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Hercule Poirot (Kenneth Branagh) dipinto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • “Assassinio sull’Orient Express” – Dal romanzo al cinema

Agatha Christie, pseudonimo della narratrice e drammaturga inglese Agatha Mary Clarissa Miller, scrisse numerosi romanzi e drammi polizieschi che ebbero grande fortuna in tutto il mondo per la sua abilità nella costruzione dei vari “casi” e l’inesauribile fantasia. La sua prima storia poliziesca dal titolo “Morte misteriosa a Styles Court”, legò il nome della Christie a quello di Hercule Poirot, il detective belga protagonista di tante storie successive.

Seguendo la tradizione classica del poliziesco anglosassone, la Christie impostò la trama dei propri romanzi su termini rigorosamente analitici. Tra le opere più famose ricordiamo “Murder on the Orient Express”, da cui fu tratto il primo e famoso film omonimo del 1974, diretto da Sidney Lumet, nel quale il protagonista, Hercule Poirot, ebbe le fattezze dell’attore Albert Finney.

Impiantare una storia, nella fattispecie una vicenda che si tinga inevitabilmente di giallo, tutta su di un treno, forse ha rappresentato per la scrittrice inglese una sorta di omaggio a uno dei mezzi di trasporto più importanti e popolari del Ventesimo secolo.  Il treno dunque come luogo privilegiato in cui ambientare scene a volte pacate, altre colorite, altre ancora vere e proprie sequenze ad alta tensione emotiva. Come il cinema, come la pellicola cinematografica, il treno è movimento, è successione di immagini, di inquadrature: forse proprio per questo il fascino che ha esercitato sulla settima arte è stato sempre forte. Lo è stato indubbiamente anche per la Christie che ha inteso basare uno tra i suoi più conosciuti e intricati romanzi proprio su un treno. E che treno! Quell’Orient Express, quel lussuoso convoglio che attraversando una nutrita schiera di città, regioni e Stati unisce Istanbul a Calais. Il treno quindi costituisce per la scrittrice anglosassone un microcosmo di varia e particolare umanità, in cui poter raccontare la storia scaturita dalla sua irrefrenabile fantasia. La trama, prima di un libro e di un film poi, con le pagine, le immagini e le scene sequenziali che si alternano via via a quelle del viaggio, costituisce per il lettore e lo spettatore fonte inesauribile d’interesse e di partecipazione.

"Assassinio sull'Orient Express" del 1974

 

L’omicidio nella storia di Agatha Christie è un atroce atto di vendetta, perpetrato dalla mano armata di una sofferenza intima. E’ causato da un insanabile squarcio nell’animo umano, impossibile da ricucire, se non in parte da una fredda e orchestrata rivalsa, capace di attenuare l’afflizione. L’assassinio è eseguito dalla ragionata volontà di ergersi al di sopra della legge umana, perché neppure essa può nulla dinanzi a un crimine intollerabile come quello di cui si è macchiato l’assassinato. In “Assassinio sull’Orient Express” non ci sono colpevoli, solo vittime furenti e senza pace. E in egual misura non c’è una vittima, quanto un massacrato colpevole.

Il lungometraggio di Sidney Lumet, primo adattamento cinematografico del romanzo, sin dalla sua uscita nelle sale, ha riscosso pareri favorevoli sia di pubblico sia di critica; di sicuro di grande impatto emotivo e coinvolgente, grazie al taglio che il regista ha saputo dare all’intera storia, frutto di una scelta stilistica ben precisa.

Tutta una serie di esitazioni, mezze frasi, reticenze e sottintesi, oltre ai tanti depistaggi, ma con la presenza accertata di parecchi indizi sono alla base della vicenda. Ciononostante non riusciranno a confondere e fuorviare le indagini dell’abile e scaltro Poirot, che alla fine riuscirà a dipanare l’intricata matassa.

  • Assassinio sull’Orient Express – di Kenneth Branagh

Il “fischio” di una locomotiva a vapore si ode in lontananza. Il rumore del suo sferragliare sui binari si avverte con sempre maggiore chiarezza. Attendete ancora un po’ in stazione, giusto qualche minuto. Il treno che state aspettando sta per arrivare da un momento all’altro. Continuate a stringere in mano il vostro biglietto e non siete per nulla soli. Proprio come voi, altri viaggiatori sostano sotto la pensilina, in paziente attesa che il treno giunga a destinazione. Provate a scrutare i volti dei potenziali passeggeri dell’Orient Express. Vi dicono nulla? No? E invece ogni singolo viaggiatore porta in sé la propria storia, ciascuno custodisce i propri segreti. Del resto non sono proprio loro a destare un’accattivante curiosità? Tuttavia, non possiamo certo svelarli con un semplice sguardo, solamente osservando i contorni dei loro volti. I segni del tempo, le smorfie, gli accenni cordiali di saluto che ci rivolgono quando incrociamo gli sguardi, non sono che meri dettagli estetici, incapaci di rivelare i misteri occultati ad arte dalla mente. Neppure indagando il profondo dei loro occhi potremmo scoprire le tele ingannatrici che celano con tanta abilità e devozione. E’ probabile che tutti quei passeggeri non abbiano nulla in comune se non la stessa meta. Sono tutti degli sconosciuti e tutti loro sono dei…sospettati. Ma adesso basta perdersi in chiacchiere, l’Orient Express è arrivato, “staccate” il vostro biglietto e “salite” a bordo.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh fa sosta nella stazione ferroviaria più vicina per assicurarvi un’agevole e pronta salita sui lussuosi vagoni del prestigioso treno, così che possiate vivere la storia narrata dalla prolifica penna di Agatha Christie da un punto di vista nuovo, maggiormente incentrato su un’esperienza visiva ravvicinata, coinvolgente e, per tale ragione, ancor più intensa. Kenneth Branagh va a nozze con le rivisitazioni dei grandi classici della letteratura. Branagh ha sempre diretto con mano ferma e autoritaria le sue opere, conferendo ad esse spessore, ritmo e originalità. Le storie per Branagh non vengono raccontate, devono essere rivissute. Non poteva essere da meno il suo “Assassinio sull’Orient Express”. Un lungometraggio che immerge il pubblico in un contesto affascinante. Branagh, come accaduto nelle sue rinomate trasposizioni dedicate alle opere di William Shakespeare, dirige e al contempo interpreta, ritraendo un rinnovato Hercule Poirot, più alto, più magro e più giovane, nonché dai folti e lunghissimi baffi, i quali si protraggono fin oltre le guance. Il miglior detective del mondo ha, adesso, una “nuova” identità; è ora una “nuova” creatura, più appartenente a Branagh stesso che alla madre originaria, Agatha Christie. Si tratta, infatti, di un Poirot a tratti caricaturale, in senso prettamente celebrativo, s’intende.

Il Poirot di Branagh crede fermamente di discernere con raziocinio ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma nel suo tortuoso viaggio sull’Orient Express scoprirà che il mondo ordinato, come quello che vede una “cravatta ben annodata e stabile alla base del collo”, non esiste. La distinzione tra giusto e sbagliato non è nitida ma nebulosa, e la diversificazione tra bianco e nero non è evidente; anzi è pervasa di sfumature tendenti al grigio. La crepa deturpante, che si dilaterà nell’immaginario muro delimitante la giustizia e l’omicidio, sarà ben più profonda di quanto l’investigatore belga avrebbe mai potuto supporre.

L’occhio “meccanico” della camera di Branagh scruta i corridoi dell’Orient Express, trasformandoli in cunicoli angusti e limitati. Risulta pertanto evidente il tentativo riuscito del regista di valorizzare l’esiguità dello spazio scenico, per poter trasmettere un senso preminente di greve claustrofobia. Branagh fa centro, e riesce con grande abilità a fare della scenografia ben più di un laconico sfondo.  Gli ambienti del treno sono luoghi eleganti da cui traspare un clima inquieto, a volte paranoico, e di costante allerta. L’Orient Express è esso stesso un personaggio, però né vivo, né senziente; è “un artificio”, un mezzo di locomozione costruito dall’uomo, che avanza inesorabile nel proprio viaggio su di un tragitto prestabilito. Il treno non ha che una volontà meccanica e si presta a essere, in maniera di tutto involontaria, lo scenario di un omicidio architettato dalla fredda e iniqua razionalità umana. Il treno è giustappunto il palcoscenico di un teatro in perpetuo movimento, che trasporta i suoi attori lungo scorci invernali e distese innevate. Ma l’Orient Express è anche un luogo senza uscita, una sorta di prigione a prova di fuga, un ambiente che opprime e soffoca; in altre parole uno spazio che costringe “sconosciuti” e assassini a interagire tra loro. Sempre tale occhio valorizza gli spazi circoscritti, creando una messinscena prettamente teatrale.

L’Orient Express diviene palcoscenico senza velario e quindi anche senza confini. La camera, infatti, fuoriesce a volte dal treno, seguendo, con protratti piani sequenza, i movimenti dei personaggi dal di fuori, come se la regia permanesse nei contorni della platea e osservasse i personaggi intenti a muoversi sulla scena, da una contenuta distanza. Branagh, inoltre, “sposta” i suoi spettatori oltre gli esterni dell’Orient Express, espandendo gli spazi scenografici oltre gli interni delle carrozze. Così Poirot si può muovere fuori dal treno, camminando con signorile passo su coltri innevate, e osservando, con occhio vigile, paesaggi invernali. La “bianca” natura si contrappone alla bellissima e accesa fotografia, mirabile negli interni delle carrozze. Branagh dilata e comprime gli spazi tra libertà esterna e angusta prigionia circoscritta. Ma non solo, le bellissime inquadrature dall’alto pongono gli spettatori in una posizione di vantaggio, come se si elevassero sulle menti dei personaggi e ne ricercassero i pensieri. L’occhio invedibile della camera si sofferma ogni tanto ad osservare i personaggi attraverso alcune vetrate, le quali dividono l’immagine e “sdoppiano” i volti, come a simboleggiare le due facce della verità e della menzogna. Branagh vuol dare l’illusione che l’occhio che scruta con distacco e curiosità sia il nostro, il medesimo che valica la soglia dell’immaginario e si pone, nell’invisibilità, in mezzo allo scorrere della storia.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh si avvale di un cast corale pieno zeppo di stelle. 13 sconosciuti su cui spicca una sempreverde Michelle Pfeiffer. E’ forse nella “traduzione”, nella “trascrizione” e nella conseguente trasposizione di quei sospettati che è riscontrabile la carenza della versione di Branagh. La cura nella caratterizzazione della stesura delle personalità di ognuno di loro non è approfondita, così come la psicologica dei passeggeri finisce per essere soltanto accennata. Non è certamente semplice compendiare un romanzo così denso in poco meno di due ore di pellicola. Branagh bada al sodo, lasciando che sia il suo Poirot, con le sue straordinarie doti deduttive, a dominare la scena e a far sì che i restanti personaggi assurgano a ruolo di comprimari, interessanti, ambigui e ingannatori, ma pur sempre comprimari.

La rivelazione finale avverrà su di un “palco” sito a pochi metri dalla locomotiva, intorno a quella che potrebbe sembrare una tavola non imbandita, come se si stesse consumando un’ultima cena per un’ultima confessione.

“Assassinio sull’Orient Express” è un film avvincente e visivamente molto bello, che combina abilmente lo stile di un giallo intricato con i canoni di un blockbuster da intrattenimento, convincente ed emozionate. E’ un viaggio che trascina in maniera emotiva, adempiuto su di un treno prossimo a terminare la sua corsa e giungere in stazione, e a lasciare che i propri passeggeri scendano giù. Quando abbandonerete l’Orient Express, sarete riusciti a svelare i segreti che nascondevano tutti quegli sconosciuti?

Soltanto il vostro sguardo saprà dirvelo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Le 5 leggende disegnate da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La brezza estiva, quel venticello leggero che carezza col suo rinfrancante soffio il viso accaldato di chi lo riceve, smette di regalarci i suoi servigi allo scadere di settembre. Un’aria decisamente più fresca giunge poi da lontano, portando con sé l’autunno. Le esili foglie degli alberi cadono giù dai rami con sempre maggiore insistenza, creando ai crocicchi delle strade tappeti ingialliti, simbolo di una natura apparentemente stanca. Col passare dei giorni, l’autunno spossa il paesaggio, prima vigoroso e soleggiato dell’estate, come una sorta di “traghettatore”, che prende la natura per mano fino a condurla alle porte dell’inverno. Il vento soffia forte all’arrivo della stagione invernale. Nelle regioni più fredde, ai cigli delle strade, la coltre di neve riveste il terreno come un manto bianco e l’acqua dei laghi, così limpida e trasparente in primavera, diventa improvvisamente di ghiaccio.

Proprio tra le gelide acque di un lago ghiacciato, rianimato da un soffio leggero ma colmo di un astratto vigore, riapre i suoi occhi al mondo un giovane. Tutto intorno a lui era buio e faceva tanto freddo. Egli emerse da uno spicchio d’acqua, e si generò dal sospiro di un’entità nascosta sulla luna, proprio come spirito dell’inverno, battezzato col nome di Jack Frost. Una volta in piedi, Jack raccolse un bastone che giaceva a pochi passi da lui, su quella stessa sottile lastra di ghiaccio che, sebbene fosse tanto fragile, continuava a resistere al peso del giovane, tanto era eterea la sua consistenza. Era come se Jack fosse incorporeo, i suoi balzi felini non arrecavano alcun “disturbo” a quel fragile “pavimento” che egli calcava. Jack si accorse che lambendo il tronco degli alberi col suo bastone catalizzante poteva rilasciare “ghirigori di ghiaccio”, che si adagiavano sulle cortecce e le ornavano come arti decorative cristallizzate. Comincia così la fiaba cinematografica de “Le 5 leggende”. In tale racconto visivo, Jack Frost ha l’eterna parvenza di un giovane dai capelli bianchi, simili alle candide distese innevate che circondano il paesaggio in cui è nato. Compiaciuto dai suoi prodigiosi poteri, Jack comincia a correre fino al villaggio più vicino. Tuttavia, con grosso rammarico, scoprirà che nessun essere umano è in grado di vederlo. Jack è un’essenza fisica, razionale ed emotiva non percepibile, e che nessuno scorgerà mai per i successivi trecento anni.

Tre secoli dopo, Jack è uno spirito frizzante e giocherellone, giulivo e pieno di vita, e passa gran parte delle sue giornate a divertire i bambini con giochi di neve e “freddolose” magie. Il giovane è mosso da un’incontenibile gaiezza, e sebbene il suo spirito sia l’incarnazione impalpabile del freddo inverno egli ha comunque un animo e un cuore calorosissimi. Jack, quando osserva gli altri giocare, mostra un sorriso radioso come il sole, ma al contempo, la sua condizione d’invisibilità lo rende caratterialmente triste, come se nel suo intimo proliferasse una gelida solitudine. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di ricercare sempre il divertimento per offrirlo al prossimo. E’ come se Jack Frost dal gelo traesse il mite e coinvolgente ristoro per gli animi altrui. Egli è però anche vittima dell’incomunicabilità: nessun bambino può sentirlo, solo con la magia riesce a far percepire la sua mistica presenza. La sua è un’aura speciale, di quelle che a malapena si avvertono, ma ci sono. Di quelle paragonabili alla levità di un fiocco di neve che cade solitario dal cielo e subito si disperde su distese ammantate. Jack è una piccola leggenda, raccontata in alcune credenze popolari, ma non ancora così importante da conquistare l’affetto dei bambini, i soli a poter aiutare Jack a diventare un guardiano.

I bambini nella loro animosità sognante credono nelle creature magiche come Babbo Natale, Calmoniglio, la Fatina dei denti e Sandy, quest’ultimo, protettore del loro sonno. Queste quattro creature rivestono per l’appunto il ruolo di “guardiani”, e preservano l’innocenza e la fantasia dei piccoli. Babbo Natale e Calmoniglio allietano le festività degli infanti durante il Natale e la Pasqua, la Fatina dei denti porta gioia ai piccini quando loro perdono i dentini da latte, e Sandman veglia ogni notte sui loro sogni. Un giorno, l’uomo nero torna sulla Terra, dopo essere fuggito da un luogo d’esilio in cui i quattro guardiani lo avevano confinato anni prima. Preoccupato dal potere dell’uomo nero, che vuole privare ogni bambino della fantasia che alimenta il credo nei quattro guardiani, l’Uomo sulla Luna ordina agli stessi di convocare un quinto elemento, vale a dire Jack Frost.

“Le 5 leggende” è un’opera favolistica, visivamente incantevole e sapientemente costruita, incentrata sulla fede dei bambini verso il mondo incantato. Una fedeltà che rischia di vacillare all’arrivo dell’uomo nero, il quale ha lo scopo di annientare l’innocenza, la felicità, la speranza dei bambini con la paura.

Babbo Natale, noto semplicemente come “Nicholas Nord”, ha l’aspetto tradizionale di figura austera e corpulenta, dalla bianca barba fluente. Calmoniglio è un coniglio di grandi dimensioni, agile e scattante, che maneggia sempre dei boomerang affilati con cui combatte i cattivi. La Fatina dei denti è, invece, dolce e protettiva, con uno spiccato senso materno, e ha l’aspetto di una fanciulla dal corpo rivestito di piume variopinte con piccole ali simili a quelle dei colibrì. Infine, Sandman è il guardiano dei sogni. Sandman, chiamato affettuosamente Sandy, è di minute dimensioni ma pingue, dallo sguardo affettuoso e dai modi affabulanti. Egli vive in un regno fatto di nuvole d'oro, e le sue stesse magie vengono modellate da una sabbia dorata, attraverso la quale Sandy riesce a rendere veri i sogni delle persone.

Le arti magiche di Sandman discendono dal cielo tutte le notti, come fasci di luce scintillanti dalla consistenza granulosa. La sabbia è l’essenza della magia e serve a materializzare i personaggi animati di un sogno, i quali aleggiano sopra le menti dei bambini dormienti. I sogni indotti da Sandy sono in grado di rendere visibili figure magiche e incantate, come un delfino che nuota in un mare fatto d’immaginazione, e un unicorno che scorrazza su praterie oniriche. A Sandy, tuttavia, si oppone il crudele uomo nero che può “toccare” un sogno, opprimerlo con la sua oscurità, e trasformarlo in un incubo. Sandman e l’uomo nero sono forze contrarie, come Hypnos e Thanatos, figure contrapposte della mitologia greca, le quali dominano il sonno e l’incubo. Sandy rilascia la sua dolce polverina dorata, l’uomo nero invece la sua lercia sabbia nera. E’ interessante notare come Sandy non si esprima mai con la semplicità, talvolta blanda, delle parole, superflue per lui che comunica con la forza espressiva delle immagini, delle forme, delle forze visive che emergono dall’animo. L’uomo nero è, invece, un antagonista sinistro, diabolico, un infingardo tentatore.

La fanciullezza è spesso la fase più lieta nella vita di un essere umano. E’ la prima tappa di un percorso vitale, quella maggiormente influenzata dall’immaginazione. Nelle loro incarnazioni spirituali, i guardiani hanno il compito di portare gioia nel cuore dei bambini. Tale compito viene cadenzato dal tempo. In un intero anno solare, le due festività più importanti sono la Pasqua, ma soprattutto il Natale. Babbo Natale e Calmoniglio cadenzano la crescita anno per anno dei bambini attraverso le festività natalizie e pasquali. I fanciulli durante la loro crescita attendono con incontenibile gioia l’arrivo delle feste, così da poter scartare i regali ai piedi dell’albero tra luci sfavillanti e palline colorate o per dipingere le uova che trovano la mattina di Pasqua. Gli altri due guardiani, la Fatina dei denti e in particolar modo Sandy, invece, restano accanto ai bambini per un periodo molto più lungo nel tempo. Sandy si manifesta ai bambini durante la notte, al termine di una intensa giornata, e diletta i sogni dando forma e colore a figure festanti e giocose. Sandy guida dunque i bambini durante la loro crescita quotidiana, mentre la Fatina dei denti nella loro progressiva maturazione; in altre parole segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La Fatina dei denti ha il delicato compito di portare gioia ai bambini in un momento in cui, per la prima volta, hanno perduto qualcosa di sé: la caduta del tutto naturale di un dentino da latte. Dentolina, questo è il nome della fatina, raccoglie i dentini dei bambini e ne custodisce i ricordi di ognuno di loro in preziosi contenitori come fossero scrigni. La perdita dei denti è infatti un segno simbolico, una fase distinta della crescita, uno sviluppo graduale cominciato con la venuta al mondo. Nella caduta dei primi denti avviene una sorta di “separazione” che comporta un distacco dal passato per guardare al futuro. E’ forse per tale ragione che Dentolina custodisce i ricordi di ogni bambino che col tempo diverrà adulto. Tutte e quattro le leggende agiscono in un spazio temporale differente: Sandy ogni notte, Dentolina nelle notti in cui un bambino ha bisogno del suo intervento, Calmoniglio nel periodo pasquale e Babbo Natale, naturalmente, a dicembre, proprio nell’ultimo mese dell’anno. Jack Frost è, invece, uno spirito che agisce durante la stagione invernale.

Egli dall’asperità del freddo trae i propri poteri per convogliarli in gioia e divertimento. L’inverno è una stagione particolare, spesso considerata avversa. I bambini non trascorrono molto tempo fuori, il freddo non permette loro di giocare e correre all’aria aperta come farebbero durante l’estate. Ciononostante, Jack sa usufruire delle proprie arti magiche per trasformare i doni dell’inverno in giochi divertenti per i bambini. Com’è invisibile il suo corpo così lo sono i suoi ricordi, su chi lui sia realmente. Jack non ricorda chi fosse nella sua vita precedente. Scoprirà la sua vera identità grazie a Dentolina.

Quando era un ragazzo come tanti, Jack, un giorno, andò a pattinare con la sua sorellina, Emma, sulla lastra sottile di un lago ghiacciato.  Quando la lastra cominciò a cedere, Jack riuscì a mettere in salvo la sua Emma, allontanandola via con il proprio bastone. La tranquillizzò dicendo che si trattava solo di un gioco. Jack portò la sorellina a credere in lui, a fidarsi di quanto le stava raccontando, e così facendo poté salvarla. Il giovane però non riuscì ad allontanarsi in tempo e il ghiaccio sotto i suoi piedi, dato l’esiguo spessore, si frantumò; fu così che scomparve nelle gelide acque del lago. Commosso dal suo altruismo, l'Uomo sulla Luna decise di restituirgli la vita, trasformandolo in uno spirito. Jack riacquistò la vita nel medesimo luogo in cui la perdette.

Una volta scoperto il proprio trascorso, Jack Frost raduna le forze residue e si prepara a fronteggiare l’antagonista. Tutti gli altri guardiani sono stati fatti prigionieri, perdendo i loro poteri perché i bambini, spaventati dalla furia dell’uomo nero, hanno smesso di credere in loro. Così Jack tenta disperatamente di usare le proprie arti magiche per convincere Jamie, l’ultimo bambino rimasto fedele, dell’esistenza dei custodi. Ma per il grande stupore di Jack Frost, Jamie, quando scorgerà la magia che ritrae un coniglio fatto di neve, riuscirà a vedere per la prima volta l’immagine di Jack. La mamma di Jamie lo aveva più volte messo in guardia dal freddo, raccontandogli la storiella di Jack Frost, così il bambino iniziò a credere nella sua esistenza. A quel punto Jack riesce finalmente a rendersi visibile ai bambini che, attratti dai suoi giochi di ghiaccio, lo riconoscono e immediatamente riacquistano fiducia nei guardiani i quali, riappropriandosi dei loro poteri, sconfiggono l’uomo nero. Jack verrà così proclamato come quinta leggenda, guardiano del divertimento e signore dell’inverno. E’ il capoverso finale di questa bellissima fiaba, un incanto visivo per gli occhi e nutrimento per il cuore.

Ma cos’è l’inverno? E’ pioggia che batte sui vetri delle case, neve che ondeggiando vien giù dal cielo, freddo che induce l’animo umano, ancor prima del corpo, a ricercare il caldo abbraccio della persona amata; è paesaggio bianco, natura innevata, lago ghiacciato, mare burrascoso, monti coperti di candida coltre, camini accesi. In altre parole l’inverno è pura, tersa e dolce atmosfera. Esso ha una magia tutta sua. In questa stagione, in cui la vita, malgrado il freddo, continua il suo ritmo febbrile, l’uomo gode la dolcezza e l’intimità della famiglia, mentre fuori la natura ricama sulla terra fiori di gelo, di brina e di neve, che danno al paesaggio un aspetto fiabesco.

Chissà se sia realmente Jack Frost con il proprio bastone a esercitare i suoi incantesimi sugli alberi in autunno per far cadere le foglie e accelerare l’arrivo dell’inverno. Chissà se sia veramente lui a scuotere le nuvole in cielo, e a farle piangere lacrime di neve. Nascosto allo sguardo dell’uomo adulto, chi lo sa, magari Jack si diverte a sfiorare col bastone le pozzanghere d’acqua torbida per renderla cristallina, così che essa possa riflettere, come uno specchio, le sagome della gente. Ha un che di generoso il pensiero che lui, nascosto alla vista, ami sfruttare i propri poteri per rendere mirabile l’immagine riflessa delle persone, le quali in maniera fugace potranno specchiarsi per un istante, passeggiando per strada. Capiterà, di tanto in tanto, che un adulto, prossimo a riflettersi in quell’acqua, sia stato un bambino che un tempo scorse l’immagine di Jack Frost ma che oggi non riesce più a vedere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Passeggiando per le vie di Manhattan, dopo aver fatto shopping da bloomingdale, una donna dai ricci capelli d’oro chiede all’amato quali siano i nomi femminili inglesi più belli. La giovane era desiderosa di scegliere un nome per se stessa che fosse pronunciabile nella lingua madre del compagno. Per tale ragione comincia a chiedere all’uomo di elencarle tutta una serie di nomi in modo da poterne scegliere uno – il migliore – insieme. “Beh…ce n’è sono migliaia” - pensò subito il giovane, e iniziò ad elencarli. Jennifer, Joanie, Hilary e Linda furono i primi nomi che iniziò a proferire. D’un tratto, l’uomo si fermò per un istante e si chiese: “dov’è siamo?! Ah sì, Madison…”.  Prima che proseguisse nella sua elencazione, la ragazza lo interruppe bruscamente - “Madison! Mi piace Madison!” -  L’uomo scoppiò a ridere incredulo – “Ma Madison non è un nome…” - disse. In effetti la parola Madison era scritta su un’insegna stradale sita a pochi passi da loro, indicante il viale “Madison Avenue”. La ragazza parve dispiacersi. Allorché l’uomo le aggiunse prontamente: “Va bene, vada per Madison”. Sul viso della giovane tornò il sorriso, felice di aver scelto un nome che le piaceva così tanto da renderla ancor più “definita” agli occhi del fidanzato.

Madison è un bellissimo nome, di certo inusuale, anzi per la donna che per prima lo scelse era decisamente originale, unico, come unica, d’altronde, era lei stessa, dolce e bella da togliere il fiato. L’angelica bellezza di quella dama che si aggirava tra le strade di Manhattan non poteva che essere battezzata se non con un “epiteto” speciale. Ma chi era, in verità, Madison? Era Daryl Hannah!  Così si chiamava, e si chiama tuttora, la ragazza che stava donando la propria immagine a quel personaggio che aveva scelto un così singolare nome per se stessa. Era il 1984 e Daryl Hannah era Madison, una sirena innamorata a New York.

Daryl Hannah nacque a Chicago, nell’Illinois, il 3 dicembre del 1960, figlia di Susan, una produttrice polacca, e di Donald Hannah, capo di una società di rimorchiatori e chiatte da carico. Daryl era una ragazzina estremamente timida e riservata. Era così taciturna da bambina che le fu diagnosticata una lieve forma di autismo. La mamma decise di ritirarla dalla scuola per un anno e di lasciare che la figlioletta vivesse per un po’ nel suo piccolo mondo, rifiutando i consigli dei medici, i quali avevano consigliato il ricovero in un istituto specializzato. Daryl amava dondolarsi, osservare e rifletterci su. Sempre con fare introverso, guardava la realtà che si snocciolava intorno a lei. Sebbene cresceva isolata dagli altri bambini, Daryl conosce i suoi primi amici, ovvero i personaggi fittizi dei film, e trova rifugio nel magico mondo del cinema. In quegli anni Daryl soffriva anche d’insonnia e trascorreva molte notti dinanzi al piccolo schermo, a guardare quanti più film poteva. Quando vide “Il mago di Oz” s’innamorò di quella realtà immaginaria. Provò persino ad avvicinarsi al televisore nel tentativo di varcare lo schermo ed entrare in quel mondo fantastico. Fu in quel momento che nacque la sua passione per il fantasy, e si accese in lei, come per incanto, la voglia di diventare un’attrice. La madre, infine, trascorso un anno rivelò di aver avuto ragione a non seguire il parere dei medici. E così fece che la figlia piano piano si reintegrasse nel mondo circostante. Daryl le fu eternamente grata: grazie alla lungimiranza della madre poté seguire la sua aspirazione. Daryl ha poi frequentato la Francis W. Parker School, e in seguito ha deciso di iscriversi alla University of Southern California.  Prima di esordire nel mondo del cinema ha studiato danza e recitazione.

L’arte della recitazione diventa per lei l’opportunità di valicare i confini di una nuova realtà nella quale può intuire anticipatamente come muoversi, così da superare, con maggiore facilità, la sua timidezza. I personaggi sceneggiati hanno per lei il vantaggio di essere pre-costruiti, così da poterli studiare e renderli, al contempo, naturali, aggiungendo quel tocco interpretativo che solo lei saprà in seguito conferire.

L’esordio assoluto per Daryl Hannah arriva nel 1978 quando, diretta da Brian De Palma, è nel film “Fury”. Da allora e per i successivi decenni si farà dirigere da registi quali Ridley Scott, Ron Howard, Ivan Reitman, Oliver Stone, John Carpenter e Quentin Tarantino.

Daryl Hannah interpreta Pris in "Blade Runner"

 

  • Blade Runner: bambola letale

Nel 1982, alla sua terza apparizione cinematografica, Daryl Hannah è la principale antagonista femminile del capolavoro di fantascienza “Blade Runner” di Ridley Scott. L’attrice, giovanissima, si presentò ai provini per la parte di Pris sfoggiando un look studiato ad hoc per creare un’estetica evocativa del personaggio. Pris doveva avere un aspetto punk. Per tale ragione molte ragazze arrivarono ai provini con le parvenze più disparate. Ci fu chi si truccò come una bambola di plastica, con le guance color rosa e i capelli in piega. Un’altra giunse tutta vestita d’argento con impressi fulmini stilizzati. Daryl, invece, aveva indossato una parrucca fatta di peli di Yak che fungevano da capelli corti biondi ad ampio caschetto. Ammise, molti anni dopo, di sentirsi brutta e inadatta in quell’ansiosa mattina. Ma la parte andò a lei, e il look che aveva presentato colpì così tanto il regista da indurlo a sceglierlo come aspetto preminente del personaggio di Pris.

Pris, abbreviazione di Priscilla, è una replicante, un modello cibernetico creato il 14 febbraio del 2016 dalla Tyrell Corporation. Non a caso il personaggio di Pris è stato costruito in quella precisa data, a San Valentino. Pris è una donna-androide concepita per il diletto e il piacere. Un giorno, lei fugge insieme al compagno Roy Batty e ad altri quattro replicanti dalle colonie extra-mondo, dove visse per tre anni come una schiava, e si nasconde sulla Terra. La replicante vaga sola tra le periferie cittadine di Los Angeles. I suoi capelli sono bagnati e gonfi dall’incedere della pioggia, e il suo volto è leggermente imbrattato dallo sporco e dallo smog della città. Ella si nasconde tra i rifiuti in vigile attesa. Di lì a poco passa un uomo chiamato Sebastian. Pris lo convince a farsi ospitare nella sua dimora. Sebastian è un uomo dalla salute cagionevole, un genio dell’ingegneria e un maestro nella costruzione. Egli è talmente solo da essersi costruito giocattoli di grandi dimensioni, dagli aspetti più che particolari, che sanno muoversi e anche parlare.

Una volta in casa, in attesa che Roy Batty la raggiunga, Pris si trucca. Pasticcia il suo viso col cerone e lo fa diventare bianco come la porcellana, e tinteggia i contorni dei suoi occhi di un nero intenso. Il complesso ruolo della replicante venne fatto proprio da Hannah che caratterizzò l’androide alternando, con rapidi stacchi espressivi, smorfie dolci ad altre inaspettatamente inquietanti. Daryl fa di Pris un ritratto incerto, generante paranoia, in cui la fiduciosa serenità evocata dalla ragazza si mescola ad una forma di esasperato timore. Ella è talmente bella da invogliare all’attrazione, eppure, quei suoi fulminei modi sinistri non fanno che mettere in allerta chi vorrebbe avvicinarsi a lei. Daryl lascia che i suoi occhi comunichino più di quanto possano fare le sue labbra carnose nel proferire parola. Gli occhi di Pris penetrano la sfera emotiva di chi incrocia il suo sguardo, attraversano la corporalità sino a giungere nell’intimità e suscitare le più svariate interpretazioni emotive. Ella alterna sguardi più dolci e aggraziati ad altri più cupi e glaciali, come se i suoi occhi diventassero di ghiaccio; due luci ipnotizzanti, talvolta, rendono le sue iridi di un rosso magnetico. Ma non solo, in una breve sequenza, Pris rotea le pupille fino a farle scomparire, lasciando intravedere soltanto la sclera bianca, come se volesse rendere il suo sguardo inaccessibile.

Pris è un personaggio articolato e contorto. Ella è stata creata dall’ingegno dell’uomo, non è che un costrutto artificioso modellato per essere soggiogato da un padrone che vorrebbe fare di lei un mero strumento di piacere. Non ha diritti e alla nascita non conosce libertà. Inoltre, la sua breve vita sta per giungere al termine. Pris rivendica con Roy Batty il proprio posto su di un piano esistenziale paritario a quello dell’uomo, inteso come creatura umana, e vuol spezzare le catene che la terrebbero assoggettata alle pulsioni di uno schiavista.

Pris è come fosse una bambola bella e dannata, pericolosa e fatale. Suggestiva la sequenza in cui lei, indossato un body bianco da ballerina, si finge un giocattolo inanimato. Deckard, appena entrato nella casa di Sebastian, si trova davanti una sala piena di giocattoli, grossi pupazzi e statue in meccanico e compassato movimento. Alcuni di questi giocattoli restano immobili, privi di vita come ci si aspetterebbe. Tra questi si nasconde Pris, che finge d’essere la rappresentazione “statuaria” di una ballerina acrobatica inerme, coperta da un lungo velo bianco trasparente che sembra preservarla. Deckard la guarda con sospetto quand’ecco che lei si anima, dimostrando d’essere vera e lo attacca. Una sequenza emozionante nella quale il personaggio di Daryl rivela di non essere un debole fantoccio privo di vita, camuffato tra gli esseri umani, ma una creatura forte e persino letale.

Daryl, al suo primo, vero ruolo importante, offrì un’interpretazione curata e minuziosa. Con “Blade Runner”, uno dei film più belli della storia del cinema, Daryl Hannah scrisse subito il proprio nome nelle opere di culto della cinematografia mondiale.

Daryl Hannah è la sirena Madison in questo ritratto di Erminia Giordano per CineHunters

 

  • “Splash – Una sirena a Manhattan”: tra la terra e il mare, l’archetipo della donna eterea

Come tenne a confessare in un’intervista, da bambina, Daryl era attratta dal divampare dei focherelli accesi. Il fuoco, elemento della natura, nel suo movimento attirava la sua attenzione. Crescendo, però, fu un secondo elemento della natura a catturarla: il mare. Daryl Hannah si era innamorata della fiaba di Hans Christian Andersen “La sirenetta”. Gli piacque così tanto che immaginava d’essere lei stessa una sirena ogni qualvolta nuotava in mare. Daryl, sin da piccola, era una nuotatrice straordinaria, veloce, elegante e abilissima nell’imitare i movimenti sinuosi di una sirena. Quando le porte del cinema hollywoodiano le si spalancarono davanti, ella sognava ancora di poter essere la Sirenetta di Andersen. Nessun adattamento della tragica fiaba dello scrittore danese vi era, in effetti, in cantiere. Ma il regista Ron Howard, spalleggiato dal produttore Brian Grazer, stava per girare un film basato su una sceneggiatura che portava la firma di Lowell Ganz, Babaloo Mandel e Bruce Jay Friedman. Stando a quanto affermavano i tre sceneggiatori era la storia più bella che mai avessero scritto nella loro vita. Ispirata, ma solo ispirata, alla fiaba di Andersen, la sceneggiatura raccontava l’avventura di una sirena che giunta a Manhattan per congiungersi all’uomo di cui si era perdutamente innamorata, veniva a sua volta ricambiata in maniera incondizionata. La sceneggiatura faticava a trovare una casa di produzione pronta a dare il via libera al progetto, finché non fu letta dalla Walt Disney. La Disney, che veniva da un decennio di grossi fallimenti, si mostrerà tuttavia reticente nell’accettare una storia sognante ma adulta e un copione che prevedeva alcune, sia pur brevi e composte, scene di nudo per la protagonista. Desiderosa comunque di non farsi scappare il film, la Disney inaugurò la Touchstone Pictures, un marchio di produzione e distribuzione separato, creato ad arte per realizzare film destinati ad un pubblico non infantile. Iniziò così la produzione di “Splash – Una sirena a Manhattan”, opera diretta dal futuro premio Oscar Ron Howard. Il lungometraggio si avvalse di un cast di giovani interpreti, pronti a divenire stelle di prima grandezza nel firmamento hollywoodiano: da Tom Hanks a John Candy, fino alla protagonista assoluta: Daryl Hannah. Daryl realizzava così un sogno, quello di poter diventare una “vera” sirena.

Dicevano gli sceneggiatori, prima d’iniziare le riprese, di aver descritto in “Splash” “la donna perfetta”. Ma una creatura femminile, dalla bellezza tanto splendente da poter essere adamantina, doveva ancora assumere forma, consistenza e corpo, in altre parole, tutti loro dovevano scovare l’attrice che rendesse Madison viva e vera. Daryl Hannah fu scelta immediatamente per la parte. La sua bellezza spontanea, linda, quasi celestiale, e quei suoi sorrisi angelici emanavano un senso d’innocenza assoluto. Daryl interpretò la sirena e la rese incredibilmente reale, come fosse la creatura del mare più bella che era mai stata raccontata, nonché osservata da occhio umano. Il modo così naturale con cui si muoveva in acqua, agitando con grazia la sua rossa coda pinnata, la semplicità con cui raggiungeva le profondità del mare durante le lunghe e impegnative riprese del film e la disinvoltura con cui seguitava a mantenere gli occhi aperti sott’acqua, mentre osservava quel mondo sommerso, la resero una sirena reale, concreta, in grado di oltrepassare i confini scenici e offrire con leggiadra disinvoltura ciò che lei in realtà voleva.

Quando arrivò a Manhattan, il personaggio di Daryl affiorò dalle acque completamente nuda, coperta soltanto dai suoi lunghissimi capelli biondi. La sirena, nell’interpretazione dell’attrice, scruta il mondo terrestre e si rapporta con esso per mezzo di una sincera e incontenibile curiosità. La sirena di Daryl osserva tutto ciò che la circonda con l’innocenza di una creatura amorevole ma spaesata e desiderosa di conoscere nuove cose. La sua espressione incantata e felice quando guarda il volto dell’amato, la sua pelle bianchissima e liscia così come appare quando emerge dall’acqua e poggia i suoi candidi piedi sulla terraferma, sono tutti caratteri estetici e interpretativi che Daryl donò al suo personaggio migliore. Daryl era a tutti gli effetti la personificazione, narrata e resa viva, della Sirenetta di Andersen, se questa non fosse morta in così tenera età, ma se invece fosse vissuta e maturata come una donna meravigliosa. Madison è la sirena “in carne ed ossa” più simbolica di sempre. Persino i disegnatori della Disney, quando iniziarono la lavorazione de “La sirenetta”, si ispirarono in parte alla sirena di Daryl Hannah, scegliendo di colorare i capelli di Ariel di rosso per non renderla troppo somigliante a Madison.

“Splash – Una sirena a Manhattan” è un fantasy con una grande cura del dettaglio scenico. Il personaggio di Allen (Alan in italiano) interpretato da Tom Hanks è indissolubilmente legato alla sirena, la sua anima gemella che vive nel regno del mare. Notiamo come egli nel proprio ufficio tenga un acquario. Anche a casa, in camera da letto, l’uomo ha un acquario, che suscita un sorrisetto sulle rosee labbra di Madison. Alan possiede anche delle grandi conchiglie che tiene su un tavolino di vetro. Egli, all’inizio del film, ammette, prima di rivedere la sirena, di sentirsi sereno e felice soltanto quando raggiunge la spiaggia di Cape Cod e si sofferma a guardare i fluttui. Inconsciamente egli è attratto dai marosi perché sa che tra le onde nuota la sua Madison, e cerca di colmare quell’assenza con espedienti e oggetti che richiamano il mare. “Splash – Una sirena a Manhattan” è la storia d’amore tra due esseri appartenenti a due regni differenti, separati tra loro. Ma grazie ad un profondo legame, i due riescono a scegliere un solo piano esistenziale in cui vivere la loro vita insieme, senza mai separarsi.

Una delle scene più romantiche del film vede Alan donare a Madison un carillon con due miniature custodite in una sfera di vetro che raffigurano una coppia d’innamorati nell’atto di danzare. E’ la prima volta che Madison ha l’opportunità d’ascoltare la musica romantica. E lo fa con quel carillon. Il regalo di Alan ha una valenza profonda, perché è come se riuscisse a catturare un brano musicale e ne facesse dono all’amata, la quale può riascoltare la musica ogni volta che ne ha voglia. La melodia che cadenza i passi delle due statuine del carillon viene poi ripresa da un violinista di strada, che suona davanti a Madison e Alan mentre si tengono per mano. Quella malinconica melodia, ripresa dal violinista, si sposa all’interpretazione che Daryl Hannah fa della sua sirena, una creatura così carezzevole e armonica da non essere compendiabile né dalla terraferma né, forse, dal mare stesso; ella è uno spirito etereo, come fosse dell’aria, una celestiale melodia uscita dalle corde del più nobile tra gli strumenti musicali.

Madison, come avevano preannunciato gli sceneggiatori, è l’archetipo della donna perfetta. Ella attraversa il regno marino e quello terrestre con grazia eterea. Una luce radiosa, dalla fonte imprecisata, spesso la illumina per accentuare la sua candida natura. E’ una cristallina visione dal carattere puro. Ciò che la differenzia dalla Sirenetta anderseniana è che lei non vuole rinnegare la sua natura. Madison ama essere una sirena, e decide di camminare sul suolo terreno soltanto per poter riabbracciare il suo amato. Madison, non è combattuta dal voler mutare la forma corporale del proprio essere, cerca, invece, di districarsi tra i due mondi per poter vivere il suo sentimento. Lei, sul finale, è pronta a rinunciare con sofferenza alla sua vera natura solo per amore di Alan. Ecco perché quello di Daryl è un ritratto completo di sirena. Daryl fa di Madison un dipinto delineato dall’arte della recitazione sulla sua stessa epidermide, il che la porta a combinare perfettamente i caratteri somatici della femminilità e dell’animosità della donna e della sirena. Madison è una creatura dall’aspetto gentile e delicato, ma anche una donna forte, coraggiosa e passionale, ma soprattutto innamorata.

Daryl Hannah, Tom Hanks e Ron Howard sul set di "Splash - Una sirena a Manhattan"

 

“Splash – Una sirena a Manhattan” fu un enorme successo di critica e di pubblico. Costato appena 8 milioni di dollari ne incassò 6 soltanto nel suo week-end di apertura. Gli incassi ammontarono, infine, a quasi 70 milioni di dollari: fu tra i dieci film più visti dell’anno. Il lungometraggio venne candidato al Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale e al Golden Globe per il miglior film. Vinse il premio della critica conferito dalla National Society of Film Critics per la migliore sceneggiatura, e proprio Daryl Hannah vinse il suo primo Saturn Award come migliore attrice protagonista. “Splash” fu accolto da recensioni entusiastiche ed è tutt’oggi considerato uno dei migliori film degli anni ’80 e una delle storie d’amore più romantiche che siano mai state proiettate sul grande schermo. Grazie al successo di “Splash”, la Touchstone Pictures poté continuare a produrre film importanti nei successivi decenni. Insieme a “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, “Splash – Una sirena a Manhattan” è considerato il film simbolo degli anni ’80 per la casa di produzione.

Può il nome di un personaggio assumere un valore sociale? E’ ciò che accadde all’uscita di “Splash – Una sirena a Manhattan”. Il nome della protagonista entrò nel linguaggio comune. Col passare degli anni il nome “Madison” divenne sempre più diffuso fino a che, agli inizi del Duemila, fu addirittura il terzo nome più diffuso in America. Daryl ebbe il merito di generare un fenomeno sociale difficilmente ripetibile, ergendosi col suo straordinario personaggio a fonte d’ammirazione e di ispirazione.

Dopo quel sensazionale successo, Daryl fu diretta da Reitman in “Pericolosamente insieme” e da Oliver Stone nel thriller dal vasto apprezzamento critico “Wall Street”. Nel 1987 fu la meravigliosa protagonista Roxanne nell’omonimo film di successo diretto da Frederic Schepisi, una rivisitazione, in chiave moderna, della commedia teatrale di Edmond Rostand “Cyrano de Bergerac”. Due anni dopo, precisamente nel 1989, recita fianco a fianco con Julia Roberts, Shirley Maclaine e Sally Field nel drammatico “Steel Magnolias”. Sarà poi il fantasma di una sposa uccisa in un delitto passionale in “High Spirits”, e ancora, nel 1992, la protagonista femminile de “Avventure di un uomo invisibile”, pellicola diretta dal maestro John Carpenter e ricca di bellissimi effetti speciali. Interpreta la figlia di Jack Lemmon e nuora di Walter Matthau in due commedie dai grandi incassi al botteghino come “Due irresistibili brontoloni” e “That’s Amore – Due improbabili seduttori, e in televisione prende parte allo sceneggiato “Una donna in crescendo”, e al remake de “La finestra sul cortile”.

Nel 2003 e nel 2004 torna sulla breccia del successo planetario venendo scelta da Quentin Tarantino per il ruolo dell’antagonista Elle Driver in “Kill Bill vol. 1” e “Kill Bill vol. 2”.

Daryl Hannah interpreta Elle Driver in "Kill Bill vol.1"

 

  • “Kill Bill” – Il fascino del male

Tale svolta artistica costituisce per Daryl l’opportunità di caratterizzare una personalità così diversa da quella che è lei in realtà. Per questo ruolo, Daryl non deve più adoperare la sua inconfondibile dolcezza espressiva, deve diventare una maschera cruenta, fredda, efferata, austera e sadica. Elle più di tutti gli altri “cattivi” del film che affrontano uno ad uno “la sposa” Beatrix (Uma Thurman) è quella che più si avvicina ad assurgere a nemesi al femminine della protagonista. Quella di Daryl sarà un’interpretazione intensa e trascinante. L’attrice sperimenta così il fascino del male, dando spessore a una donna indomabile e ad un’assassina senza scrupoli. Elle è crudele, feroce, trae piacere dalla sofferenza altrui ed è altresì una combattente implacabile. E’ diventato celebre il monologo del personaggio, declamato sui resti di una delle sue vittime uccise da un mamba nero. Un monologo letto da un taccuino e recitato con grande capacità dall’attrice, che ha saputo alternare alle parole pronunciate, una ritmata emissione di fumo dovuta al mozzicone di sigaretta accesa che reggeva tra le labbra. Quel fumo “spezzava” il parlato e cadenzava il suo malvagio interloquire. Per questa sua interpretazione, Daryl vince un nuovo Saturn Award, questa volta come miglior attrice non protagonista. Dopo Pris e Madison, Elle è il terzo dei suoi ruoli più iconici.

Daryl in "Kill Bill vol. 2"

 

  • Amare la vita

Quello che personalmente mi ha sempre affascinato di Daryl Hannah è il suo sorriso. Ogni qualvolta viene intervistata, l’attrice conclude spesso le sue frasi con un sorriso sincero, venato di lieve imbarazzo, abbassando anche il capo, come se tentasse di nascondere il volto. Con quello stesso sorriso Daryl è probabile che ammiri la bellezza del creato, affronti le difficoltà della vita e intraprenda le sue dure battaglie per la salvaguardia dell’ambiente. Daryl Hannah ha sempre alternato alla sua carriera cinematografica un costante attivismo ambientale. L’attrice dagli anni ’80 non ha fatto altro che ispirare molti appassionati che l’avevano mirata sul grande schermo con quell’inconfondibile nome, e da allora cerca ancora di ispirare le persone, tentando di trasmettere il suo amore per il mondo e la vita.

Come Madison, anche Daryl guarda alla vita con speranza e amore, con dolcezza e fiducia. Sembra che quella coda rossa continui a calzarle a pennello quando lei nuota nel mare e ricorda quanto gli oceani siano importanti e debbano essere preservati dalle contaminazioni. Una vita, la sua, vissuta nella riservatezza prima e nella celebrità poi. Che sia una replicante, una spietata antagonista, o un’incantevole sirena Daryl ha sempre lottato strenuamente per ciò in cui credeva. Lei vuole celebrare le bellezze di un mondo “esterno”, quello stesso mondo che per un anno, da bambina, non vide poi molto. Attraverso il cinema ha interpretato una forma fantastica di realtà, e nella vita vera ha sempre affrontato con coraggio le avversità.

Love life” resta sempre il suo inconfondibile motto, perché lei, dopotutto, è ancora Madison, una sirena che ama fortemente la vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Rose e Jack" - Dipinto di Erminia Giordano per CineHunters

 

  • Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno. (Hermann Hesse)

Nessun passeggero si era intrattenuto in quei locali. Erano tutti fuggiti nel disperato tentativo di trarsi in salvo. Per tutta la sala e attorno alle colonne bianche che svettavano alte giacevano dozzine e dozzine di poltrone vuote. Già, non ve ne era occupata neppure una! Era il 14 aprile del 1912, l’ultima notte del Titanic. Di colpo era avvenuto uno snaturamento nel segmento proravia della nave: quei luoghi, così festosamente gremiti di gente nei giorni antecedenti, erano ora stati evacuati. Una piccola statua raffigurante la dea Artemide e un orologio a sveglia stavano in bella mostra sul camino di marmo in attesa d’essere raggiunti dall’avanzare inesorabile dell’acqua. Il ticchettio dell’orologio era l’unico suono percettibile nella grande sala. In fase di progetto, quella sala, denominata “la stanza di scrittura e lettura”, era appannaggio esclusivo dei passeggeri della prima classe, dove avrebbero potuto godere di un ambiente raffinato e munito di tutti i confort. Si poteva naturalmente ascoltare anche della buona musica e gustare un ottimo tè.  La sala, benché fosse di una sublime bellezza e vantasse un grande arco sostenuto da colonne con capitelli corinzi, perdeva parte della propria magnificenza estetica quando rimaneva “sola”. Le pareti apparivano improvvisamente fredde, non essendo più scaldate dagli accesi sproloqui degli uomini o dai coloriti pettegolezzi di donne d’alto lignaggio. Si guardò attorno sconsolato, Thomas Andrews, l’ingegnere e costruttore del Titanic, quando, nell’opera cinematografica di James Cameron, raccolse l’oriolo posto sul camino dell’ampia sala, aprì il vetro che ne preservava il quadrante e fece roteare le lancette, forse nell’illusione di poter arrestare il tempo o, al contrario, accelerarne il suo corso, nel tentativo disperato di far cessare quella straziante sofferenza a tutti i passeggeri. Andrews abbassò poi il capo e rimase a contemplare il pavimento, mentre l’acqua già invadeva la sala. Quando il lato di prua del transatlantico si inclinò, la sala subì le nefaste conseguenze: le poltrone iniziarono a cadere giù e a sbattere contro i pannelli divisori della stanza. Anche l’oriolo cadde sul pavimento e si frantumò. Il tempo registrato fino a quel momento di colpo si arrestò. Da prezioso artificio dell’ingegno umano, atto a seguire lo scorrere dell’attimo, l’oriolo diviene un artefatto, il testimone di uno squarcio nel tempo. Pur essendo fermo, un orologio riesce a segnare l’ora giusta due volte ogni giorno. E in egual modo continuano a farlo gli orologi a pendolo, quelli da taschino, e le sveglie andate perdute sul fondale oceanico. Ancora oggi, due volte nelle ventiquattr’ore, quegli strumenti, seppur inceppati, segnano l’ora esatta; l’ora in cui per il transatlantico il tempo si fermò per sempre.

E’ pronta a tornare sul Titanic?” - E’ la domanda che Brock Lovett rivolge a un’anziana Rose poco prima che la donna inizi a narrare il proprio trascorso. Per la protagonista tornare sul Titanic equivale a riannodare i fili che la legano ad una triste vicenda accaduta ben 84 anni prima. Se fosse così semplice riattivare il rotismo di un orologio con un semplice gesto non esiterebbe un solo istante a farlo; se spostare indietro quelle lancette comportasse un viaggio a ritroso nella dimensione spazio-temporale, non ci penserebbe su due volte. Ma nessun orologio dona al possessore il vero controllo del tempo, non offre che un’illusione. Padroneggiamo la mera osservazione dello scorrere dei secondi, ma non siamo che spettatori di un progredire che fugge dalla nostra gestione. Il cinema cattura una parte comprimibile dell’essenza del tempo, sebbene esso venga ricreato ad arte e reso in maniera fittizia. “Titanic” solca le acque di un tempo dalla duplice natura, che sia reale e illusorio. Gli spettatori restano ad osservare, prigionieri del tempo reale, lo sviluppo di una storia incastonata in un tempo immaginario, che dondola tra la giovinezza di allora e la vecchiaia della contemporaneità. “Titanic” fa del tempo un motore pulsante, che brucia enormi quantità di combustibile e alimenta il moto rotatorio di tre eliche che sospingono l’avanzata della nave. E’ un tempo basato sul vero vissuto: la tragedia del Titanic è conosciuta universalmente dai più, eppure non propriamente compresa se non da chi fu a bordo del bastimento e sopravvisse. “Titanic” fa della ricostruzione storica un demiurgo generante, e dalla storicità vera il film trae beneficio per raccontare una storia romanzata. E’ la coniugazione del tempo vero mescolato al tempo architettato dalla messa in scena. Il lungometraggio oscilla tra il presente narrato e il passato vissuto, e il tempo della narrazione si conforma alla consistenza del tempo veritiero, anzitutto nella sperimentazione della rievocazione di un epoca trascorsa. “Titanic” è la navigazione di un percorso a ritroso che dà lustro e vivezza ai primi anni del Novecento.

La forza dei ricordi rende mirabile un trasporto nell’avvenuto. Ma le reminiscenze non sempre vengono conservate e richiamate alla mente con accurata nitidezza. L’anziana Rose ha centodue anni quando raggiunge il cacciatore di tesori Brock Lovett per raccontare la propria storia. I segni della sua veneranda età si notano solo in una candida sequenza, quando la donna si accinge a presentare la nipote al superficiale cercatore. Come terrà a precisare la ragazza alla nonna, in vero, i due si erano già presentati sul ponte del transatlantico pochi minuti prima. Rose non lo ricordava affatto, nonostante fossero passati solo pochi minuti. Un’incertezza, una beffa mnemonica che mette in guardia i cacciatori in merito alla reale capacità della donna di rammentare ciò che è avvenuto sul Titanic. E’ una memoria, tuttavia, sorprendente quella di Rose, dettagliata, minuziosa, espressa verbalmente senza interruzione alcuna.  Sono un raggrumato scorrere di pensieri, un fluido fiume di parole le reminiscenze che serba. “Titanic” è l’esaltazione del cinema dei ricordi valenti e profondi, eternati e custoditi per essere tramandati.

“Titanic” è la riattivazione di un orologio rimasto fermo, che torna a ticchettare tramite l’influsso del racconto.

10 aprile del 1912. In un locale, nei pressi del porto di Southampton, Jack vince in una partita a poker i biglietti per la terza classe del transatlantico Titanic, prossimo alla partenza verso l’America. “Non gingillarti, Jack, il tempo non aspetta i ritardatari!” Il proprietario del locale tiene ad avvisare il protagonista, “il Titanic va in America…e fra cinque minuti”. Con la mano l’uomo indica un grosso orologio appeso al muro dimostrando di aver ragione. Mancano poco meno di cinque minuti alla partenza. Ancor prima dell’inizio del viaggio, il tempo si palesa sotto forma di strumento laconico e imparziale, distaccato e inespressivo. L’orologio sovrasta lo sguardo del giovane e lo mette in allarme. Si dipana, da quell’istante, una prima fuga per giungere all’appuntamento col destino, all’incontro con Rose.

  • “Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l'ho scordato.” (Walter Whitman)

Il tempo computato da un congegno torna a materializzarsi di tanto in tanto. Se ne resta inerte sullo sfondo della scena, come fosse un elemento decorativo. L’orologio più presente sulla scena è di forma circolare, ed è incassato nella parete prospicente la grande scalinata della prima classe, ornata di fiori e foglie di bronzo. Mentre aspetta che Rose lo raggiunga, Jack scruta silente quell’orologio con la quiete di chi interpreta il tempo concessogli come un dono, apprezzandone ogni flebile cambiamento. Possono solo pochi giorni compendiare un sentimento tanto profondo e assumere un peso che non potrà essere bilanciato neppure negli anni restanti?

Il tempo, riscontrabile nella rapidità con cui un istante cede il passo al successivo, è ineffabile ma al contempo catturabile. Un momento può essere acciuffato, fatto proprio, ghermito con la rapidità di un battito di ciglia. E’ un fenomeno che avviene nell’isolamento e nell’avulsione soggettiva da ciò che circonda. Accade così che i nostri sensi vengono acuiti da un solo soggetto, tale che il sospiro di Rose possa venire udito distintamente, come se i restanti frastuoni non sfiorino l’orecchio di chi non vuole ascoltare. La smorfia compiaciuta di un volto, il particolare della fossetta formatasi sulla gota durante l’esternazione di un sorriso, il dettaglio di una ciocca di capelli rossi arricciati da una giravolta: nell’innamoramento tra Jack e Rose il tempo si comprime e il credo di dare consistenza ad ogni singolo giorno si piega all’idea di dare importanza ad ogni attimo che, conformato ai successivi, rifinisce la forma cristallina di un ricordo.

Quello tra Jack e Rose è un amore smisurato come l’immensità di un cielo stellato in una calda notte d’agosto. La volta celeste stessa è soggetta al mutamento, al passaggio graduale dal giorno alla notte, dettato dal tempo che passa. In una scena esclusa dal montaggio finale, al calar della sera, Jack e Rose si soffermano ad osservare il firmamento sconfinato. Ne segue una breve riflessione sulla minutezza dell’uomo al cospetto dell’universo. Si avverte, per una frazione di secondo, la percezione d’essere piccoli, piegati alla meraviglia imperscrutabile dell’infinito. I due riescono a vedere una stella cadente. Jack rivela a Rose ciò che un vecchio adagio del padre recitava, ovvero che ogni stella che cade è un’anima che lascia la Terra e vola in paradiso.

Così l’uomo risulta ancora inerme se posto dinanzi alla maestosa presenza impalpabile del tempo. Una notte sul Titanic vola via come verso cantato al cielo, come parole portate via dal vento, un po’ come avviene in quella fredda notte con le rime canticchiate dai due innamorati nel brano “Come Josephine In My Flying Machine”.

Ma il tempo è inclemente, e viene rappresentato nuovamente nel film non più con l’immagine di un orologio, ma con l’azione crepuscolare di un tramonto. Il sole illumina per l’ultima volta la prua della nave, e in quell’addio costituito dagli ultimi bagliori di un raggio che sta per morire all’orizzonte, Jack e Rose si baciano per la prima volta, sgretolando la consistenza dei secondi.

Il Titanic stesso col proprio tragico trascorso ha abbattuto le barriere del tempo storico. L’amore, scritto e interpretato nell’opera di Cameron, è un amore concepito per non durare a lungo. Ma è nella consistenza di quei pochi giorni che si instaura un fervore celato nell’animo. Rose fa dell’ideologia del suo primo amore un’ispirazione che possa guidare, per i successivi 84 anni, il suo spirito inquieto. Conseguentemente l’essenza effimera delle ore, trasfigurata nell’ispirazione ideologica, diviene tempo imperituro, e nel ricordo si adempie una forma d’eterea e impalpabile immortalità.

  • “L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quelle che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente”. (Leonardo Da Vinci)

Tempo realmente vissuto e tempo propriamente inscenato si intrecciano in una narrazione filmica ad ampio respiro. I giovani innamorati Jack e Rose si contrappongono ai coniugi Straus, vissuti realmente e periti insieme durante l’inabissamento del Titanic. Sono due coppie accomunate da un legame profondo e indivisibile ma tanto distinte. Isidor e Ida Straus nel kolossal compaiono solo in un breve frangente, distesi sul letto della loro cabina, stretti in un abbraccio quando la loro camera viene invasa dall’acqua. Durante le operazioni di salvataggio, Ida ebbe la possibilità di salire a bordo di una scialuppa che era prossima ad essere ammainata ma si rifiutò di lasciare il marito. I due attesero la fine della loro vita così come avevano vissuto: insieme. Tra Jack, Rose e i coniugi Straus può esistere una comparazione analitica in merito al tempo concesso in una vita di comunanza. Fu un’esistenza vissuta con pienezza per i due sposi, quella di Jack e Rose, invece, fu una separazione immantinente, troncata nella giovinezza. Jack e Rose non invecchieranno insieme, non trascorreranno il tempo terreno nella reciproca vicinanza. E’ l’inclemente giudizio pronunciato e compiuto dal giudice del fato.

Nel movimento perpetuo dei marosi dell’Atlantico si configura la metafora di un tempo in divenire, che accelera il proprio sviluppo per giungere a conclusione. Le acque gelide dell’oceano parevano così remote, prima d’invadere gli scomparti della nave. Il mare, filtro di un mondo sommerso, è per Cameron anche strumento di morte. Sebbene l’uomo cerchi d’imporsi sulla natura essa è regolata dalle leggi del creato, dalle quali è impensabile prescindere. L’ultima volta che l’orologio del grande salone viene inquadrato dalla cinepresa, la massa d’acqua è salita sino all’altezza del quadrante che segna le 2:15.

Mancano soltanto cinque minuti al definitivo tracollo della nave e al conseguente fermo del tempo.  In quell’addio tra le onde, alla morte di Jack, si disperde il tempo presente. Rose smarrisce in quei fluttui il frammento più palpitante del suo cuore, e da quel giorno, ogni progressione della vita futura sarà dettata dall’ispirazione di un credo carpito nel momento passato.

  • “Sogna come se dovessi vivere per sempre, vivi come se dovessi morire oggi”.

“Titanic”, come ho scritto, è la celebrazione di un ricordo, inteso non soltanto in senso lato, ma come testimonianza di una vita perduta. Nulla può catturare l’incanto di un gesto come può fare un ricordo conservato e raccontato per far prendere coscienza a chi ascolta della bellezza di un periodo ormai andato. La fotografia può immortalare un atto, la scrittura glorificare un evento, ma nel ricordo personale si può compendiare con emozione un volto, una voce, una personalità, una vita. Attraverso le proprie parole, Rose porta a compimento la propria questione in sospeso, l’ultimo passo della propria vita: restituire il ritratto di un uomo scomparso. E solo lei poteva farlo, perché era la sola ad averlo a cuore, e nel racconto della propria esperienza gli ha reso la facoltà di poter essere tramandato.

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì

 

Gli orologi del Titanic, così come tutti gli altri strumenti per misurare lo scorrere del tempo, riposano da quella tragica notte sul fondale buio e sabbioso dell’oceano, fermi a segnare le 2:20. Come saranno oramai? Saranno arrugginiti, ricoperti da microrganismi, oppure schiacciati dall’enorme pressione, come fossero orologi dipinti da Dalì, molli, pendenti e scivolosi, cosparsi dell’austerità del tempo perduto. Gli orologi sono freddi calcolatori che però non possono nulla se confrontati alla persistenza della memoria della donna protagonista, che dà spessore, colore, forma, splendore e straziante dolore a un ricordo vissuto nella fugacità di un tempo soggettivo e, per tale ragione, incalcolabile.

Adempiuta l’ultima volontà di Rose sulla Terra, giunge il momento della ricongiunzione. La volta celeste, colma di stelle luminose, può lasciarne cadere una, la più tardiva, così che un’anima possa prendere il suo posto nel paradiso. E’ l’allegoria conclusiva di un richiamo: è Jack che reclama Rose per il raggiungimento di un tempo senza tempo. Nell’ultimo sogno di Rose, la donna torna nelle profondità degli abissi dell’oceano così come del tempo, e nella paradisiaca nave traghettatrice di anime la meraviglia originaria degli ambienti torna a materializzarsi sotto i nostri occhi.

Il finale di “Titanic” è, a mio dire, paragonabile ad alcuni toccanti passi finali delle fiabe di Hans Christian Andersen. Come accaduto per Jack e Rose non è nella vita terrena che si è potuto vivere un amore tanto intenso, un concetto, quest’ultimo, preminente nelle fiabe dello scrittore danese, nelle quali l’amore non vissuto completamente sulla Terra, essendo immortale, trova compimento nella vita dopo la morte. Jack e Rose si rincontrano nella dimensione metafisica, dove il tempo e lo spazio cedono il passo all’etereo. L’uomo attende, come un tenace soldatino di stagno che resta pazientemente in piedi da più di ottant’anni ad aspettare la donna amata, una ballerina che rapì il suo cuore con un passo di danza in terza classe. Quando si volta, l’orologio alle spalle di Jack segna ancora le 2:20. E’ l’ultima apparizione di un tempo interrotto. Un orario non più riscontrabile, posto là dove la giovinezza non svanisce mai, dove l’amore può albergare per sempre e dove ogni singolo giorno è reso eterno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Titanic negli abissi del tempo" è l'ultimo capitolo dei nostri articoli sull'opera cinematografica e sulla tragedia del Transatlantico. Potete leggere tutti i nostri articoli su "Titanic" cliccando ai seguenti link:

"Recensione e analisi: Titanic - 1997"

"I simbolismi di Titanic - 1997"

"Un'anima dell'oceano - L'affondamento del Titanic tra cinema e realtà"

"Speciali di cinema - Con gli occhi di James Cameron"

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"Il sipario strappato” è un film di Alfred Hitchcock, uscito nelle sale nel 1966 e distribuito dalla Universal.

Il titolo originale dell'opera Hitchcockiana è "Torn Curtain". Curtain in inglese significa sia “sipario” sia “cortina”: il riferimento è naturalmente alla “cortina di ferro” dell’epoca della guerra fredda in cui la storia si dipana lungamente come un drappo di sipario consunto.

Dopo il disastroso flop di “Marnie” sia di pubblico che di critica, per Hitchcock si rendeva necessario girare un film che gli risollevasse anche il morale. Dopo essersi dedicato a tre differenti soggetti senza arrivare a nessuna conclusione, il regista decise di realizzare un film di spionaggio. Si trattava di un filone di cui fino a poco tempo prima Hitchcock era ritenuto un maestro. Il soggetto de “Il sipario strappato” trae spunto da una vicenda verificatasi nel 1951 e che aveva a suo tempo suscitato scalpore: due rinomati diplomatici inglesi Guy Borgess e Donald Maclean, avevano inaspettatamente deciso di rifugiarsi in URSS. La stesura della sceneggiatura fu piuttosto travagliata. Dopo le prove insoddisfacenti di alcuni sceneggiatori britannici, Hitchcock affidò lo script al romanziere Brian Moore, ma non completamente soddisfatto, chiese aiuto a due drammaturghi e sceneggiatori inglesi, Keith Waterhouse e Willis Hall, autori fra l’altro del grande successo teatrale “Billy il bugiardo”.

Anche le riprese del film non furono molto felici; il maestro non si trovò a suo agio con gli attori protagonisti, che, per certi versi, gli erano stati imposti dalla produzione.  Le maggiori difficoltà si riscontrarono con Paul Newman, che aveva frequentato l’Actor’s Studio e di conseguenza portato a intervenire nella definizione del suo personaggio, cosa che Hitchcock non sopportava. I compensi degli attori sottrassero poi i fondi necessari a mandare oltre oceano una troupe americana. Ma la cosa che andò peggio fu il commento musicale che Hitchcock affidò al suo vecchio collaboratore Bernard Hermann. Il maestro non rimase contento del risultato ottenuto e quindi chiese la collaborazione di un altro compositore. Fu così che tra Hitchcock e Hermann si aprì un’inaspettata spaccatura collaborativa che non venne più ricucita. Di sicuro migliore apparve il rapporto con il direttore della fotografia, John F. Warner. Anche all’illuminazione venne data molta importanza e una cura quasi maniacale fu dedicata alla realizzazione di una fotografia limpida e fredda, intonata perfettamente al clima della vicenda narrata. Però, malgrado tutti gli accorgimenti messi in cantiere “Il sipario strappato” non ebbe il successo desiderato, stroncato dalla critica e non tanto apprezzato dal pubblico, in quanto il film appartenente al filone dello spionaggio si presentava piatto, stanco, puerile. Tutto dava ad intendere che l’idillio fino a quel tempo vissuto fra Hitchcock e il pubblico era definitivamente tramontato.

In effetti, “Il sipario strappato” presenta più di uno strappo, più di una lacerazione: la sceneggiatura lascia a desiderare, la narrazione si disperde in parecchi rigagnoli e diventa frammentaria e ripetitiva. Il ritmo non è quello dei migliori film di Hitchcock e si nota una certa rilassatezza. Ciò che manca ne “Il sipario strappato” è la capacità di coinvolgere lo spettatore, di farlo “interagire” con i personaggi. A tratti però il film è anche gradevole e si lascia guardare in tutto il suo humour graffiante.

Scriveva Hitchcock in merito al suo film e a quanto sia difficile uccidere: “Con questa lunghissima scena di assassinio ho voluto innanzitutto prendere in contropiede uno stereotipo. Di solito, nei film, un assassinio si svolge molto velocemente: un colpo di coltello, un colpo di fucile, il personaggio dell’assassinio non si sofferma nemmeno a esaminare il corpo per vedere se la sua vittima è morta o no. Allora ho pensato che fosse arrivato il momento di far vedere quanto è difficile, arduo e lungo uccidere un uomo. Grazie alla presenza del tassista davanti alla fattoria, il pubblico non ha obiezioni al fatto che l’assassinio debba essere silenzioso; questo spiega perché non si possa neanche porre il problema di sparare un colpo di arma da fuoco. Conformemente al nostro vecchio principio, l’assassinio deve essere eseguito con mezzi che ci vengono suggeriti dal posto e dai personaggi. Siamo in una fattoria ed è una contadina che uccide; quindi utilizziamo degli strumenti domestici: la pentola piena di minestra, un trinciante, un badile e infine il forno della cucina a gas”.

Per “Il sipario strappato” Hitchcock aveva girato una scena che poi decise di eliminare, in parte perché allungava troppo la storia, in parte perché non era contento di come Newman l’aveva interpretata. La scena, di grande tensione e humour nero, era successiva a quella dell’assassinio di Gromek e si svolgeva in una fabbrica che Armstrong visitava in compagnia dei funzionari governativi.

Come sempre, anche ne "Il Sipario strappato" Hitchcock ha cercato di evitare il più possibile stereotipi ed elementi scontati, cosa tanto più difficile trattandosi di un film di spionaggio, genere allora molto frequentato.

Sappiamo tutti che Hitchcock si divertiva a firmare i suoi film comparendo come per caso in una breve inquadratura. Lo ha fatto anche nel Sipario strappato: lo si può scorgere nella hall di un albergo, mentre ha in braccio un bambino impertinente.

Redazione: CineHunters

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Batman, Wonder Woman, Flash, Aquaman e Cyborg dipinti da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Ai piedi dei due eroi sopravvissuti, Batman e Wonder Woman, giace il corpo senza vita di un superuomo. “Dio” è caduto dal cielo, Superman è morto! Al termine di un aspro conflitto che lo ha veduto vincitore e, al contempo, vittima sacrificale, i suoi resti inermi, privi di un qualsiasi anelito di vita giacciono a terra, in un suolo macchiato del suo stesso sangue. Superman non volerà più nel cielo, riposerà sottoterra. Fu questo l’ultimo atto di “Batman V Superman”. La grande “S”, quel simbolo idiomatico che in Kryptoniano significa “speranza”, impressa su di uno sfondo azzurro come il cielo senza nuvole, che solcava impavida il firmamento, scomparve per sempre dallo sguardo degli uomini. “Justice League” riprende da questo punto ben preciso nell’arco narrativo dell’universo cinematografico DC Comics, e ci mostra gli esiti conseguenziali di una morte così inaspettata. E’ un mondo in crisi, scosso dalla notizia della dipartita di un amico, di un paladino della giustizia, di un protettore invulnerabile. Batman intuisce che la Terra è oramai indifesa, esposta pericolosamente alle minacce di invasori senza scrupoli, pronti a discendere dalle remote regioni dell’universo, coscienti che Kal-El non veglia più sul pianeta da cui è stato adottato. Bruce decide di costituire una lega di giustizieri, composta da uomini con capacità straordinarie, noti come metaumani. E’ l’alba della Justice league.

(Attenzione pericolo spoiler!!!!)

“Justice League” sbarca al cinema con il gravoso compito di proseguire l’universo filmico DC Comics, più volte funestato da giudizi inclementi, e di portare, per la prima volta sul grande schermo, la lega della giustizia, la collaborazione tra i più grandi supereroi della storia del fumetto americano. Diretto per buona parte da Zack Snyder, poi sostituito alla regia da Joss Whedon, “Justice League” è sostanzialmente avvicinamento, conoscenza, fiducia e unione.

  • Paradisiaca unione, infernale disgiunzione

Il concetto di “comunanza” è il fulcro basilare della storia, e progredisce perpetuamente durante lo scorrere della visione. Sin dal palesarsi dell’antagonista, Steppenwolf, ricorre il tema dell’inscindibile unione, la quale genera una forza indissolubile.  Steppenwolf fu un’entità arcana, un guerriero imponente, dalla forza sovrumana, armato di una robusta e affilata ascia grondante sangue. Questo combattente era a capo di un infernale esercito di parademoni con cui intendeva schiavizzare la Terra e soggiogarla al proprio dominio distruttore. Sull’orlo del baratro, gli abitanti della Terra, qualunque spazio essi occupassero, sia il regno marino, che quello terrestre, e ancora il regno di Temishira, unirono le loro forze a difesa di un bene universale.  Steppenwolf venne combattuto e sconfitto da un immenso esercito, sorto dall’alleanza tra uomini, amazzoni e atlantidei. Fu l’ultima testimonianza storica di una inseparabile alleanza. Da quel giorno non si ebbe più alcuna intesa tra i viventi dei tre regni, e il mondo progredì nell’apatia e nel disinteresse generali. Con il trapasso di Superman, Steppenwolf fa ritorno dal suo esilio, deciso a terminare ciò che aveva lasciato incompiuto, e per farlo ha bisogno delle mitologiche tre scatole madri da cui fuoriesce un potere smisurato. Le tre scatole madri sono state volutamente separate e nascoste in epoca antica poiché, se rinvenute e messe assieme, potranno alimentare il potere di Steppenwolf fino a renderlo invincibile.

Anche in merito alle tre scatole madri, “Justice League” effettua un’analisi sul concetto di “unione”. Il potere in esse contenuto è smisurato, e per tale ragione, le scatole furono separate, onde evitare un ulteriore accrescimento di una forza già incontenibile. Unione e divisione, due parole appartenenti a significati diametralmente opposti ma che sono soggette alla medesima indagine nel film. Dal vincolo trittico tra le tre scatole madri fuoriesce un potere malvagio, dalla cooperazione tra i supereroi, invece, emerge una forza votata al bene. L’eterna lotta tra il bene e il male in “Justice League” assume i contorni di uno scontro tra la forza perentoria della lealtà e tra la disfatta apocalittica della divisione perpetrata da Steppenwolf. Lo scenario paradisiaco dell’alleanza tra i supereroi della Justice League si contrappone al fronte della disgiunzione infernale alimentata dall’oscurantismo di Steppenwolf. La stessa arma, padroneggiata con efferata maestria da Steppenwolf, possiede una sorta di allegoria del genere. L’ascia è un’arma divisoria, in grado di “spaccare”, di spezzare e divincolare un legame, di annientarlo con la violenta separazione di un taglio netto.

  • Viaggio conoscitivo

E’ un bisogno inevitabile per il bene della Terra quello che sospinge l’uomo-pipistrello e la principessa delle Amazzoni a reclamare i più grandi eroi del mondo. E’ giunto il momento per decretare la scesa in battaglia di Barry Allen/ Flash, di Arthur Curry/Aquaman e di Victor Stone/Cyborg. Quello che balza all’attenzione è che sono supereroi alle prime armi. “Justice League” non traspone le icone della DC Comics al massimo della loro potenza, li rende, in vero, supereroi più fragili, come fossero agli inizi del loro viaggio di adempimento.

Ciò che accade in epoca antica, si ripete, in un certo senso, in età contemporanea: non viene radunato un esercito quanto un manipolo di supereroi rappresentativi e pronti a credere nel bene. “Io ci credo” afferma con decisione Wonder Woman! La fedeltà, il crederci, la fiducia reciproca sono tutte caratteristiche fondamentali per l’insaldarsi di una relazione cooperativa. E’ così che la lega della giustizia si plasma sotto i nostri occhi, nella difficoltà di un’interazione tra sconosciuti. “Justice League” è un viaggio di comprensione e di amicizia. E’ un film introduttivo e al contempo formativo. Spetta ad un solo rappresentante della “casata” degli uomini riunire le forze della Justice League. In questo viaggio esplorativo, concernente l’interazione tra supereroi diversi tra loro, Batman assurge ai canoni dell’uomo mortale e sprovvisto di poteri, all’esponente virtuoso di un’umanità distaccata.

  • Umanità e ispirazione

Ben Affleck veste gli abiti di un Batman tormentato, come fosse fuoriuscito dalla tavolozza di un fumetto e siffatto in carne ed ossa tanto è il rimando estetico che dà la sua presenza scenica se confrontata alla controparte cartacea. L’interpretazione di Affleck verte sull’umanizzazione del cavaliere oscuro. Il mostrare con animo provato le ferite fisiche calca la fragilità del crociato incappucciato, soggetto, in quanto uomo, al dolore e a un maggiore rischio in battaglia. Bruce Wayne è un uomo apparentemente comune, che si erge rispettosamente sui suoi simili per selezionare un team di protettori, ma mai per elevarsi a loro guida, in quanto avverte di non essere sufficientemente ispiratore per gli uomini. Il Batman di Affleck si prefigge un compito, quello di ridare vita a Superman. L’uomo d’acciaio, a detta di Wayne, era molto più umano di lui.

La fragilità umana del Batman di Affleck è dualistica: da una parte ci mostra l’unicità di un eroe mancante di poteri ma, allo stesso tempo, l’insofferenza di un supereroe che confessa di non sentirsi parte integrante dell’umanità stessa. L’umanità di Batman reca in sé una caratteristica che evidenzia i disagi, le turpe, e gli incubi del cavaliere di Gotham, elementi disturbanti che gli impediscono d’essere un eroe ispiratore e solare come lo era Superman, extraterrestre ma molto più integrato nella vita quotidiana rispetto a Bruce Wayne.

L’ispirazione è un argomento caro alla pellicola della “Justice League”. E’ un mondo privo di figure ispiratrici quello a cui le scenografie urbane di “Justice League” danno vita. Non vi è più ispirazione nel votarsi a una causa altruistica, non vi è ispirazione nello sforzarsi di vedere una luce fioca che lampeggia nelle profondità di un’opprimente oscurità. Neppure Lois Lane trae ispirazione alcuna dai suoi sentimenti per approcciarsi alla scrittura, e per comporre un testo che possa ridare speranza ai lettori del Daily Planet. Il compito della Justice League è più oneroso di quanto possano credere: essi devono scuotere gli animi degli indifesi e restituire loro la speranza di un domani luminoso.

Justice League” è un film sui supereroi, intesi in senso classico, coloro i quali vengono forgiati nelle fiamme divampanti della speranza, e ha il merito di presentarci i protagonisti in un tempo dilatato.

  • Supereroi: diversità e analogie

In principio, i guerrieri della Justice League hanno in comune soltanto le loro sbalorditive capacità, ma devono comprendere le reciproche affinità per divenire una squadra. “Justice League” fa interagire personaggi provenienti da “realtà” ed esistenze diversificate. Per tale ragione, la pellicola crea un gruppo eterogeneo nelle cui differenze emergono i corrispondenti pregi. Ezra Miller ci regala un Flash allegro, giocoso ed inesperto. Veniamo a conoscenza della tragica storia della sua infanzia, ma ciò non ci impedisce di notare come Barry, sebbene patisca la solitudine, viva la sua vita con il sorriso e con la speranza ottimistica che un giorno tutto possa cambiare. Barry è in piena attività da pochi mesi, è una scia rossa invisibile e inafferrabile. A Flash è spettato l’impegno di far divertire il pubblico mediante una verve comica opportunamente sceneggiata per far sorridere ma non certo ridere. Barry, con la sua dialettica gioiosa, vuol solamente strappare un accenno di sorriso, non ha affatto l’intenzione di far ridere a crepapelle. E’ questa una chiave interpretativa dell’opera, la DC Comics, per quanto con “Justice League” abbia sacrificato l’atmosfera cupa e drammatica dei precedenti lungometraggi, non tramuta se stessa. Mantiene una serietà limite e l’alterna ad alcuni momenti più spensierati ma mai costanti o esagerati, fino ad ottenere un ritmato equilibrio tra toni gravi e divertimento.

Il Barry Allen di Ezra Miller è un ragazzo timido, introverso e insicuro, e la sua interpretazione flirta col pubblico perché ci dona l’illusione che anche una persona apparentemente impacciata possa nascondere un potere fantastico che imparerà a dominare. Per come è sceneggiato, il suo potere è un dono non una maledizione. L’esatto contrario di Cyborg. Cyborg vive la sua nuova vita come se dovesse pagare il prezzo di una resurrezione incorporea. E’, infatti, risorto dalla morte per rivivere con una veste robotica, cibernetica ed eroica. Anche Aquaman è insoddisfatto, risente del peso della sua investitura da Re di Atlantide, e si unisce alla lega con più di qualche remora. L’Aquaman di Momoa è un eroe indomito e indomabile, schietto e possente, ma dietro la sua scorza coriacea e cinica nasconde l’orgoglio nell’essere sovrano di un reame acquatico e di far parte di una compagine di eroi.

Solitudine, malcontento, frustrazione, voglia di cercare il proprio posto in un mondo che necessita di eroi, sono solo una parte degli stati d’animo e dei desideri che accomunano i supereroi della lega della giustizia. Nei loro caratteri diversi sono riscontrabili più similitudini di quanto parrebbe superficialmente. Persino l’evento religioso e sovrannaturale della resurrezione, vissuto da Cyborg, si verifica nuovamente con Superman, quando egli verrà riportato in vita dagli eroi della Justice League. Le vicende e le sensazioni emotive vissute dai supereroi finiscono per dipanare un analogo e ingarbugliato intreccio. “Justice League” è la progressione, nonché l’evoluzione intima, di un manipolo di eroi. Questi eroi, prima ancora di divenire una compagnia indivisibile, ritrovano la propria identità grazie al rapportarsi tra loro.

Ed è con Superman e Wonder Woman che la Justice League scova i suoi emblemi carnali, le ideologie personificate e ispiratrici che tanto stava ricercando. Clark e Diana vengono caricati di una virtù trascendentale, perché incarnano le fattezze del dio uomo e della dea donna. Il ritorno dell’ultimo figlio di Krypton rappresenta lo schiudersi di una nuova alba, avvenuto dopo un “crepuscolare tramonto” che aveva ceduto il passo alla notte più buia. Gal Gadot con la sua Wonder Woman illumina lo schermo con la delicatezza di un volto bellissimo, con la grazia, il coraggio e la benevolenza di un’icona elegante, elevandosi al rango di eroina-simbolo più sfavillante della Justice League.

  • Conclusioni

“Justice League” è un valente e piacevolissimo Cinecomic, che incespica soltanto in poche pecche. Discutibile e lacunosa è la caratterizzazione del cattivo di turno. L’antagonista Steppenwolf è privo di carisma, non ha intriganti motivazioni dietro il suo oscuro agire, se non quelle d’annientare l’Umanità. Egli risulta, pertanto, mortificato a discapito di un’attenzione dedicata, e più che ben eseguita, agli eroi protagonisti. Le due ore di visione scorrono via con rapidità, tuttavia, si avverte distintamente il taglio di alcune scene che avrebbero reso il film ancor più avvincente. Sarà lecito attendersi una versione estesa con l’uscita del formato Blu-ray.

Justice League” diverte ed emoziona con una storia lineare, con adrenaliniche scene d’azione ma soprattutto con un’ottima caratterizzazione dei personaggi. “Justice League” è un film che vuol rammentare l’importanza di credere negli eroi, e quanto essi siano importanti nel reggere sulle loro possenti spalle il peso della configurazione della speranza, di un’ispirazione che possa rincuorare l’animo timoroso degli uomini soli. Un fardello che può piegare il corpo di un solo supereroe, non se questi è supportato, nel reggere tale vincolo, da altrettanti supereroi. E’ questa la Justice League, la solida fratellanza che fa la differenza e ne costituisce la forza; è questa l’unione ispiratrice.

Quella che ristora l’animo degli scrittori, come accade sul finale a Lois Lane, e li invita a comporre ancora un altro pezzo, le cui parole vengono intrise nell’inchiostro e scritte coi sentimenti.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"La mia Africa” è un film del genere drammatico, biografico diretto da Sydney Pollack nel 1985, con Meryl Streep, Robert Redford e Klaus Maria Brandauer. Altri interpreti sono: Michael Cough, Malick Bowens, Kenneth Mason, Mike Bugara, Muriel Cross, Graham Crowden, Suzanna Hamilton, Job jeda, Rachel Kempson, Stephen Kinvaniui, Michael Kitchen, Joseph Thiaka, Mohammed Umar, Leslie Phillips, Shane Rimmer, Donal McCann.

La pellicola è ispirata all’omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen anche se presenta alcune discrepanze rispetto al testo della scrittrice.

Nel 1913, all’approssimarsi della Grande Guerra, una giovane donna danese, Karen Dinesen, parte per il Kenya per raggiungere e sposare il fratello del suo amante, un certo barone Bror Blixen, basandosi sul loro rapporto di grande amicizia ma anche sugli obiettivi comuni, primo fra tutti la conduzione di una fattoria per la produzione di latte nel continente africano. Durante il viaggio ha l’occasione di conoscere Denys Finch Hatton, un cacciatore che ha scelto di passare la sua vita immerso nella natura e a contatto con gli abitanti del luogo.

Giunta alla fattoria, scopre con grande delusione, che il marito ha invece intrapreso la coltivazione del caffè, cosa non adatta a quelle altitudini rappresentate dall’altopiano N’gon. Resta il fatto però che col trascorrere dei giorni, Karen si lega sempre di più alla sua fattoria, ai domestici, ai contadini che curano la piantagione, così come al clima e agli scorci mozzafiato. Con il passare del tempo il rapporto tra i due comincia a incrinarsi fino al progressivo disfacimento del loro matrimonio. Quindi Karen inizia a frequentare il cacciatore Denys Finch Hatton, conosciuto tempo prima, e finisce per innamorarsene. I due vivranno un’intensa storia d’amore fuori dal comune che segnerà per sempre le loro vite.

“La mia Africa” rimane sempre una storia d’amore senza tempo, resa vivida e palpitante dalla suggestività dei luoghi, in un ambiente magico e fortemente espressivo. Al cospetto di una natura primitiva, in spazi che si perdono a vista d’occhio, tra suoni e profumi della foresta, tra leoni e ippopotami, tra gazzelle e giraffe, Karen e Denys sviluppano i loro sensi fino a cercare un precario equilibrio tra legge della natura ed eleganza. E’ così che Karen diviene la cacciatrice e Denys la preda irraggiungibile, sempre in movimento prima nei safari poi in volo col suo biplano giallo. La sola occasione in cui Karen acchiappa la sua preda è quando lega il suo uomo con il laccio rappresentato dalle parole che scaturiscono dalla Shahrazad de “Le mille e una notte”.

Nel film viene evidenziata la distanza che intercorre tra il mondo dei colonizzatori e quello degli indigeni. In effetti gli stessi nativi africani diventano prede difficili da raggiungere, legati come sono alle proprie tradizioni e alle loro credenze, e quindi è insperabile che un colonialismo, anche sfrenato, possa sottometterli. Denys è l’unico a non imporre un modello europeo, anzi cerca egli stesso di far aderire la sua mentalità a quella africana, mettendo da parte luoghi comuni e ostacoli culturali.

A molti anni di distanza dalla sua uscita nelle sale, “La mia Africa” resta un grande film dal carattere prettamente sentimentale, capace di affascinare ancora oggi. Fra i vari personaggi, a fare breccia nel cuore e nella mente dello spettatore c’è la meravigliosa Meryl Streep, che dà forma, voce e anima a una donna dal carattere forte, ma anche tanto carente d’affetto. Attraverso i suoi occhi che sono gli stessi di chi ha scritto il romanzo possiamo rivedere riflesse le figure di due uomini diversi caratterialmente ed esteticamente, ma simili nell’incapacità di perseverare nella medesima situazione.

La mia Africa” non è solamente una tormentata storia d’amore, ma è soprattutto un monito per superare ostacoli mentali, per poter giungere a sentirsi liberi dai vincoli e dai legami della società.

Un finale non di certo scontato e dalla forte presa emotiva. Una pellicola a cui si deve riconoscere il merito d’aver fatto sognare chiunque l’abbia vista, ammirata, gustata appieno. Un film capace di raggiungere le corde più intime della nostra anima.

Il film ha conquistato nel 1986 ben sette Premi Oscar, come Miglior film, Migliore regia, Migliore sceneggiatura non originale, Migliore fotografia, Migliore scenografia, Miglior sonoro, Miglior colonna sonora, e altre quattro Nomination. Sempre nello stesso anno ha ottenuto tre Golden Globe come Miglior film drammatico, Miglior attore non protagonista, Miglior colonna sonora, e tre Nomination. Ancora nel 1986 vinse il Davide di Donatello come Miglior film straniero e come Miglior attrice straniera, e si aggiudicò ben quattro Nomination. Nel 1987 si è aggiudicato tre Premi Bafta, come Migliore sceneggiatura non originale, Migliore fotografia e Miglior sonoro, e quattro Nomination. Non si contano inoltre gli innumerevoli Premi ottenuti dal film sia in Europa che in America.

Redazione: CineHunters

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Madison (Daryl Hannah) ritratta da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Da un’imbarcazione che solca le acque di un mare tranquillo si odono risuonare musiche estrose. In quei frangenti, sul pontile, una festa si sta consumando all’insegna di danze sfrenate. Poca grazia c’è in quei balli, tanto è invece il divertimento che accompagna i passi istintivi, ritmati dalla esuberanza trascinante del brio musicale. E’ un giorno d’estate. Per nulla quel momento di gala attrae l’interesse del piccolo Allen. E’ lo scosciare dei marosi ad attirare la sua attenzione. Egli si sofferma per qualche istante ad osservare il mare dalla ringhiera della nave. Tutto intorno a lui ha assunto una tonalità tra il grigio e il marrone. E’ come se il pigmento estratto dalla sacca di difesa della seppia di mare fosse stato “spruzzato” sulla totalità della visione, per rimarcare un effetto velato, nostalgico, trascorso. E’, altresì, come se i colori appartenenti al regno del mare avvolgessero il piccolo, come se egli si dovesse “allontanare” dal regno terrestre per farsi avviluppare dai colori marini. Incontenibile è il fascino di quelle acque, il bambino, di sua stessa volontà, decide così di gettarsi tra le onde.

Il fanciullo “sprofonda” appena al di sotto della superficie, i suoi occhi sono aperti ma non traggono disturbo alcuno dalla salsedine. Il suo volto indugia in uno spontaneo sorriso, quello che non aveva quando si trovava sul ponte del traghetto e manteneva un’espressione corrucciata. Sorride perché ha intravisto una figura di bambina affiorata dagli abissi.

I due piccoli, persi tra i loro sguardi, hanno un breve contatto, sfiorandosi le mani. Non è che la letizia di un momento! Un uomo si è tuffato in mare e ha già tratto in salvo il bambino, restituendolo all’affetto dei genitori, rimasti a bordo sconvolti ed attoniti. La piccola non è stata notata da nessuno, soltanto Allen continua a guardarla senza sosta quando ella emerge dallo spicchio d’acqua col suo candido visino. La bambina scoppia a piangere, e fatica a contenere i singhiozzii. Le lacrime che le scendono giù per gote si mescolano alle gocce d’acqua salata che le sono rimaste “aggrappate” all’epidermide. Quando la nave si allontanerà spedita, la piccola scomparirà nelle profondità marine, nuotando con la sua coda pinnata.

Quella che ho appena descritto è la sequenza iniziale di una fiaba d’amore. “Splash – Una sirena a Manhattan” è il suo titolo.  “Splash” è una parola onomatopeica, e ci rimanda a un particolare suono, al rumore di un tonfo prodotto da un corpo che cade in un liquido. Quando Allen fu sedotto dalla meraviglia dei fluttui, si gettò in mare, generando appunto uno “splash”. “Splash – Una sirena a Manhattan” è una fiaba innescata dalla scintilla di un colpo di fulmine, di un primo amore destinato a perdurare nell’animo di due innamorati come unico e assoluto sentimento che batte nel loro cuore. Quei brevi istanti vissuti dai due bambini furono eterei attimi d’idillio nei quali scoprirono l’amore più puro, quello esternato nella corrispondenza di uno sguardo inseparabile e nella risposta tutta racchiusa in un sorriso. Una gioia che in pochi attimi ha lasciato il posto alla tristezza, all’amarezza di un abbandono. I due si perdono, separati dal tempo ma ancor di più dalla distanza abissale dei due regni, il terrestre e il marino.

“Splash” è una favola d’arte filmica risalente al 1984. Si tratta di un’opera incantevole, pervasa da magia, diretta da un giovane “autore” come Ron Howard. I due protagonisti ebbero le fattezze di Tom Hanks e Daryl Hannah, che interpretarono le anime inscindibili di Allen e della sua amata sirena.

“Splash” è anzitutto la storia di una crescita fisica, di una maturazione emotiva e caratteriale avvenuta nella sopportazione di una profonda “mancanza”. La prima parte è la celebrazione di un ricordo, di un breve avvenimento che ha conservato la valenza di un momento felice e indimenticabile. Quei pochi istanti tra le ondate valgono più di tanti giorni vissuti insieme nella separazione. E’ un elogio alla bellezza e all’importanza di un momento condiviso nell’innamoramento istantaneo che rende il tempo relativo. La vita stessa, molto spesso, è fatta da frangenti che si consumano con troppa velocità ma che, per quanto emozionanti, hanno il potere d’essere evocativi e imperituri. “Splash” è inoltre voglia e desiderio di dare, una volta cresciuti, sollievo a un senso d’assenza, di annullarlo con il ritrovamento di ciò che arreca questo stato emotivo di vacuità.

Sono trascorsi vent’anni da quel fatidico giorno. Il color seppia si è sbiadito con la stessa rapidità di un colpo di coda, e i colori sgargianti della città sono visibili ovunque la camera decida di puntare il proprio occhio. Allen è proprietario di un piccolo commercio di frutta e verdura insieme al corpulento fratello Freddie (John Candy). Freddie è d’indole allegra e giocosa, Allen è invece spesso triste e malinconico, avverte che qualcosa manca da sempre nella sua vita, anche se non riesce a spiegarsi cosa possa essere. L’ultima delle sue ragazze lo ha lasciato, colpevole di non averle mai detto di amarla. Allen ammette confidenzialmente al fratello di credere che qualcosa non funzioni nel suo “cuore”, come se non riuscisse mai davvero a innamorarsi delle ragazze che incontra. Riguardo quel famoso giorno, egli possiede un ricordo cristallino ma al contempo indistinto: rammenta la letizia provata quando scorse quella piccola figura femminile ma anche l’agonia di quel brusco distacco. Intuiamo che Allen ha un rapporto speciale con il mare, ama osservarlo e camminare lungo la spiaggia, soffermandosi ad ascoltare il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli o che si disperdono lungo la riva. Allen, tuttavia, non sa nuotare. Abbattuto dai suoi fallimenti privati, decide, una notte, di recarsi sulla spiaggia di Cape Cod per rivedere lo stesso tratto di mare in cui un tempo cadde. Per uno strano scherzo del destino, vive quasi la medesima avventura: cade accidentalmente in mare da un natante e perde i sensi. Si risveglia al sicuro sulla costa e scopre di essere stato tratto in salvo da una donna. E’ una ragazza bellissima: lunghi e folti capelli dorati le cingono il viso angelico, le scendono poi giù fin lungo la schiena, mentre sul davanti proseguono fino a coprirle a malapena il seno. Ella gli va incontro, mostrandosi completamente nuda, lo bacia teneramente e poi corre via verso il mare. Una volta tra le onde, la ragazza si rivelerà essere una sirena dalla coda rossa.

La splendida creatura raccoglie dal fondale il portafogli dell’uomo, e reggendolo in mano nuota fino alle profondità marine, alla volta dei resti di un vascello affondato. All’interno di quel relitto la sirena tiene raccolte alcune mappe dove scopre il luogo in cui vive Allen, risalendo al suo indirizzo per mezzo dei dati riportati sui documenti rinvenuti nel portafogli. La fanciulla nuota con la sua coda pinnata sino alla metropoli in cerca del quartiere di Manhattan. Una volta fuori dall’acqua la coda sparisce, ed ella appare semplicemente come una donna meravigliosa. Ella avanza completamente nuda tra la gente, ai piedi della Statua della Libertà, come se si fosse palesata dalla spuma del mare e dal soffio del vento. E’ incapace di comunicare quando viene scortata dalla polizia che le offre i vestiti per coprirsi, e si limita solamente a mostrare i documenti di Allen. Quando la polizia chiamerà l’uomo, egli si precipiterà con la sua auto a tutta velocità per riabbracciarla. Nel momento in cui la donna lo vedrà, anche se non sarà in grado di dialogare, esprimerà comunque tutta la sua gioia nell’averlo ritrovato.

L’incontro tra i due innamorati in età adulta rimarca lievemente il primo incontro tra la sirenetta e il principe nella fiaba di Hans Christian Andersen. Nel racconto di Andersen, la giovane sirena viene attratta in superficie dalle melodie provenienti da un veliero su cui sono in atto dei festeggiamenti. Improvvisamente una terribile tempesta travolge il bastimento e il principe cade in mare preda dei marosi. E’ la sirena a salvarlo e a condurlo a terra. La creatura del mare resta, in seguito, ad osservare il corpo provato dell’uomo, rasserenando il suo spirito inquieto cantando per lui con la sua voce melodiosa. Il principe, al suo risveglio, non fa in tempo a “ghermire” con i suoi occhi l’immagine della sirena, ma conserverà nel cuore il ricordo della sua voce soave. Ella, invece, che lo ha veduto più volte, se ne innamora perdutamente. In “Splash – Una sirena a Manhattan” il richiamo alla sirena che salva l’umano indifeso e lo trae in salvo viene rivisitato in un contesto moderno, dove l’epica di un salvataggio compiuto durante una bufera in mare, viene sostituita dalla dolcezza e dallo stupore di un secondo-primo incontro. La sirena per vent’anni ha continuato a nuotare tra le acque di quel preciso braccio di mare, senza mai migrare in altri lidi, come se attendesse, nell’inesorabile speranza, di ritrovare il bambino cresciuto. Allen, dal canto suo, persiste a conservare un rapporto attrattivo nei confronti di Cape Cod. Separati dagli anni e da mondi tanto diversi, siffatti di terra e acqua cristallina, Allen e la sirena si sono finalmente ritrovati.

La sirena non ha allietato il sonno protratto dallo svenimento dell’uomo con il suo canto, ella lo ha osservato a distanza, riconoscendo nella sua maturità il bambino che vide quando non era che una piccola sirena-bambina anche lei. Nell’opera di Howard, l’uomo mira la sirena nella sua corporalità da umana: quand’ella calca il terreno, la sua coda sparisce, venendo sostituita da due gambe esili e levigate, bianche e delicate. Nella fiaba di Andersen, la sirena è costretta a tollerare un dolore lancinante, una sofferenza persistente pur di poter camminare sul suolo dei mortali. Non vi è sacrificio nella trasformazione della sirena di Daryl Hannah, vi è una trasfigurazione del tutto naturale. Ella può temporaneamente sottrarsi al suo regno marino e assumere completamente l’aspetto di una donna comune. Dove si insinua, dunque, la problematica di quest’amore tra due anime risalenti a mondi diversi? Nella difficoltà dello spazio che essi occupano e nel tempo di cui essi possono disporre: la sirena può restare lontana dall’acqua soltanto per sei giorni. Quando la luna piena si staglierà nel cielo della notte sarà costretta a tornare in mare.

La sirena nasconde il segreto sulla sua provenienza e sulla sua vera natura all’amato. Ella si esprime inizialmente soltanto a gesti ma, dopo aver guardato la televisione per qualche ora, impara a conoscere il linguaggio degli uomini. La lingua del mare è inascoltabile nel mondo degli umani, tant’è che in una delle sequenze più divertenti del lungometraggio, quando Allen chiederà alla donna di rivelarle il suo vero nome, ella emetterà uno strano vocalizzo che “distruggerà” ogni elettrodomestico del centro commerciale. Durante una delle loro passeggiate, la donna chiede ad Allen di assegnarle un nome; ma sarà lei stessa a scegliere “Madison”, letto su un’insegna in un vicolo di “Madison Avenue”. Se la lingua delle creature del mare appare inudibile, anche il canto della sirena non si potrà ascoltare all’interno della pellicola. La sirena di Daryl Hannah non canta mai, non usufruisce del suo potere incantatore, come se non volesse che sia la sua melliflua voce a soggiogare in modo del tutto involontario l’attrazione dell’amato. L’innamoramento tra i due è incondizionato e totalmente spontaneo.

Tra Allen e Madison scoppia la passione. “Splash – Una sirena a Manhattan” sebbene sia strutturata come una sognante fiaba romantica, non rinuncia affatto a inscenare l’amore fisico, passionale, eccitante e incontenibile. Il sensuale e raffinato erotismo dell’opera viene accentuato dalla sinuosità di Daryl Hannah immortalata come giovane, prosperosa e bellissima: le sue forme parzialmente celate dalle punte dei suoi capelli dorati, e lo splendore del suo corpo scultoreo sono state catturate in uno splendido gioco di “vedo-non vedo” per conferire alla sfera sensuale della storia una caratura elegante ma al contempo piccante, in cui l’eros è mescolato alla tenerezza.

Madison viene presentata come una anticipazione leggiadra e sensuale di una futura Ariel, ritratta nella sua bellezza sciolta e svestita. Tante sono le scene in cui Allan e Madison consumano il loro amore con sempre maggiore trasporto, anche negli spazi più disparati dell’abitazione.

Madison regala ad Allen un’imponente fontana, fatta trovare nel soggiorno della loro casa. La fontana è sovrastata dalla raffigurazione di una splendida sirena bronzea da cui sgorga acqua limpida. E’ una delle scene più dolci e commoventi del film, impregnata di un simbolismo che richiama l’arte scultorea rappresentante una sirena: Madison, in quel pegno, immortala se stessa, la sua vera essenza fisica e intima, e ne fa dono ad Allen. E’ un messaggio carico di significato, fatto veicolare attraverso il potere sostanziale di un’opera d’arte. La sirena della scultura domina su di un piccolo laghetto circolare formato dallo scorrere dell’acqua circostante. Viene così mantenuto il rapporto tra l’acqua preziosa (il mare) e la terra (la dimora in cui si trova adesso la statua). Madison, simbolicamente, immagina una convivenza tra il suo essere sirena e il suo appartenere al regno dell’acqua, con la possibilità d’essere anche una donna e restare sulla terraferma, appunto la casa che adesso entrambi condividono.

La New York filmata da Howard e che circonda scenograficamente i due innamorati nelle loro passeggiate mano nella mano è una città luminosa, caotica, linda, piena di gente e di coppie innamorate, e sembra rispecchiare gli stati emotivi provati dai due protagonisti. La sequenza sul lago ghiacciato in cui Allen osserva Madison danzare con una grazia celestiale, lei da sempre abituata a nuotare in acqua e non certo a ballare su di essa, è colma di puro lirismo e anticipa il momento in cui Allen chiederà a Madison di sposarlo. E’ qui che si spezzerà l’armonia e sorgeranno le difficolta che caratterizzeranno la parte conclusiva dell’opera: Madison non può restare nella metropoli e quindi si allontanerà, rifiutando la proposta fattale e gettando Allen in un rabbioso sconforto. New York, a quel punto, muta improvvisamente in una città spettrale, come se riflettesse l’animo e l’ansietà della sirena, quando Madison scruta il mare e prende la decisione di rinunciare a ciò che è pur di restare con Allen.

Ma se dapprima è Madison ad essere pronta a desistere dalla sua vita precedente, infine, sarà Allen a rinnegare i suoi trascorsi con la vita “urbana”. “Splash – Una sirena a Manhattan” è una fiaba che analizza le rinunce, i sacrifici dettati da un amore profondo come la vastità dell’oceano, e lo fa sempre con leggerezza, con grande simpatia, con sensibilità ma anche con fermezza, mescolando la vena sognante di un fantasy con le difficoltà della vita vera.

La situazione precipita quando Walter Kornbluth, uno scienziato, che spia con occhio vigile e minaccioso la coppia perché consapevole della vera identità di Madison, riuscirà a rendere pubblica la vera natura della donna. Gli scienziati “rapiscono” Madison e la sottopongono a test e studi in un laboratorio segreto. Allen resta inizialmente sconvolto e intimidito dalla scoperta ma, spronato dal fratello Freddie, che gli rammenta la felicità provata quando era vicino a Madison, e aiutato proprio dallo sfortunato Kornbluth, pentito di ciò che ha fatto, trova il modo di intrufolarsi nel Museo di Storia Naturale e di portare via la sua amata. Allen e Madison vengono così inseguiti dai militari fino alle banchine del porto di New York. Madison, prima di tuffarsi in mare, ricorda ad Allen l’episodio che condivisero da fanciulli e gli rivela che lei altri non è che la medesima sirena che vide quando era bambino. Allen si getta in mare, e si ricongiunge, tra i flutti, alla sua Madison.

Allen ha sempre avvertito un senso d’inquietudine, di insofferenza nei confronti della realtà circostante, sin da quando era un fanciullo. Se mi soffermo a pensare ancora una volta alla meravigliosa fiaba di Hans Christian Andersen non posso che rammentare l’insoddisfazione della giovane Sirenetta, la quale tanto voleva conoscere il mondo degli uomini e restare vicina al suo amato principe sulla terra. In “Splash” accade un qualcosa di similare ma al contempo diverso: Allen, contrariamente, vuol conoscere il regno del mare per restare accanto alla sua Madison, ed è deciso, sul finale, ad abbandonare un mondo che mai lo aveva fatto sentire parte integrante di esso.  Madison si configura così non soltanto come la metà che completa l’animo dell’uomo ma anche come la risposta vera, carnale, tangibile di un bisogno, di una lacuna riempibile nella profondità di quei suoi occhi verde chiaro, che viene per incanto colmata dalla sua presenza. L’acqua, invece, diviene filtro, portale di consistenza fluida da poter varcare per scoprire un ecosistema nuovo in cui vivere beatamente.

E’ difficile da spiegare ciò che lega Allen a Madison, un sentimento forte, imperituro, sbocciato   sin dall’infanzia e che li rende indivisibili. E’ come se, rivisitando il passo del “Simposio” di Platone raccontato da Aristofane, Madison e Allen fossero figure mitologiche di uomo e sirena, ispirate alle due anime del mito degli androgini. Tali anime nel momento in cui vengono separate, non fanno altro che ricercarsi, riuscendo a riempiere il vuoto della loro disgiunzione solo quando riusciranno a ritrovarsi. La particolarità della fiaba “Splash – Una sirena a Manhattan” è che, in vero, i due corpi che dovrebbero accomunare le due metà sono dissimili: Allen è un uomo, e Madison è, per sua natura, una sirena. Ma non solo, i due corpi concernono due spazi esistenziali diversificati. “Splash” è un elogio all’amore che supera ogni forma esistenziale di diversità, anzi, è proprio l’innamoramento a nascere per le vicendevoli differenze estetiche tra uomo e donna, compiendosi nello sposalizio tra la terra e il mare, e che ha la sua apoteosi nella scelta di un solo piano esistenziale in cui poter vivere insieme. L’amore di Madison è dunque “trasporto” verso una nuova vita, in un altrettanto nuovo mondo, il raggiungimento della felicità.

Il lieto fine è l’esaltazione di un sogno divenuto realtà, della fantasia che flette la tangibilità al proprio volere, la ragionevolezza piegata all’incanto. E’ la forza dirompente e “stregata” di un fantastico amore che congiunge Allen e Madison e permette al protagonista di respirare sott’acqua. Tutto quanto intorno ad Allen e Madison comincia a tingersi di blu.

Se la fiaba cinematografica si apriva con un color seppia che tinteggiava la totalità della proiezione, sul finale, un blu cobalto, il colore degli abissi, “affoga” l’interezza della camera immersa in acqua, mentre Allen e Madison raggiungono il fondale e ammirano un castello regale. E’ il finale che la Sirena di Andersen avrebbe desiderato per se stessa, quello di poter vivere nel castello che, a differenza dell’altro, sorgeva sulla riviera. “Splash” elargisce alla sua sirena un finale felice, che la Sirenetta di Andersen mancò. Allen e Madison coroneranno il loro sogno, la compiutezza delle loro vite in una realtà sommersa, parecchie leghe sotto il livello del mare.

“Splash – Una sirena a Manhattan” è un’opera fantastica, meravigliosa, una rarissima perla nera celata all’interno di una conchiglia che la custodisce come uno scrigno. Colonie di coralli bianchi sorreggono questo “trono naturale” che innalza la conchiglia, posta ai piedi del castello attorno al quale Madison e Allen nuotano felici, in una notte stellata priva di stelle ma con gorghi acquosi di un azzurro intenso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Sarah, Mary e Winnifred Sanderson ritratte da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La storia che presto andremo a riscoprire è scritta su di un vecchio libro impolverato. Accanto al leggio su cui riposa il tomo, formule magiche, trascritte su vecchie carte con una penna a piuma di uccello, sono sparse caoticamente su di un tavolo; poco distante un calderone ricolmo di brodaglie tra il rosso e il violaceo viene riscaldato dal fuoco acceso; pozioni varie contenute in boccette di vetro sono raccolte su una vecchia mensola di legno: ci troviamo nella lugubre dimora di tre streghe cattive. Il libro ha l’aspetto consunto, con la sua copertina di pelle sul cui lato destro si può notare un piccolo incavo circolare, scavato a formare una lieve incrinatura verso l’interno. E’ lo spiraglio da cui si diparte una palpebra: l’occhio del libro. E’ il volume di Hocus Pocus che contiene i capitoli di questa indimenticabile storia. E’ un testo di stregoneria, protetto dalla magia nera, inviolabile, che scruta il mondo con l’occhio ciclopico di un’entità in grado di osservare e comprendere ciò che si staglia di fronte a lui. Se iniziassimo a scorrere quelle pagine noteremmo che, una volta aperto il volume, esso mostrerà le sequenze introduttive di un film, nelle quali l’ombra di una strega che vola a cavallo della scopa viene riflessa nello specchio d’acqua che bagna le sponde del villaggio di Salem.

Salem: è il 31 ottobre del 1693. E’ un giorno accorato per Thackery Binx (Sean Murray), il suo corpo è trafelato e il suo spirito inquieto. Un brutto presentimento lo sprona a riaprire gli occhi dopo un sonno agitato. La sua piccola sorella Emily è stata attratta da un canto ammaliante verso la casa delle sorelle Sanderson, dimora che sorge su di un terreno sconsacrato, tra i meandri di un fitto bosco. Thackery si è risvegliato quando ormai la sua sorellina ha imboccato un viale tetro e fatale, e sebbene lui corra più veloce del vento, non riuscirà a raggiungere in tempo le tre streghe prima che loro uccidano la piccola. Con l’inalazione di un soffio di vita, le tre sorelle Sanderson succhiano la giovinezza della bambina, prosciugandole le forze vitali e in modo parassitario. Le tre sorelle tornate giovani e belle vengono sorprese e attaccate dal giovane Binx. Le truci fattucchiere, a quel punto, puniscono il giovane, reo di averle sfidate, trasformandolo in un gatto nero. La gente del villaggio accorre troppo tardi nel disperato tentativo di fermare le streghe. Una volta catturate, Sarah, Mary e Winnifred Sanderson verranno condannate all’impiccagione. Prima di morire la maggiore di loro pronuncerà un tristo maleficio:

“Tre volte mi purifico col mercurio e sputo sopra le dodici tavole. Sciocchi, tutti quanti! È il mio scellerato libro che vi parla! Alla vigilia di Ognissanti, quando la Luna sarà un cerchio nel cielo, una creatura vergine ci riporterà su questa terra! Torneremo qua giù e le vite di tutti i vostri figli saranno mie!”

“Hocus Pocus” è un risveglio improvviso avvenuto nel cuore della notte a causa di un sogno concitato, un incubo dai toni paurosi ma, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, gradevoli. E’ una “sveglia” repentina che ci catapulta tra i passi fiabeschi di un racconto di megere, in una sopita e magica commedia horror destinata ad appassionarci con delizia. Sono trascorsi trecento anni da quella triste notte, Max, sua sorella Dani e la bella Allison decidono di recarsi nella casa delle tre sorelle per la notte di Halloween. La casa appare adibita a museo, come fosse un reliquario espositivo in grado di raccogliere e rievocare le sinistre dicerie, divenute leggende, sull’identità di chi abitava quella casa. Un gatto nero, che altri non sarà che Thackery Binx, sorveglia da tre secoli l’oscura dimora per impedire che il maleficio che prevede il ritorno delle streghe possa avverarsi. Purtroppo non potrà nulla per opporsi a un destino predetto con fermezza, e quando Max accenderà un cero che innescherà la candela dalla fiamma nera, riporterà in vita le tre sorelle. Winnifred, Sarah e Mary avranno soltanto una notte per mettere in atto i loro oscuri propositi: nutrirsi delle anime di quanti più bambini potranno per raggiungere l’immortalità e l’eterna giovinezza. Max, Dani ed Allison con il supporto di Thackery dovranno così trovare il modo di fermare le streghe.

“Hocus Pocus” venne prodotto dalla Walt Disney nel 1993 e si avvalse di un eccellente cast: la grande e briosa attrice e cantante Bette Midler vestì i panni di Winnifred, la sorella maggiore nonché “mente” del trio di streghe. Winnifred era caratterizzata da una dentatura estremamente accentuata, con due ingombranti incisivi superiori che quasi le fuoriuscivano dalla bocca. Winnifred aveva altresì unghie molto lunghe e affilate che le conferivano un “demoniaco” impatto visivo quando ella faceva sovente uso delle mani, allargandole e portandole all’altezza del viso per esaltare i lugubri gesti di un incantesimo.

Kathy Najimy assunse i panni della corpulenta Mary mentre Sarah Jessica Parker quelli della svampita e procace Sarah, la più giovane delle tre. Max, Dani e Allison erano interpretati rispettivamente da Omri Katz, Thora Birch e Vinessa Shaw.

“Hocus Pocus” è una bellissima commedia per famiglie, che trae le atmosfere spaventose da una storia orrifica e le converte in un’appassionante teen-movie dell’orrore. E’ un lungometraggio figlio degli anni ’90, dai toni paragonabili ai “Piccoli Brividi” del periodo, con scenografie impregnate di una vena gotica e favolistica. Quando si è bambini e si guarda “Hocus Pocus” si avverte una gioia per gli occhi e per il cuore. Esso è un piccolo cult perfettamente in grado di coinvolgere anche gli adulti, con alcune battute ben congegnate e non sempre comprese quando si è bambini. “Hocus Pocus” parallelamente alla storia principale, che vede i ragazzi fronteggiare le tre streghe in una sfida a distanza, tratta alcune sotto-trame che abbracciano tematiche decisamente interessanti. Vi è anzitutto il bullismo: Max risulta essere una vittima indifesa, infastidita da due teppisti di quartiere. Viene trattata l’attrazione fisica e l’amore adolescenziale tra Max ed Allison e la timidezza del protagonista nell’esternare alla ragazza i suoi sentimenti per il timore di non essere ricambiato. Le insicurezze del primo amore, tipiche della giovane età, sono facilmente captabili nei personaggi dei due giovani. In particolare, il tema della verginità viene inscenato con una certa attenzione. Tale stato emotivo più che fisico, all’interno del film, è meritevole d’essere analizzato.

Nell’epoca in cui Winnifred pronunzia il maleficio, la “verginità” era un bene prezioso, una scelta comune, forse obbligata per la maggioranza dei giovani, e aveva un valore di purezza ammirevole nonché consueto rispetto a ciò che avverrà trecento anni dopo. La verginità del protagonista è oggetto d’incredulità per tutti coloro che scopriranno che è stato lui ad accendere il cero. Max sembra quasi rispondere con spavalderia all’ennesima insinuazione di perplessità circa la sua verginità quando si troverà ad affermare: “me lo faccio tatuare sulla fronte che sono vergine se non ci crede”. Sembra quasi che la verginità venga tacciata come un’onta o un che di inusuale dalla gente generalista e buzzurra, come se non avesse più il valore dell’amore vero, da cui deriverebbe la passione fisica, e fosse qualcosa da “superare” quanto prima; l’esatto contrario di ciò che avveniva nell’epoca iniziale del lungometraggio, in cui era sinonimo di candore, innocenza e amorevole attesa. E’ un confronto certamente interessante, trattato con fine ironia e una velata provocazione, la differenza culturale su tale argomento tra l’epoca seicentesca e i “moderni” anni ‘90.

Il parallelismo tra le epoche prosegue circa la festività del 31 ottobre. Le sorelle Sanderson restano sconvolte quando si imbattono in marmaglie di bambini che per strada passeggiano vestiti e truccati da mostri. Le streghe ricordano che un tempo, tali mostri terrorizzavano i piccoli nei racconti popolari. Nella modernità, invece, le paure sembrano essere svanite e sostituite da un tentativo di “imitare” fantasticamente le creature della notte che una volta albergavano negli incubi dei più piccoli.

Hocus Pocus” tratta persino l’amore possessivo che finisce per sfociare nella violenza. Winnifred era innamorata di William, un uomo che lei stessa tramutò in uno zombie perché furente e gelosa delle attenzioni che nutriva nei confronti della sorella Sarah. William, detto Billy, è un morto vivente a cui sono state persino cucite le labbra con ago e filo, in modo che non possa mai parlare al cospetto della sua vecchia compagna. Quando Billy raccoglierà un coltello, taglierà via le cuciture della sua bocca ed espleterà il suo odio nei confronti della donna. E’ un taglio netto ma figurato di liberazione: lo zombie recede i filamenti che lo legavano, come fossero catene, al male della strega.

Dietro la maschera truccata di un grande "mostro" si cela spesso il volto dell'attore Doug Jones.

 

Anche questa sotto-trama è trattata in modo “soft”, mai in modo crudo, ma lascia comunque un alone intrigante, doveroso d’essere approfondito per venire ben compreso. Winnifred con il suo sospetto e la sua possessività ha tolto la vita al proprio compagno, mutandolo in un silente fantoccio al proprio comando, ferendo non soltanto la sua fisicità ma volendo colpire anche il suo libero arbitrio e la sua volontà.

Il rapporto affettivo tra il fratello maggiore e la sorella minore ha una duplice visione: quello tra Thackery e la sorella Emily si intreccia a quello tra Max e Dani. Thackery, condannato a una immortalità dannata come un gatto nero, ricorda all’umano Max di prendersi sempre cura della sorellina. Essa, come tiene a precisare il gatto dal manto scuro, è un affetto prezioso che come tutte le cose più importanti della nostra vita si comprende realmente soltanto quando è stato perduto.

Tutte e tre le sorelle Sanderson sono dotate di una voce incantevole. Nella celebre sequenza del brano “I put a spell on you” la canzone cantata da Winnifred strega coloro che l’ascoltano, irretendoli e trasformandoli in “zombie” incoscienti che danzano senza sosta. Sarah è colei che più delle altre ha una voce melodiosa che adopera per attrarre i bambini. E’ come se le tre streghe abbiano tra le loro corde vocali il dono di un canto delle sirene, che ammalia chi lo ascolta, attirandolo verso il pericolo.

“Hocus Pocus” si consuma con la stessa intensità di una candela accesa. La storia si compie nell’arco temporale di una sola notte, la più lunga, quella di Halloween. Alle prime luci dell’alba si compirà il destino, da una parte o dall’altra. Alla fine saranno i giovani protagonisti a trionfare, e l’alba di un nuovo giorno annienterà il potere delle streghe. Winnifred verrà trasformata in una statua di pietra e Thackery troverà finalmente il suo riposo eterno: morirà e la sua anima varcherà i cancelli del paradiso. Ad attenderlo ci sarà la sorellina, con cui mano nella mano, partiranno per il loro ultimo viaggio.

“Hocus Pocus” è un gioiello del cinema per ragazzi, una perla da gustare ogni anno agli ultimi rintocchi della notte di Ognissanti. E’ un libro da lasciar dormire per tutto l’anno, ma da risvegliare sempre allo svanire di ogni ottobre. Basterà riprendere in mano il volume che custodisce questa storia, attendere che l’occhio si dilati e, una volta che il libro si sarà ridestato, aprirlo e lasciar riecheggiare un altro canto, un nuovo: “Come little Children…”

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Quando nasciamo, i nostri vagiti annunziano l’impeto di una vita appena sbocciata. Con i nostri occhi chiusi e stretti nello sforzo di generare il pianto, versiamo sulle nostre piccole gote lacrime sincere, intrise d’infinita gioia di vita. Credo sia teneramente adorabile soffermarsi a riflettere sulla valenza di un generico “lacrimare”. Nella nostra vita, piangiamo nei momenti più tristi, e a volte anche in quelli più lieti. La reazione emotiva esternatasi nell’azione del pianto possiede sempre una virtù empirea e tangibile. Si potrebbero lambire quelle lacrime fuoriuscite dai condotti lacrimali. Chi vuol comprendere il perché stiamo versando quelle gocce che racchiudono al loro interno sia ansie che emozioni, potrebbe raccoglierle e leggerle con gli occhi del cuore nell’empatico tentativo di svelarne il vero significato di ogni singola stilla. Lacrime di tristezza e di gioia: sono le più comuni, sebbene siano anche le più diverse. Nello scorrere della nostra esistenza piangiamo sia nella sofferenza come nella felicità, nella perdita di una persona cara come nello sbocciare di una vita nuova. Ma quando nasciamo, il nostro è un pianto istintivo, un naturale grido di partecipazione alla vita. Non vi sono sentimentalismi da indagare, in quel pianto si innesca la più pura e incontrollabile vitalità. Nelle lacrime rilasciate dai nostri minuscoli occhi e nelle pupille che si dischiudono per la prima volta, la vita trova il modo di sorgere e iniziare un cammino.

Le lacrime versate in un giorno di pioggia e l’immagine di un occhio che osserva in maniera indefinita, come fosse “staccato” dal resto del corpo, sono due allegorie basiche della mitologia del “Blade Runner” del 1982, opera di fantascienza che indaga l’esistenza e l’impossibilità di arrestare la morte. E’ proprio con l’immagine di una vigile pupilla, dilatatasi davanti alla camera, che “Blade Runner 2049”, sequel del capolavoro di Ridley Scott, alza il sipario. L’occhio spalancato è metafora di un inizio, simbolo di un’osservazione appena esordita, come se il seguito concepito e diretto da Villeneuve stesse nascendo in maniera subitanea nella sua prima sequenza d’apertura.

  • “Blade Runner 2049” – Un sequel stupefacente

E’ stata una gestazione estenuante quella che ha fatto da avvento alla nascita di un vero e proprio sequel dell’opera senza tempo di Ridley Scott. Ed è stato altresì un parto complicato quello che ha portato alla nascita di un film così appagante per gli amanti del genere, eseguito con meticolosa abilità da ostetrici artisti della parola, dell’immagine, del suono e dell’emozione generata dal connubio, minuziosamente perpetrato, dei precedenti fattori.  Sono trascorsi 35 anni dal primo “Blade Runner”. Tre decenni di paziente attesa e di ponderazione: quella di poter realmente filmare il seguito di un lungometraggio, tanto rivoluzionario quanto portatore di una sfida impossibile da vincere. Tuttavia, il regista Villeneuve ha raccolto il “guanto della singolar tenzone”. Alla fine è riuscito in ciò che sembrava così arduo: girare un film che mantenesse rispetto e esternasse malinconica riverenza all’opera magna originale, ma che voltasse rotta e proponesse un’ammirabile novità tematica e stilistica. “Blade Runner 2049” è un film ben fatto, meraviglioso e armonico. Semplicemente sontuoso!

La pioggia è l’evento atmosferico che richiama l’immagine di un pianto protratto e incessante. Torrenziale è la pioggia che bagna la Los Angeles del 2049 in cui è sempre notte e dove ologrammi pubblicitari vengono fatti materializzare con l’aspetto di corpi umani titanici, dotati di movimento coordinato e predisposto. Che tipo di lacrime bagnano la città di Los Angeles? Lacrime di gioia o di inconsolabile tristezza? Lacrime per glorificare la vita in ogni sua forma?!

In questa metropoli dispotica e desolata, si muovono, in un alternarsi scenico, le anime di umani e replicanti, ed esse procedono come fossero traghettate dalle correnti ventose di una giornata comune. Sono trascorsi trent’anni dagli eventi di “Blade Runner”. L’agente Rick Deckard è scomparso, e i vecchi replicanti sono stati tutti terminati prima d’essere sostituiti da replicanti di tutt’altro tipo, creati da Niander Wallace (Jared Leto). I replicanti di Wallace sono anche loro esseri creati per venire dominati, stretti e incatenati sotto il giogo dei padroni. Essi sono destinati allo sfruttamento e alla schiavitù nelle colonie extra-mondo, seppur vengano descritti dal loro creatore come creature angeliche forti e resistenti, necessarie per il sostentamento dell'uomo e per il suo sviluppo. Wallace è un dio-creatore che plasma i replicanti come argilla tra le mani.

  • L’amletismo di un replicante

Protagonista della storia è l’agente K, interpretato da Ryan Gosling, un Blade Runner avveniristico, flemmatico, solo apparentemente freddo e distaccato. Egli non è un essere umano, è un androide ultimo modello, un replicante che dà la caccia ai vecchi replicanti modello Nexus, fuggiti per scampare alla terminazione.  Durante un’operazione di recupero e annientamento di un replicante, tale Sapper Morton, l’agente K rinviene una scatola sepolta sotto un albero morto. All’interno dell’oggetto, vengono rinvenuti i resti scheletrici di un replicante Nexus femmina. Gli analisti scopriranno che la replicante è deceduta a causa di un taglio cesareo effettuato chirurgicamente per far nascere il bambino. Sconvolti dalla scoperta, i superiori dell’agente K gli ordinano di fare tutto il possibile per trovare l’erede e ucciderlo, poiché la notizia che una replicante possa aver avuto un figlio potrebbe creare un'instabilità nel delicato equilibrio tra umani e androidi. L’agente K, restio e tormentato nel dover compiere un simile ed efferato gesto, comincerà la sua indagine che lo porterà a scoprire l’identità della replicante rimasta incinta: si tratta di Rachel, la donna innamorata e ricambiata a sua volta da Rick Deckard (Harrison Ford). In una ricerca così complessa, che ha radici in un passato vecchio di trent’anni, l’agente K scoprirà di essere anch’egli, in parte, coinvolto nel caso.

“Blade Runner 2049” è un eloquente e laconico atto comunicativo pur sempre verbalmente espresso ma anticipato da una impercettibile espressione del volto che preannuncia astrattamente ciò che poco dopo verrà espletato concretamente. La dialettica assume un potere valente ma secondario poiché superflua nel far comprendere il sentimento tra un essere umano e un replicante, già comprensibile dall’importanza di un singolo sguardo. In un contesto come questo l’agente K nei suoi esasperati silenzi è l’inequivocabile e ideale protagonista. Ryan Gosling non fa eccedere un’espressività costantemente mutevole, e proprio per tale ragione si rivela perfetto come interprete amletico di un agente meditante. K vive in una casa postmoderna, in cui la tecnologia futuristica è amalgamata in modo eterogeno a quella più tradizionale. La sua cucina a gas è alternata a una stanza in cui un riflettore posizionato sul tetto fa visualizzare la sagoma digitalizzata di Joi, una bellissima donna di cui K è perdutamente innamorato. Joi (Ana de Armas) ricambia incondizionatamente K seppur essa non sia che un estetico agglomerato ineffabile di luce e immagine. Quella che “Blade Runner 2049” inscena con dolente poetica è la meravigliosa e nuova frontiera di una storia d’amore impossibile. Joi è intelligenza artificiale in grado di provare, con coscienza e razionalità, affetto e in particolar modo, amore.

  • Amore platonico, passione intellegibile

Ella è intelligenza artificiale seppur sia un artificio non propriamente meccanico, quasi etereo e impalpabile in quanto contenuto e riflesso da una macchina proiettante. Joi è “intrappolata” in una proiezione, non ha consistenza fisica ma ha volontà, non ha un corpo ma possiede un’anima, non è incarnata ma è visivamente personificata. Un qualcosa di tragico ma narrativamente incredibile anche solo da descrivere. Joi ha voluto ribattezzare K con il nome di Joe, per conferirgli un che di umano. K, dal canto suo, ha voluto far dono alla sua “sposa” di uno strumento, un comando che può custodirla al di fuori di quel “proiettore” che può renderla visivamente mirabile solo tra le austere pareti della loro casa. Con quel comando ella può sciogliere il legame che la trattiene tra quelle mura e valicare i limiti dell’edificio assieme a K. Ella in quell’oggetto ha riposto senza remore la sua esistenza virtuale poiché se dovesse deteriorarsi, cesserebbe di materializzarsi per sempre, come se fosse anch’ella una donna vera, in balia della morte, nel caso in cui venisse “attaccata” e “distrutta”. Se lei gli ha donato un nome, lui ha cercato di donarle una nuova forma di stasi: entrambi provano, in un disperato e romantico tentativo, di umanizzarsi vicendevolmente. Il primo luogo che Joi desidera “visitare”, una volta uscita dalla dimora, è la terrazza del palazzo, sulla quale entrambi vengono investiti da una lieve pioggia che accompagna il loro primo momento d’accenno di “libertà”. Ancora una volta la pioggia, come toccante pianto, sembra cadenzare la vita in “Blade Runner”.

Tra K e Joi esiste un amore platonico e inestinguibile, virtuale ma reale, a cui viene poi conformata una passione indomabile, trasfigurata nell’intellegibilità, che tocca le vette del romanticismo gemmeo. Ella è fisicamente inconsistente, corporalmente effimera ma animosamente ricolma. Quando lui l’accarezza, la sua mano rende la nitida visione della donna opacizzata, poiché soggetta a dissolvere la qualità della sua trasparenza al minimo tocco. La sequenza in cui Joi deciderà di sincronizzare il suo corpo visivo a quello di una donna vera, sovrapponendosi a lei, pixel dopo pixel, per garantire a K la possibilità di consumare il loro amore, è una delle scene più intense e toccanti del film, e riesce a mantenere per tutta la sua durata una passione tersa e persino sognante. Un atto d’amore sentimentale nato e divampato nella sintonia connettiva di due anime “meccaniche” che si congiungono nel bisogno umano di sfiorarsi e toccarsi con concretezza. Un semplice abbraccio, una carezza sul viso per K e Joi assume l’aspetto di un rapido momento d’essenza eterna.

  • I ricordi

“Blade Runner 2049” è un noir fantascientifico impreziosito da una folgorante fotografia. Ha un ritmo volutamente compassato per rimarcare con la dovuta attenzione le scene introspettive e le peregrinazioni solitarie del protagonista, sempre analitiche. La sua è un’investigazione compiuta su due fronti che si intersecano: la ricerca dell’identità dell’erede di una replicante si intreccia a quella inerente la possibile vera identità dell’agente K. K è un replicante che desidera ardentemente d’essere speciale, e non un mero “prodotto”, e nutre la speranza che i ricordi che possiede non siano innestati ma possano essere veri.

La vivezza sensoriale dei ricordi ha i contorni di una finestra spalancata sul passato che può essere pre-costruito o assolutamente veritiero. I replicanti, a cui sono stati impiantati ricordi artificiali, necessitano di quelle memorie per poter restare stabilmente a contatto con la loro intimità, pur essendo consapevoli che quelle rievocazioni non sono altro che il frutto di artificiosi palazzi mentali sapientemente orchestrati con dovizia di particolari. Essi sono un rifugio per rammentare un’identità, anche a costo d’ingannarsi e impantanarsi in una fangosa menzogna.

Con i ricordi riusciamo a padroneggiare la capacità di “dialogare con noi stessi”. I ricordi in “Blade Runner 2049” sono delle raccolte archiviate e possono avere una duplice natura, vera o forgiata ad arte, positiva o negativa. Ricordi paurosi e tristi si alternano con le memorie più felici ed idilliache di un passato che non c’è più. Tali testimonianze memorizzate in “Blade Runner 2049” sono lo specchio dell’anima e riflettono l’interiorità di un essere umano così come di un replicante. La memoria è alimentata dall’emozione, dal sentimento che ad essa è accomunata, e l’effetto sensoriale dell’amigdala può modellare le emozioni provate in quel determinato momento fino a farle rivivere. Attraverso la sfera mnemonica si compie l’investigazione dell’agente K che arriva a interloquire con la più grande creatrice di ricordi per replicanti, la dottoressa Ana Stelline (Carla Juri). Ella vive protetta all’interno di un’ampia cupola che ne preserva la cagionevole salute. Ana è portatrice di una splendida immaginazione con la quale riesce a dare contorno, spessore, forma e colore a un ricordo che si può toccare con mano. Ella è una creatrice di ricordi e li realizza come fossero quadri dipinti con un pennello inesistente su di una tela evanescente, impercettibile come un lieve soffio di brezza. Quando ella vedrà il ricordo che accompagna da sempre l’agente K, ricordo a tal proposito necessario alla comprensione dell’indagine, scoppierà in un accorato pianto e affermerà che tale memoria è vera e non propriamente innestata. Ciò porterà K a credere che lui stesso sia il figlio perduto di Rachel e Rick.

  • Il miracolo della vita

Quella di “Balde Runner 2049” è esaltazione dell’arte cinematografica nella sua essenza più profonda e pura. E’ comunicazione silenziosa, riflessiva, meditabonda, arte che conferisce pregio allo sfondo, rilievo significante alla scenografia, validità alla taciturna espressione di un viso disteso e pensante. E’ emozione mai espressa completamente, ma incastonata nella magnificenza di un momento, nell’importanza di un gesto o di un’intenzione che potrebbe far capire molto di più di quanto semplice possa apparire. In “Blade Runner 2049” il sentimento umano batte come un cuore palpitante. Nella versione di Villeneuve la paranoia che un tempo avvertivamo guardando l’opera di Scott viene annullata. E’ la vita, intesa come miracolo della creazione, ad essere inebriata. La nascita del bambino concepito dall’amore tra Rick e Rachel, è la compiutezza di un prodigio.

Un evento straordinario, una grazia giunta dal cielo, che sconvolge Wallace, uomo che si esprime attraverso orazioni criptiche e ricche di accenni e riferimenti religiosi, come se fosse un antico profeta e oracolo affetto da cecità, ma che crede di vedere ciò che nessun altro è in grado di scrutare. K giungerà fino alla decaduta Las Vegas, megalopoli funerea e irriconoscibile se confrontata a ciò che fu un tempo. Laggiù rinverrà Deckard. Eccezionale la scena in cui Rick e K avranno un confronto fisico in una platea abbandonata sul cui palcoscenico si esibisce un ologramma fuori sintonia di Elvis Presley. Un passato che tecnologicamente si mescola a un presente futuristico.

Un ritorno, quello di Harrison Ford, straordinario. Ford nella sua maschera rugosa, assuefatta alla rassegnazione, alla rinuncia, trasmetterà la sofferenza di una vita di stenti, di allontanamenti forzati, di privazioni. Il Rick Deckard di “Blade Runner 2049” è un padre disperato più che un vecchio cacciatore di replicanti, e la recitazione di Ford accentua l’umanità e il senso di protezione paterna dell’uomo più che la glaciale freddezza di un ex agente. L’eroismo di K, che perderà la sua amata Joi lungo il proprio cammino verso il trionfo finale, sarà l’ultima speranza per Deckard di riscoprire la verità sul proprio erede: sulla propria figlia che altri non sarà che la dottoressa Ana.

  • Pianto finale

Ecco perché ella piangeva alla vista di quel ricordo, ecco perché K “vigilava” su quella reminiscenza dal valore inestimabile: era un innesto basato sulla verità, sul passato di Ana. Ancora una volta le lacrime all’interno del film testimoniano l’importanza di un sentimento, di un passato identificativo rivisto e rivissuto attraverso l’emotività umana. Quindi K riuscirà a salvare Deckard e lo condurrà ad incontrare la sua amata figlia.

“Blade Runner 2049” è un sequel coraggioso e bellissimo, vicino a raggiungere e ottenere di diritto, anch’esso come il predecessore, la caratura del capolavoro.

Quando K avrà adempiuto la propria missione, si sdraierà su una scalinata. La musica riprenderà i passi che scandirono il trapasso di Roy Batty nella celebre sequenza del primo “Blade Runner”. Non verserà lacrime nella pioggia: egli guarderà il cielo che in quel momento comincerà a “piangere” neve. La bianca coltre cadrà copiosa quando egli verserà le sue ultime lacrime sotto la neve ed emanerà l’ultimo respiro. Se Roy Batty aveva versato il suo ultimo pianto sotto la pioggia, Joe farà “scomparire” le sue lacrime nel fioccare della neve.

Anche Ana sarà avvolta dall’incedere di una neve virtuale poco prima di mirare per la prima volta suo padre. Chissà se anch’ella reagirà versando nuove lacrime sotto la neve quando scoprirà chi è la persona che ha dinanzi. Che sia gioia o tristezza, che si tratti di nascita o morte, le lacrime possono riuscire ad esprimere in egual valore l’immensa emotività di un istante che diviene immortale nel tempo. Il pianto è testimonianza di un sentimento, e il sentimento è testimonianza di vita. Che siano uomini o replicanti essi versano lacrime…e sono in vita.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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