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"Anastasia, 1997" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

È la notte di Pasqua del 1928. Nelle strade di Parigi si respira un sopito fermento. Sebbene il sole sia tramontato da qualche ora la capitale appare più viva che mai, animata dal fluidificante via vai della sua gente.

Uomini e donne procedono nella stessa direzione, intasando i quartieri che portano alla chiesa più vicina. Fra i tanti cittadini che indossano cappelli alla moda, vestiti lussuosi, lunghi soprabiti tagliati e cuciti su misura, una figura femminile si distingue dalla moltitudine per i suoi abiti di certo poco consoni a quel contesto. Le vesti che porta sono sgualcite, sporche, consunte dal tempo. Costei ha il volto pallido, l’espressione affranta, i capelli spenti e coperti da una sciarpa grigia che le avvolge per intero il capo: fa molto freddo.

La donna cammina tutta sola e si sofferma ad osservare la vetrina di un negozio in cui sono esposte cianfrusaglie varie, chincaglierie, e qua e là qualche ricordo appartenuto ad un’epoca ormai andata. Il ritratto più famoso della famiglia Romanov campeggia in basso, ed inciso sulla fredda superficie della vetrina vi è il nome dello Zar Nicola. La donna legge quel nome, allunga la mano e lo sfiora velatamente. Poi va via, si spinge sino al cortile della chiesa situata a pochi passi e si appoggia, fiacca e sofferente, al tronco di un albero venuto su proprio lì.

Un viandante chiamato Stéphan nota la sua presenza, riconoscendola. “Ma è proprio lei, Anna Korev…” – pensa tra sé costui – “L’abbiamo trovata!”.   

Di gran carriera, Stéphan si allontana dal piccolo spiazzo e corre ad avvertire un amico, il generale Sergei Pavlovich Bounine. Questi raggiunge il luogo ed esamina attentamente il volto della signora, rimasta ferma lì, appoggiata a quell’albero che le consente di restare in piedi. D’un tratto, Bounine decide di avvicinarsi, di rompere il ghiaccio e di squarciare il velo dell’incertezza. “Buona Pasqua, Anna Korev. Vi chiamate Anna Korev, è vero? Almeno così vi chiamavano nel manicomio di Saint-Cloud…”.

La donna indietreggia, spaventata, e dà le spalle al suo interlocutore. Bounine non desiste dai suoi propositi, ed incalza: “Vi garantisco che non avete niente da temere. Perché fuggite sempre così?”.

Spossata, la fanciulla replica: “Sempre domande… Ho perduto le risposte!”.

Se non aveste detto chi eravate, non ci sarebbero state domande.” – ribatte Bounine.

“Perché? Chi sono?” – chiede, tentennante, la dama dai laceri indumenti.

La granduchessa Anastasia, secondo me…”.

Confusa e disorientata da una simile affermazione, Anna corre via con la forza rimastale in corpo. Si protrae sino alle rive della Senna, oppressa dal dolore, offuscata dall’insicurezza che si porta addosso. Con gli occhi gonfi di lacrime, Anna mira il lento procedere dell’acqua. È pronta a lasciarsi cadere quando viene afferrata da Bounine, che le salva la vita e la porta con sé.

Comincia il tal modo “Anastasia” il primo, maestoso adattamento cinematografico dedicato alla leggenda dell’ultima discendente dei Romanov, la sola, secondo le credenze del tempo, ad essere sopravvissuta al massacro della famiglia reale.

Il lungometraggio in questione - che uscì al cinema nel 1956 riscuotendo un ottimo successo - racconta la storia di Anna Korev, una ragazza che non rammenta il proprio passato e che si scoprirà essere la vera Anastasia, scampata alla morte durante la rivoluzione russa.

La trama dell’opera presenta notevoli analogie con il lungometraggio d’animazione del 1997, probabilmente la versione di “Anastasia” più amata dal grande pubblico nonché quella che maggiormente è rimasta impressa nell’immaginario collettivo. Don Bluth e Gary Goldman, i registi del film animato, trassero ispirazione dall’opera filmica del 1956, a sua volta derivata dalla pièce di Guy Bolton e Marcelle Maurette, cambiando alcune trovate della storia che, tutto sommato, seguirà il medesimo sviluppo di quella già mostrata.

In entrambe le pellicole la protagonista - che non ricorda la propria giovinezza - viene scoperta da un personaggio maschile che, desideroso di intascare una cospicua somma di denaro, l’assolda per interpretare il ruolo della granduchessa scomparsa. Nel film con interpreti in carne ed ossa, le ricchezze dei Romanov vengono custodite in una banca inglese e possono essere ereditate soltanto dall’ultima discendente della famiglia zarista. In molti hanno tentato la sorte, portando al cospetto dell’Imperatrice Madre Marija Fëdorovna - la nonna di Anastasia - tante presunte figlie di Nicola II, fallendo miseramente nell’impresa. L’austera signora non è mai cascata nel tranello, respingendo tutte le damigelle che, con sfrontatezza, hanno bussato alla sua porta, spacciandosi per una delle sue tante nipoti sfuggite all’eccidio. Marija è, infatti, l’unica a poter riconoscere legalmente Anastasia e a poterle concedere il permesso, semmai fosse ancora viva, di ereditare i beni ed i titoli che le spettano di diritto.

Fiutando la possibilità di mettere le mani su quell’immensa fortuna, lo scaltro Sergei Bounine non ha fatto altro che cercare, per anni e anni, una donna che rassomigliasse alla defunta Anastasia, così da imbastire un’audace truffa. Un giorno, Bounine venne a conoscenza dell’esistenza di una certa Anna Korev che, durante uno dei suoi tanti momenti di bizzarria, confidò ad una suora che l’accudiva in manicomio d’essere Anastasia e di rammentare, ad intermittenza, qualcosa del suo fosco passato. Da allora, Bounine ha impiegato tutte le sue risorse per cercare questa donna, rinvenendola proprio la notte di Pasqua del 1928. Anna, come già illustrato da molti che l’ebbero conosciuta, vanta una somiglianza impressionante con la piccola Anastasia: gli stessi occhi, il medesimo colore dei capelli, le labbra sottili, il mento pronunciato e potrebbe facilmente farsi passare come la granduchessa maturata nell’indigenza, senza una fissa dimora, e per questo sconvolta leggermente nell’aspetto e ben più marcatamente nel carattere.

L’intenzione di Bounine è quella di arrangiare una messinscena, un equivoco, una rischiosa “pantomima”, educando Anna a diventare la persona che, invero, scoprirà di essere sempre stata.

Nel film d’animazione del 1997 Dimitri, un saltimbanco dall’indole truffaldina, aspira ad impossessarsi di una grossa ricompensa. Da oltre un decennio oramai, l’Imperatrice Marija offre dieci milioni di rubli a chi le riporterà l’amata nipotina. Nel 1926, Dimitri si trova a San Pietroburgo e sta provinando delle aspiranti attrici. Nell’abbandonato Palazzo di Caterina, il giovane s’imbatte in una ragazza dagli occhi cerulei: Anya. La fanciulla, che non rammenta quasi nulla della sua infanzia, ammette d’essere appena uscita dall’orfanotrofio e che desidera raggiungere Parigi, in cerca della propria famiglia. Dimitri, ravvisando la somiglianza con la “defunta” principessa imperiale, coglie al volo l’occasione: si offre di accompagnare Anya se quest’ultima accetterà di assumere i panni della rediviva Anastasia.

La premessa ed il canovaccio delle due storie sono sovrapponibili e costituiscono il racconto di un unico melodramma, narrato mediante l’utilizzo di due stili differenti. Da qui in poi cercherò, dunque, di portare alla luce i parallelismi e le differenze in un confronto tra le due opere filmiche.

Come già accennato il film del 1956 alza il sipario in una notte gelida, all’aperto, sotto il cielo stellato di Parigi. Anna si palesa dinanzi allo schermo celando il proprio volto, tenendolo chino, intimidito. La protagonista transita per le vie con un passo lento, per nulla altero, e non sembra possedere nessuno dei requisiti confacenti una nobildonna la quale, solitamente, avanza a testa alta, con incedere regale e superbo. Anna è esausta, completamente sfibrata, genuflessa da una vita nebulosa e piena di tormenti. Viene poi intravista dal generale Bounine, che la salva conducendola sino alla sua casa.

Il film d’animazione comincia in tutt’altro modo. L’introduzione rievoca il passato, come se si trattasse di un prologo, ed il tutto viene raccontato dalla voce fuori campo della nonna di Anastasia. Siamo in Russia, nel 1916. Nel sontuoso Palazzo di Caterina si svolgono i festeggiamenti per il trecentesimo anniversario dell’ascesa al trono della famiglia Romanov.

“Ci fu un tempo, non molti anni or sono, in cui vivevamo in un mondo incantato fatto di eleganti palazzi e di feste grandiose.” – Afferma l’Imperatrice, che prosegue - “E mio figlio, Nicola, era lo Zar di tutte le russie”.

Nella grande sala del trono si stanno consumando un’infinità di danze. La dolce Anastasia giace accanto alla nonna, la quale fa dono alla nipotina di un portagioie. Una volta aperto, il portagioie innesca il meccanismo di un carillon che fa suonare una ninnananna, la stessa che Marija canticchia ad Anastasia per farla addormentare quando le rimbocca le coperte.

“Questa dolce melodia è il ricordo di sempre. Tu con me, amor mio, quando viene dicembre”.

Oltre al carillon, l’Imperatrice Madre regala ad Anastasia un ciondolo che reca la scritta “Insieme a Parigi”.

Tutto d’un tratto, la festa viene interrotta dall’arrivo di una sinistra figura: Rasputin, il consigliere di corte. Questo mistico dal volto scavato e dalla lunga barba scura che gli penzola dal mento vuole presenziare al cerimoniale, ma viene scacciato sdegnosamente da Nicola che asserisce di essere stato tradito da Rasputin, rivelatosi invero un malvagio stregone. Questi obietta alle accuse mosse dallo Zar finendo poi per cedere alla collera. Rasputin, quindi, maledice i Romanov, presagendo la morte di tutti i membri della famiglia reale.

La scena della comparsa di Rasputin a corte, in un clima festoso, allegro e spensierato che viene smorzato non appena l’oscura sagoma del mistico si palesa ai presenti, ricorda la sequenza in cui Malefica, la crudele antagonista del film d’animazione della Walt Disney “La bella addormentata nel bosco”, giunge al castello, nel giorno in cui Aurora, figlia del Re Stefano e della Regina Leah, viene battezzata.

Sia Rasputin che Malefica, rifiutati e allontanati dal “monarca” di turno, scagliano un anatema sui nobili: Rasputin decreta la fine della dinastia dei Romanov, Malefica pone invece Aurora come bersaglio della sua vendetta.

Dopo aver venduto l’anima al diavolo, Rasputin acquisisce dei poteri speciali dei quali si serve per instillare nel cuore e nella mente del popolo russo il seme dell’insoddisfazione, della rabbia, dell’instabilità. Ben presto, i cittadini del grande impero insorgono e prendono d’assedio la grande fortezza dei Romanov, espugnandola. La famiglia dello Zar è costretta a darsi alla fuga, ma di essi soltanto la Grande Imperatrice e Anastasia riusciranno a trarsi in salvo.

Alla stazione di San Pietroburgo, la nonna e la piccolina si separano: la fanciulla, rimasta sola, non riuscendo a salire sul treno in corsa, scivola giù e batte la testa. Al risveglio, una brutta amnesia le impedirà di ricordare. Anya crescerà dunque in orfanotrofio, abbandonandolo solamente una volta raggiunta la maggiore età.

Il cartone animato delinea i Romanov al culmine della gloria, poco prima della loro caduta, descrivendo con accuratezza il legame della piccola duchessa con l’anziana Imperatrice. Nella narrazione fittizia lo scoppio della rivoluzione avviene a causa di un sortilegio, di una magia nera che rende il popolo ostile, folle e tremendamente rancoroso. Quando la grande reggia dei Romanov viene accerchiata dai rivoltosi, Anastasia scivola via dalla presa della nonna, nel disperato tentativo di recuperare il portagioie che tanto significava per lei. L’Imperatrice, allora, insegue Anastasia ed entrambe vengono salvate da uno sguattero, Dimitri, che le aiuterà a fuggire. Nella corsa, Anastasia perderà nuovamente il portagioie, oggetto prezioso che verrà recuperato proprio dal garzone. L’unica cosa che la duchessa manterrà con sé sarà il ciondolo che la nonna le aveva dato in dono.

Anastasia e Dimitri da bambini

Ciò che è possibile notare nella parte iniziale di entrambi i film è che Anastasia viene tratta in salvo dallo stesso ragazzo di cui finirà per innamorarsi. Di fatto, Dimitri e Bounine salvano Anastasia in due particolari momenti della loro vita: Dimitri permette alla ragazzina di scappare, facendola sgattaiolare via attraverso un passaggio segreto utilizzato dalla servitù. Bounine, invece, incontra Anastasia quando non è che una donna adulta, triste e senza un futuro, prossima a gettarsi nelle acque della Senna. Bounine l’acciuffa, tenendola stretta, impedendole così di uccidersi.

Anna e Bounine - pur avendo aspetti e caratteri marcatamente diversi – sono in fondo Anya e Dimitri. Entrambe le coppie intraprendono percorsi molto simili, giungendo al medesimo finale.

Anastasia e Bounine

Don Bluth e Gary Goldman tratteggiarono i personaggi principali del loro splendido cartone attraverso l’uso di colori accesi. Anya ha i capelli rossi, che porta raccolti in una lunga coda. Dimitri ha una chioma castana e ciocche fluenti che scendono lungo la fronte. Entrambi i protagonisti sono rappresentati come giovani adulti nel fiore degli anni.

Nell’opera filmica del 1956 Anastasia fu interpretata da Ingrid Bergman, che per questo ruolo vinse il suo secondo premio Oscar. Per la parte di Sergei Bounine fu scritturato il grande attore Yul Brynner, già famoso per il capo rasato, gli occhi dal taglio orientale e lo sguardo magnetico, look che gli conferì, all’apice della carriera, un fascino esotico. L’Anastasia della Bergman è una donna stanca, dalla salute malferma, invecchiata prima del tempo e piena di segni di sofferenza sul viso. Eppure, nel volgersi della narrazione ella riacquisterà vigore ed una nuova linfa vitale, tornando ad essere bellissima e aggraziata come un’autentica principessa. I capelli che Ingrid Bergman esibì per la parte erano biondi; nella scena dell’incontro con la nonna, Anastasia li terrà legati con un fiocco bruno. La medesima acconciatura, raccolta in un nastro annodato di colore azzurro, verrà utilizzata da Bluth e Goldman nella scena in cui Anastasia e Dimitri ballano a bordo di un traghetto.

Le protagoniste delle due pellicole presentano delle differenze sostanziali nel carattere ma anche degli elementi in comune: Anna è una donna debole, frastornata dalla malattia, infelice e disillusa. Per queste ragioni, si affiderà completamente a Bounine e, grazie al suo sostegno, ritornerà ad essere una dama forte e indipendente. Al contrario, Anya si presenta sin da subito come una ragazza libera, indomabile, coraggiosa e pungente come dimostrano i suoi battibecchi con Dimitri, a cui tiene ben volentieri testa.

Anya - la cui amnesia non ha turbato il suo spirito combattivo - è una fanciulla piena di sogni e di speranze, pronta a fare quanto è necessario per inseguire i suoi voleri: ritrovare la sua famiglia. La determinazione della protagonista viene sottolineata nella sequenza in cui, muovendosi lungo una candida distesa di neve, canta il brano “Cuor non dirmi no”. Fiduciosa e travolgente nel suo incedere, Anya distende le braccia verso il cielo proprio nell’istante in cui, sotto i suoi piedi, si dipana una San Pietroburgo colorata d’oro, pronta ad accoglierla.

Come già detto, Anya vuole recarsi a Parigi per riabbracciare i suoi parenti più stretti e scoprire chi è realmente; Anna, dal canto suo, desidera farsi accettare, scovare il proprio posto, la propria collocazione nel mondo. Così, entrambe le protagoniste acconsentono a vestire gli abiti principeschi di Anastasia, scoprendo soltanto in seguito che la ricerca della verità passa proprio attraverso l’interpretazione di ciò che credevano essere soltanto una “menzogna”.

Come le due protagoniste femminili anche Bounine e Dimitri possiedono caratteri diversi eppure elementi affini: l’ex generale è un uomo severo, a tratti glaciale, inflessibile ed intransigente persino nei confronti di Anna, a cui concede poco riposo, spronandola a memorizzare date e nomi dell’albero genealogico dei Romanov come un professore pedante o un regista teatrale che mira ad una perfetta rappresentazione scenica. Dal canto suo, Dimitri è un ragazzo squattrinato che sbarca il lunario nei modi più disparati, furbo, apparentemente arrivista e un tantino manipolatore.

Queste deplorevoli caratteristiche non sono, però, che mere patine. Ambedue riveleranno, infatti, la loro natura nel progredire del racconto: Bounine mostrerà d’essere un uomo buono, gentile, di sani principi che terrà ad Anna tanto da rinunciare all’ingente patrimonio dei Romanov; in egual modo, Dimitri dimostrerà d’essere un ragazzo prodigo, romantico, che porrà il bene di Anya al di sopra del proprio tornaconto. Bounine e Dimitri vantano, inoltre, delle analogie per quel che concerne i loro rapporti con i Romanov: tutti e due, infatti, hanno lavorato a stretto contatto con la famiglia dello Zar. Bounine era un militare, ex aiutante di campo addetto alla persona di sua maestà imperiale Nicola II. Nel cartone Dimitri era un servo che ebbe modo, durante la sua adolescenza, di osservare, seppur a debita distanza, la famiglia reale. La sera del trecentesimo anniversario, in particolare, Dimitri riuscì ad avvicinarsi al trono e a scorgere Anastasia, intenta a parlare con la nonna.

Dopo aver salvato Anna, Bounine raggiunge la sua sgangherata compagnia di furfanti formata dal sarcastico Chernov e dall’apprensivo studioso di teologia Petrovin, ai quali presenta la smunta fanciulla. La donna non ha un posto dove andare né un’identità a cui appartenere. Accetta, pertanto, di assecondare il volere di Bounine e di apprendere quanto è necessario per impersonare Anastasia, nel vano tentativo di assumere una personalità chiara e definita. Con l’aiuto dei suoi due amici, Bounine comincia ad istruire Anna: ella dovrà imparare i modi ed il portamento di una vera aristocratica, oltre ai nomi di persone e di luoghi ben distinti.

Quando impartisce le sue lezioni ad Anna, Bounine regge sempre in mano un sottile frustino nero con cui orienta ed incita la ragazza. Bounine muove quel frustino come se fosse il direttore di un’orchestra che agita la bacchetta facendo eseguire al coro la melodia che più gli aggrada. Con quello scudiscio, Bounine vuole “accordare”, guidare con precisione, “dirigere” la farsa che sta nascendo sotto i suoi occhi. Quel frustino nero conferisce ulteriore autorità, rigidezza, severità a Bounine che, almeno inizialmente, non fa che comportarsi come un uomo sprezzante, un “maestro” distaccato che mira soltanto a plasmare Anna come argilla informe.

Con il tempo, però, Bounine cambierà, accantonando definitivamente quello “strumento”. Ad esso, sostituirà il tocco della sua mano. Con quella stessa mano, egli chiederà ad Anna di ballare durante una delle tante lezioni di valzer: un tipo di danza che la donna deve saper padroneggiare con naturale grazia.

"Anna e Bounine" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il carattere di Bounine muta di pari passo alla trasformazione di Anna che diviene sempre più sciolta, sicura, consapevole del proprio essere. Di fatto, col passare dei giorni Anna non soltanto dimostra di saper padroneggiare abilmente quanto le viene insegnato ma, grazie ai ricordi che riaffiorano in lei, sorprende più volte Bounine, portandolo a chiedersi se lei possa essere realmente Anastasia

Il primo avvicinamento tra Anastasia e Bounine avviene quando questi suona la chitarra, in un momento di distrazione; l’ex generale intona una vecchia aria che la granduchessa aveva sempre detestato da ragazzina. Stupita dal talento musicale di Bounine, Anna indugia ad ascoltarlo. Poco dopo, i due danzano nel soggiorno di un’abitazione: è la musica a far sì che i protagonisti dell’opera si sfiorino sempre più.

Al contempo, Dimitri e Anya tendono a fronteggiarsi e a bisticciare di buon grado per gran parte della loro avventura. Bluth e Goldman fecero in modo che l’interesse amoroso tra i personaggi della storia fiorisse e si accrescesse partendo da una reciproca e mal celata antipatia.

Dimitri, con l’aiuto del fidato Vladimir, indottrina Anya su tutti gli accadimenti più noti nonché sui segreti meno conosciuti dei Romanov. Durante il lungo viaggio verso Parigi, i tre vengono più volte minacciati dalle oscure arti di Rasputin che, ridestatosi dal suo limbo, vuole assassinare la “resuscitata” Anastasia per porre fine, una volta per tutte, alla stirpe zarista. In una spettacolare sequenza del film animato, il crudele negromante scaglia la sua magia – che venne resa vivida dai due animatori attraverso l’uso di un verde smeraldo – sui vagoni del treno in cui Anya, Dimitri e Vladimir stanno viaggiando. Il mezzo di trasporto, invaso dalle creature evocate da Rasputin, sfreccia a tutta velocità verso un crepaccio. I tre sventurati passeggeri cercano in ogni modo di arrestare la folle corsa della locomotiva dovendo poi abbandonare il posto, lanciandosi dalla carrozza. L’indomani, i tre proseguono nel tragitto ma questa volta per via mare.

Anche Dimitri ed Anya si avvicinano attraverso la musica. A bordo di un battello, i due si concedono un valzer. Le giravolte, la frenesia del ballo e il contatto dei loro corpi porta Anya e Dimitri a cedere al sentimento dell’amore che sboccia, prorompente, in loro.

Tuttavia Dimitri, pur avendone l’opportunità, opta per non baciare Anya e per non rivelare alla stessa i suoi sentimenti, sicuro di non potersi legare a lei a causa del raggiro che vuole portare a compimento.

Una volta approdati nella capitale parigina Dimitri chiede udienza alla prosperosa Sofia, cugina dell’Imperatrice. La nobildonna, decisamente civettuola, vuole esaminare privatamente Anya per capire se possieda quantomeno un’infarinatura delle conoscenze necessarie per essere condotta, faccia a faccia, dall’Imperatrice Madre. Sofia incalza con le sue domande ed Anya risponde senza esitazione a tutte. L’ultimo dei tanti interrogativi, però, riguarda la fuga dal palazzo di corte e il modo in cui Anastasia riuscì a eludere i combattenti rivoluzionari, fatto di cui Dimitri aveva dimenticato di fare menzione. Sorprendentemente, Anya riesce a raccontare cos’è accaduto quella notte lasciando Dimitri di stucco. Il ragazzo deduce che lei è davvero Anastasia.

Da questo momento in poi, il volere dell’ex bigliettaio va incontro ad un drastico cambiamento. Egli desidera incontrare l’Imperatrice non più per futili motivi, ma per restituire alla nonna la sua adorata nipote.

Nel film del 1956, la figura di Sofia corrisponde a quella di Elena Von Livenbaum, sardonica aristocratica che vive a stretto contatto con l’Imperatrice. Bounine incontra la baronessa in un caffè a Copenaghen, convincendola ad organizzare un incontro tra l’Imperatrice ed Anna. Elena confida all’ex generale che Marija ha ormai perduto ogni interesse per le attività mondane e che conduce un’esistenza solitaria, crogiolandosi nei suoi malinconici ricordi. Elena lascia intendere a Bounine che Marija vive metaforicamente con gli spettri dei suoi cari da cui non riesce mai a staccarsi.

A tal proposito, la stessa Anastasia, nel film d’animazione, immagina di vedere i fantasmi della sua famiglia nei frangenti in cui - per la prima volta dopo molti anni - varca la soglia del palazzo reale. Come in un sogno ad occhi aperti la fanciulla, preda di un canto che sovviene impetuoso in lei, comincia a girare su sé stessa, illudendosi di lambire con le proprie mani l’eco dei suoi familiari, rimanifestatisi al suo cospetto come impronte sbiadite. Lasciandosi andare ai ricordi Anya fa echeggiare i versi di “Quando viene dicembre”, la melodia che la nonna era solita intonarle a sera inoltrata. Le memorie di Anastasia si mescolano alla musica, il linguaggio universale che apre una breccia nel passato; quello stesso passato che la ragazza non ha mai smesso di rammentare e che rinviene in lei come note di una sinfonia che risuona dal remoto.

Elena sussurra a Bounine che l’Imperatrice assisterà ad un balletto di Tchaikovsky. In egual modo nel film del 1997, Sofia dirà a Dimitri e a Vladimir che la “regina” presenzierà ad un balletto russo nel grande teatro di Parigi.

La scelta di ambientare l’incontro tra Bounine/Dimitri e l’Imperatrice in una sala distante pochi metri da un palcoscenico non è casuale: il teatro è il luogo ideale in cui la finzione scenica e la realtà di tutti i giorni si fondono in un tutt’uno. Da principio, Dimitri e Bounine avevano istruito, rispettivamente, Anya ed Anna ad improvvisare un copione, a recitare per l’appunto e compito di un’accurata recitazione non è soltanto quello di ripetere la realtà bensì di creare l’illusione. In tal modo, tra le platee di un teatro Dimitri e Bounine vogliono abbattere il confine tra il sogno e la realtà: Anastasia è realmente ancora viva e giace lì, accanto a loro. Non è più una bugia, tantomeno un inganno.

Prima di andare a teatro, Bounine lascia libera scelta ad Anna sul da farsi. Egli vuole che sia lei a decidere se recarsi o no al possibile incontro con l’Imperatrice. Anna acconsente e Bounine le bacia delicatamente la mano: un ulteriore segno del suo cambiamento.

Quando Anna, seduta sui palchetti della platea, vede la nonna in lontananza, così vicina, dopo tanti anni, tossisce: la paura si fa strada in lei. Nel parterre Bounine incrocia l’Imperatrice, la quale lo avverte di non provare ad ingannarla. Da tempo l’Imperatrice conosce i piani dell’ex generale, che non ha mai perdonato la famiglia Romanov per non avergli assegnato, molti anni prima, la carica che tanto agognava. Scopriamo così che anche Bounine, al pari di Anna, insegue un “nome”, un grado, un’etichetta con cui identificarsi e che non ha mai ottenuto. Presto, l’uomo si renderà conto di non averne più bisogno.  

Nel film d’animazione Marija riceve senza preavviso Dimitri, che fa quanto deve per riferirle che la ragazza in questione è veramente Anastasia. L’anziana signora reagisce malamente, rinfacciando al giovane quelli che erano i suoi scopi iniziali. Dimitri non si abbatte e, sostituendosi allo chauffeur dell’Imperatrice, porta Marija sino all’albergo in cui alloggia Anya. Anche nel film del 1956 il confronto tra la protagonista della vicenda e la nonna avviene in una stanza d’albergo.

Dopo un’iniziale esitazione Marija ravvede in Anya la nipote perduta, riconoscendo Anastasia grazie al ciondolo d’oro che lei stessa le aveva regalato da bambina. Poco prima, Dimitri aveva restituito all’anziana donna il suo portagioie, custodito dal ragazzo per tutti questi anni.

La scena in questione - che vede la nonna riconoscere la nipote grazie ad un gioiello - è un espediente narrativo che ricorda uno dei passi conclusivi del romanzo “Notre- Dame de Paris” di Victor Hugo, in cui Esmeralda, poco prima di essere tragicamente condannata a morte, viene identificata dalla madre perduta che nota l’amuleto che la zingara porta al collo sin dalla nascita.

Nel film del 1956 la nonna riconosce Anastasia in un modo ancor più profondo: l’Imperatrice appare ferma, risoluta e inflessibile, persuasa che Anna non sia altro che un’imitatrice sapientemente ammaestrata. Travolta dalle emozioni, Anna rievoca il trascorso con nitidezza ma ciò non turba più di tanto l’anziana signora, convita che quelle informazioni possano essere state lette su qualche libro o carpite in qualche aneddoto. Disperata e sopraffatta dal terrore di deludere la nonna, Anna riprende nuovamente a tossire. L’Imperatrice domanda, allora, se la donna soffra di qualche male, e quest’ultima le risponde che tossisce sempre quando ha paura. La nonna scoppia in lacrime, ricordando che Anastasia era solita tossire quando avvertiva un forte timore. Colma di gioia, l’Imperatrice riabbraccia la propria “figlia”.

Dopo aver ricongiunto Marija ed Anastasia, Dimitri esce di scena rifiutando qualunque compenso. In egual modo, Bounine incontra l’Imperatrice in sede privata, annunciandole che il suo compito è finito e che andrà via: egli non nutre più velleità riguardanti la ricchezza della decaduta famiglia reale.  

In un ultimo confronto con Anna, Bounine le confida che a lui non è mai importato quale fosse il suo nome o il suo rango, ma ha sempre dato peso a colei che aveva dinanzi.

Anna, una volta riconquistata la sua vera identità di granduchessa, si rende conto d’essere circondata da uomini ricchi e potenti che scorgono in lei soltanto la detentrice di un immenso patrimonio. Ripensando a Bounine, la fanciulla si rende conto che egli è stato l’unico ad esserle rimasta accanto per quello che era realmente: dopotutto è questa l’unica fortuna dei poveri, farsi amare per ciò che sono e non per ciò che hanno.

Bounine non vuole dire addio ad Anastasia né cercare di convincerla ad abbandonare quel nome che tanto ha faticato a ritrovare. Pertanto l’uomo si introduce nelle stanze di Marija, dicendole che andrà via in silenzio, senza volere nulla in cambio. L’Imperatrice, che intuisce i sentimenti puri di Bounine nei riguardi di Anastasia, ordina all’ex generale di attenderlo nell’ampia sala verde. Poco dopo, Marija vede sua nipote e nota che ella seguita a non essere appagata. L’Imperatrice sprona Anastasia a fare ciò che vuole, a pensare al proprio avvenire, alla propria felicità. La nonna sfrutta l’occasione per rivelare alla nipote i suoi vizi, divenuti ormai incurabili: bearsi del passato, poiché il presente risulta essere troppo buio e freddo per essere vissuto con totale pienezza.  Anastasia non dovrà seguire le orme della nonna: ella, dopotutto, ha ancora la propria vita da vivere. La nonna comprende così che Anna desidera scappare via, fuggire dagli obblighi regali e partire insieme a Bounine, di cui si è innamorata. Sotto suggerimento di Marija, Anastasia irrompe nella sala verde, luogo in cui rivede Bounine. I due vanno via, allontanandosi di soppiatto.

Dopo aver versato ben più di una lacrima per aver “smarrito” nuovamente la sua amata nipote, l’Imperatrice si rimette in piedi, felice, nonostante tutto, di aver dato un avvenire all’ultima dei suoi discendenti. L’anziana donna fuoriesce dalla camera, annunciando ai presenti che “la commedia è finita, ed è ora di tornare a casa”.

Il film del 1956 termina come un atto teatrale: i protagonisti restano fuori dalla visione del pubblico, oltre il palcoscenico, nel dietro le quinte. Gli spettatori possono solamente immaginare la loro fuga d’amore, affidandosi alle parole di congedo dell’Imperatrice Madre.

L’atto finale del film d’animazione è, invece, tanto fantasioso quanto avvincente: Anya affronta l’antagonista, Rasputin, lungo il ponte Alessandro III. Furente di rabbia, Rasputin usa i suoi artifici per conferire movimento ad un cavallo di pietra imbizzarrito che tenta, senza sosta, di colpire Dimitri, accorso per salvare la sua amata. Al contempo il ponte, flagellato dagli incantesimi del mago oscuro, inizia a sgretolarsi. Anastasia riesce a rimanere aggrappata alla costruzione e a salvare il suo amato.

Rialzatasi, la fanciulla distrugge il reliquiario dello stregone rispedendolo nell’oblio. La sequenza del combattimento finale tra la Anya e Rasputin esalta la forza femminile della protagonista, che riesce a trionfare, a vendicare i suoi avi calpestando e schiacciando il male sotto i suoi piedi.

Ritrovatisi, Anya e Dimitri decidono di non lasciarsi più. Or dunque, Anastasia scrive una lettera alla nonna, in cui la informa che è prossima a partire verso un’altra destinazione e che, prima di quanto pensi, tornerà a farle visita.

I due innamorati si riabbracciano su di una imbarcazione che solca le acque della Senna. Ballando quello stesso valzer che avevano già avuto modo di provare durante il viaggio, Anya e Dimitri suggellano il tutto con un appassionante bacio. Un finale che, per entrambi, incarna l’essenza di un nuovo inizio. 

Ritratto di Anastasija Nikolaevna Romanova

Il nome “Anastasia” possiede un duplice significato: “Colei che rompe le catene” e “La Resuscitata”. Nicola II e la consorte Alessandra scelsero questo appellativo per la loro quarta figlia femmina quando lo Zar, per festeggiarne la venuta al mondo, concesse l’amnistia e la libertà a tutti gli studenti che erano stati imprigionati per aver partecipato ai moti di rivolta a San Pietroburgo e a Mosca. Con la sua nascita, la principessa addolcì il cuore dell’Imperatore e ruppe, di fatto, le catene a cui erano stati confinati alcuni ribelli. Nella pellicola del 1997, viene specificato che il nome della granduchessa può essere ulteriormente “tradotto” con “Colei che sorgerà di nuovo”. Per l’appunto, la protagonista risorge dalle proprie ceneri come un’araba fenice, riscoprendo il suo Io.

Nei passi conclusivi del lungometraggio d’animazione, le strofe della canzone “Quando viene dicembre” assumono un valore del tutto nuovo. Il mese di dicembre rappresenta la “fine”, il crepuscolo, l’epilogo di un ciclo. Quando sopraggiunge dicembre, un anno è ormai andato. Ma alla bellezza sfavillante del dodicesimo mese, il periodo dell’anno in cui l’atmosfera natalizia, con le sue luci ed i colori, sfavilla in ogni dove, subentra sempre l’avvento di gennaio: un principio che porta novità talvolta gradite, sovente inaspettate.

"Dimitri e Anya" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quando viene dicembre” non è altro che un canto che presagisce l’innamoramento di Anastasia e Dimitri, la “fine” che sancisce un nuovo inizio. Anya, che desiderava rintracciare la propria famiglia, troverà in Dimitri la meta della propria ricerca. Il tutto verrà sottolineato dalla canzone conclusiva dell’opera: “Il mio inizio sei tu”.

Sia nel film che nel cartone animato, la storia di “Anastasia” è paragonabile ad un percorso, un cammino, una traversata alla scoperta di sé stessi. Questa indagine introspettiva comprende tanto Anastasia quanto il partner che l’accompagna nell’intricato e tortuoso percorso verso la felicità.

Anya ed Anna trovano con Dimitri e Bounine la più grande ricchezza della loro vita proprio nel candore della povertà.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Sir Daniel Fortesque" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Era scesa la notte e con essa l’oscurità. In un fitto bosco, l’esercito romano - celato allo sguardo dei Germani – si apprestava ad avviare una manovra offensiva. Gli stendardi erano stati issati su di un’asta d’oro e i drappi ondeggiavano al soffio del vento. I soldati erano già saliti sui loro cavalli, decisi a serrare i ranghi, a seguire il loro generale. Questi giaceva in sella alla propria cavalcatura - un destriero dal manto bruno - e motivava i propri uomini col suono della sua voce ferma e autoritaria, esortandoli ad attaccare, a muovere contro le schiere avversarie senza provare alcuna pietà, senza paventare alcun timore.

In tale frangente, il condottiero ebbe a dire: “Se vi ritroverete soli, a cavalcare su verdi praterie col sole sulla faccia non preoccupatevi troppo, perché sarete nei Campi Elisi… E sarete già morti!”. A queste parole seguirono brusii di sollievo, mormorii di impavido sprezzo, risa generate dal temperamento glaciale, dal sangue freddo dei tanti commilitoni lì presenti, i quali parevano farsi beffa della morte, esorcizzandola con ghigni di scherno. Al che, il generale portò a termine il suo discorso, affermando: “Ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità.”

Russell Crowe come Massimo Decimo Meridio in una scena de "Il gladiatore"

I combattenti sguainarono, allora, le spade e procedettero verso l’imminente conflitto, sperando d’ammantarsi di onore, di ricoprirsi di gloria; una gloria specifica, peculiare, che poteva essere acquisita soltanto sul campo di battaglia. 

Al “soldato” di un esercito differente, di un tempo lontano, durante lo svolgersi di una battaglia del tutto diversa da quella fin qui rievocata, toccò uno strano destino che ben si prestava alle parole espresse dall’intrepido generale delle legioni romane, su riportate. Questo guerriero procedeva spedito lungo un’ampia vallata, al volgere del crepuscolo.

Il prode milite indossava una scintillante armatura argentea e brandiva un temibilissimo spadone. Era alto, atletico ma, al contempo, aveva due gambe lunghe ed esili, simili a quelle di una giraffa. Costui, conosciuto dai più col nome di Daniel Fortesque, saltava come una gazzella, guidando i suoi drappelli verso un’imponente armata di… demoni.

In quegli attimi concitati, su di un colle, uno stregone – seduto su di una portantina rossa sorretta da alcune entità dalle fattezze mostruose - diede l’ordine agli arcieri di scoccare i loro dardi. Le frecce partirono dalle corde tese dei vari archi. Una, fra tutte, trafisse il volto del guerriero che galoppava all’impazzata, freddandolo sul colpo. Questi, presumibilmente, si ritrovò, d’un tratto, a camminare su verdi praterie con un raggio di sole a illuminargli il viso. Era morto, e non aveva neppure fatto in tempo ad accorgersene.

Era accaduto tutto talmente in fretta: Sir Daniel stava marciando verso il battaglione nemico ed era stato travolto da un singolo dardo vagante, che gli aveva infilzato l’occhio sinistro. Egli cadde malamente a terra, alla prima carica. Non poté dare lustro al proprio nome, non poté raccogliere la fama che tanto avrebbe voluto guadagnare con le sue eroiche gesta. Rimase impietrito, steso sull’erba fredda. Che fine ingloriosa!  

Eppure, avvenne qualcosa che “l’audace combattente” non avrebbe potuto in alcun modo prevedere. La storia venne riscritta. Essa divenne mito, ed il mito si tramutò in leggenda.

L'antagonista Zarok

La figura di Daniel fu celebrata, venerata, glorificata come quella di un intrepido eroe, di uno strenuo guardiano che difese il regno di Gallowmere dai malvagi propositi dello stregone Zarok. Sir Daniel divenne un simbolo di forza, di ardimento, di eroismo e benevolenza. A lui - il capitano di quella grande forza armata che respinse l’avanzata dei demoni - i menestrelli dedicarono i loro canti più amati, in barba ad ogni accuratezza storica.

Conseguentemente - in base a ciò che gli aedi raccontarono - Sir Daniel assunse i panni del condottiero senza macchia e senza paura.  Di lui fu detto che - nel consumarsi del conflitto – riuscì ad abbattere ripetutamente gli empi demoni, i quali, al suo passaggio, cadevano al suolo come spighe di grano tagliate di netto da una falce molto affilata. Dopo aver neutralizzato gran parte delle truppe ostili, Sir Daniel scalò la collina, raggiunse Zarok e lo sfidò a duello. Benché provato dall’estenuante contesa, egli s’impose sul mago oscuro, salvando Gallowmere. Il cavaliere, infine, si accasciò al suolo, esalando l’ultimo respiro con la consapevolezza di aver protetto il suo adorato regno. Una gran bella storia… frutto di fervida immaginazione.

Sir Daniel così come appare nel videogioco originale

Or dunque, le eccezionali gesta che Sir Daniel compì in vita riecheggiarono nell’eternità. Ma – come già detto - Sir Daniel non aveva realizzato alcuna azione degna di nota per meritarsi una fama di tale portata. La vicenda che lo vide coinvolto fu impreziosita, modificata, piegata al volere dei poeti, dei cantori che, al pari di Omero, crearono attorno alla sagoma cavalleresca di Daniel il marchio del mito, del modello ispiratore. A Fortesque, suo malgrado, spettò la gloria tanto ambita dagli eroi antichi, quegli stessi eroi che il già citato Omero ebbe modo di rendere intramontabili illustrando le loro storie, i loro “vissuti”.

Come esposto nell’Iliade, Achille, il piè veloce, il più potente campione del popolo acheo, durante le ultime fasi della guerra di Troia, ricercò spietatamente la vendetta, la rivalsa, mosso da una furia cieca, da una rabbia cocente, da un’ira funesta. Al contempo, il Pelide, figlio del mortale Peleo e della nereide Teti, non smise mai di agognare la gloria, quel genere di virtù che potesse garantirgli l’immortalità attraverso la perpetuazione del suo nome, della sua immagine, mediante la rievocazione delle sue prodezze. Questa specie di nobiltà veniva bramata da gran parte degli eroi della mitologia greca, i quali avrebbero fatto carte false per poter contare, dopo il trapasso, su di una notorietà pari a quella del cavaliere di Gallowmere.

Achille, dopo aver forato i talloni di Ettore e aver legato il corpo esanime al suo carro, trascina i resti del principe dinanzi alle mura di Troia

Se un uomo è destinato a morire, se la sua esistenza è ineluttabilmente costretta a cessare, il ricordo trasmesso dai suoi simili, di generazione in generazione, è l’unica via che possa condurlo all’eternità. Un ricordo - per l’appunto - una memoria, una reminiscenza che possa divenire parte integrante di una novella, di una fiaba, di un aneddoto. Solamente compiendo un gesto valoroso che potesse consegnare il proprio nome alla storia gli eroi di un tempo speravano di raggiungere questa forma di esistenza imperitura.

Persino Ettore, il maestoso principe di Troia, colui che si espose a protezione della sua patria sino alla propria dipartita, conferiva importanza a questo tipo di nobiltà. Ettore vide gli schieramenti Achei minacciare la sua terra e per essa si batté, indietreggiando di rado, attaccando con ardimento sempre crescente. Anche il nome di Ettore seguitò ad essere rammentato, tanto da venire perpetuato come fulgido esempio di integrità, di valore, di bontà.

Ettore, al pari di Sir Daniel, scese in campo per difendere il regno che tanto amava e, infine, come Daniel, anch’egli venne sopraffatto da un nemico predestinato a vincere, dai poteri non del tutto terreni. Se, in realtà, Daniel morì sbadatamente, colpito al primo assalto da una freccia scagliata dai mostri fedeli a Zarok, il principe troiano, al contrario, perì sotto i colpi di un semidio, dopo aver mantenuto la tempra necessaria per affrontare un rivale ben oltre superiore. Ettore, sfidando Achille e morendo fieramente per mano di un essere dotato di particolari poteri, fece della fragilità umana un vanto, un segno ulteriore di coraggio. Differentemente dall’irresoluto Daniel, lo sposo di Andromaca era un combattente formidabile, regale nel portamento, implacabile nelle sortite, terrificante nella sua collera. Daniel, invece, era maldestro e sgraziato, e non si distingueva affatto per essere un buon soldato.

Andromaca, disperata, piange la morte del marito - Quadro di Jacques-Louis David risalente al 1783

Ma come aveva fatto questo sventato cavaliere ad essere scelto come capitano del re? Beh, accadde tutto a causa di un grosso equivoco. Daniel Fortesque era un cortigiano simpatico e affabile. In un imprecisato momento della sua vita, egli riuscì ad ammaliare il re Pellegrino, sovrano di Gallowmere, al quale Daniel decantò presunte, temerarie imprese da lui stesso adempiute più e più volte.

Proprio così, Daniel era solito darsi delle arie, fregiarsi di trionfi non comuni e adornarsi di successi mai realmente ottenuti con la spada o il fioretto. Invero, il fanfarone non aveva la benché minima idea di cosa significasse trovarsi nel bel mezzo di una guerra. Daniel era un perdigiorno, un vile “incantatore”, dedito all’ozio e al corteggiamento delle graziose dame.

Le sue ingegnose menzogne abbindolarono il monarca di Gallowmere, il quale decise di proclamare Daniel comandante delle legioni del regno. Quando il cruento negromante capitanò i suoi adepti contro il regno di Gallowmere, Sir Daniel si vide “costretto” a capeggiare l’esercito del re Pellegrino. A quel punto, il buffo soldato andò scialbamente incontrò alla morte. 

Negli anni a venire, il paradosso si concretizzò: Sir Daniel, che aveva intessuto ardite bugie durante tutta la sua esistenza, divenne il soggetto ideale di una leggenda piena di inesattezze e di mezze verità, di accadimenti infiorettati, di eventi ingigantiti. Tuttavia, una leggenda ha sempre un fondo di attendibilità. Che Sir Daniel serbasse realmente il coraggio di un nobile cavaliere – come descritto nelle strofe dei canti popolari – e non ebbe mai modo di rivelarlo?

La cripta di Sir Daniel

Dopo la sua fine, Sir Fortesque ottenne una gloria immeritata, non essendosi mai comportato da vero eroe. Per un inguaribile bugiardo, tale risvolto sarebbe stato alquanto gradito. Ma lo spirito di Sir Daniel, che vagava nell’aldilà, era conscio di non meritare quella reputazione e, in fondo in fondo, ne soffriva. Che valore poteva avere una rinomanza di tal tipo? Che importanza poteva mai possedere una considerazione del genere se essa sorgeva su di un cumulo di fanfaluche?

Daniel, che aveva vissuto una vita da cascamorto, da imbonitore, aveva conquistato ammirazione e popolarità grazie ad un raggiro ordito da una bislacca rilettura storica. Eppure, anche il più codardo, il più accorto dei bugiardi possiede una coscienza: Sir Daniel era sì un ciarlatano dalla parlantina sciolta, ma era anche un uomo di buon cuore. Avrebbe tanto desiderato una seconda possibilità, una nuova occasione per poter confermare, a sé stesso, di meritare il prestigio che aveva ereditato, per dare consistenza a tutte quelle frottole che lui stesso aveva inventato quando tentava di pavoneggiarsi dinanzi alle donne e ai grandi re del passato. Sarebbe stato così fortunato? Dopotutto, quante anime hanno la chance di poter essere richiamate dal mondo dei morti?

Il Salone degli Eroi, luogo in cui riposano le anime dei guerrieri scomparsi

Cento anni dopo la battaglia di Gallowmere, Zarok fa ritorno e, con i suoi poteri, getta un maleficio sul ridente regno, turbandone la quiete. Il sole viene oscurato e sulla terra di Gallowmere scende una notte perpetua. L’incantesimo dello stregone ridesta le forze del male. I morti emergono dalle loro fosse, e i villici vengono trasformati in orrendi zombie.

Le spoglie di Sir Daniel vengono rianimate dalla magia

Accidentalmente, l’incantesimo di Zarok riporta in vita anche il corpo di Sir Daniel, che riposava in una grande cripta nel cimitero del villaggio. L’occhio del mediocre ehm… dell’abile schermidore si riapre e le sue dita ossute tornano a muoversi. Sir Daniel si rimette in piedi -  sugli attenti - e procede frastornato. In quell’attimo, un gargoyle di pietra interrompe il suo incedere cascante, rivolgendogli attenzione.

E’ resuscitato, Sir Daniel Fortesque”. – Bisbiglia la spaventosa “scultura”, che prosegue – “L’eroe di Gallowmere colpito a morte durante la prima carica! Il velo della guerra e del tempo hanno cospirato per trasformare un volgare soldato in un salvatore. Ma noi sappiamo la verità…” 

Un risveglio coi fiocchi, insomma! Appena alzato, Sir Daniel viene immediatamente deriso da una gargolla animata, che gli rammenta il triste passato. Ma un altro gargoyle “giunge” in suo soccorso per sostenerlo. Esso si desta e, volgendo lo sguardo al suo corrispettivo, borbotta: “Lascialo in pace! Il fato gli ha dato una seconda opportunità: può finalmente dimenticare l’ignobile verità, sconfiggere Zarok ed entrare nella leggenda. Auguriamogli buona fortuna”.

Per nulla motivato, il milite prosegue ad esplorare il suo sepolcro. Daniel è molto diverso da com’era in vita, anzitutto nell’aspetto: non ha più la sua chioma corvina e scapigliata, i suoi grandi occhi azzurri e l’espressione furba e machiavellica: egli è uno scheletro, vanta un solo bulbo oculare e non possiede più la mandibola. Essa si è staccata, ed è scomparsa misteriosamente.

Un che di simbolico: Daniel, senza mandibola, non può parlare, può a stento esprimersi tramite incomprensibili farfuglii. Che ironia… In vita aveva parlato fin troppo, spargendo fandonie. Sarà forse per questo che il destino ha voluto “privarlo” della bocca e della lingua? Chi può dirlo, ciò che è certo è che adesso Daniel ha una seconda occasione e non c’è più posto per le parole ma soltanto per i fatti, per le gesta che egli dovrà compiere veramente.

Sir Daniel sgranchisce le sue candide ossa e fuoriesce dalla sua tomba. Inizia, così, il suo lungo viaggio. Egli ha finalmente la possibilità di manifestare il proprio effettivo valore, di fare, da morto, ciò che in vita non gli era stato concesso.

Una volta raggiunto il cimitero, lo sparuto soldato intravede Zarok che, sulla cima di un colle, tenta di intimidirlo. “Non riuscirai ad uscire da questa Necropoli…” – Sibila lo spietato stregone. Daniel non si scompone, almeno all’apparenza, e si fa strada nell’impervio sentiero.

La tana di Zarok è molto lontana. Per arrivarci, Sir Daniel dovrà superare una ripida gola, paludi invase da tenebrose creature, caverne piene di insidie e rovine infestate da anime dannate. Troppi ostacoli per l’uomo che fu, ma non per lo scheletro che è diventato…

La storia di Sir Daniel ruota tutta attorno agli errori commessi, alle questioni rimaste in sospeso, al riscatto. La figura di Fortesque, eroe improbabile, dinoccolato, goffo, ha con sé il valore della redenzione. Il cavaliere, risorgendo dal proprio loculo ed innalzandosi come ultimo baluardo del reame maledetto, espia i peccati commessi nella sua precedente esistenza, tramutandosi in un uomo nuovo, pentito, grato della seconda opportunità che il fato ha voluto elargirgli.

Da scaltro impostore, Daniel ascende al ruolo di autentico capitano della guardia reale, superando i propri limiti e affrontando apertamente le paure che derivano, il più delle volte, dalle sue stesse insicurezze. Sir Daniel non è, di fatto, uno spadaccino disinvolto, né tantomeno un guerriero competente. E’ un condottiero sguaiato, senza garbo, imbranato tanto che molte delle sue disavventure finiscono per divertire chi segue le sue buffe peripezie. Daniel non è esattamente un cuor di leone, eppure non arretra mai dinanzi al pericolo, non ripiega mai davanti alle raccapriccianti orde che Zarok semina sul suo cammino.

Sir Daniel è un eroe che possiede connotazioni e debolezze umane, uno scheletro vivente che si porta dietro tutte le titubanze che provava nel suo corpo fatto di carne e pelle. Egli, pur provando l’angosciosa sensazione di non essere all’altezza, pur schiacciato dal peso della responsabilità di un regno che – stavolta sul serio - grava soltanto sulle sue esili spalle, non demorde.

“Ti farò vedere!” – Borbotta, come può, l’esitante cavaliere fatto di sole ossa ad uno dei tanti eroi del passato che dubita delle sue abilità. Questa seconda esistenza viene sfruttata da Daniel per poter dimostrare, anzitutto a sé stesso, e a tutti gli altri combattenti scettici che lo attendono nel Salone degli Eroi e che sono a conoscenza della verità, che egli merita l’appellativo che i cantastorie hanno voluto affibbiargli e che questa volta non ci sarà spazio per alcuna menzogna ma soltanto per una verità comprovata dalle proprie azioni.

Pertanto, Daniel, pur non potendo contare sul fisico di un “paladino”, pur non potendo vantare la possanza di uno sfrontato, va avanti, senza mai voltarsi indietro.

Ciononostante, alle volte, egli stesso esita.

In una sequenza del gioco, il protagonista riflette su come sta andando la sua missione di salvataggio

Chi?! Io?!” – Si domanda, sbigottito, quando i suoi alleati, lungo il tortuoso percorso, gli delineano gli incarichi che egli dovrà svolgere per continuare il suo serpeggiante pellegrinaggio. Daniel trema, crede di non essere abbastanza bravo per poter fare ciò che gli viene così disperatamente richiesto. In quel tragicomico “Chi?! Io?!” è racchiuso tutto il tentennamento di un eroe adorabile e pasticcione che, sebbene non sappia propriamente come proseguire, seguita a non arrendersi, a cercare in ogni modo di domare quella “strizza” che lo assale, missione dopo missione.

Sir Daniel - senza mai retrocedere - affronta cadaveri semoventi che emergono dalle verdi lande dei cimiteri, che gli tendono agguati nascosti dietro imponenti lapidi; fronteggia spaventapasseri indemoniati, zucche gigantesche, bavose e carnivore, file di non-morti decisi a trucidarlo, ciurme di pirati che navigano su vascelli fantasma. E sostiene tutti questi alterchi da solo, contando soltanto sul suo martello, sulla sua spada, sul suo arco, sulla sua balestra, avendo come unica protezione gli scudi di rame, d’argento e d’oro, che, via via, raccoglie nel tragitto.

Durante lo svolgersi dell’avventura, Sir Daniel riabilita la sua figura agli occhi dei valorosi eroi di un tempo ormai andato, ma soprattutto vince una battaglia personale: provare a sé stesso di poter essere veramente ciò che tanto desiderava.

Protrattosi sino al rifugio di Zarok, Sir Daniel lo fronteggia in duello riuscendo a prevalere, questa volta per davvero. Ristabilita la pace a Gallowmere, il cavaliere fa ritorno alla sua cripta, distende il proprio corpo sulla sua bara e si addormenta.

Non è mai troppo tardi per cambiare, per migliorare, neppure quando ci si è ridotti come scheletri mal messi: è questo il grande insegnamento che è possibile trarre dalla bizzarra e divertentissima avventura di Sir Daniel Fortesque.

Ciò che Daniel fece da morto riecheggiò negli anni a venire. La gloria del vero eroe fu acciuffata!

L’anima del cavaliere venne accolta, trionfante, nel Salone degli Eroi. Tutti, anche i più increduli, resero i giusti ossequi all’uomo, pardon, allo scheletro che difese la propria patria.

Persino Ettore sarebbe stato fiero di lui!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Batman, 1966" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tutto ebbe inizio nel soggiorno di una grande e lussuosa villa. Il miliardario Bruce Wayne, vestito di tutto punto, se ne sta ritto in piedi, sfogliando un grosso libro. Egli sta intrattenendo i suoi ospiti, disquisendo con essi sul suo desiderio di aiutare le persone più bisognose.

“La fondazione Wayne vi appoggerà, completamente!” – Afferma, con cordialità, il noto magnate. Bruce si mostra più deciso che mai a sostenere la costruzione di alcuni centri per combattere la delinquenza giovanile. Proprio in tale occasione, egli rammenta ai presenti il giuramento che fece quando era solamente un bambino, e assistette all’omicidio dei suoi amati genitori: proteggere e aiutare gli indifesi.

Nel frattempo, in una stanza sita a pochi passi dall’ampio salone, un telefono squilla insistentemente, accendendosi di un rosso infuocato. Il maggiordomo Alfred Pennyworth irrompe nello studio, alza la cornetta e ascolta le parole di chi, dall’altro capo del filo, si rivolge a lui.

Attenda in linea!” – Sussurra il solerte maggiordomo, prima di deporre il “ricevitore” sulla scrivania. Alfred attirerà, così, l’attenzione di Bruce e del giovane Dick Grayson, pupillo del miliardario. Ambedue varcano lo studio, apprendendo che la città di Gotham è in pericolo. Decidono, subito, di entrare in azione: attivato un circuito nascosto, entrambi discendono lungo una pertica, raggiungendo un’accogliente caverna, nascosta dietro un passaggio segreto.

Alan Napier è Alfred Pennyworth

È il 1966: sugli schermi televisivi americani fanno incursione due bislacchi eroi dai costumi improbabili: Batman e Robin. Il primo è un uomo alto, distinto e dai modi garbati, il secondo è invece un ragazzo, ingenuo come ogni adolescente che si rispetti ma pure armato di un certo ardimento. Batman e Robin si palesano dinanzi al loro pubblico, alla loro platea di spettatori, una sera come tante, gettandosi a capofitto in un’avventura destinata ad essere la prima di una lunga serie.

L’episodio pilota della serie televisiva di Batman comincia in tal modo. Il personaggio si manifesta, dapprima, nella sua dimensione “umana”, apparendo nelle vesti di un uomo qualunque che, in gran segreto, conduce una doppia vita. Infatti, ogniqualvolta quel telefono rosso comincia a brillare Bruce, di soppiatto, sgattaiola via dalla sua abitazione, sfrecciando per le strade della metropoli con l’aspetto di un vigilante mascherato.

La serie televisiva di “Batman” fu il primo, ambizioso tentativo di trasporre in carne ed ossa le avventure del celebre supereroe targato DC Comics. I creatori del format scelsero di abbandonare le atmosfere tenebrose del fumetto degli anni ’40 e ‘50, preferendo ricreare un clima scanzonato e prettamente umoristico. Tuttavia, ciò che è importante tenere bene a mente è che questa ironia è velata, resta sottaciuta e mai resa del tutto evidente.

Batman si comporta con dedizione, con assoluta compostezza, e non lascia mai trasparire dal suo volto alcun imbarazzo, alcun sorriso di scherno, alcuna espressione di stupore, neppure davanti alla più inverosimile delle proprie peripezie. La serie di Batman è a tutti gli effetti una “parodia”, ma una parodia unica nel suo genere. Essa, infatti, pur parodiando, all’apparenza, l’universo della sua controparte a fumetti, non lo deride, non lo ridicolizza, tutt’altro, lo trasforma, lo estremizza, lo muta infondendo in esso una verve sarcastica ed una vena surreale.

L’oscurità tipica del personaggio di Batman viene cambiata in una gioviale positività, il suo tormento interiore viene trasfigurato e alterato, divenendo una meccanismo di propulsione che sprona l’eroe a lottare per il bene senza, però, arrecargli quell’angoscia mentale che egli patisce abitualmente nelle storie su carta stampata. Il Batman della serie televisiva degli anni ’60 è, dunque, un eroe ottimista, giocoso che sa perfettamente di rivolgersi ai bambini: egli è, a tutti gli effetti, un educatore, un esempio da seguire, l’aio per eccellenza, in altre parole, un gentiluomo in costume.

La comicità della serie è da ricercarsi nel suo stile spensierato che, però, non viene mai reso plateale. Il produttore esecutivo William Dozier definì il prodotto come una sitcom in cui le sequenze ironiche non sono scandite da alcuna risata di sottofondo. In effetti il riso finto, che echeggia dal fuori campo, avrebbe reso chiara l’assurdità della scena in sé, togliendo uno dei segni più rappresentativi della serie stessa, uno dei suoi paradossi: trattare seriamente un qualcosa che, invero, è palesemente ironico. Pertanto, guardando “Batman” non si ha mai completamente l’impressione di star guardando un programma comico, eppure così è, ed è questa la sua più grande unicità. Talvolta, si ha la sensazione che ciò che si sta osservando sia talmente irragionevole, sconnesso, infantile ed eccentrico da credere che si tratti di un orripilante adattamento, di una versione “demenziale”, di pessimo gusto, tremendamente sbagliata, senza capire che, in realtà, è proprio dietro quei sotterfugi, quelle stravaganze trattate in maniera tanto dignitosa che va ricercata la genialità nonché la peculiarità di questo telefilm. Altri elementi iconici del serial sono i costumi sgargianti e quasi carnevaleschi, i dialoghi sconclusionati, le ingenuità puerili, le gag inverosimili, le trovate ai limiti del no-sense, le mischie e le lotte scandite da diciture onomatopeiche.

"Adam West e la maschera del pipistrello" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

A prestare il proprio volto all’eroe mascherato fu Adam West, primo e storico interprete del Cavaliere Oscuro. Beh, utilizzare questo appellativo per definire il Batman impersonato da Adam West fa un po’ sorridere: di oscuro c’è ben poco nel suo Batman, tuttavia di “cavaliere” c’è molto. Adam West fu, di fatto, un Batman cavalleresco, altruista, generoso e raffinato nelle sue movenze semiserie. Egli conferì a Bruce Wayne un'eleganza inglese, quasi da agente segreto, e a Batman una comicità singolare, kafkiana e volutamente sottintesa.

Sebbene mantenga un carattere vivace e leggero, il Bruce Wayne interpretato da Adam West non è esente da riletture più profonde e articolate che non devono limitarsi a vederlo puramente come un guardiano dal temperamento nobile, dal cuore puro e incorruttibile e, proprio per questo, scontato e stereotipato. Il Bruce Wayne di West incarna, per certi versi, lo spettatore medio americano di quel periodo che agognava, in cuor suo, di vivere i sogni più impavidi e di affrontare le incognite di una vita spericolata. Scivolando lungo quella pertica, occultata nel suo studio e scendendo sempre più giù, fino alla caverna, quel luogo segreto, Bruce rende tangibili le aspirazioni di gloria, vive sulla sua pelle i desideri e le voglie da brivido dell’uomo comune a cui queste possibilità sono precluse dalle limitazioni di una vita normale e priva di accadimenti che richiedono audacia e sprezzo del pericolo. La maschera del pipistrello, in particolare, sdoppia la personalità di Bruce, creando il suo alter-ego e permettendogli di assaporare gli azzardi di un’esistenza temeraria senza il rischio d’essere riconosciuto, senza l’incertezza che la sua sfera privata venga intaccata dall’indiscrezione degli estranei.

"Robin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La serie televisiva andò in onda per tre stagioni, vantando un totale di 120 episodi. A spalleggiare Batman nelle sue intrepide missioni c’è sempre il fido Robin, il solo, ad eccezione del maggiordomo Alfred, a conoscere la vera identità del supereroe. Il giovane aiutante dell’Uomo Pipistrello, con le sue esternazioni sui generis, funge da divertente spalla del protagonista. A partire dall’ultima stagione, il dinamico duo riceverà l’aiuto dell’avvenente Batgirl.

"Batgirl" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per il ruolo di Barbara Gordon, figlia del Commissario James Gordon, fu scelta l’attrice Yvonne Craig. Nei panni della timida e astuta bibliotecaria Barbara, Yvonne sfoggiava capelli corti e bruni ed un look fatto di abiti coprenti e colorati. Quando vestiva il costume di Batgirl, Barbara era solita indossare un cappuccio viola e una maschera scura, da cui fuoriusciva una fluente chioma rossastra. Differentemente dal fumetto, Batman e Robin non conoscono l’identità di Batgirl. Barbara ha infatti progettato, tutta da sola, un nascondiglio nel proprio appartamento che le consente di celare i suoi indumenti da supereroina, ed il più delle volte giunge sul luogo del misfatto con la sua scintillante motocicletta, unendosi al dinamico duo d’un tratto e scomparendo dalla loro vista una volta portato a termine il proprio dovere.

Sia Robin che Batgirl costituiscono un punto di raccordo con i telespettatori più piccoli, una sorta di “proiezione”, dei personaggi con cui i bambini e le bambine possono facilmente identificarsi così da poter immaginare di lottare fianco a fianco con il cavaliere senza macchia, calzando il costume del ragazzo meraviglia o della donna pipistrello.

Durante lo scorrere degli episodi, Batman si troverà ad affrontare una galleria di nemici pittoreschi, alcuni come il Maniaco degli Orologi, Mr. Freeze, il Cappellaio Matto sono tratti dai fumetti, altri come Re Tut e Testa d’Uovo (interpretato da un incontenibile Vincent Price) verranno ideati appositamente per il serial, riuscendo a riscuotere un ragguardevole successo tra gli appassionati. I delinquenti più presenti nell’arco delle tre stagioni sono il Joker ed il Pinguino, interpretati rispettivamente da Cesar Romero - il quale non rinunciò a tagliare i suoi inconfondibili baffi, facilmente identificabili sotto il candido trucco - e Burgess Meredith, già famoso sul piccolo schermo per le sue quattro, indimenticabili apparizioni in “The Twilight Zone”. Romero caratterizzò il pagliaccio principe del crimine come un lunatico burlone, donando alla nemesi del personaggio cardine una connotazione capricciosa ed una personalità travolgente e suonata, come se fosse un cattivo balzato fuori da un cartone animato.  

Tutti i villan agiscono con le medesime intenzioni: vogliono a tutti i costi sconfiggere Batman, seminare il disordine nella tranquilla metropoli di Gotham, e portare a termine qualche furtarello. Nessuno dei vari antagonisti del paladino di Gotham si dimostrerà mai realmente “malvagio”. In linea con lo spirito della serie, gli avversari del Crociato Incappucciato assumono il ruolo di criminali scaltri ma al contempo inetti, cartooneschi, intrinsecamente sciocchi. Fra i più, soltanto la Catwoman di Julie Newmar saprà distinguersi e ritagliarsi un’identità particolareggiata, abbattendo i caratteri fanciulleschi della sitcom con la sua prorompente sensualità.

"Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella serie televisiva Catwoman incarna, infatti, l’inatteso, l’elemento imprevedibile che fa vacillare le ferree certezze dell’eroe mascherato, costantemente ligio al dovere e mai propenso a godere di alcun piacere, sia pure momentaneo. Catwoman non è, infatti, un tradizionale antagonista, un cattivo da strapazzo, facile da decifrare nelle proprie subdole intenzioni e altrettanto semplice da acciuffare, da affrontare in duello o in qualche scazzottata a ritmo da ballo. Tutt’altro!

La donna gatto di Julie Newmar è l’estro, il brio, l’imprevisto. In un fare semiserio come quello tipico del telefilm, in un contesto fanciullesco, ingenuo, volutamente ironico, in un’ambientazione “kitsch”, Catwoman costituisce la sfumatura indistinguibile, il grigio che si insinua tra il bianco del bene e il nero del male, la venatura adulta, la tentazione più pericolosa per il cavaliere di Gotham impersonato dal signorile Adam West. Catwoman è la donna che fa tremare Batman, la “nemica” che è anche sua “amica”, l’avversaria che è altresì la creatura femminile che più lo attrae. Un bel problema per un miliardario tutto d’un pezzo come Bruce Wayne, un bell’impiccio per un vigilante esemplare che tiene sempre a ricordare, a tutti coloro che osservano le sue avventure attraverso l’occhio meccanico di una telecamera, i giusti comportamenti da seguire.

Catwoman è, dunque, la lusinga, il desiderio per un uomo casto e integerrimo come il Batman di Adam West. Pur agendo con la semplicità e la sventatezza che contraddistingue ogni personaggio del programma, ella sa essere maliziosa, provocante nei movimenti, melliflua nel parlato. Julie Newmar, con i suoi folti capelli, il suo vitino di vespa, stretto da una cintura color dell’oro, con i suoi fianchi ben sagomati, le sue gote tonde e rosee, e il colore bruno del suo costume che esalta ogni sua forma, era troppo bella, se non addirittura irresistibile per non elevarsi al di sopra di ogni altro supercriminale della città di Gotham. Catwoman ruberà, in parte, il cuore di Batman che, però, costretto a rispettare i suoi obblighi civili, saprà rinunciare a qualsiasi tentativo di corteggiamento. Entrambi, ad ogni nuovo scontro, reclameranno un bacio che sembrerà non arrivare mai. Tuttavia, in un episodio, i due gusteranno un gelato insieme, molto vicini, a un passo l’uno dall’altra. Ciò che più si avvicinerà ad un appuntamento.

Batman – La serie” è nota per il suo tocco “Camp”. Con questo termine, si vuole intendere l’uso intenzionale e sapiente del Kitsch. Al contempo, con il termine Kitsch si definisce uno stile artistico che finisce per scadere nel “cattivo gusto”. Già cinquant’anni fa, il filosofo italiano Umberto Eco aveva posto l’attenzione sul concetto di “Kitsch” e sulla sua introduzione, sempre più insistente, nella cultura di massa. Il cattivo gusto, per Eco, soffre della medesima sorte che Benedetto Croce riconosceva come tipica dell’arte: tutti sanno benissimo cosa sia e non temono di individuarlo, salvo trovarsi imbarazzati nel definirlo. Il Kitsch, in particolare, potrebbe essere illustrato come una forma di menzogna artistica che cerca di generare nello spettatore un particolare effetto. Hermann Broch, citato dallo stesso Eco nella sua opera seminale “Apocalittici e integrati”, avanza l’idea che senza una piccola dose di Kitsch nessun tipo di arte possa esistere.

I creatori della serie televisiva di Batman sembrano aver ghermito questo pensiero, facendo loro il carattere più evidente del “Kitsch” e piegandolo ai propri voleri, tramutandolo in “Camp”. I costumi poveri, sciatti dei due protagonisti, le trame sempliciotte, le battute scontate fanno parte di un uso deliberato e attentamente inscenato, di una forma d’arte satirica volta a generare il riso mediante l’ostentazione taciuta del grottesco.  

Nel 1966, tra la messa in onda della prima e della seconda serie, venne prodotto un lungometraggio: la prima, vera trasposizione di Batman per il grande schermo. Nell’opera filmica, Batman e Robin si trovano ad affrontare una pericolosissima alleanza di super-cattivoni: il Joker (in tal caso ribattezzato “Jolly”), l’Enigmista, il Pinguino e Catwoman hanno stretto un patto per mettere alle corde il vigilante e non lasciargli alcuno scampo.

Tra combattimenti con squali affamati, bombe da disinnescare, fughe rocambolesche e zuffe estremamente coreografiche, Batman dovrà guardarsi bene dal più insidioso dei fatali pericoli: l’amore. Difatti, la donna-gatto (interpretata dall’attrice Lee Meriwether, data la temporanea assenza di Julie Newmar), nelle sue sembianze da donna comune, intreccia con Bruce Wayne un romantico corteggiamento mentre, allo stesso tempo, nei panni di Batman e Catwoman i due continueranno ad essere schierati su fronti opposti. Un elemento che, con le dovute differenze, verrà rimesso in scena da Tim Burton in “Batman - Il ritorno”.

Batman – Il film” raccoglie tutti gli elementi estrosi della serie televisiva, miscelandoli alle caratteristiche stravaganti della stessa, elevando tali prerogative all’ennesima potenza. Il risultato è un susseguirsi di bizzarrie, di sequenze ai limiti del farsesco.

Si resta perplessi, piacevolmente “sconvolti”, si ride di gusto, talvolta a crepapelle, nel mentre si gustano i trucchi clowneschi, le trovare inverosimili, i buffi espedienti narrativi adoperati nell’opera cinematografica. “Batman – Il film” fa del Camp una forma d’espressione sofisticata, genuina, paradossale e divertentissima. 

Anche un sociologo come Arthur Asa Berger rivolse il suo sguardo, attento e scrupoloso, verso la popolare serie televisiva e sul fenomeno che essa generò, la cosiddetta “Batmania”. Il Berger notò come l’impostazione del format fosse decisamente “enfatica”. Tenne a ricordare ciò lo stesso Adam West, in un’intervista concessa a John Stanley. L’attore statunitense confidò che il progetto della serie era quello di rappresentare Batman da un punto di vista satirico. Tuttavia, tale “satira” non era del tipo più comune ma di un tipo del tutto speciale. L’elemento satirico consiste proprio nell’atteggiamento stilistico con cui il tutto si svolge e si sviluppa. Le caricature, le esagerazioni, le ridondanze sono accuratamente preparate e volute, ma non sortirebbero lo stesso effetto se non venissero recitate con totale sincerità.

Il compito di Adam West era quello di restare “serio” davanti al più comico degli equivoci, di rendere “credibile” il più illogico dei colpi di scena, di attenuare l’esagerazione fintanto da renderla sottilissima, fine, arguta.

Arthur Asa Berger bolla il film del 1966 con un giudizio inequivocabile: “orrendo”. Al di là del suo parere piuttosto inclemente, ciò che è più interessante scorgere nelle parole dello studioso americano è lo strano “destino” a cui andò incontro il Batman di Adam West. Come sostenuto dallo stesso Berger, nella mitologia del fumetto, Bruce Wayne, indossando il costume dell’Uomo Pipistrello, diviene una figura spaventosa, mostruosa che deve osteggiare figure altrettanto mostruose e grottesche, molte delle quali possiedono connotazioni animalesche. Il Cavaliere Oscuro è sempre stato un eroe torbido, implacabile, la cui ambientazione tetra e violenta ben si prestava ad una fascia di lettori prettamente maturi. Batman, nella sua prima incarnazione dal “vivo”, finì per essere deriso proprio dagli adulti che avevano letto i suoi racconti, venendo, al contrario, amato incondizionatamente dai bambini, i quali presero per schiette, per giuste, per appassionanti ed eroiche le audaci azioni che il Crociato Incappucciato compiva settimanalmente sui teleschermi delle loro case. Secondo il pensiero del Berger, gli adulti dell’epoca vedevano Batman come l’emblema della cultura Camp: un esempio “vivente” della crisi dell’eroe, il quale, nell’America degli anni ’60, non esisteva più, decaduto completamente come modello simbolico, come mito oramai desueto. Al contempo, per una nuova generazione di bambini quell’eroe spontaneo, premuroso e buono era ancora saldo, robusto, integro e non si era affatto consumato.

Il più grande merito del Batman degli anni ’60 fu quello di formare ed educare milioni di giovanotti sparsi per tutto il mondo, cresciuti con i sani valori dell’onestà e della rettitudine, principi cari allo stesso Adam, che volle, più volte, rapportarsi con l’idea romantica di un gentleman in calzamaglia.

Continua con la seconda parte...

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Montag" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quegli imbecilli che marciano con il passo dell’oca come lei, dovrebbero leggerli i libri invece di bruciali!” - affermava con fermezza Sean Connery quando, in “Indiana Jones e l’ultima crociata”, vestiva i panni del professore Henry Jones.

Una frase proferita in uno scenario non certo idilliaco, in cui l’oscurantismo promanato dal Terzo Reich era prossimo a prevalere. Il professor Jones, in quel frangente, si rivolgeva ai soldati delle milizie tedesche, colpevoli di ardere intere cataste di libri. Un gesto barbaro, perpetrato per tentare d’estinguere ogni barlume di cultura, ogni anelito di conoscenza.

Le parole scritte inducono i lettori a pensare, a riflettere, a ragionare. Durante l’ultimo conflitto mondiale, secondo il credo totalitario del gerarca nazista, l’erudizione "autonoma" e la stessa istruzione "indipendente" dovevano essere cancellate, avvolte dalle fiamme. Il fuoco serviva, così, per ridurre in cenere i componimenti stampati e con essi annientare la libertà d’espressione, disfare l’intelletto e sopprimere la ragione.

Lo scrittore Raymond Bradbury trasse, in parte, ispirazione dall’orrida pratica nazista per scrivere e pubblicare, nel 1953, il suo capolavoro letterario “Fahrenheit 451”, da cui è tratto l’omonimo adattamento cinematografico di François Truffaut del 1966. La storia si sviluppa in un imprecisato futuro distopico in cui è severamente vietato dalla società dominante leggere o solamente possedere dei libri. Scorrere attentamente con lo sguardo un testo scritto, dunque, è un atto proibito, un autentico crimine. Persino le strisce a fumetti vengono tratteggiate su sfondi bianchi, amorfi, come se fossero anonime sequenze illustrate e prive di dialogo, di un messaggio, di un valore. Sono le grandi antenne che sovrastano la sommità degli edifici e le televisioni che da esse traggono la propria fonte di trasmissione a porre le menti degli uomini sotto un giogo incantatore che seduce, intontisce gli esseri umani sempre più spettatori passivi e sempre meno inclini alla lettura.

In questo scenario angosciante e surreale, i Vigili del fuoco hanno il tassativo compito di individuare  i libri e bruciarli. Che drammatico e inaspettato “rovesciamento di fronte” ha offerto questa società futuristica!

I Vigili del fuoco, gli eroi della realtà d’ogni giorno, nell’opera filmica, vengono "reinterpretati", osservati sotto una veste negativa, sotto un’uniforme antagonistica. I Vigili del fuoco di “Fahrenheit 451” sono rivisitazioni inusuali, generate da un governo indolente. Essi non sono, in effetti, dei “vigili” poiché non vigilano per nulla sugli incendi, non si battono per fronteggiare le fiamme; del resto le abitazioni, come tengono più volte a ricordare gli stessi, sono costruite con materiali ignifughi e dunque i compiti che un tempo essi espletavano quotidianamente sono diventati obsoleti, inutili, sorpassati. Gli incendi non si verificano più in questo mondo distorto che appare, però, così inquietantemente vero.

I pompieri, dunque, non spengono più le vampe ardenti, si prodigano, invece, nel provocarle: utilizzano il fuoco, lo generano loro stessi con l’ausilio di un lanciafiamme che brandiscono con disinvoltura per appiccare roghi sempre più frequenti, in cui consumare i libri rinvenuti nei posti più disparati. La dicitura impressa su alcuni elmetti di questi pompieri, ovvero “451”, induce a ricordare la scala Fahrenheit, una sorta di metafora con cui, di lì a poco, i libri cominceranno a prender fuoco, nell’inesorabile processo di combustione.

Il protagonista di questa storia atipica e spaventosa è il giovane Montag, appunto un pompiere. Montag si è arruolato come volontario, affascinato dalla "divisa" scura, eppure egli sembra non sapere molto circa il trascorso della Caserma in cui ha scelto di prestare servizio, circa il passato del Corpo Ufficiale a cui ha deciso di appartenere, tant’è che quando la sua nuova amica, Clarissa, un’insegnante conosciuta in metropolitana, gli rivela che un tempo i Vigili del fuoco estinguevano gli incedi e salvavano vite umane, egli si mostra alquanto sorpreso da una simile confessione. Montag, come tutti del resto, non si fa troppe domande. Le persone che quotidianamente egli osserva con una mal celata indiscrezione si muovono come automi sommessi, privi d’emozione, esenti da sogni, del tutto sprovvisti di fantasia. Essi sono poco più di un manipolo di anime grette, scialbe, mancanti di immaginazione, di pensiero astratto, spogliate dell’estro sognante che può derivare dalla coinvolgente lettura di un libro.

Montag non è una persona loquace, tutt’altro, è un uomo schivo e introverso. Ma quando Clarissa gli porrà una fatidica domanda, ovvero se lui ha mai sfogliato, se ha mai letto uno dei volumi che ha bruciato, il suo spirito si ridesterà dal torpore. La curiosità prevarrà nel suo cuore e sarà portato ad aprire uno dei tanti tomi capitatigli tra le mani, a decifrare i “segni” e i “simboli” in esso contenuti.

Montag comincerà, allora, a nascondere sempre più libri in casa e a leggerli tutti d’un fiato. Inizierà dapprima con “David Copperfield”, facendo non poca fatica, ripetendo il tutto a voce alta, mantenendo il segno con l’indice della mano destra e carpendo le parole con le dita e con la bocca ancor prima che con lo sguardo. Per Montag sarà un vero e proprio processo di apprendimento: riscoprirà cosa comporta la lettura, saprà quanto la mente potrà aprirsi sollecitata dai lunghi e intensi periodi di una pagina scritta.

Da quel giorno in poi, egli non riuscirà più a fermarsi. La lettura diventerà per il personaggio cardine di quest’avventura un bisogno irrinunciabile, in quanto carburante che muove la sua emozione un tempo abulica, piatta, spenta, ora più viva e accesa che mai.

Invero, nei suoi prolungati silenzi, Montag si era già dimostrato in passato un accanito lettore. Egli non parlava molto perché amava ascoltare, afferrare il pensiero degli altri, scrutare l’interiorità, sondare ciò che si cela oltre la parvenza, “leggere” le anime di tutti coloro che si rivolgevano a lui o che se ne stavano a pochi passi, quieti, afflitti o inanimati.

Montag sceglierà, infine, di ribellarsi, scapperà via e si rifugerà in campagna, divenendo un “uomo-libro”, un custode di memorie, di ricordi, di parole, di ghiribizzi e di sensazioni. Montag redime la sua esistenza, riscatta sé stesso, incarnando nei suoi silenzi, nei suoi laconici momenti e nelle parole dei libri da lui ripetute, la figura eroica con cui identifichiamo, in maniera classica, i veri Vigili del fuoco.

"I libri in fiamme" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Montag personificherà, sul finale, l’essenza di un uomo puro, di un amico, di un eroe in grado di salvaguardare e proteggere, con la propria conoscenza e abnegazione, il destino dell’Umanità. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Steve McQueen, interprete del Capitano Mike O'Halloran" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Prometeo, il dio benefattore

L’allegro oscillare di una fiammella così come il divampare di una lunga lingua di fuoco è metafora di un divenire perpetuo. Il divenire è allegoria dell’avanzamento, l’avanzamento dell’evoluzione, l’evoluzione del progresso. Con lo sfregamento di due pietre focaie, l’antenato dell’uomo come oggi è conosciuto ha segnato l’inizio di una nuova era.

Il fuoco è un elemento della natura, eppure la mitologia greca insegna che il fuoco, in principio, era un prodigio ultraterreno, custodito gelosamente sul monte Olimpo, dimora degli dei, i quali mai avrebbero voluto che cadesse preda del genere umano.

Fu il titano Prometeo a far dono ai mortali del fuoco. Egli sottrasse una scintilla a Zeus, la nascose nella cavità di una canna e la portò nel mondo. Fu la vittoria più preziosa ma quella che costò più cara al dio benefattore. Prometeo pagò quel suo gesto con la condanna perenne e la genuflessione alla schiavitù in catene. Ciononostante quel suo nobile atto segnò, secondo i racconti antichi, l’avvento dell’evoluzione. Vi siete mai domandati perché, nei miti arcani, gli dei temevano che l’uomo scoprisse l’esistenza del fuoco?


Prometeo sottrae il fuoco agli dei, quadro di Heinrich Friedrich Füger

Invero, come la fiamma imperitura, che brucia in una progressione senza fine, così l’essere umano, con l’ausilio del fuoco, avrebbe sviluppato in modo pressoché illimitato le proprie inclinazioni nelle arti e nei mestieri, asservendo quella forza rossa a proprio piacimento, sia come mezzo per riscaldarsi durante i freddi inverni sia come fonte d’illuminazione per rischiarare l’oscurità della notte, nonché per la cottura dei cibi e la creazione della metallurgia. Con il fuoco l’uomo progredì, divenne più forte, arguto, indipendente dalla magnanimità degli dei.

Sebbene l’uomo sia in grado di controllare il fuoco, esso è un elemento pericoloso che può sfuggire al suo volere, alla sua gestione. L’uomo sfrutta il fuoco, usufruisce del suo “potere” ma sempre in costante allerta, ne vigila l’utilizzo, a volte l’abuso, poiché il divampare incontrollato di esso può tramutarsi in elemento guizzante e distruttore, e ridurre in cenere tutto ciò che incontra sul proprio cammino.


Prometeo incatenato, quadro di Jean-Louis-César Lair

Per vegliare costantemente sugli incendi esiste il Corpo dei Vigili del fuoco. Spesso paragonati agli eroi dei fumetti, sprovvisti di mantello e costume, i Vigili del fuoco hanno ispirato la cinematografia di tutto il mondo. Se nel racconto mitologico troviamo le prime tracce dell’esistenza e della successiva scoperta del “fiore rosso”, così come era solito definire il fuoco lo scrittore Rudyard Kipling ne “Il libro della giungla”, nel cinema possiamo trovare, immortalate su pellicola, le gesta eroiche di coloro che sorvegliano la potenza e i rischi correlati al fuoco: i pompieri.

Nel cinema italiano, la divisa del pompiere fu “calzata” persino da Antonio De Curtis, in arte “Totò”, che nel 1949 vestì i panni di un ironico vigile del fuoco ne “I pompieri di Viggiù”. La sua appartenenza al Corpo fungeva da pretesto alla narrazione filmica per dare vita a scenette tratte dal teatro di rivista. Il cinema nostrano ha poi continuato a proporre i Vigili del fuoco sotto una lente comica e secondo uno stile scanzonato, tipico delle commedie di stampo goliardico.


Immagine tratta da "Fahrenheit 451"

La figura dei Vigili appare, invece, assai più complessa nel film del cineasta francese François Truffaut “Fahrenheit 451”, un thriller fantascientifico ambientato in un futuro distopico nel quale la fiamma viene utilizzata come uno strumento di annientamento, opportuno per bruciare grandi quantità di libri che, in quanto mezzo di apprendimento, possono condurre un popolo schiacciato dall’apatia alla sovversione.

Nella trasposizione di Truffaut, tratta dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury, il Corpo dei Vigili ha l’ordine tassativo di distruggere i numerosi volumi scampati ai roghi, i tomi che perdurano, fino al momento in cui Montag (Oskar Werner), un pompiere, riscopre il piacere della lettura e la meraviglia della riflessione che essa è in grado di suscitare nella mente di un lettore.

Montag, travolto dalle emozioni prodotte dalla lingua scritta, sviluppa un anelito di ribellione. Questi diventa, in tale contesto, un eroe sospinto da un volere di riconoscimento, da un desiderio di rivalsa che lo porterà a cercare di ristabilire l’ordine in un mondo consumato dal torpore e dall’indifferenza generale e, infine, a fuggire, ad isolarsi da una realtà abulica e opprimente.

Il film “Fuoco assassino”, diretto dal premio Oscar Ron Howard, ha come protagonisti due fratelli vigili del fuoco, Stephen e Brian (rispettivamente Kurt Russel e William Baldwin), alle prese con un’intricata indagine riguardante alcuni incendi dolosi. Ma è forse il cult del 1974 “L’inferno di cristallo” ad essere uno dei titoli più emblematici del genere. Il lungometraggio si avvalse di un cast di prim’ordine, su cui spiccano Paul Newman e Steve McQueen, quest’ultimo interprete del capitano dei Vigili del fuoco Mike O'Halloran. La pellicola, diretta dal cineasta John Guillermin, è interamente ambientata all’interno del grattacielo più alto del globo terrestre.

Steve McQueen, celebre interprete di ruoli da eroe risoluto e spericolato, darà lustro e gloria al ruolo di questo coraggioso ed intrepido “vigilante”, eroe razionale e dal sangue freddo che riuscirà a salvare quante più persone rimaste imprigionate nel colossale edificio, attuando, con la collaborazione di Roberts (Paul Newman), un difficoltoso ma necessario piano per evacuare la zona, martoriata dal divampare dell’incendio. 

Dal racconto mitologico “all’’afoso” cinema “pompieristico”, il simbolismo fatale del fuoco seguita ad essere utilizzato per porre l’uomo al centro della narrazione, sia esso trattato come ricevente di un dono evolutivo, sia esso posto come l’accorto “guardiano” di un pericolo insidioso.


Raffigurazione del Titanic. Potete leggere di più cliccando qui.
  • Il monumento “cristallino”

La prestigiosa compagnia navale britannica White Star Line, quando ultimò la produzione di due transatlantici, realizzò una cartolina promozionale decisamente accattivante. Tale cartolina mostrava ciò che era effettivamente vero ma dava comunque l’impressione d’essere inverosimile. Questo perché quello che essa mostrava, lasciava chiunque di stucco tanto da indurre a credere i più che si trattasse di una esagerazione, di un paragone improprio, di una falsa equiparazione.

L’illustrazione appena citata ostentava, in un’ordinata successione, i palazzi più imponenti della Terra affiancati ai monumenti più antichi e maestosi del mondo. Al centro della cartolina, emergeva la rappresentazione verticale di una colossale nave: il Titanic.

Si trattava di una raffigurazione destinata a destare notevole clamore dal momento in cui ci si rendeva ben conto che quel piroscafo, così dettagliatamente illustrato, aveva una lunghezza superiore a tutte le altre costruzioni sorte sulla terraferma. Il Titanic, transatlantico della classe “Olympic”, appariva come l’oggetto” semovente più grande che fosse mai stato costruito dalla mano dell’uomo. La mastodontica nave, lunga 269 metri, impeccabile gioiello tecnologico, fu soprannominata “l’inaffondabile”, perché secondo le previsioni del periodo, i transatlantici avevano raggiunto delle dimensioni tanto ragguardevoli e un’affidabilità così elevata da rasentare la perfezione.


Un'altra cartolina del Titanic. Potete leggere di più cliccando qui.

Agli uomini d’inizio Novecento, il Titanic dava una fosca e superba sicurezza: quella di aver assoggettato le acque dell’Atlantico al volere dell’essere umano o per meglio dire, in una visione più ampia e di stampo prettamente filosofico, la nave faceva effluire l’idea di aver genuflesso l’intera forza della natura al dominio dell’uomo. L’imprevedibilità dell’accadimento o la tragicità di un inaspettato incidente non erano eventualità contemplate da tutti coloro che, sopraffatti da un’insana sensazione di invincibilità, peccarono di presunzione. L’equipaggio del Titanic, durante il viaggio inaugurale, cadde preda di una strana sicurezza, uno “spettro” astratto ed invisibile che aleggiava lungo tutta la nave e che si impadronì di loro conducendoli, tra la notte del 14 e del 15 aprile del 1912, ad un disastro senza precedenti.

Il Titanic era un colosso d’acciaio, più grande di qualunque altro edificio sorto sul suolo terrestre. La cartolina stampata dalla White Star Line rimarcava questo concetto, palesandolo come una verità assoluta, opportuna per magnetizzare l’attenzione di ogni aspirante passeggero, attratto dalla grandezza del piroscafo. La dimensione del transatlantico avrebbe generato stupore e creato un clima di fiducia nell’impeccabilità stessa della costruzione. Ma la grandezza del Titanic non era realmente sinonimo di affidabilità e d’inaffondabilità.


Il Titanic in navigazione. Potete leggere di più cliccando qui.

L’inferno di cristallo”, opera magna del cinema “pompieristico”, racconta l’inaugurazione del grattacielo più alto del mondo, ideato dall’architetto Doug Roberts. Lo smisurato edificio vantava una capienza di 138 piani e un’altezza approssimativa di 550 metri.

Il “monumento”, che appare bianco, trasparente come un lungo velo cristallino che si erge sino alle nuvole, assume le fattezze di un gigante con il volto proteso verso il cielo, di un “titano” che fa sovvenire alla mente il ricordo della cartolina citata poche righe prima.

Lavorando un po’ di fantasia si potrebbe supporre che, anche nell’immaginario del film, i produttori di questa monumentale costruzione avessero realizzato una speciale cartolina promozionale in cui i più alti edifici del mondo venivano, di colpo, sminuiti dal confronto con la solennità del grattacielo di cristallo.


Il grattacielo dilaniato dalle fiamme

Come accaduto realmente nella tragedia del Titanic, ne “L’inferno di cristallo” lo sfarzo delle ambientazioni e l’imponenza del progetto crearono un’ingannevole patina d’ingenua leggerezza. Alcuni addetti ai lavori ignorarono, infatti, le norme di sicurezza e riciclarono per la sistemazione dell’impianto elettrico materiale di dubbia qualità. Tale mancanza di zelo condurrà gli invitati, giunti sul posto per presenziare all’inaugurazione, ad incorrere in una gravosa emergenza.

Dal sistema elettrico scoppierà un incendio che distruggerà non soltanto quanto di meraviglioso era stato eretto dalle mani degli abili costruttori ma che arrecherà morte e dolore alle innocenti vite umane rimaste prigioniere in quel lussuoso “fabbricato”, tramutatosi in una prigione “fiammeggiante”.

Il grattacielo di cristallo, così grande e, in principio, apparentemente inviolabile, si trasformerà in un fragile gigante, caduto preda di fiamme avviluppanti come fuochi infernali. Data la gravità della situazione, i Vigili del fuoco, guidati dal Capitano Mike O'Halloran, preparano accuratamente un piano per evacuare l’edificio. Grazie al loro supporto, gli innocenti riusciranno a trovare scampo alla catastrofe.

L’inferno di cristallo” è un’ode rivolta al corpo dei Vigili del fuoco, un inno al loro coraggio e al loro pragmatismo. Il Capitano O’Halloran venne interpretato da Steve McQueen, eroe intrepido e risoluto del cinema spericolato qui catturato in una veste più flemmatica, saggia e generosa.

Il personaggio di McQueen agisce dall’esterno, coordinando le operazioni di salvataggio ai piedi di quel grattacielo che osserva quasi con disprezzo, come fosse un'effige color diamante, adusa a esternare la superbia dell’uomo.


"Mike O'Halloran" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come una splendida nave che riposa, tutt’oggi, sul fondo dell’oceano dopo essere stata flagellata dai marosi, così, nella narrazione filmica, il grattacielo di cristallo collassò su se stesso per il solito, inspiegabile errore umano: quello di sottovalutare i rischi e dimenticare l’importanza della vita, bene prezioso ricordato proprio dal Capitano sul finale. “Nulla è e sarà mai più importante di una vita da salvare.”

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Dorothy" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il Professor Tolkien ci mise tutti in guardia. No, non lo fece ad alta voce. Già, perché declamarlo se poteva scriverlo?

Or dunque, su di un foglio di carta immacolata trascrisse un pensiero indelebile come inchiostro. Beh, più che un pensiero si trattava di un “monito”, di un avvertimento che tutti i suoi lettori avrebbero dovuto tenere bene a mente. Così, per bocca di uno dei suoi personaggi di fantasia, il Professore tenne a ricordarci quanto possa essere pericoloso uscire dalla porta della propria casa. E perché mai sarebbe rischioso, vi starete chiedendo?

La risposta vien da sé. Quando si lascia il proprio alloggio ci s’incammina per un sentiero incerto, verso un orizzonte tutto da scoprire. Ci si mette in strada, per dirla alla buona, e se non si poggiano bene i piedi al suolo non si può mai sapere dove si finisce spazzati via dal vento.

"Bilbo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La casa è uno spazio sicuro, ciò che alberga là fuori, invece, nasconde ben più di quanto possiamo supporre. Quella del Professore non voleva essere, di certo, un’intimidazione, più che altro un invito a restare accorti, vigili sulle insidie del mondo esterno. Le parole di Tolkien riecheggiano forti e cariche di valore in questi tempi bui, nei quali trattenersi in casa, più che un piacere, è un serio dovere da rispettare.

Fu Bilbo Baggins a pronunciare quanto scritto da Tolkien e non per puro caso. Bilbo era uno hobbit scaltro e decisamente coraggioso. Gli hobbit, i mezzuomini concepiti dalla fervida immaginazione dello scrittore inglese, amavano starsene belli comodi a poltrire nei loro accoglienti rifugi. Erano dei tipetti abitudinari, piuttosto “pantofolai” sebbene non portassero né scarpe né alcunché che potesse definirsi tale. Tolkien aveva una certa predilezione per gli hobbit. Il suo stile di vita somigliava molto a quello dei piccoli abitanti della Terra di Mezzo. Anche Tolkien, come Bilbo, adorava trastullarsi in casa, dormire fino a tardi, fumare la pipa sprofondato in una poltrona morbida, guardando dinanzi a sé, rimuginando, riflettendo, immaginando.

Tolkien concepì gli hobbit come creature pigre eppur straordinarie, “figli” a lui molto cari, esseri che avevano gli stessi pregi e “difetti” del loro “padre”. Tutta la gente della Contea sapeva bene che venir fuori da quel caldo e confortevole “buco” scavato nel terreno poteva costituire un pericolo. Gli hobbit non erano soliti andare in cerca di guai, non si allontanavano mai troppo dai dintorni della loro amatissima terra verde. Solo qualcuno, ogni tanto, si dava all’intraprendenza, spinto da una sana e crescente curiosità. Tra questi si distinsero i Tuc e i Baggins, che divennero proverbiali per la loro grande abilità nel cacciarsi in strane storie.

Bilbo Baggins, per l’appunto, che si armò di coraggio nell’uscir di casa per accompagnare un drappello di intrepidi nani, era ben conscio dei tranelli e dei rischi che attendono coloro che errano per strade sterrate, verso mete tutt’altro che esplorate. Pertanto volle più volte avvisare il nipote, Frodo. “Stai in allerta, Frodo. E’ pericoloso uscire dalla porta. Controlla bene i tuoi piedi o, spinto dalla brezza, finirai in un luogo lontano”.

Aveva proprio ragione il vecchio hobbit. I venti sanno essere infidi e possono sospingere un’incauta vittima verso una zona molto remota. E’ ciò che, per certi versi, accadde a una bella fanciulla in un racconto molto diverso. Costei si era messa in strada, vogliosa di lasciar la propria casetta. Il vento la ghermì con il suo forte abbraccio e la condusse verso un regno misterioso.

Con l’immaginazione questa giovinetta sognava di viaggiare verso l’orizzonte, oltre l’arcobaleno. Lo agognava con tutta se stessa, lo voleva, eccome se lo voleva!

Prima d’essere afferrata dal soffio dell’aria, Dorothy, questa graziosa damigella dai capelli scarlatti, raccolti in due lunghe e folte code, si sentiva sola, inascoltata. I suoi zii non le davano retta, i suoi amici non le stavano dietro. Solamente Totò, il suo adorato cagnolino, le prestava la dovuta attenzione.

Eppure lei ci provava, ci provava con tutte le sue forze a farsi ascoltare. Ogniqualvolta era lì per lì, decisa a interloquire con Zeke, Hickory e Hunk, i tre contadini che lavoravano presso la sua abitazione, Dorothy si trovava costretta a scontrarsi con la dura realtà. Per quanto buoni e gentili, i suoi amici erano fin troppo ingenui, totalmente incapaci di comprenderla fino in fondo.

Il suo amico Hickory non aveva la sensibilità adatta per far sue le aspettative sommessamente proferite dalla graziosa Dorothy. Ad ogni farfugliamento della fanciulla, Hunk replicava prontamente, rimproverandole, in maniera scherzosa, di avere un batuffolo di paglia al posto del cervello. Zeke, poi, la interrompeva prima che potesse finire di esprimere il suo pensiero, spronandola ad agire, ad avere coraggio nel compiere le sue scelte, sebbene egli stesso non eccellesse per nulla in quella virtù.

La mente di Dorothy viaggiava senza conoscere confini, spaziava con eccessivo vigore da un angolo all’altro, sorvolando luoghi sconfinati e sempre più distanti.

Per certi versi, Dorothy nutriva gli stessi desideri e le stesse frustrazioni della dolce Belle, la protagonista della fiaba disneyana de “La bella e la Bestia”. Entrambe desideravano vivere delle avventure intense, e volevano fuggire da un villaggio di campagna troppo ristretto per contenere le speranze di una donna tanto giovane da somigliare a un bocciolo di rosa prossimo a schiudersi. Sia Belle che Dorothy provavano a instaurare un rapporto sincero con gli abitanti del luogo, ma dovevano cedere dinanzi all’ottusità di chi si poneva loro difronte: nessuno era in grado di decifrare le loro anime.

Se Belle vivrà la più grande delle sue avventure in un castello maledetto che un tempo fu splendente, Dorothy, dal canto suo, vivrà una vicenda del tutto diversa, in un mondo dove il cielo è sempre azzurro, gli alberi sono verdi e le strade costellate di diamanti.

La bizzarra peripezia di Dorothy avrà inizio un bel dì. A seguito dell’ennesimo scontro con la signorina Almira Gulch, una perfida megera che odia il tenero Totò per la sua attitudine a combinare pasticci, la giovane prende finalmente la decisione di andar via. Lungo il sentiero, s’imbatte in un bislacco stregone da quattro soldi, il signor Meraviglia, che la convince a far ritorno alla sua fattoria. Dorothy, ancora adirata, accetta il consiglio del “mago” e inverte la marcia. Durante il cammino di ritorno, Dorothy viene sorpresa da un improvviso temporale, preludio all’arrivo di un rovinoso tornado. La fanciulla fa appena in tempo a rincasare.

Rimasta sola nella sua camera, Dorothy batte la testa e perde i sensi. Il tornado si abbatte con tutta la sua forza distruttrice sulla casetta di legno, risucchiandola all’interno del vortice e trasportandola lontano, alle porte del regno di Oz.

Dorothy era giunta laggiù, oltre l’arcobaleno, nel posto che tanto aveva sognato. Oz era molto diverso dal Kansas, non era un luogo nebbioso, cupo, in cui un grigio perpetuo dominava ogni dove. Tutt’altro, Oz appariva, agli occhi della bella fanciulla appena arrivata, come un mondo sfavillante, dipinto con colpi di pennello pregni di accesi colori. Ma non tutto ciò che sembra bello lo è realmente.

Dorothy intuirà, sin da subito, che Oz nasconde molti pericoli, soprattutto quelli portati dalla malvagia strega dell’Ovest, una fattucchiera dal naso adunco e dalla pelle verde, che vola in sella ad una scopa. Dorothy, spaventata, vuol far ritorno a casa ma non sa cosa fare. Allorché Glinda, una strega buona dal bianco vestito, le indica il cammino da intraprendere: la giovincella dovrà raggiungere la città di Smeraldo, la capitale del regno di Oz, lì dove vive il grande e potente mago, che saprà cosa fare per darle ausilio.

Spronata dai consigli della strega, Dorothy comincia il suo viaggio su di una stradina luccicante d’oro. Lungo il percorso, la fanciulla incontra tre particolarissimi personaggi: uno spaventapasseri, un uomo di latta ed un felino dalla spessa criniera che non ha per nulla un cuor di leone. Tutti e tre diverranno suoi amici e compagni d’avventura.

Più trascorrerà il tempo, più Dorothy sentirà la mancanza della sua casa. “Mi manca il Kansas…” - sussurrerà, dispiaciuta, al suo Totò, il cucciolo che non l’ha mai lasciata. Il distacco dal mondo a cui era sempre appartenuta porta la ragazza a riflettere tra sé e sé. Quel desiderio di voler andar via dalla sua terra è ormai svanito.

Dorothy soffre terribilmente la lontananza dalla sua “abitazione” che giace, semidistrutta, alle appendici del regno. Ella teme di non poter più rivedere la sua casa innalzarsi, bella e solida, nella sua fattoria. Non è, naturalmente, soltanto una semplice “dimora” a mancarle, bensì ciò che quel mucchio di legna reca in sé: gli affetti, le carezze, le voci dei suoi zii, l’odore dei campi, il profumo dei fiori, tutte le cose che, attorno a quell’edificio, ella sentiva giorno per giorno e che ora non sente più. Oz è un mondo radioso, splendente, che seduce ogni sguardo, eppure, con i suoi colori, non è in grado di rubare il cuore di Dorothy, ancora legato alla sua terra natia, ancora devoto a quel mondo reale che, sebbene in bianco e nero, le dona una sensazione di tepore che nessun colore potrà mai sostituire.

Il mago sarà ben disposto ad aiutare la damigella, ma prima vorrà che lei e i suoi simpatici amici annientino la strega dell’Ovest. Con un grande cuore, tanto coraggio e altrettanta astuzia, i quattro riusciranno a sconfiggere la diabolica creatura e torneranno, trionfanti, dal mago. Questi si rivelerà nient’altro che un imbroglione, ciononostante saprà come accontentare Dorothy, desiderosa, più che mai, di far ritorno a casa.

Soltanto quando tutto sarà finito, la protagonista si risveglierà da quel brutto colpo in testa e scorgerà davanti a sé i suoi zii, preoccupati per lei, assieme a Zeke, Hickory e Hunk, i suoi tre amici, e perfino il signor Meraviglia. Ma è stata soltanto un’illusione, un’immagine onirica e nulla di più? Oppure è stata un’avventura vissuta realmente, in un luogo che giace tra il sonno e la veglia e in cui è possibile giungere soltanto se lo si vuole davvero? Esiste davvero quella regione che tutti chiamavano “Oz” e che permane laggiù, al di là del temporale, dove il cielo risplende e l’arcobaleno svetta imponente come un arco su di un portale da oltrepassare? E’ stato tutto vero o solo un sogno?

Dorothy non lo saprà mai. Saprà solo che lei, così come i suoi tre amici, volevano tutti qualcosa che già possedevano. Lo spaventapasseri voleva un cervello ma, senza accorgersene, vantava già una certa sagacia che gli aveva permesso di proteggere la sua Dorothy da tutte le minacce a cui erano andati incontro. L’uomo di latta voleva un cuore, ma lo aveva già sebbene esso non battesse ritmicamente sotto la sua scorza arrugginita. Ci vuole un gran cuore, infatti, per far da scudo ad una dolce giovinetta. Il leone codardo, quel grande e grosso carnivoro che viveva nella foresta e temeva qualunque altro animale, voleva il coraggio. Che ironia. Un felino che ha paura. E che ci sarebbe di strano? Aver coraggio, del resto, non significa non aver mai paura, significa non lasciare che la paura prenda il sopravvento. Il leone non tornò mai indietro, non lasciò mai soli i suoi amici, ebbe il coraggio di restare accanto a loro. Era anche lui un impavido, senza esserne consapevole.

Dorothy, infine, voleva raggiungere un luogo in cui sarebbe stata felice, ma lo aveva già trovato, perché nessun posto era bello come la sua stessa casa. Dorothy lo dedurrà durante il suo tortuoso e impervio viaggio.

"Dorothy, il Leone Codardo, l'Uomo di Latta e lo Spaventapasseri - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quei frangenti, ella ricorderà proprio che la parte più bella di ogni viaggio è sempre quella in cui si sta per far ritorno a casa.

Nessun posto è bello come casa mia!” - Lo disse Dorothy e sono certo che Bilbo sarebbe stato d’accordo. Ricordiamolo anche noi, in questi giorni preoccupanti in cui la nostra casa non è altro che il nostro Kansas e la nostra Contea.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Vincent Price, l'ultimo uomo della Terra" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ricordo ancora il giorno in cui lessi quella pagina di giornale. Come potrei dimenticarlo. Si trattava di un giorno speciale. Kathy, mia figlia, la mia bambina, compiva gli anni, e le avevo preparato una festicciola di compleanno nel giardino della nostra casa. Sapeste quant’era graziosa! Se ne stava seduta buona buona, davanti ad una tavola imbandita, con tante candeline accese. Sul capo portava un cappellino a punta, guarnito con nastri colorati. Sorrideva, sorrideva per tutto il tempo.

Virginia, mia moglie, era indaffarata, tutta presa a tagliare la torta vicino ai bambini che la circondavano felici. La miravo da lontano. Era tanto bella. Aveva i capelli raccolti su di un lato. Un’acconciatura particolare che sfoggiava giusto per l’occasione. Sapeva che l’avrei ripresa, che avrei immortalato ogni momento con la stessa cinepresa che ero solito tirar fuori dalla confezione nelle ricorrenze più importanti. Lei lo sapeva. Si era fatta bella anche per questo.

Di tanto in tanto, sollevava lo sguardo e lo rivolgeva verso di me. Avvicinava la mano alla bocca e poi la lasciava cader giù. Mi mandava un bacio, ogni qual volta poteva. Ed io, con il volto velato dietro quella vecchia macchinetta da ripresa, ero lieto di riceverlo. Ricordo poi che me ne stavo in disparte, a sfogliare il giornale. Lessi la nota di un rotocalco, ma non diedi troppa importanza a quanto vi era riportato. Ciò che c’era scritto non aveva alcun valore, né fondamento. Era pura teoretica.

La malattia è portata dal vento” – recitavano quei fogli. Come avrei potuto crederci? Ero un uomo di scienza, allora. Confidavo soltanto in ciò che era stato già ampiamente dimostrato. Un germe che viaggiava nell’aria, che si spostava rapido sfruttando il soffio della brezza, non era una verità ma soltanto un’ipotesi, un’approssimazione semplicistica, priva di alcun riscontro scientifico. Ne ero fermamente convinto. Ben presto, però, tutto cambiò.

Venne il freddo, inatteso e subdolo. Il vento soffiava forte dall’Europa, come non aveva mai fatto prima. Gli alberi danzavano senza fermarsi, sollecitati dai soffi sempre più intensi e gelidi. I tronchi si flettevano, tormentati dall’alito malsano di una natura inquieta e malata. Le foglie cadevano, venivano sollevate dai forti refoli e si levavano sino al cielo, ripiombando poi giù, persistenti come una pioggia battente, ancor più veementi di una grandine incessante. Il virus era giunto in città.

Tanti si ammalarono senza neppure accorgersene. Non vi era scampo possibile. Il batterio aleggiava nell’aria, poteva essere dappertutto, così da contagiare chiunque. Era un qualcosa di invisibile, una minaccia non palpabile e, per questo, ancor più temibile.

Quando scoppiò l’epidemia, le persone reagirono nei modi più disparati. Taluni cedettero alle più estreme escandescenze, altri si abbandonarono al panico trincerandosi in casa. Molti, però, minimizzarono la questione, come se il male non fosse mai esistito. Ai loro occhi, il virus non era un nemico tangibile, pertanto si illusero che esso non rappresentasse una minaccia alla salute. Morirono uno dopo l’altro.

Rinchiuso nel mio studio, in quelle settimane, filosofeggiai. Pensai, sin da subito, che l’impercettibilità era la forza intrinseca di ogni virus o batterio. La sua “infima” dimensione, e di conseguenza la sua invisibilità, rende il virus un pericolo imprevedibile che getta nello sconforto chiunque. L’essere umano ha paura di ciò che non può vedere sin dall’alba dei tempi, da quando si rifugiava nelle caverne per sfuggire alle predazioni dei grandi carnivori che si celavano nelle foreste. Padroneggiando il fuoco, l’uomo poté sostenere gli attacchi degli animali lesti, dei predatori abili a mimetizzarsi nell’ombra. L’uomo, brandendo la fiamma, rese nitida l’immagine del proprio avversario, ed iniziò a vedere. Da ciò che vedi riesci a difenderti ma da ciò che non puoi scorgere non puoi reagire prontamente.

Il virus è un predatore misterioso, occulto, da cui non possiamo scappare perché non ci accorgiamo neppure della sua presenza. Esso è un parassita, un essere che vìola la nostra scorza. E’ questo che lo rende così spaventoso. La malattia rivela se stessa solamente quando è già entrata in noi, quando ha oltrepassato le nostre resistenze, insinuandosi al di là delle nostre difese. Così fece questo batterio. Arrivò attraverso l’aria, penetrò dalle vie respiratorie, infettò tutto il mondo.

Si ammalò anche la mia Kathy. Dapprima, avvertì una stanchezza strana e smise di giocare all’aperto. In seguito, si rintanò nella sua stanza poiché la luce del sole le arrecava dolore. Accadde così che un giorno perse definitivamente le forze e svenne. La raccolsi tra le braccia e si abbandonò alla mia presa, come se stesse dormendo profondamente. La posi a letto e la coprii con un velo bianco, trasparente. Seguitò a giacere tra la veglia e il sonno. Perse la vista e delirò. Virginia era disperata. Continuai a recarmi giorno e notte in laboratorio. Impiegai tutto me stesso per trovare una cura, per sintetizzare un siero che potesse fungere da vaccino. Non ci riuscii.

Centinaia di persone morirono dopo aver accusato i medesimi sintomi provati dalla mia piccina. Alle propaggini della città, fu scavata una gigantesca fossa comune dentro cui un fuoco ardeva perennemente. Non permettevano ai cittadini di seppellire i propri cari. Tutti noi dovevamo consegnare i nostri morti a delle unità di trasporto che, come cortei funebri, procedevano di quartiere in quartiere. Essi conducevano i morti alla rovina, per ridurli in cenere.

Non potei dire addio a Kathy. La presero e la portarono lontano. Non ebbi un luogo in cui poterla piangere. Riflettei su quanto le tombe potessero essere significative e indugiai sulle memorie che vissi da fanciullo, tra i banchi di scuola, quando lessi il carme di un grande poeta italiano, un tal Foscolo, il quale dedicò un toccante tributo all’importanza di un sepolcro. Una tomba, a suo dire, offre riparo ad un corpo la cui anima è volata via, ma dà, in particolar modo, un conforto al vivo, a colui che piange la perdita. Ci pensai continuamente. Io che ero rimasto in vita non avevo un tumulo in cui visitare la mia Kathy. Non potevo recarmi a trovarla, non potevo parlare sommessamente dinanzi alla sua lapide fredda. Fu il più grande tormento che patii.

Quando anche Virginia morì, ignorai l’ordine del Governo. Non la portai alla fossa, in quell’inferno orripilante ma le diedi una degna sepoltura. Le voci dei pochi sopravvissuti vagavano come un'eco per le vie. Si diceva che i morti scampati alle fiamme si destassero dalle loro fosse e tornassero a reclamare i sopravvissuti. Una sera sentii una voce flebile e spettrale chiamarmi fuori, in strada.

La mandata della porta compiva più di un singolo giro sotto il mio sguardo attonito, come se qualcuno stesse cercando di entrare. Chiesi chi fosse ma non ottenni risposta. Furioso, aprii e la vidi. Virginia, cerea di morte, irruppe in casa e cercò di afferrarmi. Fu allora che capii. Il virus non uccideva le persone, le mutava. Le rendeva schiave della notte, di una tenebra sovrannaturale. In molti evitarono le fiamme e caddero nel tempo. Poi si alzarono e vagarono per le strade. Rimasi soltanto io. Non seppi mai il perché. Provai a supporlo, ma non ebbi mai alcuna sicurezza. Il germe non mi infettò mai, rimasi immune.

Sono passati tre anni da allora. Ad ogni sorgere del sole un altro giorno ha inizio, lo stesso.

Il mondo intero, oramai, è una landa desolata e taciturna. Dai viottoli di montagna ai marciapiedi delle vie cittadine, carcasse di vampiri putrefatti campeggiano distese. Il sole è mio alleato, perché mi permette di dar loro la caccia. Quando ne trovo uno ancora “vivo”, nascosto in qualche edificio adibito a cripta, lo trafiggo con un paletto senza provare la benché minima pietà. Da uomo di scienza qual ero, sono divenuto un cacciatore del soprannaturale, di ciò che la scienza ha sempre ignorato. Che buffo scherzo del destino!

Loro sanno chi sono. Mi conoscono. Sono consapevoli che io rappresento l’ultimo uomo sulla Terra. Al calar del sole, si riuniscono nei pressi della mia casa. Mi chiamano. Mi intimano d’uscir fuori. Vogliono uccidermi. Raccolgono legna, armi e quant’altro e cercano di forzare la porta, di entrare attraverso le finestre. Ho rinforzato ogni angolo della mia abitazione per difendermi. Se mi spostassi in un’altra casa sarei al sicuro, non saprebbero dove cercarmi. Eppure, non riesco a spostarmi. Non posso lasciare questa casa. No, non la abbandonerò!

Una casa non è una fredda struttura di malta e mattoni. L’ho sempre sostenuto. E’ un rifugio dove le ansie e i timori non riescono a introdursi, a fare breccia. E’ un luogo sicuro, in cui poter vivere al riparo dai rischi del mondo esterno. Tra le mura di questo mio alloggio, perdurano le voci, le risate di mia moglie e di mia figlia. Nelle camere avverto ancora il loro odore, sento ancora la loro presenza. Questa è casa mia, l’unica cosa che mi è rimasta di una vita perduta. Nessuno potrà mai strapparmi via da qui.

Un altro giorno ancora. Un’altra caccia. Sfreccio per le strade a bordo di un carro nero, trascinando corpi diabolici e innaturali per dar loro una fine nel rosso delle vampe. Ad ogni tramonto, rientro. Rinforzo la porta con collane di aglio e grandi specchi lucenti. I vampiri non riescono a tollerare la loro immagine riflessa, li ripugna. Le superfici riflettenti possono tenerli a debita distanza. Sbarro ogni possibile via di accesso. Mi siedo sul divano e aspetto. La solita marmaglia si raduna e si avvinghia alle pareti esterne. Ragliano e ringhiano, pronunciano il mio nome tra un verso animalesco ed un altro.  Cerco di distrarmi, per quanto possibile.

Riprendo la mia cara cinepresa e guardo vecchie pellicole che ritraggono i miei cari. Scoppio a ridere sonoramente, una risata che si protrae in un ghigno esasperato, che si stende sino a scemare in un pianto lacrimoso e funereo. Nulla potrà mai darmi conforto. Il trambusto, il disordine, il frastuono di quei dannati tortura le mie orecchie stanche. Accendo il giradischi, illudendomi che la musica possa sovrastare il rumore dei vetri che si infrangono, dei legni che cedono. E’ tutto vano.

Un nuovo mattino si presenta all’orizzonte, e per la prima volta porta con sé una novità. Nella mia triste ronda mi imbatto in una figura di donna, mite e sana. Il suo corpo si staglia lontano leggiadro ed elegante. Ella cammina serena su di una collina, ed i raggi solari non le danno disturbo. Non credo a ciò che vedo. Riesco ad avvicinarla, sebbene tema il mio incedere. La porto a casa mia e scopro la verità: celata, in un angolo imprecisato della metropoli, una comunità di infettati ha trovato il modo di tenere a bada la malattia mediante l’assunzione di un farmaco che attenua gli effetti del morbo, ma solo temporaneamente. Per questi cittadini mutati solo in parte, io sono un mito da annientare, un “mostro” da eliminare.

Quale ironia, in questo mondo distorto io, il solo ad aver mantenuto la proprio normalità, sono divenuto, per coloro che dominano questa Terra, un essere anormale. E’ forse stato questo lo scopo della malattia? Distruggere la normalità per crearne una nuova, deforme, deturpata, assurda, impossibile per me da comprendere realmente. La donna è gentile nonostante paventi la mia aggressività. La invito a riposare in una stanza e, durante le ore successive, le somministro un antidoto ottenuto col mio sangue immune al male che ha fiaccato l’umanità intera. Ruth, così ha rivelato costei di chiamarsi, riprende lentamente colore, fisionomia, vivezza. L’antidoto funziona. Vi è un futuro per la razza umana, un futuro che io posso far sì che si adempi. Ruth, d’improvviso, mi intima di scappare. Loro stanno arrivando.

Fuggo via e vengo braccato. Raggiungo la prossimità di una chiesa e guadagno il sagrato. Sono circondato. Urlo la verità: io posso salvarvi tutti! Fermi! Fermi! Non odono le mie parole. Vibrano un colpo verso il mio cuore. Una lama mi trafigge. Cado al suolo con le braccia stese, come Cristo colpito dalla lancia che ha segnato il Suo destino.

Ruth mi raggiunge appena prima che cali il buio. Avrei potuto salvarli, ma non me lo hanno permesso. Non mi davano ascolto, non mi credevano. Non potevano fidarsi di un essere umano. Esso è ingannatore, violento, assassino per natura. Per loro, io ero una leggenda e mi hanno ucciso. Avevano paura di me. Erano loro ad avere paura di me.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Kirk Douglas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Io e papà ci scherzavamo su, ogni nove di dicembre. A dire il vero, cominciavamo qualche giorno prima. “Il compleanno di Kirk Douglas sta arrivando” – dicevo a mio padre e lui, prontissimo, faceva eco con la solita domanda: “Quanti sono quest’anno? 95, 96?” 

Kirk è del 1916!” – puntualizzavo, di rimando. Papà, allora, accennando un sorriso, annuiva, ricambiando il mio sguardo compiaciuto. Stupore, meraviglia e un muto gongolante “vai, continua così, Kirk!”, trasparivano dalla sua espressione facciale, tutte le volte.

Kirk Douglas era un’autentica leggenda ai nostri occhi. Non solo per la notevole carriera che egli si costruì passo dopo passo, copione dopo copione, ma anche per la sua impressionante longevità. Kirk visse una vita intensa, appassionata, straordinaria.

Nel 1954, l’anno in cui nacque mio padre, Kirk era già una star affermata e di prima grandezza. A quel tempo, si trovava impegnato a navigare a bordo di un legno malconcio, alquanto fragile, ma che riusciva, ancora, a domare la superficie dell’acqua. Il personaggio che Kirk stava interpretando cercava con tutte le sue forze di tornare a casa, nella sua Itaca, dalla sua Penelope. Le onde avverse, l’irrequietezza del mare e la furia di Poseidone ostacolavano il suo intento, impedendogli di esaudire il suo desiderio. Per Kirk, quel viaggio di ritorno si tramutò in un’odissea estenuante, in un’avventura senza fine. E così, nel 1954, quando papà venne al mondo, Kirk Douglas era sbarcato al cinema con l’ultima delle sue fatiche di quell’arco temporale: “Ulisse”.

Kirk Douglas insieme a Silvana Mangano, interprete di Penelope e di Circe

Qualche anno dopo, precisamente nel 1956, Kirk portava una barba rossa ed incolta, indossava abiti sudici e sporchi di pittura e si era, da poco, trasferito a Saint-Rémy. Una sera, questi si sdraiò e rivolse lo sguardo alla volta celeste; per tutta la notte, giacque sveglio, disteso supino, a pancia all’aria come si suole dire, assorto a rimirare le stelle. I suoi occhi si tuffarono tra quelle sinuose dune, s’immersero fra gorghi blu cobalto, tra luci sgargianti, tra i rami di quei cipressi alti e fitti che si stagliavano in cielo, fino a smarrirsi in esso. Kirk, in quel tempo, aveva assunto le sembianze del pittore Vincent Van Gogh, e se ne stava a contemplare il cosmo, a immobilizzare nella sua mente quel “tetto” azzurro intenso, tutto ammantato di corpi celesti rilucenti di vita propria e non. Fu in quei momenti che concepì in sé la sua Notte Stellata, mentre la mano sicura e decisa, seppur tremante, era già pronta a fissarla sulla tela.

Kirk c’era, c’era sempre stato. Che fossero gli anni ’40, ’50, ’60, la sua figura possente seguitava a dominare le sale cinematografiche di mezzo mondo. Immortalato sui nastri di celluloide, l’attore americano vagò da una meta all’altra, da un’epoca datata a quella successiva e poi oltre e oltre ancora, senza mai arrestare il proprio cammino.

Kirk era lì, nell’antica Roma, e assistette alla ribellione dei gladiatori. Li guidò con la sua mano ferma, colma di vigore, contro i loro padroni, quegli schiavisti cruenti e senza scrupoli.

Molti secoli dopo, quando alcune legioni dell’esercito francese scelsero di non fuoriuscire dalle trincee, di restare al sicuro, di non inseguire vacui orizzonti di gloria, che avrebbero condotto i militi alla fine, alla morte su di un terreno zuppo di sangue, Kirk era anche lì, insieme a tutti loro.  Durante la Grande Guerra, fu proprio lui a difendere con i gesti e la dialettica i soldati che appartenevano al suo reggimento, innocenti eppur rei di aver cara la vita, di aver tentato e fallito una manovra militare impossibile da compiere sin dal principio. Kirk si trovò anche laggiù, negli abissi, ventimila leghe sotto la superficie del mare, fianco a fianco all’empio e impassibile capitano Nemo. Kirk attraversò cinquant’anni di cinema americano, mille anni di storia, cento anni di esistenza. 

Era un mito inossidabile, un idolo intoccabile. Per me e per mio padre, ricordare il compleanno di Kirk Douglas era diventata una tradizione spiccatamente natalizia, visto il periodo. Ad ogni inizio di dicembre, il nostro giulivo ricordo di Kirk, che era nato in modo del tutto spontaneo, si presentava come una sorta di beneaugurante appuntamento. “Papà, tra qualche giorno sarà il compleanno di Kirk. Un altro anno è passato”. Ne parlavamo anche negli attimi in cui tiravamo fuori dallo scatolone l’abete per addobbarlo. In quei momenti il nostro pensiero andava ancora al grande Kirk, all’attore, all’uomo, con un grandissimo augurio di Buon Natale.

Stando a una nostra "intuizione", i lineamenti del viso di Ercole, protagonista della pellicola disneyana "Hercules", ricordano moltissimo quelli del grande attore Kirk Douglas. Oltre alla forma delle orecchie e ai dettagli del naso e del sorriso, persino la fossetta sul mento richiama quella del leggendario interprete. I disegnatori di "Hercules" non hanno mai dichiarato di essersi ispirati a qualche "star" in particolare. Tale, possibile, somiglianza non viene riportata da nessun articolo dedicato al film ed è assolutamente di nostra ideazione. Potete leggere di più sul film in questione cliccando qui.

Quest’anno, purtroppo, è stata l’ultima volta che abbiamo avuto la possibilità di parlare del suo compleanno, ma non potevamo di certo saperlo. Ci eravamo illusi, sotto sotto. Per noi, Kirk Douglas era riuscito nell’impossibile: aveva arginato la morte, era riuscito a divincolarsi dalle sue grinfie. Sapevamo che prima o poi l’irreparabile sarebbe arrivato ma, con un pizzico di ingenuità, non volevamo crederci. Kirk Douglas si è spento qualche settimana addietro, alla veneranda età di 103 anni. Un traguardo eccezionale, il suo, raggiunto al termine di una vita dinamica, faticosissima, entusiasmante, impegnata e vissuta sempre a ritmi frenetici.

La mattina in cui seppi della sua morte, decisi di prendermi una pausa. Nel pomeriggio, cominciai a rivedere uno dopo l’altro tutti i suoi film più celebri. In seguito, mi fermai a indugiare sui ricordi e mi chiesi: quando “incontrai”, per la prima volta, Kirk Douglas? La mente vagò rapida e si soffermò, nuovamente, su mio padre.

Era una domenica come tante, e papà mi aveva fatto dono di una vecchia videocassetta. Con tono sfacciato, disse che in quella cassetta vi erano alcuni tra i più grandi attori di tutti i tempi. La guardai. L’immagine stampata sulla custodia mostrava, al centro, un tipo serioso, catturato in una posa eroica. Questi brandiva una fiaccola accesa, agitandola verso l’alto. Si trattava della videocassetta di “Spartacus”, uno dei lungometraggi simbolo della filmografia di Kirk Douglas.

Questo kolossal, diretto da Stanley Kubrick, fu espressamente voluto dallo stesso Douglas, il quale investì una cifra sostanziosa nella produzione della pellicola. Kirk desiderava fortemente recitare nei panni di un eroe d’altri tempi. Precedentemente, aveva cercato in tutti i modi di assicurarsi la parte principale in “Ben-Hur”, ruolo che andrà ad un altro gigante del cinema, Charlton Heston.

Non essendo riuscito ad ottenere quella parte, dunque, Douglas si mise in affari per conto proprio e “commissionò” a Stanley Kubrick il progetto “Spartacus”. Il ruolo del guerriero trace, dello schiavo che si erge e affronta coraggiosamente la Repubblica di Roma, parve cucitogli addosso. Kirk, infatti, anche nella realtà, si dimostrò sempre un uomo audace, indomabile, incorruttibile. Egli non si piegò mai alle regole imposte dallo Star System hollywoodiano, anzi tutt’altro. Le fronteggiò con ardore. Scardinò le limitazioni, i pregiudizi generati dal Maccartismo. Restituì la libertà a chi gli era stata sottratta, si impegnò, con coraggio, rischiando in prima linea, per dare lavoro e dignità a coloro che erano finiti nella lista nera.

Douglas e Jean Simmons in una scena di "Spartacus"

Kirk Douglas si configurò come un gladiatore romano riapparso nel ventesimo secolo, un guerriero, un lottatore che si erse sui vigliacchi e che non si genuflesse mai ai potenti. Un caso emblematico per comprendere ciò avvenne proprio durante la lavorazione di “Spartacus”. Kirk voleva che Dalton Trumbo, noto sceneggiatore escluso dal business per sospette simpatie comuniste, curasse la sceneggiatura del suo film. Douglas non si lasciò intimorire dalle dicerie e prese Trumbo con sé. L’interprete pagò lo scrittore a sua spese e pretese che il nome del suddetto sceneggiatore fosse inserito nei titoli di coda.

Con grinta e impavidità, Kirk Douglas sfidò apertamente le reticenze, le ipocrisie del cinema statunitense, contribuendo a ribaltare tabù e preconcetti limitanti e oppressivi. Se il personaggio di Spartacus sarà destinato a cadere contro l’esercito romano e a morire sulla croce come un messia violento e rivoluzionario, Kirk, al contrario, riuscirà a trionfare, ad estirpare il clima ostile e paranoico vigente nella vecchia Hollywood dell’età dell’oro.

Le somiglianze tra Kirk e le sue controparti sul grande schermo, le similitudini tra la “persona” ed il “personaggio” non riguardano soltanto “Spartacus”. Sono molteplici i soggetti virili, temerari, ma anche pacati e buoni a cui Kirk Douglas conferì vita eterna tra i contorni nitidi di una cinepresa

Kirk somigliava pure ad Ulisse, il celebre eroe omerico che Douglas impersonò con passione e coinvolgimento. La pazienza, la tempra resistente, il carattere energico e la tenacia di Kirk erano proverbiali. Come Ulisse, Douglas non si dava mai per vinto e, come lo stesso Odisseo, il quale, per anni, lottò contro gli oceani ribollenti di collera avendo, come unico conforto, il ricordo della sua sposa, Kirk rimase innamorato della stessa donna per più di cinquant’anni. Douglas sposò Anne Buydens nel 1954, e insieme a lei rimase per tutto il resto della sua vita.

Anne era per Kirk ciò che Penelope fu per Ulisse: una certezza, un’ancora tenace, un porto su cui attraccare senza voler mai ripartire, un richiamo perenne, una meta da raggiungere costantemente. La conobbe sul set di “Atto d’amore”. Ne rimase incantato, ne venne rapito. Anne era una donna attenta e intelligente, una bionda furba e con la risposta sempre pronta. Ella non si lasciò facilmente “abbindolare” e sedurre dal divo di turno. Così, respinse le avance. Il corteggiamento per Kirk fu decisamente spossante, si protrasse per settimane ma, infine, sortì l’effetto sperato. Anne capì che per Douglas non si trattava della solita, fugace avventura di una notte. Acconsentì al loro primo appuntamento, a cui ne seguirono molti altri. In breve tempo, convolarono a nozze. Il loro sarà un matrimonio duraturo, sebbene Kirk, un po’ come lo stesso Ulisse, non esiterà ad essere “infedele”. Del resto, Kirk era un duro di buon cuore ma anche un “infame”, per sua stessa ammissione.

Con la moglie Anne Buydens

Egli era un sognatore, un idealista come il colonnello Dax, il protagonista di “Orizzonti di gloria”. In quest’opera filmica, Douglas impegnò tutto se stesso per portare in scena una tematica scomoda. La tragica battaglia “legale” condotta dal colonnello per salvare la vita a tre commilitoni, condannati alla pena di morte per un “crimine” mai commesso, evoca una critica sprezzante al militarismo, alla guerra che non custodisce, in sé, alcuna gloria.  Idealista fu anche un altro personaggio impersonato da Douglas, ovvero Jack Burns, un cowboy che si allontanò volontariamente dalla modernità per vivere a contatto con la natura, seguendo i dettami, le leggi, il credo di un passato “western”, di un mondo fatto di lealtà ed onore che non esiste più.

Per il ruolo del tormentato pittore olandese, Kirk Douglas vinse un Golden Globe e fu, inoltre, candidato all'Oscar come migliore attore protagonista

Kirk Douglas vantava un carattere infaticabile, una personalità irrequieta, ansiosa di creare, di fare arte in ogni sua forma. Questo lato della sua persona ricordava quello del pittore olandese Vincent Van Gogh a cui Kirk Douglas prestò il suo inconfondibile volto in un’interpretazione straordinaria, e per la quale mancò clamorosamente il premio Oscar.

Le pellicole più importanti della sua carriera costituiscono una fonte da cui attingere informazioni, una sorgente da cui trarre un’indicazione, una verità sull’identità sfaccettata di questo attore che visse per più di cento anni.

In una scena di "Orizzonti di gloria"

Ma forse, il ruolo più interessante e complesso di Kirk Douglas resta quello che, di rado, viene menzionato. Un ruolo profondamente diverso da quelli a cui ci ha abituato, che poco ha a che vedere con la personalità di Kirk Douglas. Come si è soliti affermare: un bravo attore si dimostra tale quando dà vita a un personaggio che è quanto di più distante da se stesso.

Se con i ruoli citati in precedenza, è possibile scandagliare l’animo di questo artista indipendente in virtù delle affinità evidenziate tra persona e personaggio, facendo riferimento a quest’ultima parte, sarà possibile, invece, indagare un’altra caratteristica: il talento, la bravura eccelsa di Douglas nel dare forma, presenza, portamento e voce ad un personaggio corrotto, insensibile, insaziabile e arrivista.

Nel film “L’asso nella manica”, per la regia di Billy Wilder, Kirk Douglas interpretò Charles Tatum, un giornalista arrogante e senza scrupoli, disposto a tutto pur di arrivare allo “scoop”.

Charles ha lavorato per i quotidiani più importanti di New York, venendo poi sistematicamente licenziato da ognuno di essi per cattive abitudini tenute sul luogo di lavoro. L’uomo, poco propenso a cambiare comportamento, rimasto senza un soldo, giunge ad Albuquerque e viene assunto nel piccolo giornale cittadino. Attende più di un anno per trovare una grande “notizia” che possa riportarlo sulla breccia.

Con Walter Matthau, Kirk Douglas girò uno dei suoi film più apprezzati: "Solo sotto le stelle". Potete leggere di più su Walter Matthau cliccando qui.

Un giorno, Charles si imbatte in un evento decisamente particolare: una frana che ha intrappolato all’interno di una montagna un pover’uomo, Leo Minosa. Costui, da svariati giorni, stava saccheggiando tombe indiane in una vecchia caverna. I nativi avevano avvertito il ricercatore circa i pericoli celati in quel massiccio roccioso, su cui aleggia un’oscura maledizione. Fiutando le potenzialità dell’accaduto, Charles si avventura in quei luoghi e incontra l’uomo, rimasto con entrambi gli arti inferiori bloccati sotto un cumulo di grosse pietre. Un corposo masso sbarra la strada e separa il giornalista dal saccheggiatore, e i due riescono ad interagire soltanto attraverso una sottile apertura.

Charles comincia a scrivere il primo articolo sull’incidente. Mescolando elementi reali ad allusioni sovrannaturali riguardanti il presunto anatema che si è compiuto ai danni del “profanatore di tombe”, il giornalista crea una narrazione avvincente che desta l’attenzione di molti lettori.  Charles, giornalista navigato, rammenta come scrivere un “racconto” intrigante e a puntate, conosce i gusti del “pubblico”, sa che la notizia dovrà apparire sensazionale e la “questione” lunga e complessa. Concorda così con lo sceriffo del luogo di ritardare il più possibile i soccorsi. Per giorni, Charles scrive articoli repleti di parole forti, ammiccanti, appassionanti, che descrivono lo stato d’animo, la sofferenza dello sventurato rimasto prigioniero della montagna. I lettori vogliono sempre più particolari e non riescono a smettere di leggere tutti i pezzi che i quotidiani propongono loro. Una folla si raduna nei pressi della catena montuosa, e la tragedia umana finisce per tramutarsi in una forma raccapricciante di spettacolo. Charles trascinerà la sua inerme vittima sino allo sfinimento. Solo allora, distrutto dai sensi di colpa, si renderà conto del suo agire disumano e fraudolento, del suo tradimento compiuto nei riguardi del giornalismo libero e vero.

Kirk Douglas, col ritratto del suo reporter arrivista, lanciò una critica severa alla spettacolarizzazione del “fatto”, alla cronaca plasmata secondo le regole dell’intrattenimento, del “mito” narrato, il quale mira, sovente, a generare una reazione emotiva piuttosto che a stimolare una coscienza collettiva.

Se con “Spartacus”, “Ulisse”, con “Orizzonti di gloria” e con “Brama di vivere” aveva messo in mostra l’eroismo, la tenacia, l’orgoglio, l’altruismo, la genialità e l’amore per l’esistenza umana, caratteristiche che derivavano dalla sua stessa persona, al contrario, con “L’asso nella manica” Douglas volle ricordare la malvagità, l’opportunismo che può albergare nei cuori delle persone.

Fu questo il compito più importante e simbolico compiuto da Kirk Douglas. Rammentare quanto il sadismo, la crudeltà, e soprattutto l’egoismo umano possano essere corrosivi e pericolosi.

Dall’individualità, dall’egoismo, il cinema, che ha visto Kirk Douglas tra i suoi più grandi rappresentanti, non smette mai di metterci in guardia, educandoci nell’essere persone migliori.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lois e Clark" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Qualche anno addietro, lessi un’intervista di un grande attore e cantante di teatro, di cui preferisco non rivelare il nome, che mi colpì in modo particolare. Una serie di confidenze, talvolta derivate dall’ambiente lavorativo, talvolta dall’intimità dell’interprete, fuoriuscirono liberamente dal suo parlato e vennero minuziosamente riportate dal giornalista in un testo scritto. Ad un certo punto, l’intervistato rilasciò una dichiarazione che mi rimase perfettamente impressa. Dopo aver affrontato le più disparate questioni, i due interlocutori arrivarono a disquisire sulla morte. Non rammento il perché quella piacevole conversazione si spinse fin lì, ma, d’un tratto, si fece molto più seria e personale. 

L’attore scelse di “sbottonarsi” dinanzi al suo indiscreto confidente e ammise quella che era la sua paura più grande. Egli non temeva la morte. Ammise, invero, di paventare la malattia, l’arrivo improvviso di un corpo estraneo e maligno, di un ospite indesiderato che potesse condurlo alla sofferenza, alla perdita progressiva e consapevole delle proprie forze, del proprio futuro. Il solo pensiero di ammalarsi e di dover lottare contro un grave “male” gli arrecava un incontrollabile spavento. L’idea della morte veniva accettata serenamente dall’artista ma la malattia, la sofferenza, l’indebolimento no, non potevano essere in alcun modo tollerati.

Quando terminai la lettura, questa sua affermazione mi indusse a riflettere fugacemente. E’ tipico dell’essere umano temere la malattia, sia essa un cancro, il “male” per antonomasia che cerca di divorare la sua “vittima” dall’interno, debilitandone il vigore, la gioia di vivere, sia essa un morbo che affligge progressivamente chi ne soffre, sia essa un nuovo attacco virale che si palesa d’improvviso, sconvolgendo la tranquilla routine.

La morte è parte naturale della vita” - scrisse un saggio regista e sceneggiatore americano. Temerla fa parte dell’istinto vitale di ogni essere vivente. Tuttavia, essa è inevitabile. Tutti noi sappiamo di essere mortali. Or dunque, ciò di cui abbiamo realmente paura non è la morte, che immaginiamo come un evento lontano, ma la malattia nella sua astrattezza, nella sua immagine figurata, ovvero un qualcosa che possa arrecarci dolore, che possa distruggere il nostro presente, azzerare il nostro futuro, che possa cambiare ineluttabilmente la nostra quotidianità ed indurci ad una fine prematura. L’uomo ha terrore della malattia ancor più che della morte poiché la malattia può rappresentare l’anticamera della morte stessa.

Storicamente, la propagazione di un germe sconosciuto, di una nuova epidemia, getta scompiglio nell’animo umano. Il virus ricorda con sibillina ferocia, con quiete latente, con la sua invisibilità, col suo manifestarsi imprevisto e subitaneo la fragilità della vita umana, la cagionevolezza della nostra scorza vulnerabile.

Ma aver paura della caducità della vita non è una peculiarità di noi terrestri. Anche gli alieni possono paventare la possibilità di ammalarsi.

Anzi, ad essere del tutto onesti, noi uomini siamo alquanto fortunati. Sin da piccoli, sappiamo quanto delicato sia il nostro corpo. Alcuni alieni, invece, neppure riescono ad immaginarlo. Prendendo i nostri primi raffreddori, sopportando la prima di tante altre febbri, tollerando tutti quei virus seccanti che, da bambini, ci obbligano a restare a letto, cresciamo coscienti e consapevoli, rammentando sempre la nostra debolezza, la soggezione insita in noi nei confronti della malattia, sia essa lieve o fastidiosa. Questa consapevolezza che ci portiamo dietro sin dall’infanzia ci permette di apprezzare ancor di più la vita di tutti i giorni. Se non rammentassimo il dolore e se non sapessimo quanto può essere effimera la nostra esistenza non riusciremmo a goderne appieno.

Gli alieni, torno a ripeterlo, non possiedono, necessariamente, questa bizzarra “fortuna”.

"Superman, Christopher Reeve" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Superman, ad esempio, non si è mai ammalato. Non lo sapevate? Ebbene, il più grande supereroe della storia del fumetto, fino ad un imprecisato momento della sua maturità, neppure sapeva cosa si provasse a tossire o ad avere mal di gola. Beato lui, direte voi. Beh, sì e no!

Clark Kent crebbe a Smallville, nel Kansas. Nutrito dai caldi raggi del sole giallo della Terra, l’ultimo figlio di Krypton divenne forte, veloce, praticamente invulnerabile. La sua conformazione robusta e impenetrabile lo protesse fin dal momento in cui atterrò, di buon mattino, in un campo isolato, alle propaggini della fattoria dei Kent. Clark intuì fin da ragazzo che la salute dei terrestri è notevolmente diversa dalla sua, quanto mai precaria e facilmente attaccabile. Un giorno, rientrato da scuola, Clark si mise a chiacchierare con suo padre, il suo migliore amico, il suo mentore, il suo unico confidente.

Jonathan, alzando il capo verso la tersa volta celeste, pensò a voce alta: “Sei stato mandato qui per una ragione, figliolo. Lo capirai, quando sarai pronto!”. Non aveva dubitato neppure per un solo istante. Jonathan sapeva che suo figlio, quel piccino che piangeva, tutto solo, rannicchiato in un’astronave argentea, avvolto in una larga “coperta” azzurra, sarebbe diventato un simbolo di speranza. L’anziano fattore confidò in quell’immagine custodita nel suo cuore, ma non poté vederla compiersi. Il padre del futuro supereroe se ne andò proprio in quel pomeriggio tranquillo, poco dopo aver terminato quel significativo scambio di parole.

Un infarto piegò il pover’uomo sotto gli occhi attoniti di suo figlio. Clark, nonostante potesse contare su tutti i suoi innumerevoli poteri, non poté far niente per salvarlo. Lo capì quel giorno: dinanzi al dolore umano, all’imprevedibilità del fato, neppure Superman potrà mai nulla.

Nel celebre lungometraggio del 1978, Clark, per tutta la sua adolescenza, è rimasto insensibile al dolore fisico. Né il fuoco, né il gelo, nessun’arma poteva scalfire la sua epidermide dura come l’acciaio. In un’intervista concessa alla reporter Lois Lane, Superman lo riconobbe candidamente: “Fino ad oggi, non ho mai avvertito alcun dolore fisico”.

Provate a supporre di crescere senza accorgervi mai del benché minimo dolore. La nostra visione dell’esistenza, della realtà, cambierebbe completamente. Saremmo più audaci, più pronti, di certo più spavaldi. Se nulla può ferirci, nulla deve essere temuto. Chissà come si comporterebbero gli uomini se anche loro possedessero le facoltà dei kryptoniani. Eppure, sebbene questa abilità d’essere pressoché immortale sia invidiabile, essa nasconde anche una condizione limitante che porta Superman a non comprendere totalmente i pericoli legati alla sua sopravvivenza.

Nella pellicola del 1978, il Superman interpretato dal leggendario Christopher Reeve è convinto che nulla potrà mai annientarlo. Un giorno, però, scoprirà la triste realtà. Quando Lex Luthor lo metterà astutamente a contatto con la kryptonite, ultimo residuato del pianeta d’origine del supereroe, Superman sentirà sulla propria pelle una forma acuta e lancinante di dolore. E lo sentirà per la prima volta. La kryptonite, che riluce di verdi radiazioni, induce Clark a contrarsi, a genuflettersi al suolo. I suoi poteri non avranno più alcun valore, e la sua possanza verrà piegata.

L’invincibile Uomo d’Acciaio retrocederà, in un lampo, ad uno stadio inferiore. Egli avvertirà la paura di un bambino rimasto senza difese, di un infante che evince, di colpo, la debolezza di se stesso. La particolarità di tutto questo è che Superman scopre d’essere mortale da adulto, apprendendo un qualcosa che noi esseri umani diamo per scontato sin da fanciulli. Questo è un trauma psichico che turba l’Uomo del Domani, mutando inesorabilmente la sua percezione della vita stessa.

Reagire ad un dolore mai conosciuto, prendere consapevolezza della propria fragilità è estremamente più traumatico quando tutto ciò si manifesta d’improvviso, senza alcuna avvisaglia, distruggendo ogni certezza. Superman, in questa famosissima scena del film originale, incarna l’uomo comune, il mortale, colui che apprende, tristemente, che la morte può ghermirlo da un momento all’altro.

"Superman, Christopher Reeve" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su Christopher Reeve cliccando qui.

Anche in “Batman V Superman”, l’eroe a cui Henry Cavill ha prestato il proprio volto crede fermamente d’essere inscalfibile. Nel feroce scontro con Batman, Superman inspirerà nei suoi polmoni un tipo di kryptonite, rielaborata da Bruce Wayne sotto forma di polvere invasiva per attenuare la potenza del guardiano di Metropolis. Notando di non essere più in grado di utilizzare i propri poteri e vedendo il sangue grondargli dalle ferite, Superman perderà ogni sicurezza. Il Crociato Incappucciato, in quanto essere umano, ha imparato ad accettare la propria mortalità, Superman, d’altro canto, non può farlo, poiché assuefatto, da sempre, alla propria invulnerabilità. Spiazzato dalla propria, improvvisa, gracilità, l’Uomo d’Acciaio cederà e verrà brutalmente sconfitto dal Cavaliere Oscuro. Osservando questa sequenza d’azione, è possibile dedurre quanto l’onnipotenza di Superman rappresenti, per lui, un dono ma anche un limite.

"Superman, Henry Cavill" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su "Batman V Superman" cliccando qui.

Come ho già avuto modo di scrivere, Superman non si è mai ammalato. La sua densa struttura molecolare lo rende immune ad ogni forma virale presente sulla Terra. Superman è un rifugiato, un figlio adottato e allevato dal nostro pianeta. Conseguentemente, la sua immunità è soltanto circoscritta all’atmosfera e all’ambiente terrestre. Superman può, quindi, ammalarsi se viene a contatto con un virus proveniente da Krypton.

Ruota attorno a questa idea l’episodio che più preferisco della serie televisiva “Lois e Clark”.

In questa avvincente puntata, l’artigiano, una sorta di brillante scienziato votato al crimine, rinviene la navicella con cui il piccolo Superman è approdato sulla Terra, a seguito della distruzione del suo pianeta natale. Analizzando la struttura esterna dell’astronave, l’artigiano si accorge che una moltitudine di germi e batteri di Krypton permangono depositati e cristallizzati su di essa. L’uomo si adopera, allora, ad estrarre i germi, riuscendo a sintetizzare in laboratorio un virus letale.

In una specifica scena, l’artigiano rivela la composizione di questo agente patogeno. Esso possiede una colorazione verde, che richiama il colore della Kryptonite, ha l’aspetto di una ragnatela spessa e fittissima, con filamenti lunghi, sudici e attaccaticci che aderiscono alle superfici che aggrediscono per infettarle. Per gli uomini, tale virus risulta essere del tutto innocuo ma per un kryptoniano può rivelarsi mortale.

L’artigiano attira Superman in una trappola e, con una mossa astuta, fa in modo che il supereroe respiri il bacillo senza rendersene conto. Nei giorni seguenti, l’eroe dalla grande S, interpretato da Dean Cain, accusa i sintomi di una brutta influenza. Al Planet, mentre sta dialogando con Lois, Clark starnutisce. La donna, che è a conoscenza della vera identità dell’uomo, ne resta sorpresa, facendogli presente come lui non possa ammalarsi. Clark, preoccupato, non capisce cosa stia accadendo.

Tornando a casa, il giornalista seguita a sentirsi male. La sua fronte perlata di sudore e il calore promanato dal suo corpo preoccupano i genitori adottivi. Come comportarsi dinanzi ad una creatura extraterrestre entrata in contatto con una forma virale misteriosa, ignota, per cui non esiste alcun rimedio?

Qualche ora dopo, Clark, con indosso il suo costume, inizia a sentirsi debole, a tossire vistosamente sino a crollare al suolo, svenendo tra le braccia della sua Lois. Quell’essere onnipotente, quell’uomo così indistruttibile da essere riuscito a volare su, tra gli astri, sino a toccare il sole con il palmo della mano, giace adesso disteso su di un letto, immobile, sofferente.

Clark, stremato, borbotta qualcosa: “Dunque, è così che ci si sente quando si sta male?!”. Una domanda sommessa, ingenua, che gli esseri umani non possono affatto comprendere tanto facilmente. Noi terrestri, abituati da sempre a star male, propensi a conoscere la paura, a contrastare i batteri, a fare i conti con i virus, non possiamo che faticare nel comprendere cosa stia provando un uomo venuto da un altro mondo che, da adulto, scopre d’un tratto cos’è una malattia che si propaga su di sé.

La kryptonite, con cui Superman ha fatto i conti più volte in passato, genera un dolore profondamente diverso. Il minerale verde del pianeta Krypton emana irradiazioni esterne, che possono essere in qualche modo fronteggiate, evitate da Superman allontanandosi dal luogo in cui risiede questa pietra. Dal virus, invece, Superman non ha scampo. Esso si insinua in lui come un male interno, da cui non ci si può sottrarre.

Il virus comincia, allora, a consumare l’eroe e nessuna cura elaborata dalla medicina può sortire alcun effetto. Se fosse cresciuto sul suo pianeta d’origine, Kal-El si sarebbe ammalato sin da piccino, avrebbe sviluppato le proprie difese immunitarie, sarebbe venuto a contatto col dolore, con la malattia tipica di ogni essere appartenente a quel mondo. A Superman è stato negato questo consueto percorso di crescita. Egli si è trovato, suo malgrado, a vivere in un’altra realtà, ad assumere i panni di un “dio”, a ricevere il dono di un’immortalità illusoria che può essere annientata dall’arrivo di una malattia sconosciuta.

Ammalandosi, anche Superman, il dio sceso tra gli uomini, sperimenta la paura più grande: quella di morire lentamente, la paura di spegnersi gradualmente venendo martoriato da un germe nascosto, invisibile.

In un ultimo, disperato tentativo di salvare la vita all’uomo che ama, Lois chiede aiuto a suo padre, un medico rinomato. Il dottor Lane sottopone Clark ad un trattamento sperimentale rischiosissimo: lo espone per un periodo prolungato alle radiazioni della kryptonite. Il paladino di Metropolis viene volutamente condotto sino allo stremo, sino al punto di morte, con la speranza che il virus possa perdere resistenza e muoia a sua volta. La sola possibilità di vita viene riposta proprio nell’arrivare il più vicino possibile alla morte. In quella atroce agonia, Superman, stroncato dal patimento, entra in coma. Prima di addormentarsi, Clark implora Lois di vegliare sui suoi genitori, i quali, a suo dire, non avranno la forza di reagire al peggio. Dopo di che, l’uomo dà un bacio alla sua amata e in quell’attimo esala l’ultimo respiro da cosciente.

Il dottor Lane porta via la kryptonite dalla camera. Adesso, spetta soltanto a Superman riemergere dalle tenebre. Il giorno successivo, Clark riapre gli occhi e ode il grido di Lois. Recuperati i poteri, in un battito di ciglia, l’Uomo del Domani vola via e salva la sua futura sposa. 

"Lois e Clark" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non era mai stato così vicino alla propria dipartita. Superman, un essere maturato con la certezza d’essere immortale, ha sfiorato, con la propria mano, la gelida presa della morte. Il dio si è, così, accomunato ad ogni altro uomo. Temendo la morte, l’eroe giunto dallo spazio ha ricordato quanto importante sia la vita.

Essa è sacra proprio perché non è eterna. Per certi versi, è proprio la morte a dare valore alla vita. “Morire non è nulla, non vivere è spaventoso” - scrisse un grande poeta e scrittore francese. Superman sarebbe stato d’accordo.

Volando nello spazio siderale, al sorgere di ogni alba, l’ultimo figlio di Krypton indugia costantemente sulle ultime parole pronunciate dal papà. E’ diventato ciò che Jonathan voleva che fosse? Che valore ha dato alla sua vita, Superman?

Ha scelto di dedicare la sua esistenza al bene comune, divenendo il simbolo di quella speranza radiosa che incita la razza umana a contrastare il male in ogni sua parvenza. 

Il figlio è divenuto ciò che il padre avrebbe voluto. E’ questa l’unica forma di immortalità a cui l’uomo terrestre può aspirare: vivere nei ricordi, nelle azioni, nei gesti dei suoi figli. Non esiste malattia, non esiste virus, che possa contrastare l’eredità trasmessa di padre in figlio.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters  

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"Stanlio e Ollio ne La scala musicale" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Svegliarsi di buon ora, dopo aver trascorso una serata deludente, non è mai facile. Quando le prime luci del mattino irrompono dalla finestra e i nostri occhi si schiudono, si torna a pensare. Le delusioni si manifestano in noi sotto forma di idee astratte, di pensieri poco confortevoli. “Che rammarico!” si è soliti sussurrare tra sé e sé. “Sarebbe potuta andare diversamente, se solo…” si borbotta, a volte.

Se la serata è andata storta, il mattino seguente non si ha proprio voglia di cominciare una nuova giornata. Di solito si preferisce starsene a letto, con il capo sotto le coperte. Sebbene conferisca una sensazione confortevole al nostro carattere offeso, rimanere distesi a poltrire non è la scelta giusta. Meglio alzarsi di scatto, fiduciosi che il vento cambi, che la ruota giri, che ogni cosa, insomma, possa migliorare. In un certo senso è ciò che facevano anche Stanlio e Ollio, e più spesso di quel che si pensi.

Durante una famosa tournée teatrale, Stanlio e Ollio dovettero spesso alzarsi all’alba e a seguito di serate non particolarmente piacevoli. In quelle settimane, i loro spettacoli non raccoglievano il successo sperato. Platee semivuote, palchetti lasciati liberi accoglievano le loro entrate in scena, e un’esigua frotta di curiosi assisteva, per nulla coinvolta, ai loro siparietti. Cosa stava accadendo? Invero, gli anni d’oro erano giunti al termine ma Stan e Ollie non volevano saperne di arrendersi. D’altronde, tenacia e fanciullesca speranza avevano sempre fatto parte di loro. Stan Laurel e Oliver Hardy vagavano, sballottati, di teatro in teatro per tutta l’Europa, ancora speranzosi che i loro nomi, un tempo così luminosi, potessero tornare a brillare sulle insegne dei cinematografi di tutto il mondo.

Un mattino, dopo aver avuto una pessima serata, Stanlio e Ollio si recarono alla stazione. No, nient’affatto, non restarono a dormire nei loro letti, anche se, in cuor loro, lo avrebbero voluto. Erano entrambi visibilmente molto delusi. A teatro, il giorno prima, si era radunata una folla decisamente “striminzita”. Ollio, ironicamente, disse che se avessero voluto, avrebbero potuto ospitare tutto il pubblico lì presente nel loro albergo e sarebbero avanzate anche delle camere.

In quel dì, il treno sarebbe arrivato alle otto, e i due, mattinieri non per scelta, stavano per raggiungere la pensilina, impegnati a trasportare, su per una scalinata, un ingombrante baule.  Oliver lo spingeva da sotto mentre Stan cercava di tirarlo dall’alto.

Una volta guadagnato il piano superiore, Stan mollò la presa e il baule precipitò giù. Ambedue, stanchi e affaticati, lo guardarono, sconsolati, giacere lontano e, quasi quasi, si misero a valutare l’eventualità di lasciarlo là dove era andato a finire.

Ci serve davvero quel baule?” – chiese, desolato, Oliver. Stan, che aveva colto l’ironia della situazione, sorrise amaramente.

"Stan e Ollie" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sul film del 2018 cliccando qui.

Questa particolare disavventura fin qui descritta viene mostrata nel film biografico “Stanlio e Ollio”. Tale sequenza non è altro che una sottile e furbesca citazione ad una delle pellicole cinematografiche più celebri del duo comico. Il sudore che gronda dalla fronte di Laurel e Hardy, la fatica nel percorrere quella lunga “gradinata” trainando, come ciuchini sfruttati e malridotti, quello scomodo baule sono arguti tributi, rimandi che ossequiano un momento preciso della carriera artistica di Stanlio e Ollio. Il momento in cui i due dovettero “scortare” un grosso pianoforte a mani nude su per una ripida e “tortuosa” scalinata.

La scena trattata sino ad ora è un omaggio al cortometraggio “La scala musicale”, una delle opere più belle e esilaranti della coppia comica per eccellenza.

Gli anziani Stanlio e Ollio che spingono quella valigia voluminosa come una bislacca cassapanca, richiamano il loro rispettivo alter-ego immaginario. Nel film biografico, realtà e finzione, cinema e vita quotidiana si amalgamano tra loro, creando un affresco malinconico in cui Stanlio e Ollio, prossimi al loro canto del cigno, ripercorrono i momenti più importanti della loro vita trascorsa fianco a fianco davanti ad una cinepresa che li ha immortalati in centinaia di traversie, consegnandoli alla storia. 

Stanlio e Ollio girarono “The music box” nel 1932, per l’attenta regia di James Parrott. Molto apprezzata dal pubblico e dalla critica, l’opera in bianco e nero vinse il premio Oscar come miglior cortometraggio.

La scala musicale” è una di quelle pellicole che non si dimenticano tanto facilmente, che restano indelebili nella memoria per la spiccata capacità di far ridere genuinamente. Un’attitudine che il cortometraggio mantiene immutata, a quasi novanta anni di distanza. “La scala musicale”, come già accennato, narra del maldestro trasporto di un pianoforte in un appartamento posto in cima a una lunga scalinata. La vicenda, già portatrice in sé di una certa ilarità, presta il fianco ad ogni sorta di gag comica al limite dell’assurdo.

Tutto ha inizio una mattina qualunque. Stanlio e Ollio si sono da poco improvvisati trasportatori di fortuna. In “sella” ad un ronzino, giungono ai piedi di una stretta “scalea”. Subito si mettono all’opera, afferrando con sostenuto impegno la pianola meccanica custodita in una struttura di legno. Questo pesante e imponente strumento è stato commissionato dalla signora von Schwarzenhoffen, la quale desidera farne dono al marito, il professor Theodore von Schwarzenhoffen. Or dunque, Stanlio e Ollio si rimboccano le maniche ed iniziano l’ardua ascesa.

Tanti sono i gradini che li separano dalla meta, ma i due non demordono. Durante la disagevole scalata, Laurel e Hardy s’imbattono in svariati personaggi che non faranno altro che rendere ancor più difficile il loro compito. Spesso, i due saranno costretti a ricominciare da capo, a salire e a scendere svariate volte. Non appena si distrarranno un attimino, la pianola scivolerà via dalle loro mani, obbligandoli a inseguirla avanti e indietro per il “tracciato”.

Di tanto in tanto, Stanlio e Ollio si soffermano a ridosso di un “pianerottolo” che lo separa, con una manciata di gradini, dall’altro, cercando di riprendere fiato. In queste brevissime pause, il pianoforte resta lì, apparentemente immobile, frapponendosi tra i due. Lo strumento musicale non è che un mero oggetto e, per tale ragione, risulta essere del tutto privo di vita. Eppure, le ruote che ha alla base gli permettono di muoversi, di sgusciare dalla presa e “fuggire” via. Il pianoforte, così, sembra essere dotato di un movimento proprio.

In un particolare momento, Ollio darà le spalle alla grande pianola poiché sarà costretto a scendere giù per interloquire con un poliziotto. Lo strumento musicale, rimasto saldo e fermo al suolo, d’un tratto, scenderà giù in picchiata, come se volesse, di sua iniziativa, colpire l’ingenuo malcapitato.

Il pianoforte del cortometraggio sembra essere dotato di una bizzarra forma di “ragione”. Esso, quasi volutamente, sgattaiola via e non soltanto perché la gravità lo richiama a sé, facendolo cascare giù, sino alla strada. Lo strumento pare fare tutto di propria volontà, soltanto per farsi beffe dell’impegno, della dedizione, della fatica di Stanlio e Ollio. Il pianoforte rappresenta l’imprevedibilità della sfortuna, l’illogicità di un fato contrario che si accanisce sui due poveri sventurati. Quel pianoforte è uno strumento “diabolico”, sadico, che deride laconicamente i due protagonisti, obbligandoli a fare gli straordinari.

Nel film “Avventura a Vallechiara”, Stanlio e Ollio si troveranno nuovamente obbligati a trasportare un pianoforte alla volta di una baita isolata. I due dovranno attraversare un ponte pericolante, sospeso su di un crepaccio di montagna.

La scalinata così alta, “scoscesa”, è una metafora dell’esistenza umana, fatta di tratturi impervi, di arrampicate ardue, di lavori usuranti, al compimento dei quali non sempre viene riconosciuto e apprezzato agli interessati quanto è stato fatto. E’ ciò che, per certi versi, accadrà a Stanlio e Ollio. Tra tragici imprevisti, i due riusciranno a portare il pianoforte nella casa del professore Schwarzenhoffen. Tuttavia, lo strumento verrà distrutto in un impeto di rabbia dall’uomo. Tale gesto non è che il simbolo di come l’impegno profuso da Stanlio e Ollio non porti mai ad alcun traguardo né ad alcun trionfo. E’ questo il costante destino che affligge Laurel e Hardy in ogni loro film: finire sempre per essere inseguiti, banditi, scacciati, offesi, denigrati e mai rispettati dai facoltosi, dai benestanti. Stanlio e Ollio sono condannati, dall’ingiustizia, ad appartenere al ceto inferiore, quello eternamente dimenticato: la classe degli squattrinati felici, di coloro che seguitano a sorridere sebbene la vita li obblighi a restare perennemente in bolletta.

"Stan Laurel e Oliver Hardy in Fra' Diavolo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su questo lungometraggio cliccando qui.

 “La scala musicale” col suo ritmo, con la sua freschezza, col suo dinamismo, mette in mostra peculiarità originali, all’epoca assolutamente innovative e temerarie, che rendono quest’opera filmica un’autentica pietra miliare del cinema comico.  

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters     

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