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"Batman, Catwoman e il Pinguino" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Nascita

Tutti i rampolli dell’alta società di Gotham vestivano con frak neri, papillon e camicie bianche, camminavano in gruppi numerosi con andature preimpostate, talvolta goffe, somigliando a pinguini imperatori su scivolosi ghiacciai. Il ricco Tucker Cobblepot non era diverso da questi! Una sera, se ne stava immobile davanti alla grande finestra del salone. Il suo sguardo verso l’esterno sembrava volesse ricercare, tra i candidi fiocchi di neve, una tanto agognata serenità. Sebbene apparisse distinto, la sua faccia non riusciva a nascondere l’inquietudine che lo attanagliava. Se il portamento del nobiluomo non suggeriva più del dovuto, i suoi occhi smarriti continuavano a tradirlo. Per stemperare l’intollerabile tensione, il magnate fumava una sigaretta infilata nel suo bocchino, mentre con l’arcata superiore dell’occhio sinistro stringeva il solito monocolo. D’un tratto, egli avvertì l’urlo straziante della moglie. Ester si trovava nella stanza adiacente il soggiorno, e stava dando alla luce il loro erede, Oswald. La prima a sgattaiolare via da quella camera fu una sconvolta infermiera. La seguì il medico, coprendosi il volto con un fazzoletto di stoffa. Tucker corse dalla moglie, e quando la raggiunse si lasciò andare ad un grido di disgusto. Ester stava bene, ma il nascituro era spaventosamente deforme. Nel periodo natalizio, il bambino giaceva rinchiuso all’interno di una gabbia nera, per via dei suoi atteggiamenti aggressivi. Orripilati dal concepimento del loro primogenito, e addirittura spaventati dalla sua violenza, i genitori meditarono un piano per sbarazzarsi della creatura. Si incamminarono in una fredda serata invernale alla volta di un parco in cui, un tempo, sorgeva uno zoo. Tutt’e due mandavano avanti la carrozzina dentro la quale riposava, come in una oscura prigione, l’ignaro neonato. Quando furono in prossimità di un ponte, gli sposi incrociarono un’altra coppia, intenta anch’essa a passeggiare per strada sospingendo una carrozzina bianca.

Il regista inserisce questa famigliola per un breve passaggio e, altrettanto fugacemente, la fa sparire. Ma chi erano costoro? E se fossero i Wayne con il loro neonato Bruce? Non c’è dato sapere con certezza, e se, per questioni d’età, Oswald e Bruce si sarebbero potuti incontrare appena nati. Resta ancora oggi suggestivo il mistero circa questo strano incontro. Bruce e Oswald, i futuri Batman e Pinguino, nella visione del cineasta hanno in comune più di quanto credano. Se la storia non fosse andata così come stabilito dall’opera filmica, Bruce e Oswald, rampolli della nobiltà Gothamita, avrebbero frequentato i medesimi ambienti e, pertanto, si sarebbero conosciuti in tutt’altre vesti. Un fato imprevedibile, sin dalle origini, ha voluto, tuttavia, snocciolare un futuro diverso per i due, destinati a scontrarsi come acerrimi nemici. Oswald era una prole ripudiata, dominata da un destino terribile che lo ha voluto orripilante nell’aspetto e nel carattere, Bruce, invece, era un figlio adorato, la cui sorte avversa lo ha scelto come testimone inerme di un omicidio in una drammatica notte, quella in cui persero la vita i suoi cari.

Tucker e Ester sganciano il vano culla dalla carrozzina e, senza apparenti remore, gettano l’infante nel fiume così che possa morire per il gelo. Sconvolti, i due si soffermano ad osservare il particolare involucro che, trascinato dai fluttui, scompare nei bui cunicoli delle fogne. Come accadde a Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo, “Notre-Dame de Paris”, Oswald venne abbandonato per la sua bruttezza e per la sua inaccettabile diversità. La ricca e blasonata famiglia dell’antagonista del lungometraggio, così come è stata ideata da Tim Burton, si contrappone all’umile famiglia di gitani a cui apparteneva Quasimodo, l’uomo formato a metà, così come crudelmente era stato soprannominato da Claude Frollo, arcidiacono della Cattedrale parigina.

Il destino di Oswald è dunque offerto al volere delle acque, un accadimento che rievoca il racconto biblico di Mosè, anch’egli affidato alle correnti del Nilo dalla madre Jocabel. Parallelismi simili che però dipanano un’intenzionalità contraria: se Mosè era stato lasciato per essere salvato, Oswald viene abbandonato per essere obliato.

Invero, la culla del piccino viene dondolata dalle putride acque fognarie fino ad una grande caverna sotterranea del “Mondo Artico”, luogo in cui ha trovato asilo una colonia di pinguini, ultimi superstiti della sezione antartica del dismesso zoo cittadino. I pinguini rinvengono la “cesta” con il nascituro, adottandolo come fosse un cucciolo della loro specie.

"Batman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Solitudine

33 anni dopo gli eventi fin qui narrati, Gotham City è sotto la protezione di Batman (Michael Keaton), vigilante mascherato e paladino della metropoli. A turbare la ritrovata quiete della città sono le voci riguardanti gli avvistamenti del “Pinguino”, un misterioso essere mezzo uomo e mezzo uccello che si cela nelle fogne.

Molteplici sono i riferimenti religiosi che possono essere colti nel film di Burton. Oswald nasce nella stagione natalizia, un periodo in cui la religione cristiana celebra la venuta al mondo di Gesù.  Oswald (Danny DeVito), conosciuto con lo pseudonimo di “Pinguino”, torna nella sua città natale quando ha compiuto il trentatreesimo anno di vita. Un’età straordinariamente simbolica per la fede cattolica, poiché richiama l’ultimo anno d’esistenza terrena del Messia. Questi interessanti elementi fanno sì che la figura del Pinguino si presti, con le dovute proporzioni, ad una rilettura “mistica”, tanto da poter essere considerato il “profeta” di una nuova razza, in cui l’umanità e la bestialità animale si mescolano in un agglomerato raccapricciante.

In un imprecisato momento della sua vita, Oswald venne assoldato come fenomeno da baraccone. Raggiunta l’età adulta, il “freak” aveva il seguente aspetto: era un uomo tarchiato e informe, per di più calvo, anche se dalla sua nuca scendevano lunghe ciocche di capelli neri, unti e sudici. Un vistoso naso aquilino, appuntito e spiovente come il rostro di un grosso rapace, era la prima cosa del suo volto a balzare all’attenzione. I denti erano neri come la pece, e le sue mani avevano soltanto due dita, poiché le restanti tre si erano fuse insieme, formando una sorta di pinna.  Il suo incedere era dinoccolato e dava la sensazione d’essere affaticato: in tutto e per tutto egli assomigliava ad un Pinguino. L’aspetto designato per l’antagonista del film fu accuratamente ideato e realizzato sui connotati fisici dell’attore Danny DeVito attraverso un impegnativo lavoro di trucco. Burton voleva creare un cattivo grottesco e agghiacciante, sociopatico e terrificante, un personaggio che venisse odiato ma che, inaspettatamente, potesse anche essere compatito. La deformità del Pinguino non riguarda solo l’aspetto fisico ma anche la mente e parte del suo cuore. Oswald è tanto mostro esteriormente quanto interiormente, peculiarità che più lo differenzia dal Quasimodo di Hugo. Nel corso della sua esistenza, il Pinguino sviluppò una bizzarra ossessione per i “para-pioggia”. La sua nutrita collezione di ombrelli può essere considerata alla stregua di un arsenale, poiché il Pinguino nel tempo li ha modificati, trasformandoli in micidiali armi.

La prima apparizione di Bruce Wayne nella pellicola lo mostra trattenersi, insonne, nel suo studio. Il volto è sperduto, l’espressione corrucciata e la mano è posizionata all’altezza del mento, come se volesse rimarcare la riflessività del momento. Bruce è un pensatore e, in quegli attimi, egli sta scorrendo il suo passato. In fuggevoli attimi di ripresa, Keaton ha la capacità di esternare il tormento interiore del suo Batman, conturbato nel rimuginare. Il Bruce Wayne di Michael Keaton dorme di rado: di questo ne avevamo avuto un assaggio già nel precedente capitolo “Batman” del 1989. Dopo la notte trascorsa con la fotoreporter Vickie Vale, il protagonista faticava a prender sonno, e preferiva scacciare gli incubi vissuti ad occhi aperti temprando il proprio fisico con gli allenamenti. Anche in “Batman Returns”, cogliamo questa tensione silente, un’angoscia che tiene l’eroe in uno stato di allerta e di isolamento.

Selina Kyle (Michelle Pfeiffer) è un’impacciata e sciatta segretaria alle dipendenze di Shreck. Vive sola nel suo appartamento e possiede un gatto come animale da compagnia. Selina è gentile e premurosa in una realtà urbana infingarda e cattiva. La tragica morte per omicidio a cui andrà incontro, e il soprannaturale evento di resurrezione che la riporterà in vita, muteranno il carattere della donna la quale, una volta rientrata in casa, perderà il controllo di se stessa e distruggerà ogni elemento della propria casa che le ricordi la parte più pura, infantile e sognante della sua vita.  Selina strapazza e annienta i suoi peluches, imbratta col colore le magliette più “giovanili” del suo guardaroba, distrugge la casetta delle bambole che aveva sin da bambina per poi cucirsi un aderente vestito nero. Nasce da un parto violento e liberatorio Catwoman, l’essenza più incontrollata, tumultuosa, vendicativa e sensuale di Selina Kyle.

Batman, il Pinguino e Catwoman, sono, a loro modo, soli, incompresi, tormentati e nevrotici. Se Bruce ed Oswald personificano il bene e il male, Catwoman oscilla pericolosamente in ambedue i lati, incarnando un equilibrio instabile di luce e oscurità.  E’ interessante notare come i tre protagonisti corrispondano, nei loro alter-ego, ad animali: il pipistrello, il gatto e, per l’appunto, il pinguino.

  • Sospetto

Oswald, dopo aver scoperto la propria identità, ha l’intenzione di scalare le vette del potere municipale sino a ridurre la città di Gotham in cenere. Shreck prepara un accurato piano per riabilitare agli occhi dei cittadini-votanti la figura del Pinguino, aspirante sindaco di Gotham. “Batman Returns” mostra con quanta facilità possa essere manipolata l’opinione pubblica mediante un’orchestrata comunicazione politica basata sulla propaganda con l’ausilio dei media televisivi, i quali possono modellare ad arte, come argilla fresca, un’immagine distorta della realtà. Il Pinguino si presenta come il candidato perfetto, e attorno alla sua persona fa sì che si palesi l’alone astratto ma percettibile di un uomo umile, privato dei diritti che gli spettavano dalla nascita, orrido ma dal cuore d’oro. Sfoggiando un look in stile vittoriano, con frak, cappello a cilindro e monocolo, il mostruoso “uomo-anfibio” si trasforma in un “gentiluomo” raffinato, una mutazione che i giornali paragonano all’evoluzione del brutto anatroccolo in cigno.

Batman segue preoccupato l’ascesa al potere del Pinguino e nutre dei grossi sospetti. Già prima di quei giorni, una notte, l’eroe si era recato ad osservare l’agire del losco figuro, occupato a raccogliere informazioni sui primogeniti di Gotham con il “pretesto” di ricercare le proprie origini. La scena che vede Batman procedere con la batmobile durante una copiosa nevicata non è soltanto fascinosa ma didascalica circa le abilità intuitive del supereroe. In questa sequenza emerge infatti l’acume fine e il prodigioso intelletto di Bruce, il quale sospetta correttamente di un reo. La sfida a distanza tra il cavaliere oscuro e il Pinguino è appena cominciata.

"Batman e Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Passione

Tra il crociato incappucciato e la donna dai poteri felini si consuma, nelle lunghe notti di Gotham, una tormentata relazione passionale che vede l’amore e l’odio fondersi in un connubio torbido e divorante. Parallelamente alla relazione intrecciata nelle loro vesti mascherate, i due, senza conoscere le rispettive identità segrete, iniziano a frequentarsi anche come Bruce e Selina in pieno giorno. Passando dalla mattina alla sera, oscillando dalla luce all’oscurità, dal viso scoperto a quello nascosto da una maschera, in “Batman Returns” verità e inganni, segreti e bugie perpetrati dai due amanti s’intrecciano in una mescolanza separatoria eppure indistinguibile. Sia nelle loro vesti comuni di uomo e donna, sia nei loro panni di vigilatori in costume, la fatale attrazione che lega i due innamorati non fa che attanagliarli in un gioco distruttivo, dominato da un impeto carnale che sfocia in un erotismo selvaggio. Basti notare il costume della stessa eroina che evoca l’immagine di uno stringente e provocante abito sadomasochistico. Persino la frusta, l’arma utilizzata dalla donna per colpire e ferire Batman in uno dei loro interminabili duelli, richiama un tipo di arnese prestato a fini sessuali.

Il cavaliere oscuro e la “gatta ladra” si odiano e si amano, si perdono e si cercano, combattono senza esitazione nelle sommità dei grattacieli e poi cedono tanto da scambiarsi un intenso bacio sotto il vischio, dando consistenza e vigoria ad un rapporto in cui la violenza non è altro che un riflesso del desiderio, ed un colpo sferrato in combattimento risulta essere la richiesta disperata di una tenera carezza.  Contrariamente a ciò, tra Bruce e Selina, (attenzione non tra Batman e Catwoman), il rapporto appare più cristallino, poiché si instaura un amore che rappresenta quanto di più umano e speranzoso essi possano esprimere, quando non sono più schiacciati dagli obblighi imposti dai mantelli e dalle maschere. Durante un ballo in maschera, i tormentati amanti si incontrano per concedersi un lento. Proprio in tale contesto, essi rivelano la loro reciproca identità. Nella circostanza in cui tutti indossano un costume mascherato, Bruce e Selina colgono l’occasione per sdrucirselo di dosso vicendevolmente.

Se Batman e Catwoman sono obbligati a scontrarsi pur bramandosi, Bruce e Selina potrebbero riuscire a conquistare un futuro insieme. A tal proposito, togliendosi la maschera, sarà proprio Bruce ad implorare Selina, anch’ella strappatasi di dosso il suo “cappuccio”, di seguirlo nella sua casa, dimenticando il peso dato dalle rispettive controparti. Nei loro aspetti “umani”, entrambi ricercano un futuro insieme salvo poi dover rinunciare ad esso con totale frustrazione.

  • Abbandono

Varie e ambiziose erano le aspirazioni del Pinguino, ma, come un uccello che non può volare, egli non poté levarsi da Terra e raggiungere ciò che più agognava. Oswald dovette desistere dai suoi propositi quando Batman riuscì a smascherare le sue malefatte pubblicamente. Respinto dai cittadini di Gotham, isolato da Shreck, Cobblepot tornò al suo covo, meditando vendetta. Il suo efferato piano è pronto ad essere attuato: la cattura e l’assassinio di tutti i primogeniti della città, così da far pagare loro la “fortuna” d’essere figli di una famiglia che non li aveva dimenticati. Sarà nuovamente Batman a sventare i suoi intenti e a fermarlo poco prima che lo stesso Pinguino trovi la propria fine.

La scelta dell’antagonista di voler uccidere i primogeniti costituisce un ennesimo metro di paragone con il racconto biblico dell’esodo. La decima piaga d’Egitto scatenata da Mosè prevedeva, infatti, la discesa sulla Terra dell’Angelo della Morte, che avrebbe sottratto la vita dal corpo dei primogeniti dell’Egitto.

Il Pinguino era un essere cattivo, brutale e insensibile, ma allora perché negli istanti in cui procede lento, e seguita a trascinarsi nel suo stesso sangue, la musica malinconica e lo scorrere delle immagini riescono a far commuovere con una simile efficacia? Forse perché il Pinguino era un mostro di origine controllata, solo e malato, che fu abbandonato in egual maniera quando nacque così come quando morì. Lo avevano lasciato i genitori, lo aveva lasciato il morente Shreck, anche i membri del triangolo rosso scelsero, alla fine, di voltargli le spalle e scappare dalla sua crudeltà. Soltanto i pinguini rimasero con lui fino a che non esalò l’ultimo respiro. Gli stessi, procedendo insieme, spinsero il corpo di Oswald verso l’acqua, laggiù dove sarebbe dovuto morire quando non era che un bimbo in fasce. Come un corteo funebre, sotto gli occhi di Batman, i pinguini, anch’essi dimenticati dagli uomini quando lo zoo venne abbandonato, danno al loro simile l’addio in quel sepolcro acquatico. Forse Oswald aveva ragione quando disse che non era un uomo, ma un animale a sangue freddo visto che solo il regno animale lo aveva accettato.

La morte del Pinguino è una scena triste, che suscita nel cuore degli spettatori una silenziosa, commuovente e mostruosa compassione.

  • Fine

“Batman Returns” è il film più cupo, triste e drammatico mai girato sul cavaliere oscuro. La regia ispiratissima di Burton e la maestria interpretativa degli attori, tutti in stato di grazia, hanno permesso alla pellicola di fregiarsi dello status di cult.

Il secondo ed ultimo Batman Burtoniano mostra, negli ultimi scampoli del proprio corso, Bruce, separatosi da Selina, nel mentre ammira dal finestrino della sua auto il freddo ma sereno paesaggio di una Gotham innevata. E’ Natale, e ancora una volta l’unico “mostro” che ha scelto di non farsi corrompere e avvelenare dalla mostruosità della crudeltà umana continua a vegliare sulla città. Si tratta proprio di Batman, l’unico e solo eroe in grado di ergersi con razionalità sull’aberrazione. Tutto d’un tratto il batsegnale brilla nel cielo, richiamando l’arrivo del Supereroe, sotto lo sguardo vigile di Catwoman.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Sophie e Howl" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Hayao Miyazaki è un poeta atipico, poiché non trascrive i propri versi su carta; le sue rime, che siano baciate, alternate o incatenate, non appartengono al linguaggio classico della poesia. Le fiabe del grande maestro dell’animazione giapponese, intrise di una forte componente poetica, vivono nell’arte sequenziale del disegno, mediante il movimento di una tavola tratteggiata e colorata nei dettagli. Eppure, esse mantengono una raffinatezza stilistica e una potenza espressiva paragonabile all’intima, spesso inconfessata, spirituale e recondita suggestione sentimentale recata da un componimento scritto. La poetica di Miyazaki si articola con metafore visive, con figure retoriche che assumono i contorni di sequele d’immagini in successione, le quali sono in grado di evocare le interpretazioni personali degli spettatori circa i più disparati artifici della vita umana. L’arte di Miyazaki va osservata ed interpretata nel nostro “io”. Il suo cinema è costituito da simboli traslati, ardui da poterli descrivere, tanto la pregevole tecnica di questo artista va contemplata, solo di rado spiegata. Tuttavia, Miyazaki non è soltanto un impareggiabile autore, è anche un “cercatore”. Nel corso della sua pluripremiata carriera, egli ha ricercato, individuato e voluto con profondo desiderio una “nuova storia” da poter trasporre secondo il proprio tocco magico. Così, ad esempio, fece quando volle dar vita al trascorso della giovane Sophie e di un mago conosciuto con il nome Howl. Miyazaki, traendo spunto dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones, realizzò nel 2004, sotto il titolo “Il castello errante di Howl”, uno dei suoi incantevoli capolavori.

Nelle prime sequenze del lungometraggio vi è un costante movimento, un moto incessante e perpetuo che vivacizza la città in cui vive e lavora la dolce Sophie. Il treno, puntualissimo, procede a grande velocità, sferragliando sulle rotaie. Sophie lo nota quando siede al tavolo da lavoro nella sua modesta cappelleria, intenta a cucire gli ultimi scampoli di stoffa di un elegante cappello. Non è il rumore del convoglio ferroviario a distogliere, anche per un istante, la sua attenzione, e neppure la nuvola di fumo nero che la possente locomotiva si lascia alle spalle.  Nelle strade, automobili e carretti precedono senza sosta, come in una sfilata. Sophie osserva la frenesia dello scorrazzare cittadino restando affacciata a bordo di un tram. La vita fino ad allora per Sophie era tutto un irrefrenabile movimento da guardare, una processione di macchine, mezzi di trasporto pubblici, e navi da battaglia pronte a lasciare i loro porti per addentrarsi nelle acque dove si sta consumando un gravoso conflitto. Che sia sulla Terra, sul mare o nel cielo, dove le forze dell’aeronautica si stanno dipanando, si registra un movimento senza fine.

In lontananza, verso l’orizzonte, è possibile mirare l’incedere di un errante castello, la dimora di Howl.  Bizzarro da credere, ma quel castello cammina davvero! Ha quattro grandi piedi metallici, o zampe se preferite, con cui avanza mantenendo un passo spedito. Howl è un mago, e la sua casa possiede movenza perché è sotto una sbalorditiva magia, pensano i più. Sono tutti dello stesso avviso? Chissà, forse i più razionali, così come i meno inclini a confidare nel fantastico, troveranno una spiegazione logica al tutto: si tratta, borbotta qualcuno, di una stupefacente ma pur sempre comprensibile meraviglia dell’ingegneria! Del resto, negli anni in cui si svolge la storia, l’ingegneria bellica aveva compiuto passi da gigante. Sono stati, infatti, costruiti aerei in grado di sganciare bombe con estrema rapidità, e sono sorte corazzate dal tonnellaggio mastodontico, sempre più difficili da attaccare e abbattere. Cosa vuoi che sia edificare persino un castello in grado di scorrazzare su e giù per le colline?

Il castello di questo fantomatico mago sarà una nuova testimonianza del progresso tecnologico? Non proprio, e anche i più scettici dovranno ricredersi: il castello di Howl si muove per magia e con la magia!

Sophie è da poco uscita dal suo negozio, e si sta recando a fare visita alla sorella minore, Lettie, quando viene importunata da due guardie della gendarmeria, presenti in quei luoghi per l'imminente guerra. Quel “movimento” incessante che caratterizza l’inizio dell’opera trova la propria sublimazione nella prima apparizione di Howl, il mago dai biondi capelli, che salva la giovane Sophie, tirandola via dalle strade e portandola in alto, a volteggiare nel cielo. Sotto i loro piedi, nella grande piazza della città, ha luogo un esaltante ballo. Tra le nuvole, accompagnati da alcuni passi musicali, Howl fa “danzare” la giovane Sophie, fino a portarla giù e scomparire. Tra i tanti movimenti confusi e alienanti della monotonia urbana rappresentati da Myazaki, il movimento più puro è quello concepito dai corpi dei protagonisti che ballano. Howl regge Sophie con le braccia ed entrambi, ondeggiando le gambe nell’aria a ritmo di musica, simulano una camminata armonica su di un terreno invisibile.

La tenera ragazza resta rapita dall’estro del giovane mago e se ne innamora perdutamente. Durante la sera, la giovane riceve la visita della Strega delle Lande Desolate, la quale, gelosa per le attenzioni che Howl ha mostrato nei riguardi della graziosa venditrice di cappelli, la maledice, trasformandola in una vecchina. Sophie, con l’aspetto di una persona attempata, intraprende la più grande avventura della sua vita per ritrovare Howl. Così, raggiunta la vetta di una collina, riuscirà a varcare la soglia della casa di Howl. Nel tragitto per raggiungere il semovente castello, Sophie è stata coadiuvata da uno spaventapasseri senziente, capace di procedere a saltelli, irto e saldo sul suo bel supporto legnoso. Quello che sembra essere un bislacco spaventapasseri invece di compiere il dovere per cui è stato creato, ovvero quello di “spaventare” i volatili, si presta, con buona volontà, ad aiutare una vecchietta bisognosa di soccorso.

La protagonista si ripresenta ad Howl con le vesti di una donna lacera e dimessa, curvata dal tempo e dalla fatica, il cui volto martoriato dalle rughe suggerirebbe una vita lunga eppure non vissuta con pienezza. Nel film la contrapposizione tra vanitosa “bellezza” e esitante “timidezza”, tra “giovinezza” e “vecchiaia” risulta essere un punto cardine. Sophie è una ragazza insicura, che crede di non essere bella, e i suoi vestiti, tanto coprenti così come poco appariscenti, non fanno che svilirla ulteriormente. Ella, come afferma, non teme di essere rapita dal misterioso Howl, poiché tale mago prende con sé, secondo le dicerie popolari, soltanto le belle ragazze. Sophie è decisamente poco intraprendente, e conduce una vita fin troppo quieta, senza alcun scossone che possa movimentarla.

La bellezza di Sophie sembra svanire quando la maledizione, pronunciata e perpetrata dalla strega delle Lande, si compie. Da vecchia nell’aspetto, Sophie riscopre la giovinezza e la forza di volontà intrinseca del suo animo, rimasto intatto e finalmente pronto a vivere una grande avventura. Howl è invece ossessionato dal suo aspetto esteriore, narcisista, fiero e vanitoso dei suoi capelli color oro. Un personaggio che bada così tanto all’aspetto fisico potrebbe indicare una personalità superficiale. In verità Howl lotta con strenua resistenza contro le armate che combattono quest’insana guerra che semina morte e distruzione in ogni dove. Le flebili apparenze vengono del tutto annullate nel film.

Sophie assume nel castello il ruolo della donna delle pulizie. Un compito non facile da portare a termine con successo data la grossa mole di sporco che alberga tra i cunicoli di quella antica costruzione. In quella fortezza che ama passeggiare giorno e notte, la donna conosce il piccolo Markl, una sorta di apprendista mago, e Calcifer un demone del fuoco che alimenta il castello e permette ad esso di proseguire nel suo pellegrinaggio senza fine. Sophie, di giorno in giorno, pulisce il castello, dando inavvertitamente una “spolverata” anche all’animo provato dalla guerra di Howl, il quale, ricambiando l’amore della donna, trova in lei la più grande ragione per combattere.

“Il castello errante di Howl” è una bellissima storia d’amore, che si articola in un movimentato andirivieni.  Howl, che aveva aspettato da tempo l’arrivo di Sophie, mirata per la prima volta in giovinezza, la ritrova dapprima con le fattezze di una ragazza e in seguito con l’aspetto di un’anziana, riconoscendola sempre e amandola in egual maniera. Sophie, dal canto suo, passa con un’altalenante progressione dall’aspetto di una donna in là con gli anni a quello di una giovane, e viceversa, stabilizzandosi infine con i connotati di una ragazza con i capelli argentei. Quel movimento che ha contraddistinto l’inizio della pellicola e che fa del castello di Howl la caratteristica preponderante della sua meraviglia, viene replicato anche e soprattutto nel rapporto di amore tra Sophie e Howl: il movimento è tutto. Dal passato al presente, dall’infanzia alla età adulta, dall’anzianità ad una nuova giovinezza, vige tra i due un movimento continuo che si sviluppa e permette ad Howl e Sophie di conoscersi, di avvicinarsi e di restare per sempre uniti.

Quando la guerra sarà finita e la pace verrà ritrovata, questa nuova, grande famiglia, accomunata dall’amore di Sophie e Howl, potrà continuare quel percorso che chiamiamo “vita”, alla volta di un roseo futuro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Coco" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER)

Nel 1839, lo scienziato François Arago presentò al pubblico il “Dagherrotipo”, un’invenzione concepita da Joseph Nicéphore Niépce e realizzata da Louis Daguerre. Il dagherrotipo fu il primo apparecchio fotografico mai creato dalla sapiente mano dell’uomo. L’innovazione portata da quella particolare macchina suscitò l’entusiasmo verso i nuovi media da parte della gente, sorpresa nel conoscere la tecnica primordiale della fotografia. Molti si appropinquarono per assicurarsi la stupefacente invenzione, e i più fortunati, da principio, la utilizzarono per catturare “l’istantanea” delle comune vedute dei palazzi dei grandi centri urbani in cui il dagherrotipo si diffuse con sempre crescente rapidità. Col passare del tempo, quando la padronanza dello strumento andò sempre più affinandosi, il dagherrotipo venne utilizzato per “acciuffare” la bellezza di un paesaggio o la riflessività della natura morta. Era evidente sin da allora il tentativo dell’uomo di convertire l’impersonale meccanica dell’artificio in una proiezione della propensione umana nel fare “arte”. Come poteva essere rappresentata una boscaglia autunnale, il cui terreno era costituito da cumuli di foglie ingiallite dal protrarsi del tempo che volgeva all’inverno? La fotografia offriva la chance di eternare ciò che la vista mirava così come effettivamente appariva. Il dagherrotipo, tuttavia, fuggiva dall’interpretazione personale dell’artista. Esso imitava e non nasceva dal nulla, come può fare la maestria pittorica di un artista. Un quadro nasce dal pensiero e viene plasmato dalla mano, la quale, danzando sulla tela con movimenti netti e precisi, genera un’armonia, un’essenza ineffabile fino a rendere il tutto tangibile alla vista, immobilizzandolo tra i limiti angusti di una cornice.

Con il dagherrotipo si tentò timidamente ma con successo di “raffigurare” anche il volto di una persona. Come vera era la realtà osservabile con il senso della vista, le prime foto furono dei “ritratti” sinceri e inconfondibili. La creazione della fotografia permise sin da subito di arrestare il tempo, nonché di rendere perpetuamente “felice” la figura di un soggetto nell’attimo in cui accenna un dolce sorriso. Le fotografie sono tanto importanti perché ci danno la possibilità di poter fissare, sotto forma di immagini, i momenti più belli della nostra vita. Esse donano l’opportunità d’immortalare il volto di una persona cara, così da poterla, un giorno, rimirare quando la stessa non ci sarà più. La fotografia garantisce il ricordo e consente di tramandare il viso di un’anima volata via.

Una fotografia è la trasposizione visiva di una memoria custodita nel cuore.

  • Il Día del los muertos in “Coco”

Miguel Rivera è un coraggioso e minuto ragazzino che vive nella cittadina messicana di Santa Cecilia. Egli discende da una rinomata famiglia di calzolai, proficua attività messa in piedi dalla trisavola di Miguel, nonna Imelda, quand’ella venne abbandonata dal marito musicista, partito per cercar fortuna e mai più tornato. Imelda, a seguito dell’inaspettato addio del consorte, si rimboccò le maniche, crescendo da sola la sua figlioletta Coco e bandendo ogni tipo di musica dalla sua casa. Non ascoltare alcun genere musicale è un veto inalterabile per la famiglia Rivera, che viene fatto rispettare, anche a distanza di svariati decenni e con totale devozione, da Abuelita, nonna di Miguel e figlia di Coco.

Come accadeva nel prologo de “La bella e la bestia”, la parte introduttiva del film “Coco” non è “chiara” ed “evidente” ma viene raccontata mediante l’utilizzo di raffigurazioni intessute tra gli ornamenti di alcune banderuole. Nel capolavoro della Walt Disney datato 1991, il passato del principe maledetto veniva tratteggiato attraverso alcune riproduzioni artistiche incastonate nelle vetrate del castello; questo perché si voleva sottolineare un trascorso lontano, indistinguibile, misterioso. In egual maniera in “Coco”, l’avvenuto, illustrato dalla voce del protagonista, è avvolto da un alone di incertezza circa la vera identità e il reale aspetto del musicista scomparso. Proprio per tale ragione, la storia di nonna Imelda, della piccola Coco e del padre di quest’ultima viene esposta tramite delle figurazioni impresse sui “segnavento” facenti parte della cultura messicana. A differenza, però, delle sagome immobili nelle vetrate del castello splendente della Bestia, in “Coco” i corpi dei soggetti di cui viene narrato il destino prendono vita, si muovono e compiono gli atti che il narratore descrive.

Miguel coltiva assiduamente la passione per la musica dei grandi mariachi, ma in gran segreto. L’idolo del giovanotto è Ernesto de la Cruz, il più famoso cantautore del Messico. Innumerevoli sono i brani musicali nati dalla prolifica penna di Ernesto, ma tra tutti, quello più amato resta “Ricordami”.  Miguel trascorre molto del suo tempo con la bisnonna Coco, parecchio in là con gli anni, a cui è solito raccontare tutto quello che fa durante la giornata. Coco, dopotutto, è un’innata ascoltatrice, silenziosa, quieta e svagata. La tenera bisnonna non sembra molto lucida, sta sempre seduta su di una sedia a rotelle, mantenendo uno sguardo disteso, sorridente ma perennemente sulle nuvole. Coco appare assente, la sua veneranda età non l’aiuta a riconoscere i parenti che le stanno vicino e che si prendono cura di lei. Ella sembra proprio distratta, assorta nei suoi pensieri e soprattutto nei suoi… ricordi.

A Santa Cecilia fervono i preparativi per il Día de los muertos, il giorno della festa dei morti. A casa Rivera è stato eretto una sorta di altarino sul quale sono state posizionate le fotografie di tutti i parenti defunti, meno che quella del padre di Coco, strappata da parecchi lustri. Secondo la tradizione messicana, nel Día de los muertos, le anime dei morti varcano i confini che separano il paradiso dalla terra dei mortali e possono, per un giorno soltanto, rincontrare i propri cari, i quali offriranno loro dei doni da portare con sé nel ritorno nell’aldilà. Per garantire tale passaggio tra le sponde facenti parte il regno degli spiriti e il regno dei viventi è necessario che tutti i famigliari rimasti in vita espongano le fotografie dei loro cari. Appare evidente quanto il valore sentimentale della fotografia sia al centro dell’opera cinematografica dello studio Pixar, poiché è per mezzo di essa che i morti riusciranno a far ritorno alle proprie case. 

Durante la celebrazione della festa, Miguel lascia cadere accidentalmente la fotografia che ritraeva Imelda, suo marito (il cui volto, come già scritto, è stato rimosso) e la figlioletta Coco. Raccolta l’immagine, il giovane resta basito nello scoprire che la foto nasconde un risvolto che raffigura la famosa chitarra di Ernesto de la Cruz, convincendosi di essere il suo pro-pronipote. Il ragazzo intende partecipare ad una gara di musica che si terrà nel giorno dei morti nella grande piazza della sua cittadina. Quando la nonna scoprirà le sue intenzioni, tuttavia, lo obbligherà a desistere dal suo disegno. Profondamente ferito, Miguel manifesta il proprio dissenso, affermando di rifiutare la sua famiglia. Con il volto bagnato dalle lacrime, egli si intrufola nel mausoleo di Ernesto de la Cruz per prendere in prestito la chitarra esposta fieramente sulla parete che sormonta la tomba del celebre musicista. Una volta venuto in possesso, Miguel viene trasportato in una dimensione alternativa nella quale non può essere visto né ascoltato dai vivi, ad eccezione di Dante, un cane randagio divenuto suo spirito protettivo. Miguel scopre così d’essere entrato nel mondo dei morti e di poter vedere i suoi famigliari scomparsi, ripresentatisi ai suoi occhi sotto forma di sagome scheletriche. Gli avi di Miguel si preoccupano per lui, coscienti che ciò che gli è accaduto non è affatto una cosa da sottovalutare. Decidono così di accompagnarlo nell’aldilà a conoscere nonna Imelda, la guida della loro grande famiglia.

  • La morte è solo un’altra vita…

Il viaggio non finisce qui, la morte è soltanto un’altra vita. Un anziano stregone, in un capolavoro della cinematografia fantasy, descrisse la morte come se essa fosse una grande cortina di pioggia che si apre, e tutto intorno all’anima, prossima a passare oltre, si tramuta in vetro color argento. Sotto gli sguardi attoniti di chi si appresta a compiere quest’ultimo viaggio si snocciola il soffice ed etereo terreno di un nuovo mondo, il paradiso, contornato da bianche sponde. Al di là di queste, è possibile contemplare un verde paesaggio che sorge sotto una lesta aurora.

In “Coco” la morte viene reinterpretata a tutti gli effetti come una seconda parte del viaggio esistenziale, in cui il regno delle anime non è altro che un riflesso, splendido e beato, del mondo che conosciamo sulla Terra. Un tripudio di colori autunnali sono stati scelti dagli autori di “Coco” per dare fattezza al ponte celestiale che unisce i due piani dell’esistenza. Miguel, nell’attraversarlo, non si imbatterà in bianche sponde come quelle che descriveva con tale minuziosità Gandalf il Bianco nel “Il signore degli anelli – Il ritono del re”, bensì si troverà a calcare un immacolato suolo cosparso di petali e fiori. “Coco”, nella sua poetica narrativa, vuol trasmettere la testimonianza che non si muoia mai realmente e che si continui a vivere fin quando si permane nei ricordi e nelle esperienze di tutti coloro che restano in vita e che tramandano una tale profonda reminiscenza ai propri discendenti.

Miguel è imprigionato in questo sfavillante “ade”, reo di aver derubato un defunto, e per poter fare ritorno al suo mondo deve ricevere la benedizione di un famigliare. Una volta incontrata nonna Imelda, Miguel le domanda se può essere benedetto da lei. Imelda acconsente ben volentieri ma pone come unica condizione la promessa che Miguel smetta di coltivare la sua passione per la musica. Il ragazzo non ne vuol sapere di accettare la proposta, e scappa via. Egli vorrebbe così ottenere la benedizione da quello che crede essere il suo trisnonno, de la Cruz.

Ironicamente, l’aldilà è strutturato come un immenso reame controllato da una ferrea burocrazia. Come fosse una smisurata metropoli paradisiaca, la città dei morti possiede anche delle periferie malmesse, nelle quali trascorrono il loro tempo residuo le anime di coloro che sono prossimi ad essere dimenticati e a scomparire come una fioca luce che si spegne progressivamente, disperdendosi nel cielo buio della notte. In questa zona abbandonata e povera vive Hector, un simpatico vagabondo dall’eccentrica camminata. Hector non è mai riuscito a oltrepassare la soglia del ponte di fiori perché nessuno ha mai esposto la sua fotografia. Quando Hector incontrerà Miguel, i due stringeranno un patto: Hector lo condurrà da Ernesto de la Cruz se lui gli prometterà che, una volta tornato nel mondo dei vivi, esporrà la sua foto.

In quei luoghi remoti in cui “tirano a campare” gli spiriti dimenticati, Hector intrattiene un vecchietto stanco che attende la sua fine sdraiato su di un’amaca. Hector suona per lui prima che il baffuto scheletro si dilegui nell’aria. Alla sua memoria, Hector sorseggia dell’alcool contenuto in un bicchiere di vetro. Non a caso la camera si sofferma per qualche istante sul dettaglio dei bicchieri, poiché proprio un brindisi decretò molti anni or sono la morte di Hector.  

  • Come Vincent Van Gogh…

Hector non ama parlarne, ma un tempo, da vivo, è stato un musicista. Non raggiunse la benché minima fama, né la agognò mai. Hector suonava perché desiderava farlo, componeva strofe e rime poetiche per la donna che amava e soprattutto per la figlioletta che aveva avuto dal suo felice matrimonio. Non gli interessava essere venerato da una folta manica di perfetti sconosciuti, egli incarnava l’essenza del vero artista, colui che crea la sua arte perché è ciò che sente e lo fa per i pochi a cui vuol rivolgerla, non certo per quella che è la mera massa. Egli suonava in coppia con un altro musicista, meno dotato e certamente meno ispirato di lui: Ernesto de la Cruz. Hector morì tragicamente una sera, lontano da casa, per quella che si credette essere una fatale intossicazione alimentare. Era sul punto di tornare dalla sua famiglia quando la morte lo colse di sorpresa. Da allora, egli visse nel regno dei morti come un reietto, solo e ignorato dai più.

La chitarra di de la Cruz, custodita gelosamente da Miguel, ha alcune particolarità estetiche. La paletta da cui segue il manico dello strumento ha la forma di un teschio, e poco più giù vi è un’intacca dorata, come se volesse raffigurare un dente d’oro incassato proprio al di sotto dei quel “volto scarnificato” rappresentato nella chitarra. Se si osserva attentamente il sorriso vivace del volto scheletrico di Hector è possibile scorgere chiaramente un dente d’oro. Piccoli indizi che vogliono rimandare al vero proprietario di quella chitarra.

Miguel scopre così che il suo grande idolo, Ernesto, è un assassino. E’ infatti lui ad aver ucciso vigliaccamente il povero Hector, avvelenando il suo bicchiere durante l’ultimo brindisi della loro carriera. Ernesto, farabutto, fraudolento e ingannatore, ha poi rubato tutti i testi delle canzoni scritte da Hector e le ha sfruttate per modellare sui propri connotati un falso mito.

Hector indossa un cappello di paglia come quello che Vincent Van Gogh porta sul capo in uno dei suoi autoritratti. Come il grande pittore olandese, padre dell’espressionismo, Hector morì prematuramente, quando la sua arte non era ancora stata compresa né riconosciuta. Egli si spense inoltre nella triste certezza che non avrebbe mai più rivisto sua figlia. Ciò che rende ancora più tragico il melanconico vissuto di Hector è che il suo genio musicale non è stato rinvenuto a seguito della sua dipartita ma è stato persino usurpato. L’incredibile umanità del personaggio, però, non patisce questo peso, soffre, invece, soltanto della mancanza della sua famiglia che lo ha allontanato, ritenendolo un superficiale che abbandonò i suoi cari per inseguire insani propositi di successo. Hector è, infatti, il vero trisnonno di Miguel, marito di Imelda e padre di Coco.

  • La musica rende persistente la memoria

Il tempo stringe, Hector sta infatti scomparendo definitivamente perché Coco è prossima a dimenticarlo. Quando Miguel tornerà nel regno dei vivi, dopo essere stato benedetto da nonna Imelda, che ha accettato di fargli vivere completamente il suo sentimento per la musica, il bambino correrà verso casa per esortare nonna Coco a ricordarsi del papà.

"Coco" - Locandina artistica in bianco e nero di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Miguel ritrova Coco in uno stato di marcato sovrappensiero. Miguel non riesce ad escogitare nessun modo per attirare la sua attenzione. Il nipote prova un ultimo, disperato tentativo per animarla: le suona e le canta “Ricordami”, la canzone scritta da Hector per lei quando non era che una bambina. La meraviglia del linguaggio musicale attrae i sensi della bisnonna centenaria, che inizia a canticchiare anch’ella la canzone. La musica rende così persistente la memoria dell’amato padre nel cuore di Coco, che ritorna in sé e comincia a raccontare a tutti i suoi famigliari la storia del suo papà e della sua mamma. Come una saggia nonna, Coco tramanda le esperienze della propria vita ai suoi nipoti, così che loro possano dapprima capire e in seguito ricordare le gesta di chi non è più tra noi. Imelda e Hector erano legati da un amore che veniva esternato anche con la musica: lei cantava le canzoni che lui era solito scriverle. Coco ha conservato tutti i testi originali e delle poesie che il padre componeva e, tra le altre cose, ha inoltre serbato una fotografia del papà. Grazie a quelle prove inconfutabili, la figura dell’artista Hector può finalmente essere riconosciuta e celebrata a discapito di quella truffaldina del vile Ernesto.

Un anno dopo gli avvenimenti fin qui trattati, nonna Coco è venuta a mancare. La sua fotografia, che la mostra felice, è stata esposta sull’altarino di famiglia assieme a tutti gli altri parenti deceduti, compreso Hector, il cui volto sorridente si trova accanto a quello dell’adorata sposa. Nell’aldilà, Hector è pronto a calcare finalmente il ponte delle anime, mano nella mano con la moglie Imelda e Coco.

“Coco” è un meraviglioso lungometraggio d’animazione che tributa la tradizione messicana, l’essenza della musica, l’importanza del ricordo e dell’amore famigliare, riletto come una forza imperitura che deve sostenere la crescita di un bambino. Ma è soprattutto un viaggio soprannaturale che vuol abbattere l’invisibile muro che separa i vivi dai morti, donandoci la speranza, ma anche la fede, in relazione al fatto che le persone oramai andate e che abbiamo amato continuino a restarci accanto, pur rimanendo nell’invisibilità. Con il suo inconfondibile tocco magico e puro, la Pixar ha firmato un ennesimo capolavoro di incanto e di stupore.

Negli attimi finali della pellicola, Miguel imbraccia la sua chitarra e canta le sue energiche note d’addio, mentre la famiglia Rivera, sia quella “in carne” sia quella “in ossa”, lo solleva in alto, sostenendolo nell’inseguire i propri sogni.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Recensione: CineHunters

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"Stan Laurel e Oliver Hardy" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Due menti senza un singolo pensiero” - era l’aforisma con cui Stan Laurel era solito descrivere “Stanlio e Ollio”, il duo comico a cui Oliver Hardy e lo stesso Laurel davano vita sullo schermo. Solamente supporre davvero di non venire mai turbati da alcun pensiero sembrerebbe alquanto utopistico. Stanlio e Ollio, nelle loro disavventure, avevano eccome di che pensare! Alle volte dovevano escogitare il modo di sbarcare il lunario, racimolare quanto occorreva per consumare un frugale pasto tanto i loro personaggi pativano la povertà; altre volte dovevano, invece, ponderare le opportune soluzioni per tirarsi fuori dai guai, vagliare un escamotage per “sopravvivere” ad un nuovo, difficile giorno, in una società costituita da biechi prepotenti. Era chiaro sin da subito che Stan Laurel con quella sua frase non volesse realmente intendere che Stanlio e Ollio non venissero mai “attraversati” dalla benché minima attività cerebrale. Il significato di quanto affermava era ben più profondo, anche se apparentemente elusivo.  Non avere un singolo pensiero in due significava vivere la vita ed affrontare le sfide, più o meno ardue della quotidianità, con la spensieratezza di chi riesce a ridere a crepapelle anche innanzi al più triste degli scenari snocciolatosi sotto i propri occhi. Stanlio e Ollio ridevano insieme e facevano ridere quando venivano maltrattati, sfruttati, sottopagati, rifiutati, scacciati, traditi o lasciati in mezzo ad una strada in pieno inverno con la temperatura che segnava pericolosamente il “sotto zero”. Ma perché, nonostante tutto, i due erano così “spensierati”? Perché incarnavano, nella loro intimità, l’animo di due bambini, soggetti infantili ma da sempre “anarchici” nei confronti di una società schiacciante. Mantenevano tale “meccanismo di difesa” persino nei riguardi delle loro famiglie, che potevano rivelarsi anch’esse opprimenti. Le sole armi di Stanlio e Ollio erano le loro risate, sberleffi siffatti di ilarità e rivolti a chi cercava di tarpare le ali di quella libertà che permetteva loro di volare via, di volteggiare rapidi e leggeri come un pensiero remoto, esattamente come può fare la fantasia senza freno di un bambino.

Sposare chi nell’animo resta un eterno “Peter Pan” è un sfida ostica per il mantenimento di un durevole, felice e sereno matrimonio. Dovevano saperlo sin dal principio Lottie e Betty (rispettivamente Mae Busch e Dorothy Christy), le consorti dei due amici in uno dei loro massimi classici: “I figli del deserto”, quinto lungometraggio della coppia comica più famosa della storia della settima arte. Uscito nelle sale cinematografiche tra la fine del 1933 e l’inizio del 1934 è l’unico lungometraggio dei due artisti ad essere stato diretto da William A. Seiter, regista specializzato nel genere rosa e nella commedia, la cui sensibilità imprime al film una sorta di impronta indelebile.

In questa commedia intramontabile, i due protagonisti anelano ad un desiderio di evasione smisurato, grande quanto l’inospitale deserto del Sahara. Il loro bisogno di divertimento e indipendenza si scontra con i tradizionali e dogmatici doveri coniugali e le mogli, tanto belle quanto inclini al comando, assurgono al ruolo di “antagoniste”, metaforiche catene che tentano di attanagliare e tenere stretto lo spirito fanciullesco di Stanlio e Ollio. Questi ultimi amano profondamente le loro spose ma non vorrebbero comunque rinunciare ad un attimo di svago. E, infatti, per poter essere presenti al raduno annuale dei “Figli del deserto”, associazione alla quale Stanlio e Ollio sono iscritti, i due amici devono mettere in scena una farsa. Ollio, disperato perché Lottie lo vorrebbe al suo fianco durante le vacanze in montagna, decide di fingersi malato, e così si fa aiutare da un “medico” compiacente (invero, un eccentrico veterinario), il quale gli prescrivere un periodo vacanziero a Honolulu. L’amico Stanlio gli dovrà fare di conseguenza da accompagnatore. Liberatisi ormai dalle partner i due vanno invece all’appuntamento di Chicago con i “Figli del deserto”.

Nel far rientro a casa scoprono che la nave di ritorno da Honolulu è affondata, e da qui si snodano tutta una serie di tragicomiche peripezie (degne della più spassosa commedia antica del teatro di Aristofane) che vedono Laurel e Hardy costretti a nascondersi nella soffitta della casa di Ollio. C’è da aggiungere pure che le mogli, in principio preoccupatissime per la sorte dei mariti, hanno modo di vederli proiettati sul grande schermo mentre entrambi si pavoneggiano davanti all’operatore che li riprende, scoprendo così l’inganno. Lottie e Betty, un tempo alleate, nel mentre meditano la loro vendetta, lasciano al contempo emergere una sana e competitiva rivalità su chi dei loro due mariti si rivelerà più sincero.

Mentre Ollio continuerà a mantenere la propria posizione menzognera, il pauroso Stanlio dirà tutto alla moglie, perché, in fondo, i bambini potranno pur essere spensierati, ma scoppieranno di certo a piangere se in loro prevarranno i sensi di colpa per aver detto un’innocente bubbola. I due protagonisti, completamente succubi delle mogli, accetteranno il loro destino per le spontanee risate di noi spettatori. Così Ollio sarà sommerso dalle stoviglie scaraventate sulla sua testa da Lottie, mentre Stanlio riceverà tutte le attenzioni di Betty, che lo premierà con coccole e leccornie per essere stato, almeno nel finale, sincero. Tra Stanlio e Betty prevarrà, per quella notte, un amore quieto; tra Ollio e Lottie, ancora una volta, un ironico amore burrascoso e litigioso. L’esilarante atto conclusivo del film vuol lasciare un messaggio basato sull’onestà ma soprattutto sul principio di fedeltà, cuore pulsante del perfetto funzionamento di un buon matrimonio.

“I figli del deserto” è strutturato con un susseguirsi di momenti divenuti celebri, memorabile la scena in cui Ollio canta, col suo inconfondibile timbro vocale, la canzone “Honolulu baby”. I caratteri decisamente nuovi che si riscontrano nel film sono riconoscibili nelle gag. Non si notano più le classiche corse infaticabili, le rocambolesche cadute e le ardimentose vicissitudini dei protagonisti. Sin dalle battute iniziali del lungometraggio ci si trova davanti a una nuova comicità basata sulla caratterizzazione ben distinta dei personaggi e sulla scrittura articolata degli episodi. I due arrivano in ritardo al congresso e subito, già sulla porta d’entrata, riescono a perdersi di vista, tendando in seguito di ritrovarsi. Quindi, mettendo scompiglio tra i presenti, raggiungono in modo goffo i loro posti. Appare evidente che la comicità non è data da una battuta, da una situazione particolare o da un episodio al limite del paradosso, ma è data dal contrasto tra l’incapacità dei due individui e la solennità dell’evento che si sta svolgendo. Non mancano però le vecchie tecniche già sperimentate e oltremodo collaudate. Basti pensare alla gag in cui Ollio, fingendosi ammalato, ha i piedi in una tinozza di acqua caldissima: prima viene ustionato dalla moglie che gli versa inavvertitamente addosso dell’acqua bollente, poi dalla superficialità di Stanlio che cade anch’egli dentro al mastello, dove per ultima andrà a finirci anche la stessa moglie. Ma per distacco, la sequenza a generare maggiore ilarità resta quella finale, dove lo sguardo perplesso e preoccupato di Ollio si volge direttamente alla cinepresa, ricercando la complicità degli spettatori con il suo celebre “camera-look”. Il volto paonazzo di Oliver fa traspirare la comicità di un uomo prossimo a scontare la propria “colpa” e che reclama ingenuamente un “aiuto” a chi ne sta osservando il divertente epilogo.

Ne “I figli del deserto”, il matrimonio viene riletto secondo una chiave umoristica farsesca, in cui il rapporto tra marito e moglie non si sviluppa su di un livello paritario ma vede la donna porsi autorevolmente al di sopra dell’uomo, prostrandolo con fare intimidatorio. Come se tale indumento conferisse una sorta di “potere”, sia Stanlio che Ollio fingono d’indossare i “pantaloni” nelle loro rispettive case, il che sarebbe anche vero, ciononostante dimenticano di confessare che entrambi cedono con consuetudine agli imperativi delle mogli, coloro le quali portano una “gonna”, ma in effetti mantengono uno status di assoluta “leadership”, dimostrando con quanta facilità si possa sfatare un “luogo comune”. Attenzione, però, le due protagoniste femminili nel film non sono, come può sembrare in una rilettura rapida e approssimativa, mere arpie irascibili e totalitarie, bensì donne forti e oramai mature, che proprio faticano a comprendere gli spiriti gioviali dei mariti. Vi è, dunque, una incompatibilità caratteriale tra la sfera bambinesca dei due e l’enigmatico mondo adulto personificato dalle due donne. Sia Betty che Lottie soffrono il fatto che Stan e Oliver preferiscano trascorrere il tempo con l’allegra combriccola dei figli del deserto piuttosto che con loro. Una nuova chiave di lettura della pellicola potrebbe essere altresì racchiusa nella recondita voglia, manifestata anche con rabbia e disapprovazione, delle due spose d’essere considerate dai loro mariti come assolute compagne di vita. Una vita considerata in ogni sua forma e che non si limiti, per l’appunto, soltanto al focolare domestico.

“I figli del deserto” è una meravigliosa commedia che esalta l’imprevedibilità degli eventi, la complessità degli equivoci e, soprattutto, le conseguenze del raccontare fanfaluche le quali, quasi sempre, vengono a galla.

Ripensando agli ultimi secondi dell’opera, prima che il sipario cali giù e ponga fine alla narrazione visiva, non si può che provare una certa immedesimazione in un personaggio in particolare. Davanti alla furia di una moglie delusa e arrabbiata, a noi uomini non resta che “incassare” i colpi, accettare una giusta punizione e preparare le opportune scuse da proferire verbalmente, magari accompagnandole con un sorrisetto malizioso come quello di un ragazzetto e sinceramente innamorato come quello di un marito.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"The Evil Dead Trilogy - Ash Williams" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione: l’articolo contiene SPOILER sulla trilogia de “La casa” e sulla serie “Ash vs Evil Dead"

  • La casa (1981)

Qualunque cosa con questo libro, io abbia riportato in vita, mi perseguiterà per sempre.”

Ash (Bruce Campbell) se ne stava rannicchiato sul sedile posteriore della sua Delta. La Delta era un modello Oldsmobile 88 del 1973, a cui Ash era particolarmente affezionato. Giusto il giorno prima l’aveva portata dal meccanico per assicurarsi che fosse perfettamente funzionante. L’autovettura era il mezzo con cui lui, la sua ragazza Linda, sua sorella Cheryl e gli amici Scott e Shelly avrebbero dovuto raggiungere un cottage di montagna per trascorrere un tranquillo week-end. Per l’occasione, Ash aveva concesso di guidare la sua macchina all’amico “Scotty”, che li avrebbe condotti, non senza qualche sussulto lungo il tragitto, a destinazione.

La casa che i cinque avevano affittato ad un prezzo stracciato si trovava all’interno di una folta boscaglia, isolata dal centro cittadino, e per essere raggiunta era necessario attraversare un ponte fatiscente ma “solido come una roccia”. Lo chalet si presentava in condizioni alquanto malconce, e dava l’impressione d’essere la più decadente delle catapecchie, la più sudicia e buia delle spelonche. Nulla però poteva abbattere lo spirito avventuriero dei cinque giovani, pronti a godersi qualche serena giornata di riposo.

Cheryl Williams, la sorella di Ash, era un’artista. Presumibilmente, ella amava soffermarsi a ritrarre ciò che più catturava la sua attenzione. A tal proposito, proprio l’andirivieni di un vecchio orologio a pendolo, parte integrante dell’arredamento della casa, attirò la ragazza, la quale, una volta aver preso confidenza con l’ampia camera del soggiorno, si mise a disegnare. Di colpo il pendolo si arrestò, come se il tempo avesse rinunciato a scorrere, mentre la mano di Cheryl, guidata da una forza estranea e invasiva, cominciava a lasciare dei segni di matita sul foglio immacolato. La ragazza tratteggiò un’immagine astratta e apparentemente incomprensibile ma che si rivelerà in seguito essere la copertina di un libro.

La sceneggiatura del film, curata dal regista Sam Raimi, fa sì che sia proprio Cheryl, e non il protagonista Ash, ad avere il primo contatto paranormale con la forza demoniaca che si cela nella foresta. Non è certamente un caso, Cheryl è un’attenta disegnatrice, che traspone il dettaglio della realtà circostante così da trasporlo su tela, come fosse una rappresentazione intima e personale. Si può certamente supporre che la sua sensibilità d’artista le abbia permesso di avvertire per prima i pericoli sovrannaturali che dormono tra le fredde mura di quella baita, in attesa d’essere ridestati.

Proprio in corrispondenza del pendolo a muro, oramai fermo, si trova una botola che conduce alla cantina dell’abitazione. Decisi a perlustrarla, Ash e Scott si avventurano nel buio sotterraneo e rinvengono un arcano tomo (il Necronomicon), un pugnale affilato (il pugnale Kandariano) e un nastro-registratore. Ascoltando il nastro, i giovani scoprono che un archeologo (il professor Knowby, proprietario della casa) ha preso possesso di un libro, ritrovato durante uno scavo nelle rovine di Candar, che consente di riportare in vita i demoni. Il professore ha poi pronunciato e registrato le formule contenute nel libro, risvegliando un demone che riposava in esso.

“La casa” fu girato con un budget esiguo. In virtù di ciò, il cast scritturato per la lavorazione contava interpreti non professionisti, tra i quali figuravano gli amici di Sam Raimi. I trucchi di scena e gli effetti speciali furono improvvisati di volta in volta e spesso realizzati con materiale di risulta. Raimi, al suo debutto per una regia cinematografica ma già abilissimo con la macchina da presa, per ultimare le riprese, sempre con una certa difficoltà, dovette “inventarsi” tecniche di regia che sfruttassero la soggettività, espediente che diverrà il suo marchio di fabbrica. I mostri presenti ne “La casa” non vengono mai palesati. E’, invero, l’occhio della camera a muoversi con rapidità verso i poveri protagonisti, come se esso incarnasse lo sguardo di predatori famelici che sbucano dalla vegetazione e aggrediscono prede inermi e indifese. “The Evil Dead” nacque come un B-Movie girato con mezzi di fortuna ma raggiunse, grazie alla maestria registica del suo cineasta e alla bravura interpretativa del suo protagonista, la caratura dei classici dell’orrore. La “povertà” degli scenari, la semplicità di alcune trovate, la massiccia dose di splatter e l’elevato utilizzo di espedienti orrifici, agghiaccianti per i tempi, impreziosirono la pellicola, fino a rendere “La casa” un amatissimo prodotto di nicchia. “La casa” si segnala, naturalmente, per costituire l’esordio assoluto del personaggio di Ash Williams, antieroe riluttante che evolverà gradualmente nel corso della trilogia.

Ash, nel primo lungometraggio, è del tutto diverso da come apparirà nelle incarnazioni immediatamente successive. E’ un ragazzo a modo, tranquillo, romantico e innamorato della sua Linda. L’orrore che si abbatterà su di lui e che investirà come una dannazione tutti i suoi amici lo temprerà nel carattere, trasformando la sua indole imperturbabile in un temperamento audace e combattivo.

Principalmente, è interessante scorgere la dinamica iniziale con cui l’opera di Raimi comincia il proprio corso. I cinque ragazzi si recano al cottage per trascorrere un vacanziero fine settimana. Quella che doveva essere una gita fatta di divertimento si trasformerà in un’avventura il cui itinerario rappresenterà una discesa inarrestabile nel vortice degli orrori più torbidi. La casa, in tal caso, dovrebbe garantire una sorta di protezione, l’ultimo baluardo sito in un bosco maledetto, un rifugio dai mali che si muovono come ombre silenti e minacciose di albero in albero, sospinti dal vento freddo della notte. In verità, proprio la baita sarà il luogo da cui i mali verranno liberati ed esacerbati. Ciò che della storia raccontata nel film dovrebbe far raggelare il sangue nelle vene è il fatto che il male non abbia mai una vera forma, bensì si impadronisca dei corpi e delle anime degli innocenti, deturpandone la sagoma e dominandone per sempre la volontà. Ash si troverà così a dover affrontare un’essenza malefica invisibile, difforme, che osserva da lontano e in silenzio le proprie vittime sacrificali.

Ash sarà il solo a sopravvivere al dramma che si consumerà quella lunga notte. All’alba di un nuovo giorno, il tempo riprenderà a scorrere e gli ingranaggi dell’orologio a pendolo a muoversi. Una volta fuoriuscito dal decadente edificio, anche Ash verrà attaccato dal demone che credeva d’aver sconfitto.

  • “La casa 2” (1987)

“C'è qualcosa là fuori, quella strega nella cantina ne è solo una parte, quella cosa vive fuori nei boschi al buio, è qualcosa che vuole tornare dal mondo dei morti.”

Ash viene così assalito dal mostro che finisce per soggiogarlo ed impadronirsi di lui. A salvarlo da una tragica fine sarà il sorgere del sole che respingerà l’entità maligna permettendo ad Ash di tornare in sé. Non potendo più fuggire, l’uomo si barrica in casa. A notte fonda, Ash, stupefatto, osserva il corpo mutilato della propria compagnia Linda riprendere vita, emergere da una fossa scavata in precedenza nel terreno e cominciare a danzare, sola, al chiaro di luna. Una scena spiazzante, di stampo spiccatamente Burtoniano, diremmo oggi. Ma è soltanto la prima di un susseguirsi delirante di sequenze che giacciono pericolosamente in bilico sull’orlo di un abisso spalancato sull’orrore e su di un inaspettato umorismo. Sam Raimi con “La casa 2” riscriverà i canoni dei comuni film horror, elevando il suo seguito ad un rango superiore, diverso ed imparagonabile. L’ambientazione è la medesima della precedente, altresì lo sviluppo narrativo coincide con il precedente, persino il tema basico della pellicola ricalca il vecchio capitolo, eppure “La casa 2” è un sequel dallo stile differente e innovativo, merito di un Raimi capace di plasmare una pellicola ancor più avvincente partendo da un tema del tutto simile.

“La casa 2” espande il dramma vissuto da Ash Williams, convertendo il triste fato del protagonista in una disavventura dalle venature tanto raccapriccianti quanto tragicomiche. “La casa 2” è un’allucinazione reale, un incubo vaneggiante vissuto in piena veglia, un delirio onirico palpabile e visibile ad occhi aperti. Le immagini splatter vengono rimodellate a fini umoristici, il sangue ribollente che schizza in ogni dove ogni qual volta Ash annienta un demoniaco avversario è l’elemento caratterizzante di un orrore divenuto fonte di un’ironia difficile da descrivere. “La casa 2” è una commedia dell’orrore che segna la nascita di un’icona del cinema horror.

Poco dopo essersi dilettata in quel balletto macabro, Linda seguiterà ad aggredire Ash, che per sopravvivere sarà costretto a eliminarla. Tuttavia, la sua mano destra, addentata dalla morsa del maligno essere, verrà infettata dal “veleno” del demone e assumerà la sua volontà. Ash sarà dunque costretto a mozzarsela. La situazione e la stabilità mentale di Ash cominciano a cedere: bizzarri e terrificanti eventi sovrannaturali si manifestano senza freno, la mobilia e tutti i restanti oggetti della casa prendono vita e sbeffeggiano Ash, oramai sull’orlo della follia. Sarà Annie Knowby, la figlia del professore, tornata all’abitazione con le pagine mancanti del Necronomicon, a “salvarlo” prima che sia troppo tardi.

Una volta ripreso il pieno controllo della sua mente, Ash escogita un modo per poter combattere. Fabbricandosi un'imbrigliatura speciale per il braccio destro, egli si impianta una motosega al posto della mano mancante e, con la mano sinistra, imbraccia un fucile a canne mozze calibro 12, scovato nello chalet. La scena che mostra Ash armarsi di sega e fucile, mentre sta per pronunciare per la prima volta il suo celebre e distintivo “Groovy” sancisce l’avvento compiuto dell’antieroe, futuro cacciatore di demoni e “uomo della profezia”.

Come verrà rivelato proprio nel finale de “La casa 2”, il Necronomicon parla di un uomo sceso dal cielo, il “prescelto”, colui che solo può sconfiggere le forze del male, che si rivelerà essere proprio Ash. Questo elemento della storia aggiunse un mistico alone di predeterminazione nel destino del protagonista, come se un fato già scritto avesse guidato Ash. Il protagonista era quindi destinato a trovare il libro dei morti e ad affrontare l’oscurità in quella casa.

  • “L’armata delle tenebre” (1992)

“Mi chiamo Ash, e sono uno schiavo. Se non sbaglio dovrebbe essere l'anno domini 1300 e mi hanno condannato a morte, ma non è stato sempre così. Un tempo anch'io ho avuto una vita vera, un lavoro.”

Ash viene risucchiato in un vortice spazio temporale e trasportato indietro nel tempo, finendo nel Medioevo. Ne “L’armata delle tenebre” Raimi porta a compimento la trasformazione della saga, abbandonando quasi del tutto l’atmosfera horror a favore di uno stile cinematografico votato al fantastico. Anche lo stesso Ash si presta ad un cambiamento ultimato, divenendo la caricatura dei più classici eroi risoluti e mascolini del cinema d’azione, parodiandone la parte più sciocca, impulsiva e superficiale di ognuno di loro. Nel medioevo, Ash viene identificato da un mago come l'uomo che, secondo un'antica profezia, avrebbe ritrovato il Necronomicon e annientato le forze del male. Sebbene sia riluttante, Ash accetta di ricercare il libro poiché è la sua sola possibilità di far ritorno nel presente. Non sarà così facile adempiere la missione di recupero, poiché un’armata di teschi si appresta a sorgere…

Ash e Sheila, la donna amata dall'eroe nel Medioevo

 

“L’armata delle tenebre” è un piccolo gioiello appartenente ad un genere incomparabile, “modellato” con un’impronta inconfondibile da Sam Raimi. Surrealismo, magia inverosimile, tanta azione, comicità demenziale e un senso costante d’avventura fanno dell’atto finale della trilogia un lungometraggio avvincente, pieno di fascino nonché capace di far ridere a crepapelle. L’ultima apparizione al cinema di Ash vede il protagonista della trilogia affrontare un demone nel supermercato in cui lavora come commesso del reparto ferramenta, in una scena irresistibilmente divertente.

“Si, certo, potevo restare nel passato. Avrei fatto una vita da re. Ma non mi posso lamentare. A mio modo sono un re.”

Ash, come verrà ulteriormente approfondito nella serie televisiva “Ash vs Evil Dead”, ambientata trent’anni dopo gli eventi dell’ultimo film, è un eroe non certo eccezionale, ma, invece, un uomo comune, non particolarmente sveglio né tantomeno animato da sentimenti di puro e disinteressato altruismo. Egli è “vittima” consapevole di una profezia che lo ha scelto, o per meglio dire, lo ha tacciato, affibbiandogli la levatura dell’eroe che lui non ha mai chiesto. Ash è estremamente ironico ed allegro, e sa dispensare buonumore.

Analizzando il suo vissuto è possibile notare come Ash, per più di trent’anni, abbia vissuto nascosto e in solitudine. Nessuno gli ha creduto quando ha raccontato gli orrori accaduti nella vecchia baita di montagna, ed è stato considerato dai più come un efferato assassino. Ash è stato per lunga parte della sua vita un “eroe” incompreso, reputato alla stregua di un reo. Per tale ragione il personaggio ha passato tre decenni vivendo alla giornata in una roulotte. Anche se non dà a vederlo, le dicerie e le malignità sul suo conto lo hanno ferito, tant’è che nei momenti di maggiore disperazione, quando abbandona la sua veste scaltra, Ash non esita ad ammettere con tristezza di considerarsi “un fallito”.

Williams è un uomo pigro, colmo di vizi, che ama trascorrere le sue giornate a bere birra, a corteggiare belle donne e a guidare la sua Delta. Ash sembra a tutti gli effetti un uomo superficiale, eppure finisce per legarsi completamente alle persone che più gli stanno vicino, come Pablo e Kelly, dimostrando di confidare molto nei suoi affetti famigliari. Può dare l’impressione d’essere neghittoso, ciononostante non rinuncia mai a combattere, o a compiere i suoi “doveri”, tanto da non esitare a sacrificarsi. Ash non torna mai indietro sebbene abbia più volte avuto la possibilità di farlo. Egli è intimamente buono e, com’è possibile notare nella terza e ultima stagione della serie televisiva, sa assumersi, con una sorprendente felicità, le sue responsabilità di padre. E’ proprio nel rapporto con sua figlia Brandy che Ash rivela di saper essere, altresì, un padre amorevole, protettivo e affettuoso.

Per tutta la sua vita, Ash ha intrecciato una parte delle sue sicurezze attorno ad una catenina, un pendaglio d’argento che, un tempo, cercò di donare a Linda ma che poi tenne per sempre con sé. Quel pendaglio ricorda ad Ash i suoi sentimenti più puri di amore. Di fatto, quando verrà posseduto dall’entità malvagia, nel secondo capitolo della trilogia, sarà proprio il guardare la catenina argentea a farlo rinsavire. La collanina funge così da amuleto protettivo per Ash, che ne farà dono, sul finire delle proprie avventure, alla figlia Brandy, così che possa essere protetta dal portafortuna del padre.

"Ash Williams" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Ash Williams è un personaggio di notevole spessore, un eroe divenuto evocativo ed iconico, merito di un grandissimo Bruce Campbell che ha fatto di questo ruolo un simbolo di coraggio e simpatia.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Emily Blunt è Evelyn - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Come puoi spiegare ad un bambino che non può giocare col suo giocattolo? Come potresti distoglierlo dal tenere in mano il modellino di un aereo da combattimento e fingere di pilotarlo? Sarebbe come arrestare la sua voglia di crescere, smorzargli la fantasia.  Quel medesimo desiderio che lo porterebbe a fantasticare d’essere all’interno della cabina di pilotaggio e volare alto nel cielo, a combattere contro i malvagi della sua avventura testé improvvisata. Non ci riusciresti mai! Ciononostante, il piccino non può davvero giocare. E’ complicato replicare con la voce i suoni che immaginerebbe provenire da quell’aereo in volo. Analogamente, se tenesse in mano la riproduzione giocattolo di una locomotiva non potrebbe fare “ciuf ciuf”, e muoverla con le mani, un po’ a destra e un po’ a sinistra, immaginando di farla sferragliare su dei binari visibili solo nei suoi candidi occhi. Nel mondo in cui vive quel bambino è vietato fare alcun rumore se si vuole sopravvivere.

Mentre la sua famiglia è intenta a racimolare provviste e generi alimentari in un negozio abbandonato, il piccolo Beau ha trovato una navetta spaziale giocattolo, e vorrebbe portarla con sé. Tuttavia, il padre prontamente lo ferma e gli spiega che il giocattolo farebbe troppo rumore e attirerebbe i mostri. Il bambino è triste ma non può che acconsentire al volere del genitore. Di lì a breve, la sorellina più grande, all’insaputa del padre, gli rende il giocattolo. Quando l’avrebbe scoperto, papà avrebbe capito, - avrà pensato la sorella - ma fino ad allora doveva essere il loro segreto. La famiglia procede scalza sul sentiero che la conduce verso casa. Prima di uscire dal negozio, Beau recupera le batterie e le inserisce all’interno della navetta, mettendola in funzione. Il piccolo si ferma improvvisamente e resta per qualche istante come rapito dagli effetti acustici e dalle luci multicolori emesse dal giocattolo. Il flebile suono e l’innocente stupore prodotto dall’intermittenza della luce colorata, concepite per attirare la fantasia di un bambino, si riveleranno, loro malgrado, l’arma che condurrà Beau alla morte. Quella navetta spaziale che non era altro che un “balocco” nato per divertire, si rivelò, invece, come la “sonora” fine di un’anima innocente. Il rumore fuoriuscito dal giocattolo attira delle strane creature provenienti dai boschi, le quali catturano il bambino e lo uccidono davanti alla sua famiglia, rimasta inerme in preda a una disperazione incontenibile. I genitori di Beau e i suoi fratelli non poterono neppure lasciarsi andare ad uno straziante pianto, non ebbero la possibilità di squarciare l’angosciante quiete che dominava il tutto con un urlo disperato. Ebbero solamente la mera opportunità di piangere contenendo i lamenti. Quello che “A quiet place” ci presenta è il dramma laconico di una famiglia a cui non è più concesso esternare con la voce alcuna sensazione.

A quiet place – Un posto tranquillo” comincia il proprio corso una mattina dell’anno 2020.  In questo futuro, la Terra è stata invasa da creature extraterrestri, prive di vista ma estremamente sensibili al rumore. Nel giro di poche settimane, la popolazione terrestre è stata devastata dall’azione predatoria di queste creature. I pochi sopravvissuti vivono giorno dopo giorno stando attenti a mantenere un costante, quanto angosciante, silenzio. Anche il minimo rumore può, infatti, attirare l’attenzione degli alieni. La famiglia Abbott è composta da Lee (John Krasinski, protagonista e regista del film), la moglie Evelyn (Emily Blunt), i figli Marcus, Regan, la quale è affetta da sordità, e lo scomparso Beau. Gli Abbott, sopportando con sempre più fatica i disagi di un’esistenza regolata dal mantenimento del più assoluto silenzio, continuano a restare in vita, comunicando tra loro per mezzo della lingua dei segni. Sono trascorsi 476 giorni dall’arrivo di questi “demoni” discesi dallo spazio, invasori ostili dalla natura ignota. Evelyn è incinta e si accinge a partorire a breve. Lee sta ultimando quanto è necessario per rendere sicura una stanza insonorizzata, che possa garantire la venuta al mondo e la crescita del nascituro.

“A quiet Place” è un film atipico e originale. Non è un semplice horror, il cui scopo preminente è quello di acutizzare il terrore come potrebbe sembrare dall’ingannevole locandina. Non è nelle intenzioni basiche del lungometraggio esagitare un’emozione di paura nel cuore degli spettatori, così come ha voluto far credere la “menzognera” campagna pubblicitaria scelta per promuovere il film. Il genere che maggiormente dovrebbe calzare a pennello per descrivere “A quiet place” è quello del thriller fantascientifico. E’ il senso di allerta ad essere precipuo, o ancor più specificatamente, la tensione a venire alimentata in un crescendo durante lo scorrere della pellicola piuttosto che lo spavento. Il lungometraggio cerca di indurre all’immedesimazione il pubblico nella disagiante situazione in cui vertono i protagonisti. La storia e l’ambientazione non fanno che rimarcare sin dall’inizio quanto il pericolo sia sempre imminente. Basta una minima disattenzione, la più sbadata delle dimenticanze, per generare un suono e attirare verso di sé la morte. Non fare alcun rumore diventa sempre più difficile, un “dovere” quotidiano sempre più snervante.

La pellicola di Krasinski è apprezzabile anzitutto per il coraggio: girare un film quasi interamente sprovvisto di dialoghi verbali, e garantire comunque un’eccellente scorrevolezza, non è impresa da poco. Voler stimolare la concentrazione degli spettatori per mezzo di un magniloquente mutismo è un tentativo lodevole, poiché un pubblico attento non potrà che lasciarsi trascinare dalla suggestiva atmosfera dell’opera, che nel silenzio ricorda un’evocativa facondia simbolica. La dialettica in “A quiet place” è filtrata nei gesti, il significato di una parola diventa fruibile nei cenni, l’esternazione di un’emozione negli sguardi, la trasmissione di un pensiero nelle mimiche facciali. Il silenzio prolungato fa sì che gli occhi, l’espressione del viso, le mani stesse diventino tutti strumenti comunicativi per esternare una volontà. Nella corrispondenza degli sguardi scambiati tra i personaggi si instaura un rapporto empatico con gli spettatori. Per gustare appieno l’esperienza offerta dal film, occorrerà che ognuno di noi provi inevitabilmente ad immaginare d’essere al posto dei protagonisti, a dover far fronte ad una vita di stenti e rinunce.

Nell’incomunicabilità vocale, emerge un silenzio assordante che permea la totalità dell’ambiente. Gli unici suoni che riescono ad allietare la silenziosità imposta alla razza umana sono quelli della natura, come il gorgoglio di un ruscello, il fragore di una cascata o il sibilo del vento. I personaggi vivono tutti oppressi da un mutismo inviolabile, tranne la giovane Regan, che risulta essere ulteriormente isolata dalla sua sordità. Non vi è un vero e proprio scampo da una situazione tanto alienante. Gli Abbott vivono nell’isolamento, nell’emarginazione. Procedono giorno per giorno ad elaborare il loro lutto, e permanendo in silenzio faticano ancor di più a superarlo. Non possono comunicare apertamente i loro dispiaceri, affrontarli per mezzo della parola, del lamento e dello strillo. Non riescono a sfogare il loro dramma intimo, devono, invece, soffocarlo, e non potendo comunicare apertamente ecco che si presentano le incomprensioni, i dubbi, le ansie di una figlia che teme di non essere più amata dal padre. Per andare avanti occorre affidarsi alla bellezza delle piccole cose. Ecco che una semplice partita a Monopoli diventa il solo passatempo per Regan e Marcus.

E in egual maniera, anche la musica, riprodotta a volume basso e ascoltata attraverso le cuffie, è l’unico accompagnamento musicale che riesca a cadenzare i passi di danza di una moglie, Evelyn, e di un marito, Lee, i quali, per qualche istante, riescono a dimenticare i loro affanni fintanto da concedersi la libertà di un lento. Anche quel “razzo giocattolo” era una “piccola cosa”, e doveva rappresentare una “via di fuga” per un bimbo che non voleva altro tranne volare via con l’immaginazione e porre fine a quel maledetto silenzio. Sacrifici, coraggio, amore, affetto, protezione verso la propria famiglia, sono solo alcuni dei temi affrontati con sagacia dal thriller di Krasinski. Un bel film, ricco di suspense che nel suo essere laconico comunica più di quanto, alle volte, potrebbero fare le parole.

Come abili mimi che si esprimono con l’arte dei gesti, gli attori protagonisti ci aiutano a comprendere come il loro unico scopo sia proteggere i propri figli ad ogni costo. Krasinski interpreta il ruolo di un padre di famiglia protettivo e valoroso. Ma è la moglie Evelyn a prendersi meritatamente la scena. Una straordinaria Emily Blunt interpreta una madre prostrata dal dolore ma mai arresasi ad esso. Incredibilmente potente la sequenza del parto, in cui la donna tollererà gli spasmi e un dolore straziante, restando muta, trattenendo a fatica le urla di dolore che il suo corpo reclamerebbe. Il suo volto madido di sudore, i suoi occhi addolorati, le lacrime che le scendono lungo le gote, la sua bocca che fatica tremendamente a bloccare anche il benché minimo gemito di sofferenza, sono tutte caratteristiche interpretative riscontrabili nell’immediatezza e che accentuano la sua convincente ed entusiasmante interpretazione.

E’ interessante notare come in questo mondo postapocalittico, in cui vige la morte, questa famiglia abbia voluto e cercato in ogni modo di garantire la nascita di una creatura portata in grembo con tutte le problematiche del caso. Con la venuta al mondo del loro ultimo figlio, Lee e Evelyn hanno dato alla luce la speranza in un’esistenza oppressa dall’oscurità. Ogniqualvolta il bambino piangerà, il suo pianto costituirà una lieta melodia che interromperà quel drammatico silenzio, riecheggiando come un lamento liberatorio e pieno di voglia di vivere.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Wade Watts/ Parzival" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il logo della “Warner Bros”, gradualmente, si dissolve sino a scomparire del tutto dallo schermo, e le luci della sala cedono il passo al buio. Nel momento in cui i titoli d’apertura si materializzano, una musica riecheggia nell’aria. La musica di “Ready Player One” risuona con compassata “cadenza”, come se non volesse farsi udire in un ritmato crescendo. Non si appresta neppure a far “rintoccare” le eteree melodie, prodotte a volume basso, come a non voler dare l’idea di provenire da una zona remota, dalla quale, man mano ci si porti vicino si riesce a sentire, nel ritmo coinvolgente, al massimo del proprio suono. La musica, in “Ready Player One”, si propaga con un’intensità tale da coinvolgere istantaneamente lo spettatore. Il brano in questione è una canzone molto celebre: si tratta di “Jump”, uno dei maggiori successi dei Van Halen.

Quando “Ready Player One” inizia a mostrarsi in tutta la sua crescente spettacolarità, sarebbe opportuno lavorare di fantasia. Con un po’ d’immaginazione, ci si può trovare a teatro, nel momento in cui, con il sipario appena alzatosi, il coro dal Golfo Mistico si accinge ad “intonare” il primo tema musicale dell’Opera. La musica, si sa, quando dà il via al proprio scorrere ha, tra i suoi intenti, niente affatto celati, il desiderio d’introdurre rapidamente alle atmosfere del film tutti coloro che siedono in platea. Se la colonna sonora riesce a catturare in maniera immantinente le attenzioni degli spettatori il gioco è fatto. Continuando, ancora per poco, a immaginare d’essere a teatro, potremmo considerare “Jump” come una sorta di prologo decantato. Non soltanto per il valore nostalgico della canzone in sé, che naturalmente ci rimanda agli anni ’80, ma anche perché tale canzone ha nel titolo il profondo significato di “Ready Player One”. “Jump” recita l’estratto del ritornello, “Salta!” noi potremmo ribattere nella nostra lingua. E’ proprio nel coraggio di compiere l’azione del “saltare” che si cela la didascalica morale del lungometraggio di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Accompagnato dal pezzo dei Van Halen, il film comincia, seguendo il protagonista, Wade Watts, mentre viene giù da un alto palazzo con l’ausilio di una fune. Tutto intorno a Wade appare avvilente. Il protagonista è circondato da scenari consunti, caotici, come se la città fosse diventata un enorme agglomerato di rifiuti, un gigantesco ricettacolo di resti d’auto sozzi. Nel lento procedere di Wade per toccare terra, notiamo come tutte le persone, confinate nelle loro case, siano immerse in una realtà virtuale giocabile mediante un visore e dei guanti aptici. Anche Wade sta per raggiungere la sua postazione preferita per varcare i confini di OASIS. Le strade e le vie sono sormontate da palazzi dall’aspetto fatiscente. Le scenografie riscontrabili in “Ready Player One” rimandano alle ambientazioni che avvolgevano il piccolo robottino Wall-E, il quale svolgeva, in solitudine e da 500 anni, l’attività di “spazzino della Terra”. Spielberg ci conduce nel 2045, in un futuro dispotico in cui la sovrappopolazione e l’inquinamento hanno depauperato la natura e reso angusta la vita sul nostro pianeta. Le grandi metropoli sono decadute e la realtà circostante non offre che un paesaggio avvizzito dall’avidità umana.

La sola via di fuga è costituita da OASIS, il mondo virtuale partorito dal visionario James Halliday. Alla sua morte, come lascito, Halliday ha dato il via a tre difficilissime sfide per poter recuperare altrettante chiavi. Chi vincerà le sfide, le quali per essere aggiudicate necessitano la risoluzione di enigmi riguardanti sempre una parte importante della vita di Halliday, erediterà OASIS, e con esso il valore economico della creazione, nonché l’assoluto controllo.

Parzival guida sempre la DeLorean. Potete leggere di più su “Ritorno al futurocliccando qui.

 

Ready Player One” è un immenso buffet traboccante di squisite prelibatezze da assaporare con gli occhi, ad ogni battito di ciglia. I nostri sguardi famelici vengono così saziati dalle continue sequenze d’immagini che scorrono come succulente portate servite a ritmi frenetici, e cucinate da uno chef di prima grandezza, che risponde al nome di Steven Spielberg. Il regista vuol render satolli gli stomaci voraci di tutti coloro che traggono appetito dalla meraviglia della fantascienza. Il lungometraggio è una poesia tradotta in un tripudio d’immagini, declamata attraverso un eccezionale utilizzo degli effetti speciali e, attentamente, parafrasata con “figure retoriche” personificate in “avatar” che sfilano, come fossero su di un’immensa passerella. Spielberg è riuscito a catturare e a racchiudere nel palmo della propria mano l’essenza del romanzo, infondergli in essa il proprio inconfondibile tocco. “Ready Player One” è un madrigale alla cultura popolare degli anni ’80 ma non si limita a tributare con malinconia, ma trasporta il passato e lo mescola al presente degli spettatori e al futuro stesso dei protagonisti della storia, generando una soluzione unica, come un affresco universale.

Il Tirannosauro è uno dei simboli del cinema di fantascienza di Steven Spielberg. Potete leggere di più su “Jurassic Parkcliccando qui.

 

Cosa, alla fin fine, non rende tangibilmente visibile Spielberg nel suo film?! Egli traspone di tutto: il Tirannosauro, King Kong, Alien, la DeLorean di Ritorno al futuro, Joker, Harley Quinn, Batman, Batgirl, Robocop, persino sua maestà, il Gigante di ferro. Cosa si potrebbe dire, senza lasciarsi influenzare dalla sfera emotiva, su un film in cui vi è una lunga scena in cui combatte Gundam, fiancheggiato da quel Gigante buono concepito dalla mente di Brad Bird, contro il terrificante MechaGodzilla? E cos’altro si potrebbe aggiungere su un film che rilegge, sempre rispettando il proprio stile, il cult “Shining”, facendo sì che i propri personaggi vengano trasportati all’interno dello spaventoso “set” di Stanley Kubrick in una sequenza sbalorditiva? E’ arduo poter commentare, con giudiziosa razionalità, l’emozione pura emessa dallo stupore visivo dell’opera di Spielberg.

Il Gigante di ferro, protagonista dell’omonimo capolavoro d’animazione, riveste in “Ready Player One”, naturalmente, un ruolo eroico e audace. Potete leggere di più sul film “The Iron Giant” cliccando qui.

 

Ready Player One” possiede la forza indomita della natura selvaggia de “Lo squalo” e di quella preistorica di “Jurassic Park”. L’ultima pellicola di fantascienza di Spielberg fa filtrare, nei propri personaggi principali, quello stesso anelito di rivalsa che esortava i dinosauri a spezzare le catene imposte dagli uomini. Ancora, il film è permeato da quel senso d’adrenalinica avventura che la tetralogia di Indiana Jones ha sempre fatto emergere con impareggiabile maestria. La pellicola ha, altresì, nella bontà dei due protagonisti, Wade e Samantha, la dolcezza fiabesca di “E.T.”, e nel loro amore, la vena sognante di “Hook – Capitan Uncino”.  “Ready Player One” è, a mio parere, la quintessenza tributaria del cinema Spielberghiano, perché riesce a coniugare la magnificenza di quel tipo di sogno che Spielberg ci ha da sempre regalato, e per mezzo del quale trasformiamo, ogniqualvolta vogliamo, la quotidianità in una fantastica avventura, fatta di un impalpabile magia che tende sempre al lieto fine.

In “Ready Player One” Spielberg non cita e dissemina solamente, egli plasma una storia semplice ma avvincente, genuina ma al contempo capace di rilasciare un messaggio da apprendere. “Ready Player One” è un film vecchio stile. Pur potendo fregiarsi di un’estetica che non ha paragoni, e una narrazione calata in un contesto avveniristico, ricorda le pellicole di un tempo, con quel particolare taglio che soltanto Spielberg sapeva e sa dare. Si tratta di un’opera che mi ha riscaldato il cuore nell’egual maniera di come facevano i film che vedevo da bambino, quelli impressi sul nastro di una videocassetta. “Ready Player One” ha conservato la bellezza incontaminata di un film generato negli anni ’80 e ’90, quel genere di pellicole in cui gli eroi, giovani e avventurosi, salvavano il mondo, fronteggiando forze apparentemente incontrastabili e, spesso, incarnate negli adulti. Era proprio la genuinità della narrazione, la spontaneità dei personaggi e quel loro spingersi oltre, al di là delle limitazioni che venivano loro imposte da terzi, a farmi adorare questo genere di film. “Ready Player One” è un film imperdibile, un luna park compendiato tra i limiti scenici di una macchina da presa, un diamante da custodire gelosamente e da rimirare quasi con devozione.

Parzival così come appare con il travestimento alla “Clark Kent”. In “Ready Player One” i protagonisti citano la seguente frase di Lex Luthor, tratta da “Superman” del 1978: “Signorina Teschmacher, alcuni possono leggere "Guerra e pace" e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell'universo.” Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

 

Wade è un orfano, ha perduto il padre e la madre quando non era che un bambino, e convive con l’ingenua zia e la di lei ultima conquista, vale a dire un uomo rozzo e violento. Il protagonista di questa storia non ha amici, eccetto quelli che ha conosciuto nella realtà virtuale, senza però averli mai incontrati personalmente: tra questi il suo migliore amico, Aech. Anche per Wade il gioco virtuale rappresenta una via di fuga, un modo per estraniarsi dal deprimente mondo che lo avviluppa. Padroneggiando il proprio Avatar, che risponde al nome di Parzival (riferimento al cavaliere medievale dell’omonimo testo), Wade si immerge nella realtà virtuale di OASIS, conoscendola e rileggendola sempre come la sua sola casa. E’ anch’egli un esule che ricerca una mera possibilità di ergersi su di una società decaduta e egoistica. Se per Wade la realtà è un afoso e soffocante deserto, OASIS è l’incarnazione olografica e virtuale di un’oasi sorta su verdi radure, bagnata da acque limpide e cristalline e circondata da palme che si levano alte, attenuando, con il loro possente fusto e le loro fronde, i cocenti raggi del sole, facendo sì che si generi sul terreno un’ombra in grado di rinvigorire il corpo e ristorare il cuore.

Tutti vogliono fuggire dalla “verità” che appare sotto i loro occhi, e tutti anelano solamente a trasferire la loro coscienza in una divertente illusione. In OASIS, Wade incontrerà altri amici, dapprima li conoscerà soltanto coi loro avatar, ma in seguito li vedrà per come sono realmente. Tutti loro formeranno una squadra per conquistare le tre chiavi ma, soprattutto, per salvare OASIS dalle perfide angherie e dagli oscuri voleri del losco Nolan Sorrento, massimo dirigente della multinazionale IOI.

E’ proprio in quel mondo irreale, eppure così vivibile e al contempo così fantasticamente intellegibile, che Wade conosce la ragazza di cui si innamorerà, la quale risponde al nome fittizio di Art3mis. Parzival dichiarerà ad Art3mis il proprio amore, ma lei lo rifiuterà perché intimorita dal fatto che nella vita reale non si sono mai incontrati. Art3ms, il cui vero nome è Samantha, è una ragazza bellissima, ma timorosa nel mostrarsi per com’è realmente dinanzi a Wade. Ella ha sulla faccia una voglia che le contorna l’occhio destro e si protrae ancora, fino a occuparle un lato della fronte. “Sam”, come preferisce farsi chiamare, copre sovente quella parte del volto con una ciocca dei suoi capelli rossi. Quando Wade riuscirà finalmente ad incontrarla, ed entrambi non saranno più velati dall’illusione dei loro avatar, egli le accarezzerà il viso, spostandole delicatamente i capelli fin dietro l’orecchio, così da poterla vedere senza nulla che la nasconda. Wade non nota alcuna differenza, e seguita, come prima, a confessarle il suo amore. Questo perché nessun avatar, così come neppure una graziosa chioma di capelli rossi, può celare la bellezza ammirata con gli occhi di un cuore innamorato. E’ qui che si snocciola il primo significato di “Ready Player One”, l’importanza della realtà e del modo in cui percepiamo il fantastico. Wade non si era di certo innamorato di un avatar ma di ciò che l’avatar di Art3mis testimoniava, in verità, la personalità di Samantha. Una volta conosciutala, Wade può comprendere realmente quanto il vederla, il poterla sfiorare davvero con il tocco della sua mano siano possibilità superiori a qualsivoglia espediente tecnologico. Samantha afferma, inoltre, che col tempo tutti hanno dimenticato la delicatezza del vento, riscontrabile sull’epidermide quando esso soffia forte, o la dolcezza di un sole appena sorto che illumina tutto coi suoi raggi. “Rinchiudendosi” in OASIS, l’umanità ha perduto ciò che ancora può essere apprezzato nel vero mondo.

Questo verrà ulteriormente capito dai giocatori quando si appelleranno alle parole del creatore, Halliday. Egli ha vissuto tutta la sua vita nella paura, nel patologico timore, scovando un rifugio nei videogiochi e nelle proprie creazioni, fino a quando il tempo inesorabile non ha reclamato la sua esistenza. Halliday si era innamorato di una donna, Kira, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi. Non fece il “salto”, quello stesso “salto” ripetuto dalla canzone con cui il film apriva il proprio corso. Ecco perché quel brano fungeva da prologo, perché anticipava il messaggio più importante: affrontare con ardore ciò che ci spaventa. Wade con Samantha compirà il suo primo salto quando balleranno con i loro avatar sospesi nel vuoto di una discoteca virtuale, e proprio danzando su quel suolo sospeso per aria egli le dirà di amarla. Infine, quando Wade trionferà, non cederà alla paura e adempirà il suo ultimo salto: baciare la donna di cui si è perdutamente invaghito. Acquisito il controllo di Oasis, Wade, con la sua squadra, ricorderà a tutti che la realtà virtuale è un regno di fantasticherie. Ma senza trascurare esso, dobbiamo anche tornare a prenderci cura della nostra Terra e della nostra unica realtà, che ha come assoluta ed ineguagliabile bellezza, l’essere…reale!

La fantasia, la speranza e l’immaginazione sono tutti elementi che giungono in nostro aiuto e con i quali dobbiamo reinterpretare la realtà che ci circonda, senza però sostituirla. Nulla può prendere il sopravvento sul reale…la limpidezza di un sogno da ammirare deve rendere migliore la vera realtà, mai capovolgerla. Ecco perché “Ready Player Oneè un tuffo compiuto da un trampolino posto ad una ragguardevole altezza; da lassù possiamo tuffarci in libertà, precipitare giù in un vortice apparentemente senza fine, fino a planare agevolmente a terra…su di un suolo soffice come una realtà fatta di sogni e verità.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • Giovane e spericolata, Lara

Al termine di una delle sua innumerevoli avventure, Lara finì per restare sepolta sotto un cumulo di macerie, quando l’ingresso della Grande Piramide di Giza, improvvisamente, collassò. Era l’atto finale di “Tomb Raider – The last Revelation”, il quarto capitolo della saga di “Tomb Raider”. Lara fu data per dispersa. In molti credettero, sbagliando, che fosse morta e che avesse infine trovato riposo tra quelle arcane tombe che, da sempre, costituirono gli intriganti scenari delle sue entusiasmanti ricerche. Venne allestito un funerale di commiato per volgere l’ultimo saluto alla scomparsa Lara Croft. A questa cerimonia presenziarono gli amici più cari, i quali deposero rose rosse ai piedi di un’imponente statua che ritraeva la ricca ereditiera in una delle sue pose più iconiche, nel mentre impugnava le sue due pistole dalle munizioni illimitate. Poco dopo quella cerimonia funebre, Winston, il maggiordomo di Lara, accompagnato dall’amico Charles Kane e da Padre Dunstan tennero una veglia privata al Maniero dei Croft, scambiandosi interessanti aneddoti e rievocando storie riguardanti alcune delle vicende più ardimentose dell’archeologa scomparsa. In particolare, Padre Dustan ne raccontò una dalle tinte inquietanti.

Molti anni addietro, quando il religioso fu chiamato a compiere un esorcismo sulla temibile Isola Nera in cui albergava una forza demoniaca, fu seguito a sua insaputa da una giovane e spericolata Lara, la quale si nascose sul bastimento utilizzato per la oscura e misteriosa missione. Lara, a quel tempo, aveva solamente diciassette anni. Ma non era una questione d’età. Fin da quando era soltanto una ragazzina, possedeva un temperamento irrequieto, animoso e impavido. Ella non riusciva proprio a star tranquilla, a vivere serenamente tra le agiatezze della propria casa e le ricchezze ereditate dall’alto lignaggio a cui apparteneva. Già da ragazza, Lara sognava di vivere incredibili avventure, d’intraprendere viaggi esotici e di esplorare zone non ancora battute da rinomati archeologi. Ed in questa particolare avventura, ambientata nell’Isola Nera, una giovanissima Lara viveva una delle sue peripezie iniziatiche. Era solamente una ragazzina, ma il suo aspetto era già consolidato: i suoi folti capelli erano avvolti in due trecce che le scendevano giù per le spalle. Portava sulla schiena uno zainetto e non padroneggiava ancora alcuna arma. In quell’isola dalle venature orrifiche, aveva come suo solo espediente difensivo il proprio ingegno e la propria sagacia.

Lo scenario dell’Isola Nera che ho presentato con fare descrittivo rappresentava la terza avventura del quinto capitolo della saga classica di “Tomb Raider”, vale a dire “Tomb Raider – ChroniclesLa leggenda di Lara Croft”. Tale “episodio” ci permetteva d’interagire con una Lara inesperta, insicura ma al contempo decisa più che mai ad ascendere, una volta raggiunta l’età adulta attraverso questa sorta di rito d’iniziazione, al ruolo di astuta e implacabile eroina. “Chronicles”, nella sua interezza di gioco, si prefiggeva l’obiettivo di tributare, tramite il ricordo, la leggenda dell’archeologa inglese, dal suo battesimo del fuoco, avvenuto in quell’isola presidiata da un’entità maligna, fino a rinarrare le sue traversie più pericolose. E’ questa Lara Croft: una leggenda, una maschera di donna indomabile, bellissima, un’icona di femminilità indipendente, l’emblema carnale di magnetismo fisico e caratteriale convogliato in una personalità ricca di sfaccettature. Far vivere al videogiocatore un’esperienza di gioco che garantisse la possibilità d’immedesimarsi con una Lara così incerta e ancora fin troppo impreparata fu una scelta coraggiosa che venne poi ripresa del tutto dalla Crystal Dynamics, quando produsse il reboot videoludico “Tomb Raider”. In quest’ultimo videogioco, Lara andava incontro a un grosso cambiamento estetico oltre che biografico. Tale rivisitazione del personaggio fu ideata da Rhianna Pratchett, la quale volle umanizzare e rendere più fragile la figura dell’archeologa. La Lara di questa nuova saga è giovane, spaventata ed emotivamente delicata. Sarà la sua prima esperienza avventurosa e la conseguente lotta per la sopravvivenza su di un’isola remota a farle sviluppare le capacità che la renderanno celebre. Come accaduto anni or sono, con la Lara di “Tomb Raider Chronicles”, per certi versi nel “Tomb Raider” del 2013 Lara Croft adempiva il proprio percorso di sviluppo tra incertezze e fughe rocambolesche ancora su di un’isola colma di fatali pericoli.

La Lara interpretata al cinema da Alicia Vikander è del tutto ispirata al reboot “Tomb Raider” e, per tale ragione, ci racconta la prima, vera avventura di una giovane, spericolata e inedita Lara Croft.

  • Da Angelina ad Alicia

Alicia Vikaner non è la prima interprete a conformare i lineamenti del proprio viso con quelli della ricca ereditiera delle fortune dei Croft. Ad inizio Duemila, Angelina Jolie vestì i panni di Lara. Angelina Jolie dava l’impressione d’essere nata per interpretare un simile personaggio, tanto il suo aspetto quanto il suo corpo statuario e la sua presenza scenica richiamavano le fattezze dell’originale. Angelina Jolie era l’interprete di Lara Croft perfetta, calata però in trasposizioni non certo impeccabili: se il primo film poteva essere ritenuto un divertente e adrenalinico action-movie, l’atmosfera dei videogiochi veniva soltanto accennata e pertanto non trasposta fedelmente. Il secondo film a cui Angelina Jolie partecipò, ovvero “Tomb Raider – La culla della vita”, fu ancor meno avvincente del primo capitolo cinematografico. Nonostante le due pellicole fossero alquanto inferiori a quelle che potevano essere le aspettative del periodo, entrambe potevano pur sempre contare sull’avvenente presenza della diva. Angelina Jolie, col suo volto scolpito, le sue forme prosperose, e il suo talento aduso ai ruoli d’azione, incarnò l’inimitabile essenza classica della più pura Lara Croft, l’audace esploratrice che non trema difronte a nulla, colei che trionfa battendosi con ardore e che svela enigmi con l’intelligenza di chi abbina alla propria vena intuitiva una cultura scaturita dallo studio e dalla passione per l’antico.

La Lara Croft dei primi “Tomb Raider” sembrava avesse preso vita. Angelina Jolie indossava una canotta nera e un paio di pantaloncini corti che lasciavano intravedere gran parte delle cosce. Dall’attaccatura dei capelli scendeva una fluente ciocca bruna. Le sue pistole, dentro una doppia fondina stretta sui fianchi, erano sempre pronte per essere estratte.

Alicia Vikander personifica, invece, la Lara Croft degli ultimi anni e se venisse confrontata al personaggio visto nel “Tomb Raider” del 2013 e nel suo seguito “Rise of the Tomb Raider”, è evidente come l’attrice svedese sia una scelta più che azzeccata. La Lara dei recenti “Tomb Raider” è un’eroina fanciullesca alle prese con forze oscure, le quali, palesandosi in tutta la loro brutalità, spezzano l’innocenza della sua giovinezza, trascinandola in un modo fatto di terrore e sgomento. Ella è altresì una donna timorosa e proprio nel domare tale paura riesce a scovare quell’ardore che la contraddistinguerà in futuro. Questa particolare Lara Croft è un’eroina in divenire, come quella rappresentata in quell’episodio di “Chronicles” cui facevo cenno, e a differenza della sua incarnazione precedente, deve formarsi. Quale dovrebbe essere, dunque, la migliore Lara Croft? Quella di Angelina Jolie che si rifà alla veste indomita, seducente e tradizionale del personaggio o quella di Alicia Vikander, che assume i panni di una Lara acerba ma vigorosa? Vale il medesimo giudizio che bisognerebbe adoperare per i videogiochi della saga di “Tomb Raider”. Poiché sono tutte proiezioni di un medesimo ideale, figure di una stessa ispirazione, non esiste una Lara migliore dell’altra. Ciononostante, potrei smentirmi io stesso e ammettere che esiste davvero. La migliore sarà sempre colei che preferite.

E’ e sarà sempre una scelta soggettiva. Se chi legge è un appassionato di “Tomb Raider” capirà perfettamente quanto sto scrivendo. Vi è sempre un “Tomb Raider” che custodiamo nel cuore più di un altro, e assieme a quel titolo, c’è quella specifica Lara che ha rapito il nostro cuore ancor più delle altre. Nel corso degli anni si sono succedute decine di Lara Croft e ognuna di esse aveva un che di speciale che la rendeva diversa dalle altre e, per tale ragione, unica.

Chi sta scrivendo queste righe di recensione vuole ammettere che la sua Lara prediletta resta quella di “Tomb Raider – Anniversary”. Sarei, dunque, orientato a scegliere sempre la Lara Croft dal look classico, eppure, come sono riuscito ad apprezzare i recenti capitoli videoludici, ho potuto gustare l’adattamento cinematografico del 2018 senza pregiudizi di ogni genere, sperando di poter essere rapito ancora una volta da quest’ultima reinterpretazione del mito di Lara Croft.

  • Lara Croft torna al cinema

Il “Tomb Raider” diretto dal norvegese Roar Uthaug alza il sipario mostrandoci un’inconsueta Lara, intenta a battersi su di un ring in una palestra di periferia. Non è una dottoressa in archeologia, come ognuno di noi si attendeva, anzi tutt’altro, ella non frequenta neppure l’università, sbarca il lunario facendo piccoli lavori saltuari e non è per nulla interessata a raccogliere le redini dell'azienda di famiglia. Lara cerca, in maniera infruttuosa, di trovare il suo posto nel mondo. Inizialmente, Lara pare assumere i contorni di una ragazza infelice e ribelle, che fugge dalle imposizioni dettatele dagli adulti. Sebbene siano trascorsi 7 anni dalla scomparsa del padre, non riesce a darsi pace e desidera ritrovare l’adorato genitore. Quando rinverrà un indizio lasciatole dal padre, Lara partirà alla sua ricerca, in un viaggio che la condurrà a raggiungere un'isola misteriosa al largo delle coste del Giappone, nel bel mezzo del "Mare del Diavolo". Sara nuovamente un’isola sconosciuta l’habitat prescelto per la nascita e la formazione di un simbolo che ha nome in Lara Croft. Scortata dal capitano della nave Lu Ren, anch’egli orfano di padre, Lara imboccherà, infatti, un percorso che la plasmerà come spericolata archeologa a caccia di reperti antichi e città perdute.

Se l’inizio del film ci permetteva di osservare una protagonista fastidiosamente diversa dalla sua controparte originaria, quasi inverosimile e atipica in quelle sue lotte con i “guantoni da boxe” e in quelle sue corse in bicicletta tra le strade cittadine, la rotta viene fortunatamente ben presto invertita. Il lungometraggio di Uthaug rende onore all’omonimo videogioco del 2013 da cui trae il proprio sviluppo narrativo, portando in scena una trama molto simile a quella del reboot videoludico. Le inquadrature imitano il gioco e le situazioni in cui Lara rischierà la vita e dovrà salvarsi sempre per il rotto della cuffia, compiendo salti prodigiosi o dovendo far fronte a cadute vertiginose, rimandano ad altrettante sequenze spettacolari riprese dal videogioco e trasposte in live-action. Gli elementi estrapolati dallo stile di gioco di “Tomb Raider” ci sono tutti: Lara camminerà su assi posizionate in bilico su dirupi che cedono nel vuoto, scalerà impervie alture con l’ausilio della sua picozza, si mimetizzerà sfruttando la vegetazione che la circonda e, ancora, si muoverà in silenzio sorprendendo di soppiatto i suoi nemici e risolverà, infine, i rompicapi più ostici. “Tomb Raider” è un buon adattamento filmico se consideriamo il suo essere tratto da un videogioco, merce piuttosto rara se dovessimo prendere in esame le recenti trasposizioni ispirate ai titoli per console più famosi. I principali difetti del film sono comunque imputabili alla caratterizzazione dei personaggi di supporto, decisamente scialba, e ad alcuni sviluppi della storia, i quali non potranno che essere ritenuti banali o fin troppo semplicistici.

Il “Tomb Raider” con Alicia Vikander parla di sopravvivenza. Ed è proprio per sopravvivere che Lara sarà costretta a uccidere un brutale assalitore: tale accadimento costituirà per lei il primo assassinio. Come veniva mostrato in “Tomb Raider – Anniversary”, quando Lara si trovava costretta a prendere la decisione di uccidere un suo cruento avversario, anche nel film del 2018 questo evento segnerà una crescita nella freddezza dell’eroina. L’iniziale turbamento e lo shock per quanto ha dovuto commettere verranno espressi da una percepibile sofferenza. Non a caso una simile scena, necessaria per dare il via allo sviluppo della protagonista, precederà per Lara il ritrovamento dell’adorato padre, figura cardine per la completa evoluzione della donna.

E’, infatti, il rapporto tra Lara, intesa questa volta non come eroina ma semplicemente come figlia, e il padre ritrovato ad essere al centro della narrazione. Lara ricorda come il padre era solito, prima di partire per un suo lungo viaggio, salutarla dandole un bacio sulla fronte. Rammenta sempre che il papà avvicinava le sue due dita alla bocca e poi, quelle sue stesse dita le posava delicatamente sulla fronte della piccola figlioletta, come a volerle lasciare un bacio impresso col tocco di una mano. Lara continua ad essere profondamente affezionata al papà, ed è legata a quei ricordi e a quel gesto paterno in particolare; cerca quasi di accarezzare la figura di Richard Croft, muovendo le dita sullo schermo della camera quando osserva il padre parlarle in una vecchia videoregistrazione.

La Lara di questo “Tomb Raider” passa dall’essere una ragazza emotivamente sensibile e caratterialmente testarda al divenire una donna forte, intrepida, pronta a lasciarsi il passato alle spalle. E questo potrà accadere soltanto una volta che Lara e Richard si rincontreranno. E’ la crescita del personaggio principale il fulcro del film, un’evoluzione che avverrà attraverso il patimento di una sofferenza fisica invece che mediante una maturazione psicologica. Le cadute rovinose al suolo, le ferite riportate, le sofferenze tollerate, lo sporco del terreno, il fango che le imbratterà più volte la pelle, tutto questo servirà a far accrescere in lei una forza ma soprattutto una resistenza che saprà di eroico. Sul finale, la perdita, questa volta definitiva, del padre guiderà Lara al culmine del proprio sviluppo. Nella dolorosa morte dell’amato genitore ella troverà il senso della sua vita; un’esistenza tradotta in una missione senza fine e da adempiere sotto l’ispirazione di quel “tipo di Croft” a cui lei si è sempre ispirata. Alicia Vikander, indossando una canotta, un paio di pantaloni lunghi e brandendo con abilità un arco e una picozza, le medesime armi utilizzate dalla Lara del gioco prodotto dalla Crystal Dynamics, diventa pienamente l’incarnazione prescelta ed efficace della Lara contemporanea, meno indipendente e molto più sensibile emotivamente. Come un tempo Angelina Jolie fu di per sé la perfetta Lara Croft originale, Alicia si prende meritatamente la scena, assumendo i panni di una Croft atletica, snella e impavida, decisa come non mai a farsi le ossa una volta per tutte.

Tomb Raider” è un bel film d’azione, che verrà apprezzato appieno soprattutto da chi, come il sottoscritto, ha giocato al videogioco da cui è tratto. E’ un lungometraggio che vuol principalmente divertire ma anche emozionare con spontaneità, toccando le corde giuste nella trattazione del tema riservato all’affetto famigliare. “Tomb Raider” è una pellicola semplice e ordinata, da guardare con tanto di pop-corn. E’ un’opera che somiglia ad un bacio dato sulla fronte, dolce, sincera e affettuosa.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Ogni faro, nella sommità della torre, ha una lanterna che dispensa a tutti gli uomini di mare la sua luce amica. Tele luce squarcia l’oscurità della notte, mentre accompagna i naviganti durante i loro spostamenti e, quando serve, li fa attraccare in tutta sicurezza alle banchine del porto. Il faro giunge dunque in aiuto, è una sorta di ausilio, un supporto aduso a garantire l’incolumità dei marinai. Ci fu un tempo in cui i fari erano addirittura considerati sacri. Magniloquenti le parole che Luigi XVI rivolse ad un suo ammiraglio che aveva fatto prigionieri alcuni operai intenti a costruire un faro inglese: “Faccio guerra agli inglesi, non all’Umanità!”. Il faro è un richiamo luminoso che conduce verso l’approdo alla terraferma: una risorsa eretta dall’uomo per vegliare sui propri simili. A seguito di uno strano accadimento, nella storia che presto andremo a raccontare, proprio un faro ricevette un’insolita influenza proveniente da una fonte imprecisata, così da cominciare ad emettere un luccichio di accecante consistenza. Tale bagliore si propagò poi come un alone impalpabile e avvolgente. I territori caduti preda di questa diffusione formarono poi la cosiddetta Area X. Per cercare di scoprire cosa era realmente avvenuto in quel luogo vennero inviate diverse squadre di ricognizione. Tutte le squadriglie militari, mandate di volta in volta a perlustrare la zona disastrata, non fecero mai ritorno. In quel particolare faro, da cui in principio veniva emanata una luce di speranza, si è diffusa ora una rifulgenza d’oscura natura che sta arrecando solo morte e smarrimento. E’ l’inizio di “Annientamento”!  A seguito delle numerosissime sparizioni, viene inviata ancora una volta una nuova squadra, composta da sole donne, tra cui figura la biologa Lena, protagonista della storia. Una volta varcati i confini dell’Area X, le studiose, imbracciando armi da fuoco e procedendo con passo militare in quelle lande desolate e in quei boschi sempre più anomali, s’imbatteranno in raccapriccianti mutazioni genetiche che oramai presiedono sia la flora che la fauna di quella zona cosiddetta aliena.

Annientamento” ha avuto una distribuzione, per usare un eufemismo, marcatamente limitata. Il film con Natalie Portman, girato e realizzato nelle intenzioni dei propri autori per approdare nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, ha incontrato le reticenze della Paramount Pictures che ha optato, data la natura fin troppo “cabalistica” del film, di farlo uscire al cinema principalmente negli Stati Uniti. E’ stato in seguito stipulato un particolare contratto di distribuzione con Netflix così da rendere il prodotto disponibile, dal 12 marzo, sull’omonima piattaforma di streaming online. “Annientamento” è un thriller fantascientifico a portata di click, da gustare in prima visione assoluta nel divano della propria casa. “Annientamento” è un’opera di fantascienza difficilmente descrivibile a parole. Il regista Alex Garland ha fatto in modo che siano le immagini, l’eloquente silenzio delle ambientazioni naturali e le scenografie, rappresentazioni immaginifiche poste sugli sfondi, a comunicare quanto avrebbero dovuto. Le parole descrittive di una recensione dovrebbero conseguentemente apparire superficiali per riportare quello che il lungometraggio vuol dire ad ognuno di noi. Ciononostante qualcosa nel lavoro di Garland è venuto a mancare.

Dal punto di vista tecnico, Annientamento” vanta una buona regia, un’eccellente fotografia e un altrettanto fantastico comparto scenografico. Tuttavia, il ritmo dell’opera è lento. Il che in genere non sarebbe affatto un difetto, tutt’altro: nelle opere di genere fantascientifico una successione graduale è necessaria per infondere maggiore riflessione e profondità alle scene più introspettive. La scorrevolezza compassata, a volte scelta stilistica attuata per impreziosire le sequenze analitiche, risulta essere in questo caso una vera pecca. Questo perché, nella prima parte del film, ad una lentezza di ritmo si abbina una successione degli eventi poco chiara e quasi del tutto priva di suspense. “Annientamento” inizia e procede con un’inspiegabile flemma che sfocia nella noia e nell’indecifrabilità. La storia è un lungo flashback ed il lungometraggio salta, con frequenza, da una fase all’altra, tra il passato e l’imminente futuro della propria protagonista. Alla storia principale si legano i ricordi rievocati dalla mente di Lena. Lo schema richiama, per certi versi, le sequenze più introspettive dello splendido “Arrival”, diretto da Denis Villeneuve, nel quale la linguista Louise rammentava momenti di un imprecisato passato che, sul finale, si riveleranno essere ben più di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Sebbene i momenti riservati al trascorso della dottoressa Lena in “Annientamento” siano necessari affinché si riescano a comprendere le motivazioni e ciò che ha spinto la protagonista nel proprio agire, il film di Garland non può contare su un montaggio tanto curato quanto quello dell’opera con protagonista Amy Adams, in cui tutto tendeva a intrecciarsi splendidamente. I passaggi narrativi e gli stacchi tra una scena e l’altra in “Annientamento” paiono distanti, non garantendo una buona scorrevolezza. Se l’attrice Natalie Portman (come sempre bravissima) spicca su tutti, è ostico poter conferire i medesimi complimenti al resto del cast: comprimari insipidi, personaggi dalla psicologia soltanto accennata nonché attrici e attori, decisamente non al loro meglio, si avvicendano con poca brillantezza, tanto da non lasciare che pallide ombre del loro passaggio. Il cuore di “Annientamento” è da ritrovarsi nella sua protagonista e nel percorso che ella adempie. Anche in questo caso, però, le digressioni riservate al trascorso della donna, al suo non idilliaco rapporto matrimoniale e all’adulterio (atto autodistruttivo della donna verso la sua relazione coniugale) costituiscono solo brevi rimandi e permettono di farsi un quadro psicologico del marito di Lena e della stessa donna piuttosto scarno.

Ciò che è importante precisare è che “Annientamento” fugge da una spiegazione univoca. Per essere ancor più specifici è un film che ripudia totalmente qualsivoglia espediente didascalico. Tutto è ermetico, incerto, e nulla è chiaro completamente. “Annientamento” vuol frastornare gli spettatori, indurli a una riflessione dettata più dallo spaesamento che dalla profondità della tematica trattata dal film in sé.

Annientamento” è una costante oscillazione tra la bellezza e la repulsione, tra lo stupore e la paura. Sentimenti contrastanti che trovano terreno fertile per fiorire ed espandersi senza alcun freno in quella costruzione rocciosa che sorge nei pressi di una spiaggia deserta, per l’appunto, quel faro cui facevo cenno inizialmente. Da quella torre è venuto fuori un chiarore radioso, gradevole e stupefacente, ma tra i meandri di quei territori coperti proprio dalla stessa “cupola” siffatta di luce e colore, la natura e la vita stanno cambiando radicalmente, lasciando coloro che osservano tali mutazioni esterrefatti ma anche tremendamente spaventati. La forma di vita aliena che giace e si manifesta all’interno del faro è discesa sulla Terra e ha cominciato a invadere ciò che circondava lo spazio che essa occupava con insistenza, espandendo i propri limiti e avanzando senza compendiare confini. Non è evidente se l’alieno stesse annientando la vita così come la conosciamo nella sua naturalezza o se stesse semplicemente “cambiando” il tutto. E’ la trasformazione inaspettata la chiave di lettura del film, la mutazione genetica e cellulare. Il film inizia proprio con l’osservazione di una cellula tumorale che muta. Che l’alieno stesse operando sulla Terra e sulle forme di vita non scampate alla sua presa come fosse una malattia? In tal caso, “Annientamento” potrebbe essere riletto come la rivisitazione di un male incurabile che attacca la vita vigorosa e indomita così come la conosciamo fino a prostrarla dall’interno, come un malessere invisibile, che agisce nell’ombra, salvo poi palesarsi, deformando un’esistenza senza alcuna clemenza.

Ma il gravoso malanno esacerbato dall’alieno non conferisce deturpazione in ogni dove. I fiori nati da una pianta comune ma che presentano gli aspetti di specie differenti, tutti legati alla medesima radice, non generano orrore alla vista, tutt’altro, quasi incanto e curiosità. E così anche i cervi, i cui palchi sono stati contornati da fiori ricchi di vivezza cromatica, non disturbano, anzi allietano il cuore e sono gradevoli alla vista. Sembra che tale male perpetrato da una “malattia” aliena non sia così seccante da osservare.

Ed è per distorcere tale premessa che si palesano le altre terrificanti conseguenze dell’esposizione a un tale “cancro”, ovvero le bestie mutate in maniera dissennata nell’aspetto: un grosso coccodrillo, le cui fauci nascondono una sfilza di denti somiglianti a quelli degli squali, o un gigantesco orso che divora una preda umana e ne ruba e conserva il grido disperato, ripetendo, quando emette i suoi versi, l’implorazione “aiuto, aiuto” in una delle scene più angoscianti dell’intero film. Ancora, le sagome di “persone” immobilizzate e visibili come un miscuglio di tronchi, rami e fiori che spuntano dal terreno si alternano con i corpi devastati dei soldati divenuti un tutt’uno con le mura degli edifici. Da una parte vi sono “i simboli” dell’uomo amalgamato alla Terra e alla natura, dall’altra “le effigi” dell’uomo attaccato ai propri artifici e alle proprie costruzioni.

Annientamento” è una miscellanea tra fantascienza e orrore, tra meraviglia estetica e mostruosità orripilante. La seconda parte del film, in cui Lena si trova faccia a faccia con quella forma di vita extraterrestre che si muove a specchio, di riflesso, mimando i movimenti della donna fino anche a replicare il suo aspetto, offre agli spettatori la contemplazione di un’esperienza mistica, psichedelica, in grado di lasciare il segno. Al termine del suo viaggio, Lena tornerà ferita nel corpo e sconvolta nell’animo. Cosa sarà di lei? Ciò che è rimasto del “marito” cambiato, e quello che è mutato in lei, elemento manifestatosi dal cambiamento delle iridi, cosa potrà portare? La nascita di una nuova e imprevedibile vita generata da una coppia tornata a relazionarsi e soggetta alla mutazione? Quesiti che non troveranno risposta poiché strumenti necessari ad espletare una riflessione e non a dare una certezza.

L’opera di Garland, pur migliorando nettamente nella seconda parte e potendo contare su una costruzione scenica fantastica, dà l’idea d’arenarsi sul “mascheramento” delle tematiche, tanto da non volerle palesare per paura di doverle approfondire. Per tale ragione, la pellicola finisce per concedere ai temi trattati non molto di più di un rimando, non più di un accenno. “Annientamento” è un film discreto, certamente profondo, che tuttavia sarebbe potuto apparire migliore. Il film permane fino alla fine in uno stato d’architettato ermetismo, d’inaccessibile chiusura e inintelligibile spiegazione. Annientamento” vuol “fare” e “comunicare” con pienezza, ma soffre il fatto di non riuscirci mai fino in fondo. Sarebbe bastato ben poco per rendere maggiormente fruibili i messaggi scelti e occultati con troppa dedizione. Alle volte è ben più arduo inscenare con intenzione critica e analizzare con “occhio metaforico” una serie di concetti con maggiore cristallinità che nasconderli dietro indizi disseminati qua e là.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Arrival" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Domenica 4 marzo si appresta ad essere celebrata un’altra grande annata cinematografica: la notte della 90ª edizione della cerimonia degli Oscar si avvicina. E così, anche quest’anno, il solito quesito scalda gli animi dei cinefili sparsi per il mondo: quale pellicola strapperà la statuetta più ambita, quella per il miglior film? In attesa di scoprire tutti i vincitori dell’edizione del 2018, vorrei invitarvi a fare un passo indietro e seguirmi in un breve viaggio a ritroso nel tempo. Supponiamo d’inserire sul cruscotto della nostra DeLorean una data ben precisa, sfrecciamo via a tutto gas fino a raggiungere la velocità di 88 miglia orarie, così da innescare il flusso canalizzatore e mandare il tempo indietro di soli 12 mesi per riscoprire un lungometraggio di fantascienza che ha lasciato un’impronta indelebile.

Lo scorso anno “La La Land”, il musical capolavoro di Damien Chazelle, si presentava alla notte degli Academy Award come grande favorito, potendo contare su 14 candidature. Che record! “La La Land” aveva eguagliato il numero di nomination stabilito in precedenza da “Eva contro Eva” e da “Titanic”. Alla fine, “La La Land” otterrà 6 premi Oscar, mancando (con clamorosa beffa) quello al miglior film. Tra i lungometraggi candidati figurava una pellicola di fantascienza dal titolo “Arrival”. “Arrival” vantava 8 nomination, tra cui quelle per la miglior regia, la migliore sceneggiatura originale e, naturalmente, quella al miglior film. Di quella sera rammento distintamente che ogni qualvolta venivano letti i nomi degli interpreti, ciascuno nominato per categoria, puntualmente partivano, sia pure accennate, le sequenze di “Arrival”. Ciò mi dava l’impressione che l’opera diretta da Denis Villeneuve non fosse stata considerata sufficientemente. Fioccavano le candidature, e in quei magici frangenti era successo di tutto, ma “Arrival” nulla, mancava tristemente la vittoria. Avevo come la sensazione che il film di Villeneuve rimanesse in silenzio, con un alone di astratta e impalpabile consistenza, in un angolo della grande sala cerimoniale. Immaginavo l’essenza stessa di “Arrival”, come se essa “osservasse” con compostezza la situazione, “guardasse” gli altri vincere e mantenesse uno stato laconico d’accettazione. Si lascerà andare solo a un flebile suono, concederà, a chi pone l’orecchio per ascoltare un suo grido liberatorio, soltanto un gemito d’appagamento quando, finalmente, otterrà una vittoria nella categoria del miglior montaggio sonoro.

Arrival” aveva fatto breccia nei cuori degli appassionati del cinema sci-fi, ed aveva, per certi versi, effettuato una rivoluzione nel genere fantascientifico contemporaneo, ma ciò non era bastato per far invaghire la giuria e spodestare film di altrettanto valore. E così, ebbi l’impressione che “Arrival” acconsentisse al proprio fato con dignità, senza voler esternare alcun clamore, senza dir nulla. Perdonate qualche azzardo metaforico, ma “Arrival” non riuscì a comunicare quanto avrebbe voluto a chi scelse di conferirgli un solo premio. Troppo poco per un’opera di tale rilevanza. Per l’Academy, “Arrival” non fece clangore, cadde in un inaspettato silenzio. Un qualcosa di paradossale se ci soffermiamo un momento a pensare al valore che il lungometraggio infonde al linguaggio e alla stessa comunicazione. Forse “Arrival” non poté dire la sua agli Oscar, malgrado le svariate candidature, e ciononostante parecchie emozioni e altrettante riflessioni riuscì a destare nel cuore e nella mente di chi, come me, questo film ha imparato ad amarlo sin da subito.

  • Il dono di un incontro

Steven Spielberg aveva posto per primo l’attenzione sul tema nel suo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Visitatori, noti comunemente con l’appellativo di “alieni”, giunti da remote e imperscrutate regioni dello spazio profondo, discendevano sulla Terra per stabilire un contatto con la razza umana. Quelle filmate da Spielberg erano forme di vita intelligenti ma soprattutto pacifiche. Nel 1977, Spielberg infuse il proprio estro innovativo alla settima arte, ridisegnando i canoni della fantascienza incentrati sul tema dell’incontro-scontro con creature extraterrestri. Gli alieni, con Spielberg, vennero finalmente rappresentati come esseri mossi da una curiosità prettamente scientifica, creature senzienti e perfettamente in grado di provare sentimenti. Corpi estranei ai nostri ma dotati di un intelletto e di una sfera emotiva del tutto simile a quella umana. Gli extraterrestri non erano più interpretati come una minaccia, una forma d’esistenza ostile e pericolosa, alimentata dall’ambizione di conquista o dal desiderio predatorio di uccidere l’essere umano, preda primitiva e inferiore. In “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, gli alieni raggiungevano il nostro pianeta per scambiare informazioni, per donarle e acquisirle loro stessi, in uno scambio equo e simbiotico con il nostro popolo. Tutto questo era necessario per scoprire, per comprendere, in una sola parola, per comunicare. L’incontro ravvicinato tra l’uomo e l’extraterrestre ricevette, in tal caso, una rilettura positivista che conferì a questo straordinario accadimento la valenza di un evento raro e per questo importantissimo. Tale incontro fu una risorsa conoscitiva tanto per l’uomo quanto per l’alieno. L’incontro tra la razza umana e la razza aliena è dunque un’opportunità da cogliere, un dono reciproco per entrambe le specie, e da questo “pegno” scambiato, entrambe le razze poterono trarre una conoscenza d’inestimabile valore. Ma, e qui sorge il dilemma trattato da Spielberg, come si potrebbe comunicare con una razza aliena? Come dovremmo stabilire un primo contatto, proseguire un approccio comunicativo e poter carpire i significati nei messaggi pronunciati da una razza così diversa dalla nostra? Serviva un linguaggio universale. Per Spielberg fu la musica!

Gli uomini rispondevano alle sequenze emesse dagli UFO utilizzando le note musicali. E in egual misura, l’immensa astronave madre dei misteriosi visitatori riproduceva, di tutta risposta, le note emesse in successione dagli uomini e associate a fasci di luce cromatica. Un’intesa basica stabilita con la melodia e con il bagliore della luce e del colore: un atto comunicativo primordiale tra due razze estranee che cercano di capirsi vicendevolmente. Ma se dovessimo davvero cercare di comunicare attraverso un incerto linguaggio e tentare di decifrare i simbolismi di un idioma a noi sconosciuto, come dovremmo realmente agire?

  • Il dono della comunicazione

Arrival” parte dal suddetto interrogativo per sovvertire le leggi tradizionali della fantascienza, e porre un’attenzione complessiva sull’importanza della comunicazione in quanto mezzo necessario d’espressione e di comprensione. Protagonista della storia è la linguista Louise Banks (una splendida Amy Adams), la quale viene convocata per far parte di una squadra d’élite, istituita per cercare di comunicare con una specie aliena. Astronavi d’origine extraterrestre sono, infatti, atterrate in alcuni punti della Terra, e Louise ha l'incarico di chiedere agli alieni che si trovano sul sito d’atterraggio del Montana da dove provengano e se le loro intenzioni siano pacifiche.

Nella sequenza d’apertura di “Arrival” viene mostrato una sorta di prologo introduttivo, in cui si susseguono alcuni anni di vita di Louise e sua figlia, Hannah, fino al giorno in cui la giovane morirà a causa di un tumore. Al termine di questa drammatica sequela d’immagini, Louise, intenta a tenere una lezione all’università, verrà selezionata dal governo statunitense.

La comunicazione è vita. Qualunque forma di comunicazione costituisce l’essenza vitale di una persona. Tutti noi comunichiamo di continuo, anche quando non ne siamo prettamente coscienti. Il nostro corpo comunica qualcosa, i nostri gesti accentuano il nostro parlato e spesso espletano una comunicazione non verbale che può essere incerta e contraddittoria, persino i nostri sguardi esternano un interesse e, altresì, una concentrazione. Comunicare non significa soltanto esporre a parole ciò che intendiamo. Le persone sprovviste del dono della parola riescono ugualmente a comunicare, naturalmente, con il linguaggio dei segni. La comunicazione non possiede limiti e per questo lo studio di essa viene condensato in una branca della scienza apposita. La comunicazione ha molte forme, e viene utilizzata costantemente. Tutto è comunicazione!

In un semplice messaggio rilasciamo un’intenzione comunicativa, il più delle volte chiara ed evidente. In un copione teatrale occultiamo nelle parole che dovranno essere pronunciate da personaggi fittizi, e celiamo, dietro le frasi dei monologhi emessi da un solo protagonista, i nostri pensieri a cui diamo una forma d’espressione calata in un contesto immaginario ma destinato ad un pubblico quanto mai vero. L’arte stessa è comunicazione. Un’opera scultorea veicola nella propria estetica il volere comunicativo plasmato ed eternato da un artista, che ha immortalato il significato agognato in una posa evocativa. Ancora, la musica è comunicazione, ritmata e melodiosa, e in egual modo la poesia è essa stessa comunicazione, strutturata in versi e cadenzata in rime. Si tratta, in tal caso, di una comunicazione che fa del linguaggio uno strumento privo di catene, libero di librarsi, scevro da costrutti linguistici. La licenze poetiche garantiscono agli scrittori di piegare la lingua al proprio estro scrittorio, d’ignorare una regola categorica e mutarla in un dolce suono voluto dal poeta per richiamare, con il proprio stile, un’idea o un’emozione. Comprendiamo così come la comunicazione sia in grado di raggiungere vette d’espressione artistiche illimitate e che la lingua può divenire uno strumento, un espediente fatto proprio e “ridisegnato” secondo le proprie intenzioni, in grado di dare forma, fattezza immaginabile e significato a un sentimento.

Anche un film garantisce un’azione comunicatoria. Oltre ad una trama in grado di generare una morale, persino una singola scena possiede l’abilità di diffondere uno o più significati. Si tratta della cosiddetta comunicazione simbolica, mediata dalla scenografia, della costruzione scenica sapientemente orchestrata per trasmettere un messaggio da dedurre, il quale può essere colto solo con una dovuta attenzione. In tal modo, “Arrival” veicola le proprie riflessioni esistenziali. La comunicazione si propaga illimitatamente, e nel linguaggio trova terreno fertile per trasmettersi senza confini. La comunicazione preminentemente trattata da “Arrival” si concentra proprio sul linguaggio, di fatto, sulla comunicazione linguistica. Mai nessun film di fantascienza ha dato un peso così grande al linguaggio e all’importanza della comunicazione basilare. Louise, nel primo capitolo di un suo libro, ha scritto che la lingua è il collante sociale fondamentale per ogni società sin dagli albori. Nella nostra lingua sono da ricercarsi le radici della nostra appartenenza sociale. Cosa saremmo senza la nostra lingua? Saremmo forse spogliati dalla nostra identità?! E’ la lingua che ci mette a disposizione la possibilità di formulare e predisporre le idee, sono le sue strutture, il suo dizionario, il suo senso cromatico, tutti elementi che modellano la nostra visione del mondo. In una società dominata dai mezzi di comunicazione, conoscere la lingua, nel nostro caso, la nostra meravigliosa lingua italiana, vuol dire servirsi di quelle regole celate che determinano l’esito di dialoghi, conversazioni, discorsi. La nostra lingua italiana, dall’alto della spontaneità dei sentimenti che esprime, dalla raffinata perfezione dei propri lemmi, dall’eleganza di uno stile tutto suo, appare, oggi più che mai, indomita, con i suoi continui neologismi, tanto da sembrare un vero fiume in piena. Una lingua, quella italiana, capace d’assurgere alla medesima finezza del latino, da cui deriva.

Il linguaggio è il filo conduttore che permette il rapporto con gli altri e rende possibile che l’uomo, da essere individuale, si trasformi in elemento sociale. Noi siamo le nostre parole. Il linguaggio ci rispecchia, influenza il nostro modo di agire, il pensiero, l’essere semplicemente noi stessi. Pensiamo nella nostra lingua prediletta, ragioniamo con essa, esplichiamo le nostre considerazioni con l’ausilio del verbo. E’ Louise stessa a spiegare che esiste una teoria, chiamata dai linguisti “Ipotesi di Sapir-Whorf”, che afferma come la lingua che si usa è in grado di influenzare i pensieri, "riprogrammando" la nostra mente.

Il primo incontro che Luoise ha con gli alieni è intenso e spiazzante. Gli extraterrestri hanno una stazza gigantesca e somigliano ad enormi calamari, i quali deambulano sulla terraferma con sette arti tentacolari. In virtù di quei sette imponenti tentacoli vengono chiamati dagli uomini Eptapodi, termine di derivazione greca. Louise incontra due Eptapodi che si mostrano alla donna al di là di una barriera trasparente. Attorno alle loro mastodontiche sagome vige una nube fosca, ed essi, sebbene camminino sul terreno, dimostrano di sapere, al contempo, “volteggiare” su quell’immenso spazio nemboso, come se fossero rivisitazioni di creature del mare in grado di nuotare in un oceano caliginoso. La prima forma di comunicazione a cui Louise assiste è di tipo verbale: gli alieni si esprimono con ciò che definiremmo ingenuamente come un “verso”. La sfera fonetica è il primo approccio linguistico che la protagonista ha con queste forme di vita extraterrestri. Data l’impossibilità di decodificare e tradurre il “parlato” di questi misteriosi esseri, Louise cerca allora un approccio scritto. Anzitutto, come precisa la protagonista, per comprendere cosa vogliono dirci gli alieni – “Prima dobbiamo essere sicuri che capiscano che cos'è una domanda, quindi la natura di una richiesta, informazioni insieme a una risposta. Poi dobbiamo chiarire la differenza tra 'Vostro' riferito a loro due e 'Vostro' più in generale, perché noi non vogliamo sapere perché 'Mister' alieno è qui; vogliamo sapere perché sono atterrati tutti; e 'scopo' richiede la comprensione di un'intenzione, dobbiamo scoprire se fanno scelte consapevoli o se la loro motivazione è così istintiva che non capiscono affatto una domanda con un "perché"; e il punto più importante è che dobbiamo avere un vocabolario sufficiente per poterne capire le risposte.” – conclude la dottoressa.

Il più semplice e pertanto il più spontaneo scambio linguistico tra un emittente e un destinatario, strutturato con una proposizione interrogativa e una conseguente risposta, assume un valore profondo. E’ la lingua stessa, nelle sue partizioni elementari, in “Arrival” a meritare una riscoperta da parte di tutti noi. Il film inscena un’analisi che verte sul passato, che vuole farci riflettere sulla questione dell’origine di una lingua che ognuno di noi parla e sull’evoluzione che quella stessa lingua ha subito e perpetrato essa stessa al fine di aiutare gli uomini a comunicare, a svilupparsi e, infine, a vivere.

Nel suo relazionarsi interlocutorio con gli alieni, Louise scoprirà con sorpresa che i due esseri sono in grado di secernere del liquido scuro da una delle loro “zampe”, così da tracciare un’immagine visiva della loro lingua scritta. E’ come se dalle terminazioni dei loro arti fuoriuscissero gocce d’inchiostro, quello stesso inchiostro che noi umani utilizziamo per trascrivere il nostro parlato. Quelle apparenti macchie d’inchiostro, formandosi sulla barriera, rendono visibili idiomi simbolici a carattere circolare. Tutti i simboli del linguaggio alieno scritto sono contenuti in una circonferenza e testimoniano la circolarità di un moto infinito. Il linguaggio degli extraterrestri appare così come un andirivieni perpetuo. Con l'aiuto dello scienziato Ian, con cui svilupperà un forte sentimento, Louise inizia ad analizzare i simboli fino ad apprendere un vocabolario di base.

  • Il dono della vita

Quando Louise ebbe una figlia, decise di chiamarla “Hannah”. La particolarità del nome è quella di essere un palindromo. La stessa lingua aliena è palindroma, e questa peculiarità richiama la circolarità della loro comunicazione. Ciò che gli alieni hanno deciso di donare alla razza umana è la loro stessa lingua, la capacità di poterla apprendere così da “pensare” come loro. Nella lingua aliena è custodito un grande potere: quello di percepire il tempo futuro. Nel crepuscolo di una “proposizione” si riscopre il principio, nell’ultima parola di una frase si scruta la prima parola che l’apriva, e così nello scorrere del tempo futuro si rivive anche il passato nell’attimo presente. Dopo aver svelato il mistero, gli alieni prenderanno congedo. La lingua scritta degli alieni sarà suddivisa in una grande mappatura e offerta agli uomini nei rispettivi siti d’atterraggio sparsi per il globo, così da esortare le società dei paesi di tutto il mondo a collaborare e ad unirsi pacificamente per studiare un bene talmente prezioso.

Gli spettatori, senza rendersene conto, hanno vissuto mediante “Arrival” un’esperienza somigliante a quella della protagonista. Inizialmente, tutti noi abbiamo osservato il futuro e abbiamo continuato ad avvertire gli influssi di un simile potere durante lo scorrere delle visioni, credendo di scorgere immagini di un passato quando invece erano cristalline sequenze di un prossimo futuro. Quel prologo introduttivo, in cui Louise viveva i suoi anni più belli con la figlia, era soltanto una visione di ciò che dovrà ancora accadere. E così noi umani, perdonatemi, intendevo dire noi spettatori, ancor prima di cominciare a studiare il linguaggio alieno, abbiamo sperimentato il suo immenso potere: osservare il futuro e viverlo col senso della vista nel momento presente. Sarà in tal modo che Louise scoprirà che la sua amata bambina, la figlia che ancora non ha concepito, morirà. Ancor prima di dare la vita, una madre saprà dell’infausta sorte della propria creatura. Una fine che si lega al principio. Pur cosciente dell’atroce dolore che ella proverà, Louise decide di accettare comunque il proprio destino, innamorarsi di Ian e partorire la loro unica figlia. E’ la forma più alta di amore assoluto: dare la vita a una creatura che sapremo già di poter custodire tra le nostre braccia per un tempo maledettamente esiguo.Arrival” celebra la bellezza di un singolo istante, di un breve ma palpitante momento, di un giorno vissuto con pienezza, di una vita breve ma goduta con assoluta intensità. In “Arrival” il tempo, così particolarmente analizzato, viene glorificato. La vita per Louise non sarà un viaggio da scoprire ma un percorso da vivere, da valutare in ogni sua più impercettibile sfaccettatura. Anche se la sua bambina sarà condannata da un fato avverso e inaccettabile, la madre, che ha scelto di tollerare ciò che per lei sarà sempre intollerabile, ha preso una decisione coraggiosa, ponderata e cosciente: permettere ad una bambina che si fermerà solo all’adolescenza di aprire i suoi occhi al mondo e vivere finché le sarà concesso. Una scelta egoistica? No, un dono! Il dono della vita, di un’esistenza vissuta nell’amore.

Potrà aver mancato qualche statuetta dorata, potrà pure aver taciuto in quella magica serata ma quanta emozione, quanta riflessione è riuscito a comunicareArrival”! Il suo “approdo” nel cinema ha generato un suono soave, e il suo “atterraggio” un canto ammaliante accompagnato da una melodia incantatrice. Le protratte e meditative inquadrature di Villeneuve hanno permesso il parto di una riflessione intima e soggettiva in chi ha avuto il piacere di osservarle. Gli scenari fantascientifici, la superba fotografia e la scenografia particolarmente curata hanno fatto proliferare in noi più di un pensiero, più di un ragionamento, dettato dal cuore ancor prima che dalla mente, riservato all’importanza di un singolo giorno da vivere. Nei suoi dialoghi, nella sua costante attenzione sul tema del linguaggio, “Arrival” ha comunicato insistentemente, anche con uno sfondo inanimato, anche con un simbolismo incomprensibile, reso dal vissuto della protagonista, straordinariamente comprensibile. “Arrival” è comunicazione in ogni sua forma, perché riesce a “parlare” con le espressioni introverse della protagonista, con le valenze gestuali di un singolo personaggio. Tutto è comunicazione in “Arrival”, tutto ha un valore analitico. E’ una poesia visiva, un madrigale d’amore rivolto alla comunicazione, al linguaggio, alla vita di ogni giorno e all’amore più grande e puro: quello di una madre.

Arrival” è una meravigliosa parabola introspettiva dell’esistenza. Un’opera che comunica con il simbolismo di un normale, semplice cerchio: il cerchio della vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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