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"Gandalf fronteggia il Flagello di Durin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Attraverso l’acqua e le fiamme

Quand’erano innevate, le Montagne Nebbiose somigliavano ad una vasta distesa canuta, un candido manto che ornava l’azzurro del cielo. Non tutti appellavano le Montagne Nebbiose in tal modo. Alcuni prediligevano soprannominarle Torri Brumose, poiché erano alte, slanciate come imponenti pinnacoli, e massicce come torrioni fortificati. Su quelle vette regnava un assoluto silenzio. Ad una tale altitudine nulla turbava mai il laconico sereno della natura. Un giorno, però, l’eco di un conflitto scosse la placida alba. Urla intimidatorie e versi frastornanti irrompevano dal profondo, frantumando lo spessore delle rupi. Una battaglia stava infuriando nel ventre della montagna, nell’oscuro subbuglio dell’antico reame di Moria.

Al principio de “Il Signore degli Anelli – Le due torri”, la cinepresa di Peter Jackson sorvola una catena montuosa, osservando la stessa con astratta ammirazione, ed eternando la bianca appariscenza della coltre di neve adagiata sulle grandi cime. Tuttavia, il regista non può soffermarsi a lungo ad immortalare quel paesaggio fantastico, poiché il clamore del combattimento richiama ineluttabilmente la sua attenzione. Il cineasta orienta, dunque, il proprio sguardo impassibile sul fianco del massiccio roccioso, sino ad oltrepassare la spessa materia e a giungere presso il ponte di Khazad-dûm.In quei vasti antri si estendeva l’arcaico reame nanico. Le grida di dolore, di resistenza, che filtravano forti, varcando i confini delle miniere, erano quelle di Gandalf, prossimo a sacrificare la propria vita per arrestare l’avanzata del flagello di Durin.

Questo mostro d’origine antica dimorava negli oscuri cunicoli delle montagne. Ivi dormì per millenni fin quando il loculo pietroso che serbava il suo sonno non fu spalancato. I nani di Moria scavarono a fondo con avidità e ingordigia. Infrangendo la pietra, solcando la roccia, i Lungobarbi erano soliti rinvenire un prezioso metallo: il mithril. Con questo raro minerale i nani forgiarono i cancelli occidentali del regno. Gandalf scambiò quell’argento rifulgente per ithilden quando raggiunse le mura di Moria, al culmine della sua vita terrena. Il mithril costituì, per una moltitudine di decenni, l’inestimabile tesoro della grande città di Nanosterro. La bramosia di recuperare più Argentovero portò i figli di Aulë a condurre i loro scavi sempre più in profondità. Nel buio, disseppellirono un terrore innominato. Dapprima, essi videro una grande ombra all’interno della quale si stagliava una figura intrisa di fuoco. Occhi rossi si dilatarono d’improvviso, una fiamma si levò alta formando una folta criniera, rossa e giallastra, sul volto occultato dell’essere. Due masse nebulose simili a delle enormi braccia si mossero, e materializzarono una spada fiammeggiante.

Qualcuno, un tempo, disse che la scoperta, più spesso di quel che si creda, non possiede nulla d’eccezionale. Essa è una penetrazione attiva che distrugge ciò che esplora, e non è altro che uno stupro perpetrato su di una vergine realtà. Nell’esplorare ogni angolo remoto della montagna e nel voler giungere sino al cuore buio della stessa, i nani compirono la loro più grande e terrificante scoperta. Ridestarono un male atavico ed arcano, dileguatosi nelle atroci memorie di un’era oscura, in cui Morgoth mosse guerra contro i Valar. Il Balrog fu una scoperta infausta, adempiuta per un desiderio d’irraggiungibile sazietà, che distrusse la pace di una natura irrimediabilmente contaminata. Quando le fiamme del demone tornarono ad accendersi, rosse e spaventose, i nani furono decimati. Moria divenne un sepolcro smisurato, in cui l’Ainu immondo poté risiedere per innumerabili lustri. La punizione per l’avarizia dei Lungobarbi si espletò in quel momento. Quel Balrog, come tutti i suoi simili, era un Maia, un essere d’origine divina. I Balrog vennero sedotti da Melkor ed assunsero, una volta discesi su Arda, l’aspetto di demoni avvolti nel fuoco più intenso ed inestinguibile.

Quando Tolkien concepì i Balrog richiamò a sé, nuovamente, l’elemento narrativo della corruzione angelica. Tolkien trasse più volte ispirazione dal racconto biblico per stilare la cosmogonia del proprio universo fantastico. I primissimi figli di Eru, il Dio della mitologia Tolkieniana, furono i Valar. Tra essi, Melkor si distinse come il più potente. Egli cominciò a covare, ben presto, desideri oscuri, e scelse di ribellarsi al suo Creatore. Nelle credenze cristiane, Lucifero risultava essere il più bello e splendente degli arcangeli. La sua magnificenza veniva espressa, anzitutto, dal suo nome, il quale soleva significare “portatore di luce”. Sul volto di Lucifero calò sin da subito l’oscurità e la sua mente si fece nera. Egli si ribellò al volere di Dio, considerandosi superiore a Lui. Sia Lucifero che Melkor, una volta discesi sulla Terra, seminarono il male nel Creato. Entrambi verranno conosciuti con appellativi nuovi e tanto differenti: Lucifero, stando alla tradizione cristiana, diverrà Satana, Melkor, negli scritti del Professore, Morgoth.

Deturpati dalla malvagità del loro Signore e padrone, Morgoth, i Balrog assunsero fattezze demoniache, passando da esseri celestiali a creature infernali. Dai corpi mortali su cui si incarnarono fecero esacerbare il fuoco avvampante. I Balrog sono “angeli dannati” e sembrano promanare sulla Terra le fiamme degli Inferi.

Quando i 9 viandanti affrontarono le lunghe tenebre di Moria intravidero in lontananza il fascio di luce infuocata effuso dal demone. Al suo manifestarsi, gli orchi di Moria fuggirono terrorizzati. Non appena Gandalf identificò quel guizzo di fulgore con la denominazione di Balrog, l’occhio di Jackson si soffermò sul volto atterrito di Legolas. Non una scelta casuale. Il figlio di Thranduil, come tutti gli elfi, aveva memoria del devastante potere di quell’entità. Dinanzi alla compagnia dell’Anello, il Balrog emerse dalle fiamme e ruggì. Il mostro bruciava senza consumarsi e, poggiando gli arti inferiori al suolo, faceva sì che un fumo nero esalasse sino a disperdersi nel nulla. Gandalf fece precipitare la tremenda creatura nel baratro, ma essa non si dette per vinta. Brandì la frusta incandescente ed afferrò la gamba dello stregone, trascinandolo nell’abisso. Tutto sembrò ripetersi ma qualcosa, all’inizio de “Le due torri”, cambiò. Gandalf non scomparve, esanime, nell’oblio, come mostrato ne “La compagnia dell’Anello”. Non appena Mithrandir lasciò la presa, la musica si fece alta, il ritmo avvincente. La camera di Jackson si tuffò nella voragine e seguì la caduta del fu Olórin. Il sipario sul fato di Gandalf non era ancora calato. Jackson, nel primo capitolo della trilogia, dovette congedarsi in fretta dallo stregone. Non poté trattenersi, volle seguire la fuga della compagnia dalla miniere, e catturare la disperazione dei loro pianti. All’inizio del secondo capitolo, Jackson decise di tornare indietro, per render più chiaro il destino di Gandalf. Il grigio pellegrino precipitò nel vuoto, riafferrò la spada e proseguì il combattimento con questo titanico nemico.

"La caduta di Lucifero" - Gustave Doré

Il Balrog cadde dal suo regno verso una voragine inesplorata, esattamente come accadde a Lucifero, gettato giù dalla volta celeste. Le ali del Balrog, per come sono state rappresentate nella pellicola, mi riportano alla mente le ali angeliche dello stesso Lucifero, così come egli venne dipinto da Gustave Doré. Su quella "tela", Satana precipita dal cielo stellato, abbandona la fulgida luce di Dio per addentrarsi nella dimensione terrena.

Il fuoco propagato dal Balrog illuminò il buio. Gandalf trafisse più e più volte l’epidermide rovente del demone. I due terminarono la loro caduta su di un lago sotterraneo che smorzò il calore dell’essere. Al contatto con l’acqua, il flashback ebbe fine e Frodo si risvegliò. Era tutto un sogno del mezzuomo, o invero una visione onirica ma veritiera di ciò che effettivamente accadde. Perché Frodo vide in sogno la prosecuzione del destino di Gandalf? Di certo, perché il portatore dell’anello nutriva ancora dolore nel suo cuore, ma non solo. Frodo sentiva altresì il rimorso. Fu proprio lo hobbit a scegliere di valicare le Miniere di Moria. Quando Gimli, sul passo di Caradhras, incalzò con i suoi consigli, Gandalf, consapevole dei pericoli, lasciò la decisione finale al portatore. “Colui che porta l’anello decida!” – disse lo stregone. E lo hobbit rispose: “Attraverseremo le miniere!”.

Frodo, senza colpa, scelse l’unica via rimasta, il sentiero che avrebbe trascinato Gandalf nell’abisso. Lo Hobbit avvertiva un ingiustificato senso di colpa, proseguì poi sull’impervio cammino con Samwise, quando entrambi intuirono d’essere seguiti.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La pietà di Bilbo può cambiare il destino di molti

Sam ammise, scoraggiato, d’essersi smarrito. Sia lui che Frodo erravano incerti verso una meta che non riuscivano in alcun modo a raggiungere. Al calar della notte, una creatura denutrita e pallida si avvicinò. Quest’essere parlava tra sé e sé a voce alta, manifestando una rabbia mai sopita, un odio non svanito. “Ladri, ladri, ce l’hanno tolto, rubato!” – seguitava ad affermare tale viscida figura.

Frodo e Sam lo sorpresero di colpo e bloccarono Gollum a terra. I due hobbit sapevano d’essere osservati e attesero le tenebre per catturare quello scarno segugio. Gollum, per avere salva la pelle, offrì ai mezzuomini i propri servigi: giurò sul tesoro di guidare Frodo sino a Mordor. Gollum era un viaggiatore esperto e sapiente, un barcaiolo astuto ed un abile arrampicatore. Poche erano le destinazioni in cui non riusciva a giungere ed i luoghi in cui non poteva accedere.

La pietà di Bilbo cominciò ad indirizzare il destino di Frodo e dell’anello. I due hobbit, incapaci di raggiungere il Monte Fato da soli, troveranno nella cruenta personalità di Gollum un alleato sul loro tortuoso percorso. I tre viaggiatori verranno, nuovamente, braccati dai morti. Al guado del Bruinen, gli spettri dell’anello erano stati spazzati via dalle acque burrascose scatenate da Arwen. Tuttavia, essi non annegarono nella limpidezza del fiume ma riaffiorarono dal putrido dei loro residui. I Nazgul sovrastano, adesso, la cupola celeste in sella a fiere alate. Queste bestie dalle ali a guisa di pipistrello emettono versi stridenti che terrorizzano i poveri mezzuomini. I cavalieri neri scrutano come falchi tenebrosi gli acquitrini nel vano sforzo di adunghiare incauti viandanti. Gollum rammenterà a Sam che i “fantasmi dell’ombra” sono impossibili da uccidere e che non cesseranno mai di tallonarli. Volando nel cinereo del cielo, il Nazgul si dileguerà poco dopo.

"Spettro dell'Anello" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il passato di Gollum è impregnato di mestizia, d’orrore e di peccato. Il suo corpo minuto, e la sua fisicità emaciata, sofferente, consumata, esternano la deformazione della malvagità. Ancor prima che nella mente, egli appare mostruoso e terribile nel corpo. Gollum, un tempo, fu Smeagol, ma del suo passato “umano” non era rimasto che un debole pressappoco. L’anello aveva trovato Gollum cinquecento anni prima. Nel fondale del fiume Anduin, esso luccicava come una moneta d’oro dalla doppia faccia. Come un’esalazione tossica, l’Unico traviò la mente di Smeagol, curvò il suo corpo, impallidì la sua epidermide.  Soltanto un colore restò ben visibile in quel cadavere nomade: l’azzurro dei suoi occhi. L’anello divenne per Smeagol la sua unica ragione di vita. Egli vincolò a quel male la sua anima, e il suo corpo iniziò a deformarsi di pari passo alla malvagità che l’Unico riversava nel suo cuore. Similmente ad un personaggio della letteratura inglese, concepito dalla prolifica penna di Oscar Wilde, Gollum “vendette” la propria anima al peggiore dei mali. Ma se il personaggio dell’opera letteraria di Wilde, nonostante gli orrori commessi, riusciva a mantenersi giovane e attraente poiché una tela dipinta inorridiva al suo posto, Gollum non poté fare altrettanto: ogni suo peccato, ogni sua torbida azione, ogni sua oscura e tormentata contemplazione all’anello finì per deturpare sempre di più il suo corpo. Smeagol divenne l’orripilante Gollum, e la sua disgustosa fattezza fu la testimonianza della sua contaminazione. Col passare del tempo, Gollum sviluppò una doppia personalità. Iniziò a parlare da solo, a dialogare animosamente con se stesso, come se al suo interno si celassero due persone diverse e ben distinte. Gollum patisce quella che sembra essere un’astrusa ed enfatica schizofrenia. Due caratteri, differenti, oscillanti tra passato e presente, dilaniano la coscienza dell’essere: Smeagol e Gollum. Pertanto, egli si rivolge a se stesso usando il plurale. Non tollerando più la luce del Sole e della Luna, Gollum si nascose nelle caverne.

La Luna, quando è al suo ultimo ciclo, giace nel cielo tonda e opalina e simile a una moneta. Gollum non riesce a sopportare i raggi che da essa “scintillano”. Egli menziona quel corpo celeste, bianco e solitario, tra i versi di una delle sue bizzarre filastrocche: “Fredda è la mano, le ossa e il cuore. Freddo è il corpo del viaggiatore. Non vede quel che il futuro gli porta quando il sole è calato e la luna è morta.”

La luna piena è uno spicciolo tondo. Un antagonista dei fumetti DC Comics osò paragonare la luna ad un gran dollaro d'argento lanciato da Dio, caduto nel firmamento con la faccia segnata all’insù. Harvey Dent, come Gollum, soffre una dualità schizofrenica. Il suo volto disgiunto a metà, ustionato su di un solo lato, rappresenta la suddivisione della propria personalità, sospesa eternamente tra bene e male. In un mondo governato dall’ingiustizia, “Due Facce” ha trovato nella propria moneta d’argento l’unico giudice imparziale. Tale moneta non è come tutte le altre, essa possiede una particolarità che la rende speciale. Non ha una testa ed una croce bensì due teste: una integra e l’altra sfregiata dallo stesso Dent. Lanciando tale moneta, Harvey affida alla sorte l’esito di qualsivoglia scelta. In quell’oggetto, confluiscono le due personalità di Due Facce, così come nell’Unico Anello si congiungono le due nature di Gollum. Sebbene siano personaggi notevolmente differenti, entrambi hanno affidato le loro intere vite ad un “gingillo luccicante”, rimirando lo stesso con totale devozione. Harvey in quella moneta ha rinvenuto il suo futuro, Gollum, invece, mediante l’Anello ha subito la propria sventura.

Gollum odia e ama l’anello esattamente come odia e ama se stesso.

"Gandalf, il bianco" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Al mutare della marea

Aragorn volge l’orecchio alla nuda roccia e ascolta, inerte, il suo fievole parlato. Il suono recondito prodotto dalla terra guida il ramingo. “Affrettano il passo” – egli dice – “ci devono aver fiutati. Presto!” conclude poi.  Gli orchi corrono come destrieri imbizzarriti, aizzati dai colpi di frusta. Aragorn riesce a carpire il rimbombo del loro “galoppare” e sente che essi si stanno allontanando. Granpasso, Legolas e Gimli stanno proseguendo l’inseguimento per ritrovare un drappello di Uruk-hai. I tre spingono la loro ricerca sino alle verdi praterie di Rohan, la dimora dei Signori dei Cavalli. Raggiungeranno, in seguito, la foresta di Fangorn, luogo in cui si persero le tracce dei due mezzuomini.

L’uomo, l’elfo ed il nano varcano con timore la soglia della boscaglia. La foresta, così come rappresentata nel lungometraggio, appare plumbea; i raggi del sole riescono appena ad infiltrarsi tra il groviglio di rami. Quegli alberi alti e robusti, dotati di un poderoso apparato radicale si estendevano prepotentemente nell’intimità velata del terreno. Foglie rattrappite ricoprivano i tronchi, e piante appassite giacevano al suolo, cupe e tristi. Quella foresta era molto vecchia e malata. Echeggiavano versi provenienti dal suolo freddo, che si disperdevano nell’aria. Gli alberi dialogavano tra loro, facendo sì che dalle fronde fluisse un’eco di dolore e di collera. Fangorn era stata ferita, maltrattata, e le creature viventi della foresta erano cresciute incupite e torve. Avviluppati dalla densa vegetazione, Aragorn, Legolas e Gimli scorsero un viatore, dalla veste chiara come albume, vagare nel verde fiacco ed esangue della flora di Fangorn. Essi agirono in fretta, scambiando il bianco viandante per Saruman, e lo attaccarono. Questi respinse quelle rapide incursioni e si arrestò. Una rifulgenza accecante contornava il suo volto, facendolo risultare invisibile. Allora cominciò a parlare, confessando ai tre di sapere cosa stessero cercando. Aragorn, allora, gli chiese dove fossero i due giovani hobbit, e questi gli rispose che ambedue erano passati da quei luoghi giusto due giorni prima e che adesso si trovavano al sicuro.

Nell’opera filmica di Peter Jackson, l’ignoto stregone, avvolto da un bagliore raggiante, è indistinguibile nell’aspetto quanto nel parlato. La sonorità con cui egli si esprime è, invero, l’unione di due emissioni di voci. Il misterioso pellegrino dialoga con il timbro vocale di Saruman ma presto muterà nell’intonazione, come un’onda agitata che si infrange sulla riva e fa ritorno più leggera e quieta. La voce di Saruman si mescolò alla voce di Gandalf per poi essere del tutto sgominata. Quando la luce si dissolse, Gandalf apparve ai suoi vecchi amici ed essi s’inchinarono al suo cospetto.

Sul picco dell’Argentacuspide, Gandalf combatté col Balrog e lo uccise, scagliando la sua carcassa sul fianco della montagna. Dopodiché, il grigio stregone si distese a terra e morì. Calò l’oscurità ed egli errò fuori dal tempo e dallo spazio. Una luce lo avvolse e così riottenne la vita. Lo stregone grigio rinacque come Gandalf il bianco.

Gandalf ha assunto le vesti ed il ruolo del signore di Isengard. Egli tornò sulla Terra e sostituì il suo vecchio amico, oramai divenuto un pericoloso avversario. Mithrandir “prese” la voce di Saruman e la modellò alla sua, “trasse” la bianca tunica e la indossò, rendendola ancora più luminosa, ghermì un nuovo bastone, anch’esso bianco. Gandalf divenne ciò che Saruman doveva ma non fu mai. Ecco perché nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, Gandalf il bianco, al suo principio, parlò con una voce ancora indistinta e miscelata a quella del suo “predecessore”, Saruman, poiché egli era barlume divenuto carne, il nuovo stregone bianco.  Gandalf assunse i poteri e le mansioni che Saruman avrebbe dovuto possedere e svolgere.

L’evento portentoso e mistico della resurrezione viene esteriorizzato dalla rinascita di Mithrandir. Gandalf morì e risorse, fu rimandato sulla Terra a terminare il suo compito, a riportare la luce e la speranza in un mondo che stava cadendo preda dell’oscurità più torbida. Con l’apparizione di Gandalf, il quale errava qua e là con le fattezze di un vecchio con mantello e cappuccio, si compì un miracolo religioso che manifestò il potere degli esseri divini che vegliano su Arda. Gandalf, ricomparso nella Terra di Mezzo, vagava solitario come Cristo uscito dal sepolcro della morte. Egli attese il momento in cui i suoi più fedeli alleati e discepoli poterono intravederlo, così da rivelare la compiutezza di un prodigio: il ritorno all’esistenza. Gandalf è adesso divenuto il più potente tra gli Istari, il custode più valoroso della pace. Il chiarore dei suoi indumenti emana la purezza del bene assoluto, la trasparenza dell’incontaminato. Gandalf il bianco non è più un vagabondo dal cappello a punta che gironzola per i paesaggi verdeggianti, vigile e felice. Egli è adesso un guardiano ed un guerriero, la cui sola missione è quella di sconfiggere Sauron. Lo stregone non giacerà più sulla Terra per goderne le gioie, gli affetti, le amicizie e le bellezze, ma permarrà su di essa fino a quando potrà, fino a che il male proveniente da est non dovrà più essere contrastato perché definitivamente sbaragliato.

Ian Mckellen, eccelso interprete, caratterizzò Gandalf il bianco differentemente dal grigio pellegrino. Gli diede un’aura solenne, maestosa, infondendo al personaggio un carattere maggiormente inflessibile, meno comprensivo rispetto al passato ma ugualmente buono e prodigo.

Gandalf informa di tutta fretta i tre guerrieri circa il triste destino a cui è andato incontro Théoden, re di Rohan, soggiogato dal veleno effuso da Saruman. I quattro si dirigono, così, ad Edoras. Prima di lasciare Fangorn, Gandalf confida, cripticamente, ad Aragorn che la presenza di Merry e Pipino nella foresta sarà d’ausilio nel ridestare la forza degli Ent.

  • I Pastori degli Alberi

Quando uno strepitio d’imprecisata fonte risuonò dal bosco, Merry volle ricordare a Pipino una diceria bislacca udita tempo prima. Nell’antica selva, sita ai confini della terra di Buck, c’era qualcosa nell’acqua – rammentò lo hobbit – qualcosa d’insolito, di magico, per cui gli alberi che in quei luoghi si “abbeveravano”, cominciavano ad allungarsi a dismisura e a prendere vita. “Vita?” domandò a quel punto Pipino. Curioso quanto viene detto in questo scambio di battute dai piccoli hobbit. Cosa voleva intendere Merry quando affermò, stupefatto, che gli alberi “prendevano vita”?

Non sono forse sempre vivi gli alberi? Se asportassimo un frammento di corteccia, vedremmo il colore e la consistenza della linfa che scorre come sangue nelle vene. Tale linfa rappresenta la loro vitalità e ci permette di capire il loro effettivo stato di salute. Gli alberi sono vivi anche se non lo danno mai a vedere. Essi giacciono pacifici, ancorati al suolo come figli silenti della terra. Merry era conscio della vigoria che anima lo spirito astratto e laconico degli alberi, pertanto con quella sua osservazione voleva intendere altro. Gli alberi dei boschi di Buck “prendevano vita” perché cominciavano a sussurrare, a parlare, persino a muoversi. Divenivano, così, esseri straordinari, dotati di movimento, di parola, d’intelligenza: diventavano “vivi” a tutti gli effetti, o perlomeno “vivi”, così come noi esseri umani siamo soliti, nel quotidiano, intendere un essere vivente: una creatura che agisce, pensa, si esprime. Quando un qualcosa si muove è vivo. E’ questo un concetto semplice, elementare, piuttosto sottinteso. Ma se qualcosa non si muove e rimane rigido, irto, statico, può essere ritenuto ugualmente vivo? Certamente, se lo è. Eppure, gli alberi, nella loro sosta eterna, nella loro incapacità di opporsi, di insorgere, di muoversi, non sempre vengono ricordati come vivi da chi, verso di loro, muove violenza.

L’albero è imponente e, al contempo, impotente. Se osassimo incidere ancor più in profondità, tagliare i suoi rami, profanare l’integrità del suo tronco, esso soffrirebbe ma nessun grido di dolore echeggerebbe dalla sua florida costituzione. L’albero, qualunque esso sia, a qualsivoglia specie appartenga, non ha voce, non ha moto, non ha reazione. Esso è immobile come una scultura, eppur vivo come un essere umano. Soffre un mutismo sebbene riesca a comunicare con l’eloquente apparenza del proprio verde. Gli alberi possiedono sembianze umane solo dinanzi agli occhi di chi riesce a scorgerle e a rispettare la loro sensibilità e la loro senziente coscienza. La massa legnosa del “corpo” di un albero è una scorza resistente, un’epidermide rigida ma anche tenera, fragile, vulnerabile, feribile. Le escrescenze erbose del torso di legno sono pelurie che rivestono la struttura portante. Nelle fronde sono celati i polmoni della creatura, e giù, oltre il sottobosco le radici si dipartono simili a arti multiformi e a piedi alquanto pronunciati. I rami, protratti sino al cielo, sono braccia lunghe con grandi mani e mille dita verdi. Gli alberi sono “persone” tacite e d’aspetto differente, non hanno lingua, cadenza, accento, non intrattengono alcun discorso, non avanzano, non lasciano il proprio posto, la propria casa, permangono fermi, silenziosi come una natura che osserva e che accoglie. 

Tolkien era innamorato degli alberi, delle piante, dei prati, dell’ambiente puro e limpido. Quando creò gli Ent volle dare finalmente movimento e voce alla natura. Per volere del Professore gli alberi assunsero movenze e gesti, cenni e dialetti. Essi erano sempre stati vivi, ma, visto che l’uomo non riusciva a considerarli tali e a custodirli come avrebbe dovuto, Tolkien partorì nei suoi lavori i Pastori degli Alberi, esseri dotati di movimento, difensori delle foreste. Se gli uomini avessero letto di un albero capace di vagare e parlare, avrebbero ricordato come essi siano in realtà vivi, soprattutto quando giacciono diritti e fermi. Per mezzo degli Ent, Tolkien cercò di evocare la morale dei lettori sul rispetto assoluto verso madre natura.

"Barbalbero" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Barbalbero

Così come realizzato nel film, Barbalbero è un essere antropomorfo, con due gambe e due braccia, con un volto e dotato di voce propria. Ha i “connotati” di un uomo ciclopico intagliato nel guscio di un tronco ed incarnato nel tegumento di un albero.

Pipino montò su di un ceppo e da lì sul fusto. In alto, vide due pupille schiudersi nell’albero. Sconvolto, il mezzuomo si lasciò cadere giù e fu acchiappato appena in tempo dal misterioso essere. L’Ent si era svegliato in quell’attimo e con le braccia raccolse i due hobbit, reggendoli senza fatica. Due occhi tondi come una pietra levigata e profondi come un pozzo colmo di storie e di memorie abbellivano un volto legnaceo. Attorno alla bocca, scavata nel coriaceo ligneo, vi erano dei baffi di lichene e giù dal mento fibroso una barba folta color del muschio.

Gli Ent sono pastori di un immenso gregge, immobile, costante. Essi sono guardiani di un giardino sconfinato che cresce spontaneo ed indifeso.

Barbalbero è antico come la prima alba sorta sulla foresta ed il primo crepuscolo disceso su essa, ed in quanto manifestazione pensante e dinamica del bosco, egli conserva, tra le sue conoscenze, ricordi antichi, sapori vetusti. Egli fa della calma l’esteriorizzazione del proprio essere. Gli Ent serbano nei loro ramoscelli e nei loro tralci le orme di un’esistenza millenaria. Il loro linguaggio, così come mostrato durante l’Entaconsulta, è compassato, poiché la lingua conserva in sé l’evoluzione del parlato, del cambiamento, dell’accadimento. Tutti gli Ent si esprimono lentamente, come se dalle loro parole lasciassero trapelare la quiete di secoli e secoli di natura immutata. Ciascun concetto per gli Ent va espresso con estrema pazienza. Così come mai dev’essere accelerato un percorso di crescita vitale, nulla dev’essere affrettato, tanto meno l’atto comunicativo. Per far sì che da un seme sorga una pianta, per far sì che da una ghianda maturi una quercia, è necessario un tempo opportuno. Ogni cosa si compirà al momento appropriato, quando lo sviluppo avrà fatto il suo corso. Il linguaggio stesso, per la sua consistenza e plasmabilità, progredisce come una pianta nata da un germoglio dissetato dalla fresca acqua e cullato dal caldo sorriso del sole. Gli Ent, similmente agli hobbit, amano tutto quello che cresce sano e rigoglioso, e le parole, per loro, equivalgono a sementi di stagione.

Sebbene gli Ent siano flemmatici, indolenti, miti, essi rappresentano la forza arcana e indomita della natura, la rivalsa sull’indifferenza degli apatici e sulla crudeltà degli avidi.

Barbalbero dirà di non essere dalla parte di nessuno circa il conflitto tra Sauron e i popoli liberi della Terra di Mezzo, poiché nessuno ha mai dimostrato d’essere dalla sua parte. Tolkien, in uno dei suoi più celebri aforismi, ammise d’essere sempre stato dalla parte degli alberi, dalla parte della natura, dalla parte della purezza. Nonostante Barbalbero non ne sia a conoscenza, egli ha nel proprio “creatore” il più grande alleato.

"Saruman" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Tra le fiamme dell’industria

Differentemente dagli Ent, Saruman non apprezzò mai ciò che cresce naturalmente. Egli preferì ammirare una forma di vita mutilata, rovinata, terribile. Nei sotterranei di Isengard, Saruman incrociò gli orchi con i goblin, protrasse la moltiplicazione dissennata degli Uruk-hai. Le fiamme incendiarie delle sue fornaci devastarono le appendici della foresta. Nel sottosuolo, l’industria voluta da Curumo crebbe in potenza. Il bianco dello stregone parve dissolversi del tutto, avvicendato da un invisibile carminio, il colore del fuoco divorante.

Saruman è divenuto una macchina contorta, un automa col cuore fatto d’ingranaggi, un burattino ferroso dalla mente cosparsa di congegni meccanici. Curunír mira coi suoi occhi, impossibili da scandagliare, la fabbrica bellica da lui edificata. Saruman ha indirizzato le proprie arti magiche verso un potenziamento della tecnologia. I rami ed i tronchi sono stati arsi per alimentare le fucine da cui vengono fuori scudi imponenti, lame d’acciaio, armature impenetrabili. La natura è stata conseguentemente violata per generare risorse letali. La saggezza dello stregone viene prestata a fini guerreschi e così egli forgia, grazie alla sua sapienza, una polvere tanto potente da disfare la pietra, se raggiunta da fiamme. Ecco come Tolkien e Jackson introducono nelle loro rispettive opere la “magia” prestata alla scienza.

Come un moderno Alfred Nobel, Saruman creò un’arma pericolosa e fatale. Nobel inventò la dinamite con dei buoni propositi, credette, infatti, che essa sarebbe stata usata per fini pacifici, per alleviare la fatica, per asciugare il sudore dalla fronte degli uomini, facilitando gli scavi, aprendo varchi per le esplorazioni. Ma poco andò come davvero aveva previsto l’ignaro inventore: l’esplosivo fu presto adoperato come un’arma potentissima. Piuttosto che per costruire, la dinamite fu usata per distruggere. Saruman, sin dall’inizio, usò la sua polvere come un espediente militare, utile per aprire brecce e facilitare l’avanzata dei suoi schieramenti.

Il vecchio mondo brucerà” – per volere di Saruman, tra le fiamme dell’industria guerrafondaia, la Terra si sarebbe consumata, la natura sarebbe stata annientata dall’avanzamento tecnologico promulgato dallo stregone caduto.

Saruman rappresenta il potere oscuro che incrementa la tecnica, annullando ogni quesito morale sul suo utilizzo. Gli Ent che si rivolteranno a lui, testimonieranno, invece, l’insorgere della natura sul ferro e sul fuoco.

Lo stregone crede ingenuamente d’essere per Sauron un alleato di pari levatura. E’ questo l’unico aspetto debole della personalità del personaggio ritratto nel film. Saruman, nel libro, vuole infatti ottenere l’anello per sé, ingannando persino il sire di Mordor. Nella trasposizione cinematografica questa particolarità del suo piano e del suo ragionamento non è menzionata. Così facendo, Saruman, piuttosto che elevato ad astuto stratega, viene leggermente ridotto a mero sottoposto.

  • Il re incupito

Sedeva sul trono del Mark un sovrano reso degente e vegliardo. Rugosa era la faccia di Théoden, grigia la barba, defesso il suo animo. Il monarca restava prono su di un regale seggio, del tutto assuefatto ai sinistri vaneggi del suo consigliere, Grima Vermilinguo. Nel film “Le due torri”, Grima striscia fuori da una “tana” ombrosa, vestito con un abito scuro, portandosi al fianco del re. Subdolo nel carattere e ambiguo negli atteggiamenti, Grima è un serpente che inietta veleno nella mente del suo sovrano. Vermilinguo è al servizio di Saruman, e ha fatto in modo che il re si sottomettesse inconsciamente alla magia oscura e possessiva dello stregone, così da condurre il regno di Rohan alla distruzione. Grima simboleggia l’infido traditore, colui che trama alle spalle e fa delle parole armi taglienti come lame, in grado di mistificare la realtà e ottenebrare l’assennatezza.

Éowyn, la giovane nipote di Théoden, è sempre più stanca, triste, ed impallidita. Ella vede la strada che sta snocciolandosi sotto i suoi piedi e patisce un triste fato. Éowyn sta appassendo come un fiore reciso, abbandonato, senza più nessuno a prendersi cura dei petali e della corolla. Ella si sta spegnendo come una fievole luce soffocata dall’arrivo di una nuvola grigia che porta con sé un fortunale. Éowyn corre via dal suo castello, tramutato in un’angusta prigione, per respirare un’arida aria. Lei che temeva la gabbia ancor più della morte, la reclusione ancor più della sofferenza fisica, che paventava la possibilità che i sogni diventassero aspettative irrealizzabili, attese futili, illusioni dimenticate dall’avanzare dell’età… lei che aveva paura che la speranza svanisse nell’oblio, trascinando con sé la gioia di vivere, la libertà… proprio lei si era appena resa conto che già stava vivendo in una sorta gabbia, sia pure ampia come un regale palazzo, ma tremendamente disagevole come una cella.

Fu l’arrivo di Aragorn a ridarle speranza, a farla sentire nuovamente affrancata. Quando ella uscì e si fermò sulla soglia, la bandiera della casata del re di Edoras si staccò dalla sua asta e venne sospinta dal vento. Aragorn vide quell’araldico volteggiare sino a lambire l’erba, come un segno rovinoso caduto dal cielo. La gloria di Rohan stava venendo meno, è ciò che testimonia tale vessillo strappato. Gandalf arriverà al momento propizio. Con la sua magia estirperà il veleno di Saruman. Théoden tornerà forte, ben più giovane e scaccerà Grima dal suo dominio, non prima di aver tentato di giustiziarlo. Aragorn lo farà desistere dai suoi vendicativi propositi, rammentando al re la pietà dei saggi sovrani.

La speranza è arrivata a Rohan: furono Estel ed i suoi compagni a portarla. Théoden ed Éowyn, schiavi di un’infausta sorte, riotterranno la libertà. Lo stendardo dei Signori dei Cavalli potrà tornare a sventolare alto nel cielo.

Non tutto, però, è stato salvato. Théoden ha perduto suo figlio. Un evento innaturale si è verificato: un padre è sopravvissuto al proprio erede. Théoden comprende i tempi oscuri che si stanno abbattendo sull’immediato futuro della sua gente. I giovani periscono, ed i vecchi resistono. Come si è giunti a questo?

  • Il sogno di Aragorn, l’incubo di Arwen

Cosciente che la minaccia di Isengard piomberà sull’esigue difese dell’Isen, Théoden ordina ai suoi uomini di dirigersi al Fosso di Helm. In quella gola, barricati dentro le fortificate mura della roccaforte, la gente di Rohan sarebbe riuscita a sopravvivere.

Aragorn, Legolas e Gimli guidano la popolazione fino al Fosso. Gandalf, invece, partirà alla ricerca di Eomer e dei suoi soldati. Durante il tortuoso cammino verso il Trombatorrione, essi vengono attaccati dai mannari selvaggi. Aragorn verrà spinto giù da un precipizio, e si infrangerà contro l’acqua del fiume.

Il figlio di Arathorn verrà dondolato dalle correnti sino a che, inerme, raggiungerà la fredda sponda. Il ramingo, dormiente, sognerà la sua amata, ed il bacio di Arwen lo ridesterà dallo sturbo. Aragorn ripensava costantemente alla splendida dama. Quando percorreva l’impervio sentiero verso il Fosso di Helm, egli rimembrò un momento idilliaco trascorso. Disteso su di una morbida coperta, Aragorn giaceva tra il sonno e la veglia. Arwen gli si avvicinava al volto e lo baciava dolcemente.

Aragorn si alzò poco dopo, e strinse Arwen a sé. Ella indossava una veste azzurra come un cielo terso. Ambedue sostavano vicino agli alberi. Le foglie gialle e vizze venivano ondulate da un soffio lieve come un sospiro. Era quella la quiete di una natura stanca che avvolgeva i due innamorati. Quello fu un giorno sereno, l’ultimo prima della partenza. Aragorn era felice ma spossato; fosche preoccupazioni gravavano sulla sua mente. Arwen volle dargli nuova speranza. Gli disse che se non si fosse fidato di niente, avrebbe dovuto fidarsi soltanto di una cosa. A quel punto, ella allungò la mano e toccò la Stella del Vespro che Aragorn portava al collo. La gemma ammantava di un fulgido bagliore vicino al cuore del ramingo. Arwen proseguì a parlare con voce soave - “Fidati di questo, fidati di noi” - disse la fanciulla. Aragorn baciò la sua adorata, e le carezzò il volto, dapprima lievemente. Egli mantenne le mani vicino al viso della ragazza, come se a stento riuscisse a toccarla, tanto morbida e leggiadra era la sua essenza da non poterla sfiorare senza il timore di scalfire la sua cristallinità. Poi, Aragorn la carezzò, baciandola con passione.

Arwen è un pensiero confortante, un desiderio che motiva, una percezione rinfrancante che conforta lo spirito inquieto di Aragorn. Nel suo viaggio, l’erede al trono di Gondor seguiterà sempre a fidarsi di un sogno, ad aggrapparsi ad una speranza radiosa qual è la sua Arwen. Rammentando il recente passato, Aragorn penserà al momento in cui dovette dire addio alla dama di Gran Burrone, persuadendola a lasciare la Terra di Mezzo per seguire la sua gente verso l’ultimo viaggio per le terre immortali. Aragorn rivela così di perseguitare a combattere, tollerando un dolore interno, lacerante. Egli crede che Arwen sia andata via, lontano, e che mai più la rivedrà. Ecco che l’amore di Aragorn è assoluto poiché continua a restare imperituro nonostante non vi sia più la certezza, neppure la flebile possibilità, di rivedere davvero la sua adorata. Aragorn sogna Arwen nel momento in cui è gravemente ferito perché qualunque cosa avverrà mai, qualunque ferita subirà, egli resterà eternamente innamorato, eternamente fedele. Arwen è il sogno perpetuo di Aragorn, la sola immagine che possa allietare la visione di una drammatica realtà. La speranza emanata dal ricordo di Arwen è per Aragorn una fiamma che alimenta il suo ardore, sia che il suo sogno possa realizzarsi sia che resti un gradevole ricordo. Aragorn riapre gli occhi d’improvviso, dopo aver ricevuto l’impercettibile bacio dell’elfo femmina.

"La morte di Aragorn" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nel frattempo, Arwen riposa, sdraiata, e riflette su Aragorn. Raggiunta dal padre, Arwen manifesta la sua volontà di non voler andare via. Ella ha ancora speranza, e attende il ritorno del re.

Elrond non vuole che la figlia s’intrattenga nella Terra di Mezzo, poiché crede che la morte perverrà sul futuro dei popoli liberi. L’elfo ricorda alla figlia che lei ed il suo amato saranno per sempre divisi. Se Sauron dovesse essere sconfitto e se la pace dovesse ristabilirsi, nulla muterà. Che sia per spada o per il lento sgretolarsi del tempo, Aragorn morirà. E’ l’invalicabile dono pervenuto tra le mani dei mortali.

Arwen volge i propri occhi grandi e belli come una lacrima di rugiada verso l’orizzonte, rimirando l’inevitabile. Il futuro, per quanto distante esso sia, si avvererà. Aragorn soccomberà, il tramonto calerà sul suo viso lasso ed il sole non sorgerà mai più. Nulla le darà mai conforto. Aragorn cadrà, come un petalo staccatosi allo scadere dell’autunno, come una delle foglie avvizzite che circondavano Arwen ed il suo re durante quel magico momento rievocato dall’eroe.

Arwen, in questo incubo vissuto ad occhi aperti, vede se stessa con indosso un abito scuro, funereo, piangere inesorabile per anni ed anni, senza nulla a deliziare la propria mestizia. Ella verserà lacrime sulla tomba del marito. Il sepolcro di marmo su cui è stata scolpita la sagoma del monarca di Gondor sarà l’ultima effige dello splendore del più grande tra i Re degli Uomini, spentosi in gloria, senza macchia, prima del crollo del mondo, al fianco della sua venerata sposa. Arwen, allora, procederà sola, vagando nella foresta, con un velo nero a celare il suo volto affranto. Ella dimorerà solitaria nel gelo di un inverno senza termine, non avrà alcun fuoco a riscaldarla se non la calda carezza di una memoria, il ricordo del suo sposalizio.

Arwen piange. Quello che ha vissuto, ascoltando le parole del padre, è stato un sogno oppressivo, contrapposto al sogno rifulgente fatto da Aragorn poco prima. Arwen sa che quell’incubo si avvererà e sconvolta dall’ineluttabile, decide di allontanarsi. La speranza si è affievolita. Elrond non sa però cosa sua figlia è disposta a fare. Arwen sarà decisa a rinunciare alla propria immortalità. Quando il declino della vita umana del suo amato sarà compiuto, morirà anch’ella. L’inevitabile si adempierà, ma entrambi, insieme, avranno vissuto una vita piena e appagata, ancor più valevole ed intensa poiché non perpetua ma soggetta a concludersi.

  • Un’occasione per mostrare le sue qualità

Frodo ha stretto con Gollum un rapporto di fiducia. Egli ha scelto di chiamarlo col suo nome originario, Smeagol, e vuol credere che possa essere redento. Frodo si illude, sebbene Smeagol dimostri d’essere cambiato. Sam è piuttosto restio a fidarsi della creatura, giudicandola ancora malvagia e fedifraga. Il nipote di Bilbo vede in Gollum una “persona” simile a lui, un essere che ha tollerato il fardello dell’anello. Per tale ragione, lo hobbit vuol provare a salvare Smeagol nella speranza che anch’egli stesso possa sottrarsi, un giorno, a questo male senza conseguenze. Dopo aver superato le Paludi Morte, i tre si dirigono verso un’altra via. Durante una sosta, vengono catturati da alcune guardie di Gondor capitanate da Faramir. Questi è il fratello minore di Boromir. Egli informa Frodo e Sam della morte del loro compagno, avvenuta pochi giorni prima nei pressi di Amon Hen. Nelle ore precedenti l’incontro con gli hobbit, Faramir scorse una barca elfica cullata dalle acque dell’Ithilien. Si avvicinò ad essa e intravide la sagoma, fredda e fiera nella sua posa, del fratello prima che scomparisse nella foschia.

Usufruendo di un lungo flashback, Jackson volle evidenziare il rapporto affettivo e di fiducia che esisteva tra i due fratelli. Quando Boromir riconquistò Osgiliath, tessette lodi nei confronti del proprio fratello al cospetto del padre. Tuttavia, Denethor disprezzava Faramir, reputandolo l’inetto pupillo di uno stregone. Faramir era infatti ben voluto da Gandalf il grigio e, a differenza di Boromir, più forte e valoroso in battaglia, si distingueva più come un lettore ed uno studioso che come un combattente. Ciononostante, Faramir era un eccellente guerriero ed uno scaltro arciere. Faramir non apprezzava i conflitti battaglieri. Sin dal suo esordio sullo schermo, egli si interrogò sugli obblighi che spingono un uomo a lasciare la propria casa per scendere in guerra. Faramir vide, infatti, il cadavere di un Haradrim appena ucciso, e si domandò se questi fosse davvero malvagio o fosse stato, invece, obbligato a muovere guerra. Appare evidente come Faramir sia un uomo riflessivo, ponderante, saggio e più meditativo del fratello. Tuttavia, il disdegno che il padre cova nei suoi confronti lo porta a rapire i due hobbit e a prendere l’anello per sé.

Denethor, infatti, convinse Boromir ad andare a Gran Burrone ed insinuò nella sua mente il desiderio di impossessarsi dell’Unico. Fu Denethor a ordinare a Boromir di portare l’anello a Gondor. Colto dal desiderio di voler assecondare il suo signore e di voler difendere il suo popolo Boromir impazzì e cedette alla tentazione. Denethor, in parte, condusse suo figlio alla pazzia. Faramir si propose per andare a Gran Burrone al posto di Boromir ma fu subito intralciato dal genitore che gli rispose: “un’occasione per Faramir, capitano di Gondor, di mostrare la propria lealtà.”, per poi negargli questa possibilità.

La frase che suo padre gli aveva riferito, Faramir la ripeté dinanzi agli hobbit. Ghermire l’anello e renderlo suo avrebbe dato a Faramir l’ammirazione sempre desiderata del padre. Ma il capitano di Gondor si rivelerà il più saggio dei suoi famigliari. Non cederà all’allettante occasione, lascerà che Frodo, Sam e Gollum vadano via, liberi di espletare l’arduo compito.

Faramir, osteggiato dal proprio padre, si rivelerà migliore di quanto questi abbia mai saputo.

  • L’ultima marcia degli Ent

I Pastori degli Alberi privilegiavano la pacatezza rispetto alla furente rappresaglia. Placidi, gli Ent albergavano, riservati, nella folta vegetazione. Barbalbero era irremovibile nella sua genuina ostinazione. Egli borbottò quanto segue: “questa non è la nostra guerra”. Come soli erano rimasti gli alberi, soli sarebbero dovuti rimanere gli uomini. Pipino ragionò attentamente dopo che Merry lo aveva bacchettato. Se il potere di Isengard non verrà sopraffatto, se una delle due torri non verrà smantellata, il mondo brucerà come un immenso cratere di fuoco e la Contea perirà. Peregrino Tuc escogitò a quel punto un arguto stratagemma, convinse, dunque, Barbalbero a recarsi a sud. Protrattosi sino ai confini di Isengard, Barbalbero vide, con raccapriccio, la deforestazione coronata dallo stregone, oramai scevro da alcun criterio. Barbalbero conosceva molte delle creature sradicate, sin da quanto esse erano poco più che noci o piccoli frutti. L’Ent non udirà più il loro canto trasportato dalla brezza sino ai meandri del bosco.

Con un urlo angosciato e collerico, il custode della foresta chiamò a sé i suoi simili.  I Pastori degli Alberi emersero dalla boscaglia, avanzando adagio per un’ultima marcia. I guardiani della natura muoveranno su Isengard, irrompendo sulla torre come la pioggia sulle rocce.

Dalla foresta, da tanto, si era levato un grido assordante eppur cheto, ma nessuno era riuscito fino ad allora a sentirlo. Gli alberi soffrivano, i cespugli si struggevano, le piante si lamentavano, i fiori penavano ma nessuno osò mai dar loro attenzione ed accogliere quella sommessa richiesta d’aiuto. La natura si destò da sola, poiché altri non vollero proteggerla. Gli Ent attaccheranno la valle di Isengard, disintegreranno le cavità del sottosuolo, ed espugneranno Orthanc stessa. Essi abbatteranno la diga e libereranno il fiume. L’acqua, come una valanga, ricoprirà il terreno, estinguendo le fiamme dell’industria. Quel torrente, come un diluvio benedetto, purificherà tutto. I rami spezzeranno gli scudi, i tronchi frantumeranno le spade, il verde smorzerà il rosso del fuoco, la natura domerà la tecnica. Saruman verrà vinto.

  • La battaglia al Fosso di Helm

Lo sguardo di Théoden ispeziona il nulla, adocchia lo stigio, erra nel dubbio. Il re di Rohan sa che gli eserciti di Isengard giungeranno alle prime ore della notte. Diecimila unità assedieranno una fortificazione difesa da 300 uomini a malapena. Théoden ha condotto la sua gente alla morte? Quante responsabilità può sostenere un comandante, una guida, un monarca? I sudditi affidano il futuro nelle mani del loro re, il quale deve sopportare il supplizio, l’asprezza di una grande responsabilità. Questa consapevolezza pietrifica il cuore e lo sguardo del sovrano. Théoden scruta la vacuità, e vede le tenebre della paura. Domanda al suo fedele Gambling se tutti si fidino del loro re. Gambling risponde che loro seguiranno Théoden verso qualunque sorte.

Théoden ne è al corrente. Le vite del suo popolo sono appese ad un filo, come il loro coraggio. Quanta forza è necessaria per proteggere un popolo indifeso? Théoden esprime, mediante il suo suggestivo monologo, le umane paure di un re.

"Lady Galadriel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I tempi sono diventati bui, i giorni sono svaniti ad ovest, dietro colline insormontabili. Si è estinta l’era dei cavalieri, e nessun corno suona più. Nulla è rimasto, se non il crepuscolo che volge verso ovest. Mentre Théoden esplica a parole la tristezza di un tempo cessato, bambini innocenti reggono in mano asce e spade, volti spaventati vengono protetti da elmi, corpi tremanti da cotte e guaine. La gioventù di Rohan, costretta ad abbandonare il proprio candore, è chiamata alle armi, per affrontare l’asperità della battaglia. L’era degli uomini sembra essere finita. La lealtà dei vecchi cavalieri è venuta meno, sostituita dalla barbarie, dalla ferocia degli Uruk-hai. Chi ci ha condotto a questo? Cosa può l’uomo nei riguardi di un tale male? Gli uomini non possono fare altro che resistere e stringersi alla speranza, la luce che mai si spegnerà.

Elrond medita nella sua casa accogliente. La voce di Galadriel fiocca da lontano come neve bianca carica di un luminoso albore. La dama di Lórien non vuole abbandonare gli uomini, così sprona Elrond ad inviare un ultimo reggimento di guerrieri elfici. L’esortazione della custode di Nenya riaccenderà la speranza. D’un tratto, gli elfi di Gran Burrone annunciano il proprio arrivo con il distinto suono di un corno. Essi sono giunti numerosi ai cancelli del Fosso. Un’alleanza esisteva una volta e i primogeniti di Eru vogliono onorare tale antico patto. Quando la pioggia cadrà incessante, gli Uruk-hai occuperanno la vallata. Essi dibatteranno le armi, digrigneranno i denti aguzzi, prima di muovere verso le mura. Le frecce scagliate con rapida velocità dagli elfi arresteranno l’impeto della corsa ma soltanto per poco.

La battaglia al Fosso di Helm, una delle sequenze d’azione più spettacolari ed impressionanti della storia del cinema, mostrerà quanto nella storia di Tolkien la tenacia, l’audacia stessa, la voglia di non cedere alla foga del male siano elementi essenziali per esternare il coraggio degli uomini buoni. Messi alle strette, gli uomini, gli elfi, i nani, gli Ent, ciascuna delle creature modellate dall’inchiostro e dalla fantasia immaginifica di Tolkien paleserà un coraggio senza eguali per opporsi al potere tirannico. “Il signore degli anelli” è un’opera che esalta l’eroismo, l’altruismo, la magnanimità, l’alleanza tra specie diverse, accomunate dal desiderio di libertà e di pace. Poche possibilità di trionfare possiedono i guerrieri che contrastano la malignità di Saruman riversata sul Fosso di Helm, cionondimeno, sebbene siano così in minoranza, essi seguitano a resistere, a non sottomettersi, appellandosi alla flebile speranza che si tramuterà in un’inaspettata certezza.

Lo scontro al Fosso evidenzia, altresì, l’amicizia assoluta, profonda, incrollabile che lega Aragorn, Legolas e Gimli. I tre si spalleggeranno per tutta la durata del combattimento. Quando Aragorn e Gimli verranno circondati da lottatori Uruk-hai, fuori dalle mura violate, sarà Legolas a non abbandonarli. Lancerà loro una corda e li tirerà su, salvandoli. L’amicizia, la fratellanza, che unisce Aragorn, Legolas e Gimli sarà salda come un albero impossibile da sradicare.

Quando le ultime resistenze della fortezza cadranno, Aragorn e Théoden cavalcheranno verso le truppe nemiche, in un ultimo atto eroico per far echeggiare la gloria di Rohan. Il corno di Helm Mandimartello suonerà nel fosso, ed i cavalli ed i cavalieri cavalcheranno verso il nemico. I tempi bui non sono ancora giunti davvero, vi è ancora la luce del sole. Aragorn e Théoden, attraverso la loro cavalcata nobile e audace, mostreranno come i regali principi degli uomini non verranno mai scossi. “Dove sono il cavallo ed il cavaliere?” – Si domandava il monarca, eccoli laggiù, fuoriuscire dai portoni dell’edificio ed ingaggiare un’ultima sortita contro il nemico.

Gandalf arrivò né in ritardo né in anticipo ma precisamente quando aveva inteso farlo. All’alba del quinto giorno, Mithrandir sopraggiunse con Eomer ed i soldati rohirrim. La luce del sole accecherà gli Uruk-hai, i quali verranno sterminati. Un nuovo giorno è sorto.

Lo dirà anche Sam, inconsapevole della grande vittoria ottenuta dai popoli liberi. “Arriverà un nuovo giorno, e sarà ancora più luminoso” – sussurrerà il saggio e buono hobbit. Quando tutto sembrerà incupirsi, una luce ancor più radiosa comparirà all’orizzonte. Il buono che c’è nel mondo prevarrà sempre sul male, ed è proprio per quel buono che bisogna combattere. 

Continua con la sesta parte…

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Una tenue voce si sente nel buio. Versi dell’idioma elfico echeggiano, sommessi, troncando il silenzio. Il mondo è cambiato – affermano le parole pronunciate da un’entità femminile il cui volto permane nell’oscurità - lo si percepisce nell’acqua, nella terra, persino nell’aria. “Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda.” – Con quanto detto, le tenebre si dissolvono ed i colori delle prime immagini compaiono.

La voce sin qui udita appartiene ad una donna. Questa creatura signorile e schiva continua a mormorare, restando lontana alla vista eppur tanto vicina dall’essere ascoltata. Gli accadimenti evocati dai sussurri della dama risalgono ad un tempo antico, un’era di cui pochi possiedono nitide memorie. L’eleganza del linguaggio elfico non può trarre in inganno; colei che sta esponendo oralmente un trascorso andato perduto è Lady Galadriel, del regno di Lothlórien. La signora di Lórien, col suo parlato, schiarisce il tetro, rende cristallini i ricordi che presto narrerà.

Coloro che avevano avuto l’onore di posare lo sguardo sulla nobile Noldor sapevano della luminosità che ella promanava. La dama dei boschi indossava sovente un bianco vestito, ed era radiosa, come se il suo corpo venisse costantemente avvolto da un raggio di luna. L’acqua che scorreva nella fontana del suo reame era impregnata della luce di Eärendil, la stella più amata. Quando ogni altra luce si sarebbe spenta, la luce di Eärendil avrebbe seguitato a brillare. Non a caso, dunque, Galadriel è colei che racconta un passato così nebuloso ed importante. Ella, palesandosi nel buio attraverso il suono melodioso del proprio parlato, scacciò via l’oscurità che avviluppava la visione iniziale dell’opera e riportò alla luce reminiscenze mai obliate.

Tutto ebbe inizio con la forgiatura degli anelli del potere, dice Galadriel. Tre furono dati agli elfi, gli esseri più saggi e leali della Terra di Mezzo. Sette, invece, furono offerti ai re dei nani, grandi minatori e costruttori di città nelle montagne. I restanti nove furono donati agli uomini che li accettarono, bramando il potere in essi contenuto. Perché in questi anelli era stata sigillata la volontà di dominare tutte le razze. Ma chi creò tali anelli magici? Galadriel tace sul fabbro che li realizzò: Celebrimbor. Egli giace così nel fosco, e non viene rammentato. Celebrimbor era un elfo, il più grande fabbro dell’Agrifogliere, ingannato dalla figura che nell’immediato Galadriel nominerà.

Il personaggio di Celebrimbor, non citato nel prologo dell’opera filmica di Peter Jackson, venne concepito da Tolkien nel “Silmarillion”. Tale fabbro per la sua impareggiabile maestria è paragonabile ad un “ferraio” della mitologia greca, Efesto, la cui abilità nel costruire, nel plasmare, nel lavorare i metalli rasentava l’indiscussa perfezione. Efesto nacque con un talento proprio, non ereditato, poiché nessuno degli altri dei era in grado di praticare l’attività che egli svolgeva. La sua leggendaria padronanza era, conseguentemente, una peculiarità tutta sua. Differentemente dal racconto greco, Tolkien fece di Celebrimbor un discendente di una nobile stirpe. Tutti i Noldor a cui Celebrimbor apparteneva erano abili artigiani e costruttori di gioielli, ma lui, tra tutti, divenne il migliore. Dalle sue mani, per volere di un misterioso viandante chiamato Annatar, nacquero i sette anelli dei nani, i nove anelli degli uomini e, segretamente, i tre anelli degli elfi.

Annatar, il signore dei doni, era in realtà Sauron, il pupillo di Morgoth. Tutti coloro che ereditarono gli artefatti incantati, ad eccezione degli elfi, furono tratti in inganno dal signore della terra nera, poiché Sauron creò, tra le fiamme del Monte fato, un nuovo anello, l’Unico, in grado di trovare, ghermire e dominare tutti gli altri. Nell’Unico, egli rigettò la sua crudeltà, la sua potenza, la sua malvagità.

  • Prologo: l’artiglio di Sauron

Sauron, rievocato dalle memorie di Galadriel, è un essere imponente, cinto da vampe incandescenti. La sua pelle e il suo volto appaiono impossibili da scrutare, poiché celati da una spessa armatura argentea. Tolkien descriveva Sauron come un Maia corrotto ma di bell’aspetto. Mutando la propria forma, egli riusciva ad ingannare la vista superficiale di ogni mortale. Basti riflettere sul nome originale del personaggio: Sauron, in principio, veniva appellato come Mairon, “l’ammirabile”. La natura di Mairon era angelica, egli, pertanto, era uno spirito puro. Quando Mairon si voterà al male manterrà per un lungo periodo di tempo la capacità di mutare forma, di mantenersi aggraziato e, conseguentemente, ammirabile come il suo nome suggeriva. L’aspetto per Sauron fu importante e di notevole ausilio, poiché la sua bellezza, abbinata ai suoi modi gentili ma fedifraghi, gli permise d’insinuarsi facilmente nella Terra di Mezzo.

Jackson, nel suo lungometraggio, decise di trasporre Sauron come un essere rinchiuso in una corazza impenetrabile, dalla statura enorme e dal portamento terrificante. Poco vi è di umano nella sagoma di questo antagonista, se non le fattezze appena immaginabili del suo corpo gigantesco. Egli non possiede vero e proprio aspetto, non ha un viso, non lascia intravedere alcuna espressione se non quella immortalata dalla sua maschera ferrea e minacciosa, ed i suoi occhi vitrei, presumibilmente iniettati di fuoco, non sono affatto scrutabili. Sauron è un essere bellicoso, e la sua epidermide è divenuta un tutt’uno con il rivestimento metallico da guerra che indossa. Durante la battaglia contro le forze alleate di uomini ed elfi, Sauron avanza e la camera di Jackson si pone poco al di sopra del suo elmo d’acciaio. Egli osserva tutti dall’alto, come se dalla sua statura riuscisse a giudicare ed evocare l’inferiorità delle creature di Eru Ilúvatar. Egli le spazza via, mulinando la sua arma, sopraffacendo interi schieramenti.

E’ interessante scorgere i dettagli dello scontro finale tra Sauron e Isildur. L’oscuro signore abbatté Elendil con la sua arma poderosa come il grande martello degli Inferi. Quando volle affrontare anche Isildur, il figlio del re, Sauron non fece più uso della sua mazza fatta di duro acciaio, bensì del suo corpo. Con il suo piede piegò la lama della spada, e con la mano tentò di afferrare l’uomo. Perché? 

Quando ogni speranza sembrò svanire, Isildur afferrò ciò che rimaneva di Narsil, la spada di suo padre, e mozzò il dito a Sauron, privandolo dell’anello. Il Maia irretito venne sconfitto, e svanì. Sauron peccò di superbia, sottovalutò la forza dell’amore, la disperazione insita nell’animo umano. Isildur volle difendere il corpo del padre morente, e fece appello alle forze residue per tentare un ultimo attacco. Brandì l’elsa di Narsil e compì un movimento. Sauron, al contrario, voleva infliggere un dolore più intimo, personale, al figlio del re. Così allungò l’arto, nel tentativo di portare a sé Isildur per ucciderlo con la stessa mano in cui vi era custodito l’anello. Per tracotanza, Sauron subì il taglio netto del dito e perse l’Unico.

L’anello passò ad Isildur, ricorda Galadriel, che ebbe l’unica possibilità di distruggere quel male, esitando e, in seguito, tradendo il proprio credo. L’anello indurì il cuore del nuovo re e lo condusse alla morte. Molti ma molti anni dopo, esso passò nelle mani della creatura Gollum. Nelle caverne delle montagne, l’anello avvelenò la mente di Gollum, ed attese il ritorno del suo padrone. Passò poi ad un nuovo portatore, uno hobbit della Contea, e non di certo uno hobbit qualunque.

Bilbo Baggins, sottratto allo sguardo di Gollum, raccolse l’anello da terra e lo portò con sé, nella sua “andata” verso Erebor, e nel suo “ritorno” verso Hobbiville. Da quel rinvenimento, trascorreranno sessant’anni.

Galadriel conclude la propria rievocazione suggerendo come gli hobbit forgeranno la fortuna di Arda.

"Bilbo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un racconto hobbit

Non partì dai ricordi ma dalle constatazioni. Non iniziò con le memorie bensì con le conoscenze. Bilbo Baggins sedeva bello comodo nel suo piccolo studio. Beh, relativamente piccolo. Per uno hobbit quella stanza era spaziosa e molto ben illuminata da una finestra che si affacciava sul panorama verdeggiante della Contea. Bilbo scriveva con assiduità al mattino presto. Era così preso dalla stesura della sua biografia che i più avevano cominciato a dargli del misantropo, dell’asociale, del mezzuomo decisamente introverso. Di quelle dicerie, Bilbo non se ne curava. Come dicevo, egli avviò la scrittura del libro della sua vita non tanto dalle proprie reminiscenze, ma dal suo sapere. Il primo capitolo del volume Bilbo lo dedicò agli hobbit. Del resto, lui era conscio d’essere un esperto in materia. Gli hobbit vivono e coltivano i quattro Decumani della Contea, felici d’essere estranei alle vicende che riguardano gli altri popoli della Terra di Mezzo. Gli hobbit appaiono minuti, spesso vengono scambiati per dei bambini se visti da chi rientra nei parametri degli uomini di statura normale. Sono creature tradizionali, amanti del cibo, della coltura, della natura.

Durante le proliferazioni circa le minuziose descrizioni trascritte di proprio pugno da Bilbo, l’occhio meccanico della camera di Peter Jackson inquadra i paesaggi accesi e vividi della Contea, soffermandosi a mostrare molti degli hobbit che ivi abitano. Alcuni riposano, distesi negli esigui cortili dei loro giardinetti, rinfrancati dalla fresca brezza, altri bevono, reggendo sulle loro esili spalle botti da cui sgorga il vino, altri ancora si accingono a cogliere i frutti che la terra elargisce loro. Tra tutti questi hobbit catturati dall’inquadratura del sapiente cineasta, ce n’è uno alquanto speciale e coraggioso, sebbene lui non sappia ancora di esserlo. Mi sto riferendo ad uno hobbit grassottello e dagli occhi buoni. Questo piccolo ma grande amico ha un volto tondo e folti capelli biondi.

Samwise Gamgee compare sulla scena senza volersi fare notare, come uno fra tanti. Egli è intento a svolgere il suo lavoro da giardiniere, solo, accovacciato tra le piante colorate. Sam tiene in mano dei fiori, li osserva sorridente, felice di come essi stiano crescendo sani e belli. Tutti gli hobbit, riporta Bilbo, hanno un debole per quello che cresce, soprattutto Samwise. Sam appare per la prima volta nella pellicola come uno fra i più nella carrellata che Jackson dedica alla terra natia di questi mezzuomini. Sin dall’inizio, Jackson vuol mostrarci come Sam sia e si senta uno hobbit come un altro, umile e straordinariamente gentile nel prendersi cura di una vita delicata. Sam è proprio uno dei tanti, e dalla sua candidezza trarrà la forza per divenire un eroe fra pochi.

In quel giorno, gran parte dei mezzuomini stava ultimando i restanti preparativi per una festa. Bilbo compiva, in quel dì, 111 anni. Alla porta di casa Baggins qualcuno continuava a bussare con impertinenza, ma Bilbo non poteva in alcun modo lasciare la propria postazione. Egli chiamava Frodo, suo nipote, ma questi era già andato fuori, e se ne stava a leggere, poggiato ai piedi di un albero. Frodo, d’un tratto, sentì canticchiare: era una voce roca e profonda quella che echeggiava lungo il verde sentiero. Il giovane hobbit corse e raggiunse Gandalf, intento, per l’appunto, a cantarellare. Il grigio pellegrino riabbraccia il mezzuomo, e con lui si avvia tra i tratturi di quel paradiso fatto di collinette e d’erbe. Un senso di assoluta quiete e serenità accompagna il cammino dei due protagonisti. La Contea è una regione impregnata di pace, rasserena lo spirito di chi la osserva da un nastro di celluloide e ristora il corpo di chi ne respira l’aria pura.

Frodo confida a Gandalf il preoccupante cambiamento di Bilbo, diventato oramai meditativo, solitario e sempre più chiuso in se stesso. Bilbo trascorre le sue giornate a guardare vecchie mappe, ad evocare il trascorso. Terminate, infatti, le disquisizioni sugli hobbit, Bilbo ha cominciato a narrare il proprio passato, nel suo testo “Andata e ritorno”. La cerca di Erebor, il vissuto di Thorin, verranno immortalati dall’arte scrittoria di Bilbo, oramai perso nel rimembrare il passato. Nella sua casa, un gioiello proveniente dal remoto l’ossessiona e lo ha condotto a covare diffidenza nei riguardi dei suoi prossimi. Per sessant’anni, Bilbo ha custodito l’anello del potere, che gli ha prolungato la vita, ritardandogli in un certo senso la vecchiaia. Bilbo non si separa mai da quel “gingillo” d’oro, e presto Gandalf lo saprà.

"Frodo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Una festa d’addio, un viaggio incombente

Mithrandir ritrova Bilbo all’ingresso di Casa Baggins. Accolto nella dimora, Gandalf osserva le mappe che Bilbo, ultimamente, sta rimirando. Sulla vetta della Montagna Solitaria, aleggia la sagoma rossa di Smaug, ritratta sulla bianca carta. L’avventura dei nani della compagnia di Thorin è sepolta nel passato ed è eternata nei ricordi che Bilbo sta mescolando all’inchiostro. L’anziano hobbit confessa all’amico l’intenzione di voler abbandonare la Contea, di tornare ad ammirare le imponenti catene montuose e di trovare un luogo idilliaco in cui poter terminare il proprio manoscritto. Quella sera stessa, si consumeranno i festeggiamenti. In un clima di gioia e d’allegria, Frodo dirà inconsapevolmente addio al suo “tutore”. Quando Bilbo manifesterà il potere del suo anello, attrarrà l’attenzione di Gandalf. Tornato in fretta a casa Baggins, lo stregone invita Bilbo a deporre l’anello a terra e lasciarselo finalmente alle spalle. Con estrema fatica, Bilbo cede l’anello e si incammina verso l’ultimo viaggio della sua vita. La Contea, per quanto meravigliosa, aveva annoiato l’animo dello hobbit, che anelava di rimirare nuovi angoli del mondo. Lo spirito avventuroso di Bilbo non lo aveva ancora abbandonato, fu l’unica cosa che l’Unico non riuscì mai a mutare di lui.

Osservando l’anello, e poi toccandolo, Gandalf paventa la possibilità che esso sia invero l’Unico. A quel punto, il grigio stregone invita Frodo a nascondere questo misterioso oggetto, dopo di che parte per dare risposte ai suoi enigmi. Da questo momento, un clima di crescente allerta, di tensione, di paura per eventi concatenati che stanno sempre più emergendo e scatenandosi, comincia a manifestarsi.

Vi è una contrapposizione tra due momenti fondamentali delle prime fasi del film. L’atmosfera di calma, armonia, spensieratezza che si avverte alla Contea, durante il consumarsi della festa, si contrappone a quella agitata, tumultuosa, frenetica che si percepirà durante le fasi in cui si scoprirà la reale natura dell’anello di Bilbo, e le forze di Sauron incarnate nei Nazgul marceranno su Hobbiville. Tale contrasto mi richiama alla mente le sequenze de “Il cacciatore”, uno dei capolavori della cinematografia statunitense. In quel lungometraggio, il primo atto è strutturato secondo l’attenta messa in scena di un clima “cittadino”, familiare, felice quale potrebbe essere, con le dovute differenze si intende, il clima della Contea. I festeggiamenti del matrimonio nella prima parte de “Il cacciatore” si oppongono alle sequenze immediatamente successive, in cui gli orrori della guerra in Vietnam verranno palesati in tutta la loro efferatezza. Nel capolavoro “Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello”, le sequele in cui gli hobbit celebreranno in lietezza il compleanno di Bilbo si contrapporranno a quelle in cui Frodo e Sam verranno inghiottiti dagli intrighi legati all’anello, e alla guerra che presto incomberà.

Quando Gandalf farà ritorno alla Contea, scoprirà quello che temeva. L’anello di Bilbo appartiene a Sauron e, tramite esso, l’Oscuro Signore ha perdurato. Il pellegrino dal manto grigiastro sprona Frodo a lasciare subito la Contea. Lo Hobbit, accompagnato dal fedele Samwise, raggiungerà il villaggio di Brea, scortato anche da Merry e Pipino, due suoi congiunti. Ad un’andata e ad un ritorno compiuti da Bilbo è dunque succeduta una nuova andata, molto più ardua, aspra e pericolosa.

  • Il bianco macchiatosi di nero

L’ora è tarda - tuona Saruman -, il capo dell’ordine degli Istari quando Gandalf accorre a fargli visita. Il signore di Isengard sa che le forze di Sauron sono state radunate, lo ha visto con i suoi stessi occhi. Gandalf pare intimorito quando indugia ad ascoltare il sapere del più potente tra gli stregoni. La luce biancastra emanata dagli indumenti di Saruman non tranquillizza per niente, anzi, tutt’altro. Le sue espressioni minacciose, i suoi occhi allarmati, che tutto osservano con severità ed intransigenza, anticipano il suo tradimento, che presto verrà rivelato. Jackson non vuole che Curunír, l’uomo di Destrezza, nasconda con astuzia la propria malvagità per poi svelarla inaspettatamente. Il suo carattere scostante verrà colto nell’immediato. Sarà questo un qualcosa che si ripeterà, per volontà di Jackson, anche quando verrà presentato il personaggio di Boromir. Sin da subito, gli spettatori intuiscono la freddezza del fu Curumo, poiché egli non fa, volutamente, nulla per velare le sue funeste intenzioni. I suoi gesti, le sue movenze altere, le sue parole lente e distaccate precedono la rivelazione, sebbene Gandalf tardi a dedurlo poiché legato al capo del Bianco Consiglio da una lunga amicizia e, pertanto, incapace d’immaginare cosa trami colui che giudicava come saggio. Dietro la barba lunga e candida dello stregone bianco, Christopher Lee fa fluire la sua voce “baritonale”, poderosa, e la sua celebre espressività inclemente, più volte prestata a personaggi negativi da lui interpretati nella settima arte. Saruman confessa la sua alleanza con Sauron, la sua infedeltà, e che i nove sono prossimi a recarsi nella Contea. Il bianco si è offuscato, la sua luce radiosa è divenuta cerea. Gandalf tenterà di arginare le magie dello stregone ma verrà sconfitto e imprigionato nella torre.

Il grigio è un colore peculiare. Con esso, solitamente, si tende a descrivere un qualcosa di criptico, oscillante tra chiarore e oscurità. Chi viene definito “grigio” ha una personalità miscelata, divisa tra bene e male. Questo non varrà per gli scritti di Tolkien. Gandalf il grigio non avrà mai un carattere diviso, non oscillerà mai tra bene e male. Il suo grigiore avrà sempre lo splendore del bene. Il bianco, un colore con il quale si suole definire il bene assoluto, verrà sporcato da Saruman che tramuterà la sua chiarezza in una greve oscurità.

"Nazgul" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gli spettri dell’anello

Sauron, confinato nella sua fortezza, ha radunato le forze del male ed è prossimo a scatenarle per ritrovare l’anello. Sulla cima della torre di Barad-dûr, lo spirito di Sauron si è esternato ad ha assunto la forma di un grande occhio senza palpebre avvolto nelle fiamme.Il suo sguardo infuocato dilania l’oscurità, abbatte il brumoso, irrompe dal vuoto e valica le ombre, le carni, le terre e vede ovunque.Dalla sua roccaforte, il discepolo di Melkor ha sguinzagliato i suoi servitori più temuti e fedeli: i Nazgul.

Vi erano una volta nove re degli uomini. Ad essi Annatar, il menzognere, elargì nove anelli del potere. Offuscati dal desiderio di averli, gli uomini li presero e lentamente vennero consumati dall’Unico. La corruzione patita dissipò le loro volontà, la tentazione subita logorò ciò che restava delle loro anime, la forza promanata da Sauron li genuflesse, corrodendo i loro aspetti umani. Nulla restò di questi se non contorni scheletrici ed incorporei, margini scarnificati, quasi astratti. I grandi re degli uomini caddero, smarrirono la libertà, perdettero le loro sembianze.

I Nazgul provengono dal regno delle ombre, calcano ancora il terreno dei viventi pur essendo morti, ma non calpestano il suolo dell’aldilà malgrado siano trapassati, come se fossero prigionieri di una stasi perpetua. I Nazgul sono spettri senza faccia, privi di alcuna fisicità, fantasmi lugubri, parvenze offuscate, essenze stigie. Il loro corpo è impalpabile ma il mantello che indossano come un solo indumento dà forma intuibile alle loro invisibili fattezze. Dove un Nazgul poggia le proprie mani, rivestite da guanti argentei, lascia l’impronta della deformazione. Al passo di uno spettro, la terra si ritira, rigurgitando vermi e strani insetti.  Gli spettri emettono suoni striduli, penetranti come urla di tormento, si muovono in sella a cavalcature nere, dagli occhi rossi, e sono armati con spade affilate e pugnali Morgul avvelenati. Se si osasse guardare nello spazio libero del cappuccio che poggia sulle loro teste si vedrebbe l’abisso, le tenebre di un vuoto senza esito. Tuttavia, essi possiedono quello che resta della loro corporalità sebbene sfugga alla vista umana.

Quando Frodo li incontrerà e metterà l’anello, riuscirà a scorgere i volti ossuti, scarni, macilenti dei morti. 

  • L’incontro con Granpasso

Frodo, Sam, Merry e Pipino sfuggiranno alla gelida presa dei Nazgul e giungeranno a Brea. Nella locanda del Puledro Impennato incontreranno un misterioso ramingo, noto come Granpasso. L’uomo occulta la propria fisionomia sotto un copricapo e fuma silenziosamente una pipa. Il rosso acceso del piccolo fornello, dentro il quale brucia “il tabacco” Galenas, illumina, di tanto in tanto, il viso di questo enigmatico viandante, mostrando il suo sguardo vigile ed impassibile. Granpasso manifesterà presto agli hobbit la sua buona natura. Egli è amico dello stregone e si trova laggiù per proteggere Frodo dalle insidie dei suoi inseguitori.

Quando Jackson introdusse Aragorn, scelse di fare dell’erede al trono del regno di Gondor e Arnor un ritratto incerto, imperscrutabile. Coloro che lo avevano visto vagare per le terre selvagge, lo giudicavano un tipo pericoloso da cui tenersi ben alla larga. Quanto una singola, fugace, impressione poteva dirsi errata!

Granpasso è una maschera regale, che confonde gli hobbit. Essi, in principio, temono che si tratti di un nemico eppure, dietro la sua occhiata minacciosa, attenta e avveduta, Granpasso fa emergere una bontà deducibile in poco meno di un istante. Saruman, sin da subito, ha palesato le sue intenzioni meschine. Anche Boromir, al consiglio di Gran Burrone, farà venire a galla i suoi pericolosi propositi fin troppo legati ai desideri di suo padre, il sovrintendente. Saruman e Boromir mostreranno, immediatamente, i loro caratteri ombrosi. Granpasso, invece, oscilla dal mistero al vero, dal plumbeo al cristallino. Vantando il volto di un monarca solenne, Aragorn confonderà i mezzuomini e chi, su di lui, volgerà attenzione per la prima volta. Potrà sembrare un avversario temibile per Sam, che lo minaccerà ingenuamente, persino cattivo, salvo poi rivelare agli hobbit la bontà insita nel suo cuore. Aragorn condurrà i quattro nelle terre selvagge, verso la casa di Elrond.

"Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La Stella del Vespro

Giungeranno poi ad Amon Sûl. Ai pendii di quel colle, il figlio di Arathorn sostò, taciturno, mentre gli hobbit cadevano preda di un sonno leggero. Frodo scelse di rimanere accorto, poiché i sogni tardavano ad arrivare e nulla allietava il suo riposo. Silenzioso, lo hobbit indagò con lo sguardo il dúnedain, il quale se ne stava seduto e meditabondo. Con i suoi occhi grigi egli dava l’impressione d’essersi perso in un’illusione dolce e accattivante. Per la prima volta, Frodo notò la fragilità, il sentimento, l’umanità del ramingo, adombrati sotto la sua veste impavida. Quando scese la notte ed il cielo promulgò un riverbero pallido e ghiacciante, Aragorn, malinconico e affranto, si accinse ad intonare un canto modulato di carezzevole armonia. Le strofe di quell’ode illustravano, in eterno, un amore germogliato in tempi remoti che coinvolse Lúthien, la più bella dei figli Sindar di Ilúvatar, e Beren, un uomo.

Copertina del libro "Beren e Lúthien"

L’elfo femmina ed il mortale si conobbero nei boschi degli aurei Eldar. Lúthien passeggiava in una radura, ed ivi Beren la notò. La cercò per tutto l’inverno, dal giorno alla notte, tra i rami secchi e le foglie avvizzite. Gelido era il vento e fredda la boscaglia. Un bel mattino, sentì un suono melodioso. Vide poi una lunga chioma bruna cingere il volto di una donna bellissima, dalla cui bocca si levava una voce incantevole che risvegliava la natura dal torpore. Lúthien cinguettava, passeggiando col suo tocco etereo, e dal suo canto sublime venne fuori la primavera. Beren, udendo quel motivo, appellò la fanciulla come Tinúviel, l’usignolo. I due si avvicinarono e lessero i loro destini negli occhi dell’altro. Lúthien rinunciò all’immortalità della sua razza per condurre una vita mortale con l’eroe. Beren considerava la sua Lúthien come un essere di natura angelica. La paragonò ad un usignolo, il cui splendido suono era lieve come il petalo di un fiore e forte come lo scorrere di un ruscello.

Beren non fu il primo innamorato a confrontare l’oggetto del proprio amore con la levità di un usignolo. Lo scrittore Hans Christian Andersen, quando s’innamorò di Jenny Lind, soprano lirico, scrisse per lei “L’usignolo”, una fiaba in cui la meravigliosa voce della donna, conservata nel cuore dell’autore, fu fantasticamente trasfigurata nel canto rinfrancante di un uccellino, protagonista del racconto.

Mediante i versi del canto di Beren e Lúthien, Aragorn rievocò l’amore impossibile tra uno spirito mortale ed un’anima perpetua, sognando anch’egli un destino in cui il dolce e l’amaro si uniscono.

Arwen Undómiel sopravverrà nella notte, spintasi sino ai tardi confini del suo reame per ritrovare Aragorn. Scenderà da un cavallo candido e sprigionerà un bagliore accecante. Frodo, la cui vista è annebbiata dal veleno dei Nazgul, verrà irradiato da quel caldo guizzo. Arwen è una stella, la più luminosa tra le limpide ed incontaminate creature della Terra di Mezzo. La dama di Gran Burrone è splendida come, un tempo, lo fu Lúthien e, attorno al collo, ella porta una gemma bianca, la Stella del Vespro.  Arwen dialoga con il númenóreano, in lingua elfica, quand’egli le sfiora la mano.

Arwen condurrà Frodo in salvo a Rivendell, scampando agli spettri.

"Aragorn e Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’amore tra Aragorn e Arwen

La fiamma dell’Ovest smise di divampare molti anni addietro. Veniva chiamata così Narsil, la gloriosa lama dei re, “fiamma dell’occidente”. Essa, spazzata via, si spense. Da quando Sauron l’aveva frantumata, non fu più riforgiata. I frammenti della spada riposavano a Gran Burrone, poggiati su di un morbido tessuto azzurro e sostenuti dalla presa di una scultura marmorea.

Aragorn onora Narsil come simbolo della sua casata, esita persino a toccarla senza porgerle i propri rispetti. Dinanzi ai resti della futura Andúril, è possibile ammirare un vasto dipinto che cattura il momento in cui Isildur staccò l’anello dalle mani di Sauron. Aragorn è atterrito al cospetto della spada. Essa rappresenta il passato più coraggioso della propria stirpe ma anche il grande fallimento. La lama appartenuta ai suoi padri, ancora affilata ma non integra, testimonia per Aragorn la traccia di un trascorso che grava ancora sul presente e, al contempo, il segno di una debolezza, di un tracollo. Come fu spezzata la spada, così accadde al lignaggio dei re. In quei residui d’acciaio, su cui sono ancora incise rune, è custodita la separazione, la divisione, la perdita dei sovrani di Gondor. Quel cimelio rappresenta molto di più ed Aragorn ne è consapevole. Quando lambisce l’elsa, egli poggia la sua mano sul cuore, come segno di devozione. E’ tutto espresso in questa scena, in quel gesto. Narsil è il passato, Andúril sarà il futuro. Attraverso la sua ricostruzione, potrà essere ricostituita la casata dei monarchi. Tutto resta ancora diviso, come indicato dai frammenti della lama, e tale tutto dovrà essere riunito attraverso le gesta eroiche di Aragorn.

Ma Thorongil ha paura del suo destino. Differentemente da Thorin, il nano della dinastia di Durin che perse la corona per volere di Smaug e agognò riottenerla per tutta la vita, Aragorn non desidera diventare re. Egli teme il proprio fato, paventando la possibilità che nel suo sangue scorra la stessa fragilità del suo avo. Aragorn, con estrema umiltà, scelse l’esilio, nutrendo dubbi sulla sua resistenza al potere soggiogante. Aragorn teme di non riuscire a sopraffare lo stesso male che distrusse i suoi antenati. Tuttavia, vi è al suo fianco una persona che gli dà coraggio, colei che non prova alcun dubbio sulla sua forza, la donna di cui Aragorn è perdutamente innamorato.

Arwen indossa un vestito bianchissimo, ed è avvolta da un fulgido chiarore. Con voce soave, bisbiglia all’orecchio dell’amato quanto coraggio si possa trovare in lui. La figlia di Elrond è una stella staccatasi dal firmamento, che brilla sulla terra. Ella oltrepassa le nubi che ombreggiano sull’orizzonte, che offuscano le riflessioni di Aragorn, i cui affanni deturpano il suo volto fiacco.

Il dunedain rimembra, indugiando, coi pensieri, sul primo incontro che ebbe con Arwen. In quel giorno, per sua stessa ammissione, Aragorn credette d’essersi smarrito in un sogno. Nei boschi dell’Imladris, il giovane scorse la nobile fanciulla, ed il suo incedere venusto tra le verdi betulle. Aragorn chinò il capo, per vedere il prato che si dipanava sotto i suoi piedi. Volle capire se inavvertitamente stesse valicando un sentiero onirico, in cui la tersa magia era succeduta alla realtà.

Arwen rassomigliava alla dama Lúthien, incarnandone il candore e l’abbagliante bellezza. Aveva la pelle limpida e vellutata, le labbra rosate, gli occhi cerulei e lunghi capelli corvini che le scendevano lungo la schiena. Aragorn le rivolse parola, ed ella contraccambiò. Gli scritti antichi avevano racchiuso l’amore di Beren e Lúthien in un unico canto, ma per Aragorn nessuna parola dell’idioma conosciuto sarebbe mai riuscita a render merito a quello splendore elargito che rubò il suo sguardo. Arwen era pura e delicata, irraggiungibile e rilucente come un astro. Per Aragorn, Arwen personifica non una sola melodia, ma tutte le arie più liete suonate dai menestrelli elfici. Ella era flautata come la soavità di un’arpa. La Stella del Vespro della razza elfica convogliava in sé lo splendore di una stirpe angelica, la grazia di un popolo imperituro, l’etereità di un’essenza divina, la gentilezza di un cuore immacolato.

A Gran Burrone, Aragorn ed Arwen permangono in piedi su di un ponticello roccioso, stretti ed immersi tra la natura. L’acqua scorre sotto di loro ed entrambi, come già accaduto a Cerin Amroth, si promettono eterna fedeltà. Arwen scosta i capelli di Aragorn e gli carezza le gote. Aragorn fa scorrere la sua mano sul collo della fanciulla, sino a sfiorare la Stella del Vespro. In quell’attimo, Arwen dona ad Aragorn la gemma elfica, promettendo di rinunciare all’immortalità della sua gente. La Stella del Vespro, ricolma di una nitida luce, palpita come un cuore pieno d’amore. La stella simbolizza per Arwen la parte più intima di sé, il cuore tramutato in oggetto prezioso che liberamente la donna può scegliere di offrire a colui di cui si è invaghita. Ella vincola se stessa all’Elessar, in modo che Aragorn, portando il gioiello con sé, possa averla sempre accanto.

Gli elfi sono esseri beneficiati da un’esistenza illimitata, non compendiano l’invecchiamento, l’angustia del tempo che scorre via, e non conoscono la morte che sopraggiunge al termine di un percorso vitale. Arwen recede il rapporto con la sua natura eterna, abbracciando la dolcezza dell’amore e l’amarezza della mortalità. La principessa elfica sceglie di vivere una vita soltanto, e di consumare la propria leggiadria in poco più di cento anni. Ma cos’è un secolo per un elfo? Un battito di ciglia in un vissuto millenario, un sospiro fuggevole in un respiro prolungato, un fiore caduco che sboccia e appassisce in un sol giorno.

Eppure, in un tempo più esiguo da condividere con Aragorn, Arwen mira la sostanza della felicità, della gioia più grande, un morso che appaga molto più di un lauto pasto. Cento anni vissuti con pienezza varranno ai suoi occhi tanto più di interminabili ere trascorse nella solitudine e nel rimorso. Arwen, da donna celeste, diviene donna terrena, “baciando le guance” di un destino che porta ad una fine. Il suo sarà un amore eterno nelle anime ma non nei corpi. Aragorn, perdutamente ammaliato dalla dama, non avrà tra i suoi pensieri che lei, il suo solo conforto, la sua unica ragione. Aragorn ed Arwen si baceranno tra gli alberi muti e vivi della foresta. La storia ha trovato il modo di ripetersi, ed Aragorn e Arwen, uniti da un amore profondo ed inviolabile, ripeteranno quanto fatto da Beren e Lúthien.

Sia Aragorn che Arwen raffigurano stelle evocative ed ispiratrici. Arwen è la stella che orienta il vagare del ramingo, colei che sempre guiderà Aragorn nel suo cammino. Aragorn, invece, chiamato in giovane età anche Estel, è una stella fioca che diverrà sempre più accesa, poiché carica della luminosa speranza che darà coraggio a tutti i popoli liberi della Terra di Mezzo.

Se Arwen donerà all’infinto speranza al suo amato, Aragorn donerà la medesima speranza ai dunedain e ai suoi fratelli di Gondor e Rohan.

  • La compagnia dell’anello

Frodo ha rincontrato suo zio Bilbo, il quale, adesso, soggiorna nell’Ultima Dimora Accogliente. Lo hobbit ambiva a viaggiare, ma lontano dall’innaturale potere dell’anello, cominciò ad invecchiare rapidamente. Bilbo sfruttò la permanenza alla Casa di Elrond per concludere il suo libro. Frodo è il primo a sfogliarlo, loda i disegni in esso contenuti, specialmente la mappa che tratteggia la Contea. Essa manca molto a Frodo ma il fardello ereditato dallo zio lo obbligherà a peregrinare ancora. Bilbo dà a Frodo Pungolo e la corazza di Mithril, due “oggetti” che prestarono già servizio in un’altra avventura.

Al concilio di Elrond si forma un manipolo di 9 eroi. Frodo si assume la responsabilità di portare l’anello sino a Mordor, per gettarlo tra le fiamme del Monte Fato. La compagnia dell’anello partirà da Forraspaccata l’indomani. Otto compagni seguiranno Frodo: Gandalf, fuggito da Isengard, Aragorn, Legolas, l’elfo saggio e potente di Bosco Atro, Gimli, nano astuto e risoluto, Samwise, Merry, Pipino e Boromir, capitano di Gondor.  All’interno della compagnia nove compagni, appartenenti a razze diversissime tra loro, stringeranno un rapporto d’inossidabile amicizia. Tolkien, partorendo l’idea di un gruppo di “avventurieri” così eterogeneo, volle, metaforicamente, abbattere le barriere e mostrare come l’amicizia, l’affetto, possano nascere indipendentemente dalla “razza”, ognuna speciale a suo modo. Aragorn lascerà Gran Burrone senza avere la certezza di rivedere Arwen. La guarderà una volta ancora, le farà un cenno, e si aggrapperà alla speranza per riabbracciarla.

Durante il “concistoro”, Boromir, con sprezzante arroganza, sollecita tutti a usare l’anello contro Sauron. L’uomo verrà ammonito saggiamente da Aragorn che gli rammenterà che l’Unico risponde ad un solo padrone.

"Gandalf, il grigio" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Le miniere di Moria e la morte di Gandalf

La compagnia s’incamminerà sino ai picchi innevati di Caradhras. Verranno, tuttavia, dissuasi dal proseguire dalle arti magiche di Saruman. Nelle prime fasi del viaggio, Boromir interagisce con gli hobbit con simpatia e affetto, in particolar modo con Merry e Pipino. Egli li istruisce come un maestro schermidore, e gioca con loro quando lo “attaccano” scherzosamente. Quando il passo del “Cornirosso” diverrà troppo ostico, Boromir si farà carico di due hobbit, e nel periodo in cui il freddo sarà sempre più pungente, esorterà tutti a lasciare la catena montuosa, in caso contrario, afferma, sarà la fine degli hobbit. Jackson, attraverso questi espedienti, mostra come Boromir si stia affezionando ai mezzuomini, coloro per i quali morrà.

Assecondando il suggerimento di Gimli, la compagnia giunge alle miniere di Moria. Il dominio di Khazad-dûm sorgeva nel cuore delle Montagne Nebbiose, e ad esso si arrivava dopo aver percorso un lungo viottolo, fatto di rocce e sassi. Innanzi alle mura di Moria, vi era un grande stagno putrido, generatosi dal Sirannon, un torrente straripato che allagò la vallata prospicente i cancelli occidentali. L’acqua del torbido lago, così come le stesse miniere, non veniva disturbata dalla presenza dell’uomo da molto tempo. Gandalf sapeva cosa albergava nelle profondità segrete della terra, ma non poteva vagliare altra opzione. La voce di Saruman, mesta e rigorosa, rimbombò nella testa del grigio pellegrino. Lo stregone bianco lo avvertì: a Moria vigono ombre e fiamme. Gandalf dovrà compiere l’azione più intrepida della sua vita, semmai il flagello di Durin dovesse frapporsi e sbarrare loro la via. Al calar della notte, il raggio della luna illuminò le Porte di Durin, fatte d’Ithilden, e rivelò l’enigma per varcare la soglia. Fu Frodo a risolvere “l’indovinello”, dimostrando d’aver “ereditato” il talento dello zio, anch’egli, alquanto, scaltro nel risolvere i rompicapi.

Non ho memoria di questo posto” – ammette Gandalf, lungo il tenebroso sentiero, non riuscendo a rammentare quale via sia quella corretta. Lo stregone grigio regge il bastone magico donatogli da Radagast, ha deposto al suolo il capello a punta, e siede su di una roccia. Resta laconico, indeciso su quale dei due varchi porti all’uscita. Moria è un reame abbandonato, una tomba oscura, repleta di sofferenza. Gli orchi ed i goblin dominano l’antico regno di Nanosterro, le fiamme rosse il baratro. Gandalf riflette, cosciente che presto affronterà la morte e che essa esigerà la sua vita. Ecco che il discorso che farà a Frodo, relativo al tempo che viene concesso ad ogni mortale, assume un valore ancor più rilevante poiché proferito da un uomo consapevole che il suo tempo verrà presto a terminare.

In uno dei dialoghi più significativi del film, Gandalf citerà la pietà come qualità intrinseca dell’animo umano. Mithrandir insegnerà a Frodo la compassione, un principio, quest’ultimo, che anni prima trasmise a Bilbo. Frodo ammatterà di rimpiangere la scelta effettuata in passato dallo zio, ovvero quella di risparmiare la vita a Gollum. Fu un peccato non togliere la vita a quella sgradevole creatura? No, fu un atto di pietà.

Bilbo osservò quella carcassa dotata di movimento, sparuta e smunta, e vide in essa l’infezione, la contaminazione dell’oscura pazzia. Eppure, negli occhi tondi e azzurri, disperati, di Gollum, Bilbo dedusse il supplizio di un essere malato. Ebbe misericordia, non volle arrecare altro dolore. Neppure i più saggi conoscono gli esiti di ogni operato, e non si deve mai avere fretta di spargere condanne e giudizi. Gandalf crede fermamente che il vero coraggio non si compia nel sottrarre una vita, ma nel risparmiarla. Gollum, per la sua crudeltà, per la sua violenza, meritava forse di perire, ma chi può sancire questo con assoluta sicurezza? Nessuno dovrebbe avere l’insensata arroganza di uccidere un colpevole, poiché diverrebbe reo a sua volta. Ogni atto efferato dovrà essere punito, ma la morte non corrisponde mai ad alcuna giustizia.

Personalmente, la pietà espressa da Gandalf mi ricorda alcuni concetti trattati da Cesare Beccaria nel suo famoso libretto “Dei delitti e delle pene”. In quel volumetto, il padre di Giulia Beccaria, nonché nonno di Alessandro Manzoni criticò aspramente la pena di morte, facendo appello ad una sana giustizia e ad una coscienziosa pietà. Gandalf dirà poi a Frodo che spesso, tutti noi, non possiamo avere il controllo sui tragici accadimenti, ma possiamo, nonostante ciò, scegliere come agire di conseguenza, e sfruttare il tempo che ci viene concesso. Gandalf è al corrente che la sua ora potrebbe presto giungere ed è pronto ad impiegare quello che gli resta per proteggere e salvare tutti i suoi compagni.

Quando il Balrog emergerà dal fuoco, lo stregone non esiterà ad affrontarlo e a farlo cadere giù. Verrà trascinato anch’egli, e scomparirà nella gola.

"La caduta di Boromir" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La morte di Boromir

A Parth Galen si udì, per l’ultima volta, il suono del corno di Gondor. Esso aveva il valore di una reliquia, era bianco come l’avorio, vantava una punta d’argento e diverse incisioni d’oro. Fu spezzato dalla carica degli Uruk-hai. Boromir lo usò finché ci riuscì, nel vano tentativo di chiamare a sé ulteriore aiuto in tempo. Boromir peccò, tentò di sottrarre l’anello a Frodo. Rinsavì dopo aver provato il furto, e si vergognò profondamente. Impiegò ogni sua forza per salvare Merry e Pipino durante il conflitto con i grandi guerrieri che portavano la mano bianca di Saruman. Boromir difese strenuamente i due hobbit, coloro che più gli avevano prestato attenzione ed amicizia. I piccoli mezzuomini a cui aveva impartito blande, veloci ma divertenti lezioni di scherma, erano ancora incapaci di difendersi. Il capitano di Gondor farà quanto potrà per salvarli, ma come punizione per la sua colpa, fallirà.

La prima freccia lo trafisse al petto. Boromir parve appena sentirla conficcare nella pelle, si rimise in piedi e seguitò ad abbattere qualunque avversario gli si ponesse davanti. Un secondo dardo nero lo raggiunse al cuore e quasi sembrò sopraffarlo. Il primogenito di Denethor esitò per qualche istante, poi urlò ancora e sguainò nuovamente la spada. La terza freccia scoccata distrusse la sua resistenza fisica, non il suo ardore. Ad ogni colpo adempiuto, è probabile che Boromir ripensasse alla conversazione che ebbe con Aragorn, colui che sarebbe dovuto essere il suo futuro re. Ogni fendente intercettato, ciascun colpo assestato non fece che richiamare in lui quel breve ma emblematico dialogo. Come disse al figlio di Gilraen, Boromir sognò un giorno che entrambi avrebbero camminato sino alle propaggini del regno di Gondor e Arnor, sino ai confini di Minas Tirith. Vedendoli, la sentinella, sulla grande torre bianca di Ecthelion, avrebbe annunciato il ritorno dei nobili figli del regno degli uomini. Nulla di tutto questo mai si avvererà. Le vedette cercheranno Boromir in lontananza, ma non lo scorgeranno mai più.

Boromir cadrà a terra, ma non si distenderà. Resterà in ginocchio, genuflesso al giudizio. Nel suo permanere chino, Boromir dà l’impressione di non volersi arrendere, ma se il suo spirito non è ancora piegato, lo è il suo corpo.

Aragorn piomberà sul terreno di guerra troppo tardi, e potrà soltanto declamare un estremo saluto. Boromir confesserà il suo errore, pentendosi di non essere stato saggio come il proprio “fratello”. Egli si è macchiato, e per Tolkien il peccato più grave non potrà essere perdonato sulla Terra. La fatalità della morte costituirà il castigo. Fin dall’inizio, Boromir aveva palesato un carattere forte, aggressivo. Egli tramava d’impossessarsi dell’anello ma non per servirsene egoisticamente. Invero, voleva porlo a difesa del suo popolo. Come accadde a Thorin, Boromir morì dopo aver ceduto alla tentazione, ma mantenendo il proprio coraggio ed il proprio onore. Il capitano di Gondor incarnava la debolezza umana ma non solo. Egli personificava anche la voglia di riscatto, d’espiazione, il rimorso, l’altruismo che porta all’atto del sacrificio: tutte caratteristiche proprie del sentimento umano. Il fatto di aver errato rende Boromir un personaggio riprovevole? Tutt’altro, schietto e vero. La grandezza di questo eroe caduto sta proprio nel rammarico, nel voler epurare il suo sbaglio. La cristianità di Tolkien è espressa pienamente nella dipartita di Boromir. Il personaggio non verrà graziato sulla Terra, ma è certamente ipotizzabile che trarrà in salvo la propria anima per essersi ravveduto prima che l’ombra calasse.

Aragorn seppellirà Boromir, congedatosi da lui dopo averlo riconosciuto come unico e vero re. Il sire deporrà il corpo del guerriero, fissato in una nobile posa, su una barca, e farà sì che essa navighi sino alle cascate di Rauros.

Mentre Aragorn, Legolas e Gimli partiranno alla ricerca di Merry e Pipino, Sam raggiungerà Frodo e con lui proseguirà verso Mordor. La tenacia di Sam è espressa proprio in questo frangente. Egli non abbandonerà mai Frodo, perché lo ha giurato, ed una promessa per i puri di cuore equivale ad un sigillo. La compagnia si è disgregata ma non ha fallito, poiché è rimasta fedele al giuramento d’amicizia e amore. Nessuno verrà abbandonato, nulla cadrà mai nell’oblio.

Voto: 10/10

Continua con la quinta parte…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La grande scultura di pietra che svettava nella sala dei re, ostentando la fierezza nobiliare di un monarca nanico, cedette. Gli occhi tondi e saggi, scavati nel volto pietroso della statua, colliquarono, la barba si disgregò, la roccia si “sciolse”, dissolta dal calore dell’oro bollente. Smaug era stato attratto con l’inganno nel salone e giaceva ai piedi della scultura quando tutto accadde. Il piano orchestrato da Thorin stava per compiersi: una parte della ricchezza di Erebor, trasformata in liquido dalle fornaci accese, avrebbe annientato il drago. Smaug vide la materia disfarsi e l’oro “piovere” giù. Quel tesoro, serbato con insano attaccamento, avrebbe generato la sua fine. Come una cascata rovente il fuso colò e lo avvolse. Sarebbe dovuto annegare, ma le scaglie di drago, per una volta, rigettarono l’abbraccio dell’oro. Covando vendetta, Smaug uscì dalla Montagna Solitaria e, una volta alzatosi in volo, si diresse verso Pontelagolungo. Le ali, mosse con forza, scuotevano l’aria, annunciando la venuta di un tornado. Dal sospiro di Smaug sgorgava fuoco, dai suoi artigli morte.

Bard raggiunse la sommità di una torre e, lassù, vide la devastazione arrecata dal drago. In quel momento, l’uomo brandì arco e frecce e cominciò a tempestare l’animale, scoccando ritmicamente i suoi dardi. Ma le punte delle frecce erano troppo esigue per perforare quella dura “epidermide”, e gli attacchi dell’arciere solleticavano l’animale. Disperato, Bard venne raggiunto dal figlio Bain, che nel frattempo aveva recuperato la Freccia Nera. L’arciere sapeva che avrebbe avuto una sola possibilità. Uno spettro scarnificato apparve tra i suoi pensieri. Bard avrebbe fallito il colpo come accadde al suo antenato o sarebbe riuscito a prevale su quel male?

Nel disordine perpetrato da Smaug, Bard riuscì a scorgere, per un singolo momento, un’impercettibile ferita, un varco schiuso nella pelle del drago. Fu in quel momento che Bard comprese che Girion, il suo antenato, non morì invano e non fallì del tutto nell’impresa: egli riuscì a piegare una scaglia, a farla saltare. Un colpo assestato con precisione avrebbe trapassato la “corazza” e raggiunto il cuore. Bard poggiò la grossa freccia sulla spalla del figlio, per usufruire di una balista improvvisata. Reggendo quel “dardo” nero, lungo come una lancia, Bard vide in quell’arma un “fantasma”, il trascorso del suo avo, ma negli occhi di suo figlio, che seguitava a guardarlo e a nutrire immutata fiducia in lui, vide altresì il proprio futuro. La freccia era un’eredità derivata dall’avvenuto, Bail, invece, la sua discendenza, il suo avvenire. Per un solo attimo, Bard resse in mano il passato e volse lo sguardo al futuro. Lasciò partire il colpo e trafisse Smaug. Il passato era stato sconfitto.

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 La trama, tessuta dall’oscuro signore come una fitta ragnatela, è stata dipanata.

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Poco prima di partire verso Erebor per raggiungere gli altri, Kili si congeda da Tauriel donandole una pietra runica. Fu proprio grazie a quell’oggetto che Tauriel rivolse parola e attenzione al nano. Durante la forzata permanenza dei nani al palazzo di Thranduil, la ragazza notò come Kili tenesse la pietra in mano e, spinta dalla curiosità, gli domandò di cosa si trattasse. Tale pietra, per Kili, rappresenta una promessa da ricordare, valida in eterno. Tauriel, come tutti gli elfi silvani, ammira la luce promanata dalle stelle, perché essa è memoria, pura ed indimenticata. Ogni promessa fatta con il cuore è paragonabile ad una memoria, un ricordo da rammentare. Kili, donando la sua pietra runica a Tauriel, le affidò la memoria del loro incontro, nonché la promessa del suo ritorno. La pietra runica, come la stella del vespro che Arwen donerà ad Aragorn molti anni dopo, seppur non preziosa come il gioiello della dama di Gran Burrone, rappresenta la promessa d’amore tra Kili e Tauriel scolpita nella pietra, immortale come il ricordo custodito nella brillantezza di una stella che schiarisce le tenebre del cielo.

L’amore tra Kili e Tauriel, mai partorito da Tolkien, non avrà vita sulla terra. Jackson ne fu consapevole, e tentò di descrivere questo sentimento come se esso potesse vivere platonicamente “soltanto” nei ricordi di Tauriel, colei che era innamorata, per l’appunto, della memoria emanata dalla luminosità delle stelle. Nei suoi ricordi, nella sua promessa, è lì che riposerà per sempre Kili.

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Con la morte di Smaug, i nani della compagnia possono finalmente fare ritorno al loro regno. Assecondando l’ordine di Thorin, i suoi familiari sbarrano l’accesso ad Erebor. Rinchiusi, al sicuro, tra le rocciose pareti della montagna, i nani tornano a respirare i profumi mai dimenticati del loro reame. Thorin siede sul trono ma non è appagato. La corona posta sul suo capo non gli basta, e l’armatura regale che indossa non allieta la sua inquietudine. Al contempo, Re Thranduil, venuto a sapere della caduta del drago, guida un esercito di elfi sino alle pendici della Montagna Solitaria. Il nobile monarca elfico cavalca un grande alce e pretende che gli vengano restituite delle bianche gemme di luce argentea, incastonate in una collana, appartenuta alla sua stirpe. All’esercito elfico si aggiunge l’avanzata delle schiere degli uomini provenienti da Pontelagolungo, capitanate da Bard, che reclama la parte dell’oro necessaria a ricostruire le case distrutte dal soffio del drago. Thorin rifiuta aspramente di cedere porzioni della propria ricchezza e rinnega la parola data. Gli elfi e gli uomini sono decisi a irrompere nella montagna come pioggia torrenziale, ma in aiuto di Thorin arriva Dain Piediferro, signore dei Colli Ferrosi, col suo esercito di nani. Prima che tra elfi, uomini e nani scoppi una sanguinosa guerra, sopraggiungono i due eserciti di Azog. Sui pendii di Erebor, comincia, dunque, la battaglia dei cinque eserciti.

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  • La malattia dell’oro

Bilbo segue preoccupato la discesa negli inferi che Thorin sta patendo. Inizialmente, lo hobbit era felice d’essere riuscito ad espletare il compito che si era prefissato: aiutare i suoi amici a riottenere la loro casa. Era stato ripreso il bene più prezioso, il luogo a cui poter appartenere, in cui potersi identificare. Ma Thorin non era soddisfatto, giacché aveva smesso di desiderare la dimora, ed aveva anteposto ad essa la smania di un bene materiale, agognato per avidità.

In quei frangenti, Thorin scruta l’oro con bramosia, ne ammira la consistenza, il brillio, la lucentezza. Il re sotto la montagna non è più attratto dalle camere, dai sentieri, dai corridoi, dagli angoli segreti e ancora da scoprire di quella casa a lungo desiderata, bensì è attirato dalla ricchezza, dal tesoro. Sotto gli occhi sconfortati di Bilbo, Thorin contrae la malattia del drago. Il monarca nanico cerca dappertutto, brama con impazienza, scava sotto cumuli e gruzzoli per rinvenire la gemma più preziosa senza, tuttavia, riuscirci. Il nano si rivolge a Bilbo, vedendo in lui la sola amicizia sincera che gli sia rimasta. Thorin è stato irretito, non si fida più di nessuno, e teme che qualcuno della sua famiglia possa tradirlo. Nutrendo lealtà solamente nei riguardi dello hobbit, Thorin sceglie di donare a Bilbo una splendida corazza di mithril come segno di gratitudine. I foschi ragionamenti, le paranoie che torturano la mente di Thorin, presagiscono l’avvento di un’imminente pazzia. Or dunque, Bilbo decide di fare quanto è in suo potere per allontanare Thorin da un tale male.

L’Arkengemma non possiede il potere dell’Unico Anello. Ciononostante, la sola evocazione del potere in essa contenuto, il ricordo della sua consistenza ed il bagliore seducente da essa emanato, annebbiano la mente di Thorin. L’Arkengemma, come l’anello, riesce a corrompere l’animo degli innocenti. Thorin, in principio, non riusciva a considerarsi re poiché era stato privato del proprio reame. Nonostante lo abbia riottenuto, seguita comunque a non sentirsi tale senza prima aver ghermito il gioiello della corona. Thorin dimentica come i suoi compagni lo ritenessero un re ben prima della sua salita al trono. Egli ha smarrito la propria saggezza e vaga, confuso, lungo i vasti “androni” di Erebor. Le parole di Smaug rimbombano nella sua testa, come l’eco di una voce che sussurra malignità all’orecchio di un povero uditore. L’oro circonda lo sventurato Thorin, protrattosi sull’orlo dell’abisso, e quasi lo ingurgita in una morsa divorante.

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Come accaduto a Bard all’inizio del terzo ed ultimo lungometraggio della trilogia de “Lo Hobbit”, Thorin si trova a vivere un momento in cui il passato ed il futuro della propria dinastia si intrecciano. Bard doveva affrontare il drago e ucciderlo. Avrebbe vissuto sulla propria pelle l’esperienza provata dal suo antenato. Guardato con fedeltà dal proprio figlio, Bard poté bandire i fantasmi dell’avvenuto, e dare gloria al proprio avo, riuscendo a sconfiggere definitivamente il drago, così da contribuire ad un futuro più luminoso, privato dall’alone malvagio di Smaug. Thorin si troverà a vivere una fase simile della propria esistenza. Nella Montagna Solitaria, attorniato dalle ricchezze della sua casata, sosterrà una contesa intima, personale, dilaniante. Thorin dovrà scegliere se “cadere” come accaduto ai suoi padri o rinsavire. Per un lungo lasso di tempo, il sovrano verrà assoggettato alla malattia, non riscattando il passato dei suoi predecessori. Soltanto alla fine, Thorin riacquisterà la ragione e redimerà se stesso, il passato dei suoi avi ed il ricordo che tutti possiederanno di lui in futuro.

Sotto i suoi piedi, il figlio di Thrain mira un vasto terreno d’oro. Esso si disserra, aprendo una voragine che lo inghiottisce in una pozza di avarizia. Thorin si è trasformato in ciò che ha sempre odiato, in Smaug, e sta facendo la medesima fine che avrebbe voluto far fare a lui. Quella statua disciolta nell’oro fuso, che avrebbe dovuto avviluppare il drago e soffocarlo senza riuscirci, è adesso divenuta, agli occhi di Thorin, una distesa gialla, come un fiume dorato. Le correnti di questo “torrente” lo stanno trascinando via, inglobandolo in loro stesse.

Prima di soccombere alla pazzia, Thorin si ravvede ma la corruzione, una volta patita, per Tolkien, non sempre può essere perdonata. Thorin, come accadrà a Boromir seppur per motivi profondamente diversi, ha ceduto al male, alla tentazione, e per tale ragione andrà incontro alla morte.

"Bilbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Re sotto la montagna

Il re domanda ai suoi “uomini” se vogliano seguirlo un’ultima volta.  Essi acconsentono, il corno di Erebor risuona. Il varco si apre ed i nani, guidati da Thorin, caricano verso i nemici. Thorin ritorna in sé e affronta l’ultima prova della sua vita. Il re nanico sfida Azog, l’orco pallido, l’ultima traccia di un passato oscuro, e riesce ad ucciderlo. Nel combattimento, però, rimarrà fatalmente ferito. Anche Kili e Fili moriranno, e della sua casata Thorin non vedrà che cenere.  La battaglia verrà vinta dalle forze alleate di uomini, elfi e nani. Tauriel raggiungerà il corpo morente di Kili e, nelle sue mani, porrà la pietra runica, l’eterna promessa, l’eterno ricordo. Legolas, invece, partirà alla ricerca di un dunedain, conosciuto come Granpasso. Prima di andar via, Legolas verrà salutato dal padre, il quale gli ricorderà l’amore che la madre provava nei suoi confronti. Legolas si era invaghito di Tauriel ma ella non contraccambiò mai il suo sentimento. Implicitamente, Jackson vuol suggerirci che l’elfo di Bosco Atro, rievocando, sul finale, l’amore della madre e stringendo una profonda amicizia con Granpasso negli anni a venire, imparerà la nobiltà, la pacatezza, l’affetto e la bontà che mostrerà di avere durante la Guerra dell’Anello.

Poco prima che Thorin spiri solitario, Bilbo lo scorge accasciato al suolo. Thorin gli sorride, apprezzando, in punto di morte, la vita quotidiana degli hobbit, lontani dalla violenza e dagli orrori della Terra di Mezzo. La Contea è una regione paradisiaca, verdeggiante, avulsa dal male. Thorin sprona Bilbo a tornare alla sua terra natia, dicendo che se tutti avessero cura della casa e non dell’oro, il mondo sarebbe un posto più bello. Thorin se ne è roso conto troppo tardi. Per Tolkien, chi peccherà non sempre avrà la possibilità di redimersi. Come avverrà per Boromir, corrotto dal potere dell’unico, anche per Thorin, consumato dall’Arkengemma, non ci sarà salvezza. Entrambi riusciranno, però, ad espiare le proprie colpe prima di perire in battaglia, donando la vita per salvare i propri amici. L’onore ed il coraggio verranno conservati, ma entrambi, come punizione per essersi macchiati, non potranno sopravvivere ad Arda.

Thorin è riuscito a guarire dal suo male prima che fosse troppo tardi, e ci riuscì grazie a Bilbo, lo hobbit, divenuto il suo amico più caro.  Bilbo cambiò la vita di Thorin, lo riportò a com’era un tempo, prima che ambedue si conoscessero. Thorin, sin dall’inizio di questa avventura, era un nano cupo, affranto da una sofferenza interiore, ma nell’ultimo attimo prima della fine, tornò ad essere quello che fu, il se stesso di un tempo, colui che apprezzava la propria dimora e non l’oro che in essa è custodito. Il re sotto la montagna morrà, e raggiungerà, in pace, la casa dei suoi padri, quella regione pura ed incontaminata dove l’oro, l’argento, ed i tesori non detengono più alcun valore.

La vita di Thorin fu tragica. Egli visse senza un regno, privato della corona, non fu mai re e morì quando poteva esserlo. Nonostante in vita non sia riuscito ad adempiere alle proprie volontà, Thorin poté comunque ottenere una sorta d’immortalità. Egli vivrà per sempre nei ricordi e, soprattutto, negli scritti di un piccolo amico che non lo dimenticherà mai.

"Lo Hobbit - La trilogia" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La battaglia delle cinque armate

Con “La battaglia delle cinque armate”, Jackson pone a conclusione la rilettura e l’adattamento del romanzo del Professore. Partito come un astuto maratoneta, il cineasta neozelandese raggiunse il traguardo zoppicando. Jackson patì infortuni durante questa sua metaforica corsa, inciampando in vista del traguardo. Ciononostante, il regista riuscì a condurre in dirittura d’arrivo il proprio lavoro. A mio giudizio, le modifiche sostanziali alla storia originale non inficiarono davvero la buona riuscita della trasposizione. Lo fece, al contrario, la troppa computer grafica, l’eccessiva CGI. Alcune scene, relative particolarmente a quest’ultimo episodio, come il conflitto consumatosi a Dol Guldur, i combattimenti di Legolas e i dissidi battaglieri tra le armate, sembrano fuoriuscite da un videogioco piuttosto che da un prodotto di stampo cinematografico. Durante lo scorrere dell’intera trilogia, si avverte meno realismo, meno cura, meno maestosità, meno impegno maniacale nel rendere ammirabili, al senso della vista, le descrizioni di Tolkien impresse su carta rispetto a quanto è stato fatto per la trilogia del “Signore degli anelli”. Ciò, tuttavia, non deve trarre in inganno e portarci ad affibbiare giudizi sin troppo severi ed ingiusti all’operato di Peter Jackson. La trilogia de “Lo Hobbit” resta un’opera di pregevole fattura ma non adamantina. Jackson volle tradurre in arte filmica il romanzo e, al contempo, edificare un ponte tra l’avventura di Bilbo e la futura peregrinazione di Frodo, un’andata ed un ritorno che coinvolse alcuni coraggiosi hobbit, partiti per un viaggio verso due “montagne” ben distinte: Erebor ed il Monte Fato.

La pellicola finale de “Lo Hobbit” si conclude così come cominciò la pellicola iniziale del “Signore degli anelli”. Ad un ritorno seguirà una prossima “andata”!

  • Andata e ritorno, un racconto hobbit di Bilbo Baggins

Sessant’anni dopo, Bilbo sta ultimando il proprio libro. Attraverso le parole scritte, lo hobbit ha reso la figura di Thorin eterna, contenuta tra le pagine bianche del suo testo in divenire. Nel silenzio di casa Baggins, Bilbo medita sul proprio vissuto. Ad eccezione dei suoi ricordi, cosa è rimasto di quell’avventura?

Una piccola cesta di tesori, tutt’altro che traboccante, una corazza leggera come una piuma e dura come le scaglie di un drago, una spada che scintilla di una luce blu quando i pericoli sono in agguato e un piccolo anello magico… segni di un trascorso che echeggia ancora nel presente.

D’un tratto bussa alla porta un curioso viandante, tanto alto e dal grigio vestito. E’ un vecchissimo amico giunto dal passato.

Voto: 7,5

Continua con la quarta parte…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte "Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato" cliccando qui.

Potete leggere la seconda parte "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" cliccando qui.

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Confidenzialmente, Tolkien disse di aver intuito, per la prima volta, la magia delle parole leggendo le fiabe, poiché esse rendono l’inverosimile veritiero, l’eteroclito usuale, e costituiscono l’elogio più puro alla fantasia umana. Le fiabe più antiche nascevano dalla tradizione popolare, venivano tramandate oralmente, raccontate a viva voce, come fossero memorie fantastiche ma identificative da perpetuare di generazione in generazione. Le favole conosciute e lette dal Professore conservavano, nei loro versi, una magia immutata. Le parole, specie quando vengono fissate su carta, danno forma ad un pensiero, corpo ad un’idea, e costituiscono una via per l’immortalità. Ciò che viene impresso sul foglio non può svanire. Un ricordo, se si mescola all’inchiostro, diventa eterno. Tolkien, un po’ come lo stesso Bilbo, capì questo con l’esperienza e la maturazione. Quando decise di trascrivere le proprie memorie su pergamena immacolata, l’anziano hobbit era ben consapevole che le sue parole avrebbero reso duraturo un passato meritevole d’essere ricordato. Bilbo fece appello alle sue memorie più care per concepire il proprio componimento scritto.

Alcuni rievocano i loro ricordi con gioia, altri, invece, preferiscono evitarli, fuggendo via da essi senza mai riuscirci. Per lo hobbit, i ricordi sono uno squarcio su di un tempo andato ma dal valore mai sopito. Per Thorin, invece, i ricordi erano una ferita grondante di sangue, mai cicatrizzatasi.

Il secondo capitolo della trilogia cinematografica dedicata all’avventura di Bilbo cominciò proprio materializzando un ricordo.

  • Ombre dal passato

Il sole scese ad ovest, e su tutto calarono le tenebre. Una pioggia incessante si abbatté sul villaggio di Brea. Quella sera, il terreno, zuppo e fangoso, venne percorso da una figura tarchiata, poco più alta di uno hobbit. Si trattava di un viandante piccolo di statura ma balioso, che procedeva con aria vigile, tenendo il volto ben celato da un cappuccio.Costui osservava la realtà circostante con diffidenza e sospetto. D’un tratto, un uomo barbuto e robusto fuoriuscì da una porta, addentando voracemente una carota, prima di dileguarsi nel buio. A Brea era possibile incontrare genti diverse, persino bizzarre, provenienti da ogni parte della Terra di Mezzo. Il nostro viaggiatore segreto trovò riparo dall’acqua piovana all’interno del Puledro Impennato. Nella locanda, fra quei tavoli, tutto ebbe inizio.

L’imprecisata figura tolse la veste coprente dal capo e rivelò il proprio volto regale. Thorin si mise a consumare un frugale pasto caldo quando, al suo tavolo, ricevette la visita di un commensale inaspettato. L’intenzione di riconquistare Erebor fu concepita, a quattr’occhi, quella sera stessa. Gandalf raggiunse Thorin a Brea, dopo aver incontrato loschi individui sul suo verde cammino. Mithrandir si palesò al cospetto dell’erede del regno di Erebor, spronandolo a riconquistare la sua terra natia. In quella cupa notte, Gandalf non era sereno. Egli temeva il potere che albergava da troppo tempo in quella montagna. Qualcosa, un giorno, avrebbe potuto destare il drago, convincerlo a fungere da indispensabile alleato. Soltanto un nemico molto potente avrebbe potuto farlo, e Gandalf temeva che, costui, avrebbe fatto presto ritorno.

Lo stregone grigio invogliò, così, Thorin a richiamare i suoi alleati più fidati per formare un manipolo di eroi pronti a sfidare la furia di Smaug. Ma i nani non sarebbero bastati per ottemperare ad una tale impresa, Gandalf sapeva che sarebbe servito uno scassinatore, una creatura dal passo leggero, uno hobbit per trafugare l’Arkengemma.

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug” dà via al proprio scorrere su pellicola con una scena ambientata nel passato. L’incontro tra Gandalf e Thorin è un ricordo, per l’appunto. I ricordi, ne “Lo Hobbit”, sono fondamentali. Dopotutto, l’intera storia è un viaggio a ritroso tra le memorie di Bilbo Baggins.

 Il libro che Bilbo sta scrivendo nasce, di fatto, dalle sue reminiscenze, con l’obiettivo di rendere i suoi ricordi sempiterni. In essi, Bilbo custodisce i suoi affetti più cari, le sue amicizie, la parte più intensa del proprio vissuto. Differentemente da Bilbo, Thorin, al tempo dell’incontro con Gandalf, possiede ricordi dolorosi, taglienti come fendenti implacabili. I ricordi danno valore ad una vita, e possiedono consistenze varie, differenti, effimere, seppur tanto valenti. Essi possono essere cristallini come un diamante rilucente, ma anche foschi, obnubilanti poiché appartenenti ad un periodo oscuro dell’esistenza. Il sentiero che conduce alle memorie più profonde, talvolta, può divenire plumbeo, come se una fitta nebbia calasse lungo il tratturo che conduce al loro rinvenimento. Varcare la grigia bruma e addentrarsi verso le rievocazioni più tetre può essere doloroso e, per tale ragione, si preferisce fuggire da quei ricordi tanto indesiderati. Per Thorin, richiamare alla mente l’addio al suo amato reame equivale a valicare un regno avviluppato dal buio e dalla dolenza.

Purtroppo non si può scampare dal proprio vissuto né fuggire dai propri ricordi. Il passato più tetro può tramutarsi in un predatore feroce, digrignante, ferino come un mannaro selvaggio. Il passato di Thorin non è fulgente, esso somiglia ad una landa desolata, spoglia, taciturna. La scomparsa dell’adorato padre, l’addio alla sontuosa dimora, la perdita della corona, sono tutti eventi che hanno provato lo spirito di Thorin, il quale vive una vita a metà, prigioniero di un fosco passato e di un futuro senza speranza. Egli non può liberarsi di ciò che è stato. Il passato segue il cammino di questo viandante nanico dalle nobili origini, con un passo lesto, smorzato, tallonando l’incolume come un segugio dal manto scuro. Thorin sa che ciò che è successo anni or sono continuerà a perseguitarlo sino a quando non riuscirà a riottenere la propria terra natale. Il regno perduto di Erebor rappresenta l’ecchimosi più lacerante tollerata da questo morigerato sovrano incompiuto. La Montagna Solitaria sottratta da Smaug costituisce un tormento per Thorin; un tormento che, per l’appunto, fa eco dal passato. Per l’erede al trono di Erebor riottenere la Montagna Solitaria rappresenta l’adempimento di una faccenda rimasta in sospeso. Soltanto riconquistando Erebor, Thorin potrà venire a patti con i suoi ricordi acuminati, affilati come dardi appuntiti. Thorin teme le sofferenze di un mesto passato, Gandalf, al contrario, guarda al futuro con estrema preoccupazione.

La pellicola torna al “presente”, seguendo Bilbo e i suoi fidati compagni prossimi a fuggire dai pericoli della foresta. Il passato è pericoloso poiché non sempre resta confinato nell’oblio.

  • Presente e futuro

Ogni scelta che compiamo in vita potrà ripercuotersi sul nostro futuro e su quello dei nostri discendenti, ed i vecchi nemici che credevamo annientati potranno tornare: è ciò che l’opera di Tolkien e la trasposizione di Jackson vogliono suggerirci. Azog, l’orco pallido, fu un temibile e massiccio avversario che Thorin affrontò e sconfisse molti anni addietro. Tuttavia, la crudeltà di Azog non cessò mai di esistere, egli riuscì a sopravvivere, ed il suo odio perdurò. Così, l’orco candido poté ripresentarsi dinanzi al suo acerrimo rivale.

Il tempo, ne “Lo Hobbit”, è un pendolo oscillante tra passato e futuro. Il grigio pellegrino ha intuito che l’oscurità si è risvegliata e, differentemente, da Saruman (in segreto, già votatosi a foschi pensieri) non vuole attendere oltre. Durante l’avventura, Bilbo raccoglie un anello magico, senza poter supporre che quel piccolo gioiello non è un comune gingillo d’oro luccicante, bensì l’Unico Anello, forgiato da Sauron tra le fiamme del Monte Fato. Il ritrovamento di Bilbo, che ha sottratto quel “tessssoro” tanto prezioso dalle grinfie di Gollum, è avvenuto nel “passato”, ma costituirà un evento che si ripercuoterà sul futuro, quando Frodo erediterà tale, pesante, fardello.

Sauron è un’ombra occulta avvolta tra fiamme rosse ed infuocate, è l’incarnazione di un male che echeggia dall’avvenuto, un essere che alberga nei ricordi più spaventosi delle creature della Terra di Mezzo. Egli è un’essenza astratta, potente, ombrosa, invisibile, elusoria, apparentemente scomparsa. Egli si dissolse come fumo di un fuoco spento ma non svanì mai del tutto. Consumato dal dubbio circa l’identità di questo Negromante, Gandalf decide di abbandonare temporaneamente la compagnia per indagare sugli oscuri misteri che giacciono velati nella fortezza di Dol Guldur. Gandalf è ben cosciente che ciò che è stato scacciato, ma non estirpato del tutto, potrà ripresentarsi.

Così, lo stregone si incammina sino al cuore di una montagna, nella cui oscurità riposano le tombe dei nove re degli uomini. I sepolcri sono stati disseppelliti, la pietra è stata rotta, le celle che sigillavano le loro anime col ferro sono state infrante. I Nazgul sono liberi, ed essi rispondono ad un solo padrone. Persuaso che il Negromante sia realmente un’eco di Sauron, Gandalf giunge a Dol Guldur e fronteggia la terribile ira dell’Oscuro Signore, oramai smascherato nel suo inganno. Il grigio pellegrino viene sconfitto agevolmente, e la sagoma avvoltolata dal fuoco di Sauron si materializza. Il discepolo di Morgoth non è divenuto un grande occhio senza palpebre avvolto nelle fiamme ma è ancora un “corpo” che brucia senza divenire mai cenere, impalpabile e vedibile, nero come pece. Sauron è un’orma mai dissoltasi, la traccia di un passato che riecheggia nel presente e, ancora, nel prossimo futuro.

Da Azog a Sauron, le ombre del passato seguitano a fiancheggiare i corpi impreparati dei protagonisti, cogliendoli alla sprovvista.

  • La desolazione di Smaug

Col secondo capitolo della trilogia de “Lo Hobbit”, Jackson proseguì la trasposizione del romanzo del Professore. Tuttavia, se per il primo lungometraggio il regista neozelandese preferì, salvo alcune licenze, mantenersi fedele alla controparte letteraria, in questa seconda pellicola cambiò sostanzialmente alcune partiture della trama. Per marcare il collegamento con la trilogia del Signore degli Anelli, Jackson scelse di inserire Legolas. Orlando Bloom tornò a vestire i panni dell’elfo di Bosco Atro. Jackson e Bloom, probabilmente di comune accordo, optarono per caratterizzare Legolas in maniera differente. Sessant’anni prima degli accadimenti mostrati nella trilogia dell’Anello, Legolas è un elfo diverso, più freddo, impetuoso, a tratti persino spocchioso, meno sensibile e nobile rispetto a quello mostrato nel “Signore degli Anelli”. Jackson vuol fare di questo Legolas un ritratto giovanile e, pertanto, imperioso e meno flemmatico. Legolas è, di fatto, più combattivo e meno saggio, più spericolato e meno accorto, più battagliero e meno altruista. Il Legolas de “Lo Hobbit”, purtroppo, risulta essere un pallido riflesso, un personaggio superfluo, addirittura trascurabile. Difficile da credere, considerando l’importanza e la grandezza che il personaggio rivestirà nella prima trilogia di Peter Jackson.

La più emblematica modifica alla storia è, però, stata apportata dall’introduzione del personaggio di Tauriel. I lineamenti angelici, delicati, morbidi di Evangeline Lilly furono donati a Tauriel, elfo silvano dai capelli rossastri del regno di re Thranduil. Tauriel è legata a Legolas da un vincolo di profonda amicizia, sebbene quest’ultimo provi per lei un affetto ben più simbolico. Tauriel incontrerà Kili, uno dei nani della compagnia, e tra loro nascerà un tenero rapporto. Entrambi, nella concezione di Jackson, sono membri relativamente giovani della loro specie. Tauriel e Kili dialogano per la prima volta nelle prigioni del palazzo di Thranduil. Tauriel confessa al giovane di ammirare la luce proveniente dalle stelle. Kili controbatte, affermando di averla sempre reputata una luce fredda, remota, sin troppo lontana. Ma Tauriel è cosciente del fatto che tale luce rappresenti la memoria, sfavillante ed eternamente valida come una promessa pronunciata. Ecco che il concetto di “memoria” torna a ripresentarsi nella nascita dell’amore tra Tauriel e Kili. La memoria ed il ricordo più luminoso splendono su nel cielo, come luce di una stella che guida l’avvenire.

"Tauriel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il breve dialogo che coinvolge Tauriel e Kili li avvicina. L’elfo femmina nota la sensibilità del giovane, caratteristica non certo identificabile con facilità in un nano. L’infatuazione amorosa che si svilupperà tra l’elfo femmina e il nano sarà immediata.

Jackson tenta così di abbattere le barriere che separano due razze divise, negli scritti di Tolkien, da un’aspra inimicizia e da una persistente antipatia. Il Professore generò il rapporto tra elfi e nani come ricco di dissapori e avversioni insuperabili. Gli elfi e i nani si evitavano ben volentieri senza mai provare ad avvicinarsi e a conoscersi. Legolas e Gimli, durante gli eventi della Guerra dell’Anello, spezzeranno quest’antica ostilità, legandosi vicendevolmente in un rapporto d’amicizia inossidabile. Jackson prova a ripetere quanto creato dal Professore, cambiando però lo scenario ed il modo in cui due esseri appartenenti a due razze così diverse si rapportano tra loro. Egli, pur consapevole dei rischi e delle critiche a cui andrà incontro, non vuole immaginare un’amicizia, bensì un amore. E’ possibile che tra Tauriel e Kili possa esistere un sentimento così puro e coinvolgente?

A questo quesito, Jackson risponde positivamente. Il sentimento che si instaurerà tra i due sfortunati, ed impossibili, innamorati è reale, pertanto possibile. Ciononostante, la tragica fine cui andrà incontro Kili rovescerà ogni destino sperato, come a testimoniare, in verità, un esito negativo.

"Re Thranduil" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Eredità

A Pontelagolungo, località sita a sud di Erebor, vive Bard, un umile chiattaiolo. Anche su Bard pesa l’eredità di un passato tormentato. Suo è l’antenato che non riuscì a fermare il drago quando questi spazzò via le esigue resistenze di Esgaroth e espugnò la Montagna Solitaria. Bard ha ereditato l’ultima freccia dalla punta nera in grado di perforare le scaglie di drago. Quella freccia, che Bard tiene nascosta nella sua casa, gli ricorda un triste fallimento. Bard, similmente ad Aragorn che paventava la debolezza di Isildur miscelata al suo sangue, trema al pensiero che anche su di lui possa “scorrere” il fato avverso e sfortunato patito dal suo predecessore.

Le ombre e le paure avvolgono Bard, rappresentato dall’impeccabile Luke Evans come un eroe del popolo, che si erge sulle malefatte del potere schiacciante ed oppressivo incarnato dal governatore. L’arciere sa cosa accadrà nel caso in cui Thorin dovesse riuscire a varcare la soglia di Erebor, e teme l’imminente rivalsa di Smaug. Dinanzi alla promessa fatta da Thorin di concedere, agli abitanti di Esgaroth, una parte sostanziosa del tesoro che giace nella montagna, la missione della compagnia di Bilbo viene accolta e benedetta dal popolo ingenuo e dal governatore avido. Il “nocchiero” di Pontelagolungo è il solo a non subire il fascino dell’oro, in una fase della storia in cui i più si faranno accecare dal suo luccichio. Bard, che ha perduto la propria sposa, l’amore più grande della sua vita, possiede il proprio tesoro negli occhi e nelle bocche dei suoi figli, beni più preziosi di qualunque monile inestimabile.

Durante l’avanzata della compagnia verso Erebor, Tauriel e Legolas raggiungono la regione che giace ai piedi della Montagna Solitaria.  Ivi, Tauriel trova Kili ferito gravemente da una freccia avvelenata. Usando l’Athelas, le lunghe Foglie di Re capaci di promanare un effluvio rinfrescante di calma e pace, l’elfo femmina salverà Kili. Il nano, in quei frangenti per lui tanto confusi e annebbianti, vedrà una luce radiosa cingere il volto della sua salvatrice. Kili contempla Tauriel conformarsi al bagliore rilucente delle stelle. Tauriel, per Kili, è divenuta memoria, come luce brillante di un corpo celeste, un ricordo d’amore destinato a rinfrancare il suo cuore stanco. Poco dopo, Kili si sveglierà, e confesserà di aver visto la sua Tauriel. Tuttavia, egli dubiterà della sua reale presenza. - Non poteva essere davvero lei, poiché ella è lontana, tanto lontana da me – similmente ad una stella della volta celeste così distante da un’anima mortale da poterla solamente ammirare e… rimembrare. Kili comprende così che la luce ammirata dagli elfi silvani non è affatto fredda, ma colma di un calore lucente come il ricordo del viso di un’innamorata.

Quando Bilbo entrerà nella sala del tesoro si troverà al cospetto del drago sputafuoco, destatosi dal suo sonno e spogliatosi dalle sue coperte d’oro. Smaug ha avvertito la presenza dello hobbit, pur non avendo mai fiutato la sua specie. Sfruttando la sua abile dialettica e facendo valere la sua mastodontica stazza, il drago farà uscire Bilbo allo scoperto. Thorin seguirà il suo minuto amico poco dopo, bramando con insano desiderio l‘Arkengemma. La tentazione patita da suo padre e da suo nonno prima di lui peserà sul destino di Thorin. Anch’egli, come accaduto ai suoi padri, sta lentamente perdendo la ragione.  L’arkengemma, come l’Unico, riesce a corrompere l’animo dei puri. Smaug ne è cosciente, e quasi medita di cedere il gioiello dei re nanici al figlio di Thrain, solamente per guardarlo perdersi in una pozza dorata, ingurgitante di avidità.

"Smaug" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ancora una volta un evento accaduto nel passato torna a riverificarsi. Thorin comincia a cadere come avvenuto ai re che lo hanno preceduto. La storia, alle volte, trova, drammaticamente, il modo di ripetersi.

Continua con la terza parte…

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Bilbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un libro rosso

Anni addietro, una persona a me molto cara volle farmi una confessione. Mi confidò che il ciclo generativo della scrittura ha il proprio picco di fertilità alle prime luci del nuovo giorno. Con la suddetta affermazione, questo “qualcuno” volle suggerirmi di mettermi a scrivere nelle prime ore di ogni giornata. Il mattino è, infatti, il momento più idoneo per partorire concetti ed idee che potranno essere tradotti in parole e frasi. Negli anfratti del pensiero umano, dove la fantasia germoglia come un seme nel terreno, ragione e immaginazione, sovente, riescono a congiungersi in un tutt’uno. Al sorgere del giorno, la mente di uno scrittore, epurata dalle superflue distrazioni del dì antecedente, è rinvigorita dal sonno della notte. I pensieri scaturiscono, così, senza eccessiva ponderazione, superano gli argini come un fiume in piena, zampillano dalla mente alla carta con trascinante intensità. Il mattino è il momento giusto per cominciare a scrivere ciò che, per troppo tempo, è rimasto confinato tra i remoti angoli dei ricordi. A pensarci bene, anche un particolare “romanziere” alle prime armi era solito “scribacchiare” appena alzatosi dal letto, quando i raggi del sole illuminavano le pianure verdi e le limpide acque del fiume Brandivino.

Molto ma molto tempo fa, questo anziano “signore” era intento a scrivere il suo libro, all’alba di un giorno davvero speciale. In quel dì, questi compiva 111 anni, eppure il suo volto non dimostrava affatto un secolo di vita e poco più. Il tempo, per il nostro “uomo” dall’aspetto minuto, pareva essersi fermato. In verità, tale provetto scrittore non era propriamente un “uomo”, bensì un “mezzuomo”, e si chiamava Bilbo Baggins. Bilbo era un hobbit e viveva nella Contea, uno dei luoghi più belli ed incontaminati di tutta la Terra di Mezzo.

Quel mattino, Bilbo se ne stava nella sua casetta a rievocare trascorsi andati e mai obliati. La casa di Bilbo era un buco scavato nelle collinette di Hobbiville. Non era certo un buco brutto, impregnato di puzzo maleodorante, scabro, arido e spoglio, ma un buco hobbit, e quindi comodo, ospitale, gradevole per viverci. Le case degli Hobbit erano graziosissime. Dall’esterno, esse avevano la forma di piccole grotte, con una porta d’ingresso tonda come un oblò al cui centro vi era posto un pomello d’ottone sempre tirato a lucido. All’interno, invece, le stanze e i corridoi somigliavano ad ampie e capienti gallerie, cunicoli accoglienti e confortevoli.

Nel lungometraggio “Lo hobbit – Un viaggio inaspettato”, la storia di questo hobbit centenario comincia proprio all’interno della sua adorata casa. Bilbo siede al tavolo da lavoro, tutto assorto a rimembrare circa un’era lontana ma mai dimenticata. La scrivania di Bilbo è rivolta verso la finestra, come se lo hobbit avesse bisogno di guardare fuori, verso il paesaggio verdeggiante della Contea, per trarre ispirazione nel comporre il proprio testo in divenire.

Quelle ore tanto speciali, Bilbo le passò a trascrivere con acutezza visiva le proprie memorie sotto forma di racconto avventuroso. Teneva tra le mani un plico di fogli bianchi e, sul tavolo, una penna d’oca da intingere nell’inchiostro fresco e scuro contenuto in una boccetta di vetro. I fogli li aveva ordinati per farne pagine di un libro dalla copertina rossa. Il volume, rilegato in pelle, era delicatissimo al tocco. Il colore scarlatto e gli elementi ornamentali che lo decoravano erano capaci di rapire anche il più fugace degli sguardi. Quel libro invogliava chiunque lo osservasse a farsi sfogliare. Frodo, il nipote di Bilbo, dava spesso una sbirciatina prima del dovuto, e Bilbo puntualmente s’infuriava, perché la sua opera era ancora incompleta.  “Non è ancora pronto!” - brontolava. “Pronto per cosa?” – domandava il nipote. “Essere letto!” - concludeva il vecchio hobbit dalla faccia ancora giovane.

  • Se più persone considerassero la casa prima dell’oro…

La storia di Bilbo vede la luce all’interno di casa Baggins. La casa, intesa come luogo in cui vivere, stabilirsi, mettere radici, appartenere, identificarsi, è una delle tematiche preminenti dell’opera letteraria e dell’adattamento cinematografico. Bilbo è innamorato di casa Baggins e lo sarà per sempre. Egli la difenderà con tutte le sue forze dalle arriviste intenzioni dei suoi antipatici cugini, i Sackville-Baggins, che più volte tenteranno d’impadronirsene. La casa, per Bilbo, è un luogo di riparo, un rifugio in cui potersi sentire al sicuro. Senza una casa, immaginata come uno spazio in cui identificarsi, si corre il rischio di non appartenere realmente a niente, di essere pellegrini, nomadi, vagabondi in una terra senza alcuna corrispondenza. La casa non è soltanto un ambiente in cui vivere ma un “regno” in cui potersi sentire realizzati, unici, se stessi. I nani che Bilbo incontrerà in giovinezza non possiedono dimora da svariati decenni, e sentono di non appartenere a nulla. E’ una mancanza assoluta, intollerabile, quella che affligge i nani della dinastia di Durin, scacciati e costretti ad errare fino a che la morte non li reclamerà.

Bilbo ama perdutamente la sua casa e, quando rievoca il passato, tiene anzitutto a descrivere cosa essa simboleggia per lui, ovvero un “buco” confortevole, profumato, repleto di cibo... e dove vivere felici. Il passato si materializza sotto i nostri occhi durante la visione del film: di colpo, un giovane Bilbo compare nel mentre si gode la brezza, oziando, nel suo giardino. Bilbo si presenta come un tipo casalingo, abitudinario, pigro e dormiglione. Adora restare seduto sulla sua poltrona, fumare l’erba pipa, osservare lo sviluppo, giorno per giorno, delle piante che cura nel proprio orticello. Del resto, tutti gli hobbit hanno un debole per quello che cresce.

Quando incontra Gandalf, accorso alla sua porta per invitarlo a partecipare ad un’avventura, Bilbo gli ricorda che le avventure non sono affatto cose che riguardano gli hobbit, poiché fanno far tardi a cena. Bilbo fa della consuetudine uno stile di vita. Come tutti i mezzuomini, adora mangiare, godersi l’intimità della propria abitazione, il buon cibo ed il tepore di un soggiorno riscaldato dal fuoco del camino. Bilbo è tutto fuorché un avventuriero spericolato. Gandalf, coi suoi occhi attenti, scruta qualcosa di celato, un’indole caratteriale segreta che neppure Bilbo conosce di se stesso. Gandalf lo ricorda quando era un bambino, un hobbit minuscolo ma impavido, dal passo leggero, curioso di esplorare il mondo esterno. Questo spirito “picaresco” Bilbo lo ha perduto durante la crescita. Egli si è adattato alle quotidianità, alla routine dei suoi simili, tutte creature inseparabili dal loro ambiente natio. 

Gandalf, però, è cosciente che le attitudini dimostrate in gioventù da Bilbo possano riemergere e, così, sprona il suo nuovo amico a seguirlo e a coadiuvare un manipolo di tredici nani, bisognosi del suo intervento. Quella sera stessa, i nani raggiungono casa Baggins, e, sotto lo sguardo incredulo di Bilbo, “saccheggiano” la sua dispensa. Tra risate, alzate di calici, brindisi, bevute alcoliche e ingurgitamenti voraci, Bilbo conosce quelli che diverranno i suoi amici più cari. D’un tratto, alla porta, bussa il capo della compagnia: Thorin, Scudodiquercia. Thorin è l’erede al trono di Erebor, ed è intenzionato a riconquistare la Montagna Solitaria, espugnata molti anni prima da Smaug, un drago sputafuoco. Nelle viscere della montagna, riposano le immense ricchezze dei nani, tra cui l’Arkengemma, il più prezioso dei gioielli dei figli di Aulë.

  • Un drago, una maledizione

Smaug è un drago cruento e terribile. La sua figura alata non appare nel primo lungometraggio. Sebbene resti fuggevole alla vista, Smaug lascia che sia possibile avvertire la pesantezza del suo alito incandescente, la potenza del suo volo distruttivo, il calore del suo soffio infuocato. Smaug è un drago che non possiede residenza. Esso è un signore dei cieli, e le sue ali gli permettono di volare ovunque voglia, di spadroneggiare sul suolo terrestre dall’alto. Smaug, come ogni altra creatura alata, dovrebbe trovare su, nell’azzurro della volta celeste, il proprio ambiente prediletto. Ciononostante, i draghi, secondo il credo fantastico di Tolkien, bramano l’oro più di ogni altra cosa. Smaug si impadronisce di Erebor per farne la sua dimora, dalla quale non verrà più via. Avrebbe potuto avere il cielo come casa, ma Smaug preferì privare del loro reame i nani, coloro che il cielo fanno fatica a scorgerlo, poiché infatuati delle profondità segrete della terra.

Le distese dorate delle sale dei re di Erebor divennero il giaciglio di questo drago. Smaug si addormenterà in quelle lande siffatte di monete e gioielli, e farà di quei cumuli di gemme le proprie fredde coperte. Quello che nessuno può intuire è che una maledizione grava sulla montagna e su tutto quell’oro. Una dannazione che non ottenebrò il cuore già pietrificato di Smaug, ma che potrà irretire chiunque riesca a valicare i confini del massiccio montuoso.

"Thorin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Thorin, un re senza corona

Thorin, come suggerito dall’ottima interpretazione di Richard Armitage, si mostra sin da subito come un nano austero e dallo sguardo intransigente. Scudodiquercia, nel film di Jackson, palesa sin dal principio un carattere arcigno che, a lungo andare, peggiorerà. La lontananza forzata dal suo regno, il senso di abbandono e di impotenza patiti dinanzi alla venuta del drago, contro cui non ha potuto far nulla, hanno indurito il cuore del figlio di Thrain. Thorin, per troppi inverni, non ha avuto una “casa”, la sua casa, e questo ha adombrato la serenità della sua maturazione. Thorin soffre il fatto d’essere un re senza corona, un sovrano privato del proprio reame. Egli è, conseguentemente, iracondo, sospettoso, e solitario. Thorin testimonia come un evento drammatico possa compromettere lo spirito di un “uomo” di buon cuore. Il Thorin di Armitage è testardo, tende a non fidarsi di nessuno, specialmente degli elfi, e a sottovalutare il valore di Bilbo.

Bilbo, umile hobbit della Contea, possiede in casa Baggins un luogo in cui potersi riconoscere; Thorin, al contrario, è un nobile privato però del suo “castello” e, per tale motivo, incapace di identificarsi nel suo ruolo di re dei nani. Thorin avverte, come un peso che gli dilania il cuore, l’incompiutezza della sua vita. Egli è un re senza un regno, un monarca senza un popolo a cui dare protezione, un "uomo" consapevole di un destino a cui non può ascendere. Lontano da Erebor, Thorin è un esule, un “ramingo” costretto a tollerare un’eterna manchevolezza. Nelle mura di pietra della Montagna Solitaria, nel trono semi-distrutto da un artiglio di Smaug, Thorin ha smarrito il frammento più grande del suo cuore, sussultante di luminosa speranza come l’Arkengemma.

  • Un viaggio inaspettato

Le migliori decisioni, come le più belle idee che ispirano la scrittura, arrivano al mattino presto, dopo una notte di riflessione e di buoni consigli. Bilbo, all’alba, si sveglia di soprassalto e accetta, sorprendentemente, di seguire Gandalf e i nani. Egli abbandona così il focolare domestico, e corre verso le propaggini della Contea. Bilbo lascia la sua casa per aiutare i nani a riottenere la loro.

Peter Jackson, in questa prima pellicola, traspone oculatamente le atmosfere del testo di Tolkien. Il regista neozelandese cattura l’essenza del romanzo e la riversa nell’opera filmica, dimostrando d’essere un traduttore di prim’ordine nel “parafrasare” versi scritti in sequenze visive. Prima di eccedere in grossi cambiamenti e di mettere mano al successivo sviluppo narrativo dei restanti due episodi, Jackson ne “Un viaggio inaspettato” rende merito, con valevole pregevolezza, alla controparte letteraria. Cionondimeno, il cineasta era ben cosciente di non potersi limitare a trasporre. Jackson sapeva che sulla trilogia de “Lo Hobbit” avrebbe gravato l’eredità del “Signore degli Anelli”.

Tolkien scrisse “Lo hobbit” ben prima di creare “The Lord of the Rings”. “Lo Hobbit” si sarebbe rivelato il lavoro iniziatico di una complessa cosmogonia, una mitologia estremamente densa, ricca, sfaccettata.

Jackson si trovò a compiere un percorso diametralmente opposto rispetto a quello del Professore. Tolkien partì da un racconto fiabesco per poi giungere ad un romanzo maestoso, Jackson dovette fare l’esatto contrario. Peter realizzò, dapprima, una trilogia monumentale che, inevitabilmente, avrebbe richiesto ai suoi prequel di mantenere toni simili e, di fatto, epici. Jackson, per omologare le due trilogie e dare continuità alla sua visione, fu “costretto” a tentare di modellare una fiaba ai canoni maestosi della trilogia dell’anello, con tutti i rischi e le difficoltà del caso. Scelta saggia, dunque, quella di introdurre, parallelamente alla storia di Bilbo, gli accadimenti riguardanti l’avvento di Sauron e il suo lento, sinistro, ritorno nella Terra di Mezzo. “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato” centra un ottimo equilibrio tra “favola” e “epicità”, soffrendo però l’uso strabordante della computer grafica che minerà il realismo del film.

La Terra di Mezzo immortalata da Peter è bella e radiosa, serena e incantevole. I secoli oscuri sono passati e Arda è, al tempo dell’avventura di Thorin e dei suoi congiunti, un mondo in pace. Questo viene certificato dalle prime fasi del viaggio dello hobbit che, in sella ad un pony, contempla le meraviglie di un paesaggio splendido. Ma credere che Terra di Mezzo sia un luogo sicuro è un’illusione e, presto, Bilbo lo scoprirà. Gli orchi si spingono sino alle terre presidiate dagli elfi e attaccano i nani, i troll di montagna procedono sino ai boschi, la progenie di Ungoliant appesta le foreste con il suo incedere tarantolato. Qualcosa di oscuro si è messo all’opera e le forze del male lo avvertono. La presenza di un essere tetro, un Negromante, che si materializza tenebrosamente nella roccaforte di Dol Guldur, mette in allarme Gandalf, il quale tenterà di convincere il Bianco Consiglio ad esplorare l’antica fortezza per scacciare qualunque entità si nasconda in essa.

Le intenzioni di Jackson appaiono cristalline: narrare la venuta di Sauron, massimo antagonista del Signore degli Anelli, e creare così un legame inscindibile tra le due trilogie. A minare, tuttavia, l’equiparazione tra “Lo Hobbit” e “Il Signore degli anelli” è l’estetica plasmata da Jackson. L’uso eccessivo della CGI, gli effetti speciali sin troppo invasivi e la computer grafica sfruttata con eccessiva frequenza rendono il film differente, e le ambientazioni poco amalgamate alle medesime della prima trilogia.

Jackson, sapientemente, non sacrifica nulla, cosciente di poter dosare le tempistiche su tre lungometraggi dalla corposa durata. Egli non dimentica, dunque, di porre l’attenzione su alcuni dei momenti più importanti della vita dei protagonisti. La scoperta di Pungolo, la spada che poi Bilbo donerà a Frodo nel suo viaggio verso il Monte Fato, e l’approdo a Gran Burrone, reame di re Elrond, saranno alcuni dei frangenti più interessanti eternati in arte filmica da Jackson.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Bilbo procede nel suo cammino, mirando, in principio, le bellezze e, in seguito, gli orrori spaventosi che si celano nei meandri delle terre selvagge. Nel suo lungo e impervio viaggio, Bilbo si imbatterà anche in Gollum, l’orripilante portatore dell’unico anello, a cui sottrarrà quel tesoro tanto prezioso.

"Gandalf" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gandalf, perché lo Hobbit?

Sebbene Gandalf e Thorin rivestano ruoli di spessore, il Bilbo di Martin Freeman (attore straordinario) rappresenta la sostanza del primo lungometraggio della Trilogia.

Gandalf, pur essendo il più valoroso tra gli Istari, ammette di aver paura di ciò che si cela nelle terre desolate di Mordor. Gandalf sceglie Bilbo per il suo coraggio, consapevole che, più spesso di quel che si creda, in un essere così piccolo è possibile rinvenire la forza più grande di tutte, quella che mantiene, giorno per giorno, il male sotto scacco: la bontà e la misericordia dei gesti comuni e altruistici. Gli hobbit, nel loro agire abitudinario, offrono spesso dolcezza, bontà, amore, caratteristiche che fanno sentire ogni “straniero” senza un tetto sulla testa a casa propria, protetto, accudito e felice. La pietà che Bilbo avrà nei riguardi di Gollum, creatura dall’aspetto smunto e dal colorito mortifero, deciderà il fato di molti e si ripercuoterà sulle vicissitudini del nipote Frodo.  Bilbo è una persona dalla fisicità esigua, dall’animo impaurito, ma muterà molto nel carattere e nel modo di fare. Bilbo, come tutti gli hobbit concepiti dall’inchiostro immaginifico di Tolkien, è una creatura piccola, che però sarà destinata a compiere imprese grandi. Egli sarà un sassolino cadente che, all’impatto, genererà una valanga. Bilbo cambierà le vite di Thorin e di tutti i suoi familiari.

Al termine di una notte tumultuosa, su di una rupe da cui è possibile scorgere Erebor, Thorin implora Bilbo di perdonare i suoi errori: sarà la nascita di una grande amicizia, sorta anch’essa all’alba di un giorno come tanti. 

La Montagna Solitaria attende il ritorno del suo re. Ma laggiù, tra i silenti tunnel di Erebor, un respiro di drago scuote le sopite prosperità del regno. Una palpebra si schiude: Smaug è sveglio!

Continua con la seconda parte…

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Cenerentola e il Principe" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Rilettura personale della fiaba)

C’era una volta una fanciulla bella e aggraziata. Quando venne al mondo, il suo pianto commosse tanto la natura, fertile e generosa, che decise di elargirle tre doni. Il sole la baciò con un fascio di luce, colorandole i capelli di un biondo radioso. Il vento le carezzò l’epidermide, rendendola delicata come seta e candida come un tessuto finissimo. Il canto degli uccelli, volati sino alla sua finestra per volere dell’aria, accompagnò le parole d’amore che la madre rivolse all’orecchio della nascitura, le quali le intenerirono il cuore e la resero indulgente e dolce come miele che cola da un albero.

Dopo qualche settimana, la primavera si accomiatò e, ben presto, lo fece anche l’estate. In un giorno d’autunno, il sole, coperto da una nuvola pregnante di lacrime, scomparve e la mamma della bimba spirò. La piccola, accudita dal padre, crebbe sana, garbata e splendida. Qualche anno dopo, l’amato genitore convolò a seconde nozze con una donna benestante, arcigna ed austera, già madre di due figlie. Quando anche il genitore morì, ella rimase sola, assoggettata alle prepotenze delle due sorellastre, e dimenticò il suo nome, poiché nessuno lo usò più per rivolgerle parola. La matrigna non tardò d’affibbiarle, infatti, un nomignolo, un dispregiativo attraverso il quale l’oscura matrona rimarcava l’abitudine della ragazza a sporcarsi con la cenere del focolare.

Cenerentola viveva alla stregua di una serva, maltrattata e oltraggiata. Ella era un bianco cigno che nuotava su di un lago torbido, in cui era impossibile mirare alcun riflesso, dissolto nel sudicio. Le pareti della sua modesta stanza parevano restringersi ogni giorno di più, come una prigione angusta e senza via d’uscita. In quel tempo, in un palazzo regale, viveva un principe della stessa età di Cenerentola. Benché la sua camera fosse ampia e sfarzosa, il giovane aveva l’inquietante sensazione che essa diventasse sempre più opprimente, esigua, quasi soffocante.

Il principe sapeva che, presto, sarebbe stato costretto a sposare una sconosciuta, la sua futura regina. Ciononostante, egli non aveva ancora appreso cosa fosse l’amore, e non si era invaghito di nessuna principessa. L’autorità del padre, tuttavia, era sempre più insistente, così la famiglia organizzò un ballo in cui lui avrebbe dovuto scegliere la sua sposa. L’amore, lo sposalizio, la vita matrimoniale erano, così, ridotti ad una selezione, una scelta opzionale tra aspiranti candidate, agghindate con abiti “trapuntati” con gioielli.  Non era quello che il principe aveva sempre sognato. Egli non poteva sposarsi per amore ma soltanto per dovere, e si sentiva affranto, prostrato davanti ad una tale imposizione. Se Cenerentola giaceva genuflessa alle malignità perpetrate dai suoi “parenti”, il principe non era da meno, e permaneva inginocchiato agli obblighi della sua investitura.

Nella cenere la donna aveva rinvenuto la propria forma di schiavitù, nella corona l’uomo aveva scorto la propria forma di assoggettamento. Il principe non poteva reagire al cospetto dei propri obblighi, essi erano del tutto vincolanti. Nonostante vivesse nell’agiatezza, egli era costretto a rinunciare alle sue libertà, sentendosi come un recluso, imprigionato in un castello dorato. Anch’egli, dunque, come Cenerentola, non riusciva a raccogliere le forze per eludere i propri oneri. Attendendo un incontro insperato, i due futuri innamorati soffrivano tremendamente, ciascuno per proprio conto.

Cenerentola è troppo buona! Per i più, ella personifica l’essenza stessa della gentilezza, se non anche l’incapacità di reagire a un violento sopruso e, pertanto, la remissività. Cenerentola non si oppone, incassa e attenua sulla sua pelle delicata l’ingiustizia di una vita aspra e dura. Perché lo fa?

Taluni credono per paura, altri, invece, per “stupidità”. Vi è forse stoltezza nel non insorgere contro i prepotenti? Vi è insensatezza in una ribellione non attuata?

Cenerentola pare ingenua, e la sua bontà d’animo va incontro, or dunque, ad una rilettura negativa. Ella sembrerebbe incarnare la debolezza di una donna assuefatta alla sofferenza, il che può apparire veritiero, se non si trattasse di una interpretazione sin troppo basica, nonché semplicistica.

Cenerentola simboleggia, anzitutto, la pazienza, quella che, forse, ha avuto in eredità dalla mamma. Quella che ella sperimenta non è un’attesa sciocca, bensì fiduciosa. Cenerentola resta fedele a se stessa, al proprio carattere fatto di autentica e armoniosa purezza. Ella crede che, restando buoni, è possibile riscattare ogni torto subito. Cenerentola non rimane passiva come può realmente sembrare, ella è, semplicemente, differente dalle sue antagoniste, in tutto e per tutto. Non trasforma se stessa in un essere violento e perfido per attuare la propria vendetta, non diventa come le sue sorellastre. Cenerentola resta buona, consapevole che non appena avrà un’occasione, una sola occasione, la sfrutterà pienamente a suo favore. Cenerentola non evidenzia la staticità di una donna indifesa, ma la resistenza di una creatura femminile forte, che non permetterà mai a nessuna crudeltà patita di renderla ciò che mai vorrà essere. Con pazienza, la sua prerogativa più identificativa, al pari della sua bellezza, ella attenderà il giorno del ballo per riprendersi la vita che merita. Cenerentola non vuol suggerire l’arrendevolezza e la sottomissione, tutt’altro. Ella, per quanto non dia tale parvenza, invoglia a reagire contro ogni angheria, senza mai mutare nel carattere e nel profondo. Cenerentola, infine, trionferà, e trarrà in salvo se stessa conoscendo l’amore.

La sera del ballo, aiutata dalla sua fata madrina, la fanciulla indossa un abito azzurro, scintillante come un cielo rilucente di stelle, e si recherà alla cerimonia di corte. Il principe, in quegli attimi, cammina nel salone con aria sconsolata, sino a quando non vedrà una luce provenire dal remoto. Il biondo dei capelli di Cenerentola, raccolti in un’acconciatura che mette a nudo la limpida interezza del suo volto, cattura lo sguardo del principe, che si innamorerà istantaneamente di lei. Entrambi, danzando, raggiungeranno una dimensione separata dalla realtà, in cui le lancette del tempo cesseranno di girare, rendendo un singolo istante perpetuo.

Ma Cenerentola dovrà fuggire quando la mezzanotte rintoccherà davvero. Compiendo la sua corsa disperata, ella perderà una delle sue scarpette di cristallo. Il principe la raccoglierà e, da quel momento, non si darà pace fino a quando non avrà ritrovato la donna che ama. Cenerentola e il principe si ricongiungeranno e, nell’amore, otterranno la felicità.

Il titolo che ho voluto utilizzare per questo mio pezzo è, volutamente, errato. Spesso, infatti, si crede che soltanto Cenerentola sia riuscita a salvarsi, donando se stessa al principe e abbandonandosi alle sue braccia. Invero, lo stesso principe, in quel passo di danza, in quel primo abbraccio in cui il tempo cessò di scorrere per un solo, meraviglioso, momento scovò la propria salvezza. Il più puro e prorompente dei sentimenti ha salvato due vite, le esistenze di un uomo e di una donna che erravano soli e disperati, in attesa di congiungersi.

Restando vicini, stringendosi, sostenendosi vicendevolmente, tutti gli innamorati che si smarriscono nei rispettivi sguardi, perdendosi in un bacio infinito, ottengono la libertà.

L’amore spazza via la cenere!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"La spada nella roccia" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Da principio, se qualcuno avesse detto ad Anacleto che quel bimbetto, sì, insomma, che quel garzone mingherlino, tutto pelle ed ossa, sarebbe un giorno diventato re, state pur certi che avrebbe riso e la sua non sarebbe stata per nulla una risata contenuta. Anacleto, un gufo dal grigio piumaggio, alquanto proverbiale per il suo rumoroso sghignazzare, era l’inusuale animale da compagnia di un anziano anacoreta. Tale esule dimorava nel cuore di una foresta, in una casa senza acqua e senza elettricità. Sovente, questi si lamentava dell’assenza di molti comfort che potremmo, ad oggi, definire “moderni”. Merlino, in tal modo veniva appellato quest’eremita, era un potentissimo mago dallo sguardo vispo e dalla barba candida. Egli aveva il dono della preveggenza. Ogni qual volta osservava il domani, si rammaricava di tutte le mancanze del proprio presente. Il Medioevo era diventato più oscuro di quanto Merlino avesse mai immaginato. Da tempo, oramai, l’Inghilterra non aveva più un sovrano. I nobili ideali del passato erano periti con la morte dell’ultimo regnante, e tutto era precipitato in un limbo di miseria e apatia. Tutto d’un tratto, dal cielo discende una grossa incudine di pietra massiccia con una spada conficcata al suo interno. L’elsa e una parte della lama emergono dalla roccia e recano una scritta che recita: "chiunque estrarrà questa spada sarà di diritto re d'Inghilterra". Per secoli, uomini provenienti da ogni parte della Gran Bretagna tentarono invano di estrarre la spada.

Perdonatemi, mi sono smarrito in chiacchiere. Fatemi raccapezzare un momento. Cosa stavo scrivendo? Ah sì, Anacleto avrebbe riso come un matto se solo avesse saputo che un bricconcello timido, bene educato, esile come una spiga di grano, sarebbe asceso al trono. - Chi era, di grazia, costui? - vi starete domandando. Or dunque, dovete sapere che una bella mattina lo stregone attendeva alla sua porta l’arrivo di un ospite molto speciale. Non aveva mai intravisto il volto di colui che era prossimo a giungere, eppure Merlino sapeva che si sarebbe trattato di un giovanotto di undici, massimo dodici anni. Come sostenni, se Anacleto avesse guardato Semola con attenzione e avesse osato anticiparne il fato, sarebbe rimasto incredulo poco prima di sbellicarsi dalle risate. D'altronde, Anacleto non poteva trattenersi, quando qualcosa gli provocava ilarità sogghignava e poi scoppiava a ridere a “crepapiume”. Lo faceva sin da quando era un piccolo gufo. Solitamente, fuoriusciva dalla sua tana, una piccola fessura scavata tra i polmoni di un’antica quercia, si coricava sul suo bel tronchetto e, preso dall’euforia, rideva per interi minuti, portava le zampe all’altezza del musetto felice e dibatteva le stesse al suolo, colto dalla gioia. Di primo acchito, infatti, Semola tutto poteva sembrare tranne che un futuro re.

Artù, chiamato da tutti Semola, era un orfano, adottato dal severo Ettore e addestrato come l’umile scudiero di suo fratello, Caio. Semola è tanto riservato ed è, per certi versi, succube delle angherie dei suoi famigliari che sono soliti rimproverarlo ad ogni minimo errore. Ciononostante, sotto i suoi occhi schivi e vogliosi di scoprire, è possibile intravedere l’anima cristallina e valorosa di un impavido. Tuttavia, Semola “vanta” una fisicità striminzita, due braccia secche e altrettante gambette sparute. Egli non possiede affatto la prestanza di un futuro condottiero. Cionondimeno, Semola ha qualcosa che tutti gli altri non hanno: la brama di conoscere.La mente batte sempre i muscoli!” - è ciò che, sovente, borbotta Merlino. Semola ha un’attitudine innata allo studio del mondo esterno. Così, Merlino, coadiuvato dall’arguto Anacleto, deciderà di fungere da suo precettore.

Il soprannome che tutti hanno affibbiato al personaggio principale del film adombra il vero nome di Semola, che diverrà leggendario. Tuttavia, per i popolani e i villici, Semola è soltanto Semola, poco più di un fanciullo con una cascata bionda come capigliatura. Ma quella sua chioma dorata non è che il preludio alla corona d’oro che, un giorno, svetterà alta sul suo capo, rilucente di gemme sfolgoranti e rubini tanto preziosi. Artù è destinato, in un dì lontano, a diventare un monarca venerabile, dall’inestimabile virtù. Dal grano macinato si genera la farina e da essa il pane profumato, buono come un bene pregiato ma alla portata di tutti. Semola era uno dei tanti, una spiga gialla in un campo di grano. Egli è paragonabile ad un granello di farina, un prodotto della terra che dovrà essere lavorato per diventare “pane”. Educato ed istruito dai suoi maestri, Semola, da granello di farina, diverrà speciale, similmente a del pane nato dal frumento luminoso per il bene di tutti.

Ma Semola non sa di essere speciale né può immaginarlo. Egli non ha fiducia in se stesso poiché nessuno ha mai lasciato intendere di averne in lui. Soltanto Merlino crede nelle sue capacità nascoste, e si adopererà per tramandargli tutto ciò che ha appreso nel corso della sua esistenza. Semola è unico, soprattutto perché è generoso, paziente, riflessivo, ascolta e ragiona prima di agire, caratteristiche assai rare in quell’epoca Medievale dipinta e tratteggiata con nitidezza nel lungometraggio, dove tutti pensano solo a duellare e a discutere animosamente. Semola ha la semplicità delle creature genuine, l’accortezza dei puri di cuore, la gentilezza di chi vive in armonia con la natura. E’ un alunno perfetto, pronto più che mai ad imparare.

La spada nella roccia” è un’opera di formazione, di crescita, di educazione. Merlino è un mentore assennato e la sua casa, piena zeppa di modellini in legno raffiguranti locomotive a vapore, veicoli volanti e altre dozzine di invenzioni provenienti dal futuro, somiglia al laboratorio di Leonardo da Vinci, ed è una finestra spalancata sull’avvenire. Il mago vuol sviluppare la mente del piccolo Semola ancor prima dei suoi muscoli, e anela ad insegnargli la matematica, la storia, la biologia, le scienze naturali, la geografia. Un re, per Merlino, è tale quando avrà accresciuto il proprio acume e la propria intelligenza, peculiarità imprescindibili per una maestà che dovrà dissolvere le tenebre di un medioevo buio e senza speranza. Nei giorni seguenti, Merlino educa Semola, conducendo le sue lezioni all’aria aperta, tra le verdi foglie e le fronde degli alberi in modo che il piccino apprenda restando immerso nel creato. Anche Anacleto scenderà dalla sua casetta, ricavata da un ciocco di legno, e insegnerà al “principe” le basi dello studio: leggere e scrivere.  Semola fa sì che i suoi maestri, il mago ed il gufo, l’uomo e l’animale, facciano di lui il loro pupillo, un discepolo prediletto.

Il mago, per far ben recepire i suoi insegnamenti, trasforma Semola in un animale differente: un pesce, uno scoiattolo e un uccellino. Mediante le sue metamorfosi, Semola esplora una parte diversa del mondo: l’acqua, la terra, l’aria. Come se vivesse una favola sulla propria pelle, Artù si rapporta con le creature più piccole e delicate della natura, assumendo le loro caratteristiche fisiche, emotive e comportamentali. Come la Sirenetta anderseniana che, dal mare, si protrasse sino alle coste e, alla morte, raggiunse l’immortalità come uno spirito dell’aria, Semola, nella pellicola disneyana, da essere terrestre, “ascende” al mare e all’aria per purificare la propria essenza. Un re, se dovrà essere magnanimo e misericordioso, dovrà conoscere e avere cura di ogni essere vivente, sia esso appartenente al reame acquatico, a quello dell’aria o a quello terrestre. Semola si confronta con gli animali più minuti, indifesi, così da sviluppare l’intenerimento, la pietà di un uomo munifico. In particolare, quando sarà uno scoiattolo, Semola scoprirà per la prima volta cos’è il sentimento puro dell’amore, la forza che muove ogni cosa, più potente della gravità stessa. Una scoiattolina si invaghirà di Semola, mutato in scoiattolo, salvo poi accorgersi che egli non è un membro della sua specie. A quel punto, essa cederà al rammarico di ciò che sarebbe potuto essere, al singhiozzio, ad un mesto lacrimare. La delusione e il dolore di un cuore infranto sono i patimenti più strazianti da sopportare. Proprio Artù, in età adulta, soffrirà anch’egli per amore, quando la propria consorte, Ginevra, lo tradirà con Lancillotto; ma questa è un’altra storia, che appartiene ad un tempo ancora inesplorato per l’innocente protagonista.

Merlino ammira e al contempo teme il futuro, e pone le sue speranze sull’avvenire glorioso di Artù. A tentare di ostacolare la maturazione del giovane arriverà Maga Magò, acerrima nemica di Merlino. Magò veste i panni, rivisitati ed imbruttiti, della fata Morgana, avversaria del potente stregone nelle leggende del ciclo Bretone. A poco serviranno le vili azioni della maga cattiva, i giorni del re sono prossimi ad arrivare.

Merlino, osservando Semola, trovò in lui l’erede al trono. Un qualcosa di simile accadde anche a Gandalf, lo stregone grigio e bianco de “Il signore degli anelli”, quando questi scorse per la prima volta Aragorn, colui che riuscirà a restaurare la stirpe spezzata dei grandi Re degli uomini. Aragorn poté, così, ricostituire la discendenza di Isildur, Artù quella di Uther Pendragon.

In un giorno quieto e radioso, Semola estrarrà la spada dalla roccia senza sforzo alcuno. E’ lui il re che tutti attendevano. Sarà l’alba di un ciclo splendente e prosperoso. Seduto sul suo trono, Artù sente d’essere impreparato ad adempiere le sue responsabilità regali. L’incertezza, il dubbio, il timore di non essere all’altezza sanciscono l’umiltà di un sovrano che si metterà sempre in discussione per il bene dei suoi sudditi. Semola è divenuto pane, un bene posto al servizio di ogni bisognoso. Anacleto ammirerà Semola con stupore, restando al suo fianco, seguito dallo stesso Merlino, tornato appena in tempo da una vacanza ad Honolulu. Il XX secolo sta bene lì dov’è, per lo stregone sarà più opportuno godersi uno splendido presente.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mowgli e Bagheera ne
«Il libro della giungla»" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sui film tratti da “Il libro della giungla”)

La vita viene spesso paragonata ad un libro intonso. Coloro che confidano in questo raffronto trovano nella crescita un calamaio e nell’esperienza una penna di volatile da intingere in esso per scrivere i capitoli di un’esistenza. Certuni equiparano la vita ad “una ruota”, e credono che ad ogni giro ci sia una storia da raccontare. Dunque, l’arco vitale può essere assimilato ad una girandola di emozioni, un vortice di sogni e di avventure. Ciò vale specialmente per i protagonisti dei racconti, coloro che vivono una vita immaginaria. Il viaggio di un eroe, che dimora tra il vero ed il fantastico, è denso di pericoli, ed è in genere costellato da salite ripide e da discese brusche e vertiginose. Il “giro di ruota” di un personaggio fittizio è solito cominciare lentamente, come una giostra di cavalli che danno il via ad un “galoppare” ritmato. Tale “giravolta”, metafora di una vita da narrare, con lo scorrere degli accadimenti, diventa più rapida, incalzante, sino a compiersi in un intenso atto finale.

La storia de “Il libro della giungla” nacque all’interno d’un tomo fatto di pagine bianche. Le vicissitudini di Mowgli vennero concepite con l’inchiostro, ciononostante il suo fantastico vissuto fu travolgente, turbinoso come un girotondo senza esito.  La storia di Mowgli, popolata da fauci, artigli e da zanne, contiene elementi fascinosi, educativi, atavici, impervi come la giungla selvaggia, e parla di crescita, orgoglio, potere, tesori e amore.

Ciascuna delle versioni cinematografiche che hanno trasposto le “novelle” di Rudyard Kipling pone Mowgli in scenari sempre differenti, così che egli possa conoscere l’amore, i dettami di un’antica legge, l’amicizia, l’emarginazione e ascenda al suo destino.

  • Un fiore rosso: principio

Il cineasta Stephen Sommers, che nel 1994 diresse per la Walt Disney un libero adattamento dell’opera letteraria di Kipling, partì proprio dall’amore per richiamare, attraverso il linguaggio visivo del cinema, il passato del protagonista. Mowgli condivideva con Katherine, la sua graziosa amichetta, un tragico trascorso: ambedue le loro madri erano morte dandoli alla luce. Mowgli, dunque, nacque da un atto di amore estremo che raggiunse il sublime.

Mowgli ha appena cinque anni quando segue il padre, Nathoo, nella giungla. Nathoo era stato scelto dal colonnello Brydon come guida indiana del suo reggimento. Il piccolo giace in “sella” ad un elefantino e procede in testa alla guarnigione. Di lì a breve, con la curiosità di chi vuol capire, Mowgli scruta il genitore mentre questi coglie un fiore rosso e l’offre in dono ad una viandante, poco prima di darle un bacio. Sarà questa l’ultima immagine, conservata nei ricordi d’infanzia, del piccino.

D’un tratto, un cupo ruggito scuote la calma apparente della giungla. Shere Khan, la regina delle tigri, è inquieta perché i bracconieri stanno invadendo il suo territorio. Le bestie che trasportano il fabbisogno dell’unità militare, udito il terribile verso del predatore, si agitano, destabilizzando bruscamente l’avanzata. Sarà proprio il piccolo Mowgli, con autoritaria fermezza, a placare l’indole irrequieta delle creature. Sin dal principio, viene sottolineata la spiccata capacità del protagonista nel comunicare con il regno animale.

Quella stessa notte, Mowgli si perderà nella giungla nera e crescerà lontano dalla civiltà, accudito dalle fiere libere della “foresta”.

Mowgli dona un fiore a Kitty

Nel classico della letteratura di Kipling, gli animali sono soliti definire “fiore rosso” il fuoco. Le fiamme di una torcia, che vengono brandite dall’uomo come “arma”, sono sinonimo di terrore per tutta la fauna. Le vampe consumano il verde, devastano i sentieri della giungla, intrappolano in una morsa ardente i cuccioli indifesi, e sono considerate un male da cui fuggire. Il fuoco “sboccia” come un germoglio luminoso, ondeggiante, rovente, si propaga come una lingua forcuta e colpisce come una frusta incandescente. Per Sommers “il fiore rosso” non corrisponde all’elemento primario, ma coincide con un bocciolo vermiglio, donato a una donna come segno di corteggiamento. Imitando il comportamento del papà, Mowgli raccoglie un fiore e lo porge alla piccola Kitty. Ella ricambia il gesto, ed elargisce al suo amichetto il bracciale d’argento ereditato dalla sua mamma, dal quale Mowgli non si separerà mai. Il protagonista, crescendo, emulerà il gesto del padre in maniera meccanica, e attraverso quel fiore rosso continuerà inconsciamente a mantenere un legame con il suo passato ed il suo essere uomo.

Durante la sera, Nathoo dialoga con il figlioletto all’interno di una tenda. Egli mostra al bimbo un vaso in cui sono stati ritratti alcuni animali, simboli per eccellenza delle virtù della giungla. Nathoo indica a Mowgli il primo “dipinto”, raffigurante un orso bruno. Il bambino afferma che quello è Baloo. Subito dopo, Nathoo attira l’attenzione del piccoletto verso l’illustrazione di una pantera nera, chiamata da Mowgli “Bagheera”. Poco dopo, il buon padre mostra al bambino la sagoma di Shere Khan. Mowgli, questa volta, confessa che quella tigre altri non è che lui stesso. Ebbene, Shere Khan per Sommers non è la tigre zoppa, perfida, subdola e spietata nata dalla penna di Kipling, bensì una custode della natura che arriverà a condividere alcune importanti somiglianze con lo stesso Mowgli.

Le illustrazioni degli animali nascondono un profondo valore allegorico. Attraverso le raffigurazioni “tinteggiate” su quel vaso, il lungometraggio evidenzia le creature più importanti che accompagneranno Mowgli nella sua evoluzione. L’orso, la pantera, il serpente e la tigre vengono caricati di una forza espressiva astratta ed evocativa. Tutti loro vengono battezzati, come se nel nome fosse celata l’identità. Mowgli, chiamandoli uno alla volta, non si riferisce a semplici rappresentazioni di una specie. Con quei nomi, egli parla di animali unici, poiché incarnanti virtù rare e preziose.  

Le suddette “immagini”, inoltre, non sono mere “incisioni”, ma premonizioni che anticipano gli eventi e gli incontri che il protagonista avrà con le fiere. L’immagine che agisce come “preavviso” ad un accadimento si ripete, altresì, nella sequenza in cui Shere Khan sorprende gli uomini nell’accampamento.

  • La legge della giungla

Shere Khan è un’ombra inafferrabile che si manifesta di rado e trova riparo nella selva inospitale. La tigre del Bengala si presenta per la prima volta su di un massiccio roccioso. Da quell’altura, essa vigila sul suo regno, e osserva gli uomini che procedono a tentoni verso la sua dimora. Negli ultimi mesi, la caccia è aumentata con scellerata cadenza e i cacciatori hanno predato molti più animali di quanto era loro consentito. La legge della giungla, che prevede l’uccisione di una creatura solamente per difesa o per bisogno, è stata infranta. Shere Khan ne è consapevole, e medita la propria rivalsa.

Al calar della notte, l’accampamento viene assalito dal maestoso felino. La tigre attacca nel buio, uccidendo l’ufficiale che presiede l’attendamento. Eppure, l’animale sceglie di non cibarsi dei resti. Shere Khan, in quei frangenti concitati, non attacca per nutrirsi, muove verso gli uomini per esigere vendetta. All’alba della storia e al crepuscolo di una giornata che segnerà il fato del protagonista, la legge della giungla viene violata dalla sua stessa custode. In quegli attimi, Shere Khan incarna l’essenza giustiziera di Madre Natura e aggredisce per uccidere.

Uno dei militari di Brydon se ne stava seduto nei pressi della folta vegetazione. Per trascorrere il tempo, l’ufficiale si era concesso un solitario con le carte. L’ultima carta estratta dal mazzo recava la rappresentazione di una tigre. I versi di Shere Khan sembrano echeggiare dal disegno stesso. Poco prima che l’uomo si volti, essa balza alle sue spalle, azzannandolo al collo. Lo schizzo decorativo impresso in quella carta da gioco aveva svelato le fatalità di un futuro imminente.

Spronato dal trambusto, Nathoo corre per difendere il cacciatore Buldeo dalla furia di Shere Khan. Il padre di Mowgli cadrà sotto le unghie affilate della tigre. Nell’infrangere la legge della giungla e arrecare dolore all’uomo, Shere Khan ha condannato a morte anche chi non meritava di perire: è il risultato di una sola notte di anarchia brutale.

Baloo e Mowgli nel film animato della Walt Disney
  • L’incontro con Bagheera e Baloo

Nel classico disneyano del 1967, quando viene rinvenuto da Bagheera, Mowgli dorme raccolto in una cesta. La pantera, intenerita dal cucciolo d’uomo, lo porta al cospetto di un branco di lupi in modo che possano crescerlo come un membro della loro famiglia. Di giorno in giorno, il felino sorveglia il bimbetto, vegliando sulla sua incolumità. Mowgli verrà così’ allevato dai lupi, e incontrerà, da ragazzino, Baloo, un orso labiato dal manto grigio, simpaticissimo e goloso di miele.

Baloo, caratterialmente, si differenzia molto da Bagheera. Se quest’ultima emana un’aura di austerità e compostezza, il mammifero propaga un alone di spensieratezza e allegria. La solennità di Bagheera rimanda alla serietà della crescita, nonché all’asprezza della maturazione. Baloo rappresenta, invece, la letizia del gioco, la leggiadria dell’infanzia e la levità di uno spirito libero che ha bisogno soltanto di poche briciole, dello stretto indispensabile per godersi pienamente la vita. Entrambi, a loro modo, assurgono al ruolo di mentori per il piccolo Mowgli, riflettendo due personalità ambivalenti per la sua educazione.

Bagheera osserva il cucciolo d'uomo nell'opera filmica del 1994

Nel lungometraggio di Stephen Sommers, Mowgli incontra la pantera alle prime luci del mattino. Essa indaga l’animo del piccino con i suoi occhi saggi. Mowgli non esita dinanzi al tenebroso leopardo, e questi gli mostra la sua coda così che il bambino possa afferrarla e seguirlo. La pelle del felide appare nera come un cielo senza stelle, eppur soffice come il velluto. Bagheera conduce Mowgli nei pressi di un lago naturale, sorto ai piedi di una splendida cascata d’acqua cristallina. Sulle rive, un branco di lupi indiani accoglie il piccolo. L’indomani, Mowgli incontra Baloo, ancora piccino, rimasto incastrato nel foro di un vecchio tronco d’albero nel tentativo di ingurgitare del miele. Sarà proprio Mowgli ad aiutarlo a liberarsi da quella stretta soffocante. Mowgli e l’orsetto sono “cuccioli” ed entrambi soli. Da allora, i due diverranno inseparabili. Molto teneramente, Sommers mostra come l’amicizia tra due esseri completamente diversi possa nascere da un gesto di bontà. Bagheera, secondo il volere di Sommers, continua a rivestire per Mowgli il ruolo di maestro e difensore, Baloo, invece, quello di fratello adottivo.

Per distaccarsi ulteriormente dagli scritti di Kipling e plasmare una pellicola personale, Sommers scelse di non fare parlare gli animali. E’ infatti un linguaggio molto più profondo e inaccessibile quello che vige tra alcuni personaggi dall’opera filmica. Pur permanendo nel silenzio, i dialoghi tra Mowgli e i suoi amici animali sono sviluppati mediante un’apparente incomunicabilità:l’inesistenza del linguaggio verbale. Tuttavia, nelle espressioni, nei gesti, negli impenetrabili sguardi si forma una comunicazione empatica, silente, intima. Una scelta che trascende e, per certi versi, snatura l’opera di Kipling, ma che risulta realistica e ugualmente filosofica. Le belve della giungla sono un riflesso dell’anima di Mowgli. Esse simboleggiano le qualità segrete ed eroiche del protagonista. Mowgli avrà infatti la velocità della pantera, la forza dell’orso, lo spirito del lupo.

Mowgli e Bhoot nella pellicola del 2018
  • Maturazione: il Mowgli bambino e la diversità

In “Mowgli”, pellicola del 2018 diretta da Andy Serkis, il protagonista, ancora bambino, viene trattato con diffidenza da alcuni suoi “fratelli” lupi. Se confrontato ai film precedenti, l’adattamento cinematografico di Serkis risulta essere molto più crudo e violento, poiché maggiormente basato sulla controparte cartacea. Non trovando amici nei suoi “simili” del branco, Mowgli stringe un tenero rapporto con Bhoot, un lupetto albino, anch’esso maltrattato per la sua diversità. Serkis analizza così l’animo tormentato di Mowgli, un personaggio senza identità, in perenne lotta tra la sua natura di uomo e il desiderio d’essere un lupo. Spesso scacciato dal branco, Mowgli ha nella bontà di Bagheera e nei ferrei insegnamenti di Baloo l’unica distrazione da un’esistenza di lotta e sopravvivenza. Bagheera viene qui rappresentato come un fratello maggiore, Baloo, invece, come un orso severo, anziano e ferito, tanto da avere la mascella storta (forse un riferimento voluto al King Kong di Peter Jackson, interpretato dallo stesso Serkis, il quale aveva la mascella piegata verso un lato).

Se Mowgli è tacciato di “diversità” poiché figlio illegittimo di due mondi, Bhoot, al contrario, viene disprezzato per il bianco del proprio manto. Tale lupo è tratteggiato come un personaggio fortemente positivo, buono, generoso, allegro e speranzoso. Morirà solo, cacciato da un bracconiere che bramava il suo “candido pellame”. Se per gli animali, Bhoot era inaccettabile, “sbagliato”, per gli uomini era tanto bello da meritare di morire. L’aspetto viene trattato da Serkis come se fosse una dannazione, una patina esteriore che attira a sé odio e crudeltà. La morte, scioccante, del piccolo lupacchiotto, offeso in un raptus di rabbia dallo stesso Mowgli, invoglia il protagonista a riprendere il suo ruolo di padrone della giungla. La crescita in Mowgli è repentina e interiore sebbene, al di fuori, egli appaia pur sempre come un ragazzino.

Anche nel cartone animato della Walt Disney viene trattata l’emarginazione, pur senza mai toccare le vette di sadismo inscenate da Serkis. I corvi che Mowgli incontra sul suo cammino si rapportano a lui poiché anch’essi si sentono esclusi.

"Mowgli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Maturazione: il Mowgli adulto e il ritorno alla civiltà

Sommers in “Mowgli – Il libro della giungla” decise di rendere la maturazione del protagonista plateale. Il cineasta statunitense, nel voler raccontare la storia di un Mowgli adulto, trasse ispirazione dalla figura di Tarzan, il quale, dal punto di vista letterario, fu a sua volta ispirato da Mowgli stesso.

Un giorno, Mowgli riceve la visita di una scimmia appartenente al reame dei Bandar-log, che gli sottrae il bracciale donatogli da Kitty. Mowgli insegue l’animale sino alle profondità della giungla nera, scoprendo Anuman, una mitica città repleta di tesori giunti da ogni parte dell'Asia. Qui, Mowgli s’imbatte in un imponente Orango Tango, sovrano dei Bandar-Log. Il primate troneggia sulle ricchezze e indossa sul capo la corona d’oro di Luigi XIV.  Sotto la “giurisdizione” di re Luigi vive Kaa, un pitone indiano. Kaa striscia come un anaconda di enormi dimensioni, celato sotto cumuli di tesori similmente ad un male tentatore quanto ripugnante. Il tremendo serpente sembra incarnare la condanna dell’avidità: chiunque peccherà di cupidigia e cercherà di profanare l’oro di Anuman morirà per “mano” sua. Una leggendaria città perduta colma di tesori è una fantasia molto cara a Sommers. Lo stesso ne “La mummia” trarrà ispirazione dalla sua Anuman per creare, cinque anni dopo, Hamunaptra, un antico sito di sepoltura in cui riposano le ricchezze dell’Egitto.

Sebbene Kipling avesse concepito le scimmie come una popolazione sovversiva ed ingovernabile, la Disney, nel 1967, creò il monarca Luigi. La figura di questo re torna a ripresentarsi nel remake live action del 2016. Il sire, in tale rivisitazione, possiede le fattezze di un mastodontico gigantopiteco, e brama di regnare su tutti i popoli liberi della giungla con il fiore rosso.

Baloo, Mowgli e Kitty in una scena del lungometraggio di Stephen Sommers

Mowgli recupererà il bracciale e, poco tempo dopo, rincontrerà Kitty. Riconoscendolo come l’amico che aveva perduto quando era bambina, Kitty accoglie Mowgli a palazzo, e lo istruisce. Le sequenze in cui il figlio della giungla impara a parlare, a leggere, a scrivere e osserva i fotogrammi riprodotti da un proiettore con il quale scoprirà il mondo e parte di ciò che si cela laggiù, lontano, al di fuori di lui, verranno reinterpretate dalla stessa Disney nelle scene del classico “Tarzan”, accompagnate dal brano “Al di fuori di me”.

La stessa Kitty svolge un ruolo molto simile a quello di Jane. Kitty è l’amore della vita di Mowgli, la traccia di un passato che egli rammentava appena e che continua a legarlo al mondo degli uomini. Restando nella città indiana, Mowgli impara molte cose di cui ignorava l’esistenza. La guerra, la violenza, le armi distruttive, la caccia senza limiti, le predazioni e le imbalsamazioni degli animali sconvolgono la coscienza dell’eroe che medita sulla cattiveria dell’agire umano. L’opera di Sommers, nella sua propensione a trattare la storia di Mowgli da un punto di vista antropocentrico, fa degli animali i garanti delle virtù, e degli uomini i veri nemici, coloro che commettono crudeltà e nefandezze, poiché i soli ad essere mossi dall’avidità. 

  • Shere Khan, da antagonista a giudice

Una volta fermati i folli propositi del vile Boone, Mowgli fronteggia Shere Khan come un suo pari e non come un usurpatore. Leggendo l’anima dell’uomo, la tigre sceglierà di non infliggergli alcun male. Ecco che Shere Khan muta, da antagonista diviene un guardiano, un giudice inclemente ma anche comprensivo per chi ha rispettato la legge della natura. Mowgli, diventato custode della giungla, sarà l’anello di congiunzione tra due regni finalmente accomunati.

Ne “Il libro della giungla” del 1967, Mowgli sconfigge Shere Khan con il fuoco. Essa, in tale versione, come desiderato da Kipling, rimane sino alla fine la massima avversaria del protagonista.

  • Un fiore rosso: fine

Sulle sponde di un lago, Kitty ritrova Mowgli: sarà adesso lei a porgergli un fiore rosso. I due si scambieranno un appassionante bacio. Con l’amore era iniziata la vita di Mowgli e con l’amore si è compiuta: la ruota ha finito il suo giro!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Aquaman e Mera" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un saggio, una volta, disse che in mare non vi è taverna. Se scoppia un temporale e gli oceani ribollono di collera, i marinai non possono recarsi in luogo vicino in cui trovare riparo. Il mare aperto può spesso tramutarsi in un deserto sconfinato, senza sabbia ma denso d’acqua. Gli antichi credevano che l’arrivo di un fortunale fosse la manifestazione dell’ira e dello sdegno esacerbati sino allo stremo in Poseidone. A tale divinità, i greci attribuivano le calamità naturali dei terremoti e dei maremoti. Sin dai tempi più arcaici, il mare custodisce, nella sua illimitata consistenza liquida, la gloria della natura, e quando esso è tumultuoso genera terrore ed impotenza nel cuore timorato di ogni navigante. Le acque adombrano tuttora un regno misterioso, che andrebbe esplorato con un sano desiderio di conoscenza.

E’ proprio una notte burrascosa quella in cui la storia di un “ramingo”, originario del mare, comincia. Mentre le onde si infrangevano sugli scogli con inquieta reiterazione e il cupo mormorio della risacca si disperdeva lungo le rive, il cielo fece sì che le nuvole piangessero lacrime di accoramento. L’oceano era irrequieto per la sorte che stava patendo la regina di Altantide, costretta a convolare a nozze con un marito che non avrebbe potuto amare. Per sottrarsi a un destino infelice, ella fuggì ma rimase presto vittima di un ferimento. Il corpo debilitato, inerme di Atlanna, trasportato dai fluttui, venne rinvenuto dal guardiano di un faro, un mortale che si adoperò a trarla in salvo.

Nel frastuono provocato dai marosi e dalla pioggia battente, si ode, forte e chiara, la voce di Aquaman, sebbene essa sia velata da una nota di rammarico che infonde, alle sue parole, una flebile mestizia. Il protagonista evoca il primo incontro tra Thomas, suo padre, e Atlanna, sua madre. La gioia intrisa in questa memoria si mescola, per lui, al rincrescimento di non aver mai conosciuto sua madre, obbligata a lasciarlo quando egli non era che un bambino. Aquaman inizia a narrare il passato citando Jules Verne, che ha scritto: “Mettete due navi in mare aperto senza vento né marea e si incontreranno". Come già precisato, è alquanto risaputo che in mare non vi siano “taverne”, ma in pochi comprendono quanto le correnti siano in grado, se lo vogliono, di far incontrare due persone, se esse somigliano a due navi che veleggiano dal remoto e sono destinate a scorgersi.Atlanna, che mai tra i fluttui avrebbe avuto scampo dal dolore, poté trovare protezione sulla terraferma, mediante l’imperscrutabile volere del mare.Thomas (Temuera Morrison) e Atlanna (Nicole Kidman) erano di due mondi diversi ma la vita, come le acque, trova il modo di unire le persone. I due si innamoreranno e, nella libertà vissuta in quei pochi ma intensi anni, conosceranno la vera felicità. Dal loro amore nascerà un figlio, a cui daranno un nome da re: Arthur. Quando Atlanna dovrà far ritorno al suo settore, il piccolo Arthur resterà col padre, che lo alleverà rammentandogli la straordinaria unicità delle sue origini, e mantenendo in lui vivo il ricordo della madre perduta.

Non a caso Arthur cita Verne, lo scrittore francese padre della moderna letteratura di fantascienza. Dietro la scorza aspra e disadorna di virilità, il primogenito della regina di Atlantide nasconde la sapienza di un dotto. Tom fece studiare ad Arthur la storia e, presumibilmente, la grande letteratura. D’altronde, come può un uomo che riesce ad avventurarsi nelle buie profondità degli abissi non conoscere e menzionare l’autore di “Ventimila leghe sotto i mari”? Arthur ha appreso la storia, e, in una sequenza del lungometraggio, dimostra di riconoscere le personalità raffigurate da alcune statue antiche che si stagliano sulla cima di un colle che sorge presso un’isola decisamente nota.

Sin dalla sua nascita, Arthur è reputato la testimonianza vivente di un miracolo. Egli è la prova di come le creature del mare e della superficie possano coesistere con reciproco beneficio. Arthur, divenuto un uomo adulto, avverte sulle sue possenti spalle il fardello d’essere ritenuto il ponte tra la terra e il mare. Oltre ciò, egli risente di venire considerato da certuni “speciale”, in quanto erede al trono di Atlantide, da altri, contrariamente, poco più che un mezzosangue. Arthur è fin da subito tratteggiato come un personaggio dilaniato da due mondi, non soltanto per quanto concerne la sua discendenza, ma soprattutto per la percezione che gli altri hanno di lui. In tanti sono soliti tacciare il protagonista con titoli e requisiti che lui non sente affatto di possedere, siano essi pregi o difetti. Aquaman, appellativo con cui nel mondo è noto, rappresenta per molti un valoroso membro della Justice League, per altri un combattente epidermico e buzzurro.  Pochi confidano che egli potrà essere un degno sovrano, se solo riconoscesse le proprie qualità, altri a malapena gli riconoscono la levatura del supereroe. Arthur vive alla giornata, alternandosi tra consumazioni al pub della zona e imprese compiute con grande audacia. Egli non sa cosa in effetti è né quello che vorrà essere, perché avverte solamente le aspettative, le percezioni e le titubanze che tutti hanno verso di lui. Per capire cosa vorrà diventare e superare così la propria avventatezza, Aquaman necessita della vicinanza di una persona che possa mostrargli ciò che ancora non sa di se stesso.

Sarà Mera (interpretata da una bellissima Amber Heard), la sua futura sposa, a indicare al sovrano il percorso da intraprendere, per far sì che sul trono di Atlantide torni a sedere il vero regnante. Attraverso un lungo viaggio in cui i due si conosceranno fino a legarsi sempre più, Mera esorterà Arthur ad abbracciare il proprio destino.

Arthur vive oppresso dai rimorsi. Crede, infatti, che la scomparsa di Atlanna, accusata di tradimento e condannata a morte per essersi “contaminata” con un mortale, sia tutta colpa sua. I tormenti del figlio si intrecciano alle speranze del padre. Tom, giorno dopo giorno, si reca sul pontile, nella speranza d’intravedere Atlanna affiorare dal fondale. Tom non si rassegna, vuol credere che Atlanna sia ancora viva. L’influenza positiva del padre non riesce, tuttavia, a scacciare i fantasmi che torturano lo spirito di Arthur, il quale teme il suo fato da monarca. Le giornate, per entrambi, si consumano in maniera diametralmente opposta: Tom vive sperando, Arthur temendo, e nascondendo queste insicurezze dietro una patina da uomo approssimativo e rozzo. Jason Momoa fa del suo Aquaman un eroe in divenire, schietto, grossolano, sgarbato, altresì intimorito, insicuro, bisognoso di aiuto eppur valoroso, audace e votato al sacrificio; un ritratto grondante di colore e ricco di sfumature.

La regia ispiratissima ed efficace di James Wan delinea due realtà ben differenti: quella degli abissi e quella della superficie. Il regno del mare è popolato da creature straordinarie, visivamente stupefacenti. Atlantide è un reame sontuoso, posto sotto il giogo crudele di un tiranno. Il fratellastro di Arthur, Orm, aspira a diventare Ocean Master, e a scatenare una guerra contro il mondo degli uomini, colpevoli di aver rovesciato nelle acque gli orrori del loro operato. Orm è nato da una successiva relazione combinata tra Atlanna e il re di Atlantide. Differentemente da Arthur, Orm nacque da un matrimonio celebrato, riconosciuto, ma privo d’amore.

Il mare, per volere di Orm, rigetta sulle rive terrestri le immondizie degli uomini, scaglia i relitti che riposano sul suolo marino, le navi da guerra, emblemi della follia battagliera perpetrata dall’uomo. Il mare è vivo ed è testimone delle azioni meschine e crudeli dell’essere umano che ha rigurgitato, su di esso, il petrolio che avvelena le acque salate, o le sporcizie che annientano la flora e la fauna marina. Per volere del folle re atlantideo, l’oceano è pronto a vendicarsi dell’uomo.

Due elementi, come la terra e il mare, che dovrebbero vivere in simbiosi patiscono un distacco incolmabile e non riescono a comprendersi vicendevolmente. In questo scenario vi è, però, l’errore della diffidenza, del dubbio, del sospetto. Vige un odio razziale nel cuore di Orm. Egli detesta la gente della superficie poiché la considera inferiore. Anche Arthur è schivo e diffidente verso gli atlantidei perché essi non lo hanno mai fatto sentire parte di loro, giudicandolo alla stregua di un essere intrappolato in un’esistenza a metà. Persino Mera nutre sfiducia nei riguardi degli uomini, ciononostante, permanendo sulla terraferma, imparerà a ammirare le bellezze pure ed incontaminate come il verde degli alberi, il profumo dei fiori (non commestibili!), la fresca e delicata carezza del vento e il giulivo volto di una bimba che esprime un desiderio, mentre getta una monetina in un pozzo repleto di acqua tersa e magica.

Il messaggio veicolato dal film vuole ricordare quanto sia sciocco provare livore per un qualcosa che andrebbe semplicemente conosciuto a fondo. La superficie e il mare sono due domini che devono essere avvicinati. Orm è un antagonista spietato che anela alla sola distruzione, invece Aquaman ha il dono di congiungere entrambi i reami col potere di un unico tridente. Se Orm è divisione, Arthur è coesistenza ed unione, potendo egli vegliare, con egual fermezza, su tutti e due gli ambiti del pianeta.  

Come verrà evidenziato nel film, Orm non ha l’assennatezza di un nobile sire, bensì “l’insana ragionevolezza” di un despota. Lui non è incline alla dialettica, non contempla nei suoi disegni alcun suggerimento scaturito dal dialogo, ma agisce mosso unicamente dalla rabbia, uccidendo chiunque si opponga al suo volere. Arthur, seppur impavido ed impulsivo, mostra, con lo scorrere dell’avventura, di possedere una certa diplomazia. Egli fa della parola, del dialogo, un’arma infallibile al pari del suo tridente. Arthur sa dialogare con le creature del mare, comprende i pensieri, capisce i sentimenti e sa come relazionarsi con esse. Sfruttando la calma, una qualità che non credeva di avere, Arthur parla con il Karathen, un essere mitologico guardiano del sacro tridente del primo re di Atlantide. Esternando la sua bontà, Aquaman otterrà l’arma suprema con cui riuscirà a sconfiggere Orm e a ristabilire la pace.

"Aquaman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tale tridente conserva in sé l’essenza imperitura della spada nella roccia. Il nome di Arthur rimanda a quello di re Artù, colui che, estraendo Excalibur, salirà al potere, rivelandosi il più venerabile dei sovrani buoni e coraggiosi d’Inghilterra. Arthur si dimostrerà l’unico degno di poter brandire il potere del tridente d’oro. Atlantide assisterà al ritorno del re.

Aquaman” è un film travolgente, esteticamente ammaliante. Conta su un ritmo coinvolgente e una storia dallo sviluppo semplice ma appassionante. L’opera di Wan è un viaggio introspettivo ed identificativo, che vede un uomo dai poteri straordinari ascendere a ruolo di supereroe e regnante.

Sul suolo terrestre, dove il cielo è limpido e lo specchio d’acqua quieto e cristallino, Tom attende ancora la sua eterna compagna, Atlanna, scampata alla morte e rientrata ad Atlantide con Arthur. Ella, un mattino, emerge dalle profondità e riabbraccia il suo amato. I due, raggianti, si baciano in riva al mare. Tom è un guardiano del faro e suo figlio sarà come lui: dispenserà una luce radiosa che possa sempre schiarire le tenebre se esse caleranno, fredde e oscure, sugli oceani e sulle terre emerse.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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