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"Dorothy" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il Professor Tolkien ci mise tutti in guardia. No, non lo fece ad alta voce. Già, perché declamarlo se poteva scriverlo?

Or dunque, su di un foglio di carta immacolata trascrisse un pensiero indelebile come inchiostro. Beh, più che un pensiero si trattava di un “monito”, di un avvertimento che tutti i suoi lettori avrebbero dovuto tenere bene a mente. Così, per bocca di uno dei suoi personaggi di fantasia, il Professore tenne a ricordarci quanto possa essere pericoloso uscire dalla porta della propria casa. E perché mai sarebbe rischioso, vi starete chiedendo?

La risposta vien da sé. Quando si lascia il proprio alloggio ci s’incammina per un sentiero incerto, verso un orizzonte tutto da scoprire. Ci si mette in strada, per dirla alla buona, e se non si poggiano bene i piedi al suolo non si può mai sapere dove si finisce spazzati via dal vento.

"Bilbo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La casa è uno spazio sicuro, ciò che alberga là fuori, invece, nasconde ben più di quanto possiamo supporre. Quella del Professore non voleva essere, di certo, un’intimidazione, più che altro un invito a restare accorti, vigili sulle insidie del mondo esterno. Le parole di Tolkien riecheggiano forti e cariche di valore in questi tempi bui, nei quali trattenersi in casa, più che un piacere, è un serio dovere da rispettare.

Fu Bilbo Baggins a pronunciare quanto scritto da Tolkien e non per puro caso. Bilbo era uno hobbit scaltro e decisamente coraggioso. Gli hobbit, i mezzuomini concepiti dalla fervida immaginazione dello scrittore inglese, amavano starsene belli comodi a poltrire nei loro accoglienti rifugi. Erano dei tipetti abitudinari, piuttosto “pantofolai” sebbene non portassero né scarpe né alcunché che potesse definirsi tale. Tolkien aveva una certa predilezione per gli hobbit. Il suo stile di vita somigliava molto a quello dei piccoli abitanti della Terra di Mezzo. Anche Tolkien, come Bilbo, adorava trastullarsi in casa, dormire fino a tardi, fumare la pipa sprofondato in una poltrona morbida, guardando dinanzi a sé, rimuginando, riflettendo, immaginando.

Tolkien concepì gli hobbit come creature pigre eppur straordinarie, “figli” a lui molto cari, esseri che avevano gli stessi pregi e “difetti” del loro “padre”. Tutta la gente della Contea sapeva bene che venir fuori da quel caldo e confortevole “buco” scavato nel terreno poteva costituire un pericolo. Gli hobbit non erano soliti andare in cerca di guai, non si allontanavano mai troppo dai dintorni della loro amatissima terra verde. Solo qualcuno, ogni tanto, si dava all’intraprendenza, spinto da una sana e crescente curiosità. Tra questi si distinsero i Tuc e i Baggins, che divennero proverbiali per la loro grande abilità nel cacciarsi in strane storie.

Bilbo Baggins, per l’appunto, che si armò di coraggio nell’uscir di casa per accompagnare un drappello di intrepidi nani, era ben conscio dei tranelli e dei rischi che attendono coloro che errano per strade sterrate, verso mete tutt’altro che esplorate. Pertanto volle più volte avvisare il nipote, Frodo. “Stai in allerta, Frodo. E’ pericoloso uscire dalla porta. Controlla bene i tuoi piedi o, spinto dalla brezza, finirai in un luogo lontano”.

Aveva proprio ragione il vecchio hobbit. I venti sanno essere infidi e possono sospingere un’incauta vittima verso una zona molto remota. E’ ciò che, per certi versi, accadde a una bella fanciulla in un racconto molto diverso. Costei si era messa in strada, vogliosa di lasciar la propria casetta. Il vento la ghermì con il suo forte abbraccio e la condusse verso un regno misterioso.

Con l’immaginazione questa giovinetta sognava di viaggiare verso l’orizzonte, oltre l’arcobaleno. Lo agognava con tutta se stessa, lo voleva, eccome se lo voleva!

Prima d’essere afferrata dal soffio dell’aria, Dorothy, questa graziosa damigella dai capelli scarlatti, raccolti in due lunghe e folte code, si sentiva sola, inascoltata. I suoi zii non le davano retta, i suoi amici non le stavano dietro. Solamente Totò, il suo adorato cagnolino, le prestava la dovuta attenzione.

Eppure lei ci provava, ci provava con tutte le sue forze a farsi ascoltare. Ogniqualvolta era lì per lì, decisa a interloquire con Zeke, Hickory e Hunk, i tre contadini che lavoravano presso la sua abitazione, Dorothy si trovava costretta a scontrarsi con la dura realtà. Per quanto buoni e gentili, i suoi amici erano fin troppo ingenui, totalmente incapaci di comprenderla fino in fondo.

Il suo amico Hickory non aveva la sensibilità adatta per far sue le aspettative sommessamente proferite dalla graziosa Dorothy. Ad ogni farfugliamento della fanciulla, Hunk replicava prontamente, rimproverandole, in maniera scherzosa, di avere un batuffolo di paglia al posto del cervello. Zeke, poi, la interrompeva prima che potesse finire di esprimere il suo pensiero, spronandola ad agire, ad avere coraggio nel compiere le sue scelte, sebbene egli stesso non eccellesse per nulla in quella virtù.

La mente di Dorothy viaggiava senza conoscere confini, spaziava con eccessivo vigore da un angolo all’altro, sorvolando luoghi sconfinati e sempre più distanti.

Per certi versi, Dorothy nutriva gli stessi desideri e le stesse frustrazioni della dolce Belle, la protagonista della fiaba disneyana de “La bella e la Bestia”. Entrambe desideravano vivere delle avventure intense, e volevano fuggire da un villaggio di campagna troppo ristretto per contenere le speranze di una donna tanto giovane da somigliare a un bocciolo di rosa prossimo a schiudersi. Sia Belle che Dorothy provavano a instaurare un rapporto sincero con gli abitanti del luogo, ma dovevano cedere dinanzi all’ottusità di chi si poneva loro difronte: nessuno era in grado di decifrare le loro anime.

Se Belle vivrà la più grande delle sue avventure in un castello maledetto che un tempo fu splendente, Dorothy, dal canto suo, vivrà una vicenda del tutto diversa, in un mondo dove il cielo è sempre azzurro, gli alberi sono verdi e le strade costellate di diamanti.

La bizzarra peripezia di Dorothy avrà inizio un bel dì. A seguito dell’ennesimo scontro con la signorina Almira Gulch, una perfida megera che odia il tenero Totò per la sua attitudine a combinare pasticci, la giovane prende finalmente la decisione di andar via. Lungo il sentiero, s’imbatte in un bislacco stregone da quattro soldi, il signor Meraviglia, che la convince a far ritorno alla sua fattoria. Dorothy, ancora adirata, accetta il consiglio del “mago” e inverte la marcia. Durante il cammino di ritorno, Dorothy viene sorpresa da un improvviso temporale, preludio all’arrivo di un rovinoso tornado. La fanciulla fa appena in tempo a rincasare.

Rimasta sola nella sua camera, Dorothy batte la testa e perde i sensi. Il tornado si abbatte con tutta la sua forza distruttrice sulla casetta di legno, risucchiandola all’interno del vortice e trasportandola lontano, alle porte del regno di Oz.

Dorothy era giunta laggiù, oltre l’arcobaleno, nel posto che tanto aveva sognato. Oz era molto diverso dal Kansas, non era un luogo nebbioso, cupo, in cui un grigio perpetuo dominava ogni dove. Tutt’altro, Oz appariva, agli occhi della bella fanciulla appena arrivata, come un mondo sfavillante, dipinto con colpi di pennello pregni di accesi colori. Ma non tutto ciò che sembra bello lo è realmente.

Dorothy intuirà, sin da subito, che Oz nasconde molti pericoli, soprattutto quelli portati dalla malvagia strega dell’Ovest, una fattucchiera dal naso adunco e dalla pelle verde, che vola in sella ad una scopa. Dorothy, spaventata, vuol far ritorno a casa ma non sa cosa fare. Allorché Glinda, una strega buona dal bianco vestito, le indica il cammino da intraprendere: la giovincella dovrà raggiungere la città di Smeraldo, la capitale del regno di Oz, lì dove vive il grande e potente mago, che saprà cosa fare per darle ausilio.

Spronata dai consigli della strega, Dorothy comincia il suo viaggio su di una stradina luccicante d’oro. Lungo il percorso, la fanciulla incontra tre particolarissimi personaggi: uno spaventapasseri, un uomo di latta ed un felino dalla spessa criniera che non ha per nulla un cuor di leone. Tutti e tre diverranno suoi amici e compagni d’avventura.

Più trascorrerà il tempo, più Dorothy sentirà la mancanza della sua casa. “Mi manca il Kansas…” - sussurrerà, dispiaciuta, al suo Totò, il cucciolo che non l’ha mai lasciata. Il distacco dal mondo a cui era sempre appartenuta porta la ragazza a riflettere tra sé e sé. Quel desiderio di voler andar via dalla sua terra è ormai svanito.

Dorothy soffre terribilmente la lontananza dalla sua “abitazione” che giace, semidistrutta, alle appendici del regno. Ella teme di non poter più rivedere la sua casa innalzarsi, bella e solida, nella sua fattoria. Non è, naturalmente, soltanto una semplice “dimora” a mancarle, bensì ciò che quel mucchio di legna reca in sé: gli affetti, le carezze, le voci dei suoi zii, l’odore dei campi, il profumo dei fiori, tutte le cose che, attorno a quell’edificio, ella sentiva giorno per giorno e che ora non sente più. Oz è un mondo radioso, splendente, che seduce ogni sguardo, eppure, con i suoi colori, non è in grado di rubare il cuore di Dorothy, ancora legato alla sua terra natia, ancora devoto a quel mondo reale che, sebbene in bianco e nero, le dona una sensazione di tepore che nessun colore potrà mai sostituire.

Il mago sarà ben disposto ad aiutare la damigella, ma prima vorrà che lei e i suoi simpatici amici annientino la strega dell’Ovest. Con un grande cuore, tanto coraggio e altrettanta astuzia, i quattro riusciranno a sconfiggere la diabolica creatura e torneranno, trionfanti, dal mago. Questi si rivelerà nient’altro che un imbroglione, ciononostante saprà come accontentare Dorothy, desiderosa, più che mai, di far ritorno a casa.

Soltanto quando tutto sarà finito, la protagonista si risveglierà da quel brutto colpo in testa e scorgerà davanti a sé i suoi zii, preoccupati per lei, assieme a Zeke, Hickory e Hunk, i suoi tre amici, e perfino il signor Meraviglia. Ma è stata soltanto un’illusione, un’immagine onirica e nulla di più? Oppure è stata un’avventura vissuta realmente, in un luogo che giace tra il sonno e la veglia e in cui è possibile giungere soltanto se lo si vuole davvero? Esiste davvero quella regione che tutti chiamavano “Oz” e che permane laggiù, al di là del temporale, dove il cielo risplende e l’arcobaleno svetta imponente come un arco su di un portale da oltrepassare? E’ stato tutto vero o solo un sogno?

Dorothy non lo saprà mai. Saprà solo che lei, così come i suoi tre amici, volevano tutti qualcosa che già possedevano. Lo spaventapasseri voleva un cervello ma, senza accorgersene, vantava già una certa sagacia che gli aveva permesso di proteggere la sua Dorothy da tutte le minacce a cui erano andati incontro. L’uomo di latta voleva un cuore, ma lo aveva già sebbene esso non battesse ritmicamente sotto la sua scorza arrugginita. Ci vuole un gran cuore, infatti, per far da scudo ad una dolce giovinetta. Il leone codardo, quel grande e grosso carnivoro che viveva nella foresta e temeva qualunque altro animale, voleva il coraggio. Che ironia. Un felino che ha paura. E che ci sarebbe di strano? Aver coraggio, del resto, non significa non aver mai paura, significa non lasciare che la paura prenda il sopravvento. Il leone non tornò mai indietro, non lasciò mai soli i suoi amici, ebbe il coraggio di restare accanto a loro. Era anche lui un impavido, senza esserne consapevole.

Dorothy, infine, voleva raggiungere un luogo in cui sarebbe stata felice, ma lo aveva già trovato, perché nessun posto era bello come la sua stessa casa. Dorothy lo dedurrà durante il suo tortuoso e impervio viaggio.

"Dorothy, il Leone Codardo, l'Uomo di Latta e lo Spaventapasseri - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quei frangenti, ella ricorderà proprio che la parte più bella di ogni viaggio è sempre quella in cui si sta per far ritorno a casa.

Nessun posto è bello come casa mia!” - Lo disse Dorothy e sono certo che Bilbo sarebbe stato d’accordo. Ricordiamolo anche noi, in questi giorni preoccupanti in cui la nostra casa non è altro che il nostro Kansas e la nostra Contea.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Vincent Price, l'ultimo uomo della Terra" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ricordo ancora il giorno in cui lessi quella pagina di giornale. Come potrei dimenticarlo. Si trattava di un giorno speciale. Kathy, mia figlia, la mia bambina, compiva gli anni, e le avevo preparato una festicciola di compleanno nel giardino della nostra casa. Sapeste quant’era graziosa! Se ne stava seduta buona buona, davanti ad una tavola imbandita, con tante candeline accese. Sul capo portava un cappellino a punta, guarnito con nastri colorati. Sorrideva, sorrideva per tutto il tempo.

Virginia, mia moglie, era indaffarata, tutta presa a tagliare la torta vicino ai bambini che la circondavano felici. La miravo da lontano. Era tanto bella. Aveva i capelli raccolti su di un lato. Un’acconciatura particolare che sfoggiava giusto per l’occasione. Sapeva che l’avrei ripresa, che avrei immortalato ogni momento con la stessa cinepresa che ero solito tirar fuori dalla confezione nelle ricorrenze più importanti. Lei lo sapeva. Si era fatta bella anche per questo.

Di tanto in tanto, sollevava lo sguardo e lo rivolgeva verso di me. Avvicinava la mano alla bocca e poi la lasciava cader giù. Mi mandava un bacio, ogni qual volta poteva. Ed io, con il volto velato dietro quella vecchia macchinetta da ripresa, ero lieto di riceverlo. Ricordo poi che me ne stavo in disparte, a sfogliare il giornale. Lessi la nota di un rotocalco, ma non diedi troppa importanza a quanto vi era riportato. Ciò che c’era scritto non aveva alcun valore, né fondamento. Era pura teoretica.

La malattia è portata dal vento” – recitavano quei fogli. Come avrei potuto crederci? Ero un uomo di scienza, allora. Confidavo soltanto in ciò che era stato già ampiamente dimostrato. Un germe che viaggiava nell’aria, che si spostava rapido sfruttando il soffio della brezza, non era una verità ma soltanto un’ipotesi, un’approssimazione semplicistica, priva di alcun riscontro scientifico. Ne ero fermamente convinto. Ben presto, però, tutto cambiò.

Venne il freddo, inatteso e subdolo. Il vento soffiava forte dall’Europa, come non aveva mai fatto prima. Gli alberi danzavano senza fermarsi, sollecitati dai soffi sempre più intensi e gelidi. I tronchi si flettevano, tormentati dall’alito malsano di una natura inquieta e malata. Le foglie cadevano, venivano sollevate dai forti refoli e si levavano sino al cielo, ripiombando poi giù, persistenti come una pioggia battente, ancor più veementi di una grandine incessante. Il virus era giunto in città.

Tanti si ammalarono senza neppure accorgersene. Non vi era scampo possibile. Il batterio aleggiava nell’aria, poteva essere dappertutto, così da contagiare chiunque. Era un qualcosa di invisibile, una minaccia non palpabile e, per questo, ancor più temibile.

Quando scoppiò l’epidemia, le persone reagirono nei modi più disparati. Taluni cedettero alle più estreme escandescenze, altri si abbandonarono al panico trincerandosi in casa. Molti, però, minimizzarono la questione, come se il male non fosse mai esistito. Ai loro occhi, il virus non era un nemico tangibile, pertanto si illusero che esso non rappresentasse una minaccia alla salute. Morirono uno dopo l’altro.

Rinchiuso nel mio studio, in quelle settimane, filosofeggiai. Pensai, sin da subito, che l’impercettibilità era la forza intrinseca di ogni virus o batterio. La sua “infima” dimensione, e di conseguenza la sua invisibilità, rende il virus un pericolo imprevedibile che getta nello sconforto chiunque. L’essere umano ha paura di ciò che non può vedere sin dall’alba dei tempi, da quando si rifugiava nelle caverne per sfuggire alle predazioni dei grandi carnivori che si celavano nelle foreste. Padroneggiando il fuoco, l’uomo poté sostenere gli attacchi degli animali lesti, dei predatori abili a mimetizzarsi nell’ombra. L’uomo, brandendo la fiamma, rese nitida l’immagine del proprio avversario, ed iniziò a vedere. Da ciò che vedi riesci a difenderti ma da ciò che non puoi scorgere non puoi reagire prontamente.

Il virus è un predatore misterioso, occulto, da cui non possiamo scappare perché non ci accorgiamo neppure della sua presenza. Esso è un parassita, un essere che vìola la nostra scorza. E’ questo che lo rende così spaventoso. La malattia rivela se stessa solamente quando è già entrata in noi, quando ha oltrepassato le nostre resistenze, insinuandosi al di là delle nostre difese. Così fece questo batterio. Arrivò attraverso l’aria, penetrò dalle vie respiratorie, infettò tutto il mondo.

Si ammalò anche la mia Kathy. Dapprima, avvertì una stanchezza strana e smise di giocare all’aperto. In seguito, si rintanò nella sua stanza poiché la luce del sole le arrecava dolore. Accadde così che un giorno perse definitivamente le forze e svenne. La raccolsi tra le braccia e si abbandonò alla mia presa, come se stesse dormendo profondamente. La posi a letto e la coprii con un velo bianco, trasparente. Seguitò a giacere tra la veglia e il sonno. Perse la vista e delirò. Virginia era disperata. Continuai a recarmi giorno e notte in laboratorio. Impiegai tutto me stesso per trovare una cura, per sintetizzare un siero che potesse fungere da vaccino. Non ci riuscii.

Centinaia di persone morirono dopo aver accusato i medesimi sintomi provati dalla mia piccina. Alle propaggini della città, fu scavata una gigantesca fossa comune dentro cui un fuoco ardeva perennemente. Non permettevano ai cittadini di seppellire i propri cari. Tutti noi dovevamo consegnare i nostri morti a delle unità di trasporto che, come cortei funebri, procedevano di quartiere in quartiere. Essi conducevano i morti alla rovina, per ridurli in cenere.

Non potei dire addio a Kathy. La presero e la portarono lontano. Non ebbi un luogo in cui poterla piangere. Riflettei su quanto le tombe potessero essere significative e indugiai sulle memorie che vissi da fanciullo, tra i banchi di scuola, quando lessi il carme di un grande poeta italiano, un tal Foscolo, il quale dedicò un toccante tributo all’importanza di un sepolcro. Una tomba, a suo dire, offre riparo ad un corpo la cui anima è volata via, ma dà, in particolar modo, un conforto al vivo, a colui che piange la perdita. Ci pensai continuamente. Io che ero rimasto in vita non avevo un tumulo in cui visitare la mia Kathy. Non potevo recarmi a trovarla, non potevo parlare sommessamente dinanzi alla sua lapide fredda. Fu il più grande tormento che patii.

Quando anche Virginia morì, ignorai l’ordine del Governo. Non la portai alla fossa, in quell’inferno orripilante ma le diedi una degna sepoltura. Le voci dei pochi sopravvissuti vagavano come un'eco per le vie. Si diceva che i morti scampati alle fiamme si destassero dalle loro fosse e tornassero a reclamare i sopravvissuti. Una sera sentii una voce flebile e spettrale chiamarmi fuori, in strada.

La mandata della porta compiva più di un singolo giro sotto il mio sguardo attonito, come se qualcuno stesse cercando di entrare. Chiesi chi fosse ma non ottenni risposta. Furioso, aprii e la vidi. Virginia, cerea di morte, irruppe in casa e cercò di afferrarmi. Fu allora che capii. Il virus non uccideva le persone, le mutava. Le rendeva schiave della notte, di una tenebra sovrannaturale. In molti evitarono le fiamme e caddero nel tempo. Poi si alzarono e vagarono per le strade. Rimasi soltanto io. Non seppi mai il perché. Provai a supporlo, ma non ebbi mai alcuna sicurezza. Il germe non mi infettò mai, rimasi immune.

Sono passati tre anni da allora. Ad ogni sorgere del sole un altro giorno ha inizio, lo stesso.

Il mondo intero, oramai, è una landa desolata e taciturna. Dai viottoli di montagna ai marciapiedi delle vie cittadine, carcasse di vampiri putrefatti campeggiano distese. Il sole è mio alleato, perché mi permette di dar loro la caccia. Quando ne trovo uno ancora “vivo”, nascosto in qualche edificio adibito a cripta, lo trafiggo con un paletto senza provare la benché minima pietà. Da uomo di scienza qual ero, sono divenuto un cacciatore del soprannaturale, di ciò che la scienza ha sempre ignorato. Che buffo scherzo del destino!

Loro sanno chi sono. Mi conoscono. Sono consapevoli che io rappresento l’ultimo uomo sulla Terra. Al calar del sole, si riuniscono nei pressi della mia casa. Mi chiamano. Mi intimano d’uscir fuori. Vogliono uccidermi. Raccolgono legna, armi e quant’altro e cercano di forzare la porta, di entrare attraverso le finestre. Ho rinforzato ogni angolo della mia abitazione per difendermi. Se mi spostassi in un’altra casa sarei al sicuro, non saprebbero dove cercarmi. Eppure, non riesco a spostarmi. Non posso lasciare questa casa. No, non la abbandonerò!

Una casa non è una fredda struttura di malta e mattoni. L’ho sempre sostenuto. E’ un rifugio dove le ansie e i timori non riescono a introdursi, a fare breccia. E’ un luogo sicuro, in cui poter vivere al riparo dai rischi del mondo esterno. Tra le mura di questo mio alloggio, perdurano le voci, le risate di mia moglie e di mia figlia. Nelle camere avverto ancora il loro odore, sento ancora la loro presenza. Questa è casa mia, l’unica cosa che mi è rimasta di una vita perduta. Nessuno potrà mai strapparmi via da qui.

Un altro giorno ancora. Un’altra caccia. Sfreccio per le strade a bordo di un carro nero, trascinando corpi diabolici e innaturali per dar loro una fine nel rosso delle vampe. Ad ogni tramonto, rientro. Rinforzo la porta con collane di aglio e grandi specchi lucenti. I vampiri non riescono a tollerare la loro immagine riflessa, li ripugna. Le superfici riflettenti possono tenerli a debita distanza. Sbarro ogni possibile via di accesso. Mi siedo sul divano e aspetto. La solita marmaglia si raduna e si avvinghia alle pareti esterne. Ragliano e ringhiano, pronunciano il mio nome tra un verso animalesco ed un altro.  Cerco di distrarmi, per quanto possibile.

Riprendo la mia cara cinepresa e guardo vecchie pellicole che ritraggono i miei cari. Scoppio a ridere sonoramente, una risata che si protrae in un ghigno esasperato, che si stende sino a scemare in un pianto lacrimoso e funereo. Nulla potrà mai darmi conforto. Il trambusto, il disordine, il frastuono di quei dannati tortura le mie orecchie stanche. Accendo il giradischi, illudendomi che la musica possa sovrastare il rumore dei vetri che si infrangono, dei legni che cedono. E’ tutto vano.

Un nuovo mattino si presenta all’orizzonte, e per la prima volta porta con sé una novità. Nella mia triste ronda mi imbatto in una figura di donna, mite e sana. Il suo corpo si staglia lontano leggiadro ed elegante. Ella cammina serena su di una collina, ed i raggi solari non le danno disturbo. Non credo a ciò che vedo. Riesco ad avvicinarla, sebbene tema il mio incedere. La porto a casa mia e scopro la verità: celata, in un angolo imprecisato della metropoli, una comunità di infettati ha trovato il modo di tenere a bada la malattia mediante l’assunzione di un farmaco che attenua gli effetti del morbo, ma solo temporaneamente. Per questi cittadini mutati solo in parte, io sono un mito da annientare, un “mostro” da eliminare.

Quale ironia, in questo mondo distorto io, il solo ad aver mantenuto la proprio normalità, sono divenuto, per coloro che dominano questa Terra, un essere anormale. E’ forse stato questo lo scopo della malattia? Distruggere la normalità per crearne una nuova, deforme, deturpata, assurda, impossibile per me da comprendere realmente. La donna è gentile nonostante paventi la mia aggressività. La invito a riposare in una stanza e, durante le ore successive, le somministro un antidoto ottenuto col mio sangue immune al male che ha fiaccato l’umanità intera. Ruth, così ha rivelato costei di chiamarsi, riprende lentamente colore, fisionomia, vivezza. L’antidoto funziona. Vi è un futuro per la razza umana, un futuro che io posso far sì che si adempi. Ruth, d’improvviso, mi intima di scappare. Loro stanno arrivando.

Fuggo via e vengo braccato. Raggiungo la prossimità di una chiesa e guadagno il sagrato. Sono circondato. Urlo la verità: io posso salvarvi tutti! Fermi! Fermi! Non odono le mie parole. Vibrano un colpo verso il mio cuore. Una lama mi trafigge. Cado al suolo con le braccia stese, come Cristo colpito dalla lancia che ha segnato il Suo destino.

Ruth mi raggiunge appena prima che cali il buio. Avrei potuto salvarli, ma non me lo hanno permesso. Non mi davano ascolto, non mi credevano. Non potevano fidarsi di un essere umano. Esso è ingannatore, violento, assassino per natura. Per loro, io ero una leggenda e mi hanno ucciso. Avevano paura di me. Erano loro ad avere paura di me.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Kirk Douglas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Io e papà ci scherzavamo su, ogni nove di dicembre. A dire il vero, cominciavamo qualche giorno prima. “Il compleanno di Kirk Douglas sta arrivando” – dicevo a mio padre e lui, prontissimo, faceva eco con la solita domanda: “Quanti sono quest’anno? 95, 96?” 

Kirk è del 1916!” – puntualizzavo, di rimando. Papà, allora, accennando un sorriso, annuiva, ricambiando il mio sguardo compiaciuto. Stupore, meraviglia e un muto gongolante “vai, continua così, Kirk!”, trasparivano dalla sua espressione facciale, tutte le volte.

Kirk Douglas era un’autentica leggenda ai nostri occhi. Non solo per la notevole carriera che egli si costruì passo dopo passo, copione dopo copione, ma anche per la sua impressionante longevità. Kirk visse una vita intensa, appassionata, straordinaria.

Nel 1954, l’anno in cui nacque mio padre, Kirk era già una star affermata e di prima grandezza. A quel tempo, si trovava impegnato a navigare a bordo di un legno malconcio, alquanto fragile, ma che riusciva, ancora, a domare la superficie dell’acqua. Il personaggio che Kirk stava interpretando cercava con tutte le sue forze di tornare a casa, nella sua Itaca, dalla sua Penelope. Le onde avverse, l’irrequietezza del mare e la furia di Poseidone ostacolavano il suo intento, impedendogli di esaudire il suo desiderio. Per Kirk, quel viaggio di ritorno si tramutò in un’odissea estenuante, in un’avventura senza fine. E così, nel 1954, quando papà venne al mondo, Kirk Douglas era sbarcato al cinema con l’ultima delle sue fatiche di quell’arco temporale: “Ulisse”.

Kirk Douglas insieme a Silvana Mangano, interprete di Penelope e di Circe

Qualche anno dopo, precisamente nel 1956, Kirk portava una barba rossa ed incolta, indossava abiti sudici e sporchi di pittura e si era, da poco, trasferito a Saint-Rémy. Una sera, questi si sdraiò e rivolse lo sguardo alla volta celeste; per tutta la notte, giacque sveglio, disteso supino, a pancia all’aria come si suole dire, assorto a rimirare le stelle. I suoi occhi si tuffarono tra quelle sinuose dune, s’immersero fra gorghi blu cobalto, tra luci sgargianti, tra i rami di quei cipressi alti e fitti che si stagliavano in cielo, fino a smarrirsi in esso. Kirk, in quel tempo, aveva assunto le sembianze del pittore Vincent Van Gogh, e se ne stava a contemplare il cosmo, a immobilizzare nella sua mente quel “tetto” azzurro intenso, tutto ammantato di corpi celesti rilucenti di vita propria e non. Fu in quei momenti che concepì in sé la sua Notte Stellata, mentre la mano sicura e decisa, seppur tremante, era già pronta a fissarla sulla tela.

Kirk c’era, c’era sempre stato. Che fossero gli anni ’40, ’50, ’60, la sua figura possente seguitava a dominare le sale cinematografiche di mezzo mondo. Immortalato sui nastri di celluloide, l’attore americano vagò da una meta all’altra, da un’epoca datata a quella successiva e poi oltre e oltre ancora, senza mai arrestare il proprio cammino.

Kirk era lì, nell’antica Roma, e assistette alla ribellione dei gladiatori. Li guidò con la sua mano ferma, colma di vigore, contro i loro padroni, quegli schiavisti cruenti e senza scrupoli.

Molti secoli dopo, quando alcune legioni dell’esercito francese scelsero di non fuoriuscire dalle trincee, di restare al sicuro, di non inseguire vacui orizzonti di gloria, che avrebbero condotto i militi alla fine, alla morte su di un terreno zuppo di sangue, Kirk era anche lì, insieme a tutti loro.  Durante la Grande Guerra, fu proprio lui a difendere con i gesti e la dialettica i soldati che appartenevano al suo reggimento, innocenti eppur rei di aver cara la vita, di aver tentato e fallito una manovra militare impossibile da compiere sin dal principio. Kirk si trovò anche laggiù, negli abissi, ventimila leghe sotto la superficie del mare, fianco a fianco all’empio e impassibile capitano Nemo. Kirk attraversò cinquant’anni di cinema americano, mille anni di storia, cento anni di esistenza. 

Era un mito inossidabile, un idolo intoccabile. Per me e per mio padre, ricordare il compleanno di Kirk Douglas era diventata una tradizione spiccatamente natalizia, visto il periodo. Ad ogni inizio di dicembre, il nostro giulivo ricordo di Kirk, che era nato in modo del tutto spontaneo, si presentava come una sorta di beneaugurante appuntamento. “Papà, tra qualche giorno sarà il compleanno di Kirk. Un altro anno è passato”. Ne parlavamo anche negli attimi in cui tiravamo fuori dallo scatolone l’abete per addobbarlo. In quei momenti il nostro pensiero andava ancora al grande Kirk, all’attore, all’uomo, con un grandissimo augurio di Buon Natale.

Stando a una nostra "intuizione", i lineamenti del viso di Ercole, protagonista della pellicola disneyana "Hercules", ricordano moltissimo quelli del grande attore Kirk Douglas. Oltre alla forma delle orecchie e ai dettagli del naso e del sorriso, persino la fossetta sul mento richiama quella del leggendario interprete. I disegnatori di "Hercules" non hanno mai dichiarato di essersi ispirati a qualche "star" in particolare. Tale, possibile, somiglianza non viene riportata da nessun articolo dedicato al film ed è assolutamente di nostra ideazione. Potete leggere di più sul film in questione cliccando qui.

Quest’anno, purtroppo, è stata l’ultima volta che abbiamo avuto la possibilità di parlare del suo compleanno, ma non potevamo di certo saperlo. Ci eravamo illusi, sotto sotto. Per noi, Kirk Douglas era riuscito nell’impossibile: aveva arginato la morte, era riuscito a divincolarsi dalle sue grinfie. Sapevamo che prima o poi l’irreparabile sarebbe arrivato ma, con un pizzico di ingenuità, non volevamo crederci. Kirk Douglas si è spento qualche settimana addietro, alla veneranda età di 103 anni. Un traguardo eccezionale, il suo, raggiunto al termine di una vita dinamica, faticosissima, entusiasmante, impegnata e vissuta sempre a ritmi frenetici.

La mattina in cui seppi della sua morte, decisi di prendermi una pausa. Nel pomeriggio, cominciai a rivedere uno dopo l’altro tutti i suoi film più celebri. In seguito, mi fermai a indugiare sui ricordi e mi chiesi: quando “incontrai”, per la prima volta, Kirk Douglas? La mente vagò rapida e si soffermò, nuovamente, su mio padre.

Era una domenica come tante, e papà mi aveva fatto dono di una vecchia videocassetta. Con tono sfacciato, disse che in quella cassetta vi erano alcuni tra i più grandi attori di tutti i tempi. La guardai. L’immagine stampata sulla custodia mostrava, al centro, un tipo serioso, catturato in una posa eroica. Questi brandiva una fiaccola accesa, agitandola verso l’alto. Si trattava della videocassetta di “Spartacus”, uno dei lungometraggi simbolo della filmografia di Kirk Douglas.

Questo kolossal, diretto da Stanley Kubrick, fu espressamente voluto dallo stesso Douglas, il quale investì una cifra sostanziosa nella produzione della pellicola. Kirk desiderava fortemente recitare nei panni di un eroe d’altri tempi. Precedentemente, aveva cercato in tutti i modi di assicurarsi la parte principale in “Ben-Hur”, ruolo che andrà ad un altro gigante del cinema, Charlton Heston.

Non essendo riuscito ad ottenere quella parte, dunque, Douglas si mise in affari per conto proprio e “commissionò” a Stanley Kubrick il progetto “Spartacus”. Il ruolo del guerriero trace, dello schiavo che si erge e affronta coraggiosamente la Repubblica di Roma, parve cucitogli addosso. Kirk, infatti, anche nella realtà, si dimostrò sempre un uomo audace, indomabile, incorruttibile. Egli non si piegò mai alle regole imposte dallo Star System hollywoodiano, anzi tutt’altro. Le fronteggiò con ardore. Scardinò le limitazioni, i pregiudizi generati dal Maccartismo. Restituì la libertà a chi gli era stata sottratta, si impegnò, con coraggio, rischiando in prima linea, per dare lavoro e dignità a coloro che erano finiti nella lista nera.

Douglas e Jean Simmons in una scena di "Spartacus"

Kirk Douglas si configurò come un gladiatore romano riapparso nel ventesimo secolo, un guerriero, un lottatore che si erse sui vigliacchi e che non si genuflesse mai ai potenti. Un caso emblematico per comprendere ciò avvenne proprio durante la lavorazione di “Spartacus”. Kirk voleva che Dalton Trumbo, noto sceneggiatore escluso dal business per sospette simpatie comuniste, curasse la sceneggiatura del suo film. Douglas non si lasciò intimorire dalle dicerie e prese Trumbo con sé. L’interprete pagò lo scrittore a sua spese e pretese che il nome del suddetto sceneggiatore fosse inserito nei titoli di coda.

Con grinta e impavidità, Kirk Douglas sfidò apertamente le reticenze, le ipocrisie del cinema statunitense, contribuendo a ribaltare tabù e preconcetti limitanti e oppressivi. Se il personaggio di Spartacus sarà destinato a cadere contro l’esercito romano e a morire sulla croce come un messia violento e rivoluzionario, Kirk, al contrario, riuscirà a trionfare, ad estirpare il clima ostile e paranoico vigente nella vecchia Hollywood dell’età dell’oro.

Le somiglianze tra Kirk e le sue controparti sul grande schermo, le similitudini tra la “persona” ed il “personaggio” non riguardano soltanto “Spartacus”. Sono molteplici i soggetti virili, temerari, ma anche pacati e buoni a cui Kirk Douglas conferì vita eterna tra i contorni nitidi di una cinepresa

Kirk somigliava pure ad Ulisse, il celebre eroe omerico che Douglas impersonò con passione e coinvolgimento. La pazienza, la tempra resistente, il carattere energico e la tenacia di Kirk erano proverbiali. Come Ulisse, Douglas non si dava mai per vinto e, come lo stesso Odisseo, il quale, per anni, lottò contro gli oceani ribollenti di collera avendo, come unico conforto, il ricordo della sua sposa, Kirk rimase innamorato della stessa donna per più di cinquant’anni. Douglas sposò Anne Buydens nel 1954, e insieme a lei rimase per tutto il resto della sua vita.

Anne era per Kirk ciò che Penelope fu per Ulisse: una certezza, un’ancora tenace, un porto su cui attraccare senza voler mai ripartire, un richiamo perenne, una meta da raggiungere costantemente. La conobbe sul set di “Atto d’amore”. Ne rimase incantato, ne venne rapito. Anne era una donna attenta e intelligente, una bionda furba e con la risposta sempre pronta. Ella non si lasciò facilmente “abbindolare” e sedurre dal divo di turno. Così, respinse le avance. Il corteggiamento per Kirk fu decisamente spossante, si protrasse per settimane ma, infine, sortì l’effetto sperato. Anne capì che per Douglas non si trattava della solita, fugace avventura di una notte. Acconsentì al loro primo appuntamento, a cui ne seguirono molti altri. In breve tempo, convolarono a nozze. Il loro sarà un matrimonio duraturo, sebbene Kirk, un po’ come lo stesso Ulisse, non esiterà ad essere “infedele”. Del resto, Kirk era un duro di buon cuore ma anche un “infame”, per sua stessa ammissione.

Con la moglie Anne Buydens

Egli era un sognatore, un idealista come il colonnello Dax, il protagonista di “Orizzonti di gloria”. In quest’opera filmica, Douglas impegnò tutto se stesso per portare in scena una tematica scomoda. La tragica battaglia “legale” condotta dal colonnello per salvare la vita a tre commilitoni, condannati alla pena di morte per un “crimine” mai commesso, evoca una critica sprezzante al militarismo, alla guerra che non custodisce, in sé, alcuna gloria.  Idealista fu anche un altro personaggio impersonato da Douglas, ovvero Jack Burns, un cowboy che si allontanò volontariamente dalla modernità per vivere a contatto con la natura, seguendo i dettami, le leggi, il credo di un passato “western”, di un mondo fatto di lealtà ed onore che non esiste più.

Per il ruolo del tormentato pittore olandese, Kirk Douglas vinse un Golden Globe e fu, inoltre, candidato all'Oscar come migliore attore protagonista

Kirk Douglas vantava un carattere infaticabile, una personalità irrequieta, ansiosa di creare, di fare arte in ogni sua forma. Questo lato della sua persona ricordava quello del pittore olandese Vincent Van Gogh a cui Kirk Douglas prestò il suo inconfondibile volto in un’interpretazione straordinaria, e per la quale mancò clamorosamente il premio Oscar.

Le pellicole più importanti della sua carriera costituiscono una fonte da cui attingere informazioni, una sorgente da cui trarre un’indicazione, una verità sull’identità sfaccettata di questo attore che visse per più di cento anni.

In una scena di "Orizzonti di gloria"

Ma forse, il ruolo più interessante e complesso di Kirk Douglas resta quello che, di rado, viene menzionato. Un ruolo profondamente diverso da quelli a cui ci ha abituato, che poco ha a che vedere con la personalità di Kirk Douglas. Come si è soliti affermare: un bravo attore si dimostra tale quando dà vita a un personaggio che è quanto di più distante da se stesso.

Se con i ruoli citati in precedenza, è possibile scandagliare l’animo di questo artista indipendente in virtù delle affinità evidenziate tra persona e personaggio, facendo riferimento a quest’ultima parte, sarà possibile, invece, indagare un’altra caratteristica: il talento, la bravura eccelsa di Douglas nel dare forma, presenza, portamento e voce ad un personaggio corrotto, insensibile, insaziabile e arrivista.

Nel film “L’asso nella manica”, per la regia di Billy Wilder, Kirk Douglas interpretò Charles Tatum, un giornalista arrogante e senza scrupoli, disposto a tutto pur di arrivare allo “scoop”.

Charles ha lavorato per i quotidiani più importanti di New York, venendo poi sistematicamente licenziato da ognuno di essi per cattive abitudini tenute sul luogo di lavoro. L’uomo, poco propenso a cambiare comportamento, rimasto senza un soldo, giunge ad Albuquerque e viene assunto nel piccolo giornale cittadino. Attende più di un anno per trovare una grande “notizia” che possa riportarlo sulla breccia.

Con Walter Matthau, Kirk Douglas girò uno dei suoi film più apprezzati: "Solo sotto le stelle". Potete leggere di più su Walter Matthau cliccando qui.

Un giorno, Charles si imbatte in un evento decisamente particolare: una frana che ha intrappolato all’interno di una montagna un pover’uomo, Leo Minosa. Costui, da svariati giorni, stava saccheggiando tombe indiane in una vecchia caverna. I nativi avevano avvertito il ricercatore circa i pericoli celati in quel massiccio roccioso, su cui aleggia un’oscura maledizione. Fiutando le potenzialità dell’accaduto, Charles si avventura in quei luoghi e incontra l’uomo, rimasto con entrambi gli arti inferiori bloccati sotto un cumulo di grosse pietre. Un corposo masso sbarra la strada e separa il giornalista dal saccheggiatore, e i due riescono ad interagire soltanto attraverso una sottile apertura.

Charles comincia a scrivere il primo articolo sull’incidente. Mescolando elementi reali ad allusioni sovrannaturali riguardanti il presunto anatema che si è compiuto ai danni del “profanatore di tombe”, il giornalista crea una narrazione avvincente che desta l’attenzione di molti lettori.  Charles, giornalista navigato, rammenta come scrivere un “racconto” intrigante e a puntate, conosce i gusti del “pubblico”, sa che la notizia dovrà apparire sensazionale e la “questione” lunga e complessa. Concorda così con lo sceriffo del luogo di ritardare il più possibile i soccorsi. Per giorni, Charles scrive articoli repleti di parole forti, ammiccanti, appassionanti, che descrivono lo stato d’animo, la sofferenza dello sventurato rimasto prigioniero della montagna. I lettori vogliono sempre più particolari e non riescono a smettere di leggere tutti i pezzi che i quotidiani propongono loro. Una folla si raduna nei pressi della catena montuosa, e la tragedia umana finisce per tramutarsi in una forma raccapricciante di spettacolo. Charles trascinerà la sua inerme vittima sino allo sfinimento. Solo allora, distrutto dai sensi di colpa, si renderà conto del suo agire disumano e fraudolento, del suo tradimento compiuto nei riguardi del giornalismo libero e vero.

Kirk Douglas, col ritratto del suo reporter arrivista, lanciò una critica severa alla spettacolarizzazione del “fatto”, alla cronaca plasmata secondo le regole dell’intrattenimento, del “mito” narrato, il quale mira, sovente, a generare una reazione emotiva piuttosto che a stimolare una coscienza collettiva.

Se con “Spartacus”, “Ulisse”, con “Orizzonti di gloria” e con “Brama di vivere” aveva messo in mostra l’eroismo, la tenacia, l’orgoglio, l’altruismo, la genialità e l’amore per l’esistenza umana, caratteristiche che derivavano dalla sua stessa persona, al contrario, con “L’asso nella manica” Douglas volle ricordare la malvagità, l’opportunismo che può albergare nei cuori delle persone.

Fu questo il compito più importante e simbolico compiuto da Kirk Douglas. Rammentare quanto il sadismo, la crudeltà, e soprattutto l’egoismo umano possano essere corrosivi e pericolosi.

Dall’individualità, dall’egoismo, il cinema, che ha visto Kirk Douglas tra i suoi più grandi rappresentanti, non smette mai di metterci in guardia, educandoci nell’essere persone migliori.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lois e Clark" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Qualche anno addietro, lessi un’intervista di un grande attore e cantante di teatro, di cui preferisco non rivelare il nome, che mi colpì in modo particolare. Una serie di confidenze, talvolta derivate dall’ambiente lavorativo, talvolta dall’intimità dell’interprete, fuoriuscirono liberamente dal suo parlato e vennero minuziosamente riportate dal giornalista in un testo scritto. Ad un certo punto, l’intervistato rilasciò una dichiarazione che mi rimase perfettamente impressa. Dopo aver affrontato le più disparate questioni, i due interlocutori arrivarono a disquisire sulla morte. Non rammento il perché quella piacevole conversazione si spinse fin lì, ma, d’un tratto, si fece molto più seria e personale. 

L’attore scelse di “sbottonarsi” dinanzi al suo indiscreto confidente e ammise quella che era la sua paura più grande. Egli non temeva la morte. Ammise, invero, di paventare la malattia, l’arrivo improvviso di un corpo estraneo e maligno, di un ospite indesiderato che potesse condurlo alla sofferenza, alla perdita progressiva e consapevole delle proprie forze, del proprio futuro. Il solo pensiero di ammalarsi e di dover lottare contro un grave “male” gli arrecava un incontrollabile spavento. L’idea della morte veniva accettata serenamente dall’artista ma la malattia, la sofferenza, l’indebolimento no, non potevano essere in alcun modo tollerati.

Quando terminai la lettura, questa sua affermazione mi indusse a riflettere fugacemente. E’ tipico dell’essere umano temere la malattia, sia essa un cancro, il “male” per antonomasia che cerca di divorare la sua “vittima” dall’interno, debilitandone il vigore, la gioia di vivere, sia essa un morbo che affligge progressivamente chi ne soffre, sia essa un nuovo attacco virale che si palesa d’improvviso, sconvolgendo la tranquilla routine.

La morte è parte naturale della vita” - scrisse un saggio regista e sceneggiatore americano. Temerla fa parte dell’istinto vitale di ogni essere vivente. Tuttavia, essa è inevitabile. Tutti noi sappiamo di essere mortali. Or dunque, ciò di cui abbiamo realmente paura non è la morte, che immaginiamo come un evento lontano, ma la malattia nella sua astrattezza, nella sua immagine figurata, ovvero un qualcosa che possa arrecarci dolore, che possa distruggere il nostro presente, azzerare il nostro futuro, che possa cambiare ineluttabilmente la nostra quotidianità ed indurci ad una fine prematura. L’uomo ha terrore della malattia ancor più che della morte poiché la malattia può rappresentare l’anticamera della morte stessa.

Storicamente, la propagazione di un germe sconosciuto, di una nuova epidemia, getta scompiglio nell’animo umano. Il virus ricorda con sibillina ferocia, con quiete latente, con la sua invisibilità, col suo manifestarsi imprevisto e subitaneo la fragilità della vita umana, la cagionevolezza della nostra scorza vulnerabile.

Ma aver paura della caducità della vita non è una peculiarità di noi terrestri. Anche gli alieni possono paventare la possibilità di ammalarsi.

Anzi, ad essere del tutto onesti, noi uomini siamo alquanto fortunati. Sin da piccoli, sappiamo quanto delicato sia il nostro corpo. Alcuni alieni, invece, neppure riescono ad immaginarlo. Prendendo i nostri primi raffreddori, sopportando la prima di tante altre febbri, tollerando tutti quei virus seccanti che, da bambini, ci obbligano a restare a letto, cresciamo coscienti e consapevoli, rammentando sempre la nostra debolezza, la soggezione insita in noi nei confronti della malattia, sia essa lieve o fastidiosa. Questa consapevolezza che ci portiamo dietro sin dall’infanzia ci permette di apprezzare ancor di più la vita di tutti i giorni. Se non rammentassimo il dolore e se non sapessimo quanto può essere effimera la nostra esistenza non riusciremmo a goderne appieno.

Gli alieni, torno a ripeterlo, non possiedono, necessariamente, questa bizzarra “fortuna”.

"Superman, Christopher Reeve" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Superman, ad esempio, non si è mai ammalato. Non lo sapevate? Ebbene, il più grande supereroe della storia del fumetto, fino ad un imprecisato momento della sua maturità, neppure sapeva cosa si provasse a tossire o ad avere mal di gola. Beato lui, direte voi. Beh, sì e no!

Clark Kent crebbe a Smallville, nel Kansas. Nutrito dai caldi raggi del sole giallo della Terra, l’ultimo figlio di Krypton divenne forte, veloce, praticamente invulnerabile. La sua conformazione robusta e impenetrabile lo protesse fin dal momento in cui atterrò, di buon mattino, in un campo isolato, alle propaggini della fattoria dei Kent. Clark intuì fin da ragazzo che la salute dei terrestri è notevolmente diversa dalla sua, quanto mai precaria e facilmente attaccabile. Un giorno, rientrato da scuola, Clark si mise a chiacchierare con suo padre, il suo migliore amico, il suo mentore, il suo unico confidente.

Jonathan, alzando il capo verso la tersa volta celeste, pensò a voce alta: “Sei stato mandato qui per una ragione, figliolo. Lo capirai, quando sarai pronto!”. Non aveva dubitato neppure per un solo istante. Jonathan sapeva che suo figlio, quel piccino che piangeva, tutto solo, rannicchiato in un’astronave argentea, avvolto in una larga “coperta” azzurra, sarebbe diventato un simbolo di speranza. L’anziano fattore confidò in quell’immagine custodita nel suo cuore, ma non poté vederla compiersi. Il padre del futuro supereroe se ne andò proprio in quel pomeriggio tranquillo, poco dopo aver terminato quel significativo scambio di parole.

Un infarto piegò il pover’uomo sotto gli occhi attoniti di suo figlio. Clark, nonostante potesse contare su tutti i suoi innumerevoli poteri, non poté far niente per salvarlo. Lo capì quel giorno: dinanzi al dolore umano, all’imprevedibilità del fato, neppure Superman potrà mai nulla.

Nel celebre lungometraggio del 1978, Clark, per tutta la sua adolescenza, è rimasto insensibile al dolore fisico. Né il fuoco, né il gelo, nessun’arma poteva scalfire la sua epidermide dura come l’acciaio. In un’intervista concessa alla reporter Lois Lane, Superman lo riconobbe candidamente: “Fino ad oggi, non ho mai avvertito alcun dolore fisico”.

Provate a supporre di crescere senza accorgervi mai del benché minimo dolore. La nostra visione dell’esistenza, della realtà, cambierebbe completamente. Saremmo più audaci, più pronti, di certo più spavaldi. Se nulla può ferirci, nulla deve essere temuto. Chissà come si comporterebbero gli uomini se anche loro possedessero le facoltà dei kryptoniani. Eppure, sebbene questa abilità d’essere pressoché immortale sia invidiabile, essa nasconde anche una condizione limitante che porta Superman a non comprendere totalmente i pericoli legati alla sua sopravvivenza.

Nella pellicola del 1978, il Superman interpretato dal leggendario Christopher Reeve è convinto che nulla potrà mai annientarlo. Un giorno, però, scoprirà la triste realtà. Quando Lex Luthor lo metterà astutamente a contatto con la kryptonite, ultimo residuato del pianeta d’origine del supereroe, Superman sentirà sulla propria pelle una forma acuta e lancinante di dolore. E lo sentirà per la prima volta. La kryptonite, che riluce di verdi radiazioni, induce Clark a contrarsi, a genuflettersi al suolo. I suoi poteri non avranno più alcun valore, e la sua possanza verrà piegata.

L’invincibile Uomo d’Acciaio retrocederà, in un lampo, ad uno stadio inferiore. Egli avvertirà la paura di un bambino rimasto senza difese, di un infante che evince, di colpo, la debolezza di se stesso. La particolarità di tutto questo è che Superman scopre d’essere mortale da adulto, apprendendo un qualcosa che noi esseri umani diamo per scontato sin da fanciulli. Questo è un trauma psichico che turba l’Uomo del Domani, mutando inesorabilmente la sua percezione della vita stessa.

Reagire ad un dolore mai conosciuto, prendere consapevolezza della propria fragilità è estremamente più traumatico quando tutto ciò si manifesta d’improvviso, senza alcuna avvisaglia, distruggendo ogni certezza. Superman, in questa famosissima scena del film originale, incarna l’uomo comune, il mortale, colui che apprende, tristemente, che la morte può ghermirlo da un momento all’altro.

"Superman, Christopher Reeve" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su Christopher Reeve cliccando qui.

Anche in “Batman V Superman”, l’eroe a cui Henry Cavill ha prestato il proprio volto crede fermamente d’essere inscalfibile. Nel feroce scontro con Batman, Superman inspirerà nei suoi polmoni un tipo di kryptonite, rielaborata da Bruce Wayne sotto forma di polvere invasiva per attenuare la potenza del guardiano di Metropolis. Notando di non essere più in grado di utilizzare i propri poteri e vedendo il sangue grondargli dalle ferite, Superman perderà ogni sicurezza. Il Crociato Incappucciato, in quanto essere umano, ha imparato ad accettare la propria mortalità, Superman, d’altro canto, non può farlo, poiché assuefatto, da sempre, alla propria invulnerabilità. Spiazzato dalla propria, improvvisa, gracilità, l’Uomo d’Acciaio cederà e verrà brutalmente sconfitto dal Cavaliere Oscuro. Osservando questa sequenza d’azione, è possibile dedurre quanto l’onnipotenza di Superman rappresenti, per lui, un dono ma anche un limite.

"Superman, Henry Cavill" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su "Batman V Superman" cliccando qui.

Come ho già avuto modo di scrivere, Superman non si è mai ammalato. La sua densa struttura molecolare lo rende immune ad ogni forma virale presente sulla Terra. Superman è un rifugiato, un figlio adottato e allevato dal nostro pianeta. Conseguentemente, la sua immunità è soltanto circoscritta all’atmosfera e all’ambiente terrestre. Superman può, quindi, ammalarsi se viene a contatto con un virus proveniente da Krypton.

Ruota attorno a questa idea l’episodio che più preferisco della serie televisiva “Lois e Clark”.

In questa avvincente puntata, l’artigiano, una sorta di brillante scienziato votato al crimine, rinviene la navicella con cui il piccolo Superman è approdato sulla Terra, a seguito della distruzione del suo pianeta natale. Analizzando la struttura esterna dell’astronave, l’artigiano si accorge che una moltitudine di germi e batteri di Krypton permangono depositati e cristallizzati su di essa. L’uomo si adopera, allora, ad estrarre i germi, riuscendo a sintetizzare in laboratorio un virus letale.

In una specifica scena, l’artigiano rivela la composizione di questo agente patogeno. Esso possiede una colorazione verde, che richiama il colore della Kryptonite, ha l’aspetto di una ragnatela spessa e fittissima, con filamenti lunghi, sudici e attaccaticci che aderiscono alle superfici che aggrediscono per infettarle. Per gli uomini, tale virus risulta essere del tutto innocuo ma per un kryptoniano può rivelarsi mortale.

L’artigiano attira Superman in una trappola e, con una mossa astuta, fa in modo che il supereroe respiri il bacillo senza rendersene conto. Nei giorni seguenti, l’eroe dalla grande S, interpretato da Dean Cain, accusa i sintomi di una brutta influenza. Al Planet, mentre sta dialogando con Lois, Clark starnutisce. La donna, che è a conoscenza della vera identità dell’uomo, ne resta sorpresa, facendogli presente come lui non possa ammalarsi. Clark, preoccupato, non capisce cosa stia accadendo.

Tornando a casa, il giornalista seguita a sentirsi male. La sua fronte perlata di sudore e il calore promanato dal suo corpo preoccupano i genitori adottivi. Come comportarsi dinanzi ad una creatura extraterrestre entrata in contatto con una forma virale misteriosa, ignota, per cui non esiste alcun rimedio?

Qualche ora dopo, Clark, con indosso il suo costume, inizia a sentirsi debole, a tossire vistosamente sino a crollare al suolo, svenendo tra le braccia della sua Lois. Quell’essere onnipotente, quell’uomo così indistruttibile da essere riuscito a volare su, tra gli astri, sino a toccare il sole con il palmo della mano, giace adesso disteso su di un letto, immobile, sofferente.

Clark, stremato, borbotta qualcosa: “Dunque, è così che ci si sente quando si sta male?!”. Una domanda sommessa, ingenua, che gli esseri umani non possono affatto comprendere tanto facilmente. Noi terrestri, abituati da sempre a star male, propensi a conoscere la paura, a contrastare i batteri, a fare i conti con i virus, non possiamo che faticare nel comprendere cosa stia provando un uomo venuto da un altro mondo che, da adulto, scopre d’un tratto cos’è una malattia che si propaga su di sé.

La kryptonite, con cui Superman ha fatto i conti più volte in passato, genera un dolore profondamente diverso. Il minerale verde del pianeta Krypton emana irradiazioni esterne, che possono essere in qualche modo fronteggiate, evitate da Superman allontanandosi dal luogo in cui risiede questa pietra. Dal virus, invece, Superman non ha scampo. Esso si insinua in lui come un male interno, da cui non ci si può sottrarre.

Il virus comincia, allora, a consumare l’eroe e nessuna cura elaborata dalla medicina può sortire alcun effetto. Se fosse cresciuto sul suo pianeta d’origine, Kal-El si sarebbe ammalato sin da piccino, avrebbe sviluppato le proprie difese immunitarie, sarebbe venuto a contatto col dolore, con la malattia tipica di ogni essere appartenente a quel mondo. A Superman è stato negato questo consueto percorso di crescita. Egli si è trovato, suo malgrado, a vivere in un’altra realtà, ad assumere i panni di un “dio”, a ricevere il dono di un’immortalità illusoria che può essere annientata dall’arrivo di una malattia sconosciuta.

Ammalandosi, anche Superman, il dio sceso tra gli uomini, sperimenta la paura più grande: quella di morire lentamente, la paura di spegnersi gradualmente venendo martoriato da un germe nascosto, invisibile.

In un ultimo, disperato tentativo di salvare la vita all’uomo che ama, Lois chiede aiuto a suo padre, un medico rinomato. Il dottor Lane sottopone Clark ad un trattamento sperimentale rischiosissimo: lo espone per un periodo prolungato alle radiazioni della kryptonite. Il paladino di Metropolis viene volutamente condotto sino allo stremo, sino al punto di morte, con la speranza che il virus possa perdere resistenza e muoia a sua volta. La sola possibilità di vita viene riposta proprio nell’arrivare il più vicino possibile alla morte. In quella atroce agonia, Superman, stroncato dal patimento, entra in coma. Prima di addormentarsi, Clark implora Lois di vegliare sui suoi genitori, i quali, a suo dire, non avranno la forza di reagire al peggio. Dopo di che, l’uomo dà un bacio alla sua amata e in quell’attimo esala l’ultimo respiro da cosciente.

Il dottor Lane porta via la kryptonite dalla camera. Adesso, spetta soltanto a Superman riemergere dalle tenebre. Il giorno successivo, Clark riapre gli occhi e ode il grido di Lois. Recuperati i poteri, in un battito di ciglia, l’Uomo del Domani vola via e salva la sua futura sposa. 

"Lois e Clark" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non era mai stato così vicino alla propria dipartita. Superman, un essere maturato con la certezza d’essere immortale, ha sfiorato, con la propria mano, la gelida presa della morte. Il dio si è, così, accomunato ad ogni altro uomo. Temendo la morte, l’eroe giunto dallo spazio ha ricordato quanto importante sia la vita.

Essa è sacra proprio perché non è eterna. Per certi versi, è proprio la morte a dare valore alla vita. “Morire non è nulla, non vivere è spaventoso” - scrisse un grande poeta e scrittore francese. Superman sarebbe stato d’accordo.

Volando nello spazio siderale, al sorgere di ogni alba, l’ultimo figlio di Krypton indugia costantemente sulle ultime parole pronunciate dal papà. E’ diventato ciò che Jonathan voleva che fosse? Che valore ha dato alla sua vita, Superman?

Ha scelto di dedicare la sua esistenza al bene comune, divenendo il simbolo di quella speranza radiosa che incita la razza umana a contrastare il male in ogni sua parvenza. 

Il figlio è divenuto ciò che il padre avrebbe voluto. E’ questa l’unica forma di immortalità a cui l’uomo terrestre può aspirare: vivere nei ricordi, nelle azioni, nei gesti dei suoi figli. Non esiste malattia, non esiste virus, che possa contrastare l’eredità trasmessa di padre in figlio.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters  

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"Stanlio e Ollio ne La scala musicale" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Svegliarsi di buon ora, dopo aver trascorso una serata deludente, non è mai facile. Quando le prime luci del mattino irrompono dalla finestra e i nostri occhi si schiudono, si torna a pensare. Le delusioni si manifestano in noi sotto forma di idee astratte, di pensieri poco confortevoli. “Che rammarico!” si è soliti sussurrare tra sé e sé. “Sarebbe potuta andare diversamente, se solo…” si borbotta, a volte.

Se la serata è andata storta, il mattino seguente non si ha proprio voglia di cominciare una nuova giornata. Di solito si preferisce starsene a letto, con il capo sotto le coperte. Sebbene conferisca una sensazione confortevole al nostro carattere offeso, rimanere distesi a poltrire non è la scelta giusta. Meglio alzarsi di scatto, fiduciosi che il vento cambi, che la ruota giri, che ogni cosa, insomma, possa migliorare. In un certo senso è ciò che facevano anche Stanlio e Ollio, e più spesso di quel che si pensi.

Durante una famosa tournée teatrale, Stanlio e Ollio dovettero spesso alzarsi all’alba e a seguito di serate non particolarmente piacevoli. In quelle settimane, i loro spettacoli non raccoglievano il successo sperato. Platee semivuote, palchetti lasciati liberi accoglievano le loro entrate in scena, e un’esigua frotta di curiosi assisteva, per nulla coinvolta, ai loro siparietti. Cosa stava accadendo? Invero, gli anni d’oro erano giunti al termine ma Stan e Ollie non volevano saperne di arrendersi. D’altronde, tenacia e fanciullesca speranza avevano sempre fatto parte di loro. Stan Laurel e Oliver Hardy vagavano, sballottati, di teatro in teatro per tutta l’Europa, ancora speranzosi che i loro nomi, un tempo così luminosi, potessero tornare a brillare sulle insegne dei cinematografi di tutto il mondo.

Un mattino, dopo aver avuto una pessima serata, Stanlio e Ollio si recarono alla stazione. No, nient’affatto, non restarono a dormire nei loro letti, anche se, in cuor loro, lo avrebbero voluto. Erano entrambi visibilmente molto delusi. A teatro, il giorno prima, si era radunata una folla decisamente “striminzita”. Ollio, ironicamente, disse che se avessero voluto, avrebbero potuto ospitare tutto il pubblico lì presente nel loro albergo e sarebbero avanzate anche delle camere.

In quel dì, il treno sarebbe arrivato alle otto, e i due, mattinieri non per scelta, stavano per raggiungere la pensilina, impegnati a trasportare, su per una scalinata, un ingombrante baule.  Oliver lo spingeva da sotto mentre Stan cercava di tirarlo dall’alto.

Una volta guadagnato il piano superiore, Stan mollò la presa e il baule precipitò giù. Ambedue, stanchi e affaticati, lo guardarono, sconsolati, giacere lontano e, quasi quasi, si misero a valutare l’eventualità di lasciarlo là dove era andato a finire.

Ci serve davvero quel baule?” – chiese, desolato, Oliver. Stan, che aveva colto l’ironia della situazione, sorrise amaramente.

"Stan e Ollie" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sul film del 2018 cliccando qui.

Questa particolare disavventura fin qui descritta viene mostrata nel film biografico “Stanlio e Ollio”. Tale sequenza non è altro che una sottile e furbesca citazione ad una delle pellicole cinematografiche più celebri del duo comico. Il sudore che gronda dalla fronte di Laurel e Hardy, la fatica nel percorrere quella lunga “gradinata” trainando, come ciuchini sfruttati e malridotti, quello scomodo baule sono arguti tributi, rimandi che ossequiano un momento preciso della carriera artistica di Stanlio e Ollio. Il momento in cui i due dovettero “scortare” un grosso pianoforte a mani nude su per una ripida e “tortuosa” scalinata.

La scena trattata sino ad ora è un omaggio al cortometraggio “La scala musicale”, una delle opere più belle e esilaranti della coppia comica per eccellenza.

Gli anziani Stanlio e Ollio che spingono quella valigia voluminosa come una bislacca cassapanca, richiamano il loro rispettivo alter-ego immaginario. Nel film biografico, realtà e finzione, cinema e vita quotidiana si amalgamano tra loro, creando un affresco malinconico in cui Stanlio e Ollio, prossimi al loro canto del cigno, ripercorrono i momenti più importanti della loro vita trascorsa fianco a fianco davanti ad una cinepresa che li ha immortalati in centinaia di traversie, consegnandoli alla storia. 

Stanlio e Ollio girarono “The music box” nel 1932, per l’attenta regia di James Parrott. Molto apprezzata dal pubblico e dalla critica, l’opera in bianco e nero vinse il premio Oscar come miglior cortometraggio.

La scala musicale” è una di quelle pellicole che non si dimenticano tanto facilmente, che restano indelebili nella memoria per la spiccata capacità di far ridere genuinamente. Un’attitudine che il cortometraggio mantiene immutata, a quasi novanta anni di distanza. “La scala musicale”, come già accennato, narra del maldestro trasporto di un pianoforte in un appartamento posto in cima a una lunga scalinata. La vicenda, già portatrice in sé di una certa ilarità, presta il fianco ad ogni sorta di gag comica al limite dell’assurdo.

Tutto ha inizio una mattina qualunque. Stanlio e Ollio si sono da poco improvvisati trasportatori di fortuna. In “sella” ad un ronzino, giungono ai piedi di una stretta “scalea”. Subito si mettono all’opera, afferrando con sostenuto impegno la pianola meccanica custodita in una struttura di legno. Questo pesante e imponente strumento è stato commissionato dalla signora von Schwarzenhoffen, la quale desidera farne dono al marito, il professor Theodore von Schwarzenhoffen. Or dunque, Stanlio e Ollio si rimboccano le maniche ed iniziano l’ardua ascesa.

Tanti sono i gradini che li separano dalla meta, ma i due non demordono. Durante la disagevole scalata, Laurel e Hardy s’imbattono in svariati personaggi che non faranno altro che rendere ancor più difficile il loro compito. Spesso, i due saranno costretti a ricominciare da capo, a salire e a scendere svariate volte. Non appena si distrarranno un attimino, la pianola scivolerà via dalle loro mani, obbligandoli a inseguirla avanti e indietro per il “tracciato”.

Di tanto in tanto, Stanlio e Ollio si soffermano a ridosso di un “pianerottolo” che lo separa, con una manciata di gradini, dall’altro, cercando di riprendere fiato. In queste brevissime pause, il pianoforte resta lì, apparentemente immobile, frapponendosi tra i due. Lo strumento musicale non è che un mero oggetto e, per tale ragione, risulta essere del tutto privo di vita. Eppure, le ruote che ha alla base gli permettono di muoversi, di sgusciare dalla presa e “fuggire” via. Il pianoforte, così, sembra essere dotato di un movimento proprio.

In un particolare momento, Ollio darà le spalle alla grande pianola poiché sarà costretto a scendere giù per interloquire con un poliziotto. Lo strumento musicale, rimasto saldo e fermo al suolo, d’un tratto, scenderà giù in picchiata, come se volesse, di sua iniziativa, colpire l’ingenuo malcapitato.

Il pianoforte del cortometraggio sembra essere dotato di una bizzarra forma di “ragione”. Esso, quasi volutamente, sgattaiola via e non soltanto perché la gravità lo richiama a sé, facendolo cascare giù, sino alla strada. Lo strumento pare fare tutto di propria volontà, soltanto per farsi beffe dell’impegno, della dedizione, della fatica di Stanlio e Ollio. Il pianoforte rappresenta l’imprevedibilità della sfortuna, l’illogicità di un fato contrario che si accanisce sui due poveri sventurati. Quel pianoforte è uno strumento “diabolico”, sadico, che deride laconicamente i due protagonisti, obbligandoli a fare gli straordinari.

Nel film “Avventura a Vallechiara”, Stanlio e Ollio si troveranno nuovamente obbligati a trasportare un pianoforte alla volta di una baita isolata. I due dovranno attraversare un ponte pericolante, sospeso su di un crepaccio di montagna.

La scalinata così alta, “scoscesa”, è una metafora dell’esistenza umana, fatta di tratturi impervi, di arrampicate ardue, di lavori usuranti, al compimento dei quali non sempre viene riconosciuto e apprezzato agli interessati quanto è stato fatto. E’ ciò che, per certi versi, accadrà a Stanlio e Ollio. Tra tragici imprevisti, i due riusciranno a portare il pianoforte nella casa del professore Schwarzenhoffen. Tuttavia, lo strumento verrà distrutto in un impeto di rabbia dall’uomo. Tale gesto non è che il simbolo di come l’impegno profuso da Stanlio e Ollio non porti mai ad alcun traguardo né ad alcun trionfo. E’ questo il costante destino che affligge Laurel e Hardy in ogni loro film: finire sempre per essere inseguiti, banditi, scacciati, offesi, denigrati e mai rispettati dai facoltosi, dai benestanti. Stanlio e Ollio sono condannati, dall’ingiustizia, ad appartenere al ceto inferiore, quello eternamente dimenticato: la classe degli squattrinati felici, di coloro che seguitano a sorridere sebbene la vita li obblighi a restare perennemente in bolletta.

"Stan Laurel e Oliver Hardy in Fra' Diavolo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su questo lungometraggio cliccando qui.

 “La scala musicale” col suo ritmo, con la sua freschezza, col suo dinamismo, mette in mostra peculiarità originali, all’epoca assolutamente innovative e temerarie, che rendono quest’opera filmica un’autentica pietra miliare del cinema comico.  

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters     

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  • Il volto

Cos’hanno di speciale i volti? Non saprei dirlo con certezza. Ognuno di essi è una maschera forgiata nella fucina di Madre Natura, la scultrice più sapiente e talentuosa. Le maschere che noi tutti indossiamo sono soggette al calore proveniente dall’intimità, all’impeto del sentimento che defluisce all’esterno e che muta l’espressività. Il volto umano cambia con il passare degli anni ed invecchia, perdendo la lucentezza dei lineamenti dell’età giovanile, divenuti cupi, stanchi, affannati. I volti delle persone sono pagine scritte di un libro, briciole di carta lette e rilette. Le rughe, simili a gocce d’inchiostro imbrunito dal tempo, raccontano storie vissute e gelosamente serbate come segni sulla pelle.

Vincent Van Gogh era affascinato dai volti delle persone. Al pari di un lettore, egli esaminava le “maschere” di chi incontrava sul proprio cammino, cercando d’afferrare alfabeti nascosti, di ghermire parole intessute su fili d’epidermide. Van Gogh prediligeva dipingere i volti a scapito delle antiche cattedrali, poiché nel freddo marmo e nella bianca pietra di una chiesa non vi è ciò che è possibile scorgere negli occhi di una persona.

Vincent sedeva su di una sedia e, frequentemente, volgeva lo sguardo allo specchio. Esso gli restituiva la sua immagine: un riflesso di turbamenti. Vincent guardava se stesso, intrappolato tra i contorni di quella lastra riflettente, mentre portava un cappello di paglia o quando fumava la pipa. In quei momenti, una barba rossa gli adornava l’ovale, coprendogli il mento e parte delle gote. Vincent scrutava la sua sagoma ambigua, il suo aspetto affranto restituito dal vetro imponente. L’artista s’indagava mediante i suoi occhi, la parte svestita del proprio essere. Poi, una volta colta un’impercettibile e recente caratteristica, brandiva tavolozza, pennello e tela e si autoritraeva. Era un’abitudine costante la sua. Immortalava la sua mesta figura, il proprio volto scavato dall’afflizione, affossato sempre di più al sopraggiungere di un nuovo inverno.

Il volto, per Vincent, assumeva un valore simbolico, cangiante, straordinario. Attraverso la pittura, Vincent sondava la propria anima, scandagliava la spiritualità che effluiva nella brillantezza dei suoi sguardi sofferti, carpiti dai pastelli e dalle sfumature di colore. Vincent non realizzò tutta una serie di autoritratti per qualche sorta di bizzarro narcisismo. Egli esplorava il proprio profilo nel disperato tentativo di portare alla luce inquietudini sommerse, supplizi oberati. Era una ricerca la sua, un’analisi, un’indagine introspettiva che nulla aveva a che vedere con la mera adulazione.

No, Vincent non era affatto come Narciso, il personaggio della mitologia greca che trascorreva le sue giornate a rimirare la propria immagine riflessa nell’acqua cristallina di un lago. Liriope, sua madre, lo aveva messo al mondo tanto, ma tanto tempo prima. Costei era una ninfa molto bella e, come tutte le Naiadi, amava vivere vicino alla foce di un fiume. Bagnata dalle acque dolci di Cefiso, Liriope rimase incinta del dio che tra quelle calde correnti “nuotava” invisibile, e mise al mondo un bellissimo bambino a cui diede, per l’appunto, il nome Narciso. Un giorno, Liriope chiese ad un vecchio oracolo cieco, un tale Tiresia, quale destino fosse stato riservato a Narciso. Tiresia rispose, come era solito fare, in maniera criptica: “Egli vivrà finché non conoscerà se stesso!”

Cosa intendeva dire quell’anziano veggente?

"Eco e Narciso" - Quadro di John William Waterhouse

Che Narciso sarebbe rimasto in vita fino al momento in cui non avesse goduto della propria immagine. Così, un mattino, Narciso disgraziatamente intravide la sua forma, la fisionomia di se stesso. In un baleno   s’innamorò, si distese sull’erba verde che cingeva le sponde di una piccola pozza d’acqua limpida e restò immobile a fissarsi. Cercò persino d’accarezzare quel muso “affiorato” dalle profondità lacustri, ma non appena allungava la mano, l’acqua, d’un tratto, s’increspava, disfacendo per pochi, interminabili secondi l’integrità del riflesso. Narciso consumò lì le sue mattine, ignorando la voce della povera Eco, una ninfa che se ne restava, occultata, dietro i folti cespugli della foresta e che si era innamorata perdutamente di lui. Eco era stata condannata dalla dea Era a ripetere l’ultima parola emessa dalle persone. Ella non possedeva più la facoltà di chiamare a sé Narciso, non riusciva a dir nulla che non fosse una sommessa ripetizione. Eco era diventata uno “specchio”, un oggetto gelido in grado di riflettere una fioca e sfumata scialbatura. Narciso, dal canto suo, si era infatuato di una semplice faccia, la sua stessa faccia, ma l’amore, il vero amore, non può mai limitarsi alla contemplazione di un volto. E’ ciò che si cela oltre il volto a fare innamorare. Quel frammento d’anima che Narciso faticava a vedere e che Van Gogh tentò tenacemente di esumare.  

Vincent Van Gogh adorava osservare le facce degli estranei perché esse borbottavano, sottilmente, sensazioni sopite, mugugnavano segreti e vivezze cromatiche che la pittura sapeva ben cogliere. Dal proprio volto, Vincent desiderava trarre la “sostanza”, ricercare l’immagine del proprio “Io”, la provenienza del suo dolore. Per lui, i volti erano una mappa confusa da decifrare assiduamente, da studiare. Ogni linea, ogni curva di un viso corrispondeva a una strada scostata, a una discesa improvvisa verso un precipizio, un abisso troppo profondo per mostrare il fondo, ad una meta vaga e irraggiungibile. I volti, dopotutto, sono spesso enigmatici, indecifrabili. Il volto della Grande Sfinge egizia, con il suo immobilismo, con quell’aria saggia e onnicomprensiva evocata dalla sua fronte ampia, è, al contempo, sede e fonte di un mistero arcaico ed irrisolvibile che getta timore e senso di spaesamento a chi osserva ancora, dopo millenni, tale scultura di pietra calcarea alzando il capo. 

I volti sono la traccia più appariscente di un essere umano. Delineati su di una maschera d’epidermide vi sono le labbra, le quali, pronunciando poche parole, squarciano il velo dell’interiorità, rivelando pensieri appositamente scelti per essere declamati. Incastonati su di una faccia vi sono gli occhi che con le loro iridi si mostrano come finestre aperte su di un mondo misterioso: la personalità di chi resta occultato dietro lo scudo fatto di semplice pelle.  Osservare un volto accuratamente vuol significare, dapprima, scavare nella superficie, mirare la cima di un iceberg. Innamorarsi di un volto è certamente possibile, ma non basta poiché è ciò che vi è oltre quel volto, dietro quel guscio, al di là di quella crosta, che conta davvero: il carattere, l’essenza che nessuna faccia può anticipare.

Come già detto innamorarsi di un semplice volto è errato, superficiale. Esso non è che uno strato, una velatura.

Vincent Parry, il protagonista de “La fuga”, non aveva un volto.  Beh – a tutti gli effetti – lo aveva ma pochi potevano vederlo. Vincent Parry… che bel nome, Vincent. Ricorda proprio quello del celebre pittore.

Come dicevo, il volto di Vincent era imperscrutabile. Egli era una voce fuori campo, una pupilla dilatata. Si guardava a destra e a sinistra, osservava fugacemente l’esigua vegetazione che lo copriva. Si faceva strada a stento, a fatica, guadando un fiume come poteva. Vincent (Humphrey Bogart) fu il protagonista di un’opera filmica alquanto particolare, un “noir” in bianco e nero in cui la cinepresa del regista fungeva da sguardo assoluto dello stesso protagonista. “La fuga” è girato con la tecnica della soggettività, ed il pubblico, per tutta la prima parte della pellicola, non vede mai la vera faccia del protagonista.

Fingendo d’essere i suoi occhi, diventando metaforicamente il viso di Vincent Parry, il pubblico, ogniqualvolta gusta questo lungometraggio, sperimenta un’esperienza rara, immergendosi in un racconto visivo unico.

Vincent è un evaso, vaga spaventato finché non viene accolto in casa da una giovane ragazza che crede nella sua rettitudine. Per non correre rischi, per sfuggire a chi vorrebbe riportarlo ingiustamente in prigione, Vincent decide di chiedere aiuto ad un chirurgo plastico. Soltanto quando l’operazione sarà finita, soltanto quando la sua faccia sarà rimodellata, la regia cederà il posto, lascerà perdere la soggettività e sceglierà, finalmente, di inquadrarlo normalmente. Nell’attimo in cui avrà cambiato volto, Vincent diviene un personaggio estraneo al pubblico, nuovo, un protagonista indipendente, staccatosi dallo spettatore.  Ma quei connotati che aveva prima e che noi non abbiamo avuto modo di inquisire a cosa corrispondevano? Erano quei lineamenti a definirlo? Chi era e chi è Vincent? Colui che aveva un volto obliato? Colui che aveva un secondo volto? O colui che è sempre stato, vale a dire l’anima infossata e sepolta sotto la pelle mutevole?

Solo Vincent potrà rivelare chi fosse in realtà, e con quali occhi sarebbe stato opportuno guardarlo.

Affidiamoci, dunque, al suo parlato. Le sue parole, naturalmente, sono state reinterpretate, “immaginate” nuovamente in un viaggio in completa soggettività…

  • Vincent Parry, monologo

Chi ero? In parte, l’ho dimenticato. In cella non avevo alcuno specchio, e a lungo andare ho smesso di ripensare al mio viso. Chissà com’era fatto. Probabilmente avevo una faccia comune, di quelle che si vedono per strada e si dimenticano tanto facilmente. Quando tutto ebbe inizio, ero soltanto un galeotto tallonato dai piedipiatti, un negletto a cui nessuno avrebbe voluto dare una mano, un innocente verso cui nessuno avrebbe mai riposto fiducia.

Ero soltanto un ammasso di pelle avvizzita dal logorio della vita in gabbia, un’ombra affusolata dai contorni imprecisi, un corpo dimenticato dietro le sbarre di una prigione. Ma non dovevo lasciarmi scoraggiare dai brutti pensieri, dalle opinioni mortificanti. Sapevo di essere molto di più! Mi diedi coraggio, cercai di non abbattermi! Quel mattino, quando riuscii ad evadere di prigione, rammento di aver sentito, per prima cosa, l’aria fresca, il profumo della libertà.

Ma una domanda continuava a infastidirmi: chi ero io? Una povera vittima, questo lo sapevo bene. Fisicamente, invece, ero, e lo sono ancora, un uomo di media statura, come se ne possono vedere tanti in giro per le campagne. Quel dì erravo, trafelato, nei campi. Ero riuscito a fuggire dalla prigione in cui mi avevano ingiustamente confinato, e stavo cercando un riparo. Il suono delle sirene della polizia echeggiava per le strade di montagna. Avevo paura.

In quegli attimi parlavo da solo, un vizio che presi in prigione. Oh che grande oratore che ero: mi facevo domande e mi davo anche delle risposte, concatenavo deduzioni ad alta voce e cercavo di farmi forza. Fuoriuscii, poi, dalla vegetazione e chiesi un passaggio. Incontrai, dopo una spiacevole disavventura che preferirei non raccontarvi, una fanciulla che volle salvarmi. Sbucò quasi dal nulla. Fece capolino dalla strada, avanzò nel verde e si manifestò dinanzi a me, alta, slanciata, splendida. Disse di conoscermi, di confidare nella mia innocenza. Era così bella. Il suo sguardo schivo ed elusivo, la sua voce dolce e accomodante, mi convinsero a seguirla. Non che avessi altra scelta, ma volli fidarmi. So bene che non bisogna mai lasciarsi sedurre da una semplice apparenza, ma in quel caso, come avrei in seguito scoperto, l’esteriorità di quella dama combaciava con la sua interiorità. Irene, così si chiamava questa donzella, era bella fuori come lo era dentro. Era gentile e buona, sincera e altruista. Il suo viso non era che il riverbero della sua stessa anima. Irene volle offrirmi la sua protezione, mi fece salire in macchina, raggiunsi casa sua e lì rimasi celato. M’innamorai di lei a prima vista, vedendola e ascoltandola. La sua bellezza ma, ancor di più, i suoi gesti, il suono che effluiva dalla sua bocca, mi conquistarono e me la fecero conoscere totalmente. Non potevo metterla in pericolo, così scelsi di andarmene.

Una notte, mi recai in una periferia buia. Avevo la polizia alle calcagna, ma volli comunque rischiare. Sapevo che in quei dintorni avrei potuto trovare il dottor Coley, un chirurgo plastico bandito dall’ordine. Avevo sentito parlare di questo strano figuro qualche giorno prima. Sapevo che avrebbe potuto cambiare i lineamenti del mio viso, in modo tale da non poter essere più riconosciuto. Ero deciso ad andare fino in fondo. Del mio volto non mi importava poi alcunché.

Nel tragitto che mi separava dallo studio, da quella sala operatoria se così poteva essere definita, mi arrovellai a pensare. Noi esseri umani siamo ciò che sembriamo o ciò che serbiamo nell’intimità? Siamo un’apparenza fisica o un carattere, un corpo o un’anima? Forse entrambe le cose, un agglomerato di esteriorità ed interiorità. L’esteriorità, però, è quella che balza agli occhi nell’immediatezza. Una persona che osserva, nota dell’altra, di primo acchito, l’aspetto, e soltanto dopo, se decidesse d’avvicinarla, per conoscerla meglio, potrebbe scoprire altro oltre la scorza, ma ciò richiederebbe troppo tempo. Un tempo che noi umani concediamo sporadicamente. Ma l’apparenza, come si suol dire, non è tutto. Essa è la superficie, la punta di un maestoso blocco galleggiante. La personalità di ognuno di noi è sepolta sotto l’epidermide, al di sotto della linea di galleggiamento, giù nella carena, proprio laggiù dove l’acqua gelida preserva la montagna di ghiaccio.

Arrivai in quel luogo angusto. Mi distesi su di un letto. Il dottore mi iniettò qualcosa, un siero che potesse calmarmi. Mi addormentai, ma restai tutt’altro che quieto. Dinanzi a me vidi spettri, facce scarnificate. Ebbi una brutta reazione al farmaco ed entrai in paranoia. Sentivo la voce del dottore. Questi rideva sardonicamente di me, mi minacciava, sibilava che il mio volto sarebbe rimasto bloccato in un grugnito, somigliante ad una smorfia mostruosa, al ringhio di un cane, al sorriso di una scimmia.

Un volto sfregiato può rovinare il tutto. Può far sembrare profondamente diverso un povero sventurato. Sono poche le persone che si soffermano a conoscere chi, dietro una “buccia” deturpata, nasconde un grande cuore. La maggior parte di esse, in genere, si concentra soltanto su quello che vede.

Esmeralda offre un sorso d'acqua a Quasimodo - Illustrazione di Gustave Brion

Pensate a Quasimodo, il povero protagonista del romanzo di Victor Hugo. Il suo volto guastato da una verruca che gli opprimeva un occhio, il suo corpo robusto ma piegato da un peso sulle spalle, lo ponevano alla stregua di un diavolo per il popolo di Parigi. Quasimodo era un demone con l’anima di un angelo, orribile e sudicio come un quadro incompleto, tempestato di getti e pitture confuse ed incerte. In un’occasione lo ammise lui stesso: non si era mai reso conto di quanto brutto fosse finché non aveva visto Esmeralda, la gitana, e quanto perfetto fosse il suo aspetto. Ma non fu la pura sembianza a far innamorare Quasimodo di Esmeralda: fu un atto di gentilezza, di umanità e di comprensione. Quando fu torturato e deriso sulla ruota, Quasimodo ricevette aiuto da Esmeralda che gli diede da bere un sorso d’acqua. In quel momento, il “diavolo” ascese al cielo, divenne angelo a tutti gli effetti, e s’innamorò di lei. In quel sorso, Quasimodo baciò la sua adorata. Fu la dolcezza, la bontà di Esmeralda a fare innamorare il gobbo. Il campanaro vide col suo unico occhio buono l’anima della zingara, ciò che nessun altro dei suoi adulatori aveva mai osato fare. Tutti, concentrati a contemplare la sua bellezza, non si spinsero mai oltre. Quasimodo non provò amore soltanto per un corpo, ma per ciò che quel corpo serbava. A lui del volto di Esmeralda importava davvero poco.

Gwynplaine ne "L'uomo che ride"

In quei frangenti, riflettevo ancora mentre il dottore proseguiva la sua operazione. Stavo dormendo, stavo sognando, eppure mi sembrava di vivere tutto con estrema chiarezza. Le paure si sommarono una sull’altra ed esplosero. Se dovessi risvegliarmi con l’aspetto di un demone incarnato nel corpo mortale di un uomo, che cosa farei? – Era questo che mi ripetevo.

Costui, questo chirurgo, avrebbe potuto deturparmi irrimediabilmente. Avrebbe potuto trasformarmi in un moderno Gwynplaine, altro personaggio partorito dal fertile inchiostro di Victor Hugo. Gwynplaine venne rapito quando non era che un infante, e fu storpiato per sempre. Le sua labbra erano state arrestate, paralizzate in un sorriso perenne. Che fosse triste, che provasse dolore e angoscia, Gwynplaine era costretto a ridere costantemente. Ricordo però che Gwynplaine, pur con la sua deformità, differentemente da Quasimodo, riuscì ad attrarre su di sé le attenzioni di una donna aristocratica che, proprio in quella sua “bruttezza”, in quella sua caratteristica grottesca aveva scorto una fonte di seduzione, di svago, di diletto.

Io non avrei potuto essere altrettanto "fortunato".

Dopo qualche ora, mi svegliai. L’operazione era perfettamente riuscita. Il mio volto era cambiato, avrei potuto vederlo soltanto dopo qualche settimana. Giacevo avvolto in un nembo di bende, come un cadavere sigillato in un antico sarcofago. A detta dell’artista che eseguì questo “restauro”, il mio aspetto sarebbe stato più vissuto, più marcato dalla fatica e dagli eccessi.

Chi si sarebbe ricordato più di me, adesso? Chi ero io? Ero rimasto sempre Vincent?

Tornai da Irene. Mi prese con sé, garbata come la più dolce delle donne. Gli piacquero i miei nuovi connotati. A seguito di qualche traversia che non sto qui a rinarrarvi, raggiunsi il Perù. Lì aspettai. Irene spuntò una sera, al tramonto. Era giunta fin lì per me. Fu l’unica a credere nella mia innocenza sin dal principio, a starmi vicino e ad ascoltarmi. Fu la sola ad aprirmi il suo cuore.

Chi sono io? Soltanto un volto? No, molto altro. Sono ciò che Irene ha visto in me. Lei ha guardato oltre il mio aspetto, come avrebbe fatto un pittore. Del resto, Irene era davvero un’artista. Quel mattino quando volle trarmi in salvo ella stava dipingendo “En plein air”, esattamente come facevano gli artisti più sensibili del movimento impressionista. Irene, ammirandomi come se fossi un paesaggio bucolico, aveva carpito la verità adombrata dal roseo colore della pelle. Ella si era innamorata di ciò che sono, non di un semplice viso.

Irene è la mia Esmeralda, la donna che danzava sul sagrato di una chiesa e che, finalmente, ha ricambiato l’amore di un apparente “mostro”. A lei non importa quale faccia io abbia: era ed è ancora la donna che mi ama incondizionatamente.

Io non sono un volto, sono ciò che Irene vede di me. Io, che sia Vincent o Humphrey, vivo negli occhi di Irene e di Lauren.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Un’esile figura svolazzava, tutta sola, in mezzo al blu. Il vento la sosteneva, cullandola tra le sue invisibili braccia. Continuava a trotterellare su se stessa, librandosi tra la terra e il cielo. Il respiro di un’essenza indefinita l’avvicinava a sé, chiamandola a gran voce. Ma come aveva fatto a finire lassù quella donzelletta tanto silenziosa?

Nessuno se lo era chiesto, poiché nessuno ebbe mai modo di vederla davvero. Quella piccola “volteggiatrice” aveva i capelli bruni, raccolti in due treccine e indossava un grazioso vestitino rosa. Vagava tra le stelle, leggera come una candida piuma. Faceva sì che le correnti la trasportassero senza opporre resistenza. Giaceva sospesa e priva di forze. Le braccia fragili scivolavano verso il basso, le gambette facevano altrettanto e lo sguardo restava impassibile, fissando il vuoto. La sua era un’espressione impietrita, mortificata da due occhi tondi e neri ottenuti con dei bottoni. No, costei non era una bambola come tutte le altre. Non possedeva uno sguardo raggiante, tanto meno iridi cromatiche. Sorrideva, ma il suo sorriso era falso e spento.

Terminò presto il suo cammino, irruppe da una finestra e venne accolta da due mani argentee.  La bambola fu poggiata su un banco da lavoro, pronta per essere messa a nuovo. Il vestito le venne tagliuzzato, la chioma corvina strappata via, la bocca scucita. La parte interna della sua esigua massa, fatta di semplice cascame, venne prontamente sostituita dalla misteriosa restauratrice. I suoi arti metallici seguitavano ad armeggiare con ago e filo. Utilizzando gli appositi strumenti, costei rimodellò le labbra del tenero balocco e gli appuntò due occhi lindi, anch’essi ricavati da due bottoni. La bambola riacquistò il suo smalto, ma l’aspetto era decisamente cambiato.

Ora i capelli apparivano azzurri, l’abito rosa non c’era più, rimpiazzato da un impermeabile giallo. Ben più di qualche lentiggine era stata posta su entrambe le gote. Quando la bambola fu ultimata, sospinta dalla restauratrice, oltrepassò la soglia e quindi volò via.

In un clima autunnale, tra gli alberi di un bosco, in un giorno come un altro, una ragazzina si aggirava curiosa di scorgere i paraggi della sua nuova abitazione. Il grigio del cielo cosparso di nubi l’avviluppava. Il giallo smorzato delle foglie formava un tappeto sul terreno, scintillando debolmente: erano quelli gli ultimi sussurri di veglia di una natura prossima ad addormentarsi. Quel giorno, Coraline passeggiava in cerca di un vecchio pozzo abbandonato. In quei pressi, la fanciulla conobbe Wybie, un ragazzino timido che in seguito le donerà una bambola, la medesima con cui è iniziata questa strana storia. “Una piccola me” – esclamò Coraline, mirando per la prima volta il trastullo. La bambola somigliava, in tutto e per tutto, alla stessa Coraline. Ma chi era Coraline?

Una bimbetta esuberante, coraggiosa, risoluta e tanto… stanca. Sì, si potrebbe descrivere in questo modo la protagonista di questo racconto. Coraline era stanca di non essere ascoltata, stanca di essere ignorata dai suoi genitori, costantemente presi a lavorare, assorti a comporre, battendo a macchina a ritmi frenetici. Però, che nome bislacco Coraline!

Caroline sarebbe stato più consono, più usuale beh decisamente più appropriato - avrebbe sostenuto qualcuno. Eppure, la mamma ed il papà preferirono “affibbiare” alla figlia tale nome, forse per conferirle, sin da subito, un’aura di specialità. Coraline era unica, lo si doveva capire sin dal principio, da quando si sarebbe presentata agli sconosciuti. A Coraline il suo nome piaceva e si arrabbiava molto quando i suoi interlocutori finivano per “storpiarlo”, per “raddrizzarlo”, per “accomodarlo”. Solitamente, le persone con cui la fanciulla interagiva la chiamavano Caroline, senza pensarci su due volte. Ma non sarebbe stato giusto far loro una colpa, dopotutto i nomi più rari, quelli inusuali, unici sono difficili da recepire nel nostro mondo.

Al contrario di Coraline, Wybie non apprezzava particolarmente il suo nome. Glielo appiopparono senza che potesse ribellarsi quand’era un frugoletto. Un destino molto comune, del resto non siamo noi a scegliere i nostri nomi, ci vengono caritatevolmente assegnati. E’ sempre qualcun altro a “imporceli” o, per meglio dire, a farcene dono.

Dare un nome a un pargoletto, così come ad un oggetto, è una peculiarità del tutto umana. Noi uomini diamo nomi ai nostri figli per donare loro la parvenza di un’identità. A volte, i figli ricevono i nomi dei nonni per far vivere, in loro, il ricordo di una persona amata, che continua ad essere rievocata nel tempo ogniqualvolta viene pronunciato quel nome. Noi esseri umani siamo davvero strani, diamo nomi anche alle cose per sentirle più vicine, per dar loro una forma più intima, una sostanza, persino un cenno di umanità. Cosa sarebbe il mondo senza i nomi? Un luogo privo d’identità chiare e ben distinte. I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Mediante i nomi, gli esseri umani distinguono se stessi e gli altri. Ed, infatti, i nomi sono tutte singolarità umane. Lo credeva anche il gatto nero con cui Wybie era solito andare in giro. Tra i gatti, come sostenuto da questo felino dal manto scuro, non c’è bisogno dei nomi, e quindi non li usano. Soltanto le persone si servono di un nome, in mancanza del quale non saprebbero come identificarsi. Gli uomini li usano perché non sanno chi sono in realtà, mentre i gatti, al contrario, lo sanno molto bene e non lo dimenticano mai.

Coraline aveva un nome alquanto distintivo, eppure anch’ella non sapeva chi fosse realmente, cosa volesse dalla sua vita. Girovagando per casa, scontenta e amareggiata, la piccola voleva trovare il proprio posto, un luogo in cui potersi sentire amata, in cui poter essere felice. In cuor suo, Coraline desiderava che i suoi genitori le elargissero l’affetto e la vicinanza che sognava da sempre. Ma bisogna stare sempre attenti a ciò che si desidera perché i sogni,alle volte, possono realizzarsi.

Quando l’avventura di Coraline ebbe inizio, la bambina aveva undici anni e, con i suoi genitori, si era appena trasferita in una grande casa isolata, denominata Pink Palace. L’abitazione era antica, vastissima, alquanto malconcia ma particolarmente accogliente. Il papà sosteneva che tale dimora avesse più di 150 anni. Le case tanto indietro nel tempo, si sa, nascondono sempre qualche segreto tra le proprie mura. E Coraline lo scoprirà una notte, quando aprirà una porticina incastonata in una parete.

La piccola, sgattaiolandovi dentro, seguirà un lungo tunnel che la condurrà in un’altra dimensione. Qui, Coraline incontra due persone del tutto identiche ai suoi genitori, meno che per una sinistra caratteristica dei loro volti: due bottoni cuciti al posto degli occhi.

In questa dimensione, la protagonista riceve le premure e gli affetti che aveva sempre sognato. Notte dopo notte, la fanciulla torna nell’Altro Mondo, oltrepassando la porta magica e gustando le prelibatezze che l’Altra Madre prepara per lei. Tutto in questa onirica ed ovattata realtà si mostra perfetto come Coraline ha sempre voluto. Ma la perfezione non fa parte della tangibile realtà. Se qualcosa si mostra scevro da alcun difetto, allora quel qualcosa è finto, artefatto, esattamente come può essere una bambola graziosa, priva di imperfezioni e inumana.

Coraline non si pone troppe domande, è ancora piccola per dubitare dei modi caritatevoli che tutti, nell’Altro Mondo, hanno nei suoi riguardi. Invero, Coraline sente di aver trovato il reame ideale, lo spazio che attendeva da sempre, dove l’erba è verdissima e tutto perpetuamente più luminoso.

Una sera, l’Altra Madre propone a Coraline di restare con lei. Coraline, dapprima indecisa, scopre che l’unico modo per restare è quello di farsi cucire i bottoni e strappare via gli occhi. Inorridita e terrorizzata, la giovane fugge via, comprendendo, così, come quella terra pervasa da meraviglie non sia altro che una regione tenebrosa e ostile.

Nel disperato tentativo di sfuggire alle grinfie dell’Altra Madre, Coraline s’imbatterà negli spettri di tre bambini rapiti, in passato, dalla stessa donna e irretiti. I bambini, accettando di restare con l’Altra Madre, hanno smarrito i loro occhi e le loro vite sono state divorate dalla medesima, in verità, una orripilante megera.

La dimensione in cui Coraline giace, adesso, imprigionata si palesa, infine, per ciò che è davvero: un luogo in cui ristagna la pura malvagità. Gli sguardi degli abitanti di questo “Altro Mondo”, soffocati dai bottoni, queste tonde “gemme” nere come pece, non lasciano trasparire alcuna luce. Gli occhi sono lo specchio di un’anima umana, quando non è possibile scorgere nulla, in essi, che non sia una macchia nera, vuol dire che di umano in quel corpo non è rimasto più nulla. Ogni cittadino di questa fittizia città non è che un’aberrazione, un mostro celato dietro un sotterfugio d’epidermide.

La dimensione ricreata ad arte dalla strega, dunque, è un’illusione, una patina ingannevole, una velatura che occulta l’orrore dietro la finta bellezza. La realtà dell’Altro Mondo è fascinosa e seducente come il male stesso che, non di rado, si mostra, da principio, per ciò che non è.

I bottoni, impuntati sugli occhi, rappresentano la chiave d’accesso al regno dei morti. Similmente all’obolo, la moneta che veniva poggiata sotto la lingua o, in alternativa, proprio sugli occhi chiusi dei defunti, per pagare il nocchiero Caronte, i bottoni, anch’essi poggiati sugli occhi dei trapassati, rappresentano l’argento con cui è possibile pagare, inconsapevolmente, il passaggio da un mondo imperfetto ma vero, ad un mondo perfetto ma finto e ancor più crudele.  I bambini ingannati dalla strega non potevano saperlo ma è come se, accettando i bottoni, avessero pagato il loro obolo a Caronte per venire traghettati verso una landa desolata. Coraline lo capirà appena in tempo, prima che sia troppo tardi.

Ma perché la strega attira a sé i bambini? Perché vuole qualcuno da amare? Perché vuole qualcosa da mangiare? Forse, per entrambe le ragioni.

La cura e la delicatezza con cui la strega prepara la bambola destinata a Coraline, all’inizio di tutto, evocano, sottilmente, il bisogno, la voglia di questa sinistra figura di creare una vita, di avere un figlio. Con i suoi arti, la megera plasma un’esistenza fatta di stoffa, un corpicino umano ricreato perfettamente ma incapace di animarsi, di poter essere vivo. La strega non può creare la vita, poiché non è capace di amare. Ella è una donna cattiva che può soltanto generare qualcosa di artificiale, di sintetico. Con le sue bambole, lei spia le sue incaute vittime per attrarle verso di sé, per farle innamorare, per adorarle e divorarle al contempo. L’intera sopravvivenza della strega si basa, dunque, sull’incapacità di dare la vita vera, sul bisogno di amare e sull’impossibilità di poterlo fare, data la natura contorta e mentitrice della stessa.

Coraline e la porta magica” è un racconto letterario ed un racconto visivo in cui la paura, l’orrore, vengono mascherati dalla gentilezza, dalla bellezza che inganna ogni sguardo superficiale. La musica vivace e mai greve che accompagna i momenti più inquietanti dell’opera nasconde, di proposito, l’alone sinistro che permea le sequenze in cui la strega rivela il proprio disgustoso aspetto e tenta di ingurgitare Coraline, intrappolandola nella sua rete. Tutto, in “Coraline”, non è che un continuo paradosso: l’orrido viene inscenato con il bello, il malvagio volere dell’antagonista viene eclissato per gran parte del tempo dalla sua cordialità, la mostruosità del suo regno viene adombrata da un velo esteriore di spregevole incanto. Sono soltanto gli occhi, i bottoni, a non poter essere mascherati dalle gelide arti della strega. Essi, con la loro buia freddezza, sussurrano continuamente la verità: l’Altro Mondo è un nucleo oscuro, in cui non vi è salvezza per l’anima che un occhio umano è sempre in grado di far riverberare.

Coraline riuscirà a sconfiggere la fattucchiera grazie al provvidenziale aiuto di Wybie e del gatto nero, e a salvare i fantasmi dei poveri bambini. Gli spiriti dei tre giovinetti voleranno su in cielo, liberi e non più soggetti al giogo della strega, non più risucchiati dal suo fiato. Ciò che la strega non riusciva in alcun modo ad accettare è che i bambini veri non possono essere intrappolati, non possono restare accanto a chi non amano davvero. I fanciulli non sono bambole senza vita, e la strega non riuscirà più a trascinarli verso di sé, similmente a come avveniva al principio, quando quella bambola con le fattezze di una piccina veniva trasportata via verso una finestra spalancata. Le bambole sono prive di energia, i ragazzini come Coraline, invece, possiedono la forza per poter contrastare il male. Proprio dinanzi a Coraline, il cielo, tinteggiato con un blu cobalto, lo stesso colore utilizzato da Vincent Van Gogh per dipingere i gorghi vorticosi della sua “Notte Stellata”, accoglierà queste anime, finalmente in pace.

"Coraline e l'Altra Madre" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Soltanto quando sarà salva, Coraline avrà imparato ad apprezzare la realtà per come è davvero, a voler bene ai suoi genitori con i loro pregi e con i loro difetti. Sono questi, in particolare, a rendere una persona bella così com’è: semplicemente umana!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Joker" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Arthur, l’uomo nello specchio

Cosa mostra uno specchio? Ciò che ha dinanzi a sé, risponderebbe qualcuno.

In effetti, esso riflette ciò che vede, l’apparenza, la pura esteriorità. Ciascun specchio possiede l’abilità di replicare un gesto, di ricambiare uno sguardo, di duplicare semplicemente una sagoma. E lo fa con distacco, con gelida austerità. Lo specchio copia un’immagine, riproduce un corpo, ma non coglie l’intimità, il carattere, la personalità di chi si pone al suo cospetto. Esso si limita a “bissare”, a sdoppiare le epidermiche sembianze. Talvolta, chi osserva attentamente la propria figura davanti ad un vetro fatica a riconoscerla come vorrebbe. Una ruga di troppo o un affanno marcato sulla pelle possono mutare il riflesso, sino a renderlo diverso, inaspettato.

Scrutando uno specchio, una persona nota se stessa, prigioniera di quei contorni. In alcuni romanzi di fantasia, gli specchi sono soliti riflettere soltanto gli esseri umani che sono ancora in vita, o per meglio dire, i corpi che custodiscono, come scrigni, un’anima. In tali racconti, i vampiri non possono essere rispecchiati da una qualunque superficie riflettente. Essi, infatti, sono deceduti, non possiedono più alcun barlume di umanità e, per tale ragione, lo specchio decide di non rimandare i loro aspetti, di non riprodurre i loro profili. I vampiri non esistono davvero, hanno perduto il dono della vita e permangono sulla Terra malgrado la loro natura. Di conseguenza, lo specchio, come se fosse un oggetto investito dal peso della ragione, sceglie volutamente di non ricreare la loro parvenza.

La pellicola “Joker” comincia proprio con un uomo che contempla se stesso dinanzi ad una levigata superficie riflettente. Arthur Fleck siede a un tavolo da trucco e guarda dritto davanti a sé. Mira la propria faccia, pallida e triste. Prova, allora, a mutare l’espressione del suo volto accorato, spingendo le proprie labbra verso l’alto, sino alle gote, ma è tutto vano. Non appena cede allo sforzo, la bocca ritorna alla posizione naturale, e dagli occhi scendono giù gocce di liquido trasparente. Per tutta la vita, Arthur non ha vissuto un solo momento di appagamento. Costui arrivò, persino, a interrogarsi circa la propria reale esistenza. Questo dubbio non poteva avere un fondato riscontro, poiché lo specchio seguitava a mostrare la sua forma. Arthur non era un defunto che errava senza scopo, lo specchio, in tal caso, non lo avrebbe riflesso. L’immagine che vedeva nello specchio doveva garantirgli la sua tangibile esistenza ma non gli bastava.

Quella stessa superficie palesava i suoi dolori, li rendeva nitidi, esteriorizzava in modo cristallino i supplizi che egli tollerava giorno dopo giorno e che gli scavavano sempre di più il viso. Arthur cercò, allora, di coprirli con il trucco. Intrise la pelle nel candido cerone, attorno agli occhi disegnò delle lacrime azzurre e cosparse, infine, le labbra di rosso. Arthur si truccò da clown per celare lo strazio, per indossare una maschera comica che potesse occultare la mestizia dell’animo. Lo specchio continuò a rifletterlo, ma della sua fisionomia avvilita non era rimasto che un impercettibile accenno, sepolto sotto l’abbondante uso del cosmetico. Adesso, la faccia gioiosa di un pagliaccio e non più di un uomo disperato veniva plagiata dal freddo materiale sorretto da quel tavolino. A quel punto, Arthur smise d’osservarsi, si rimise in piedi ed entrò in scena.

Arthur è un cittadino qualunque di Gotham City. Giorno dopo giorno, egli si trascina via, lungo strade affollate, schiavo delle proprie turbolenti angosce. Alienato, fortemente disturbato, questi percorre giornalmente una lunga scalinata per tornare nella propria dimora, una sudicia casa situata nei bassifondi della città. Per una sorta di bizzarra e cruda ironia, Arthur soffre di un particolare disturbo mentale che lo porta a scoppiare a ridere in maniera fragorosa ogni qual volta avverte uno stato emotivo di forte tensione. Le sue risate appaiono come una sorta d’incontrollabile riflesso condizionato. Arthur ride freneticamente, senza mai volerlo, tenta di soffocare il proprio insano riso senza poterci mai riuscire. Le risate lo torturano, si stampano sulla sua faccia nei momenti meno opportuni e scompaiono solamente dopo un tempo lungo ed un’attesa estenuante.

  • La salita scenica dalla morte alla vita

Sin dalla più tenera età, Arthur sogna di diventare un comico e di spargere gioia e felicità in tutto il mondo. I suoi sogni, però, sono destinati a scontrarsi con una dura e repressiva realtà. Da che ha memoria, Arthur ha vissuto nella povertà, vittima di una società opprimente che schiaccia i deboli sino a ridurli allo stremo. Arthur, abitualmente, si reca ad incontrare una psichiatra, presso i servizi sociali. La dottoressa, di per sé, non lo ascolta minimamente, sembrando del tutto incapace di comprendere i tormenti che affliggono questo delicato paziente. Arthur ne è consapevole ma riesce comunque a trarre conforto da questi incontri grazie alla possibilità di poter avere accesso a delle medicine, che tengono a bada i suoi disturbi. Tuttavia, quando il governo di Gotham deciderà di tagliare i fondi ai servizi sociali, Arthur si ritroverà completamente solo, privo dell’accesso ai medicinali che frenavano i suoi primordiali impulsi. Il disagio mentale, dunque, si acuirà in lui.

Per settimane, Arthur subisce le aggressioni dei teppisti per strada, patisce le angherie dei colleghi. La rabbia dell’uomo, il livore verso una società assenteista che volta le spalle al cittadino più bisognoso, che calpesta il povero divorandolo mentre giace, inerme, a terra, fagocitandolo in una morsa, si esacerbano nel suo cuore, che continua a battere sebbene non produca più alcun sentimento. A lungo andare, Arthur diviene un essere freddo, distaccato, pericoloso. Egli abbraccia pienamente la “morte” per intraprendere una nuova vita, la sua prima vita. Arthur, che non si era mai sentito vivo, accetta definitivamente l’inesistenza della sua parte umana e rinasce con una nuova veste. Joker vede la luce dal buio di una società sordida. L’omicidio, la perpetuazione della morte, divengono le fonti con cui Arthur attua la propria rivalsa. Da vittima, egli sceglie di assurgere ai ranghi del truce, dell’assassino che perpetra un delitto per un intangibile senso di vendetta.

Ed è proprio un agire vendicativo quello di cui Arthur si farà dispensatore. Una vendetta che troverà sfogo nei riguardi dei ricchi, dei potenti, di coloro che hanno genuflesso gli altri, i più deboli. Joker diventa, così, un simbolo della lotta di classe, un emblema per il ceto meno agiato. Sul finire delle tragiche vicende, il personaggio cardine dell’opera conquista la fama, l’attenzione che tanto aveva agognato, ma in un modo del tutto differente da come, in principio, si era auspicato. Non sarà con il riso, sarà con l’attuazione dell’orrore che egli diverrà popolare. Arthur, infine, non porterà gioia nel mondo ma anarchia, terrore. Dinanzi ad una città in fiamme, preda di un gregge famelico, di una mandria imbizzarrita, Arthur non proverà disgusto, bensì riderà. Per la prima volta davvero. Egli non avrà più bisogno di sospingere le proprie labbra con le dita, sino alla parte più alta delle guance. Gli basterà sporcarsi la bocca di sangue e ghignare sadicamente. Il riso, per lui, sarà, finalmente, una reazione naturale.

Nel crescendo del film, la lenta ed estenuante trasformazione di Arthur in Joker viene inscenata come se fosse una prolungata ascensione piuttosto che una caduta nel vortice della follia. La metamorfosi del protagonista viene celebrata come un trionfo. Quella di Arthur è stata, infatti, una lunga salita verso una vetta su cui nessun altro avrebbe potuto mai spingersi. Con fatica, rantolando, subendo le offese, le denigrazioni, gli insulti, le prepotenze del prossimo, Arthur salirà sempre più in alto. Una volta raggiunta la cima di questa piramide eretta dall’insoddisfazione, Arthur vedrà finalmente se stesso, il proprio vero riflesso nello specchio, ed otterrà la sua ambita libertà. Trasformandosi in Joker, Arthur guadagnerà il culmine della “scalinata”, una scalinata del tutto simile a quella che egli percorreva quotidianamente, la stessa scalinata su cui danzerà, una volta indossate le vesti e assunti i colori del clown, principe del crimine, sulla propria pelle.

In quanto reietto, abbandonato, maltrattato, Arthur inizia la sua storia dal basso, dai ghetti, dalle periferie desuete e dismesse. Lasciandosi andare alla propria follia, accogliendola come l’unica possibilità di esistenza per poter affrontare un mondo oscuro e minaccioso, Arthur giungerà alla sommità del picco, e da lassù vedrà tutta la realtà da una nuova prospettiva; un punto di vista aberrante, in cui la mostruosità combacia con l’ordinaria normalità. Il vortice che trascina Arthur verso la pazzia, invece che farlo precipitare, lo conduce sino all’acme. Pertanto, egli diviene “speciale” una volta mutato in un pazzo omicida, un animatore di folle che fa della violenza la propria arma di seduzione. E’ questa la schiacciante parabola di “Joker”. L’inquietante messaggio che il film rilascia in merito al personaggio ispirato ai fumetti DC Comics viene incarnato dalla metamorfosi di quest’uomo indigente, di questo disagiato trascinato sino allo sfinimento, che rinnova se stesso in qualcosa d’inaspettato, d’orrido, di abominevole.  

  • Gotham City, una metropoli finta

Joker” è un film confezionato a regola d’arte, un grandissimo esempio di cinema. Una produzione coraggiosa, provocatoria, che fa breccia in maniera dirompente, fragorosa, roboante. “Joker” è il frutto di una lavorazione ardita, temeraria, da cui si origina una ventata d’aria fresca in un genere cinematografico divenuto saturo e consueto. Vanta un’interpretazione straordinaria, impressionante, decisamente coinvolgente, una regia notevole, una fotografia estremamente suggestiva: tanti elementi che elevano il lungometraggio su molte altre produzioni contemporanee. Senza alcun dubbio, Joaquin Phoenix convoglia in sé l’essenza dell’intero film. La sua stupefacente, sbalorditiva, dolorosa, conturbante e commuovente resa scenica di Arthur costituisce il nucleo dell’intero lavoro. “Joker” è un film che colpisce, che si appiccica addosso e non si stacca più.

L’ultima fatica del regista Todd Phillips e della Warner Bros è da considerarsi un risultato notevole, eccellente, un prodotto che si regge totalmente sulle spalle infossate, gracili, del suo attore principale. Un’interpretazione magistrale, una regia che omaggia i cult del passato, una colonna sonora da brivido, una scenografia bellissima, una fotografia favolosa, più fredda nella prima parte, quella introduttiva e analitica, più calda nella parte restante, in cui il Joker calcherà il suolo di Gotham col suo incedere rovinoso e letale, sono tutti questi che ho appena elencato i punti di forza di quest’opera, imponente nella sua realizzazione.

"Joker, ritratto in bianco e nero" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Joker” è una pellicola imperdibile, ciononostante non è esente da qualche carenza, da qualche limite, da qualche difetto sparso. Il film si concentra quasi esclusivamente sull’approccio introspettivo. Tale approfondimento psicologico, pur essendo lungo, attento, minuzioso, valevole cede, in alcune scelte, alla banalità, cominciando dal modo in cui i personaggi secondari, coloro che spingeranno Arthur verso l’orlo della pazzia, vengono delineati sullo schermo.

Tutti i personaggi di contorno con cui Arthur interagisce sono monodimensionali, e hanno un solo e comun denominatore: sono tutti cattivi. Quasi tutti i caratteri che Arthur incontra sul proprio cammino lo trattano male, lo aggrediscono. Costoro gli negano aiuto, gli evitano garbo e gentilezza. Ognuno di essi mostra il carattere di un egoista, di un insensibile, di un crudele e di un irrispettoso. Che siano avventori incontrati tra le vie di Gotham, partner di lavoro, oppure presunti amici, essi sono vere e proprie figure malvagie, che non esitano a picchiare, ad insultare, a svilire. Ognuno, a modo suo, finisce per arrecare dolore al protagonista, alimentando in lui la diffidenza e l’avversione verso il prossimo. Non c’è bontà, non c’è affetto, non c’è neppure amore nei cuori dei cittadini di Gotham. Quasi nessuna delle personalità mostrate nel film risulta essere diversificata.

Il cineasta Todd Phillips presenta al suo pubblico un mondo ben preciso, tremendo, caliginoso, cupo, fosco, in cui non vi è alcuna speranza. Un mondo sciatto, una metropoli sozza, colma di reietti, di criminali, di parvenu corrotti, di persone comuni prive di alcuna sensibilità, di politici che perseguono soltanto i propri interessi, di ricchi egoisti, in altre parole: un mondo ricreato ad hoc, finto, estremamente stereotipato.

  • Un padre “mortificato”

In questo scenario così uniformato, così appianato, in cui vengono soltanto rimarcate le differenze tra i poveri ed i ricchi, viene banalizzata la figura di Thomas Wayne, ridotta anch’essa ad un mero stereotipo. Il padre di Bruce è una figura, sovente, citata nella prima parte del lungometraggio, una sagoma incerta che verrà via via presentata e rivelata. Anch’egli viene mostrato come un uomo freddo, egocentrico, aspramente indifferente verso i problemi dei più deboli, praticamente l’esatto opposto di come il personaggio è stato storicamente tratteggiato tra le pagine dei fumetti. Thomas Wayne, il papà del futuro paladino di Gotham, è sempre stato descritto come un uomo di buon cuore. La virtù identificativa dei genitori di Bruce, Thomas e Martha Wayne, è sempre corrisposta all’incondizionata bontà. Ambedue sono sempre stati rappresentati come persone visceralmente buone, attente, prodighe, gentili, perennemente disposte a sfruttare il loro potere, la loro ricchezza, le proprie influenze per supportare i più sfortunati, i bisognosi d’aiuto. Nei fumetti, Thomas e Martha non vengono mai disegnati e caratterizzati come i tradizionali “ricchi” che pensano solo ai propri interessi, i miliardari che covano menefreghismo e senso di superiorità nei riguardi dei meno abbienti.

In “Joker”, Thomas Wayne subisce un netto appiattimento, perdendo tutte le caratteristiche che lo rendevano tanto speciale nella mitologia di Batman e, in particolar modo, nel cuore e nei ricordi di Bruce Wayne. Thomas viene, conseguentemente, livellato, adattato al luogo comune del magnate indifferente, superficiale, dell’uomo disinteressato alle difficoltà della povera gente. Sebbene voglia candidarsi a sindaco per risolvere i gravi problemi che affliggono Gotham, Thomas, nel film, non viene mai inquadrato sotto una luce positiva, al contrario la sua persona giace in bilico tra la superbia e l’arroganza. Ma egli, come già detto, non è il solo ad andare incontro a questo simile fato. Sono tutti i comprimari del personaggio principale a subire tale processo di abbattimento. Per giustificare i cambiamenti di Arthur, per generare il processo di “empatizzazione” tra lo spettatore ed il Joker, il regista ha scelto di rendere gli altri simili ad esseri imperturbabili, spietati, cinici, isolati, creature fatte di pietra, sacrificando l’oggettività, il realismo, e minando, così, il taglio veritiero di una storia che mira proprio ad essere più attinente al “vero” possibile. Del resto, il regista sceglie di raccontare la storia con gli occhi di Arthur, limitando intenzionalmente la parzialità del tutto. Gotham non è quindi facilmente capibile se non per impressioni indeterminate.

  • Le follia di Arthur, da “Taxi Driver” a “Joker

Todd Phillips confeziona un’opera citazionista, un lungometraggio intenso, potente, maestoso, valevole, tremendamente emozionante. Un’opera destinata a divenire una pietra miliare del genere. “Joker” nasce con l’intento di narrare le origini di un antagonista, mostrando, da un punto d’osservazione piuttosto ravvicinato, l’animo, lo spirito, l’interiorità di un uomo malato e tutto il susseguirsi degli eventi che lo hanno portato sul baratro della pazzia. Questa analisi viene condotta con grandi intenti ma, talvolta, finisce per arenarsi nella prevedibilità. La pellicola è permeata da alcuni cliché, è strutturata con schemi già visti ed utilizzati (“Taxi Driver” e “Re per una notte”), da motivi ripetuti, e apporta poco di straordinariamente originale al contenuto se non alla forma.

L’approfondimento psicologico che l’opera esegue sul personaggio di Joker evoca il dramma, lo spasimo, il martirio di una creatura angustiata. Emotivamente, il film genera un senso di commozione, di pietà, d’intenerimento nei confronti del povero Arthur fino a quando, naturalmente, egli non eccede, “tradendo” le proprie vestigia umane per evolversi in un mostro. Le cause che spingono Arthur a cedere alla liberatoria follia omicida vengono scandagliate meticolosamente. I traumi infantili, il senso di abbandono, la solitudine, le speranze disilluse, i tradimenti e gli scherni perpetrati dalle figure di riferimento, la madre e il comico Murray, idolo di Arthur, sono questi appena riportati i fattori scatenanti che piegano le resistenze del povero derelitto. Queste sorgenti che provocano un acuto dolore al protagonista permettono allo spettatore di ben comprendere la desolazione che dilania la mente ed il cuore di Arthur, risultando efficaci ma anche leggermente scontate. Non vi sono risvolti inattesi, eventi inaspettati o circostanze sorprendenti a generare Joker. Sono tutti tormenti prevedibili, traumi pronosticabili, violenze intuibili semplicemente immaginando a priori cosa potesse aver condotto Joker a diventare ciò che tutti conosciamo. Tutto viene trattato con profondità, con attenzione, con rispetto, ma, ad un’occhiata più arguta, si nota come questo tutto sia un qualcosa di sensibilmente significativo ma ugualmente risaputo. Nella sua origine, esposta in una maniera così plateale, il Joker di Phillips perde l’alone del mistero. Pur ricercando un’accurata originalità, il copione plasma un malvagio non prettamente diversificato dagli altri, un ennesimo pazzo divenuto tale perché ingannato dalla madre, abusato nell’infanzia, respinto sul lavoro, obliato dagli altri. In Arthur non si percepisce l’unicità, l’esclusività che ha il Joker fumettistico. 

 “Joker” vuol narrare la gestazione e il parto di un essere perfido, della nemesi di un grande eroe. Ma riesce a mostrare realmente il Joker?

Cos’è che rende Arthur il Joker? Cos’è che differenza questo protagonista da, ad esempio, Travis Bickle, il personaggio principale di “Taxi Driver”, opera basilare a cui “Joker” si ispira nettamente nello stile e nell’esecuzione?

L’evoluzione che investe i due personaggi, Arthur e Travis, è molto simile, tanto da essere sovrapponibile. Entrambi, emarginati, si trascinano, notte dopo notte, fra le periferie cittadine. Via via che osservano la realtà sotto una nuova lente, comprendono gli orrori, le depravazioni di una metropoli malata, repleta di cittadini perversi ed incurabili. Entrambi vengono lasciati soli, condannati ad avere come unica compagnia la loro voce interiore che li tormenta, li agita, li esaspera. L’uno e l’altro hanno facilmente accesso ad un’arma che diverrà il mezzo con cui veicolare il loro odio, il modo con cui incanalare la propria ira. Dunque, facendo le dovute proporzioni, cosa differenzia davvero Arthur da Travis? Perché chiamiamo Arthur “Joker”? Perché ce lo suggerisce semplicemente il titolo? Perché Arthur decide d’appellarsi in tal modo o perché s’impasticcia il viso come un burlone?

Qual è il confine che separa Arthur da Travis? Dov’è la differenza tra i due se non in un semplice espediente simbolico dato dal trucco scenico?

  • Arthur Fleck è il Joker! E perché lo sarebbe?

Cosa possiede Arthur del Joker? Poco, in realtà. Egli è una versione alternativa, realistica, il prodotto di una società deforme, la personificazione di un dramma intimo, di una sofferenza immane che sfocia nell’apatia. Il Joker di Phoenix è un’incarnazione diversificata, adattata alla realtà ordinaria, ma proprio per tale ragione dobbiamo domandarci: cosa rende Arthur il Joker?

Arthur non è il Joker, è un uomo qualunque. Ed è questa la “morale” più spaventosa del film in sé. Tutti noi potremmo essere Joker! Joker è una ferita lacerante che non può essere rimarginata, un trauma insuperabile che libera i mostri interiori. Anche l’uomo comune, il meno adatto, può diventare Joker se va incontro ad una serie di eventi devastanti. Il tutto può consumarsi in una sola, nefasta giornata. E’ una grigia giornata a rompere ogni freno inibitore e a scatenare gli anarchici desideri di libertà.

Persino il Joker dei fumetti viene presentato come un uomo qualunque. Ma, se vi soffermate un attimino a pensare, anche gli stessi supereroi, in genere, sono uomini qualunque: persone ordinarie a cui accade qualcosa di straordinario. Un incidente in laboratorio, un imprevisto, un evento inconsueto trasformano una esistenza normale in un qualcosa di profondamente nuovo. Anche il Joker era un essere come tanti altri. Ma il film “Joker” dimentica una parte fondamentale dell’evoluzione di questo villan: l’incidente. Il tuffo nel vascone contenente le sostanze chimiche è l’elemento di svolta, l’accadimento che segna la vera nascita del Joker. La storia del famoso antagonista non deve essere vincolata a questo episodio, naturalmente. Tuttavia, il Joker non sceglie di truccarsi, il trucco gli viene imposto. Ed è proprio nella deturpazione estetica che il Joker vede la propria nascita. Il suo viso imbrattato, alterato, insudiciato in maniera irreversibile rappresenta la fine, un qualcosa da cui non si può più tornare indietro.

Joker, una volta emerso dalla pozza chimica, scruta il suo riflesso ed impazzisce. In quell’attimo, la vita gli appare come un gigantesco ed assurdo scherzo. L’uomo, disperato, si ritrova con il viso avvolto da una miscela di colori: la pelle è chiazzata di bianco, le labbra di rosso, i capelli di verde. E’ tutto così assurdo e grottesco che il Joker comincia a ridere. Nel proprio riflesso, Joker vede il macabro riso maligno di un destino crudele e beffardo. Per lui, non resta che ridere, che accettare l’ironia della situazione.

Il trucco da clown non è un’opzione vagliata e decisa, non è una pittura da battaglia né un simbolo da competizione, ma è una tragedia che ha mandato in cocci la sua ragionevolezza. Joker avverte la follia dentro di sé, ma è la bruttezza estetica a farlo inorridire, poiché da quella non vi è più scampo. Lo stesso Joker di Heath Ledger, sebbene non avesse davvero il volto tempestato di colori, nutriva un’ossessione per le proprie cicatrici. Esse gli avevano eternato la faccia, l’avevano fermata in un sorriso agghiacciante. Egli pativa una fissazione per le sue cicatrici e, di volta in volta, inventava una storia diversa su come aveva subito tali ferite. Il Joker nasce Joker dal dolore interno, dalla pazzia intima, ma anche e soprattutto dall’orrore esterno mirato sul proprio corpo. Nella sua estetica deturpata, il Joker vede il proprio squilibrio interiore, per molto tempo domato, represso, sopito, fuoriuscire improvvisamente in tutta la sua irruenza. Nel suo volto, bloccato in un ghigno innaturale e costante, Joker ammira l’insania che aveva all’interno e che adesso è trasbordata fuori, attaccandosi con quei colori sgargianti alla sua epidermide.

Al Joker di Phoenix manca questo evento, ciò che rende Joker pienamente Joker: l’aver subito una bizzarra disgrazia fisica. Il Joker di Phoenix non ha il volto stretto in una risata perpetua, sceglie volontariamente di mascherare il proprio viso. Egli non è costretto a diventare Joker, sceglie di esserlo. Ma è la semplice la scelta a renderlo tale?

Il Joker del fumetto subisce questa bislacca sciagura proprio perché la storia di questo criminale vuol suggerirci che non è soltanto un uomo normale a poter diventare Joker. Invero, è un uomo normale a cui succede qualcosa di tremendamente anormale a poter diventare Joker. Un episodio che trasforma un volto comune in una maschera comica partorisce Joker.

Il “giullare” interpretato da Phoenix salta totalmente questo processo di iniziazione. Egli sceglie di diventare Joker truccandosi semplicemente, ma è come se non lo diventasse mai realmente. Questo perché l’ironia sadica del Joker, la sua verve originale, il suo senso dell’umorismo crudele, cruento ma pur sempre artistico, non emergono in lui. Tutte queste distintive caratteristiche che differenziano tale villan dal comune sociopatico, dal semplice “matto”, dal consueto criminale efferato, in quest’ultimo adattamento non vengono affatto evidenziate se non per impercettibili richiami. Il Joker di Phoenix è uno squilibrato, un maniaco, uno psicopatico con una maschera di trucco, così come possono esserlo tanti altri disseminati per il mondo. Mirando l’azione finale del Joker di questo lungometraggio si vede soltanto violenza, torbida, oscura, vendicativa, ma pura e semplice violenza, nient’altro. Ed il Joker è anche di più!

  • L’ironia del clown: “Niente battute?! Sharpy, ma ha letto la mia cartella clinica?

Il Joker di Phoenix è diverso, in svariati aspetti. Questo lo dimostra anche la scelta che il personaggio compie nel selezionare le proprie vittime, i propri omicidi calcolati. Egli uccide chi gli ha mosso ingiuria, chi lo ha offeso, chi è stato scortese con lui. Fredda il proprio idolo, reo di volerlo prendere per i fondelli e risparmia il suo vecchio collega affetto da nanismo, poiché l’unico a non averlo mai deriso. Scelte che poco hanno a che vedere con la glaciale indifferenza del Joker.

Con quanto sto scrivendo non sto, di certo, affermando che il Joker del film del 2019 non sia un vero Joker. Nei fumetti, il personaggio possiede notevoli incarnazioni e non esiste una versione univoca e totale, or dunque l’interpretazione di Phoenix va intesa come un qualcosa di nuovo, d’apprezzare in qualunque caso. Detto questo, la vena scherzosa, beffarda, tagliente resta un elemento che è faticoso non riuscire a trovare in Joker. Quella di Phoenix è certamente una versione degna, riuscitissima, potente, che verrà amata, venerata dai fan e dai cinefili sparsi per tutto il globo terrestre. E’, a mio dire, semplicemente una versione troppo generica, troppo poco fumettistica, talmente realistica da far svanire i caratteri del fumetto da cui il Joker è tratto per divenire un personaggio non più da carta stampata ma solo e soltanto da cinema. Pertanto, un cattivo adattabile a tanti altri film, a tante altre trame, un personaggio che non vanta l’unicità del Joker cartaceo. L’opera finisce, di conseguenza, per creare un cattivo sinistro, lunatico, complesso ed articolato, ma non il Joker nella sua veste classica, conosciuta, iconica.

Il riso misto al terrore, l’ironia miscelata alla paura, la lucidità alla follia, il macabro all’idilliaco: è questo che rende Joker se stesso. Senza la sua inimitabile ironia, il Joker perde la sua caratteristica di base. Sacrificando la burla, l’insana comicità, si perde il Joker. Vi è tanto dolore, tanta rabbia, tanta ira nelle parole proferite dal Joker di Phoenix, ma non vi è nessuna vena macabra nella sua parola, soltanto bile, sdegno, furore. Questo è, in parte, giustificabile tenendo presente che questo film si limita solamente a narrare un inizio, ma non basta. Guardando questo film si vede l’agire di un disagiato, un reietto, di un abbandonato, un disilluso con problemi psichici che trova nella brutalità un modo per potersi sentire vivo. Se questo Arthur non avesse il volto truccato da Joker, perché dovremmo riconoscerlo, indicarlo come tale?

Nella pellicola di Todd Phillips si avverte la paura di far ridere, di usufruire della goliardia del Joker, come se essa fosse una caratteristica che ne mina la serietà, il terrore che il Joker dovrebbe alimentare. “Joker”, fotogramma dopo fotogramma, crea e modella con grande perizia la genesi di un qualunque disagiato, di un qualunque sofferente, sacrificando le restanti caratteristiche di una personalità che è estremamente precisa, iconica ed unica sin dall’esordio. Non vi è ironia, giocosità, spirito nel Joker di Phoenix proprio perché il suo personaggio si attiene con tutte le sue forze ad un taglio realistico. Ma così facendo, la fantasia, l’inventiva, l’originalità del fumetto vengono neutralizzati.

Todd Phillips, pur con tutti gli innegabili meriti della sua eccellente opera, non ha avuto l’audacia che ebbe Tim Burton quando, con il supporto di Jack Nicholson, portò in scena la follia artistica, senza freni, ironica, raccapricciante, funebre eppure ugualmente in grado di strappare un sorriso, del Joker. E’ molto più facile portare in scena la violenza, la perfidia di un personaggio che ricerca solo la vendetta, piuttosto che mostrare un antagonista che, nell’ironia, nel surrealismo ha la propria caratteristica imprescindibile. Anche in un contesto concreto, veritiero, pragmatico, realistico come quello della recente opera filmica sarebbe stato certamente possibile mostrare, sul finale, un Joker sarcastico, irridente, sardonico, caustico nel consumare le proprie atrocità sempre col sorriso sulle labbra. Un Joker che, dal dolore sopportato, avrebbe fatto fuoriuscire il proprio dirompente, insano e fatale buonumore.

Il Joker di Todd Phillips rinuncia alla comicità perché è cosciente di una grande verità: con l’ironia non si anima realmente la folla, la si ravviva, maggiormente, con la cruda violenza.

"Arthur Fleck, il Joker umano" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Considerazioni finali

 “Joker” non è la storia del Joker. E’ la storia di un uomo abbandonato, di un qualunque di noi esseri umani. La sostanza del Joker, la parola del Joker, la sua immagine, non sono che una metafora, un pretesto per immortalare, su di un nastro di celluloide, la tragedia di un ragazzo che voleva diffondere gioia e serenità ma finirà per elargire morte, nichilismo, sovversivismo.

L’opera filmica partorisce un Joker umano, un’allegoria più che un vero carattere. “Joker”, più che un film sul personaggio in sé, è, infatti, da considerarsi un thriller psicologico che usufruisce dell’appellativo “Joker” per estendere la propria analisi all’uomo normale, al negletto, al cane di paglia stanco d’essere vessato. Una volta intuita questa verità, si può affermare, in conclusione, che “Joker” sia un film non rivoluzionario ma ottimamente realizzato, compassato, greve, angoscioso, un tripudio di buonissimo cinema e meriterà gli Oscar che, con ogni probabilità, porterà a casa. Da fan sfegatato della DC Comics ne sarò felicissimo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Stan e Ollie" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ridere è un’aberrazione! Ci fu chi lo credette davvero. Costui sosteneva che il riso fosse un soffio demoniaco, alitato dal diavolo a discapito del comune zolfo. Il riso, seguitava ad affermare tal figuro, è un vento diabolico che deforma il viso degli uomini, rendendoli simili alle scimmie. Eppure, chi contraddì queste bislacche affermazioni rispose che le scimmie non ridono e che il riso è proprio dell’uomo. La burla, lo scherzo, la giocondità, l’ironia sono sinonimi dell’intelligenza, sintomi dell’acume umano. Perché, dunque, denigrare il ghigno, la beffa, la risata? Perché esso, il riso, annienta la paura!

E questo non sarebbe un pregio? Beh, per colui che proferì quelle credenze iniziali tutt’altro. Tutto si consumò centinaia e centinaia di anni or sono, in un’antica abbazia benedettina. Ne “Il nome della rosa” di Umberto Eco, Jorge da Burgos era un bibliotecario cieco. I suoi occhi dalla sclera slavata erano vuoti, spenti, e somigliavano a frammenti vitrei su cui nessun riflesso poteva esser scorto. Il volto di quel monaco era seminascosto da un cappuccio scuro, i suoi denti erano gialli e per la maggior parte mancanti. Egli era austero, freddissimo, malvagio. Ripugnava la giocosità, l’allegria come fossero un male da estirpare. Nessuno, secondo il suo volere, avrebbe dovuto scoprire cosa fosse il riso indotto, l’arte di far ridere spontaneamente con sagacia e abilità. Nessuno avrebbe dovuto rinvenire e sfogliare il Secondo Libro della Poetica di Aristotele. Questo volume giaceva, celato, proprio nell’immensa biblioteca di quel monastero. Fra quelle pagine, avvelenate dallo stesso religioso, il filosofo greco esaminava la Commedia, considerandola come uno strumento di verità, di riflessione.

Invero, non sono pervenute a noi tracce di questo secondo manoscritto di Aristotele. La Poetica del filosofo è, infatti, giunta incompleta, ed essa tratta la Tragedia e l’Epica. Supponendo la tangibile esistenza di questo secondo manoscritto, Eco stese la propria storia. In un passo del romanzo, frate Guglielmo varca la soglia della biblioteca, un dedalo di scale e cunicoli, e trova il libro in questione. Comincia, allora, a leggerlo con molta cautela. In quella breve e rapida lettura, Guglielmo scopre il presunto parere di Aristotele in merito alla Commedia. Essa, al pari della Satira e del Mimo, suscitando il piacere del ridicolo, perviene alla purificazione di tale passione. Come la Tragedia anche la Commedia adempie, dunque, alla catarsi.

Fantasticando sulla possibilità che il Secondo Libro della Poetica riportasse quando è stato ripetuto ad alta voce da Guglielmo, potremmo certamente affermare che, stando al pensiero di Aristotele, mediante l’ilarità, la letizia, l’uomo può giungere a comprendere, a capire il vero, il bello, la vita stessa, magari. Non è, quindi, soltanto con la seriosità, col dramma, con le peripezie proprie della Tragedia che è possibile guadagnare la catarsi. Anche la Commedia, la Grande Commedia aristofanea, permette di ottenere una epurazione. Una purificazione differente, unica, generata dall’idillio gioioso che genuflette l’uggia di una mente crucciata.

Nel secolo in cui Umberto Eco volle ambientare il proprio romanzo, ridere era un’attività proibita, poiché essa abbatteva il timore, e senza il timore non vi era fede. Il tomo occultato con rabbia, con livore, con follia dal bibliotecario, si tramuterà in uno strumento di morte, un artificio contaminato dal monaco. Chi avesse letto le parole di Aristotele sarebbe morto, come se fosse stato redarguito e punito da una fantomatica giustizia divina contraria alla perpetuazione del riso. Jorge da Burgos considerava il potere intriso nell’inchiostro di quel libro estremamente pericoloso poiché, un giorno, quelle parole sarebbero echeggiate, l’ironia sarebbe divenuta una fonte d’espressione consueta che avrebbe portato a ridere di tutto, anche di Dio. Il libro, quel Libro, secondo quanto temuto dall’anziano frate, avrebbe ucciso il credo antico. Una frase, quest’ultima, che risuona simile anche nei versi intonati da un’altra figura religiosa, in un’opera del tutto diversa. Claude Frollo, l’arcidiacono della cattedrale parigina di Notre-Dame, nel musical popolare ispirato al capolavoro letterario di Victor Hugo, esterna la propria paura sull’inevitabile forza del libro, declamando: “La stampa imprimerà la morte sulla pietra, la Bibbia sulla chiesa e l’Uomo sopra Dio”. La scrittura, al di là della Commedia stessa, dà la possibilità all’uomo di ragionare, di riflettere, di studiare, di elevare la propria cultura e non renderla più soggetta al timore reverenziale, alla paura che, nell’antichità, rendeva vana la stessa religione, abbracciata per pavidità e non per vera fede.

Il riso, come già accennato, spezza le catene, rompe il giogo della schiavitù. Quando si ride, quando si è felici, anche per flebili istanti, per pochi attimi d’oblio, di dimenticanza, non si è più prigionieri della mestizia, dell’angoscia, dell’afflizione che è, anch’essa, propria dell’essere umano. Saper ridere è un’abilità che custodisce in sé una virtù, quella di rendere la vita lieta e piacevole. Far ridere, invece, ancor di più, è un talento prezioso che permette di donare felicità e spensieratezza agli altri. Cosa c’è di più generoso che voler far sorridere qualcun altro?

Chi scrive una commedia, chi riesce ad interpretarla, è un dispensatore di gaiezza, di voglia di vivere, in altre parole: un servo di Aristofane. Con la Commedia, noi tutti riusciamo ad allontanare temporaneamente gli affanni, sorvoliamo, per pochi ma rinvigorenti attimi, i problemi che ci assillano, che rimbombano fra le pieghe della nostra coscienza. Senza commedia saremmo perduti, senza il riso saremmo gelidi automi. Aristotele lo sapeva, lo aveva dedotto, pur classificando la Commedia fra i generi inferiori.  La Commedia attua una mìmesis, un’imitazione. E chi emula, quali personalità mima la Commedia stando ad Aristotele? Le persone che valgono meno. Oggi, diremmo i reietti, i non realizzati, gli esclusi, i dimenticati, i disgraziati, i poveri della società. In definitiva: le caricature interpretate da Stanlio e Ollio.

Derelitti, rifiutati, discriminati, in quanti altri modi potevano essere descritti i personaggi di Stan Laurel e Oliver Hardy? Erano i negletti, i respinti da ogni comunità, gli pseudo altruisti, gli ingenui, i sentimentali, i buoni costretti a fronteggiare gli arroganti e i maligni. Stanlio e Ollio erano soli, sempre soli, ma avevano, perlomeno, una grande fortuna: la loro amicizia.

In “Stan e Ollie”, film biografico del 2018 dedicato alla più celebre coppia comica della storia della settima arte, vi è un suggestivo momento, quello in cui Stan Laurel siede al bar di un hotel. Egli se ne resta silente, immerso tra i suoi pensieri. Viene poi raggiunto da sua moglie che lo mira, assorto nei ricordi. Stan tiene in mano un bicchiere di vetro, lo scruta con malinconia. Assorbe l’odore dell’intruglio alcolico, ne coglie il profumo che effluisce ma non lo beve. Stan rammenta il passato e confessa alla moglie l’essenza basica di ogni disavventura di Stanlio Ollio. “Guardi i nostri film e vedi soltanto noi due…” – Mormora il signor Laurel. “Nessuno ci conosce in quelle storie, siamo soltanto noi. L’uno ha solamente l’altro.”  Quanto era vero!

Gironzolavano per le strade, in città, si spostavano di appartamento in appartamento, vagavano tra i viottoli delle montagne. Si recavano in campagna, poi al Congresso dei Figli del Deserto, tra le periferie del vecchio West come fanciullini innocenti, finivano nei boschi, nei cui meandri rimbombava la voce baritonale di un bandito chiamato Diavolo. Erravano continuamente ed erano sempre insieme. Il più delle volte non avevano spiccioli nelle loro tasche scucite, ma potevano contare l’uno sull’altro. Erano miseri nelle vesti ma nobili negli animi. Erano indigenti, ciononostante potevano vantare la ricchezza più grande: una vera amicizia!

In ogni loro traversia, Stanlio e Ollio viaggiavano molto, si spostavano da un luogo ad un altro, cercavano i lavori più disparati per tentare di sbarcare il lunario. Bramavano l’aiuto dei più ricchi, loro che erano tanto poveri. Il copione dell’ultimo film che avrebbero dovuto girare li vedeva collaborare con Robin Hood, nella vecchia foresta di Sherwood. Questa pellicola ideata dal duo ma mai portata a termine viene spesso citata nel lungometraggio del 2018. Per Stan e Oliver il film su Robin Hood rappresentava l’ultima spiaggia, la restante possibilità di poter tornare sulla breccia attraverso il cinema. Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Per tale ragione, il famoso fuorilegge avrebbe aiutato ben volentieri i nostri amici, perennemente squattrinati. Nelle loro opere filmiche, erano pochi i comprimari disposti ad aiutare Stanlio e Ollio, i quali precipitavano sempre e comunque in qualche sorta di guaio. Stanlio e Ollio venivano, così, derisi dai prepotenti, offesi dagli arroganti, maltrattati dalle mogli, denigrati dagli adulti, loro che restavano eterni bambini. Continuavano a non avere nessuno, eppure andavano avanti. Insieme riuscivano a darsi forza. Stan lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Del resto, fu lui a plasmare la coppia nelle sue più impercettibili sfaccettature.

Seduto fra quei tavoli, Stan ricorda la verità: Stanlio non può esistere senza Ollio. In quei giorni, la salute di Oliver era peggiorata e la coppia comica si trovava ad un passo dal congedo. Non avrebbero più riso insieme, non avrebbero più fatto ridere. Con le loro vicissitudini, Stan e Oliver riuscivano sempre a strappare spontanei e coinvolgenti sorrisi. Dopotutto, Stanlio e Ollio incarnavano le “persone che valevano di meno”, ma anche le persone che, nel cuore, nel profondo, valevano di più.

E dunque Stan se ne stava solo al bar, prima d’essere raggiunto dalla propria consorte. Il signor Laurel rimembrava quello che fu, ciò che ancora sarebbe potuto essere. Il canto del cigno era ormai imminente. Dinanzi alla fine, non restava che celebrare il principio, la gloria di una vita trascorsa. Stan non avrebbe mai potuto continuare a lavorare senza Oliver, pertanto anch’egli era prossimo al ritiro. Tuttavia, Oliver lo sorprenderà di nuovo, l’indomani, come solo i veri comici sanno fare, ed invoglierà l’amico a continuare. Lo spettacolo dovrà proseguire.

Il film “Stanlio e Ollio” racconta l’ultimo step di questi ineguagliabili maestri della commedia americana. L’opera tenta di mostrare quello che il pubblico disconosce, inscenando l’ultimo atto della rappresentazione teatrale di questa lunga vita vissuta in coppia. La pellicola trasporta sul palcoscenico ciò che è avvenuto dietro le quinte, oltre la scenografia, al di là dell’occhio della camera. “Stanlio e Ollio” indaga il rapporto intimo tra i due attori, volge l’attenzione verso gli ultimi scampoli del lavoro di Laurel e Hardy e lo fa non mostrando nessuna scena dei loro film più famosi, eccetto una: il ballo registrato per “I fanciulli del West”. Questo per un motivo facilmente intuibile. Tutti noi abbiamo imparato perfettamente a conoscere Stan e Ollie sul grande schermo. Sui loro film non è necessario aggiungere altro che non sia stato già detto. Dunque, tale biopic, volendo perseguire intenti innovativi, sceglie sin da subito di concentrarsi su altro, evidenziando nuovi aspetti, quelli riguardanti ciò che Stanlio e Ollio hanno fatto oltre il regno della cinematografia.

Il teatro, i camerini, le stanze d’albergo divengono i luoghi prescelti in cui si sviluppa quest’ultima storia, quest’ultimo lungometraggio. La quotidianità di Stanlio e Ollio si intreccia alla recita, l’esistenza alla finzione. Sul palcoscenico, i due appaiono giovani, lievi e bravi come un tempo ma non appena il drappo rosso del sipario cala, riemergono le difficoltà, le problematiche di una vita colma di delusioni. La pellicola crea uno splendido equilibrio tra “il vero”, rappresentato dai momenti vissuti lontano dalla scena, e “l’immaginario”, il modo in cui il pubblico vede Stanlio e Ollio sul palco o sullo schermo di un cinematografo. Questi due mondi, sovente, si uniscono.

Di stazione in stazione, Stanlio e Ollio si spostano da una metropoli all’altra, tra momenti di quiete a attimi esilaranti in cui la loro routine fa il verso a quella dei loro personaggi impressi sui nastri di celluloide. A tal proposito, la scena in cui Stan si fa sfuggire dalle mani un ingombrante baule che precipita giù da una lunga scalinata, richiama, magicamente, le sequenze di uno dei loro massimi capolavori: “La scala musicale”. Con Stanlio e Ollio si comprende questa verità: la vita è un teatro ed il giorno non è che un singolo atto.

Stanlio e Ollio” racconta la fine ma parte dall’inizio, o per meglio dire dal “mezzo”. Il sipario si alza all’interno di un camerino. Siamo negli anni d’oro, nel mezzo della loro prolifica carriera. Entrambi discutono del più e del meno, dinanzi a due specchi. I loro copricapi, le loro bombette, sono appoggiate su di un appendi cappelli. I due dialogano, Ollio confida all’amico di aver perduto molti soldi col suo ultimo divorzio, Stanlio, dal canto suo, confessa d’essere intenzionato a mandare al diavolo il produttore Hal Roach per una sola ed emblematica ragione: i film di Stanlio e Ollio incassano milioni su milioni, eppure né Laurel né Hardy beccano un singolo quattrino. In quel tempo, le stelle di Stanlio e Ollio sono tra le più sfavillanti del firmamento hollywoodiano.

Di lì a poco, i due raggiungono il set e iniziano a danzare. Passano sedici anni da quel giorno. Entrambi sono visivamente invecchiati. Ollio è più largo e ben più corposo di prima, Stanlio più spossato. Il cinema, lentamente, si è dimenticando di loro. Per racimolare qualche soldo, ambedue sono costretti ad intraprendere una lunga e stressante tournée. Le platee a teatro, però, sono semivuote. Dopo qualche settimana buia, tutto comincia a cambiare ancora. Il loro talento resta trasbordante, immune al sopravanzare dell’età.

Di teatro in teatro, Stanlio e Ollio tornano a far ridere, ed il passaparola diviene inevitabile. Le persone sparse per l’Europa li accolgono festanti, le sale si riempiono. La gestualità, la pantomima, le cadute rovinose a terra, i canti, i balli costituiscono ancora il cuore del loro repertorio; un repertorio immortale, mai volgare, mai banale, insuperabile. Stanlio e Ollio avevano creato una comicità destinata a non conoscere la resa, e se il cinema li aveva ripudiati, il teatro era il luogo in cui potevano ancora donarsi agli altri.

L’esibizione per un artista è tutto. Lo era per Stanlio, lo era per Ollio. Il biopic, diretto da Jon S. Baird e con protagonisti gli straordinari Steve Coogan e John C. Reilly, analizza questo senso dell’esibizione. Stanlio e Ollio agognavano esibirsi ancora ed ancora, non potevano cedere, arrendersi al tramonto di un’era. Desideravano ardentemente andare avanti, far ridere la gente, interpretare un nuovo film. Eppure, come accaduto ai loro personaggi, accadde a loro stessi nella vita vera: i più forti, i più ricchi, li avevano ignorati e lasciati soli.

Ridere è una cosa seria, tutt’altro che un’aberrazione! Stanlio e Ollio lo sapevano, Stan, in modo particolare. Era sempre serio dietro la sua macchina da scrivere, quando concepiva e imprimeva su carta gli sketch. Ridere e far ridere è una cosa maledettamente seria e difficile. E a Stanlio e ad Ollio non fu mai impedito di regalare la loro ironia, davvero. Nulla poté impedirglielo né l’età né gli studi cinematografici. Il film lo sussurra continuamente, volgendo l’attenzione al teatro, il luogo in cui tanti fortunati riuscirono ad ammirare le performance di Laurel e Hardy. In quelle sale, era possibile ammirare i due comici senza il velo della telecamera, senza il filtro di un occhio meccanico, in modo unico. Ed è proprio un punto di vista nuovo, originale, esclusivo quello che la pellicola ci propone. Essa indugia lì dove nessuno si era soffermato, portando in scena anche il loro complesso rapporto d’amicizia.

Stanlio e Ollio, molto legati e affezionati l’uno all’altro, avevano caratteri e interessi differenti. Fuori dal set, entrambi si frequentavano di rado. Stan era dedito al lavoro, alla cura maniacale del dettaglio. Oliver, al contrario, era amante del divertimento, dello spasso. Le malelingue ipotizzarono addirittura che i due riuscivano ad essere veri amici solamente dinanzi ad una cinepresa.

La vita di Stanlio e Ollio, come ogni vita che merita d’essere vissuta, è stata un continuo oscillare dal dramma alla commedia, dal vero al fantastico. L’ultimo periodo, in particolare, vide incrinarsi il loro rapporto. Il biopic analizza anche quest’ultima questione. Ciò che Ollio fece sedici anni prima, quando era al verde, vale a dire girare un film in coppia con un altro attore mentre Stanlio cercava di strappare un contatto ben più cospicuo con un'altra casa di produzione, gravava come una lesione, una lacerazione che avrebbe potuto strappare e separare definitivamente il duo.

Per settimane, Stanlio e Ollio si esibirono a ritmi frenetici, inseguendo la chimerica illusione di poter ricominciare, di non arrendersi al progredire del fato. Essi volevano guardare al futuro, ma il dolore del passato non si era ancora attenuato, la ferita non si era ricucita. Una sera, si riaprì del tutto. Stanlio e Ollio litigarono pesantemente, rievocando quel triste momento. Nella scena più cruda dell’opera, i due si offendono pesantemente, arrivando ad affermare ciò che alcuni giornali erano soliti dire di loro: che non erano degli autentici amici. In quel triste momento, quando Stanlio e Ollio discutono animosamente, a pochi passi, qualcuno scoppia anche a ridere. Costoro avevano scambiato il tutto per una gag, uno dei tanti siparietti. Il destino di molti comici: essere sempre ritenuti giullari di corte, non avere la possibilità di poter soffrire, non essere considerati come uomini comuni, che sanno quando ridere e quando, invece, poter piangere perché ben conoscono il dolore. Ma Laurel e Hardy non rimarranno lontani a lungo, torneranno insieme, per gli ultimi spettacoli. Le cattiverie che erano state sibilate dalle loro bocche avvelenate, dai loro animi frustrati e inappagati, non corrispondevano alla verità. Né l'uno né l'altro potevano credere in quelle affermazioni espresse oralmente e, pertanto, portate via dal vento con rapidità. Stan e Oliver erano davvero degli amici inseparabili e lo sarebbero stati sino all'epilogo, dalla finzione alla tangibilità.

Tra un cambio di scena e l’altro, Ollio si asciuga il sudore dalla fronte con un fazzoletto, respira affannosamente, cerca disperatamente di recuperare le energie. Stanlio lo sostiene, aiutandolo a rimettersi in piedi. Gli affanni, le stanchezze, le tristi avvisaglie della vecchiaia che deturpano i loro visi spariscono non appena tornano dinanzi al pubblico. La realtà, quella del dietro le quinte, che abbiamo assaporato noi spettatori di questo meraviglioso film biografico si disperde, e torna la finzione, la commedia, quella del palcoscenico, che vede Stan e Ollie festanti, giocherelloni, come se nulla li turbasse mai realmente. E’ questa la magia di un comico manifestata in un sol battito: accantonare la sofferenza per mascherarla con il riso che diffonde altro riso.

Al cospetto di una platea stracolma, Stanlio e Ollio balleranno un’ultima volta. “Ci siamo divertiti, non è vero, Stan?” – Borbotta Ollio.

Certo che sì!” – Replica Stanlio.

L’essenza della commedia viene qui espressa in un semplice scambio di battute: divertirsi e far divertire, sconfiggere, anche per degli ineffabili secondi, lo scoramento dell’animo.

Il film si chiuderà come era cominciato: con un passo di danza. Ollio, grande e grosso, apparirà, sotto i riflettori, leggiadro come una piuma mossa dal vento. Stanlio, così minuto, sembrerà, invece, più grande ad ogni giravolta, come se lui stesso fosse carico di una gioia incontenibile, pronta per essere esternata. In quell’attimo, le luci si spegneranno, lo spettacolo giungerà veramente a conclusione.

Finì quella sera, tra le risate, le gioie, i caldi applausi, i rintocchi strepitanti, i sorrisi. Quel riso che i due comici avevano donato al mondo perdurava sui volti di tutti. Attraverso la commedia in bianco e nero, Stanlio e Ollio avevano scoperto la verità, il miglior modo in cui poter vivere. Essi avevano compreso, carpito, fatto proprio il potere insito nella vera Commedia. Un potere che avvicina ed unisce.

Non vi è cosa più dolce che vedere il volto di chi amiamo mutare, le guance contrarsi, le labbra aprirsi nel generare un sorriso schietto, sincero. Poter ridere è un dono, far ridere un’arte. Non vi è nulla di diabolico in tutto questo. Il riso è proprio un regalo di Dio. Esso avvicina e non divide. Ed infatti, Stanlio e Ollio, sul finale, riusciranno a far avvicinare anche le loro mogli, spesso aspre, discordi e litigiose. Le donne, felici, si terranno per mano, contemplando l’eterea magia di uno spettacolo comico.

Far ridere è il potere più bello, il potere più desiderato, il potere più temuto. Col riso si dà felicità, si può persino fare innamorare.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Ryo e Kaori" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Passi spediti, fiato corto. Una ragazza rantola nel buio, spaventata, per scampare a una banda di malfattori. Esausta, la giovane si spinge fino alla stazione di Shinjuku. Lì, si sofferma dinanzi ad un’imponente lavagna che campeggia, tacita, tra il mormorio della folla. Indecisa sino all’ultimo, la giovane sceglie di chiedere aiuto, scrivendo sulla lavagna tre lettere dell’alfabeto: XYZ.

Ryo Saeba e Kaori Makimura raggiungono la stazione, imbattendosi nella loro nuova cliente, Ai Shindo, modella ed ex studentessa di medicina. Quest’ultima riferisce ai suoi prossimi protettori d’essere perseguitata da un gruppo di loschi figuri, alla ricerca di una misteriosa "chiave" collegata al Moebius, una tecnologia avveniristica a cui il padre di Ai stava lavorando prima d’essere assassinato. Ryo, come da consuetudine, ispeziona la fanciulla con il proprio piglio molesto e ne resta irrimediabilmente attratto. Da lì in poi, l’investigatore cercherà in tutti i modi di conquistarla, bersagliandola di continuo e venendo, prontamente, fermato dalla lesta e vigile Kaori, sempre più delusa, sempre più… gelosa.

Nel frattempo, Kaori viene avvicinata da Shinhi Mikumi, un suo caro amico d’infanzia che vuole intrecciare con lei una relazione romantica. Davanti a questo possibile scenario, Ryo non batte ciglio, per l’incredulità della stessa Ai Shindo, convinta che Ryo provi per Kaori una mal celata attrazione. Una sera, Ryo conduce Ai in un elegante ristorante in cui, a pochi tavoli di distanza, la stessa Kaori sta cenando con il suo spasimante. Ai inizia a scandagliare il suo interlocutore, Ryo, con lo sguardo. Questi è divenuto laconico come non lo era mai stato. Dov’era finita la sua travolgente simpatia? La sua incontenibile voglia di flirtare? Ryo cenava in silenzio con la sua cliente, ma ad ogni insinuazione di lei rispondeva con simpatia. Ai Shindo ne era convita: Ryo provava per Kaori ben più di un semplice interesse amicale. Ma come ha fatto la curiosa ragazza a intuire questa verità?

"Ryo Saeba" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ryo ha sempre fatto di tutto per nasconderlo e, fino ad allora, ci era riuscito in pieno. Con ogni probabilità, la protetta di Ryo scorse qualcosa negli occhi del suo guardiano quando questi rivolse la propria attenzione all’indirizzo di Kaori. Un lampo e, forse, un bagliore d’affetto non adombrato scintillarono nelle sue pupille. Quella sera, seduto al tavolo, Ryo apparve, agli occhi di Ai, nudo, svestito da quella sua giacca azzurra e da quella sua maglietta rossa. Sotto quella sua fisicità statuaria, sotto quella sua espressività bonaria, divenuta, di colpo, fredda, seriosa, severa, inattaccabile, Ryo venne, suo malgrado, smascherato da una “ragazza qualunque” che possedeva la giusta arguzia per vedere oltre le sembianze. Tutto, forse, scaturì dagli occhi dello stesso Ryo. Furono essi a tradirlo? Chi può affermarlo! Ciò che è certo è che l’intera pellicola pone una profonda attenzione al senso della vista umana.

Il lungometraggio “City Hunter: Private Eyes” segna il ritorno del personaggio più celebre e amato partorito dalla fertile matita del maestro giapponese Tsukasa Hojo. Durante tutto lo scorrere dell’opera d’animazione, “gli occhi” assumono un valore altamente simbolico, come già il titolo della pellicola ha voluto suggerire.  Anzitutto, la professione della giovane Ai Shindo, la cliente e nuova protetta di Ryo Saeba, evoca, sin da subito, quanto la vista, intesa come “apparenza” ed “esteriorità”, adempi ad un ruolo preponderante all’interno del film di Kenji Kodama. Ai Shindo è, a tal proposito, una modella. Lei viene fotografata, immortalata giorno dopo giorno, così che la sua bellezza possa essere apprezzata da tutti coloro che desiderano lanciarle sguardi fugaci o occhiate vispe, indiscrete e curiose. Ryo stesso, volutamente, ha sempre dimostrato d’essere superficiale quando si tratta di belle donne, badando soltanto alle apparenze, a ciò che la meraviglia di un corpo femminile può generare in lui, una volta raggiunto dalla sua vista acuta e penetrante come quella di un rapace.

"Kaori Makimura" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

La vista, però, è uno strumento ingannevole, che non sempre riesce a mostrare ciò che vi è oltre l’epidermide. Falcon, a tal proposito, è un personaggio che patisce una lieve forma di cecità ma che riesce a vedere più di quanto la vista comune sia in grado di scorgere. Falcon possiede la delicatezza, la sensibilità, la gentilezza, caratteristiche tipiche degli spiriti di buon cuore, coloro i quali vedono cose che sfuggono a tanti altri. Ryo, a detta dei più, non sembra affatto rientrare nella suddetta categoria di persone. Egli non si dimostra affatto sensibile, tanto meno garbato. Ryo ha il savoir-faire di un corteggiatore incallito, di un seduttore imbranato, dell’amante impertinente, destinato solamente a raccogliere risultati infruttuosi in amore. Kaori lo sa e non fa che chiedersi tutte le volte: “cos’ha che non va?”. Ma Ryo è davvero un epidermico zotico, che bada soltanto all’effimera bellezza, alla vacuità esteriore? Per come si atteggia e per come si esprime sembrerebbe proprio di sì, ma i suoi occhi, non sempre, concordano con ciò che egli fa. “Private Eyes” sussurra questa verità durante tutto il film, sino alla rivelazione finale.

Le labbra possono celare la verità, gli occhi più di rado. Essi tradiscono, a volte senza volerlo. Gli occhi, sovente, esternano sentimenti seppelliti nell’intimità, palesano un interesse, un’attenzione. Gli occhi scrutano e osservano, contemplano ed indagano, e quando vengono guardati, a loro volta, possono rivelare quanto vi è nascosto nel profondo di un carattere, di una personalità. Gli occhi sono la parte più esposta della fisicità di un corpo. Non giacciono occultati da alcuno strato di pelle, essi appaiono così come sono, grandi come lacrime di pioggia. Gli occhi possono essere cerulei come un cielo limpido, oppure agitati come un mare in tempesta, freddi come correnti oceaniche, calorosi come raggi che dardeggiano. In virtù della loro essenza, così pura ed evidente, gli occhi vengono considerati lo specchio dell’anima, poiché rivelano quanto, invece, non fa la lingua.   

"Maki, Mick, Falcon, Miki e Saeko" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters.

Dalla bocca possono scaturire parole saggiamente ponderate prima d’esser pronunciate, frasi misurate, soppesate per negare un’evidenza, per obiettare ad una realtà. Le parole mentono, gli sguardi no, al contrario, rivelano. Ryo usa, spesso, le sue parole per negare il sentimento che prova per Kaori, con le sue labbra non fa altro che sminuire la femminilità della sua amata per innervosirla, allontanarla da sé, così che non possa legarsi totalmente a lui. Le sue parole mentono, i suoi occhi quasi mai.

Ryo, infatti, alle volte si fa sfuggire qualche sguardo sincero. E’ una rarità, ma capita anche a lui. Quando fissa Kaori, negli attimi in cui è ben cosciente che lei non può ricambiare il suo sguardo intenso e prolungato, Ryo smette di vederla come una semplice compagna di lavoro, una coinquilina per cui nutrire null’altro che un tenero sentimento di amicizia. In questi attimi, Ryo mira Kaori con lo sguardo di un uomo innamorato che mai, però, può rivelare il proprio amore.

Ryo ne è consapevole: confessare l’amore alla donna più importante della sua vita significherebbe coinvolgerla completamente, trascinarla in maniera irreversibile nel suo mondo fatto di pericoli e di insidie, costellato da sacrifici e da privazioni. Ryo non avrebbe mai potuto farlo, e per tale ragione è solito “mutare” costantemente i suoi occhi, dosando opportunamente i suoi sguardi. Gli occhi di Ryo non possono davvero mentire, eppure riescono ad occultare. Per allontanare ulteriormente Kaori, ogni qual volta poteva essere il momento opportuno per dichiararsi, Ryo usufruisce delle sue parole. Anche lui sa questa inequivocabile verità: le parole possono ingannare molto più di quanto la vista può percepire.

Giorno dopo giorno, peripezie dopo peripezie, Ryo salva centinaia di belle donne, mostrando tutta la propria impareggiabile audacia e, al contempo, agisce come un perfetto idiota. Corteggia, o per meglio dire importuna qualunque donna gli si pari davanti, con pessimi risultati. Ryo pare avere occhi per ogni donna, tranne per colei che gli rimane sempre accanto. Kaori, in cuor suo, ne soffre. Tutte vengono ammirate dal bel vigilante di Shinjuku, tranne lei. La bocca di Ryo e i suoi sguardi sono sempre riusciti ad inscenare la più dura delle menzogne: negare un vero amore.

Gli occhi di Ryo sono sempre stati molto particolari. Solitamente, essi assumevano forme bizzarre e del tutto esagerate. Diventavano enormi, strabuzzati, fuoriuscivano letteralmente dalle orbite, cambiavano persino contorni, divenendo due grossi cuori rosa ogniqualvolta intravedevano la sagoma di una bella e slanciata figura femminile. Gli occhi di Kaori, invece, erano spesso incerti, esprimevano lo sguardo introverso ma deciso di una donna forte eppur timida, sicura sebbene fosse indecisa. Anche gli occhi di Kaori sapevano mutare “aspetto”. Diventavano rossi, accesi di rabbia, infuocati come una vampa ardente tutte le volte che Ryo si trovava ad un passo dallo scocciare ed infastidire una giovane ragazza. A quel punto, Kaori era solita lanciare all’uomo un’occhiata assatanata che preludeva ad una furia punitiva dal sapore vendicativo.

Tutte le volte, Ryo incassava di buon grado l’ira violenta della sua fedele compagna. In cuor suo era consapevole d’essere nel torto, sapeva di dover essere castigato. In fondo, nei suoi occhi, da cui sgorgavano copiose lacrime di dolore, vi era l’impercettibile segno della felicità. Ancora una volta, Kaori lo aveva scambiato per un inguaribile mascalzone, ancora una volta lo aveva ritenuto un incorreggibile maniaco, ancora una volta non aveva notato la vera luce negli occhi, il vero sguardo, con il quale lui era solito osservarla realmente.

In “City Hunter: Private Eyes” vi è un momento in cui Ryo sta per cedere, e i suoi occhi sono sul punto di raggirarlo. Kaori indossa un abito nuziale e se ne sta dinanzi a lui, agghindata come una splendida sposa. Lieta, la donna, ingenuamente, domanda all’uomo come la trova. Al che Ryo, dopo qualche attimo di smarrimento, borbotta: “Per me sei sempre la stessa!”. Una risposta che, neanche a dirlo, manderà su tutte le furie la povera collega. In questi attimi, Ryo manca, nuovamente, di sensibilità, di tatto. Così sembra… ad una prima occhiata. Se solo Kaori sapesse quanta verità vi è in quelle parole pronunciate in modo sibillino.

Nella sua lunga investigazione, Ryo scoprirà che il Moebius è un sistema operativo che contiene il segreto per la creazione di armamenti di ultima generazione atti ad essere comandati con il pensiero. Nella pericolosa faccenda vi è coinvolto lo stesso Shinhi, che vuole appropriarsi del Moebius. Il sistema si attiva soltanto con lo sguardo di Ai, ecco perché la fanciulla è bramata dai criminali. Il padre, prima di perire, volle fare in modo che questa rivoluzionaria quanto letale macchina che fu costretto a realizzare funzionasse soltanto con gli occhi della sua bambina. Nelle intenzioni del padre, gli occhi innocenti e buoni di una futura dottoressa quale sarebbe diventata sua figlia, non avrebbero mai attivato davvero quella diabolica creazione. Fu questa l’ultima, disperata mossa attuata dal costruttore del Moebius: affidare ai dolci occhi della figlia il destino dell’umanità.

Ryo, scoprendo tutto, verrà coinvolto in un’ardua battaglia per fermare i propositi di un’oscura organizzazione paramilitare, che è pronta a padroneggiare il Moebius per scatenare una guerra lungo tutto il globo.

City Hunter: Private Eyes” non si limita ad analizzare il modo in cui i personaggi si “osservano” tra loro, ma espande il concetto di “sguardo” e di “osservazione” a tutti i propri spettatori. Sono trascorsi molti anni dall’ultima apparizione del giustiziere di Shinjuku, e voi, cari spettatori, come continuate a vederlo? E’ questo l’interrogativo che, sommessamente, il lungometraggio vuole rivolgere a tutti i fan di City Hunter. “Private Eyes” è un film pensato per gli storici appassionati di “City Hunter”, sta a loro giudicare il ritorno, l’ammodernamento di questo intramontabile manipolo di eroi.

City Hunter: Private Eyes” è un lungometraggio ben fatto, che non può deludere ogni vero fan. I riferimenti estrapolati direttamente dal manga, come la presenza del Professore, o l’uso che lo stesso fa dell’appellativo “Baby face” nei riguardi di Ryo, faranno sorridere ogni appassionato. L’opera filmica vanta, inoltre, una colonna sonora ricca di tutte le tracce più famose della serie originale.

Le sequenze comiche, le scene d’azione, i combattimenti avvincenti condotti da Falcon e Ryo, i sentimenti e le emozioni provati dai personaggi, perfettamente amalgamati tra loro, rendono “Private Eyes” una pellicola riuscitissima. Anche il cameo delle tre sorelle, Occhi di Gatto, risulta essere suggestivo seppur nella sua brevità. “Private Eyes” riprende lo stile dell’anime, trasportando il tutto in un’epoca più moderna. L’atmosfera originale non viene mai smarrita, amalgamandosi perfettamente all’ambientazione odierna. Guardando “City Hunter” è possibile accorgersi di come esso non sia invecchiato affatto, e perduri a mostrarsi sgargiante, originale, coinvolgente come un tempo. Per noi, i suoi fan, City Hunter è sempre lo stesso!

"Ryo e Kaori" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Private Eyes” è un lungo e nostalgico omaggio al passato, un tributo che, come nello stile di Tsukasa Hojo, non conduce ad un vero rinnovamento e non volge verso alcun finale definitivo ma che, come in ogni altra opera del mangaka, lascia il futuro incerto, aperto, come se nulla, mai, cambiasse e finisse del tutto.

La storia d’amore tra Ryo e Kaori, anche in quest’ultima avventura, sarà destinata ad arenarsi ancor prima di sbocciare, a celarsi dietro una parola non detta e uno sguardo spezzato. Ryo e Kaori saranno sempre destinati a non rivelare mai davvero i loro sentimenti, nascondendosi dietro un’imperturbabile maschera, fatta di litigi ed incomprensioni.

Sul volgere del finale, prima che le note di “Get Wild” risuonino come un’eco ben distinta, Ryo spazzerà ogni dubbio e proferirà silenziosamente la sua verità: per lui, Kaori, vestita da sposa, era davvero sempre la stessa, ovvero una donna bellissima. Kaori per Ryo è sempre se stessa, eternamente splendida come una gemma prossima a fiorire. Sarà questa una confessione sentita, schietta. Le parole candide di Ryo combaceranno, finalmente, con i suoi occhi cristallini.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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