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"Cesare e Nova" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quella di Cesare è una figura leggendaria, assimilabile a quella di un autentico mito, un’essenza ineffabile, recondita, elusiva; una figura foderata di un’aura divina, messianica.

Nella saga fantascientifica de “Il pianeta delle scimmie” Cesare è il fondatore della società di primati evoluti e intelligenti. Egli è il capostipite, il creatore di un mondo nuovo, il padre di una civiltà. Conseguentemente egli viene idealizzato come un sovrano perfetto, un monarca esemplare, un comandante supremo, un essere da adorare e venerare come un dio sceso in Terra. Nell’effige mitologica di Cesare, dunque, confluiscono molteplici elementi, anzitutto di tipo politico - egli viene stimato come una guida carismatica, saggia, ponderata – e altresì di tipo religioso – egli viene annoverato come un profeta magnanimo, attento e scrupoloso, capace di provare sia pietà che collera, un pastore che ha protetto ed educato il suo gregge conducendolo verso un luogo sicuro.

Per quanto concerne la sceneggiatura del primissimo film del pianeta delle scimmie, Cesare è ancora un’essenza indefinita, un’idea embrionale, nulla più che un abbozzo. Di lui si sa ben poco, perlomeno si apprende per sommi capi quello che altri hanno tramandato di lui. Al pari di un personaggio storico le cui radici affondano nel passato, Cesare è una creatura incastonata tra realtà e mito. Di lui vengono dette alcune cose e taciute altre; i princìpi, i dettami che ha lasciato sono stati trascritti, consegnati ai posteri come un lascito prezioso, ma probabilmente piegati, accomodati, modificati secondo il volere del tempo e di chi, di volta in volta, ha amministrato la società delle scimmie, ispirandosi alla sua eredità.

Nel classico senza tempo del 1968 con protagonista Charlton Heston, il dottor Zaius, verso la parte finale della pellicola, nomina una scimmia definita “la più grande”.

Zaius dice testualmente: “Ciò che so dell’uomo fu scritto molto tempo fa, vergato dalla più grande delle scimmie, colui che dettò la legge”.

Riferendosi a tale primate, il professor Zaius afferma che esso ha redatto i precetti che regolano la civiltà dominatrice del pianeta. Ecco che quella grande scimmia assume una caratura di stampo religioso. Cesare come Mosè è colui che ha fatto dono al suo popolo delle Tavole della Legge, un insieme di canoni, di regole, di avvisi e moniti, di Comandamenti che moderano il comportamento dei fedeli, mettendoli soprattutto in guardia dalle insidie che costituiscono una minaccia per la collettività.

Poco dopo, Zaius chiede a Cornelius di leggere un documento tratto dal testo sacro. La pagina recita quanto vi è riportato:

Guardati dalla bestia-uomo, poiché egli è l'artiglio del demonio. Egli è il solo fra i primati di Dio che uccida per passatempo, o lussuria, o avidità. Sì, egli uccide il suo fratello per possedere la terra del suo fratello. Non permettere che egli si moltiplichi, perché egli farà il deserto della sua casa e della tua. Sfuggilo, ricaccialo nella sua tana nella foresta, perché egli è il messaggero della morte.”

Queste frasi sono tratte da Il Legislatore, XXIX Pergamena, 6° versetto.

Ascoltando le parole lette con sconcerto da Cornelius è presumibile, dunque, ipotizzare che quella grande scimmia, la più saggia fra tutte, colei che contribuì alla stesura del Testo Sacro, considerasse l’uomo una fiera pericolosa, che divora, distrugge, fagocita tutto ciò che la circonda.

Tale scimmia ammoniva la sua gente, avvertiva il suo popolo di stare in allerta, di badare con accortezza all’animale uomo poiché esso è crudele, meschino, infingardo e violento.

Non vi è certezza, però, che quella grande scimmia sia in realtà Cesare, poiché la figura di Cesare, come già detto, è antichissima, vecchia come la prima alba.

Nell’epoca in cui è ambientata la prima, memorabile pellicola de “Il pianeta delle scimmie” non si hanno prove né testimonianze su chi fosse realmente Cesare, non si ha neppure la certezza se il suo nome sia stato custodito e fatto perdurare, né sembrano essere pervenute raffigurazioni chiare e distinte su che aspetto avesse.

Cornelius e Zira

Il personaggio di Cesare sale alla ribalta nel terzo capitolo della saga originale: “Fuga dal pianeta delle scimmie”. Cornelius e sua moglie Zira sono scampati alla distruzione del proprio pianeta natale, addentrandosi in un viaggio a ritroso nel tempo. Essi sono approdati in un’epoca arretrata, per loro, un’era in cui gli esseri umani sono i dominatori della Terra e le scimmie intellettualmente avanzate non sono che una fantasia. In una fase del film, Cornelius racconta ciò che è stato insegnato loro, come è avvenuta la nascita della loro civiltà. Le frasi dialogate sono le seguenti:

Cornelius: Quale archeologo io avevo il permesso di consultare i papiri storici che venivano tenuti segreti alla massa e ritengo che l’arma che ha distrutto la Terra sia stata un’invenzione dell’uomo. Una cosa è certa: che una delle ragioni della decadenza degli uomini è stata la loro inveterata abitudine a uccidersi a vicenda. L’uomo distrugge l’uomo. Le scimmie non distruggono le scimmie. La nostra civiltà cominciò nella nostra Preistoria, con l’epidemia che colpì tutti i cani.

Zira: E i gatti.

Cornelius: Che morirono a centinaia di migliaia. E altre centinaia di migliaia che erano sopravvissuti dovettero essere uccisi per impedire che il contagio si diffondesse.

Zira: Le carcasse vennero cremate.

Cornelius: Sì! E quando l’epidemia fu sotto controllo, l’uomo rimase senza animali domestici. Ah naturalmente per l’uomo la cosa era insopportabile. Infatti lui può uccidere suo fratello ma non uccidere il suo cane. Quindi gli uomini presero ad addomesticare le scimmie primitive.

Zira: Primitive e stupide, ma almeno 20 volte più intelligenti dei cani e dei gatti.

Cornelius: Esatto! All’inizio le tenevano in gabbia, poi cominciarono a circolare liberamente nelle loro case. Cominciarono a reagire al linguaggio umano, così nel giro di circa due secoli progredirono dai soliti gesti imitativi ad azioni coscienti.

Interlocutore umano: Insomma più o meno come potrebbe fare un cane da pastore ben addestrato.

Cornelius: Ma un cane da pastore potrebbe cucinare, o spazzare la casa, o andare a fare spese al mercato con un elenco scritto dalla padrona, o servire a tavola?

Zira: E dopo altri tre secoli rovesciare la tavola sulla testa dei suoi padroni?

Cornelius: Le scimmie divennero consapevoli della situazione di schiavitù. E a mano a mano che crescevano di numero, scoprirono l’antidoto alla schiavitù e cioè l’unione. Cominciarono a riunirsi in piccoli gruppi. Poi lentamente impararono le regole dell’azione attiva di gruppo. Impararono ad opporsi. O dapprima si limitarono a grugnire la loro opposizione. Poi uno storico giorno che viene festeggiato dalla mia specie e che è ben documentato nei Sacri Scritti si fece avanti Aldus… Lui non usò un grugnito, lui parlò. E disse la parola che gli era stata ripetuta innumerevoli volte dagli esseri umani. Lui disse… NO!

Cornelius nomina un certo Aldus, colui che per primo si ribellò con coraggio ai suoi padroni. Invero si tratta di un errore, di un appellativo riportato sbadatamente. Il velo del tempo ha operato, cambiando il vero nome di colui che per primo ebbe l’ardore di alzare il capo. E’ Cesare colui che disse no, è lui che trainò la sua gente alla ribellione. Quel secco e perentorio “NO!” che la scimmia pronuncia rivolgendosi ai suoi carcerieri è la scintilla che innesca lo scoppio dell’insurrezione.

In questa linea temporale, in questo passato in divenire, Cornelius e Zira mettono al mondo un cucciolo che chiamano affettuosamente Milo. Entrambi non sanno che quel cucciolo di scimpanzé altri non è che Cesare. Questi crescerà senza padre né madre poiché ambedue moriranno nel disperato tentativo di proteggerlo dagli uomini.

Roddy McDowall, interprete di Cornelius e di Cesare

In “1999 Conquista della Terra” Cesare è uno scimpanzé adulto, fisicamente robusto e spiccatamente intelligente. Egli possiede la facoltà di parlare e tutte le caratteristiche di una razza avanzata ereditate dai suoi genitori.

Cesare è circondato da scimmie ancora ingenue, che vivono in un regime di sottomissione. Essendo dotato di una mente sviluppata e ostentando una importante cultura, Cesare scorge la condizione di schiavitù dei suoi simili e non riesce a tollerarla. Lentamente, egli comincia a covare finalità di ribellione. In uno specifico frangente è egli stesso, dinanzi ai suoi aguzzini, davanti a coloro che lo tengono prigioniero come un animale stolto e privo di diritti, a scegliere il proprio nome, a farlo risuonare pur senza pronunciarlo espressamente. Egli punta il dito su di un dizionario e indica per sé stesso il nome con cui vuole essere appellato dagli esseri umani: la punta del suo dito indugia su “Cesare”, il nome di un comandante come ha modo di sottolineare, intimorito, uno degli uomini lì presenti.

Giorno dopo giorno Cesare si avvicina ai suoi simili, li osserva, li scruta con uno sguardo penetrante che sembra comunicare più di quanto possano fare le parole o i gesti. In quelle occhiate taglienti, in quei silenzi rumorosi Cesare esprime un malessere, esterna un turbamento, conferisce forma ad una insofferenza che trasmette ai suoi fratelli e alle sue sorelle e che si espande come un virus, contagiando tutti. Cesare influenza i membri della sua razza, crea piccole fazioni, raggruppamenti che aumentano di numero col passare delle ore. I primati lo seguono, si accostano alla sua persona, ascoltano le sue tacite orazioni, esposte mediante una dialettica silente, cheta, quasi del tutto muta; una eloquenza fatta di mimiche, di sguardi che magnetizzano e fondono gli individui di una massa in un’entità univoca, di smorfie che esteriorizzano una brama di rivalsa che ispira le scimmie a diventare una forza che si muove in maniera sincronizzata e che rema nella stessa direzione.

Cesare scuote le scimmie, le ridesta dal loro torpore, le rende consapevoli della loro situazione di sudditanza, del loro status di schiave, capeggiandole, in una notte tumultuosa, verso una rivolta. La città in cui Cesare compie il suo primo atto rivoluzionario viene arsa dalle fiamme e molti esseri umani, oramai vinti e disarmati, vengono catturati e condotti al cospetto di Cesare che si innalza al culmine di una scalinata. I suoi prigionieri vengono posti nei gradini più bassi, gettati come carcasse maciullate. Egli osserva i padroni divenuti succubi, scandagliandoli con gli occhi di un principe che è asceso al trono e che adesso possiede il potere di disporre delle vite altrui.

Esistono due finali per l’opera filmica “1999 Conquista della Terra”. In uno di essi Cesare si mostra spietato e ordina alle scimmie di trucidare l’essere umano sopravvissuto e di infierire sui resti dei suoi compagni. La lunga notte dei fuochi è cessata ma in molte altre parti del mondo le scimmie, scoprendo ciò che l’esercito di Cesare ha realizzato, saranno motivate a fare altrettanto, ad uccidere, a sterminare, a conquistare ciò che resta del mondo con la forza bruta e più estrema. Con tale azione Cesare si tramuta in quello che aveva giurato di non essere: un tiranno che assoggetta i suoi nemici decidendo del loro fato come se fossero esseri inferiori, non meritevoli di un giusto processo né di alcuna grazia. Il portatore di libertà si converte in un despota, che scambia la giustizia con la vendetta.

Spesso nel corso della storia sono accadute cose simili, basti pensare alla Rivoluzione francese - scoppiata nel 1789 per destituire la Monarchia e far insediare la Repubblica - alla quale segui il Regime del Terrore, dove la condanna sul patibolo per decapitazione divenne una terribile consuetudine messa in atto per annientare i nemici, gli avversari politici e i controrivoluzionari.

Un atto di ribellione che doveva portare ad un periodo di libertà, uguaglianza e fraternità, generò invece un lento e sconvolgente periodo di paura nel quale la perpetuazione della morte, dell’assassinio divenne una abitudine che fece regredire la società francese ad uno stadio barbaro.

Lo sterminio che Cesare asseconda dovrebbe far piombare il mondo in una fase di orrore e di incubo, nella quale il genocidio degli uomini diventerebbe il procedimento massimamente adoperato dalle scimmie per rovesciare l’ordine costituito.

Parimenti anche nella Rivoluzione d’ottobre l’eccidio della famiglia Romanov, già spodestata, spogliata di ogni privilegio, fu un atto truce, crudele e repressivo.

Negli ultimi giorni della loro vita, i Romanov dimorarono in qualità di reclusi presso Casa Ipat’. Nicola e Aleksandra vennero raggiunti da quattro donne che di mestiere facevano le cameriere - Varvara Driagina, Marija Starodumova, Evdokija Semenova, e una quarta il cui nome non è mai stato identificato – arrivate appositamente per aiutare a svolgere le faccende all’interno della casa. Tali massaie riuscirono a eludere il veto che vietava loro di interloquire con i Romanov, parlando saltuariamente con alcuni di loro. Esse rimasero colpite dal garbo e dalla modestia della famiglia, che appariva così diversa da come la propaganda anti-zarista l’aveva dipinta. Il piccolo Aleksej, sofferente di emofilia, era il ritratto della fragilità, mentre le granduchesse erano cordiali e ben disposte a sporcarsi le mani nel passare i panni sui pavimenti.

I Romanov erano i “residui” di un’aristocrazia morente eppur ancora minacciosa per quello che la famiglia zarista seguitava a personificare con la sua sola esistenza. Eppure erano stati deposti, erano stati svestiti di molte delle loro vesti principesche, sminuiti, adattati a persone semplici, dall’aria dimessa. Non bastava questo per rappresentare al meglio l’abbattimento dell’autocrazia?  

I Romanov verranno condannati a morte dai bolscevichi per estinguere del tutto ogni adito di speranza ai movimenti monarchici. Le rivoluzioni, dopotutto, vengono fatte con il sangue, non vi è spazio per atti di clemenza, di comprensione… o di umanità.

Lo zar, la zarina, le figlie Ol’ga, Marija, Tat’jana, Anastasia e il piccolo zarevič furono massacrati da una forza rivoluzionaria generata dal malcontento, da un senso di oppressione, dal desiderio di benessere, di uguaglianza, ma tale forza in quei concitati e terribili momenti si nutrì di odio, di crudeltà, di un primordiale e selvaggio desiderio di vendetta, quanto di più distante possa esserci dalla giustizia.

Cesare, ordinando l’esecuzione degli esseri umani, tra i quali potevano figurare di volta in volta anche uomini comuni, ignari, miti e pacifici, non differisce dai rivoluzionari più sanguinari che scelgono la condanna a morte per mettere fine all’esistenza dei propri nemici, per eliminare ciò che essi simboleggiano.

Una società che nasce sul sangue versato non avrà la stessa delicatezza di un fiore di narciso: essa non potrà che essere macchiata in eterno.

Nell’altro finale dell’opera filmica Cesare contempla la pietà. Il monologo con il quale manifesta le sue intenzioni è qui di seguito espresso:  

«Per ora metteremo da parte il nostro odio. Metteremo da parte le nostre armi. Abbiamo attraversato la lunga notte dei fuochi e coloro che erano nostri padroni adesso sono nostri servi. E noi, che non siamo esseri umani, possiamo permetterci di dimostrarci umani. Il destino è volontà di Dio e se il destino dell'uomo è quello di essere dominato, è volontà di Dio che venga dominato con pietà e comprensione. Quindi vi risparmiamo la nostra vendetta, perché stanotte abbiamo assistito alla nascita del Pianeta delle Scimmie!»

Cesare intima ai suoi simili di essere clementi, di imporsi sulla razza umana e di mostrarsi superiori ad essa dal punto di vista etico e morale, non macchiandosi degli stessi peccati degli uomini che uccidono e generano morte. Con tale scelta Cesare ascende ad un ruolo eroico, dimostrando di essere una creatura saggia, misericordiosa, migliore di chi l’ha preceduta.

La stessa filosofia Cesare la applica anche nell’ultimo capitolo della saga originale: “Anno 2670 -Ultimo atto” in cui tenta di amministrare una società appena sorta, in cui gli uomini vengono trattati con tolleranza e compassione. La prima legge che Cesare promulga recita: “Una scimmia non uccide un’altra scimmia”. Tale principio viene insegnato, trasmesso a tutti i nuovi nati sin dalla più tenera età per essere compreso, assimilato, rammentato. Il sovrano delle scimmie, dunque, stabilisce che l’omicidio è massimamente vietato, auspicando conseguentemente che il male non serpeggi mai nel neonato mondo che lui ha creato.

I propositi e le speranze che Cesare nutre per il mondo a cui egli ha dato luce sono però destinati a tramontare: le scimmie come gli uomini possiedono una natura ostile, rabbiosa, violenta, anch’esse infatti possono commette fratricidio.

Un’esistenza pacifica tra scimmie ed esseri umani è un’utopia.

Nella scena finale del film, che ha luogo diversi anni dopo la morte del più grande fra i primati, il cucciolo di una scimmia e un bambino litigano, azzuffandosi ai piedi di un’imponente statua fatta costruire per tributare i giusti onori al Creatore, Cesare.

Dagli occhi della statua scendono delle lacrime. E’ come se Cesare stesse assistendo al fallimento del proprio ideale. La statua piangente rimarca l’elemento divino che la figura di Cesare serba in sé. Come nelle credenze religiose secondo le quali le statue dei santi possono lacrimare per testimoniare un miracolo, la statua di Cesare piange a sua volta per esprimere un messaggio silenzioso eppur assordante; i suoi occhi umidi simboleggiano un’amarezza che sembra sgorgare dall’aldilà, poiché lo spirito di Cesare custodito nella fredda pietra di quella scultura mira la sopravvivenza del male che egli non è riuscito a estirpare. Esso non smetterà di albergare sulla Terra.

Nel lungometraggio del 1968 la società delle scimmie è divisa in tre classi sociali: gli oranghi occupano una posizione preminente, facoltosa. Gli scimpanzé una posizione intermedia, e molte possibilità sono ad essi precluse. I gorilla ricoprono uno spazio inferiore nella scala gerarchica, vengono reputati utili per la loro possanza e quindi prevalentemente adatti per svolgere compiti duri o rischiosi.

Ciò che fa riflettere è che il Creatore, colui che fondò tale società, Cesare per l’appunto, sia stato invero uno scimpanzé, categoria posta in un rango di medio livello. Le scimmie non sanno che colui che ha contribuito alla loro nascita e alla loro affermazione era uno scimpanzé, anzi si presume che i primati credano che “la più grande delle scimmie” possa essere stato un orango, essendo che tale specie viene ritenuta la più importante, la più colta e raffinata.

Cesare non avrebbe mai voluto che le scimmie si dividessero in ceti differenti, auspicava una società egualitaria. Eppure, i suoi successori hanno agito diversamente e le tracce di ciò che Cesare voleva si sono perse insieme al suo aspetto come orme sulla battigia cancellate dalla risacca.

Nella trilogia reboot de “Il pianeta delle scimmie” la figura di Cesare viene notevolmente ampliata, ed egli diviene il protagonista assoluto di questa nuova epopea che narra la nascita, la fondazione del pianeta delle scimmie.

Al principio della storia Cesare non è che un cucciolo, figlio di una scimpanzé chiamata Occhi Luminosi, che faceva da cavia agli esseri umani in un centro di ricerca per esperimenti atti a migliorare la capacità mentale e debellare malattie di tipo neurodegenerativo. Cesare è il frutto di tali studi: egli ha ottenuto dalla mamma un’intelligenza amplificata dalle “cure” a cui ella era stata sottoposta. Sin dall’infanzia Cesare si dimostrerà uno scimpanzé estremamente arguto, imparando rapidamente a comunicare attraverso il linguaggio dei segni.

Cesare cresce in un ambiente tranquillo, sereno, in una famiglia costituita dal dottor Will Rodman, dalla fidanzata Caroline e dal signor Charles Rodman. Cesare, pertanto, viene a contatto con il lato buono, gentile, affettuoso degli esseri umani.

Lo scimpanzé trascorre l’infanzia e l’adolescenza nella soffitta della casa Rodman.

La camera nella quale Cesare era solito passare le giornate aveva una finestra che dava sul viale alberato del quartiere. Tale finestra era incorniciata nella parete con un taglio circolare ed era decorata con un motivo a rombi.

Cesare rimarrà eternamente devoto a questa immagine, rendendola un’icona, un simbolo personale che gli darà conforto, sicurezza, stabilità. Come un fanciullo umano, egli attingerà dall’infanzia le sue memorie più felici e da esse trarrà l’energia per reggere il peso della responsabilità di adulto.

Cesare userà quel disegno come emblema di speranza agli occhi delle altre scimmie, e le stesse lo dipingeranno ovunque per le vie lontane come un segno che indicherà sempre la corretta via per la città delle scimmie, per il ritorno a casa.

A seguito di un incidente, Cesare viene deportato nel Centro per primati di San Bruno. Tale luogo assume per Cesare i contorni di una prigione. Egli viene confinato in gabbia, viene maltrattato, e sperimenta l’assenza di libertà, la costrizione in una zona limitata, opprimente, e ancor di più sperimenta la solitudine. Le sbarre di quella cella per un essere così intelligente ed evoluto e quella condizione di prigionia risultano intollerabili. Cesare inizia ad elaborare un piano per conquistare la libertà. Egli è circondato da altri suoi simili, scimmie primitive, che agiscono mosse da istinti bestiali, stupidi. Cesare ha intenzione di renderli consapevoli, più partecipi, così trova il modo di fuggire e di fare entrare in contatto le altre scimmie con la sostanza che ha sviluppato la sua intelligenza. Cesare è conscio che le scimmie se prese singolarmente non rappresentano alcuna minaccia, mentre invece se unite in gruppo possono garantire un autentico pericolo.

E’ doveroso citare la scena in cui Cesare fronteggia uno dei suoi aguzzini dinanzi alle altre scimmie rimaste in gabbia; Cesare è fuoriuscito dalla sua cella e attende, in posizione eretta, segno di evoluzione, l’arrivo del suo “carceriere”, un giovane arrogante e aggressivo. Cesare lo sfida apertamente, mettendo il ragazzo in ginocchio e bloccandolo con il suo arto.

L’uomo inveisce contro di lui, dicendogli: “Togli quella zampa puzzolente lurida, maledetta scimmia”, e dunque dandogli un ordine.

Cesare, furibondo, raccoglie tutta l’energia che serba in corpo e prorompe in un urlo che non sa di verso né di grugnito ma di vera e propria parola: “No!”.

Cesare parla davanti a tutti i suoi simili, pronuncia una parola che altri non è che una negazione.

Questa memorabile scena è un omaggio, un tributo al celebre racconto che Cornelius rinarra nella saga originaria de “Il pianeta delle scimmie”.

Cesare, la più solenne fra le scimmie evolute, si è fatta avanti, ha sollevato il capo, ha cessato di genuflettersi e ha obbligato la sua guardia carceraria a prostrarsi al suo cospetto, urlandogli poi la sua prima parola di senso compiuto: “No”. In quel “No” vi è contenuto l’impeto, vi è custodita la forza, la veemenza di chi non vuole più essere sottomesso, di colui che non intende più essere assoggettato. Cesare con quel “No” vuole ribadire che non ubbidirà più ad alcun comando né accetterà più alcuna imposizione.

Mettendosi alla testa di un gruppo di scimmie Cesare oltrepassa il ponte Golden Gate Bridge, raggiungendo le foreste dagli alberi secolari.

Va sottolineato che durante la fuga, Cesare ordina sempre alle scimmie di non uccidere gli esseri umani, anche se questi tentano di fermarle con ogni mezzo. Lo scimpanzé sollecita le scimmie a combattere, a lottare per la propria indipendenza ma non vuole che uccidano, a meno che non sia strettamente necessario o che ciò costituisca un atto estremo di autodifesa.

Cesare urla sempre “No!” ogniqualvolta vede una scimmia sul punto di eliminare un essere umano. Egli è pienamente consapevole che la violenza incontrollata, l’assassinio, la morte arrecata non possono essere la soluzione, non sono il mezzo né lo strumento attraverso il quale va ricercata la libertà. Egli, sin dall’inizio, istruisce pertanto le scimmie ad un atteggiamento civilizzato, non certamente barbaro.

Nel credo di Cesare la rivoluzione, la conquista dell’autonomia non deve avvenire mediante l’azione violenta, il conflitto, la guerra e l’eccidio. Come si noterà più avanti, Cesare cercherà per tutta la vita di abbracciare un credo pacifista; egli compirà gesti violenti solamente quando sarà costretto dal volgere repentino e inaspettato degli eventi.

In questo primo film, Cesare fa la conoscenza di Koba, un bonobo. Koba altri non è che il contraltare di Cesare. Differentemente da quest’ultimo, Koba è maturato in un ambiente ostile, dove è stato trafitto, sfregiato, seviziato in qualunque modo. Il suo manto è ricoperto da cicatrici, i suoi denti sporgono da una mascella contusa, bloccata in un ringhio feroce, e uno dei suoi occhi è completamente bianco, quasi trasparente, come se fosse stato graffiato e reciso. Egli ha vissuto tutta la vita come una cavia, ha subito pesanti torture, tagli, ferite inflittegli dagli uomini per adempiere ai loro esperimenti scientifici. Koba ha visto il lato peggiore, più crudele e insensibile degli uomini, e per questo ha sintetizzato l’intero genere umano sotto una lente di puro odio.

Nel secondo film della trilogia, “Apes Revolution”, sono trascorsi diversi anni da quando Cesare ha capitanato le altre scimmie verso i boschi. Un’epidemia si è diffusa nel mondo, ha mietuto milioni di vittime, sterminando gran parte della razza umana, riducendo il mondo a una landa deserta e desolante. Le scimmie stanno progredendo anno dopo anno. Esse vivono celate e al sicuro in grandi foreste. Gli esseri umani sopravvissuti si sono rintanati, invece, in piccoli agglomerati, esigue comunità dove lottano costantemente per la sopravvivenza, alla continua ricerca di beni di prima necessità.

Gli anni hanno temprato Cesare: egli ha un aspetto marcatamente vissuto, il suo pelo è brizzolato, l’espressività del suo volto è severa, arcigna. Egli appare fortificato dal suo rango di capo. Cesare, con grande saggezza, esorta sempre le scimmie a non interagire con gli esseri umani, a non invadere i loro territori, a non rappresentare per loro una minaccia. Egli non si stanca di ricordare ai suoi simili che la guerra non è mai la soluzione. Essa arreca dolore, sconforto e annientamento.

Una rivoluzione attuata attraverso lo spargimento di sangue non può garantire la nascita di una civiltà saggia e illuminata.

Cesare governa la società di scimmie con fermezza e gentilezza al contempo, con risolutezza ma anche ascoltando i consigli dei suoi più fedeli compagni. In questa fase del racconto visivo, Cesare non si configura quindi come un condottiero sanguinario, un rivoluzionario che si è tramutato in un dittatore a sua volta, come spesso accaduto nel contesto della storia reale. Cesare non vuole imporre il proprio potere sulle scimmie senza dare ad esse alcuna voce in capitolo, né vuole imporre la supremazia della sua specie sugli umani attraverso l’attuazione di un conflitto. Egli desidera che le scimmie vivano al sicuro e progrediscano in pace. Pur essendo diffidente nei confronti degli uomini perché consapevole delle insidie che essi rappresentano, Cesare si mostra compassionevole e mite nei confronti di una famiglia di esseri umani che ha chiesto il suo aiuto.

Al contrario Koba fatica terribilmente a tollerare l’accondiscendenza di Cesare. Dunque trama alle sue spalle e perpetra un tradimento, attentando alla vita di Cesare.

Il tradimento di Koba, che ferisce Cesare credendo di averlo ucciso per poi prenderne il suo posto, mettendosi a capo di un gruppo di scimmie, è una dinamica che rievoca le congiure di antica memoria, attuate per deporre con violenza dalla propria carica un leader, sostituendolo.

Koba guida le scimmie ad un conflitto a fuoco contro la comunità di esseri umani più vicina. Ne segue una carneficina, nella quale diverse scimmie perdono la vita e altrettanti esseri umani vengono trucidati. L’odio che Koba avverte nei riguardi degli uomini trascina così un intero popolo verso la distruzione, verso l’oblio e l’orrore della guerra. Koba commette una strage e nella sua furia omicida non esita a uccidere anche le scimmie che tentano di fermarlo.

Quando Cesare si rimette in sesto, curato da quella stessa famiglia di esseri umani a cui aveva prestato aiuto (segno di come una coesistenza pacifica e prolifica tra uomini e scimmie potesse essere fattibile) fa ritorno, mostrandosi alle scimmie che lo credevano deceduto.

Cesare sfida quindi Koba, oramai completamente accecato dalla pazzia.

Prima che il confronto con il suo sfidante abbia inizio, Cesare osserva le scimmie che hanno accompagnato Koba e hanno mosso violenza sugli uomini; tali scimmie si sono macchiate di un gesto esecrabile e irrimediabile.

In quei frangenti Cesare somiglia a Mosè, che, creduto morto dalla sua gente, discende dal monte Sinai e vede che parte del suo popolo ha tradito i suoi ordini, non ha rispettato i suoi voleri, deturpando sé stesso con un peccato gravissimo. Molte scimmie sono rimaste fedeli a Cesare, confidando nel suo ritorno, ma molte altre hanno seguito Koba per perpetrare morte.

Anche nel racconto biblico molti ebrei restarono leali a Mosè, facendo affidamento nel suo ritorno, mentre altri si lasciarono irretire e sedurre dall’idolo del Vitello d’Oro.

Vi è un momento in cui Koba dice chiaramente che le scimmie non seguono più Cesare, e che egli non potrà più riguadagnare la loro fiducia poiché troppo debole e remissivo. Cesare lancia un’occhiata al suo popolo: il suo sguardo fa trasparire una profonda delusione, un’enorme amarezza. Le scimmie che hanno scelto Koba hanno imboccato la strada della guerra, un percorso dal quale non vi sarà più ritorno. Cesare in quello sguardo sembra far emergere la sua delusione: credeva che le scimmie potessero essere un popolo migliore, eletto, che non si sarebbe mai sporcato di crimini come quelli compiuti; Cesare ha capito che le scimmie si sono rivelate altresì ingenue, stolte, facilmente manipolabili, animate ancora da inclinazioni primordiali, basiche e irruente. La mimica di Cesare rimarca la stoltezza delle scimmie che non si sono rese conto di ciò che hanno commesso, di ciò a cui hanno dato inizio. Hanno imbastito una guerra con l’uomo che non avrà fine, dove tutto si consumerà in cenere.

Segue un efferato duello tra Cesare e Koba sulla sommità di una costruzione incompiuta e fatiscente. Lo scimpanzé e il bonobo combattono senza remore, avvinghiandosi in una serie di morse letali. Il suolo crolla ripetutamente sotto il peso dei due contendenti, rovinando giù come materia disfatta, decadente, rotta. L’edificio incompleto sul quale si adempie la contesa tra il sovrano delle scimmie e il traditore frana, si schianta: esso pare anticipare il destino delle scimmie stesse, che stanno precipitando verso l’abisso della guerra.

Infine, Cesare riesce a trionfare colpendo Koba più e più volte sul costato malridotto, spezzando le sue resistenze e la sua tempra alimentata dal misero odio.

Koba viene battuto e gettato giù da un dirupo, riuscendo tuttavia a restare aggrappato, afferrando la parte terminale di un’asse metallico. Cesare si affianca alla prominenza, sporgendosi ed elevandosi sull’avversario sconfitto.

Nel momento topico, Cesare deve scegliere se porre fine all’esistenza di Koba o lasciarlo vivere. Koba permane appeso su di una sporgenza, il suo corpo cede nel vuoto. Cesare lo sovrasta in piedi, restando sul suolo sicuro. La costruzione della scena è estremamente simbolica: le assi di legno sono carbonizzate, il ferro è cosparso di macchie, le travi ingiallite, i fili staccati, i detriti che ciondolano dappertutto rendono il contesto apocalittico, prevedendo la catastrofe nella quale il mondo soccomberà per l’azione di Koba. Tutto andrà in rovina.

Cesare non può fare altro, deve prendere una decisione drastica, definitiva. Quello che sta per compiersi è un atto ineluttabile e segnerà per sempre la personalità di Cesare.

Cesare dispone completamente della vita di Koba. Vigliaccamente, quest’ultimo gli ricorda il dogma, la legge che Cesare aveva stabilito quando fondò la società delle scimmie: una scimmia non uccide un’altra scimmia. Con quella legge, Cesare sperava di insegnare alle scimmie a non fare ciò che gli esseri umani, nel corso della loro storia evolutiva, hanno sempre fatto: uccidere il proprio fratello, il proprio simile.

Cesare osserva Koba con disprezzo, lo afferra per una mano mentre le spoglie sconfitte di Koba penzolano pateticamente sul nulla. In quell’attimo Cesare pronuncia una frase emblematica: “Koba non è scimmia!”. Non reputandolo un suo simile ma un’aberrazione, un’anomalia, un cancro che ha annerito la sua società, Cesare giustizia Koba.

Attenzione, il verbo corretto è giustiziare. Cesare non uccide Koba. Ciò che compie Cesare non è un atto punitivo né una vendetta, non è un assassinio ma l’attuazione della giustizia.

Cesare, dunque, giustizia Koba perché quest’ultimo ha costretto un’intera popolazione ad anni ed anni di sofferenze e di perdite.

Cesare apre la mano e lascia cadere il corpo di Koba nel vuoto, condannandolo a morte sicura.

Nel terzo capitolo intitolato “The War – Il pianeta delle scimmie” il conflitto non voluto da Cesare che coinvolge le scimmie e gli esseri umani sopravvissuti prosegue senza sosta per il controllo del mondo rimasto. Alcune forze armate statunitensi danno la caccia ai primati, aiutati da alcune scimmie traditrici che preferiscono la schiavitù alla morte, convinte che non ci sia modo di battere gli umani. A seguito di una feroce battaglia nella foresta, Cesare sceglie di liberare i soldati catturati e di rimandarli dal loro leader, il Colonnello McCullough, con il messaggio che se gli umani lasceranno in pace le scimmie, non ci saranno più scontri. Ancora una volta egli palesa la sua magnanimità.

Cesare e i suoi fanno ritorno nella loro nuova colonia costruita in una grande grotta nascosta dietro una cascata, dove il figlio di Cesare, Occhi Blu, fa rientro da un lungo viaggio e riferisce di aver trovato un posto oltre il deserto in cui le scimmie potranno costruire una nuova casa al sicuro dagli umani. Oltre il deserto, dunque, vi è una Terra Promessa in cui il popolo di Cesare potrà vivere in eterno.

Di notte, però, la colonia viene attaccata da un gruppo di soldati, tra i quali c'è anche il Colonnello, che uccide Cornelia, la moglie di Cesare, e Occhi Blu, il figlio maggiore di Cesare.

Distrutto dal dolore, Cesare si lascia inondare da un odio incontenibile verso gli uomini che continuano a uccidere le scimmie in un conflitto insano.

Il fantasma, l’eco di Koba si materializza nella mente di Cesare come un’allucinazione che lo tormenta, un incubo vissuto a riposo e in veglia. Cesare teme di trasformarsi nel suo peggior nemico, di perdere la propria lucidità, la propria indole pacifica, teme di farsi sopraffare dall’odio e di diventare ciò che teme: un essere alimentato solamente dal rancore, dalla ripugnanza, dal livore, dall’astio profondissimo.

Il Joker, moltiplicatosi nella mente delirante di Batman, cerca di soggiogarlo

Qualcosa di molto simile avviene anche nel videogioco “Batman Arkham knight”, ultimo capitolo dell’acclamata trilogia videoludica dedicata al Cavaliere Oscuro. Batman è stato infettato dal sangue del Joker che contiene una potente tossina. Il Crociato Incappucciato rivede come proiezione della sua mente, in una sorta di allucinazione prolungata e ossessiva, il Joker che gli si pone dinanzi, gli parla, lo assilla, tormentandolo, alterando la sua percezione della realtà.

Lentamente il veleno contenuto nel sangue di Joker rischia di trasformare Batman in ciò che più teme: nello stesso Joker, una vittima delirante, paranoica, assassina, dalla pelle lattiginosa e un sorriso folle e perenne sulle labbra rosse come un rubino.

La mente dell’eroe viene pervasa dalla presenza di Joker che gli appare continuamente, moltiplicandosi, provando in ogni modo a soggiogarlo. Lottando con tutte le sue forze, il guardiano di Gotham City abbatte le sagome del pagliaccio, rinchiudendo la sua essenza in una cella inespugnabile e spedendo la stessa in un meandro buio e imperscrutabile della sua mente, dal quale l’eco di Joker non potrà più risuonare.

Il fantasma di Koba tormenta Cesare durante un'allucinazione visiva

Nel film “The War – il pianeta delle scimmie” viene inscenata una dinamica molto somigliante a quella appena descritta. Cesare viene torturato dalle apparizioni sempre più verosimili ed inquietanti di Koba, che riemerge dai suoi pensieri, parlandogli, mettendo in dubbio le sue scelte, le sue azioni, perfino la purezza del suo cuore. Lo spirito di Koba, riaffiorato dalla coscienza di Cesare che soffre per ciò che ha dovuto fare, ovvero giustiziarlo, prova a raggirare Cesare, profilandogli un futuro tragico per lui e le scimmie, facendogli venir meno le speranze, sforzandosi di rimodellarlo in quello che non è mai stato.

Cesare verrà reso schiavo, imprigionato nuovamente, mentre tutto il suo popolo verrà catturato e messo ai lavori forzati da un gruppo di militari capeggiati dal brutale Colonnello McCullough. In un particolare momento Cesare assiste alla fustigazione di un suo simile. Le scimmie sono costrette a lavorare nel fango, a frantumare rocce, come anime dannate, sotto la rigida sorveglianza dei militari. Un orango viene frustato selvaggiamente per ordine degli uomini. La vista di quell’essere inerme che viene crudelmente flagellato è per Cesare insopportabile. Egli urla all’aguzzino di fermarsi, di smetterla immediatamente con quella frusta. Cesare agisce come Mosè quando nel racconto biblico vede un ebreo venire massacrato dai colpi di frusta di un egiziano e si adopera per fermarlo. Mosè si frappone fra il fustigatore e la vittima, ne segue una colluttazione nella quale la guardia egizia perde la vita. Questo evento porterà Mosè a fuggire dall’Egitto e a trovare riparo a Madian, in esilio.

Mosè illustrato da Erminia A. Giordano per CineHunters così come appare ne "Il principe d'Egitto". Potete leggere di più cliccando qui.

Cesare, dunque, come il Profeta del popolo di Israele, interviene e fa cessare i colpi di frusta del padrone. Egli si sostituisce al suo compagno, e acconsente a subire la flagellazione al suo posto. L’amore che Cesare prova per il suo popolo è immenso, pari a quello di un dio che ama i suoi figli, e viene esplicato dal gesto nel quale egli sceglie di soffrire al posto di un altro.

Cesare viene poi abbandonato al gelo dove potrebbe soccombere, vinto dal freddo e morire con l’odio nel cuore.

Il primate viene però aiutato da una ragazzina, Nova, che gli dà da bere, lo riscalda, comunica con lui a gesti e gli ricorda che insieme lui e la sua gente sono forti. Commosso dalla delicatezza della ragazzina, Cesare rievoca nelle sue memorie la bontà insita nell’animo degli esseri umani e si ravvede. L’odio progressivamente svanisce in lui, inizia a dileguarsi come una nube grigia che scompare all’orizzonte al termine di un temporale, come i marosi di un mare che biancheggia e che gradualmente torna ad essere quieto con un moto ondoso placido. Così Cesare sconfigge il fantasma di Koba, battendosi per l’ultima volta per la libertà del suo popolo.

Cesare si avvicina all’uomo che gli ha ucciso la moglie e il figlio ma non si vendica: non lo sopprime, né per odio né per vendetta, anzi mostra pietà nei suoi confronti, quando lo vede piegato dalla malattia che si sta impadronendo di tutta la razza umana facendo perdere loro la capacità di parlare.

Cesare frantuma le catene del suo popolo, indicando la via verso una zona sicura, verso un luogo di pace, dove vi è tanto verde: una terra dove scorre latte e miele. Una regione pura, dove le scimmie potranno accrescere e far fiorire il proprio regno.

Cesare è ferito a morte e come ultimo atto nella sua vita si limita ad osservare, felice, il popolo a cui ha dato nuova vita e libertà.

Ecco che nell’ultimo momento dell’esistenza di Cesare riemerge la caratteristica messianica, divina, da profeta della sua figura; Cesare siede lontano dalle scimmie, le osserva non mettendo piede nel terreno che esse calcano. Egli si limita ad ammirarlo da fuori, come Mosè a cui era stato impedito da Dio l’accesso alla Terra Promessa dopo quarant’anni di peregrinazione nel deserto.

Il compito di Cesare pare esaurirsi qui. Egli ha condotto la sua gente al sicuro, in una terra fertile in cui il loro reame potrà sorgere, ma nel quale egli non potrà mai varcare la soglia poiché il suo tempo è finito, la cera della sua candela si è sciolta.

Cesare versa una lacrima, una stilla impregnata di speranza, si accascia al suolo e muore.

La figura e il vissuto immaginario di Cesare sono paragonabili a molte celebri personalità realmente esistite. Innanzitutto il suo appellativo richiama quello di Giulio Cesare, quindi il nome di un condottiero che guidava le sue legioni alla conquista, al trionfo e che espandeva i confini dell’immensa Roma. Cesare era anche il titolo che, derivato dalla grandezza a cui assurse in vita Caio Giulio Cesare, assumevano di volta in volta gli imperatori dell’epopea romana. Dunque Cesare è un appellativo che reca in sé una gloria astratta ma percepibile, in quanto sinonimo di potere, di fasto e va associato a coloro che amministrano, che governano un popolo.

Al contempo la figura del Cesare fantascientifico è comparabile a quella di Spartaco, il gladiatore assoggettato che si ribellò ai suoi “proprietari” e comandò un manipolo di schiavi a muovere contro le schiere romane per un desiderio irraggiungibile di libertà. In egual modo Cesare è associabile a tutte le personalità rivoluzionarie del passato poiché egli è colui che si rivolge ai suoi simili, li ridesta, dona loro un ideale per cui vivere e battersi, li sprona a non genuflettersi a qualunque costo.

Cesare capitana la sua specie verso l’indipendenza, diviene il mentore, la guida massima, eppure non si pone mai come un monarca spietato nei confronti dei suoi sudditi. Tutt’altro, Cesare è magnanimo e buono. Contrariamente a molti altri capi rivoluzionari del mondo reale, come già precisato, Cesare, una volta portata a fine con successo la sua rivolta, non diviene un despota, non si lascia sedurre e indurire dal potere. La storia è piena di uomini che dopo aver rovesciato i potenti sono finiti per divenire egli stessi dittatori; vedasi ad esempio Fidel Castro, tra gli artefici della Rivoluzione cubana, che istituì a sua volta un regime totalitario.

Cesare non rientra in quel filone. Egli si erge a difesa di un popolo inerme, rinchiuso nelle gabbie, che viene seviziato, trattato come cavia, malnutrito. Cesare aiuta tutti i primati a volgersi contro i loro signori ma in seguito non diviene per loro un autocrate che spadroneggia e che sfrutta i servigi dei suoi subordinati.

Nel celebre romanzo “Animal Farm”, George Orwell elabora tutta una serie di personaggi appartenenti al regno animale, per lo più rurale, che usa come allegorie. Adempiuta la rivoluzione nella fattoria e dunque scacciato il fattore - l’uomo che seviziava, spolpava le creature, le sfruttava sino a che avessero potuto dargli qualcosa per poi gettarle via - gli animali istituiscono una società nata sotto i più rosei auspici, le migliori intenzioni.

Col passare del tempo la fattoria degli animali muta, viene sporcata, insozzata dal male, dalla cupidigia, dalla smania di potere. Il sistema retto dall’essere umano che dapprima opprimeva gli animali viene sostituito da un apparato governativo sostenuto dai maiali, che hanno guadagnato il potere e che non differiscono dagli uomini nel modo di ragionare e di agire, finendo per tramutarsi in essi, tanto da risultare infine irriconoscibili, indistinguibili nei loro luridi, sozzi, sordidi aspetti.

Tutti gli animali della fattoria, i maiali, i cavalli, gli asini, i corvi, i cani, le pecore, le galline, ognuno di essi non è che una metafora, l’incarnazione di un significato. Orwell, scrivendo tale storia con la sua prosa straordinaria, immaginifica, aspra e inquietante, rievoca quello che accadde durante la Rivoluzione russa, a cui seguì la dittatura Staliniana.

Il maiale Napoleone, protagonista oscuro e senza scrupoli del racconto orwelliano, è un personaggio che assurge al ruolo di capo rivoluzionario, che inganna gli animali, manipolandoli, facendoli passare da una forma di schiavitù ad un’altra senza che essi se ne rendano conto, schiacciandoli sotto il proprio giogo, ma lasciando loro l’impressione che tutto sia cambiato e che quando c’era l’uomo si viveva in condizioni ben peggiori; vero è però che quelle condizioni sono pressoché tragicamente identiche. Palla di Neve, un altro maiale rivoluzionario, colui che era veramente mosso da sentimenti puri di uguaglianza, viene selvaggiamente assassinato, e la sua immagine distorta, alterata, come in una mutazione effettuata da terzi attraverso l’uso smodato della propaganda, atta a dare in pasto agli animali un capro espiatorio, colui che è responsabile di ogni evento negativo che accade all’interno della fattoria e su cui vanno riversati frustrazione e risentimento: una distrazione per la massa che non si accorge chi è il suo vero nemico.

Se Cesare avesse sovvertito l’ordine costituito e avesse concentrato il potere su sé stesso, mentendo ai i suoi compagni, egli sarebbe andato incontro ad una metamorfosi che lo avrebbe fatto somigliare al Napoleone orwelliano.

Il Napoleone de “La fattoria degli animali”, infettato nell’anima dalla malattia del potere, si tramuta in un maiale che si solleva su due zampe, che gioca a carte, che sbraita e beve alcolici dai bicchieri, che si arricchisce adagiandosi sulla schiena dei più deboli. Le sue lerce sembianze, grasse, ubriache e vomitevoli, fanno in modo che egli sia uguale ad un padrone del genere umano, a sua volta immondo e putrido tanto nell’intimo quanto nell’esteriorità.

Cesare è uno scimpanzé, il parente più prossimo dell’uomo. La sua andatura eretta, il suo modo di parlare, di gesticolare, di atteggiarsi lo rendono simile ad un maschio della specie umana. Eppure, egli non si confonde con esso, proprio perché differisce dall’uomo corrotto e cattivo. La sua sagoma non viene sfigurata, non si mescola con quella dell’uomo avaro, traviato e marcio dentro. Cesare mantiene un’immagine che è un modello di probità e correttezza e, al contempo, fa in modo che nei propri confronti non nasca mai il culto della personalità, tipico dei regimi.

Cesare bada a far sì che le scimmie non reprimano, non schiaccino altre scimmie. Egli rimane un giusto. Assume i contorni del pastore spirituale che muove il suo gregge verso pascoli floridi e sicuri.

Il Cesare della saga originaria ha visto con i suoi occhi la sua gente ridotta in miseria, ridicolizzata, trattata alla stregua di animali da compagnia, sfruttati come bestie da soma, considerati nel loro insieme come ammassi e non individui, privi pertanto di rispetto, di dignità e diritti. Il cammino che tale Cesare compie, di strada in strada, ad osservare come versa il suo popolo è per certi versi - e con le dovute differenze s’intende – paragonabile al viaggio in motocicletta che Ernesto Guevara effettuò nell’America Latina, mediante il quale egli vide la miseria, la malattia, l’estrema povertà in cui versava la popolazione. Ciò lo portò a elaborare propositi rivoluzionari, che avrebbero sradicato i potenti dai loro “troni”. Così accadrà nell’epopea originaria, più precisamente in “1999 Conquista della Terra” dove Cesare alimenterà l’odio intransigente contro un nemico comune, l’uomo che vessa e prevarica, attaccandolo, riducendolo da predatore a preda, facendolo sentire una belva braccata.

Il Cesare della trilogia contemporanea, pur essendo un rivoluzionario e pur agendo come un condottiero che capeggia le sue truppe verso la conquista della propria sovranità attraverso azioni audaci e combattive, crede fermamente che la guerra non sia mai una opzione corretta e da avallare. Una volta creata la società di scimmie, una comunità che cresce anno dopo anno e occupa le foreste, Cesare cerca di proseguire nell’attuare una rivoluzione che non contempli spargimenti di sangue. Nel primo film egli muove violenza solamente se strettamente necessario, per trainare i suoi simili al di là della città, verso la natura, oltre il centro urbano.

Per gran parte della sua esistenza Cesare cerca di indirizzare le scimmie ad una vita di pace, evitando accuratamente di attuare azioni ostili nei confronti degli umani e per tale ragione egli si prodiga nel plasmare una identità collettiva. In questo la figura di Cesare è paragonabile, velatamente, a quella del Mahatma Gandhi – anche in questo caso il parallelismo va preso con le dovute proporzioni - che ha predicato nella sua India l’idea di una rivoluzione silente, pacifica, tacita, contro l’occupazione inglese. Gandhi teorizzò la resistenza all'oppressione tramite la disobbedienza civile di massa: un popolo unito in un unico intento, che collaborasse all’unisono, che agisse come un corpo solo facendo propria una coscienza ed un’identità nazionale. Anche Cesare ripudia la guerra, egli è fermamente convinto che la civiltà di scimmie debba accrescere, migliorare, attraverso il mantenimento dell’equilibrio, dell’ordine, sotto quella stessa bandiera a rombi. E’ la conoscenza, l’apprendimento, la capacità di migliorare, di perfezionarsi, ad ampliare la società delle scimmie, non la conquista territoriale o l’espansione, l’assedio, l’invasione di altri luoghi per la supremazia del mondo. Cesare crede che se le scimmie dovessero restare sempre unite, come un solo organismo, esse potranno vivere e progredire.

Quando la guerra con gli esseri umani ha inizio a causa di Koba, Cesare avalla sortite e azioni di guerriglia solamente per difendere, non per aggredire. Inoltre Cesare non piomba mai nel baratro, non cede all’oscurità, resta fino alla fine un essere spinto da scopi buoni, una luce che illumina la via per una comunità bisognosa di un faro che irradi l’oscurità.

Cesare agisce come un liberatore, un essere valoroso che trascina il suo popolo verso la salvezza, mantenendo l’immagine di un eroe puro; anche in questo caso egli è paragonabile ad Ernesto Guevara e al mito che egli incarnò e seguita ad incarnare tutt’oggi per il suo popolo e per tutti coloro che si rivedono nei suoi ideali.  

La figura di Cesare è una delle più affascinanti, delle più stratificate della cinematografia contemporanea, poiché attinge dalle personalità realmente esistite e da quelle inerenti le tre grandi religioni monoteiste. Egli sia come “essere terreno” che come dio verrà lodato e venerato dalle scimmie per i secoli a venire. In lui verità e mito si intersecano in un groviglio inestricabile.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Letture supplementari all'articolo:

Il pianeta delle scimmie: una recensione in prima persona – Viaggio in soggettività nella solitudine dell’ultimo rimasto

Anna ed Anya – I due volti di Anastasia

...Il "gigante" osserva la fanciulla con invadente curiosità, la indaga con i suoi occhi rimasti incantati da quella visione femminile. Lentamente, la colossale creatura sfiora con la mano la stoffa del vestito che la ragazza indossa. Kong, delicatamente, rimuove diverse parti dell'indumento portandosele poi al viso per annusare il profumo rimasto in esso. La valenza sessuale della scena è decisamente evidente: Kong tocca Ann con accortezza, spoglia la sua "sposa" passo dopo passo, sfiorandola appena, rimuovendo gli strati della sua veste un tocco dopo l'altro, come se Ann fosse un fiore a cui sottrarre un petalo alla volta per poter giungere sino all'intimità celata alla vista...

Il 13 ottobre del 1933 "King Kong" uscì nelle sale cinematografiche italiane. Potete continuare a leggere di più su questo massimo capolavoro della settima arte cliccando nei due articoli riportati di seguito.

L’amore oltre la morte – La storia dell’ottava meraviglia del mondo

“KING KONG” – Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…

Redazione: CineHunters

"Lei e Lui" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un dolore sordo, indistinto, echeggiava da quei luoghi. Una ferita sanguinava ancora, non si era mai cicatrizzata. A Hiroshima, l’aria era tuttora impregnata di morte. Tra i vicoli, lungo le strade, fra le bancarelle dei mercatini rionali, la vita delle persone scorreva lenta e scialba, con una funerea normalità, tacita e rassegnata. La città giaceva, a distanza di parecchi lustri dal bombardamento, in uno status di shock, trascinandosi a stento, recando in sé il trauma vissuto, senza la benché minima possibilità di guarigione. Le stagioni si susseguivano ma il terrore e lo strazio di quel fatidico giorno seguitavano a permeare l’aria circostante. Persino in un bel dì sgombro di nubi, con il sole all’orizzonte, i volti degli abitanti esprimevano una sofferenza atavica e una paura sempre presente.

Naoto sapeva bene quello che avrebbe trovato a Hiroshima. Anch’egli, come tutti i giapponesi, serbava nel cuore un dispiacere recondito, un’angoscia remota. Non aveva combattuto in guerra, lui, non l’aveva neppure vista con i suoi occhi, eppure ne custodiva l’orrore. A Naoto, come a tutti i suoi fratelli, fu tramandato il racconto dei tragici eventi di Hiroshima e Nagasaki, la devastazione che avvenne in quella porzione di terra, la gelida presa della morte che piombò dalle stelle velate in un giorno di caligine, spazzando via persone innocenti, anime inconsapevoli. Il dramma di un attacco così sconvolgente - perpetrato agli ultimi scampoli del secondo conflitto mondiale ad opera degli Stati Uniti d’America - segnò per sempre tutti coloro che assistettero all’immane tragedia, che sopravvissero, così come chi si affacciò al mondo successivamente, e a cui fu narrato quanto di terrificante accadde in quegli ultimi atti di guerra.

Erano trascorsi alcuni anni dall’attacco, Naoto camminava per le vie di Hiroshima e notava quanto per la popolazione fosse ancora difficile provare a dimenticare, voltare pagina, ricominciare. Ci sono eventi che lasciano un segno indelebile, lacerazioni che non possono mai rimarginarsi. Naoto vedeva tutto questo dinanzi a sé: uomini intimoriti, donne terrorizzate, bimbi disillusi e già messi a confronto con l’asperità della vita. Attorno a lui, miseria e desolazione.  La bomba era caduta il 6 agosto del 1945 e ancora emanava le sue radiazioni. No, non più quelle che facevano ammalare, che si celavano nell’ombra, occultate da un velo etereo, quelle che uccidevano lentamente, giorno dopo giorno, successive al nefasto “boom”; erano radiazioni di altro tipo, effetti collaterali di una guerra scellerata. Su Hiroshima, si propagavano “radiazioni” che contenevano al loro interno indigenza, malessere interiore, disoccupazione. Era questo ciò che la guerra aveva perpetrato. Non soltanto morte e devastazione ma gravi patologie e sofferenza; la guerra aveva lasciato dietro di sé una civiltà sottomessa al dolore, alla sconfitta, ad una sorta di assuefazione, un insieme di cittadini abituati al tormento, costretti a convivere con un eterno tetro ricordo.

Nonostante tutto la gente del luogo continuava a lavorare con orgoglio, dignità e abnegazione, utilizzando solo mezzi di fortuna, nella speranza che un giorno l’orrore che era accaduto e che ancora recava i suoi danni potesse affievolirsi, fino a sparire, inghiottito dal tempo, e da esso sorgesse un’alba nuova. Durante il suo periodo di visita, Naoto s’imbatte in un piccolo chiosco di souvenir…

Un momento, ma io non vi ho ancora detto chi è questo Naoto di cui continuo a parlare. Perdonatemi, avrei dovuto farle ben prima le presentazioni del caso. Vedete, Naoto è un vecchio eroe. No, non di certo un “eroe di guerra” o, come si suol dire in questi frangenti, un “grande guerriero”. Dopotutto, “la guerra non fa nessuno grande” - diceva un vecchio saggio. Naoto, però, era a tutti gli effetti un eroe. Un eroe di un vecchio “anime”, sì, insomma di un cartone animato, diciamo pure così.

Ebbene, Naoto era il protagonista di questo cartone, un’opera dell’animazione giapponese chiamata “Tiger Mask”. In una delle sue tante avventure, in particolare nell’episodio intitolato “Ricordando Hiroshima”, Naoto si reca, per l’appunto, nella città di Hiroshima e assiste al disagio che una fetta della popolazione è abituata ora e sempre a subire. Negli occhi dei passanti che egli scruta attentamente, nelle parole degli interlocutori a cui Naoto dedica molta attenzione, si percepisce il tenue rimbombo di un dolore strozzato, che ha radici profonde.

All’inizio dell’episodio, Naoto scrive una lettera. Nel suo testo, egli afferma di aver visitato di recente il museo della bomba atomica e di scrivere quelle parole con le lacrime agli occhi e il cuore fermo in gola. “Questa tragedia non sarebbe mai dovuta accadere.”, dice.

Girovagando qua e là fra i quartieri di Hiroshima, Naoto intravede un piccolo banco da lavoro e un mendicante che offre la sua mercanzia. Questi è solito vendere delle piccole riproduzioni di legno della Cupola di Hiroshima, il celebre edificio che rimase intatto durante lo scoppio della bomba atomica e che divenne un simbolo di speranza ma anche uno scrigno di rimpianti. In quelle miniature, Naoto vede racchiuso il vociare della popolazione civile di Hiroshima, i gesti, le risate, i canti e tutti gli schiamazzi che per le vie echeggiavano in quel 6 di agosto e che improvvisamente vennero zittiti da un’esplosione che sconvolse per sempre la città.

Quando Naoto manifesta l’intenzione di acquistare una copia del rappresentativo souvenir, il mendicante gli confida che purtroppo ha esaurito il suo articolo e quindi non è in grado di offrirglielo. Naoto non si dà per vinto. Egli è sempre più desideroso di possedere una di quelle sculture, e quindi si reca direttamente dall’artigiano che le realizza, riuscendo così a stringerne una tra le sue mani.

È in quei frangenti che Naoto si perde fra le memorie di un passato che riaffiora prepotentemente nel presente. Quando tutto fu devastato, quell’edificio - riprodotto dalla sapiente mano dello scultore in quelle studiate miniature, di cui egli e la moglie se ne disfano per soli 100 yen - resistette a quel distruttivo bagliore, al ferale rombo del nucleare. I corpi dei civili, invece, divennero polvere, portata via dal vento. Osservando le fotografie esposte al museo in cui viene perpetuato l’orrore abbattutosi su Hiroshima e contemplando il monumento riprodotto dall’artista, Naoto scava nel trascorso del suo paese. I ricordi storici e fattuali si mescolano alle sensazioni personali del protagonista dell’anime. La ferita insita nel cuore del Giappone si riapre con facilità, e Naoto sembra avvertirla su di sé, sulla sua pelle.

Ma cos’è Hiroshima in realtà? Quale segreto si nasconde in essa?

Hiroshima è anzitutto una città, il cui nome è stato consegnato alla storia. Essa è un monumento vivente, un monito pullulante di gemiti e memorie. Hiroshima è cultura, è avvenimento storico, è immagine, emozione, rimembranza. E’ essa stessa strumento di reminiscenza. Ma Hiroshima è ancor prima un “nome”. Sì, un nome. Hiroshima è un nome divenuto evocativo e onnipresente, sinonimo di orrore, di scelleratezza, di sofferenza, di follia umana.

Hiroshima… Questo “nome” lo ripetono continuamente due personaggi in particolare: lei e lui. E chi sarebbero adesso questi “lei” e “lui”, vi starete senz’altro chiedendo. Beh, nulla più di un uomo e di una donna: due sconosciuti privi di nome, incontratisi in una sera apparentemente normale, a Hiroshima, in un racconto visivo molto diverso da quello di Naoto, fin qui narrato.

Tu non hai visto niente a Hiroshima. Niente.” – dice lui, stringendo la donna fra le sue braccia.

Ho visto tutto. Tutto. L’ospedale l’ho visto, ne sono sicura. L’ospedale esiste a Hiroshima. Come avrei potuto evitare di vederlo?” - replica lei, rispondendo all’abbraccio.

Non hai visto un ospedale a Hiroshima.” – rincalza lui, con tono di chi la sa lunga e prosegue – “Non hai visto niente a Hiroshima”.

Quattro volte al museo…” – bisbiglia lei.

Quale museo, a Hiroshima?” – domanda lui.

Quattro volte al museo a Hiroshima. Ho visto la gente guardare, ho visto la gente passare pensierosa, attraverso le fotografie, le ricostruzioni. Non gli è rimasto altro. Le fotografie… Le fotografie, i diagrammi. Non gli è rimasto altro… I modellini… Non gli è rimasto altro. Quattro volte al museo a Hiroshima, ho guardato la gente, ho guardato me stessa pensosamente.”

Inizia in tal modo - con questo dialogo recitato a bassa voce - l’opera cinematografica “Hiroshima mon amour”: uno scambio di parole pronunciate sommessamente, sussurrate tra lei e lui, due amanti che vivono una notte d’amore nel centro urbano della città giapponese e parlano di quel che concerne Hiroshima, avvinghiati l’uno all’altra. Ripetono quel “nome” così tante volte, al principio o al termine delle loro frasi. Perché lo fanno?

Il nome della città di Hiroshima viene ribadito, rimarcato, come se dovesse essere tenuto a mente, ripetuto per non essere dimenticato. Quell’identificativo, “Hiroshima”, si ripresenta nel loro parlato ancora e ancora, manifestandosi come lo spettro di un essere vivente caduto, trapassato, che riappare improvvisamente perché non vuole rischiare d’essere accantonato, obliato. La donna del film, definita, come già precisato, anonimamente “lei”, menziona il museo della città. Il museo che lei stessa ha visitato.

In quei corridoi, ella ha provato le stesse sensazioni che Naoto - il personaggio da me citato giusto all’inizio - ha percepito quando anch’egli si intrattenne all’interno delle sale espositive. Dalle fotografie, dai frammenti di metallo deposti sul pavimento, si propaga un alone di spregevolezza, di turbamento, di insofferenza. La donna della pellicola ha osservato tutto questo silenziosamente. I ricordi di un dramma storico rinvengono in lei e si impadroniscono delle sue emozioni. È questo ciò che può avvenire a Hiroshima: la tragicità della guerra e le conseguenze che essa ha arrecato e che continua ad arrecare alla popolazione, nel silenzio del tempo che scorre inesorabile, riemergono con forza travolgente. 

Ad Hiroshima si è consumato uno dei più grandi orrori della storia dell’umanità, eppure il film “Hiroshima mon amour” - pellicola del 1959 diretta dal cineasta Alain Resnais e con protagonisti Emmanuelle Riva nel nel ruolo di “lei” e di Eiji Okada nei panni di “lui” – comincia con un atto d’amore. Le braccia dei due innamorati, per noi ancora oggetto di mistero, s’intrecciano fra loro. I corpi si avvicinano sempre più, attimo dopo attimo. Cos’è la guerra se non l’opposto dell’amore? Essa spezza i legami tra gli esseri umani, arreca morte, al contrario dell’amore che è soprattutto unione. Forse, è per tale ragione che il regista sceglie di dare il via alla sua narrazione filmica mostrando i personaggi congiunti in un abbraccio senza fine, in una lunga vicendevole carezza.

Ma chi sono quei due che discutono sommessamente, tra un bacio e l’altro? Lui, architetto giapponese, lei, attrice francese, si conobbero per caso. In un locale, ad Hiroshima, i loro occhi s’incontrarono e le loro anime scelsero di avvicinarsi.

La notte di passione scorre lentamente e intensamente; lei e lui dialogano, e alle loro parole si sovrappongono le immagini, fredde e spietate, drammatiche e dignitose, del recente passato di Hiroshima. La donna seguita ad ammettere di aver “visto tutto a Hiroshima”. L’uomo continua a correggerla: “Tu non hai visto niente, ancora. Niente”.

Ma lei aveva visto il dolore, nel museo. Dapprima, una gigantografia di un fungo nucleare che troneggiava in maniera macabra su una parete. Poi, una sequela di istantanee che eternavano i civili dilaniati, gettati in terra, che giacevano al suolo. Aveva scrutato i diagrammi che racchiudevano i volti devastati, le bocche distorte, le orbite private degli occhi, i dorsi ustionati. Lei camminava nel museo e si abbandonava a quel dolore, che da esso effluiva come un lezzo nauseabondo. Osservava il metallo piegato, spezzato, divelto; i fiori privi di colore, piante mostruose, petali attorcigliati su sé stessi, divenuti una massa informe, un agglomerato raccapricciante di steli.

Poi ella fuggì, lasciò il museo. Si recò a Piazza della Pace. Lì sentì caldo, un caldo afoso e intollerabile, come se avvampasse sulla sua epidermide tutto il calore del sole. Era come se percepisse sulla propria cute i segni delle medesime bruciature patite dai superstiti di Hiroshima.

Lei ne è conscia, lo sa perfettamente: ovunque a Hiroshima echeggia un dolore nascosto che si ripete ciclicamente, come un’eco inestinta, che fa sentire ancora il suo flebile grido mai soffocato del tutto. I ricordi si propagano come radiazioni.

Il dialogo tra i due prosegue. Lei si sofferma a parlare dei sopravvissuti, la gente comune che scampò al massacro. Gli effetti su di essi furono altrettanto devastanti. Le donne generavano figli malnati, gli uomini diventavano sterili, la povertà divorava la gente come una belva feroce. Sopraggiunse la fame. Il cibo veniva rifiutato, buttato via, interi raccolti lasciati morire. I pesci, dono dei fiumi e dei mari, pescati in gran quantità venivano poi abbandonati nelle reti, lasciati alla deriva. La paura che le radiazioni si fossero insinuate dappertutto e avessero contaminato ogni fonte di cibo si propagò in ogni dove a Hiroshima. Il popolo superstite si abituò al sacrifico quotidiano, ad accettare una sorte talmente ingiusta, ella dice, che “l’immaginazione, di solito pur tanto feconda, davanti ad essa si rinchiude”.

Dopotutto, cos’altro potevano fare i sopravvissuti? Se non cedere, abbassare il capo, arrendersi ad una catastrofe prodotta dall’uomo di una “razza” in guerra contro un’altra “razza”. Quel giorno a Hiroshima, però, non si attaccò un esercito nemico, si attaccò una nazione, si ferì indissolubilmente un popolo, si uccise un numero impressionante di persone in un giorno d’estate, colpevoli d’essere cittadini di un paese in guerra, “vittime necessarie” da essere sacrificate per spezzare la resistenza giapponese. Gli abitanti di Hiroshima divennero una “cifra”, un mero numero da eliminare per evitare un numero ancor maggiore di vittime se la guerra fosse proseguita ancora.

Ma cos’era Hiroshima per il mondo? Cosa divenne quel nome, quella città per il resto del globo? Nel film, lui lo chiede alla donna il giorno seguente, quando i due trascorrono insieme il mattino.

Per lei, da principio, Hiroshima significò la fine della guerra. E così fu per molti cittadini del Vecchio e del Nuovo Continente. Nulla più che un sospiro di sollievo. Hiroshima fu solamente un atto eclatante, addirittura inevitabile per porre fine alle ostilità.

Quel giorno fu una festa per molti…” – dice lui, amaramente. E infatti fu questa la prima lettura che in molti diedero a quanto successo. Poi, però, crebbe la consapevolezza. La stessa protagonista del lungometraggio rammenta: dopo il sollievo per la resa del Giappone, si insinuò il sospetto, il terrore che una cosa del genere potesse riaccadere a qualcun altro. Il mondo aveva visto per la prima volta gli effetti dell’esplosione atomica e la devastazione della sua potenza. Ma il terrore durò poco per tutti. Ad esso, subentrò l’indifferenza. E poi la paura dell’indifferenza. Può l’essere umano diventare indifferente davanti alla possibilità che un conflitto atomico possa verificarsi nuovamente? Per la protagonista di “Hiroshima mon amour” sì, l’essere umano può farlo.

Il giorno scorre via, e i due amanti occasionali faticano a lasciarsi andar via e dirsi addio. La donna inizia a svelare i segreti del suo passato. Le immagini dei suoi ricordi si mescolano alle sequenze del presente, generando un affresco di memorie e sogni indistinguibili fra loro. La donna ha modo, così, di raccontare la sofferenza che l’attanaglia, anch’essa generata dall’ombra della guerra. Quand’era una fanciulla, viveva in Francia, a Nevers.

Nevers… Un altro nome che si ripete frequentemente nel suo parlato, al pari di Hiroshima. In quella città francese, ella ha lasciato parte del suo cuore. Era una ragazza quando percorreva in bicicletta le strade di una Nevers occupata dall’esercito del Terzo Reich. In quei giorni, la giovane donna incontrò un uomo, un soldato tedesco, e i due si innamorarono. Lei era solita uscire di casa e raggiungere il suo amato nei campi o fra le rovine. La guerra sembrava essere così lontana in quei momenti. Nevers era quieta nei suoi ricordi, non vi erano colpi di artiglieria a disturbare il sogno d’amore della fanciulla. Poi, d’un tratto, accadde. Lei raggiunse il soldato, ad uno dei loro appuntamenti, e lo vide riverso a terra. Lo aveva raggiunto il proiettile di un fucile sparato da un cecchino ben nascosto. Il soldato tedesco non era ancora morto quando lei si precipitò a soccorrerlo. Gli restò accanto per tutto il pomeriggio, finché non spirò. Fu allora che anch’ella si sentì morire. Il suo primo amore le era stato strappato via inaspettatamente: l’ineluttabilità della guerra.

Osservando quel corpo senza vita, ella si scoprì di colpo impotente davanti all’imprevedibilità di un conflitto, così come della vita stessa. Né più viva e né morta, seguitò a vivere negli anni futuri. La guerra le aveva sconvolto lo spirito. Con il tempo, però, il dolore si attenuò e i ricordi del suo primo amore divennero meno chiari e delineati. Questo però non le diede pace, né la rasserenò. Tutt’altro! Non poteva accettare di dimenticare, non voleva che quei ricordi, che per lei significavano così tanto, le sfuggissero dalla mente.

E se fosse questo il vero dolore? La consapevolezza di poter dimenticare. Per lei obliare le sensazioni del primo amore caduto in guerra, per l’umanità dimenticare l’orrore perpetrato a Hiroshima. La protagonista del film non può tollerare un simile fato. Per questo, forse, in cuor suo, lei volle raggiungere quella città sita in Giappone. A Hiroshima, ella poteva coesistere con l’afflizione, condividendolo la sua sofferenza con il dolore collettivo della città e di un popolo intero che non può in alcun modo smarrire i suoi ricordi. La donna, dunque, si abbandona all’atmosfera del centro urbano, lasciandosi carezzare da lui, dall’uomo che ha incontrato, divenuto ai suoi occhi proprio “Hiroshima”, la personificazione di un dolore che fa parte dell’esistenza stessa, un dolore troppo importante per precipitare nell’oblio.

Può l’essere umano smettere di ricordare? Cancellare dalla propria mente la dolce immagine del primo amore, e l’immagine, oscura e orrifica, della bomba atomica?

Sebbene alcuni ricordi, soprattutto i più intimi e personali, possano sbiadirsi con il passare del tempo, ci sono dei luoghi che si sono fatti carico di una memoria destinata ad essere imperitura. Hiroshima per il mondo intero -  come Nevers per il personaggio dell’opera – è un “nome” ancor prima che una città, depositario di una memoria dal valore profondo: una memoria destinata a rammentarci cosa potrebbe accadere se in un infausto giorno il mondo decidesse di sprofondare nel baratro.

Autore: Emilio Giordano

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"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Quiete e tempesta

E’ una giornata uggiosa. Hermione si trova nella sua camera, tutta sola. Fuori la pioggia viene giù abbondante come un lacrimare del cielo, picchiettando contro il vetro della finestra. Il sole è schermato e le strade sembrano permeate da un alone grigio, un velo d’ardesia.

La strega più brillante della sua età sta leggendo le ultime notizie riportate su di un quotidiano. Un’altra famiglia di babbani è stata brutalmente aggredita e assassinata. Hermione adagia il giornale sul letto, è visibilmente preoccupata. Un regime di terrore si sta progressivamente instaurando.

Una voce risuona dal piano inferiore. “Hermione, il the è pronto tesoro!”.

Arrivo, mamma!” risponde la ragazza, preda dei suoi pensieri.

Una volta scesa in soggiorno Hermione si sofferma alle spalle dei genitori, punta la bacchetta su di loro e pronuncia con voce rotta un incantesimo. La strega altera i ricordi del suo papà e della sua mamma, “confondendo” le loro menti, facendo in modo che non si ricordino più di lei. Il signore e la signora Granger sono ora convinti di essere Wendell e Monica Wilkins e che il loro più grande desiderio sia quello di andare a vivere in Australia.

Hermione compie questo sacrificio con estrema sofferenza. Pur di salvaguardare i suoi genitori, ella è disposta a rimuovere la sua stessa esistenza dalle loro memorie.

Quanto coraggio, quanta forza manifesta Hermione nell’espletare un’azione simile? Quanta solitudine avrà patito nell’emettere quella magia reversibile?

In quei giorni bui e spaventosi Hermione non poteva contare su suo padre e sua madre, confidarsi con loro, raccontare in maniera più approfondita quello che stava accadendo. Non poteva trarre conforto e sicurezza dalle loro carezze, differentemente da come avrebbe potuto fare qualunque altra ragazza della sua stessa età. Doveva proteggerli, a costo di rinunciare alla loro vicinanza. Un atto tragico ed eroico che pochi altri sarebbero riusciti a portare a termine.

Se tutto fosse andato come sperava, se il bene, infine, avesse prevalso, Hermione li avrebbe ritrovati. Se invece l’impresa avesse richiesto la sua vita, beh i suoi genitori non avrebbero sofferto, non avrebbero versato neppure una lacrima, avrebbero seguitato a vivere sereni, in una incantevole bugia, nella cornice di un lieto sogno plasmato dalle arti magiche di una figlia che li aveva amati così tanto.

All’orizzonte si profilava una tempesta. La più grande battaglia per la libertà del mondo magico si sarebbe combattuta fra non molto. Harry, Ron e Hermione sapevano quello che si stagliava laggiù all’orizzonte, il pericolo che li attendeva. Presto sarebbero partiti per un viaggio che non aveva una meta certa. 

Nel frattempo, Harry si trovava al numero 4 di Privet Drive. Per l’ultima volta. I suoi zii e suo cugino Dudley erano prossimi ad evacuare l’abitazione e di gran carriera.

Nel romanzo di J.K. Rowling, mentre Vernon e Petunia si lasciano alle spalle l’uscio della loro casa, Dudley se ne resta irto sul posto, titubante, indeciso nel salire in auto e sfrecciare via. Cosa lo trattiene?

Di punto in bianco, Dudley confessa il dubbio che lo attanaglia: “Perché lui non viene con noi?”. Con quel “lui” Dudley si riferisce ad Harry. Quest’ultimo non sembra credere alle sue orecchie.

Cosa diavolo stava passando nella mente dell’odioso cugino?

Quello stesso cugino che non aveva fatto altro che dargli il tormento durante tutta l’infanzia, adesso si preoccupava di Harry, voleva sapere dove sarebbe andato, cosa ne sarebbe stato di lui, perché non montava in macchina con loro?

Sorprendentemente sì.

In quello specifico giorno, Dudley rivela un lato di sé che Harry non si sarebbe mai aspettato.

Com’è che recita quel vecchio adagio?

Ci rendiamo conto di quello che abbiamo quando lo perdiamo”, qualcosa del genere, ecco.

Ebbene, Dudley viene fulminato da una epifania che ha molto a che fare con la “massima” riportata qualche rigo più su. Egli aveva sempre dato per scontato il fatto che Harry vivesse sotto il suo stesso tetto, ritenendolo un impiccio, un fastidio. Ma Harry non era un peso, era molto molto di più: un ragazzo coraggioso, buono, che aveva salvato la vita dello stesso Dudley quando questi venne assalito dai Dissennatori. Adesso che entrambi erano sul punto di salutarsi, forse per sempre, Dudley non sapeva come reagire. Harry era impassibile, aveva sofferto troppo fra quelle mura per avere rimpianti o per lasciarsi andare ad un addio alquanto ipocrita.

Eppure, Dudley non mentiva in quel contesto. Era veramente dispiaciuto, toccato, il suo volto paonazzo era chiaramente interpretabile.

Soltanto in quel frangente, Dudley realizza che Harry, quel ragazzo magrolino e occhialuto, non era uno spreco di spazio ma un membro della famiglia a cui non era stato donato l’affetto che avrebbe meritato.

Proprio alla fine Dudley si rende conto che suo cugino ha lasciato qualcosa in lui, e si congeda da Harry stringendogli la mano. Un gesto banale nella sua semplicità ma che assume i contorni di una richiesta di scuse, di perdono.

Harry non può cancellare tutti i brutti ricordi che lo legano ai Dursley, ma ha un cuore tanto grande da non portare rancore. Salutando “Big D.” Harry apprende una lezione inaspettata: le persone, anche quelle verso cui egli stesso non avrebbe scommesso un singolo galeone o qualche zellino, possono riscattarsi, cambiare, perché non è mai troppo tardi per tornare indietro, per provare a ricominciare tutto da capo, per conoscersi nuovamente.

La scena che vede Harry e Dudley ricongiungersi è stata girata per l’adattamento cinematografico ma scartata dal montaggio finale, sebbene nel libro costituisca una circostanza così sorprendente da prendere in contropiede tanto il protagonista quanto il lettore.

Quando Harry resta solo a Little Whinging, i membri dell'Ordine della Fenice giungono in suo soccorso per scortarlo fino alla Tana.

Il piano è presto svelato: sei di loro assumeranno le sembianze di Harry mediante l’utilizzo della Pozione Polisucco, per rendere le cose più difficili ai Mangiamorte che attendono in agguato.

Ron, Hermione, Fleur, Fred, George e Mundungus Fletcher bevono quel “decotto”, trasformandosi nel ragazzo che è sopravvissuto. Il vero Harry sale sulla motocicletta di Hagrid, sprofondando in quel capiente sidecar. Proprio lui, il mezzogigante, aveva portato Harry al numero 4 di Privet Drive quando non era che un batuffolo, e ora lo faceva montare in sella al suo bolide volante per lasciare quel quartiere una volta per tutte.

Inizia, pertanto, la fuga.

Di lì a poco i Mangiamorte appaiono fra le nubi oscure, imbastendo una battaglia in volo. Ron duella con ardore salvando la vita a Tonks, mentre Alastor Moody ed Edvige muoiono nello scontro.

In quel cielo brumoso, Edvige, quella civetta delle nevi che Harry aveva ricevuto in regalo all’inizio della sua storia, fece il suo ultimo volo. Edvige sacrificò la sua vita per proteggere il suo padrone, restandogli fedele fin proprio alla fine.

Quel “gufo” dal piumaggio niveo si accostò ad Harry quando questi valicò la soglia del mondo magico, quando scoprì di appartenere ad una realtà nuova, splendida, ricca di meraviglie, in cui Harry poteva finalmente sentirsi accettato; Edvige simboleggiava una parte bellissima dell’animo di Harry: quella fanciullesca, innocente, sognante, piena di speranze, che viene brutalmente ferita, annientata, spazzata via dalla furia di Voldemort e dei suoi implacabili seguaci, che non fanno che distruggere quanto di bello, di vergine e di incontaminato, circonda Harry.

Nel racconto di J.K. Rowling la civetta viene colpita dalla maledizione fatale scagliata da un Mangiamorte mentre è rinchiusa nella gabbia che Harry porta con sé, sulle gambe. Edvige non si libra in volo, si affloscia all’interno di quella stretta “prigione”.

In genere Harry non sopportava di vedere Edvige in gabbia, avrebbe sempre voluto farla volteggiare libera. Anni addietro, quando lo zio Vernon, perfidamente, gli impediva di farla uscire dalla sua piccola “voliera”, Harry si infuriava perché sapeva che la sua Edvige soffriva, veniva assalita dalla noia, si agitava, beccando il ferro freddo della sua cella.

Harry vede morire Edvige in quella minuscola “uccelliera”, dolendosi ancor di più, non potendo vederla volare un'ultima volta con le ali spiegate. Il ragazzo verrà inoltre obbligato a far esplodere il sidecar, riducendo in cenere i resti del suo adorato animale che in un solo battito di ciglia verrà spazzato via dal fragore dell’esplosione, trascinando con sé le reminiscenze di un candore che si dissolve con lei, con la sua Edvige.

Durante il proseguimento del conflitto, Voldemort riesce a individuare il protagonista, discernendolo fra tutti grazie ad un incantesimo di disarmo che il “prescelto” è solito utilizzare preferendolo agli incantesimi più violenti. Il Signore Oscuro lancia un anatema su Harry, che reagisce: la bacchetta del protagonista riconosce il proprietario della sua gemella, respingendo fortunatamente l’attacco.

Hermione arriva tra le prime alla Tana e attende con molta apprensione che tutti gli altri raggiungano la proprietà dei Weasley per mettersi in salvo.

D'un tratto, la strega intravede Tonks accompagnata da uno dei sette Harry. Hermione realizza che quell'Harry altri non è che Ron, che questi ce l'ha fatta, che è vivo e sta bene, quindi trae un respiro profondo e gli corre incontro per abbracciarlo. Nell'esatto momento in cui i due si stringono, l'effetto della Pozione Polisucco svanisce: i capelli rossi rispuntano sul capo di Ron, che riottiene i suoi connotati. Sentendo la presa travolgente di Hermione, Ron sorride, grato.

E pensare che qualche anno prima entrambi non erano riusciti ad abbracciarsi, pur desiderandolo. Allora erano solamente due amici insicuri, incerti sul da farsi, nulla più di due ragazzini che forse si amavano già, senza saperlo davvero, senza riuscire a dedurlo con consapevolezza, troppo intimiditi per riuscire a toccarsi.

Rammentate quel momento?

Verso l’atto finale de “La camera dei segreti”, Harry e Ron sono intenti a parlottare nel mentre Neville richiama la loro attenzione: Hermione si è risvegliata, è stata curata dagli effetti della pietrificazione del Basilisco, e ha appena guadagnato l’entrata della Sala Grande. Hermione corre piena di gioia verso di loro, abbraccia Harry senza mostrare alcun problema, poi si rivolge a Ron per circondarlo con le sue braccia ma si interrompe, arrestandosi improvvisamente, tentennante, come se qualcosa le impedisse di sentirsi completamente sciolta e a suo agio.

Al contempo, Ron, lì per lì, non sa come comportarsi, come rispondere a quell’abbraccio che anch’egli ha accennato prima di indugiare, lasciandolo incompiuto.

Ne è passato di tempo da quella sera, e molto è cambiato.

Hermione e Ron adesso si abbracciano senza remore, pienamente consapevoli del sentimento che provano.

Ron ed Hermione sono maturati, sono diventati adulti, e presto il loro amore si rivelerà completamente.

Giorni dopo quella notte in cui si combatté la Battaglia dei Sette Potter, il nuovo Ministro della Magia, Rufus Scrimgeour, fa visita alla Tana portando l’eredità che Albus Silente ha lasciato ad Harry, Ron ed Hermione. Il Preside dà al personaggio cardine il boccino d'oro - quello che egli aveva quasi inghiottito nella sua prima partita di Quidditch - e la spada di Godric Grifondoro, al momento però andata perduta; Silente elargisce a Ron il Deluminatore e a Hermione un libro di raccolte fiabesche, Le fiabe di Beda il Bardo.

Harry, Ron e Hermione sanno che il tempo stringe, che la tempesta si delinea lì dove l’occhio comincia a distinguere le cose, e che non possono tardare né rimandare ancora il loro pellegrinaggio.

Prima del sopraggiungere della tempesta, però, una patina di serenità si deposita sul corpo e sullo spirito dei protagonisti, permettendo loro di rilassarsi, donandogli nuove energie, nuovi stimoli, nuova fiducia.

Una quiete confortante benché illusoria pervade l’atmosfera iniziale dell’ultima avventura di Harry Potter

Al principio de “I Doni della Morte” vi è infatti un clima di festa. Bill Weasley e Fleur Delacour stanno celebrando il loro matrimonio, tra canti e balli. Sebbene là fuori, in lontananza, le tenebre si stiano propagando, i maghi vogliono continuare a vivere la loro vita, il loro presente, cercando di estrarre da esso una sensazione di letizia, che possa alleviare le loro ansie.

Proprio perché la guerra incombe, un matrimonio assume ancor più valore e significato. Esso simboleggia l’unione tra una coppia di innamorati, è un auspicio per un futuro roseo, un inno all’amore, alla vita coniugale. Il matrimonio tra Bill e Fleur, festeggiato insieme ai familiari, agli amici più cari, è un’occasione per dimenticare momentaneamente il buio che si sta avvicinando a grandi passi e che su tutto fa calare la sua ombra.

Harry e Ginny, Ron e Hermione, Luna e il suo papà si concedono qualche passo di danza, sorridono, beati, si abbandonano per qualche ora fugace, ricordando quello che rende la vita meravigliosa. 

Come accade ne “Il padrino” e ancor di più ne “Il cacciatore”, due pietre miliari della storia del cinema, anche in “Harry Potter e I Doni della Morte – Parte Prima” la storia ha inizio con una cerimonia, un festeggiamento che precede l’avanzata dell’oscurità, della guerra.

Ne “Il padrino” il sipario si alza nel giorno in cui si sta consumando un fastoso ricevimento per il matrimonio di Constanzia, unica figlia di Carmela e Vito Corleone, il più potente tra i boss mafiosi di New York.

Mentre all’esterno tutti gli invitati festeggiano contenti questo sposalizio, all’interno della casa, in una stanza in penombra, illuminata solamente da un lumicino, il “male” sta operando velatamente.

Un uomo, tale Amerigo Bonasera, sta implorando il padrino di perpetrare una vendetta. Dopo essersi fatto incensare, gratificare col rispetto che “gli si deve concedere” Corleone acconsente a soddisfare le richieste di Bonasera, ordinando ad alcuni suoi uomini di adempiere al compito. Poco dopo, lo stesso capofamiglia esce dalla stanza dove si era svolta la conversazione e riprende a festeggiare il lieto evento con il resto della sua famiglia. Mentre laggiù gli invitati ballavano allegri, ignorando tutto, nell’interno dell’edificio il male incarnato dalla criminalità mafiosa si muoveva di soppiatto, pianificando le proprie mosse, mostrandosi compassionevole nel soddisfare le suppliche disperate di un uomo a cui era stata sfigurata la figlia e da cui la stessa mafia avrebbe tratto vantaggio, chiedendo un “favore” a sua volta.

La festa per il matrimonio di Connie costituisce un evento giulivo, che unisce e fortifica una famiglia appagata e commossa in un’occasione speciale. Ma quella dei Corleone non è una famiglia come un’altra. E quella festa è soltanto una fase momentanea di gioia e spensieratezza. Di lì a breve riprenderanno le attività malavitose, le faide con le altre fazioni, gli attacchi per strada, gli attentati violenti che arrecheranno morte e dolore. Quella cerimonia è soltanto un brevissimo lasso di tempo in cui la normalità si accosta al male che, invece, non smette mai di gravitare su tutti i presenti.

Ciò che differenzia il clima festoso de “Il padrino” rispetto a quello di “Harry Potter e I Doni della Morte Prima Parte” è che il male, nel primo caso, è attuato dalla stessa famiglia, che è quindi artefice del proprio nebuloso destino, mentre nel secondo caso i protagonisti che cercano di divertirsi e di onorare una coppia di innamorati sono vittime essi stessi di un male che vogliono respingere a tutti i costi.

Anche nella prima parte de “Il cacciatore” si svolge un matrimonio. La festa per tributare le nozze è lunga e intensa. Tutti sollazzano allegri, si lasciano trascinare dalla musica e dai fiumi di alcool, scatenandosi fino a tarda notte. Quell’atmosfera distesa, gioviale e serena si contrapporrà all’atmosfera dura, aspra, terrificante che alcuni dei protagonisti, in procinto di partire per il Vietnam, vivranno una volta che diverranno soldati e andranno a combattere. Nelle ore in cui si dilettano, i protagonisti non possono neanche immaginare l’orrore che li attende. Il male incarnato dalla guerra si profila distante, dall’altra parte del mondo. Eppure tutti loro vi andranno incontro, facendosi travolgere dall’atrocità di un conflitto scellerato.

Anche ne “Il Signore degli anelli – La Compagnia dell’Anello” il racconto parte da un giorno di festa, da una ricorrenza molto importante. Nella Contea fervono i preparativi per celebrare i centoundici anni di Bilbo Baggins. La serata di baldoria, ricca di prelibatezze culinarie e impreziosita da fuochi d’artificio, precede l’avanzata delle tenebre, il ritorno di una forza oscura che irrompe nella vita di Frodo Baggins, il nipote di Bilbo, cambiandola per sempre. A quella spensieratezza, quella gaiezza che si percepisce durante la baraonda per il compleanno di Bilbo, seguiranno il sospetto, la paura, la presa di coscienza che l’Oscuro Signore, Sauron, è ancora vivo e vuole rimpadronirsi dell’Anello che Frodo ha ereditato e porta con sé. Il male promanato dal Sire di Mordor si estende come un artiglio su tutta la Terra di Mezzo, coinvolgendo, fra tanti, quattro hobbit che in quel giorno di settembre apparivano senza alcuna preoccupazione, euforici nel tributare a Bilbo i giusti onori per la sua veneranda età.

In “Harry Potter e I Doni della Morte”, il matrimonio tra Bill e Fleur si fa carico di una valenza importantissima: è il festeggiamento di un sentimento vero, sincero, duraturo. I due innamorati si promettono amore eterno sull’orlo della guerra, prossima a scoppiare. Proprio perché la battaglia e la morte incombono, aleggiando come avvoltoi sulle teste di tutti i maghi che hanno a cuore la libertà e l’uguaglianza e che quindi vogliono opporsi agli eserciti di Voldemort, l’amore assume una consistenza ancora più grande, una virtù meritevole d’essere onorata.

Durante il rinfresco, improvvisamente, accade qualcosa: Kingsley Shacklebolt, un membro dell'Ordine della Fenice, avverte gli ospiti, dicendo loro che il Ministero della Magia è caduto nelle mani di Voldemort e che i seguaci del Signore Oscuro sono prossimi ad arrivare alla Tana da un momento all'altro.

La felicità degli istanti precedenti svanisce in un baleno. La festa è giunta al termine, quella magica illusione si è disciolta. Il male ha fatto la propria mossa, avanzando sulla scacchiera. Gli invitati cadono vittime della paura. I Mangiamorte piombano sul luogo di colpo. Ron corre verso Hermione, Harry li raggiunge e i tre si smaterializzano. Comincia così il loro viaggio. La quiete è stata spodestata dalla tempesta.

  • Il Medaglione di Salazar Serpeverde

I tre si recano a Grimmauld Place, il quartier generale dell’Ordine della Fenice, che è anche divenuta la casa di Harry, ereditata da Sirius. Qui, il trio apprende dall'elfo domestico Kreacher che il vero Medaglione di Serpeverde - che Harry e Silente avevano cercato di scovare tempo prima - è stato sottratto a Voldemort da un pentito Regulus Black e che è stato a sua volta afferrato delle sudicie mani di Dolores Umbridge.

Assunti i panni di impiegati ministeriali, Harry, Ron ed Hermione penetrano all'interno del Ministero della Magia riuscendo a trafugare il Medaglione, ma sono costretti a una fuga rocambolesca. I tre precipitano in una foresta e nell’impatto Ron si ferisce in modo grave. Hermione lo cura immediatamente, ma per rimettersi pienamente in sesto Ron avrà bisogno di qualche settimana. Passano i giorni, e i tre prendono sempre più consapevolezza che il Medaglione è protetto da una magia che lo rende pressoché impenetrabile. La rabbia, il nervosismo e un sentore opprimente di impotenza si impadroniscono di loro. Per non perdere mai di vista il Medaglione, Harry impone che venga portato al collo a turno da ognuno di loro. L’Horcrux emana un’energia negativa, che rende irascibili, annebbia la lucidità, esacerbando paure sopite in fondo al petto.

"Ron Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Ron Weasley: umanità e pentimento

In questa fase della storia, il personaggio di Ron emerge per la sua fragilità e, al contempo, per la sua immensa umanità. In passato Ron si era più volte dimostrato un amico fedele, leale, incorruttibile. Ma durante il periodo in cui i tre devono restare a stretto contatto con il Medaglione di Serpeverde e con la malvagità che esso promana, le ansie e le frustrazioni dell’ultimo figlio maschio di Arthur e Molly Weasley crescono, inasprendosi irrimediabilmente.

Col trascorrere dei giorni Ron comincia a dubitare di sé stesso, a rimuginare, a osservare quella situazione di stallo con astio e con una sempre crescente negatività. Il ragazzo si sente inutile. La ferita che ha rimediato e che impedisce al gruppo di muoversi più rapidamente gli fa provare la sensazione d’essere un fardello. Oltre ciò Ron è preoccupato per la sua famiglia. Egli non ha più notizie dei suoi fratelli e dei suoi genitori da tempo e ascolta ossessivamente la radio, sperando di non sentire il nome di un familiare tra l’elenco giornaliero dei caduti nella guerra contro Voldemort.

Più passano le ore più Ron osserva Harry e Hermione che dialogano con quella che, ai suoi occhi, ha tutta l’aria d’essere una evidente complicità e questo lo spaventa.

Una sera, Ron, accecato dal male emanato dal Medaglione, viene vinto dalla furia. Il giovane si lascia soffocare dai dubbi, dalle insicurezze, dai tormenti che lo stritolano come una tenaglia. Ron litiga con Harry, come mai era accaduto prima di allora, rinfacciandogli di non sapere cosa fare, di non avere alcun piano, perfino di non patire le preoccupazioni che crucciano lo stesso Ron.

Il mago comunica ad Harry d’essere intenzionato ad andarsene; a quel punto, Ron si volta verso Hermione domandole che cosa voglia fare, se vuole seguirlo o se preferisce restare. La strega è distrutta ma sa di non poter lasciare Harry da solo. Ron interpreta questa decisione della fanciulla in un modo netto, inequivocabile, dandosi un’unica risposta: “Scegli lui!”.

Ron fugge via, correndo con una falcata infrenabile, seminando le grida di Hermione che lo scongiura di restare; il giovane si dilegua nel nulla, salvo pentirsene subito dopo. Una volta smaterializzatosi, cessato l’effetto del Medaglione, Ron torna in sé. Il mago realizza d’essere stato soggiogato da un’ira che gli ha offuscato il giudizio, da un sentimento che ha annebbiato la mente come accade nelle notti tanto fitte da alterare quegli stessi pensieri che al mattino si schiariscono.

Sarebbe voluto tornare all’istante, ma l’imprevedibilità degli eventi glielo impedì. Ron cadrà preda di un assalto dei ghermidori e dovrà combattere per liberarsi. Passeranno settimane prima che l’ultimo dei maschi della famiglia Weasley ritrovi il suo migliore amico e la donna che ama.

Nel romanzo di J.K. Rowling, dopo l’addio di Ron, Harry e Hermione piombano nello sconforto. La ragazza piange per giorni interi, ed Harry si chiude nel silenzio. Questi prende tristemente coscienza della realtà dei fatti: il suo migliore amico, il suo alleato fin dal primo giorno se n’è andato.

Al contrario, nell’adattamento cinematografico Harry e Hermione, dopo un’iniziale fase di shock, si abbandonano ad un momento spontaneo di rilassatezza e di svago. Ascoltando una sinfonia che proviene dalla radio, Harry prende per mano Hermione trascinandola, ironicamente, in un ballo improvvisato.

I due amici, con quei passi di danza, tentano di stemperare la tensione, di non pensare alla solitudine che li affligge. Tra una giravolta ed un abbraccio, entrambi si lasciano andare ad un dolce risolino scanzonato e per qualche minuto scordano le loro paure, smettono di pensare al loro compito gravoso. E’ una scena molto dolce. In un contesto drammatico, due amici, schiacciati dalla loro missione, si prendono una pausa, cedono all’illusione che la musica, con il potere delle sue arie, possa allontanare l’onere che pesa su di loro.

D’un tratto Harry e Hermione smettono di ballare, si guardano per un istante e poi si allontanano. La tristezza torna ad impadronirsi di loro e il ricordo delle responsabilità fa capolino nelle loro menti. Hermione va via, con un’espressione afflitta. Molto probabilmente la giovane si rimette a pensare a Ron, al loro addio funesto.

Quando “Harry Potter e i Doni della Morte – Parte Prima” approdò al cinema, la scena del balletto arrangiato, assolutamente non presente nei libri, divise gli appassionati. I più dissero che quella sequenza non catturava una reazione veritiera, che non corrispondeva a ciò che i veri Harry ed Hermione avrebbero fatto, troppo stravolti dalla partenza di Ron. Ad altri la scena piacque, considerandola come una sequenza che rappresentava un’ode all’amicizia: Harry ed Hermione si sostengono a vicenda, in un periodo di grande incertezza, scherzando, imbrogliando sé stessi, provando a convincersi di poter sgomberare il proprio cuore e la propria mente da ogni affanno. Alcuni insinuarono che la scena volesse sottintendere una possibile attrazione tra Harry ed Hermione, scoccata solamente in quella contingenza e poi spentasi immediatamente; una sorta di “contentino” da dare ai fan che speravano che Harry e Hermione finissero per mettersi insieme salvo poi capire che Ron ed Hermione, per come sono stati scritti nell’arco di sette libri, si appartengono l’uno all’altra.  

Per quel che mi riguarda, la scena non mi è mai dispiaciuta. Sin dal momento in cui la vidi, la interpretai per quello che è: un balletto distensivo tra un fratello e una sorella, che giocano per obliare almeno per qualche attimo la notte scura e senza alba che gravita attorno a loro. Gli istanti finali, quando il ballo termina ed Hermione abbassa il capo, andando via, certificano questa realtà: la scena non contiene nulla di più, Hermione sa di amare Ron, soffre terribilmente la sua lontananza e non può sorridere e mostrarsi felice a lungo senza di lui. Lo stesso varrà per Harry, che appartiene a Ginny.

Dopo alcune settimane, una sera, Harry scorge tra i boschi un Patronus che ha le sembianze di una cerva. Harry segue quella creatura dai filamenti argentanti ed evanescenti che lo guida fino ai limiti di un lago ghiacciato. La spada di Grifondoro giace al di là della lastra congelata, scintillando nel buio del fondale. Harry apre un varco e si immerge nelle gelide acque. Il Medaglione che porta al collo, avvertendo il pericolo, si anima, tentando di strangolare il suo portatore, di annegarlo. Harry sarebbe morto fra quei fluttui se Ron non lo avesse agguantato e riportato sulla terraferma.

Ron torna con fare propizio in uno dei momenti più delicati della storia. Egli ricompare con il tempismo che contraddistingue i prodi, salvando Harry da morte certa. I due, recuperata la spada di Godric Grifondoro, si accingono a distrugge il Medaglione. Una volta aperto, esso fa echeggiare la voce di Voldemort. Il “Ciondolo” legge nell’animo di Ron e materializza i suoi tormenti, i suoi incubi più terrificanti.

Ron sentiva in cuor suo d’essere il figlio meno amato, concepito quando la madre voleva una bambina e pertanto accolto come una piccola, graziosa, adorabile… delusione. I suoi fratelli maggiori avevano ottenuto i successi che lui al massimo avrebbe potuto eguagliare ma mai superare. In aggiunta a tutto questo, Ron era il migliore amico del giovane mago più famoso al mondo e della strega più brillante della sua età.

Dentro di lui Ron presumeva d’essere un’ombra, senza fattezze né caratteristiche, un contorno scevro di tratti somatici e di segni particolari, a cui nessuno dava valore, credito, che nessuno avrebbe mai guardato.

Negli attimi seguenti le arti oscure di Voldemort danno forma e spessore alla più grande paura che Ron serba nella propria interiorità: che perfino Hermione possa non ricambiare il suo amore e preferire Harry a lui. Il Medaglione rende corporee e visibili le sagome di Harry ed Hermione che lo insultano, lo sviliscono, per poi unirsi in una morsa appassionata davanti agli occhi attoniti di Ron, che ne resta inorridito. Il ragazzo non si fa raggirare nuovamente, raccoglie tutta l’audacia che ha in corpo, brandisce la spada e trafigge l’Horcrux. 

Nel racconto di J.K. Rowling, Ron si prostra in ginocchio, si getta sul terriccio, in lacrime. Harry comprende l’angoscia del suo migliore amico, lo tira su, lo rassicura, riferendogli che si è fatto perdonare, poi aggiunge che Hermione per lui è sempre stata una sorella e che le ha sempre voluto bene come tale e che anche per lei è lo stesso. Ron si volta verso Harry e i due si abbracciano come fratelli riuniti.

Ron domanda perdono, ammettendo tutta la fragilità, la debolezza del suo carattere.

E’ questa la grandezza di Ron, il suo essere eccezionalmente reale. Ron sbaglia, fa sì che i suoi traumi e i suoi complessi affiorino, li manifesta, non li affoga dentro di lui con falsità, li fa effluire proprio come un essere umano vero, come un amico sincero e mai bugiardo. Egli si mortifica, chiede venia, fa quanto deve per redimersi immediatamente. Ron non è un valoroso dal manto intatto, un cavaliere probo che non arretra mai, che non perde la retta via, è un eroe irresoluto eppur pieno di coraggio, ferocia, ardimento, un uomo insicuro eppur mai arrendevole, un guerriero che si defila dal sentiero per poi riguadagnarlo. Ron commette un errore, ma espia il suo peccato.

Quando fa ritorno all’accampamento Ron rincontra Hermione, salutandola con un sorriso sgargiante e un’espressione inebetita e decisamente inopportuna viste le circostanze ed il modo in cui si era accomiatato bruscamente da lei. La ragazza lo accoglie, come ci si aspetterebbe, malamente. Lo aggredisce, lo tempesta di colpi, lo rimprovera aspramente per essere sparito e non aver dato più sue notizie. Hermione non aveva la minima idea di dove fosse finito, poteva anche essergli accaduto qualcosa di terribile e lei lo avrebbe saputo troppo tardi.

"Hermione Granger" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ron incassa poiché sa di meritarselo, ma anche questa volta si affida alla verità per rimediare. Dunque, confida ad Hermione tutto quello che ha passato e cosa ha fatto per ritrovarli. Il ragazzo dai capelli rossi racconta che una notte, nel buio, ha udito un’armonia sommessa echeggiare da una fonte imprecisata, da un luogo remoto: la voce di Hermione, l’unica ragazza che Ron abbia mai amato, l’unica donna che amerà per sempre.

Hermione pronunciava il nome di Ron, ed esso risuonava nell’aria, sospeso nella brezza, come se fosse stato bisbigliato e trascinato dal vento fino a giungere presso i suoi sensi. Questi aprì il Deluminatore e una bolla di luce volteggiò al suo cospetto, penetrandogli nel petto fino a toccare il suo cuore. Ron chiuse gli occhi, non pensò a nulla, si consegnò a quel suono, a quel sussurro, quindi si smaterializzò e comparve in un bosco brumoso. Avanzò senza sapere dove fosse, sperando, poi intravide Harry in pericolo, e lo strappò alla gelida presa della morte.

Fu la voce di Hermione a guidare Ron; essa schiarì l’oscurità, dileguò le tenebre, abbatté le distanze, permettendo al ragazzo di evitare ogni altro luogo che non fosse quello che egli voleva scovare fra tutti.

Ron agì col cuore, come aveva sempre fatto, si lasciò trasportare da esso: un cuore che batte anzitutto per Hermione e che, animato da quel raggio di luce fuoriuscito dal Deluminatore, lo riportò da lei.

Con questa confessione, Ron dichiara implicitamente a Hermione di amarla e che proprio quell’amore che egli prova per lei lo ha salvato, lo ha accompagnato e condotto fin lì come per magia. Una magia speciale, sconosciuta, che non è trascritta sui libri di testo, un incantesimo che non conosce spazi né confini, che combacia con il sentimento più intenso e vivido e che può far accadere un miracolo.

L’amore che Ron nutre per Hermione non contempla limiti. Egli darebbe la vita per lei, senza pensarci un solo istante. Questo viene dimostrato e rimarcato nel libro quando il trio è prigioniero a Villa Malfoy ed Hermione viene presa in disparte da Bellatrix, per essere torturata. In quei frangenti Ron tenta di opporsi, si offre al posto di Hermione, pretende che i Mangiamorte scelgano lui piuttosto che la sua amata. Ron è pronto a sostituirsi a lei, a soffrire e morire per lei.

Quando Ron verrà confinato in una prigione, legato ad Harry, e udirà le urla di Hermione, tremerà, ritenendole insopportabili. Ron prenderà a lottare, si contorcerà, proverà a sciogliere il nodo delle funi che tengono a freno le sue mani, non riuscendo a ragionare né a trarre respiro. Griderà il nome della ragazza più e più volte: “Hermione!! Hermione!!”.

I lamenti della strega echeggiano fino alle segrete, udendoli Ron non resta in sé, singhiozza, a stento trattiene le lacrime, colpisce a pugni i muri che lo separano da Hermione.

Amare significa volere il bene dell’altro al di sopra del proprio, sperare che l’oggetto del nostro amore non soffra mai, che stia sempre bene. In quella specifica circostanza, Ron avverte su di sé un supplizio che non può essere spiegato: egli non riesce a sopportare che Hermione venga ferita, e questo simboleggia la più autentica e profonda testimonianza dell’amore che il ragazzo ha per lei.

"Ron e Hermione" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’amore tra Ron ed Hermione

Il rapporto tra Ron ed Hermione negli scritti di J.K Rowling è un legame delineato con cura e minuziosità. Esso si sviluppa pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, anno dopo anno.

Tutto ha avuto inizio su quei binari ferroviari, in quel viaggio in treno. Allora, i due si guardarono straniti, curiosi e scettici. Il loro intuito e loro percezioni vennero tradire da una prima impressione che non fu la più consona. Hermione sembrava agli occhi di Ron tanto altezzosa e pedante, invadente e saputella, e Ron, sottoposto al giudizio di lei, fu etichettato come un fessacchiotto dai modi lievemente impudenti, che si esprimeva con la bocca piena di dolci e altre ghiottonerie.  

Qual è la frase che pronuncia Ron dopo aver dialogato con Hermione per la prima volta? Ma sì, certo:

Qualunque sia la mia Casa, spero che non sia anche la sua!”.

Eh già, Ron proprio non voleva averci niente a che fare con quella ragazzina dalla voce squillante, dai capelli sconvolti e spettinati, dall’ardire impertinente. Le ultime parole famose, come si suole dire. Se già in quel dì Ron potesse supporre, sapere che Hermione diventerà il centro del suo mondo.

Ebbene superate alcune burrascose settimane, Hermione e Ron diventano amici. Ma amici molto particolari, che il più delle volte proprio non possono fare a meno di infastidirsi, stuzzicarsi, provocarsi a vicenda, improvvisando baruffe evitabili, tafferugli coinvolgenti, dispute chiassose e parecchio divertenti. Ma alla fine di ogni bisticcio, al termine di ogni ingenuo ed impulsivo litigio, Ron ed Hermione si rintracciano e si ritrovano, non potendo stare lontani troppo a lungo. Nulla sembra mai allontanarli realmente, poiché entrambi non desiderano che la vicinanza dell’altro.

Fin dal principio, ambedue si cercano con lo sguardo, di continuo, si individuano, si scrutano e colgono dettagli dei loro volti che agli altri sfuggono. Negli adattamenti cinematografici hanno sempre avuto questa bislacca peculiarità, sin dal loro primo incontro.

Sull’Espresso per Hogwarts, la piccola Hermione si volta, getta un’occhiata all’indirizzo di Ron e gli rivela ciò che aveva riscontrato poco prima: “Hai dello sporco sul naso, lo sapevi? Proprio qui!”.

Questo stravagante modo di fare dei due, questo guardarsi e riguardarsi notando ogni piccolo cambiamento del viso dell’altro, ogni “particolare estraneo” che si deposita inavvertitamente sui loro volti, si ripeterà nel tempo, ancora e ancora.

A tal proposito ne “Il principe Mezzosangue”, nel bel mezzo di un pomeriggio di svago, Ron fa presente a Hermione di avere dei residui di burrobirra sulle labbra. Ben prima di questo episodio, quando i due sono alla Tana, Ron si accorge che a Hermione è rimasto un po’ di dentifricio vicino alla bocca. Così lo riferisce alla ragazza e cerca involontariamente di rimuovere quel rimasuglio con la sua stessa mano. I due non sono soli, con loro vi sono anche Ginny, la signora Weasley ed Harry. Hermione sorride, imbarazzata, e Ron torna in sé dopo un attimo di incomodo.

Sempre durante il sesto anno scolastico, nel pieno svolgimento di una lezione di Pozioni, Hermione annusa il profumo dell’Amortentia, un potente filtro d’amore che emana flagranze differenti per ogni persona in base a ciò che più la attrae. Hermione sente odore di erba appena tagliata, di pergamena nuova e di pasta dentifricia alla menta. Quest’ultimo aroma è un evidente riferimento all’episodio accaduto alcuni giorni prima con Ron. Nel testo letterario, invece, Hermione, mentre sta elencando a cosa corrispondono per lei i vapori che scaturiscono dalla Pozione, si interrompe bruscamente, tace, non concludendo la frase. In realtà, ella sentiva il profumo dei capelli di Ron.

Hermione e Ron hanno sempre avuto un rapporto speciale, interagiscono in un modo tutto loro, che nessun altro può capire o decifrare del tutto. Forse, soltanto Harry che era sempre stato loro accanto. Dietro i loro soliti battibecchi si cela un affetto smisurato che viene occultato, represso da quei bisticci che assomigliano sempre di più a tentativi neanche troppo velati di sublimare una tensione fisica che aumenta di pari passo alla loro maturazione. Infastidendosi, solleticandosi, beccandosi quotidianamente, Ron ed Hermione si tengono testa a vicenda, fanno valere le proprie posizioni, talvolta contrarie, attirandosi come due calamite, due opposti che si attraggono proprio a causa dei loro caratteri tanto diversi eppur complementari. Perché è questa la verità: Ron ed Hermione si completano vicendevolmente.

Talvolta nelle storie e nei racconti le coppie che lasciano il segno, le più belle e le più indimenticabili sono proprio quelle in cui i due innamorati hanno caratteri divergenti, personalità agli antipodi. Prendiamo, ad esempio, Paul e Corie, i protagonisti della splendida commedia di Neil Simon “A piedi nudi nel parco”. Al principio della loro storia, Paul e Corie si stanno trasferendo nella loro nuova casa situata all’ultimo piano del Greenwich Village. Per raggiungere l’alloggio, i due devono scalare cinque rampe di scale. Per onor di cronaca sarebbero sei, ma Corie preferisce non contare la rampa dabbasso.

Paul e Corie, A piedi nudi nel parco

L’appartamento è stato scelto da Corie fra tutti quelli che aveva preso privatamente in visione pur essendo minuscolo. La decisione fu presa in un brevissimo intervallo di tempo, su due piedi, come Corie era solita agire: quando vide quella spoglia dimora, la fanciulla si sentì subito intenerita e in quel preciso “stacco” sognò di arredarla e metterla in ordine come la sua mente, costantemente in subbuglio, le suggeriva di fare.

Non appena Paul osserva il suo piccolo domicilio si dimostra più che peritoso. L’abitazione possiede solamente due stanzette e un soggiorno sovrastato da un lucernaio, per di più danneggiato, con un vistoso foro dal quale nelle giornate di pioggia l’acqua viene giù inzuppando il tappeto e nelle notti in cui infuria la tormenta la neve si deposita lungo tutto il divano.

Lì per lì Paul avrebbe qualcosa da obiettare ma nel momento in cui realizza che Corie adora quell’appartamento così disadorno, e che la sua immaginazione si è già messa in moto, egli si placa e inizia a guardare quel luogo per come sarà e non per come è, persuaso che Corie lo trasformerà in un nido d’amore molto accogliente e confortevole.

L’entusiasmo di Corie è debordante. Nei giorni a seguire la ragazza si mette all’opera, sfruttando ogni angolo di quella esigua dimora, rendendola un appartamento sì piccino ma in cui non manca nulla, una graziosa e accattivante “bomboniera”.

Paul e Corie si sono piaciuti, si sono innamorati e sono convolati a nozze pur non avendo nulla in comune: Paul è un tipo preciso, accorto, scrupoloso, dedito alla stabilità e all’equilibrio. Corie, al contrario, è impulsiva, passionale, precipitosa, un vulcano di iniziative frivole e incontenibili. I due non potrebbero essere più diversi e per tale ragione, alle volte, finiscono per litigare. Secondo il parere degli altri, Paul e Corie potrebbero addirittura risultare incompatibili.

La madre di Corie, però, sa cosa provano entrambi e non dubita mai della solidità della loro relazione: “Non ho mai visto due persone innamorate come voi!”.

Nei loro litigi Paul e Corie si pungolano a vicenda: la donna vorrebbe che il marito fosse più spontaneo, meno rigido e impettito com’è di solito, tanto da rassomigliare a un “quacquero”. Allo stesso modo l’uomo vorrebbe che la moglie fosse meno esuberante, esplosiva, eccentrica e spiazzante.

Una sera Corie avrebbe voluto passeggiare a piedi nudi nel Washington Square Park, in pieno inverno, con le raffiche che soffiavano gelide. Del freddo non le importava, voleva soltanto sorridere alla vita, mano nella mano con Paul, avverando una fantasia sciocca ma irresistibilmente eccentrica e spiritosa. Paul si era però rifiutato, dopotutto la temperatura era scesa sotto lo 0 e avrebbero rischiato di contrarre un brutto malanno. Corie non pensava mai alle conseguenze delle sue azioni dilettevoli, per lei esisteva solo l’attimo fuggente, non prendeva mai in considerazione il domani. Paul, al rovescio, era prudente e, con un pizzico di ansia, badava sempre al dopo.

Durante uno dei loro più amari litigi Corie rinfaccia al consorte l’accadimento: scegliere di non camminare a piedi nudi nel parco nella stagione invernale è molto accorto, logico, ma non è divertente. Corie vorrebbe che Paul si rilassasse, che si sciogliesse, che smettesse di essere tanto zelante, di fare sempre la cosa giusta e di dire sempre la frase adatta ad ogni circostanza. Un giorno, debilitato dal malanno che ha contratto dormendo sul divano mentre la neve veniva giù a grandi fiocchi depositandosi sulle coperte, Paul, febbricitante, si lascia andare ad una bizzarria, compiendo quella che per lui è a tutti gli effetti una “follia” pur di far contenta Corie: si toglie le scarpe, rimuove i calzini e cammina a piedi nudi nel parco, balzando di qua e di là, da una panchina all’altra, inseguendo i piccioni come un forsennato mentre Corie, scioccata, gli va dietro, preoccupata da quel cambiamento repentino. E’ in quel momento che la donna capisce di amare Paul per il suo vero carattere, proprio perché egli è diverso da lei e non farebbe mai qualcosa di assurdo, di insensato, di pericoloso. Corie non vuole che Paul cambi.

In realtà quello che i due dicevano durante quei loro contrasti, le richieste che avanzavano, non erano che inganni, perché loro si amano per come sono realmente: Paul ama Corie perché porta brio, freschezza e imprevedibilità nella sua vita, che senza di lei sembrerebbe vuota e monotona; Corie ama Paul perché la fa sentire protetta, al sicuro, serena con la sua affidabilità e perché sa porre un freno alla sua vivacità, sovente sproporzionata.

Paul e Corie non si lascerebbero mai proprio come Ron ed Hermione, che si amano perdutamente perché trovano nell’altro quello che più desiderano, ciò che completa le loro anime.

Hermione, così arguta, diligente, seria e puntigliosa ha bisogno di Ron che la fa ridere, che la distrae dalle ansie, che le toglie il fardello di dosso facendola sentire più leggera, che la tira su e la sostiene, che pone attenzione alla sua salute, assicurandosi che dorma a sufficienza, che mangi e si riposi nei giorni in cui è oberata dagli impegni; e a sua volta, Ron, sveglio ma pigro, necessita di Hermione affinché lo scuota e lo redarguisca, esortandolo a credere di più in sé stesso, nelle proprie comprovate abilità, nel proprio coraggio.

Hermione ama Ron anche per la grande bontà di cui il ragazzo dispone. In una fase particolare del libro "I Doni della Morte", quando Ron si mostra assorto e preoccupato per il destino a cui potrebbe andare incontro una coppia di innamorati che i tre hanno visto in pericolo al Ministero della Magia, Hermione getta al suo Ron un tenero sguardo, ammirato e commosso. Harry si accorge che Hermione osserva Ron con gli occhi di un’innamorata, rapita e colpita dal cuore puro e prodigo del suo amato.

Al contempo, Ron ama Hermione anche per la sua intelligenza e per il suo talento nella magia. Si evince ciò più volte nel corso della lettura. Ne “L’Ordine della Fenice”, mentre entrambi si allenano nella Stanza delle Necessità, Ron si dice soddisfatto di essere riuscito a disarmare Hermione in una singola occasione, durante un duello, sottolineando quindi come egli sia consapevole che la strega è più in gamba di lui negli incantesimi e sia fiero di lei. Ancora ne “Il principe mezzosangue”, Ron ammette candidamente che Hermione è la migliore del loro corso. Infine, nell’epilogo de “I Doni della Morte”, Ron afferma con orgoglio che Rosie, la figlia, ha ereditato il cervello della madre, ed è felicissimo di questo. Ron adora Hermione anche per il suo acume, che lui ha sempre trovato una splendida caratteristica della sua amata.

Ron e Hermione si amano incondizionatamente anche grazie ai loro temperamenti tanto contrari ma non solo, i due si migliorano venendosi sempre incontro, trovando sempre un punto comune. Per amore di Hermione, Ron pone attenzione a delle questioni che, se non avessero coinvolto la sua innamorata, egli avrebbe di sicuro ignorato.

Nel settimo libro, Hermione e Ron si scambiano il loro primo bacio in un momento estremamente simbolico: durante la Battaglia di Hogwarts, Ron invita Harry ed Hermione a pensare agli elfi domestici, che si trovano nelle cucine del castello.

La questione riguardante gli elfi domestici ha interessato Hermione sin dal quarto anno. La condizione di schiavitù di queste creature agghindate con abiti che rassomigliano a federe bigie e rattoppate ha impietosito la ragazza, che da allora si è sempre fatta in quattro per tentare di far capire agli elfi concetti importanti come la libertà, l’indipendenza, la dignità che appartiene loro in quanto esseri viventi, dotati di intelligenza, di sentimenti, di coscienza. Gli elfi domestici, ad eccezione di Dobby, hanno sempre ignorato queste verità fondamentali, anzi si sono sempre dimostrati lieti e soddisfatti d’essere servi dei loro padroni. Hermione non riusciva a capire il perché e si batteva per modificare quella realtà che riteneva tanto ingiusta. Ron, inizialmente, faticava a comprendere l’impegno profuso da Hermione. Gli elfi erano felici in tal modo, perché tentare di cambiare qualcosa che a loro stava bene?

Passò qualche anno e, proprio durante la battaglia finale tra il bene e il male, Ron si attardò a riflettere circa il fato degli elfi domestici. Presumibilmente gli elfi erano rimasti nelle cucine, in attesa di ricevere qualche comando dall’alto, un ordine che probabilmente non sarebbe mai arrivato. Gli elfi sarebbero potuti morire soli, trascurati, dimenticati da tutti. Nel bel mezzo di una guerra, chi avrebbe mai pensato a degli schiavi?

Ron esorta così Hermione ed Harry a recarsi con lui nelle cucine, a salvare gli elfi, a dir loro di fuggire via. Hermione resta sbalordita. Fa cadere a terra la zanna di Basilisco che teneva fra le dita, corre verso Ron e lo bacia. Ron risponde al bacio, cingendo Hermione con le sue braccia, sollevandola in aria e compiendo un giro che sembra infinito. Il bacio tra Ron ed Hermione sugella una passione, un amore che i due provavano fin da piccoli e che avrebbero provato per sempre.

Nel libro, il bacio di Ron ed Hermione si avvale di un significato molto profondo: la ragazza si accorge che Ron ha capito la grandezza, l’importanza delle azioni portate avanti dalla ragazza, il valore della sua lotta per migliorare la qualità della vita degli elfi domestici. Nel pieno della battaglia, quando la mente di Ron indugia sul destino di quelle creature indifese, Hermione si rende conto che Ron le aveva sempre dato ascolto, e che ora stava mettendo in pratica ciò che da lei aveva appreso. La bontà di Ron, l’altruismo che egli nutre nei riguardi degli elfi, sciolgono definitivamente il cuore di Hermione.

Nell’adattamento cinematografico, Ron ed Hermione condividono il loro primo bacio nella camera dei segreti. Ron consegna alla fanciulla una zanna di Basilisco che ha appena asportato dai resti della creatura. Hermione, in quegli istanti, è insicura, spaventata, Ron la incoraggia, vuole che sia lei a distruggere l’Horcrux custodito nella Coppa di Tassorosso che hanno portato con loro fin laggiù. Ron avvicina il dente avvelenato del serpente alla mano di Hermione, esortandola a colpire l’artefatto. Hermione lo fa. L’Horcrux viene annientato e la camera dei segreti sembra reagire a quell’accadimento. Le acque che scorrono nella stanza si agitano, si infuriano, effluendo verso l’alto sino a travolgere Ron ed Hermione. I due, zuppi ed esausti, restano fianco a fianco, fino a farsi sopraffare improvvisamente da quell’impulso che tenevano a bada da tanto, troppo tempo. Ron ed Hermione si uniscono in una stretta infuocata e si baciano appassionatamente. Quando le loro labbra smettono di incontrarsi, i due si guardano negli occhi e ridono felici. Finalmente non devono più far finta di nulla, nascondere ciò che era tanto ovvio. Finalmente possono amarsi.

  • Ginevra, Stella del Vespro

In un particolare momento del libro Harry sonnecchia racchiuso in un sacco a pelo, disteso sul pavimento. Il protagonista si sveglia qualche minuto prima dell’albeggiare, si mette in piedi e osserva Ron e Hermione che riposano vicini. Hermione dorme sui cuscini del divano, innalzandosi su Ron. Harry nota che il braccio di Hermione ciondola verso il basso, quello di Ron se ne sta poggiato a pochi centimetri.

Le mani dei due sono tanto vicine che sembrano essersi staccate da poco. Harry comprende che Hermione e Ron si sono tenuti per mano durante la notte, abbandonando la presa solamente quando il sonno si è impadronito di loro facendo venir meno le reciproche forze. In quell’attimo, Harry viene posseduto da una tremenda solitudine. Vorrebbe anch’egli avere il suo amore vicino a sé. Vorrebbe avere Ginny. Ma lei non è lì con loro, è lontana. Harry non può vederla, parlarci, toccarla, può soltanto rimembrarla, immaginarla con la sua mente, rimirarla con i ricordi.

Harry pensa sempre a Ginny durante il suo estenuante pellegrinaggio. Nel libro questo aspetto viene rimarcato. Harry è solito cercare il nome di Ginny nella Mappa del Malandrino. Vedere le impronte della ragazza che si spostavano lo faceva stare bene.

In quei frangenti, Ginny diviene per il protagonista un pensiero confortante, una motivazione per andare avanti, per procedere nel proprio tortuoso e arduo cammino dove esitare significa cadere. L’idea di ricongiungersi a Ginny, di rivederla, di poterla abbracciare e riavere con sé, permette ad Harry di incanalare la vigoria necessaria per resistere. In questa parte del testo, la figura di Ginevra può essere paragonata a quella di Arwen, l’eterno amore di Aragorn, uno dei personaggi principali de “Il Signore degli anelli”. Quando Aragorn intraprende il suo viaggio, costellato di pericoli, per distruggere l’Unico Anello, per liberare la Terra di Mezzo dal male che la opprime, per riconquistare la corona che gli spetta di diritto e il regno che gli appartiene, Aragorn è spronato da un solo, predominante obiettivo: quello di poter sposare Arwen all’adempimento del proprio compito.

La dama di Gran Burrone è per il ramingo un’ispirazione, un incitamento a non arrendersi, una speranza che scintilla di una luce inestinguibile come una stella del vespro che brilla nell’arazzo celeste, guidando il suo tragitto come una bussola che punta costantemente verso il luogo che egli anela raggiungere. Aragorn ha un solo desiderio nel proprio cuore, quello di ottenere la mano di Arwen, un sogno che vive in lui sin da quando egli la vide diversi anni or sono mentre camminava fra le verdi betulle.

Arwen possedeva una bellezza eterea, celestiale, i suoi passi a piedi scalzi ed il suo incedere effondevano la medesima grazia di Lúthien Tinúviel. Quando Aragorn la contemplò credette di essersi smarrito in un sogno, allietato da una melodia elfica, leggiadra e soave come le note di una arpa pizzicata con tocchi lesti ma morbidi. L’erede di Isildur si innamorò a prima vista di lei.

Aragorn si affida all’immagine di Arwen, al ricordo del suo volto, dei suoi lineamenti, per cavare da sé stesso la tempra e non arrendersi. Quando è costretto ad intraprendere il Sentiero dei Morti, ad addentrarsi in un dominio tetro, spaventoso, un regno di ombre, di fantasmi, di anime dannate, Aragorn potrebbe vacillare ma non lo fa. Un dono pervenutogli a ridosso della cavalcata e quindi mentre egli è in procinto di intraprendere quella traversata nel reame dei defunti che permangono sul suolo dei viventi, instilla in lui una nuova speranza.

Nel testo di Tolkien, l’erede al trono di Gondor e Arnor riceve in regalo un Vessillo che ritrae un albero bianco su fondo nero, sormontato da sette stelle e una corona regale. Il Vessillo è stato cucito da Arwen. Vedendolo, lo spirito di Aragorn viene ricolmato da una luce rigenerante, abbagliante, che gli conferisce altra linfa. Raccogliendo fra le mani quel tessuto, il capitano dei Dúnedain avanza impavido, verso il Dimholt.

Anche Harry, quando si sente solo, sopraffatto dai dubbi, dalle paure, si accosta ad un panno, ad una pergamena, quella Mappa del Malandrino che, differentemente dallo stendardo di Arwen, non è stata realizzata e non gli è stata offerta in pegno dalla donna che ama, eppure essa reca in sé la sua presenza. Leggendo quel nome, seguendo quell’andatura, Harry si sente vicino a Ginny, la mira in vita, la scruta, rammentando la sua chioma ardente come il fuoco, i suoi occhi luminosi come fiaccole, le sue guance ricoperte da lentiggini che la adornano come le stelle decorano una galassia.

Al pari di Arwen, il pensiero di poter avere Ginny è per Harry un impulso, un incoraggiamento, uno stimolo per non farsi genuflettere dal panico, dallo sconforto. Se Aragorn deve marciare su di un sentiero oscuro che precede la guerra sui Campi del Pelennor, Harry deve spingersi su di una landa desolata, piena di incertezze, per scovare e distruggere gli oggetti che conservano l’anima del suo nemico, una missione da ultimare e che precede la guerra vera e propria che si combatterà nel castello di Hogwarts. L’amore che Harry nutre per Ginny lo sostiene, costituisce per lui una speranza che divampa. 

L’amore è quella forza che permette ad un essere umano di reggere, di andare oltre le proprie capacità. L’amore permise ad Harry di sopportare la croce che la fatalità pose sulle sue spalle, gli diede ardore, pazienza; la pazienza necessaria per ricongiungersi a Ginny, per completare il suo cammino con lei.

"Ginny Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La storia dei tre fratelli

Durante la faticosa e snervante ricerca degli Horcrux, Harry, Ron e Hermione incespicano su di un insolito racconto breve, una fiaba dalle tinte sinistre e suggestive: “La storia dei tre fratelli”.

Or dunque, questi tre fratelli, al volgere del crepuscolo o, perché no, ben oltre la tarda sera, quando la mezzanotte rintocca, si imbattono in una strana figura, una “persona” abbigliata con una veste lunga e ampia, simile ad una cappa; questo essere altri non è che la Morte, che si interpone sulla loro strada, vogliosa di esigere la vita dei tre, colpevoli di essersi serviti di un “trucco”, di uno stratagemma magico per scansare le sue insidie. La Morte è gentile, garbata, accetta quella sconfitta momentanea, si complimenta con i tre fratelli e vuol mostrarsi generosa, riferendo loro che potranno godere di tre doni. La Morte comincia così a tessere la sua vendetta, il suo piano per ghermire le tre anime che le spettano.

La Morte, si sa, è un’essenza eterna, vecchia come le fondamenta della Terra, antica come il creato. Essa reca in sé la saggezza di tutte le epoche, del tempo immemore e inestinguibile, quindi troppo astuta per essere ingannata.

Il primo fratello scelse come dono la bacchetta più potente che il mondo avesse mai conosciuto. Dunque la Triste Mietitrice estrasse del materiale dalla corteccia di un albero di sambuco che sorgeva nei paraggi, modellando una bacchetta pregevole e poderosa. Il secondo fratello, invece, optò per un artefatto che potesse umiliare ancor di più la Morte stessa, eluderla nuovamente, aggirarla: la Pietra della Resurrezione. Anche in questo caso la smunta e ineluttabile creatura acconsentì ad elargire questo omaggio, avvalendosi della pazienza che ogni buon predatore deve avere. D’altronde la Morte sapeva che bisognava solamente attendere, i fratelli sarebbero finiti tra le sue mani ossute, morendo, in un modo o nell’altro, a causa di quegli stessi doni che stavano riscuotendo in maniera sprezzante. 

Il terzo fratello, il più parco fra i tre, scelse un presente che colse di sorpresa la Morte: egli chiese un grosso lembo di stoffa estratto dall’abito che la Morte indossava.

Nessuno, a meno che essa non voglia manifestarsi, può vedere la Morte che erra tra i vivi, perché essa cela il proprio corpo sotto un manto invisibile. Il terzo fratello vuole quella striscia di tessuto per ricavarne una “coperta”, sotto la quale potersi riparare dallo sguardo della Morte.

La Triste Mietitrice acconsente con riluttanza, taglia dalla sua veste uno strato creando il Mantello dell’Invisibilità.

Il primo fratello troverà presto la fine, un mago lo ucciderà per strappargli la Bacchetta di Sambuco. Quest’ultima darà via ad una scia di sangue che perdurerà nei secoli: molti maghi, di volta in volta, la brameranno, uccidendo il custode della bacchetta per impadronirsene, in un ciclo di assassinio e cordoglio che si ripeterà nel corso delle ere.

Il secondo fratello si toglierà la vita, impiccandosi. La Pietra della Resurrezione ha sì il potere di rianimare un cadavere, ma non può realmente riportare dall’oltretomba un’anima trapassata, poiché essa appartiene all’aldilà e non può più calcare il suolo dei mortali.

Il secondo fratello cercò di riavere con sé la dama di cui era innamorato e che era spirata quando era ancora giovane e bella. Adoperò la Pietra della Resurrezione ma la donna che si pose al suo cospetto non era quella che ricordava, era un corpo avvizzito a cui il calore era stato sottratto, con occhi inespressivi, un baccello vacuo, privo di sentimenti ed emozioni. Questa donna camminava vicino a lui senza la benché minima emotività, amorfa, bigia come una nuvola carica di pioggia, fredda come una giornata d’inverno permanente, impassibile come una statua di terracotta.

Inorridito, il secondo fratello si uccide per provare a riunirsi concretamente alla sua adorata e la Morte ne reclama il corpo e lo spirito.

Nel corso degli anni, la Triste Mietitrice tenterà invano di localizzare il terzo fratello, occultato ai suoi occhi dallo stesso drappo che lei gli aveva donato. Un giorno, quando il terzo fratello, ormai anziano e stanco, è pronto a congedarsi dalla vita, si sveste di quel mantello per accogliere la “Livellatrice” come una vecchia amica che prima o poi sarebbe giunta a bussare alla porta.

Il terzo fratello accoglie la Morte non temendola, e con lei parte per un ultimo viaggio.

La sequenza cinematografica che immortala la storia dei tre fratelli è probabilmente, insieme all’eccellente montaggio che concerne i ricordi di Severus Piton, la scena più bella dei film di David Yates; una sequenza che evoca suggestione, magia, intrigo e timore. Lo stile con cui vengono tratteggiati i personaggi della fiaba è incredibilmente malioso.

I personaggi sono ombre elusive, impronte sbiadite, orme di persone che furono, senza facce poiché la loro mansione è quella di educare, di essere delle metafore viventi, dei personaggi didascalici che rivelano, attraverso il proprio vissuto, le proprie scelte, gli sbagli con cui si sono insudiciati e che non devono essere ripetuti o, nel caso del terzo fratello, le decisioni giuste che devono essere prese a modello. I tre fratelli non hanno un vero volto in quella sequenza perché, come molti altri personaggi dei racconti popolari, hanno una funzione universale, non devono essere identificati propriamente in quanto la morale che mettono in evidenza deve appartenere a tutti. Gli errori che commettono i primi due fratelli sono errori che potrebbe fare chiunque, irretito dalla cupidigia, offuscato dalla smania di riavere con sé un amore perduto. In questo racconto nel quale leggenda e verità si intrecciano vi è contenuta una importante lezione per i maghi, una morale come si concerne ad ogni fiaba che si rispetti: “La storia dei tre fratelli” mette in guardia il lettore dal desiderio di schivare la Morte, rappresentata come un essere senziente, dal fare mansueto e accondiscendente, una entità furba, vendicativa, ma anche giusta e clemente, che non deve essere temuta né ingannata, bensì accettata e rispettata in quanto parte naturale dell’ordine vitale.

Nel corso della sua intera esistenza, Voldemort ha fatto quanto era in suo potere per raggirare la Morte, per allontanarla. La scelta di ridurre la sua anima in pezzetti, di nasconderli in oggetti preziosi e screziati, di rendersi immortale dannandosi per l’eternità non è che un tentativo disperato e utopistico che lo condurrà comunque verso la rovina.

"Severus Piton" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Lo stregone bianco ed il principe grigio

Nella prima metà de “La pietra filosofale”, quando Harry giunse per la prima volta ad Hogwarts, venne smistato nella Casa di Grifondoro e prese posto nella Sala Grande per la cena, lo sguardo del protagonista, che si guardava intorno, che osservava ogni dettaglio, ogni minuzia di quel castello, cadde a un certo punto sul volto di un docente che sedeva al tavolo degli insegnanti.

Questi aveva i capelli corvini, lisci e unti, e occhi simili a sfere nere e impenetrabili. Harry domandò chi fosse costui e ricevette una risposta esauriente: Severus Piton, il professore di Pozioni.

Presto, il giovane Harry avrebbe fatto la conoscenza di quell’insegnante acido e arcigno, cupo e intrattabile, che veste sempre di nero come se vivesse un lutto perenne.

Qualcosa, sin dal primo giorno alla scuola di magia e stregoneria, aveva attirato la curiosità di Harry. La sua vista si soffermò proprio su di lui, su Piton, su quella sagoma dall’espressione ambigua, col naso arcuato e la carnagione giallastra, che errava per le aule del maniero come un pipistrello con le ali avvolte su di sé.

Piton sembrò, fin dall’inizio, al giudizio di Harry qualcuno da tenere sott’occhio, un tipo sospetto, enigmatico, inquietante, forse pericoloso. Severus era un insegnante che metteva in soggezione la maggior parte degli studenti e che riusciva persino a mortificarli. Harry ne subiva passivamente le angherie e gli innumerevoli rimproveri.

Ma chi era Severus Piton in realtà? Era un alleato o un nemico? Vi era altro di lui da scoprire?

Harry smise di chiederselo, smise altresì di interrogarsi sulla presunta malvagità del professore. Per lui tutto divenne lampante quando Piton uccise Albus Silente: quella notte, Harry dedusse che Piton era un Mangiamorte, che lo era sempre stato, e che in lui non vi era altro che male.

Il vissuto di Severus Piton è avviluppato da un fitto strato di nebbia, da un alone di emarginazione, di rabbia, di dolore. In quel passato burrascoso come un mare in tempesta vi è una sola luce, un unico faro a fendere l’oscurità e indicare la via per una terraferma sicura e felice che si staglia lontana: Lily Evans. 

Durante la settima e ultima avventura di Harry Potter, la storia del principe mezzosangue emerge in tutta la sua emozionante tragicità.

Come già sottolineato, una coltre di caligine e una velatura di mistero dissimula il personaggio per tutti e sette i libri e altrettanto negli adattamenti cinematografici.

Per la maggior parte della narrazione, Piton riveste il ruolo dell’avversario. Egli è un professore accigliato, cinico, inflessibile. La sua immagine viene ribaltata nel libro finale della saga, precisamente nel capitolo a lui dedicato “La storia del Principe”, in cui vengono portati alla luce segreti sul suo trascorso che rovesciano la figura di Piton, trasformandolo da antagonista ad infausto antieroe.

Piton e Silente sono due personaggi che hanno, per certi versi, due percorsi contrapposti, sia per lo sviluppo che per l’esito. Il Preside di Hogwarts viene presentato dall’autrice J. K. Rowling sin dal primo libro come un potente alleato delle forze del bene, un mago sfavillante di luce, incorruttibile e di animo nobile. Verso la parte conclusiva de “Il principe mezzosangue”, la percezione dei lettori nei riguardi di Silente subisce un’incrinatura. Qualcosa tormenta l’animo di Silente, un peccato che ha segnato irrimediabilmente la sua esistenza. Quando Silente beve il filtro di una potente maledizione per provare a recuperare quello che crede essere un Horcrux, egli perde la propria lucidità.

Silente si lascia andare ai ricordi logoranti, ai sensi di colpa, cadendo preda dei rimorsi. Dalle sue labbra effluiscono frasi come “E’ tutta colpa mia”, suppliche devastanti come “Uccidimi!”. In quei frangenti Silente ripensa alla sua amata sorella, morta a causa di un incidente avvenuto a seguito di un alterco tra lo stesso Albus Silente, il fratello Aberforth e Gellert Grindelwald, il mago oscuro che un tempo aveva in Silente uno stretto alleato, un compagno, un amante. Albus non si era mai dato pace per ciò che era accaduto. Lo “stregone bianco” che sembrava essere senza macchia aveva commesso un peccato grave a cui non poteva porre rimedio.

Nel settimo libro, i lettori sapranno di più: Albus Silente, da giovane, seguì Grindelwald per amore, lo aiutò a perseguire i propri propositi, sposando la sua oscura causa, per poi pentirsene amaramente e tentare di porvi riparo.

Nelle intenzioni dell’autrice, la percezione del lettore nei confronti di Silente deve subire un contraccolpo: pur rimanendo un mago buono, Silente perde la sua aura di indulgenza e purezza. Al contempo, la Rowling seguita a stupire il proprio “pubblico” attuando un altro “ribaltone” per quanto concerne la figura di Severus Piton. I lettori reputavano Piton un personaggio criptico, enigmatico, tendente all’insensibilità, alla crudeltà. Questa considerazione verrà notevolmente mutata nel capitolo che narra l’avvenuto di Piton.

Severus Piton era un ragazzino introverso, strano, un animo solitario. Sua madre era una strega e suo padre un comune mortale dall’indole violenta. Piton incontrò Lily quand’era un fanciullo. L’ovale delicato di Lily e i suoi occhi verdi entrarono nel cuore di Piton e lì albergarono per sempre.

Piton amò Lily, la madre di Harry. La amò senza tregua, incondizionatamente. I due si conobbero da bambini e crebbero insieme, in amicizia. Alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts vennero però divisi: Severus fu smistato nella Casa di Serpeverde, Lily in quella di Grifondoro. Ciò nonostante, continuarono a frequentarsi ogni qualvolta ne avevano l’occasione.

Severus amava Lily in maniera piena ed assoluta. Non si dichiarò mai, forse per paura d’essere respinto.

Nell’adattamento cinematografico, durante la sequenza che mostra le rimembranze di Piton, vengono omessi due ricordi molto importanti che contribuiscono a rendere ancor più complesso e drammatico il suo trascorso. Il film non fa vedere la circostanza in cui Piton, schernito dai Malandrini, viene difeso da Lily, e lo stesso Piton, furibondo per le umiliazioni, si scaglia inaspettatamente contro di lei, definendola “Sporca Sanguemarcio”. E’ l’evento che rompe l’idillio platonico tra Severus e Lily, la causa che pone fine alla loro amicizia, sebbene il “principe” faccia di tutto per chiederle perdono.

In seguito, Severus si unirà a Voldemort, diventando un Mangiamorte.

L’altro ricordo che getta una ulteriore ombra sul trascorso di Piton riguarda la scelta di informare Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato circa l’esistenza di una Profezia che svela la nascita di un bambino che potrebbe, in futuro, contrastare il potere dell’Oscuro Signore, e sarà lo stesso Voldemort ad eleggerlo quale suo avversario.

Voldemort ha la possibilità di scegliere tra due bambini, venuti al mondo allo scadere del settimo mese: Harry Potter o Neville Paciock. Ponderando, Voldemort individua nel figlio di Lily il bambino della Profezia. Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato seleziona un mezzosangue come lui e ignora il piccolo Neville, un mago purosangue.

Neville era figlio di due Auror, Frank e Alice Paciock, che subiranno un destino peggiore della morte. Neville crebbe nella sofferenza, vedendo sua madre e suo padre ridotti in stato di semi-incoscienza, sul baratro della pazzia a causa delle torture patite dai Mangiamorte. Verso la sua mamma, Neville nutriva un amore smisurato. Ogni qualvolta andava a trovarla presso il San Mungo, il ragazzo riportava a casa e conservava gelosamente le carte delle caramelle che Alice gli offriva con ingenua dolcezza. Per Neville significavano tanto, forse tutto. Erano un dono della mamma, “scarti insignificanti” per gli altri ma che per lui conquistavano un valore immenso.

Quanta sensibilità serbava Neville nel cuore!

Inizialmente timido e goffo, Neville avrà più volte l’opportunità di dimostrare il proprio coraggio, contribuendo anch’egli in maniera decisiva alla sconfitta di Lord Voldemort.

Severus Piton detestava Neville, lo maltrattava quotidianamente a scuola e c’era un bruttissimo motivo dietro questo orribile comportamento: se Voldemort, un tempo, avesse scelto Neville come vittima, Lily sarebbe sopravvissuta. Sull’innocente Neville, Severus gettò un odio che il lettore non può né comprendere né perdonare.

Quando Piton verrà a sapere che Voldemort ha designato il figlio di Lily quale sua nemesi, chiederà al Signore Oscuro di risparmiare la sua amata, ammettendo di non provare pena né per il marito della donna né per il figlio. Non immortalando sul grande schermo queste parti della storia, la figura di Piton, nei film, viene addolcita, delineata come maggiormente “buona”, quando in realtà la grande complessità del personaggio è sita proprio nel suo “grigiore”, nell’impossibilità di stabilire se in lui vi sia più male o bene.

Le sequenze della pellicola in cui riaffiorano i ricordi di Piton, in un dato momento, mostrano Severus che avanza nella casa dei Potter. Egli sa che Voldemort ha già fatto irruzione ed assassinato James Potter. Severus scavalca il suo corpo, procede con una fitta nel cuore, consapevole che potrebbe assistere a quello che più teme nel profondo. Una volta varcata la porta della camera del piccolo Harry, Piton scorge il corpo esanime di Lily. E’ in quel preciso istante che Severus prende piena consapevolezza di ciò che è avvenuto, di ciò che ha, inavvertitamente, contribuito ad attuare. Severus crolla a terra, si lascia andare ad un pianto disperato, a un lamento straziante. Raccoglie il corpo di Lily tra le braccia, lo stringe a sé.

Nella parte finale del romanzo di Victor Hugo – Notre Dame de Paris – Quasimodo abbraccia le spoglie di Esmeralda, devastato dal dolore, e si lascia morire. L’uomo non abbandonerà più la sua amata, reggendola in un abbraccio insistente, in un amplesso senza epilogo, in una stretta che si protrarrà nell’inesorabile scorrere del tempo. Molti e molti anni dopo, quando gli scheletri dei due verranno rinvenuti, alcuni tenteranno di separare i resti di Quasimodo da Esmeralda. Una volta allontanatolo dalle ossa della sua amata, ciò che restava di lui si disgregherà in polvere.

Se avesse potuto scegliere, Piton avrebbe preferito lasciarsi morire con Lily. Sarebbe voluto rimanere laggiù, perdendosi in quelle braccia che cingevano la sua amata, spegnendosi lentamente lì accanto.

Per certi versi, Severus morì quella notte insieme alla donna. Andò avanti senza più prospettive, sogni, facendosi carico di un pentimento dilaniante per tutto il suo avvenire. Il corpo di Piton si mantenne integro perché egli con la mente e con il cuore restò eternamente confinato in quell’abbraccio sempiterno. Se qualcuno avesse provato a staccarlo da lei, se qualcuno avesse tentato di obliare la mente di Severus e cancellare il ricordo di Lily, egli si sarebbe dissolto in tanti pulviscoli spazzati via dall’algido soffio del vento.

La vita di Severus sarà devota ad un unico scopo: proteggere il figlio di Lily. Piton, tuttavia, non svilupperà mai un autentico affetto nei riguardi del protagonista. Questo viene sottolineato in un rapido scambio di battute nel testo letterario, quando Silente domanda espressamente a Piton se questi si sia affezionato al ragazzo. Severus risponde con un rabbioso: “A lui?”, generando poi il suo Patronus che prende le sembianze di una cerva, lo stesso Patronus di Lily: il suo unico pensiero felice.

Nella sequenza filmica, Piton produce il suo Patronus dinanzi a Silente e quella cerva dal colore argenteo, dai contorni limpidi, dalla consistenza evanescente, inafferrabile come un amore perduto, si manifesta nell’ufficio del Preside di Hogwarts, librando per la stanza con un incedere irrefrenabile, colma di vigoria, di dinamismo: era così che Piton rammentava Lily, come una donna piena di vitalità, di energia, di passione e di sentimento. La cerva incede con passo travolgente, calpestando l’astrattezza dell’aria, trottando incontenibile verso la finestra, fuggendo via, svanendo oltre la vetrata.

Piton osserva quell’immagine scaturita dalla sua bacchetta, la vede andare via, correre lontano da lui, esattamente come accadde, in passato, con la stessa Lily che si allontanò per non tornare più. Albus capisce ciò che Piton vuole comunicargli con quell’incantesimo: sta proteggendo e seguiterà a proteggere il ragazzo a scapito della sua stessa vita per devozione a Lily. La donna che ha amato, la donna che ama e che continuerà ad amare in eterno. Per sempre.

Ne “La pietra filosofale”, le prime parole che Severus Piton rivolge ad Harry formano un interrogativo che il professore escogita per mettere in difficoltà il giovane dinanzi a tutta la classe, reo di avere l’aspetto dell’odiato James Potter. Ciò nondimeno, quel quesito che il professore pone al protagonista contiene fra le righe dei riferimenti sibillini, acuti, dotti.

Piton incalza Harry chiedendogli: “Cosa ottengo se verso della radice di asfodelo in polvere in un infuso di artemisia?”

L’asfodelo è una pianta che appartiene alla famiglia delle Liliaceae, come il giglio, termine che in inglese corrisponde a “lily”.

Nell’Antica Grecia, l’asfodelo era interconnesso con l’Oltretomba, col regno delle anime scomparse. Secondo la mitologia greca l’asfodelo è un fiore che cresce nei Campi Elisi, beneficiato dall’immortalità, poiché le sue foglie vantano la capacità di rigenerarsi.

L’asfodelo simboleggia il rimpianto, nonché il ricordo oltre la morte; l’artemisia, dal canto suo, esprime in forma simbolica l’assenza, la mancanza. In quella estemporanea interrogazione, Piton comunica in maniera sottintesa ad Harry, mediante il proprio sapere, l’amore che egli prova per Lily, il vuoto che patisce quotidianamente per la di lei morte prematura, il rimorso che lo affligge.

Nel cinema, l’asfodelo è stato, talvolta, associato al corteggiamento, all’amore sognante.

Nell’opera di Tim Burton “Big Fish – Le storie di una vita incredibile”, il protagonista Edward Bloom per conquistare Sandra Templeton, la donna di cui si è innamorato, le fa recapitare sotto casa un cospicuo numero di piante di asfodelo, che riempiono il giardino facendolo apparire color dell’oro, come un cerchio di sole che tutto irradia. In inglese, i fiori che Edward porta in dono a Sandra sono detti “Daffodils”, che somigliano più precisamente ai narcisi gialli. Nell’adattamento italiano, “asfodeli” corrisponde ad una traduzione arcaica di “Daffodils”.

Edward e Sandra tra gli asfodeli, Big Fish

Il nome asfodelo deriva dal greco e significa “la valle di ciò che non è stato ridotto in cenere”. Si tratta di un riferimento ai tuberi della pianta che resistono al calore e alla vicinanza del fuoco.

L’asfodelo rappresenta pertanto anche ciò che resiste, che perdura, come un amore vero e imperituro. Di fatto, il sentimento che Edward avverte per Sandra è grande, duraturo, inesauribile e lo accompagnerà per tutta la sua vita. Per Edward esisteranno al mondo solamente due donne: Sandra e poi tutte le altre, ovvero particolari femminili generici che non distoglieranno mai i suoi pensieri dalla sua adorata moglie.

In egual modo, anche per Severus Piton esisteranno due sole donne: Lily, il cui ricordo si manterrà intatto senza mai disfarsi in cenere, e poi tutte le altre che incontrerà lungo il suo arco vitale e che non significheranno mai nulla per lui.

Quando la situazione precipita, nella parte conclusiva de “Il principe mezzosangue”, Piton è costretto ad adempiere il volere dello stesso Silente: ucciderlo. Con un tale gesto, Severus si sarebbe nuovamente e definitivamente guadagnato la fiducia di Lord Voldemort e avrebbe evitato a Draco Malfoy di compromettere la propria anima con un delitto. Silente era già stato condannato a morte dal destino, un morbo generato dallo stesso Signore Oscuro. Prova ne è che lo stava annientando un brutto male. Questo, però, non faciliterà il compito a Piton, che dovrà uccidere a sangue freddo l’unico amico che aveva, il solo che conosce la parte più bella e nobile della sua persona, quella parte che arde ancora d’amore, e poi ancora, per un’unica e sola donna.

Piton nascose a tutti il lato migliore di sé stesso, fino a che non esalerà l’ultimo dei suoi respiri. Piton resterà al fianco dell’Oscuro Signore tentando di impedirne il trionfo permanendo tra le schiere del nemico. L’impresa, tuttavia, esigerà la sua vita. Piton si spegnerà lentamente. Prima di spirare, chiederà ad Harry di custodire alcune gocce delle sue lacrime nella cui sostanza sono racchiuse le sue memorie.

Piton muore chiedendo ad Harry di guardarlo: l’ultimo preside di Hogwarts si tufferà in quello sguardo di Harry, in quegli occhi che erano identici a quelli di Lily. Severus proverà la confortevole illusione di rimirare la sua adorata, che lo guarda e lo accompagna, rasserenandolo mentre il respiro viene a mancare.

L’amore di Severus Piton per Lily – incastonato tra il romantico e la fedeltà assoluta, tra la malsana ossessione e il tormento struggente - era profondo come gli abissi dell’oceano, vasto come un mare di stelle, illimitato come l’universo, inesauribile come il tempo che scorre, che tutto avvolge e divora, che da sempre esiste e in eterno esisterà.

Piton è certamente il personaggio più intricato della saga di Harry Potter; un essere grigio, adombrato da un cappuccio di tenebre e ridefinito da una luce che balena dal profondo.

Severus era un mago di eccezionale bravura. Era addentro nelle arti oscure, possedeva notevoli conoscenze nell’ambito delle pozioni, ed era un occlumante di spiccata abilità. Nessuno riusciva a penetrare la sua mente, carpire le sue riflessioni. L’abilità di Piton nell’Occlumanzia simboleggia l’essenza stessa del personaggio.

Così come nessuno dei protagonisti della storia riesce a valicare la mente di Piton, leggere i pensieri che in essa fluiscono liberi, scoprire cosa prova davvero nella sua intimità, nel suo cuore, allo stesso modo nessuno dei lettori può realmente riuscire a tradurre completamente l’animo, il cuore, la mente di Piton.

Tutti noi possiamo provare a farlo, sforzarci, tentare di insinuarci in lui ma sbatteremmo contro una cortina impenetrabile, un macigno che sbarra l’accesso.

Piton è un personaggio racchiuso in un costume che non può essere strappato, un uomo cinto da uno scudo infrangibile, da una muraglia che rende impercorribile l’accesso al suo vero Io. Di Piton, tutti noi possiamo intuire e scoprire tanto e al contempo molto poco.

"Harry" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Colui che salutò la Morte

I sei Horcrux creati volutamente da Lord Voldemort verranno annientati nei modi più disparati e da soggetti sempre diversi.

Il Diario di Tom Riddle, come ben sappiamo, venne trafitto da Harry nell’atto finale de “La camera dei segreti”. In seguito, l’Anello di Orvoloson Gaunt verrà mandato in frantumi da Albus Silente, il Medaglione di Salazar Serpeverde sarà infilzato da Ron, la Coppa di Tosca Tassorosso danneggiata irreparabilmente da Hermione, il Diadema di Priscilla Corvonero verrà dato inavvertitamente alle fiamme da Vincent Tiger e infine Nagini verrà decapitata da Neville.

Vi è però un settimo Horcrux, creato involontariamente da Voldemort la notte in cui tutto ebbe inizio, quando cercò di uccidere il piccolo Harry, protetto dalla più potente delle magie, l’amore di una madre: quello scudo invisibile si frappose e fece rimbalzare la maledizione senza perdono indirizzandola su Voldemort stesso; un frammento dell’anima del Signore Oscuro, allora, si attaccò ad Harry. Nell’interiorità del protagonista si trova, dunque, un tassello dell’anima di Voldemort.

Harry infine lo capirà. Intuirà la verità durante una tregua nel conflitto e saprà cosa fare.

Harry andrà incontro alla morte per eliminare quello che giace, latente, in lui.

Nel libro Harry prende la decisione di accettare l’inevitabile e di accogliere il “sonno eterno” in solitudine. Harry indossa il Mantello dell'Invisibilità per sgattaiolare via, per passare inosservato, per evitare lo sguardo dei suoi amici, che egli guarda per l'ultima volta prima di percorrere da solo il sentiero che lo condurrà al bacio del crepuscolo.

Harry non dice nulla a Ron e neppure ad Hermione perché sa che entrambi se ne fossero a conoscenza non gli permetterebbero mai di andare, di consegnarsi a Voldemort.

Nel film, Hermione ha intuito da tempo che un pezzo dell'anima del Signore Oscuro risiede in Harry. La scena in cui Hermione abbraccia il suo migliore amico, dicendogli addio, mentre quest'ultimo rivolge un ultimo sguardo anche verso Ron, che ricambia la sua espressione triste, è certamente toccante e pregna di emozioni, ciò nonostante risulta essere una scena priva di senso, che mal si adatta al carattere dei personaggi.

Per come li conosciamo, Ron e Hermione non avrebbero mai permesso che Harry lasciasse la scuola, e si recasse a morire. Per nessuna ragione al mondo. Avrebbero soppesato altre possibilità, pur sapendo che non ve ne erano, vagliato altre soluzioni, anche se ciò avesse significato mentire a sé stessi, avrebbero fatto qualunque altra cosa ma non avrebbero mai lasciato che Harry si “arrendesse”. Ecco perché nel libro il tutto si verifica in quel modo, ecco perché Harry cela sé stesso sotto il mantello. 

Come il terzo fratello della fiaba, Harry, il ragazzo che reca con se proprio quella cappa che lo rende invedibile, si incammina per guardare la Morte negli occhi, per riceverla, per salutarla come un’amica che non può essere respinta.

Qualche minuto prima di scorgere la sagoma del Signore Oscuro e dei suoi accoliti, Harry si rende conto che il boccino donatogli da Silente, quell'oggetto che ha una memoria tattile e che porta con sé un enigma, "Mi apro alla chiusura", è ora pronto a schiudersi, proprio nel momento in cui tutto si sta chiudendo attorno ad Harry. Nel boccino vi è serbata la Pietra della Resurrezione. Harry la guarda, e poi la lascia cadere. Non la vuole. Egli è pronto ad acconsentire al volere della Morte senza lottare. È questo ciò che fa di lui un Padrone della Morte.

La leggenda popolare recita che colui che riunisce i tre Doni diventa una sorta di “Signore della Morte”, un suo “Proprietario”, come se essa potesse obbedire e sottomettersi a qualcuno. Invero solamente chi accetta la sua natura mortale, che ricambia lo sguardo della Livellatrice senza provare repulsione è un Padrone della stessa, poiché acconsente alla sua ineluttabilità, rivolgendosi ad essa da pari a pari. Voldemort non ci sarebbe mai riuscito, avrebbe tremato dinanzi a quella essenza smunta che reclamava la sua anima troncata in 7 schegge. Harry no, pur essendo soltanto un ragazzo è pronto a dire addio al creato, ai suoi affetti, al suo amore, alla sua vita. 

Il protagonista, con un coraggio senza eguali, si addentra nella Foresta Proibita. Lì, poco prima della fine, vede gli spiriti dei suoi genitori, James e Lily, del suo padrino Sirius, del suo professore più caro, Lupin. Costoro sono apparsi per dargli sostegno, per infondergli ulteriore coraggio, per dirgli che resteranno accanto a lui.

Harry è terrorizzato, ma le sue gambe non smettono di muoversi. Egli avanza e raggiunge il Signore Oscuro. Al cospetto di Voldemort, Harry non batte ciglio, vede la Morte riflessa negli occhi serpentiformi del suo acerrimo nemico e la approva. Harry si fa lambire dall’Avada Kedavra di Voldemort e muore.

Hagrid, che ha assistito alla scena, prigioniero dei Mangiamorte, non riesce a cederci, e non ha più la forza di ribellarsi. Il mezzogigante viene incaricato di trasportare il corpo esanime di Harry fino alla scuola. Hagrid porta quei resti con sé.

Era cominciata così, la storia.

Quando Harry non era che un frugoletto, se ne stava infagottato fra le braccia di Hagrid, appisolato come un bimbo indifeso. Adesso, Hagrid portava con sé le spoglie di quel giovane sopravvissuto e cresciuto come ragazzo, come uomo, sacrificatosi per salvare il mondo magico. E’ un passo estremamente simbolico: il mezzogigante, che ha condotto Harry all’alba della sua storia, trasporta ora quello che egli crede essere il cadavere del mago, senza più un alito di vita fra le proprie membra. Il principio e la fine che si intrecciano drammaticamente.

All’inizio della storia, Hagrid portava fra le sue mani un nascituro che aveva tutta l’esistenza davanti a sé, ora reggeva fra le braccia un ragazzo a cui quella vita era stata strappata via. Ma non era così. Harry respirava ancora. Il sangue di sua madre lo aveva protetto di nuovo. Fu l’Horcrux a perire.

Harry si ridesterà, e riprenderà a combattere.

  • La Battaglia di Hogwarts

Nel girare su pellicola la guerra per la conquista e la difesa della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, Yates non riesce del tutto a dare quel tocco di epicità, quel tratto memorabile, quell’elemento grandioso ed eroico che si percepisce, pagina dopo pagina, nel romanzo.

Lo scontro tra Harry e Voldemort è avvincente ma altresì caotico, frettoloso, spogliato da quella maestosità che nel libro fuoriesce dalle pagine, essendo tanto sovrabbondante.

Nel romanzo, Harry fronteggia Voldemort nella Sala Grande, dinanzi a molti presenti. Lo appella come Tom, sdrucendogli quella astratta tunica divina che Voldemort col suo nome inventato si era messo indosso, lo ammonisce, lo mette in guardia dal pericolo a cui lo stesso Signore Oscuro si sta avvicinando, poiché la sua potentissima bacchetta lo tradirà. Harry giganteggia con la sua oratoria, rimpicciolendo quel nemico potentissimo, spaventoso, ma pur sempre soggetto all’errore, alla tracotanza, alla morte che sta sopra di lui. Harry sguaina la bacchetta, controbatte all’incantesimo di Voldemort. Nel loro ultimo scontro, Harry riesce a prevalere e la Bacchetta di Sambuco, ingannatrice, rivolge l’incantesimo mortale contro colui che la tiene in mano. Voldemort cade in terra e muore.

Nel film, la scena in cui Harry incrocia gli incantesimi con Voldemort è visivamente molto bella e regala anche una certa tensione. Le fasi in cui, contemporaneamente, Ron e Hermione fuggono da Nagini, stremati e terrorizzati, cadono tra i ruderi, stringendosi in lacrime, e Neville neutralizza il serpente, sono certamente d’effetto. Eppure, la caduta di Voldemort e i successivi momenti finali lasciano il sentore che tutto avrebbe potuto avere una messa in scena di maggiore impatto, in cui dilungarsi oltre.

Nel lungometraggio, quando Voldemort viene abbattuto, Harry passeggia per i corridoi senza ricevere il giusto tributo, l’entusiasmo della sua gente, dei suoi compagni. Questi ultimi se ne stanno in disparte, feriti, sconvolti dall’orrore della guerra, dalle perdite subite, ma impassibili nei suoi confronti. La scena risulta emotivamente debole e deludente. Nessuno degli studenti di Hogwarts raggiunge Harry, nessuno lo accoglie, lo porta in trionfo, gioisce insieme a lui per ciò che egli ha appena compiuto. Harry ha battuto il più grade mago oscuro di ogni tempo, ha liberato il mondo magico da un male che pareva invincibile. Eppure Harry avanza solitario, come se nulla fosse successo.

Il regista non riesce a restituire agli spettatori il senso di trionfo, la vittoria soffertissima che Harry e i suoi amici hanno ottenuto.

Pensiamo, ad esempio, a ciò che riuscì a fare Peter Jackson nei momenti più concitati de “Il ritorno del re”. Durante la battaglia davanti al Nero Cancello, tramite una regia di alta scuola e ad un montaggio impeccabile, Jackson trasmette agli spettatori una sensazione di sofferenza, di strazio, di fatica. Aragorn, Legolas, Gimli, Gandalf si battono senza sosta, sfiniti, fiaccati da un conflitto senza un’apparente conclusione. Nello stesso tempo, Frodo e Sam lottano con Gollum, tra le fiamme del Monte Fato, per gettare nel fuoco l’Anello. Jackson suscita tensione, comunica al pubblico l’immane fatica che i personaggi stanno tollerando, rendendo la distruzione dell’Unico Anello per ciò che è: un’impresa senza eguali, insperata e per questo incredibile.

Le inquadrature che Jackson dedica ai volti dei vari guerrieri quando l’Anello viene gettato nel baratro infuocato sono eloquenti. Tutti i personaggi appaiono commossi, stupiti, increduli dal bene che sta prevalendo. Nelle riprese successive, il regista si concentra su Frodo e Sam, sulle loro gesta, sul merito di ciò che hanno portato a termine, sulle lacrime che scorrono sulle loro guance. I due hobbit ce l’hanno fatta, hanno adempiuto alla loro missione, hanno scritto la pagina più importante delle cronache della Terza Era.   

Ne “I Doni della Morte Parte Seconda”, la Battaglia di Hogwarts è trasposta con un ritmo travolgente ma anche con una velocità eccessiva, che non permette di cogliere l’intensità della fase culminante dell’opera di Harry Potter. Alcuni personaggi come Lupin, Tonks, Fred, muoiono senza che il regista indugi a sufficienza sulla drammaticità della loro perdita. Yates si limita a delle inquadrature rapidissime, semplici, prive di empatia, confermandosi un regista freddo, che il più delle volte esegue senza interpretare.

La parte terminale de “I Doni della Morte” meritava, in pellicola, una trasposizione altrettanto epica, che desse più peso all’impresa realizzata da Harry, Ron e Hermione, che mostrasse maggiormente il valore di quella vittoria soffertissima. La sequenza immediatamente successiva al tracollo dell’Oscuro Signore è troppo “ingessata”, spedita, piatta, così distante dalla bellezza, dall’emozione, dalla imponenza del testo da cui il film è tratto. Sembra che sia stato sbaragliato un rivale qualunque, e non la più terrificante minaccia che seguitava a ripetersi, che continuava a ripresentarsi, che nessun mago e nessuna strega che avevano a cuore la libertà riuscivano ad estinguere.

  • Dio e uomo

Nel libro, il corpo del Signore Oscuro cade a terra e lì resta fermo, a giacere con una solenne banalità. Col passare dei minuti, molti si avvicinano al cadavere del Signore Oscuro. Questi ha ancora un aspetto inquietante, ma più lo si scruta più esso risulta un guscio normale. I resti di Voldemort sono spoglie umane, che possono essere scrutate, toccate, e non possiedono nulla di straordinario, nulla di divino.

La salma di Tom Riddle se ne resta inerme al suolo. Un che di incredibilmente simbolico: Voldemort, nonostante tutti i tentativi di divenire un essere superiore, di elevare il proprio corpo al di sopra dell’umana fragilità, era morto e appariva come un uomo qualunque. Non vi era nulla di speciale, in fondo in lui, se non la malvagità più pura.

Voldemort si era dannato inutilmente: i suoi resti mortali, che potevano essere ammirati, disprezzati da tutti, erano gettati lì per terra, senza nulla di regale né di divino ad avvolgerli. Voldemort era un mortale, dopotutto, non era un essere superiore, un dio da temere.

Per lunghi anni, quasi tutti gli abitanti del mondo magico non volevano neppure pronunciare la parola Voldemort, come se le orecchie di questo essere potessero udire ogni cosa, sentire chiunque osasse pronunciare il suo nome invano; per questo la comunità magica si riferiva a lui come “Tu-Sai-Chi” o “Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato”, perché i più temevano che il mago oscuro possedesse una natura sconosciuta, superiore, forse onnisciente. Anche nell’Antica Grecia vi era un credo simile. I greci preferivano parlare raramente di Ade, per non attrarne la collera. Pochi erano i miti che coinvolgevano la sua figura e la maggior parte delle persone tendeva a non pronunciare mai il suo nome.

Ade era il Signore degli Inferi, pertanto i vivi sceglievano di non pronunciare il suo nome, paventando la possibilità che il dio potesse vendicarsi. Talvolta, per non chiamarlo direttamente in causa, i greci erano soliti riferirsi ad Ade con molteplici soprannomi, uno era piuttosto diffuso: Aïdoneus, che significa Colui che non si vede.

I greci, dunque, nominavano raramente Ade. Questa paura legata ad un singolo nome aleggia anche nel mondo magico partorito da J.K. Rowling. Il termine Voldemort era sinonimo di terrore, di disgrazia, di morte.

Invero, Lord Voldemort era soltanto un appellativo, un anagramma che il mago oscuro ottenne dal nome che sua madre aveva scelto per lui: Tom Orvoloson Riddle. Non vi era nulla di sovrumano, di divino in lui. Voldemort era un mago potentissimo, che più di tutti si avvicinò ad un limite su cui nessun altro si era mai saggiamente spinto, ma pur sempre un uomo. Voldemort voleva divenire un dio, essere venerato e temuto dalle altre persone. Ma restò un mortale. Nel film questo passaggio simbolico e profondissimo viene meno: Voldemort assume i contorni dell’essere soprannaturale, e quando muore il suo corpo si disfa in coriandoli d’epidermide, spazzati via dal gelido soffio della morte.

  • Il serpente che rinasce e quello che muore, il serpente che ama e quello che non prova nulla

Citando nuovamente la figura del dio Ade si potrebbe aggiungere che il Signore dell’Oltretomba veniva sovente raffigurato mentre sedeva su di un trono e ai suoi piedi strisciava un serpente, un animale minaccioso, fatale, che richiamava il pericolo e la fragilità dell’esistenza umana.

Il serpente è una bestia strettamente legata a Voldemort, come è ben noto. Il Signore Oscuro era un discendente diretto di Salazar Serpeverde, era un rettilofono ovvero possedeva la capacità di parlare con i serpenti; essi lo trovavano ovunque fosse, sibilavano frasi, suggerimenti, moniti, e lo stesso Signore Oscuro era solito aggirarsi con un enorme colubro costrittore al seguito, Nagini, uno dei suoi Horcrux.

Ma il serpente cosa rappresenta in genere?

Nell’Antica Grecia il serpente assumeva significati ambivalenti: era un essere temuto per il suo veleno ma comunque ammirato come metafora di aggressività, destrezza, di vita stessa in quanto propiziatore di fertilità.

Il rettile veniva associato altresì ad Asclepio, il dio della medicina, poiché veniva inteso come un simbolo di guarigione: la muta del serpente esprimeva il concetto della ciclica rinascita. Ancora, l’uroboro, il serpente che si morde la coda formando un cerchio senza fine, è un’icona antichissima presa a modello da molteplici culture, come gli antichi egizi. In genere, l’uroboro rappresenta il potere che divora e riforgia sé stesso, l’ineluttabile ritorno, il tempo infinito, l’eternità, l’immortalità: tutti elementi che possono essere accostati al percorso dello stesso Lord Voldemort, colui che ricercò il potere, che si fece divorare e fortificare da esso, che inseguì la vita eterna, colui che fece ritorno dopo aver perso il proprio corpo, che si rigenerò tentando di mantenere la propria invulnerabilità.

Voldemort bramava la vita immortale e il serpente, che era il suo emblema, rimarca anche il concetto del cambiamento di pelle, della rinascita e quindi della vita perpetua, del male che si protrae.

Nella tradizione cristiana il serpente è un’espressione del Diavolo. Esso è un animale subdolo, strisciante, tentatore, manifestazione del male nel suo aspetto più insinuante e viscido. Voldemort è proprio l’incarnazione di un male primordiale.

Ma il serpente può essere inteso come una creatura capace di amare?

La figura del serpente come simbolo di rinascita, di cura, di rigenerazione e, quindi, di amore è stata a mio avviso trattata in una nota opera di un grande drammaturgo.

Nel 1957 fu portato per la prima volta in scena a teatro il dramma di Tennessee Williams “La discesa di Orfeo”, da cui nel 1960 fu tratto un adattamento cinematografico intitolato “The Fugitive Kind”, in italiano “Pelle di serpente”.

Protagonista di quest’opera, ambientata negli anni ’50, è Valentin Xavier, un musicista che sussiste nel mistero, senza radici, senza passato, un nomade in perenne peregrinazione. Valentin vaga di città in città con una chitarra a tracolla – strumento musicale a cui è visceralmente affezionato e che mantiene incise sulla cassa armonica le firme di tanti musicisti Jazz che hanno il proprio nome “scritto nelle stelle” - e una giacca ricavata dalla pelle di un serpente, da cui non si separa mai.

Per questo suo modo di vestire, egli viene soprannominato dai pochi che lo conoscono “Pelle di serpente”. Val approda in una contea di campagna, una cittadina avulsa dal mondo esterno in cui regna il benessere ma anche la discriminazione, la misoginia, il razzismo, la violenza.

Val è un uomo disilluso, rassegnato, quando incontra Lady Torrance, una signora più grande di lui di qualche anno, che si trascina tristemente in un contesto scialbo e slavato. Lady sembra essere una donna priva di calore, senza sogni né speranze dal giorno in cui il padre, a cui era molto legata, è perito in un incidente.

In quel luogo, tempo prima, Lady gestiva insieme al genitore una florida fattoria, ricca di vigne, di coltivazioni e di alberi da frutto rigogliosi. Con loro lavoravano diversi braccianti dalla pelle scura che Lady e il padre trattavano in modo paritario, con la dignità, il rispetto e la benevolenza che si doveva loro. Nel cuore di Lady e del proprio genitore non vi era l’odio razziale né tantomeno alcun senso di superiorità. Tutto questo non era ben visto dagli altri cittadini, dagli uomini soprattutto, che giudicavano le persone di colore immeritevoli di alcuna considerazione, nulla più che semplici schiavi da sfruttare e da percuotere costantemente. Una notte, un manipolo di uomini, la cui identità restò sempre un mistero, si avviò verso il podere dandolo alle fiamme. Accortosi di ciò che stava accadendo, il padre di Lady corse alla fattoria, tentando disperatamente di spegnere le fiamme. Fu in quella circostanza che perse la vita, in quelle stesse vampe infernali che non gli lasciarono scampo.

Lady è morta con lui, quel giorno, anche se il suo corpo si ostina ad andare avanti e il suo cuore a battere. L’anima di Lady non si è più ripresa, gironzola raminga in quell’inferno sulla Terra. La donna prova dubbio e diffidenza verso tutti coloro che la circondano, compreso l’anziano e violento marito, che potrebbe essere stato tra i carnefici del padre di Lady. Questo costante dubbio (che verrà purtroppo confermato) lacera lo spirito della protagonista, che sospetta di vivere accanto ad un essere losco e crudele, verso cui non ha mai provato alcunché, se non il disgusto. 

Val incontra Lady nel corso di una notte insonne. I due parlano in maniera sciolta, confidandosi, scoprendo un’intesa, una sintonia, una connessione estrema e rovente tanto da innescare un evidente stato di tensione sessuale tra i due.

Val e Lady, Pelle di serpente

In quei loro discorsi, Pelle di serpente esprime la sua personale visione del mondo, la sua riflessione sulla gente, sulle categorie in cui si dividono gli esseri umani. Molti credono che esistano due tipi di persone: i compratori e coloro che vengono comprati. Pelle di serpente è convinto che esista anche una terza tipologia: gli erranti, quelli che non possono fare sosta ovunque vadano.

Stando a quello che Val afferma, vi sono in natura degli uccelli che non hanno le zampe e sono costretti a trascorrere tutta la loro vita standosene su, in aria. Val ne ha visto uno, tempo prima. Lo vide morire e precipitare al suolo. Lo raccolse tra le mani, era leggero come un corpo senza ossa né carne, le sue piume erano blu, era poco più grande di un dito ma la sua apertura alare era sorprendentemente ampia. Quelle ali non avevano colore, erano trasparenti.

Quell’uccello era un’anima libera, invisibile, appena percettibile poiché inconsistente come l’alito del vento e poteva volare senza stancarsi, senza mai venire catturato da alcun predatore. I falchi, infatti, non riescono a ghermire questi uccelli, perché non li vedono. Il corpo blu permette loro di mimetizzarsi, essi si confondono con il cielo divenendo tutt’uno con esso nelle mattine in cui il sole splende luminoso. E nei giorni di pioggia, quando le nuvole oscurano i raggi solari e la volta celeste si fa cinerea, questi uccelli volano ancora più in là, tanto in alto che ai falchi verrebbero le vertigini.

Quegli augelli non hanno “gambe”, vivono sorreggendosi con le loro ali, dormendo sull’aura, per non planare mai. Scendono una volta soltanto, quando muoiono.

Pelle di serpente si vuol paragonare a quei volatili: vaga con perseveranza da un posto ad un altro, non vuole soffermarsi, indugiare, perché allontanandosi dal mare, da quella corrente che lo trasporta dappertutto, e mettendo i piedi sulla riva sentirebbe d’esser finito, di morire. In quel posto dove è appena giunto, però, vi è qualcosa che può arrestare il suo volteggiare perpetuo, il suo incedere inarrestabile, il suo navigare a vele spiegate: una donna, Lady.

Costei è un aquila a cui sono state spezzate le ali. Ha bisogno d’essere curata, di guarire, per poter tornare a spiccare il volo. Val può aiutarla, sostenerla, spingerla a tornare a vivere. E così accadrà: i due si innamoreranno, diverranno amanti e un giorno Lady scoprirà di essere incinta. Per Lady questa rivelazione assumerà il valore di un autentico prodigio. Era stata dichiarata sterile, ma ecco che un figlio, una nuova vita che aveva a lungo desiderato stava crescendo in lei nonostante la sua età avanzata. Come gli Antichi Greci credevano che il serpente potesse divenire simbolo di rigenerazione, di rinascita, così avviene nell’opera di Williams in cui un uomo, che porta sempre addosso la pelle di un serpente, salva una donna, la tira via dalla sua sofferenza, le dona calore, conforto, amore, passione, rendendola anche madre.

La vita che sboccia nel grembo di Lady è un miracolo, una “fioritura” che germoglia in un campo infertile, un prodigio che riporta alla memoria della donna un accadimento del suo passato, quand’ella vide spuntare un frutto su un albero vecchio e rinsecchito.

I due amanti pianificano di fuggire da quella cittadina pericolosa, ma non ci riusciranno. La crudeltà umana, la cattiveria, la violenza li fermerà. Val e Lady saranno vittime di un tragico destino, insieme. Eppure, nulla di ciò che hanno vissuto è stato vano: Lady è tornata in superficie, è emersa da quell’Ade diabolico, anche se per poco tempo, Valentin ha amato con intensità anche se brevemente. Entrambi potranno rincontrarsi nell’aldilà, distanti da quel mondo ingiusto e cruento. Le loro anime, forse, voleranno libere come quegli uccelli che nessun predatore alato riusciva a vedere, oltre il cielo, oltre la vita terrena.

Il titolo originale dell’opera di Williams, “La discesa di Orfeo”, è un evidente richiamo al mito greco. Orfeo oltrepassò la soglia degli Inferi per riottenere la sua amata Euridice, morta proprio a causa del morso di un serpente. Il suonatore di Lira, facendo echeggiare le arie del suo strumento, persuade Ade e Persefone, muovendo a compassione il re e la regina del regno dei morti, i quali gli permettono di portare via l’anima di Euridice a patto che Orfeo non la guardi mai negli occhi finché entrambi non saranno ben oltre le sponde dell’Acheronte. Orfeo resisterà per tutto il tragitto, cedendo alla tentazione di riammirare la sua amata proprio alla fine, quando le luci dell’alba irradieranno l’ingresso dell’Oltretomba. Euridice allora scomparirà sotto lo stesso sguardo impotente di Orfeo, morendo per la seconda volta. Il cuore di Orfeo smetterà di battere in quell’istante: egli non amerà mai più un’altra donna. Non vivrà più come prima.

Valentin era anch’esso un musicista, non recava con sé una piccola lira ma una chitarra. Anch’egli come Orfeo discenderà in un inferno, quella cittadina di campagna circondata da esseri dannati e meschini, spiriti vendicativi e malvagi, e proverà a riportare sul piano esistenziale l’anima della sua amata. Sia Val che Lady, però, moriranno, e forse al di là del tempo e dello spazio, in un magico paradiso si riuniranno, ritrovando la pace.

Valentin incarnava le caratteristiche del serpente che porta nuova vita con sé, guarigione, amore.

Lord Voldemort, differentemente da Val, da quell’uomo che aveva sulle spalle quella pelle di serpente, non è capace di amare. Egli non prova nulla, né affetto né attrazione né bramosia fisica.

Voldemort non desiderò mai una donna, non agognò nessuna compagna, non volle mai unirsi carnalmente, né per voluttà né per generare un’altra vita, poiché l’unico piacere che egli poteva provare derivava dalla ricerca di un sempre maggiore potere. Tom Riddle provava solamente interesse per sé stesso, personificando il carattere egoista, insensibile del serpente solitario.

I tre protagonisti principali della storia generata dalla penna di J.K. Rowling, Harry, Ron ed Hermione, amano con tutte le loro forze. Amano i loro cari, la loro famiglia, i loro amici. L’amore che essi provano li sprona a lottare, perfino a sacrificarsi se necessario.

L’amore è quel sentimento che domina le scelte, le azioni, le decisioni, i gesti di molti personaggi della saga. Lily e James Potter morirono per tentare di proteggere la testimonianza vivente del loro amore, Harry. Frank e Alice Paciock lottarono contro le forze del male per cercare di offrire al figlio che tanto amavano un futuro in cui Voldemort non avrebbe regnato incontrastato.

Anche Severus Piton sacrificò parte della sua esistenza per un amore non corrisposto. L’amore provato da molti dei personaggi della saga li rende superiori a Voldemort, un essere che non sa cosa sia l’amore.

Ron era deciso a morire per amore. Quando furono attaccati dai Mangiamorte, in un locale, si gettò sul tavolino spingendo Hermione via, per evitare che venisse colpita, incurante di quello che sarebbe potuto succedere a lui. Ancora, in seguito, implorò gli aguzzini di scegliere lui per torturarlo e ucciderlo se necessario purché lasciassero Hermione. E la stessa Hermione, quando Ron andò via per quelle lunghe e devastanti settimane, non riusciva a trovare conforto, una flebile gioia, tanto era il senso di vuoto, la carenza che si era formata in lei. L’amore come quello di Hermione e Ron è una forza immensa come il firmamento.

Harry, il principale avversario del Signore Oscuro, sapeva cosa voleva dire amare. Egli amò perdutamente i suoi genitori, anche se non poté conoscerli. Quando riguardava una loro fotografia, un’immagine incantata che li eternava in movimento, sereni e sorridenti, Harry sentiva il suo cuore sommerso da un amore che non si poteva attenuare. Harry amava i suoi amici, Ron ed Hermione. Durante la sua crescita, si invaghì di una giovane ragazza, Cho, per poi innamorarsi perdutamente di Ginny. L’amore ha sempre fatto parte della vita di Harry. E’ questa la cosa che differenzia maggiormente il personaggio cardine dell’opera di J.K. Rowling dall’antagonista Voldemort: la facoltà di amare.

Voldemort non ebbe amori, amicizie, spezzò la sua anima, la deturpò. Morirà solo. Di lui resterà un ricordo, terribile, ma pur sempre un ricordo. Il terrore che voleva promanare in eterno si disperderà gradualmente non appena egli morrà, fino a scomparire del tutto.

  • Fine e principio

Durante le ultime sequenze, a battaglia ormai conclusa, Harry procede solitario finché vede Hermione e Ron camminare mano nella mano. Il giovane comprende che i due, finalmente, si sono dichiarati reciprocamente il loro amore, e si sono uniti. Ron ed Hermione ridono, intimiditi, ed Harry risponde a sua volta con un sorriso radioso e appariscente. Una circostanza che ricorda ciò che accadde verso la fine de “La pietra filosofale”. Allora, Harry aveva sconfitto Raptor e si era risvegliato nell’infermeria della scuola. Lì aveva avuto un toccante scambio di battute con il professor Silente. Poco dopo, il ragazzino avanzò solo soletto e mirò Hermione e Ron che stavano parlottando assiduamente e sogghignando senza freno. Harry li ammirò felice. Ron ed Hermione si accorsero di lui, e lo salutarono.

Questa stessa scena, che si è svolta al principio della storia di Harry Potter, si ripete, con le dovute differenze, nel finale. Harry rivede Ron ed Hermione da una certa distanza, ancora insieme, ancora felici, questa volta in veste di fidanzati.

Le due scene sono le strofe di una splendida poesia a cui sono state composte le ultime rime.

  • Hai dello sporco sul naso…

Diciannove anni dopo, Harry e Ginny sono sposi. I due stanno accompagnando i loro figli al binario 9 ¾. Harry si accorge che il suo secondogenito, Albus Severus, è piuttosto intimidito.

Harry gli si affianca con dolcezza, lo guarda e gli sussurra: “Insieme!”. Quanto tempo è passato dalla prima volta in cui Harry percorse quella stazione!

Chissà se Harry ci stava pensando su, in quei momenti. Chissà se la sua mente si era messa a rivangare il passato, a ripensare, più precisamente, a quando quel mattino di tanti anni prima vagava senza una meta chiara, confuso e perplesso, alla ricerca del fatidico binario 9 ¾.

Quel giorno, Harry poteva contare solo su sé stesso. Non aveva nessuno accanto, né un padre né una madre a dirgli cosa fare. Per sua fortuna, incontrò la signora Weasley e un bambino dai folti capelli rossi che sarebbe diventato suo amico. Da adulto, la situazione era notevolmente diversa. Harry era un padre ora, ed era pronto più che mai ad aiutare suo figlio a eseguire quel primo passo, ad attraversare la barriera che li avrebbe portati all’Espresso per Hogwarts. Pronunciando quella esortazione, “Insieme!”, Harry fa capire al figlioletto che non è solo, che c’è lui al suo fianco e che uniti possono avanzare senza paura. Da bambino, Harry dovette fare tutto in solitudine. Da padre, sapeva quanto la sua vicinanza sarebbe stata importante per il proprio ragazzo. Albus Severus prende coraggio e insieme ad Harry supera il muro di mattoni. Ma le paure del piccolo non sono terminate.

Questi si ferma per allacciarsi una scarpa, ma il suo volto non mente: qualcosa lo preoccupa.

Egli teme di deludere il suo papà. Glielo dice espressamente: “Papà, e se mi mettono in Serpeverde?”. Harry lo tranquillizza subito: Albus Severus non ha nulla da temere, non potrà mai deluderlo, dopotutto egli porta il nome di due presidi di Hogwarts e uno di essi era proprio un Serpeverde ed era uno degli uomini più coraggiosi che Harry avesse mai incontrato.

Laggiù, vicino ad uno dei vagoni, vi sono Ron ed Hermione. Sono anch’essi sposi, e stanno accompagnando la loro primogenita Rosie. Hermione, con il suo solito piglio e con la sua proverbiale cura per i dettagli, sta aiutando la figlia a portare con sé tutto ciò che le potrà occorrere. D’un tratto, la bacia sulla fronte e la stringe a sé con tutto l’amore che una madre può dare. Ron se ne sta lì accanto, tiene sotto braccio il piccolo Hugo, e osserva sua moglie e Rosie travolto dall’emozione.

Harry li raggiunge. Il trio si riunisce, poco prima che l’Espresso inizi a sferragliare sui binari. Rosie, seduta vicino ai cugini, raccoglie nella mano una cioccorana che se ne stava “aggrappata” al finestrino.

Che buffa coincidenza: durante il loro primo viaggio per Hogwarts, quando Ron ed Harry si trovavano nel vagone, anch’essi videro una cioccorana venir via da una figurina streghe e maghi famosi e balzare sul finestrino, per poi volare oltre, trascinata da un soffio di vento. 

Harry, Ron ed Hermione, osservando i propri figli cominciare la loro avventura, indugiano sui loro ricordi. Con ogni probabilità, ripensano a quando si incontrarono a bordo di quel treno. Là dove tutto è cominciato, là dove tutto finirà.

A quel tempo Ron ed Harry mangiavano, affamati, dolciumi su dolciumi.

Improvvisamente Hermione si introdusse nello scompartimento e si presentò. E prima di andar via, si voltò notando subito come Ron avesse una macchia di sporco sul naso.

Già in quel momento i due si guardavano con curiosità e attenzione, senza sapere che, anni dopo, sarebbero divenuti marito e moglie e non avrebbero mai più smesso di guardarsi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

FINE

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la pietra filosofale (2001), potete leggerlo cliccando qui.

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la camera dei segreti (2002), potete leggerlo cliccando qui.

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2004), potete leggerlo cliccando qui.

Innocenze spezzate – Harry Potter e il calice di fuoco (2005), potete leggerlo cliccando qui.

Un dolore soffocato – Harry Potter e l’Ordine della Fenice (2007), potete leggerlo cliccando qui.

Il collezionista – Harry Potter e il principe mezzosangue (2009), potete leggerlo cliccando qui.

"Il volto del pugile, una tela di dolore" - Marlon Brando - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il mio nome è Nessuno

Chi sei tu?” – Domandò a gran voce il gigante con un solo occhio. Un silenzio tombale era calato di colpo, e tutto attorno alla colossale creatura tacque.

Ho chiesto come ti chiami?” - Incalzò nuovamente il gigante, con tono cupo.

Io?” – Domandò Ulisse con fare retorico. E poi aggiunse “Io… Mi chiamo Nessuno!”, mal celando quello che sembrava proprio essere l’accenno di un sorriso.

Nessuno…” - Ripeté Polifemo, apparendo soddisfatto.

Bene! Mangerò per ultimo Nessuno!” -  Bofonchiò prima di appisolarsi.

Il disegno di Ulisse poteva dirsi appena cominciato e si sarebbe svolto nel migliore dei modi. La notte era scesa fitta, e nella caverna di Polifemo regnava un buio inquietante. Ulisse non restò con le mani in mano, l’uscita della spelonca era sbarrata da un enorme masso che doveva essere rimosso in qualche modo. Così, escogitò, insieme ai suoi compagni, un modo per trarre in inganno il ciclope. Durante le ore della notte, Ulisse appuntì un lungo e grosso bastone ricavato da un ulivo, che affondò nell'unico occhio del titanico essere. Questi si destò dal dolore, e tra grida e lamenti cominciò a chiedere aiuto. Accorsero nei pressi della caverna altri giganti, domandando cosa stesse accadendo lì dentro. Polifemo urlava di dolore: “Nessuno sta cercando di uccidermi!! Aiutatemi!!”. Gli altri giganti non credettero ai loro orecchi. Quella frase era priva di significato. Così ignorarono il lamento di Polifemo, ritenendolo completamente inebriato dal vino.

Nel frattempo, Ulisse, quel signor Nessuno, si era nascosto fra le pecore che Polifemo pasceva durante il giorno, pronto ad attuare la parte restante del suo piano. Aggrappatosi al vello del ventre delle capre, fu spinto verso l’uscita dallo stesso ciclope che, accecato, si limitava a tastare con le mani il manto soffice delle sue bestie. Una volta fuori, libero, Ulisse non poté più trattenersi e volle prendersi gioco del maestoso mostro: “Non è stato Nessuno ad imbrogliarti… E’ stato Ulisse, re di Itaca”. Di colpo, all’orecchio di Polifemo quel Nessuno assunse le sembianze di un individuo reale, i contorni di un significato, perfino un’identità. Quel Nessuno era divenuto un qualcuno che proprio professandosi, apparentemente, come un “niente” aveva aggirato la forza bruta di un essere titanico.

Mi ha sempre fatto ridere di gusto questa parte dell’Odissea, la parte in cui Ulisse riesce a scappare dall’antro del mostro contando, come era solito fare, sulla propria furbizia e utilizzando per sé stesso un appellativo alquanto singolare: “Nessuno”. Con quella parola, Ulisse nascose il suo vero nome, preferendo mostrarsi, dinanzi al ciclope, come un uomo qualunque, un perfetto sconosciuto, un viandante come un altro. Ulisse, in quei frangenti, decise di privarsi del suo celebre appellativo, ponendosi alla stregua di un senza nome, o per meglio dire di un uomo con un nome evanescente, vacuo, indistinguibile, come suggerisce per l’appunto la definizione di “Nessuno”.

Essere “Nessuno”, in genere, non è cosa di cui vantarsi. Quando si dice “Non sono nessuno” non si fa altro che sminuire sé stessi, ci si svilisce, tanto da paragonarsi al nulla, al fallimento più completo. Ciò nonostante, Ulisse sapeva che dietro la parola “Nessuno” può comunque nascondersi una personalità arguta, coraggiosa e intraprendente. Egli stesso, dopotutto, dimostrò che dietro l’apparente definizione di “Nessuno” vi era un corpo più che vivo ed una mente brillante, che riuscì ad ingannare un tristo essere grande e grosso come una montagna.

Oltre ad Ulisse, ci sono stati altri personaggi che pur definendosi “Nessuno” riuscirono a diventare “qualcuno”. Essi partirono proprio dalla loro condizione di “nullità”, dal loro essere poco più che degli indigenti, squattrinati, soli e sconosciuti ai più, per raggiungere un traguardo fatto di sacrifici, di dolore, di sangue e sconfitte.

  • Un usignolo con l’ala spezzata

Terry Malloy, il personaggio cardine del capolavoro “Fronte del porto” interpretato da Marlon Brando, era un “nessuno”. Un “niente” come ebbe modo di definirsi in un’occasione. La sua storia comincia al calar della sera, in una zona di periferia abietta e sudicia.

Un nome scuote il buio: “Joey!” urla un personaggio appena apparso dinanzi allo schermo. Terry si materializza di colpo. E’ lui che grida quel nome, è lui che invoca il nome di “Joey”. Terry è un uomo di media statura, eppure sembra imponente. Ha gli occhi penetranti e gonfi, il volto dai tratti angelici eppur marcato da qualche colpo incassato di troppo. Terry si rivolge a qualcuno, ad una finestra che sta aprendo i suoi battenti. “Joey!” esclama Terry.

Terry! Cosa vuoi?”.

Ho qui uno dei tuoi colombi. Te lo porto su in terrazzo”. 

Joey acconsente, incurante di ciò che lo aspetta. Quando questi raggiunge il tetto dell’edificio, invece di Terry, si imbatte negli scagnozzi di Friendly, un boss della malavita locale che estende il proprio dominio su tutto il porto della cittadina. Gli uomini di Friendly assalgono Joey in un raptus vendicativo e lo gettano giù in strada, uccidendolo.

Terry, che assistite alla scena standosene in strada, ne resta inorridito. Credeva che i malavitosi volessero solamente parlare con Joey, intimidirlo, spaventarlo così da farlo desistere dai suoi propositi: testimoniare dinanzi ad un giudice per quanto concerne le attività criminali di Friendly. Terry non pensava che sarebbero arrivati a tanto, che lo avrebbero ucciso. Ne è sconvolto. “Non credo che avrebbe cantato…” dice Terry, sconsolato. “Sì, invece.” gli risponde uno dei delinquenti della zona - “Come un usignolo che non vola” - conclude, sorridendo vigliaccamente.

Terry non sa che fare. Così fugge via, percorrendo le strade buie e polverose della periferia, intrise di paura e di omertà.

Terry è uno scaricatore di porto. Un uomo che, nonostante la giovane età, ne ha viste di cose. Cose brutte, troppo brutte per essere raccontate. Un tempo, Terry faceva il pugile e lo faceva bene. Eccome!  Sembrava una promessa del pugilato. Una sconfitta inaspettata, però, stroncò la sua carriera sul nascere. Da allora, Terry vive come un signor nessuno, vagabondando tra i quartieri della periferia, svolgendo qualche lavoretto per il boss di zona e tirando a campare scaricando la merce che arriva con le navi in porto. Terry è di indole buona, non ha un impiego fisso, ha studiato poco, è di cultura medio bassa, non ha denaro con sé, ciò nonostante possiede una profonda umanità, un grande rispetto del prossimo, una coscienza, che inizia a tormentarlo subito dopo il tragico accadimento dell’amico Joey.

All’alba del giorno seguente, Terry si reca sul tetto del palazzo e comincia a prendersi cura dei colombi di Joey che abitano sulla cima dell’edificio, chiusi all’interno di voliere sia pure spaziose. Quegli uccelli, che con le loro ali potrebbero volare e raggiungere le vette più alte, ma che restano segregati in quel singolo luogo, chiusi in gabbia, sono una rappresentazione della condizione in cui vive il protagonista. Anch’egli potrebbe infatti spiccare il volo, volare via da quella periferia malsana, ma non riesce a farlo. Egli è in trappola, prigioniero di una realtà criminale che gli tarpa le ali e lo costringe a restare con i piedi ben piantati al suolo.

  • Un guanto ed un’altalena

Nei giorni a seguire Terry incontra Edie, la sorella di Joey, da poco rientrata in città. Edie studia in collegio per diventare insegnante. E’ sempre stato il suo sogno quello di educare i più piccoli. Terry la ammira per questo, per il suo essere una studiosa. Glielo dice esplicitamente: “Tu sei una persona colta, a me piacciono le persone colte”.

I due camminano l’uno accanto all’altra all’interno di un parco avvolto da un sottile velo di nebbia. Lei tiene sempre lo sguardo verso il sentiero, lui, invece, ha gli occhi puntati sulla fanciulla. Edie è la stessa che Terry ha sempre rammentato, eppure è al contempo diversa. Ella possiede ancora lo sguardo dolce e innocente di quando era bambina e andava a scuola con Terry, che la guardava a volte perdendosi in lei: Edie era infatti il primo amore della vita di Terry, un amore sbocciato ai tempi delle elementari e mai più scomparso.

Mentre passeggiano vicini Edie fa cadere inavvertitamente un guanto, che Terry raccoglie, senza restituirglielo. Edie ne è inizialmente turbata, non sa come replicare. Terry accarezza sensualmente il guanto, lo pulisce dal terriccio e, di colpo, se lo infila in una mano, suscitando spaesamento nell'animo della ragazza. “Cosa vuol fare con il mio guanto?”, sembra chiedersi Edie, silenziosamente tra sé. “Me lo restituirà mai?”.

Il gesto di Terry, quel ghermire il guanto di Edie da terra con la stessa prontezza di un falco, quel suo sfiorarlo e indossarlo, è un atto che si insinua tra il devoto e lo spavaldo, che evidenzia il suo desiderio di avvicinarsi a Edie, di accarezzarla nell’esatto modo in cui egli tocca e domina quell'indumento.

Terry siede su un’altalena, si dondola lentamente come un fanciullo spensierato, mentre lei rimane all'in piedi, rigida, a pochi passi da quella giostra. Poi, Terry si mette in bocca una gomma. Inizia così a masticarla rumorosamente, con le labbra schiuse platealmente, tutto ciò per accentuare la sua aria da smargiasso, o per meglio dire da bulletto di periferia. Edie, però, vuol far intendere di non essere facile da sottomettere: pertanto prende coraggio e gli sfila rapida il guanto dalla mano, palesando la sua forza femminile, e quindi si allontana. Terry la ferma col suono della sua voce, la richiama. Edie si volta indietro e i due si scrutano distanti, rievocando a parole i tempi della scuola. Terry si rimette sugli attenti e fa per riavvicinarsi a lei, che lo accoglie: tra i due comincia a stabilirsi un’affinità intima e profonda. L’altalena su cui l’uomo, poco prima, giaceva e oscillava, avanti e indietro, debolmente, richiamava quell’elemento fanciullesco, il cenno di una giovinezza andata e mai obliata che riecheggia ancora, adesso che Edie si trova dinanzi a Terry.

Terry non ha mai smesso di pensare a Edie. La ricordava fin da quando era bambino e la vedeva andare in classe: teneva i capelli stretti in una fitta treccia che le scendeva lungo la schiena; una treccia così spessa che per Terry rassomigliava ad una grossa corda. Edie aveva l’apparecchio ai denti, gli occhiali tondi sul visino: era un piccolo “disastro”, sostiene ironicamente Terry. In realtà, quel “disastro” aveva rubato il cuore di Terry, fin da allora, quando non era che un ragazzino e ancora non sapeva neppure cosa fosse l’amore. Adesso Edie era lì davanti a lui, era diventata una donna. Negli attimi immediatamente successivi, Edie seguita a mantenere lo sguardo basso, elude gli occhi del suo interlocutore, eppure comincia ad aprirsi con lui, a sentirsi più vicina, specialmente nel momento in cui Terry le domanda se si ricorda chi egli sia.

Ti ho riconosciuto non appena ti ho visto.” – Sussurra Edie con un po’ di timidezza.

E’ per via del naso, vero?” – Risponde ironicamente Terry, indicandosi proprio quella parte della faccia e sorridendo maliziosamente. Il naso di Terry, in effetti, è leggermente vistoso ma in fondo quale pugile non dà importanza al proprio naso? Dopotutto, è la zona del viso più soggetta a ricevere colpi, e ad uscire malconcia sotto il peso di quei pugni che la vita riserva di continuo.

Col passare dei giorni, Terry si avvicina sempre più ad Edie e tra i due sboccia una storia d’amore. Attorno a loro, però, la criminalità seguita a dilagare. Terry, dilaniato dai sensi di colpa, confessa a Edie di essere indirettamente responsabile della morte del suo adorato fratello. La ragazza, inizialmente, ne resta turbata ma poi, col trascorrere dei giorni, comprendere l’innocenza del fidanzato, il suo candore. Anch’egli è una vittima, un recluso di una periferia malsana, che non offre alcuno sbocco, alcuna via d’uscita, alcuna possibilità di salvezza. Spronato dall’amore di Edie, Terry comprende di doversi liberare, di dover spezzare la gabbia che lo fa prigioniero. Come i colombi che egli cura giornalmente, dando loro acqua e cibo, così lo stesso Terry deve avere il coraggio di trovare uno spiraglio e spiccare il volo, riprendere ad utilizzare quelle ali che, per troppo tempo, ha tenuto chiuse e inferme. Adesso, sempre più persuaso dalla sua coscienza, Terry decide di testimoniare dinanzi al giudice circa le attività criminali del boss Friendly. Il capo malavitoso, venuto a conoscenza delle intenzioni di Terry, decide di ucciderlo e affida questo compito allo stesso fratello di Terry, Charley.

  • E’ questione di classe…

I due fratelli hanno così modo di confrontarsi durante una notte buia e agitata. Terry esprime tutta l’amarezza della sua esistenza, marchiata irrimediabilmente da un episodio, un errore che lo ha segnato per sempre. Tempo prima, proprio sotto richiesta di Charley che doveva far vincere a Friendly una grossa somma di denaro alle scommesse, Terry perse malamente un incontro molto importante che avrebbe potuto di certo vincere. Da allora, la sua carriera di pugile ha subito una irrimediabile battuta d’arresto, portandolo di fatto al fallimento.

Ma non è questo. È questione di classe! Potevo diventare un campione. Potevo diventare qualcuno, invece di niente, come sono adesso.” Dice amaramente Terry.

E’ proprio in questo frangente, in questa occasione, in questo simbolico e straordinario dialogo che Terry si definisce, per la prima volta, un “niente”, un “nessuno”. La periferia lo aveva reso proprio un “nessuno”, lo aveva costretto a smarrire l’opportunità che la vita gli aveva presentato dinanzi. Terry sarebbe potuto diventare qualcuno, un nome roboante impresso nello sport, ma fu costretto a fallire, a rinunciare, a perdere ciò che si era guadagnato per il volere di un criminale, di un forte che schiaccia i deboli, arricchendosi sulle loro spalle piegate e genuflesse al lavoro e agli stenti. Ora, però, Terry vuole giustizia, vuole dimostrare come anche un “niente” possa abbattere un “qualcuno”.

Charley non vuole lasciarglielo fare. Friendly gli ha ordinato di assassinarlo, di eliminare il suo stesso fratello. Ma Charley non ha il cuore di uccidere Terry, eppure gli punta contro la pistola per intimidirlo. A quel punto, Terry reagisce dolcemente: “Oh Charley…” sussurra debolmente e con la mano sposta delicatamente la pistola fino a farla cadere via. Con quel suo fare delicato, Terry manifesta tutta la tristezza e lo strazio derivanti dalla consapevolezza di un'esistenza smarrita. In quel suo “Oh Charley...” Terry esprime l’assurdità e la vergogna di una vita dannata, quella del fratello, costretto, per vivere, a minacciare il sangue del proprio sangue. Terry non ha paura, poiché sa che Charley non gli farà mai realmente del male e che quel suo gesto non è stato altro che una mossa disperata. Purtroppo però Charley pagherà con la vita la sua pietà: il boss lo ucciderà l’indomani.

Terry avrà modo di testimoniare in tribunale, ma quando rientrerà al porto tutti i suoi colleghi ed amici, che vivono da anni nel terrore di Friendly, smetteranno di rivolgergli parola. Terry si presenta comunque durante il reclutamento al molo per scaricare la merce di una nave, ma quando resta l'unico escluso, affronta apertamente Friendly. Ne segue una feroce rissa, che vede Terry soccombere solo dopo l'arrivo degli scagnozzi di Friendly. Gli altri scaricatori, che assistono allo scontro, escono finalmente dal loro stato di sottomissione, sostenendo Terry e rifiutandosi di lavorare, a meno che lo stesso Terry non venga reintegrato, e finiscono con lo spingere in acqua Friendly. In quella lotta finale, in quel combattimento in cui Terry affronta e sottomette Friendly, prima d’essere aggredito e fatto a pezzi dagli scagnozzi del boss, vi è tutta la rinascita, la rivalsa di un pugile, di un lottatore che ha sempre combattuto per sopravvivere alle avversità della vita. Il ring di Terry sorgeva nei pressi di un porto, ed era delimitato da banchine. Prima che la campana suoni, Terry si rimette in piedi e, nonostante sia vistosamente ferito e abbia il volto una maschera di sangue, cammina fieramente davanti ai suoi colleghi scaricatori. Avanza lentamente, ma il suo incedere è inarrestabile; arriva fino a varcare la soglia dove inizia il turno di lavoro. Tutti lo seguono, spronati dal coraggio e dall’ardore di Terry, un uomo semplice, un “nessuno” che ha trovato la forza di opporsi ad un criminale, restituendo la libertà e la dignità ad un intero popolo.  

  • Un altro pugile

Il giovane Rocky Balboa era un signor nessuno, e aveva molto in comune con Terry Malloy. Entrambi erano venuti al mondo in una zona marginale della città, nella povertà assoluta. Entrambi non avevano avuto modo di istruirsi, di frequentare assiduamente la scuola, di formarsi. Ciò nonostante, ambedue avevano un cuore grande e dei saldi principi. Rocky, come Terry, faceva il pugile e aveva un gran potenziale. Era costretto, però, a combattere match di poco conto, contro avversari di basso livello, in luoghi sozzi e su ring malfamati.

Per tirare a campare, Rocky fa l’esattore per conto di Tony Gasco, un gangster della zona. Anche Rocky, come Terry quindi, ha a che fare, suo malgrado, con la malavita. Rocky abita in un monolocale cupo e poco accogliente, e l’unica compagnia di cui dispone è quella incarnata dalle sue tartarughine.

Come Terry che trova conforto e un accenno di amicizia nei colombi che vivono sul terrazzo, anche Rocky trova compagnia nelle sue due tartarughe che chiama ironicamente Tarta e Ruga. I colombi di Terry vivono rinchiusi in gabbie, le tartarughe di Rocky riposano e nuotano in una piccola vasca d’acqua. I colombi di Terry potrebbero volare via, percorrere grosse distanze con le loro ali, librarsi in cielo e poi planare liberamente. Le tartarughe di Rocky invece potrebbero spaziare in un ambito più grande, ma Rocky non può permettersi altro che una esigua vaschetta. E’ come se entrambi questi spazi in cui albergano gli animali tanto cari ai protagonisti rappresentino gli stessi luoghi in cui vivono Terry e Rocky, le periferie della città, che li schiacciano, li tengono assoggettati, non permettendo loro di andare via e di fare qualcos’altro della loro vita.

  • Una pista di pattinaggio: se cadevi ti acchiappavo!

Rocky conduce la sua esistenza alla giornata, non ha un progetto per il futuro né un lavoro stabile. Egli è innamorato di Adriana, una donna che lavora presso un negozio di animali. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio, con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Ogni qual volta la incontra, Rocky tenta in ogni modo di intavolare un discorso, ma Adriana, segnata da una profonda timidezza, non fa che fingere di fare altro, immersa com’è nei suoi pensieri, nella sua attività, e replica ogni tanto con qualche flebile parola e solo un accenno di sorriso.

Rocky non ha occhi che per lei, sebbene Adriana non faccia altro che nascondere il proprio aspetto, celare la sua bellezza dietro abiti grigi e spenti, e tenendo il proprio volto abbassato, come se non volesse che Rocky riuscisse a scrutarla. Adriana, per certi versi, si comporta esattamente come Edie, la prima volta in cui parla con Terry. Anche Adriana, come Edie, è schiva, evita lo sguardo del suo spasimante, come se ne fosse intimidita o, ingiustificatamente, spaventata. Rocky, esattamente come Terry, ama una sola donna e non ha mai distolto l’attenzione da lei. Se Terry non aveva mai smesso di pensare ad Edie fin da bambino, Rocky non fa altro che pensare ad Adriana giorno dopo giorno.

Agli occhi di Rocky Adriana è infatti la donna più bella e più importante del mondo, sebbene lei stessa faccia di tutto per non farsi mai notare da lui. Ma Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky, non appena avrà modo di frequentare Adriana e di uscirci insieme, l’aiuterà a superare la sua timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento. Come Edie, che spronò Terry a ribellarsi alle angherie di Friendly, così Adriana sprona Rocky a resistere, a superare ogni avversità, a vivere semplicemente e appieno la sua vita.

Durante il loro primo appuntamento, Rocky porta Adriana a pattinare su una pista di ghiaccio, per l’occasione, messa a loro intera disposizione. I due hanno così modo di parlare liberamente e di conoscersi meglio. Rocky non sa pattinare ma si adopera per stare al passo con Adriana; mentre lei scivola lentamente sul ghiaccio, Rocky le resta accanto, correndo goffamente con i suoi scarponi e sorreggendola tutte le volte che Adriana rischia di capitombolare. In questi momenti, i due parlano di sé stessi, si confidano, rivelano parte del loro carattere. Rocky ricorda ciò che era solito dirgli suo padre: “Tu non sei nato con molto cervello, allora fai un mestiere in cui devi usare il corpo”. Adriana replica dolcemente: “Mia madre diceva sempre il contrario: tu non hai un gran corpo, fai un lavoro in cui devi usare il cervello”. E’ qui che Rocky ha modo di raccontare ad Adriana il perché ha scelto d’essere un pugile. Perché non ha mai saputo fare altro. Era bravo a fare a botte, a difendersi, quindi ha sempre pensato di poter diventare un discreto boxeur. Qualche frangente dopo, Rocky indugia su un particolare del proprio volto: il naso.

Guarda questa faccia… 64 incontri, guarda il naso. Lo vedi il naso? Questo naso non si è mai rotto. 64 incontri, me lo hanno pestato, me lo hanno preso a morsi, stritolato, martellato, sì insomma… Quelli miravano sempre al naso. Mai rotto! Mai rotto! Guarda che nasino, non si è mai rotto”. Anche Terry, durante il suo “primo appuntamento” con Edie, parlò del suo naso. Chiese alla donna se ricordava quel suo naso tozzo ed Edie rise tutta raggiante. Entrambi i personaggi cercano di corteggiare la propria amata ironizzando su una parte del proprio viso, il naso, quella parte del volto continuamente esposta ai colpi che la vita ha sempre in serbo.

  • Non sono soltanto un bullo di periferia

La vita di Rocky cambia improvvisamente quando il campione del mondo Apollo Creed lo sceglie casualmente come sfidante per il titolo dei pesi massimi. E’ per Rocky un’opportunità senza precedenti, un gioco del destino che può mutare per sempre la sua esistenza e strapparlo finalmente alla povertà del ghetto. Rocky si allena duramente ma non lo fa per vincere.

La sera prima dell’incontro, in un momento di paura e di sconforto, Rocky lo rivela. Si lascia andare all’abbraccio di Adriana e, disteso accanto a lei nel letto, confida alla sua innamorata che tutto ciò che Rocky vuol fare è dimostrare di non essere un “nessuno”. Rocky non vuole vincere, sente di non avere alcuna possibilità contro un pugile del calibro di Apollo. Rocky desidera semplice resistere. Nessuno è mai riuscito a resistere contro Apollo. Se Rocky ci riuscisse, se riuscisse a restare in piedi prima che suoni l’ultimo gong, dimostrerebbe a sé stesso di non essere soltanto un bullo di periferia.

Rocky salirà sul ring e in un incontro drammatico riuscirà a restare in piedi fino alla fine, a non capitolare sotto i pugni incessanti di Apollo.

Durante il progredire del match, la lotta tra Rocky e il campione del mondo si farà sempre più drammatica. Apollo tempesterà di pugni Rocky, che seguiterà a caricare a testa bassa, con il viso tumefatto, senza mai arretrare, senza mai cedere, senza mai arrendersi. Poco prima dell’ultima ripresa, Apollo assesta un colpo devastante a Rocky, che crolla al tappeto, col fiato corto e il corpo quasi stroncato. Rocky rantolerà nel buio, muovendosi disperatamente, alla ricerca delle corde più vicine.

Ha gli occhi gonfi, quasi del tutto chiusi, non vede nulla. Avanza, strisciando, a tentoni, mentre Apollo, rimasto in piedi, stremato anch’egli, alza le braccia al cielo, in segno di vittoria: un trionfo soffertissimo, che lo attende a pochi passi. Ma Rocky ha raggiunto le corde, mentre il suo allenatore, Mickey, all’angolo, gli urla di starsene a terra, di non alzarsi, non riuscendo più a tollerare la vista del suo prediletto così martoriato e sofferente. Rocky non ne vuol sapere, afferra con i guantoni le corde, si appoggia ad esse, si solleva, si rialza. Apollo non crede a ciò che sta accadendo sotto il suo sguardo sfocato dalla stanchezza. Rocky è devastato, eppure gli urla di tornare a combattere, di raggiungerlo, di continuare a colpirlo, tanto lui non andrà mai giù. Adriana assiste alla scena tra il pubblico, è arrivata da poco. Fino ad allora non aveva avuto la forza di guardare, era rimasta chiusa in camerino. Non poteva sopportare di vedere Rocky colpito ripetutamente e ridotto in quel modo. Adesso, Adriana è lì, vede Rocky innalzarsi nonostante le gambe lo sorreggano a fatica. Adriana si commuove, toccata nel profondo dalla tempra, dall’audacia dell’uomo che ama, che vuole dare un significato alla sua intera esistenza restando in posizione eretta, non cedendo, per nessuna ragione.

Gli occhi pieni di lacrime di Adriana rassomigliano agli occhi tristi eppure fieri di Edie, quando anch’ella mirò il proprio compagno, Terry, venire colpito, urlare dal dolore, ciò nonostante non darsi mai domo né sconfitto.

"Il volto del pugile, il trionfo della sconfitta" - Sylvester Stallone - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per Terry era la ribellione, per Rocky la resistenza: entrambi i lottatori provenienti da un ambiente povero, dovevano lottare contro un nemico, un avversario più grande di loro. Due “nessuno”, che potevano contare solamente sulla forza delle loro braccia e sul coraggio del loro cuore. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Veronica Lake, la strega Irene" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Angel era perplesso. Decisamente perplesso. Il suo volto pareva più pallido del solito, il che per un vampiro è tutto dire.

Non poteva credere alle sue orecchie. Cordelia l'aveva ingannato bene bene. Perfino Wesley, il fido aiutante del succhiasangue, era quantomeno titubante. 

"Mi stai dicendo che si tratta di una disputa da divorzio?" - chiese Angel, stupefatto. 

"Più o meno… Già!" – balbettò, imbarazzata, Cordelia. 

"Noi non ci occupiamo di queste cose!" - tuonò Angel, con tono categorico. 

E aveva ragione da vendere. La Angel investigazioni, la ditta investigativa fondata dal vampiro e dalla stessa Cordelia, si occupava di aiutare gli indifesi, di prestare soccorso ai deboli, di proteggere coloro che venivano minacciati dalle forze del male. Il lavoro che Cordelia aveva portato alla loro attenzione non aveva nulla e che fare con i loro compiti. Ma Cordelia non riuscì a resistere, quel cliente era disposto a pagarli profumatamente per perorare la sua causa. E poi, come ebbe a dire la stessa Cordelia, quel caso poteva avere un non so che di soprannaturale. Stando a quanto affermava il marito che intentava la causa di divorzio, infatti, sua moglie era una vera strega!

Angel guardò Cordelia con un'espressione che era un misto tra l'arrabbiatura e la compiaciuta ironia. "Dubito fortemente che si tratti di una VERA strega!" - concluse Wesley. 

Angel, Cordelia e Wesley nel diciottesimo episodio della prima stagione di "Angel": "La forza dell'odio".

Eppure, il vampiro e i suoi collaboratori potevano concedersi il beneficio del dubbio. Del resto, tutti e tre dovevano sapere che, qualche volta, capitò davvero ad un essere umano di sposare una strega. Intendo un’autentica strega, dotata di poteri magici, non una donna tanto rabbiosa e perfida da essere paragonata ad una arpia.

Come stavo dicendo, capitò ad alcuni uomini di prendere per moglie una strega a tutti gli effetti. Una strega buona, per loro fortuna.

Ad esempio successe, intorno agli anni Sessanta, ad un certo Darrin. Come dite? Chi era questo Darrin?

Un uomo come tanti altri, un onesto lavoratore, un americano modello. Si innamorò di una certa Samantha, una donna bella, intrigante, e piena di segreti. Già, proprio così: Samantha era una strega coi controfiocchi. Le bastava muovere rapidamente le labbra e il naso, come in una sorta di smorfia, per fare accadere qualcosa di insolito.

Ogni qual volta avesse voluto, Samantha avrebbe potuto spolverare casa da cima a fondo senza sforzarsi minimamente, in un battito di ciglia, mettiamola così... O per meglio dire in un battito di labbra e con un colpetto di naso. Avrebbe potuto cucinare in pochi secondi i piatti più succulenti, con un buffetto della sua espressività: il sogno di ogni casalinga.

Ma Samantha voleva ricorre alla magia solamente quando era proprio necessario, un po' perché le piaceva vivere come una donna qualunque, un po' per non fare preoccupare troppo il povero Darrin, che non si abituerà mai alle stravaganze della moglie e a tutte le stramberie dei parenti di lei e di tutto il loro mondo magico. Ma Samantha non lo faceva solamente per quello, per dare sollievo a Darrin: lo faceva prima di tutto per lei. Voleva dimostrare a sé stessa d'essere una donna forte, intraprendente, instancabile, che riusciva ad essere una buona moglie, una fantastica mamma, una gran lavoratrice senza l'ausilio di alcuna trovata magica. Samantha incarnava il desiderio di affermazione, di forza d’animo, di coraggio di tutte le donne degli anni Sessanta: donne capaci di farsi strada con il proprio impegno, la propria abilità, il proprio talento.

Ancor prima di Darrin e Samantha, ci fu un'altra coppia che si formò nonostante le differenze: lui era un uomo mortale, lei, beh, una strega con addosso trecento anni di età, o giù di lì. Portati alla grande, si intende.

La strega in questione si chiamava Irene e aveva il volto di Veronica Lake nell’opera cinematografica “Ho sposato una strega” del 1942. Questa pellicola in bianco e nero è un fantasy garbato e delizioso, spiritoso e gradevole, pregno di una comicità fanciullesca e delicatissima. La “cattiveria” della streghetta Irene, dedita a compiere scherzi e diavolerie semi-innocenti nei confronti della sua vittima prediletta, l’uomo di cui finirà per innamorarsi, catturano l’essenza gioiosa e lo stile fiabesco della storia immortalata dal cineasta René Clair.

Irene – la strega protagonista del racconto visivo – è una fattucchiera molto particolare. Già! Ma come potrei descrivere Irene? Da cosa potrei partire? Ma certo, anzitutto dovrei dire che è bellissima. Lo giuro, quando fu eternata su quel nastro di pellicola, lo era per davvero. Era più bella di quanto le parole possano riuscire a renderle giustizia.

Veronica Lake vi aspetta anche qui.

Aveva un volto da ragazzina, innocente seppur scaltra, due occhi grandi e profondi - che ricordavano le acque limpide di un laghetto delimitato da rosee sponde – che spuntavano al di sotto di due sopracciglia sottilissime, curve come un arco teso. Ma il particolare che più balzava all’attenzione del suo aspetto erano i suoi capelli: una folta chioma dorata le cingeva completamente il volto, scendendo giù lungo le spalle. I riccioli che aveva e che si intersecavano fra loro somigliavano a vortici cascanti, onde increspate di giallo che si sollevano prima di distendersi sulla battigia. Parte dei capelli le precipitava sulla fronte e le copriva metà del viso. Uno dei suoi occhi restava così celato allo sguardo dell’interlocutore e ciò le conferiva un’aria misteriosa, sinistra, ed elusiva. Il suo ovale, occultato a metà da un drappo color dell’oro, avrebbe potuto irretire anche il più accorto tra i viandanti, persino il più resistente ai sortilegi di questa strega tanto amabile e gentile… All’apparenza.

Irene, dunque, aveva un occhio celato da una parte dei suoi capelli d'oro. Sapete che anche un'altra strega, in un racconto visivo molto diverso, aveva un occhio coperto?

Questa strega, però, non manteneva il suo occhio adombrato da un ciuffo di capelli bensì lo teneva nascosto da una benda e per un motivo molto serio: chiunque avesse guardato dritto in quell'occhio avrebbe visto il futuro, precisamente il momento della propria morte. Nel film "Big Fish – Le storie di una vita incredibile", la “strega” in questione viveva in una casa diroccata, ricoperta di rami e fogliame, ed era molto avanti negli anni, tanto vecchia e rugosa da fare spavento, e occultava il suo occhio maligno perché nel suo bulbo oculare vi era l'immagine della fine. 

La storia di una vita incredibile, tra streghe, lupi mannari e giganti, vi attende qui.

Irene era una strega molto diversa dalla presunta fattucchiera di “Big Fish”: era giovane, nonostante l'età, eternamente giovane. Era graziosa e minuta come una fata. E soprattutto, se qualcuno avesse guardato nei suoi occhi non avrebbe visto la spaventosa sequenza della propria fine, ma avrebbe visto due cerchi azzurri, profondi come due pozzi colmi d’acqua cristallina e scintillanti come due stelle che brillano di una luce che non si estingue mai. Irene era brava a preparare pozioni col suo calderone, a rimestare le brodaglie con il suo grosso mestolo, ed era ancor di più abilissima a svolazzare in sella alla sua scopa. Ma qual era la storia di Irene? Sì, insomma, quale fu il suo vissuto?

Beh, tutto cominciò nel XVII secolo. Erano anni difficili quelli. Anni di caccia alle streghe. Specialmente nella cittadina di Salem. Le fanciulle che vivevano vicino ai boschi, all’interno di spelonche cupe e fatiscenti, da cui echeggiavano miagolii di gatti neri, potevano essere facilmente scambiate per truci megere. Irene non viveva in un antro angusto e tenebroso, non aveva con sé un gatto dal manto scuro, al contrario viveva col suo papà: uno stregone tozzo e dispettoso, dedito a combinare guai per tutta Salem. Padre e figlia, strega e stregone, verranno scoperti dagli abitanti del villaggio e condannati, come la tradizione del periodo soleva impartire, al rogo. I due verranno arsi vivi, non prima di aver lanciato una perigliosissima maledizione: sarebbero tornati, un domani, e si sarebbero vendicati sugli eredi di coloro che avevano sancito la loro fine terrena.

Passarono i secoli. Le anime di Irene e del papà rimasero prigioniere alle radici di un grosso albero. Nella prima metà del Novecento, un giorno come un altro, durante un temporale, un fulmine colpisce la vecchia quercia liberando l’anima della strega e del suo genitore. I due mediteranno subito vendetta. Irene, in particolare, è decisa più che mai a vendicarsi contro i suoi carcerieri, o per meglio dire contro un discendente dei suoi aguzzini: Wallace Wolley, un nobiluomo.

La strega vuole assoggettarlo, più precisamente vuole: “Renderlo il suo schiavo e farlo tanto soffrire”. Ma per fare ciò avrà bisogno di un corpo.

Lo dirà lei stessa allo spirito del papà: “Sarebbe bello avere delle labbra... labbra per sussurrare bugie... labbra per baciare l'uomo e farlo soffrire. Padre, perché non posso avere labbra, occhi e capelli?”.

Le streghe… Valle a capire… Per loro gli occhi, le labbra, il naso e i capelli sono così fondamentali: a Samantha Stephens le labbra e il naso servivano per attuare i suoi incantesimi, alla strega di “Big Fish” il suo occhio era necessario per spaventare il prossimo e mostrarne la dipartita, per Irene i capelli erano opportuni per aumentare il proprio fascino, l’ingrediente segreto del suo filtro d’amore.

Irene desidera infatti fare innamorare Wallace di lei. Lo spirito della streghetta, pertanto, si reincarna in una bella fanciulla, dalla folta chioma dorata. Irene è furibonda: non può dimenticare il torto subito. La vendetta, tuttavia, troverà un ostacolo insormontabile anche per la più determinata delle streghe. Non ci sarà intruglio, contro-incantesimo, scudo magico che terrà: Irene finirà per innamorarsi perdutamente di Wallace e verrà ricambiata a sua volta.

Dapprima, Irene si introduce nella vita di Wallace come un vortice tumultuoso, una tempesta che scuote il placido protagonista e la quiete della sua dimora. Wallace tenta in ogni modo di calmare l’indole pestifera di Irene, senza mai riuscirci. In Wallace traspare la dignità di un uomo d’alto rango, di un borghese raffinato, che si trova costretto a fare i conti con una donna umile e tutta pepe, che semina il disordine (e porta con sé il divertimento) nella sua smisurata villetta, forse, fino ad allora, rimasta un’abitazione troppo seria e noiosa. Wallace se ne accorgerà pian pianino: Irene, con le sue arti magiche, sta portando nella sua vita una ventata di aria fresca, nuova, imprevedibile, una sferzata di energia. Scrutandola a più non posso, Wallace si rende conto di quanto Irene sia speciale.

Al contempo, la strega, che desidera soggiogare completamente la sua povera “vittima”, prepara una pozione d’amore che, per errore, berrà lei stessa. Così, tutto l’odio e l’ira che serbava nei confronti della casata a cui Wallace appartiene vengono meno e in lei sboccia un affetto sincero e inarrestabile.

L’amore, lentamente, cambia completamente il carattere della strega, che da essere pestifero e indisponente sceglierà di divenire una donna buona, gentile e tanto, tanto devota.

L’amore che nasce tra Irene e Wallace è quello inaspettato e decisamente non convenzionale, un tipo di amore che vede coinvolte due anime separate dal tempo e incontratesi inaspettatamente. Due anime che si sceglieranno fra tante, nonostante gli attriti iniziali. Non vi è distanza, differenza, che possa dividerle: strega e uomo si ameranno senza esitazione.

Neppure Wallace, inizialmente, sa spiegarsi cosa gli accade quando passa tutta la notte a guardare Irene, fino alle prime luci dell’alba. Imbambolato… O per meglio dire “incantato” da quella strega, Wallace l’ammirerà inebriato, arrivando perfino a citare Dante e Beatrice.

Oh sì, ci sono state migliaia e migliaia di persone come noi, che vivevano lontano, mai sospettando di essere destinate l’una all’altra. E quando si incontrarono, i loro cuori si compresero senza esitazione. Prendiamo, per dirne una, il fatto di Dante e Beatrice: lui la vide una volta sola, ma in quell’attimo il mondo si inondò per lui di una luce abbagliante.”

Che anche Beatrice fosse una fattucchiera sotto mentite spoglie? Dopotutto, Dante, osservandola, cedette al “maleficio”, si innamorò di lei e proprio a lei dedicò le sue rime più belle. Per Wallace, guardare Irene significò mirare il bagliore di una luce tanto intensa da irradiarlo fino al cuore. E Irene, suo malgrado, cedette a sua volta a quello strano sentimento che mai aveva provato prima; lei, una strega tanto diabolica e vendicativa, si era fatta soggiogare da un sortilegio troppo potente per essere sconfitto.

L'amore dopotutto è più forte di qualunque incantesimo. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il vagabondo ed il suo monello" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

I saggi, di solito, sono proprio bravi con le parole. Ci avete mai fatto caso? Hanno sempre un proverbio simpatico dalla loro, un adagio didascalico, un aforisma dotto e avvincente pronto per essere snocciolato quando si presenta l’occasione. Altrimenti, che saggi sarebbero?

Peccato che nessuno dia mai realmente ascolto al loro parlato. Sì, certo, i più odono quanto gli viene detto, magari lo comprendono anche; è solo che dopo un po’ lo dimenticano e tendono a non applicare mai quei concetti nella vita di tutti i giorni. Prendiamo, ad esempio, ciò che disse un vecchio sapiente in una particolare circostanza; questi ebbe a dire qualcosa del genere: “È pericoloso uscire dalla porta di casa. Ci si mette in strada, e se non si dirigono bene i piedi, non si sa dove si può finire spazzati via dal soffio del vento”. Una frase interessantissima.

In effetti, il mondo che ci si schiude lì fuori, oltre le finestre delle nostre case, è un luogo vasto, pieno di sorprese, di meraviglie e perché no, anche di pericoli. Bisogna stare attenti quando ci si mette in strada, se non si conosce dove si sta andando. Chissà in cosa potremmo mai imbatterci. È molto più prudente starsene tra le mura domestiche, al calduccio, fidatevi di me.

Charlot sarebbe stato d’accordo con quest’ultima frase. In fondo, cosa c’è di meglio che passare la giornata all’interno della propria dimora? Dormire fino a tardi, in un confortevole letto, avvolti nelle lenzuola; trascorrere i pomeriggi sprofondati in poltrona, mentre la cuccuma soffia e fischietta su per la cucina. Nulla di più pacato e rilassante. Charlot lo sapeva bene e se avesse potuto scegliere state pur certi che non avrebbe lasciato il proprio alloggio alla buonora, così volentieri com’era solito fare giorno dopo giorno. Beh, a voler essere del tutto franchi, Charlot non aveva una vera casa tutta per sé. Non aveva una cucina spaziosa, un salotto accogliente, e nemmeno una cuccuma. Quindi, per forza di cose, era costretto a vagabondare di qua e di là, alla costante ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Pertanto non poteva minimamente dare ascolto alle parole di quel vecchio erudito già citato, anzi tutt’altro: Charlot era obbligato a mettersi in strada, a errare lungo sentieri sempre nuovi e per questo mai esplorati. Egli metteva sempre in conto la possibilità di imbattersi in qualcosa di minaccioso o, chi lo sa, in qualcosa che avrebbe potuto cambiargli la vita. In senso buono, si intende. E potete scommetterci che qualcosa di grosso stava per accadere.

Tutto ebbe inizio in un giorno come un altro. Il vagabondo percorreva una stradina di periferia, mantenendosi ben saldo sul marciapiede. Il suo passo era leggero, lesto come quello di una lepre che saltella qua e là per la radura. Charlot indossava i suoi soliti indumenti. Dico “soliti” perché quei vestiti erano gli unici abiti di cui disponeva. Or dunque: portava sul capo una bombetta malridotta, con un vistoso foro al centro, una giacca tutta impolverata, un gilet sdrucito, e un paio di calzoni di almeno due taglie più grandi. Ai piedi calzava scarpe nere, appariscenti e anch’esse molto larghe. In mano reggeva un bastone sottilissimo, con un manico a mo’ di punto interrogativo, e tra le labbra, poco al di sotto di quei baffetti a spazzola, stringeva una sigaretta. Una rarità, per uno squattrinato come lui. Chissà dove l’aveva recuperata.

Quel mattino, Charlot se ne andava ramengo per le strade di una periferia sudicia e maledettamente abbandonata. Dalle finestre dei palazzi circostanti piombavano mucchi di immondizia, che venivano scagliati senza badare troppo se lì nel vicolo ci fosse qualcuno. Qualcosa di simile colpì in pieno il povero Charlot. Egli, mantenendo sempre in testa la sua bombetta, non si scompose affatto, ci era abituato dopo tutto. Per i più, era quasi invisibile. Vagava quotidianamente come un fantasma, quasi fosse trasparente; mai nessuno posava lo sguardo su di lui. Si diede in fretta una ripulita e continuò a fumare, come se nulla lo avesse mai raggiunto. Di colpo, però, qualcosa attrasse la sua attenzione. Proprio lì vicino, a pochi passi da lui, echeggiava il pianto di un bebè. Charlot fece per avvicinarsi e scorse un pargoletto racchiuso in una candida coperta. Rimase sorpreso, per così dire. Un bimbo…  E cosa ci faceva in quel luogo tutto solo? Che domande! I bambini non se ne vanno in giro da soli.

Ma è ovvio, qualcuno lo avrà lasciato lì, in quel posto tanto cupo. Ma come potevano averlo abbandonato solo soletto, accanto ad un bidone della spazzatura? Un momento, non è che riversando dall’alto tutta quella sporcizia, gli inquilini del palazzo dirimpetto abbiano per sbaglio lanciato anche quel batuffolo? Charlot sembrò chiederselo: alzò gli occhi al cielo, osservando le finestre di quell’edificio da cui erano piovuti tutti quegli scarti domestici. Niente, nessuno si era affacciato, nessuno reclamava il piccolino.

Che stupido che sono”, pensò. Come si può lanciare per sbaglio un bambino? Ma allora come ci era finito fra quei rifiuti? Tutte queste domande, con ogni probabilità, affollavano la mente di Charlot. Ma non era il momento di porsi troppi interrogativi. D’un tratto, Charlot realizzò. Aveva ancora la sigaretta in bocca. “Gettala via, sciocco”, sembrò ripetersi fra sé. E così fece, la raccolse tra le dita e la lanciò più lontano che poteva. Indugiò un istante, poi prese il bimbo con sé e s’incamminò. Tu guarda cosa può succedere in un giorno qualunque. Aveva proprio ragione quel vecchio saggio: è pericoloso uscire dalla porta, ci si mette in strada e se non si sta attenti guarda dove si può finire. Charlot, guidato dalla brezza del mattino, si era spinto all’interno di un vicolo tetro e sordido, e proprio in quel luogo così inospitale aveva trovato un tesoro prezioso, un figlio inatteso per un padre totalmente impreparato.

Ma come ci era arrivato quel piccino in quel losco quartiere? Cos’era accaduto? Dov’erano finiti i suoi genitori?

Invero, il bambino aveva un solo genitore: sua madre. C’è da dire che la mamma del piccolo era stata sedotta e abbandonata da un artista piuttosto famoso, un pittore, per così dire. Durante la gravidanza, la donna visse per un certo periodo in un istituto di carità, dove partorì il proprio figlioletto. Una volta messo al mondo il bambino, la donna fu dimessa dall’istituto e si trovò senza una fissa dimora e per giunta senza un impiego.

Comincia il tal modo “Il monello”, una delle opere più intense e straordinarie del cinema di Charlie Chaplin. Una delle prime didascalie che la pellicola ci pone davanti riguarda proprio il triste destino a cui va incontro la madre del tenero “monello”. La frase che compare sullo schermo è la seguente: “La donna, il cui peccato è essere madre”. In un’epoca storica come quella in cui è ambientato il film, una ragazza che aveva messo al mondo una nuova vita al di fuori del matrimonio, e che adesso viveva sola, con un bambino da crescere, si era macchiata di un “peccato”, di un’onta impossibile da mondare.

In quei primissimi frangenti, la madre del piccino cammina per le vie, non sa dove andare né cosa fare. Non sa che futuro può assicurare al figlio, così compie un gesto estremo e straziante: sceglie di lasciarlo. Notando una macchina di lusso, parcheggiata dinanzi ad una villetta, la donna si avvicina, apre la portiera della vettura e depone il bimbo sul sedile posteriore. Fugge via, e in preda alla disperazione finisce per trovare ristoro su di una panchina. Passato il primo momento di disagio la donna viene assalita dai sensi di colpa e torna sui suoi passi, ma ormai è troppo tardi: l’auto è sfrecciata via, lontano, e del suo piccolo lei non avrà più notizia. Invero, la macchina è stata rubata da una coppia di malviventi, e sta per raggiungere uno dei quartieri più poveri e malfamati della città. Una volta arrivati alla meta, i due criminali si accorgono del pargoletto e fanno quanto devono per disfarsene, abbandonandolo vicino al bidone dell’immondizia, dove, di lì a poco, verrà notato da Charlot.

Cercando tra le coperte nelle quali il bimbo è avvolto, Charlot scopre un biglietto scritto dalla madre, che recita così: “Vi prego, amate questo orfanello e prendetevene cura”. Commosso, Charlot conserverà il biglietto nelle sue tasche malconce e, subito dopo, indugerà sul visino piangente del piccino. Non riuscirà a resistergli: Charlot accennerà un sorriso e in quel preciso istante s’innamorerà perdutamente del piccolo, proprio come un padre che scruta per la prima volta il viso del suo bambino appena venuto al mondo. La madre del piccino avrebbe desiderato per lui una ricca famiglia; il monello troverà invece la ricchezza di un’infanzia felice fra le braccia di un indigente che, solo apparentemente, non aveva nulla da offrirgli.

Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

Esistono tante splendide storie che hanno inizio con un bimbo che, inconsapevolmente, deve dire addio ai suoi genitori ancor prima di conoscerli. Basti pensare al celebre fumetto di “Superman”, e alla sua trasposizione cinematografica risalente al 1978, in cui il protagonista, il piccolo Kal-El, viene posto all’interno di una minuta astronave argentea, in procinto di partire per lo spazio sconfinato. Il pianeta Krypton, luogo in cui Kal-El è venuto alla luce, è infatti prossimo alla distruzione e i genitori del piccino, consapevoli di questa fatalità ineluttabile, decidono di salvare la propria creatura, a costo di lasciarla andar via. Così, il padre di Kal-El, Jor-El, che nell’adattamento cinematografico a cura di Richard Donner possiede il volto di Marlon Brando, uno dei più bravi attori della storia del cinema, imposta la rotta della nave spaziale che custodirà il suo bambino all’indirizzo di un nuovo corpo celeste, preferendo come meta il pianeta Terra.

Mentre attorno a loro il suolo trema e un grido di dolore si eleva fino al cielo e al sole rosso di Krypton, i genitori di Kal-El se ne stanno immobili, abbracciati, osservando, mesti eppur sereni, il decollo dell’astronave che conduce il frutto del loro amore verso la salvezza. Di lì a poco, il pianeta Krypton esploderà e della stirpe a cui Kal-El apparteneva non resterà che un sommesso ricordo sperduto nelle profondità del freddo spazio siderale. Una volta approdato sulla Terra, il piccolo verrà trovato dai coniugi Kent che, per tutta la loro esistenza, avevano pregato Dio nella speranza di avere un bambino. La venuta di Kal-El, che sarà ribattezzato Clark Kent dalla sua famiglia adottiva, ha tutta l’aria di una risposta alle loro preghiere. Quella di Superman è la storia di un figlio abbandonato che è riuscito a scampare alla morte grazie al sacrificio e alla rinuncia dei suoi genitori biologici.

Perfino nei racconti biblici si fa menzione alla storia di un bambino abbandonato. Basti pensare al destino di Mosè. La madre Jocabel depose il proprio erede all’interno di una cesta, e spinse la stessa oltre le rive del Nilo. In quel gesto disperato compiuto da una madre che deve dire addio alla creatura portata in grembo, Jocabel affida la propria preghiera a Dio, implorandolo di vegliare sul futuro di Mosè. Jocabel fu costretta a salutare, forse per sempre, il piccolo, in quanto il faraone aveva dato ordine di uccidere tutti i nuovi nati maschi del popolo ebreo. Le acque del Nilo si prenderanno cura di Mosè, trasportandolo fra le braccia di un’altra madre che tanto desiderava un figlio. Mosè verrà raccolto dalla principessa d’Egitto Bithia, e sarà allevato quale principe delle due terre.

Mosè apre le acque del Mar Rosso. Potete leggere di più su "Il principe d'Egitto" cliccando qui.

Ne “Il monello” di Charlie Chaplin accade qualcosa di simile: un genitore si priva dell’affetto e della vicinanza del proprio bambino sperando di elargirgli un avvenire più prospero e sereno. Nell’opera chapliniana, quello compiuto dalla madre è un disperato, riluttante e certamente controverso atto d’amore.

Nella storia delle letteratura, vi sono invece esempi in cui i bimbi vengono abbandonati perché disprezzati o odiati. Basti pensare alla storia di Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo “Notre-Dame de Paris”, ripudiato dai suoi genitori a causa della propria deformità, a volte paragonata all’incarnazione del demonio. Quasimodo verrà adottato da Frollo, l’arcidiacono della cattedrale, e fra le mura della chiesa crescerà, isolato dal mondo esterno. Quasimodo manterrà per gran parte della sua vita una devozione inflessibile nei riguardi del suo salvatore, Frollo, e per egli nutrirà un senso di soggezione e di costante dipendenza. Quasimodo sente d’essere vivo solamente per merito del suo benefattore, che non ebbe paura di lui e che lo crebbe, pur con austera severità e evidente distacco. Questo dettaglio del carattere di Quasimodo, questa sua riverenza nei riguardi di Frollo, viene rimarcata persino nell’opera musicale di Riccardo Cocciante, “Notre- Dame de Paris”, attraverso il brano chiamato per l’appunto “Il trovatello”, le cui prime strofe esordiscono così: “Se fui bambino anch’io fu perché fosti tu la vita per me, fu perché fosti tu quello che mi adottò e che non mi chiamò mai mostro”.

Quasimodo e Frollo durante l'esecuzione de "Il trovatello", Notre Dame de Paris

Nel racconto di Hugo, tuttavia, ci troviamo dinanzi ad un esempio diverso se confrontato al “racconto” de “Il monello”. Nel primo caso, la presa in cura del trovatello avviene per dovere cristiano, non per spontaneità paterna e soprattutto per convenienza. Frollo crede fermamente che Quasimodo un giorno potrà tornargli utile, e nei suoi riguardi non nutrirà né mostrerà mai alcuna vena affettiva. Ne “Il monello”, invece, il genitore che rinviene il trovatello nutre immediatamente nei suoi riguardi un affetto autentico e profondissimo e si fa carico di quella vita nonostante la propria situazione di indigenza.

Charlot porta il figlioletto adottivo nella sua dimora: un ambiente sistemato con mezzi di fortuna, in cui vi è un giaciglio a ridosso di una parete e un tavolo al centro della stanza. In quello spazio tanto esiguo eppur comodo, Charlot si dà da fare per provvedere a tutte le necessità del bimbetto: allestisce un'amaca a mo’ di culla, rimaneggia una vecchia caffettiera trasformandola in biberon, e ricava da una logora sedia, privandola del fondo, un vasino per i bisogni del suo piccolo ospite.

Passano gli anni, e il figlioletto di Charlot cresce e diventa un bambino vivace ed esuberante, un monello a tutti gli effetti. La situazione attorno al vagabondo non è cambiata poi molto: la società continua a respingerlo, a trattarlo come un reietto e non gli offre mai un’occupazione stabile. Non che Charlot la cerchi con tutte le sue forze, in realtà si accontenta delle piccole cose senza pretendere altro; egli continua a vivere alla giornata, circondato dalla ristrettezza, ma ha con lui un bene inestimabile, che lo fa sentire l’uomo più ricco e fortunato del mondo: il proprio bambino. Questi accompagna il padre tutti i giorni in giro per le strade, aiutandolo nella sua attività di vetraio ambulante. In questo caso, il monello è un vero e proprio “complice” e, vi assicuro, ne combina sì di malefatte. Raccatta le pietre, le scaglia contro le vetrate e poi fugge via. Di lì a poco passa, “per caso” ovviamente, Charlot con i suoi vetri di ricambio trasportati sulla schiena ricurva, e viene incalzato dai proprietari degli appartamenti a cui qualche “misterioso manigoldo” ha ridotto in frantumi le vetrate. Charlot ha così modo di lavorare e di rimediare qualche soldo.

Queste piccole “truffe” portate a termine da Charlot e dal suo figlioletto, a mio modo di vedere, fungeranno, in parte, da ispirazione per le astute “malefatte” di un altro papà e della sua figlioccia. Nella commedia degli anni ’90 “La tenera canaglia”, infatti, la piccola “Trucioli”, rimasta orfana e “adottata” dal senzatetto Bill - che Trucioli considera suo padre – mette in scena un astuto stratagemma per racimolare quanto meno un pasto caldo.  Tutte le sere, infatti, si aggira con il padre adottivo in un parcheggio e non appena una delle auto presenti sta per uscire in retromarcia i due inscenano un siparietto in cui fingono che Bill sia stato investito, così da intenerire l’ignaro guidatore e farsi pagare una cena. L’analogia tra l’operato di Charlot e quello della piccola Trucioli è alquanto evidente: in entrambi i casi, si tratta di un “piccolo” imbroglio portato a termine per tirare avanti, sopravvivere ancora un altro giorno.

Jim Belushi e Alisan Porter in una scena de "La tenera canaglia".

Ben presto, però, il sodalizio tra Charlot e il figlio cambierà, precipitando di colpo. L’autorità dell’infanzia volgerà il proprio sguardo intransigente verso l’alloggio di Charlot e scoprirà che l’infante che tiene con lui non è il suo vero figlio, onde per cui non esiterà a portarglielo via. Il monello a quell’improvviso distacco comincerà a piangere e a singhiozzare. Le lacrime, copiose e grandi come gocce di rugiada, righeranno le sue gote, ed egli, in preda alla disperazione, volgerà le mani all’indirizzo del padre, rimasto, nel frattempo, in strada, a ribellarsi agli agenti per quanto accaduto.

Seguiranno tante fughe rocambolesche, che si concluderanno nel modo più amaro: il monello verrà portato via e infine Charlot resterà solo. Seguiterà a cercare il suo bambino per ore ed ore ma non riuscirà a trovarlo.

Distrutto, si accascerà, e poggiando il capo sull’uscio di casa, si addormenterà. Ecco che in sogno rivedrà il suo monello che lo desterà dal torpore e lo inviterà a camminare con lui nel quartiere in cui hanno vissuto. Esso si è tramutato in un angolo di paradiso, in cui uomini e donne, con ali bianche, danzano assieme. Charlot non riesce a capire. Ciò che si schiude davanti a sé è pura fantasia, un’illusione, un miraggio onirico, null’altro che un sogno. Ma un sogno così vero, popolato da angeli. Quella che Charlot ha davanti è una ricostruzione della realtà, una ricostruzione immaginaria del mondo che lo ha sempre circondato, che adesso prende l’aspetto di una verità giusta ed appagante, in cui può di nuovo stare con il suo figlioletto, senza che nessuno lo distolga, senza che nessuno glielo porti via. Il monello dona a Charlot delle ali lucenti, ed ecco che attorno al vagabondo arriva il diavolo pronto a spargere zizzania, diffidenza, gelosia, odio fra gli angeli.  Anche in quel mondo, così lindo e puro, Charlot, infine, non ha trovato il giusto ordine, non ha trovato il proprio posto per essere felice. Proverà a volare con le sue ali, come Icaro verso il Sole, ma un agente, piombato lì per caso, in quell’angolo di paradiso, vede Charlot volteggiare ed estrae così la sua pistola, freddandolo. Charlot non poteva fuggire, salire fino al cielo, carezzare le nuvole, contemplare l’astro lucente. Doveva restare giù, sul gelido suolo. L’angelo poliziotto – tutore di un mondo ingiusto - lo tempesta di proiettili, senza esitare. Il vagabondo cade al suolo e muore. Il monello nota il suo corpo senza vita, gli corre incontro e piange, abbracciandolo. Ma non era che un sogno tramutato in incubo.

Charlot si ridesta, e vede a pochi passi sempre un tutore della legge, che questa volta lo riporta alla vita. Questi esorta Charlot a seguirlo e lo conduce nei pressi di un’abitazione lussuosa. In quella casa abita una donna: è lei, proprio lei, la madre del monello. Non aveva mai dimenticato la sua creatura. Il tormento per ciò che aveva fatto non le aveva mai dato pace. Al contempo, la fortuna le aveva sorriso. Era diventata un’attrice ricca e famosa. Ma si sentiva incompleta, inappagata. Per tutti quegli anni non aveva fatto altro che cercare la creatura che aveva dato alla luce e proprio in quei giorni, all’insaputa di Charlot, lei l’aveva trovata. Aveva conosciuto il monello, gli aveva fatto dono di un orsacchiotto e poi, facendo irruzione nella dimora di Charlot, aveva recuperato quel biglietto che lei stessa aveva scritto molto tempo prima. La donna aveva capito tutto: quel ragazzino, così vivace e quasi instancabile, era il sangue del suo sangue e quel padre che se ne prendeva cura era colui che lo aveva sottratto al freddo e alla fame.

Charlot indugia sulla soglia. D’improvviso vede il monello oltrepassarla e corrergli incontro. La donna incoraggia Charlot ad entrare in casa. Il vagabondo non se lo fa ripetere, e fa sì che l’ingresso lo inghiottisca.

Una famiglia era nata quel giorno; fra un sorriso e una lacrima si erano riuniti.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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John Sullivan aveva tutto quello che un uomo potesse desiderare: una salute di ferro, un buon lavoro, una bella casa, una moltitudine di amici e - cosa non trascurabile per un giovane nel pieno della maturità come lui – una moglie tanto devota, nonché scrupolosa nell’attingere frequentemente al suo cospicuo conto in banca. Per non parlare di tutte le sue ammiratrici: una schiera di donne pronte a cadere ai suoi piedi.

Eh sì, John era proprio irresistibile. Aveva dalla sua il fascino del rinomato artista. Egli era, infatti, un regista di successo, un principe della commedia. Ogni anno, le sale cinematografiche che proiettavano i suoi film comici brulicavano di gente. Gli spettatori si accalcavano gli uni sugli altri, agitando il loro biglietto d’ingresso come se fosse un vessillo da sventolare con fierezza in faccia al nemico, bramosi d’accaparrarsi uno dei posti migliori del cinematografo. La folla pullulava in platea e rideva all’unisono, come un’unica voce. I film di Sullivan mettevano allegria. Facevano ridere, sì, eccome se lo facevano.

Tutti amavano le pellicole di John Sullivan. Beh, quasi tutti. A John Sullivan non piacevano. Sì, insomma, qua e là c’era qualche bella trovata, qualche simpatico siparietto; in qualcuna delle sue opere si poteva persino scorgere un messaggio carino di fondo, un barlume di morale ma nulla di più. Almeno, era ciò che John Sullivan sosteneva.

Come dicevo, John aveva ottenuto tutto ciò che un uomo poteva chiedere alla vita: matrimonio, fama, successo, denaro. E, come spesso succede, pur avendo tutto questo era infelice. Diciamo anche insoddisfatto. John Sullivan sentiva d’essere, invero, un regista mediocre, un artista senza guizzi, privo di alcuna vena creativa, un mestierante che si limitava alla sola messinscena comica. La commedia, già! Una forma d’arte, in genere, poco apprezzata dalla critica.

Due fantagenitori”: nell’undicesimo episodio della terza stagione intitolato “Ciak, si gira”, Trixie Tang dice la sua sulla "commedia".

Sapete, una fanciulla piuttosto altezzosa ed egocentrica disse un tempo che “La commedia è la più bassa forma d’intrattenimento dopo l’animazione”. E dovreste sapere con che tono lo disse; con il tono superbo e oltraggioso di chi disprezza il costrutto comico, il tentativo di far ridere, mettendolo alla stregua di un lavoretto da quattro soldi.

Eh già, come dargli torto. Dopotutto, chi non sa fare una commedia? Chi non sa scrivere un testo comico? Chi non sa girare un lungometraggio divertente? John Sullivan si faceva queste domande e si dava la seguente risposta: tutti! Tutti lo sanno fare. Non vi è nessun talento nel far ridere. E non è neanche bello, gratificante, o istruttivo strappare un ghigno alla gente. Solamente gli stupidi, gli inetti, i superficiali, coloro che non desiderano affrontare i problemi della vita vera, possono dedicarsi alla commedia. I grandi artisti, e nel caso di John Sullivan i grandi registi, si occupano del dramma, plasmano attraverso il linguaggio cinematografico il mondo circostante nelle sue forme più cupe e realistiche per elargire un messaggio sociale. La commedia è soltanto per registi mediocri, che badano più al portafoglio che alle recensioni.

John ne era ben conscio ed era arcistufo. Basta commedie leggere nel suo repertorio. Al diavolo i guadagni, che vadano in malora le risate e le sale gremite! Era arrivato il momento di farsi valere. John voleva dimostrare a tutti d’essere un cineasta di gran levatura. Così, scese a patti con i suoi collaboratori: gireremo un film di denuncia e lo chiameremo “Fratello, dove sei?”.

Ma sei impazzito?” – Montarono in collera i suoi consiglieri.

Nessuno vorrà vederlo!” –Trillarono preoccupati i produttori.

John parve irremovibile, ancorato com’era alle sue solide posizioni. “Fratello, dove sei?” tratterà della povertà, sarà un film sugli ultimi destinato agli ultimi.

John, ma che diavolo ne sai tu della povertà? Vivi nel benessere, nell’agiatezza”. Si sentì rimproverare, in cuor suo. “Ebbene, diverrò povero. Mi infiltrerò tra gli umili, lascerò le banconote qui a casa, mi coprirò di vestiti lerci e consunti e andrò a vivere di quartiere in quartiere. Avrò il freddo asfalto come letto, e il cielo coperto di stelle come tetto”. E intanto meditava ed elaborava il suo piano.

Joel McCrea nei panni di John Sullivan in una scena de "I dimenticati", 1941

John Sullivan, colui che detestava la commedia, smarrì la sua identità. Divenne un vagabondo, e iniziò a ramingare di qua e di là. La barba cresceva sulle sue guance e sul suo mento, del resto non aveva più un rasoio con sé né un confortevole bagno con tanto di specchiera in cui potersi riflettere e radersi più facilmente. Tirava a campare di quel che trovava, ma la sua troupe lo seguiva, in lontananza, tallonandolo passo per passo. Gli amici temevano potesse cacciarsi nei guai da un momento ad un altro. John li ignorava. Non voleva aiuti di nessun genere. Voleva considerarsi un povero, sentirsi un povero, vivere come un povero.

Di buon mattino, entrò in un locale. Era affamato ma aveva pochi spiccioli con sé. Dunque, una ragazza si fece avanti e gli offrì una fumante colazione, fatta di uova e prosciutto. Costei aveva un aspetto che non poteva passare inosservato: anzitutto, occorre precisare che era bellissima. Ve lo assicuro, non si tratta di un’esagerazione. Era più bella di quanto le parole possano riuscire a renderle giustizia. Aveva un volto da ragazzina, innocente seppur scaltra, due occhi grandi e profondi - che ricordavano le acque limpide di un piccolo lago circolare delimitato da rosee sponde – che spuntavano al di sotto di due sopracciglia sottilissime, curve come un arco teso. Ma il particolare che più balzava all’attenzione del suo aspetto erano i suoi capelli: una folta chioma dorata le cingeva completamente il volto, scendendo giù e adagiandosi sulle spalle. I ricci che aveva e che si intrecciavano fra loro somigliavano a vortici cascanti, onde increspate di giallo che si sollevano prima di infrangersi sulla battigia. Parte dei capelli le precipitava sulla fronte e le copriva metà del viso. Uno dei suoi occhi restava così celato allo sguardo dell’interlocutore e ciò le conferiva un’aria misteriosa, sinistra, ed elusiva. La sua faccia, occultata a metà da un drappo color dell’oro, avrebbe potuto irretire anche il più accorto tra i viandanti, persino il più resistente ai sortilegi di quella strega tanto amabile e gentile.

"Veronica Lake" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

John ne rimase subito affascinato. Non poteva trarsi fuori dall’incantesimo che ormai era scattato. Quella fanciulla - Veronica forse si chiamava - voleva diventare un’attrice. Le aveva provate tutte fino ad allora. Provini su provini, ma niente. Hollywood non era quello che si aspettava. Non era una città di sogni e di speranze, ma un luogo tetro e angusto, superficiale e dispersivo. Veronica si era oramai disillusa. Chi avrebbe potuto dirglielo che, accanto a sé, quel mattino, aveva uno dei registi più prolifici degli ultimi anni! John, dal canto suo, non voleva dir nulla. Nessuno avrebbe dovuto scoprire la verità. Così finse d’essere uno sbandato, uno squattrinato senza fissa dimora, capitato lì per caso.

I due fecero amicizia, e parlarono e parlarono. Quindi, John, sotto mentite spoglie ricordiamolo, chiese a Veronica se avesse mai sentito parlare di John Sullivan. – “Ma certo!” - rispose la ragazza. Adorava i suoi film. La facevano tanto ridere. Per esprimere tutta l’ammirazione che aveva nei riguardi di Sullivan, Veronica si mise persino a descrivere una scena dei suddetti film, una delle più spassose. Le bastò richiamarla alla mente, descriverla a parole, e subito scoppiò a ridere. La metteva così di buon umore quella pellicola. Veronica era tutta sola prima di incontrare John. Era triste, delusa, disamorata. Eppure, quando parlò con lui di uno dei lungometraggi di Sullivan, il sorriso tornò sulle sue labbra, a rischiarirle le gote. Per un attimo aveva dimenticato l’ira che covava nei confronti di Hollywood, la sfiducia che albergava nel suo cuore. Era tornata a sogghignare, era divenuta felice, per un istante soltanto. Il potere della commedia!

John non se ne rese conto. Anzi, sbuffò. Si sentiva umiliato. Possibile che tutti riconoscessero soltanto le sequenze più allegre delle sue pellicole e mai nessuno notasse qualche nota più seria celata tra i vari montaggi, qualche accenno più recondito nascosto fra le battute dei personaggi? Niente, era proprio irritato. Nessuno lo prendeva sul serio, nemmeno quella ragazza di cui si era invaghito immediatamente e che non sapeva ancora chi fosse in realtà.

Dopo qualche giorno trascorso insieme, John rivelò a Veronica la verità sul suo conto. La ragazza non riusciva a crederci. Aveva avuto uno dei più celebri cineasti del suo tempo accanto a sé, per tutte quelle ore, e non lo sapeva. Quale occasione! Sfruttando quell’amicizia nata per caso poteva finalmente entrare nel mondo del cinema. Ma questo è un pensiero che solo i più taccagni e i più opportunisti avrebbero potuto fare. Veronica non apparteneva a quella specie. Era unica. La sua amicizia con John era autentica, e l’affetto che via via provava con sempre maggior convinzione verso di lui lo era altrettanto. Non disiderava minimamente approfittarne, tutt’altro. Era inflessibile sui suoi voleri iniziali: aveva chiuso con quel mondo difficile e con i set cinematografici. Ma non voleva andar via. Non più. Voleva restare accanto a John, aiutarlo nel suo scopo. Se era la povertà che John cercava, Veronica sarebbe rimasta al suo fianco per tutto il loro viaggio.

Rivestitisi di stracci, di giacche sdrucite e di pantaloni logori, con fori grossi come monete attraverso cui il vento gelido, nella notte, amava farsi strada sui loro corpi, John e Veronica vagarono da un capo all’altro delle città. Agghindati in tal modo, i due del tutto inconsapevolmente fecero proprie le vesti delle immortali maschere comiche del recente passato, anch’esse gravate dalle condizioni misere della società e condannate a errare senza una fissa dimora, come mostrato dalle interminabili peregrinazioni di Charlot, o di Laurel e Hardy.

Salendo di soppiatto sui treni, sprovvisti di biglietto, dormendo su vagoni merci, avendo un cumulo di paglia come lenzuola e guanciali, i due vagheranno, conoscendo sempre più le rinunce, i sacrifici, gli stenti dell’indigenza. Un bel giorno, John ammise di aver visto abbastanza, di aver fatto suo il dramma che voleva comunicare agli spettatori. Veronica era stremata, desiderava tanto tornare nella casa di John, lì dove, un mattino, avevano passato qualche ora di gioia e serenità nuotando nella piscina.

Accadde però qualcosa di imprevisto. Una sera, John, rimasto temporaneamente da solo, viene colpito e derubato da un barbone senza scrupoli, che sgraffigna tutto ciò che John in gran segreto portava con sé, nelle tasche del suo cappotto sozzo, documenti compresi. Poco dopo, il ladro viene travolto da un treno, che dilania il suo corpo rendendolo irriconoscibile. Il barbone, però, aveva con sé le scarpe ed i documenti del celebre regista, e così, di colpo, tutti credono che John Sullivan sia morto tragicamente, saggiando quella vita di dolore che tanti temono. Mentre viene dato per deceduto, John vaga senza meta, stordito e affranto. Fermato dalla polizia che setaccia le strade, viene scambiato per un manigoldo e quindi arrestato e processato. Condannato a sei anni di lavori forzati, John non riesce in alcun modo a dimostrare la propria innocenza e, ancor di più, la propria vera identità. Trasferito in un campo di lavoro, il regista sperimenta, questa volta con ancor più durezza e tormento, i veri patimenti dei miseri e dei dimenticati.

In quei campi, John viene abbandonato a sé stesso. Le sue mani che avevano toccato solamente il tenue materiale di una cinepresa, adesso lambiscono il freddo e ruvido tocco di un piccone. Con esso, John inizia a frantumare le pietre, la sua schiena si curva per lo sforzo continuato, i suoi piedi tremano nel pantano fangoso in cui è costretto a sgobbare. Con lui, dozzine di altri prigionieri scampati al ricordo degli uomini, si dannano come anime sole inseguendo una bandiera senza simboli né stemmi, prede di un antinferno in cui il tempo si è fermato. John è distrutto. Un compagno cerca di rincuorarlo: “Coraggio, stasera forse ci portano al cinema”, gli riferisce. Che ironia, una volta John il cinema lo faceva per davvero. Che conforto poteva trarne, ora, da una banale pellicola, lui che penava sotto il sole cocente a mezzogiorno, mentre il sudore gli grondava giù dalla fronte?

Quella sera però, John si unì agli altri prigionieri e insieme a loro raggiunse il custode che, come piccolo dono, li portava ogni tanto a vedere un film nella parrocchia più vicina, dove il prete era solito montare un proiettore. John era avvilito, nulla gli importava più. Era certo che non avrebbe più rivisto Veronica, che lei lo avesse dimenticato e che non lo stesse più cercando né tantomeno aspettando. Tenne il capo abbassato, chiuse gli occhi.

D’improvviso, sentì qualcosa che non udiva da tanto tempo, da quando aveva messo piede nell’acquitrino dei campi di lavoro. Sentì ridere. Risate fragorose, colme di gioia, di felicità. Alzò la testa e vide accanto a sé i suoi compagni, bianchi o neri che fossero, ridere a crepapelle. Ma erano proprio loro? Non li aveva mai visti sorridere. Avevano sempre sguardi spenti, facce deturpate dai supplizi. Quasi non li riconosceva. Avevano le bocche spalancate, i denti in bella vista. Ridevano spontaneamente. John guardò lo schermo e vide la cosa per lui più comune del mondo: un film. Un semplice cortometraggio animato di Topolino. Tante erano le disavventure comiche che i personaggi disneyani vivevano in quella pellicola che strappavano risate continue agli spettatori. L’animazione e la commedia si erano mescolate insieme, in quel caso, con l’intento di far ridere. Chissà cosa avrebbe pensato vedendo quella scena la ragazza che ho nominato all’inizio di queste mie pagine, colei che disse che “La commedia è la più bassa forma d’intrattenimento dopo l’animazione”. In quel cortometraggio firmato Walt Disney, arte animata e arte comica si univano, fino a generare un susseguirsi di trovate brillanti che trasmettevano pura e semplice gaiezza.

John scoppiò a ridere, arrivando quasi a commuoversi e finalmente ebbe la rivelazione. Lo capì sulla sua stessa pelle, osservando i volti dei suoi fratelli prigionieri. Essi non avevano più aspettative, speranze, attese per il futuro. Vivevano giornate costellate di tormenti. Avevano un solo rifugio: quello che definivano “cinema”, il proiettore di quella chiesa. Potevano recarsi raramente laggiù, quando il custode della prigione dispensava loro un esiguo dono. E loro bramavano e adoravano quel regalo, come se fosse la cosa più preziosa sulla faccia della Terra. Era l’unico momento in cui potevano riposare, distrarsi, scordare per qualche istante l’asprezza della loro vita, il senso di colpa che li torturava, la fatica che li lavorava ai fianchi. Era la risata, l’ultima arma che avevano. La sola cosa che li spronava a sopravvivere.

John capì quel giorno l’importanza del suo lavoro, il valore della filmografia su cui aveva posto la sua firma. Per molti, infatti, la commedia arguta, raffinata, intelligente e schietta è un porto sicuro a cui arrivarci dopo aver solcato il mare plumbeo e burrascoso. John se ne avvede proprio quella sera.

Nei giorni a seguire, con un po’ di fortuna, Sullivan riuscirà finalmente a dimostrare la propria identità e a tornare nel mondo dei privilegiati. Non smetterà di rammentare la lezione appresa. Divorziato dalla consorte che pretendeva da lui null’altro che il vile denaro, John riabbraccia la sua amata Veronica e, ricercandone lo sguardo, le comunica le sue intenzioni: realizzare una nuova commedia che possa trasmettere gioia in tutto il mondo.

Perché vedete, far ridere in maniera intelligente non è affatto facile.  È un talento che pochi possiedono realmente, e costoro sono tra gli artisti più veri di cui si possa fare menzione. John Sullivan era uno di questi.

Veronica lo sapeva bene. Mantenendo il suo occhio adombrato da una ciocca di capelli, scrutò il sorriso del suo amato e ammise di amarlo.

Ma che ci trovava Veronica in lui, in realtà? Beh, è scontato: la faceva ridere!

Molti anni dopo, in un tempo e in un luogo ben diversi dalla storia fin qui raccontata, una giovane donna s’innamorò di un uomo per così dire “bizzarro”. Questa fanciulla era solita indossare un vestito succinto e scarlatto, il cui tessuto brillava in maniera incessante ogniqualvolta veniva raggiunto dalla luce dei riflettori. Jessica, era questo il suo nome, vantava una chioma rossa, che le scendeva giù per le spalle, nascondendole parte del viso, rendendo il suo sguardo impenetrabile nella sua interezza. Quel suo volto e quella sua pettinatura, così evocativa e così enigmatica, ricordavano l’aspetto di Veronica. E non era un caso.

Jessica era stata volutamente concepita così e disegnata in tal modo da rassomigliare, in parte, proprio a Veronica Lake, la protagonista del racconto appena narrato. Proprio così, ho detto “disegnata”. E non ho usato quel verbo in senso metaforico, l’ho fatto di proposito; vedete, Jessica era un cartone animato, vivo e cosciente.

Jessica era solita esibirsi come cantante nel locale Inchiostro e Tempera. Il suo numero, per forza di cose, era il più atteso della serata. Non appena scoccava l’ora, tutte le luci della sala si spegnevano di colpo. Beh, quasi tutte: un riflettore puntava al centro del palco, balenando come un raggio di luna piena. Jessica emergeva nell’oscurità, da un sipario calato. La sua gamba scoperta trafiggeva il varco del sipario, e la sua voce echeggiava dal dietro le quinte. Poi, d'improvviso, appariva la sua silhouette. Jessica cantava, avanzando verso i tavolini della sala. Stuzzicava i presenti, stringendo le loro guance tra il pollice e l’indice; sottraeva loro fazzoletti di stoffa, cravatte, oggetti di ogni tipo con cui si dilettava a prendere in giro quel pubblico ammaliato. Una scena molto simile a quella che la stessa Veronica Lake portò a termine in una sua pellicola. Nel film “Il fuorilegge”, Veronica si esibisce in un locale con uno spettacolo di musica e magia. Ella emerge da un colonna di pietra, facendo sì che il suo braccio s’intraveda ancor prima di tutto il suo corpo. Intonando un brano, Veronica si fa strada fra i tavoli e punzecchia i clienti. Sgraffigna loro orologi, sigari, fiori all’occhiello appuntati sullo smoking: tutte cose che sostituisce magicamente con il tocco della sua mano. Ma chi erano costoro, in realtà? Veronica e Jessica erano entrambe due creature in grado di incantare per mezzo della loro bellezza e della loro voce.

Primo piano di Veronica Lake e Jessica Rabbit - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come dicevo, i creatori di Jessica l’avevano tratteggiata con l’intento di creare una donna d’ineguagliabile fascino. E avevano fatto centro. Bastava guardarla, anche fugacemente. Jessica era irresistibile: aveva le labbra carnose, delineate da un rossetto acceso, occhi intriganti e semisocchiusi, contornati da un trucco lillà. Il suo vitino da vespa veniva smussato da fianchi larghi e tondi, il tutto sovrastato da un seno prosperoso. Non vi era cartone più bello, e perfino tra le donne fatte di carne e ed ossa montava l’invidia e la gelosia nei riguardi della ben nota Jessica Rabbit.

In pochi, però, conoscevano il vero carattere di Jessica. Tutti si fermavano a ciò che l’apparenza suggeriva loro: Jessica era una donna sensuale e provocante, dall’espressione misteriosa e ancor più conturbante. Doveva essere, per forza di cose, una “femmina” pericolosa.  In fondo, lo credevano tutti. Jessica era “condannata” ad essere giudicata per come sembrava: una femme fatale che la sapeva lunga e che stava sicuramente tramando qualcosa.

Jessica viveva insieme al marito, un personaggio alquanto buffo: Roger Rabbit, un coniglio. Molti non riuscivano a spiegarsi come una donna dotata di una bellezza tanto sfolgorante come Jessica potesse essere la moglie dell’ingenuo e goffo Roger, e pertanto traevano strane e perfide conclusioni. Tra i più, infatti, serpeggiavano le male lingue: c’era chi sosteneva che Jessica stesse con Roger solamente per convenienza e che non avrebbe esitato a cacciarlo nei guai e a tradirlo alla prima occasione.

Nulla di più falso, Jessica era profondamente innamorata di Roger. Chissà cosa ci trovava in lui, me lo sono sempre chiesto. Ma che vado blaterando? Eddie Valiant, l’investigatore protagonista di questa storia, ebbe il coraggio di chiederglielo.

Ma che ci trovi in quel tizio?” - domandò Eddie.

Jessica non esitò un solo istante: “Mi fa ridere!” - rispose, come se per lei fosse la cosa più ovvia.

"Jessica Rabbit" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ebbene una donna tanto bella da togliere il fiato si era invaghita di un dettaglio caratteriale, di un modo di essere. Roger era simpatico, tremendamente simpatico. Faceva ridere Jessica di continuo. Dopotutto era il suo scopo, quello di far ridere la gente. Roger era un cartone, e amava dispensare sorrisi. Jessica non era per nulla superficiale, non era solamente una bellezza senza cervello: al contrario, era una creatura straordinaria, sensibile, in grado d’invaghirsi di una personalità allegra e scherzosa. Vedete, Jessica non dava importanza all’aspetto di Roger – che di sicuro non era un adone - non badava alla voce stridula e squillante del suo maritino, a lei interessava solamente sorridere insieme a lui. Perché riuscire a ridere è il segreto per vivere bene.

L’intera storia di Roger Rabbit – così come il viaggio di John Sullivan mostrato nell’opera filmica intitolata “I dimenticati” - sottolinea l’importanza di ridere e di far ridere, il valore della risata, e in entrambe le opere vi è presente una donna splendida, dallo sguardo remoto ed evasivo. La pellicola “Sullivan’s Travels” – ribattezzata in Italia appunto come “I dimenticati” – si conclude con una didascalia cristallina, una morale sublime: “È molto importante far ridere la gente. C’è chi non ha nient’altro, sapete? Non è molto, ma è meglio che niente in questo pazzo mondo”. 

Una messaggio ripetuto, a suo modo, anche nel film del 1984 “Chi ha incastrato Roger Rabbit”. Ridere, per l’appunto, non è molto secondo Roger, è tutto. Lo riferisce lui stesso: “Una risata può essere una cosa molto potente. Vedi, a volte nella vita è l'unica arma che ti rimane”.

Lo stesso Eddie Valiant, l’indagatore e compagno d’avventura di Roger, aveva smesso di ridere e da molto tempo. Si era chiuso in sé stesso, diffidando del prossimo, e tentando di annegare in fiumi densi che sgorgavano da sorgenti inebrianti. Fu Roger a strapparlo da quella tetra realtà, a riportarlo nel mondo dei “vivi”, sottraendolo a quello dei dimenticati.

"Jessica Rabbit" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I disegnatori di Jessica conoscevano questa verità, sapevano quanto potere fosse contenuto all’interno di una singola risata. Per questo, forse, scelsero di disegnarla in quel modo, di conferire al suo aspetto quel particolare taglio di capelli così netto ed emblematico. Jessica doveva ricordare, in viso, Veronica, colei che accompagnò John Sullivan nel suo viaggio e che lo spronò a ricordare la virtù delle sue commedie. 

John Sullivan e Roger non sono poi tanto diversi: entrambi cercarono il proprio destino sul volto della loro innamorata; un volto velato da un ciuffo di capelli. A John e Roger bastò spostare con le dita quella ciocca, a metà tra il dorato e il bordò, per scrutare negli occhi della loro amata un futuro colmo di felicità.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Charlot" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La redazione era in fermento. Tutti i giornalisti erano stati convocati, e con una certa urgenza. “Presto, muovetevi!” - Esortava il fotoreporter Jimmy Olsen. “Il capo vi sta aspettando, ed è rabbioso come sempre…” – Suppongo avrebbe concluso.

In fondo, nell’ampio ufficio, accanto alla finestra rimasta semiaperta, il direttore Perry White masticava nervosamente il suo sigaro. Teneva le braccia distese dietro la schiena, le mani congiunte, movendosi in maniera concitata davanti alla propria scrivania, sulla quale era stato riversato maldestramente un cumulo di fogli di carta. Perry si arrestò d’un tratto e fulminò con lo sguardo i reporter. Il loro giornale era in ritardo. In enorme ritardo.

I principali quotidiani di Metropolis avevano già sbattuto il personaggio del momento in prima pagina, l’uomo che, la sera prima, era stato visto volare con le braccia tese verso il cielo. Questa misteriosa figura affiorò dalla strada - spiccando il volo dall’asfalto grigio - e si diresse sino alla sommità di un edificio. Lungo il tragitto, l’uomo salvò la giornalista Lois Lane tenendola fra le braccia, per poi fermare con una singola e decisa presa di mano un elicottero che, perso il controllo, stava per precipitare nel vuoto.

Ne parlavano tutti i giornali, e il Daily Planet non era da meno.

Vola!” - Titolò il Post.

Guarda mamma, senza fili!” – osò il News.

Il Times esordì: “Bomba blu in picchiata su Metropolis”.

L’uomo dal mantello color del cielo sbalordisce la città.” – Tuonò infine il Planet.

Era l’avvenimento del secolo, la storia che ogni direttore di giornale sognava di raccontare. Perry lo sapeva, e per questo era su tutte le furie. Il Planet, come già detto, era in ritardo sulla tabella di marcia poiché si era semplicemente limitato a riportare la notizia di questo sorprendente avvistamento e non aveva fatto altro. Nulla di più. Nessuna aggiunta a quell’informazione, nessun dettaglio carpito da quella stupefacente figura che sorvolò i grattacieli del centro urbano. Perry non poteva tollerarlo. Le cose sarebbero dovute cambiare quel mattino stesso, e anche con gran premura.

White ammonì i suoi dipendenti. “Scovate l’uomo che sa volare!”. Voleva sapere chi fosse, conoscere il suo nome, ghermire la più impercettibile delle minuzie. “Chi era?”, “Dove abitava?”, “Da dove era venuto?”, “Cosa significa quella S che porta sul petto?”. I giornalisti dovevano cercare e sondare, pattugliare le strade, interrogare i testimoni che avevano assistito a quel salvataggio tanto sbalorditivo. Mentre White motivava i suoi cronisti, in un angolo sperduto della stanza Lois Lane leggeva un biglietto fattole recapitare in forma anonima.

Clark Kent e Lois Lane in una scena di "Superman". Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Stasera alle 20:00 a casa sua. Speranzosamente, un amico”. Lois sorrise. L’uomo che sapeva volare si era messo in contatto, concedendole un appuntamento. Sul lato opposto della sala, ritto dinanzi alla porta, il timido Clark Kent, dietro i suoi occhialoni, indagava l’espressione di Lois, guardandola candidamente per poi distogliere l’attenzione.

Quella sera l’uomo dalla grande “S” sul petto planò sul balcone di casa Lane, guadagnando il terreno con i suoi stivali rossi. Esitò per qualche secondo sul cornicione, standosene diritto su esso. Costui era alto, con un ricciolo bruno che gli scendeva sulla fronte. Racchiuso in un costume azzurro, sormontato da un mantello rosso, il misterioso visitatore scese giù dal davanzale, avanzò verso la padrona di casa e si sedette a pochi passi da lei. L’intervista poteva dunque cominciare. Lois aprì il suo taccuino, e fece seguire un meticoloso e quasi sfacciato interrogatorio volto ad estorcere con le buone le tante verità custodite dal viandante figlio della volta celeste.

Superman aveva scelto lei, proprio lei, la celebre penna di Lois Lane per esporsi al mondo, per svelare a tutti i lettori giusto qualcuno dei suoi molteplici segreti.

Quando la conversazione stava per concludersi Superman porse la mano a Lois, invitandola a volare con lui. La giornalista non se lo fece ripetere due volte. Emozionata e, forse, un pizzico spaventata, la cronista mosse il braccio verso il suo accompagnatore, lasciando che l’eroe la sollevasse come fosse una piuma sospinta da un refolo. Stretta tra le braccia dell’uomo che le aveva salvato la vita, la donna librò oltre l’uscio, salì in alto, così in alto che le parve di poter toccare le stelle. Lambì le nuvole, le trafisse con il suo corpo, accorgendosi della tenue consistenza di cui erano fatte. I due continuarono a volare per molto tempo, mirando da lassù la città viva e palpitante nel pieno della notte, con tutte le sue luci che brillavano nel buio. Lois seguirà il suo eroe per l’aere, volgendo lo sguardo, di tanto in tanto, verso di lui e scrutandolo con soavità ma anche con la sua proverbiale curiosità di giornalista, mentre egli non smetterà di tenerla sempre per mano. (Un'altra coppia di innamorati volò, insieme, da una stella ad un'altra. Vi stanno aspettando qui.)

In quegli attimi, tra una planata sul mare e una salita verso il pallido chiarore della luna tondeggiante, Lois cominciò a chiedersi se Superman potesse leggerle il pensiero. Chi poteva dirlo? Forse avrebbe potuto, ma Lois non ne era certa. Dopotutto, quel superuomo che aveva accanto riusciva a prevalere sulla forza di gravità, a soffiare folate gelide dai suoi polmoni, a sollevare un’auto senza versare neppure una goccia di sudore. Perché, dunque, se era in grado di fare tutto questo non avrebbe potuto leggerle anche la mente?

Puoi leggermi il pensiero?” – Si domandava Lois in cuor suo. Fra tutti i suoi poteri, le sue straordinarie facoltà - il volo, la forza erculea, la velocità, la vista che dissolveva ogni ombra e schiariva l’oscurità - Superman era in grado di sfogliare l’io interiore di una donna innamorata? No, invero non poteva. La mente resta un luogo intimo, personale, segreto, inaccessibile. Neppure l’Uomo d’Acciaio può addentrarsi in una simile dimensione.

Lois, in quei frangenti, meditava. Le emozioni che scaturivano dal suo cuore si erano mescolate alle idee del suo cervello. Riusciva a pensare solamente all’amore, a quanto si era innamorata di Superman. Le sarebbe piaciuto che l’eroe dalla grande “S” fosse capace di perscrutare oltre la fronte. Così facendo, si sarebbe accorto immediatamente di quanto forte e vivo fosse il sentimento della donna. Non sarebbero servite confessioni, bisbigli, mormorii pronunciati con mal celato imbarazzo, con il rossore sulle guance. Sarebbe bastata una rapida lettura...

Già! Se solo la persona da noi amata potesse leggere nella nostra mente! Capirebbe tutto in un lampo. Avvertirebbe la forza del nostro sentimento, la sua purezza, che a volte le parole non riescono a descrivere appieno. Quanto vorremmo che ciò avvenisse per davvero!

Anche un altro personaggio, in una storia diversa da quella fino ad ora narrata, avrebbe tanto desiderato che la sua amata potesse farsi strada nella sua psiche. Sono certo che lo avrebbe voluto.

Questo personaggio era un vagabondo che visse all’inizio del Novecento. Quando la donna che amava gli sfiorò il bracciò e lo guardò negli occhi, egli mostrò i denti, sghignazzando tra il timido e l’impacciato. Chi lo sa, forse fu proprio allora, in quel momento, che egli si chiese realmente se ella potesse leggere nella sua mente. In tal caso sarebbe stato più facile, per lui, trasmetterle tutto ciò che provava laggiù, in fondo al petto.

Il vagabondo non era solito parlare. Le parole non facevano per lui. Egli preferiva comunicare con l’arte dei gesti e dei silenzi, con le occhiate e le movenze. La sua voce era difficile d’ascoltare e veniva soffocata dal suono della musica, il contrappunto di grazia e delicatezza che scandiva ogni suo passo, ogni suo cenno.

Charlot, così si chiamava questo vagabondo, nell’attimo in cui s’imbatté nuovamente nella sua adorata restò immobile a guardarle il volto. Ella lo scrutava curiosa, sgomenta, del resto era la prima volta che lo vedeva, anche se si conoscevano da tempo. Come dite? Vi state chiedendo com’è possibile che quella era la prima volta che lei lo vedeva se già si conoscevano? Perdonatemi, avete proprio ragione. È meglio fare un passo indietro, e riannodare alcuni fili pendenti del discorso.

Tutto ha principio in un giorno di festa.

In una piazza cittadina si sta svolgendo una cerimonia di inaugurazione. Un nuovo monumento, per la precisione un’imponente statua di marmo sta per essere svelata a tutti i convenuti. La scultura appare coperta da un ampio drappo di velluto. Una volta rimosso, la statua si mostra ai presenti in tutta la sua solennità. Si tratta di una raffigurazione scultorea della dea Giustizia. Tutti i presenti applaudono festanti, incantati dalla bellezza di quell’opera d’arte. Di colpo si interrompono, cessano nel loro battito chiassoso. Essi si accorgono che un individuo con addosso degli abiti consunti dorme rannicchiato ai piedi della statua, abbracciando il suo bastone con la stessa innocenza con cui un bambino abbraccia il suo orsacchiotto. Charlot si era appisolato proprio lì la sera prima, probabilmente trovando rifugio dal freddo sotto quell’ampio drappo che nascondeva la scultura da occhi indiscreti. La moltitudine emette un grido all’unisono: “Via da lì!”. Il goffo vagabondo si sveglia di soprassalto, e viene scacciato dalla folla inferocita. Così scivola lungo le gambe della dea, apre un passaggio fra le dita e fugge in strada, voltando le spalle ai cittadini inferociti. Dopotutto, Charlot non può trovare riparo nell’accoglienza della società dei tempi moderni che proprio non vuole un tipo come lui. Le persone che “adorano” quella scultura appena “issata” non sono dei “giusti”, bensì dei prepotenti che non esitano a scacciare il debole tramutandolo in reietto, che, pertanto, mai potrà trovare ristoro e uguaglianza dinanzi ad una giustizia terrena che, di fatto, è ingiusta per sua natura.

Vagabondando di qua e di là, Charlot giunge all’angolo di una strada dove incontra una giovane donna che vende dei fiori. La fanciulla gliene offre uno, raccogliendolo dalla sua cesta. Charlot lo accetta, restando ammaliato da quella dolce visione incarnata dalle fattezze della ragazza. Osservandola attentamente, Charlot si accorge che la donna è cieca. Intenerito, il vagabondo vorrebbe acquistare tutti i fiori ma purtroppo possiede a malapena una moneta nelle tasche sdrucite dei suoi pantaloni smisuratamente larghi. La fanciulla lo ringrazia per la sua gentilezza e lo saluta. Ella ha appena scambiato Charlot per un nobiluomo, perché nel momento in cui lo sta salutando sente sbattere la portiera di un’auto di lusso, una Rolls-Royce. L’uomo con la bombetta sul capo se ne rende conto, così, per non deluderla, fa per andarsene di soppiatto. Nei giorni a seguire, il vagabondo incontrerà ancora e ancora la fanciulla e non disdegnerà di farle la corte.

I giorni passano, le serate scorrono, Charlot vive la frenesia della città scoprendone i molteplici aspetti. Dapprima si avvicina alle luci accecanti, sperimentando il furore delle notti brave, in coppia con un improbabile amico conosciuto per caso: un ricco ubriacone che si mostra amichevole solamente quando è sotto effetto dell’alcol. Questi trascina Charlot tra gli sfarzi del suo “palazzo”, mescolandolo fra la creme dei ricchi magnati. Il vagabondo, dopo aver assaporato l’ebrezza del mondo dei privilegiati, fa visita alla fioraia, saggiando l’altro lato della città, l’altra “luce scintillante” di essa. Perlomeno, “scintillante” per chi ha negli occhi la giusta sensibilità per notarla.

Il vagabondo passa così alla piacevolezza, alla quiete, alla serenità, ciò che più si addice al suo animo nobile ma squattrinato. Charlot si sente a suo agio ogniqualvolta incontra la sua innamorata, la fioraia cieca. Soffermandosi accanto a lei, l’uomo con la bombetta sente di avere finalmente trovato il proprio posto nel mondo, all’interno di una società che lo ha sempre ripudiato. Fra tutte le luci della città, Charlot si è invaghito della luce più fioca, tenue, debole: quella emanata da una giovane donna indigente, dolce e gentile.

Un giorno, Charlot ha l’opportunità di scortare la fanciulla fino alla sua dimora. In sella ad un bolide rimediato per caso, il vagabondo accompagna la fioraia sino alla porta di casa, non prima di averle comprato tutti i fiori che reca tre le braccia. Prima che la giovane salga i gradini della scala Charlot la chiama a sé, trattenendole la mano.

Potrò rivederla ancora?” – Domanda il vagabondo, sfiorando con le labbra i dorsi di lei.

Quando vuole, signore.” – Arrossisce la ragazza.

Come un moderno Romeo, Charlot corteggia la sua Giulietta standosene ai piedi della minuscola scalinata, mentre la fanciulla, non di certo una Capuleti ma una povera venditrice di petali profumati, ascolta il suo parlato, versi d’amore improvvisati e, proprio per questo, ancor più veri. La giovane fioraia non può vedere Charlot, può soltanto ascoltarlo. Ella si innamora delle sue parole laconiche, delle frasi che egli le sussurra all’orecchio, mentre se ne resta giù, al primo gradino della rampa. (Potete leggere di più su Romeo e Giulietta cliccando qui.)

Charlot, un po’ come Cyrano di Bergerac, non può contare sulla prestanza del suo fisico per conquistare l’amore della sua amata, può contare a malapena sulla forza delle sue brevi parole, sulla profondità dei suoi gesti e sul valore delle sue azioni. (Il Cyrano vi attende qui.)

Di giorno in giorno, Charlot si reca dalla sua amata. Ella è solita toccargli il braccio quando gli parla. Non potendo vedere, la fanciulla usa il senso del tatto per stabilire un punto d’incontro con il suo amato, per riconoscerlo, per sentirlo vicino. La giovane continua ingenuamente a credere che Charlot sia un nobiluomo, ma non è questo che la attrae. Ella, come confiderà alla nonna, sente che Charlot abbia in sé molto di più del banale denaro: è ciò che è, sono i suoi comportamenti a renderlo tanto speciale. Il vagabondo serba, infatti, un cuore d’oro ed è deciso a fare quanto è in suo potere per curare la cecità della fioraia e sostenerla nella sua vita di stenti.

Dopo una serie di bizzarre peripezie, l’uomo con la bombetta in testa entra in possesso di una grossa somma di denaro che offre alla sua compagna. Grazie a quel sostanzioso bottino, la fanciulla potrà pagare una costosa operazione agli occhi e saldare i debiti dell’affitto. Prima d’andar via, Charlot le promette che un giorno tornerà. Di lì a poco, il vagabondo verrà catturato dalle forze dell’ordine e sbattuto in prigione per un banalissimo equivoco. La circostanza della statua su cui si era addormentato all’inizio del film stava a presagire il destino a cui sarebbe andato incontro il vagabondo: un destino bieco, crudele, ingiusto.

Diversi mesi dopo, Charlot esce di galera e cammina tutto solo per le strade. Un gruppetto di ragazzini maleducati lo infastidisce, schernendolo. Malconcio, Charlot si volta e osserva la vetrina di un negozio. Fra i petali dei fiori, egli scorge un viso: quello della sua amata. Ne resta interdetto. La donna lo osserva meravigliata e attonita. Non lo riconosce, non può riconoscerlo. Charlot le sorride e poi, con sommo stupore, si rende conto che la donna ha acquistato la facoltà di vedere. Charlot è commosso, ma cerca di non mostrarlo. L’uomo con la bombetta fa per andarsene ma la dama, colpita da quell’indugiare di Charlot, esce dal negozio e lo raggiunge, offrendogli un fiore. Si erano conosciuti esattamente così. Un fiore li aveva legati nel buio e adesso un fiore li avvicinava nuovamente nel candido chiarore di uno sguardo ricambiato. Charlot non vuole fermarsi, dunque la giovane gli sfiora il braccio. La stoffa dell’abito del vagabondo viene immediatamente riconosciuta dalla fioraia.

“Sei tu!” – Sussurra.

Charlot annuisce, portandosi la mano alla bocca.

“Puoi vedere, adesso?” – Chiede.

“Sì, posso vederti ora.” – Risponde, quasi in lacrime.

Charlot non sa cosa dire. Non era mai stato bravo con le parole e in quel preciso momento, sopraffatto dalle emozioni, non riusciva a far effluire neppure un fremito sommesso, un alito di voce. Scelse di sorridere. Una singola nota, un verbo esternato dalla bocca sarebbe risultato superfluo. Nessuna frase avrebbe potuto esprimere la gioia di quel nuovo incontro. Charlot tacque. La donna lo guardò, come non era riuscita mai a fare. Contemplò le gote sporche, il baffetto a spazzola, gli occhi profondi. Lì si attardò, come una lettrice che indugia su una frase di un libro tanto bella da rapirla. Cosa fece la ragazza in quell’attimo, in quello sguardo prolungato, tanto intenso da sembrare eterno? Si mise a sfogliare le pagine celate al di là di un velo fatto di bianca epidermide?

No, la fioraia non poteva leggere nella mente di Charlot. Se avesse potuto, sarebbe stata travolta da un amore pronto a sfociare come un fiume in piena, che abbatte ogni argine. Ma non fu necessario. La fioraia, con la sua cecità, era già riuscita a vedere oltre la maschera di Charlot, dietro la sua flebile voce e i suoi gesti buffi e impacciati, arrivando fino al suo cuore e innamorandosene. Charlot aveva fatto lo stesso. Guardandola con i suoi occhi vispi e luminosi, si era innamorato di ciò che ella custodiva nel buio delle sue pupille gravi e spente, che egli avrebbe desiderato accendere sin dall’inizio.

…Quindi no, Lois, nessuno può leggere nel pensiero. Neppure Superman. Si può solamente raggiungere il cuore con la “vista”, sia essa quella di un superuomo, di un vagabondo, di una piccola fioraia cieca.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Stanlio e Ollio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Senti, la mia filosofia è questa: se non si ha un po' di senso dell'umorismo è meglio essere morti.

Roger aveva ragione. Pienamente ragione. Lo disse una sola volta, con la sua voce squillante, blaterando con quella sua bocca grande e pelosa, sputacchiando qua e là. Disse che ridere è l’unica arma che ci rimane. Già, l’unica. Pronunciò questo suo pensiero quando si trovava in un vecchio locale, rannicchiato all’interno di un nascondiglio umido e angusto, utilizzato molti anni prima dai proprietari, ai tempi del proibizionismo.

Quella espressione – “La risata è l’unica arma che ci rimane” – la proferì con aria sincera. Si vedeva lontano un miglio che Roger credeva in ciò che stava dicendo. Ridere, per lui, era la cosa più bella del mondo. La frase di Roger restò impressa a chi stava ascoltando, anche se questi non lo dette a vedere. Eddie Valiant l’improbabile amico umano di Roger, non era, per così dire, un tipo allegro. Nulla riusciva a penetrare la sua pervicace perplessità. Eddie era triste, costantemente abbattuto. Era un investigatore cinico, depresso, avvilito, annebbiato dall’alcol consumato a fiumi per tentare di annegare un malessere che, purtroppo, aveva il salvagente. In quei frangenti, Roger cercava di aiutarlo a capire: ridi, Eddie. Ridi! Ridere è il solo modo per poter andare avanti.

Come dite? Vi state chiedendo chi è questo Roger? Già, avete ragione, perdonatemi. Stavo procedendo un po’ a ruota libera, dimenticandomi di fare le dovute presentazioni. Roger è un coniglio, ovviamente. Beh, “ovviamente” si fa per dire. Diciamo che si tratta di un cartone animato. Sì, insomma, un cartone con le fattezze di coniglio. E non aveva affatto torto. Proprio per niente.

Ridere è l’unica arma che ci rimane. Quando la vita si fa dura, quando intorno a noi sembra tutto fosco, come se una nube caliginosa fosse calata senza più diradarsi, trovare la forza di sorridere è la sola risorsa di cui disponiamo per sopravvivere. In quella storia fantastica vissuta dal coniglio e dal detective con indosso l’impermeabile, in quel film intitolato “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, ne sono state dette, sì, di frasi belle, argute, profonde, indimenticabili, proprio come quella appena citata. Frasi che potrei utilizzare per parlare di un argomento che ha poco a che fare con l’avventura di Roger Rabbit, ma che ben si presta alla sua riflessione più emblematica: talvolta, la risata è l’unico espediente di cui possiamo beneficiare, l’unica àncora a cui poterci aggrappare!

Una scena di "Chi ha incastrato Roger Rabbit". Potete leggere di più cliccando qui.

Ma come si fa a ridere pienamente? E, soprattutto, come si fa a far ridere? Gran bella domanda. Dovremmo chiedere a un esperto in materia. Chissà cosa avrebbe risposto, a tal proposito, un genio della comicità come Stan Laurel. Qualcuno, invero, ebbe la fortuna di chiederglielo, molti anni fa.

Dunque, come si riesce a strappare un sorriso alle persone? Persino Stan cercò di eludere la domanda. “So solo come far ridere la gente”, così rispondeva quando qualcuno, chiamandolo a ragion veduta “maestro”, gli chiedeva quale fosse il segreto per una sana comicità. Stan non lo sapeva. A dire il vero, ci teneva a precisare di non conoscere neppure lui quale fosse il meccanismo per suscitate una risata copiosa o per scrivere una grande commedia. Già! Ma cos’è una commedia?

Una forma d’arte, questo è certo, ma fin troppo difficile da descrivere o sintetizzare a parole, anche per un genio come il signor Laurel. La commedia, Stan, la sentiva dentro di sé, era parte del suo essere, linfa che scorreva nelle sue vene. Far ridere era un’attitudine della sua persona, un talento che aveva fin da quando aveva messo piede nel mondo, il sesto, nonché il più affinato, dei suoi cinque sensi. In realtà Stan sapeva benissimo cosa fosse la commedia, e in egual misura era ben conscio di cosa fosse il mimo, il comico, l’istrione, la maestria di far ridere il prossimo.

Semplicemente non sapeva come spiegarlo, come tramutarlo in un concetto cristallino. Del resto, come avrebbe potuto? Può forse un artista rivoluzionario o un genio innovativo compendiare in brevi estratti in cosa consista la sua arte, l’estro e l’arguzia che tutti sembrano riconoscergli? Certo che no, farebbe troppa fatica anche solo a tentare. Neppure un pennuto, se potesse parlare, riuscirebbe a dire perché sa volare. Già, volare, ma certo!

Ecco, per Stan Laurel la comicità era come volare per un gabbiano: una prerogativa naturale, appresa sin dalla più tenera età. Ridere per Stan significava spiccare il volo, dispiegare le ali e volteggiare tra il cielo ed il mare. Ogniqualvolta immaginava uno scenario comico materializzarsi nella sua mente, Stan abbandonava la sabbia e si librava oltre le onde che si infrangevano contro gli scogli, per salire sempre più su, riuscendo poi a planare sull’acqua per sfiorarla con la punta dei piedi. Solamente quando la gag era svanita, lo sketch compiuto e la mente si faceva sgombra da fantasie ironiche, Stan piombava giù, atterrando lentamente, proprio su quella spiaggia dove tutto aveva avuto inizio.

Era questa la commedia per Stan Laurel: uno strumento per librare, per sollevarsi oltre il suolo, un paio di ali da regalare a tutti gli esseri umani. Ali candide, bigie, magari argentee, che permettessero agli uomini e alle donne di volare via, di allontanarsi da quella terra fredda, desolata, pregna di tristezza.

La commedia è una rappresentazione scenica volta a generare il riso, a far dimenticare, sia pure per un attimo, i problemi della quotidianità. Quando si ride, si abbandona la terraferma, si ascende ad una dimensione fatta di piccoli sprazzi di tempo in cui si smarrisce la realtà delle cose, e con essa ogni forma di ansia e di affanno, annullando così il ricordo di tutto ciò che è spiacevole. Una sana risata ci riporta alla mente la letizia, la gioia, ci permette di accarezzare i lieti momenti, che spesso ci appaiono lontani, perché situati al di là di quella immaginaria linea d’orizzonte in cui ogni essere umano ha relegato la propria felicità, per andare a raggiungerla poi con tanta fatica.

La comicità e la farsa per Stan erano questo: il mezzo per volare via dai problemi, lo strumento per sfuggirgli, un espediente per tentare di soggiogare i drammi della vita.

Stan fece ridere il mondo intero durante gran parte della sua esistenza. E non lo fece da solo. Fianco a fianco a lui, ci fu un amico. Un caro amico, ma che dico, un fratello: Oliver Hardy. Con lui, il signor Laurel formò il più celebre duo comico della storia della settima arte.

Durante il periodo di massima popolarità della coppia, l’umorismo di Stan Laurel e Oliver Hardy conquistò l’affetto di milioni di persone sparse per il globo. L’universo comico di Laurel e Hardy era un susseguirsi di fughe rocambolesche, di amene peripezie, argute trovate in cui l’uomo comune, nelle più variegate vesti di marito, di apprendista operaio, di girovago, spesso di indigente, veniva rappresentato in chiave ironico-grottesca. Stanlio e Ollio rappresentavano, in parte, la condizione umana del loro tempo, misera e aspra, il quotidiano spigoloso e arcigno, facendosene beffa, offrendo a tutte le persone che si recavano al cinematografo non sogni e neppure illusioni ma spontanee risate. (Se ti piacciono le grandi pianole, passa da qui. Stanlio e Ollio hanno una consegna speciale per te).

La comicità di Stanlio e Ollio era tanto allora quanto adesso un toccasana, sia pure momentaneo, capace di rilasciare un immediato senso di appagamento, una sorta di panacea temporanea dei mali che attanagliano l’animo umano. Ridere e far ridere, era questo ciò che importava, la sola terapia palliativa per l’animale uomo, condannato ineluttabilmente a soffrire.

Spesso, Stanlio e Ollio riuscivano a far ridere il proprio pubblico semplicemente ridendo essi stessi. Davanti alla cinepresa, cominciavano a sorridere lentamente, stringendo i denti, come a voler, da principio, soffocare quel riso pronto a scaturire con forza prorompente, simile al getto d’acqua di una sorgente tra le rocce d’alta montagna. Inevitabilmente, poi, il riso prendeva il sopravvento. Stan seguitava a ridere in maniera incontrollata, strillando come una pollastra e picchiettando con il gomito sulla spalla di Ollio, richiedendone la partecipazione e coinvolgendo così l’amico in quel vortice di risate. Il pubblico, osservandoli, non poteva che lasciarsi trascinare da quel clima di sana euforia.

Il riso, come lo sbadiglio, innesca un riflesso condizionato che induce chi si trova a stretto contatto a ridere anch’egli, senza un apparente motivo. Il riso è una sorta di virus contagioso, ma è un virus innocuo. Anzi, è il più salutare. L’allegria fa star bene, riconcilia con il mondo circostante, porta a volare alto nel cielo, un po’ come accadeva in “Mary Poppins” quando la “magica” tata, Bert e i piccoli Jane e Michael si lasciavano trasportare dal riso incontrollato dello zio Albert, salendo su, sempre più su, a sorseggiare del buon thè a qualche metro d’altezza dal pavimento del soggiorno. Zio Albert era sempre di buon umore, e per questo motivo sempre fluttuante, perché libero da preoccupazioni, da angosce, da ansie, insomma da tutti gli affanni delle persone comuni, più costrette che avvezze a vivere la propria quotidianità con i piedi ben piantati per terra. (Ah, quasi dimenticavo, Mary Poppins ti aspetta qui. E, sì, anche qui).

  • Ma io sono un cartone e i cartoni esistono per far ridere la gente!

Tutto ebbe inizio cento anni fa, in quel fatidico 1921. Sul set del cortometraggio “Cane fortunato”, Stan Laurel e Oliver Hardy si incontrano per la prima volta. In quel corto, Oliver appariva tanto diverso da come lo conosciamo tutt’oggi. Il suo faccione rubizzo era coperto da uno spesso strato di trucco, che lo imbruttiva fino a conferirgli un’ovale torva e intimidatoria. E non poteva essere altrimenti, in quella commedia Oliver interpretava un vile delinquente di città, aggressivo e tracotante. Stan, dal canto suo, aveva la sua tipica aria stralunata quando gironzolava senza meta in una grande metropoli, in compagnia di un amico a quattro zampe. Stanlio e Ollio in questo film sono appena un accenno, un abbozzo embrionale, anzi neppure esistono. Nessuno, a quel tempo, poteva immaginare ciò che il futuro aveva in serbo per i due istrioni.

Passarono circa sei anni, intervallati da lavori differenti. Oliver seguitò ad interpretare parti da antagonista nelle commedie più disparate. Dopotutto il suo fisico massiccio ben si prestava a ruoli di contorno, per lo più stereotipati, da corpulento prevaricatore. In quegli anni Oliver era questo, un attore caratterista, il cattivo delle comiche, nulla di più. Neppure uno dei tanti registi che diressero Hardy si accorse del potenziale insito nella fisicità dell’attore, capace di emanare tenerezza e tanta amabilità.

Stan Laurel aveva preso parte a svariate produzioni, il più delle volte come protagonista, ma senza ottenere il successo sperato. Oltre che come interprete, Stan si cimentava nella scrittura e nella regia. Nel 1927, Stan e Ollie torneranno a collaborare davanti alla macchina da presa. Il corto “Zuppa d’anatra” segna l’alba di un sodalizio artistico destinato a segnare la storia del cinema. Per tutta la seconda metà degli anni ’20 del Novecento, Laurel e Hardy forgeranno i loro caratteri somatici sul grande schermo con un complesso e minuzioso lavoro artigianale.

Intagliando nel “legno”, limando un po’ qui e un po’ lì, smussando gli angoli, rimuovendone le scaglie e tutti i frammenti, evidenziando i dettagli dei volti e delle personalità, i due comici inventeranno le loro maschere: Stanlio e Ollio.

Si partì dal “costume”. Stan intuì che i due soggetti, per apparire immediatamente riconoscibili, dovevano avere un dettaglio chiaro e bene evidente, che rubasse facilmente l’occhio agli spettatori. La scelta cadde su un paio di bombette quasi identiche. Stan ricordava che i cappelli a bombetta venivano indossati, solitamente, dai personaggi dei fumetti, divenendo tratti simbolici di questi ultimi. L’intenzione del signor Laurel era quella di rendere Stanlio e Ollio due sagome fuoriuscite da un vero e proprio fumetto, o forse, perché no, addirittura da un cartone animato. E il compito di un cartone – Stan ne era ben conscio - è quello di far divertire la gente.

In effetti, le cadute rovinose, le scivolate improvvise, le case distrutte, le liti inaspettate contro energumeni capitati per caso ricalcano un tipo di comicità cartoonesca, scanzonata e genuina, completamente priva del doppio senso, lontana dalla volgarità e per questa ragione una comicità eterna, universale, cristallina. Stanlio e Ollio sono, a tutti gli effetti, due cartoni animati sfuggiti ai contorni di un foglio bianco, ai singoli e precisi tratteggi di una matita o di un pastello colorato. (Fai un salto qui per incontrare un pericoloso bandito e i suoi fidi scagnozzi).

  • Nessuno riesce a incastrarlo Roger Rabbit!

Oliver Hardy prestò il suo fisico imponente e alquanto rubicondo alla maschera di Ollio, un uomo cordiale ma impacciato, dal viso abbondante, paffuto come quello di un bambolotto, con un baffetto a spazzola atto ad arricchire la parte superiore della sua bocca. La “maschera” di Oliver era quella di un adulto dai modi garbati, eleganti, fanciulleschi ma anche prepotenti nei confronti del suo amico fraterno Stanlio, colpevole di metterlo sempre nei pasticci. Di fatto, pur essendo molto tenero, permissivo e pavido, sovente Ollio si rapporta arrogantemente nei confronti di Stanlio, considerando sé stesso come il membro più intelligente della coppia e l’altro un povero sciocco. Così, Ollio è solito camminare fianco a fianco alla sua inseparabile “spalla” con aria tronfia, dandosi, per così dire, delle arie e pretendendo che gli venga data sempre la precedenza, soprattutto quando c’è da varcare una soglia. Ollio assume, pertanto, l’atteggiamento di uno sfrontato, di uno che non si lascia ingannare o incastrare tanto facilmente. Ma la sua è solamente una perenne illusione, destinata a venire continuamente disattesa poiché Ollio finirà per incorrere di continuo in dolorosissimi incidenti a cui Stanlio si sottrarrà con grande fortuna. 

La “maschera” di Oliver è quella del perpetuo perdente, del “vinto” che ingoia, come pasto unico della giornata, il boccone amaro della sconfitta. Ollio ha spesso un’espressione affranta e malinconica, specie quando si rivolge direttamente alla telecamera, abbattendo la quarta parete e ricercando la complicità degli spettatori che assistono, inteneriti ma festanti, alle sue tragicomiche disgrazie. Su quelle gote pienotte, su quel naso gonfio e quegli occhi tristi, Ollio esprime la rassegnazione dell’essere umano, vittima di un fato avverso, talvolta ingiusto, che si accanisce proprio su chi non lo merita.

  • Già! La proposta! Anche mio zio Thumper aveva dei problemi con la sua "proposta", e doveva prendersi delle pillole grosse così e bere tanta acqua.

Per la creazione del suo alter-ego, Stan mise a punto un lavoro sorprendente. Scelse di adattare su di sé, sulla propria inconfondibile fisionomia, una maschera impreziosita da elementi del tutto particolari: Stanlio è apparentemente un allocco perennemente sulle nuvole, un individuo distratto, lento a capire cosa sta realmente accadendo attorno a lui. Un tipo che riuscirebbe facilmente a scambiare la parola “prostata” per “proposta”, mettiamola così.

Una scelta curiosa, considerando che il signor Laurel era un uomo brillante, arguto e intelligente, rapidissimo nell’escogitare una battuta su due piedi e lesto nell’invenzione della gag comica. Stan era anche un tipetto meticoloso, un lavoratore infaticabile, un artista a tutto tondo, capace di ideare, progettare, scrivere, recitare e montare i film della coppia. Dunque, Stan poteva essere descritto come un essere dalle mille risorse, attore profondamente espressivo e comico dalla fantasia smisurata. Perché, quindi, creare per sé un personaggio all’apparenza così candido e ingenuo? Beh, forse perché “Stanlio” incarnava la parte più opposta di “Stan”.

Il signor Laurel scelse per il suo personaggio la maschera contraria a quella che era la sua vera personalità: lui, così intelligente, così sagace creò per sé un personaggio infingardo, smaliziato. Stanlio era una figura leggera, scanzonata, modesta, Stan invece era un perfezionista, maniaco del lavoro. Nella sua maschera comica, Stan trasferì la rilassatezza e la spensieratezza che egli non poté avere nella sua vita reale.

Come il possente Superman, che finge nella vita di tutti i giorni di essere il mansueto e timido giornalista Clark Kent, la maschera umana necessaria per nascondere l’autentica personalità del supereroe, fatta di astuzia e di incredibile audacia, Stan delineò la sua maschera cinematografica come un “costume” che più rimarcasse la differenza con il suo vero “io”. Così, se l’invincibile Superman simula d’essere un uomo comune, insicuro e goffo, il geniale e creativo Stan recita d’essere Stanlio, un personaggio a prima vista lento di comprendonio, pauroso, infantile, e di certo poco lungimirante. (L'ultimo figlio di Krypton sta volando qui, a Metropolis).

Eppure, ogni tanto, Stan lasciò emergere la parte nascosta del suo vero “io”, la sua mente geniale. Talvolta, infatti, nei vari film, Stanlio ha momenti in cui elabora piani articolati, furbi ed effettivamente acuti, salvo poi, solo dopo qualche istante, non riuscire a ricordarli più, tentando di ripeterli a voce alta e confondendo gran parte delle sue idee. Una gag studiata a tavolino, un piccolo sotterfugio, chi lo sa, elaborato proprio dal signor Laurel per lasciare emergere, di tanto in tanto, il suo acume. Un momento di libertà, in cui dalla maschera di “Stanlio” fuoriusciva il volto di “Stan”, un po’ come è solito fare il Superman di Christopher Reeve, in quei rari attimi in cui non viene osservato sul luogo di lavoro, la redazione del Daily Planet, e lancia il suo borsalino sul porta cappelli centrandolo al primo, chirurgico colpo.

  • Nessuno sa incassare le botte come Pippo! Che tempismo! Che tocco! Che genio!

La comicità di Stanlio e Ollio era genuina, scevra da costrutti ideologici o intenti critici rivolti alla classe dirigente. Era principalmente ciò che appariva: comicità creata con il solo intento di far ridere. Per lo più non vi erano messaggi nascosti, denunce occultate, metafore celate dietro un particolare gesto o una situazione. Stanlio e Ollio erano così come apparivano: autentici, sinceri, incapaci di mentire o di sottintendere. Eppure, dietro molte delle loro storie, al di là delle loro disavventure, era possibile percepire e assaporare un mondo vasto ed eterogeneo, carico di sentimento, di spirito, di riflessioni sociali, talvolta anche involontarie, messe in atto dalla coppia nelle loro opere. A cominciare dalle loro personalità.

Stanlio e Ollio sono due bambini nel corpo di due adulti, creature profondamente altruiste e innocenti, bistrattate e derise dai più. Persone intimamente candide, incapaci di provare disprezzo e di compiere cattiverie. Essi possiedono un animo puerile, ma la loro infinita bontà viene schernita o mai del tutto compresa dagli adulti che incontrano lungo le loro tante peregrinazioni. Spesso e volentieri, Stan e Oliver sono i reietti, i dimenticati, le povere vittime della Grande depressione americana, non hanno un soldo in tasca e faticano terribilmente a integrarsi nella società. Vorrebbero dare il loro contributo con il sudore della fronte, ma è proprio il mondo del lavoro a giudicarli troppo inetti e maldestri. Mossi da un’ignara anima distruttrice, Stanlio e Ollio, ogniqualvolta si apprestano a svolgere un compito, finiscono poi per distruggere del tutto ciò che cercavano di accomodare o di incendiare una stanza che tentavano di rassettare; e così l’attività professionale che faticosamente avevano trovato per mettere del pane sotto i denti naufragherà tragicamente, come, del resto, tutte le loro giornate, trascorse all’insegna di una disavventura, di un contrattempo, di un litigio, di un imprevisto.

La società americana, organizzata secondo ben determinate convenzioni sociali rappresentate dall’avere un buon lavoro, una casa accogliente, una famiglia affiatata, veniva, sovente, osservata con distacco da Stanlio e Ollio, i quali provavano in tutti i modi a farne parte integrante, senza esserne all’altezza, perché troppo inadatti e incapaci di svolgere un qualsiasi impiego o di mantenere un equilibrato rapporto matrimoniale. Già, il matrimonio! Per Stanlio e Ollio era una dannazione.

Immagine tratta da "I figli del deserto". Potete leggere di più cliccando qui.

Con le donne proprio non ci sapevano fare. E allora perché prendevano moglie? Beh, è ovvio: perché finivano per innamorarsi! E per seguire il dettame sociale, convolavano a nozze divenendo mariti di donne risolute, tiranniche, severe e inclini al comando.

A tal proposito, quasi tutte le opere del duo comico sembrano permeate da un’ironica “misoginia”: le donne di Stanlio e Ollio, aggressive e burbere, simboleggiano quella maturità che i due personaggi respingono con tutte le loro forze. Le donne amate da Stan e Oliver sono spesso belle ma isteriche, disperate e impossibilitate a capire l’immaturità dei loro partner. Il mondo femminile, imperscrutabile, viene reinterpretato da Stanlio e Ollio come una dimensione adulta e oppressiva, un qualcosa che tenta di limitare e ingabbiare la loro infantile anarchia.

Stan e Oliver non erano semplici attori ma personaggi veri e propri calati in storie sempre nuove e in contesti diversificati. Andando al cinema, gli spettatori in sala non si aspettavano di vedere Laurel e Hardy in ruoli differenti, d’altronde Stanlio e Ollio erano loro, erano le loro maschere, i loro costumi, le loro personalità. I film erano contorni, costruiti attorno alle loro gag, potremmo dire un qualcosa di superfluo, poiché erano i due interpreti il vero fulcro di tutto il sistema.

Quella di Laurel e Hardy era una comicità classica, basata sul linguaggio del corpo, sull’inciampata rovinosa, sulla circostanza esilarante che vedeva i personaggi coinvolti in disastri da loro stessi generati, una comicità eterna e inscalfibile. Per questa ragione, a distanza di novant’anni, Ollio che scivola su una buccia di banana continua a far ridere, così come continua a strappare un sorriso Stan che batte la testa contro un ostacolo che proprio non aveva fatto in tempo a vedere.

Vi è però un alone drammatico ad avvolgere le commedie di Stanlio e Ollio. Noi spettatori non facciamo che ridere con loro, sequenza dopo sequenza. Ridiamo quando Ollio viene percosso dal prepotente di turno, quando Stan piange perché spaventato da un brutto evento o dal sopraggiungere di un energumeno voglioso di fare a botte. Non facciamo che ridere, incidente dopo incidente, scazzottata dopo scazzottata, sopruso dopo sopruso.

Ebbene è proprio qui che la comicità del duo, oltre a generare il riso, indugia su una riflessione più triste e malinconica. Quando Ollio cade a terra, si fa male. Quando Stan piange, lo fa perché è sconvolto e terrorizzato. Eppure noi sorridiamo, senza accorgerci che stiamo ridendo della sventura di due malcapitati. Stan e Oliver sono vittime di un mondo oscuro, violento, pericoloso, nel quale non c’è spazio per i più deboli. L’esistenza riserva soltanto amarezze alla coppia di amici, percuotendoli giorno per giorno. Nessuno sembra incassare i colpi che la vita ha in serbo come riescono a fare Stanlio e Ollio, con il loro tempismo, il loro inconfondibile tocco, la loro arte innata.

Nel cortometraggio “Sotto zero”, ad esempio, è divertente vedere Ollio farsi picchiare da una donna alta e nerboruta, che manda in frantumi sulla testa del povero sventurato il suo violoncello. Ridiamo di gusto guardando ciò. Ma poi ci ricordiamo che Ollio è uno squattrinato in quel film, senza neppure un tetto sulla testa, e in quel momento suonava per chiedere l’elemosina. Di fatto, abbiamo riso di un uomo a cui è stata tolta in malo modo l’unica possibilità che aveva per guadagnarsi qualche soldo. Osservando la medesima scena, è piacevolissimo assistere alla donna che getta la pianola di Stanlio in mezzo ad una strada innevata, ed è ugualmente divertente guardare come la pianola venga distrutta quando un’auto ci passa sopra. Stanlio piange, sconfortato, e non fa altro che indurci al riso. E’ quello il suo intento. Ma noi ridiamo di un uomo a cui è stato sottratto un oggetto prezioso, e che si dispera per quella perdita. La comicità di Laurel e Hardy è così geniale, sensibile, straordinaria da far ridere di primo acchito ma intenerire subito dopo, quando si osserva il tutto con un occhio più attento, desideroso di cogliere qualche dettaglio in più.

Con Stanlio e Ollio si prova a ridere delle ingiustizie, della sofferenza, della delusione amorosa, del matrimonio fallito, del licenziamento subito, del fallimento esistenziale. Si mette alla berlina la ricchezza ristagnando nella povertà.  

  • Non vi ricordate cos'è successo la volta scorsa? Se non la smettete di ridere, farete la stessa fine di quelle idiote delle vostre cugine, le iene ridens!

Alla società del loro tempo Stanlio e Ollio non offrivano speranze o velleità ma soltanto risate, distrazioni temporanee. Sebbene si rida in maniera spontanea e si creda che le avventure di Laurel e Hardy siano sempre all’insegna del buon umore, esse raramente simboleggiano un inno alla felicità assoluta. Basti notare che i film di Stanlio e Ollio non finiscono mai bene. Il lieto fine è pura utopia.

Vi è sempre un caduta funesta, una lite furibonda, una fuga perniciosa, una minaccia incombente a far calare il sipario sull’avventura di Laurel e Hardy. I due non raggiungono mai alcun successo, non ottengono mai la ricompensa sperata né vengono premiati per i loro meriti o quando si mettono in luce per il loro coraggio. Questo perché le loro comiche erano, allora e lo sono tutt’oggi, fatte di peripezie quotidiane. Il viaggio di Stanlio e Ollio è una marcia senza esito e senza vittoria, priva di speranza e scevra dall’happy ending.

Le loro opere non erano fiabe con un finale allegro, ma racconti in cui si doveva ridere quando si poteva farlo, quando la vita ne concedeva l’opportunità. E bisognava coglierla con destrezza. La gioia, di per sé, è sempre momentanea e non eterna come il “vissero tutti felici e contenti” vuol farci credere. (Segui il Bianconiglio, passa da queste parti per incontrare Alice e visitare il Paese delle Meraviglie).

  • Noi cartoni facciamo gli scemi, ma non siamo mica stupidi!

Eppure, Stanlio e Ollio non sempre disdegnarono il mondo fatato e favolistico. Un tempo finirono addirittura in un villaggio popolato da creature magiche. Quaggiù, le maschere di Stanlio e Ollio assunsero una valenza “incantata”; esse divennero volti di fanciulli catapultati in un contesto fiabesco e sognante. 

La pellicola del 1934 “Nel paese delle meraviglie” inizia con una canzone intonata da Mamma Oca. Alle spalle della donna campeggia un grosso libro, dalla copertina spessa e variopinta, che comincia ad aprirsi. Fra le sue prime pagine, vi è un’immagine in movimento che mostra Stan e Ollie riposare in un soffice letto, addormentati come due bambini.

Una piuma, dondolata dall’aria, scende giù e sta per poggiarsi sui loro volti sereni. Il russare di Ollio rimanda la piuma verso l’alto, che cambia subito direzione e fa per avvicinarsi al viso di Stanlio. Il respiro di quest’ultimo la rimanda ancora una volta su, verso il faccione di Ollio. Il forte ronfare di Oliver scaccia nuovamente la piuma che torna in aria, cercando maggior fortuna da Stanlio. Una danza che continua imperterrita.

Come accade in “Forrest Gump”, pellicola del 1994, anche nel film di Laurel e Hardy, “Nel paese delle meraviglie”, è il volteggiare di una piuma bianca a segnare l’inizio di una storia meravigliosa. In “Forrest Gump”, la piuma, così delicata e lieve, vaga di albero in albero, da un quartiere ad un altro, posandosi, infine, a pochi passi dal protagonista, che la raccoglie e la conserva con cura all’interno della sua valigia. Quella piuma, dall’eterea consistenza, rappresenta la levità, la dolcezza del personaggio principale dell’opera, Forrest per l’appunto, libero come l’aria e tenue come una piuma che viene sospinta dalla fresca brezza.

In egual modo, potrei supporre che - nel film di Laurel e Hardy - quella piccola piuma, fuggita da un cuscino strappato, sembri simboleggiare la leggiadria del duo, la bontà, la delicatezza dei loro spiriti, anch’essi liberi e candidi. Volteggiando di viso in viso, la piuma finisce per essere accidentalmente ingerita da Stanlio, senza che questi ne risenta fin troppo. Egli non si desterà dal suo sonno, ma seguiterà a dormire un po’ stranito.

Il canto di Mamma Oca termina con un ultimo acuto e la camera irrompe fra le pieghe del librone, proiettando gli spettatori nel villaggio incantato.

A Balocchia, Stanlio e Ollio esercitano la professione di costruttori di giocattoli. L’ultima creazione a cui hanno collaborato è davvero meravigliosa: un intero esercito di cento soldati di legno, alti come un essere umano. I soldati indossano un chipì sulla testa e una divisa rossa, adornata da spalline dorate e bottoni tondi come una grande moneta. Essi imbracciano una baionetta color argento, e dietro la schiena sono tutti dotati di un pulsante. Una volta premuto, i soldati “prendono vita”, avanzando fieramente senza mai fermarsi. Quel mattino, Babbo Natale giunge alla fabbrica dei giocattoli per visionare i suoi militi in divisa. Invece della solita guarnigione di soldatini scopre una truppa talmente imponente da restarne stupito. A quel punto, Babbo Natale eccede in una fragorosa risata. “Ma non hai capito niente, Stanlio. Io avevo ordinato 600 soldatini di legno dell’altezza di un piede. Io non posso dare ad un bambino dei soldati così grandi per giuocare”. (A proposito di soldatini. Ce n'è uno, molto coraggioso, quaggiù).

Udendo queste parole Stan e Oliver giacciono di stucco, delusi come al solito dalla loro inettitudinePer il loro errore, i due vengono licenziati in tronco e sbattuti fuori dal costruttore capo, non prima di aver cercato di riporre ogni soldato nella propria custodia. L’intero esercito verrà poi trasferito nel magazzino, e lì resterà a coprirsi di polvere. A fine giornata, Stan e Ollie faranno ritorno alla loro dimora.

I due alloggiano all’interno di una casa a forma di scarpa, insieme alla signora Peep e a sua figlia, la pastorella Bo Peep. La dolce fanciulla è vittima delle attenzioni indesiderate di Barnaba, un impresario avido e malvagio, a cui la signora Peep deve una grossa somma di denaro. Per estinguere il debito, Barnaba propone alla signora Peep di concedere la mano di sua figlia, Bo Peep, innamorata, però, del bel Tom Tom, figlio del Pifferaio Magico. L’anziana donna rifiuta categoricamente, contando sull’aiuto di Stanlio e Ollio.  

L’antagonista di questa fiaba natalizia, Barnaba, cammina ricurvo, appoggiandosi ad un bastone dalla forma contorta, e porta sul capo un cappello a cilindro nero. Barnaba somiglia ad un personaggio nato dalla penna di Charles Dickens. Il mento pronunciato, il naso aquilino, gli abiti lievemente eleganti e scuri e il carattere così avido e malvagio, fanno rassomigliare Barnaba ad Ebenezer Scrooge, il personaggio cardine del celebre “Canto di Natale” dello scrittore britannico. (Scrooge e i suoi fantasmi ti stanno aspettando proprio qui).

A differenza di Scrooge, che avrà la fortuna, al ridosso delle festività natalizie, di ricevere la visita di tre spiriti che gli permetteranno di comprendere gli errori commessi e di redimersi, Barnaba è un personaggio negativo fino in fondo, bramoso e spregevole. Desideroso di mettere le mani sulla bella Bo Peep, Barnaba finirà per escogitare un piano subdolo. Egli farà in modo che Tom Tom venga processato per un crimine non commesso ed esiliato a Bobilandia, una regione situata oltre i confini del regno, in cui vivono mezz’uomini mostruosi e famelici.

Non riuscendo ad accettare la perdita del proprio innamorato, Bo Peep si dirige di soppiatto a Bobilandia, ricongiungendosi con Tom Tom in una grotta. Felici ma stanchi, i due innamorati cadono addormentati. Qualche ora dopo vengono trovati da Barnaba, che non si lascia sfuggire l'occasione per cercare di prendersi la ragazza. Destatasi dal sonno, Bo-Peep, nel vederlo, lancia un urlo di terrore, svegliando Tom Tom. Il giovane ingaggia una lotta furibonda con Barnaba, stendendolo a terra. La coppia scappa, inseguita dal reo, il quale, accecato dall’ira, chiamerà a sé le misteriose creature che dominano Bobilandia, ponendosi alla testa di un’imponente e furiosa armata che muove verso il villaggio incantato. Toccherà a due improbabili eroi, Stanlio e Ollio, salvare la fanciulla, il suo amato e l’intero paese delle meraviglie.

Così il duo raggiunge Bobilandia, imbattendosi nei mostri che la presiedono. Le creature del film, dall’aspetto di uomini-bestia, dotati di una fitta peluria, fauci larghe e denti aguzzi e che vivono in una terra fatta di buio ed ombre, lontane eppure vicine alla popolazione della “superficie”, somigliano ai Morlock, le creature raccapriccianti presenti nel lungometraggio “L’uomo che visse nel futuro”, opera di fantascienza tratta dal romanzo di H.G. Wells.

In questa pellicola del 1960, il protagonista George Wells inventa una macchina del tempo. Con essa, lo scienziato intraprende tutta una serie di viaggi straordinari, giungendo sino al futuro. In un’epoca lontana e distopica, George trova dinanzi a sé un mondo ridotto in miseria, una realtà post-apocalittica sconvolta dalle guerre. Sulla superficie terrestre vivono dei sopravvissuti, gente divenuta oramai per lo più apatica, analfabeta, indifferente. Sotto la “crosta”, però, vivono esseri ben più inquietanti e spaventosi: i Morlock. Discendenti della razza umana, sconvolti e mutati nell’aspetto, i Morlock sono individui che vivono nel sottosuolo, hanno sviluppato occhi luminosi e si cibano di esseri umani, hanno zanne possenti e una peluria foltissima.

Abitando nell’oscurità, avendo arti affilati, denti ferini e manti densi, i Morlock possono, in un certo senso, essere paragonati agli abitanti che confinano con il paese delle meraviglie della pellicola di Laurel e Hardy, anch’essi orripilanti, pericolosi e animaleschi, minacce respinte e recluse in luoghi tenebrosi che gli uomini si guardano bene dal percorrere.

Barnaba trascinerà le creature sino alle porte del villaggio, invadendolo. Stanlio e Ollio le affronteranno come potranno, fino a che Stan avrà una brillante idea: i due daranno “vita” ai loro soldatini di legno, che avanzeranno con la loro baionetta verso il nemico.

D’un tratto, le porte del magazzino di giocattoli si spalancano: i soldati in testa suonano la carica con le loro trombe dipinte d’oro ed i tamburini percuotono i loro tamburi, scandendo il ritmo della battaglia. Alle loro spalle, i militi con i fucili argentati iniziano la marcia, volgendo, diritti e ordinati, verso il centro del villaggio. La "fanteria" si abbatte sui mostri, spazzandoli via come un’inarrestabile inondazione.

La scena in cui i soldati rossi vengono attivati, e cominciano a muoversi quasi per magia, somiglia all’emozionante scena finale del classico disneyano “Pomi d’ottone e manici di scopa”. In quest’ultima pellicola, la strega Miss Price, con un incantesimo, dà coscienza e movimento ad un esercito di armature.

Gli stendardi vengono sollevati in alto, le bandiere svolazzano, mosse dal tocco del vento, gli scudi brillano sotto il chiaro di luna. Le armature argentate s’innalzano su di una collina verde e sguainano le spade. Ardite e fiere, esse affrontano gli eserciti tedeschi del Terzo Reich, respingendo l’invasione lungo le coste inglesi. Come accade in “Pomi d’ottone e manici di scopa”, anche nel film di Stanlio e Ollio, “Nel paese delle meraviglie”, un semplice tocco di “magia” anima le forze del bene incarnate da combattenti silenti e dormienti, che sconfiggono il male.

Sul finire delle vicende, Stanlio e Ollio vengono accolti come i salvatori del paese delle meraviglie. Una gioia per loro, seppur caduca.

"Due menti senza un singolo pensiero." - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non erano di certo due inetti, Stanlio e Ollio. Facevano gli sprovveduti ma non erano mica stupidi! Avevano tratto in salvo un intero villaggio, con le loro creazioni. Così come avevano salvato, e continuano ancora oggi a farlo, il mondo intero. Giorno per giorno. Facendolo ridere. Già, proprio così!

La risata, quella strana sensazione, così spontanea e dirompente, spesso è l’unica arma che ci rimane.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters  

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