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Elisa e la creatura - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

  • Principessa negli abissi

Come dovrei cominciare a raccontarvi questa storia? Per prima cosa, dovrei porgervi la mano, cari lettori, e una volta afferrata vorrei invitarvi a seguirmi. Vi suggerirei di mantenere la calma e di fare un bel respiro profondo, perché di lì a breve dovrete essere pronti a lasciarvi andare. Supponete d’essere in cima ad un’altura, che volge a strapiombo sul mare. Da lassù, dovremmo raccogliere tutto il dovuto coraggio per compiere quel salto prodigioso. Un tuffo tra le acque! Perché “La forma dell’acqua” è una caduta vertiginosa da un immaginario trampolino posto sulla vetta più alta di un massiccio roccioso che si affaccia su un mare senza confini. Una volta acquisito il coraggio di gettarsi da una simile altezza, ne deriva un precipitare vorticoso in grado di far emergere un turbinio d’emozioni che vanno ad assumere aspetto e forma nell’acqua, in quell’acqua salmastra che raggiungeremo al termine del nostro sprofondare.

Inizia sotto la superficie dell’acqua il film, e la camera si muove tra le pareti di una casa inondata, nelle stanze di un “regno” sommerso. I mobili e le sedie restano come sospesi nel vuoto. Sembra galleggino ma in effetti stanno pian piano per toccare il fondo. La scena di apertura de “La forma dell’acqua” somiglia ad un quadro di Dalì, in cui la tela cattura e immobilizza con marcato surrealismo la visione onirica di una realtà sospesa.

Tra gli oggetti che si muovono, dondolati dai fluttui, s’intravede la sagoma di una donna dormiente, cullata anch’ella dalla corrente, che finisce il suo lento ma inesorabile precipitare proprio su di un soffice divano su cui si adagia e si distende. D’un tratto l’acqua sparisce, il mare tutto intorno si dissolve, e questa casa, che pareva essere la dimora della principessa di un regno sommerso uscito dalle fiabe, diviene una casa come un’altra. Dall’acqua si è così passati alla terraferma, da un illusorio scenario marino siamo giunti ad un qualunque spazio terrestre.

La donna in questione si è appena svegliata. A Baltimora, è una mattina del 1962. Ci troviamo in piena Guerra Fredda. Elisa (Sally Hawkins), la nostra meravigliosa protagonista, è una donna affetta da mutismo, che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo americano in cui si effettuano esperimenti segreti. Un bel giorno al laboratorio viene portata una cisterna piena d’acqua, nella quale è tenuta prigioniera una strana creatura anfibia, dall'aspetto pressoché umanoide. La creatura è stata scoperta in Amazzonia e quindi catturata, proprio dove gli indigeni la veneravano come fosse un dio sceso in terra e che vive tra le acque. Elisa, nei giorni successivi, comincia a relazionarsi in gran segreto con la creatura, avvicinandosi alla vasca nella quale è rinchiusa. La donna, inaspettatamente, si innamora perdutamente dell’essere e decide di salvarlo dalle perfide e violente angherie del colonello Strickland (Michael Shannon), che ha l’ordine di uccidere e vivisezionare l’uomo-anfibio.

  • Tra realtà e fantasia

“La forma dell’acqua” è un film incastonato tra la fantasia sognante e la realtà aspra e cruda. Come accaduto per “Il labirinto del fauno”, Del Toro dà vita ad un’opera dai toni fiabescamente poetici, modellati in un mondo chiaro, definito e vero, ma conseguenzialmente, duro e malvagio. Alla figura dei due innamorati, così diversi nell’aspetto eppure così simili nelle volontà, entrambi sofferenti e soli, candidi ma ugualmente forti, indomabili e “selvaggi” nelle loro voglie di libertà e d’affermazione, si contrappone la figura del colonnello Strickland, uomo crudele, meschino, intollerante ed efferato assassino. Il lungometraggio oscilla quindi, continuamente, da una vena fantastica, romanticamente intellegibile, tersa, passionale e sensibilmente erotica ad un’altra vena spiccatamente violenta, bassa e sordida, a tratti anche volgare e cruenta. Durante lo scorrere del film, qualche breve scena esageratamente brutale o tipicamente spinta darà l’impressione d’essere fuori contesto, gratuita se non addirittura inopportuna, come fosse estrapolata da un altro lungometraggio e inserita prepotentemente in quest’ultimo. E’ la fantasia che fa i conti con la dura realtà.

“The shape of water” è un film d’amore, un’opera che cerca di abbattere le barriere, e che vuol narrare il destino di due insoliti innamorati. Il tema della diversità viene accentuato, oltre che dalla differenziazione estetica che intercorre tra la donna e il mostro, dal costante alone di razzismo, d’apatia e di diffidenza, riscontrabile come un’avviluppante esalazione velenosa nell’epoca in cui il film è ambientato. Il mal celato senso di superiorità, riservato nei confronti delle persone di colore, che emana l’antagonista Strickland calca, per l’appunto, questo tema che risulta ancora oggi tristemente attuale. Il razzismo continua, purtroppo, ad essere una grave piaga del mondo contemporaneo.

Il film di Del Toro non è originale e neppure rivoluzionario. A tratti vi sembrerà di vedere una storia semplice, se non addirittura prevedibile, e lo svolgimento richiamerà uno schema strutturale già visto e, dunque, ben consolidato. Persino alcuni personaggi vi daranno l’idea d’essere scritti con più di qualche stereotipo. E ancora, al termine della visione, 13 nomination all’Oscar vi potranno sembrare un po’ eccessive. Se vi aspettate di vedere un’opera filmica innovativa e che narri qualcosa di mai narrato prima, resterete alquanto delusi. Qualcuno potrà, con insolenza, obiettare che Del Toro ha inscenato un sentimentalismo spicciolo. Ma “La forma dell’acqua” è, secondo me, emozione pura, a volte scontata altre piacevolmente inaspettata e coinvolgente. E’ un film fatto con amore, è la completa realizzazione di un artista che ha inserito in questo lavoro un frammento del proprio cuore, del proprio vissuto e del proprio sognato.

(Potete leggere il nostro articolo "Quello che più ci accomuna - Il mostro della laguna neracliccando qui. )

  • Dal Gill-Man ad Abe Sapiens

“La forma dell’acqua” rivisita, per certi versi, un classico del passato: “Il mostro della laguna nera”. La creatura ha i caratteri somatici del tutto somiglianti a quelli del celebre Gill-Man, il mostro che viveva in una sperduta laguna, formatasi dalle acque del Rio delle Amazzoni, mai perlustrata dall’uomo. Il Gill-Man, nel cult del 1954, si innamora della bella Kay Lawrence (Julie Adams) e desidera ardentemente rapirla e tenerla con sé nei pressi di una caverna che sorge vicino alla laguna. Del Toro racconta una storia, solo in minima parte, ispirata al classico della Universal, incentrata sulla remota eventualità che la donna possa ricambiare il sentimento della creatura, quest’ultima non più rappresentata come violenta ma quieta, doma e amorevolmente devota alla compagna dall’aspetto umano.

Personalmente, osservando le sembianze della creatura de “La forma dell’acqua” riesco ad intravedere con chiarezza, nascosti sotto quella patina d’inganno estetico, i lineamenti inconfondibili dell’attore Doug Jones. Definirli “inconfondibili” è magari una forzatura o forse questo aggettivo è da me intenzionalmente usato proprio in maniera ironica e candidamente beffarda. Doug Jones è un attore che ha prestato il proprio volto a dozzine di film a carattere fantasy e fantascientifico eppure, nonostante i suoi lineamenti siano così nitidi per chi ha imparato a seguire e ad apprezzare la sua carriera, in pochi riescono a riconoscerlo. Non si può certo affermare che ci si trovi difronte a dei tratti inconfondibili, dunque. Questo perché è un attore del tutto particolare: Doug Jones è l’interprete per antonomasia dei “mostri” moderni. Che sia un grande film o un semplice episodio di una serie televisiva di genere fantastico, se c’è un mostro dall’aspetto, per così dire, “inconsueto” state pur certi che dietro quegli innumerevoli strati di trucco si celerà il volto di Doug Jones. Egli è un attore eccezionale, che esprime ogni impercettibile emozione con un’invidiabile espressività, sebbene proprio le sue manifestazioni permangano sempre coperte da “maschere” di creature nate dalla fantasia più sferzante. E’ questo il suo grande talento, riuscire a trasmettere emozioni senza farsi vedere per com’è realmente, e infondere valore a un gesto e a una movenza espressi rispettivamente con la mano palmata o con l’andatura dinoccolata di un anfibio-umanoide che si muove sulla terraferma. Ebbene, guardando attentamente il volto di Jones occultato sotto vari strati di trucco, ho intravisto il volto di Abe. Come dite?! Chi sarebbe questo Abe? Abraham Sapiens, naturalmente, un’altra creatura anfibia dalla pelle squamosa e bluastra interpretata da Doug Jones in “Hellboy” ed “Hellboy – The Golden Army”, due film che recano sempre la firma di Guillermo Del Toro.

Anche Abe era ghiotto di uova, esattamente come la creatura de “La forma dell’acqua”, e come quest’ultima, anche Abe era dotato di poteri incredibili. Dilatando la sua mano palmata, Abe poteva sentire ciò che sfuggiva ai sensi dei comuni mortali. Nel silenzio, in quell’eloquente comunicazione tacita, in ciò che la parola non diceva e che la vista ignorava, con il tocco delle sue mani Abe poteva avvertire l’emozione altrui. Leggerla come fossero frasi scritte su di un foglio bianco. Un potere, questo, che avrebbe aiutato ancor di più Elisa a far sapere alla creatura ciò che provava per lei. Elisa è muta, non può comunicare con le parole, e il “mostro” non capirebbe ciò che nella lingua umana appare alle volte così facilmente comprensibile. I due sono separati da un’apparente incomunicabilità, se non confidassero nell’importanza dei gesti, dei segni, degli sguardi corrisposti, delle sensazioni, e delle meraviglie di un tocco. La creatura de “La forma dell’acqua” è anch’essa dotata di poteri, forse non del tutto simili a quelli di Abe, nondimeno, somiglia ugualmente a quell’essere, come se Doug Jones avesse trasposto in questa sua ultima interpretazione una parte del primo personaggio. Abe riusciva a carpire il sentimento con un lieve tocco, chissà se anche la creatura, una volta accostata la propria mano a quella di Elisa, riesca a tradurre in un significato, per lui cristallino, le sensazioni che la donna ha cominciato a sentire per lui.

  • La voce del mare

Elisa è muta, non può parlare anche se in un momento particolare il suo spirito vorrebbe urlare a squarciagola ciò che altrimenti impiegherebbe troppo tempo a manifestare con i segni. Sarà la musica, il canto, il sogno immaginifico di un ballo a darle la possibilità di mostrare apertamente tutto quello che serba nel suo cuore. Ogni storia che si rispetti tra una bella e una bestia possiede un momento magico di pura estasi amorosa, che trova linfa vitale nell’azione reciproca di un passo di danza. Sulle note di una dolce melodia, la bella e la bestia della Walt Disney danzavano in un’ampia sala affrescata dalla mano d’impareggiabili artisti. Il soffitto, vivo e pulsante come un cielo punteggiato di stelle, mostrava sagome di angioletti che si muovono e dall’alto osservano, come spettatori seduti sui posti privilegiati del firmamento, i due innamorati, Belle e la bestia, nell’atto di danzare. Era il capolavoro del 1991. Ancora, nel “King Kong” di Peter Jackson, su una lastra di ghiaccio, al lago di Central Park, l’enorme creatura danzava reggendo nel palmo della sua mano la bellissima e adorata Ann Darrow.

(Per leggere il nostro articolo "La bella e la bestia - 1991" cliccate qui. )

Del Toro riprende il momento della danza, e su di un accenno di palcoscenico, la creatura ed Elisa, improvvisamente, iniziano a ballare, con passi lenti ed armoniosi, alternati ad altri rapidi e scattanti. La donna canta, intona i versi del proprio madrigale, lei che non poteva parlare ma che, colma d’amore, è riuscita solo per qualche istante ad esprimersi con il linguaggio universale della musica. Quello tra Elisa e la creatura è un amore insolito che sboccia nella corrispondenza empatica: soli, prigionieri di un mondo che sembra non appartenere loro, si innamorano vicendevolmente perché entrambi tendono a completarsi in quanto anime solitarie e separate, le quali, soltanto adesso che si sono ritrovate si sentono veramente complete.

Ma se in “King Kong” la bestia combatteva per la sua Ann e moriva per lei, ne “La forma dell’acqua” di Del Toro, sarà la bella a salvare la creatura. In “King Kong” un arcano adagio recitava “Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella, e la bella fermò la bestia che da quel giorno in poi fu come morta”. Quando il colossale gorilla morirà sulla cima dell’Empire State Building, alcuni diranno che furono i biplani dell’esercito ad uccidere King Kong, ma verranno tristemente smentiti: è stata la bella ad uccidere la bestia. Consumato dall’amore impossibile per lei, King Kong si lascerà morire. Ne “La forma dell’acqua”, sul finire delle vicende, una volta liberata la creatura dal laboratorio che la teneva prigioniera e condottala sulle banchine, si potrà certamente affermare che in questa storia si è verificato l’esatto contrario: è stata la bella…a salvare la bestia.

(Potete leggere il nostro articolo "King Kong - Quand'ecco che la bestia vide in volto la bella..." cliccando qui. )

“La forma dell’acqua”, pur inscenando concetti già trattati nel cinema passato, come la diversità e l’amore impossibile nonché proibito, e l’emarginazione sociale, analizza con accuratezza, con grazia e con vivida sensibilità le precedenti tematiche elencate, infondendo in esse un tocco personale, così da far divenire questo film cinema in tutte le sue forme: in altre parole, arte allo stato puro. L’amore, l’accettazione della diversità, in quanto risorsa e non ostacolo, agognare l’annullamento dell’insano razzismo sono tutte tematiche già ampiamente trattate e mai divenute banali: un po’ come l’acqua, un bene prezioso, comune, spesso dato per scontato, un bene vitale a cui dobbiamo dare sempre un valore essenziale. L’acqua non ha forma propria, assume quella del recipiente che la contiene. In egual modo l’arte, la quale nasce senza forma, assume le intenzioni dell’artista che la plasma. E ancora come l’amore, che vive astrattamente e si incarna nelle forme e nelle anime corporee di due innamorati, che nuotano al di sotto dello specchio d’acqua restando abbracciati.

La creatura ha anch’essa salvato la bella e la tiene a sé, tra le sue braccia. Una scena che personalmente mi ha rievocato alla mente una sequenza di uno dei film da me più amati: “Spash – Una sirena a Manhattan”. Sul finale, Alan (Tom Hanks), tuffatosi in acqua per ricongiungersi alla sua amata Madison (Daryl Hannah), la sirena, giace privo di sensi, come fosse prossimo a morire perché incapace di nuotare. Ma sarà lei, col suo bacio, a riportarlo in vita e a permettergli di respirare sott’acqua. Una magia riprodotta ne “La forma dell’acqua”, in cui il bacio della creatura risveglierà dalla morte Elisa, che d’ora in poi potrà vivere con l’amato tra le onde. Elisa non dovrà più sentire il suono delle parole declamate dalle persone, quelle stesse parole che lei non poteva in alcun modo pronunciare. Ascolterà soltanto il rumore del mare, il suo canto, il fragore delle sue onde, il volere delle sue parole custodite nella salsedine.

(Per leggere il nostro articolo "Terra di seppia, mare blu cobalto: Splash - Una sirena a Manhattan" cliccate qui. )

  • Come Cenerentola…

Nella sequenza che mostra la creatura e Elisa nuotare abbracciati tra le acque, si intravede una scarpa scivolata via dal piede della donna che si inabissa sempre più, fino a scomparire nelle profondità del mare. Non sarà più recuperata, né servirà ad un principe per cercare colei a cui quella scarpetta appartiene. La creatura porterà Elisa con sé, e staranno insieme. Vivranno per sempre felici e contenti, come in una fiaba. E il finale, secondo il mio parere, si potrà collegare alla scena iniziale, in cui la casa di Elisa sarà tra le onde, perché è laggiù che vivrà la sua vita futura, come la principessa di un racconto fiabesco, come Cenerentola, come una dama degli abissi o una regina senza voce.

La fantasia ha avuto il sopravvento sulla realtà. E’ questo il più bel messaggio dell’opera di Guillermo Del Toro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Walter Matthau e Ingrid Bergman - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La storia di due ignari e incompresi innamorati, Julian e Stefania, è il cuore di “Fiore di Cactus”, una commedia teatrale andata in scena per la prima volta nel 1965 a Broadway, ispirata all’opera francese “Fleur de Cactus”, scritta da Pierre Barillet e Jean Pierre Grédy e rappresentata per la prima volta nel 1964. La prima assoluta a Broadway vedeva impegnati Lauren Bacall e Barry Nelson nei ruoli dei due protagonisti. La commedia conobbe un successo strepitoso con oltre due anni di repliche a teatro e venne trasposta al cinema dal cineasta Gene Sacks (celebre per l’adattamento de’ “La Strana coppia”) nel 1969 con un cast d’eccezione: Walter Matthau dava il volto a Julian, Ingrid Bergman vestiva i panni della segretaria Stefania e la giovane Goldie Hawn quelli di Toni.

La commedia ruota attorno al dentista, scapolo e donnaiolo, Julian, il quale, per evitare una possibile richiesta di matrimonio da parte delle sue innumerevoli amanti, paradossalmente si finge già sposato. La sua ultima conquista, la giovane Toni, presa dalla disperazione per non riuscire a intravedere un roseo futuro con l’amato, tenta il suicidio e viene salvata dallo squattrinato scrittore Igor, suo coetaneo e segretamente innamorato di lei. Il rimorso spinge Julian a chiedere a Toni di sposarlo, e per “sbarazzarsi” della moglie fittizia annuncia ad Antonia che divorzierà da lei, confessandole che il suo matrimonio era ormai già finito da tempo. Tuttavia, la sensibile e giovane ragazza decide di conoscere la moglie di Julian per sincerarsi che acconsenta di buon grado al divorzio. Messo alle strette, Julian implora la segretaria Stefania di fingersi sua moglie. Durante lo svolgersi delle esilaranti scene, generate da un susseguirsi di verità celate e ironici inganni, Julian scoprirà sempre più Stefania (segretamente innamorata di lui da sempre) mentre Antonia si avvicinerà a Igor. Sul finire delle vicende, gli amanti si uniranno con chi dovrebbero realmente stare e tra Julian e “Stephanie” sboccerà l’amore con la stessa intensità e dolcezza di un fiore di cactus.

Il film del 1969 fu un grande successo. La giovane Goldie Hawn, con i suoi modi candidi e garbati, accentuati da quel timido sguardo lanciato dai suoi due grandi occhi azzurri, conquistò la critica, vincendo il premio Oscar come miglior attrice non protagonista. Motivo d’orgoglio e di vanto della commedia sono le memorabili prove e le affinità mostrate dallo “spinoso” Walter Matthau e dalla “floreale” Ingrid Bergman, accentuate dall’alchimia espressiva percepibile in modo evidente durante le scene di reciproca gelosia.

“Lei è spinosa come quel suo maledetto cactus!”

Le piante non parlano, però ci dicono tanto. Esse sono pazienti ascoltatrici e attente lettrici dell’animo umano. Leggono, per l’appunto, tra le righe, si nutrono anche delle emozioni che infondiamo loro, quando tra il discusso e l’atteggiato ci capita di sfiorarle. Anche un piccolo cactus può divenire un arguto spettatore. E’ anch’esso una pianta ornamentale, e come tale sembra starsene silenziosa accanto a noi. Osserva i nostri movimenti senza mai mostrarsi indiscreta, scruta, pur essendo sprovvista di occhi dai fugaci sguardi, i nostri gesti, chissà, forse per scoprire i caratteri distintivi di ciascuno di noi. Il nostro cactus se ne sta fermo in un angolo della scrivania, irto nel suo bel vaso cosparso di soffice terriccio. Col suo colore verde intenso ravviva lo studio dentistico nel quale si trova. Stefania osserva sovente la sua piantina nel vano tentativo di veder sbocciare un fiore. Un fiore di rara bellezza, appunto il fiore di cactus. Ma la piantina di Stefania sembra non volerne sapere di fiorire…

Il cactus del lungometraggio se ne sta sullo sfondo come fosse un banale oggetto di scena. Viene inquadrato da lontano, in maniera apparentemente distaccata, poiché l’attenzione dell’occhio della camera è fisso sui due protagonisti che in quello studio trascorrono le loro giornate. Il cactus non proferisce parola alcuna, ma pare essere un catalizzatore degli eventi che si verificano intorno ad esso. La piantina vive una sorta di rapporto simbiotico con Stefania, la sua custode. Nel periodo in cui la donna soffre le poche attenzioni che Julian le riserva, il cactus risente di tale situazione esternando una certa rigidità. Non sembra possibile che, di lì a breve, un fiore sarà prossimo a mostrarsi nel suo splendore effimero eppure così elegantemente concreto. In verità, quel fiore, celato ancora per poco alla vista, esiste, attende soltanto il momento propizio per manifestarsi. Un po’ come l’amore tra Julian e Stefania, coltivato inconsciamente giorno dopo giorno e germogliato al momento opportuno.

Quant’è fugace la meraviglia di un fiore di cactus! Questi delicati fiori sbocciano una volta l’anno, e restano in vita soltanto ventiquattro ore. La vivezza cromatica di questi fiori è caduca, un dono estetico da noi pienamente apprezzato, perché consapevoli di trovarci difronte ad un omaggio temporaneo, gentilmente offerto al senso della vista. I fiori di cactus sembrano incarnare le bellezze della vita terrena, intensa ma soggetta al volere del tempo. E’ proprio il tempo a infondere ulteriore incanto ai momenti più belli della vita, vissuti con ancora più pienezza perché fuggevoli. Persino la felicità stessa, la più candida ed emozionante, vive di brevità, si articola in attimi, in minuti, al massimo qualche ora. Il fiore del cactus è un’allegoria cromatica dell’armonia. Se quel fiore vivesse in eterno non custodirebbe lo splendore di una vita vissuta; sarebbe di certo un’opera d’arte immortale ma, per quanto mirabile, non viva e palpitante.

Quando tra Julian e la segretaria starà per sbocciare l’amore si schiuderà anche il fiore del cactus, splendido, delicato e deciduo, metafora celebrativa per la nascita di un profondo sentimento appena fiorito. Nell’amore tra Julian e Stefania “i petali” non appassiranno, come se il loro rapporto rappresentasse il primo fiore di cactus che non avvizzisce dopo un solo giorno di vita: esso potrà beneficiare di un’esistenza, pur sempre mortale ma meravigliosamente intensa e ancor più durevole.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Tristezza, Amanda e la piccola bambina - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nell’America degli anni ’30, Sorrowful Jones (Walter Matthau) è proprietario di un centro scommesse. Il grande salone dentro cui è possibile osservare il programma delle gare ippiche, prendere nota delle quotazioni giornaliere, piazzare le dovute scommesse e regolarizzare le tante perdite al gioco è teatro di una frenetica attività clientelare. Tutti i giorni, con regolarità sorprendente, giungono al centro scommesse decine e decine di giocatori incalliti intenzionati a tentare la sorte. L’ufficio del proprietario si trova in fondo alla sala. Solitamente, la porta di quest’ultima stanza resta sempre ben chiusa. I pochi che hanno la possibilità di varcare la soglia dell’ufficio vi trovano seduto, dietro la scrivania, un uomo dall’espressione buffa, molto alto, decisamente burbero e altrettanto triste. Ah, quasi dimenticavo, per tutti Jones è noto come “Tristezza”. Non perché lui sia l’incarnazione di un pessimismo assoluto, più che altro perché i suoi modi di fare sembrano costantemente tristi, privi della benché minima vena d’ottimismo. “Tristezza”, di fatto, non è proprio un giocherellone a prima vista né una persona loquace e colloquiale. Si potrebbe affermare, senza essere smentiti, che “Tristezza” è una persona apparentemente introversa. Rinchiuso in quella sua camera d’ufficio, infatti, Jones passa in solitudine gran parte delle sue giornate, uscendo allo scoperto solamente per offrire ai propri giocatori un maggior tempo disponibile per saldare i loro debiti. Il più delle volte, tuttavia, egli finisce per pentirsi della generosità dimostrata, perché i “clienti”, invece di saldare il credito coi pochi soldi guadagnati, riprendono a giocare, incuranti dei rischi e aumentando così il passivo delle loro perdite.

Per “Tristezza” il luogo di lavoro è organizzato secondo un continuo andirivieni di persone dall’età sempre differente. Le sue giornate sono strutturate tramite un susseguirsi di “numeri”: numeri di gioco, numeri da affiancare alle gare dei cavalli, numeri inerenti le quantità di soldi guadagnati e di quelli perduti. Il tutto si alterna con la bramosia dei giocatori, i quali non riescono mai a darsi un freno. Sebbene appaia di primo acchito come un imperturbabile allibratore, egli si rammarica della frenesia con cui i suoi giocatori scommettono. “Tristezza” è dunque costantemente circondato da un ambiente calcolatore, in cui si muovono persone ingenue, talvolta avare, e su cui svettano numeri di perdite e di vittorie: numeri impersonali e pertanto freddi. Nella vita di “Tristezza” non c’è spazio per gli affetti personali. L’uomo pare aver scelto proprio questo lavoro poiché rassegnato dall’ambiente cittadino sozzo, corrotto e menefreghista che lo avviluppa, così da poter “tirare a campare” sull’ottusa cupidigia dei concittadini che tentano sempre di arricchirsi scommettendo. Jones non nutre interesse alcuno per le scommesse, eppure riveste il ruolo dell’impenitente allibratore. In verità, “Tristezza” non gioca, come tiene sempre a precisare ogniqualvolta qualcuno lo accusi di favorire il gioco d’azzardo; egli si limita semplicemente a “far giocare”, lasciando agli altri ogni libera scelta. “Lui non gioca, fa giocare!” - Questo medesimo, ironico motto verrà ripetuto anche dalla piccola bambina affidata alle amorevoli cure di “Tristezza”. Un momento! Non vi ho ancora parlato della piccola “Miss Marker”, vero? In questo caso, facciamo un passo indietro…

Un giorno, un accanito giocatore, arrivato al centro scommesse tenendo per mano la sua figlioletta, chiede una proroga di qualche ora per saldare un ingente credito. L’uomo vorrebbe piazzare un’ultima scommessa, credendo sia una vincita certa, che possa assicurargli una grossa somma di denaro. Sebbene restio, “Tristezza” accetta come pegno la piccola. Come prevedibile, il cavallo su cui il padre della bambina aveva puntato tutto il restante denaro perde la gara, concludendo la corsa della giornata all’ultimo posto. Prostrato dal suo ennesimo fallimento, l’uomo si suicida, lasciando la bambina a “Tristezza”.

Per la prima volta dopo molto tempo, “Tristezza” si relaziona con un’altra persona, senza più tenere a mente sfide a cavallo, gare all’ippodromo o quotazioni sui presunti favoriti. La graziosa bambina, paziente, timida e dolcissima intenerisce l’altero “Tristezza” il quale si affeziona a quell’esserino riconoscendola come sua figlia. Per prendersi cura di lei, “Tristezza” cambia completamente stile di vita, abbandona il suo scialbo e deprimente monolocale, e sperpera i propri risparmi per donare all’adorabile figliola una casa accogliente e confortevole, vestiti nuovi, pasti regolari e soprattutto un’istruzione scolastica.

“Tristezza” riscopre, attraverso la vicinanza della bambina, l’innocenza dell’infanzia, il candore tipico di quella delicata fase della vita in cui nascono e si accrescono in noi i sogni e le speranze. Quelle stesse speranze oramai dimenticate dall’arcigno “Tristezza”, un adulto che ha perduto, nel tempo e nel divenire, la leggerezza dello spirito, sostituita da un rassegnato cinismo dell’animo. Badate, il “Tristezza” di “E io mi gioco la bambina” non è di certo una rivisitazione insolita di Ebenezer Scrooge, il vecchio taccagno uscito dalla penna di Dickens, che rimane indifferente al patimento del prossimo. Dietro la patina di “bookmaker” insensibile e depresso, “Tristezza” nasconde un cuore d’oro, profondamente sensibile, generoso e prodigo. Un cuore palpitante di buoni sentimenti che non dovrà essere riconosciuto dalla venuta di tre spiriti purificatori, ma semplicemente “riscoperto” dalla carezza di una bambina, la quale risveglierà gli istinti candidi di un padre che attendeva solamente la venuta di una figlia per ritenersi tale.

“Tristezza” è una maschera del teatro tragico, espressiva come un’impenetrabile faccia marcata dalle stanche rughe e piegata dalla malinconia. L’ovale di detta, indecifrabile maschera impersonata da Matthau ha le fattezze di una smorfia sempre tendente al giù di morale. Nei suoi cinismi e nei suoi arcigni modi di porsi, “Tristezza” fa emergere la rassegnazione di una vita funesta che non ha preso la piega che l’uomo, intento per l’appunto ad indossare questa peculiare maschera, avrebbe sperato. “Tristezza” non è accigliato per carattere, ma perché lo è diventato, o per meglio dire perché lo hanno indotto, essendo rimasto preda di scenari macchiati dalla delinquenza e dall’apatia. Jones è un uomo che è diventato “Tristezza” in quanto “intristito” dagli accadimenti.

Eppure, celata dietro questa maschera tragica, se ne nasconde un’altra, una maschera più piccola ma al contempo più intima, che occulta l’espressione vera del suo animo. Una maschera, chi lo sa, forse appartenente al teatro comico, che vede nell’espressione gioviale la testimonianza di una ritrovata felicità. “Tristezza” si mostra di solito con il proprio tipico “mascheramento” rassegnato, fin quando l’affetto di quella bimbetta non muterà il suo “costume di scena”.

Il centro di scommesse di “Tristezza” sorge su di una particolare zona caduta sotto il controllo di un tirannico gangster (Tony Curtis), vecchio conoscente di Jones. Il gangster Blackie obbliga “Tristezza” a supportarlo nel dare luogo a un casinò nella villa di una donna di buona famiglia. E’ così che “Tristezza” conosce la bellissima Amanda (Julie Andrews) di cui si innamora. Amanda si lega immediatamente alla piccola che “Tristezza” porta sempre con sé, accudendola con sempre maggiore affetto. Amanda e “Tristezza”, suscitando le ire e la gelosia di Blackie, tra battibecchi e litigi continui trovano sempre il modo di educare la piccola come fossero già una famiglia.

Amanda toglie finalmente l’aspra, la dura e l’ingannevole velatura di “Tristezza”. “Lei è tutto finto…” asserisce Amanda con decisione, non è burbero o egoista come vuol sembrare, e prosegue - “come mai non l’ha mai scoperto nessuno? Evidentemente non ci hanno mai provato, oppure ci hanno provato e lei non gli ha permesso di scoprirlo.Amanda “smaschera” con abilità “Tristezza”. La donna scioglie il nodo che legava le imponenti maschere all’uomo e le getta a terra, trovandosi davanti un libro al posto della persona; un libro, un volume “vissuto” e mai letto da alcuno. Sarà lei la prima lettrice empatica di quell’animo umano.

In effetti, “Tristezza” appare come un tomo dalla copertina raggrinzita, consunta, che proprio al primo impatto non ci invoglia a leggere le scritte contenute nelle sue pagine. Non si giudica mai un libro dalla copertina, è un adagio assai noto, nonostante molte persone continuino a farlo. Nessuno mai ha provato a scoprire se dietro la scorza scostante di “Tristezza” si nasconda qualcosa di speciale, un cuore da eroe, magari. “Tristezza” ha, di fatto, il cuore di un nobile incompreso che batte nel corpo di un povero dai modi di certo non eleganti, ed è per questo che nessuno ha mai provato a scorgerlo. Amanda osserva oltre la superficie, e così, di colpo, agli occhi di un’attenta e fine lettrice, “Tristezza” si mostra come un libro aperto, su cui lei è la prima a posare lo sguardo e a leggere le parole veritiere che, con tale difficoltà, faticavano a mostrarsi.

E’ il passo compiuto che il film fa dell’esaltazione d’affinità nell’amore corrisposto. Dopotutto, ognuno di noi è un libro che viene capito e amato soltanto da chi quella lettura riesce ad apprezzarla in tutti i suoi aspetti. I freddi numeri del centro scommesse vengono così sostituiti nella vita di “Tristezza” dalle calde parole di un libro appena aperto. Finalmente, dopo una lunga ed estenuante rassegnazione all’indifferenza degli altri, “Tristezza” ha trovato la donna che riesce a vederlo per come è realmente. Con lei convolerà a nozze e otterrà l’affidamento della bambina, la splendida creatura che ha cambiato la sua spenta esistenza, riaccendendola.

“E io mi gioco la bambina” è una commedia meravigliosa, una vicenda rivolta agli inguaribili romantici, una storia che fa del sentimento il cuore pulsante di tutta la narrazione.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Walter Matthau - Il valore della commedia nel palcoscenico della vita" cliccando qui.

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"Jumanji" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Correva l’anno 1869, e i giovani Caleb e Benjamin, in una notte fredda e buia si accingono, terrorizzati, a seppellire una vecchia cassa chiusa con dei robusti lucchetti e cinta tutta attorno con del fil di ferro. Seppellire equivale a nascondere, mettere al riparo dallo sguardo dei posteri ciò che non si vuole venga rinvenuto. Ma quello che il terreno inzuppato dalle continue piogge può occultare, può venire ugualmente scoperto, se a destare la curiosità dei viandanti è un rumore. Ciò che l’occhio non vede può comunque inquietare il cuore, se un tam-tam di tamburi, un suono acuto e persistente, quasi ritmato, proveniente da quella cassa sepolta, viene udito.

Cento anni dopo, il giovane Alan Parrish ode proprio il rullo di quei tamburi, ridestatisi dal torpore dell’oscurità del terreno, in seguito ai lavori di scavo che un’impresa edile sta effettuando proprio nello stesso punto in cui, un secolo prima, la cassa fu nascosta al mondo. Quel frastuono cadenzato attira Alan fino a fargli ritrovare i resti di un antico baule che custodisce al suo interno uno strano gioco da tavolo, inserito in una particolare scatola di legno intagliato, che reca una scritta: “Jumanji”. Alan lo raccoglie, se lo porta a casa e, assieme alla sua migliore amica Sarah, di cui è segretamente innamorato, comincia a giocare a Jumanji…

  • Vuoi giocare?

E’ soltanto un gioco” – quante volte abbiamo ascoltato questa affermazione? “Jumanji” nasce dall’idea di sfatare la concezione innocente e sicura dell’atto di giocare, trasformando l’azione del gioco in fonte d’insidie letali. Giocare è un verbo che spesso associamo ai bambini. Si gioca quando si è piccoli, nel periodo in cui l’immaginazione è tanto preponderante nel nostro modo di guardare il mondo da permetterci di trasformarlo nel nostro immenso parco giochi. E’ forse per tale ragione che i tamburi di “Jumanji” vengono uditi soltanto dai più piccoli. Essi attirano la loro attenzione, li invogliano ad avvicinarsi sino ad aumentare il ritmo del rullo quando i giovani sono a pochi passi dal rinvenire “Jumanji”. Il gioco ha una propria coscienza, e desidera essere trovato. I tamburi, pertanto, sono un segnale che attrae i bimbi verso il gioco e… verso il pericolo.

Ma giocare vuol significare, altresì, fuggire dalla realtà circostante, per rifugiarsi in una divertente fantasticheria. E’, in un certo senso, quello che cerca Alan quando inizia la sua partita a “Jumanji” con Sarah, ovvero distrarsi per qualche minuto e allontanarsi dai problemi che la vita gli sta ponendo davanti e a cui non riesce a trovare alcuna soluzione. Alan è infatti vessato da certi bulli di quartiere che lo tormentano e lo aggrediscono quotidianamente, e soffre l’incomunicabilità col padre che sembra non capirlo e vorrebbe mandarlo in un collegio d’istruzione. Alan progetta di scappare di casa, ma, poco prima di lasciarsi tutto alle spalle, si imbatte in Sarah, venuta a cercarlo, con cui, tra un discorso e l’altro, comincia a giocare a Jumanji.

A quel punto, le peculiarità inquietanti del gioco cominciano a manifestarsi in tutta la loro cupa essenza: le pedine sull’intricata e labirintica “scacchiera” si muovono da sole, e ogni qual volta uno dei due tira i dadi, verso il centro del gioco, all’interno di una sagoma tondeggiante di vetro, compare una scritta di colore verde che recita inquietanti versi rimati. La prima “poesia” del gioco preannuncia l’arrivo di un stormo di pipistrelli africani. Spaventati, Alan e Sarah decidono di mettere via il tutto, ma quando il ragazzino getta via i dadi, Jumanji “pensa” che il giocatore abbia in verità “tirato” e così fa apparire il secondo messaggio. Alan viene condannato a restare intrappolato nella giungla di Jumanji fin quando, dai dadi, un giocatore non farà uscire i numeri “5” o “8”. D’un tratto Alan inizia ad essere risucchiato dal gioco, sotto lo sguardo attonito di Sarah che, di lì a poco, verrà aggredita da una volata di pipistrelli neri. Poco prima di scomparire, Alan implora Sarah di tirare i dadi ma la ragazza, messa in fuga dai volatili, scapperà via. Di Alan si perderà ogni traccia per i successivi 26 anni…

  • Una partita in sospeso

Quel semplice gioco da tavolo, che doveva donare ad Alan un po’ di conforto in un mondo esterno fitto e opprimente come una giungla e una realtà famigliare che non riusciva a capirlo, si trasforma in un’angosciante prigione senza alcuna via di fuga. Ventisei anni dopo, la casa dei Parrish è caduta in rovina e viene acquistata ad un prezzo stracciato da Nora Shepherd, tutrice dei suoi due nipoti, Peter e Judy, figli del fratello morto assieme alla moglie in un incidente d'auto. Proprio Peter e Judy rinvengono il gioco nella soffitta della villa, chiamati anch’essi dal suono dei tamburi, e iniziano a giocare. Dopo aver assistito all’apparizione di zanzare giganti e di scimmie inferocite, Peter lancia i dadi ancora una volta, ottenendo come combinazione numerica un 5. Dal gioco fuoriesce un leone della savana unitamente ad Alan, divenuto oramai un uomo adulto. In principio, il protagonista non comprende cosa sia accaduto e osserva con incertezza la realtà casalinga che lo circonda. Dopo aver combattuto con il temibile predatore, Alan si rende finalmente conto d’essere stato liberato. Quella a cui Judy e Peter hanno dato inizio è, in realtà, la continuazione della partita rimasta insoluta dal 1969 tra Alan e Sarah. Il gioco giace quindi in una sorta di stasi, di attesa inamovibile, perché per proseguire necessita della presenza di Sarah.

“Jumanji” funge così da articolata metafora della prosecuzione delle questioni rimaste in sospeso. Tali vicende finiscono per ripresentarsi nel corso della nostra vita e non possono essere evitate. Fuggire dai problemi, come stava per fare Alan all’inizio del suo viaggio quando, pur di non affrontare il padre, era pronto a scappare per non voler fare più ritorno, non è mai la soluzione. E’ proprio per rammentare tale monito che il gioco torna a ripresentarsi facendo riecheggiare i suoi lugubri suoni tambureggianti. Il percorso impervio rappresentato dalle caselle di Jumanji ha le sembianze di un tracciato labirintico. I “cunicoli” del Dedalo non costituiscono tuttavia un sentiero difficoltoso da perscrutare in virtù dei suoi passaggi quanto invece dei suoi tranelli. Il tratto da percorrere in Jumanji è intricato ma piuttosto evidente: il giocatore deve riuscire a sventare ogni minaccia, è questa la sua unica sfida. Dopotutto, Jumanji non è un gioco di strategia, come tiene a precisare Judy. E’, invece, un gioco di sopravvivenza. E lottare per sopravvivere fa parte dell’istinto vitale di ogni essere umano. Le caselle di Jumanji creano un percorso intersecante, che raffigura l’andirivieni delle sfide di una vita. Jumanji è un avviluppante labirinto dove si può scorgere l’uscita contando le caselle che mancano al raggiungimento della via di fuga, e in cui, nonostante ciò, si ha sempre il terrore di non riuscire a giungere alla fine del percorso.

I dadi, in tutto questo, evocano la casualità del fato, e sono, coi loro numeri, portatori di un esito incerto che fa fluire irrequietezza. Le scelte di una vita e le mosse per sopravvivere non sono qui decise dalla saggezza o dall’audacia di un giocatore quanto dalla mano della fatalità. Gioco e terrore, vita e morte si alternano in un’esperienza esistenziale volta alla comprensione delle proprie paure e alla dominazione del proprio coraggio.

  • Ritorno alla realtà: tra passato e presente

Sebbene il film mantenga sempre un ritmo divertente, vivace, adrenalinico e avventuroso, “Jumanji” declina una poesia triste e profondamente sensibile.

Alan, in principio, avrebbe voluto lasciare quel mondo che conosceva. Era stufo di tollerare soprusi dai prepotenti e severi ordini impostigli dal padre. Probabilmente però quella fuga che Alan avrebbe voluto compiere all’inizio del film era un gesto di paura e avrebbe guidato il protagonista a un pentimento. Alan sarebbe poi corso a casa, dal padre e dalla madre, e avrebbe chiarito l’alterco che avevano avuto. L’esternazione di una semplice frase sarebbe bastata. Purtroppo, l’atroce volontà del gioco gli ha impedito di fare ciò che avrebbe voluto. E così, quando Alan torna alla realtà, scopre con profonda tristezza che i suoi genitori sono morti. Jumanji ha spezzato il legame famigliare che univa Alan ai suoi, i quali si sono spenti senza mai scoprire cosa era accaduto davvero al loro figliolo. Il protagonista non ha neppure potuto dire loro addio.  “Jumanji” celebra sommessamente l’importanza della comunicazione in quanto strumento per esprimere i sentimenti. All’inizio del lungometraggio, la madre di Alan, a seguito del diverbio che il marito ha avuto col figlio, sembra rivolgersi al consorte per invogliarlo a tornare in casa e a parlare con Alan. “Sam! Sam!” dice con fare esortativo la donna, ma quand’ecco che il padre di Alan si volta verso di lei, e lei lo congeda, con un candido: “niente!”; come se accettasse di rimandare la conversazione, cosciente di poterla riprendere al loro ritorno. Ma Alan e i genitori non avranno mai più alcuna conversazione. E’ il triste tributo che “Jumanji” fa all’importanza della parola e soprattutto al tempo presente, quello da non farsi sfuggire e che spesso diamo per scontato quando non dedichiamo il giusto spazio ad una persona importante. Per il resto dei suoi giorni, Sam crederà che Alan sia sparito per colpa sua e mai alcuna parola di conforto udirà per dare pace al suo cuore stanco.

Alan mira una città molto diversa da quella che aveva lasciato, sozza, malandata, colma di gente povera, di senzatetto, ricca di mura imbrattate e in piena crisi. La fabbrica di scarpe del padre, fiore all’occhiello della sua famiglia, è fallita ed è stata abbandonata; persino la statua del generale Angus Parrish, antenato di Alan, è totalmente deturpata da imbrattature spray. Le persone sono apparentemente impazzite, i sogni si sono infranti, e non vi è alcun rispetto per la storia antica del centro urbano e per gli avi di un tempo. Anche l’esilarante Carl Bentley, vecchio amico di Alan e noto con il diminutivo di “Laccio bollente”, è stato costretto ad abbandonare il suo sogno di progettare scarpe per vestire la divisa da poliziotto, la cui vettura d’ordinanza verrà ironicamente martoriata dalla furia di Jumanji.  Sembra che gli effetti spaventosi del gioco si siano propagati per la città, fino a farla piombare in un disordine generale, che non svanirà fin quando Jumanji non verrà portato a conclusione. La realtà cittadina si riflette sulla realtà parallela del mondo di Jumanji, che finisce per compendiare tanto il passato quanto il presente e condurlo in un avvilente futuro senza speranza. Alan fa solo brevi accenni circa la sua esperienza ventennale nella giungla di Jumanji, e confessa che in quei luoghi non esistono solo scimmie, leoni e zanzare, ma anche creature impossibili da immaginare o anche solo da scrutare, ombre impenetrabili che si muovono nella notte e attendono in agguato. Il suo racconto, criptico ed ermetico, suscita l’immaginazione sopita di noi ascoltatori. Così come l’origine di Jumanji e il potere ad esso legato permangono nell’imperscrutabilità, anche l’essenza stessa del mondo del gioco finisce per permanere nell’ambiguità proprio per lasciare allo spettatore un alone di incerta e imprecisata magia. Ma la particolarità di “Jumanji” è quella di trasportare le paure di un mondo incastonato tra gli intagli di un gioco da tavolo e rigettarle nella realtà che noi ben conosciamo. “Jumanji” solo in parte può trasportar chi questo mondo vuol lasciar…perché finisce poi per trasformare quello stesso mondo appena lasciato in un riflesso selvaggio di Jumanji. La giungla enigmatica, primordiale, selvaggia e incontenibile invade una città irriconoscibile!

  • Vite spezzate, tra prigioni interne ed esterne

Alan ritrova Sarah, divenuta anch’ella una donna adulta e segnata irrimediabilmente dall’esperienza traumatizzante della sua scomparsa. Nei loro dialoghi, Sarah fa emergere la sofferenza di una vita amara che l’ha portata all’isolamento. Era soltanto una bambina quando Alan scomparve, e non fu mai creduta da nessuno quando raccontava ciò che aveva visto. Se Alan era rimasto intrappolato in un mondo parallelo, se vogliamo virtuale, come quello del gioco, Sarah era rimasta sola e prigioniera in una realtà cittadina menefreghista e insensibile. Entrambi separati hanno fatto fronte a una vita spezzata. Quando Alan osserva le piante carnivore, i grossi baccelli di colore giallo, i verdi rampicanti robusti e vividi, fuoriusciti dal gioco, invadere l’abitazione, affermerà che “ci sono cresciuto così, è ciò che c’è là fuori che mi terrorizza”. La “giungla cittadina” e la giungla di Jumanji possono venire messe a confronto. Così come è terrificante la forza animalesca che si nasconde all’interno del gioco, pronta a manifestarsi nella nostra realtà, allo stesso modo è inquietante ciò che ci può attendere fuori dalle mura di casa. Alan fu terrorizzato dal mondo di Jumanji ma imparò a riconoscerlo come la sua unica e sola “casa”, Sarah fu segnata dalla quotidianità urbana e finì per non conoscere dimora alcuna. Quella di Jumanji è stata per Alan una prigione interna, velata, quella di Sarah una prigione senza confini, capace d’estendersi all’esterno. Si tratta di due mondi così differenti eppure ricchi delle medesime, grandi difficoltà. Vivere e vincere le proprie battaglie, nella giungla o in città, richiede un’immensa dose di coraggio che è ciò che vuole insegnare “Jumanji”. Ed è proprio nel loro ritrovarsi che Alan e Sarah sentono di non essere più soli ma di appartenere l’uno all’altra, e nella fortificazione dei loro spiriti, essi riprendono a combattere con le loro più recondite paure, per porre fine al gioco e risanare le ferite di una vita spezzata. Uniti, Alan e Sarah vogliono vivere insieme in questo mondo e non più lasciarlo come le paure volevano, a volte, suggerire loro.

  • Un avversario prima o poi va affrontato

La gioventù e la maturità riguardano il periodo della vita che Jumanji è riuscito a racchiudere nella sua esperienza di gioco. Tra Alan e Sarah e Judy e Peter esiste un rapporto di reciprocità che riguarda l’età adulta e la giovinezza. Alan vede in Peter il bambino che fu un tempo e cerca di educarlo come fece suo padre con lui, rendendosi poi conto che il figlio diventa padre ereditando a volte anche i difetti del genitore.

Sul finire delle vicende, Alan dovrà compiere l’ultimo passo: affrontare il suo acerrimo nemico. Come teneva suo padre a ricordargli, un avversario prima o poi va affrontato. Alan è perseguitato da un efferato cacciatore della giungla, Van Pelt, che aspira da sempre ad ucciderlo poiché lo considera la più inafferrabile delle sue prede. Van Pelt cela, sotto i suoi baffi folti e spioventi, il volto del padre di Alan, come se rappresentasse la più grande paura del protagonista ma al contempo il più grande atto di coraggio che Alan deve compiere. Per tutta la sua vita, Alan ha vissuto oppresso dai sensi di colpa per non aver parlato con Sam da padre a figlio, e fronteggiando apertamente Van Pelt, ha l’occasione di dimostrare d’essere un uomo coraggioso benché terrorizzato dalla consapevolezza di dover perire sotto i suoi colpi. Scrutando il volto del cacciatore, Alan, senza rendersene conto, sta sfidando con coraggio suo padre, facendo valere quell’ardire che il genitore ricercava in lui. Poco prima di essere colpito a morte, Alan lascia cadere i dadi che reggeva in mano, i quali segnano il numero necessario alla pedina di Alan per raggiungere la fine del percorso e far pronunciare al protagonista la parola “Jumanji”. Alan ha superato la prova e ha vinto il gioco, e così tutte le manifestazioni di Jumanji vengono ora risucchiate via all’interno del gioco. Il tempo si annulla ed Alan e Sarah tornano nel 1969, a quella famosa sera in cui tutto ebbe inizio. Erano loro i giocatori originari quando la partita cominciò, e il tempo ha ripreso ora a scorrere con normalità, senza più gli effetti distorti del gioco. L’orologio a pendolo che aveva rintoccato il cambio dell’ora poco prima che Alan si dissolvesse in Jumanji può adesso riprendere a segnare il tempo reale, non più funestato dalla maledizione di Jumanji.

E’ la nuova occasione di vita che Alan e Sarah potranno godere insieme. Alan ne approfitta per riappacificarsi immediatamente con il padre, il quale si scusa anch’egli. Da adulti, Alan e Sarah, sono adesso sposi e in attesa del loro primo figlio. Rincontrano quindi Judy e Peter, e offrono ai genitori dei due un lavoro che garantirà sicurezza per il futuro. Il destino che rischiava d’essere deciso da un tiro di dadi è adesso plasmato dalla conoscenza di Alan e Sarah.

Nel suo generare distruzione, Jumanji ha pur sempre donato una nuova vita ai propri giocatori. Non a caso, il gioco, rimasto sulla battigia, semisepolto dalla sabbia, cullato dal lento mormorio della risacca, fa ancora riecheggiare il rullo dei suoi tamburi per attirare a sé altri nuovi giocatori.

Jumanji avrà sempre una volontà tutta sua.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Rumori fuori scena" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sipario

Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le luci. Non so perché. C’è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo.(David Lynch)

L’opera “Noises Off” è una commedia di Michael Frayn, composta nel 1977 e portata in scena per la prima volta nel 1982 al Lyric Theatre di Londra. Il testo ebbe uno splendido adattamento cinematografico nel 1992, per la regia di Peter Bogdanovich. La peculiarità di questa commedia, dal titolo “Rumori fuori scena”, è il suo appartenere al genere del “Teatro nel teatro”, ed il suo conseguente immergersi in una realtà narrativa dalla duplice valenza. “Rumori fuori scena” narra le disavventure di una compagnia teatrale, impegnata nell’allestimento della farsa “Niente addosso”. Nella commedia gli attori reali assumono i ruoli di attori fittizi, i quali a loro volta sono portati inevitabilmente a interpretare i personaggi protagonisti delle scene farsesche, appunto di “Niente addosso”. “Rumori fuori scena” è una recita nella recita, un’interpretazione nell’interpretazione, una finzione dalla doppia natura.  La storia ha inizio in piena notte, all’interno di un teatro in cui si stanno svolgendo le prove generali del testo da rappresentare.

Alla vigilia dell’allestimento di un qualsiasi spettacolo, il teatro sembra sempre giacere in una sorta di dormiveglia.  La spoglia platea, i vuoti palchetti che sovrastano il pianterreno, e il golfo mistico, vacuo e libero, paiono tutti immersi in un dolce sonno, in attesa d’essere risvegliati dall’arrivo del pubblico e dell’orchestra che animerà il laconico silenzio della sala. La compagnia teatrale di Lloyd è in fermento, e i preparativi procedono con passo spedito.

“Rumori fuori scena” è l’incontro tra la realtà precostruita di una commedia scritta e dallo svolgimento ben studiato, con la farsa esilarante, che non segue una trama o una spiegazione logica, ma irrompe con fragore inaspettato per generare situazioni cariche di coinvolgente ilarità. E’ proprio un teatro “deserto” quello che, in piena notte, sta ospitando la sgangherata compagnia del regista Lloyd Dallas.

  • Atto Primo

Il teatro è il disperato bisogno dell’uomo di dare un senso alla vita”. (Eduardo De Filippo)

E’ da poco passata la mezzanotte, e la “prima” della commedia “Niente addosso” si avvicina. Lo scenografo Tim Allgood ha impiegato due giorni per montare sul palcoscenico le imponenti scenografie. L’ambientazione della farsa prevede, infatti, che gli eventi si svolgano nel soggiorno di un elegante villino di montagna, costituito da un piano terra e da un piano superiore, a cui si può accedere per mezzo di una scala di legno, a due rampe, posta alla sinistra della scena. Il villino è solo apparentemente disabitato. Esso spesso è oggetto di visita, o per meglio dire d’irruzione, da parte dei personaggi interpretati dagli attori della compagnia. I personaggi di “Rumori fuori scena” sono 9: Dotty Otley, che in “Niente addosso” interpreta la signora Clackett, Garry Lejeune, nello spettacolo è Roger, Brooke Ashton, che nella farsa è Vicky, Frederick Fellowes, nello spettacolo Philip Brent ma anche “Lo sceicco arabo”, Belinda Blair, che in “Niente addosso” interpreta Flavia Brent, e Selsdon Mowbray, nello spettacolo “il ladro. Chiudono il cerchio il già citato regista Lloyd, il suddetto Tim e l’assistente di scena Poppy.

Portare in scena “Niente addosso” risulta un’impresa estremamente complessa. Le entrate e le uscite di alcuni personaggi (i quali non devono mai incrociarsi sulla scena o ne verrebbe meno il proseguo della farsa stessa) sono innumerevoli, si susseguono a ritmi incalzanti e, per dare l’effetto desiderato, devono essere eseguite con tempistiche sincronizzate, senza margine d’errore. Lloyd, per tale ragione, esorta i suoi attori a dare il massimo. Gran parte dell’agire interpretativo dei personaggi riguarda l’uscita e l’entrata in scena con in mano particolari oggetti che devono essere, di volta in volta, prima deposti in una zona specifica della casa e poi ripresi in un secondo momento. In particolare, il piatto di sardine preparato dalla signora Clackett è spesso fonte d’errore, perché viene lasciato sul comodino quando dovrebbe essere portato via o dimenticato nel dietro le quinte quando invece dovrebbe trovarsi in scena. E’ proprio su di un comune “piatto di sardine” che la farsa e la commedia stessa ruotano e si intersecano in un valore prettamente comunicativo. Nella vita anche un banale oggetto può avere un’importanza rituale per l’accadimento di un evento. Portare le sardine fuori o riportarle dentro nella realtà teatrale di “Rumori fuori scena” funge da metafora dell’ignaro agire dell’uomo in un universo deterministico. Tiene ad affermare, filosofeggiando, Lloyd che il fare entrare le sardine e il fare uscire le sardine costituiscono la farsa, e di conseguenza il teatro, e quindi la vita. E’ la meraviglia del teatro, quella di poter conferire simbolismo e spessore a un semplice oggetto scenico, in questo caso, un comune piatto di sardine, destinato a cambiare il corso e il senso della rappresentazione di una parte di vita.

L’intero primo atto di “Rumori fuori scena” mostra le prove della farsa, spesso interrotte da beffardi imprevisti e goffe incertezze degli attori che, senza riconoscere le proprie disattenzioni, procedono imperterriti a far riecheggiare i loro vocalizzi alla stessa maniera di come l’orchestra del Titanic suonava le proprie arie con il piroscafo invaso dalle acque. Tutta la compagnia a poche ore dall’inizio della rappresentazione è già stremata. Poppy e Tim non riposano da quarantotto ore e devono ancora restare all’erta per coordinare gli attori. “Rumori fuori scena” è l’esaltazione del teatro nella sua fase primordiale, il principio di un abbozzo che deve essere ancora plasmato. E’ per tale ragione che le prove mostrate nel primo atto assumono un valore pieno, vivo, affascinante, perché è come se la commedia stessa nascesse sotto i nostri occhi. La soave purezza del teatro si avverte molto prima della rappresentazione, già nell’istante in cui si pensa all’opera da portare in scena. Le prove sono, per l’appunto, l’embrionale concezione dell’opera teatrale, poiché è nella preparazione iniziale che si plasma la rappresentazione finale.

“Rumori fuori scena” sa esaltare ogni aspetto della lavorazione teatrale, partendo dall’autore del testo fino all’assistente di scena. Tutti coloro che lavorano alla realizzazione della commedia rispettano i loro ruoli. Gli attori si concentrano sull’interpretazione, il regista sulla direzione specifica e globale dell’evento teatrale, su cui nessuno osa metter parola, e la scenografia viene issata e resa unica col massimo del lavoro decorativo possibile per far sì che l’impatto visivo della scena risulti sempre sorprendente. Tutti i membri della compagnia lavorano a ritmi frenetici, lasciando trasparire uno stress senza fine. Lo stoico Tim non sa risparmiarsi, e riveste il triplice ruolo di direttore di scena, attrezzista e persino di “jolly” di ogni singolo attore. La presenza dell’autore fittizio di “Niente addosso”, vale a dire il fantomatico Robin Housemonger, aleggia sul gruppo in maniera costante. Lloyd, talvolta, prende in mano il tomo in cui è contenuto il lavoro dell’autore, affermando che quello è il “testo sacro” e che non può essere in alcun modo alterato né dev’essere necessariamente capito dall’attore, più che altro dev’essere solamente eseguito. La volontà dell’autore teatrale fugge dall’approvazione degli attori stessi. Ciò che infatti avviene nella farsa non risponde ad una logica ben precisa, accade perché è così che ha voluto il dio-creatore e autore, e il testo risponde ad una irrazionale leggerezza splendidamente artistica.

Ne deriva una differenza: “Rumori fuori scena” rappresenta la vita fatta di ansie, fatiche, impegni, collaborazioni, amicizie e amori, rimorsi e gelosie, vendette e ritorsioni. La farsa “Niente addosso” rappresenta l’esatto contrario: essa è l’illogicità della vita umana, l’ineluttabilità degli eventi, e come essi possano essere riletti in chiave umoristica. E’ sempre la capacità di ridere della sventura la forma più fine di acume e intelligenza. Quella di “Rumori fuori scena” è la vita portata entro i confini di un palcoscenico e considerata priva di un significato, poiché il senso vero sfugge alla ricerca dell’uomo e va al di là delle sue possibilità d’indagine. La vita è esperienza inattesa, improvvisazione senza regole, è una farsa teatrale che fugge da ogni logica che non sia comprensibile in una smorfia volta al riso.

Humphrey Bogart affermava che la differenza sostanziale tra un copione e la vita è che il copione deve avere un senso. Se non c’è dato comprendere le dinamiche che spingono i personaggi di “Niente addosso”, possiamo invece cercare di capire cosa domina l’agire dei personaggi di “Rumori fuori scena”. Nelle loro entrate e nelle loro uscite è racchiudibile l’alba e il crepuscolo, l’arrivederci e il ritorno. E’ forse per tale ragione che i personaggi sulla scena entrano ed escono con tale frequenza. “Rumori fuori scena” è l’apertura coordinata di una porta che simboleggia un nuovo inizio nel contempo in cui un’altra porta, che simboleggia un addio, si chiude. La farsa e la commedia, qui divenute un tutt’uno, rispondono al bisogno dell’uomo di dare un senso alla vita e alle varie tappe che ne fanno parte.

  • Atto secondo

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.” (William Shakespeare)

Vi è mai capitato, mentre sedete in platea, di perdere per qualche istante la concentrazione sullo spettacolo in sé e domandarvi cosa, al contempo, sta avvenendo dietro le quinte? Quella che si trova al di là della scenografia è una realtà fatta di silenzi, di comunicazioni gestuali, vocalmente inespresse, di suggerimenti laconici onde evitare che il pubblico in sala si accorga di qualcosa. Nelle compagnie più diligenti, direi professionali, in genere, non accade nulla di particolarmente interessante. Gli attori e le attrici siedono pazientemente e attendono d’essere chiamati dal direttore di scena per la loro entrata. Qualcuno/a più “ansioso/a”, invece, leggerà ancora una volta il copione, lo/a scenografo/a tamburellando il piede sul pavimento come segno d’impazienza, aspetterà la fine del primo atto per potersi mettere subito al lavoro al cambio scena. Un clima così disteso non è respirabile nella compagnia capeggiata da Lloyd Dallas, che dietro le quinte è capace d’inscenare “una commedia”, ancor più divertente di quella che si svolge in palcoscenico.

Durante il secondo atto di “Rumori fuori scena”, la compagnia è ormai in piena attività e si sposta di città in città e di teatro in teatro in una lunga tournée. Dopo i primi grandi successi, la compagnia sta vivendo una fase transitoria che presto li condurrà ad un fiasco dietro l’altro. Questo è dovuto al fatto che Lloyd li ha temporaneamente abbandonati per curare la regia dell’Amleto con un’altra compagnia teatrale, ma soprattutto perché tra gli attori sono emersi molti malumori dovuti per lo più a ripicche di cuore e gelosie. Lloyd sopraggiunge nel dietro le quinte un pomeriggio, per ritrovare un po' d'intimità con Brooke, ma viene subito informato da Tim dei dissapori sorti tra gli attori: Dotty e Garry si sono lasciati, per l'eccessiva gelosia di lui, che vede in Frederick un rivale, visto che una sera a cena ha ascoltato e consolato Dotty in preda a una crisi nervosa; la stessa Dotty è convinta, a causa di alcuni equivoci, che Belinda si stia infatuando di Garry, sostenendo che lei sia innamorata di Frederick; per di più, non si riesce a trovare Selsdon, per l'ennesima volta, addormentatosi chissà dove ubriaco. A complicare la situazione si aggiunge Poppy, che vuole informare Lloyd d’essere incinta. Alla pomeridiana dello spettacolo, i malumori tra la compagnia si susseguono senza sosta. La scena adesso si svolge interamente negli ambienti posti nel retropalco. Nel corso della rappresentazione della farsa si registrano innumerevoli gag esilaranti tra gli attori nel dietro le quinte, i quali tentano di ferirsi e colpirsi tra loro nell’istante in cui sfuggono alla vista del pubblico che numeroso affolla la platea. Da qui in poi si producono i “famosi” rumori fuori dalla scena.

Le entrate e le uscite sincronizzate degli uomini e delle donne, e quindi degli attori e delle attrici, avvengono adesso in una duplice veste che riguarda tanto i personaggi della farsa sul palcoscenico quanto i personaggi della commedia nel dietro le quinte. In contemporanea, la flebile linea di demarcazione meta-teatrale tra farsa e commedia tende ora a essere rispecchiata simbolicamente dalla divisione tra “palco” e “retropalco”, luoghi scenici che separano due differenti modalità d’interpretazione che si susseguono, altalenandosi continuamente. Ciò che accade nel secondo atto è la duplice realtà di “Rumori fuori scena”, quella che avviene sul palcoscenico, sotto gli occhi attenti e vigili degli spettatori che in modo del tutto insolito assistono alla farsa, e quello che si verifica oltre le quinte su cui è posta invece l’attenzione dei veri spettatori, i quali assistono a ciò che normalmente è celato al loro sguardo.

  • Atto Terzo

“Il teatro è così infinitamente affascinante perché è così casuale. E’ come la vita.” (Arthur Miller)

Nella concezione casuale del teatro, l’errore, se lieve, può contribuire ad impreziosire lo spettacolo. A teatro ogni rappresentazione è diversa, basta un cambio d’intonazione, un movimento differente, un cenno improvvisato e il tutto muta. La commedia teatrale non vanta l’immortalità di un’opera filmica, essa è in perpetuo divenire e in questo moto incessante il piccolo errore finisce per evidenziare la naturalezza dell’operato dell’uomo a teatro. Nel terzo atto di “Rumori fuori scena” tutto sembra essere lasciato al caso. La farsa “Niente addosso” è preda dell’incertezza di un destino e dell’indeterminatezza di un esito nebuloso. Si fa ritorno nell’ampio soggiorno del villino, ma ormai i rapporti e gli screzi che serpeggiano tra gli attori provocano incredibili quanto tragicomici danni alla farsa che perde ogni logica di sviluppo. Sulla scena irrompono, sostituti in concomitanza con i protagonisti, i personaggi, che finiscono per incontrarsi tra loro disfacendo la logica dell’esecuzione; persino Lloyd si trova costretto ad entrare in scena, salvo poi rendersi conto di aver aggravato ulteriormente la situazione.

  • Cala il sipario

Un bravo attore non fa mai la sua entrata prima che il teatro sia pieno” (Jorge Luis Borges)

La compagnia giunge infine a Broadway, il più prestigioso teatro della loro tournée. Lloyd è oramai in preda alla paranoia, teme che gli attori combinino un ennesimo strafalcione, ha persino paura che la scenografia cada rovinosamente giù e non ha il coraggio di assistere. Rientrerà solo alla fine per ascoltare gli scroscianti applausi provenire dalla platea, entusiasta. La farsa è stata un successo e gli attori hanno finalmente dimenticato i loro dissapori. Tutti insieme, mano nella mano, compiono un inchino, come grandi attori e uomini di teatro dinanzi ad un teatro strapieno di spettatori elettrizzati. Sono nati sentimenti forti di amore e relazioni destinate a durare tra gli attori e le attrici della compagnia. La nascita perdurata di un sentimento è la vita, ma anche la farsa, e questo è il teatro. Si chiude così “Rumori fuori scena”, nell’assordante ma sempre gradevole rumore di un applauso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“La tenera canaglia” è un film commedia del 1991, per la regia di John Hughes. Sue, detta Trucioli, è una bimbetta di 9 anni, orfana di entrambi i genitori, che vive con un uomo senza fissa dimora. Una sorta di vagabondo che aveva vissuto un tempo con la madre, ormai deceduta, di Sue.

Queste due eterogenee figure vanno avanti quotidianamente vivendo di piccoli espedienti, i quali permettono loro di riempirsi la pancia, ottenendo magari anche un pasto caldo. Passando da una località all’altra, nel loro girovagare, arrivano a toccare anche Chicago. E’ qui che mettono in scena un finto investimento automobilistico ai danni della bella e ricca professionista Gray Ellison che per scusarsi di quanto accaduto li porta a cena in un noto ristorante. Nelle mire dei due c’è la palesata speranza di poter essere accolti dalla donna in casa sua, ma il sopraggiungere di Walker Mc Cormick, il fidanzato di Grey che ostenta una manifesta superiorità e di conseguenza dispezzo nei confronti di ciò che giudica plebeo, manda all’aria il loro piano. Il caso vuole che il giorno seguente Bill resta di nuovo vittima ignara di un altro incidente, ma questa volta non voluto e programmato. In un certo senso siamo di fronte ad una svolta nella dinamica della premeditazione. Infatti a seguito del secondo investimento Gray ospita i due nella sua lussuosissima casa, suscitando così la disapprovazione del fidanzato che si allontana violentemente da lei. La donna non tarderà a comprendere la strana condizione in cui si trovano l’uomo e la bambina e capisce pure di essere stata raggirata. Intanto in Gray è scoccata la scintilla della commiserazione e della solidarietà e sta anche per affezionarsi ai due, principalmente alla piccola Sue.

La rivalità tra Gray e Bill molto presto si trasforma in un sentimento del tutto nuovo. E Bill comprende che quello è il luogo ideale per far crescere la bambina: una fissa dimora, calda e accogliente, governata da una persona a cui sta a cuore la felicità di Sue, e non come è stato finora, cioè un’esistenza fatta di espedienti e di privazioni. A questo punto anche Bill si cercherà un lavoro onesto, mentre Mc Cormick arrabbiato per tutto ciò che è accaduto e per come si stanno mettendo le cose telefona alla polizia e ai servizi sociali denunciando Bill, che viene arrestato e la bambina mandata presso un istituto che raccoglie orfani. Nel frattempo Gray si rende conto di essersi innamorata di Bill e lo fa liberare dietro il pagamento della cauzione e ottiene anche l’affidamento della bimba. Lascia quindi il suo vecchio fidanzato e rinuncia anche al suo prestigioso posto nell’ufficio legale. Non resta altro che ricongiungere tutti e tre per cominciare una nuova vita insieme. Finalmente una vita onesta, tranquilla e felice.

"Ti chiamano Trucioli? Per la tua bella cascata di Riccioli..."

 

“La Tenera canaglia” rappresenta l’attenzione del regista nei riguardi dei bambini bisognosi d’affetto e cresciuti troppo in fretta, nonché sull’eccessiva differenza di classe, sulla ricchezza e sulla povertà, sulle ambizioni ad ogni costo e sui tanti senzatetto sparsi per il mondo. Dei buoni sentimenti assieme a un alone di perbenismo pervadono tutto il film. Una Alisan Porter, non alla sua prima esperienza cinematografica, lascia intravedere, sia pure con le dovute proporzioni, una Shirley Temple degli anni che furono, che canta l’inno americano davanti alla tv.

John Hughes non è la prima volta che si cimenta nel genere di film che vedono come protagonisti i bambini.  Ricordiamolo in "Mamma ho perso l’aereo", in cui è stato autore e produttore. In “La tenera canaglia” appare in una triplice veste, ma a differenza del precedente questo è un film con bambina e un senzacasa, altro settore prediletto di quel particolare periodo storico.

L’attrice Kelly imprime alla pellicola un certo carattere, anche se alcune situazioni appaiono scontate e il senso logico spesso va a farsi benedire. Non mancano le gag, ma si tratta sempre di situazioni comiche messe su con estrema facilità, oltre al dipanarsi della storia che risulta alquanto leggera. Tutto sommato però è un buon film, un film che scorre e si lascia guardare; un film senza tante pretese ma gradevole. Ti porta a volte, magari verso il finale, a propendere più per una soluzione che per l’altra. Non una sorta di tifo da stadio, ma di quelli sommessi, pacati, intimamente sentiti.

Un James Belushi nel ruolo del barbone che, tutto sommato, ha reso appieno ciò che il regista gli aveva chiesto e ciò che egli stesso si era imposto d’interpretare.

Redazione: CineHunters

 

 

"Il miracolo della 34ª strada" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’accusa, imperterrita, esortava il giudice Harper a sancire la condanna. “E’ la vigilia di Natale, tutti noi vogliamo fare ritorno alle nostre case…” affermava con impazienza l’avvocato. Nessuna prova a sostegno della difesa era pervenuta tra le mani dei legali di Kris Kringle, l’imputato chiamato a processo. Tuttavia, Kringle appariva pur sempre sereno. I suoi occhi fissavano la corte con immutata fiducia.  Quel simpatico vecchietto con quella folta barba bianca che gli copriva parte del viso, non smetteva mai di sorridere a chiunque incrociasse il suo sguardo.  Forse perché egli sapeva che un’espressione solare e bonaria fosse in grado di rassicurare il cuore di un interlocutore ancor prima di una parola pronunciata. Poco prima che il giudice ponesse fine alle “ostilità” in tribunale e pronunciasse la propria condanna, accompagnata dal canonico colpo di martelletto, l’avvocato difensore dell’anziano Kringle rientrò in aula con in mano le tante agognate “prove”. “Vostro onore, posso ora dimostrarle che Kiss Kringle è…il vero Babbo Natale”. Avete letto con attenzione? L’udienza che si stava perpetrando era volta ad emettere una sentenza piuttosto particolare: se il signor Kris Kringle fosse realmente Babbo Natale? Ma come può un uomo essere Babbo Natale? Tutti noi siamo consapevoli della sua inesistenza. Il signor Kringle doveva essere un “pazzo” se affermava con tale convincimento d’essere il papà del Natale. Ma prima di scoprire il fato cui andrà incontro il signor Kringle, facciamo un passo indietro, per riscoprire una storia incastonata tra l’immaginazione e la realtà, tra il vero e la finzione, tra il genio e la follia

  • La verità così è…

Kris Kringle, quell’arzillo vecchietto che si aggira per le strade di New York, è Babbo Natale. E’ la verità, perlomeno quella che l’opera vuol suggerirci. Del resto dovremmo tutti noi essere coscienti che non esiste l’assoluta verità, e che l’idea d’essere depositari di una sola verità non è che un’illusione costruita dall’uomo. Come nella vita così in un copione teatrale o cinematografico, la verità esiste secondo certi punti di vista che sfuggono dalla coercizione di una visione univoca.  Dunque, perché il personaggio di Kringle dovrebbe mentire se crede d’essere Babbo Natale? State vedendo un film natalizio, e colui che ricorda nell’aspetto, nei modi di porsi e nell’atteggiamento Babbo Natale, deve essere Babbo Natale. Riponiamo questa fiducia nel personaggio quasi come fosse una sottintesa ovvietà. Così è…se vi pare. La verità, alle volte, non è poi così chiara né dev’essere necessariamente a senso unico. Perché Kringle dovrebbe essere Babbo Natale? Non è arrivato dal cielo in sella alla sua slitta trainata da Impeto, Furia, Saltarello, Brontolo, Cometa, Cupido, Freccia, Fulmine, le sue amate renne. Non indossa il suo classico costume rosso scarlatto, anzi i suoi indumenti sono quelli di un distinto signore che passeggia in un giorno di fine dicembre “calzando” un elegante cappotto. Egli pare, a tutti gli effetti, un uomo qualunque. Nessun alone di impalpabile magia aleggia attorno alla sua figura né incantesimo alcuno viene pronunciato dalla sua bocca e filtrato dalle sue mani. E’ Babbo Natale solo perché dice di esserlo; ma perché dovremmo credergli? Proprio su questo interrogativo vorrei porre l’attenzione. Se un uomo qualunque venisse da noi e ci confessasse d’essere il signore della Notte di Natale non gli crederemmo di certo. Le nostre convinzioni sarebbero irremovibili: Babbo Natale non esiste. Dunque, perché sin dai primi minuti tutti noi spettatori siamo così pienamente convinti che Kriss Kringle dica il vero? Perché è un film! E la sospensione dell’incredulità ci invoglia a porre in lui la nostra fede. E’ proprio sul concetto di fede che il lungometraggio del 1947 “Il miracolo sulla 34ª strada” espleta la propria indagine.

Avere fede significa voler credere strenuamente in ciò che non si può né vedere né toccare, poiché la tangibilità può sostituire la fede con la certezza, e diventare pertanto evidenza. Persino in una narrazione filmica il pubblico può essere stimolato nello sperimentare una prova di fede. Il personaggio di Kris Kringle sembra sbucato fuori dal nulla, fuoriuscito dall’ignoto, emerso da una breccia in grado di demarcare il confine terreno tra l’incontenibile fantasticheria e la ragionevolezza più calcolatrice. Egli afferma d’essere nato e vissuto al Polo Nord, eppure gli unici suoi trascorsi registrati e documentati riportano che ha vissuto negli ultimi mesi presso una clinica per anziani rimasti soli e affetti da turpe mentali.

  • Fantastica follia

Che Kringle sia, in verità, un folle? Ma a tal proposito cos’è propriamente la “follia”? Si può compendiare l’affabulante personalità di un uomo, il suo estro sognante e la sua fantasia contagiosa e debellarla come mera deturpazione mentale? Kris Kringle interpreta il mondo con gli occhi di chi crede che dietro ogni cosa si celi un pizzico di magia. E così facendo, la realtà che si materializza sotto i nostri occhi viene vista e riletta secondo una prospettiva irreale, e per questo tendente alla fantasia più sferzante. Kringle è un folle o l’esatto contrario, vale a dire un “genio”?  Guardare il mondo esterno con gli occhi di chi sogna significa trasformare tutto ciò che ci circonda nella nostra personale tela pittorica sulla quale poter imprimere pennellate di colori. Volgendo gli occhi al cielo, vediamo la volta celeste solitamente tinta di un azzurro chiaro, con qualche nuvola di bianca consistenza simile alla candida seta. Non sarebbe del medesimo avviso Vincent Van Gogh, che osservava il cielo buio della notte e ne scrutava i dettagli che fuggivano dalla vista superficiale dei più. Nessuno indugiava ad ammirare i gorghi vorticosi che si stagliavano nel cielo, nessuno contemplava le luminescenze di quella notte stellata che lui, nei giorni seguenti, dipinse con trasporto. Perché il cielo di Van Gogh è soltanto un’interpretazione soggettiva? Perché non può essere una visione condivisa da chi sente che quella tela rispecchi anche il proprio sguardo sul mondo e su quel tetto azzurro che permane immobile sopra il nostro capo? E’ dunque una realtà distorta quella rivista dai pittori, dai poeti, e dai sognatori? E’ semplicemente un modo di abbracciare la vita, che antepone alla più fredda ragionevolezza un animo fantastico. Kringle, con la sua geniale follia, incarna dunque il credo nell’inaspettato.

"Notte stellata" di Vincent Van Gogh

 

E’ forse un folle Kris Kringle nel voler ammirare il mondo con una tale vivezza e con una gioia cromatica in grado d’esaltare i colori della positività dell’animo umano. Del resto, in un tempo in cui nel periodo di Natale il messaggio della festività è stato totalmente stravolto per venire piegato al bieco guadagno economico, è “folle” il comportamento di questo Babbo Natale, uomo nella norma che crede d’essere speciale. La storia gioca così con la fiducia del pubblico, il quale viene messo alla prova. Gli spettatori avranno fede? Crederanno nell’esistenza di Babbo Natale? Kringle resta costantemente un uomo comune, all’apparenza. Nessun evento straordinario sembra essere generato dal suo volere. Ma non è mediante la manifestazione della magia, nell’esternazione compiuta e vedibile che va ricercata la fede, del resto, in tal caso, non si tratterebbe più di fede. Sebbene Kringle non compia prodigi con le proprie arti magiche, egli comincia a mutare il mondo che lo circonda e lo fa mantenendo prettamente un atteggiamento normale. Quando viene assunto per indossare i panni di un “finto” Babbo Natale ai grandi magazzini Macy's di New York, Kris suggerisce ai genitori che incontra di comperare i regali nei negozi che offrono l’offerta migliore. Un agire il suo che lascia sgomenti tutti i suoi superiori e che stupisce gli acquirenti, colpiti dall’onestà di quello che credono un semplice dipendente. Supponendo che sia una mossa pubblicitaria, tutte le altre catene di negozi si regolano di conseguenza, suggerendo ai loro acquirenti di acquistare i doni dove potranno risparmiare. La corsa al guadagno viene disfatta dalla “magia” di questo Babbo Natale, il quale, agendo nella sfera del normale, compie un qualcosa di eccezionale.

E proprio ai grandi negozi Macy’s, Kris conosce Doris Walker, interpretata dalla meravigliosa Maureen O’Hara, una madre che ha cresciuto la figlia Susan non facendola mai credere nel fantastico, non raccontandole mai alcuna fiaba né favola di qualsiasi genere. Doris non vuole che la piccola si illuda, che la sua mente si perda tra lande infinite di immaginazione, poiché lei stessa rimase ferita da un sogno, quando un uomo si finse solamente un principe azzurro prima di abbandonarla per sempre.

  • Amara verità, dolce bugia

Cos’è vero, cosa non lo è, e come capirlo? Ed è dunque ad un processo che si può stabilire cosa sia vero e cosa no. Una corte, un giudice, una giuria, un accusatore e un difensore sono lì ad assistere e a dibattere sulla veridicità di un tema inusuale e assurdo: se Kris Kringle sia realmente Babbo Natale. L’amara verità indurrebbe tutti i presenti a pronunciare un verdetto contrario, che svilisca ogni forma di speranza nell’esistenza di una creatura magica; la dolce bugia, invece, spingerebbe i diretti interessati a proclamare un responso che scagionerebbe Kris. Ma come si può ammettere che egli sia davvero Babbo Natale? Ecco che l’avvocato difensore, Fred Gailey, uomo innamorato di Doris e da sempre amante della fantasia tersa e intellegibile, irrompe nuovamente sulla scena con in mano le prove. Sono solo tre lettere scritte da tre bambini e indirizzate a Kris, a Babbo Natale. A seguito di queste tre lettere, migliaia e migliaia giungono in tribunale, portate da postini provenienti da tutto il mondo. Ecco che la verità non è più ciò che così è se pare ai più, ma diventa un qualcosa che così è…se viene creduta dai più. I bambini, i veri depositari della verità incontaminata, credono in quell’uomo, credono che lui sia il vero Babbo Natale e lo fanno senza il bisogno d’avere alcuna prova. Se Kris rassicurava gli spiriti dei suoi cari semplicemente con lo sguardo, questa volta, veniva salvato dal potere della parola scritta, quella impressa su carta dai piccini che credono in lui. La fede dei bambini intenerisce la giuria e il giudice scagiona Kris. L’amara verità si mescola alla dolce bugia creando un sapore agrodolce, dove la bubbola e l’autenticità si amalgamano senza più differenze. Doris torna a credere nella magia, e con lei la piccola Susan, la quale ottiene sul finale il regalo che tanto aveva desiderato: una casa nuova dove poter vivere con la mamma e il suo nuovo papà, Fred. Era il dono che Susan aveva confessato a Kris di volere, il quale, senza magia alcuna, era riuscito a donarle.

Quello di poter vivere la vita attraverso l’immaginazione più dominante è il proposito che quanti più di noi dovrebbero prefissarsi allo scoccare di un nuovo anno. L’immaginazione non consiste soltanto nel vedere cose che nella realtà non esistono. La fantasia è un paese dalla natura del tutto particolare. Un mondo avulso dalla realtà circostante, nel quale possiamo lanciare palle di neve in spiaggia nel mese di agosto, in cui siamo padroni di una nave e facciamo rotta ogni giorno per i mari della Cina, dove possiamo diventare la Statua della Liberta all’indomani di un nuovo giorno, pronti ad ammirare il sorgere del sole da un’altezza titanica, e nello stesso pomeriggio poter volare verso il sud con uno stormo di anatre. E’ quanto mai possibile varcare quel mondo ed è così meravigliosamente semplice poterlo fare.

Ci vuole solo un po’ di pratica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Una poltrona per due" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Parecchi anni addietro, te ne stavi lì, sprofondato comodamente in poltrona, a rimuginare sul più e sul meno, quando hai udito distintamente un suono provenire dal televisore. L’avevi lasciato acceso giusto per ricevere in cambio un po’ di compagnia. Non t’importava poi tanto guadare le immagini, eri perso tra i tuoi pensieri, magari in piedi su di un asse ad elaborare un qualche funambolico piano dell’ultimo minuto per acquistare i regali che ti eri ripromesso di comprare per tempo, ma che, anche quest’anno, avevi rimandato, e ora ci voleva la più classica delle “imprese”.  La tua attenzione era stata catturata da uno spot televisivo. Non affrettarti a suggerirmelo, so bene cosa hai fatto: ti sei voltato a vedere ciò che ti aspettavi. Era la classica presentazione di un film: il 24 dicembre, Italia Uno avrebbe trasmesso “Una poltrona per due”, e proprio in quell’istante lo stava annunciando. Già! Come se ce ne fosse stato il bisogno! “Una poltrona per due” su Italia Uno, la sera della vigilia di Natale, era talmente un’ovvietà da rimanere quasi indifferenti. A quel punto tu avrai accennato di sicuro un sorriso. Magari avrai anche parlottato e con un filo di sarcasmo quanto fosse scontata una tale scelta per il palinsesto di Mediaset.

Era il 1989 quando “Una poltrona per due” veniva trasmesso per la prima volta. Ma quasi dieci anni dopo, con precisione quasi chirurgica, dal 1997 cominciò la sua costante messa in onda, sia pure con qualche variante, ogni vigilia di Natale; ma “Una poltrona per due” non è per nulla un film di Natale. Per lo meno, non è tipicamente quello che si suole descrivere come film natalizio. “Una poltrona per due” è una commedia per adulti, ambientata sì nel periodo di Natale, ma per nulla farcita di buoni sentimenti o d’insegnamenti educativi. E’ una storia in cui si gioca con lo stato sociale di un’esistenza, dove si capovolgono le vite di un ricco e di un povero. Il Natale è dunque il momento in cui si svolgono gli eventi, l’atmosfera in cui si consuma un’ironica disavventura, il “fondale nevoso” su cui agiscono i personaggi sulla scena. “Una poltrona per due” è certamente uno dei simboli di quanto il cinema e le opere ad esso correlate possano legarsi fino a risultare inconfondibili, se riferiti ad un ben preciso periodo dell’anno. Il cinema e il Natale rappresentano un connubio molto più soggettivo di quanto si possa credere.

Il Natale è il periodo più bello dell’anno. Il ritrovarsi a casa con i nostri affetti più cari è fonte di festosa e coinvolgente felicità. E il cinema col Natale ha avuto e mantenuto da sempre un rapporto speciale. No, non mi riferisco soltanto ai tipici film a carattere natalizio. Sarebbe fin troppo scontato. Parlo di qualcosa di più personale, un sentimento che accomuna un particolare film alla suggestione visiva ed emotiva di quel preciso periodo dell’anno. Un tale legame trascende dall’ambientazione del film stesso. A Natale non si guardano soltanto le opere a tema: si guardano ancor di più quei film che riscaldano il nostro cuore, al pari di come può farlo una tazza rossa traboccante di cioccolata calda, col nostro corpo infreddolito dalla neve che copiosa viene giù. Ognuno di noi conserva nelle proprie memorie quei film che ama rivedere in concomitanza col periodo delle feste. Quando riguardiamo per l’ennesima volta il lungometraggio che più amiamo, negli attimi in cui a pochi passi da noi le luci dell’albero illuminano il buio della nostra camera e si riflettono ad intermittenza sullo schermo, si crea un’atmosfera di magia impalpabile che sembra proiettarsi all’interno del film stesso. Anche se quello che vediamo non è propriamente un film di Natale finisce per essere investito dal medesimo incanto, come vogliono suggerirci le nostre emozioni. Forse i film più belli da vedere a Natale sono quelli appartenenti alle saghe del cinema. Sarà per via del clima di vacanza, per l’assenza dai banchi di scuola, per le meritate ferie dal lavoro, ma quando arriva il Natale e abbiamo più tempo per noi stessi e per i nostri cari, amiamo rifugiarci nei luoghi fantastici della settima arte più a lungo di quanto non lo si faccia solitamente, e lo facciamo con le nostre saghe più amate, da gustare in vere e proprie maratone senza fine.

Tra tutti quei film speciali che sentiamo ancora più nostri a Natale, ecco spuntare ancora una volta “Una poltrona per due”. Curioso come il lungometraggio abbia ottenuto la caratura del classico in virtù del suo costante campeggiare in sequenza sulla rete televisiva ogni vigilia di Natale. “Una poltrona per due” su Italia Uno è una formalità, diremmo, con una punta d’ironia, è una delle poche certezze che abbiamo in questo mondo. In Italia, il pubblico nel corso degli anni si sarà rapportato col film nei modi più disparati: ci saranno quegli spettatori che lo avranno visto e rivisto, ma anche coloro che, pur vedendolo costantemente proposto nel periodo natalizio, se lo saranno fatti sfuggire. E’ nell’indole umana, dopotutto, ignorare ciò che è ripetitivo, a discapito di un evento più che straordinario. “Una poltrona per due” è diventata “la routine”, c’è sempre, alla stessa ora, nello stesso giorno, anno dopo anno, non è come un altro film trasmesso quando capita. E per tale ragione - chi lo sa - molti lo avranno ignorato perché consapevoli che lo avrebbero potuto recuperare l’anno successivo. E’ un po’ il fardello cui è andato incontro il film, quello di rischiare d’incappare nella prevedibilità. Ma, in verità, di anno in anno, “Una poltrona per due” sembra cadenzare lo scorrere del tempo, come se fosse un elemento tradizionale, investito di un peso sociologico filtrato attraverso il medium televisivo. “Una poltrona per due” è una decorazione, un ornamento messo da parte, come fosse un addobbo di Natale, pronto ad essere tirato fuori all’occorrenza.

Sebbene sia visto e rivisto, il film ha reificato, dando vita a una sorta di rito sociale, che coinvolge migliaia di spettatori sparsi per l’Italia, i quali sul web si incontrano virtualmente per scambiarsi battute iconiche del lungometraggio nel momento esatto in cui i personaggi le proferiscono “in diretta”. C’è addirittura qualche pagina facebook che organizza l’evento per fare il countdown agli inizi del nuovo anno in attesa che passino i mesi e si torni a rivedere “Una poltrona per due”. Più che fare il conto alla rovescia per il film, la gente ama conteggiare, attraverso l’attesa dello stesso, il ritorno del periodo natalizio preannunciato dalla sua andata in onda.

Il film attira a sé gli spettatori che lo ricordano quasi a memoria, ma anche quelli che lo hanno veduto solo una volta. E in egual misura anche coloro che lo hanno visto a tratti, che hanno scrutato solamente qualche scena tra uno zapping e l’altro. “Una poltrona per due” non è più un lungometraggio da vedere, quanto d’ascoltare, come fosse una narrazione radiofonica, da udire sommessamente, quasi in sottofondo, mentre gustiamo le prelibatezze culinarie preparate per l’occasione nel clima festoso della famiglia. E così si ride ancora quando il ricco  Dan Aykroyd cede la propria poltrona al povero Eddie Murphy, quando gli antagonisti subiscono la loro giusta punizione, e si arrossisce quando Jamie Lee Curtis toglie via il suo vestito luccicante e si mostra nuda dinanzi alla camera che cristallizza la sua procacità. Tante argomentazioni e momenti continuati che possono essere riletti costantemente da nuovi punti di vista.

Di anno in anno, quella particolare scena del film viene rivista in un nuovo contesto, e assume un nuovo valore, perché mai come in quella sera un momento vissuto si intreccia a quello immortalato su pellicola. “Una poltrona per due” non è che un esempio valevole soprattutto per i film che più amiamo vedere e rivedere. La vita ogni 24 dicembre è sempre ricca di momenti diversi e magicamente intensi, e così quel particolare film che tanto amiamo guardare a Natale, sebbene sia sempre lo stesso, può arrivare a regalarci un’emozione nuova, perché sempre conformato alla magia del Natale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Hercule Poirot (Kenneth Branagh) dipinto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • “Assassinio sull’Orient Express” – Dal romanzo al cinema

Agatha Christie, pseudonimo della narratrice e drammaturga inglese Agatha Mary Clarissa Miller, scrisse numerosi romanzi e drammi polizieschi che ebbero grande fortuna in tutto il mondo per la sua abilità nella costruzione dei vari “casi” e l’inesauribile fantasia. La sua prima storia poliziesca dal titolo “Morte misteriosa a Styles Court”, legò il nome della Christie a quello di Hercule Poirot, il detective belga protagonista di tante storie successive.

Seguendo la tradizione classica del poliziesco anglosassone, la Christie impostò la trama dei propri romanzi su termini rigorosamente analitici. Tra le opere più famose ricordiamo “Murder on the Orient Express”, da cui fu tratto il primo e famoso film omonimo del 1974, diretto da Sidney Lumet, nel quale il protagonista, Hercule Poirot, ebbe le fattezze dell’attore Albert Finney.

Impiantare una storia, nella fattispecie una vicenda che si tinga inevitabilmente di giallo, tutta su di un treno, forse ha rappresentato per la scrittrice inglese una sorta di omaggio a uno dei mezzi di trasporto più importanti e popolari del Ventesimo secolo.  Il treno dunque come luogo privilegiato in cui ambientare scene a volte pacate, altre colorite, altre ancora vere e proprie sequenze ad alta tensione emotiva. Come il cinema, come la pellicola cinematografica, il treno è movimento, è successione di immagini, di inquadrature: forse proprio per questo il fascino che ha esercitato sulla settima arte è stato sempre forte. Lo è stato indubbiamente anche per la Christie che ha inteso basare uno tra i suoi più conosciuti e intricati romanzi proprio su un treno. E che treno! Quell’Orient Express, quel lussuoso convoglio che attraversando una nutrita schiera di città, regioni e Stati unisce Istanbul a Calais. Il treno quindi costituisce per la scrittrice anglosassone un microcosmo di varia e particolare umanità, in cui poter raccontare la storia scaturita dalla sua irrefrenabile fantasia. La trama, prima di un libro e di un film poi, con le pagine, le immagini e le scene sequenziali che si alternano via via a quelle del viaggio, costituisce per il lettore e lo spettatore fonte inesauribile d’interesse e di partecipazione.

"Assassinio sull'Orient Express" del 1974

 

L’omicidio nella storia di Agatha Christie è un atroce atto di vendetta, perpetrato dalla mano armata di una sofferenza intima. E’ causato da un insanabile squarcio nell’animo umano, impossibile da ricucire, se non in parte da una fredda e orchestrata rivalsa, capace di attenuare l’afflizione. L’assassinio è eseguito dalla ragionata volontà di ergersi al di sopra della legge umana, perché neppure essa può nulla dinanzi a un crimine intollerabile come quello di cui si è macchiato l’assassinato. In “Assassinio sull’Orient Express” non ci sono colpevoli, solo vittime furenti e senza pace. E in egual misura non c’è una vittima, quanto un massacrato colpevole.

Il lungometraggio di Sidney Lumet, primo adattamento cinematografico del romanzo, sin dalla sua uscita nelle sale, ha riscosso pareri favorevoli sia di pubblico sia di critica; di sicuro di grande impatto emotivo e coinvolgente, grazie al taglio che il regista ha saputo dare all’intera storia, frutto di una scelta stilistica ben precisa.

Tutta una serie di esitazioni, mezze frasi, reticenze e sottintesi, oltre ai tanti depistaggi, ma con la presenza accertata di parecchi indizi sono alla base della vicenda. Ciononostante non riusciranno a confondere e fuorviare le indagini dell’abile e scaltro Poirot, che alla fine riuscirà a dipanare l’intricata matassa.

  • Assassinio sull’Orient Express – di Kenneth Branagh

Il “fischio” di una locomotiva a vapore si ode in lontananza. Il rumore del suo sferragliare sui binari si avverte con sempre maggiore chiarezza. Attendete ancora un po’ in stazione, giusto qualche minuto. Il treno che state aspettando sta per arrivare da un momento all’altro. Continuate a stringere in mano il vostro biglietto e non siete per nulla soli. Proprio come voi, altri viaggiatori sostano sotto la pensilina, in paziente attesa che il treno giunga a destinazione. Provate a scrutare i volti dei potenziali passeggeri dell’Orient Express. Vi dicono nulla? No? E invece ogni singolo viaggiatore porta in sé la propria storia, ciascuno custodisce i propri segreti. Del resto non sono proprio loro a destare un’accattivante curiosità? Tuttavia, non possiamo certo svelarli con un semplice sguardo, solamente osservando i contorni dei loro volti. I segni del tempo, le smorfie, gli accenni cordiali di saluto che ci rivolgono quando incrociamo gli sguardi, non sono che meri dettagli estetici, incapaci di rivelare i misteri occultati ad arte dalla mente. Neppure indagando il profondo dei loro occhi potremmo scoprire le tele ingannatrici che celano con tanta abilità e devozione. E’ probabile che tutti quei passeggeri non abbiano nulla in comune se non la stessa meta. Sono tutti degli sconosciuti e tutti loro sono dei…sospettati. Ma adesso basta perdersi in chiacchiere, l’Orient Express è arrivato, “staccate” il vostro biglietto e “salite” a bordo.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh fa sosta nella stazione ferroviaria più vicina per assicurarvi un’agevole e pronta salita sui lussuosi vagoni del prestigioso treno, così che possiate vivere la storia narrata dalla prolifica penna di Agatha Christie da un punto di vista nuovo, maggiormente incentrato su un’esperienza visiva ravvicinata, coinvolgente e, per tale ragione, ancor più intensa. Kenneth Branagh va a nozze con le rivisitazioni dei grandi classici della letteratura. Branagh ha sempre diretto con mano ferma e autoritaria le sue opere, conferendo ad esse spessore, ritmo e originalità. Le storie per Branagh non vengono raccontate, devono essere rivissute. Non poteva essere da meno il suo “Assassinio sull’Orient Express”. Un lungometraggio che immerge il pubblico in un contesto affascinante. Branagh, come accaduto nelle sue rinomate trasposizioni dedicate alle opere di William Shakespeare, dirige e al contempo interpreta, ritraendo un rinnovato Hercule Poirot, più alto, più magro e più giovane, nonché dai folti e lunghissimi baffi, i quali si protraggono fin oltre le guance. Il miglior detective del mondo ha, adesso, una “nuova” identità; è ora una “nuova” creatura, più appartenente a Branagh stesso che alla madre originaria, Agatha Christie. Si tratta, infatti, di un Poirot a tratti caricaturale, in senso prettamente celebrativo, s’intende.

Il Poirot di Branagh crede fermamente di discernere con raziocinio ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma nel suo tortuoso viaggio sull’Orient Express scoprirà che il mondo ordinato, come quello che vede una “cravatta ben annodata e stabile alla base del collo”, non esiste. La distinzione tra giusto e sbagliato non è nitida ma nebulosa, e la diversificazione tra bianco e nero non è evidente; anzi è pervasa di sfumature tendenti al grigio. La crepa deturpante, che si dilaterà nell’immaginario muro delimitante la giustizia e l’omicidio, sarà ben più profonda di quanto l’investigatore belga avrebbe mai potuto supporre.

L’occhio “meccanico” della camera di Branagh scruta i corridoi dell’Orient Express, trasformandoli in cunicoli angusti e limitati. Risulta pertanto evidente il tentativo riuscito del regista di valorizzare l’esiguità dello spazio scenico, per poter trasmettere un senso preminente di greve claustrofobia. Branagh fa centro, e riesce con grande abilità a fare della scenografia ben più di un laconico sfondo.  Gli ambienti del treno sono luoghi eleganti da cui traspare un clima inquieto, a volte paranoico, e di costante allerta. L’Orient Express è esso stesso un personaggio, però né vivo, né senziente; è “un artificio”, un mezzo di locomozione costruito dall’uomo, che avanza inesorabile nel proprio viaggio su di un tragitto prestabilito. Il treno non ha che una volontà meccanica e si presta a essere, in maniera di tutto involontaria, lo scenario di un omicidio architettato dalla fredda e iniqua razionalità umana. Il treno è giustappunto il palcoscenico di un teatro in perpetuo movimento, che trasporta i suoi attori lungo scorci invernali e distese innevate. Ma l’Orient Express è anche un luogo senza uscita, una sorta di prigione a prova di fuga, un ambiente che opprime e soffoca; in altre parole uno spazio che costringe “sconosciuti” e assassini a interagire tra loro. Sempre tale occhio valorizza gli spazi circoscritti, creando una messinscena prettamente teatrale.

L’Orient Express diviene palcoscenico senza velario e quindi anche senza confini. La camera, infatti, fuoriesce a volte dal treno, seguendo, con protratti piani sequenza, i movimenti dei personaggi dal di fuori, come se la regia permanesse nei contorni della platea e osservasse i personaggi intenti a muoversi sulla scena, da una contenuta distanza. Branagh, inoltre, “sposta” i suoi spettatori oltre gli esterni dell’Orient Express, espandendo gli spazi scenografici oltre gli interni delle carrozze. Così Poirot si può muovere fuori dal treno, camminando con signorile passo su coltri innevate, e osservando, con occhio vigile, paesaggi invernali. La “bianca” natura si contrappone alla bellissima e accesa fotografia, mirabile negli interni delle carrozze. Branagh dilata e comprime gli spazi tra libertà esterna e angusta prigionia circoscritta. Ma non solo, le bellissime inquadrature dall’alto pongono gli spettatori in una posizione di vantaggio, come se si elevassero sulle menti dei personaggi e ne ricercassero i pensieri. L’occhio invedibile della camera si sofferma ogni tanto ad osservare i personaggi attraverso alcune vetrate, le quali dividono l’immagine e “sdoppiano” i volti, come a simboleggiare le due facce della verità e della menzogna. Branagh vuol dare l’illusione che l’occhio che scruta con distacco e curiosità sia il nostro, il medesimo che valica la soglia dell’immaginario e si pone, nell’invisibilità, in mezzo allo scorrere della storia.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh si avvale di un cast corale pieno zeppo di stelle. 13 sconosciuti su cui spicca una sempreverde Michelle Pfeiffer. E’ forse nella “traduzione”, nella “trascrizione” e nella conseguente trasposizione di quei sospettati che è riscontrabile la carenza della versione di Branagh. La cura nella caratterizzazione della stesura delle personalità di ognuno di loro non è approfondita, così come la psicologica dei passeggeri finisce per essere soltanto accennata. Non è certamente semplice compendiare un romanzo così denso in poco meno di due ore di pellicola. Branagh bada al sodo, lasciando che sia il suo Poirot, con le sue straordinarie doti deduttive, a dominare la scena e a far sì che i restanti personaggi assurgano a ruolo di comprimari, interessanti, ambigui e ingannatori, ma pur sempre comprimari.

La rivelazione finale avverrà su di un “palco” sito a pochi metri dalla locomotiva, intorno a quella che potrebbe sembrare una tavola non imbandita, come se si stesse consumando un’ultima cena per un’ultima confessione.

“Assassinio sull’Orient Express” è un film avvincente e visivamente molto bello, che combina abilmente lo stile di un giallo intricato con i canoni di un blockbuster da intrattenimento, convincente ed emozionate. E’ un viaggio che trascina in maniera emotiva, adempiuto su di un treno prossimo a terminare la sua corsa e giungere in stazione, e a lasciare che i propri passeggeri scendano giù. Quando abbandonerete l’Orient Express, sarete riusciti a svelare i segreti che nascondevano tutti quegli sconosciuti?

Soltanto il vostro sguardo saprà dirvelo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Le 5 leggende disegnate da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La brezza estiva, quel venticello leggero che carezza col suo rinfrancante soffio il viso accaldato di chi lo riceve, smette di regalarci i suoi servigi allo scadere di settembre. Un’aria decisamente più fresca giunge poi da lontano, portando con sé l’autunno. Le esili foglie degli alberi cadono giù dai rami con sempre maggiore insistenza, creando ai crocicchi delle strade tappeti ingialliti, simbolo di una natura apparentemente stanca. Col passare dei giorni, l’autunno spossa il paesaggio, prima vigoroso e soleggiato dell’estate, come una sorta di “traghettatore”, che prende la natura per mano fino a condurla alle porte dell’inverno. Il vento soffia forte all’arrivo della stagione invernale. Nelle regioni più fredde, ai cigli delle strade, la coltre di neve riveste il terreno come un manto bianco e l’acqua dei laghi, così limpida e trasparente in primavera, diventa improvvisamente di ghiaccio.

Proprio tra le gelide acque di un lago ghiacciato, rianimato da un soffio leggero ma colmo di un astratto vigore, riapre i suoi occhi al mondo un giovane. Tutto intorno a lui era buio e faceva tanto freddo. Egli emerse da uno spicchio d’acqua, e si generò dal sospiro di un’entità nascosta sulla luna, proprio come spirito dell’inverno, battezzato col nome di Jack Frost. Una volta in piedi, Jack raccolse un bastone che giaceva a pochi passi da lui, su quella stessa sottile lastra di ghiaccio che, sebbene fosse tanto fragile, continuava a resistere al peso del giovane, tanto era eterea la sua consistenza. Era come se Jack fosse incorporeo, i suoi balzi felini non arrecavano alcun “disturbo” a quel fragile “pavimento” che egli calcava. Jack si accorse che lambendo il tronco degli alberi col suo bastone catalizzante poteva rilasciare “ghirigori di ghiaccio”, che si adagiavano sulle cortecce e le ornavano come arti decorative cristallizzate. Comincia così la fiaba cinematografica de “Le 5 leggende”. In tale racconto visivo, Jack Frost ha l’eterna parvenza di un giovane dai capelli bianchi, simili alle candide distese innevate che circondano il paesaggio in cui è nato. Compiaciuto dai suoi prodigiosi poteri, Jack comincia a correre fino al villaggio più vicino. Tuttavia, con grosso rammarico, scoprirà che nessun essere umano è in grado di vederlo. Jack è un’essenza fisica, razionale ed emotiva non percepibile, e che nessuno scorgerà mai per i successivi trecento anni.

Tre secoli dopo, Jack è uno spirito frizzante e giocherellone, giulivo e pieno di vita, e passa gran parte delle sue giornate a divertire i bambini con giochi di neve e “freddolose” magie. Il giovane è mosso da un’incontenibile gaiezza, e sebbene il suo spirito sia l’incarnazione impalpabile del freddo inverno egli ha comunque un animo e un cuore calorosissimi. Jack, quando osserva gli altri giocare, mostra un sorriso radioso come il sole, ma al contempo, la sua condizione d’invisibilità lo rende caratterialmente triste, come se nel suo intimo proliferasse una gelida solitudine. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di ricercare sempre il divertimento per offrirlo al prossimo. E’ come se Jack Frost dal gelo traesse il mite e coinvolgente ristoro per gli animi altrui. Egli è però anche vittima dell’incomunicabilità: nessun bambino può sentirlo, solo con la magia riesce a far percepire la sua mistica presenza. La sua è un’aura speciale, di quelle che a malapena si avvertono, ma ci sono. Di quelle paragonabili alla levità di un fiocco di neve che cade solitario dal cielo e subito si disperde su distese ammantate. Jack è una piccola leggenda, raccontata in alcune credenze popolari, ma non ancora così importante da conquistare l’affetto dei bambini, i soli a poter aiutare Jack a diventare un guardiano.

I bambini nella loro animosità sognante credono nelle creature magiche come Babbo Natale, Calmoniglio, la Fatina dei denti e Sandy, quest’ultimo, protettore del loro sonno. Queste quattro creature rivestono per l’appunto il ruolo di “guardiani”, e preservano l’innocenza e la fantasia dei piccoli. Babbo Natale e Calmoniglio allietano le festività degli infanti durante il Natale e la Pasqua, la Fatina dei denti porta gioia ai piccini quando loro perdono i dentini da latte, e Sandman veglia ogni notte sui loro sogni. Un giorno, l’uomo nero torna sulla Terra, dopo essere fuggito da un luogo d’esilio in cui i quattro guardiani lo avevano confinato anni prima. Preoccupato dal potere dell’uomo nero, che vuole privare ogni bambino della fantasia che alimenta il credo nei quattro guardiani, l’Uomo sulla Luna ordina agli stessi di convocare un quinto elemento, vale a dire Jack Frost.

“Le 5 leggende” è un’opera favolistica, visivamente incantevole e sapientemente costruita, incentrata sulla fede dei bambini verso il mondo incantato. Una fedeltà che rischia di vacillare all’arrivo dell’uomo nero, il quale ha lo scopo di annientare l’innocenza, la felicità, la speranza dei bambini con la paura.

Babbo Natale, noto semplicemente come “Nicholas Nord”, ha l’aspetto tradizionale di figura austera e corpulenta, dalla bianca barba fluente. Calmoniglio è un coniglio di grandi dimensioni, agile e scattante, che maneggia sempre dei boomerang affilati con cui combatte i cattivi. La Fatina dei denti è, invece, dolce e protettiva, con uno spiccato senso materno, e ha l’aspetto di una fanciulla dal corpo rivestito di piume variopinte con piccole ali simili a quelle dei colibrì. Infine, Sandman è il guardiano dei sogni. Sandman, chiamato affettuosamente Sandy, è di minute dimensioni ma pingue, dallo sguardo affettuoso e dai modi affabulanti. Egli vive in un regno fatto di nuvole d'oro, e le sue stesse magie vengono modellate da una sabbia dorata, attraverso la quale Sandy riesce a rendere veri i sogni delle persone.

Le arti magiche di Sandman discendono dal cielo tutte le notti, come fasci di luce scintillanti dalla consistenza granulosa. La sabbia è l’essenza della magia e serve a materializzare i personaggi animati di un sogno, i quali aleggiano sopra le menti dei bambini dormienti. I sogni indotti da Sandy sono in grado di rendere visibili figure magiche e incantate, come un delfino che nuota in un mare fatto d’immaginazione, e un unicorno che scorrazza su praterie oniriche. A Sandy, tuttavia, si oppone il crudele uomo nero che può “toccare” un sogno, opprimerlo con la sua oscurità, e trasformarlo in un incubo. Sandman e l’uomo nero sono forze contrarie, come Hypnos e Thanatos, figure contrapposte della mitologia greca, le quali dominano il sonno e l’incubo. Sandy rilascia la sua dolce polverina dorata, l’uomo nero invece la sua lercia sabbia nera. E’ interessante notare come Sandy non si esprima mai con la semplicità, talvolta blanda, delle parole, superflue per lui che comunica con la forza espressiva delle immagini, delle forme, delle forze visive che emergono dall’animo. L’uomo nero è, invece, un antagonista sinistro, diabolico, un infingardo tentatore.

La fanciullezza è spesso la fase più lieta nella vita di un essere umano. E’ la prima tappa di un percorso vitale, quella maggiormente influenzata dall’immaginazione. Nelle loro incarnazioni spirituali, i guardiani hanno il compito di portare gioia nel cuore dei bambini. Tale compito viene cadenzato dal tempo. In un intero anno solare, le due festività più importanti sono la Pasqua, ma soprattutto il Natale. Babbo Natale e Calmoniglio cadenzano la crescita anno per anno dei bambini attraverso le festività natalizie e pasquali. I fanciulli durante la loro crescita attendono con incontenibile gioia l’arrivo delle feste, così da poter scartare i regali ai piedi dell’albero tra luci sfavillanti e palline colorate o per dipingere le uova che trovano la mattina di Pasqua. Gli altri due guardiani, la Fatina dei denti e in particolar modo Sandy, invece, restano accanto ai bambini per un periodo molto più lungo nel tempo. Sandy si manifesta ai bambini durante la notte, al termine di una intensa giornata, e diletta i sogni dando forma e colore a figure festanti e giocose. Sandy guida dunque i bambini durante la loro crescita quotidiana, mentre la Fatina dei denti nella loro progressiva maturazione; in altre parole segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La Fatina dei denti ha il delicato compito di portare gioia ai bambini in un momento in cui, per la prima volta, hanno perduto qualcosa di sé: la caduta del tutto naturale di un dentino da latte. Dentolina, questo è il nome della fatina, raccoglie i dentini dei bambini e ne custodisce i ricordi di ognuno di loro in preziosi contenitori come fossero scrigni. La perdita dei denti è infatti un segno simbolico, una fase distinta della crescita, uno sviluppo graduale cominciato con la venuta al mondo. Nella caduta dei primi denti avviene una sorta di “separazione” che comporta un distacco dal passato per guardare al futuro. E’ forse per tale ragione che Dentolina custodisce i ricordi di ogni bambino che col tempo diverrà adulto. Tutte e quattro le leggende agiscono in un spazio temporale differente: Sandy ogni notte, Dentolina nelle notti in cui un bambino ha bisogno del suo intervento, Calmoniglio nel periodo pasquale e Babbo Natale, naturalmente, a dicembre, proprio nell’ultimo mese dell’anno. Jack Frost è, invece, uno spirito che agisce durante la stagione invernale.

Egli dall’asperità del freddo trae i propri poteri per convogliarli in gioia e divertimento. L’inverno è una stagione particolare, spesso considerata avversa. I bambini non trascorrono molto tempo fuori, il freddo non permette loro di giocare e correre all’aria aperta come farebbero durante l’estate. Ciononostante, Jack sa usufruire delle proprie arti magiche per trasformare i doni dell’inverno in giochi divertenti per i bambini. Com’è invisibile il suo corpo così lo sono i suoi ricordi, su chi lui sia realmente. Jack non ricorda chi fosse nella sua vita precedente. Scoprirà la sua vera identità grazie a Dentolina.

Quando era un ragazzo come tanti, Jack, un giorno, andò a pattinare con la sua sorellina, Emma, sulla lastra sottile di un lago ghiacciato.  Quando la lastra cominciò a cedere, Jack riuscì a mettere in salvo la sua Emma, allontanandola via con il proprio bastone. La tranquillizzò dicendo che si trattava solo di un gioco. Jack portò la sorellina a credere in lui, a fidarsi di quanto le stava raccontando, e così facendo poté salvarla. Il giovane però non riuscì ad allontanarsi in tempo e il ghiaccio sotto i suoi piedi, dato l’esiguo spessore, si frantumò; fu così che scomparve nelle gelide acque del lago. Commosso dal suo altruismo, l'Uomo sulla Luna decise di restituirgli la vita, trasformandolo in uno spirito. Jack riacquistò la vita nel medesimo luogo in cui la perdette.

Una volta scoperto il proprio trascorso, Jack Frost raduna le forze residue e si prepara a fronteggiare l’antagonista. Tutti gli altri guardiani sono stati fatti prigionieri, perdendo i loro poteri perché i bambini, spaventati dalla furia dell’uomo nero, hanno smesso di credere in loro. Così Jack tenta disperatamente di usare le proprie arti magiche per convincere Jamie, l’ultimo bambino rimasto fedele, dell’esistenza dei custodi. Ma per il grande stupore di Jack Frost, Jamie, quando scorgerà la magia che ritrae un coniglio fatto di neve, riuscirà a vedere per la prima volta l’immagine di Jack. La mamma di Jamie lo aveva più volte messo in guardia dal freddo, raccontandogli la storiella di Jack Frost, così il bambino iniziò a credere nella sua esistenza. A quel punto Jack riesce finalmente a rendersi visibile ai bambini che, attratti dai suoi giochi di ghiaccio, lo riconoscono e immediatamente riacquistano fiducia nei guardiani i quali, riappropriandosi dei loro poteri, sconfiggono l’uomo nero. Jack verrà così proclamato come quinta leggenda, guardiano del divertimento e signore dell’inverno. E’ il capoverso finale di questa bellissima fiaba, un incanto visivo per gli occhi e nutrimento per il cuore.

Ma cos’è l’inverno? E’ pioggia che batte sui vetri delle case, neve che ondeggiando vien giù dal cielo, freddo che induce l’animo umano, ancor prima del corpo, a ricercare il caldo abbraccio della persona amata; è paesaggio bianco, natura innevata, lago ghiacciato, mare burrascoso, monti coperti di candida coltre, camini accesi. In altre parole l’inverno è pura, tersa e dolce atmosfera. Esso ha una magia tutta sua. In questa stagione, in cui la vita, malgrado il freddo, continua il suo ritmo febbrile, l’uomo gode la dolcezza e l’intimità della famiglia, mentre fuori la natura ricama sulla terra fiori di gelo, di brina e di neve, che danno al paesaggio un aspetto fiabesco.

Chissà se sia realmente Jack Frost con il proprio bastone a esercitare i suoi incantesimi sugli alberi in autunno per far cadere le foglie e accelerare l’arrivo dell’inverno. Chissà se sia veramente lui a scuotere le nuvole in cielo, e a farle piangere lacrime di neve. Nascosto allo sguardo dell’uomo adulto, chi lo sa, magari Jack si diverte a sfiorare col bastone le pozzanghere d’acqua torbida per renderla cristallina, così che essa possa riflettere, come uno specchio, le sagome della gente. Ha un che di generoso il pensiero che lui, nascosto alla vista, ami sfruttare i propri poteri per rendere mirabile l’immagine riflessa delle persone, le quali in maniera fugace potranno specchiarsi per un istante, passeggiando per strada. Capiterà, di tanto in tanto, che un adulto, prossimo a riflettersi in quell’acqua, sia stato un bambino che un tempo scorse l’immagine di Jack Frost ma che oggi non riesce più a vedere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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