, ogni anima trapassata può contemplare bianche sponde ed un verde paesaggio sorto sotto una lesta aurora.

La descrizione astratta, evocativa, di questo regno celestiale compiuta da Gandalf, corrisponde al credo religioso, al sogno dell’infinito. I mortali sperano che dopo la fine ci possa davvero essere l’immortalità dell’anima in un giardino di nuvole.  Le bianche sponde tratteggiate dalle parole dello stregone ristorano lo spirito dei credenti e danno loro la forza necessaria per sostenere l’ultimo passo. Ma non era ancora l’ultimo atto!

Un corno risuonò nella notte. L’alba era prossima a sorgere e le armate dei Rohirrim erano sopraggiunte. Théoden caricò il temperamento dei suoi uomini. Urlò: “Morte! Morte!” – il monarca di Rohan. Egli sapeva che sarebbe caduto in guerra e voleva far sì che la fama dei Signori dei Cavalli echegiasse nell’eternità.Théoden non pensava in quell’ultimo discorso alle bianche sponde che presto avrebbe mirato. Il paradiso agognato dal Re era la memoria. Egli avrebbe vissuto nella casa dei suoi padri e nelle illimitate reminiscenze della sua gente. Con la morte i Signori dei Cavalli avrebbero ottenuto la vita eterna, nel ricordo, nella tradizione, nel racconto di ogni generazione. I rohirrim marciarono, dunque, sui Campi del Pelennor con incredibile audacia e travolsero i reggimenti avversari.

  • L’approdo degli Haradrim

La vittoria era vicina. Le schiere di Sauron, benché più numerose, non poterono contrastare le incursioni disperate degli uomini. Quando tutto sembrò volgere per il meglio, versi atroci rimbombarono nel vento da un breve distacco. La terra tremò, scossa da arti titanici poggiati ritmicamente sulla distesa. 

La cinepresa di Jackson inquadrò il volto stupefatto del regnante, poi seguì l’espressione sconvolta di Éomer. I rohirrim stavano osservando l’avanzata di una legione dalla devastante capacità offensiva. I soldati, impietriti ed esterrefatti, vennero colti dal timore. Jackson, similmente a quanto fece Steven Spielberg nel suo “Jurassic Park”, volle volgere il suo sguardo impassibile sui volti allibiti dei personaggi sulla scena, intenti ad osservare le mastodontiche sagome di alcuni animali. Il regista neozelandese non volle anticipare ciò che Théoden e gli altri stavano guardando, desiderò, invece, che gli spettatori avvertissero il pericolo attraverso lo sguardo inquieto degli eroi lì presenti. Sia in “Jurassic Park” che ne “Il ritorno del Re”, il pubblico percepisce l’avvento di un essere colossale mediante l’espressione intimorita dell’essere umano.

Gli Haradrim pervennero dal sud su enormi pachidermi. Una sfilza di Olifanti muoveva verso le mura di Minas Tirith. Tali fiere avrebbero raso al suolo tutto quello che si sarebbe parato loro davanti. Tolkien, forse ispirato dalle tecniche e dalle strategie belliche dell’antico condottiero cartaginese Annibale, ideò la razza degli Haradrim. Annibale era solito servirsi di grandi pachidermi tra gli schieramenti dei suoi eserciti. Nell’universo di Tolkien, i mûmakil erano elefanti grigi, con zanne d’avorio affilate e una mole possente. Alti più di un edificio, gli Olifanti venivano addomesticati dagli Haradrim e utilizzati come infallibili pedine di una scacchiera. In guerra, venivano dispiegati davanti potendo aprire ogni varco. L’enorme stazza di questi animali si rivelava adeguata per sbaragliare le unità avversarie e per abbattere ciascuna resistenza.

Nei Campi del Pelennor, i mûmakil sgominarono le fila dei rohirrim, generando il panico e lo scompiglio. I Rohirrim attinsero comunque ulteriore coraggio e riuscirono a tener testa alle titaniche creature. Nel caos del conflitto, Théoden venne artigliato da una creatura alata. Il re Stregone di Angmar spezzò il corpo del regnante di Rohan. Prima che la cavalcatura alata si cibasse dei suoi resti, Éowyn sopraggiunse e affrontò gli oscuri poteri del signore dei Nazgul. La ragazza trafisse il Re Stregone, colui che nessun uomo avrebbe mai potuto uccidere.

Una donna si innalzò oltre la più fulgida speranza ed abbatté un terribile male. Théoden spirò poco dopo, tra le braccia di sua nipote. Aveva raggiunto quello che anelava. Il ricordo di lui perdurerà per sempre tra i fuochi scintillanti ed imperituri dei più grandi monarchi di Rohan.

"Re Stregone di Angmar" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • I Sentieri dei Morti

Un fiore nacque su di un lattiginoso ramo. L’albero di Gondor destò le sue braccia dal sonno e dai suoi polmoni lignei soffiò un alito di rinascita. Nessuno notò quel fiore. L’albero sentì che qualcosa stava avvenendo, che un Re stava rientrando, e risorse. Sul cammino verso il Monte Fato, anche Frodo e Sam videro la statua di un vecchio Re. La scultura era stata deturpata. La testa del sovrano ritratto, recisa dal resto dell’opera, giaceva a terra, sul verde manto. La fronte era adornata da fiori colorati che nel frattempo erano spuntati e che adesso formavano una sorta di corona attorno al capo del Re. La natura lo aveva capito: Aragorn era prossimo a salire sul trono di Gondor.

"Il ritorno del Re" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quel tempo, Aragorn si addentrò nei dintorni del Dwimorberg e perdette la diritta via. L’aria era diventata glaciale. I tre viaggiatori non incontrarono altrettante fiere sul loro cammino ma avvertirono la sensazione che il calore dei loro corpi gli fosse stato sottratto.

Aragorn procede silente, incamminandosi in una selva oscura. Arrivato ad una porta scavata nelle viscere della montagna, l’erede di Isildur varcò la soglia, spingendosi in quel regno di morte dove la malvagità ristagnava e poteva essere respirata come un effluvio maleodorante. Aragorn si incamminò verso quella città dolente, tra l’eterno dolore e la gente perduta. Come il sommo poeta, il ramingo discese nelle tenebre di un inferno terrestre e giunse nei pressi di un limbo sconsacrato. Gimli non aveva ancora ben chiaro cosa si celasse nei meandri di quella catena montuosa. Fu Legolas ad illuminarlo.

Legolas, rivestendo il ruolo di guida in questa discesa “agli inferi” nelle tenebre più tetre, assume i contorni del saggio Virgilio, il quale spiega ciò che nel buio attende d’essere liberato. Legolas racconta a Gimli che un tempo, un esercito negò aiuto ad Isildur quando questi ne ebbe necessità. Isildur maledisse quei soldati, imprigionandoli tra la vita e la morte. Essi non avrebbero avuto pace sino al giorno in cui riscatteranno il loro onore.

Gimli rabbrividì nel percorrere il Sentiero dei Morti. I tre si protrassero sino ad una sala dimenticata. Aragorn, Legolas e Gimli non avevano raggiunto l’Ade, ma era come se si trovassero in un Antinferno. Laggiù, gli ignavi vagavano come anime in pena. Essi non avevano preso posizione nella loro vita, non mantennero mai la loro parola, il loro giuramento. I soldati di Isildur erano diventati spettri crudeli e privi di alcuna dignità. Nella vita preferirono astenersi dai loro compiti. E così come il Celestino V dantesco non si preoccuparono mai d’adempiere ai loro doveri, ai loro obblighi. Il Re dei Morti ed i suoi sudditi erano pigri, negligenti, anonimi, persone senza infamia e senza lode, incapaci di scegliere, impossibilitati ad optare per il bene o per il male. I fantasmi, da vivi, preferirono sottrarsi, restare in disparte senza partecipare alla battaglia. Agirono meschinamente, senza schierarsi mai a favore di un solo vessillo.

Aragorn incontrerà il Re dei Morti, il quale tenterà di ucciderlo. Nessuno può lambire la pelle di un non-morto, eccetto Aragorn, in quanto erede di Isildur. Il ramingo, per mezzo di Andúril, respinse l’attacco del Re. Questi rimase stupefatto nel notare che Aragorn poteva toccarlo. Nella versione cinematografica, il doppiaggio del Re dei Morti è differente rispetto a quello della versione estesa per una sola frase. Nel primo adattamento, esso dirà: “Quella stirpe fu spezzata” – riferendosi alla dinastia di Aragorn. Nel secondo adattamento, dirà: “Quella lama fu spezzata”, riferendosi a Narsil. Appare evidente, anche da queste differenze stilistiche e di parole, quanto la spada Andúril rappresenti, nella sua integrità, la ricostruzione della casata dei Re. Notando quella lama e vedendo Aragorn implorare il loro aiuto, i morti compresero chi avevano dinanzi: il vero erede al trono, l’unico che potrà liberarli dalla loro morte vivente.

I morti accetteranno di combattere per Aragorn. Gli ignavi compiranno finalmente una scelta.

Aragorn, Legolas e Gimli, in testa all’esercito dei Morti, raggiungeranno le sponde di Gondor. Sui Campi del Pelennor ristabiliranno il dominio degli uomini, decimando gli eserciti nemici. Aragorn lo aveva giurato a Boromir in punto di morte: pur non sapendo quanta forza aveva nel suo sangue, non avrebbe mai permesso che Minas Tirith cadesse. E così fu!

  • Futuro nebuloso

Aragorn entra nella sala del re. Restando solo, il figlio di Gilraen pone la mano sul Palantir. Aragorn getta il suo guanto di sfida a Sauron. Egli vuole che l’Oscuro Signore cada nell’agguato e creda che gli uomini siano tanto sfrontati da attaccarlo a viso aperto. Aragorn vuole azzardare un ultimo tentativo. Riunendo gli eserciti di Rohan e Gondor, egli vuol marciare sul Nero Cancello, così da catturare lo sguardo di Sauron e tenerlo fisso su di sé. Sam e Frodo, se fossero vicini al Monte Fato, avrebbero la concreta possibilità di passare inosservati e giungere sino al baratro infuocato. Con il Palantir, Aragorn intima Sauron alla resa ma questi, riconoscendolo, gli mostra Arwen, inerte e cerea. Aragorn ne resta spiazzato, temendo che Arwen sia morta. In preda allo sconforto, Aragorn libera la presa dal Palantir e fa cadere, inavvertitamente, la Stella del Vespro al suolo. Ciò che aveva sognato si è avverato: la Stella del Vespro si è dissolta. Il futuro visto tra il sonno e la veglia da Aragorn si è avverato, ma non del tutto. Ciò vuol dire che la visione avuta da Arwen da sveglia è errata? Eldarion non avrà più la gemma elfica attorno al collo?  Neppure lui esisterà più?

Invero, come specificato da Elrond, il futuro in cui vi è ancora vita per Arwen è quasi scomparso. Già, ma non completamente! Aragorn si appella alla flebile speranza che il male promanato da Sauron possa venire assoggettato e sconfitto e per questo decide di marciare su Mordor.

  • Padre e figlio

Faramir non poté far nulla. Osgiliath venne asserragliata ed invasa col favore della notte. Boromir l’aveva difesa prodemente tempo prima. Faramir non riuscì a fare altrettanto. Le truppe nemiche erano superiori in numero. Con l’occupazione di Osgiliath, l’esercito di Sauron avviò la propria mobilitazione sulla valle. Il fallimento di Faramir avrebbe portato all’attacco a Minas Tirith. Faramir era soltanto un uomo, non poteva fermare da solo le inarrestabili sortite nemiche. Eppure, Denethor vedeva in lui l’inabilità, l’inettitudine. Il Sovrintendente di Gondor versava ancora lacrime per la morte di Boromir, il suo figlio adorato. Nella sua oscura follia, egli arrivò persino a confessare la propria indifferenza nei riguardi di Faramir. Denethor avrebbe voluto che i posti dei suoi figli fossero stati scambiati. Avrebbe agognato che Boromir vivesse e che Faramir perisse. Un pensiero orribile tramutato in parole ed in un’esternazione quando proferì tale agghiacciante verità.

Denethor credeva di aver perduto Boromir in guerra. Non capì mai che egli perdette suo figlio nel momento in cui volle ordinargli di portare l’anello a Gondor. Quel pensiero mellifluo e insidioso offuscò la saggezza del primogenito. Boromir avrebbe tenuto l’anello per sé, non lo avrebbe ceduto ad alcuno, non si sarebbe più destituito da una simile possessione. Denethor condusse suo figlio alla morte ben prima degli assalti operati dagli orchi. Faramir ne era consapevole, cercò di avvisare il proprio genitore sul triste fato a cui andò incontro Boromir ma senza riuscirci. Denethor ordinò a Faramir di condurre un nuova offensiva su Osgiliath. La volontà del Sovrintendente divenne follia. Faramir accettò, come ogni buon soldato volle assecondare l’ordine del proprio comandante. Non agì come un uomo colto qual era, neppure come un assennato studioso, rifiutando quell’atto suicida, volle compierlo, poiché Faramir si comportò come un figliolo ubbidiente, devastato dalla mancanza di approvazione del padre.

Poco prima che la guerra cominciasse, il Capitano di Gondor guidò i suoi soldati. Tutti li accolsero in un corteo funebre, salutandoli. In quella folla fiacca ed angustiata, è possibile scorgere il volto di due piccoli bambini che osservano: un maschietto ed una femminuccia. Non è la prima volta che questi due pargoletti compaiono sulla scena. Se si osserva attentamente, si può notare come Jackson abbia inserito questi due piccini in tutti e tre i film. Per la prima volta, essi apparvero ad Hobbiville, durante il racconto di Bilbo circa la sua disavventura con i troll. I due fanciullini tornano nel capitolo successivo, rivestendo due ruoli differenti. Essi ne “Le due torri” restano nascosti nelle grotte del Fosso di Helm, sorretti dall’abbraccio di alcuni famigliari. Ne “Il ritorno del re”, i bambini fanno parte della folla di Gondor. In tutti e tre i capitoli della trilogia, essi osservano, silenti, gli eventi come piccoli spettatori immersi nella pellicola.

Faramir avanzò verso gli avversari. Nel frattempo, Denethor, incurante, si accinse a pranzare. Si cibava con poca eleganza il Sovrintendente, sporcandosi continuamente il viso. La rozzezza delle sue scelte viene esternata dal modo volgare con cui si nutre. Quando Faramir verrà trafitto dalle frecce, la bocca di Denethor sarà macchiata di rosso, come se dalla sua bocca fuoriuscisse il sangue del proprio figlio. Con la sua ria lingua e con le sue labbra maligne, Denethor condusse i suoi figli alla morte. Quella scia rossa che cola lungo il suo mento evoca il sangue di un nobile che ha banchettato sul corpo morente del proprio figlio. Denethor, similmente al Conte Ugolino citato dall’Alighieri nella “Divina Commedia”, ha “desinato” sui resti del proprio eroico discendente.

Ma Faramir non morì. Riuscì a sopravvivere e, grazie al provvidenziale intervento di Pipino, raggiunse molto dopo le Case di Guarigione di Minas Tirith.

"Eowyn e Faramir" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Moglie e marito

Éowyn fu trovata stesa a terra, morente. Éomer la scorse lontano e gridò devastato. Fu trasportata alle case di cura. Ivi venne guarita da Aragorn che rimarginò le ferite del suo corpo, anche se nulla poté fare per cicatrizzare la ferita che, non volendo, aveva inciso nel cuore della dama di Rohan. Nel sangue di Aragorn scorreva il potere della guarigione dei Numenoreani. Éowyn si riprese in fretta, ed in quel luogo incontrò Faramir.

Éowyn avrebbe desiderato morire in battaglia. Non le importava più niente. Credeva che la vita non potesse elargirle alcuna felicità, e avrebbe voluto lasciare di lei una meravigliosa reminiscenza. Ella capì a poco a poco che la vita poteva ancora riservare molto per lei. Vide allora Faramir. Anch’egli aveva tentato di morire. Non per la gloria, certo, ma per un desiderio di approvazione. Faramir avrebbe voluto far ricordare il proprio nome al padre, e aveva creduto che soltanto morendo ci sarebbe riuscito.

Éowyn non fu ricambiata da Aragorn, colui che per lei rappresentava un amore carnale e spirituale; Faramir, dal canto suo, non ricevette mai l’amore paterno che egli, da figlio, si sarebbe aspettato di avere dal genitore.  Faramir ed Éowyn, entrambi feriti nel corpo da una guerra infausta e nel cuore da un amore non corrisposto, cominceranno a guarire insieme.

Poco distante dal Cancello Meridionale del regno, nella sesta cerchia di Minas Tirith, il secondogenito di Denethor si rimise in piedi. Volse lo sguardo in quei luoghi di asilo. Scorse i feriti, i malati, sorretti dalle amorevoli premure dei guaritori. Di colpo, Faramir mirò una bella creatura dai lunghi capelli impegnata a guardare l’orizzonte da un’altura. Gli occhi del gondoriano furono irradiati dalla fioca luce che dal corpo della fanciulla stillava. Éowyn sembrava essere una debole candela, la cui fiamma esigua consumava la poca cera rimastale. Un soffio di brezza avrebbe potuto “zittirla” del tutto. Éowyn era spenta come una mattina di pallido autunno, eppure, il Capitano di Gondor vide in lei un percettibile volere di fioritura. Ella era pronta a germogliare, a maturare come una donna felice in un giorno di primavera. Éowyn osservava gli eserciti procedere verso Mordor. In lei albergava la forza di combattere ancora. Eppure, quando Faramir le si avvicinò, i pensieri bellicosi svanirono del tutto ed Éowyn venne permeata dalla pace e da un affetto rifulgente. Lontana da ogni conflitto, Éowyn tornò a risplende di serenità.

Faramir adorava la scrittura, i vecchi racconti, la letteratura e la poesia. Fu finalmente felice di depositare arco e faretra. Si portò nei pressi della donna e i due si conobbero. L’affinità di Faramir accrebbe la fiammella dell’animo della dama e la candela tornò ad irrobustirsi.

L’amore tra Éowyn e Faramir non sboccia causalmente nelle Case di Guarigione. Il più puro e coinvolgente dei sentimenti può curare un corpo fiacco ed un’anima spenta più di qualsiasi altro rimedio. Il Capitano di Gondor e la signora di Rohan leniranno le proprie ferite vicendevolmente con la levità di una carezza e la dolcezza di un abbraccio. Sarà l’amore a ritemprare i loro fisici dimessi ed il loro spiriti fiacchi.

Al mattino, sulla terrazza, Faramir baciò Éowyn sotto un cielo assolato. Ambedue deposero le loro armi a terra, e, finalmente liberi, si tennero per mano.

  • La distruzione dell’Unico Anello

Frodo e Sam giacevano sui pendii del Monte Fato. Frodo non aveva più alcuna forza, si era ormai abbandonato all’abbraccio della calda roccia. “Non credo ci sarà un viaggio di ritorno, padron Frodo” – tuonò Sam. Lo hobbit aveva perduto la speranza. Sam esternò un pensiero opposto a quello pronunciato giorni prima. I due mezzuomini erano esausti. Sebbene provati dal convincimento che non sarebbero sopravvissuti all’impresa, Frodo e Sam continuavano a salire. Frodo si trascinava, ma il peso dell’anello divenne insopportabile. Più le fiamme del Monte Fato si facevano vicine più l’anello aumentava l’onere della propria custodia.  Sul collo dello hobbit si erano formate piaghe e lesioni, come se l’Unico stesse divorando la carne del suo portatore. Sam si fece carico del fardello, senza mai toglierlo al proprio padrone. Sollevò Frodo sulle sue spalle e salì sino al passaggio.

Sam non fu mai tentato. Non patì la corruzione dell’Unico. Ne ignorò sempre le cupe voci, le oscure esalazioni. L’anello non poteva soggiogare l’animo di Sam, troppo candido. Sam non ambiva a padroneggiare alcun potere, non aspirava ad assoggettare alcun avversario. I suoi pensieri erano rivolti alla propria casa, la sua amata terra. Non vi era menzogna, non vi era cupidigia, non vi era avidità negli occhi di Sam. L’anello non poteva servirsene. Conseguentemente, esso fece effluire tutte le sue arti oscure per curvare la tempra di Frodo sino a condurlo allo stremo. Frodo non ce l’avrebbe fatta senza Sam e, ugualmente, Sam avrebbe sofferto sin troppo se fosse stato il solo portatore dell’anello. Ambedue, spalleggiandosi, riuscirono ad adempiere a questo viaggio. Un’amicizia profonda legò Frodo a Sam. Persino quando il padrone commise un grave errore e preferì seguire Smeagol a discapito di Sam, l’amicizia tra i due non si dissolse. Sam comprese che Frodo agì con stoltezza ma non fece nulla per fargli pesare il suo smacco. Tornò indietro e salvò coraggiosamente il suo amico. Sam sostenne il combattimento contro chiunque osasse intralciare il cammino verso la fine. Nonostante venisse fronteggiato da esseri più grandi e potenti di lui, Sam non si diede mai per vinto e riuscì a imporsi con la stoffa incomparabile del proprio carattere. Sam da “spalla” divenne l’assoluto protagonista.

Sam, il più grande degli eroi, nel mentre saliva e trasportava il proprio padrone sulla schiena, pensò al panorama verdeggiante della Contea. Egli rimembrò la bellezza della valle d’estate, la limpidezza del fiume Brandivino e la sua fresca acqua. Ma soprattutto, Sam ammirò l’immagine, custodita nei suoi ricordi, di Rosie Cotton. Nel calore infuocato del vulcano attivo, Sam fu investito dalla frescura di una memoria che gli carezzò le guance stanche. Rosie ballava felice, e teneva tra i capelli nastri bianchi che accentuavano ancor di più il biondo dei suoi ricci. Quella parvenza materializzatasi nella sua fantasia più nitida, servì a Sam per compiere l’ultimo sforzo. Raggiunto il valico del Monte, Sam e Frodo furono aggrediti da Gollum. Come previsto da Gandalf, Gollum avrebbe svolto un ruolo cruciale sul finale di questa storia. Infine, Smeagol scelse il male, optò per essere ricordato solo e soltanto come Caino, or dunque come un assassino.

Poco distante dal Monte Fato, Aragorn capitanò gli eserciti di Gondor e Rohan. Non vi era alcuna possibilità di vincere con la forza delle armi. Quello orchestrato da Aragorn sarebbe stato l’ultimo atto per dare tempo a Frodo. I popoli liberi non possedevano certezza. Non sapevano se il portatore dell’anello fosse effettivamente in procinto di raggiungere la voragine di fuoco. Aragorn per primo doveva soltanto sperare.

Aragorn e Gandalf riposero le loro ultime aspettative nei loro cuori. Lo fecero da sempre. Durante i festeggiamenti per la vittoria alla roccaforte di Helm, Aragorn prese Gandalf in disparte e gli disse che di Frodo non vi era alcuna notizia. Gandalf apparve pavido. Aragorn allora gli suggerì di pensare fortemente a Frodo e capire cosa il suo cuore gli sussurrava. Gandalf sorrise, poiché spesso il cuore è più saggio della ragione stessa. Affidandosi ai loro cuori, ai loro sentimenti, gli eroi caricarono verso i nemici, confidando nell’impossibile.

Aragorn infuse ardore negli animi dei suoi fratelli. Non volle ingannarli. Non avrebbero ottenuto la vittoria, ma avrebbero dovuto soltanto resistere. Reggere per tutto ciò che ritenevano caro. L’era degli uomini non era ancora finita. Lo sarebbe stato un giorno. Ma non quel giorno!

Aragorn avanzò per primo e lo fece per Frodo. Pochi rammentarono Sam. Eppure, in quei frangenti, proprio Sam si contorceva nella lotta con Gollum, per facilitare l’ingresso nel valico del Monte Fato a Frodo. Ivi, il portatore fu posseduto dall’Unico e la situazione parve precipitare. Aragorn cadde a terra, schiacciato dalla forza bruta di un troll. Gli eroi della Compagnia erano spossati e stremati. Gollum ghermì l’anello e lo ammirò sorridente. Egli fece lo stesso sorriso del passato quando, da umano, osservò quel verme nauseante. Frodo rinsavì, si mise in piedi e spinse Gollum giù. Questi morì e portò l’anello con sé. Il male si disgregò. La torre di Barad-dûr collassò e l’occhio di Sauron si spense nel suo stesso fuoco. Le armate di Mordor, plasmate col potere dell’Unico, si dileguarono e gli eroi della Compagnia sopravvissero.

 Frodo rimase appeso, appollaiato alla sporgenza. Non aveva alcuna energia, stava per cedere. Giunse Sam e gli porse la sua mano. Frodo vacillò, poi scelse di afferrarla e lo hobbit lo portò su. Un momento simile i due mezzuomini lo vissero tempo innanzi. Quando Frodo volle andare a Mordor da solo, prese con sé una barca e lasciò Amon Hen. Sam lo seguì e per far fede al suo giuramento, arrivò persino a tuffarsi in acqua. Il povero hobbit non sapeva nuotare. Si perse così nel fondale, tendendo la mano verso l’alto. Frodo lo vide e allungò la presa per farlo salire a bordo.

Nel Monte Fato avvenne il contrario: Sam, in alto, avvicinò la mano e acchiappò il suo padrone. Frodo aveva salvato Sam da un sepolcro acquatico, Sam salvò Frodo da una tomba di fuoco.

I due hobbit, sfibrati, verranno recuperati da Gandalf e dalle aquile. L’impossibile divenne possibile.

"Aragorn e Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’incoronazione del sire Elessar

Gandalf pose la corona sul capo di Aragorn. Questi quasi non trasse respiro. Aveva fatto fronte ai dissidi più aspri, cionondimeno sentiva in cuor suo che l’accettazione del proprio destino da Re fosse il compito più impegnativo e ardimentoso che avrebbe dovuto ancora svolgere. I giorni di pace erano giunti. Aragorn doveva guidare la sua gente verso un radioso avvenire. Finalmente si sentì pronto per essere la stella brillante del suo reame. Aragorn, dunque, sospirò felice, e si voltò verso il popolo che lo accolse festante. Intonò un canto e camminò.

Egli intravide Arwen, nascosta dietro un drappo di seta. Il suo volto splendeva come il raggio di luna riflesso nello specchio d’acqua di un lago. Ella stringeva tra le mani una candida asta sulla cui sommità svettava un vessillo bianco. Su tale “araldico” era stato impresso l’albero di Gondor. Esso era rifiorito, aveva ripreso a vivere con il ritorno del vero Re. Petali di vario colore fioccavano dall’alto creando una magica atmosfera. Non vi era però spettacolo alcuno che potesse distogliere Aragorn dal volto della sua adorata. Arwen tenne lo stendardo e lo porse al suo amato. Ricambiò la sua espressione armoniosa ma solo per qualche istante. La dama di Gran Burrone manteneva il viso basso. Intimidita, peritosa la fanciulla tentennò, credette forse che l’incoronazione avesse mutato il cuore di Aragorn e che egli non volesse prenderla in moglie. Nella sua dolce esitazione, Arwen emanò la debolezza della sua mortalità, della sua umanità. Aragorn rimase sorpreso della timidezza della fanciulla. Per lui nulla era cambiato. Il male era stato disfatto e l’amore, adesso, poteva essere vissuto. Aragorn sfiorò le gote della nobile fanciulla ed ella sorrise, commuovendosi. A quel punto egli la baciò. Una fragranza di gioia avvolse i due innamorati. I loro occhi felici sfavillarono come stelle nel cielo. Aragorn e Arwen si abbracciarono e nulla più li separò. Il futuro più roseo venne coronato. Aragorn sposò Arwen nella città dei Re ed ella divenne la sua regina.

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  • Il Signore degli Anelli di Frodo Baggins

I quattro mezzuomini tornarono nella Contea. Frodo, Merry e Pipino faticavano ad adattarsi nuovamente allo stile di vita della Contea, Sam no! La purezza di quest’ultimo gli permise di disfarsi in fretta di tutti i residuati di Mordor e di lasciarsi quella fatica alle spalle. Egli adorava Hobbiville, non avrebbe anteposto a quel luogo nulla al mondo. Sam rientrò nella sua terra natia e poté rivedere Rosie. La conosceva sin bambino e, forse, l’amò ancor prima di comprendere cosa fosse realmente l’amore. Fino ad allora non ebbe mai l’impavidità di dichiararsi. Che ironia! Samwise l’impavido, colui che affrontò orchi e progenie di Ungoliant, che sconfisse goblin e luridi esseri, provava ancora un certo timore nel guardare gli occhi profondi della bella Rosie. Il suo sguardo si perdeva in lei. Talvolta, quando la ammirava in segreto ella avvertiva l’attenzione e ricambiava lo sguardo a sua volta. Sam, allora, indirizzava gli occhi da un’altra parte, imbarazzato. Il suo fiato sembrava interrompersi quando provava anche solo a bisbigliarle qualcosa. Nei mesi precedenti non riusciva neppure ad invitarla a ballare. Sam, il temerario aveva una sola paura, a quanto dava a vedere: che Rosie potesse respingerlo. Una sera prese l’iniziativa, confessò il suo amore a Rosie e la prese in moglie. Sam realizzò il suo sogno, spinto dal coraggio e dalla sua amorevole umiltà, e fu felice.

Nelle settimane successive Frodo si dedicò alla scrittura. Proseguì sulle pagine rimaste intonse del libro di Bilbo. Tredici mesi dopo, ultimò il suo racconto: “Il Signore degli Anelli”. La ferita alla spalla che Frodo aveva rimediato a Colle Vento continuava a fargli male. Essa non sarebbe mai scomparsa, segno di come quello che aveva vissuto non sarebbe mai andato via. Frodo, allora, decise di partire per un nuovo viaggio. Accompagnato da Bilbo, egli raggiunse Gandalf, salutò Sam e navigò sino alle Terre Immortali. Sulle rive si sciolse la Compagnia dell’Anello. I due hobbit protagonisti delle storie del Professore fecero un’ultima avventura. Non sarebbero più tornati. Sam ereditò il libro di Bilbo e Frodo. In quelle pagine, la scrittura, tanto amata da Tolkien, aveva immortalato l’amicizia, l’ardore, l’eroismo di eroi le cui azioni echeggeranno per sempre.

Sam tornò a casa, baciò sua moglie e accarezzò i suoi figli. Per lui niente era cambiato. La Contea era stata salvata ed egli la guardava. Essa era bella come era sempre stata. Rientrò in casa con la propria famiglia e serrò la porta. La storia, com’era cominciata, finì in una casa scavata nella terra. Tale vano non era certo un brutto buco, sudicio e umido, con la presenza di vermi e pervaso da un lezzo maleodorante; e neppure spoglio, arido e inospitale, senza nulla su cui sedersi né qualcosa da mettere sotto i denti: era un buco hobbit, vale a dire comodo e accogliente.

Il narrato del “Signore degli anelli” si dissolse sulla casa di Sam, lo hobbit che forgiò il destino di tutti.

FINE

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Quand’erano innevate, le Montagne Nebbiose somigliavano ad una vasta distesa canuta, un candido manto che ornava l’azzurro del cielo. Non tutti appellavano le Montagne Nebbiose in tal modo. Alcuni prediligevano soprannominarle Torri Brumose, poiché erano alte, slanciate come imponenti pinnacoli, e massicce come torrioni fortificati. Su quelle vette regnava un assoluto silenzio. Ad una tale altitudine nulla turbava mai il laconico sereno della natura. Un giorno, però, l’eco di un conflitto scosse la placida alba. Urla intimidatorie e versi frastornanti irrompevano dal profondo, frantumando lo spessore delle rupi. Una battaglia stava infuriando nel ventre della montagna, nell’oscuro subbuglio dell’antico reame di Moria.

Al principio de “Il Signore degli Anelli – Le due torri”, la cinepresa di Peter Jackson sorvola una catena montuosa, osservando la stessa con astratta ammirazione, ed eternando la bianca appariscenza della coltre di neve adagiata sulle grandi cime. Tuttavia, il regista non può soffermarsi a lungo ad immortalare quel paesaggio fantastico, poiché il clamore del combattimento richiama ineluttabilmente la sua attenzione. Il cineasta orienta, dunque, il proprio sguardo impassibile sul fianco del massiccio roccioso, sino ad oltrepassare la spessa materia e a giungere presso il ponte di Khazad-dûm.In quei vasti antri si estendeva l’arcaico reame nanico. Le grida di dolore, di resistenza, che filtravano forti, varcando i confini delle miniere, erano quelle di Gandalf, prossimo a sacrificare la propria vita per arrestare l’avanzata del flagello di Durin.

Questo mostro d’origine antica dimorava negli oscuri cunicoli delle montagne. Ivi dormì per millenni fin quando il loculo pietroso che serbava il suo sonno non fu spalancato. I nani di Moria scavarono a fondo con avidità e ingordigia. Infrangendo la pietra, solcando la roccia, i Lungobarbi erano soliti rinvenire un prezioso metallo: il mithril. Con questo raro minerale i nani forgiarono i cancelli occidentali del regno. Gandalf scambiò quell’argento rifulgente per ithilden quando raggiunse le mura di Moria, al culmine della sua vita terrena. Il mithril costituì, per una moltitudine di decenni, l’inestimabile tesoro della grande città di Nanosterro. La bramosia di recuperare più Argentovero portò i figli di Aulë a condurre i loro scavi sempre più in profondità. Nel buio, disseppellirono un terrore innominato. Dapprima, essi videro una grande ombra all’interno della quale si stagliava una figura intrisa di fuoco. Occhi rossi si dilatarono d’improvviso, una fiamma si levò alta formando una folta criniera, rossa e giallastra, sul volto occultato dell’essere. Due masse nebulose simili a delle enormi braccia si mossero, e materializzarono una spada fiammeggiante.

Qualcuno, un tempo, disse che la scoperta, più spesso di quel che si creda, non possiede nulla d’eccezionale. Essa è una penetrazione attiva che distrugge ciò che esplora, e non è altro che uno stupro perpetrato su di una vergine realtà. Nell’esplorare ogni angolo remoto della montagna e nel voler giungere sino al cuore buio della stessa, i nani compirono la loro più grande e terrificante scoperta. Ridestarono un male atavico ed arcano, dileguatosi nelle atroci memorie di un’era oscura, in cui Morgoth mosse guerra contro i Valar. Il Balrog fu una scoperta infausta, adempiuta per un desiderio d’irraggiungibile sazietà, che distrusse la pace di una natura irrimediabilmente contaminata. Quando le fiamme del demone tornarono ad accendersi, rosse e spaventose, i nani furono decimati. Moria divenne un sepolcro smisurato, in cui l’Ainu immondo poté risiedere per innumerabili lustri. La punizione per l’avarizia dei Lungobarbi si espletò in quel momento. Quel Balrog, come tutti i suoi simili, era un Maia, un essere d’origine divina. I Balrog vennero sedotti da Melkor ed assunsero, una volta discesi su Arda, l’aspetto di demoni avvolti nel fuoco più intenso ed inestinguibile.

Quando Tolkien concepì i Balrog richiamò a sé, nuovamente, l’elemento narrativo della corruzione angelica. Tolkien trasse più volte ispirazione dal racconto biblico per stilare la cosmogonia del proprio universo fantastico. I primissimi figli di Eru, il Dio della mitologia Tolkieniana, furono i Valar. Tra essi, Melkor si distinse come il più potente. Egli cominciò a covare, ben presto, desideri oscuri, e scelse di ribellarsi al suo Creatore. Nelle credenze cristiane, Lucifero risultava essere il più bello e splendente degli arcangeli. La sua magnificenza veniva espressa, anzitutto, dal suo nome, il quale soleva significare “portatore di luce”. Sul volto di Lucifero calò sin da subito l’oscurità e la sua mente si fece nera. Egli si ribellò al volere di Dio, considerandosi superiore a Lui. Sia Lucifero che Melkor, una volta discesi sulla Terra, seminarono il male nel Creato. Entrambi verranno conosciuti con appellativi nuovi e tanto differenti: Lucifero, stando alla tradizione cristiana, diverrà Satana, Melkor, negli scritti del Professore, Morgoth.

Deturpati dalla malvagità del loro Signore e padrone, Morgoth, i Balrog assunsero fattezze demoniache, passando da esseri celestiali a creature infernali. Dai corpi mortali su cui si incarnarono fecero esacerbare il fuoco avvampante. I Balrog sono “angeli dannati” e sembrano promanare sulla Terra le fiamme degli Inferi.

Quando i 9 viandanti affrontarono le lunghe tenebre di Moria intravidero in lontananza il fascio di luce infuocata effuso dal demone. Al suo manifestarsi, gli orchi di Moria fuggirono terrorizzati. Non appena Gandalf identificò quel guizzo di fulgore con la denominazione di Balrog, l’occhio di Jackson si soffermò sul volto atterrito di Legolas. Non una scelta casuale. Il figlio di Thranduil, come tutti gli elfi, aveva memoria del devastante potere di quell’entità. Dinanzi alla compagnia dell’Anello, il Balrog emerse dalle fiamme e ruggì. Il mostro bruciava senza consumarsi e, poggiando gli arti inferiori al suolo, faceva sì che un fumo nero esalasse sino a disperdersi nel nulla. Gandalf fece precipitare la tremenda creatura nel baratro, ma essa non si dette per vinta. Brandì la frusta incandescente ed afferrò la gamba dello stregone, trascinandolo nell’abisso. Tutto sembrò ripetersi ma qualcosa, all’inizio de “Le due torri”, cambiò. Gandalf non scomparve, esanime, nell’oblio, come mostrato ne “La compagnia dell’Anello”. Non appena Mithrandir lasciò la presa, la musica si fece alta, il ritmo avvincente. La camera di Jackson si tuffò nella voragine e seguì la caduta del fu Olórin. Il sipario sul fato di Gandalf non era ancora calato. Jackson, nel primo capitolo della trilogia, dovette congedarsi in fretta dallo stregone. Non poté trattenersi, volle seguire la fuga della compagnia dalla miniere, e catturare la disperazione dei loro pianti. All’inizio del secondo capitolo, Jackson decise di tornare indietro, per render più chiaro il destino di Gandalf. Il grigio pellegrino precipitò nel vuoto, riafferrò la spada e proseguì il combattimento con questo titanico nemico.

"La caduta di Lucifero" - Gustave Doré

Il Balrog cadde dal suo regno verso una voragine inesplorata, esattamente come accadde a Lucifero, gettato giù dalla volta celeste. Le ali del Balrog, per come sono state rappresentate nella pellicola, mi riportano alla mente le ali angeliche dello stesso Lucifero, così come egli venne dipinto da Gustave Doré. Su quella "tela", Satana precipita dal cielo stellato, abbandona la fulgida luce di Dio per addentrarsi nella dimensione terrena.

Il fuoco propagato dal Balrog illuminò il buio. Gandalf trafisse più e più volte l’epidermide rovente del demone. I due terminarono la loro caduta su di un lago sotterraneo che smorzò il calore dell’essere. Al contatto con l’acqua, il flashback ebbe fine e Frodo si risvegliò. Era tutto un sogno del mezzuomo, o invero una visione onirica ma veritiera di ciò che effettivamente accadde. Perché Frodo vide in sogno la prosecuzione del destino di Gandalf? Di certo, perché il portatore dell’anello nutriva ancora dolore nel suo cuore, ma non solo. Frodo sentiva altresì il rimorso. Fu proprio lo hobbit a scegliere di valicare le Miniere di Moria. Quando Gimli, sul passo di Caradhras, incalzò con i suoi consigli, Gandalf, consapevole dei pericoli, lasciò la decisione finale al portatore. “Colui che porta l’anello decida!” – disse lo stregone. E lo hobbit rispose: “Attraverseremo le miniere!”.

Frodo, senza colpa, scelse l’unica via rimasta, il sentiero che avrebbe trascinato Gandalf nell’abisso. Lo Hobbit avvertiva un ingiustificato senso di colpa, proseguì poi sull’impervio cammino con Samwise, quando entrambi intuirono d’essere seguiti.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La pietà di Bilbo può cambiare il destino di molti

Sam ammise, scoraggiato, d’essersi smarrito. Sia lui che Frodo erravano incerti verso una meta che non riuscivano in alcun modo a raggiungere. Al calar della notte, una creatura denutrita e pallida si avvicinò. Quest’essere parlava tra sé e sé a voce alta, manifestando una rabbia mai sopita, un odio non svanito. “Ladri, ladri, ce l’hanno tolto, rubato!” – seguitava ad affermare tale viscida figura.

Frodo e Sam lo sorpresero di colpo e bloccarono Gollum a terra. I due hobbit sapevano d’essere osservati e attesero le tenebre per catturare quello scarno segugio. Gollum, per avere salva la pelle, offrì ai mezzuomini i propri servigi: giurò sul tesoro di guidare Frodo sino a Mordor. Gollum era un viaggiatore esperto e sapiente, un barcaiolo astuto ed un abile arrampicatore. Poche erano le destinazioni in cui non riusciva a giungere ed i luoghi in cui non poteva accedere.

La pietà di Bilbo cominciò ad indirizzare il destino di Frodo e dell’anello. I due hobbit, incapaci di raggiungere il Monte Fato da soli, troveranno nella cruenta personalità di Gollum un alleato sul loro tortuoso percorso. I tre viaggiatori verranno, nuovamente, braccati dai morti. Al guado del Bruinen, gli spettri dell’anello erano stati spazzati via dalle acque burrascose scatenate da Arwen. Tuttavia, essi non annegarono nella limpidezza del fiume ma riaffiorarono dal putrido dei loro residui. I Nazgul sovrastano, adesso, la cupola celeste in sella a fiere alate. Queste bestie dalle ali a guisa di pipistrello emettono versi stridenti che terrorizzano i poveri mezzuomini. I cavalieri neri scrutano come falchi tenebrosi gli acquitrini nel vano sforzo di adunghiare incauti viandanti. Gollum rammenterà a Sam che i “fantasmi dell’ombra” sono impossibili da uccidere e che non cesseranno mai di tallonarli. Volando nel cinereo del cielo, il Nazgul si dileguerà poco dopo.

"Spettro dell'Anello" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il passato di Gollum è impregnato di mestizia, d’orrore e di peccato. Il suo corpo minuto, e la sua fisicità emaciata, sofferente, consumata, esternano la deformazione della malvagità. Ancor prima che nella mente, egli appare mostruoso e terribile nel corpo. Gollum, un tempo, fu Smeagol, ma del suo passato “umano” non era rimasto che un debole pressappoco. L’anello aveva trovato Gollum cinquecento anni prima. Nel fondale del fiume Anduin, esso luccicava come una moneta d’oro dalla doppia faccia. Come un’esalazione tossica, l’Unico traviò la mente di Smeagol, curvò il suo corpo, impallidì la sua epidermide.  Soltanto un colore restò ben visibile in quel cadavere nomade: l’azzurro dei suoi occhi. L’anello divenne per Smeagol la sua unica ragione di vita. Egli vincolò a quel male la sua anima, e il suo corpo iniziò a deformarsi di pari passo alla malvagità che l’Unico riversava nel suo cuore. Similmente ad un personaggio della letteratura inglese, concepito dalla prolifica penna di Oscar Wilde, Gollum “vendette” la propria anima al peggiore dei mali. Ma se il personaggio dell’opera letteraria di Wilde, nonostante gli orrori commessi, riusciva a mantenersi giovane e attraente poiché una tela dipinta inorridiva al suo posto, Gollum non poté fare altrettanto: ogni suo peccato, ogni sua torbida azione, ogni sua oscura e tormentata contemplazione all’anello finì per deturpare sempre di più il suo corpo. Smeagol divenne l’orripilante Gollum, e la sua disgustosa fattezza fu la testimonianza della sua contaminazione. Col passare del tempo, Gollum sviluppò una doppia personalità. Iniziò a parlare da solo, a dialogare animosamente con se stesso, come se al suo interno si celassero due persone diverse e ben distinte. Gollum patisce quella che sembra essere un’astrusa ed enfatica schizofrenia. Due caratteri, differenti, oscillanti tra passato e presente, dilaniano la coscienza dell’essere: Smeagol e Gollum. Pertanto, egli si rivolge a se stesso usando il plurale. Non tollerando più la luce del Sole e della Luna, Gollum si nascose nelle caverne.

La Luna, quando è al suo ultimo ciclo, giace nel cielo tonda e opalina e simile a una moneta. Gollum non riesce a sopportare i raggi che da essa “scintillano”. Egli menziona quel corpo celeste, bianco e solitario, tra i versi di una delle sue bizzarre filastrocche: “Fredda è la mano, le ossa e il cuore. Freddo è il corpo del viaggiatore. Non vede quel che il futuro gli porta quando il sole è calato e la luna è morta.”

La luna piena è uno spicciolo tondo. Un antagonista dei fumetti DC Comics osò paragonare la luna ad un gran dollaro d'argento lanciato da Dio, caduto nel firmamento con la faccia segnata all’insù. Harvey Dent, come Gollum, soffre una dualità schizofrenica. Il suo volto disgiunto a metà, ustionato su di un solo lato, rappresenta la suddivisione della propria personalità, sospesa eternamente tra bene e male. In un mondo governato dall’ingiustizia, “Due Facce” ha trovato nella propria moneta d’argento l’unico giudice imparziale. Tale moneta non è come tutte le altre, essa possiede una particolarità che la rende speciale. Non ha una testa ed una croce bensì due teste: una integra e l’altra sfregiata dallo stesso Dent. Lanciando tale moneta, Harvey affida alla sorte l’esito di qualsivoglia scelta. In quell’oggetto, confluiscono le due personalità di Due Facce, così come nell’Unico Anello si congiungono le due nature di Gollum. Sebbene siano personaggi notevolmente differenti, entrambi hanno affidato le loro intere vite ad un “gingillo luccicante”, rimirando lo stesso con totale devozione. Harvey in quella moneta ha rinvenuto il suo futuro, Gollum, invece, mediante l’Anello ha subito la propria sventura.

Gollum odia e ama l’anello esattamente come odia e ama se stesso.

"Gandalf, il bianco" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Al mutare della marea

Aragorn volge l’orecchio alla nuda roccia e ascolta, inerte, il suo fievole parlato. Il suono recondito prodotto dalla terra guida il ramingo. “Affrettano il passo” – egli dice – “ci devono aver fiutati. Presto!” conclude poi.  Gli orchi corrono come destrieri imbizzarriti, aizzati dai colpi di frusta. Aragorn riesce a carpire il rimbombo del loro “galoppare” e sente che essi si stanno allontanando. Granpasso, Legolas e Gimli stanno proseguendo l’inseguimento per ritrovare un drappello di Uruk-hai. I tre spingono la loro ricerca sino alle verdi praterie di Rohan, la dimora dei Signori dei Cavalli. Raggiungeranno, in seguito, la foresta di Fangorn, luogo in cui si persero le tracce dei due mezzuomini.

L’uomo, l’elfo ed il nano varcano con timore la soglia della boscaglia. La foresta, così come rappresentata nel lungometraggio, appare plumbea; i raggi del sole riescono appena ad infiltrarsi tra il groviglio di rami. Quegli alberi alti e robusti, dotati di un poderoso apparato radicale si estendevano prepotentemente nell’intimità velata del terreno. Foglie rattrappite ricoprivano i tronchi, e piante appassite giacevano al suolo, cupe e tristi. Quella foresta era molto vecchia e malata. Echeggiavano versi provenienti dal suolo freddo, che si disperdevano nell’aria. Gli alberi dialogavano tra loro, facendo sì che dalle fronde fluisse un’eco di dolore e di collera. Fangorn era stata ferita, maltrattata, e le creature viventi della foresta erano cresciute incupite e torve. Avviluppati dalla densa vegetazione, Aragorn, Legolas e Gimli scorsero un viatore, dalla veste chiara come albume, vagare nel verde fiacco ed esangue della flora di Fangorn. Essi agirono in fretta, scambiando il bianco viandante per Saruman, e lo attaccarono. Questi respinse quelle rapide incursioni e si arrestò. Una rifulgenza accecante contornava il suo volto, facendolo risultare invisibile. Allora cominciò a parlare, confessando ai tre di sapere cosa stessero cercando. Aragorn, allora, gli chiese dove fossero i due giovani hobbit, e questi gli rispose che ambedue erano passati da quei luoghi giusto due giorni prima e che adesso si trovavano al sicuro.

Nell’opera filmica di Peter Jackson, l’ignoto stregone, avvolto da un bagliore raggiante, è indistinguibile nell’aspetto quanto nel parlato. La sonorità con cui egli si esprime è, invero, l’unione di due emissioni di voci. Il misterioso pellegrino dialoga con il timbro vocale di Saruman ma presto muterà nell’intonazione, come un’onda agitata che si infrange sulla riva e fa ritorno più leggera e quieta. La voce di Saruman si mescolò alla voce di Gandalf per poi essere del tutto sgominata. Quando la luce si dissolse, Gandalf apparve ai suoi vecchi amici ed essi s’inchinarono al suo cospetto.

Sul picco dell’Argentacuspide, Gandalf combatté col Balrog e lo uccise, scagliando la sua carcassa sul fianco della montagna. Dopodiché, il grigio stregone si distese a terra e morì. Calò l’oscurità ed egli errò fuori dal tempo e dallo spazio. Una luce lo avvolse e così riottenne la vita. Lo stregone grigio rinacque come Gandalf il bianco.

Gandalf ha assunto le vesti ed il ruolo del signore di Isengard. Egli tornò sulla Terra e sostituì il suo vecchio amico, oramai divenuto un pericoloso avversario. Mithrandir “prese” la voce di Saruman e la modellò alla sua, “trasse” la bianca tunica e la indossò, rendendola ancora più luminosa, ghermì un nuovo bastone, anch’esso bianco. Gandalf divenne ciò che Saruman doveva ma non fu mai. Ecco perché nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, Gandalf il bianco, al suo principio, parlò con una voce ancora indistinta e miscelata a quella del suo “predecessore”, Saruman, poiché egli era barlume divenuto carne, il nuovo stregone bianco.  Gandalf assunse i poteri e le mansioni che Saruman avrebbe dovuto possedere e svolgere.

L’evento portentoso e mistico della resurrezione viene esteriorizzato dalla rinascita di Mithrandir. Gandalf morì e risorse, fu rimandato sulla Terra a terminare il suo compito, a riportare la luce e la speranza in un mondo che stava cadendo preda dell’oscurità più torbida. Con l’apparizione di Gandalf, il quale errava qua e là con le fattezze di un vecchio con mantello e cappuccio, si compì un miracolo religioso che manifestò il potere degli esseri divini che vegliano su Arda. Gandalf, ricomparso nella Terra di Mezzo, vagava solitario come Cristo uscito dal sepolcro della morte. Egli attese il momento in cui i suoi più fedeli alleati e discepoli poterono intravederlo, così da rivelare la compiutezza di un prodigio: il ritorno all’esistenza. Gandalf è adesso divenuto il più potente tra gli Istari, il custode più valoroso della pace. Il chiarore dei suoi indumenti emana la purezza del bene assoluto, la trasparenza dell’incontaminato. Gandalf il bianco non è più un vagabondo dal cappello a punta che gironzola per i paesaggi verdeggianti, vigile e felice. Egli è adesso un guardiano ed un guerriero, la cui sola missione è quella di sconfiggere Sauron. Lo stregone non giacerà più sulla Terra per goderne le gioie, gli affetti, le amicizie e le bellezze, ma permarrà su di essa fino a quando potrà, fino a che il male proveniente da est non dovrà più essere contrastato perché definitivamente sbaragliato.

Ian Mckellen, eccelso interprete, caratterizzò Gandalf il bianco differentemente dal grigio pellegrino. Gli diede un’aura solenne, maestosa, infondendo al personaggio un carattere maggiormente inflessibile, meno comprensivo rispetto al passato ma ugualmente buono e prodigo.

Gandalf informa di tutta fretta i tre guerrieri circa il triste destino a cui è andato incontro Théoden, re di Rohan, soggiogato dal veleno effuso da Saruman. I quattro si dirigono, così, ad Edoras. Prima di lasciare Fangorn, Gandalf confida, cripticamente, ad Aragorn che la presenza di Merry e Pipino nella foresta sarà d’ausilio nel ridestare la forza degli Ent.

  • I Pastori degli Alberi

Quando uno strepitio d’imprecisata fonte risuonò dal bosco, Merry volle ricordare a Pipino una diceria bislacca udita tempo prima. Nell’antica selva, sita ai confini della terra di Buck, c’era qualcosa nell’acqua – rammentò lo hobbit – qualcosa d’insolito, di magico, per cui gli alberi che in quei luoghi si “abbeveravano”, cominciavano ad allungarsi a dismisura e a prendere vita. “Vita?” domandò a quel punto Pipino. Curioso quanto viene detto in questo scambio di battute dai piccoli hobbit. Cosa voleva intendere Merry quando affermò, stupefatto, che gli alberi “prendevano vita”?

Non sono forse sempre vivi gli alberi? Se asportassimo un frammento di corteccia, vedremmo il colore e la consistenza della linfa che scorre come sangue nelle vene. Tale linfa rappresenta la loro vitalità e ci permette di capire il loro effettivo stato di salute. Gli alberi sono vivi anche se non lo danno mai a vedere. Essi giacciono pacifici, ancorati al suolo come figli silenti della terra. Merry era conscio della vigoria che anima lo spirito astratto e laconico degli alberi, pertanto con quella sua osservazione voleva intendere altro. Gli alberi dei boschi di Buck “prendevano vita” perché cominciavano a sussurrare, a parlare, persino a muoversi. Divenivano, così, esseri straordinari, dotati di movimento, di parola, d’intelligenza: diventavano “vivi” a tutti gli effetti, o perlomeno “vivi”, così come noi esseri umani siamo soliti, nel quotidiano, intendere un essere vivente: una creatura che agisce, pensa, si esprime. Quando un qualcosa si muove è vivo. E’ questo un concetto semplice, elementare, piuttosto sottinteso. Ma se qualcosa non si muove e rimane rigido, irto, statico, può essere ritenuto ugualmente vivo? Certamente, se lo è. Eppure, gli alberi, nella loro sosta eterna, nella loro incapacità di opporsi, di insorgere, di muoversi, non sempre vengono ricordati come vivi da chi, verso di loro, muove violenza.

L’albero è imponente e, al contempo, impotente. Se osassimo incidere ancor più in profondità, tagliare i suoi rami, profanare l’integrità del suo tronco, esso soffrirebbe ma nessun grido di dolore echeggerebbe dalla sua florida costituzione. L’albero, qualunque esso sia, a qualsivoglia specie appartenga, non ha voce, non ha moto, non ha reazione. Esso è immobile come una scultura, eppur vivo come un essere umano. Soffre un mutismo sebbene riesca a comunicare con l’eloquente apparenza del proprio verde. Gli alberi possiedono sembianze umane solo dinanzi agli occhi di chi riesce a scorgerle e a rispettare la loro sensibilità e la loro senziente coscienza. La massa legnosa del “corpo” di un albero è una scorza resistente, un’epidermide rigida ma anche tenera, fragile, vulnerabile, feribile. Le escrescenze erbose del torso di legno sono pelurie che rivestono la struttura portante. Nelle fronde sono celati i polmoni della creatura, e giù, oltre il sottobosco le radici si dipartono simili a arti multiformi e a piedi alquanto pronunciati. I rami, protratti sino al cielo, sono braccia lunghe con grandi mani e mille dita verdi. Gli alberi sono “persone” tacite e d’aspetto differente, non hanno lingua, cadenza, accento, non intrattengono alcun discorso, non avanzano, non lasciano il proprio posto, la propria casa, permangono fermi, silenziosi come una natura che osserva e che accoglie. 

Tolkien era innamorato degli alberi, delle piante, dei prati, dell’ambiente puro e limpido. Quando creò gli Ent volle dare finalmente movimento e voce alla natura. Per volere del Professore gli alberi assunsero movenze e gesti, cenni e dialetti. Essi erano sempre stati vivi, ma, visto che l’uomo non riusciva a considerarli tali e a custodirli come avrebbe dovuto, Tolkien partorì nei suoi lavori i Pastori degli Alberi, esseri dotati di movimento, difensori delle foreste. Se gli uomini avessero letto di un albero capace di vagare e parlare, avrebbero ricordato come essi siano in realtà vivi, soprattutto quando giacciono diritti e fermi. Per mezzo degli Ent, Tolkien cercò di evocare la morale dei lettori sul rispetto assoluto verso madre natura.

"Barbalbero" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Barbalbero

Così come realizzato nel film, Barbalbero è un essere antropomorfo, con due gambe e due braccia, con un volto e dotato di voce propria. Ha i “connotati” di un uomo ciclopico intagliato nel guscio di un tronco ed incarnato nel tegumento di un albero.

Pipino montò su di un ceppo e da lì sul fusto. In alto, vide due pupille schiudersi nell’albero. Sconvolto, il mezzuomo si lasciò cadere giù e fu acchiappato appena in tempo dal misterioso essere. L’Ent si era svegliato in quell’attimo e con le braccia raccolse i due hobbit, reggendoli senza fatica. Due occhi tondi come una pietra levigata e profondi come un pozzo colmo di storie e di memorie abbellivano un volto legnaceo. Attorno alla bocca, scavata nel coriaceo ligneo, vi erano dei baffi di lichene e giù dal mento fibroso una barba folta color del muschio.

Gli Ent sono pastori di un immenso gregge, immobile, costante. Essi sono guardiani di un giardino sconfinato che cresce spontaneo ed indifeso.

Barbalbero è antico come la prima alba sorta sulla foresta ed il primo crepuscolo disceso su essa, ed in quanto manifestazione pensante e dinamica del bosco, egli conserva, tra le sue conoscenze, ricordi antichi, sapori vetusti. Egli fa della calma l’esteriorizzazione del proprio essere. Gli Ent serbano nei loro ramoscelli e nei loro tralci le orme di un’esistenza millenaria. Il loro linguaggio, così come mostrato durante l’Entaconsulta, è compassato, poiché la lingua conserva in sé l’evoluzione del parlato, del cambiamento, dell’accadimento. Tutti gli Ent si esprimono lentamente, come se dalle loro parole lasciassero trapelare la quiete di secoli e secoli di natura immutata. Ciascun concetto per gli Ent va espresso con estrema pazienza. Così come mai dev’essere accelerato un percorso di crescita vitale, nulla dev’essere affrettato, tanto meno l’atto comunicativo. Per far sì che da un seme sorga una pianta, per far sì che da una ghianda maturi una quercia, è necessario un tempo opportuno. Ogni cosa si compirà al momento appropriato, quando lo sviluppo avrà fatto il suo corso. Il linguaggio stesso, per la sua consistenza e plasmabilità, progredisce come una pianta nata da un germoglio dissetato dalla fresca acqua e cullato dal caldo sorriso del sole. Gli Ent, similmente agli hobbit, amano tutto quello che cresce sano e rigoglioso, e le parole, per loro, equivalgono a sementi di stagione.

Sebbene gli Ent siano flemmatici, indolenti, miti, essi rappresentano la forza arcana e indomita della natura, la rivalsa sull’indifferenza degli apatici e sulla crudeltà degli avidi.

Barbalbero dirà di non essere dalla parte di nessuno circa il conflitto tra Sauron e i popoli liberi della Terra di Mezzo, poiché nessuno ha mai dimostrato d’essere dalla sua parte. Tolkien, in uno dei suoi più celebri aforismi, ammise d’essere sempre stato dalla parte degli alberi, dalla parte della natura, dalla parte della purezza. Nonostante Barbalbero non ne sia a conoscenza, egli ha nel proprio “creatore” il più grande alleato.

"Saruman" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Tra le fiamme dell’industria

Differentemente dagli Ent, Saruman non apprezzò mai ciò che cresce naturalmente. Egli preferì ammirare una forma di vita mutilata, rovinata, terribile. Nei sotterranei di Isengard, Saruman incrociò gli orchi con i goblin, protrasse la moltiplicazione dissennata degli Uruk-hai. Le fiamme incendiarie delle sue fornaci devastarono le appendici della foresta. Nel sottosuolo, l’industria voluta da Curumo crebbe in potenza. Il bianco dello stregone parve dissolversi del tutto, avvicendato da un invisibile carminio, il colore del fuoco divorante.

Saruman è divenuto una macchina contorta, un automa col cuore fatto d’ingranaggi, un burattino ferroso dalla mente cosparsa di congegni meccanici. Curunír mira coi suoi occhi, impossibili da scandagliare, la fabbrica bellica da lui edificata. Saruman ha indirizzato le proprie arti magiche verso un potenziamento della tecnologia. I rami ed i tronchi sono stati arsi per alimentare le fucine da cui vengono fuori scudi imponenti, lame d’acciaio, armature impenetrabili. La natura è stata conseguentemente violata per generare risorse letali. La saggezza dello stregone viene prestata a fini guerreschi e così egli forgia, grazie alla sua sapienza, una polvere tanto potente da disfare la pietra, se raggiunta da fiamme. Ecco come Tolkien e Jackson introducono nelle loro rispettive opere la “magia” prestata alla scienza.

Come un moderno Alfred Nobel, Saruman creò un’arma pericolosa e fatale. Nobel inventò la dinamite con dei buoni propositi, credette, infatti, che essa sarebbe stata usata per fini pacifici, per alleviare la fatica, per asciugare il sudore dalla fronte degli uomini, facilitando gli scavi, aprendo varchi per le esplorazioni. Ma poco andò come davvero aveva previsto l’ignaro inventore: l’esplosivo fu presto adoperato come un’arma potentissima. Piuttosto che per costruire, la dinamite fu usata per distruggere. Saruman, sin dall’inizio, usò la sua polvere come un espediente militare, utile per aprire brecce e facilitare l’avanzata dei suoi schieramenti.

Il vecchio mondo brucerà” – per volere di Saruman, tra le fiamme dell’industria guerrafondaia, la Terra si sarebbe consumata, la natura sarebbe stata annientata dall’avanzamento tecnologico promulgato dallo stregone caduto.

Saruman rappresenta il potere oscuro che incrementa la tecnica, annullando ogni quesito morale sul suo utilizzo. Gli Ent che si rivolteranno a lui, testimonieranno, invece, l’insorgere della natura sul ferro e sul fuoco.

Lo stregone crede ingenuamente d’essere per Sauron un alleato di pari levatura. E’ questo l’unico aspetto debole della personalità del personaggio ritratto nel film. Saruman, nel libro, vuole infatti ottenere l’anello per sé, ingannando persino il sire di Mordor. Nella trasposizione cinematografica questa particolarità del suo piano e del suo ragionamento non è menzionata. Così facendo, Saruman, piuttosto che elevato ad astuto stratega, viene leggermente ridotto a mero sottoposto.

  • Il re incupito

Sedeva sul trono del Mark un sovrano reso degente e vegliardo. Rugosa era la faccia di Théoden, grigia la barba, defesso il suo animo. Il monarca restava prono su di un regale seggio, del tutto assuefatto ai sinistri vaneggi del suo consigliere, Grima Vermilinguo. Nel film “Le due torri”, Grima striscia fuori da una “tana” ombrosa, vestito con un abito scuro, portandosi al fianco del re. Subdolo nel carattere e ambiguo negli atteggiamenti, Grima è un serpente che inietta veleno nella mente del suo sovrano. Vermilinguo è al servizio di Saruman, e ha fatto in modo che il re si sottomettesse inconsciamente alla magia oscura e possessiva dello stregone, così da condurre il regno di Rohan alla distruzione. Grima simboleggia l’infido traditore, colui che trama alle spalle e fa delle parole armi taglienti come lame, in grado di mistificare la realtà e ottenebrare l’assennatezza.

Éowyn, la giovane nipote di Théoden, è sempre più stanca, triste, ed impallidita. Ella vede la strada che sta snocciolandosi sotto i suoi piedi e patisce un triste fato. Éowyn sta appassendo come un fiore reciso, abbandonato, senza più nessuno a prendersi cura dei petali e della corolla. Ella si sta spegnendo come una fievole luce soffocata dall’arrivo di una nuvola grigia che porta con sé un fortunale. Éowyn corre via dal suo castello, tramutato in un’angusta prigione, per respirare un’arida aria. Lei che temeva la gabbia ancor più della morte, la reclusione ancor più della sofferenza fisica, che paventava la possibilità che i sogni diventassero aspettative irrealizzabili, attese futili, illusioni dimenticate dall’avanzare dell’età… lei che aveva paura che la speranza svanisse nell’oblio, trascinando con sé la gioia di vivere, la libertà… proprio lei si era appena resa conto che già stava vivendo in una sorta gabbia, sia pure ampia come un regale palazzo, ma tremendamente disagevole come una cella.

Fu l’arrivo di Aragorn a ridarle speranza, a farla sentire nuovamente affrancata. Quando ella uscì e si fermò sulla soglia, la bandiera della casata del re di Edoras si staccò dalla sua asta e venne sospinta dal vento. Aragorn vide quell’araldico volteggiare sino a lambire l’erba, come un segno rovinoso caduto dal cielo. La gloria di Rohan stava venendo meno, è ciò che testimonia tale vessillo strappato. Gandalf arriverà al momento propizio. Con la sua magia estirperà il veleno di Saruman. Théoden tornerà forte, ben più giovane e scaccerà Grima dal suo dominio, non prima di aver tentato di giustiziarlo. Aragorn lo farà desistere dai suoi vendicativi propositi, rammentando al re la pietà dei saggi sovrani.

La speranza è arrivata a Rohan: furono Estel ed i suoi compagni a portarla. Théoden ed Éowyn, schiavi di un’infausta sorte, riotterranno la libertà. Lo stendardo dei Signori dei Cavalli potrà tornare a sventolare alto nel cielo.

Non tutto, però, è stato salvato. Théoden ha perduto suo figlio. Un evento innaturale si è verificato: un padre è sopravvissuto al proprio erede. Théoden comprende i tempi oscuri che si stanno abbattendo sull’immediato futuro della sua gente. I giovani periscono, ed i vecchi resistono. Come si è giunti a questo?

  • Il sogno di Aragorn, l’incubo di Arwen

Cosciente che la minaccia di Isengard piomberà sull’esigue difese dell’Isen, Théoden ordina ai suoi uomini di dirigersi al Fosso di Helm. In quella gola, barricati dentro le fortificate mura della roccaforte, la gente di Rohan sarebbe riuscita a sopravvivere.

Aragorn, Legolas e Gimli guidano la popolazione fino al Fosso. Gandalf, invece, partirà alla ricerca di Eomer e dei suoi soldati. Durante il tortuoso cammino verso il Trombatorrione, essi vengono attaccati dai mannari selvaggi. Aragorn verrà spinto giù da un precipizio, e si infrangerà contro l’acqua del fiume.

Il figlio di Arathorn verrà dondolato dalle correnti sino a che, inerme, raggiungerà la fredda sponda. Il ramingo, dormiente, sognerà la sua amata, ed il bacio di Arwen lo ridesterà dallo sturbo. Aragorn ripensava costantemente alla splendida dama. Quando percorreva l’impervio sentiero verso il Fosso di Helm, egli rimembrò un momento idilliaco trascorso. Disteso su di una morbida coperta, Aragorn giaceva tra il sonno e la veglia. Arwen gli si avvicinava al volto e lo baciava dolcemente.

Aragorn si alzò poco dopo, e strinse Arwen a sé. Ella indossava una veste azzurra come un cielo terso. Ambedue sostavano vicino agli alberi. Le foglie gialle e vizze venivano ondulate da un soffio lieve come un sospiro. Era quella la quiete di una natura stanca che avvolgeva i due innamorati. Quello fu un giorno sereno, l’ultimo prima della partenza. Aragorn era felice ma spossato; fosche preoccupazioni gravavano sulla sua mente. Arwen volle dargli nuova speranza. Gli disse che se non si fosse fidato di niente, avrebbe dovuto fidarsi soltanto di una cosa. A quel punto, ella allungò la mano e toccò la Stella del Vespro che Aragorn portava al collo. La gemma ammantava di un fulgido bagliore vicino al cuore del ramingo. Arwen proseguì a parlare con voce soave - “Fidati di questo, fidati di noi” - disse la fanciulla. Aragorn baciò la sua adorata, e le carezzò il volto, dapprima lievemente. Egli mantenne le mani vicino al viso della ragazza, come se a stento riuscisse a toccarla, tanto morbida e leggiadra era la sua essenza da non poterla sfiorare senza il timore di scalfire la sua cristallinità. Poi, Aragorn la carezzò, baciandola con passione.

Arwen è un pensiero confortante, un desiderio che motiva, una percezione rinfrancante che conforta lo spirito inquieto di Aragorn. Nel suo viaggio, l’erede al trono di Gondor seguiterà sempre a fidarsi di un sogno, ad aggrapparsi ad una speranza radiosa qual è la sua Arwen. Rammentando il recente passato, Aragorn penserà al momento in cui dovette dire addio alla dama di Gran Burrone, persuadendola a lasciare la Terra di Mezzo per seguire la sua gente verso l’ultimo viaggio per le terre immortali. Aragorn rivela così di perseguitare a combattere, tollerando un dolore interno, lacerante. Egli crede che Arwen sia andata via, lontano, e che mai più la rivedrà. Ecco che l’amore di Aragorn è assoluto poiché continua a restare imperituro nonostante non vi sia più la certezza, neppure la flebile possibilità, di rivedere davvero la sua adorata. Aragorn sogna Arwen nel momento in cui è gravemente ferito perché qualunque cosa avverrà mai, qualunque ferita subirà, egli resterà eternamente innamorato, eternamente fedele. Arwen è il sogno perpetuo di Aragorn, la sola immagine che possa allietare la visione di una drammatica realtà. La speranza emanata dal ricordo di Arwen è per Aragorn una fiamma che alimenta il suo ardore, sia che il suo sogno possa realizzarsi sia che resti un gradevole ricordo. Aragorn riapre gli occhi d’improvviso, dopo aver ricevuto l’impercettibile bacio dell’elfo femmina.

"La morte di Aragorn" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nel frattempo, Arwen riposa, sdraiata, e riflette su Aragorn. Raggiunta dal padre, Arwen manifesta la sua volontà di non voler andare via. Ella ha ancora speranza, e attende il ritorno del re.

Elrond non vuole che la figlia s’intrattenga nella Terra di Mezzo, poiché crede che la morte perverrà sul futuro dei popoli liberi. L’elfo ricorda alla figlia che lei ed il suo amato saranno per sempre divisi. Se Sauron dovesse essere sconfitto e se la pace dovesse ristabilirsi, nulla muterà. Che sia per spada o per il lento sgretolarsi del tempo, Aragorn morirà. E’ l’invalicabile dono pervenuto tra le mani dei mortali.

Arwen volge i propri occhi grandi e belli come una lacrima di rugiada verso l’orizzonte, rimirando l’inevitabile. Il futuro, per quanto distante esso sia, si avvererà. Aragorn soccomberà, il tramonto calerà sul suo viso lasso ed il sole non sorgerà mai più. Nulla le darà mai conforto. Aragorn cadrà, come un petalo staccatosi allo scadere dell’autunno, come una delle foglie avvizzite che circondavano Arwen ed il suo re durante quel magico momento rievocato dall’eroe.

Arwen, in questo incubo vissuto ad occhi aperti, vede se stessa con indosso un abito scuro, funereo, piangere inesorabile per anni ed anni, senza nulla a deliziare la propria mestizia. Ella verserà lacrime sulla tomba del marito. Il sepolcro di marmo su cui è stata scolpita la sagoma del monarca di Gondor sarà l’ultima effige dello splendore del più grande tra i Re degli Uomini, spentosi in gloria, senza macchia, prima del crollo del mondo, al fianco della sua venerata sposa. Arwen, allora, procederà sola, vagando nella foresta, con un velo nero a celare il suo volto affranto. Ella dimorerà solitaria nel gelo di un inverno senza termine, non avrà alcun fuoco a riscaldarla se non la calda carezza di una memoria, il ricordo del suo sposalizio.

Arwen piange. Quello che ha vissuto, ascoltando le parole del padre, è stato un sogno oppressivo, contrapposto al sogno rifulgente fatto da Aragorn poco prima. Arwen sa che quell’incubo si avvererà e sconvolta dall’ineluttabile, decide di allontanarsi. La speranza si è affievolita. Elrond non sa però cosa sua figlia è disposta a fare. Arwen sarà decisa a rinunciare alla propria immortalità. Quando il declino della vita umana del suo amato sarà compiuto, morirà anch’ella. L’inevitabile si adempierà, ma entrambi, insieme, avranno vissuto una vita piena e appagata, ancor più valevole ed intensa poiché non perpetua ma soggetta a concludersi.

  • Un’occasione per mostrare le sue qualità

Frodo ha stretto con Gollum un rapporto di fiducia. Egli ha scelto di chiamarlo col suo nome originario, Smeagol, e vuol credere che possa essere redento. Frodo si illude, sebbene Smeagol dimostri d’essere cambiato. Sam è piuttosto restio a fidarsi della creatura, giudicandola ancora malvagia e fedifraga. Il nipote di Bilbo vede in Gollum una “persona” simile a lui, un essere che ha tollerato il fardello dell’anello. Per tale ragione, lo hobbit vuol provare a salvare Smeagol nella speranza che anch’egli stesso possa sottrarsi, un giorno, a questo male senza conseguenze. Dopo aver superato le Paludi Morte, i tre si dirigono verso un’altra via. Durante una sosta, vengono catturati da alcune guardie di Gondor capitanate da Faramir. Questi è il fratello minore di Boromir. Egli informa Frodo e Sam della morte del loro compagno, avvenuta pochi giorni prima nei pressi di Amon Hen. Nelle ore precedenti l’incontro con gli hobbit, Faramir scorse una barca elfica cullata dalle acque dell’Ithilien. Si avvicinò ad essa e intravide la sagoma, fredda e fiera nella sua posa, del fratello prima che scomparisse nella foschia.

Usufruendo di un lungo flashback, Jackson volle evidenziare il rapporto affettivo e di fiducia che esisteva tra i due fratelli. Quando Boromir riconquistò Osgiliath, tessette lodi nei confronti del proprio fratello al cospetto del padre. Tuttavia, Denethor disprezzava Faramir, reputandolo l’inetto pupillo di uno stregone. Faramir era infatti ben voluto da Gandalf il grigio e, a differenza di Boromir, più forte e valoroso in battaglia, si distingueva più come un lettore ed uno studioso che come un combattente. Ciononostante, Faramir era un eccellente guerriero ed uno scaltro arciere. Faramir non apprezzava i conflitti battaglieri. Sin dal suo esordio sullo schermo, egli si interrogò sugli obblighi che spingono un uomo a lasciare la propria casa per scendere in guerra. Faramir vide, infatti, il cadavere di un Haradrim appena ucciso, e si domandò se questi fosse davvero malvagio o fosse stato, invece, obbligato a muovere guerra. Appare evidente come Faramir sia un uomo riflessivo, ponderante, saggio e più meditativo del fratello. Tuttavia, il disdegno che il padre cova nei suoi confronti lo porta a rapire i due hobbit e a prendere l’anello per sé.

Denethor, infatti, convinse Boromir ad andare a Gran Burrone ed insinuò nella sua mente il desiderio di impossessarsi dell’Unico. Fu Denethor a ordinare a Boromir di portare l’anello a Gondor. Colto dal desiderio di voler assecondare il suo signore e di voler difendere il suo popolo Boromir impazzì e cedette alla tentazione. Denethor, in parte, condusse suo figlio alla pazzia. Faramir si propose per andare a Gran Burrone al posto di Boromir ma fu subito intralciato dal genitore che gli rispose: “un’occasione per Faramir, capitano di Gondor, di mostrare la propria lealtà.”, per poi negargli questa possibilità.

La frase che suo padre gli aveva riferito, Faramir la ripeté dinanzi agli hobbit. Ghermire l’anello e renderlo suo avrebbe dato a Faramir l’ammirazione sempre desiderata del padre. Ma il capitano di Gondor si rivelerà il più saggio dei suoi famigliari. Non cederà all’allettante occasione, lascerà che Frodo, Sam e Gollum vadano via, liberi di espletare l’arduo compito.

Faramir, osteggiato dal proprio padre, si rivelerà migliore di quanto questi abbia mai saputo.

  • L’ultima marcia degli Ent

I Pastori degli Alberi privilegiavano la pacatezza rispetto alla furente rappresaglia. Placidi, gli Ent albergavano, riservati, nella folta vegetazione. Barbalbero era irremovibile nella sua genuina ostinazione. Egli borbottò quanto segue: “questa non è la nostra guerra”. Come soli erano rimasti gli alberi, soli sarebbero dovuti rimanere gli uomini. Pipino ragionò attentamente dopo che Merry lo aveva bacchettato. Se il potere di Isengard non verrà sopraffatto, se una delle due torri non verrà smantellata, il mondo brucerà come un immenso cratere di fuoco e la Contea perirà. Peregrino Tuc escogitò a quel punto un arguto stratagemma, convinse, dunque, Barbalbero a recarsi a sud. Protrattosi sino ai confini di Isengard, Barbalbero vide, con raccapriccio, la deforestazione coronata dallo stregone, oramai scevro da alcun criterio. Barbalbero conosceva molte delle creature sradicate, sin da quanto esse erano poco più che noci o piccoli frutti. L’Ent non udirà più il loro canto trasportato dalla brezza sino ai meandri del bosco.

Con un urlo angosciato e collerico, il custode della foresta chiamò a sé i suoi simili.  I Pastori degli Alberi emersero dalla boscaglia, avanzando adagio per un’ultima marcia. I guardiani della natura muoveranno su Isengard, irrompendo sulla torre come la pioggia sulle rocce.

Dalla foresta, da tanto, si era levato un grido assordante eppur cheto, ma nessuno era riuscito fino ad allora a sentirlo. Gli alberi soffrivano, i cespugli si struggevano, le piante si lamentavano, i fiori penavano ma nessuno osò mai dar loro attenzione ed accogliere quella sommessa richiesta d’aiuto. La natura si destò da sola, poiché altri non vollero proteggerla. Gli Ent attaccheranno la valle di Isengard, disintegreranno le cavità del sottosuolo, ed espugneranno Orthanc stessa. Essi abbatteranno la diga e libereranno il fiume. L’acqua, come una valanga, ricoprirà il terreno, estinguendo le fiamme dell’industria. Quel torrente, come un diluvio benedetto, purificherà tutto. I rami spezzeranno gli scudi, i tronchi frantumeranno le spade, il verde smorzerà il rosso del fuoco, la natura domerà la tecnica. Saruman verrà vinto.

  • La battaglia al Fosso di Helm

Lo sguardo di Théoden ispeziona il nulla, adocchia lo stigio, erra nel dubbio. Il re di Rohan sa che gli eserciti di Isengard giungeranno alle prime ore della notte. Diecimila unità assedieranno una fortificazione difesa da 300 uomini a malapena. Théoden ha condotto la sua gente alla morte? Quante responsabilità può sostenere un comandante, una guida, un monarca? I sudditi affidano il futuro nelle mani del loro re, il quale deve sopportare il supplizio, l’asprezza di una grande responsabilità. Questa consapevolezza pietrifica il cuore e lo sguardo del sovrano. Théoden scruta la vacuità, e vede le tenebre della paura. Domanda al suo fedele Gambling se tutti si fidino del loro re. Gambling risponde che loro seguiranno Théoden verso qualunque sorte.

Théoden ne è al corrente. Le vite del suo popolo sono appese ad un filo, come il loro coraggio. Quanta forza è necessaria per proteggere un popolo indifeso? Théoden esprime, mediante il suo suggestivo monologo, le umane paure di un re.

"Lady Galadriel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I tempi sono diventati bui, i giorni sono svaniti ad ovest, dietro colline insormontabili. Si è estinta l’era dei cavalieri, e nessun corno suona più. Nulla è rimasto, se non il crepuscolo che volge verso ovest. Mentre Théoden esplica a parole la tristezza di un tempo cessato, bambini innocenti reggono in mano asce e spade, volti spaventati vengono protetti da elmi, corpi tremanti da cotte e guaine. La gioventù di Rohan, costretta ad abbandonare il proprio candore, è chiamata alle armi, per affrontare l’asperità della battaglia. L’era degli uomini sembra essere finita. La lealtà dei vecchi cavalieri è venuta meno, sostituita dalla barbarie, dalla ferocia degli Uruk-hai. Chi ci ha condotto a questo? Cosa può l’uomo nei riguardi di un tale male? Gli uomini non possono fare altro che resistere e stringersi alla speranza, la luce che mai si spegnerà.

Elrond medita nella sua casa accogliente. La voce di Galadriel fiocca da lontano come neve bianca carica di un luminoso albore. La dama di Lórien non vuole abbandonare gli uomini, così sprona Elrond ad inviare un ultimo reggimento di guerrieri elfici. L’esortazione della custode di Nenya riaccenderà la speranza. D’un tratto, gli elfi di Gran Burrone annunciano il proprio arrivo con il distinto suono di un corno. Essi sono giunti numerosi ai cancelli del Fosso. Un’alleanza esisteva una volta e i primogeniti di Eru vogliono onorare tale antico patto. Quando la pioggia cadrà incessante, gli Uruk-hai occuperanno la vallata. Essi dibatteranno le armi, digrigneranno i denti aguzzi, prima di muovere verso le mura. Le frecce scagliate con rapida velocità dagli elfi arresteranno l’impeto della corsa ma soltanto per poco.

La battaglia al Fosso di Helm, una delle sequenze d’azione più spettacolari ed impressionanti della storia del cinema, mostrerà quanto nella storia di Tolkien la tenacia, l’audacia stessa, la voglia di non cedere alla foga del male siano elementi essenziali per esternare il coraggio degli uomini buoni. Messi alle strette, gli uomini, gli elfi, i nani, gli Ent, ciascuna delle creature modellate dall’inchiostro e dalla fantasia immaginifica di Tolkien paleserà un coraggio senza eguali per opporsi al potere tirannico. “Il signore degli anelli” è un’opera che esalta l’eroismo, l’altruismo, la magnanimità, l’alleanza tra specie diverse, accomunate dal desiderio di libertà e di pace. Poche possibilità di trionfare possiedono i guerrieri che contrastano la malignità di Saruman riversata sul Fosso di Helm, cionondimeno, sebbene siano così in minoranza, essi seguitano a resistere, a non sottomettersi, appellandosi alla flebile speranza che si tramuterà in un’inaspettata certezza.

Lo scontro al Fosso evidenzia, altresì, l’amicizia assoluta, profonda, incrollabile che lega Aragorn, Legolas e Gimli. I tre si spalleggeranno per tutta la durata del combattimento. Quando Aragorn e Gimli verranno circondati da lottatori Uruk-hai, fuori dalle mura violate, sarà Legolas a non abbandonarli. Lancerà loro una corda e li tirerà su, salvandoli. L’amicizia, la fratellanza, che unisce Aragorn, Legolas e Gimli sarà salda come un albero impossibile da sradicare.

Quando le ultime resistenze della fortezza cadranno, Aragorn e Théoden cavalcheranno verso le truppe nemiche, in un ultimo atto eroico per far echeggiare la gloria di Rohan. Il corno di Helm Mandimartello suonerà nel fosso, ed i cavalli ed i cavalieri cavalcheranno verso il nemico. I tempi bui non sono ancora giunti davvero, vi è ancora la luce del sole. Aragorn e Théoden, attraverso la loro cavalcata nobile e audace, mostreranno come i regali principi degli uomini non verranno mai scossi. “Dove sono il cavallo ed il cavaliere?” – Si domandava il monarca, eccoli laggiù, fuoriuscire dai portoni dell’edificio ed ingaggiare un’ultima sortita contro il nemico.

Gandalf arrivò né in ritardo né in anticipo ma precisamente quando aveva inteso farlo. All’alba del quinto giorno, Mithrandir sopraggiunse con Eomer ed i soldati rohirrim. La luce del sole accecherà gli Uruk-hai, i quali verranno sterminati. Un nuovo giorno è sorto.

Lo dirà anche Sam, inconsapevole della grande vittoria ottenuta dai popoli liberi. “Arriverà un nuovo giorno, e sarà ancora più luminoso” – sussurrerà il saggio e buono hobbit. Quando tutto sembrerà incupirsi, una luce ancor più radiosa comparirà all’orizzonte. Il buono che c’è nel mondo prevarrà sempre sul male, ed è proprio per quel buono che bisogna combattere. 

Continua con la sesta parte…

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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