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"Batman, Catwoman e il Pinguino" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Nascita

Tutti i rampolli dell’alta società di Gotham vestivano con frak neri, papillon e camicie bianche, camminavano in gruppi numerosi con andature preimpostate, talvolta goffe, somigliando a pinguini imperatori su scivolosi ghiacciai. Il ricco Tucker Cobblepot non era diverso da questi! Una sera, se ne stava immobile davanti alla grande finestra del salone. Il suo sguardo verso l’esterno sembrava volesse ricercare, tra i candidi fiocchi di neve, una tanto agognata serenità. Sebbene apparisse distinto, la sua faccia non riusciva a nascondere l’inquietudine che lo attanagliava. Se il portamento del nobiluomo non suggeriva più del dovuto, i suoi occhi smarriti continuavano a tradirlo. Per stemperare l’intollerabile tensione, il magnate fumava una sigaretta infilata nel suo bocchino, mentre con l’arcata superiore dell’occhio sinistro stringeva il solito monocolo. D’un tratto, egli avvertì l’urlo straziante della moglie. Ester si trovava nella stanza adiacente il soggiorno, e stava dando alla luce il loro erede, Oswald. La prima a sgattaiolare via da quella camera fu una sconvolta infermiera. La seguì il medico, coprendosi il volto con un fazzoletto di stoffa. Tucker corse dalla moglie, e quando la raggiunse si lasciò andare ad un grido di disgusto. Ester stava bene, ma il nascituro era spaventosamente deforme. Nel periodo natalizio, il bambino giaceva rinchiuso all’interno di una gabbia nera, per via dei suoi atteggiamenti aggressivi. Orripilati dal concepimento del loro primogenito, e addirittura spaventati dalla sua violenza, i genitori meditarono un piano per sbarazzarsi della creatura. Si incamminarono in una fredda serata invernale alla volta di un parco in cui, un tempo, sorgeva uno zoo. Tutt’e due mandavano avanti la carrozzina dentro la quale riposava, come in una oscura prigione, l’ignaro neonato. Quando furono in prossimità di un ponte, gli sposi incrociarono un’altra coppia, intenta anch’essa a passeggiare per strada sospingendo una carrozzina bianca.

Il regista inserisce questa famigliola per un breve passaggio e, altrettanto fugacemente, la fa sparire. Ma chi erano costoro? E se fossero i Wayne con il loro neonato Bruce? Non c’è dato sapere con certezza, e se, per questioni d’età, Oswald e Bruce si sarebbero potuti incontrare appena nati. Resta ancora oggi suggestivo il mistero circa questo strano incontro. Bruce e Oswald, i futuri Batman e Pinguino, nella visione del cineasta hanno in comune più di quanto credano. Se la storia non fosse andata così come stabilito dall’opera filmica, Bruce e Oswald, rampolli della nobiltà Gothamita, avrebbero frequentato i medesimi ambienti e, pertanto, si sarebbero conosciuti in tutt’altre vesti. Un fato imprevedibile, sin dalle origini, ha voluto, tuttavia, snocciolare un futuro diverso per i due, destinati a scontrarsi come acerrimi nemici. Oswald era una prole ripudiata, dominata da un destino terribile che lo ha voluto orripilante nell’aspetto e nel carattere, Bruce, invece, era un figlio adorato, la cui sorte avversa lo ha scelto come testimone inerme di un omicidio in una drammatica notte, quella in cui persero la vita i suoi cari.

Tucker e Ester sganciano il vano culla dalla carrozzina e, senza apparenti remore, gettano l’infante nel fiume così che possa morire per il gelo. Sconvolti, i due si soffermano ad osservare il particolare involucro che, trascinato dai fluttui, scompare nei bui cunicoli delle fogne. Come accadde a Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo, “Notre-Dame de Paris”, Oswald venne abbandonato per la sua bruttezza e per la sua inaccettabile diversità. La ricca e blasonata famiglia dell’antagonista del lungometraggio, così come è stata ideata da Tim Burton, si contrappone all’umile famiglia di gitani a cui apparteneva Quasimodo, l’uomo formato a metà, così come crudelmente era stato soprannominato da Claude Frollo, arcidiacono della Cattedrale parigina.

Il destino di Oswald è dunque offerto al volere delle acque, un accadimento che rievoca il racconto biblico di Mosè, anch’egli affidato alle correnti del Nilo dalla madre Jocabel. Parallelismi simili che però dipanano un’intenzionalità contraria: se Mosè era stato lasciato per essere salvato, Oswald viene abbandonato per essere obliato.

Invero, la culla del piccino viene dondolata dalle putride acque fognarie fino ad una grande caverna sotterranea del “Mondo Artico”, luogo in cui ha trovato asilo una colonia di pinguini, ultimi superstiti della sezione antartica del dismesso zoo cittadino. I pinguini rinvengono la “cesta” con il nascituro, adottandolo come fosse un cucciolo della loro specie.

"Batman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Solitudine

33 anni dopo gli eventi fin qui narrati, Gotham City è sotto la protezione di Batman (Michael Keaton), vigilante mascherato e paladino della metropoli. A turbare la ritrovata quiete della città sono le voci riguardanti gli avvistamenti del “Pinguino”, un misterioso essere mezzo uomo e mezzo uccello che si cela nelle fogne.

Molteplici sono i riferimenti religiosi che possono essere colti nel film di Burton. Oswald nasce nella stagione natalizia, un periodo in cui la religione cristiana celebra la venuta al mondo di Gesù.  Oswald (Danny DeVito), conosciuto con lo pseudonimo di “Pinguino”, torna nella sua città natale quando ha compiuto il trentatreesimo anno di vita. Un’età straordinariamente simbolica per la fede cattolica, poiché richiama l’ultimo anno d’esistenza terrena del Messia. Questi interessanti elementi fanno sì che la figura del Pinguino si presti, con le dovute proporzioni, ad una rilettura “mistica”, tanto da poter essere considerato il “profeta” di una nuova razza, in cui l’umanità e la bestialità animale si mescolano in un agglomerato raccapricciante.

In un imprecisato momento della sua vita, Oswald venne assoldato come fenomeno da baraccone. Raggiunta l’età adulta, il “freak” aveva il seguente aspetto: era un uomo tarchiato e informe, per di più calvo, anche se dalla sua nuca scendevano lunghe ciocche di capelli neri, unti e sudici. Un vistoso naso aquilino, appuntito e spiovente come il rostro di un grosso rapace, era la prima cosa del suo volto a balzare all’attenzione. I denti erano neri come la pece, e le sue mani avevano soltanto due dita, poiché le restanti tre si erano fuse insieme, formando una sorta di pinna.  Il suo incedere era dinoccolato e dava la sensazione d’essere affaticato: in tutto e per tutto egli assomigliava ad un Pinguino. L’aspetto designato per l’antagonista del film fu accuratamente ideato e realizzato sui connotati fisici dell’attore Danny DeVito attraverso un impegnativo lavoro di trucco. Burton voleva creare un cattivo grottesco e agghiacciante, sociopatico e terrificante, un personaggio che venisse odiato ma che, inaspettatamente, potesse anche essere compatito. La deformità del Pinguino non riguarda solo l’aspetto fisico ma anche la mente e parte del suo cuore. Oswald è tanto mostro esteriormente quanto interiormente, peculiarità che più lo differenzia dal Quasimodo di Hugo. Nel corso della sua esistenza, il Pinguino sviluppò una bizzarra ossessione per i “para-pioggia”. La sua nutrita collezione di ombrelli può essere considerata alla stregua di un arsenale, poiché il Pinguino nel tempo li ha modificati, trasformandoli in micidiali armi.

La prima apparizione di Bruce Wayne nella pellicola lo mostra trattenersi, insonne, nel suo studio. Il volto è sperduto, l’espressione corrucciata e la mano è posizionata all’altezza del mento, come se volesse rimarcare la riflessività del momento. Bruce è un pensatore e, in quegli attimi, egli sta scorrendo il suo passato. In fuggevoli attimi di ripresa, Keaton ha la capacità di esternare il tormento interiore del suo Batman, conturbato nel rimuginare. Il Bruce Wayne di Michael Keaton dorme di rado: di questo ne avevamo avuto un assaggio già nel precedente capitolo “Batman” del 1989. Dopo la notte trascorsa con la fotoreporter Vickie Vale, il protagonista faticava a prender sonno, e preferiva scacciare gli incubi vissuti ad occhi aperti temprando il proprio fisico con gli allenamenti. Anche in “Batman Returns”, cogliamo questa tensione silente, un’angoscia che tiene l’eroe in uno stato di allerta e di isolamento.

Selina Kyle (Michelle Pfeiffer) è un’impacciata e sciatta segretaria alle dipendenze di Shreck. Vive sola nel suo appartamento e possiede un gatto come animale da compagnia. Selina è gentile e premurosa in una realtà urbana infingarda e cattiva. La tragica morte per omicidio a cui andrà incontro, e il soprannaturale evento di resurrezione che la riporterà in vita, muteranno il carattere della donna la quale, una volta rientrata in casa, perderà il controllo di se stessa e distruggerà ogni elemento della propria casa che le ricordi la parte più pura, infantile e sognante della sua vita.  Selina strapazza e annienta i suoi peluches, imbratta col colore le magliette più “giovanili” del suo guardaroba, distrugge la casetta delle bambole che aveva sin da bambina per poi cucirsi un aderente vestito nero. Nasce da un parto violento e liberatorio Catwoman, l’essenza più incontrollata, tumultuosa, vendicativa e sensuale di Selina Kyle.

Batman, il Pinguino e Catwoman, sono, a loro modo, soli, incompresi, tormentati e nevrotici. Se Bruce ed Oswald personificano il bene e il male, Catwoman oscilla pericolosamente in ambedue i lati, incarnando un equilibrio instabile di luce e oscurità.  E’ interessante notare come i tre protagonisti corrispondano, nei loro alter-ego, ad animali: il pipistrello, il gatto e, per l’appunto, il pinguino.

  • Sospetto

Oswald, dopo aver scoperto la propria identità, ha l’intenzione di scalare le vette del potere municipale sino a ridurre la città di Gotham in cenere. Shreck prepara un accurato piano per riabilitare agli occhi dei cittadini-votanti la figura del Pinguino, aspirante sindaco di Gotham. “Batman Returns” mostra con quanta facilità possa essere manipolata l’opinione pubblica mediante un’orchestrata comunicazione politica basata sulla propaganda con l’ausilio dei media televisivi, i quali possono modellare ad arte, come argilla fresca, un’immagine distorta della realtà. Il Pinguino si presenta come il candidato perfetto, e attorno alla sua persona fa sì che si palesi l’alone astratto ma percettibile di un uomo umile, privato dei diritti che gli spettavano dalla nascita, orrido ma dal cuore d’oro. Sfoggiando un look in stile vittoriano, con frak, cappello a cilindro e monocolo, il mostruoso “uomo-anfibio” si trasforma in un “gentiluomo” raffinato, una mutazione che i giornali paragonano all’evoluzione del brutto anatroccolo in cigno.

Batman segue preoccupato l’ascesa al potere del Pinguino e nutre dei grossi sospetti. Già prima di quei giorni, una notte, l’eroe si era recato ad osservare l’agire del losco figuro, occupato a raccogliere informazioni sui primogeniti di Gotham con il “pretesto” di ricercare le proprie origini. La scena che vede Batman procedere con la batmobile durante una copiosa nevicata non è soltanto fascinosa ma didascalica circa le abilità intuitive del supereroe. In questa sequenza emerge infatti l’acume fine e il prodigioso intelletto di Bruce, il quale sospetta correttamente di un reo. La sfida a distanza tra il cavaliere oscuro e il Pinguino è appena cominciata.

"Batman e Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Passione

Tra il crociato incappucciato e la donna dai poteri felini si consuma, nelle lunghe notti di Gotham, una tormentata relazione passionale che vede l’amore e l’odio fondersi in un connubio torbido e divorante. Parallelamente alla relazione intrecciata nelle loro vesti mascherate, i due, senza conoscere le rispettive identità segrete, iniziano a frequentarsi anche come Bruce e Selina in pieno giorno. Passando dalla mattina alla sera, oscillando dalla luce all’oscurità, dal viso scoperto a quello nascosto da una maschera, in “Batman Returns” verità e inganni, segreti e bugie perpetrati dai due amanti s’intrecciano in una mescolanza separatoria eppure indistinguibile. Sia nelle loro vesti comuni di uomo e donna, sia nei loro panni di vigilatori in costume, la fatale attrazione che lega i due innamorati non fa che attanagliarli in un gioco distruttivo, dominato da un impeto carnale che sfocia in un erotismo selvaggio. Basti notare il costume della stessa eroina che evoca l’immagine di uno stringente e provocante abito sadomasochistico. Persino la frusta, l’arma utilizzata dalla donna per colpire e ferire Batman in uno dei loro interminabili duelli, richiama un tipo di arnese prestato a fini sessuali.

Il cavaliere oscuro e la “gatta ladra” si odiano e si amano, si perdono e si cercano, combattono senza esitazione nelle sommità dei grattacieli e poi cedono tanto da scambiarsi un intenso bacio sotto il vischio, dando consistenza e vigoria ad un rapporto in cui la violenza non è altro che un riflesso del desiderio, ed un colpo sferrato in combattimento risulta essere la richiesta disperata di una tenera carezza.  Contrariamente a ciò, tra Bruce e Selina, (attenzione non tra Batman e Catwoman), il rapporto appare più cristallino, poiché si instaura un amore che rappresenta quanto di più umano e speranzoso essi possano esprimere, quando non sono più schiacciati dagli obblighi imposti dai mantelli e dalle maschere. Durante un ballo in maschera, i tormentati amanti si incontrano per concedersi un lento. Proprio in tale contesto, essi rivelano la loro reciproca identità. Nella circostanza in cui tutti indossano un costume mascherato, Bruce e Selina colgono l’occasione per sdrucirselo di dosso vicendevolmente.

Se Batman e Catwoman sono obbligati a scontrarsi pur bramandosi, Bruce e Selina potrebbero riuscire a conquistare un futuro insieme. A tal proposito, togliendosi la maschera, sarà proprio Bruce ad implorare Selina, anch’ella strappatasi di dosso il suo “cappuccio”, di seguirlo nella sua casa, dimenticando il peso dato dalle rispettive controparti. Nei loro aspetti “umani”, entrambi ricercano un futuro insieme salvo poi dover rinunciare ad esso con totale frustrazione.

  • Abbandono

Varie e ambiziose erano le aspirazioni del Pinguino, ma, come un uccello che non può volare, egli non poté levarsi da Terra e raggiungere ciò che più agognava. Oswald dovette desistere dai suoi propositi quando Batman riuscì a smascherare le sue malefatte pubblicamente. Respinto dai cittadini di Gotham, isolato da Shreck, Cobblepot tornò al suo covo, meditando vendetta. Il suo efferato piano è pronto ad essere attuato: la cattura e l’assassinio di tutti i primogeniti della città, così da far pagare loro la “fortuna” d’essere figli di una famiglia che non li aveva dimenticati. Sarà nuovamente Batman a sventare i suoi intenti e a fermarlo poco prima che lo stesso Pinguino trovi la propria fine.

La scelta dell’antagonista di voler uccidere i primogeniti costituisce un ennesimo metro di paragone con il racconto biblico dell’esodo. La decima piaga d’Egitto scatenata da Mosè prevedeva, infatti, la discesa sulla Terra dell’Angelo della Morte, che avrebbe sottratto la vita dal corpo dei primogeniti dell’Egitto.

Il Pinguino era un essere cattivo, brutale e insensibile, ma allora perché negli istanti in cui procede lento, e seguita a trascinarsi nel suo stesso sangue, la musica malinconica e lo scorrere delle immagini riescono a far commuovere con una simile efficacia? Forse perché il Pinguino era un mostro di origine controllata, solo e malato, che fu abbandonato in egual maniera quando nacque così come quando morì. Lo avevano lasciato i genitori, lo aveva lasciato il morente Shreck, anche i membri del triangolo rosso scelsero, alla fine, di voltargli le spalle e scappare dalla sua crudeltà. Soltanto i pinguini rimasero con lui fino a che non esalò l’ultimo respiro. Gli stessi, procedendo insieme, spinsero il corpo di Oswald verso l’acqua, laggiù dove sarebbe dovuto morire quando non era che un bimbo in fasce. Come un corteo funebre, sotto gli occhi di Batman, i pinguini, anch’essi dimenticati dagli uomini quando lo zoo venne abbandonato, danno al loro simile l’addio in quel sepolcro acquatico. Forse Oswald aveva ragione quando disse che non era un uomo, ma un animale a sangue freddo visto che solo il regno animale lo aveva accettato.

La morte del Pinguino è una scena triste, che suscita nel cuore degli spettatori una silenziosa, commuovente e mostruosa compassione.

  • Fine

“Batman Returns” è il film più cupo, triste e drammatico mai girato sul cavaliere oscuro. La regia ispiratissima di Burton e la maestria interpretativa degli attori, tutti in stato di grazia, hanno permesso alla pellicola di fregiarsi dello status di cult.

Il secondo ed ultimo Batman Burtoniano mostra, negli ultimi scampoli del proprio corso, Bruce, separatosi da Selina, nel mentre ammira dal finestrino della sua auto il freddo ma sereno paesaggio di una Gotham innevata. E’ Natale, e ancora una volta l’unico “mostro” che ha scelto di non farsi corrompere e avvelenare dalla mostruosità della crudeltà umana continua a vegliare sulla città. Si tratta proprio di Batman, l’unico e solo eroe in grado di ergersi con razionalità sull’aberrazione. Tutto d’un tratto il batsegnale brilla nel cielo, richiamando l’arrivo del Supereroe, sotto lo sguardo vigile di Catwoman.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Sophie e Howl" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Hayao Miyazaki è un poeta atipico, poiché non trascrive i propri versi su carta; le sue rime, che siano baciate, alternate o incatenate, non appartengono al linguaggio classico della poesia. Le fiabe del grande maestro dell’animazione giapponese, intrise di una forte componente poetica, vivono nell’arte sequenziale del disegno, mediante il movimento di una tavola tratteggiata e colorata nei dettagli. Eppure, esse mantengono una raffinatezza stilistica e una potenza espressiva paragonabile all’intima, spesso inconfessata, spirituale e recondita suggestione sentimentale recata da un componimento scritto. La poetica di Miyazaki si articola con metafore visive, con figure retoriche che assumono i contorni di sequele d’immagini in successione, le quali sono in grado di evocare le interpretazioni personali degli spettatori circa i più disparati artifici della vita umana. L’arte di Miyazaki va osservata ed interpretata nel nostro “io”. Il suo cinema è costituito da simboli traslati, ardui da poterli descrivere, tanto la pregevole tecnica di questo artista va contemplata, solo di rado spiegata. Tuttavia, Miyazaki non è soltanto un impareggiabile autore, è anche un “cercatore”. Nel corso della sua pluripremiata carriera, egli ha ricercato, individuato e voluto con profondo desiderio una “nuova storia” da poter trasporre secondo il proprio tocco magico. Così, ad esempio, fece quando volle dar vita al trascorso della giovane Sophie e di un mago conosciuto con il nome Howl. Miyazaki, traendo spunto dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones, realizzò nel 2004, sotto il titolo “Il castello errante di Howl”, uno dei suoi incantevoli capolavori.

Nelle prime sequenze del lungometraggio vi è un costante movimento, un moto incessante e perpetuo che vivacizza la città in cui vive e lavora la dolce Sophie. Il treno, puntualissimo, procede a grande velocità, sferragliando sulle rotaie. Sophie lo nota quando siede al tavolo da lavoro nella sua modesta cappelleria, intenta a cucire gli ultimi scampoli di stoffa di un elegante cappello. Non è il rumore del convoglio ferroviario a distogliere, anche per un istante, la sua attenzione, e neppure la nuvola di fumo nero che la possente locomotiva si lascia alle spalle.  Nelle strade, automobili e carretti precedono senza sosta, come in una sfilata. Sophie osserva la frenesia dello scorrazzare cittadino restando affacciata a bordo di un tram. La vita fino ad allora per Sophie era tutto un irrefrenabile movimento da guardare, una processione di macchine, mezzi di trasporto pubblici, e navi da battaglia pronte a lasciare i loro porti per addentrarsi nelle acque dove si sta consumando un gravoso conflitto. Che sia sulla Terra, sul mare o nel cielo, dove le forze dell’aeronautica si stanno dipanando, si registra un movimento senza fine.

In lontananza, verso l’orizzonte, è possibile mirare l’incedere di un errante castello, la dimora di Howl.  Bizzarro da credere, ma quel castello cammina davvero! Ha quattro grandi piedi metallici, o zampe se preferite, con cui avanza mantenendo un passo spedito. Howl è un mago, e la sua casa possiede movenza perché è sotto una sbalorditiva magia, pensano i più. Sono tutti dello stesso avviso? Chissà, forse i più razionali, così come i meno inclini a confidare nel fantastico, troveranno una spiegazione logica al tutto: si tratta, borbotta qualcuno, di una stupefacente ma pur sempre comprensibile meraviglia dell’ingegneria! Del resto, negli anni in cui si svolge la storia, l’ingegneria bellica aveva compiuto passi da gigante. Sono stati, infatti, costruiti aerei in grado di sganciare bombe con estrema rapidità, e sono sorte corazzate dal tonnellaggio mastodontico, sempre più difficili da attaccare e abbattere. Cosa vuoi che sia edificare persino un castello in grado di scorrazzare su e giù per le colline?

Il castello di questo fantomatico mago sarà una nuova testimonianza del progresso tecnologico? Non proprio, e anche i più scettici dovranno ricredersi: il castello di Howl si muove per magia e con la magia!

Sophie è da poco uscita dal suo negozio, e si sta recando a fare visita alla sorella minore, Lettie, quando viene importunata da due guardie della gendarmeria, presenti in quei luoghi per l'imminente guerra. Quel “movimento” incessante che caratterizza l’inizio dell’opera trova la propria sublimazione nella prima apparizione di Howl, il mago dai biondi capelli, che salva la giovane Sophie, tirandola via dalle strade e portandola in alto, a volteggiare nel cielo. Sotto i loro piedi, nella grande piazza della città, ha luogo un esaltante ballo. Tra le nuvole, accompagnati da alcuni passi musicali, Howl fa “danzare” la giovane Sophie, fino a portarla giù e scomparire. Tra i tanti movimenti confusi e alienanti della monotonia urbana rappresentati da Myazaki, il movimento più puro è quello concepito dai corpi dei protagonisti che ballano. Howl regge Sophie con le braccia ed entrambi, ondeggiando le gambe nell’aria a ritmo di musica, simulano una camminata armonica su di un terreno invisibile.

La tenera ragazza resta rapita dall’estro del giovane mago e se ne innamora perdutamente. Durante la sera, la giovane riceve la visita della Strega delle Lande Desolate, la quale, gelosa per le attenzioni che Howl ha mostrato nei riguardi della graziosa venditrice di cappelli, la maledice, trasformandola in una vecchina. Sophie, con l’aspetto di una persona attempata, intraprende la più grande avventura della sua vita per ritrovare Howl. Così, raggiunta la vetta di una collina, riuscirà a varcare la soglia della casa di Howl. Nel tragitto per raggiungere il semovente castello, Sophie è stata coadiuvata da uno spaventapasseri senziente, capace di procedere a saltelli, irto e saldo sul suo bel supporto legnoso. Quello che sembra essere un bislacco spaventapasseri invece di compiere il dovere per cui è stato creato, ovvero quello di “spaventare” i volatili, si presta, con buona volontà, ad aiutare una vecchietta bisognosa di soccorso.

La protagonista si ripresenta ad Howl con le vesti di una donna lacera e dimessa, curvata dal tempo e dalla fatica, il cui volto martoriato dalle rughe suggerirebbe una vita lunga eppure non vissuta con pienezza. Nel film la contrapposizione tra vanitosa “bellezza” e esitante “timidezza”, tra “giovinezza” e “vecchiaia” risulta essere un punto cardine. Sophie è una ragazza insicura, che crede di non essere bella, e i suoi vestiti, tanto coprenti così come poco appariscenti, non fanno che svilirla ulteriormente. Ella, come afferma, non teme di essere rapita dal misterioso Howl, poiché tale mago prende con sé, secondo le dicerie popolari, soltanto le belle ragazze. Sophie è decisamente poco intraprendente, e conduce una vita fin troppo quieta, senza alcun scossone che possa movimentarla.

La bellezza di Sophie sembra svanire quando la maledizione, pronunciata e perpetrata dalla strega delle Lande, si compie. Da vecchia nell’aspetto, Sophie riscopre la giovinezza e la forza di volontà intrinseca del suo animo, rimasto intatto e finalmente pronto a vivere una grande avventura. Howl è invece ossessionato dal suo aspetto esteriore, narcisista, fiero e vanitoso dei suoi capelli color oro. Un personaggio che bada così tanto all’aspetto fisico potrebbe indicare una personalità superficiale. In verità Howl lotta con strenua resistenza contro le armate che combattono quest’insana guerra che semina morte e distruzione in ogni dove. Le flebili apparenze vengono del tutto annullate nel film.

Sophie assume nel castello il ruolo della donna delle pulizie. Un compito non facile da portare a termine con successo data la grossa mole di sporco che alberga tra i cunicoli di quella antica costruzione. In quella fortezza che ama passeggiare giorno e notte, la donna conosce il piccolo Markl, una sorta di apprendista mago, e Calcifer un demone del fuoco che alimenta il castello e permette ad esso di proseguire nel suo pellegrinaggio senza fine. Sophie, di giorno in giorno, pulisce il castello, dando inavvertitamente una “spolverata” anche all’animo provato dalla guerra di Howl, il quale, ricambiando l’amore della donna, trova in lei la più grande ragione per combattere.

“Il castello errante di Howl” è una bellissima storia d’amore, che si articola in un movimentato andirivieni.  Howl, che aveva aspettato da tempo l’arrivo di Sophie, mirata per la prima volta in giovinezza, la ritrova dapprima con le fattezze di una ragazza e in seguito con l’aspetto di un’anziana, riconoscendola sempre e amandola in egual maniera. Sophie, dal canto suo, passa con un’altalenante progressione dall’aspetto di una donna in là con gli anni a quello di una giovane, e viceversa, stabilizzandosi infine con i connotati di una ragazza con i capelli argentei. Quel movimento che ha contraddistinto l’inizio della pellicola e che fa del castello di Howl la caratteristica preponderante della sua meraviglia, viene replicato anche e soprattutto nel rapporto di amore tra Sophie e Howl: il movimento è tutto. Dal passato al presente, dall’infanzia alla età adulta, dall’anzianità ad una nuova giovinezza, vige tra i due un movimento continuo che si sviluppa e permette ad Howl e Sophie di conoscersi, di avvicinarsi e di restare per sempre uniti.

Quando la guerra sarà finita e la pace verrà ritrovata, questa nuova, grande famiglia, accomunata dall’amore di Sophie e Howl, potrà continuare quel percorso che chiamiamo “vita”, alla volta di un roseo futuro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Coco" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER)

Nel 1839, lo scienziato François Arago presentò al pubblico il “Dagherrotipo”, un’invenzione concepita da Joseph Nicéphore Niépce e realizzata da Louis Daguerre. Il dagherrotipo fu il primo apparecchio fotografico mai creato dalla sapiente mano dell’uomo. L’innovazione portata da quella particolare macchina suscitò l’entusiasmo verso i nuovi media da parte della gente, sorpresa nel conoscere la tecnica primordiale della fotografia. Molti si appropinquarono per assicurarsi la stupefacente invenzione, e i più fortunati, da principio, la utilizzarono per catturare “l’istantanea” delle comune vedute dei palazzi dei grandi centri urbani in cui il dagherrotipo si diffuse con sempre crescente rapidità. Col passare del tempo, quando la padronanza dello strumento andò sempre più affinandosi, il dagherrotipo venne utilizzato per “acciuffare” la bellezza di un paesaggio o la riflessività della natura morta. Era evidente sin da allora il tentativo dell’uomo di convertire l’impersonale meccanica dell’artificio in una proiezione della propensione umana nel fare “arte”. Come poteva essere rappresentata una boscaglia autunnale, il cui terreno era costituito da cumuli di foglie ingiallite dal protrarsi del tempo che volgeva all’inverno? La fotografia offriva la chance di eternare ciò che la vista mirava così come effettivamente appariva. Il dagherrotipo, tuttavia, fuggiva dall’interpretazione personale dell’artista. Esso imitava e non nasceva dal nulla, come può fare la maestria pittorica di un artista. Un quadro nasce dal pensiero e viene plasmato dalla mano, la quale, danzando sulla tela con movimenti netti e precisi, genera un’armonia, un’essenza ineffabile fino a rendere il tutto tangibile alla vista, immobilizzandolo tra i limiti angusti di una cornice.

Con il dagherrotipo si tentò timidamente ma con successo di “raffigurare” anche il volto di una persona. Come vera era la realtà osservabile con il senso della vista, le prime foto furono dei “ritratti” sinceri e inconfondibili. La creazione della fotografia permise sin da subito di arrestare il tempo, nonché di rendere perpetuamente “felice” la figura di un soggetto nell’attimo in cui accenna un dolce sorriso. Le fotografie sono tanto importanti perché ci danno la possibilità di poter fissare, sotto forma di immagini, i momenti più belli della nostra vita. Esse donano l’opportunità d’immortalare il volto di una persona cara, così da poterla, un giorno, rimirare quando la stessa non ci sarà più. La fotografia garantisce il ricordo e consente di tramandare il viso di un’anima volata via.

Una fotografia è la trasposizione visiva di una memoria custodita nel cuore.

  • Il Día del los muertos in “Coco”

Miguel Rivera è un coraggioso e minuto ragazzino che vive nella cittadina messicana di Santa Cecilia. Egli discende da una rinomata famiglia di calzolai, proficua attività messa in piedi dalla trisavola di Miguel, nonna Imelda, quand’ella venne abbandonata dal marito musicista, partito per cercar fortuna e mai più tornato. Imelda, a seguito dell’inaspettato addio del consorte, si rimboccò le maniche, crescendo da sola la sua figlioletta Coco e bandendo ogni tipo di musica dalla sua casa. Non ascoltare alcun genere musicale è un veto inalterabile per la famiglia Rivera, che viene fatto rispettare, anche a distanza di svariati decenni e con totale devozione, da Abuelita, nonna di Miguel e figlia di Coco.

Come accadeva nel prologo de “La bella e la bestia”, la parte introduttiva del film “Coco” non è “chiara” ed “evidente” ma viene raccontata mediante l’utilizzo di raffigurazioni intessute tra gli ornamenti di alcune banderuole. Nel capolavoro della Walt Disney datato 1991, il passato del principe maledetto veniva tratteggiato attraverso alcune riproduzioni artistiche incastonate nelle vetrate del castello; questo perché si voleva sottolineare un trascorso lontano, indistinguibile, misterioso. In egual maniera in “Coco”, l’avvenuto, illustrato dalla voce del protagonista, è avvolto da un alone di incertezza circa la vera identità e il reale aspetto del musicista scomparso. Proprio per tale ragione, la storia di nonna Imelda, della piccola Coco e del padre di quest’ultima viene esposta tramite delle figurazioni impresse sui “segnavento” facenti parte della cultura messicana. A differenza, però, delle sagome immobili nelle vetrate del castello splendente della Bestia, in “Coco” i corpi dei soggetti di cui viene narrato il destino prendono vita, si muovono e compiono gli atti che il narratore descrive.

Miguel coltiva assiduamente la passione per la musica dei grandi mariachi, ma in gran segreto. L’idolo del giovanotto è Ernesto de la Cruz, il più famoso cantautore del Messico. Innumerevoli sono i brani musicali nati dalla prolifica penna di Ernesto, ma tra tutti, quello più amato resta “Ricordami”.  Miguel trascorre molto del suo tempo con la bisnonna Coco, parecchio in là con gli anni, a cui è solito raccontare tutto quello che fa durante la giornata. Coco, dopotutto, è un’innata ascoltatrice, silenziosa, quieta e svagata. La tenera bisnonna non sembra molto lucida, sta sempre seduta su di una sedia a rotelle, mantenendo uno sguardo disteso, sorridente ma perennemente sulle nuvole. Coco appare assente, la sua veneranda età non l’aiuta a riconoscere i parenti che le stanno vicino e che si prendono cura di lei. Ella sembra proprio distratta, assorta nei suoi pensieri e soprattutto nei suoi… ricordi.

A Santa Cecilia fervono i preparativi per il Día de los muertos, il giorno della festa dei morti. A casa Rivera è stato eretto una sorta di altarino sul quale sono state posizionate le fotografie di tutti i parenti defunti, meno che quella del padre di Coco, strappata da parecchi lustri. Secondo la tradizione messicana, nel Día de los muertos, le anime dei morti varcano i confini che separano il paradiso dalla terra dei mortali e possono, per un giorno soltanto, rincontrare i propri cari, i quali offriranno loro dei doni da portare con sé nel ritorno nell’aldilà. Per garantire tale passaggio tra le sponde facenti parte il regno degli spiriti e il regno dei viventi è necessario che tutti i famigliari rimasti in vita espongano le fotografie dei loro cari. Appare evidente quanto il valore sentimentale della fotografia sia al centro dell’opera cinematografica dello studio Pixar, poiché è per mezzo di essa che i morti riusciranno a far ritorno alle proprie case. 

Durante la celebrazione della festa, Miguel lascia cadere accidentalmente la fotografia che ritraeva Imelda, suo marito (il cui volto, come già scritto, è stato rimosso) e la figlioletta Coco. Raccolta l’immagine, il giovane resta basito nello scoprire che la foto nasconde un risvolto che raffigura la famosa chitarra di Ernesto de la Cruz, convincendosi di essere il suo pro-pronipote. Il ragazzo intende partecipare ad una gara di musica che si terrà nel giorno dei morti nella grande piazza della sua cittadina. Quando la nonna scoprirà le sue intenzioni, tuttavia, lo obbligherà a desistere dal suo disegno. Profondamente ferito, Miguel manifesta il proprio dissenso, affermando di rifiutare la sua famiglia. Con il volto bagnato dalle lacrime, egli si intrufola nel mausoleo di Ernesto de la Cruz per prendere in prestito la chitarra esposta fieramente sulla parete che sormonta la tomba del celebre musicista. Una volta venuto in possesso, Miguel viene trasportato in una dimensione alternativa nella quale non può essere visto né ascoltato dai vivi, ad eccezione di Dante, un cane randagio divenuto suo spirito protettivo. Miguel scopre così d’essere entrato nel mondo dei morti e di poter vedere i suoi famigliari scomparsi, ripresentatisi ai suoi occhi sotto forma di sagome scheletriche. Gli avi di Miguel si preoccupano per lui, coscienti che ciò che gli è accaduto non è affatto una cosa da sottovalutare. Decidono così di accompagnarlo nell’aldilà a conoscere nonna Imelda, la guida della loro grande famiglia.

  • La morte è solo un’altra vita…

Il viaggio non finisce qui, la morte è soltanto un’altra vita. Un anziano stregone, in un capolavoro della cinematografia fantasy, descrisse la morte come se essa fosse una grande cortina di pioggia che si apre, e tutto intorno all’anima, prossima a passare oltre, si tramuta in vetro color argento. Sotto gli sguardi attoniti di chi si appresta a compiere quest’ultimo viaggio si snocciola il soffice ed etereo terreno di un nuovo mondo, il paradiso, contornato da bianche sponde. Al di là di queste, è possibile contemplare un verde paesaggio che sorge sotto una lesta aurora.

In “Coco” la morte viene reinterpretata a tutti gli effetti come una seconda parte del viaggio esistenziale, in cui il regno delle anime non è altro che un riflesso, splendido e beato, del mondo che conosciamo sulla Terra. Un tripudio di colori autunnali sono stati scelti dagli autori di “Coco” per dare fattezza al ponte celestiale che unisce i due piani dell’esistenza. Miguel, nell’attraversarlo, non si imbatterà in bianche sponde come quelle che descriveva con tale minuziosità Gandalf il Bianco nel “Il signore degli anelli – Il ritono del re”, bensì si troverà a calcare un immacolato suolo cosparso di petali e fiori. “Coco”, nella sua poetica narrativa, vuol trasmettere la testimonianza che non si muoia mai realmente e che si continui a vivere fin quando si permane nei ricordi e nelle esperienze di tutti coloro che restano in vita e che tramandano una tale profonda reminiscenza ai propri discendenti.

Miguel è imprigionato in questo sfavillante “ade”, reo di aver derubato un defunto, e per poter fare ritorno al suo mondo deve ricevere la benedizione di un famigliare. Una volta incontrata nonna Imelda, Miguel le domanda se può essere benedetto da lei. Imelda acconsente ben volentieri ma pone come unica condizione la promessa che Miguel smetta di coltivare la sua passione per la musica. Il ragazzo non ne vuol sapere di accettare la proposta, e scappa via. Egli vorrebbe così ottenere la benedizione da quello che crede essere il suo trisnonno, de la Cruz.

Ironicamente, l’aldilà è strutturato come un immenso reame controllato da una ferrea burocrazia. Come fosse una smisurata metropoli paradisiaca, la città dei morti possiede anche delle periferie malmesse, nelle quali trascorrono il loro tempo residuo le anime di coloro che sono prossimi ad essere dimenticati e a scomparire come una fioca luce che si spegne progressivamente, disperdendosi nel cielo buio della notte. In questa zona abbandonata e povera vive Hector, un simpatico vagabondo dall’eccentrica camminata. Hector non è mai riuscito a oltrepassare la soglia del ponte di fiori perché nessuno ha mai esposto la sua fotografia. Quando Hector incontrerà Miguel, i due stringeranno un patto: Hector lo condurrà da Ernesto de la Cruz se lui gli prometterà che, una volta tornato nel mondo dei vivi, esporrà la sua foto.

In quei luoghi remoti in cui “tirano a campare” gli spiriti dimenticati, Hector intrattiene un vecchietto stanco che attende la sua fine sdraiato su di un’amaca. Hector suona per lui prima che il baffuto scheletro si dilegui nell’aria. Alla sua memoria, Hector sorseggia dell’alcool contenuto in un bicchiere di vetro. Non a caso la camera si sofferma per qualche istante sul dettaglio dei bicchieri, poiché proprio un brindisi decretò molti anni or sono la morte di Hector.  

  • Come Vincent Van Gogh…

Hector non ama parlarne, ma un tempo, da vivo, è stato un musicista. Non raggiunse la benché minima fama, né la agognò mai. Hector suonava perché desiderava farlo, componeva strofe e rime poetiche per la donna che amava e soprattutto per la figlioletta che aveva avuto dal suo felice matrimonio. Non gli interessava essere venerato da una folta manica di perfetti sconosciuti, egli incarnava l’essenza del vero artista, colui che crea la sua arte perché è ciò che sente e lo fa per i pochi a cui vuol rivolgerla, non certo per quella che è la mera massa. Egli suonava in coppia con un altro musicista, meno dotato e certamente meno ispirato di lui: Ernesto de la Cruz. Hector morì tragicamente una sera, lontano da casa, per quella che si credette essere una fatale intossicazione alimentare. Era sul punto di tornare dalla sua famiglia quando la morte lo colse di sorpresa. Da allora, egli visse nel regno dei morti come un reietto, solo e ignorato dai più.

La chitarra di de la Cruz, custodita gelosamente da Miguel, ha alcune particolarità estetiche. La paletta da cui segue il manico dello strumento ha la forma di un teschio, e poco più giù vi è un’intacca dorata, come se volesse raffigurare un dente d’oro incassato proprio al di sotto dei quel “volto scarnificato” rappresentato nella chitarra. Se si osserva attentamente il sorriso vivace del volto scheletrico di Hector è possibile scorgere chiaramente un dente d’oro. Piccoli indizi che vogliono rimandare al vero proprietario di quella chitarra.

Miguel scopre così che il suo grande idolo, Ernesto, è un assassino. E’ infatti lui ad aver ucciso vigliaccamente il povero Hector, avvelenando il suo bicchiere durante l’ultimo brindisi della loro carriera. Ernesto, farabutto, fraudolento e ingannatore, ha poi rubato tutti i testi delle canzoni scritte da Hector e le ha sfruttate per modellare sui propri connotati un falso mito.

Hector indossa un cappello di paglia come quello che Vincent Van Gogh porta sul capo in uno dei suoi autoritratti. Come il grande pittore olandese, padre dell’espressionismo, Hector morì prematuramente, quando la sua arte non era ancora stata compresa né riconosciuta. Egli si spense inoltre nella triste certezza che non avrebbe mai più rivisto sua figlia. Ciò che rende ancora più tragico il melanconico vissuto di Hector è che il suo genio musicale non è stato rinvenuto a seguito della sua dipartita ma è stato persino usurpato. L’incredibile umanità del personaggio, però, non patisce questo peso, soffre, invece, soltanto della mancanza della sua famiglia che lo ha allontanato, ritenendolo un superficiale che abbandonò i suoi cari per inseguire insani propositi di successo. Hector è, infatti, il vero trisnonno di Miguel, marito di Imelda e padre di Coco.

  • La musica rende persistente la memoria

Il tempo stringe, Hector sta infatti scomparendo definitivamente perché Coco è prossima a dimenticarlo. Quando Miguel tornerà nel regno dei vivi, dopo essere stato benedetto da nonna Imelda, che ha accettato di fargli vivere completamente il suo sentimento per la musica, il bambino correrà verso casa per esortare nonna Coco a ricordarsi del papà.

"Coco" - Locandina artistica in bianco e nero di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Miguel ritrova Coco in uno stato di marcato sovrappensiero. Miguel non riesce ad escogitare nessun modo per attirare la sua attenzione. Il nipote prova un ultimo, disperato tentativo per animarla: le suona e le canta “Ricordami”, la canzone scritta da Hector per lei quando non era che una bambina. La meraviglia del linguaggio musicale attrae i sensi della bisnonna centenaria, che inizia a canticchiare anch’ella la canzone. La musica rende così persistente la memoria dell’amato padre nel cuore di Coco, che ritorna in sé e comincia a raccontare a tutti i suoi famigliari la storia del suo papà e della sua mamma. Come una saggia nonna, Coco tramanda le esperienze della propria vita ai suoi nipoti, così che loro possano dapprima capire e in seguito ricordare le gesta di chi non è più tra noi. Imelda e Hector erano legati da un amore che veniva esternato anche con la musica: lei cantava le canzoni che lui era solito scriverle. Coco ha conservato tutti i testi originali e delle poesie che il padre componeva e, tra le altre cose, ha inoltre serbato una fotografia del papà. Grazie a quelle prove inconfutabili, la figura dell’artista Hector può finalmente essere riconosciuta e celebrata a discapito di quella truffaldina del vile Ernesto.

Un anno dopo gli avvenimenti fin qui trattati, nonna Coco è venuta a mancare. La sua fotografia, che la mostra felice, è stata esposta sull’altarino di famiglia assieme a tutti gli altri parenti deceduti, compreso Hector, il cui volto sorridente si trova accanto a quello dell’adorata sposa. Nell’aldilà, Hector è pronto a calcare finalmente il ponte delle anime, mano nella mano con la moglie Imelda e Coco.

“Coco” è un meraviglioso lungometraggio d’animazione che tributa la tradizione messicana, l’essenza della musica, l’importanza del ricordo e dell’amore famigliare, riletto come una forza imperitura che deve sostenere la crescita di un bambino. Ma è soprattutto un viaggio soprannaturale che vuol abbattere l’invisibile muro che separa i vivi dai morti, donandoci la speranza, ma anche la fede, in relazione al fatto che le persone oramai andate e che abbiamo amato continuino a restarci accanto, pur rimanendo nell’invisibilità. Con il suo inconfondibile tocco magico e puro, la Pixar ha firmato un ennesimo capolavoro di incanto e di stupore.

Negli attimi finali della pellicola, Miguel imbraccia la sua chitarra e canta le sue energiche note d’addio, mentre la famiglia Rivera, sia quella “in carne” sia quella “in ossa”, lo solleva in alto, sostenendolo nell’inseguire i propri sogni.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Recensione: CineHunters

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"Stan Laurel e Oliver Hardy" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Due menti senza un singolo pensiero” - era l’aforisma con cui Stan Laurel era solito descrivere “Stanlio e Ollio”, il duo comico a cui Oliver Hardy e lo stesso Laurel davano vita sullo schermo. Solamente supporre davvero di non venire mai turbati da alcun pensiero sembrerebbe alquanto utopistico. Stanlio e Ollio, nelle loro disavventure, avevano eccome di che pensare! Alle volte dovevano escogitare il modo di sbarcare il lunario, racimolare quanto occorreva per consumare un frugale pasto tanto i loro personaggi pativano la povertà; altre volte dovevano, invece, ponderare le opportune soluzioni per tirarsi fuori dai guai, vagliare un escamotage per “sopravvivere” ad un nuovo, difficile giorno, in una società costituita da biechi prepotenti. Era chiaro sin da subito che Stan Laurel con quella sua frase non volesse realmente intendere che Stanlio e Ollio non venissero mai “attraversati” dalla benché minima attività cerebrale. Il significato di quanto affermava era ben più profondo, anche se apparentemente elusivo.  Non avere un singolo pensiero in due significava vivere la vita ed affrontare le sfide, più o meno ardue della quotidianità, con la spensieratezza di chi riesce a ridere a crepapelle anche innanzi al più triste degli scenari snocciolatosi sotto i propri occhi. Stanlio e Ollio ridevano insieme e facevano ridere quando venivano maltrattati, sfruttati, sottopagati, rifiutati, scacciati, traditi o lasciati in mezzo ad una strada in pieno inverno con la temperatura che segnava pericolosamente il “sotto zero”. Ma perché, nonostante tutto, i due erano così “spensierati”? Perché incarnavano, nella loro intimità, l’animo di due bambini, soggetti infantili ma da sempre “anarchici” nei confronti di una società schiacciante. Mantenevano tale “meccanismo di difesa” persino nei riguardi delle loro famiglie, che potevano rivelarsi anch’esse opprimenti. Le sole armi di Stanlio e Ollio erano le loro risate, sberleffi siffatti di ilarità e rivolti a chi cercava di tarpare le ali di quella libertà che permetteva loro di volare via, di volteggiare rapidi e leggeri come un pensiero remoto, esattamente come può fare la fantasia senza freno di un bambino.

Sposare chi nell’animo resta un eterno “Peter Pan” è un sfida ostica per il mantenimento di un durevole, felice e sereno matrimonio. Dovevano saperlo sin dal principio Lottie e Betty (rispettivamente Mae Busch e Dorothy Christy), le consorti dei due amici in uno dei loro massimi classici: “I figli del deserto”, quinto lungometraggio della coppia comica più famosa della storia della settima arte. Uscito nelle sale cinematografiche tra la fine del 1933 e l’inizio del 1934 è l’unico lungometraggio dei due artisti ad essere stato diretto da William A. Seiter, regista specializzato nel genere rosa e nella commedia, la cui sensibilità imprime al film una sorta di impronta indelebile.

In questa commedia intramontabile, i due protagonisti anelano ad un desiderio di evasione smisurato, grande quanto l’inospitale deserto del Sahara. Il loro bisogno di divertimento e indipendenza si scontra con i tradizionali e dogmatici doveri coniugali e le mogli, tanto belle quanto inclini al comando, assurgono al ruolo di “antagoniste”, metaforiche catene che tentano di attanagliare e tenere stretto lo spirito fanciullesco di Stanlio e Ollio. Questi ultimi amano profondamente le loro spose ma non vorrebbero comunque rinunciare ad un attimo di svago. E, infatti, per poter essere presenti al raduno annuale dei “Figli del deserto”, associazione alla quale Stanlio e Ollio sono iscritti, i due amici devono mettere in scena una farsa. Ollio, disperato perché Lottie lo vorrebbe al suo fianco durante le vacanze in montagna, decide di fingersi malato, e così si fa aiutare da un “medico” compiacente (invero, un eccentrico veterinario), il quale gli prescrivere un periodo vacanziero a Honolulu. L’amico Stanlio gli dovrà fare di conseguenza da accompagnatore. Liberatisi ormai dalle partner i due vanno invece all’appuntamento di Chicago con i “Figli del deserto”.

Nel far rientro a casa scoprono che la nave di ritorno da Honolulu è affondata, e da qui si snodano tutta una serie di tragicomiche peripezie (degne della più spassosa commedia antica del teatro di Aristofane) che vedono Laurel e Hardy costretti a nascondersi nella soffitta della casa di Ollio. C’è da aggiungere pure che le mogli, in principio preoccupatissime per la sorte dei mariti, hanno modo di vederli proiettati sul grande schermo mentre entrambi si pavoneggiano davanti all’operatore che li riprende, scoprendo così l’inganno. Lottie e Betty, un tempo alleate, nel mentre meditano la loro vendetta, lasciano al contempo emergere una sana e competitiva rivalità su chi dei loro due mariti si rivelerà più sincero.

Mentre Ollio continuerà a mantenere la propria posizione menzognera, il pauroso Stanlio dirà tutto alla moglie, perché, in fondo, i bambini potranno pur essere spensierati, ma scoppieranno di certo a piangere se in loro prevarranno i sensi di colpa per aver detto un’innocente bubbola. I due protagonisti, completamente succubi delle mogli, accetteranno il loro destino per le spontanee risate di noi spettatori. Così Ollio sarà sommerso dalle stoviglie scaraventate sulla sua testa da Lottie, mentre Stanlio riceverà tutte le attenzioni di Betty, che lo premierà con coccole e leccornie per essere stato, almeno nel finale, sincero. Tra Stanlio e Betty prevarrà, per quella notte, un amore quieto; tra Ollio e Lottie, ancora una volta, un ironico amore burrascoso e litigioso. L’esilarante atto conclusivo del film vuol lasciare un messaggio basato sull’onestà ma soprattutto sul principio di fedeltà, cuore pulsante del perfetto funzionamento di un buon matrimonio.

“I figli del deserto” è strutturato con un susseguirsi di momenti divenuti celebri, memorabile la scena in cui Ollio canta, col suo inconfondibile timbro vocale, la canzone “Honolulu baby”. I caratteri decisamente nuovi che si riscontrano nel film sono riconoscibili nelle gag. Non si notano più le classiche corse infaticabili, le rocambolesche cadute e le ardimentose vicissitudini dei protagonisti. Sin dalle battute iniziali del lungometraggio ci si trova davanti a una nuova comicità basata sulla caratterizzazione ben distinta dei personaggi e sulla scrittura articolata degli episodi. I due arrivano in ritardo al congresso e subito, già sulla porta d’entrata, riescono a perdersi di vista, tendando in seguito di ritrovarsi. Quindi, mettendo scompiglio tra i presenti, raggiungono in modo goffo i loro posti. Appare evidente che la comicità non è data da una battuta, da una situazione particolare o da un episodio al limite del paradosso, ma è data dal contrasto tra l’incapacità dei due individui e la solennità dell’evento che si sta svolgendo. Non mancano però le vecchie tecniche già sperimentate e oltremodo collaudate. Basti pensare alla gag in cui Ollio, fingendosi ammalato, ha i piedi in una tinozza di acqua caldissima: prima viene ustionato dalla moglie che gli versa inavvertitamente addosso dell’acqua bollente, poi dalla superficialità di Stanlio che cade anch’egli dentro al mastello, dove per ultima andrà a finirci anche la stessa moglie. Ma per distacco, la sequenza a generare maggiore ilarità resta quella finale, dove lo sguardo perplesso e preoccupato di Ollio si volge direttamente alla cinepresa, ricercando la complicità degli spettatori con il suo celebre “camera-look”. Il volto paonazzo di Oliver fa traspirare la comicità di un uomo prossimo a scontare la propria “colpa” e che reclama ingenuamente un “aiuto” a chi ne sta osservando il divertente epilogo.

Ne “I figli del deserto”, il matrimonio viene riletto secondo una chiave umoristica farsesca, in cui il rapporto tra marito e moglie non si sviluppa su di un livello paritario ma vede la donna porsi autorevolmente al di sopra dell’uomo, prostrandolo con fare intimidatorio. Come se tale indumento conferisse una sorta di “potere”, sia Stanlio che Ollio fingono d’indossare i “pantaloni” nelle loro rispettive case, il che sarebbe anche vero, ciononostante dimenticano di confessare che entrambi cedono con consuetudine agli imperativi delle mogli, coloro le quali portano una “gonna”, ma in effetti mantengono uno status di assoluta “leadership”, dimostrando con quanta facilità si possa sfatare un “luogo comune”. Attenzione, però, le due protagoniste femminili nel film non sono, come può sembrare in una rilettura rapida e approssimativa, mere arpie irascibili e totalitarie, bensì donne forti e oramai mature, che proprio faticano a comprendere gli spiriti gioviali dei mariti. Vi è, dunque, una incompatibilità caratteriale tra la sfera bambinesca dei due e l’enigmatico mondo adulto personificato dalle due donne. Sia Betty che Lottie soffrono il fatto che Stan e Oliver preferiscano trascorrere il tempo con l’allegra combriccola dei figli del deserto piuttosto che con loro. Una nuova chiave di lettura della pellicola potrebbe essere altresì racchiusa nella recondita voglia, manifestata anche con rabbia e disapprovazione, delle due spose d’essere considerate dai loro mariti come assolute compagne di vita. Una vita considerata in ogni sua forma e che non si limiti, per l’appunto, soltanto al focolare domestico.

“I figli del deserto” è una meravigliosa commedia che esalta l’imprevedibilità degli eventi, la complessità degli equivoci e, soprattutto, le conseguenze del raccontare fanfaluche le quali, quasi sempre, vengono a galla.

Ripensando agli ultimi secondi dell’opera, prima che il sipario cali giù e ponga fine alla narrazione visiva, non si può che provare una certa immedesimazione in un personaggio in particolare. Davanti alla furia di una moglie delusa e arrabbiata, a noi uomini non resta che “incassare” i colpi, accettare una giusta punizione e preparare le opportune scuse da proferire verbalmente, magari accompagnandole con un sorrisetto malizioso come quello di un ragazzetto e sinceramente innamorato come quello di un marito.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"The Evil Dead Trilogy - Ash Williams" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione: l’articolo contiene SPOILER sulla trilogia de “La casa” e sulla serie “Ash vs Evil Dead"

  • La casa (1981)

Qualunque cosa con questo libro, io abbia riportato in vita, mi perseguiterà per sempre.”

Ash (Bruce Campbell) se ne stava rannicchiato sul sedile posteriore della sua Delta. La Delta era un modello Oldsmobile 88 del 1973, a cui Ash era particolarmente affezionato. Giusto il giorno prima l’aveva portata dal meccanico per assicurarsi che fosse perfettamente funzionante. L’autovettura era il mezzo con cui lui, la sua ragazza Linda, sua sorella Cheryl e gli amici Scott e Shelly avrebbero dovuto raggiungere un cottage di montagna per trascorrere un tranquillo week-end. Per l’occasione, Ash aveva concesso di guidare la sua macchina all’amico “Scotty”, che li avrebbe condotti, non senza qualche sussulto lungo il tragitto, a destinazione.

La casa che i cinque avevano affittato ad un prezzo stracciato si trovava all’interno di una folta boscaglia, isolata dal centro cittadino, e per essere raggiunta era necessario attraversare un ponte fatiscente ma “solido come una roccia”. Lo chalet si presentava in condizioni alquanto malconce, e dava l’impressione d’essere la più decadente delle catapecchie, la più sudicia e buia delle spelonche. Nulla però poteva abbattere lo spirito avventuriero dei cinque giovani, pronti a godersi qualche serena giornata di riposo.

Cheryl Williams, la sorella di Ash, era un’artista. Presumibilmente, ella amava soffermarsi a ritrarre ciò che più catturava la sua attenzione. A tal proposito, proprio l’andirivieni di un vecchio orologio a pendolo, parte integrante dell’arredamento della casa, attirò la ragazza, la quale, una volta aver preso confidenza con l’ampia camera del soggiorno, si mise a disegnare. Di colpo il pendolo si arrestò, come se il tempo avesse rinunciato a scorrere, mentre la mano di Cheryl, guidata da una forza estranea e invasiva, cominciava a lasciare dei segni di matita sul foglio immacolato. La ragazza tratteggiò un’immagine astratta e apparentemente incomprensibile ma che si rivelerà in seguito essere la copertina di un libro.

La sceneggiatura del film, curata dal regista Sam Raimi, fa sì che sia proprio Cheryl, e non il protagonista Ash, ad avere il primo contatto paranormale con la forza demoniaca che si cela nella foresta. Non è certamente un caso, Cheryl è un’attenta disegnatrice, che traspone il dettaglio della realtà circostante così da trasporlo su tela, come fosse una rappresentazione intima e personale. Si può certamente supporre che la sua sensibilità d’artista le abbia permesso di avvertire per prima i pericoli sovrannaturali che dormono tra le fredde mura di quella baita, in attesa d’essere ridestati.

Proprio in corrispondenza del pendolo a muro, oramai fermo, si trova una botola che conduce alla cantina dell’abitazione. Decisi a perlustrarla, Ash e Scott si avventurano nel buio sotterraneo e rinvengono un arcano tomo (il Necronomicon), un pugnale affilato (il pugnale Kandariano) e un nastro-registratore. Ascoltando il nastro, i giovani scoprono che un archeologo (il professor Knowby, proprietario della casa) ha preso possesso di un libro, ritrovato durante uno scavo nelle rovine di Candar, che consente di riportare in vita i demoni. Il professore ha poi pronunciato e registrato le formule contenute nel libro, risvegliando un demone che riposava in esso.

“La casa” fu girato con un budget esiguo. In virtù di ciò, il cast scritturato per la lavorazione contava interpreti non professionisti, tra i quali figuravano gli amici di Sam Raimi. I trucchi di scena e gli effetti speciali furono improvvisati di volta in volta e spesso realizzati con materiale di risulta. Raimi, al suo debutto per una regia cinematografica ma già abilissimo con la macchina da presa, per ultimare le riprese, sempre con una certa difficoltà, dovette “inventarsi” tecniche di regia che sfruttassero la soggettività, espediente che diverrà il suo marchio di fabbrica. I mostri presenti ne “La casa” non vengono mai palesati. E’, invero, l’occhio della camera a muoversi con rapidità verso i poveri protagonisti, come se esso incarnasse lo sguardo di predatori famelici che sbucano dalla vegetazione e aggrediscono prede inermi e indifese. “The Evil Dead” nacque come un B-Movie girato con mezzi di fortuna ma raggiunse, grazie alla maestria registica del suo cineasta e alla bravura interpretativa del suo protagonista, la caratura dei classici dell’orrore. La “povertà” degli scenari, la semplicità di alcune trovate, la massiccia dose di splatter e l’elevato utilizzo di espedienti orrifici, agghiaccianti per i tempi, impreziosirono la pellicola, fino a rendere “La casa” un amatissimo prodotto di nicchia. “La casa” si segnala, naturalmente, per costituire l’esordio assoluto del personaggio di Ash Williams, antieroe riluttante che evolverà gradualmente nel corso della trilogia.

Ash, nel primo lungometraggio, è del tutto diverso da come apparirà nelle incarnazioni immediatamente successive. E’ un ragazzo a modo, tranquillo, romantico e innamorato della sua Linda. L’orrore che si abbatterà su di lui e che investirà come una dannazione tutti i suoi amici lo temprerà nel carattere, trasformando la sua indole imperturbabile in un temperamento audace e combattivo.

Principalmente, è interessante scorgere la dinamica iniziale con cui l’opera di Raimi comincia il proprio corso. I cinque ragazzi si recano al cottage per trascorrere un vacanziero fine settimana. Quella che doveva essere una gita fatta di divertimento si trasformerà in un’avventura il cui itinerario rappresenterà una discesa inarrestabile nel vortice degli orrori più torbidi. La casa, in tal caso, dovrebbe garantire una sorta di protezione, l’ultimo baluardo sito in un bosco maledetto, un rifugio dai mali che si muovono come ombre silenti e minacciose di albero in albero, sospinti dal vento freddo della notte. In verità, proprio la baita sarà il luogo da cui i mali verranno liberati ed esacerbati. Ciò che della storia raccontata nel film dovrebbe far raggelare il sangue nelle vene è il fatto che il male non abbia mai una vera forma, bensì si impadronisca dei corpi e delle anime degli innocenti, deturpandone la sagoma e dominandone per sempre la volontà. Ash si troverà così a dover affrontare un’essenza malefica invisibile, difforme, che osserva da lontano e in silenzio le proprie vittime sacrificali.

Ash sarà il solo a sopravvivere al dramma che si consumerà quella lunga notte. All’alba di un nuovo giorno, il tempo riprenderà a scorrere e gli ingranaggi dell’orologio a pendolo a muoversi. Una volta fuoriuscito dal decadente edificio, anche Ash verrà attaccato dal demone che credeva d’aver sconfitto.

  • “La casa 2” (1987)

“C'è qualcosa là fuori, quella strega nella cantina ne è solo una parte, quella cosa vive fuori nei boschi al buio, è qualcosa che vuole tornare dal mondo dei morti.”

Ash viene così assalito dal mostro che finisce per soggiogarlo ed impadronirsi di lui. A salvarlo da una tragica fine sarà il sorgere del sole che respingerà l’entità maligna permettendo ad Ash di tornare in sé. Non potendo più fuggire, l’uomo si barrica in casa. A notte fonda, Ash, stupefatto, osserva il corpo mutilato della propria compagnia Linda riprendere vita, emergere da una fossa scavata in precedenza nel terreno e cominciare a danzare, sola, al chiaro di luna. Una scena spiazzante, di stampo spiccatamente Burtoniano, diremmo oggi. Ma è soltanto la prima di un susseguirsi delirante di sequenze che giacciono pericolosamente in bilico sull’orlo di un abisso spalancato sull’orrore e su di un inaspettato umorismo. Sam Raimi con “La casa 2” riscriverà i canoni dei comuni film horror, elevando il suo seguito ad un rango superiore, diverso ed imparagonabile. L’ambientazione è la medesima della precedente, altresì lo sviluppo narrativo coincide con il precedente, persino il tema basico della pellicola ricalca il vecchio capitolo, eppure “La casa 2” è un sequel dallo stile differente e innovativo, merito di un Raimi capace di plasmare una pellicola ancor più avvincente partendo da un tema del tutto simile.

“La casa 2” espande il dramma vissuto da Ash Williams, convertendo il triste fato del protagonista in una disavventura dalle venature tanto raccapriccianti quanto tragicomiche. “La casa 2” è un’allucinazione reale, un incubo vaneggiante vissuto in piena veglia, un delirio onirico palpabile e visibile ad occhi aperti. Le immagini splatter vengono rimodellate a fini umoristici, il sangue ribollente che schizza in ogni dove ogni qual volta Ash annienta un demoniaco avversario è l’elemento caratterizzante di un orrore divenuto fonte di un’ironia difficile da descrivere. “La casa 2” è una commedia dell’orrore che segna la nascita di un’icona del cinema horror.

Poco dopo essersi dilettata in quel balletto macabro, Linda seguiterà ad aggredire Ash, che per sopravvivere sarà costretto a eliminarla. Tuttavia, la sua mano destra, addentata dalla morsa del maligno essere, verrà infettata dal “veleno” del demone e assumerà la sua volontà. Ash sarà dunque costretto a mozzarsela. La situazione e la stabilità mentale di Ash cominciano a cedere: bizzarri e terrificanti eventi sovrannaturali si manifestano senza freno, la mobilia e tutti i restanti oggetti della casa prendono vita e sbeffeggiano Ash, oramai sull’orlo della follia. Sarà Annie Knowby, la figlia del professore, tornata all’abitazione con le pagine mancanti del Necronomicon, a “salvarlo” prima che sia troppo tardi.

Una volta ripreso il pieno controllo della sua mente, Ash escogita un modo per poter combattere. Fabbricandosi un'imbrigliatura speciale per il braccio destro, egli si impianta una motosega al posto della mano mancante e, con la mano sinistra, imbraccia un fucile a canne mozze calibro 12, scovato nello chalet. La scena che mostra Ash armarsi di sega e fucile, mentre sta per pronunciare per la prima volta il suo celebre e distintivo “Groovy” sancisce l’avvento compiuto dell’antieroe, futuro cacciatore di demoni e “uomo della profezia”.

Come verrà rivelato proprio nel finale de “La casa 2”, il Necronomicon parla di un uomo sceso dal cielo, il “prescelto”, colui che solo può sconfiggere le forze del male, che si rivelerà essere proprio Ash. Questo elemento della storia aggiunse un mistico alone di predeterminazione nel destino del protagonista, come se un fato già scritto avesse guidato Ash. Il protagonista era quindi destinato a trovare il libro dei morti e ad affrontare l’oscurità in quella casa.

  • “L’armata delle tenebre” (1992)

“Mi chiamo Ash, e sono uno schiavo. Se non sbaglio dovrebbe essere l'anno domini 1300 e mi hanno condannato a morte, ma non è stato sempre così. Un tempo anch'io ho avuto una vita vera, un lavoro.”

Ash viene risucchiato in un vortice spazio temporale e trasportato indietro nel tempo, finendo nel Medioevo. Ne “L’armata delle tenebre” Raimi porta a compimento la trasformazione della saga, abbandonando quasi del tutto l’atmosfera horror a favore di uno stile cinematografico votato al fantastico. Anche lo stesso Ash si presta ad un cambiamento ultimato, divenendo la caricatura dei più classici eroi risoluti e mascolini del cinema d’azione, parodiandone la parte più sciocca, impulsiva e superficiale di ognuno di loro. Nel medioevo, Ash viene identificato da un mago come l'uomo che, secondo un'antica profezia, avrebbe ritrovato il Necronomicon e annientato le forze del male. Sebbene sia riluttante, Ash accetta di ricercare il libro poiché è la sua sola possibilità di far ritorno nel presente. Non sarà così facile adempiere la missione di recupero, poiché un’armata di teschi si appresta a sorgere…

Ash e Sheila, la donna amata dall'eroe nel Medioevo

 

“L’armata delle tenebre” è un piccolo gioiello appartenente ad un genere incomparabile, “modellato” con un’impronta inconfondibile da Sam Raimi. Surrealismo, magia inverosimile, tanta azione, comicità demenziale e un senso costante d’avventura fanno dell’atto finale della trilogia un lungometraggio avvincente, pieno di fascino nonché capace di far ridere a crepapelle. L’ultima apparizione al cinema di Ash vede il protagonista della trilogia affrontare un demone nel supermercato in cui lavora come commesso del reparto ferramenta, in una scena irresistibilmente divertente.

“Si, certo, potevo restare nel passato. Avrei fatto una vita da re. Ma non mi posso lamentare. A mio modo sono un re.”

Ash, come verrà ulteriormente approfondito nella serie televisiva “Ash vs Evil Dead”, ambientata trent’anni dopo gli eventi dell’ultimo film, è un eroe non certo eccezionale, ma, invece, un uomo comune, non particolarmente sveglio né tantomeno animato da sentimenti di puro e disinteressato altruismo. Egli è “vittima” consapevole di una profezia che lo ha scelto, o per meglio dire, lo ha tacciato, affibbiandogli la levatura dell’eroe che lui non ha mai chiesto. Ash è estremamente ironico ed allegro, e sa dispensare buonumore.

Analizzando il suo vissuto è possibile notare come Ash, per più di trent’anni, abbia vissuto nascosto e in solitudine. Nessuno gli ha creduto quando ha raccontato gli orrori accaduti nella vecchia baita di montagna, ed è stato considerato dai più come un efferato assassino. Ash è stato per lunga parte della sua vita un “eroe” incompreso, reputato alla stregua di un reo. Per tale ragione il personaggio ha passato tre decenni vivendo alla giornata in una roulotte. Anche se non dà a vederlo, le dicerie e le malignità sul suo conto lo hanno ferito, tant’è che nei momenti di maggiore disperazione, quando abbandona la sua veste scaltra, Ash non esita ad ammettere con tristezza di considerarsi “un fallito”.

Williams è un uomo pigro, colmo di vizi, che ama trascorrere le sue giornate a bere birra, a corteggiare belle donne e a guidare la sua Delta. Ash sembra a tutti gli effetti un uomo superficiale, eppure finisce per legarsi completamente alle persone che più gli stanno vicino, come Pablo e Kelly, dimostrando di confidare molto nei suoi affetti famigliari. Può dare l’impressione d’essere neghittoso, ciononostante non rinuncia mai a combattere, o a compiere i suoi “doveri”, tanto da non esitare a sacrificarsi. Ash non torna mai indietro sebbene abbia più volte avuto la possibilità di farlo. Egli è intimamente buono e, com’è possibile notare nella terza e ultima stagione della serie televisiva, sa assumersi, con una sorprendente felicità, le sue responsabilità di padre. E’ proprio nel rapporto con sua figlia Brandy che Ash rivela di saper essere, altresì, un padre amorevole, protettivo e affettuoso.

Per tutta la sua vita, Ash ha intrecciato una parte delle sue sicurezze attorno ad una catenina, un pendaglio d’argento che, un tempo, cercò di donare a Linda ma che poi tenne per sempre con sé. Quel pendaglio ricorda ad Ash i suoi sentimenti più puri di amore. Di fatto, quando verrà posseduto dall’entità malvagia, nel secondo capitolo della trilogia, sarà proprio il guardare la catenina argentea a farlo rinsavire. La collanina funge così da amuleto protettivo per Ash, che ne farà dono, sul finire delle proprie avventure, alla figlia Brandy, così che possa essere protetta dal portafortuna del padre.

"Ash Williams" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Ash Williams è un personaggio di notevole spessore, un eroe divenuto evocativo ed iconico, merito di un grandissimo Bruce Campbell che ha fatto di questo ruolo un simbolo di coraggio e simpatia.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Jurassic World - Il regno distrutto" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Ti ricordi la prima volta in cui hai visto un dinosauro?” -  è un interrogativo ripetuto con dolce frequenza da Claire. La voce di Bryce Dallas Howard voleva porre a noi interlocutori una domanda, le cui intenzioni, più che ottenere una risposta di tipo razionale, erano destinate a far riaffiorare un ricordo appartenuto alla sfera emotiva del nostro vissuto. Per l’appunto, provo anch’io a rivolgere a te, lettore, il medesimo quesito: qual è stata la prima volta in cui hai visto un dinosauro? Si trattava di una riproduzione giocattolo? Un pupazzo di stoffa con le fattezze di un “buon” triceratopo? Forse hai veduto per la prima volta l’immagine di un primordiale dominatore della Terra sulle pagine di un libro illustrato? Chissà, avrai osservato lo scatto fotografico di un museo all’interno di un testo che ritraeva i resti scheletrici di un colossale animale che, milioni di anni or sono, muoveva i suoi poderosi passi sul suolo Triassico, Giurassico o Cretaceo! Vi è, invece, la possibilità che tu, proprio tu caro lettore, abbia visto, come me, per la prima volta un dinosauro…con la pelle addosso, intento a muoversi con maestosità in una verde radura. Lo hai intravisto mediante l’occhio meccanico di una cinepresa. Era forse un Brachiosauro alto nove metri? Molti di noi, in principio, hanno ammirato un dinosauro guardando “Jurassic Park”.

Ci sembrava fin da allora un miracolo, concretizzatosi con le ingegnosità magiche e figurative del cinema, quell’arte che rese vivida una forma di vita vissuta in un tempo tanto lontano. Sono certo che oltre al senso della vista, alla meraviglia estetica che è stata capace di generare in voi quella sequenza, scolpita con tale limpidezza nella vostra mente, riuscirete a ricordare anche il frastuono assordante, sinistro e inquieto di un’andatura titanica come quella di un dinosauro che poggia l’arto inferiore sul terreno, o il ruggito fragoroso di un Tirannosauro. Potete ricordare con cristallinità le emozioni che avete provato quando avete avvertito tutto questo per la prima volta in assoluto?

La campagna pubblicitaria imbastita per promuovere “Jurassic World – Il regno distrutto”, quinto capitolo della saga iniziata da Steven Spielberg col suo capolavoro del 1993, ha indirizzato l’attenzione del pubblico sull’importanza di richiamare quel caro ricordo. La prima reminiscenza che conserviamo riguardante i dinosauri, che tanto abbiamo imparato ad ammirare e, perché no, anche a studiare assiduamente, sospinti dall’impatto e dalla suggestione che quel film, il primo film, ha avuto in noi, è la fonte primaria dell’amore provato per il mondo giurassico. “Jurassic World” vuol farci tornare bambini, permetterci di rievocare quell’ingenuo ed incantato senso di stupore che abbiamo provato la prima volta in cui ci siamo affacciati alle meraviglie di quel parco dalle fatali illusioni. Per gustarsi appieno l’adrenalinica avventura di “Jurassic World – Fallen Kingdom” occorrerà sin da subito far sì che siano le emozioni basiche, i sentimenti primordiali, gli affetti sinceri a guidare i nostri istinti.

“Jurassic Park”, tuttavia, non è mai stato solo emozione né mero intrattenimento d’avventura. La prima pellicola ha intrecciato la sua analisi filosofica e la sua indagine esistenziale sulla vita attorno al tema del progresso scientifico, all’ardire dell’uomo che “gioca” a fare “Dio”, se non addirittura a sostituirsi a Lui. La vita, impossibile da controllare, trova infatti sempre il modo di sopravvivere e andare avanti, di progredire nel proprio irrefrenabile percorso evolutivo. La vita sfugge al giogo impostole da taluni, e si ribella con forza selvaggia. Nell’universo cinematografico di “Jurassic Park”, in quanto creature per certi versi incarnanti il miracolo, i dinosauri sono portatori di una esistenza arcana, trascorsa, ma che ancora seguiterà a perdurare in futuro.  I dinosauri, selezionati dalla natura per l’estinzione, sono stati riportati alla luce dal parto generato dal connubio amoroso tra uomo e scienza. Essi sono conseguentemente responsabilità dell’essere umano, il quale ha il dovere di vigilare e proteggere i propri simili oltre i dinosauri stessi a cui ha donato una seconda esistenza.  Di fatto, in “Jurassic World – Il regno distrutto” la missione dei protagonisti sarà incentrata sul salvataggio dei dinosauri.

Anzitutto è il tema del diritto e del dovere alla salvaguardia della vita animale ad emergere nella pellicola. I dinosauri possono beneficiare degli egual diritti degli animali del nostro tempo? Una calamità naturale si sta abbattendo su Isla Nublar: un vulcano attivo è sull’orlo di una devastante eruttazione che annienterà l’isola, sterminerà la specie che ivi alberga, e distruggerà il regno dei dinosauri. La natura si sta per manifestare in tutta la sua sconvolgente potenza. La lava incandescente si palesa come una punizione divina, una seconda estinzione. Ma i dinosauri, nati “in provetta”, in laboratorio, sono vivi, siano essi erbivori e così delicatamente ammirabili, siano essi carnivori e così fatalmente pericolosi. Tali creature meritano d’essere salvate! Ecco perché fare appello a quell’interpellanza pronunciata da Claire, la protagonista della pellicola. Rammentate l’emozione della prima volta che avete contemplato l’incedere regale di un gigante che calca il terreno, e capirete così, mossi da quella fremente sensazione, perché anche voi desiderate a tutti i costi salvarli!

Non è una fortuita coincidenza che proprio un brachiosauro resterà dimenticato sull’isola prossima a morire, avvolto dalla nube e sull’orlo dell’abisso. Quel primo dinosauro inquadrato più di vent’anni prima dalla sapiente regia di Spielberg è anche l’ultimo a morire, in una scena toccante che vuol ricordarci ancora l’importanza di ricorrere ai nostri ricordi legati ai dinosauri per ben comprendere perché è così basilare rimanere vicino ai protagonisti in questo viaggio.

“Jurassic World – Il regno distrutto” è un lungometraggio diverso, per certi versi atipico rispetto ai precedenti capitoli del franchising, eppure per tutto il tempo, il film strizzerà l’occhio al passato, citando molte scene che i fan più accaniti non potranno che scorgere. E’ una giocosa altalena tra passato e futuro il film di Bayona, specialmente nella prima parte in cui si avvicendano le ricerche sull’isola, con i dinosauri vivi, mirabili in carne ed ossa, con altre sequenze girate all’interno della villa del magnate Lockwood, in cui è possibile, invece, vedere le ossa dei dinosauri custodite in un ampio salone a carattere espositivo. Ciò che furono i dinosauri, ciò che sono e ciò che ancora saranno in futuro viene riletto dalla lente del cineasta anche attraverso questi espedienti simbolici.

In “Jurassic World – Il regno distrutto” i dinosauri vengono trattati come merce di alto valore, prodotto da vendere e su cui effettuare ogni forma di lucro. E a tal proposito, tra dinosauri in catene, aste e vincite sancite a colpi di martello, fredde cifre a sei zeri, per una parte consistente dell’opera si perderà quel senso classico di avventura, quella lotta per la sopravvivenza tipica dei vecchi episodi della serie. “Jurassic World – Il regno distrutto” vuol porre la propria lente d’ingrandimento sulla sacralità della vita in ogni sua forma e come essa debba essere sempre salvaguardata.

La trama di “Jurassic World – Fallen Kingdom” non è articolata, cede anch’essa alla riproposizione di un’aberrazione innaturale, di una nuova mutazione genetica orchestrata in laboratorio che darà vita all’IndoRaptor, il quale sarà nuovamente, come accaduto per l’Indominus Rex, abbattuto da una natura vera, una “fauna” altrettanto feroce ed originaria.

Tra omaggio e nostalgia, tra cambio di rotta e tentativo d’innovazione, il film diverte ed intrattiene con pochi veri picchi di emozione, e forse aggiungendo poco al proprio percorso narrativo se non per un finale che aprirà scenari interessanti, non più circoscritti ad un luogo limitato come era il parco o le isole di Isla Nublar e Isla Sorna, ma propagandandosi per tutto il globo terrestre: sarà la nascita compiuta di “Jurassic World”.

Ricordate la prima volta che avete visto un dinosauro? Provate adesso ad affacciarvi alla finestra, potreste vederne uno muoversi libero per le strade, salvato da quello stesso amore che avete provato col primo “Jurassic Park”, e che vi ha accompagnato fino ad oggi, fino al termine di “Jurassic World – Il regno distrutto”.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Jurassic Park - Quando i dinosauri dominavano la Terra" cliccando qui.

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"Riflesso di Spider-Man" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Terzo: Spider-Man 3

La ragnatela era stata imbrattata da una sostanza vischiosa, nera come pece e appiccicaticcia. Essa ora è scura, non bianca e rossa come un tempo. Quando la camera dilata il suo disinteressato sguardo e si sofferma ad osservare il consueto intrecciarsi della ragnatela ai titoli d’apertura dell’ultimo film della trilogia, è tutto buio. Da una zona anonima, una luce fioca rischiara parte dei fili tessuti e intrisi di un liquido bruno e putrido. Impregnati da questo denso “materiale” di origine ignota, i titoli di testa frastagliano accanto alle immagini estrapolate dei protagonisti. Il terzo e conclusivo “opening credits” della trilogia simboleggia la fase culmine del lavoro di Raimi: dalla fuggevolezza del primo Uomo-Ragno apparso nei titoli di testa si è passati all’arte deificata di Alex Ross, sino a giungere alla realtà netta e cristallina di “Spider-Man 3”. Nessuna reinterpretazione artistica, in questa ragnatela affagottata dall’oscurità del simbionte le immagini sono evidenti, reali. Ciò preannuncia l’inevitabile: in questo conclusivo capitolo della saga tutti i nodi verranno al pettine e saranno risolti una volta per tutte in maniera nitida e definitiva. Nel mentre la sequenza scorre via, gocce ombrose cadono giù, insudiciando ulteriormente i filamenti ancora immacolati. Il lurido elemento vivo e colloso del simbionte ha intaccato completamente la tela del ragno, e la sta facendo sua come un parassita ingordo e violento: è il momento di andare via.

  • Di rado un film fu tanto atteso

L’aria che si respirava nelle settimane che precedettero l’uscita di “Spider-Man 3” la ricordo con un tale nitore che potrei paragonarla ad una lieve brezza rinfrancante, pronta ad accarezzarmi il viso. Se il primo lungometraggio di Raimi era riuscito a suscitare in me tutta una serie d’emozioni, il secondo mi aveva meravigliato come mai avrei creduto. Le premesse sembravano, dunque, suggerirmi che la terza pellicola avrebbe alzato ulteriormente la posta in palio. Raimi era già riuscito a superarsi, perché non avrebbe dovuto ripetersi?

Per un ragionamento forse poi non tanto logico né conseguenziale, “Spider-Man 3” sarebbe dovuto essere un trionfo visivo, un tripudio di sensazioni nuove. Le aspettative continuarono a crescere di giorno in giorno quando fu annunciata la presenza di “Venom”, uno dei massimi antagonisti dell’Uomo-Ragno. Come ben sapevo, Venom non era che un “parto” secondario, una creatura “generata” solo in un secondo momento dal simbionte. Prima del suo approdo, sarebbe stato Spider-Man ad interagire con l’alieno, a sperimentare per la prima volta il fascino del male. “Spider-Man 3” veniva presentato come un film cupo, dark, maturo. La prima immagine pubblicizzata della pellicola immortalava l’Uomo-Ragno seduto in cima ad una torre con indosso un iconico costume nero. Spider-Man era stanco, in ginocchio, schiacciato da un peso oscuro che gravava sul suo capo. Il suo volto cedeva, osservava il vuoto, e il suo braccio disteso era poggiato sulla gamba. Quello che vedevo era un Uomo-Ragno riflessivo, meditabondo, oppresso, forse anche intimorito da quella strana sostanza attaccaticcia che gli si era modellata al costume. Si trattava di un’immagine fin troppo attrattiva per un appassionato del supereroe come me che, al riguardo, ben conosceva la trama circa l’arrivo del simbionte sulla Terra. Raramente, confesso di aver atteso tanto un film. In molti, oltre me, non vedevamo l’ora di raggiungere la sala cinematografica. Sui cellulari, le immagini del “Black Spider-Man” campeggiavano come sfondi e temi. “Spider-Man 3” sarebbe stato un evento che avrebbe segnato i ricordi più cari di ogni “nerd”.

Ed io, dal mio punto di vista, ero pronto. Per meglio dire, ero decisamente immantinente di rivedere Spider-Man “danzare” sulla città restando aggrappato alle sue “corde”, dondolandosi di grattacielo in grattacielo, tuffandosi poi giù a capofitto nel centro urbano di una metropoli illimitata. I presupposti per poter guardare un terzo atto altrettanto stupefacente erano solidi come le fondamenta di un’antica cattedrale.

Quando uscii dal cinema restai piacevolmente colpito dalla bellezza estetica di alcuni personaggi, dall’azione travolgente, e dalle (poche) sequenze riservate allo Spider-Man nero. Tuttavia, una domanda cominciò a farsi strada in me: “tutto qui?”. Del film mi erano rimaste impresse le sequenze di maggiore impatto visivo, ma la storia l’avevo già scordata. Cosa era successo? Le mie pretese erano state tradite o, in verità, loro stesse erano già dal principio irraggiungibili? In verità, “Spider-Man 3” mancò di molte cose.

Sam Raimi non poté lavorare tranquillo. Al regista non fu permesso di sviluppare la storia come avrebbe voluto. In vero, fu la Sony ad esigere la presenza di Venom, cosa che costrinse Raimi a rimaneggiare pesantemente la sceneggiatura già collaudata. Per la prima volta, Raimi non riuscì a mantenere il timone della propria nave con mano risoluta. Ne seguirono delle “virate” improvvise che destabilizzarono la navigazione. I tanti personaggi presenti sulla scena e i troppi antagonisti costrinsero il regista a perdere la rotta, dando luogo ad una storia pasticciata. “Spider-Man 3” non è, purtroppo, la degna fine che questa trilogia avrebbe meritato. Le colpe non furono imputate a qualcuno o a qualcosa in particolare, ma ad un mix di scelte, opzionate ed imposte, che guastarono l’armonia di un atto finale partito sotto tutt’altri auspici.

Le debolezze del terzo film sono riscontrabili in una storia poco incisiva, se non parecchio labile, e nella debolezza dei personaggi principali, per la prima volta caratterizzati con pressapochismo, conseguenza diretta di una raffazzonata e frettolosa riscrittura obbligata. Pur attingendo parti della trama da alcuni dei momenti più entusiasmanti della storia editoriale dell’Uomo-Ragno, il film finì per arenarsi in un pantano fangoso senza mai uscirne. A questo va aggiunto lo spessore psicologico vacuo e insufficiente di Eddie Brock, e la pessima resa di Gwen Stacy, interpretata dalla bionda (per l’occasione) Bryce Dallas Howard, personaggio cardine dell’adolescenza di Peter, qui ridotta a ragazza petulante, mero pretesto per abbozzare un triangolo amoroso fatto di gelosie e inganni.

Il modo di agire dei protagonisti, Peter, Mary Jane e Harry, è incoerente, innaturale, e del tutto fuori carattere tant’è che alle volte si ha l’impressione che essi non siano realmente loro, ma delle copie distorte ed irriconoscibili. Tuttavia, questo difetto permette di analizzare uno dei concetti presenti in “Spider-Man 3”, ovvero il tema della “trasformazione”. Sebbene il terzo e ultimo passo della trilogia sia imperfetto, esso riesce comunque a inscenare diverse tematiche interessanti, meritevoli d’essere messe al vaglio.

  • Questo costume. Wow, che bella sensazione... È la fine del mondo.

L’esibizionismo è un elemento basico di “Spider-Man 3”, sin dalla scena iniziale, nella quale vediamo un Peter disincantato ammirare l’immagine di “se stesso” proiettata su un grande schermo. Peter avverte indirettamente le gioie della fama, e sembra esternare, seppur con i suoi tipici modi affabili, la sfacciataggine di chi sente d’essere amato, se non anche venerato, dal grande pubblico. Raimi vuol farci riflettere su come la trasformazione di Peter cominci ben prima del suo imbattersi nel simbionte alieno. Mary Jane ha finalmente calcato i palcoscenici di Broadway, ma la sua prima esibizione raccoglierà tenui, per non dire freddi, riscontri critici. D’altronde, il lavoro di Mary Jane, ovvero il suo essere attrice di teatro, non può prescindere dal non sconfinare nel protagonismo. I grandi interpreti mettono in gioco le loro doti e si esibiscono “ostentando”, in arte recitativa, il loro talento. Mary Jane pare risentire di colpo del proprio insuccesso, e sembra sviluppare parimenti una leggera invidia nei confronti dell’alter-ego dell’uomo che ama, Spider-Man, il quale è prossimo ad essere celebrato in un evento in cui gli verranno consegnate le chiavi della città.

Ed è in tale festosa circostanza che si spezza l’idillio amoroso tra Peter e Mary Jane: Spider-Man bacia Gwen senza una vera motivazione, senza neppure curarsi della reazione che avrebbe potuto provocare in Mary Jane. Peter, borioso e sbruffone, è oramai accecato dalla fama dell’eroe. L’arrivo del simbionte incrementerà la sua arroganza e il suo desiderio di protagonismo: da una trasformazione accennata nel carattere del ragazzo si giungerà ad una trasformazione completa, riscontrabile esteriormente nel costume nero. La sequenza in cui un Peter addormentato cadrà preda del simbionte che lo soffocherà col suo manto di pelle nera come il tizzone, e l’immediata scena successiva, in cui l’Uomo-Ragno si risveglierà, sono straordinarie e conferiscono il lustro che serve alla pellicola per riprendersi e donare ai suoi spettatori dei momenti di pura estasi visiva.

Spider-Man che giace a testa in giù, stretto alla sua ragnatela, e che si vede per la prima volta riflesso allo specchio con il costume avviluppato dal simbionte, accompagnato da una traccia musicale forte e vibrante, è una sequenza d’enorme impatto. Spider-Man osserva il riflesso di un nuovo se stesso, come accadde a Norman Osborn nel primo film quando, intravedendo la sua immagine replicata dallo specchio, interagirà con Goblin. Lo specchio per Raimi diventa lo strumento per espletare una dualità oscillante tra bene e male. L’Uomo-Ragno in quella vetrata si relazionerà per la prima volta con la sua identità più torbida e incontrollabile.

A questo punto la trasformazione viene marcata da un mutamento nella psiche e nell’indole del ragazzo, divenuto, sotto l’influenza del simbionte, più aggressivo e spietato. Ciononostante, il film di Raimi non riesce a mostrare con pregevolezza questo cambiamento senza scadere nel pittoresco. Molte delle scene che certificano la diversità caratteriale di Peter sfiorano la comicità, ai limiti della caricatura. Inoltre, per esternare il cambiamento dell’eroe si scelse di dare al protagonista un look diverso nella pettinatura affinché fossero accentuati i capelli corvini. Una scelta inopportuna, se non anche imbarazzante, che poco riuscirà a comunicare allo spettatore se non un senso di perplessità.

Le trasformazioni messe in atto in “Spider-Man 3” riguardano tanto il protagonista che i suoi avversari. Il male possessivo già presente nei precedenti lungometraggi sull’Uomo-Ragno qui tenta di mutare tanto l’aspetto quanto il cuore dei personaggi. Harry assumerà l’identità di Goblin, mutando il suo essere per inseguire la “chimerica illusione” che il padre perduto possa essere fiero di ciò che il figlio è diventato seguendo le sue orme. Persino il volto di Harry verrà sfregiato a metà da una delle bombe presenti nel suo arsenale, come se il viso volesse rappresentare il bene e il male che dilaniano l’animo incerto del ragazzo.  Flint Marko vedrà il suo corpo disfarsi come polvere granulosa e ruvida quando verrà trasformato nell’Uomo Sabbia. Sia Harry che Flint, tuttavia, non manterranno la loro crudeltà a lungo e, come Peter, rigetteranno il male al termine delle loro vicissitudini. Dei quattro mutati soltanto Eddie Brock, Venom, si lascerà contagiare del tutto dall’oscurità, ergendosi, di fatto, a vero antagonista della pellicola.

  • Io non sono un uomo cattivo... è cattiva la mia sorte.

L’intero film di Raimi ruota attorno all’avvicendamento tra bene e male, con quest’ultimo che si manifesta nuovamente sotto forma di dannazione. E’ dannato il fato di Flint, colpevole di aver ucciso inavvertitamente zio Ben. Sarà ancora maledetto il suo destino, quando egli si troverà vittima di un esperimento che lo tramuterà nell’Uomo-Sabbia. A tal proposito, la scena in cui egli affiora da una montagna di sabbia e cerca di riassumere una forma umana è intensa e toccante. Il modo in cui la sua mano porosa e sgretolabile cerca di afferrare il pendaglio in cui è custodita la fotografia della figlia, il suo unico affetto, testimonia come un uomo “distrutto” e ridotto in polvere tenti di aggrapparsi a qualcosa di concreto per riappropriarsi del proprio aspetto. Si aggancia ai ricordi, agli affetti, all’amore l’Uomo Sabbia.

  • La vendetta è come un veleno che t’invade tutto e senza che tu te ne accorga ti trasforma in un essere spregevole.

“Spider-Man 3” indaga la sfera emotiva del suo grande eroe e cerca di far perseguire lui il perdono. La furia vendicativa dell’uomo-Ragno nei confronti di Flint, reo di aver ucciso Ben Parker, è dettata da una ferita che nell’animo del supereroe aveva cominciato a cicatrizzarsi ma che di colpo è stata inaspettatamente riaperta. Al contempo, Eddie Brock insegue folli propositi di rivalsa nei confronti di Peter Parker, colpevole di avergli fatto perdere il lavoro al Daily bugle. Se Peter riuscirà a perdonare Flint, tanto da togliersi finalmente un peso dal cuore, Eddie tenterà fino allo stremo di vendicarsi. La vendetta così si configura come un lercio veleno, coagulante e di nero colore.

"Black Spider-Man" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sono le nostre scelte che fanno di noi quelli che siamo... e abbiamo sempre la possibilità di fare la scelta giusta.

La campana rintocca più volte quando la pioggia bagna uno stremato Peter Parker. Il lacrimare del cielo si fa incessante come un pianto continuo e malinconico. L’atmosfera riflette la personalità agitata e umiliata dell’eroe. Spider-Man ha raggiunto la sommità di una cattedrale, si è accomodato in cima, su una pietra sporgente, e una croce svetta alta sul suo capo, al culmine della casa di Cristo. E’ uno Spider-Man meditativo quello che possiamo ammirare in una delle scene più coinvolgenti dell’intera trilogia. Comincia ad essere disgustato dal suo costume nero che ne ha compromesso la moralità. Decide così di ritirarsi all’interno del campanile. Nel frattempo, Eddie ha varcato la soglia del santuario e dopo aver sfiorato l’acqua santa con la punta delle dita della mano destra, si siede sul banco a pregare: Brock implora Dio di uccidere Peter Parker. Poco dopo aver espresso quel drammatico volere, l’uomo avverte delle urla provenire dal limite massimo del campanile. Quando la grossa campana suonerà, la forza del simbionte verrà meno e Spider-Man potrà così cercare di strapparsi di dosso quel costume. Come Ercole, il massimo eroe della mitologia greca, quando cercò con ferrea volontà, tra afflizione e patimento, di sdrucirsi di dosso le vesti infocate intinte nel diabolico sangue del centauro Nesso, così Peter, con egual fatica, farà di tutto per sbrandellare i resti di quel tetro veleno, agendo e soffrendo a causa del costume che gli sta dilaniando le carni. In quel momento, Peter avrà compiuto una scelta: tornare ad essere il vero Spider-Man. Da lassù, il simbionte cadrà giù come una pioggia maledetta, figurandosi come la spaventosa risposta alla richiesta proferita da Eddie Brock in chiesa. Il simbionte avvinghia l’uomo e lo trasforma in Venom. Ne seguirà uno scontro che vedrà prevalere l’Uomo-Ragno.

Zia May era solita ricordare a Peter il dovere dell’uomo che ha l’intenzione di chiedere in sposa una donna. Prendersi cura della propria consorte è prima di tutto una scelta cosciente e doverosa, poi un dono e soprattutto un impegno da dover adempiere per tutta la vita. Peter si riappellerà a questo insegnamento quando si ricongiungerà a Mary Jane, pronto a proteggerla nuovamente finché avrà forza. Peter e Mary Jane torneranno insieme rimettendo assieme i cocci rotti del loro allontanamento. I due riprenderanno così a danzare; no, non più su nel cielo, passando di nuvola in nuvola con l’ausilio delle ragnatele, ma sulla Terra, lì dove hanno scelto di riprendere la loro storia, questa volta per sempre.

"Solitudine"  China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Conclusioni: addio amichevole Spider-Man di quartiere

Siamo giunti al termine di questo viaggio, e quest’ultima pagina segna la fine di questa personale rilettura che ho voluto dedicare alla trilogia di Sam Raimi. “Spider-Man 3” non ebbe alcun seguito, fu, dunque, l’ultimo atto. Le imponenti e sensazionali scene d’azione permisero al film, a mio giudizio, di andare oltre la sufficienza. Tuttavia, la sensazione che la saga meritasse una conclusione più entusiasmante continua a permanere anche a distanza di due lustri. Manca il matrimonio tra Peter e Mary Jane, manca l’ultimo scontro tra Spider-Man e il Lizard di Dylan Baker, manca ancora tutto ciò che avremmo potuto vedere in un possibile “Spider-Man 4” che tanti, oltre me, avranno un tempo reclamato a gran voce.

La trilogia di Spider-Man di Sam Raimi occuperà sempre un posto speciale nella storia del cinema, e soprattutto nel mio cuore, così come lo Spider-Man di Tobey Maguire seguiterà ad essere un simbolo di quella che potremmo definire “un’epoca” lontana del cinema supereroico. Diversa e di certo stupefacente.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Spider-Man e Mary Jane" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Secondo: Spider-Man 2

Non è di bianca consistenza come ci si aspetterebbe.  E’, in verità, di un rosso acceso il filo che si intreccia con un altro e un altro ancora, fino a comporre la ragnatela con cui “Spider-Man 2”, il secondo capitolo della trilogia sull’eroe mascherato, comincia. L’occhio meccanico della camera guidato con mano sicura dal cineasta Sam Raimi si schiude nuovamente tra gli spazi circoscritti di una fitta ragnatela. A differenza del precedente “episodio”, i titoli di testa non danno l’impressione d’essere catturati dai filamenti tessuti dall’aracnide, ma vengono contornati da un susseguirsi di immagini artistiche. Il Michelangelo del fumetto, Alex Ross, dipinse col suo inconfondibile tocco iperrealistico le scene più iconiche del primo “Spider-Man”, le quali si alternano cronologicamente durante l’emozionante intro di “Spider-Man 2”, fungendo da ripasso agli eventi salienti accaduti nel primo film. Se nei titoli di testa di “Spider-Man”, la figura dell’Uomo-Ragno era evasiva, ineffabile, effimera e sfuggente, in questo secondo “opening credits” le immagini da ammirare appaiono chiare e distinte, in quanto sono evidenti reinterpretazioni dei personaggi che abbiamo potuto conoscere ed amare nella prima splendida pellicola. I quadri di Alex Ross, in un altalenante gioco prospettico, generano incanto: sotto i nostri occhi si materializzano le fattezze colorate di Peter, sbigottito nel vedere un ragno camminargli sulla mano, quando appena un attimo prima, sulla stessa, aveva avvertito un forte “pizzico”. Il viso scolpito di Harry Osborn subentra a quello delicato e meraviglioso di Mary Jane. La maestria pittorica di Ross non ha freno, e in questa successione egli prosegue a dipingere i momenti più importanti della vita di Peter Parker: la morte di zio Ben precederà la tavola in cui l’Uomo-Ragno, con indosso il suo costume, scruta l’orizzonte mantenendosi in posizione eretta.

Il pennello del pittore Ross, intinto nella tavolozza, cattura gli attimi e li perpetua sulla tela in cui i personaggi giacciono inermi a godere di un istante divenuto eterno. Il bacio tra Spider-Man e Mary Jane viene così immortalato dallo strepitoso talento dell’artista americano e i due innamorati, come fossero statue greche, permangono vividi in un’effusione romantica divenuta infinita. Mary Jane bacia il suo amato senza sapere la verità: sotto la maschera si cela il suo Peter Parker. Anche Psiche si era innamorata di un’ombra ed era solita baciarla senza sapere che si trattava proprio del dio Eros. L’amore nasce e si accresce oltre ciò che la vista è in grado di scorgere. Sarà proprio la confessione di questo amore un tema portante di “Spider-Man 2”.

L’arte del ritrattista Ross insiste ad immobilizzare l’Uomo-Ragno in una posa statuaria di stampo classico, mentre egli si regge con le mani su di un muro totalmente bianco, come fosse fatto di sola luce. L’ultimo dei dipinti ritrae la scena finale del precedente lungometraggio: il volto affranto di Mary Jane, cinto dai suoi capelli rossastri, è leggermente reclinato e i suoi occhi sembrano ricercare la presenza di Peter, il quale, nel frattempo, si avvia verso un paesaggio autunnale per intraprendere una strada fatta di solitudine.

  • Lei mi guarda ogni giorno.

Come accadeva nel primo film, il volto di Mary Jane compare poco dopo la fine dei titoli di testa, anticipando nuovamente l’arrivo sulla scena del protagonista. Peter sta infatti osservando un grande cartello pubblicitario raffigurante Mary Jane, scelta come testimonial di una nota marca di profumi. Di lì a poco, il giovane dovrà correre per le strade per tentare un’impresa, forse impossibile anche per Spider-Man: consegnare delle “pizze al volo” entro pochi minuti all’altro capo della città. Nel mentre procede in sella al suo “bolide”, con in testa il casco rosso, un autobus devia il suo percorso: sui lati del mezzo pubblico era presente il cartello pubblicitario raffigurante Mary Jane. La donna amata da Peter sembra “apparire” d’improvviso e dirottare il senso di marcia dell’eroe. Peter deve “svoltare”, dare una nuova impronta alla sua esistenza, e deve farlo in fretta. La vita del protagonista, infatti, sta attraversando un momento caratterizzato da equilibrio instabile: Peter fatica a bilanciare la sua doppia vita di studente e vigilante. Vive in un sudicio appartamento, arriva tardi alle lezioni universitarie, stenta ad avere voti alti, ed è solo. Il mero conforto di Peter è da riscontrarsi nella vicinanza, seppur astratta e impalpabile, di Mary Jane, la quale lo “osserva” ogni giorno in quella posa fotografica ritratta su di un cartello.

  • “Spider-Man 2”: un sequel impeccabile

“Spider-Man 2” è uno dei sequel più belli della storia del cinema. Sam Raimi plasma la sua opera più spettacolare e ambiziosa, imprimendo al film uno stile proprio, non paragonabile con nessun altro, e per questo unico. Raimi riesce nell’impresa di perfezionare ciò che andava migliorato nel primo capitolo della saga, e infonde al suo blockbuster la caratura dei grandi film. L’introspezione riservata al protagonista, il perfetto equilibrio con cui viene analizzata la dualità uomo/supereroe e come anche sono state vagliate le differenze che intercorrono tra Peter e Spider-Man, elevano l’opera di Raimi al rango di film d’autore. “Spider-Man 2” può venire descritto come un blockbuster in grado di abbinare alla sua spiccata vena ospitante una profondità emotiva e coinvolgente di grande valore. Spettacolarità e riflessione, passione ed emozione si mescolano creando una miscellanea pressoché perfetta: “Spider-Man 2” è una pietra miliare del cinema supereroico, poiché è un’opera d’arte plasmata da un vero artista, non un semplice prodotto d’intrattenimento confezionato per soli scopi di guadagno. Ancora oggi, resta l’unico film tratto dai fumetti Marvel ad aver vinto un premio Oscar.

  • L’intelligenza non è un privilegio!

La mente del Dottor Octavius (Alfred Molina) è quella di un premio Nobel, e di fatto, quel premio che poco sembra importargli, sembra prossimo a finire tra le sue mani, secondo quanto tiene ad affermare, con una certa insistenza, Harry Osborn. Octavius si trova ad un punto di svolta nella ricerca sulla fusione a freddo. Per quanto la sua intelligenza sia elevata, Octavius non fatica a confessare come egli, un tempo, non riuscisse a comprendere gli scritti di Thomas Eliot. Quando non era che un ragazzo e aveva da poco cominciato a frequentare la sua futura sposa, Rosy, era un semplice studente di fisica. La moglie, dal canto suo, era studentessa di letteratura inglese. Ed era proprio lei che tentava di far capire al futuro scienziato gli scritti di Eliot, da lui definiti fin troppo complessi. Appare evidente nel lungometraggio di Raimi come la figura della sposa per Octavius sia essenziale, e il loro rapporto, così affettuoso, di riflesso, induce Peter a meditare sulla sua lontananza da Mary Jane.

In una dimostrazione scientifica, a cui parteciperà anche Peter, Octavius è prossimo a racchiudere “la potenza del sole” nel palmo della sua mano. Lo scienziato, per l’occasione, adopera un esoscheletro dotato di quattro tentacoli meccanici collegati al suo cervello tramite un complesso sistema neurale. I bracci sono dotati d’intelligenza artificiale ma le loro funzioni raziocinanti vengono inibite da un chip che permette ad Octavius di mantenere il controllo su di essi. Durante la dimostrazione accade un irreparabile incidente e la moglie Rosy perde tragicamente la vita. In quei drammatici frangenti, il chip viene distrutto e i bracci tentacolari cominceranno a prendere il controllo sulla mente sconvolta di Octopus.

Le donne amate da Spider-Man e Octopus influenzano involontariamente la psiche dei due rivali. La morte di Rosy coincide con l’assoluta perdita di lucidità di Octavius. “La mia Rosy è morta… Il mio sogno è morto…” dice il triste scienziato. L’allontanamento di Mary Jane, promessa sposa ad un altro, porta Peter a perdere il completo controllo sui suoi poteri. Se l’incidente di laboratorio ha condotto Octavius a trasformarsi nel Dottor Octopus, un uomo divenuto oramai apatico, per aver perduto il solo affetto della sua vita, la lontananza di Mary Jane trascina Peter in un abisso, fino a fargli perdere la padronanza delle proprie straordinarie doti. Dalla perdita di Rosy, Octavius comincerà a sperimentare i propri “poteri” e assumerà l’identità di Octopus. Dalla possibile perdita di Mary Jane, Peter rinuncerà, invece, alla sua identità segreta di Spider-Man, getterà via il suo costume e smetterà di utilizzare le sue sensazionali capacità.

Se nel primo film Goblin e Spider-Man erano accomunati dalle medesime qualità fisiche in quanto esseri eccezionali, beneficiati di una prestanza fisica e una vigoria superiore alle persone normali, in “Spider-Man 2”, l’antagonista e l’eroe si somiglieranno per la loro intelligenza. L’intelligenza non è un privilegio, è un dono da dover mettere al servizio degli altri, affermava, con fare da mentore, un saggio Octavius al suo allievo, Peter. Ancora una volta “il dono” nella saga di “Spider-Man" viene deturpato da una gravosa maledizione: l’intelligenza di Octavius lo porterà a covare il desiderio di replicare l’esperimento nel quale la moglie perì, nonostante ci sia il serio rischio di distruggere l’intera New York. La bramosia della conoscenza si rivelerà una maledizione che condurrà Octopus alla follia.

I bracci meccanici si muovono autonomamente ma possono essere controllati da Octopus come delle micidiali armi. Essi hanno movenze serpentiformi, fendono l’aria come un male infido, e si avvicinano al viso dello scienziato per avvelenare la sua mente come rettili velenosi. Frasi che non c’è dato d’udire secernano un veleno che annebbia la moralità del dottore. Octavius si è trasformato inconsapevolmente in un mostro tentacolare a sei braccia, una “piovra” subdola e cruenta che persegue insani propositi di ricerca.

  • L'amore non deve essere un segreto. Se ti tieni una cosa complicata come l'amore chiusa dentro, alla fine ti ammali.

Cos’è l’amore in “Spider-Man 2”? Quali forme assume? L’amore agisce nel mistero, anche nell’agire segreto di un’innamorata. La giovane Ursula, una ragazza che vive di fronte all’appartamento in cui alloggia Peter, incarna, nei suoi gesti e nel suo approcciarsi al ragazzo in maniera tanto timida, un’infatuazione amorosa sincera e dolcissima. Ursula sembra, infatti, provare un affetto spontaneo e insperato per Peter. Ella sa che la sua piccola “cotta” non verrà ricambiata dal protagonista, e proprio per questo la tiene per sé. La scena in cui i due consumano una torta al cioccolato insieme ad un bicchiere di latte, in un pomeriggio come un altro, è una delle più dolci che abbia mai visto. Come Ursula tiene questo “amore” per sé, così Peter nasconde ancora a Mary Jane ciò che realmente prova. Quando la ragazza verrà rapita, la crisi psicologica che gravava su Peter cesserà, ed egli potrà finalmente riacquistare i suoi poteri e la sua identità di Uomo-Ragno.

La vista di Spider-Man torna ad acuirsi nell’esatto momento in cui Mary Jane verrà catturata dal malvagio Octopus, segno evidente di come la sua vita, tanto da Peter Parker che da Spider-Man, resti sempre intrecciata al fato del suo eterno amore. Spider-Man torna così in azione e combatte contro Octopus in uno degli scontri più spettacolari mai filmati nel cinema d’azione. La sequenza del treno, straordinaria, mette in luce l’assoluta umanità dell’Uomo-Ragno di Tobey Maguire. Non a caso, in tale contesto, Spider-Man perde la maschera e seguita, a volto scoperto, a usare tutte le sue forze per arrestare la folle corsa del convoglio, prossimo a schiantarsi con centinaia di viaggiatori al suo interno. Gli stessi uomini che, una volta tratti in salvo dall’eroe, resteranno per qualche istante ad osservare il suo volto, notando con stupore come il grande e invincibile Spider-Man sia in verità soltanto un ragazzo.

Quello stesso ragazzo che sconfiggerà Octopus, e rivelerà finalmente a Mary Jane come stanno le cose. La parte finale della pellicola di Raimi ruota tutta intorno all’amore. Il ricordo della sua Rosy e il suo essere rinsavito portano Octopus a sacrificarsi per salvare la città, l’amore e la devozione di Harry Osborn nei confronti del padre deceduto conducono il ragazzo a scoprire il nascondiglio di Goblin e a prendere la decisione di seguire le oscure orme del genitore. Ancora, l’amore smisurato che Peter prova per Mary Jane gli permetterà di spiegare alla donna perché un tempo la rifiutò, e il motivo per cui non possono stare insieme: perché egli sarà sempre Spider-Man.

Per amore e per paura che i nemici dell’Uomo-Ragno possano arrecare dolore alla donna amata, Peter si congeda da Mary Jane, prossima a sposarsi con un altro. Il ragazzo si accomiata da lei lasciandola discendere con la sua ragnatela, per poi osservarla, solitario, dall’alto, mentre lei si allontana.

Ma sarà nuovamente l’amore a indirizzare il fato dei due protagonisti: Mary Jane, vestita da sposa, si lascerà andare ad una corsa liberatoria, scandita dalla marcia nuziale. Sarà così che raggiungerà Peter, e i due decideranno, pur coscienti dei rischi, di cominciare finalmente una nuova vita insieme.

"Spider-Man" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’amore, quello vero e possente come una ragnatela tessuta da un prode supereroe, finalmente, potrà prevalere.

Voto:9/10

[Continua con la terza parte]

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte cliccando qui.

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L'Uomo-Ragno - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Primo: Spider-Man

Quando il buio si dissolve, il bianco di una ragnatela appena tessuta procede verso l’orizzonte dello schermo. E’ così che “Spider-Man” di Sam Raimi apre il sipario sul proprio spettacolo. Tutti noi rimaniamo prigionieri di quella ragnatela che, man mano, si fa sempre più compatta. Compaiono, quindi, i titoli di testa, i quali si palesano “inermi” come prede “catturate” dalla tela del ragno. Via via che le sequenze avanzano s’intravede la sagoma stilizzata dell’Uomo-Ragno, sebbene al rapido avvicendarsi dei nomi, essa si volatilizzi con gran rapidità. In tali frangenti, è possibile scorgere Spider-Man di spalle, con indosso il suo classico costume tra il blu e il rosso. D’un tratto, le sue braccia si muovono così da ghermire i fili della ragnatela ed essa quasi gli si modella al corpo. E’ una figura fugace quella dell’Uomo-Ragno nei titoli d’apertura del suo omonimo lungometraggio.

Come fosse una semplice figurazione dipinta, il supereroe ci esorta a vederlo “muoversi” di soppiatto. Perché non ci è dato vederlo in maniera evidente? Perché egli evita il nostro sguardo? No, non certo perché è timido, come suggerirebbe ironicamente l’irascibile J. Jonah Jameson, interpretato da uno strepitoso J. K. Simmons. Inizialmente, possiamo soltanto guardare l’Uomo-Ragno di sfuggita perché tale fugace rappresentazione non è che un omaggio alla mera estetica dell’eroe che noi tutti ricordiamo, ma che dobbiamo ancora imparare a conoscere in questa prima versione cinematografica del personaggio. “Spider-Man” del 2002 fu il primo adattamento al cinema sull’eroe della Marvel. Non esisteva una versione precedente del personaggio, eccetto quella a cartone animato della bellissima serie prodotta dai Marvel Studios tra il 1994 e il 1998. Pertanto, lo Spider-Man che per primo osserviamo nell’intro del film non è che un rimando elusorio al supereroe mascherato; un personaggio dei fumetti, per l’appunto, che vediamo per la prima volta in carne ed ossa con l’aspetto di un ragazzo qualunque, occhialuto ed impacciato.

L'eroe così come appare, fugacemente, durante i titoli di apertura.

 

Quando i titoli di testa cessano il proprio corso, la camera fuoriesce da una ragnatela, e inquadra, per la prima volta, la realtà cittadina circostante. Un giovane studente corre come un forsennato per le strade, inseguendo uno scuolabus. Si tratta proprio di Peter Parker. Peter è un ragazzo buono, generoso, prodigo ma timido, a volte goffo e quindi poco incline ad avere successo nelle relazioni sociali. Però è anche uno studente modello, un genio della scienza e un provetto fotografo. Ah sì, quasi dimenticavo, cosa più importante è Tobey Maguire. Maguire fu il primo, grande interprete dell’Uomo-Ragno. Aveva 26 anni quando venne scelto per essere la prima incarnazione dell’arrampica-muri. Un’età relativamente avanzata, considerando che Maguire avrebbe dovuto interpretare il ruolo di un liceale alle prese con il suo ultimo anno scolastico. Ciononostante, Tobey aveva dalla sua un aspetto spiccatamene giovanile, il che gli garantiva la possibilità di potersi calare perfettamente nella parte. Ciò che balza all’attenzione, nell’immediatezza, guardando, anche a distanza di tempo, il primo indimenticabile “Spider-Man” è l’espressione bonaria dell’attore. Il Peter Parker di Maguire sembra abbinare, ai suoi grossi occhi azzurri, lo sguardo sincero, affettuoso e protettivo che ogni grande eroe dei fumetti che si rispetti dovrebbe avere. I suoi occhi compassionevoli e apparentemente incapaci d’esternare rabbia accentuano all’inverosimile l’indole buona di Peter Parker, specialmente nei momenti in cui il povero Peter viene infastidito da alcuni bulli, i quali tentano con successo di impedirgli di scattare delle buone fotografie durante una gita scolastica, in un centro di ricerca scientifica. Peter non sembra del tutto capace di ribellarsi ai soprusi, e quasi li accetta sommessamente, non curandosi di loro.

  • Dalla carta al grande schermo: l’approdo dell’Uomo-Ragno nella settima arte

La pellicola di Sam Raimi venne girata in un periodo in cui i film sui supereroi potevano ancora essere considerati parimenti ad un appuntamento sporadico. I primi due Superman con Reeve e i Batman di Burton venivano allora, come anche adesso, considerati perle degli anni ’70, ’80 e ’90. Tuttavia, erano prodotti appartenenti ad un tempo relativamente lontano, perché alla fine del Novecento faceva ancora eco l’insuccesso di “Batman e Robin” di Joel Schumacher, lungometraggio che fece precipitare il genere supereroico in un limbo da cui era difficile tentare una risalita. All’inizio del terzo millennio si era ancora alla ricerca di un nuovo eroe da trasporre al cinema. Quando cominciò la lavorazione di “Spider-Man” si procedette con un po’ di sana e spericolata incertezza. Il successo non era scontato come si poteva credere. “Al cinema arriva Spider-Man…” si vociferava in quei mesi che precedettero lo sbarco al cinema del film. Il pubblico sarebbe rimasto senz’altro affascinato da un simile evento, ma sarebbe bastato a garantire un successo planetario?

Come avvenne per Christopher Reeve quando dovette interpretare l’ultimo figlio di krypton al cinema, anche per Tobey Maguire non esistevano esempi di ruolo anteriori al suo nel mondo della settima arte. Prima di lui, nessuno aveva calzato il costume dell’Uomo-Ragno. Maguire dovette studiare movenze peculiari e consuetudini specifiche di un personaggio che fino a quel momento aveva avuto vita solamente tra le pagine colorate dei fumetti e per poco tempo in una serie tv live-action. L’attore dovette modellare il personaggio su di sé, ma ancor di più dovette impegnarsi per farcelo recepire come “vero” e tangibile di primo acchito. E, di fatti, il Peter Parker di Maguire colpisce per la spontaneità, per il suo essere impacciato e per l’umana schiettezza. Tutti noi possiamo riuscire ad empatizzare con lui perché possiamo cogliere il riflesso di noi stessi nei suoi grandi occhi tondeggianti, celati da un paio di occhiali.Lui mi somiglia…” è questo che pensai quando vidi per la prima volta il film. Peter è un ragazzo riservato, studioso, diligente, onesto, intrinsecamente buono, e amante dei fumetti, che ama fantasticare sulla ragazza di cui è innamorato, nonostante non abbia il coraggio di avvicinarla e parlarci. Il primo, grande merito dell’opera di Raimi è quello di aver plasmato la cristallina sagoma di un giovane prossimo a diventare un grande eroe, il nostro eroe.

  • Questa come qualsiasi storia che valga il racconto è a proposito di una ragazza.

Peter è perdutamente innamorato, si da quando era un bambino, di Mary Jane Watson (una splendida Kirsten Dunst), sua compagna di scuola nonché la classica ragazza della porta accanto. Mary Jane, sin dal principio, assume un ruolo di notevole rilevanza nella storia cinematografica dell’uomo-ragno. Addirittura, il volto della giovane, contornato da capelli rosso fuoco, viene mostrato ancor prima di quello del protagonista. Questo perché il narratore, a cui dà voce proprio Peter, vuol mettere in risalto come la storia della sua intera vita ruoti sempre attorno ad una sola creatura femminile. Mary Jane si configura immediatamente come il motore inestinguibile dell’esistenza di Peter. La vita del ragazzo sembra, infatti, cadenzarsi in maniera strettamente connessa a quella della giovane donna. I ricordi più affettuosi che conserva Peter riguardano il primo momento in cui egli vide Mary Jane, e la descrisse alla zia come fosse un angelo. In seguito, Peter rammenterà il momento in cui, in prima elementare, pianse come un bambino quando la vide impegnata in una recita scolastica. Mary Jane è per Peter anche la musa ispiratrice nella creazione del costume di Spider-Man. Come si vedrà in una scena del film, il ragazzo, nel mentre stava disegnando il proprio costume, pensava agli scarlatti capelli della ragazza. Ecco la scelta d’inserire sulla tuta una cospicua dose di rosso. Mary Jane personifica le emozioni più liete e i frammenti di memoria più tersi del protagonista. Ma ancor di più, ella è presente nel momento in cui la vita di Peter cambierà per sempre. Il giovane stava infatti scattando delle foto alla ragazza quando fu morso alla mano da un ragno, fuoriuscito dalla piccola teca in cui stava rinchiuso. E’ interessante notare come l’aracnide che ferirà il protagonista e trasferirà in lui le particolari abilità dei ragni ha una gamma cromatica tra il rosso e il blu, i colori preponderanti del futuro costume di Spider-Man. Peter erediterà le caratteristiche straordinarie di quel ragno geneticamente modificato, sviluppando un considerevole incremento della sua forza fisica, dei riflessi prodigiosi, una vista acutissima, un senso del pericolo ai limiti della preveggenza e la capacità di arrampicarsi sui muri; ma non solo, dalle sue mani, egli potrà d’ora in poi secernere robuste ragnatele.

Peter Parker non è certo il primo essere umano dei “racconti” ad avvicinarsi pericolosamente alle caratteristiche dei ragni. Una figura femminile della mitologia greca è andata incontro a una drammatica punizione ed è stata mutata da donna a ragno. Il suo nome era Aracne e, un tempo, era una tessitrice d’impareggiabile destrezza e maestria. Ricordate l’inizio della pellicola “Spider-Man”, con quella tela immaginaria che avviluppava la totalità dello schermo, tessuta da una creatura elusiva, la quale era invisibile ai nostri occhi? Che quella tela fosse stata intrecciata da Aracne in persona? Già, proprio lei, tessendo le fila di un intro tanto accattivante, avrà magari reso i dovuti meriti alla figura di quell’uomo mortale, il quale ereditò i poteri di una nuova specie di ragno.

  • Avevo già un padre…

Per Peter i poteri acquisiti sono un dono, ed egli si sente speciale. Ma doni del genere non sono un proprio privilegio, devono essere messi al servizio del bene universale. Da un grande potere, derivano grandi responsabilità, glielo ricordava sempre suo zio Ben. Il ruolo a cui assurge zio Ben, nel film interpretato dall’attore premio Oscar Cliff Robertson, è quello di un padre putativo a cui Peter, negli ultimi tempi, non sembra dare il giusto ascolto.

La figura del padre ricorre costantemente nel corso della pellicola e abbraccia molteplici sfaccettature interpretative: Peter ha perduto i suoi veri genitori quando non era che un bambino, ed è cresciuto tra le affettuose cure dei suoi zii, i quali hanno assunto per lui il ruolo di genitori adottivi. Il migliore amico di Peter, Harry Osborn (James Franco), ha invece un rapporto conflittuale col padre, Norman (Willem Dafoe). Harry risente dell’esigua vicinanza che il padre gli concede, e patisce il fatto di non essere ritenuto dal genitore all’altezza del nome che porta. Ciononostante, Harry si dimostra succube nei suoi riguardi, idealizzandolo come un uomo ambizioso, di successo e un ricco magnate. Norman per Harry è un “mito” da compatire e da venerare, un paradosso relazionale fatto di amore e odio. Il rapporto che lega Harry a Norman è complesso, il giovane sembra infatti detestarlo ed ammirarlo al contempo. A tale situazione si aggiunge la sincera ammirazione che Osborn nutre per Peter, cosa che non fa che esagitare in Harry un senso di gelosia. Raimi pone massima attenzione alla resa scenica del particolare legame che accomuna Harry e Norman, poiché esso sarà la causa scatenante dei successivi dissapori che si svilupperanno tra Peter ed Harry nel corso della trilogia.

Sul finale, quando Norman, ridotto allo stremo al termine dello scontro, supplicherà Spider-Man di fermarsi dal colpirlo con una simile foga, gli ricorderà, con fare manipolatorio, come egli abbia cercato di essere un padre per lui. Peter replicherà senza remora alcuna, affermando come egli abbia già avuto un padre, chiamato Ben Parker!

  • Tu ed io siamo esseri eccezionali!

Oppresso dal rimorso per la morte di Ben Parker, Peter abbraccerà, sotto l’ispirazione dello zio, il destino da supereroe. Spider-Man è l’incarnazione di un essere sbalorditivo, un superuomo dalle stupefacenti doti fisiche. Quasi di pari passo alla formazione dell’eroe, avviene la nascita della sua nemesi: Green Goblin. Il lungometraggio di Raimi può essere diviso in due macro-sezioni: la prima introduttiva, ragionata, che procede gradualmente per mostrare la nascita di due esseri eccezionali posti inevitabilmente su due fronti opposti, poiché personificanti la luce e l’oscurità, la speranza e la distruzione, e la seconda che volge l’attenzione allo scontro tra il “buono” ed il “cattivo”. La trasformazione di Norman Osborn nel letale “folletto verde” è inizialmente inconsapevole. Goblin, nella versione di Raimi, era un'entità dormiente che se ne stava sopita nella sfera inconscia del milionario Osborn, ma conseguentemente già esistente. L’incidente in laboratorio alimenterà la megalomania e l’indole crudele e meschina dell’uomo, creando una sorta di dualità schizofrenica tra il “garbato” Norman e lo spietato Goblin. Un dualismo che verrà del tutto figurato quando Norman si rifletterà nello specchio e dialogherà col suo nuovo io come fossero due corpi estranei ma accomunati dal medesimo aspetto esteriore. Goblin si desterà e lentamente prenderà il completo controllo su Norman. Se per Peter i poteri saranno, in parte, un dono, per Goblin le micidiali qualità acquisite diverranno una maledizione che muterà del tutto la sua coscienza.

Nella trilogia di Raimi ricorre il tema della “possessione”. Tutti gli antagonisti, sia Goblin che Octopus che lo stesso Venom, sembrano mancare di lucidità, di un razionale controllo sul loro insano operato, una volta in grado di padroneggiare i loro poteri. Goblin assumerà il possesso di Norman, Octopus verrà piegato ai tetri suggerimenti dei suoi bracci meccanici dotati di intelligenza artificiale, e ancora il simbionte dominerà a proprio piacimento la già dubbia moralità di Eddie Brock. Tale “possessione” comincia a perpetrarsi attraverso un’interazione sommessa e progredisce mediante la manifestazione di una sinistra voce che manipola il raziocinio del cattivo di turno. Ecco che i bracci meccanici circuiscono il dottor Octopus, la forza oscura del simbionte inietta la sua volontà vendicativa all’uomo a cui si unisce, e la voce di Goblin manipola la mente già provata di Norman Osborn.

Quella di Green Goblin è una voce diabolica, udibile ma priva di forma, che echeggia negli angoli della grande villa degli Osborn. Norman la ode, come fosse un truce verbo che giunge dal remoto e che guasta i suoi pensieri fino a irretirlo e portarlo a inquietanti ragionamenti. Osservando la grande stanza in cui l’antagonista comincia a genuflettersi alla volontà di Goblin, è possibile notare come Norman “collezioni” molte maschere etniche dai caratteri sinistri. La stessa maschera di Goblin sembra essere stata scelta implicitamente da Norman poiché rappresentante una leggendaria creatura folkloristica portatrice di sventure. Lo stesso volto di Willem Dafoe non è che una maschera torva e minacciosa. Le sue espressioni trucide verranno occultate solamente quando indosserà la maschera di Goblin, la quale, per quanto bieca, permanendo in un immobilismo espressivo, farà in modo che sia la voce dell’uomo ad intimorire più che la sua effettiva espressione. La voce dell’eroe e dell’antagonista in “Spider-Man” assume una valenza contrastante, e supera il valore estetico delle maschere indossate dai due personaggi.  Sia di Spider-Man che di Goblin, quando indossano i loro costumi, non vediamo mai i volti, in quanto nascosti delle maschere, eccetto che nel finale. Se però la voce dell’Uomo-Ragno è sempre amichevole, rassicurante, dolce come quella che ci si aspetterebbe di sentire da un nobile difensore, quella di Norman sarà sempre aggressiva. La maschera di Goblin appiattisce l’espressività dell’antagonista: essa resta ferma in una posa che mantiene le fauci del folletto spalancate a mostrare i suoi denti aguzzi. Eppure, da quella maschera sprovvista di alcuna mimica la voce dell’uomo emerge con un’impronta sinistra: questo perché nelle intenzioni del regista, ancor più del costume di Goblin, è l’uomo che si nasconde al suo interno ad essere più pericoloso, non certo l’immagine distorta che si è opportunamente creato.

  • Mi trovavo nei paraggi

Sotto una pioggia scrosciante, l’Uomo-Ragno viene giù lentamente, restando aggrappato alla ragnatela. In corrispondenza al suo volto mascherato, vi è Mary Jane, il cui viso bagnato dall’incedere della pioggia è prossimo a sfiorare quello dell’eroe che l’ha appena salvata. La ragazza si appresta a rimuovere in parte la maschera di Spider-Man sino a lasciargli scoperta la bocca. Le labbra della donna e dell’uomo si toccano e ne segue un intenso e appassionante bacio. Questa, insieme a molte altre presenti nella pellicola, è una delle scene ad essere entrate nel cuore di ogni appassionato e che fanno dell’opera di Raimi un film splendido, vero fiore all’occhiello del genere supereroico. Peter, usufruendo della sua identità segreta di Uomo-Ragno, riesce a dare così un bacio alla donna amata. Sempre sfruttando il suo alter-ego, consapevole dell’immagine che l’eroe sa emanare nel cuore di Mary Jane, Peter potrà confessarle ciò che da sempre prova per lei, fingendo di riportare solamente le parole proferite dall’eroe mascherato nei riguardi della ragazza. Una confessione colma di un romantico sentimentalismo, che farà battere fortemente il cuore di Mary Jane, ma non nei riguardi del supereroe quanto, invece, nei confronti dell’uomo che le sta pronunciando dinanzi a lei. Spider-Man e Peter Parker divengono agli occhi di Mary Jane la medesima persona che l’ama con tutte le sue forze, anche se lei non se ne rende ancora conto.

Sam Raimi col suo “Spider-Man” ha pennellato un’opera avvincente, emozionante e visivamente ben confezionata. Funziona tutto nel primo capitolo di questa trilogia. “Spider-Man” ha fatto da apripista ai successivi film sui supereroi: dal complesso “Hulk” di Ang Lee al “Batman Begins” di Christopher Nolan, capostipite della straordinaria trilogia del cavaliere oscuro.

Spider-Man - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Lo “Spider-Man” di Raimi è l’inizio di un viaggio e per tale ragione si conclude con la presa di coscienza delle fortune e delle rinunce che un vero eroe deve saper accettare: Peter Parker rinuncerà a ricambiare l’amore di Mary Jane per evitare il rischio d’esporla a un grave pericolo. Un sacrificio che certificherà l’accettazione da parte del protagonista che l’essere Spider-Man è tanto un dono quanto una maledizione.

Nell’intera trilogia di Raimi, come vedremo, i poteri avranno questa doppia natura, che infonderà in egual misura gloria e dannazione a chi avrà la fortuna di possederli, come accadrà, altresì, al Dottor Octopus.

Voto: 8,5/10

[Continua con la seconda parte…]

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ariel e Re Tritone - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, una giovane principessa viveva in un castello splendente. Benché avesse tutto quello che poteva desiderare, la giovane era infelice, malinconica e riservata. Non era viziata, tanto meno egoista, figuriamoci se poteva essere cattiva. Era una persona molto diversa da quel principe a cui in origine si riferivano le parole introduttive con cui ho aperto questo mio testo e che ho voluto rivisitare per l’occasione. La fanciulla in questione era un’anima buona, una creatura delicata e sensibile. Il suo cuore si era già schiuso all’amore quando era appena sbocciata come ragazza…metà donna, metà pesce. La principessa non necessitava dell’intervento di una fata che ne maledicesse il suo corso, e la tramutasse in un’orrenda bestia per far sì che, attraverso l’esperienza catartica di una mutazione corporale, il suo animo si aprisse all’amore. La dama del mare cui faccio riferimento era uno spirito ricolmo di dolcezza. Eppure, desiderava andare incontro a una trasformazione. Mediante una magia, voleva mutare parte del proprio corpo, rinunciare alla sua bella coda pinnata per due esili, sia pure aggraziate, gambe umane; non voleva più le squame, ma solo una candida e liscia epidermide. Con le sue pinne non poteva ballare e questo l’addolorava. Si era stancata di nuotare, lei voleva semplicemente camminare.

  • I sogni di una principessa

Ancor prima di nutrire questo desiderio e di anelarlo con tutte le sue forze, la principessa era giovane e bella, e trascorreva le giornate nuotando attorno al grande castello scintillante che presiedeva il regno sottomarino nel quale viveva.  Quando smetteva di nuotare era solita soffermarsi ad osservare, con occhi interessati, la statua di un uomo. Si trattava di una scultura di pietra bianca finita nelle profondità del mare, venuta giù dall’alto, discesa da quello che per le creature del mare era il “cielo”, vale a dire una tavola azzurra che noi umani definiamo abitualmente “superficie marina”. Per le creature che vivevano negli abissi, la superficie dell’acqua è un cielo sempre blu, poiché privo di nuvole. Come “un superstite”, quella scultura uscì indenne dal naufragio di una nave, o forse fu gettata volutamente da un’imbarcazione alla deriva, costretta a ridurre il carico per mantenersi sopra la linea di galleggiamento, un po’ come si crede che accadde a due splendide statue bronzee risalenti al V secolo a.C. e rinvenute per caso a pochi metri dalla costa nell’estremo sud dell’Italia.

Nessuno sapeva quale fosse il triste destino di quell’opera plasmata dalle sapienti mani dell’uomo, ma essa venne rinvenuta dalla principessa, la quale cominciò a rimirarla con devozione. Nei giorni a seguire, la giovane volle portare la statua nella sua aiuola, e sopra i sassolini che intanto aveva radunato per cingere la scultura, vi depose vistosi fiori rossi, come se nelle sue intenzioni volesse creare un piccolo giardino, in cui poter contemplare in solitudine la bellezza di quella creazione, immaginando d’essere in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Quand’ecco che, un giorno, la nonna della principessa iniziò a reclamare a palazzo la presenza della cara nipote, finché la vide seduta comodamente sul fondale a rimirar ancora e sempre la scultura. La nonna avvicinò a sé la principessa e cominciò a raccontare a lei e alle sue sorelle i segreti e le storie della famiglia e del loro essere sirene.

La nostra principessa era a tutti gli effetti una sirena, ma poteva benissimo essere considerata ancora una bambina. Lei era la figlia più piccola del re dei mari. Andersen, nella sua fiaba, non ci dice molto circa la vita, il carattere e soprattutto l’aspetto del regale padre della protagonista del suo racconto. Sappiamo soltanto che il papà della sirenetta è rimasto vedovo. Il re del mare è una presenza lontana, che fugge dalle indagini di ogni lettore. Non viene per nulla figurato, eppure la di lui regale presenza indugia nella nostra immaginazione, come fosse un alone evanescente, “un’idea” solo accennata ma dalla valenza tale da essere quasi onnipresente. Nello scorrere della lettura, lavorando un po’ di fantasia e molto d’immedesimazione, si può provare a supporre cosa il re abbia provato durante la triste e straziante vicenda vissuta dalla più tenera delle sue eredi. Un fatale destino a cui il regale genitore non potrà porvi rimedio.

Alla nonna, sirena più anziana, spetta il compito di educare con saggezza e amore le proprie nipoti. La grande regina spiega alle fanciulle che le sirene possono vivere molto più a lungo degli esseri umani, ma quando la loro vita cesserà, non resterà alcunché di loro, e si dissolveranno in spuma del mare. Gli uomini, invece, possiedono un’anima, e possono raggiungere l’immortalità. La nonna, quando insegna ciò che sa alle sue nipoti, mostra un affetto sempre crescente per la più piccola di esse, perché intuisce la sua insoddisfazione. La sirenetta viene come investita, nel suo intimo, dal peso delle parole proferite dalla nonna: le si stringe il cuore ad immaginare ciò che l’attenderà un giorno. Lei non vuol morire. La sirenetta vuol avere in dono un’anima immortale.

Le sirene non possono salire in superficie se non dopo aver compiuto il quindicesimo anno d’età. La saggia regina, allora, soddisfa la curiosità delle giovani narrando antichi aneddoti relativi al mondo al di là del “firmamento” siffatto di marosi: il mondo degli uomini. Di anno in anno, al compimento dei tre lustri, ogni sirena nuota fino alla remota superficie per osservare, con le dovute precauzioni, ciò che si nasconde oltre i confini del mare. Mi domando se, al completamento di ogni viaggio iniziatico delle sue figliole, il re padre avesse provato il timore di poterle perdere. Magari in lui albergava la paura che gli uomini, passando da quel preciso braccio di mare a bordo dei loro maestosi vascelli, potessero scorgere una sirena emergere da uno spicchio d’acqua col suo tronco nudo. Il re poteva altresì inorridire all’idea che i marinai lanciassero le reti e tentassero di rapire una delle sue figlie. L’antico monarca avrà pur visto ciò che spesso gli uomini di mare “issavano” al di sotto della prua delle loro veloci golette: sagome di legno intagliate e dipinte che ritraevano sirene. “Le sirene per gli uomini non sono che esseri pericolosi, o prede da catturare e osteggiare…” - avrà supposto tra sé. Tuttavia, il padre delle sirene non poteva impedire loro d’essere libere, doveva lasciare andare le sue figlie, con la speranza di poterle rivedere.

Per sua fortuna, al loro ritorno, ogni sirenetta rientrava senza essersi imbattuta in alcun imprevisto. Tutte mostravano sempre diffidenza, ammettendo di preferire in tutto e per tutto quello che si poteva trovare in fondo al mar

Quando arrivò finalmente il suo momento, la sirenetta risalì i fluttui con il cuore palpitante di gioia. Nei giorni seguenti, la sirenetta continuò a nuotare in superficie, ondulando la sua splendida coda, saltando quando nessuno poteva vederla e rituffandosi in acqua solo dopo essere stata accarezzata dal vento. Una notte assistette persino a un temporale, e vide lo sfavillio improvviso di un fulmine che rischiarò il bianco di un iceberg che sostava in quei pressi. Fu durante quel fortunale che la sirenetta vide un vascello in balia della furia del mare, e un principe appena caduto tra le onde. Sarebbe morto se non fosse intervenuta lei. Lo salvò, lo condusse a riva e cantò per lui. La giovane sirena se ne innamorò al primo sguardo: lui era la personificazione di quella statua che aveva mirato per anni. La sirenetta è, adesso, mossa da un duplice desiderio che la rende forte e intelligente come nessun’altra tra le sue simili: è pronta a sacrificare se stessa pur di poter vivere un amore apparentemente impossibile, ed è anche pronta a trasformare il proprio corpo per sperare nell’immortalità: vuol diventare umana per poter amare e…vivere.

Quel giorno in cui la sirenetta incontrò il principe, il re dei mari, inconsapevolmente, cominciò a perdere sua figlia.

  • L’amore di un padre

I connotati del volto del re non ci sono pervenuti. Andersen non volle soffermarsi a descrivere le particolarità di un viso regale quale doveva essere quello del sovrano dei mari. La concentrazione dello scrittore, quando compose i passi della sua fiaba, era rivolta soltanto a delineare la figura della sirenetta, la sua figlia più cara. Per Andersen la sirena era tanto una creatura partorita dalla sua mente quando una proiezione di una parte del proprio essere, del proprio vissuto e del proprio sofferto. Nella trasposizione cinematografica della Walt Disney, “La sirenetta”, il padre della protagonista necessitava di un’estetica ben definita. Gli artisti scelsero di disegnarlo come le fantasie comuni tendono a richiamare le sembianze dei grandi re del passato. Un sire non è tale se sul capo non porta con fierezza una corona d’oro e, ancora, se la sua fisicità non emana l’austerità regale dei grandi monarchi. Il padre della sirenetta del lungometraggio d’animazione è rappresentato come un solenne tritone, la cui fisicità emana un’aura di assoluta imponenza. Quel poco del suo volto che è visibile all’occhio, poiché il resto è del tutto coperto da una folta barba bianca, sono i suoi grandi occhi cerulei. Re Tritone brandisce tra le mani un tridente, simbolo per antonomasia del dio greco Poseidone, di cui forse Tritone è diretto discendente. Come nella fiaba, il re è sopravvissuto alla moglie, la regina Atena, perita, probabilmente, per mano dei pirati.

Nel film, Re Tritone è padre di sette figlie. La più giovane tra loro è Ariel, una sirenetta di sedici anni. Il padre appare agli occhi delle sirene come un genitore severo. Ciononostante, Tritone è molto legato alla sua famiglia, anche se fatica a comprendere il carattere di Ariel, molto riservata e estremamente attratta dal mondo degli uomini. Tritone ha posto un veto inviolabile: è severamente vietato avventurarsi oltre i sicuri confini del regno, tantomeno spingersi fino alle rive, presiedute dagli esseri umani. Ariel, all’insaputa del padre, è solita raccogliere oggetti appartenuti agli uomini, che rinviene tra i relitti, e li nasconde in una grotta in fondo al mare. Tra i tanti reperti custoditi c’è anche la statua bronzea di Eric, un principe scampato alla morte grazie al provvidenziale intervento dalla sirenetta e di cui lei ne è perdutamente innamorata. Quando il padre scoprirà il rifugio segreto di Ariel, avrà una reazione d’ira e distruggerà quanto potrà coi poteri del suo tridente. Ariel fugge via, impaurita dalla furia del genitore, per diventare un’umana e tentare di farsi amare dal principe.

Il re non ha mai dato un sufficiente peso alla passione che la figlia nutre per il mondo degli esseri umani, e all’amore che ella prova per il principe. Il momento in cui punirà la figlia, annientando quei simboli che le donavano conforto in un mondo che non sente suo, Tritone si lascerà dominare da una rabbia apparentemente ingiustificata. Il re assume i contorni di un vile, di un cruento distruttore di sogni, ma invero egli è oppresso da un dolore recondito, esacerbato in lui dall’incomunicabilità che vige nel rapporto con Ariel. Il re non riesce a comprendere cosa stia avvenendo in sua figlia, e al contempo Ariel soffre l’incapacità di non riuscire a farsi capire pienamente dal padre. Tritone patisce una tremenda paura, si rende infatti conto che Ariel le sta sfuggendo dalle dita senza che lui possa far nulla per fermarla. Ariel si allontana dalla presa protettiva del padre per imboccare una strada che la porterà laddove lui non potrà mai raggiungerla.

Ariel è frapposta ad un duplice amore: quello provato da un re, un amore paterno, e quello ricambiato da un principe, un amore spirituale e carnale che la porterà ad abbandonare il regno del mare per vivere sulla terraferma. Il padre incarna così l’acqua, l’origine della sirenetta, il suo passato; il principe, invece, rappresenta la terra, il passo successivo nella vita di questa eterea creatura del mare, il suo futuro. Ariel nella sua “trasfigurazione” fisica sacrificherà una vita per abbracciarne una nuova. Lo farà rischiando tutto ma sospinta da un amore inesauribile che verrà compreso, solamente alla fine, dal suo adorato padre. Lui la osserverà seduta su di uno scoglio a pochi metri dalla riva, sconsolata, e in quel preciso istante capirà che dovrà lasciarla andare. “Nemmeno immagini quanto mi mancherà, Sebastian…” sussurra sommessamente il sovrano al suo granchio fidato dal “guscio” rosso, consigliere di corte e maestro d’orchestra.  A quel punto farà dono alla figlia della libertà: la trasformerà in una ragazza umana. “La sirenetta” della Walt Disney racconta, altresì, l’amore incondizionato e il sacrificio di un padre che permetterà alla sua piccola di andare via.

La saggia decisione attuata dal padre garantirà alla sua giovane figlia la felicità. Non potrà fare lo stesso il re dei mari nella fiaba di Andersen, il quale assisterà impotente alla morte della sua figlioletta e al suo progressivo disfarsi in spuma del mare. Il re, la nonna e le sue sorelle intoneranno una nenia funerea, prima di notare come l’anima della principessa abbia raggiunto l’immortalità, divenendo uno spirito dell’aria, quella stessa aria che la Sirenetta sentì per la prima volta sulla sua pelle quando emerse dagli abissi e rivolse le sue graziose gote al mondo circostante.

  • L’immortalità è nel cuore di un re

Ne “La sirenetta” della Disney, si intuisce come Ariel voglia molto bene al padre. La dolcezza con cui l’abbraccia, poco dopo essersi sposata con Eric, ne è una splendida testimonianza.  Re Tritone era riuscito a salvare la figlia, ma come la sua controparte letteraria, aveva perduto la propria compagna e doveva sedere accanto a un trono vuoto.

Ariel ed Eric - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Personalmente sono solito immaginare Ariel mentre nuota verso il padre, sorprendendolo alle spalle con delicatezza mentre egli siede sul suo trono. Neppure in quei lieti frangenti, il grande sovrano cede la presa del suo tridente, come se il restare aggrappato alla sua arma gli doni una senso di sicurezza e serenità. Quella medesima quiete che ha perduto il triste giorno in cui scomparve la sua amata sposa. Sorridendo, nelle mie fantasie, Ariel accosta all’orecchio del re una conchiglia, e invita il padre a udire i suoni custoditi al suo interno. Il re non ascolterà la melodia dell’oceano fuoriuscire da quella conchiglia. Mi piace immaginare che sentirà il canto, soave e ammaliante, della sua indimenticata consorte. Seguito ancora a fantasticare che la voce melodiosa della madre di Ariel sia stata “catturata” da ogni conchiglia che giace nel castello del regno di Atlantica, libera di carpire il canto della sua regina e di serbarlo tra le fessure. Semplicemente accostando l’orecchio, ogni conchiglia potrà far riecheggiare i versi che Atena, spesso, intonava quando nuotava, così che Tritone riesca a sentirla ancora vicina a sé, aggirando il volere della morte.

In egual maniera, il re dei mari della fiaba originale potrà anch’egli sconfiggere la morte: quando risalirà su dal suo mondo sommerso, dovrà far sì che il suo viso si stagli oltre lo specchio delle acque e venga accarezzato da una lieve brezza. Sarà proprio la figlia tramutata in aria che, soffiando dolcemente, lascerà un bacio sulle purpuree guance del genitore.

La regina e la figlia, le due sirene, sia nella fiaba che nel cinema, non sono mai andate perdute: esse continuano ad esistere nel cuore di un re buono che vive in fondo al mar.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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