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"Trilli" disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando ero un bambino e tenevo in mano la VHS de “Le avventure di Peter Pan”, il classico della Walt Disney, sovente, ne scuotevo l’involucro. Speravo, lavorando abilmente di fantasia, che da quella confezione in plastica fuoriuscissero effluvi fatati e polverine magiche. Polveri di fata, per la precisione, granuli di dorata luminescenza, lievi fiocchi di neve di un alone giallastro.  Si trattava, come la fantasia mi suggeriva, di quella stessa polvere di fata che Peter Pan donava ai suoi amici e alla sua Wendy per permettere loro di fluttuare al di fuori della loro cameretta, per volare su nel cielo, verso la seconda stella a destra, per poi proseguire, fino al mattino, alla volta dell’Isola che non c’è. “Chissà se in questa cassetta si nasconde una residua polvere di fata in grado di aiutarmi a volare come un piccolo Peter Pan” - mi domandavo. In vero, quella videocassetta permetteva di volare, seppur non serbava una rimanenza vera e propria di quella polvere fatata. Era la potenza immaginaria della fantasia, quella che il film suscitava con i propri disegni, a permettere al bambino che ero di spiccare il volo. Era inutile continuare a scuotere la VHS con decisione, quando sarebbe bastato inserire la videocassetta nell’apposito videoregistratore e lasciar scorrere il nastro, per far ritorno a Neverland, e volare con la gioia nel cuore…

Il quattordicesimo classico della Walt Disney inizia con una frase recitata da una voce narrante, che spiega come questa storia sia un racconto di ieri come di domani. Un messaggio di natura esistenziale e dalla valenza temporale. “Peter Pan e Wendy” è una narrazione di radice fiabesca, dall’ambientazione favolistica ma dalla morale concreta. Balzare da quell’imprecisato “ieri” e approdare in un misterioso “domani”, e percorrere, se ma ce ne fosse bisogno, il percorso inverso, già, a ritroso, è possibile e sta alla scelta opzionale di ogni singolo spettatore. L’opera di Barrie, e in egual valore, il lungometraggio della Walt Disney, riguardano tanto il passato quanto il futuro nella vita di ognuno di noi. Da adulti torniamo ad approcciarci a “Peter Pan” con la maturità dell’essere uomini o donne che anelano alla possibilità di rivivere le avventure di un tempo, quando non eravamo altro che bimbi sperduti che a notte fonda si raggomitolano sotto le coperte di un accogliente rifugio celato nelle radici di un grosso albero.

Ripensare ai momenti che precedevano la visione de “Le avventure di Peter Pan”, oggi, quando si è diventati grandi, può generare un solo rammarico, dovuto, per lo più, alla consapevolezza di non essere riusciti a rispettare il volere di un’anziana Wendy, quando in “Hook – Capitan Uncino”, sussurrava ai giovani figli di Peter di smetterla di crescere. Quelle parole che l’anziana nonna pronunciava con gentilezza nei confronti dei bambini, dovevano essere carpite come un’esortazione personale. Perdona, cara Wendy, colui che sta fissando su carta queste parole, e perdona anche coloro che le stanno leggendo negli attimi che seguono, perché tutti noi non siamo riusciti a rispettare le tue richieste, ma forse, in cuor tuo, sapevi che non avremmo potuto farlo. Così come lo stesso J. M. Barrie, l’autore di “Peter Pan”, era cosciente della forza immutabile, inestinguibile e universale del tempo. Da bambini diventeremo poi adulti, è la normale progressione della vita.

“Le avventure di Peter Pan” traspone lo spirito avventuroso e visivamente onirico dell’opera originaria, nella quale il sogno di un mondo d’incomparabile bellezza come l’Isola che non c’è avvolge le vicende dei protagonisti come un solo e incommensurabile sfondo che domina la totalità scenografica di un palcoscenico. Eppure, il tutto è trattato con maggiore spigliatezza, con un senso di frivola giocosità, ben lontano dalla cupezza nascosta dell’opera teatrale e letteraria. Una drammaticità occultata sotto le vesti colorate di Giglio Tigrato e degli indiani a cui appartiene, eclissata sotto la maschera arrabbiata e malinconica di Capitan Uncino, e dissimulata nel volo senza fine di quel ragazzo che non vuole in alcun modo accettare di crescere. Nel racconto di J. M. Barrie le inquietudini degli adulti e le paure della fine dell’esistenza impossibile da evitare, vengono incarnate nella crudeltà di Capitan Uncino e miscelate alle avventure dei piccoli protagonisti. Riprendere visione de “Le avventure di Peter Pan” da grandi, evoca la reminiscenza delle aspettative sognanti della fanciullezza, quando la nostra immaginazione indugiava sul nostro futuro e sulle speranze ad esso accomunate.

Quando si è piccoli, si spera di crescere in fretta, quando si è già grandicelli, invece, si vorrebbe, a volte, tornare piccini a riprovare la letizia di un mondo ovattato quale poteva essere quello della fantasia distensiva e senza freno di un bambino. Lo scritto di Barrie è incastonato nell’ineluttabilità del tempo, nella sua scorrevolezza impossibile da arrestare. La sua storia non è soltanto un sogno, è la trascrizione di una fantastica avventura che svanisce come la fiammella di una candela che sta per consumarsi, dinanzi all’inclemenza del tempo, che porta a crescere e, un giorno, a cessare d’esistere. L’infanzia e l’età adulta vengono da Barrie poste a distanza come due piani esistenziali di difficile interazione comunicativa. Ciò non sembra accadere nell’opera della Walt Disney, nella quale il brio sognante è tanto forte da coinvolgere sia il bambino che l’adulto.

“Le avventure di Peter Pan” più di offrire una visione della vita in senso introspettivo, vuol rivolgersi ai fanciulli e in egual misura agli adulti, non facendo però ripensare loro al periodo dell’infanzia come a un momento lontano e di difficile ritorno. Come avviene in “Bambi”, film che fa da raccordo tra l’innocenza dell’infanzia e la futura consapevolezza dell’età adulta, la pellicola disneyana di Peter Pan fa da ponte tra la giovinezza e la maturità, in un tratto percorribile da ambo le parti. Il film vuol far riemergere il bambino che è in noi, quel Peter Pan che sonnecchia nel nostro intimo, pronto a risvegliarsi non appena mira il librare dei protagonisti sopra il Big Ben di Londra. Non vi sono però tracce critiche riservate al freddo e distaccato mondo degli adulti come avviene nell’adattamento originario, questo perché entrambe le fasi della vita vengono quasi accomunate dalla grazia del sogno. Se Barrie, nelle sue intenzioni autoriali, desiderava tracciare una linea di demarcazione spessa e conseguenzialmente ardua da superare tra la gioventù e la maturità, il film della Disney si differenzia dal volere dello scrittore per un uso tradizionale dello stile comunicativo, rivolto in maniera innocente a tutta la famiglia; in special modo a quei genitori che possono tornare a sentirsi bambini, magari, stretti in un abbraccio coi loro figli.

“Le avventure di Peter Pan” è una fiaba Disneyana scandita da musiche di rara soavità, scritta e sussurrata per far risuonare melodie brezzate, inafferrabili ma udibili come vento incanalato tra le fessure di uno spazio ristretto. Musiche leggiadre come l’aria che soffia verso nord, eteree come un bel sogno che scivola via tra nuvole bianche che sopiscono in cielo. Walt Disney affermava: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Tale motto viene conformato alla figura di Peter Pan e alla magnificenza del suo lungometraggio d’animazione. “Peter Pan” è di fatto la personificazione del sogno, colui che riesce a volare senza l’ausilio della polvere di fata proprio perché fa dei suoi sogni felici la cadenza ritmata di un battito d’ali.

I fondali del film sono dipinti con una resa scenografica meravigliosa, i cui scorci vengono popolati da pirati inferociti. Nei mari bluastri albergano sirene di infinita bellezza e nelle fitte boscaglie, il terreno viene calcato da indiani estremizzati e bimbi sperduti.

Tutti i personaggi sono disegnati secondo una vasta gamma di capacità espressive: a cominciare da Peter, dalla mimica furbesca e dal diabolico sguardo, per passare a Wendy, dal volto dolce e affettuoso, fino ad arrivare al personaggio più emotivo e intenso di tutti: Trilli.

La scia dorata che lascia sul tragitto velato del suo volo, il suo aspetto da giovane e splendida donna contenuto in un fisico da Mignolina, il suo viso ornato da bionde ciocche di capelli e da gote purpuree, il suo battere di piccole ali fatate e quei suoi occhi sprizzanti gelosia, per via di un amore non corrisposto, fanno di Trilli un personaggio semplicemente fantastico, delineato con tratti cromatici di puro incantesimo.

Merita, in questi passi riservati ai personaggi, una menzione speciale l’antagonista del film, Capitan Uncino. Di temperamento afflitto ma dalle volontà esasperate, Capitan Uncino conserva quasi del tutto il fascino malvagio della sua controparte. La sua sconsiderata paura del coccodrillo marino, e quel suo urlo disperato, quando invoca il provvidenziale arrivo del fidato Spugna, sono fonti di alcune sequenze esilaranti entrate di diritto tra le scene più famose della Disney. Al tempo, era per certi versi una novità quella di poter rallegrare e far sorridere i bambini anche con le tragicomiche vicissitudini del personaggio negativo.

Capitan Uncino fu uno dei primi cattivi della Disney ad avere una rilettura brillante e a farsi carico della malvagità intrinseca del suo animo esternandola mediante una maschera triste e insoddisfatta.  Più che un vero malvagio, Uncino sembra un deprimente ritratto di infelicità, di vittimismo. Il Capitan Uncino della Disney è forse il personaggio che più risente del suo essere investito dal peso di ciò che Barrie voleva suscitare col suddetto antagonista: l’incompiutezza di una vita, che trova motivazione nella deprecabile ossessione di uccidere Peter Pan.

Uncino è la paurosa ansietà dell’autore in merito allo scorrere inesorabile del tempo, che ticchetta come un terrore remoto e snervante in quella sveglia inghiottita dal Coccodrillo e il cui suono viene ritmato e mimato dall’espressività famelica del rettile. Come non mai in questo film, grazie a un’animazione laboriosa, la mimica ingorda dell’anfibio viene scandita dal suono della grossa sveglia, come se fosse proprio il tempo, rappresentato con tanto di artigli affilati e sfilze di denti aguzzi, a voler divorare l’anima e il corpo del capitano.

Con “Le avventure di Peter Pan”, la Disney ci ricorda l’importanza di tornare a sognare, di credere in quelle fate che albergano tra i nastri di pellicola di ogni singola videocassetta che custodivamo un tempo nella videoteca della nostra casa.

Forse, oggi, le fatine vivono tra le memorie nascoste di un moderno DVD, il quale, se scosso, continuerà a non rivelare alcuna traccia di polvere fatata; questo perché se vorrete tornare a volare, vi basterà aprire la confezione, attendere che il sipario si alzi, e far ritorno a Neverland. E se malauguratamente non doveste ricordare la strada, potreste sempre seguire una luce dorata che proviene in lontananza: è un vascello pirata rivestito apparentemente “d’oro” che naviga tra un mare di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Aurora e Filippo disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Soffermatevi per qualche istante a immaginare di camminare tra i cunicoli di una grande biblioteca, con centinaia di ripiani su cui riposano migliaia di tomi l’uno affianco all’altro. Negli angoli rimasti vuoti, alcuni volumi sono stati come introdotti per questioni di spazio in maniera caotica, e accatastati l’uno sopra l’altro. E’ la bellezza di questa immaginifica biblioteca, in cui sono custoditi tanti di quei libri riguardanti i racconti popolari, le fiabe più amate, da sembrare quasi infiniti. L’ampiezza delle librerie suddivise in più scaffali, ognuno di essi leggermente piegato dal “peso” della conoscenza, potrà causarvi un effetto claustrofobico. Potrebbe sembrarvi di essere in un labirinto, e per farvi strada dovrete attraversare stretti corridoi. Seguitando ad andare avanti arriverete alla sala grande, rotonda, nel cui centro staglia un leggio che emana una luce intensa, visibilmente dorata, come una bionda ciocca di capelli appartenuta a una principessa delle fiabe. A quel punto dovrete avvicinarvi, e toccare con mano quel libro incantato. La sua copertina è rigida, massiccia come se fosse fatta di un materiale resistente allo scorrere dei secoli, atto a preservare le pagine custodite al suo interno; il tutto appare dorato, con delle pietre simili ad ambre, incastonate negli angoli smussati. La scritta centrale recita “Sleeping Beauty”, ed è il libro della bella addormentata nel bosco.

La bellezza del libro con cui il 16esimo classico Disney, inizia il suo corso è tanto adamantina da esser meritevole d’attirare le attenzioni di ogni lettore in una fantasiosa biblioteca delle meraviglie. Aperto quel libro, una voce narrante comincerà a colmare le vostre lacune circa il fato della principessa Aurora, figlia del Re Stefano e della Regina Leah…

Per festeggiare la nascita della loro primogenita, Stefano e la sua consorte organizzano una festa dove i loro sudditi potranno portare omaggi alla principessa. All’importante evento giungono anche tre fatine, desiderose di far dono alla piccola di tre magici regali. La fatina Flora, vestita con un abito rosso, benedice la piccola donandole la bellezza, Fauna, che indossa un vestito verde, offre alla bambina il dono del canto. Prima che Serenella, la fatina colorata di blu, possa concederle il proprio dono, arriva a palazzo Malefica, una strega che maledice la piccola con la formulazione di un invalicabile incantesimo: Aurora, il giorno del suo sedicesimo compleanno, si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà. Poco dopo questo terribile presagio, Serenella declama l’ultimo dono per la povera Aurora. La fatina non può impedire che la maledizione si compia ma può sventare, in qualche modo, ciò che la dannazione prevede. Aurora se porrà il suo dito sul fuso dell’arcolaio cadrà in un sonno profondo ed eterno che potrà essere spezzato soltanto se le labbra della fanciulla riceveranno il bacio del vero amore.

Stefano, adirato e impaurito ordina la distruzione di ogni arcolaio presente nel regno e per impedire che Malefica trovi la figlia, comanda alle tre fatine di portare via Aurora e vegliare su di lei nella casetta di un boscaiolo fino al compimento del suo sedicesimo compleanno. Aurora cresce così tra le amorevoli cure delle tre fatine madrine.

La bella addormentata nel bosco” fu la terza trasposizione della Walt Disney tratta da una fiaba popolare dopo “Biancaneve” e “Cenerentola”. “La bella addormentata nel bosco” è un’opera maestosa, il culmine dell’imponenza artistica votata alla costante ricerca della perfezione tecnica anelata da Walt Disney per tutta la prima parte delle sue produzioni.

L’arte de “La bella addormentata nel bosco” è quella che glorifica i colori. Gli artisti della Disney affondano i loro pennelli su una tavolozza di legno, catturando con ogni atto, il colore a tempera prescelto e poi fissato con gesti estremi e precisi sulla tela. Gli sfondi delle ambientazioni prendono forma con tocchi magici e fiabeschi, e persino gotici nella ricostruzione architettonica delle ambientazioni pertinenti a Malefica. Ma come dicevo è l’evocativa potenza di ogni singolo colore a esternarsi e a divenire parte integrante dell’arte filmica. Malefica è vestita di un nero inquietante, proprio come le tenebre, ma la sua aura emana una luminescenza di un verde acceso, dalla parvenza anche sommessamente intermittente, quando si materializza come una sfera avvolta da una fioca luce che attira un’Aurora quasi ipnotizzata. Anche il color viola tende ad essere emanato dal manto iconograficamente demoniaco della strega. Malefica è una delle cattive Disney maggiormente sceniche e angoscianti. Una strega formatasi come spirito maligno tra i meandri agorafobi della fitta foresta, in cui i raggi solari non riescono a trovare neppure un singolo spiraglio tra i fitti sbarramenti creati dai rami acuminati e raccolti a spine. Malefica si manifesta e scompare lasciando sul proprio passaggio un alone tra il verde e il fiammeggiante. Un colore, il suo, che si mostra concretamente per la prima volta quando lei maledice Aurora, avviluppando la futura figura della principessa addormentata con quel medesimo verde che andrà a circondare la sagoma dormiente della bella. Quando Serenella però, pronunzia il proprio beneficio, Aurora viene circondata da una luce bluastra, o per meglio dire, azzurra come il cielo e la sua figura dormiente appare distesa su un pascolo di nuvole. Vi è quindi una contrapposizione forte tra i colori prediletti, il “verde della dannazione” e il “blu dell’insperata salvezza”.

Malefica è sinistramente teatrale nei suoi movimenti, volge spesso le braccia verso l’alto, per conferire maggiore imponenza al proprio portamento. Ella è un’antagonista che pone valore e significato ad ogni suo gesto. Impostazione vocale e gestuale sono combinate in un medesimo stile espressivo e interpretativo nell’animazione della strega che lascia profondere ad ogni suo passo un carisma che fatica a restare contenuto nella sua intimità segreta.

Se consideriamo in un’accezione analitica la protagonista della fiaba, Aurora, ribattezzata dalle sue fatine come Rosaspina, non possiamo che porre a vaglio il suo essere vittima degli eventi. Aurora viene maledetta per un capriccio della strega, e riceve l’odio della fattucchiera quando ancora non è che una bambina, incapace di comprendere cosa sta accadendo intorno a lei. La sua vita appare così indirizzata da un fato avverso a cui non può sottrarsi. Una volta cresciuta, Aurora è sbocciata come una ragazza di una bellezza celestiale, dai lineamenti delicati e dal portamento aggraziato. I due doni delle fatine, si concretizzano così nell’aspetto e nel temperamento elegante della giovane, che diviene la testimonianza vivente della magia. Aurora ama passeggiare nel bosco e la sua voce possiede il potere di incantare gli animali che abitano la foresta, i quali la seguono come stregati dalla nenia melodica dei suoi canti. Un giorno, il principe Filippo, promesso sposo di Aurora, che egli ancora non conosce, si avventura nel bosco in sella al suo cavallo. Come Orfeo, così Filippo mira la giovane fanciulla che non può immaginare d’essere in verità proprio Aurora, tanto armoniosa nei movimenti e leggiadra nei passi di danza che abbina alle tonalità del suo canto, da ricordare la ninfa Euridice.  “La bella addormentata nel bosco” fa della sua protagonista una creatura di garbo angelico, una naiade protettrice della natura, tanto da attrarre gli animali e indurli a divenire “attori” e “personaggi” della scena, i quali interagiscono con lei fino a rendere le piccole bestiole della boscaglia come vive e senzienti per il solo volere della protagonista che con essi si rapporta. Filippo, rimasto folgorato dalla visione della dama, la sorprende romanticamente alla spalle, mentre ella protende le sue braccia orizzontalmente. Aurora, ricambia lo sguardo dello sconosciuto e i due si innamorano istantaneamente come in un colpo di fulmine.

“La bella addormentata nel bosco” riflette la semplicistica ma sognante visione del periodo e delle fiabe popolari. I suoi personaggi non hanno personalità complesse, anelano solamente all’amore e allo sposalizio. Apparentemente una pecca nella caratterizzazione dei personaggi, ma se considerati come specchio dei racconti fiabeschi del tempo, è facilmente comprensibile come essi si conformino in maniera eccelsa a ciò che devono rappresentare: l’amore cieco.

Cieco nel senso di incondizionato. Come cieco è stato l’odio perpetrato da Malefica nel suo maleficio, nel medesimo modo è “cieco” l’incontro avvenuto tra Aurora e Filippo. Entrambi non conoscono le rispettive identità, eppure, si innamorano l’uno dell’altra. L’amore travalica l’odio di Malefica ancor prima del fatidico bacio. Al principe non importa conoscere l’identità della giovane che crede sia una semplice contadina e nel medesimo modo Aurora non si interroga circa la regale discendenza dell’uomo. Ancora una volta il destino sembra anticipare le mosse di Aurora, questa volta vittima fortunata degli eventi, i quali la portano ad innamorarsi dello stresso uomo a cui, inconsapevolmente, è già promessa ma che conosce in tutt’altre vesti che la spingono a sviluppare un sentimento sorto in una pura naturalezza. La cecità dell’odio di Malefica, quando ella compì il maleficio sulla piccola innocente, si oppone alla cecità con cui l’amore trova il modo di accrescersi. Sembra aleggiare su Aurora una sorta di provvidenza manzoniana, che porterà il fato della giovane alla salvezza a seguito dell’incontro con il principe. Aurora e Filippo cominciano a ballare, in un’immagine splendida i cui i corpi, in un perpetuo movimento danzante, vengono riflessi nello specchio d’acqua di un lago.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, quando Aurora scoprirà la sua vera origine, cadrà in un sonno eterno, perché punta dal fuso di un arcolaio creato dalle arti demoniache di Malefica. Il corpo della principessa giace addormentato e deposto su di un letto nella stanza del castello. A seguito della tragicità del momento, l’intero reame cade in uno sconfortante sonno. Filippo, per salvare Aurora, dovrà affrontare Malefica, nel frattempo tramutatasi in un drago. Le fiamme esacerbate dal drago serpentiforme conservano ancora quel verde fiammeggiante tipico della strega che infesta i pressi del castello sbarrando la strada al principe con rami fitti e appuntiti. Sono ritratti maestosi quelli riguardanti lo scontro tra il principe e Malefica, che catturano l’epicità cavalleresca del combattimento che terminerà con la morte della strega.

Una volta arginato il passaggio, il principe raggiunge la principessa. Ne deriva una delle immagini più evocative e meravigliose dell’intero film. Aurora ha un volto delicato come fosse fatto di porcellana, le sue mani poggiate senza vitalità alcuna vicino al cuore reggono una rosa rossa e il biondo dei suoi capelli illumina, come una luce ancora pulsante di speranza, il viso della fanciulla cinto della splendida “corona regale” donatale dalla natura. Filippo bacia Aurora che dischiude poco dopo i suoi occhi.

Aurora e Filippo convolano a nozze e riprendono a ballare nella sala grande del castello, dinanzi a tutti gli invitati, in un clima festante. Le fatine, però, scontente in merito al vestito indossato dalla giovane, cominciano con le loro bacchette a mutare il colore dell’abito della principessa, che passa, in un’alternanza sgargiante, più e più volte, dal rosa al blu. Ancora una volta i colori vividi catturano gli sguardi di noi spettatori, rubando le nostre attenzioni visive che si perdono su quei movimenti ballerini nel mentre il libro gira la sua ultima pagina.

“La bella addormentata nel bosco” è un classico la cui bellezza è perdurata nel tempo, dal ritmo compassato ma dal valore universale. Tecnicamente ineccepibile, splendente e prezioso come un libro dorato, rimasto d’immutata bellezza come il primo giorno in cui venne sfogliato e letto. Ecco perché credo sia meritevole di restare al centro di una sala grande nella biblioteca di fantasia più importante del regno magico.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Aladdin e Jasmine disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Bighellonare a tarda notte nel deserto non è una buona idea. Date retta al sottoscritto, non è affatto prudente. Molto meglio restare distesi sulla nuda terra, tra le spezie e i Bazar, sonnecchiando nei pressi del centro cittadino a contemplar le luminescenze di un cielo stellato. Potrà capitare che, di lì a poco, un mendicante si avvicini a voi e cominci a muovere il suo dito indice più volte verso di sé, invitandovi ad ascoltare quanto sta per proporvi. E’ il fascino delle notti d’oriente, momenti notturni in cui, se siete fortunati, potrete imbattervi persino in un genio sotto mentite spoglie, che tenta d’ingolosire la fame della vostra curiosità mostrandovi una lampada. Vi interessa? Dovrebbe, perché tale lampada magica ha cambiato il destino di un diamante allo stato grezzo. E’ una storia cominciata tanti anni fa, in una notte nera. Volete saperne di più? Tale mendicante sarà pronto a raccontarla per voi purché l’attenzione della vostra soggettività non svanisca nel nulla. Non è accaduto? Debbo dedurre che vogliate conoscere tale racconto sepolto tra le dune sabbiose. Ve lo avevo detto, dunque, alla fin fine sarebbe stato molto meglio restare in città. Se non lo aveste fatto…non avreste mai conosciuto Aladdin.

Il 31esimo Classico Disney, datato 1992 e colonna portante del “Rinascimento Disney”, trae le proprie traversie dal mito persiano di Aladino e la lampada meravigliosa, presente nei racconti de “Le mille e una notte”. Colpisce, sin dalla prima sequenza del lungometraggio Disney, quanto “Aladdin” sia diverso da molti altri film del genere. Anzitutto l’ambientazione persiana conferisce una qualità di rilievo, non certo riscontrabile altrove, ma è altresì la scelta di porre la visione del pubblico al centro della scena, come fosse un occhio attento e curioso del particolare a rendere “Aladdin” un’opera meritevole di ammirazione.

“Aladdin” abbatte dopo pochi istanti la quarta parete, rendendo il proprio pubblico parte integrante della finzione filmica: rammentate la scena in cui la camera si avvicina un po’ troppo al viso del mendicante, schiacciandolo contro lo schermo? Un’ironica sequenza che taglia, come fosse una lama affilata, il cordone immaginario che delimita i confini scenici che separano gli spettatori dalle vicende, e che da quel momento potranno seguire con immedesimazione sempre crescente.

Il film si apre con una ripresa in soggettività, in cui il nostro stesso sguardo si muove nella notte buia, fino a scorgere la figura tarchiata di un mendicante, che altri non sarà che il genio stesso. Una curiosità non certo ben nota considerando il fatto che Gigi Proietti non prestò la voce a questa versione introduttiva del personaggio che cela il proprio aspetto sotto le spoglie di questo insolito venditore arabo. La camera tende a spostarsi, come volesse volgere la propria attenzione altrove, ma il mendicante la riporta sui suoi passi convincendola ad ascoltare la storia. Come i più abili commercianti, il genio riesce a catturare la nostra attenzione e a “venderci” il suo prodotto: le avventure di un giovane ladruncolo squattrinato, dal cuore nobile e generoso, di nome Aladdin.

In un’epoca imprecisata, il crudele Jafar, Gran Visir fraudolento e ingannatore del Sultano di Agrabah, desidera entrare in possesso della leggendaria Lampada Magica che si trova nella Caverna delle Meraviglie, una mistica caverna che sorge tra le dune del deserto e ha l’aspetto di una pantera, dalle cui fauci dischiuse ci si può addentrare nella misteriosa spelonca. Tuttavia, solo il cosiddetto "diamante allo stato grezzo" può riuscire a varcare la soglia della caverna senza essere divorato. La dicitura “diamante allo stato grezzo” vuol intendere una persona apparentemente comune, ma che cela in sé un animo virtuoso. Anche in “Aladdin” il tema del valore interiore e di ciò che realmente siamo è trattato con dovizia di particolari in quanto cuore pulsante della narrazione. Aladdin, sebbene soffra la sua povertà, ha il cuore di un valoroso principe delle fiabe. Un giorno, tra le strade cittadine, Jasmine, la figlia del sultano, fuggita dal palazzo per esplorare il mondo esterno, incontra Aladdin che la salva dalle angherie di alcune persone violente.

Tra Aladdin e Jasmine, si delinea un rapporto che li pone su due versanti opposti. Lei è oppressa dai voleri del buon padre che vorrebbe darla in sposa a un principe, e quindi decide di fuggire dal palazzo per vivere la sua vita libera da imposizioni alcune. Aladdin, il quale conosce gli stenti della fame e della povertà, mira il palazzo regale, ogni qualvolta rientra a casa, una modesta abitazione che sorge sui tetti di un edificio abbandonato, e sogna pure per lui una vita di agiatezze. Il rapportarsi tra la ricca e il povero, la principessa e l’uomo comune è un cliché già visto, ma che viene raccontato con tale garbo e romanticismo da risultare emotivamente coinvolgente.

Il ruolo di Jasmine desta originalità nella risolutezza con cui la giovane pretende di avere il controllo sulla sua vita. Qualcosa che noi, comunemente, daremmo per scontato, ma che la splendida Jasmine non può ugualmente permettersi: i suoi doveri regali le impongono di prender marito con un nobile. I principi che giungono al palazzo per chiedere e ottenere la sua mano, sembrano mercificare la figura della donna come fosse un premio da ostentare più che una dama da corteggiare. Ella rifiuta ogni singolo spasimante, cosciente che nessuno potrebbe mai porre un veto sulla sua vita. Jasmine, come molte altre principesse del Rinascimento Disney, è una donna che si eleva dai luoghi comuni che fin troppo, un tempo, hanno ridotto la figura femminile a mero interesse romantico. E’ cosciente delle proprie volontà ed è pronta a battersi per adempierle.

L’amore che sboccia tra Aladdin e Jasmine è quanto di più naturale possa venir mostrato, ed è proprio nella candida complicità dei rispettivi sguardi e nell’accattivante mistero circa le rispettive origini che questo sentimento tende ad accrescersi. Se Jasmine s’invaghisce senza remora alcuna di quel giovane indigente, Aladdin prova vergogna in merito alla sua condizione di ragazzo squattrinato e senza futuro. Egli vorrebbe ripresentarsi a Jasmine in tutt’altre vesti quand’ella viene riportata a palazzo dalle guardie del Sultano e crede che il giovane sia morto.

Nel frattempo Jafar ha scoperto che è Aladdin il "diamante allo stato grezzo". Mentendo al giovane, lo conduce fino alla caverna delle meraviglie. Rimasto intrappolato all’interno della caverna, Aladdin trova dapprima un tappeto volante e in seguito la lampada, che comincia a strofinare, liberando così il Genio che da secoli se ne stava sopito all’interno.

Il Genio è in assoluto uno dei personaggi disneyani più riusciti di sempre. Un vero e proprio mattatore della scena, ironico, burlone, svampito, e dall’entusiasmo contagioso. Il Genio è uno dei principali artefici che hanno reso “Aladdin” un film dalla comicità dilagante e senza freno alcuno. Un personaggio affabulante che ama rivolgersi più al pubblico che ai personaggi stessi della storia, proferendo battute sagaci e dai molteplici riferimenti alla cultura popolare, incapaci d’esser colti dagli altri personaggi in quanto diretti principalmente agli spettatori. Il Genio, come fosse un interprete abile a eccellere nell’arte dell’imitazione e del trasformismo, assume le forme di decine e decine di attori famosi ed icone della cultura popolare per accentuare un umorismo dal sapore cabarettistico. Gran merito del successo del personaggio è da attribuire allo straordinario doppiaggio di Robin Williams che improvvisò gran parte dei dialoghi del film, facendo leva sul suo smisurato talento comico. In Italia, la verve caricaturale del personaggio venne mantenuta con l’eccezionale doppiaggio di Gigi Proietti.

Il Genio trasforma Aladdin in un principe. Desideroso di conquistare Jasmine, Aladdin si reca dal padre per chiedere la mano della giovane che, non riconoscendo il ragazzo, lo rifiuta come tutti i suoi innumerevoli pretendenti. Aladdin però non si arrende e l’attende al calar del sole, dinanzi al suo balcone. Aladdin porge la sua mano alla giovane, invitandola a volare assieme a lui sul suo tappeto magico.

Come accadeva nel primo, indimenticabile “Superman”, quando Clark invitava Lois a volteggiare su di una Metropolis addormentata, reggendola con le sue braccia, così anche in Aladdin la sequenza in cui i due amanti volano stretti in un abbraccio è intrisa di un tangibile alone di etereo e puro romanticismo. In entrambi i momenti la donna corteggiata non comprende la vera identità dell’uomo che la sospinge nell’atto di librare. I costumi camuffano quanto basta i rispettivi aspetti, l’eroe dei fumetti spogliatosi dei suoi grossi occhiali assume tutt’altri connotati e il giovane Aladdin, con indosso i suoi abiti principeschi, non si rende prontamente riconoscibile. Gli istanti, come fossero influenzati dai fatati effetti di un incantesimo generatosi spontaneamente e non certo proferito da alcuna fattucchiera, attenuano il proprio corso. Nella rinomata sequenza in cui l’eroe dalla grande S “cristallizzata” su uno sfondo azzurro come il cielo, la meraviglia vissuta in quegli intensi momenti, in cui i due volavano a pochi metri dalla superficie del mare per poi giungere su in alto e disperdersi tra nuvole d’effimera consistenza, veniva espressa dalle riflessioni intime della donna. Pensieri divenuti parole inespresse vocalmente. In “Aladdin” invece il sentimentalismo immaginifico viene esternato col canto. Parole tramutate in versi e intonate come melodie.  Aladdin regala all’amata una notte dove il sogno si materializza sotto i suoi stessi occhi, e in cui il desiderio di poter esplorare ciò che si trovava laggiù, oltre le salde, sicure, ma forse troppo opprimenti mura del palazzo, viene compiuto. Aladdin dona il mondo a Jasmine, volteggiando con lei dalla Grecia all’Egitto. Ciò che offre Aladdin a Jasmine è la comprensione dei suoi desideri: egli, cresciuto tra le strade, possiede la capacità di carpire i desideri altrui, e così corteggia Jasmine regalandole, con l’ausilio della magia più intensa e avvolgente, il dono della libertà, di quella astratta ma concreta come il soffio del vento. Una brezza giunta dal nord, capace di rischiarare i lineamenti turbati dal caldo tipico di una notte d’oriente.

“Aladdin” è una fiaba d’amore, in cui il più importante dei sentimenti provati dall’uomo dimostra ancora una volta d’esser cieco, e in cui le frecce dell’Eros colpiscono due entità poste su due piani esistenziali diversi, demarcati da uno stato sociale, ma capaci comunque d’accomunarsi. A Jasmine non importa della povertà tanto temuta da Aladdin e, consapevole delle proprie volontà, accetta di sposare il giovane, che trova così un senso al proprio nebuloso futuro: un imminente avvenire formatosi candidamente come una fossetta del viso sulle labbra sorridenti dell’amata.

“Aladdin” è un’avventurosa metafora dell’accettazione di se stessi, e nel proprio percorso visivo indaga la concezione della libertà, quella intrinsecamente appartenente a ognuno di noi. Aladdin desidera avere la libertà di poter vivere una vita meritevole d’esser chiamata tale, Jasmine anela a una vita in cui poter essere la sola a prendere le decisioni che più la riguardano, e lo stesso Genio auspica che il proprio padrone lo liberi da una schiavitù eterna. “Aladdin” è una peregrinazione nel deserto, compiuta durante una delle più fortificanti notti d’oriente, la cui oasi finale, una volta raggiuntala, permette la resa di ogni forma di prigionia, lo scioglimento di qualunque catena e la conquista della propria libertà.

Ora che la storia è giunta a conclusione potete andare. Proseguite tra le dune se lo volete, in sella ai vostri cammelli, chissà che non possiate imbattervi in fenomenali poteri cosmici…contenuti in un minuscolo spazio vitale. Dopotutto, anche questa potrebbe essere la vostra notte nera!

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La fiaba della bella addormentata nel bosco viene quasi totalmente rivisitata in questa originale trasposizione, dove la giovane Aurora non è più la protagonista del racconto quanto lo “strumento” in cui si incontrano e si scontrano le due forze che alimentano maggiormente l’animo di Malefica: l’amore e l’odio.

Malefica è una fata dai penetranti occhi color ambra. Ella è in grado di volare per mezzo di due grandi ali che si dipanano largamente alle sue spalle, il suo volto è ornato da gote pronunciate e spigolose, e la sua fronte è accentuata da due imponenti protuberanze ossee simili a delle corna. Il mondo incantato in cui vive la piccola e dolce Malefica è quello della brughiera, una foresta ai margini dello sfarzoso castello del reame degli uomini. La prima contrapposizione che il film desidera evidenziare è dunque quella dei confini che separano il regno degli uomini da quello delle creature magiche. Tra i meandri di quel bosco, Malefica incontra un giovane chiamato Stefano, con cui nascerà una profonda amicizia che in età adulta si trasformerà in amore. Stefano, però, accecato dalle sue ambizioni di potere, non esiterà a tradire la fata che un tempo diceva di amare. Venuto a conoscenza dell’odio che il Re riserva verso di lei, rea di averlo sconfitto durante l’assalto dei soldati alla foresta incantata, decide di agire meschinamente alle spalle della donna per assicurarsi la successione della corona. Stefano strappa via le ali della fata, donandole al monarca che lo designerà, poco prima di spirare, futuro erede al trono del regno.

Malefica, distrutta dal dolore e angosciata dal tradimento cui è stata vittima, giura vendetta sulla figura del nuovo sovrano. Il giorno in cui il Re e la Regina festeggiano la nascita della loro figlia nella grande sala del trono, Malefica si presenta dinanzi ai reali, scagliando sul frutto della loro unione la celebre maledizione che segnerà il destino della nascitura: appena avrà compiuto sedici anni, la piccola Aurora si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e cadrà in un sonno eterno, finché il vero amore non la risveglierà con la pura levità di un bacio. Ad onor del vero, il primo maleficio lanciato dalla fata cattiva nel capolavoro della Disney datato 1959, prevedeva la morte della protagonista, ma in quest’ultima trasposizione l’indole oscura di Malefica viene notevolmente affievolita già per quel che concerne la formula dell’oppressivo incantesimo che graverà sul futuro della bimba.

La regia di Robert Stromberg e la sceneggiatura curata da Linda Woolverton ribaltano la fiaba mostrandocela dal punto di vista dell’antagonista. Malefica che nella fiaba viene mossa dal solo desiderio di arrecare dolore alla neonata, viene qui mostrata come una creatura divenuta malvagia a causa dell’agire fraudolento dell’uomo. Assistiamo dunque a un semplice rovesciamento della medaglia in cui ciò che reputavamo malvagio è in realtà più buono di quel che si creda, e un elemento in cui confidavamo le nostre aspettative di bontà è in verità un crudele ingannatore.

 

“Maleficent” però non va compreso come una vera chiave di lettura della fiaba quanto una rivisitazione che reca in sé un inevitabile cambiamento. “Maleficent” non è la vera storia de “La bella addormentata nel bosco” quanto una nuova versione della suddetta fiaba, tant’è che molti dei punti cardine della storia conosciuti dai più vengono notevolmente stravolti. Starà allo spettatore abbracciare quale versione riterrà più veritiera, se quella classica o quella appartenente alla cinematografia più moderna; dopotutto, le stesse fiabe sin dall’alba dei tempi, sono soggette a restrizioni o a inaspettati cambiamenti ogni qual volta vengono raccontate da un cantastorie abile nell’arte dell’improvvisazione.

Angelina Jolie è l’interprete di Malefica. Il volto candido ma, se l’occasione lo richiede, anche cupo della diva appare scolpito in un’espressività sempre mutevole, sottomesso a un dualismo che tortura l’animo della fata, la quale si muove a metà tra quella bontà che fa parte del suo essere sin dalla nascita e quell’odio con cui è stata, invece, costretta a convivere. Angelina Jolie si presta splendidamente alla parte, divertendosi ad essere sia l’eroina che la nemica di una storia non esente da sviluppi illogici.

La “crudele” Malefica si prende cura della piccola Aurora mantenendosi a distanza, osservandola con dedizione durante la sua crescita e addirittura proteggendola dalle insidie del bosco come una vera e propria fata madrina. Aurora diviene il punto in cui convergono i sentimenti di odio e amore provati dalla fata, che si legherà sempre più alla ragazza fino a provare per lei un profondo affetto materno.

Il film trabocca di effetti speciali fin troppo invasivi tanto da risultare, il più delle volte, esagerati e esecrabili. L’uso della computer grafica non sempre viene sfruttato per fini narrativi o sbalorditivi, e il regista finisce per calcare troppo la mano, rendendo il più della scenografia platealmente finto. La boscaglia possiede una fascinosa impronta barocca nel suo aspetto fantastico, tetra ma allo stesso tempo luminosa, come se riflettesse lo stesso animo di Malefica, prigioniera di una costante contrapposizione che poggia sul semplice dualismo tra bene e male, tra luce e tenebra. 

Questo adattamento risente di una certa negatività riservata alla figura dell’uomo, apparentemente incapace di amare. Stefano è il vero antagonista in questa sorta di traslazione, e il principe azzurro, colui che giunge al castello per risvegliare dal sonno eterno Aurora non è più il salvatore della principessa nella sua ora più disperata. Il principe non riesce infatti a risvegliare la giovane col suo bacio. Malefica, dopo ciò che ha subito, crede fermamente che il vero amore non esista ma dovrà ricredersi quando sarà ella stessa a rompere il maleficio, posando le sue labbra sulla fronte di Aurora, con il medesimo affetto e l’egual amore di una vera madre a cui manca solamente…un figlio per essere tale. Un finale che farà strabuzzare gli occhi e che procurerà un certo shock nel cuore dei puristi ma che non può che venire apprezzato quanto meno per la sua originalità. L’unico uomo a poter vantare caratteristiche eroiche nel film è Fosco, fedele compagno di Malefica, il quale però è in verità un corvo che viene costantemente trasformato in tanti altri animali dalla stessa fata oscura. Le fattezze umane di Fosco sono manifestazioni d’effimera valenza e quindi, anche lui, sembra dimostrare come i veri uomini presenti nella storia non siano misericordiosi come invece si rivelerà Malefica sul finire della vicenda. 



“Maleficent” è un film che esalta la forza femminile, offrendo una panoramica introspettiva di indubbio valore sulla psicologia della protagonista, ma perde qualcosa nel suo sviluppo narrativo, sembrando alle volte poco coerente con se stesso. Malefica si pente troppo in fretta del maleficio da lei perpetrato, la sua aura di malvagità si disfa ancor prima di formarsi, e la causa scatenante del suo odio non sembra giustificare il perché dovrebbe accanirsi sulla piccola piuttosto che su Stefano stesso. Delle apparenti incongruenze che possono essere ignorate se volgiamo la nostra attenzione alla storia classica che, inevitabilmente, doveva essere rispettata. I restanti personaggi del racconto soffrono la limitatezza dello spazio concesso loro, arrivando a sfiorare il non invidiabile appellativo di “macchiette”, inserite al modesto scopo d’esigenza di trama.

“Maleficent” fa breccia nel cuore degli spettatori più per la spiccata personalità della protagonista che per la storia in sé, ma in un’opera concepita proprio per far cambiare l’opinione del pubblico verso un personaggio così tristo, il feeling che può instaurarsi tra gli spettatori e Malefica non può che essere il conseguimento del traguardo più importante.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Le follie dell’Imperatore” fu una sorta di paradosso progettistico. Vide la luce dopo anni e anni di lavorazione, e soltanto quando il progetto venne totalmente stravolto. “Le follie dell’Imperatore” doveva essere inizialmente un film serio e d’impronta prettamente drammatica, forse un musical a carattere epico. A seguito dell’ennesima riunione in cui il progetto stentava a prender forma concreta e a decollare, probabilmente, si scelse di raccogliere tutte le carte ammassate su una scrivania, in cui vi erano annotate le idee sulla specifica impostazione da dare al film e gettarle tra le fiamme di un camino e lasciarle bruciare. Si ricominciò da zero, con l’idea precisa di un imperatore e di un lama. Il film venne totalmente riscritto, riadattato, plasmato secondo una nuova elaborazione linguistica. Così, il regista Mark Dindal dipinse sulla sua “tela immacolata”, con colori originali, ma soprattutto impresse pennellate del tutto innovative. Dall’opera seriosa ed eccessivamente riflessiva iniziale si scelse di passare a un’esilarante commedia. Un paradosso progettistico, come dicevo, perché “Le follie dell’Imperatore” concepito come opera drammatica, nacque, per l’appunto, come commedia.

Quando si decide di virare verso un nuovo orizzonte, di mutare, per così dire, il viaggio e di conseguenza anche la metà, lo si deve fare con assoluta fermezza e decisione. Lo pensarono quasi certamente anche gli autori. Se da principio il musical de “Le follie dell’imperatore” (chiamato Kingdom of the Sun) doveva conservare un carattere storico imponente, ciò mutò, per far posto a un satirico surrealismo, e anche nel disegno questa decisione venne espressamente mantenuta. I personaggi ne “Le follie dell’imperatore” vennero realizzati con forme estremizzate, dall’aspetto goliardico, volutamente fatto per esasperare l’indole comica delle numerosissime gag disseminate a più non posso all’interno della pellicola. Ci imbattiamo così in personaggi slanciati, dalle spalle larghe e dalle articolazioni spigolose. Osserviamo tipi dalle braccia nerborute, e dalle gambe esili, e scrutiamo perplessi volti spiccatamente rotondeggianti contrapposti ad altrettanti allungati a sproposito. Sono personaggi caricaturati al massimo che generano risate ancor prima di compiere un gesto comico sapientemente preparato. Non sono altro che esseri nati dalla matita che dà corpo e forma a idee umoristiche, se non comiche, scaturite probabilmente da un copione scritto per il teatro dell’assurdo. 

Protagonista della storia è l’Imperatore Kuzco, un sovrano Inca, viziato, egoista, egocentrico e insensibile, che viene trasformato erroneamente (perché doveva essere ucciso) in un Lama dalla malvagia consigliera di corte Yzma (doppiata da una splendida Anna Marchesini) che si sostituisce a lui come imperatrice. Kronk, il fido aiutante di Yzma, energumeno, forzuto, di poco cervello, ma di buon cuore dopo una serie di bizzarre peripezie, perde il lama fuori dalla città. Kuzco, trasformato in animale, si imbatterà in Pacha, il capo del villaggio con cui aveva avuto un precedente contrasto in merito alla costruzione di Kuzcotopia, un parco acquatico che sarebbe dovuto sorgere sulla cima di una collina. Pacha accetta di aiutare l’imperatore soltanto se questi scenderà a compromessi e deciderà di costruire Kuzcotopia in un altro luogo. Tra innumerevoli e divertentissime disavventure, Kuzco e Pacha raggiungeranno il palazzo e spodesteranno Yzma dal trono, sventando così i suoi diabolici piani di conquista.

La sceneggiatura del film garantì situazioni di studiata pregevolezza comica, dalla vorticosa discesa ai laboratori di Yzma, passando per le consuete cadute nel vuoto causate da una “seconda leva”, fino ai continui siparietti di Kronk, combattuto tra le direttive crudeli di Yzma e la sua buona coscienza (che materializza sulle sue spalle un consigliere angioletto e un tentatore diavoletto). Scene divertentissime, non soltanto perché basate su un’ottima scrittura, ma anche perché rese naturali da un eccellente impatto scenico dei personaggi. In particolar modo in italiano Yzma poté contare, come già accennato, sul talento straordinario di Anna Marchesini che ne conferì un’aura di sana e contagiante esuberanza.

Tra i personaggi, però, è Kuzco l’assoluto dominatore della scena. La sua prorompente personalità lo rende un protagonista disneyano del tutto particolare: Kuzco è il motore delle vicende, colui che, con le proprie vicissitudini, trascina gli spettatori nella proprie folli avventure. Riesce così ad essere un protagonista ben più che particolare. Arrogante, altezzoso, nonché menefreghista: non è, di fatto, il principe buono e generoso o l’eroe coraggioso e incorruttibile. Questo suo carattere contrassegnato da sfumature negative viene però sfruttato per accentuarne il lato comico del personaggio. Le sue esternazioni dettate da un egocentrismo smisurato diverranno celebri: dal “Hai rotto il ritmo” all’irresistibile “non scendo a patti coi contadini”. In Kuzco procede di pari passo una doppia personalità del protagonista buono, ma anche dell’antagonista indifferente. Nella prima metà, il film gioca proprio su questi aspetti oppositori che vedono contrapposte le figure di Kuzco e Kronc. Quest’ultimo che dovrebbe essere il cattivo aiutante dell’antagonista finisce per essere, in verità, un personaggio teneramente positivo, capace di smorzare ancor di più una tensione narrativa che non prende mai il sopravvento, a discapito di una esposizione sequenziale colma di ilarità. Kuzco, invece, si presenta come un personaggio caratterizzato da una personalità egoistica che via via muterà, permettendogli di scoprire la magnanimità del suo animo.

"Vuoi broccoli?"

 

Ne “Le follie dell’imperatore” l’importanza del viaggio è il fulcro per comprendere l’evoluzione caratteriale del protagonista che lentamente cambierà in positivo, riscoprendo i valori dell’amicizia e della generosità. Kuzco, condannato a muoversi e a parlare come un Lama, elemento dai toni favolisti, trova nella sua trasformazione un’esperienza catartica e purificatrice, che non poteva sortire il medesimo effetto se non ci fosse stato l’incontro col panciuto contadino. Il ricco e il povero, l’animale e l’uomo, il superbo e l’umile, in questo peculiare duo comico, si delinea la morale più importante del film, incarnata naturalmente, nel cambiamento caratteriale di Kuzco la cui trasformazione fisica anticiperà la più significativa trasformazione caratteriale.

“Le follie dell’imperatore” è una commedia a tutto tondo, spassosa, dai tempi comici impeccabili, fondati su di uno stile umoristico surreale che diverte dal primo all’ultimo istante. Un film sottovalutato, che spesso non viene annoverato nella ristretta cerchia dei classici Disney più importanti. E’ la difficile ricezione con cui devono convivere le commedie più raffinate, spesso ritenute prive di un qualsivoglia insegnamento eloquente. In vero, una certa maestria è sita proprio nel saper trattare con elegante sarcasmo un tema profondo e riuscire a renderlo squisitamente allegro. “Le follie dell’Imperatore” non sarà sul podio dei film Disney di maggior impatto narrativo, ma è da considerarsi una delle più riuscite commedie del cinema d’animazione.

Con “Le follie dell’imperatore” si ride con spontanea genuinità, come spesso i film comici non sanno più fare.

Per leggere il nostro articolo dedicato al videogioco de "Le follie dell'Imperatore" clicca qui

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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C’era una volta…”,  basta che si pronunci la piccola formula, e già ci sentiamo nel mondo delle fiabe, con i suoi personaggi misteriosi e benefici, ma anche malvagi, i talismani, le bacchette magiche, i tappeti volanti e le bambinaie che volano senza ricorrere neppure al tappeto, basta solamente un ombrello. Già, come se con gli ombrelli si potesse volare!

Avrete di sicuro capito di chi sto parlando. Già, proprio di lei, di Mary Poppins. La tata più famosa di sempre. Una tata del tutto particolare, di quelle che non se ne vedono tante in giro. Anzi, direi proprio nessuna, perché c’è solo lei. Mary Poppins è unica!

Mary Poppins è diventato un film nel 1964, diretto da Robert Stevenson, tratto da un romanzo di Pamela Lyndon Travers. Walt Disney impiegò vent’anni prima di convincere la Travers a realizzare un film da quel suo romanzo. La sua costanza fu premiata, come dicevo appunto, nel 1964. E fu un successo senza precedenti, benché fino all’ultimo l’autrice rimase alquanto scettica che il film potesse rendere giustizia al suo personaggio particolare.

Il lungometraggio racconta le avventure di una tipica famiglia londinese degli anni Trenta, i Banks, che un giorno assume per i suoi due bambini una straordinaria governante di nome Mary Poppins. Mary all’aspetto è una normale donna. In realtà è un essere straordinario, capace delle più strabilianti magie. La caratteristica del film è proprio la naturalezza con cui l’irrazionale e lo straordinario entrano di soppiatto nel quotidiano.

Contrariamente a quanto possa sembrare i veri protagonisti del film non sono i bambini ma gli adulti. Se ci soffermiamo un attimino a pensare ci accorgiamo che Mary Poppins agendo sul temperamento di Jane e Michel, i due bambini ritenuti irrequieti, in realtà giunge a mutare il modo di pensare e d’agire dei grandi, a modificarli e trasformarli, facendo diventare un po’ più bambino qualcuno e un po’ meno qualcun altro. La morale è talmente chiara ed evidente nel film da non farcene quasi rendere conto. Salta subito agli occhi che per essere felici basta solamente  essere ricchi, amati e baciati dalla fortuna. Non serve altro. In effetti però non è affatto così. E lungo lo scorrere del film questo viene fuori in tutta la sua disarmante verità e presa di coscienza. Occorre dunque cogliere tutte le sfumature della vita che agli occhi dei due piccoli protagonisti neppure esistono e guardare il mondo per quello che realmente è.

Mary Poppins è un bellissimo film musicale, una commedia per tutte le età, e nonostante siano passati parecchi lustri dalla sua prima apparizione sul grande schermo può sempre rappresentare un buon punto di partenza per analizzare il tema dei metodi educativi, il ruolo dei genitori e le aspettative dei figli in seno alla famiglia. La prima scuola di socialità è appunto la famiglia, è il luogo natio, è lo strumento più efficace di umanizzazione perché collabora alla costruzione della società e alla trasmissione dei valori e dei principi.

Il concetto spesso ripetuto da Mary Poppins, e cioè “Non giudicare mai le cose dal loro aspetto” ci pone davanti un quesito filosofico. Con questa frase la bambinaia ci fa correre con la mente al pensiero di Platone e di Schopenhauer, due filosofi che mostravano una spiccata diffidenza verso la sfera dei fenomeni empirici, così come viene immediatamente suggerito dai sensi. Un film, Mary Poppins, che dal lontano 1964 riesce ancora a entusiasmare chi lo guarda. Con il suo racconto lineare, descrive un mondo da sogno, assolutamente fantastico, che, in frangenti razionalmente inverosimili, conduce lo spettatore nel più profondo dei percorsi introspettivi, palesando quanto la fantasia, l’assoluto potere dei sogni, in cui tanto confidava Walt Disney, possa modellare la realtà.

Mary Poppins si rivolge al cuore ma anche alla mente dello spettatore. Questa straordinaria bambinaia piovuta dal cielo, che nel dire le cose le dice cantando, ma che sa all’occorrenza essere anche risoluta e fascinosamente sopra le righe, si farà beffa della caducità della vita con la sua splendida voce, le sue arti magiche, le sue trovate, soprattutto con la sua grande umanità. Mary Poppins è l’icona della fantasia, la personificazione del sogno, la perseveranza di Walt Disney e della bontà del suo profondo progetto. E’ un film bellissimo, senza eguali. Non una scena, non una sequenza, né tantomeno una battuta è messa lì per caso o solo per metterla, per riempire uno spazio, per dar libero sfogo a esigenze di mercato. Ogni frase, ogni dialogo, ogni battuta rende armonioso il disegno originario, completa l’ingegno creativo e ne soddisfa l’intento. E lo dimostrano le tantissime testimonianze che a cinquant’anni dalla sua prima uscita lo vedono ancora protagonista delle serate casalinghe.

Mary Poppins è un cult dal primo soffio del vento dell’Est all’ultimo aquilone che solca l’aria nell’azzurro del cielo. Una scena di pregevole fattura è quella degli aquiloni in cui la spensierata canzone, che da fanciulli resta tale, qui prende significati molto più profondi e intimi che arrivano diritto al cuore dello spettatore.

Il fascino di questo film non sta solamente nei segreti della singolare bambinaia ma in tutto il complesso delle emozioni, degli stati d’animo, delle sensazioni che come un caldo abbraccio ti raggiunge e ti riempie di pacata beatitudine. Che dire poi della vecchina dei piccioni? Arte allo stato puro! Piccole e grandi emozioni capaci di provocare lacrime vere e candidi sorrisi.

Il film vinse cinque Premi Oscar: miglior attrice protagonista, (Julie Andrews), miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior colonna sonora, miglior canzone.

Venne nominato al miglior film, alla miglior regia, alla migliore sceneggiatura non originale, migliore fotografia, migliore scenografia, migliori costumi, miglior sonoro, miglior colonna sonora adattata.

Julie Andrews vinse anche il Golden Globe come miglior attrice.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Una sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Fasciame distrutto, remi trasportati dalle correnti, cadaveri abbandonati su delle assi di legno e infine un relitto fantasma, un tempo vanto e orgoglio della marineria, una possente nave che solcava le acque più burrascose, lasciato adesso navigare senza meta, a trovar riposo sottomesso al volere di Poseidone. Erano questi i tetri scenari che le Sirene lasciavano sul loro cammino nei passi della mitologia arcana. Esseri dalla cui voce nasceva un soave e ammaliante canto, che stregava chiunque lo ascoltasse, le sirene erano sensuali creature marine, e il loro corpo rappresentava una irresistibile seduzione per i marinai, che nella solitudine dei loro viaggi, cedevano alla follia del loro richiamo. Accecati nei pensieri, gli uomini tra le braccia delle sirene trovavano la morte e conducevano le loro navi alla rovina. Bellissime in viso quanto sinistre e diaboliche nella mente, le sirene erano degli ibridi ittiomorfi: straordinariamente femminile il loro volto e metà del loro corpo, dalla vita in giù, invece, una coda pinnata si dipanava oltre modo, consentendo loro di nuotare liberamente in mare aperto. Lunghi capelli ne cingevano il magnifico viso coprendo talvolta il seno nudo, mentre gioielli serpentiformi e monili dorati, certamente trafugati dai relitti, ne ornavano le braccia. La coda era imponente nonostante sembrasse leggerissima alla vista, quando veniva mossa con estrema naturalezza e leggiadria. Probabilmente nel solcare le acque talvolta strofinavano le code sul fondo del mare, catturando perle preziose che aderivano alle loro squame senza più staccarsi, fornendo alle sirene una lucente pelle riflettente. Nonostante tra le onde trovassero l’ambiente naturale nel quale muoversi perfettamente, le sirene riuscivano ed adagiarsi anche sulle rive, traendo conforto e piacere nello sdraiarsi sugli scogli, venendo accarezzate dagli schizzi dei fluttui che, scontrandosi con le rocciose pareti, bagnavano i loro corpi. Quando avvistavano una nave all’orizzonte cominciavano a far echeggiare il loro dolcissimo canto, e una volta che i marinai soggiogati indirizzavano le vele verso la loro isola, le sirene si immergevano in acqua nuotando verso la prua della nave. Lasciavano i loro corpi semi sommersi, mostrando solo il tronco nudo, generando così un turbinio di passione a tutti coloro che le osservavano attoniti. Nelle mente degli uomini quei melodiosi canti ricordavano quanto di più tenero e allettante i loro pensieri potessero rammentare: il sorriso di una madre perduta, la risata delle fanciulle di un tempo e il bisbiglio all’orecchio di una sposa lontana che invocava il marito, distesa su di un morbido letto. Gettandosi in mare i marinai ponevano i loro sguardi senza sosta alla disperata ricerca di quelle creature cosi incantevoli e belle, per nulla coscienti che in quegli istanti la loro fine giungeva implacabile dal fondo del mare: mani misteriose infatti afferravano le gambe degli stolti e li trascinavano verso una morte sicura. Sulle rive opposte, raccolti i corpi ormai privi di vita, le Sirene riempivano l’aria con l’eco di una nenia malinconica, sentenziando un mistico funerale di congedo.

E’ questa che ho raccontato con sentito trasporto la descrizione più classica del mito delle sirene. Una rievocazione descrittiva valevole fino al 1837, quando il genio letterario di Hans Christian Andersen rese partecipi i propri lettori di un capolavoro destinato a mutare per sempre ciò che si poteva immaginare sulle sirene. Non erano più soltanto creature sensuali e bellissime, seducenti e fatali. Le sirene con Andersen erano donne sognanti e innamorate, creature dall’animo puro e incontaminato, anime cristalline, capaci di amare incondizionatamente. Con la fiaba dell’autore danese, le sirene divennero universalmente conosciute anche come delle essenze femminili di armoniosa grazia.

Hans Christian Andersen

 

Protagonista della fiaba più famosa di Andersen è una Sirena, o meglio, una Sirenetta, tanto gentile, tanto bella, ma anche tanto sfortunata. La storia della Sirenetta ha qualcosa che non si trova di solito nelle altre fiabe: non mette solo in moto la nostra fantasia, la nostra immaginazione, mette in moto soprattutto il nostro sentimento. Il nostro cuore soffre e si rattrista per la giovane Sirena così dolce e delicata, e così pronta al sacrificio. A un sacrificio che le costa la rinuncia al canto e alla parola e la costringe a una continua sofferenza fisica. Ella cerca la felicità nel mondo degli uomini e, quando si accorge che non può realizzare il suo sogno d’amore, diventa una magnanima dispensatrice di bene e d’affetto per colui che, senza saperlo, l’ha fatta tanto soffrire.

La Sirenetta per il suo modo di sentire, è veramente una creatura umana, appunto per questo Andersen ha immaginato per lei, come premio, come ricompensa, un’anima immortale. Una fiaba irreale per le vicende narrate, vicissitudini che sono fuori dalle nostre possibilità, ma sono reali per l’umanità dei personaggi e per i loro caratteri così vivi, così autentici, così veri. Basti andare con la mente alle scene in cui la Sirenetta pensa mestamente ai suoi cari: le sorelle che cantano un triste canto per averla perduta; il Re e la nonna che da lontano tendono il braccio sconsolati. Più che un particolare di una scena fiabesca, sembrerebbe una scena da figurarsi in un dramma, in una tragedia di quelli che creavano gli antichi Greci, tutti dominati dal sentimento di un destino doloroso, avverso che non si può vincere. Chi va a passeggiare lungo il mare che bagna Copenaghen può vedere su un grosso masso, accarezzato dall’onda che fluttua sommessa, una fanciulla di bronzo che guarda, seduta, lungo il lontano orizzonte. E’ il monumento alla Sirenetta, la soave protagonista dell’omonima fiaba.

Le fiabe Anderseniane hanno una grande ricchezza di motivi; improntati a una eccezionale immediatezza d’intenzione psicologica, si sviluppano in una narrazione sobria e limpida, inconfondibilmente ritmata, dove uomini e animali si esprimono in un mondo in cui è infranta ogni barriera tra realtà e fantasia. Scriveva Andersen: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco”.

Il vero carattere della Sirenetta è descritto da Andersen con dovizia di particolari, specialmente psicologici che di solito si riscontrano nei personaggi delle fiabe. L’autore ha voluto puntare alla ricerca delle emozioni e dei sentimenti del personaggio, creando una figura malinconica e sensibile, altruista e decisa, che nel corso della narrazione vediamo crescere e maturare. Una volta diventata persona umana la sua vita è un alternarsi di speranze e delusioni. Il principe, dal canto suo, la tratta come un trastullo, come un cucciolo a cui voler bene e la fa stare accanto a sé solo perché gli ricorda un’altra ragazza, quella che egli crede l’abbia salvato. Quando la Sirenetta scopre la vera identità della promessa sposa del principe sprofonda nella tristezza più cupa, e malgrado la sua angoscia augura ai due giovani ogni felicità, continuando a sorridere pur sapendo che allo spuntar del sole si trasformerà in spuma del mare. E poi quando le sorelle le mettono in mano il coltello con cui dovrà uccidere il giovane principe per salvarsi, la Sirenetta, raggiunge l’apice della sua umanità, gettando in mare il pugnale e affrontando così il suo crudele destino.

A differenza delle altre fiabe, che di solito si concludono con la famosa formula … “E vissero tutti felici e contenti”, nella Sirenetta siamo in presenza di un finale triste, sconvolgente, anche se intriso di profonda morale. In effetti la Sirenetta è solo apparentemente una fiaba, Andersen ha usato alcuni elementi del fiabesco come appiglio per narrare un’affascinante, ma di certo malinconica, storia d’amore.

Andersen impresse il proprio dolore su quei fogli di carta, la sua vivida sofferenza emotiva nella parole che rinarravano il triste fato della Sirenetta, perpetrando un finale dal distacco prostrante che innalzò a emblema imperituro di quel senso di profonda insoddisfazione che egli provava e di quel dolore che ne torturava l’animo.

La Sirenetta Ariel disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nel 1989 la Disney distribuì nei cinema di tutto il mondo “La Sirenetta”, il primo classico del cosiddetto “Rinascimento Disney”. Ispirato alla fiaba scritta da Andersen, il lungometraggio d’animazione mutò alcuni punti chiave della storia, donando alla protagonista, nel film battezzata con il nome di Ariel, che richiama lo spirito dell’aria di William Shakespeare, un lieto fine. Fortunatamente, permettetemi di scriverlo, sebbene la storia di Andersen sia assolutamente perfetta, un vero elogio alla sua fantasia creativa in grado di far riflettere sulla tragicità di una fiaba che mescola interpretazioni velate sulla realtà, il finale dell’opera è incredibilmente straziante. Un film che riadattasse il racconto restituendo alla Sirenetta un atto conclusivo sereno e felice fu un vero e proprio “dono” che la Disney offrì non soltanto alla sua protagonista ma a tutti i fan (come il sottoscritto) che amano la fiaba originale e che, pur rispettando il supremo volere dell’autore, provano un senso di profonda angoscia, memori di un finale dalla drammaticità devastante, e che grazie al lungometraggio Disney poteva adesso essere analizzato da una prospettiva tutta nuova.

“La Sirenetta” ebbe il merito di conferire nuova e preziosa linfa vitale alla Walt Disney, reduce da un periodo di magre consolazioni e modesti risultati di critica e di pubblico. Il film diretto da John Musker e Ron Clements fece da apripista al periodo di successi sfolgoranti che dureranno per tutti gli anni ’90: “La Sirenetta” fu a tutti gli effetti la “madre” che generò una luce nuova, chiara e raggiante che illuminerà la Disney per il successivo decennio.

Il film narra naturalmente la storia di Ariel, una sirena del mare, principessa degli abissi, figlia del Re Tritone.  Per disegnare il fisico slanciato e armonico della Sirenetta, gli animatori si ispirarono ad Alyssa Milano, famosissima in Italia come Phoebe nella serie tv “Streghe”. Ariel è una sirenetta di sedici anni dai folti capelli rossi, che nuota sul fondale marino insieme al dolce Flounders, un pesce color giallo e azzurro, e Sebastian, un granchio rosso, consigliere del padre e figura protettiva nei confronti della giovane. Ariel raccoglie spesso oggetti dispersi dagli umani in mare, ella è mossa da una profonda curiosità verso gli uomini, anche se il contatto tra le creature del mare e gli umani è assolutamente proibito dal regno da cui proviene. I canti musicali del film servirono per l’esposizione canora dei sentimenti dei protagonisti. Ariel canta i suoi desideri, ma anche i suoi sentimenti, poggiandosi su di uno scoglio e inarcando il proprio corpo all’indietro e verso l’alto, mentre la marea si scontra con la parete rocciosa: ella esprime il proprio volere di essere libera e intraprendere la vita che vorrebbe sulla terra insieme al suo amato. La protagonista anela a una libertà e canta tale volere in un modo che verrà, ad esempio, ripreso ne “Il gobbo di Notre-Dame”, quando Quasimodo canterà l’ardente desiderio di essere liberato dalla prigionia della cattedrale per uscire fuori. Le canzoni de “La Sirenetta” servirono altresì per tracciare l’amore che le creature del mare riservano al loro mondo nella celebre “In fondo al mar”, splendida melodia che traccia le meraviglie nella vita sul fondo del mare e le differenze rispetto ai pericoli del “mondo esterno.” “La Sirenetta” ebbe il grande merito di aver ripristinato le parti musicali come elementi essenziali e peculiari dei migliori classici Disney. Grazie alle proprie musiche il film vinse due premi Oscar, per la migliore colonna sonora e la migliore canzone, un qualcosa che si ripeterà più volte per le successive opere della Disney, che per le parti musicali impiegherà sempre sforzi massimi per garantire una resa sempre di altissimo livello.

Ne deriva un’immediata demarcazione adoperata nella storia della Sirenetta, ovvero quella tra il mondo degli abissi e quello al di sopra della superficie, ovvero quello degli umani. Se gli umani nutrono una curiosità prettamente scientifica verso ciò che è ignoto ed eseguono una ricerca per conoscere ciò che si cela tra gli abissi dell’oceano, Ariel, un essere per noi così unico e raro, così bello e incantato, desidera conoscere ciò che si trova al di là della superficie. Dal punto di vista degli spettatori è curiosa l’empatia che si sviluppa nei confronti della protagonista, una creatura “fantastica” che mira a voler diventare “normale”. Ariel, infatti, si innamora del principe Eric, un uomo che mira per la prima volta su di un’imbarcazione alla deriva e che salva da morte certa, portandolo fino alla riva e rincuorando il suo spirito dimesso cantando per lui. Eric non può vederla perché ha perso i sensi e conserva i suoi canti nel suo cuore e nella sua mente.

Se gli umani volessero nel profondo conoscere una realtà così magicamente possibile come quella in cui vive Ariel, ella, dal canto suo, desidera ardentemente diventare un’umana, abbracciare il nostro mondo e camminare con le sue gambe sulla superficie terrestre. Ne consegue una flebile interpretazione su come la conoscenza colpisca il sentimento ancor prima della razionalità, spingendo questi alle volte spiriti appartenenti a mondi opposti a volersi incontrare. L’avvicinamento tra Eric e Ariel è l’incontro tra due razze diversificate eppure così accomunate dal medesimo sentimentalismo che ci rende pressoché unici.

E’ curioso notare come l’incontro tra Ariel e Eric rimandi ai classici miti delle sirene cui facevo cenno inizialmente: Ariel emerge dalle acque verso una nave prossima ad affondare ma non è una creatura malvagia, pronta a uccidere i naufraghi. Ariel è una dama del mare d’impareggiabile bellezza e d’inconfondibile sensibilità emotiva. Il suo canto non è un’irresistibile manifestazione atta a stregare le sue prede, è invece un dolce conforto che ella riserva all’amato. Una diversità che cambia i classici approcci delle sirene dei miti rendendoli profondamente simili a quelli voluti da Andersen.

La sirenetta pur di poter incontrare nuovamente l’uomo, stringe un patto con Ursula, la diabolica strega del mare, rappresentata nel film come una gigantesca piovra dal viso e dal tronco umano che le dona le gambe privandola però della sua incantevole voce. Ariel dovrà farsi amare dal principe e dovrà riuscire a farsi dare un vero bacio poco prima che tramonti il sole al terzo giorno. In caso contrario sarà condannata a tramutarsi in un essere consumato, e unirsi ai tanti altri mutati in simili sembianze e ingannati dalla strega. Ursula è una piovra viscida dai tentacoli subdoli e pericolosi che sembrano rappresentare metaforicamente le brame di potere cui mira la strega del mare. Un essere in grado di catturare e assoggettare tutto ciò che lo circonda con l’oscurità delle proprie armi tentacolari. La strega del mare è un essere neutrale nell’opera di Andersen ma nel adattamento cinematografico è l’antagonista principale della storia, dal riso sardonico e dalla fisicità corpulenta, uno dei cattivi più sinistri, e inquietanti mai realizzati dalla Disney.

Ariel incontra così Eric restando perennemente muta, non potendo comunicare con lui se non con i gesti e i suoi sguardi. Tra i due comincia a sbocciare un forte sentimento.

Ursula cova odio nei confronti della bella Ariel, e trasformandosi in umana, usufruisce della voce della Sirenetta per ingannare Eric, cancellandogli la memoria fino a convincerlo che la donna ad avergli salvato la vita sia stata lei. Eric sembrerebbe prossimo a innamorarsi della strega, condannando la povera Ariel a trasformarsi nuovamente in sirena.  Alla fine Ariel riuscirà a sconfiggere Ursula, e suo padre, mosso a compassione e colpito dall’amore provato dalla figlia, decide di trasformarla in umana. Eric, ricambiando l’amore di Ariel, la sposa a bordo della sua nave poco prima di partire verso l’orizzonte.

“La Sirenetta” fu un capolavoro animato che trattò splendidamente il tema del diverso e l’incontro tra due mondi attraverso un amore corrisposto e dal valore ineluttabile. Non solo il ritmo è cadenzato argutamente, e i personaggi sono caratterizzati a dovere, ma è lo sforzo nel ricreare un’animazione innovativa e dal dettaglio curatissimo che fece de “La Sirenetta” un classico di raffinata pregevolezza. Il tratto in cui venne “dipinto” il mondo sottomarino fu una resa scenica di assoluta magnificenza che “immerse” i suoi spettatori tra i fondali di una realtà che avrebbero dovuto scoprire con tanta indiscrezione, nell’esatto modo in cui Ariel scopre lentamente il mondo che tanto desidera. Venne adoperato uno sforzo mastodontico per l’animazione, con l’elaborazione di oltre un milione di bolle ben visibili ogni qualvolta i personaggi parlano sott’acqua, ma è la luce la quintessenza della finezza e della ricercatezza nel ricreare la minuziosità del dettaglio scenico: come fosse un quadro di Caravaggio, non c’è dato vedere da che punto con precisione arriva il fascio di luce, lieve ma comunque abbastanza luminoso da rendere le profondità del mare ben visibili. I personaggi nuotano nei fondali, dove il buio dovrebbe essere preponderante, ma la luce seguita sempre a irrompere dall’alto, da più parti che possiamo soltanto immaginare. E nelle profondità sono i colori degli oggetti, della flora e della fauna marina a ravvivare l’ambientazione, come se le stesse creature del mare donassero vivezza e colore alle tavolozze artistiche del film. Nell’oscurità degli abissi gli esseri viventi sono i colori luminescenti capaci di esprimere la vitalità dell’esistenza in fondo al mar.

“La Sirenetta” della Disney, sebbene non conservi la drammaticità e l’impressione tragica del corso e del finale dell’opera letteraria, mantiene una decisa tensione emotiva e analizza con garbo e gentilezza un amore impossibile che diventa attraverso un percorso di rinunce, sofferenze e rischi, splendidamente possibile.

L’adattamento cinematografico della Walt Disney, oltre a poter essere naturalmente paragonabile a “La Sirenetta” di Hans Christian Andersen, poiché derivante dalla fiaba dello scrittore danese, può fungere da ultimo tassello del puzzle, e adempiere ad un completamento.

Personalmente immagino Ariel, viva e in salute, volgere il proprio sguardo sulla superficie dell’acqua rischiarata dal sorgere del sole mattutino, e in quei riflessi tra le onde, proprio in quell’istante, quando la brezza soffiando dolcemente le sposta i rossi capelli, ella riesce a rimirare il volto della Sirenetta di Andersen. Un viso che si delinea nei riflessi di un mare che trasfigura se stesso come fosse un portale su un’esistenza parallela. Entrambe nelle mie fantasie incontrano i rispettivi sguardi, e la Sirenetta, prossima a tramutarsi in spuma del mare può, per un solo e meraviglioso istante vedere “se stessa” felice e contenta, essendo riuscita a trovare l’amore che tanto aveva desiderato.

Poco prima di scomparire tra il movimento delle onde, la Sirenetta può avvertire il conforto che la “se stessa” di una realtà, poi non così distante, è riuscita a scorgere e vivere nell’amorevolezza terrena. Ariel può così anch’ella mirare la Sirenetta disfarsi in bolle, e comprendere quanto il dono che è riuscita a cogliere sia prezioso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il piccolo Hercules disegnato da Erminia A. Giordano

 

Giungiamo al 1997, e la Disney decide di basare il trentacinquesimo classico del proprio canone ufficiale per la prima volta sulla mitologia greca.  Aveva alle spalle trasposizioni di pregio tratte da antiche fiabe (La bella e la bestia), da favole molto più recenti (Dumbo, Bambi) e ancora da veri capolavori usciti dalla penna di uno, se non il più grande autore di fiabe (La sirenetta). La “Walt Disney” poteva vantare persino rielaborazioni tratte da testi molto ben conosciuti (Il gobbo di Notre Dame) o reinterpretazioni di alto spessore (l’arcinoto Sherlock Holmes che diventava il sagace Basil l’investigatopo); tante lavorazioni ispirate a generi diversi che testimoniavano l’invidiabile versatilità degli artisti Disney nel “prendere” le storie già conosciute e modellarle secondo il proprio inconfondibile stile. Soltanto la mitologia greca mancava all’appello, e dunque il suo arrivo, fu quasi conseguenziale. La Disney aveva bisogno di un nuovo eroe, badate, proprio un guerriero valoroso, non più un principe della fiabe. Gli autori della Disney non poterono che focalizzare le loro attenzioni sul più grande degli eroi greci, e forse proprio per questo, il più conosciuto: Eracle. Beh, forse il suo nome greco non avrebbe destato la giusta reazione da parte del pubblico. Dopotutto, Eracle è maggiormente conosciuto col nome latino di Ercole. Si decise così di latinizzare il nome greco dell’eroe, e iniziò ufficialmente la produzione di “Hercules”.

“Hercules” è una sorta di omaggio benevolo alla mitologia classica, riportata in scena sotto forma di cartone animato e reinterpretata attraverso lo stile avventuroso di un singolo protagonista. “Hercules” non è però un lungometraggio didascalico ed educativo per quel che concerne lo studio della mitologia, è invece una commedia d’azione, d’avventura, che ha dalla sua il merito di far leva sugli aspetti tipici dei miti storici e leggendari. L’obiettivo del lungometraggio “Hercules” è quindi quello di fare avvicinare i giovani allo studio della mitologia, senza però spiegarne il contenuto, alle volte brutale, del mito stesso. Attraverso l’uso del mito la Disney, informa ed educa, secondo i propri principi e i propri valori. La storia di Eracle viene così modificata, egli non è più un semidio ma un vero e proprio dio greco, figlio di Zeus ed Era. Tale affermazione potrebbe far sobbalzare dalla sedia chiunque si ritenga un esperto, un divoratore famelico di miti e leggende, eppure tale “ritocco”, calato in un contesto d’animazione, funziona. Eccome se funziona! I bambini non erano forse pronti a scoprire l’origine naturale di Eracle, nato da una relazione adulterina avuta da Zeus con Alcmena, una mortale ingannata dal volere del dio. E gli stessi infanti, non si sarebbero appassionati così tanto al film in questione se avessero saputo che Eracle sceglieva volontariamente di sostenere l’atroce fardello delle dodici fatiche per espiare i propri crimini, causatigli da Era che ne avvelenò la mente costringendolo ad uccidere l’amata Megara e i figli. La Disney aggira l’ostacolo dell’intrattabilità di certe tematiche così crude, e snocciola una storia più semplice, lineare, fatta d’amore, d’affetto materno e paterno, ma anche intrisa di odio famigliare. Non mancano infatti le interpretazioni più oscure e neanche troppo velate nella storia di “Hercules”. Il piccolo Ercole è oggetto d’odio da parte di Ade, fratello di Zeus e Signore degli inferi, che lo tramuta in un uomo mortale e lo condanna, inconsapevolmente, a vivere sulla terra. Ade aspira ad ottenere il trono di Zeus, e sa che se Ercole dovesse combattere per lui non ci sarebbe possibilità di vittoria. Hercules cresce sulla terra, allevato da Anfitrione e Alcmena, prima di venir addestrato da Filottete per divenire il più grande eroe di tutti i tempi. Hercules anela a tornare all’Olimpo e sa che potrà farlo soltanto se diverrà un dio, e per arrivare a ciò dovrà compiere il più grande atto d’eroismo che sia mai stato narrato.

“Hercules” è altresì il viaggio di un eroe alla scoperta di se stesso, del posto che può occupare nello scorrere della vita. In “Hercules” non si indaga soltanto l’identità d’animo e ciò che un giorno “diventeremo”, come veniva declamato in “Bambi” e ne “Il re leone” con il cosiddetto “cerchio della vita”, in cui dobbiamo imparare a prendere il nostro posto, vivere e generare altra vita, ma si ricerca proprio il “luogo prediletto” per vivere tale vita. “Hercules” pone in evidenza quanto sia importante la realtà che ci avviluppa per plasmare la nostra identità. Il guerriero è imprigionato tra ciò che è sulla Terra e ciò che potrebbe essere nell’Olimpo. Due mondi così distanti, inesplorati, quello del divino e quello dell’uomo, ed Ercole in quanto semidio confida in sé questa dualità uomo/divinità. L’intero film è un viaggio nella ricerca del proprio posto da occupare, in cui potersi realmente riconoscere in se stessi. Hercules, infine, sceglierà la terra, non perché non sentirà d’essere un dio ma per amore. Ecco che l’amore di Meg diventa la chiave per comprendere cosa si vuole davvero, se la gloria eterna o la semplicità di un’esistenza terrena, la vita mortale. Una scelta che per molti potrà rivelarsi banale, dalla morale semplice e ampiamente prevedibile, ma comunque apprezzabile, se analizzata come degno finale di una storia d’amore appena sbocciata tra il buon Ercole e la femme fatale, dall’animo generoso, Meg. Una sorta di tredicesima fatica emotivamente vinta e compiuta dall’eroe, che per amore trova finalmente e fieramente il proprio posto nella vita, e ascende al proprio destino.

Secondo noi di CineHunters, i lineamenti del viso di Ercole ricordano moltissimo quelli del volto del grande attore Kirk Douglas. Oltre al posizionamento delle orecchie e ai dettagli del naso e del sorriso, persino la fossetta sul mento richiama quella del leggendario interprete. Tale possibile somiglianza non viene riportata da nessun articolo dedicato al film, ed è assolutamente di nostra ideazione.

 

“Hercules” è un elogio alla mitologia, trattata in maniera, per certi versi, non veritiera (Ercole, ad esempio, uccide Medusa in questo adattamento), ma non per questo meno amorevole nei confronti del gusto classico. E’ una lettera d’amore a tratti parodistica, in altri beffarda e in altri ancora più spettacolare. Le nove muse qui vengono ridotte a cinque e non ispirano più lo scrittore, l’artista o l’uomo stesso nella stesura di un’opera o nel compimento dell’impresa a cui anela: sono le vere e proprie narratrici degli eventi. Sin dall’inizio, le muse raccontano ciò che avvenne anni orsono, dilettano il pubblico con canti che inneggiano alla fama dell’eroe e aiutano Meg a comprendere i veri sentimenti provati per Ercole. “Hercules” è paragonabile a una “commedia in costume”, un encomio al teatro tragico e comico dell’antica Grecia. La voce narrante che si ode inizialmente non è altro che il Prologo, le muse sono il coro e la storia rinarrata unisce sapientemente “commedia” e “peripezie” estratte e amalgamate dai due stili preminenti del teatro antico. La macabra presenze delle Parche, la furia violenta dei Titani, dominatori dei quattro elementi, l’amicizia incondizionata del cavallo Pegaso (in verità appartenuto a Perseo e Bellerofonte), Filottete tramutato in una sorta di Satiro sono solo alcuni dei numerosi tributi disseminati nel corso del film ai miti. I registi Ron Clements, John Musker e la Disney stessa citano: la pelle del felino che Ercole indossa in una scena, costituisce un doppio riferimento al celebre leone di Nemea e a Scar, il crudele fratello di Mufasa, antagonista de “Il re leone”.

Ma “Herules” poggia gran parte della propria bellezza sull’ottima caratterizzazione dei personaggi. Meg (in Italia doppiata da una bravissima Veronica Pivetti) è bella e sensuale, slanciata e armoniosa, una donna dai folti capelli neri, dalla parlantina sciolta e dal sarcasmo graffiante che nasconde però un’anima triste e affranta. Meg non crede più nell’amore ed è prigioniera del volere di Ade, perché al dio dei morti ha venduto se stessa pur di salvare l’uomo che amava e che, di tutta risposta, l’ha abbandonata. Filottete (doppiato da uno straordinario Giancarlo Magalli) nella sua ironia contagiosa nasconde la delusione di essere un “uomo” incompiuto e insoddisfatto della propria vita. Egli, un addestratore di eroi, non è mai riuscito a donare alla Grecia un combattente valoroso e imbattibile: ha addestrato Perseo, Odisseo, Teseo (un sacco di “seo”) e persino il pelide Achille, ma tutti loro sono stati, infine, sconfitti dal fato o da avversari spietati. Sia Meg che “Fil” troveranno la giusta realizzazione della propria esistenza con Hercules, e l’eroe la troverà in loro, in un simbolico rapporto di dare e avere: Meg riscoprirà l’amore, Filottete addestrerà finalmente il più grande difensore della Grecia antica, e Hercules, dal canto suo, troverà il posto a cui tanto anelava.

“Hercules” può vantare un antagonista per eccellenza, uno dei più amati, dei più potenti e dei più particolareggiati dei classici Disney: Ade. Ade (in Italia doppiato da un grandissimo Massimo Venturiello) è sarcastico, irascibile, furente, iracondo e stressato. Ade si infuria costantemente, sfoga la sua rabbia sui poveri Pena e Panico (Zuzzurro e Gaspare), i capelli si infuocano fino a diventare di un rosso accesso quando è furibondo. La dialettica di Ade è arguta e cinica, e ne fa di lui un personaggio irresistibile. Anche in Ade è percepibile un’incompiutezza nella vita, egli è odiato da tutti gli altri dei per il suo fare tetro, è condannato a fare per tutta la vita un lavoro che nessuno desidera, mentre su, nell’Olimpo, tutti gli altri dei passano gran parte del tempo a banchettare e a oziare. Pur non potendo giustificare le sue malefatte il personaggio è perfettamente capibile in un analisi caratteriale.

Con “Herules” la Disney diede un taglio molto ben distinto alla propria opera, mescolando i canoni epici del mito con quelli più spensierati e ironici tipici della comicità disneyana. Ma “Hercules” possiede una particolarità pressoché innovativa: i riferimenti, critici o parodistici, alla cultura americana. Che la storia sia un mezzo per indagare il nostro passato e comprendere maggiormente il nostro presente, e che il mito venisse usato per spiegare in maniera mistica l’origine e la natura di molte realtà che circondavano i greci, è una caratteristica assolutamente inattaccabile, ma la Disney usufruisce del racconto mitologico per trasporre aspetti contemporanei in contesti storici antichissimi. Hercules diventa così l’eroe più amato della Grecia, ed essere così famoso, nell’antichità, non è poi tanto diverso dall’essere una sorta di “vip moderno”. Hercules viene trattato a tutti gli effetti come fosse una star, che rilascia autografi a donne che urlano a squarciagola il suo nome, vive con un seguito di artisti che desiderano ritrarlo in tele da vendere ai fan, e con uno stuolo di artigiani intenti a produrre addirittura del merchandising dedicato all’eroe. Ecco che Hercules firma la sua “Herculade” la bevanda ufficiale dell’eroe, ispirata chiaramente alla “Gatorade”, dà via alla produzione di elegantissimi sandali (come li definirà Pena) chiamati “Air Hercules” (le Air Jordan vi dicono niente?). Hercules lascia persino le impronte delle sue mani impresse nell’argilla, mimando i gesti degli attori più celebri. Ercole diventa un vip da ammirare e su cui discutere. Ercole oltre che buono, generoso e altruista è a volte ingenuo e sciocco. Gli autori fecero leggermente leva sullo stereotipo della “forza” che di rado accompagna il “cervello”. Ad onor di cronaca, negli stessi miti, Ercole appare molto impulsivo e poco riflessivo. Ma la Disney mette in scena col suo Ercole una vera analisi circa i miti di oggi, e sulla fama che circonderà l’eroe, divenuto una leggenda dopo essere stato un perfetto sconosciuto. Nell’antica Grecia i miti erano gli eroi valorosi e incorruttibili…oggi, invece, chi sono? Naturalmente i miti di oggi, che la società dei consumi moltiplica e distrugge con estrema facilità, non sono più gli eroi greci raccontati da Omero o fatti rivivere sulla scena dai grandi tragici, si tratta invece di gente che spesso rimane pochissimo sulla cresta dell’onda e scompare con la stessa rapidità con cui è stata creata.

“Hercules” un film molto ben riuscito, divertentissimo ed emozionante. Non avrà la potenza narrativa di altre opere della Disney, ma possiede la particolarità di uno sguardo intenso e profondo rivolto alla mitologia classica, e forse proprio per questo, meritevole d’esser amato.

Voto: 7,5

Autore: Emilio Giordano

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Redazione: CineHunters

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In una verde radura cinta da fiori appena sbocciati, una cerva ha da poco messo al mondo il suo piccolo. Il cucciolo dorme tra le “braccia” della madre quando gli animali della foresta giungono in quel luogo per ammirarlo. Verrà da questi soprannominato “principino”, in quanto figlio del cervo reale della foresta. Il piccolo apre per la prima volta i suoi occhi al mondo e tenta di alzarsi facendo forza sulle esili zampette posteriori. Poggiandosi poi su tutte e quattro le zampe, il cerbiatto alza la bianca coda, prima di fissare con curiosità Tamburino, un coniglietto dal pelo tra il bianco e il grigio e dal musetto di un rosa acceso, chiamato a quel modo proprio per l’abitudine, piuttosto rimbombante, di tamburellare la zampa sul terreno. E’ lo stesso Tamburino a domandare alla madre del cerbiatto che nome ha scelto per il proprio nascituro.  Mamma cerva, dal canto suo, risponde prontamente: Bambi!

“Bambi” era il film preferito da Walt Disney in persona, la “creazione” a cui era idilliacamente legato e che amò come fosse un figlio. Per Disney, i più grandi ma anche i più piccini potevano osservare la vita di Bambi e rivedere in essa quel cammino, costellato da innumerevoli tappe, che chiamiamo “vita”. La storia dell’amorevole cerbiatto è un intenso viaggio nell’istinto vitale in cui si intersecano il rispetto per la natura e l’ammirazione per il mondo animale con il ciclo dell’esistenza: il venire alla luce, il proseguire nella crescita, l’amore e il raggiungimento della propria autonomia comportamentale.

Il piccolo cervo dalla coda bianca, sotto lo sguardo vigile della madre, impara ben presto a camminare e anche a parlare esattamente come un comune bambino. Scopre il valore dell’amicizia con Tamburino e la puzzola Fiore, e le meraviglie del mondo circostante, ma anche i pericoli di quel bosco che lo avviluppa sin da quando è nato. Crescendo, Bambi si innamora perdutamente di Faline, poco prima di divenire il signore della foresta. “Bambi” è un film profondamente sentimentale, che tenta di rapportare e inevitabilmente confrontare uomo e animale come figli della stessa terra, tendendo a unificare questi due esseri viventi, ma differenziandoli al tempo stesso. “Bambiè un lungometraggio che tratta il tema delcerchio della vitacinquant’anni prima deIl re leone”; e lo fa in modo estremamente malinconico e serioso, essendo esso un “ponte” forte e saldo, che permette di superare le burrascose acque del fiume della maturazione, ma soprattutto, rimanendo tutt’oggi una chiave didascalica dell’elaborazione del lutto. Se, infatti, la prima parte dell’opera pone lo sguardo accorto della camera su quella spensieratezza del piccolo cervo, tipica della giovinezza, e proprio per questo paragonabile a quella di un qualsivoglia bambino, la seconda parte, invece, si concentra sulla repentina crescita del protagonista, rimasto solo e affacciatosi senza alcuna avvisaglia sull’asprezza dell’arco vitale.

La sequenza in cui Bambi, confuso e spaventato, si muove tra i boschi mentre con voce accorata chiama la madre, mi riporta alla mente una celebre frase proferita da Christopher Lee: “E’ ciò che non si vede, non quello che si vede, che fa paura!”. La morte della madre di Bambi avviene fuori campo, lasciando lo spettatore, come lo stesso Bambi, nel vortice di un’atroce incertezza.

Il tenero cucciolo resta vicino alla cerva anche quando quest’ultima si pone in allerta, spronando il figlio a fuggire e a trovare riparo all’interno della fitta boscaglia. Lo sparo del cacciatore rompe l’apparente tranquillità di una fredda giornata invernale, il tempo si ferma d’improvviso e gli istanti sembrano tramutarsi in secoli. La neve comincia a fioccare copiosamente e Bambi riemerge dalla sua tana in cerca della madre. Le impronte dei piccoli zoccoli del cerbiatto restano impresse sul manto nevoso, indicando un percorso disordinato compiuto da Bambi nel tentativo di ritrovare la sua mamma. Il cammino a ritroso lo porta a imbattersi nel padre, l’imponente principe della foresta. L’imbarazzo e il disagio provati da Bambi sono resi in maniera del tutto naturale, con il piccolo cerbiatto che, di sobbalzo, abbassa lo sguardo, perché intimidito dalla maestosità del genitore.  Nel doppiaggio d’epoca datato 1948 Mario Besesti donò la sua voce corposa al padre di Bambi quando questo dovette dare al figlio il triste annuncio dell’avvenuta morte della madre. Le parole del padre nel riadattamento italiano assunsero le connotazioni di un funereo monologo.

“La tua mamma non tornerà mai più!  L’uomo l’ha portata via. Devi essere coraggioso, devi imparare a vivere da solo. Vieni, figlio mio!”.

Queste furono le frasi recitate con straziante commozione da un magistrale Besesti. Il secondo doppiaggio venne registrato nel 1968 e fu più attinente alla versione americana. Il padre ebbe la voce, perfettamente modulata, di Giuseppe Rinaldi, quando registrò le fatidiche parole: “La tua mamma non tornerà mai più!”. Seguono degli attimi in cui assistiamo, taciturni, alla reazione sconsolata di Bambi, quand’ecco che il padre prosegue: “Vieni, figlio mio!”.

Il grande principe della foresta nel suo eloquente silenzio spezza l’innocenza del figlioletto, che d’ora in poi dovrà riuscire a vivere senza più le attenzioni e l’affetto della madre. Quel “vieni con me”, proferito con tenera fermezza, induce Bambi a seguirlo e a comprendere che dovrà crescere in fretta per poter seguire le orme del padre e vegliare con lui nella selva.

Un’interpretazione vocale che sancisce un intonante sposalizio tra la dignità regale cui è rivestito il principe e la sensibilità paterna cui deve assurgere in quei tristi frangenti nei confronti del proprio figlio. Bambi si incammina fianco a fianco al padre, poco più che uno sconosciuto per lui, che ha trascorso ogni istante della sua giovane esistenza tra le calde cure della madre. Essa rappresentava ciò che Bambi era, la sua purezza; il padre, invece, ciò che Bambi sarà, la sua futura solennità.

L’impatto emotivo della scena travalica i confini del grande schermo, emozionando l’immaginazione dello spettatore e la sua sfera coscienziale. La scelta di non mostrare né il corpo inerme della madre né una traccia del suo vissuto si rivelò una rappresentazione ancor più drammatica della separazione tra madre e figlio. In un batter di ciglia Bambi perde la sua mamma per sempre, e non può neppure dirle addio. Non posso che fermarmi un attimino a riflettere su quanto scriveva il Foscolo nel suo carme “Dei sepolcri”. Per l’uomo, poter piangere i propri cari, è il solo, lascibile conforto in grado di sostenere la tragedia di un addio. Ciò che reputo ancor più drammatico nel linguaggio cinematografico, espresso dal lungometraggio “Bambi”, è proprio la rappresentazione di una morte sopraggiunta in un momento di serena quiete. Un dramma inopinato che bruscamente strappò Bambi dalla sua innocenza, negandogli persino l’opportunità di poter accarezzare la madre un’ultima volta. L’immedesimazione nel protagonista sta proprio nel suo essere vittima degli eventi stessi, impotente dinanzi ad una minaccia del tutto nuova, e impossibilitato a piangere la madre, umanizzata nell’ideologia di genitrice. Bambi viene così ancor più reso umano, perché nel dolore diventa un possibile punto di contatto con i bambini che si rapportano all’identità animale, cercando in essa quei tratti comuni della propria familiarità.

La scena fin qui analizzata fa sì che la mente degli spettatori venga lasciata libera di viaggiare negli imperscrutabili meandri dei propri timori. L’apparato “scenografico” è però necessario per amplificare ancor di più quel senso di vuoto incolmabile lasciato nell’animo di chi guarda il film, e a tal proposito, la neve che fiocca sembra un lungo pianto generato dalla natura che avvolge l’intera vegetazione, il tutto in uno scenario triste e malinconico. Le musiche, l’animazione e le brevi riflessioni del padre assumono un valore poetico senza eguali, in cui ciò che temiamo diviene più incisivo di ciò che stiamo effettivamente guardando.

Il tempo lenisce ogni ferita, e così il lutto viene tenuamente superato con il trascorre delle stagioni. Il bosco subisce l’alternarsi della colorata e odorosa primavera, e dell’estate calda e luminosa, con l’arrivo malinconico dell’autunno in cui le foglie cadono e ricoprono le radici degli alberi. E’ su quel soffice sottobosco che Bambi, divenuto ormai un cervo adulto, ostenta la sua imponenza. Attraverso il suo passaggio alla maturità possiamo osservare quanto l’impronta umana degli autori combaci con il rispetto dell’istinto animale. Così, se Bambi si innamora come una qualsiasi persona, allo stesso modo agisce come un animale qual è, scontrandosi con un cervo rivale per la conquista della sua amata Faline. Opera esistenzialista e studio documentaristico vengono assorbiti dalla stessa abilità narrativa, permettendo a “Bambi” di poter essere un film in cui viene amalgamata la sfera emotiva e raziocinante dell’uomo con l’agire e il comportamento degli animali. Lo studio dell’andatura “altezzosa” e nobile del cervo, una caratteristica vagliata minuziosamente sul campo, si unisce così al suo parlare spiccatamente umano, e l’accoppiamento tra gli animali, chiamato ironicamente nel film “rincitrullimento”, viene mostrato come un autentico atto d’amore monogamo, oltre a riprendere molte delle azioni tipiche degli animali nelle stagioni degli amori.  “Bambi” è a tutti gli effetti un film che elogia lo studio etologico e celebra l’esaltazione dell’animo umano. In particolare gli occhi furono lo specchio con cui gli autori scelsero di creare un legame fatto di sguardi e introspezioni con i propri spettatori. Mirando gli occhi degli animali, noi spettatori creiamo inconsapevolmente un rapporto di coinvolgimento con loro, dialogando non con le parole bensì con gli sguardi e le tante “sbirciatine” all’interno del nostro “io”.  I grandi occhi azzurri e le ciglia lunghe ed emotivamente comunicative della splendida madre confortano il piccolo Bambi quando non è che un cucciolo, e quei medesimi occhi “incastonati” nel volto di Faline inducono lo stesso Bambi a invaghirsi di lei. Gli occhi divengono così lo specchio dell’anima dell’uomo ma anche dell’animale, talmente umanizzato da poter essere considerato un custode d’anima lui stesso.

L’ultimo passo nella vita di Bambi è quello di poter prendere il proprio posto nel cerchio della vita. Nonostante il padre rivesta un ruolo simile a quello che avrà Mufasa ne “Il re leone” qui si differenzia per il modo di porsi e di educare il figlio. Il Grande principe della foresta è un re altero, che si muove con solennità, trasudando saggezza sin dal proprio portamento. Il suo procedere con tale grazia e magnificenza coincide col suo essere di poche parole. Esso dimostra l’affetto nei confronti di Bambi in modo implicito, relazionandosi con lui solo apparentemente in maniera distaccata. Il Grande principe dà valore ad ogni singola parola detta, istruendo il proprio figlio più con i gesti che con le espressioni verbali, cosciente che Bambi dovrà divenire forte e prendere il suo posto per proteggere la foresta dalla minaccia invisibile dell’uomo. Il male in “Bambi” è rappresentato proprio dall’uomo, mai però delineato fisicamente sullo schermo, poiché volutamente idealizzato come una negatività astratta, che può distruggere la natura e la vita animale esattamente come il suo stesso prossimo. In tal modo “Bambi” vuol comunicare un messaggio pressoché universale, mettendoci in guardia sui pericoli della malvagità di certuni pronti ad annientare con tanta efferatezza ciò che li circonda. “Bambi” è altresì un ammonimento evocativo per l’uomo “incendiario” e per il bracconiere e cacciatore senza scrupoli, un monito onnipresente per il rispetto della natura e il riguardo, laddove è possibile, verso gli animali liberi e selvaggi.

Bambi avrà da Faline due cuccioli gemelli. Li scruterà da lontano, restando fiero e regale su di un’altura, vegliando sulla compagna, sui figli e su tutta la foresta, con la vigoria di un vero sovrano. La possanza delle sue ampie protuberanze ossee evidenziano il raggiungimento di un completamento esistenziale: Bambi è ciò che per lui è stato suo padre, ed è pronto ad essere tale per i suoi discendenti.

I suoi palchi spioventi divengono una corona regale posta sul suo capo.

“Bambi” è un capolavoro assoluto, che tende la mano al pubblico più giovane e lo accompagna, attraverso una crescita artistica, a una comprensione reale del mondo ma non solo; la stessa mano continua a tenderla agli adulti, compiendo un viaggio a ritroso, rievocando in essi il passato, il legame con la persona più cara perduta, guidandoli verso un futuro che continua a essere imminente. “Bambi” è, a mio giudizio, una sorta di traghettatore di due ben distinti spiriti: l’innocenza e la consapevolezza.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La Bella e La Bestia disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Beauty and the beast” viene spesso definito banalmente come “lungometraggio d’animazione”. Quanto può farmi infuriare un tale appellativo! Non che non lo usi io stesso nel menzionare quest’opera, in quanto, è inutile negarlo, rende chiaro e immediato ciò a cui si fa riferimento.  Eppure seguito a non gradire tale denominazione. Per essere totalmente sinceri, non apprezzo nemmeno l’efficace, seppur ancor più semplice, definizione di “film”. Né “film” in senso stretto né “lungometraggio d’animazione”, né tantomeno “pellicola” sembra calzare a pennello, nella mia concezione, per descrivere ciò che propriamente è “La bella e la bestia”. Le precedenti sono descrizioni fin troppo limitanti, quantunque cerchino di assurgere al loro volere esplicativo. “La bella e la bestia” è un’opera d’arte indescrivibile, e come tale non può essere né collocata sotto una data categoria descrittiva né omologata come un ornamento decorativo. “La bella e la bestia” è, per il sottoscritto, magia inviolata, puro lirismo cristallizzato. Una lavorazione impregnata d’irripetibile magnificenza, tersa e intellegibile, in una mistificazione dell’arte animata e in una esaltazione della poetica umana. “La bella e la bestia” convoglia in sé poesia d’amore decantata dai propri dialoghi, arte pittorica palesata nei suoi fondali, arte teatrale trasfusa nei suoi personaggi, composizione musicale esaltata nelle proprie melodie. “La bella e la bestia” è l’incanto dell’arte intrisa nei petali di una rosa. Ogni petalo che da essa cade giù sembra recare in sé la sola, l’unica forma d’arte autonoma e incomparabile, la più candida: quella generata dal cuore e modellata dalla mente. E mantiene tale potenza dal primo fino all’ultimo istante, senza lasciare nel vuoto incolmabile un solo frammento del proprio essere. Sin dall’inizio, sin dal suo prologo…

  • Analisi del prologo

Dal dissolversi di uno sfondo nebuloso emergono i primi dettagli di un bosco verdeggiante. Si staglia centralmente un’altura rocciosa da cui viene giù una piccola cascata. Ecco che la camera sembra risalire il corso del ruscello, fino a raggiungere il cuore della foresta, dove il sole irradia, coi suoi raggi, un bianco e imponente castello regale. La melodia di Alan Menken risuona dolcemente sin dall’inizio. E’ un’aria di magia, un suono d’incantevole pregevolezza. Con poche, fievoli note veniamo trasposti in un modo fiabesco, all’apparenza ovattato. Giungiamo al palazzo ma non varchiamo i suoi confini. Notiamo invece i ritratti impressi sulle vetrate del castello in cui viene raccontata la storia di un principe…

La splendida voce narrante di Nando Gazzolo, nella versione italiana, ci regala una prima analisi del testo. Comprendiamo così ciò che andremo a conoscere successivamente: un principe che vive tra gli agi delle proprie ricchezze, nella bellezza adamantina della sua dimora. Era un nobile viziato, probabilmente attaccato morbosamente ai propri beni materiali, tanto da non voler che nessuno osasse varcare la soglia del suo castello, onde evitare che potessero godere con lui di tali ricchezze. E infatti neppure noi spettatori riusciamo ad entrare nel castello. Benché il racconto rimandi a un periodo consumatosi anni orsono è come se nel dipanarsi della narrazione noi ci trovassimo in qualche modo a vivere il passato come nel presente. Una notte d’invero, il principe riceve la visita di una vecchia mendicante che gli offre una rosa in cambio di un riparo dal freddo pungente. Il disegno sulle vetrate mostra appunto una figura di vecchina minuta, ingobbita dalla fatica e da una vita di stenti. Il suo volto è infossato, l’immagine della sofferenza, tanto da ricordarmi i lineamenti scavati del viso dei “Mangiatori di patate” di Vincent Van Gogh. La donna, suscita una certa repulsione agli occhi del principe e quindi la respinge.

Quella vecchia mendicante, così deforme e sgradevole agli occhi, in realtà è una fata bellissima. Ella sapeva che il principe non avrebbe guardato all’animo ma all’aspetto esteriore, e così fu. Ebbe dunque la conferma di ciò che sul suo conto già conosceva: nel cuore del principe non vi era spazio per l’amore. Decise così di castigarlo con un terribile maleficio, trasformandolo in una bestia. Notiamo che tale maledizione non si limita soltanto al principe, ma investe l’intero castello e tutti coloro che lo abitavano. Perché? Il maniero, doveva riflettere la personalità oscura e ottenebrata del principe. Come era truce il suo animo così orribile doveva diventare la sua dimora, tanto da esternare la malignità che albergava nel suo cuore. La servitù, estranea all’agire del principe, venne comunque maledetta, in quanto loro stessi non riuscirono mai a sciogliere quel cuore di pietra, ma soprattutto perché il principe, egoista nel suo modo d’agire, avrebbe dovuto provare un senso di colpa per il destino che gravava sulla fedele servitù, la sola sua famiglia.

Il prologo de “La bella e la bestia” è un’opera d’arte sequenziale. Basterebbe solo tale introduzione a suggellare il lungometraggio come assoluto capolavoro. Perché vennero scelte delle vetrate che rimandano a quelle delle antiche cattedrali per rinarrare il passato? Perché il disegno doveva essere diversificato rispetto alle restanti immagini dell’intero film. In quelle vetrate noi vediamo ciò che è stato, ciò che ci viene raccontato in maniera imparziale, in un modo quasi giuridico. E’ la fantasia a venir stimolata, non la realtà. Questo perché le intenzioni dei registi Gary Trousdale e Kirk Wise erano quelle che noi tutti avremmo dovuto imparare a conoscere la Bestia esattamente nel momento in cui Belle la incontra. Comprendiamo infatti il passato del principe ma in modo non evidente, perché dobbiamo conoscerlo insieme a Belle. Non è un caso infatti che la camera ci permetta d’entrare nel castello soltanto quando il maleficio si è ormai compiuto: anche noi spettatori dobbiamo interagire per la prima volta con la Bestia, non con il principe.

In un ritratto, il principe si inginocchia dinanzi alla fata, volgendo verso di lei le sue mani, in lacrime, disperato, poiché terrorizzato da ciò che sta per subire. La fata ha un volto triste quando proferisce la maledizione, come se in quanto essere punitivo e neutrale sia stata costretta dal suo ardire a condannarlo. La fata, mai mostrata realmente né tantomeno personificata, lascia una lieve speranza di salvezza al principe: se avesse imparato ad amare e fosse riuscito a farsi amare a sua volta l’incantesimo si sarebbe spezzato. In caso contrario, al compimento dei suoi 21 anni sarebbe rimasto una bestia per sempre. La rosa che gli aveva donato e che egli aveva immediatamente rifiutato perché un qualcosa di naturale e non particolare, assume di colpo un valore trascendentale. Ci tengo a far notare infine la minuziosità con cui venne rappresentata per la prima volta la rosa: non sbocciata rispetto al resto del film, quando apparirà più morente e prossima ad appassire, segno che il lavoro che c’è stato nella realizzazione del minimo dettaglio de “La bella e la bestia” fu assolutamente impeccabile.

  • Trama

Alcuni anni dopo, in un villaggio situato alle porte della foresta in cui si cela il castello stregato, vive Belle, la ragazza più carina di tutto il villaggio, caduta preda delle attenzioni per nulla garbate del cacciatore Gaston. Belle è figlia di Maurice, un uomo pingue e pacioccone, stralunato all’apparenza ma di buon cuore. Un giorno, Maurice parte per presentare alla fiera una macchina di sua invenzione capace di tagliare la legna, ma finirà per perdersi nel bosco. Gira che ti rigira raggiunge ignaro il castello maledetto, dove verrà catturato dalla Bestia. Belle, preoccupata per il padre, parte alla ricerca e lo ritrova poco prima d’imbattersi nella mostruosa creatura. Belle decide di sacrificare se stessa pur di lasciare andare l’anziano genitore: stringe difatti un accordo col signore del castello che, palesandosi sotto la luce, si lascia guardare dalla ragazza nella propria mostruosità. L’iniziale rapporto tra Belle e la bestia non è certo idilliaco; lei lo vede come un mostruoso carceriere e la Bestia non fa nulla per domare la sua indole iraconda. L’evento che spezza l’astio tra Belle e la Bestia, paradossalmente, è da riscontrarsi in un momento di puro terrore. Quando Belle intravede la rosa incantata e muove la sua mano per toccarla, la Bestia le appare in tutta la sua espressione furiosa, e la scaccia via dal castello, salvo poi venire a pentimento. Così, la creatura esce dal castello e raggiunge la giovane salvandola dall’assalto dei lupi. La bestia, ferita gravemente a seguito della furibonda lotta si accascia sulla neve e nonostante Belle avesse la possibilità di andar via, decide di tornare indietro al castello per permettere alla bestia di ricevere i dovuti soccorsi.

Da questo momento tra Belle e la Bestia si sviluppa un tenue rapporto di complicità che nei giorni successivi si rafforza sempre più. La bestia dal suo rapportarsi con Belle comincia a riscoprire i sapori della quotidianità, le bellezze della natura e la serenità che una dolce compagnia può trasmettere. La bestia riprende a camminare in posizione eretta, a pranzare con l’ausilio delle posate, dettagli apparentemente futili, ma che certificano il suo lento progredire nel riscoprire un’umanità che credeva essere stata annientata dal suo aspetto. Belle, dal canto suo, scopre la timidezza, l’imbarazzo e la generosità celata nell’animo della creatura non più brutale come appariva un tempo.

La Bestia porta Belle ad ammirar lo splendore di un’enorme sala adibita a biblioteca, in sui sono custoditi migliaia di libri. La bestia dona a Belle quell’intero salone, mentre si sta già innamorando perdutamente di lei, tant’è che organizza una serata romantica. Ma sarà proprio Belle ad avvicinare la Bestia e a condurla nella sala grande, a stringersi a lui in un abbraccio condiviso, seguito a breve da qualche passo di danza. La bestia riesce a stento a deglutire per l’emozione; una linea di demarcazione ben evidente tra i due: da una parte Belle dimostra ancora una volta di essere una donna dolce e sognante ma anche forte e decisa, dall’altro la Bestia certifica che il suo animo è totalmente cambiato, divenuto timido e gentile, garbato ed elegante. Adesso la Bestia lascia andare via Belle in modo che possa far ritorno a casa, dove il padre l’attende, rinunciando così, per sua stessa volontà, alla possibilità di poter porre fino al maleficio. Una volta che Belle abbandona il castello, la Bestia si lascia andare a un lamento inconsolabile. Belle, riabbraccia il padre e lo conduce al villaggio proprio quando il perfido Gaston ha già attuato un piano per ottenere la mano di Belle: ha, infatti, stretto un accordo con il responsabile del manicomio per far internare Maurice, colpevole d’asserire dell’esistenza di una bestia mostruosa che vive in un castello. Belle dovrà acconsentire a sposare Gaston se vorrà salvare il padre. Ma per dimostrare che Maurice dice il vero, Belle mostra la bestia attraverso lo specchio magico che la stessa creatura gli aveva permesso di portare via. Gli abitanti del villaggio, terrorizzati alla vista della bestia e spronati da Gaston decidono di raggiungere il misterioso castello per uccidere l’animale.

Gaston trova la bestia in uno stato di totale rassegnazione, come se la creatura, privata della presenza di Belle, avesse perso la voglia di vivere. Gaston non esita a trafiggerlo con una freccia scoccata da breve distanza, ma quando la Bestia scorgerà in lontananza Belle, accorsa al castello per salvarlo, riprenderà a lottare, riuscendo ad avere la meglio su Gaston. L’umanità riscoperta dalla Bestia però gli impedisce di uccidere il rivale, così lo depone al suolo, ordinandogli di lasciare il castello. La bestia oltrepassa così le mura del castello per raggiungere Belle, ma Gaston lo pugnala alle spalle, poco prima di precipitare giù nel vuoto, trovando la morte. La bestia spira tra le braccia di Belle, rimirandola per l’ultima volta. La donna, commossa, declama il suo amore sul corpo esanime della Bestia poco prima che anche l’ultimo petalo abbandoni lo stelo…

  • Analisi della caratterizzazione dei personaggi

Prima di trattare l’epilogo dell’opera, facciamo una digressione per analizzare i molteplici fattori estetici e tematici presenti nel film, partendo appunto dai personaggi. Una cura meticolosa è stata usata nella stesura delle parti dei protagonisti. Ognuno di loro ha infatti una caratterizzazione propria, basata su una sceneggiatura più che consolidata. Belle è una splendida e giovane donna, dall’aria perennemente sognante e amante della lettura. Ella tiene i suoi bei capelli castani legati con un fiocco azzurro ed è ritratta con un viso tondeggiante in cui sono incastonati due occhi profondi come la sua stessa immaginazione. Il padre di Belle, Maurice, è di acume sottile ed è più che evidente che Belle abbia preso da lui gran parte del suo spirito d’inventiva. Non ci è dato sapere nulla circa la madre della giovane, ma è facilmente intuibile che sia scomparsa già da parecchi anni e che Belle sia stata allevata con amore incondizionato dal bizzarro padre. Maurice è un inventore, un mestiere piuttosto peculiare nel villaggio in cui i due sono giunti e dove si sono stabiliti. Un luogo in cui “l’invenzione” e la “novità” non sono certo fattori contemplati. I villeggianti, infatti, sono persone molto ingenue, abitudinarie, bigotte e poco istruite ma non per questo cattive. Belle, donna alquanto informata e d’intelletto, sa che i suoi compaesani sono dei sempliciotti, ma non per questo evita di dialogare con loro, cercando anche di farli appassionare ai racconti che tanto la coinvolgono, ma sempre con pessimi risultati. Belle, si reca quotidianamente nella biblioteca di città per prendere in prestito libri da leggere. Questi tomi diventano per Belle gli unici strumenti con cui estraniarsi dall’apatia del villaggio in cui vive, per viaggiare lontano, verso luoghi remoti e vivere, con la sua verve sognante, mirabolanti avventure. Se per il principe lo specchio è la sola finestra sul mondo esterno, per Belle i suoi libri diventano l’unico portale su cui porre il suo sguardo bisognoso di “magia”. Il villaggio in cui vive la ragazza sembra non garantire alcun futuro per una giovane donna come lei, se non quello di prender marito. Belle si ritrova così più volte costretta a respingere, elegantemente, le avance del superficiale Gaston, che pur di averla come sposa è disposto a tutto. Gaston è uomo nerboruto e gretto, villico e rozzo, violento e maschilista, sadico e narcisista. Non a caso è rappresentato come un cacciatore nel lungometraggio d’animazione, poiché vede Belle non come una donna d’amare ma una preda da conquistare e sfoggiare in casa propria. E’ questa la prima vera linea di demarcazione che il film vuol tracciare tra la figura della Bestia e quella dell’antagonista Gaston: quest’ultimo, pur venendo rappresentato come un uomo violento e crudele è altresì un meschino vigliaccio, a differenza della Bestia che si batterà con ardore pur di salvare Belle. Le Tont, il fido amico di Gaston, è un uomo succube del cacciatore, probabilmente anche invidioso di lui ed è proprio qui che va ricercata la sua sudditanza: poiché non può essere come lui, Le Tont sceglie di diventarne il fedele servitore. Le Tont è stupido e di bassa statura e con la sua inettitudine stempera, come può, l’alone di malvagità che aleggia attorno alla figura di Gaston.

Il principe ha una personalità intrigante e dualistica, oscillante tra una cattiveria passata e una bontà ritrovata nell’esperienza catartica della trasformazione e della conoscenza di Belle. Sin dalle prime sequenze in cui la Bestia si presenta finalmente dinanzi agli spettatori, “egli” cammina su quattro zampe, come fosse a tutti gli effetti un’animale indomito e selvaggio. Eppure, emergono, sin da subito, particolarità umane, dapprima nell’aspetto, in seguito anche nel modo di porsi. La bestia lascia intravedere nel suo viso, così aggressivo, dalle cui fauci fuoriescono denti aguzzi, due occhi azzurri come il cielo. Essi sono l’unica reminiscenza del suo aspetto umano. Nell’atteggiamento, invece, la Bestia permette agli spettatori di comprendere un’ira spiccatamente umana nella scena in cui Belle, tenendogli testa, rifiuta di raggiungerlo a cena. La bestia, furiosa, dibatte i suoi pugni sulla porta e il suo pelo si irrigidisce.  Le sue espressioni variano da una rabbia mal celata per non essere stato accontentato nella sua richiesta fino a una furia esternata nel non essere stato ricevuto dalla ragazza, in un gioco ironico ma al contempo serioso circa il suo essere rifiutato. Sentimenti umani espressi per l’appunto da gestualità indicanti insoddisfazione; indimenticabile per l’appunto il modo in cui la Bestia allunga la mano rigida sibillando: “quella fa così la DIFFICILE!” I lineamenti del principe Adam sembrano ispirati alla conformazione del volto della Bestia, come se non fosse la creatura ad essere stata adattata all’uomo, ma invece l’uomo alla Bestia nelle realizzazioni estetiche.

  • Dalle ambientazioni dark, agli oggetti animati e alle umanità nascoste

La bestia ha vissuto per anni nell’isolamento, e l’arrivo di Belle viene interpretato come se la donna fosse giunta lì perché il fato gli permettesse di scoprire l’amore e porre fine all’incantesimo. La figura di Belle viene così trasfigurata agli occhi della Bestia in quella di una dama giunta al castello per salvarlo. Eppure, egli cerca di non lasciarsi illudere da quella che potrebbe rivelarsi soltanto un’illusione e anche il suo carattere irascibile non gli permette di rapportarsi alla giovane con le dovute maniere. Ci penseranno i suoi servi a trattarla con rispetto ed eleganza, tra tutti Lumière e Tockins, rispettivamente un candelabro e un orologio: due oggetti animati, un tempo uomini, che assurgono ai canoni di una vera e propria coppia comica. La comicità distillata sapientemente nel film del 1991 è di una raffinatezza sublime. Si ride e si riflette costantemente, ma la risata che ne deriva dai siparietti comici di Lumière e Tockins non è mai banale o puerile, ma sempre elegante e ben studiata e nasce dalle loro aperte contrapposizioni. Lumière è svagato, ironico, trascinante, Tockins, invece, è preciso come “un orologio”, timoroso, e non prende mai l’iniziativa, perché troppo fedele al volere del padrone. Se Tockins è la quiete, Lumière è l’estro, se il primo è il realismo, Lumière è la fantasia. Ma nel castello è tutto vivo e senziente, dalle posate argentee ai servizi di porcellana, dalle tazzine parlanti, come il piccolo Chicco, alla grande teiera chiamata Miss Bric. Personaggi secondari, oserei dire di supporto, ma dalla personalità talmente debordante da divenire comprimari di Belle e della Bestia.

In una lunga camminata introduttiva tra gli ampi corridoi del castello la Bestia guida Belle fino a quella che dovrà essere, d’ora in poi, la sua stanza. Proprio in tali frangenti la ragazza scruta con occhio vigile il castello, intravedendo inquietanti sculture demoniache che dominano la sommità del palazzo. “La bella e la bestia” contiene nelle sue tetre tavole artistiche e nelle sue atmosfere cupe e stregate lievi accenni all’horror, in cui il terrore è rappresentato nella concretezza artistica delle statue in pietra poste in cima al castello o nei quadri spettrali che “ornano” le pareti, oltre che, naturalmente, dal fare sinistro della Bestia. L’ambientazione barocca diviene di un gotico spiccatamente dark e trasmette un senso di perenne inquietudine.

La scenografia ben definita e la ricostruzione degli ambienti ne “La bella e la bestia” non solo è straordinaria ma unica: il castello e i suoi abitanti mutati in oggetti animati donano linfa vitale agli sfondi del film che diventano protagonisti della scena come fossero attori in carne ed ossa, travalicando i confini scenici e formando un trittico perfettamente amalgamato in una medesima fonte di suoni, movimenti e immagini. Gli sfondi tinteggiati non diventano più soltanto i luoghi in cui i protagonisti muovono i loro passi, bensì sono parte integrante dell’azione e dell’agire dei personaggi. Ne “La bella e la bestia” tutto sembra vivo e ogni cosa è caricata di un alone di mistica vivezza. Gli oggetti animati permettono a Belle d’instaurare un primo, vero legame con il maniero della Bestia, quel luogo che lentamente si scoprirà essere non più una prigione per la fanciulla ma una casa. Quel canto di Lumière, che seguita a intonare i versi di “Stia con noi…” non fa che reclamare la permanenza della donna lì al castello, perché Belle è la loro unica speranza, la luce che torna a rischiarare le tenebre del castello non più rilucente come veniva descritto in passato.  La sala grande in cui Belle e la Bestia si perdono nei rispettivi sguardi, tra i passi di un suggestivo Valzer, fu la prima sequenza creata con l’ausilio di sfondi 3D per un film d’animazione.

Le canzoni composte per “La belle e la bestia” sono alcuni dei brani più belli e intensi della storia del cinema, capaci d’arricchire un apparto melodico della colonna sonora già, di per sé meravigliosa. Le canzoni inserite nei punti chiave del film non riflettono soltanto lo stato d’animo dei personaggi ma ricalcano soprattutto la personalità dei protagonisti. Ascoltiamo quindi i sogni di Belle circa un futuro avventuroso che sembra non snocciolarsi mai dinanzi a sé, udiamo gli elogi sprezzanti intonati dai paesani a Gaston, fino a volgere l’attenzione delle nostre orecchie ai canti in cui Belle e la Bestia iniziano ad innamorarsi l’uno dell’altra. Ai suoni e alle parole intonate si abbina una magnificenza nel disegno, impossibile da non apprezzare, specialmente per l’espressività che i due registi sono riusciti a dare ai personaggi.  I volti, gli occhi, le labbra sembrano sempre voler comunicare qualcosa di più delle singole parole, scena dopo scena, toccando vene iperrealistiche e melodrammatiche, specialmente nella scena finale, in cui Belle, disperata, sussurra sommessamente quel “io ti amo…”.

Il principe Adam disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Trasformazione finale: la pietà della fata.

…quando Belle ammette d’amare la Bestia, il maleficio della fata viene meno. Eppure, in pochi si soffermano a riflettere sul fatto che la Bestia sia morta. Il maleficio prevedeva che l’amore provato e ricambiato a sua volta avrebbe annullato il sortilegio, ma non vi è alcuna spiegazione su ciò che poteva avvenire nel caso in cui la Bestia fosse mortaUna minuzia che mi ha sempre lasciato esterrefatto sin da bambino: perché la bestia torna in vita? Ecco che la pietà della fata, mistificata nella sua idealizzazione, silenziosa e invisibile nella propria trasfigurazione, sembra perdonare il principe e fargli un dono dal valore inestimabile: restituirgli la vita. Nessuno sembra soffermarsi su questo meraviglioso particolare; la fata, in quanto spirito punitivo, diviene infine uno spirito benevolo. La bestia comincia a trasformarsi: i suoi arti lentamente riprendono l’aspetto umano, le sue zampe progressivamente riacquistano le sembianze di piedi, in un lavoro artistico minuzioso, quasi maniacale. Persino il volto della bestia perde sempre più quella folta peluria e le sue fauci diminuiscono fino a tramutarsi in semplici labbra. Una delle scene più intense della storia del cinema. Il mantello che avvolgeva il corpo della Bestia viene deposto delicatamente al suolo, come se la fata, vivesse in una forma astratta, impossibile anche solo da vedere, e lo reggesse a sé, accompagnandolo fino a toccar terra, come a farlo rinascere. In tale scena avviene la “morte” della Bestia e la “rinascita” dell’uomo. Una trasformazione avvenuta ben prima, nelle settimane precedenti in cui la Bestia aveva conosciuto Belle e imparato ad amarla e che adesso trova la propria sublimazione.  Belle riconosce il principe da quell’unica particolarità umana che gli era rimasta nell’aspetto: i suoi occhi cerulei. Ella, rammenta ciò che era e comprende ciò che è diventato attraverso i suoi occhi, lo specchio dell’anima del principe, del suo cuore, tutto ciò che lei ha amato di lui. Il principe e la giovane si baciano e in un tripudio di colori, l’incantesimo perde i suoi funesti effetti. Il castello torna bianco e splendente come era un tempo e le figure demoniache vengono tramutate in sculture angeliche. I servitori riacquistano le loro fattezze umane e la bella riprende a danzare col suo principe nella sala grande del castello. La camera ci accompagna fuori dal palazzo, a rimirare un’ultima volta le vetrate che avevamo visto all’alba di tutto. Ce ne è una nuova, quella ritraente il principe Adam e Belle che ballano sotto la raffigurazione di una rosa che sovrasta le sagome dei due innamorati. Il film termina nell’esatto modo in cui era cominciato, sfruttando appieno l’egual sequenza narrativa. Questa volta, però, la vetrata testimonia ciò che abbiamo realmente vissuto nei meandri di quel castello ed è come se quella stessa raffigurazione l’avessimo in un qual modo dipinta noi stessi.

  • Un successo planetario

“La bella e la bestia” terminò la propria corsa al botteghino conquistando un posto nel podio dei tre film di maggior successo dell’anno. Al trionfo in termini di guadagno si unì una ricezione critica entusiastica. “La bella e la bestia” vinse 3 Golden Globe, per il miglior film, la miglior colonna sonora e la migliore canzone, un risultato che per l’animazione verrà eguagliato da “Il re leone” nel 1994. “La bella e la bestia” ricevette inoltre 6 candidature all’Oscar, 3 per le migliori canzoni, altre due per la miglior colonna sonora e il miglior sonoro e infine una per il miglior film. Si, avete letto benissimo, “La bella e la bestia” riuscì nella grande impresa, quella di conquistare una nomination all’Oscar come miglior film dell’anno, e fu il primo lungometraggio d’animazione a riuscire a raggiungere tale traguardo. Deterrà questo primato in solitaria per quasi un ventennio, quando verrà raggiunto da “Up”, ma quest’ultimo eguagliò il record quando le categorie di nomination vennero portate da 5 a 10. Il record de “La bella e la bestia” è quindi, tutt’oggi, da ritenere assolutamente straordinario. Soltanto “Il silenzio degli innocenti” riuscirà a strappargli la statuetta per il miglior film, ma “La bella e la bestia” sfiorò oggettivamente un’impresa ritenuta impossibile. “La bella e la bestia” vinse comunque due premi Oscar, venne infatti premiata la meravigliosa colonna sonora e la canzone “Beauty and the Beast” cantata da Célin Dion e Peabo Bryson, e nel film da Angela Lansbury, che prestava la voca a Miss Bric.

  • Conclusioni

Ciò che in verità siamo supera ciò che l’apparenza può facilmente ingannare, è questo il messaggio principale veicolato all’interno del film. Ma non è altro che una delle innumerevoli tematiche trattate da quest’opera unica e intramontabile. “La bella e la bestia” è un monumento, alto e possente, come il castello della fiaba stessa, che merita d’esser perscrutato, come se volessimo viaggiare nel cuore e nella mente di questi due protagonisti, il principe Adam e la principessa Belle. “La bella e la bestia” reca in sé un’avvenenza incontaminata, un’eleganza mai soggetta alle mode o al volere del tempo. Un capolavoro senza eguali, incastonato nella regalità di una grazia tipica delle opere tanto belle da toccare le nascoste corde dello spirito. “La bella e la bestia” è un incanto visivo, intellettivo ed emotivo e la sua magia sta nella meraviglia con cui continua a invitare il proprio pubblico a tornare al castello, e a restare lì con loro…Io, per primo, vorrei così spesso tornare laggiù, ad ammirare il volto di Belle, dalla mia personalissima ala ovest…perché “La bella e la bestia” possiede il dono dell’eterna giovinezza, la cortesia di non voler sprecare mai un solo fotogramma che non sia destinato a dilettare; “La bella e la bestia” è una bellezza che appassisce e al contempo si rigenera, come il distacco dell’ultimo petalo di quella rosa incantata.

Voto 10/10

Autore: Emilio Giordano

Web Designer e Amministrazione: Alberto Scaramozzino

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Comunicazione e Social: Maria Chiara Scaramozzino

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Redazione CineHunters

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