Vai al contenuto

Hercule Poirot (Kenneth Branagh) dipinto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • “Assassinio sull’Orient Express” – Dal romanzo al cinema

Agatha Christie, pseudonimo della narratrice e drammaturga inglese Agatha Mary Clarissa Miller, scrisse numerosi romanzi e drammi polizieschi che ebbero grande fortuna in tutto il mondo per la sua abilità nella costruzione dei vari “casi” e l’inesauribile fantasia. La sua prima storia poliziesca dal titolo “Morte misteriosa a Styles Court”, legò il nome della Christie a quello di Hercule Poirot, il detective belga protagonista di tante storie successive.

Seguendo la tradizione classica del poliziesco anglosassone, la Christie impostò la trama dei propri romanzi su termini rigorosamente analitici. Tra le opere più famose ricordiamo “Murder on the Orient Express”, da cui fu tratto il primo e famoso film omonimo del 1974, diretto da Sidney Lumet, nel quale il protagonista, Hercule Poirot, ebbe le fattezze dell’attore Albert Finney.

Impiantare una storia, nella fattispecie una vicenda che si tinga inevitabilmente di giallo, tutta su di un treno, forse ha rappresentato per la scrittrice inglese una sorta di omaggio a uno dei mezzi di trasporto più importanti e popolari del Ventesimo secolo.  Il treno dunque come luogo privilegiato in cui ambientare scene a volte pacate, altre colorite, altre ancora vere e proprie sequenze ad alta tensione emotiva. Come il cinema, come la pellicola cinematografica, il treno è movimento, è successione di immagini, di inquadrature: forse proprio per questo il fascino che ha esercitato sulla settima arte è stato sempre forte. Lo è stato indubbiamente anche per la Christie che ha inteso basare uno tra i suoi più conosciuti e intricati romanzi proprio su un treno. E che treno! Quell’Orient Express, quel lussuoso convoglio che attraversando una nutrita schiera di città, regioni e Stati unisce Istanbul a Calais. Il treno quindi costituisce per la scrittrice anglosassone un microcosmo di varia e particolare umanità, in cui poter raccontare la storia scaturita dalla sua irrefrenabile fantasia. La trama, prima di un libro e di un film poi, con le pagine, le immagini e le scene sequenziali che si alternano via via a quelle del viaggio, costituisce per il lettore e lo spettatore fonte inesauribile d’interesse e di partecipazione.

"Assassinio sull'Orient Express" del 1974

 

L’omicidio nella storia di Agatha Christie è un atroce atto di vendetta, perpetrato dalla mano armata di una sofferenza intima. E’ causato da un insanabile squarcio nell’animo umano, impossibile da ricucire, se non in parte da una fredda e orchestrata rivalsa, capace di attenuare l’afflizione. L’assassinio è eseguito dalla ragionata volontà di ergersi al di sopra della legge umana, perché neppure essa può nulla dinanzi a un crimine intollerabile come quello di cui si è macchiato l’assassinato. In “Assassinio sull’Orient Express” non ci sono colpevoli, solo vittime furenti e senza pace. E in egual misura non c’è una vittima, quanto un massacrato colpevole.

Il lungometraggio di Sidney Lumet, primo adattamento cinematografico del romanzo, sin dalla sua uscita nelle sale, ha riscosso pareri favorevoli sia di pubblico sia di critica; di sicuro di grande impatto emotivo e coinvolgente, grazie al taglio che il regista ha saputo dare all’intera storia, frutto di una scelta stilistica ben precisa.

Tutta una serie di esitazioni, mezze frasi, reticenze e sottintesi, oltre ai tanti depistaggi, ma con la presenza accertata di parecchi indizi sono alla base della vicenda. Ciononostante non riusciranno a confondere e fuorviare le indagini dell’abile e scaltro Poirot, che alla fine riuscirà a dipanare l’intricata matassa.

  • Assassinio sull’Orient Express – di Kenneth Branagh

Il “fischio” di una locomotiva a vapore si ode in lontananza. Il rumore del suo sferragliare sui binari si avverte con sempre maggiore chiarezza. Attendete ancora un po’ in stazione, giusto qualche minuto. Il treno che state aspettando sta per arrivare da un momento all’altro. Continuate a stringere in mano il vostro biglietto e non siete per nulla soli. Proprio come voi, altri viaggiatori sostano sotto la pensilina, in paziente attesa che il treno giunga a destinazione. Provate a scrutare i volti dei potenziali passeggeri dell’Orient Express. Vi dicono nulla? No? E invece ogni singolo viaggiatore porta in sé la propria storia, ciascuno custodisce i propri segreti. Del resto non sono proprio loro a destare un’accattivante curiosità? Tuttavia, non possiamo certo svelarli con un semplice sguardo, solamente osservando i contorni dei loro volti. I segni del tempo, le smorfie, gli accenni cordiali di saluto che ci rivolgono quando incrociamo gli sguardi, non sono che meri dettagli estetici, incapaci di rivelare i misteri occultati ad arte dalla mente. Neppure indagando il profondo dei loro occhi potremmo scoprire le tele ingannatrici che celano con tanta abilità e devozione. E’ probabile che tutti quei passeggeri non abbiano nulla in comune se non la stessa meta. Sono tutti degli sconosciuti e tutti loro sono dei…sospettati. Ma adesso basta perdersi in chiacchiere, l’Orient Express è arrivato, “staccate” il vostro biglietto e “salite” a bordo.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh fa sosta nella stazione ferroviaria più vicina per assicurarvi un’agevole e pronta salita sui lussuosi vagoni del prestigioso treno, così che possiate vivere la storia narrata dalla prolifica penna di Agatha Christie da un punto di vista nuovo, maggiormente incentrato su un’esperienza visiva ravvicinata, coinvolgente e, per tale ragione, ancor più intensa. Kenneth Branagh va a nozze con le rivisitazioni dei grandi classici della letteratura. Branagh ha sempre diretto con mano ferma e autoritaria le sue opere, conferendo ad esse spessore, ritmo e originalità. Le storie per Branagh non vengono raccontate, devono essere rivissute. Non poteva essere da meno il suo “Assassinio sull’Orient Express”. Un lungometraggio che immerge il pubblico in un contesto affascinante. Branagh, come accaduto nelle sue rinomate trasposizioni dedicate alle opere di William Shakespeare, dirige e al contempo interpreta, ritraendo un rinnovato Hercule Poirot, più alto, più magro e più giovane, nonché dai folti e lunghissimi baffi, i quali si protraggono fin oltre le guance. Il miglior detective del mondo ha, adesso, una “nuova” identità; è ora una “nuova” creatura, più appartenente a Branagh stesso che alla madre originaria, Agatha Christie. Si tratta, infatti, di un Poirot a tratti caricaturale, in senso prettamente celebrativo, s’intende.

Il Poirot di Branagh crede fermamente di discernere con raziocinio ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma nel suo tortuoso viaggio sull’Orient Express scoprirà che il mondo ordinato, come quello che vede una “cravatta ben annodata e stabile alla base del collo”, non esiste. La distinzione tra giusto e sbagliato non è nitida ma nebulosa, e la diversificazione tra bianco e nero non è evidente; anzi è pervasa di sfumature tendenti al grigio. La crepa deturpante, che si dilaterà nell’immaginario muro delimitante la giustizia e l’omicidio, sarà ben più profonda di quanto l’investigatore belga avrebbe mai potuto supporre.

L’occhio “meccanico” della camera di Branagh scruta i corridoi dell’Orient Express, trasformandoli in cunicoli angusti e limitati. Risulta pertanto evidente il tentativo riuscito del regista di valorizzare l’esiguità dello spazio scenico, per poter trasmettere un senso preminente di greve claustrofobia. Branagh fa centro, e riesce con grande abilità a fare della scenografia ben più di un laconico sfondo.  Gli ambienti del treno sono luoghi eleganti da cui traspare un clima inquieto, a volte paranoico, e di costante allerta. L’Orient Express è esso stesso un personaggio, però né vivo, né senziente; è “un artificio”, un mezzo di locomozione costruito dall’uomo, che avanza inesorabile nel proprio viaggio su di un tragitto prestabilito. Il treno non ha che una volontà meccanica e si presta a essere, in maniera di tutto involontaria, lo scenario di un omicidio architettato dalla fredda e iniqua razionalità umana. Il treno è giustappunto il palcoscenico di un teatro in perpetuo movimento, che trasporta i suoi attori lungo scorci invernali e distese innevate. Ma l’Orient Express è anche un luogo senza uscita, una sorta di prigione a prova di fuga, un ambiente che opprime e soffoca; in altre parole uno spazio che costringe “sconosciuti” e assassini a interagire tra loro. Sempre tale occhio valorizza gli spazi circoscritti, creando una messinscena prettamente teatrale.

L’Orient Express diviene palcoscenico senza velario e quindi anche senza confini. La camera, infatti, fuoriesce a volte dal treno, seguendo, con protratti piani sequenza, i movimenti dei personaggi dal di fuori, come se la regia permanesse nei contorni della platea e osservasse i personaggi intenti a muoversi sulla scena, da una contenuta distanza. Branagh, inoltre, “sposta” i suoi spettatori oltre gli esterni dell’Orient Express, espandendo gli spazi scenografici oltre gli interni delle carrozze. Così Poirot si può muovere fuori dal treno, camminando con signorile passo su coltri innevate, e osservando, con occhio vigile, paesaggi invernali. La “bianca” natura si contrappone alla bellissima e accesa fotografia, mirabile negli interni delle carrozze. Branagh dilata e comprime gli spazi tra libertà esterna e angusta prigionia circoscritta. Ma non solo, le bellissime inquadrature dall’alto pongono gli spettatori in una posizione di vantaggio, come se si elevassero sulle menti dei personaggi e ne ricercassero i pensieri. L’occhio invedibile della camera si sofferma ogni tanto ad osservare i personaggi attraverso alcune vetrate, le quali dividono l’immagine e “sdoppiano” i volti, come a simboleggiare le due facce della verità e della menzogna. Branagh vuol dare l’illusione che l’occhio che scruta con distacco e curiosità sia il nostro, il medesimo che valica la soglia dell’immaginario e si pone, nell’invisibilità, in mezzo allo scorrere della storia.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh si avvale di un cast corale pieno zeppo di stelle. 13 sconosciuti su cui spicca una sempreverde Michelle Pfeiffer. E’ forse nella “traduzione”, nella “trascrizione” e nella conseguente trasposizione di quei sospettati che è riscontrabile la carenza della versione di Branagh. La cura nella caratterizzazione della stesura delle personalità di ognuno di loro non è approfondita, così come la psicologica dei passeggeri finisce per essere soltanto accennata. Non è certamente semplice compendiare un romanzo così denso in poco meno di due ore di pellicola. Branagh bada al sodo, lasciando che sia il suo Poirot, con le sue straordinarie doti deduttive, a dominare la scena e a far sì che i restanti personaggi assurgano a ruolo di comprimari, interessanti, ambigui e ingannatori, ma pur sempre comprimari.

La rivelazione finale avverrà su di un “palco” sito a pochi metri dalla locomotiva, intorno a quella che potrebbe sembrare una tavola non imbandita, come se si stesse consumando un’ultima cena per un’ultima confessione.

“Assassinio sull’Orient Express” è un film avvincente e visivamente molto bello, che combina abilmente lo stile di un giallo intricato con i canoni di un blockbuster da intrattenimento, convincente ed emozionate. E’ un viaggio che trascina in maniera emotiva, adempiuto su di un treno prossimo a terminare la sua corsa e giungere in stazione, e a lasciare che i propri passeggeri scendano giù. Quando abbandonerete l’Orient Express, sarete riusciti a svelare i segreti che nascondevano tutti quegli sconosciuti?

Soltanto il vostro sguardo saprà dirvelo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Le 5 leggende disegnate da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La brezza estiva, quel venticello leggero che carezza col suo rinfrancante soffio il viso accaldato di chi lo riceve, smette di regalarci i suoi servigi allo scadere di settembre. Un’aria decisamente più fresca giunge poi da lontano, portando con sé l’autunno. Le esili foglie degli alberi cadono giù dai rami con sempre maggiore insistenza, creando ai crocicchi delle strade tappeti ingialliti, simbolo di una natura apparentemente stanca. Col passare dei giorni, l’autunno spossa il paesaggio, prima vigoroso e soleggiato dell’estate, come una sorta di “traghettatore”, che prende la natura per mano fino a condurla alle porte dell’inverno. Il vento soffia forte all’arrivo della stagione invernale. Nelle regioni più fredde, ai cigli delle strade, la coltre di neve riveste il terreno come un manto bianco e l’acqua dei laghi, così limpida e trasparente in primavera, diventa improvvisamente di ghiaccio.

Proprio tra le gelide acque di un lago ghiacciato, rianimato da un soffio leggero ma colmo di un astratto vigore, riapre i suoi occhi al mondo un giovane. Tutto intorno a lui era buio e faceva tanto freddo. Egli emerse da uno spicchio d’acqua, e si generò dal sospiro di un’entità nascosta sulla luna, proprio come spirito dell’inverno, battezzato col nome di Jack Frost. Una volta in piedi, Jack raccolse un bastone che giaceva a pochi passi da lui, su quella stessa sottile lastra di ghiaccio che, sebbene fosse tanto fragile, continuava a resistere al peso del giovane, tanto era eterea la sua consistenza. Era come se Jack fosse incorporeo, i suoi balzi felini non arrecavano alcun “disturbo” a quel fragile “pavimento” che egli calcava. Jack si accorse che lambendo il tronco degli alberi col suo bastone catalizzante poteva rilasciare “ghirigori di ghiaccio”, che si adagiavano sulle cortecce e le ornavano come arti decorative cristallizzate. Comincia così la fiaba cinematografica de “Le 5 leggende”. In tale racconto visivo, Jack Frost ha l’eterna parvenza di un giovane dai capelli bianchi, simili alle candide distese innevate che circondano il paesaggio in cui è nato. Compiaciuto dai suoi prodigiosi poteri, Jack comincia a correre fino al villaggio più vicino. Tuttavia, con grosso rammarico, scoprirà che nessun essere umano è in grado di vederlo. Jack è un’essenza fisica, razionale ed emotiva non percepibile, e che nessuno scorgerà mai per i successivi trecento anni.

Tre secoli dopo, Jack è uno spirito frizzante e giocherellone, giulivo e pieno di vita, e passa gran parte delle sue giornate a divertire i bambini con giochi di neve e “freddolose” magie. Il giovane è mosso da un’incontenibile gaiezza, e sebbene il suo spirito sia l’incarnazione impalpabile del freddo inverno egli ha comunque un animo e un cuore calorosissimi. Jack, quando osserva gli altri giocare, mostra un sorriso radioso come il sole, ma al contempo, la sua condizione d’invisibilità lo rende caratterialmente triste, come se nel suo intimo proliferasse una gelida solitudine. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di ricercare sempre il divertimento per offrirlo al prossimo. E’ come se Jack Frost dal gelo traesse il mite e coinvolgente ristoro per gli animi altrui. Egli è però anche vittima dell’incomunicabilità: nessun bambino può sentirlo, solo con la magia riesce a far percepire la sua mistica presenza. La sua è un’aura speciale, di quelle che a malapena si avvertono, ma ci sono. Di quelle paragonabili alla levità di un fiocco di neve che cade solitario dal cielo e subito si disperde su distese ammantate. Jack è una piccola leggenda, raccontata in alcune credenze popolari, ma non ancora così importante da conquistare l’affetto dei bambini, i soli a poter aiutare Jack a diventare un guardiano.

I bambini nella loro animosità sognante credono nelle creature magiche come Babbo Natale, Calmoniglio, la Fatina dei denti e Sandy, quest’ultimo, protettore del loro sonno. Queste quattro creature rivestono per l’appunto il ruolo di “guardiani”, e preservano l’innocenza e la fantasia dei piccoli. Babbo Natale e Calmoniglio allietano le festività degli infanti durante il Natale e la Pasqua, la Fatina dei denti porta gioia ai piccini quando loro perdono i dentini da latte, e Sandman veglia ogni notte sui loro sogni. Un giorno, l’uomo nero torna sulla Terra, dopo essere fuggito da un luogo d’esilio in cui i quattro guardiani lo avevano confinato anni prima. Preoccupato dal potere dell’uomo nero, che vuole privare ogni bambino della fantasia che alimenta il credo nei quattro guardiani, l’Uomo sulla Luna ordina agli stessi di convocare un quinto elemento, vale a dire Jack Frost.

“Le 5 leggende” è un’opera favolistica, visivamente incantevole e sapientemente costruita, incentrata sulla fede dei bambini verso il mondo incantato. Una fedeltà che rischia di vacillare all’arrivo dell’uomo nero, il quale ha lo scopo di annientare l’innocenza, la felicità, la speranza dei bambini con la paura.

Babbo Natale, noto semplicemente come “Nicholas Nord”, ha l’aspetto tradizionale di figura austera e corpulenta, dalla bianca barba fluente. Calmoniglio è un coniglio di grandi dimensioni, agile e scattante, che maneggia sempre dei boomerang affilati con cui combatte i cattivi. La Fatina dei denti è, invece, dolce e protettiva, con uno spiccato senso materno, e ha l’aspetto di una fanciulla dal corpo rivestito di piume variopinte con piccole ali simili a quelle dei colibrì. Infine, Sandman è il guardiano dei sogni. Sandman, chiamato affettuosamente Sandy, è di minute dimensioni ma pingue, dallo sguardo affettuoso e dai modi affabulanti. Egli vive in un regno fatto di nuvole d'oro, e le sue stesse magie vengono modellate da una sabbia dorata, attraverso la quale Sandy riesce a rendere veri i sogni delle persone.

Le arti magiche di Sandman discendono dal cielo tutte le notti, come fasci di luce scintillanti dalla consistenza granulosa. La sabbia è l’essenza della magia e serve a materializzare i personaggi animati di un sogno, i quali aleggiano sopra le menti dei bambini dormienti. I sogni indotti da Sandy sono in grado di rendere visibili figure magiche e incantate, come un delfino che nuota in un mare fatto d’immaginazione, e un unicorno che scorrazza su praterie oniriche. A Sandy, tuttavia, si oppone il crudele uomo nero che può “toccare” un sogno, opprimerlo con la sua oscurità, e trasformarlo in un incubo. Sandman e l’uomo nero sono forze contrarie, come Hypnos e Thanatos, figure contrapposte della mitologia greca, le quali dominano il sonno e l’incubo. Sandy rilascia la sua dolce polverina dorata, l’uomo nero invece la sua lercia sabbia nera. E’ interessante notare come Sandy non si esprima mai con la semplicità, talvolta blanda, delle parole, superflue per lui che comunica con la forza espressiva delle immagini, delle forme, delle forze visive che emergono dall’animo. L’uomo nero è, invece, un antagonista sinistro, diabolico, un infingardo tentatore.

La fanciullezza è spesso la fase più lieta nella vita di un essere umano. E’ la prima tappa di un percorso vitale, quella maggiormente influenzata dall’immaginazione. Nelle loro incarnazioni spirituali, i guardiani hanno il compito di portare gioia nel cuore dei bambini. Tale compito viene cadenzato dal tempo. In un intero anno solare, le due festività più importanti sono la Pasqua, ma soprattutto il Natale. Babbo Natale e Calmoniglio cadenzano la crescita anno per anno dei bambini attraverso le festività natalizie e pasquali. I fanciulli durante la loro crescita attendono con incontenibile gioia l’arrivo delle feste, così da poter scartare i regali ai piedi dell’albero tra luci sfavillanti e palline colorate o per dipingere le uova che trovano la mattina di Pasqua. Gli altri due guardiani, la Fatina dei denti e in particolar modo Sandy, invece, restano accanto ai bambini per un periodo molto più lungo nel tempo. Sandy si manifesta ai bambini durante la notte, al termine di una intensa giornata, e diletta i sogni dando forma e colore a figure festanti e giocose. Sandy guida dunque i bambini durante la loro crescita quotidiana, mentre la Fatina dei denti nella loro progressiva maturazione; in altre parole segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La Fatina dei denti ha il delicato compito di portare gioia ai bambini in un momento in cui, per la prima volta, hanno perduto qualcosa di sé: la caduta del tutto naturale di un dentino da latte. Dentolina, questo è il nome della fatina, raccoglie i dentini dei bambini e ne custodisce i ricordi di ognuno di loro in preziosi contenitori come fossero scrigni. La perdita dei denti è infatti un segno simbolico, una fase distinta della crescita, uno sviluppo graduale cominciato con la venuta al mondo. Nella caduta dei primi denti avviene una sorta di “separazione” che comporta un distacco dal passato per guardare al futuro. E’ forse per tale ragione che Dentolina custodisce i ricordi di ogni bambino che col tempo diverrà adulto. Tutte e quattro le leggende agiscono in un spazio temporale differente: Sandy ogni notte, Dentolina nelle notti in cui un bambino ha bisogno del suo intervento, Calmoniglio nel periodo pasquale e Babbo Natale, naturalmente, a dicembre, proprio nell’ultimo mese dell’anno. Jack Frost è, invece, uno spirito che agisce durante la stagione invernale.

Egli dall’asperità del freddo trae i propri poteri per convogliarli in gioia e divertimento. L’inverno è una stagione particolare, spesso considerata avversa. I bambini non trascorrono molto tempo fuori, il freddo non permette loro di giocare e correre all’aria aperta come farebbero durante l’estate. Ciononostante, Jack sa usufruire delle proprie arti magiche per trasformare i doni dell’inverno in giochi divertenti per i bambini. Com’è invisibile il suo corpo così lo sono i suoi ricordi, su chi lui sia realmente. Jack non ricorda chi fosse nella sua vita precedente. Scoprirà la sua vera identità grazie a Dentolina.

Quando era un ragazzo come tanti, Jack, un giorno, andò a pattinare con la sua sorellina, Emma, sulla lastra sottile di un lago ghiacciato.  Quando la lastra cominciò a cedere, Jack riuscì a mettere in salvo la sua Emma, allontanandola via con il proprio bastone. La tranquillizzò dicendo che si trattava solo di un gioco. Jack portò la sorellina a credere in lui, a fidarsi di quanto le stava raccontando, e così facendo poté salvarla. Il giovane però non riuscì ad allontanarsi in tempo e il ghiaccio sotto i suoi piedi, dato l’esiguo spessore, si frantumò; fu così che scomparve nelle gelide acque del lago. Commosso dal suo altruismo, l'Uomo sulla Luna decise di restituirgli la vita, trasformandolo in uno spirito. Jack riacquistò la vita nel medesimo luogo in cui la perdette.

Una volta scoperto il proprio trascorso, Jack Frost raduna le forze residue e si prepara a fronteggiare l’antagonista. Tutti gli altri guardiani sono stati fatti prigionieri, perdendo i loro poteri perché i bambini, spaventati dalla furia dell’uomo nero, hanno smesso di credere in loro. Così Jack tenta disperatamente di usare le proprie arti magiche per convincere Jamie, l’ultimo bambino rimasto fedele, dell’esistenza dei custodi. Ma per il grande stupore di Jack Frost, Jamie, quando scorgerà la magia che ritrae un coniglio fatto di neve, riuscirà a vedere per la prima volta l’immagine di Jack. La mamma di Jamie lo aveva più volte messo in guardia dal freddo, raccontandogli la storiella di Jack Frost, così il bambino iniziò a credere nella sua esistenza. A quel punto Jack riesce finalmente a rendersi visibile ai bambini che, attratti dai suoi giochi di ghiaccio, lo riconoscono e immediatamente riacquistano fiducia nei guardiani i quali, riappropriandosi dei loro poteri, sconfiggono l’uomo nero. Jack verrà così proclamato come quinta leggenda, guardiano del divertimento e signore dell’inverno. E’ il capoverso finale di questa bellissima fiaba, un incanto visivo per gli occhi e nutrimento per il cuore.

Ma cos’è l’inverno? E’ pioggia che batte sui vetri delle case, neve che ondeggiando vien giù dal cielo, freddo che induce l’animo umano, ancor prima del corpo, a ricercare il caldo abbraccio della persona amata; è paesaggio bianco, natura innevata, lago ghiacciato, mare burrascoso, monti coperti di candida coltre, camini accesi. In altre parole l’inverno è pura, tersa e dolce atmosfera. Esso ha una magia tutta sua. In questa stagione, in cui la vita, malgrado il freddo, continua il suo ritmo febbrile, l’uomo gode la dolcezza e l’intimità della famiglia, mentre fuori la natura ricama sulla terra fiori di gelo, di brina e di neve, che danno al paesaggio un aspetto fiabesco.

Chissà se sia realmente Jack Frost con il proprio bastone a esercitare i suoi incantesimi sugli alberi in autunno per far cadere le foglie e accelerare l’arrivo dell’inverno. Chissà se sia veramente lui a scuotere le nuvole in cielo, e a farle piangere lacrime di neve. Nascosto allo sguardo dell’uomo adulto, chi lo sa, magari Jack si diverte a sfiorare col bastone le pozzanghere d’acqua torbida per renderla cristallina, così che essa possa riflettere, come uno specchio, le sagome della gente. Ha un che di generoso il pensiero che lui, nascosto alla vista, ami sfruttare i propri poteri per rendere mirabile l’immagine riflessa delle persone, le quali in maniera fugace potranno specchiarsi per un istante, passeggiando per strada. Capiterà, di tanto in tanto, che un adulto, prossimo a riflettersi in quell’acqua, sia stato un bambino che un tempo scorse l’immagine di Jack Frost ma che oggi non riesce più a vedere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

https://www.amazon.it/5-Leggende-Dvd-Alexandre-Desplat/dp/B00B08YR96/ref=ice_ac_b_dpb_twi_dvd_1?ie=UTF8&qid=1512740992&sr=8-1&keywords=le+5+leggende

"Rose e Jack" - Dipinto di Erminia Giordano per CineHunters

 

  • Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno. (Hermann Hesse)

Nessun passeggero si era intrattenuto in quei locali. Erano tutti fuggiti nel disperato tentativo di trarsi in salvo. Per tutta la sala e attorno alle colonne bianche che svettavano alte giacevano dozzine e dozzine di poltrone vuote. Già, non ve ne era occupata neppure una! Era il 14 aprile del 1912, l’ultima notte del Titanic. Di colpo era avvenuto uno snaturamento nel segmento proravia della nave: quei luoghi, così festosamente gremiti di gente nei giorni antecedenti, erano ora stati evacuati. Una piccola statua raffigurante la dea Artemide e un orologio a sveglia stavano in bella mostra sul camino di marmo in attesa d’essere raggiunti dall’avanzare inesorabile dell’acqua. Il ticchettio dell’orologio era l’unico suono percettibile nella grande sala. In fase di progetto, quella sala, denominata “la stanza di scrittura e lettura”, era appannaggio esclusivo dei passeggeri della prima classe, dove avrebbero potuto godere di un ambiente raffinato e munito di tutti i confort. Si poteva naturalmente ascoltare anche della buona musica e gustare un ottimo tè.  La sala, benché fosse di una sublime bellezza e vantasse un grande arco sostenuto da colonne con capitelli corinzi, perdeva parte della propria magnificenza estetica quando rimaneva “sola”. Le pareti apparivano improvvisamente fredde, non essendo più scaldate dagli accesi sproloqui degli uomini o dai coloriti pettegolezzi di donne d’alto lignaggio. Si guardò attorno sconsolato, Thomas Andrews, l’ingegnere e costruttore del Titanic, quando, nell’opera cinematografica di James Cameron, raccolse l’oriolo posto sul camino dell’ampia sala, aprì il vetro che ne preservava il quadrante e fece roteare le lancette, forse nell’illusione di poter arrestare il tempo o, al contrario, accelerarne il suo corso, nel tentativo disperato di far cessare quella straziante sofferenza a tutti i passeggeri. Andrews abbassò poi il capo e rimase a contemplare il pavimento, mentre l’acqua già invadeva la sala. Quando il lato di prua del transatlantico si inclinò, la sala subì le nefaste conseguenze: le poltrone iniziarono a cadere giù e a sbattere contro i pannelli divisori della stanza. Anche l’oriolo cadde sul pavimento e si frantumò. Il tempo registrato fino a quel momento di colpo si arrestò. Da prezioso artificio dell’ingegno umano, atto a seguire lo scorrere dell’attimo, l’oriolo diviene un artefatto, il testimone di uno squarcio nel tempo. Pur essendo fermo, un orologio riesce a segnare l’ora giusta due volte ogni giorno. E in egual modo continuano a farlo gli orologi a pendolo, quelli da taschino, e le sveglie andate perdute sul fondale oceanico. Ancora oggi, due volte nelle ventiquattr’ore, quegli strumenti, seppur inceppati, segnano l’ora esatta; l’ora in cui per il transatlantico il tempo si fermò per sempre.

E’ pronta a tornare sul Titanic?” - E’ la domanda che Brock Lovett rivolge a un’anziana Rose poco prima che la donna inizi a narrare il proprio trascorso. Per la protagonista tornare sul Titanic equivale a riannodare i fili che la legano ad una triste vicenda accaduta ben 84 anni prima. Se fosse così semplice riattivare il rotismo di un orologio con un semplice gesto non esiterebbe un solo istante a farlo; se spostare indietro quelle lancette comportasse un viaggio a ritroso nella dimensione spazio-temporale, non ci penserebbe su due volte. Ma nessun orologio dona al possessore il vero controllo del tempo, non offre che un’illusione. Padroneggiamo la mera osservazione dello scorrere dei secondi, ma non siamo che spettatori di un progredire che fugge dalla nostra gestione. Il cinema cattura una parte comprimibile dell’essenza del tempo, sebbene esso venga ricreato ad arte e reso in maniera fittizia. “Titanic” solca le acque di un tempo dalla duplice natura, che sia reale e illusorio. Gli spettatori restano ad osservare, prigionieri del tempo reale, lo sviluppo di una storia incastonata in un tempo immaginario, che dondola tra la giovinezza di allora e la vecchiaia della contemporaneità. “Titanic” fa del tempo un motore pulsante, che brucia enormi quantità di combustibile e alimenta il moto rotatorio di tre eliche che sospingono l’avanzata della nave. E’ un tempo basato sul vero vissuto: la tragedia del Titanic è conosciuta universalmente dai più, eppure non propriamente compresa se non da chi fu a bordo del bastimento e sopravvisse. “Titanic” fa della ricostruzione storica un demiurgo generante, e dalla storicità vera il film trae beneficio per raccontare una storia romanzata. E’ la coniugazione del tempo vero mescolato al tempo architettato dalla messa in scena. Il lungometraggio oscilla tra il presente narrato e il passato vissuto, e il tempo della narrazione si conforma alla consistenza del tempo veritiero, anzitutto nella sperimentazione della rievocazione di un epoca trascorsa. “Titanic” è la navigazione di un percorso a ritroso che dà lustro e vivezza ai primi anni del Novecento.

La forza dei ricordi rende mirabile un trasporto nell’avvenuto. Ma le reminiscenze non sempre vengono conservate e richiamate alla mente con accurata nitidezza. L’anziana Rose ha centodue anni quando raggiunge il cacciatore di tesori Brock Lovett per raccontare la propria storia. I segni della sua veneranda età si notano solo in una candida sequenza, quando la donna si accinge a presentare la nipote al superficiale cercatore. Come terrà a precisare la ragazza alla nonna, in vero, i due si erano già presentati sul ponte del transatlantico pochi minuti prima. Rose non lo ricordava affatto, nonostante fossero passati solo pochi minuti. Un’incertezza, una beffa mnemonica che mette in guardia i cacciatori in merito alla reale capacità della donna di rammentare ciò che è avvenuto sul Titanic. E’ una memoria, tuttavia, sorprendente quella di Rose, dettagliata, minuziosa, espressa verbalmente senza interruzione alcuna.  Sono un raggrumato scorrere di pensieri, un fluido fiume di parole le reminiscenze che serba. “Titanic” è l’esaltazione del cinema dei ricordi valenti e profondi, eternati e custoditi per essere tramandati.

“Titanic” è la riattivazione di un orologio rimasto fermo, che torna a ticchettare tramite l’influsso del racconto.

10 aprile del 1912. In un locale, nei pressi del porto di Southampton, Jack vince in una partita a poker i biglietti per la terza classe del transatlantico Titanic, prossimo alla partenza verso l’America. “Non gingillarti, Jack, il tempo non aspetta i ritardatari!” Il proprietario del locale tiene ad avvisare il protagonista, “il Titanic va in America…e fra cinque minuti”. Con la mano l’uomo indica un grosso orologio appeso al muro dimostrando di aver ragione. Mancano poco meno di cinque minuti alla partenza. Ancor prima dell’inizio del viaggio, il tempo si palesa sotto forma di strumento laconico e imparziale, distaccato e inespressivo. L’orologio sovrasta lo sguardo del giovane e lo mette in allarme. Si dipana, da quell’istante, una prima fuga per giungere all’appuntamento col destino, all’incontro con Rose.

  • “Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l'ho scordato.” (Walter Whitman)

Il tempo computato da un congegno torna a materializzarsi di tanto in tanto. Se ne resta inerte sullo sfondo della scena, come fosse un elemento decorativo. L’orologio più presente sulla scena è di forma circolare, ed è incassato nella parete prospicente la grande scalinata della prima classe, ornata di fiori e foglie di bronzo. Mentre aspetta che Rose lo raggiunga, Jack scruta silente quell’orologio con la quiete di chi interpreta il tempo concessogli come un dono, apprezzandone ogni flebile cambiamento. Possono solo pochi giorni compendiare un sentimento tanto profondo e assumere un peso che non potrà essere bilanciato neppure negli anni restanti?

Il tempo, riscontrabile nella rapidità con cui un istante cede il passo al successivo, è ineffabile ma al contempo catturabile. Un momento può essere acciuffato, fatto proprio, ghermito con la rapidità di un battito di ciglia. E’ un fenomeno che avviene nell’isolamento e nell’avulsione soggettiva da ciò che circonda. Accade così che i nostri sensi vengono acuiti da un solo soggetto, tale che il sospiro di Rose possa venire udito distintamente, come se i restanti frastuoni non sfiorino l’orecchio di chi non vuole ascoltare. La smorfia compiaciuta di un volto, il particolare della fossetta formatasi sulla gota durante l’esternazione di un sorriso, il dettaglio di una ciocca di capelli rossi arricciati da una giravolta: nell’innamoramento tra Jack e Rose il tempo si comprime e il credo di dare consistenza ad ogni singolo giorno si piega all’idea di dare importanza ad ogni attimo che, conformato ai successivi, rifinisce la forma cristallina di un ricordo.

Quello tra Jack e Rose è un amore smisurato come l’immensità di un cielo stellato in una calda notte d’agosto. La volta celeste stessa è soggetta al mutamento, al passaggio graduale dal giorno alla notte, dettato dal tempo che passa. In una scena esclusa dal montaggio finale, al calar della sera, Jack e Rose si soffermano ad osservare il firmamento sconfinato. Ne segue una breve riflessione sulla minutezza dell’uomo al cospetto dell’universo. Si avverte, per una frazione di secondo, la percezione d’essere piccoli, piegati alla meraviglia imperscrutabile dell’infinito. I due riescono a vedere una stella cadente. Jack rivela a Rose ciò che un vecchio adagio del padre recitava, ovvero che ogni stella che cade è un’anima che lascia la Terra e vola in paradiso.

Così l’uomo risulta ancora inerme se posto dinanzi alla maestosa presenza impalpabile del tempo. Una notte sul Titanic vola via come verso cantato al cielo, come parole portate via dal vento, un po’ come avviene in quella fredda notte con le rime canticchiate dai due innamorati nel brano “Come Josephine In My Flying Machine”.

Ma il tempo è inclemente, e viene rappresentato nuovamente nel film non più con l’immagine di un orologio, ma con l’azione crepuscolare di un tramonto. Il sole illumina per l’ultima volta la prua della nave, e in quell’addio costituito dagli ultimi bagliori di un raggio che sta per morire all’orizzonte, Jack e Rose si baciano per la prima volta, sgretolando la consistenza dei secondi.

Il Titanic stesso col proprio tragico trascorso ha abbattuto le barriere del tempo storico. L’amore, scritto e interpretato nell’opera di Cameron, è un amore concepito per non durare a lungo. Ma è nella consistenza di quei pochi giorni che si instaura un fervore celato nell’animo. Rose fa dell’ideologia del suo primo amore un’ispirazione che possa guidare, per i successivi 84 anni, il suo spirito inquieto. Conseguentemente l’essenza effimera delle ore, trasfigurata nell’ispirazione ideologica, diviene tempo imperituro, e nel ricordo si adempie una forma d’eterea e impalpabile immortalità.

  • “L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quelle che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente”. (Leonardo Da Vinci)

Tempo realmente vissuto e tempo propriamente inscenato si intrecciano in una narrazione filmica ad ampio respiro. I giovani innamorati Jack e Rose si contrappongono ai coniugi Straus, vissuti realmente e periti insieme durante l’inabissamento del Titanic. Sono due coppie accomunate da un legame profondo e indivisibile ma tanto distinte. Isidor e Ida Straus nel kolossal compaiono solo in un breve frangente, distesi sul letto della loro cabina, stretti in un abbraccio quando la loro camera viene invasa dall’acqua. Durante le operazioni di salvataggio, Ida ebbe la possibilità di salire a bordo di una scialuppa che era prossima ad essere ammainata ma si rifiutò di lasciare il marito. I due attesero la fine della loro vita così come avevano vissuto: insieme. Tra Jack, Rose e i coniugi Straus può esistere una comparazione analitica in merito al tempo concesso in una vita di comunanza. Fu un’esistenza vissuta con pienezza per i due sposi, quella di Jack e Rose, invece, fu una separazione immantinente, troncata nella giovinezza. Jack e Rose non invecchieranno insieme, non trascorreranno il tempo terreno nella reciproca vicinanza. E’ l’inclemente giudizio pronunciato e compiuto dal giudice del fato.

Nel movimento perpetuo dei marosi dell’Atlantico si configura la metafora di un tempo in divenire, che accelera il proprio sviluppo per giungere a conclusione. Le acque gelide dell’oceano parevano così remote, prima d’invadere gli scomparti della nave. Il mare, filtro di un mondo sommerso, è per Cameron anche strumento di morte. Sebbene l’uomo cerchi d’imporsi sulla natura essa è regolata dalle leggi del creato, dalle quali è impensabile prescindere. L’ultima volta che l’orologio del grande salone viene inquadrato dalla cinepresa, la massa d’acqua è salita sino all’altezza del quadrante che segna le 2:15.

Mancano soltanto cinque minuti al definitivo tracollo della nave e al conseguente fermo del tempo.  In quell’addio tra le onde, alla morte di Jack, si disperde il tempo presente. Rose smarrisce in quei fluttui il frammento più palpitante del suo cuore, e da quel giorno, ogni progressione della vita futura sarà dettata dall’ispirazione di un credo carpito nel momento passato.

  • “Sogna come se dovessi vivere per sempre, vivi come se dovessi morire oggi”.

“Titanic”, come ho scritto, è la celebrazione di un ricordo, inteso non soltanto in senso lato, ma come testimonianza di una vita perduta. Nulla può catturare l’incanto di un gesto come può fare un ricordo conservato e raccontato per far prendere coscienza a chi ascolta della bellezza di un periodo ormai andato. La fotografia può immortalare un atto, la scrittura glorificare un evento, ma nel ricordo personale si può compendiare con emozione un volto, una voce, una personalità, una vita. Attraverso le proprie parole, Rose porta a compimento la propria questione in sospeso, l’ultimo passo della propria vita: restituire il ritratto di un uomo scomparso. E solo lei poteva farlo, perché era la sola ad averlo a cuore, e nel racconto della propria esperienza gli ha reso la facoltà di poter essere tramandato.

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì

 

Gli orologi del Titanic, così come tutti gli altri strumenti per misurare lo scorrere del tempo, riposano da quella tragica notte sul fondale buio e sabbioso dell’oceano, fermi a segnare le 2:20. Come saranno oramai? Saranno arrugginiti, ricoperti da microrganismi, oppure schiacciati dall’enorme pressione, come fossero orologi dipinti da Dalì, molli, pendenti e scivolosi, cosparsi dell’austerità del tempo perduto. Gli orologi sono freddi calcolatori che però non possono nulla se confrontati alla persistenza della memoria della donna protagonista, che dà spessore, colore, forma, splendore e straziante dolore a un ricordo vissuto nella fugacità di un tempo soggettivo e, per tale ragione, incalcolabile.

Adempiuta l’ultima volontà di Rose sulla Terra, giunge il momento della ricongiunzione. La volta celeste, colma di stelle luminose, può lasciarne cadere una, la più tardiva, così che un’anima possa prendere il suo posto nel paradiso. E’ l’allegoria conclusiva di un richiamo: è Jack che reclama Rose per il raggiungimento di un tempo senza tempo. Nell’ultimo sogno di Rose, la donna torna nelle profondità degli abissi dell’oceano così come del tempo, e nella paradisiaca nave traghettatrice di anime la meraviglia originaria degli ambienti torna a materializzarsi sotto i nostri occhi.

Il finale di “Titanic” è, a mio dire, paragonabile ad alcuni toccanti passi finali delle fiabe di Hans Christian Andersen. Come accaduto per Jack e Rose non è nella vita terrena che si è potuto vivere un amore tanto intenso, un concetto, quest’ultimo, preminente nelle fiabe dello scrittore danese, nelle quali l’amore non vissuto completamente sulla Terra, essendo immortale, trova compimento nella vita dopo la morte. Jack e Rose si rincontrano nella dimensione metafisica, dove il tempo e lo spazio cedono il passo all’etereo. L’uomo attende, come un tenace soldatino di stagno che resta pazientemente in piedi da più di ottant’anni ad aspettare la donna amata, una ballerina che rapì il suo cuore con un passo di danza in terza classe. Quando si volta, l’orologio alle spalle di Jack segna ancora le 2:20. E’ l’ultima apparizione di un tempo interrotto. Un orario non più riscontrabile, posto là dove la giovinezza non svanisce mai, dove l’amore può albergare per sempre e dove ogni singolo giorno è reso eterno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Titanic negli abissi del tempo" è l'ultimo capitolo dei nostri articoli sull'opera cinematografica e sulla tragedia del Transatlantico. Potete leggere tutti i nostri articoli su "Titanic" cliccando ai seguenti link:

"Recensione e analisi: Titanic - 1997"

"I simbolismi di Titanic - 1997"

"Un'anima dell'oceano - L'affondamento del Titanic tra cinema e realtà"

"Speciali di cinema - Con gli occhi di James Cameron"

Vi potrebbero interessare:

Madison (Daryl Hannah) ritratta da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Da un’imbarcazione che solca le acque di un mare tranquillo si odono risuonare musiche estrose. In quei frangenti, sul pontile, una festa si sta consumando all’insegna di danze sfrenate. Poca grazia c’è in quei balli, tanto è invece il divertimento che accompagna i passi istintivi, ritmati dalla esuberanza trascinante del brio musicale. E’ un giorno d’estate. Per nulla quel momento di gala attrae l’interesse del piccolo Allen. E’ lo scosciare dei marosi ad attirare la sua attenzione. Egli si sofferma per qualche istante ad osservare il mare dalla ringhiera della nave. Tutto intorno a lui ha assunto una tonalità tra il grigio e il marrone. E’ come se il pigmento estratto dalla sacca di difesa della seppia di mare fosse stato “spruzzato” sulla totalità della visione, per rimarcare un effetto velato, nostalgico, trascorso. E’, altresì, come se i colori appartenenti al regno del mare avvolgessero il piccolo, come se egli si dovesse “allontanare” dal regno terrestre per farsi avviluppare dai colori marini. Incontenibile è il fascino di quelle acque, il bambino, di sua stessa volontà, decide così di gettarsi tra le onde.

Il fanciullo “sprofonda” appena al di sotto della superficie, i suoi occhi sono aperti ma non traggono disturbo alcuno dalla salsedine. Il suo volto indugia in uno spontaneo sorriso, quello che non aveva quando si trovava sul ponte del traghetto e manteneva un’espressione corrucciata. Sorride perché ha intravisto una figura di bambina affiorata dagli abissi.

I due piccoli, persi tra i loro sguardi, hanno un breve contatto, sfiorandosi le mani. Non è che la letizia di un momento! Un uomo si è tuffato in mare e ha già tratto in salvo il bambino, restituendolo all’affetto dei genitori, rimasti a bordo sconvolti ed attoniti. La piccola non è stata notata da nessuno, soltanto Allen continua a guardarla senza sosta quando ella emerge dallo spicchio d’acqua col suo candido visino. La bambina scoppia a piangere, e fatica a contenere i singhiozzii. Le lacrime che le scendono giù per gote si mescolano alle gocce d’acqua salata che le sono rimaste “aggrappate” all’epidermide. Quando la nave si allontanerà spedita, la piccola scomparirà nelle profondità marine, nuotando con la sua coda pinnata.

Quella che ho appena descritto è la sequenza iniziale di una fiaba d’amore. “Splash – Una sirena a Manhattan” è il suo titolo.  “Splash” è una parola onomatopeica, e ci rimanda a un particolare suono, al rumore di un tonfo prodotto da un corpo che cade in un liquido. Quando Allen fu sedotto dalla meraviglia dei fluttui, si gettò in mare, generando appunto uno “splash”. “Splash – Una sirena a Manhattan” è una fiaba innescata dalla scintilla di un colpo di fulmine, di un primo amore destinato a perdurare nell’animo di due innamorati come unico e assoluto sentimento che batte nel loro cuore. Quei brevi istanti vissuti dai due bambini furono eterei attimi d’idillio nei quali scoprirono l’amore più puro, quello esternato nella corrispondenza di uno sguardo inseparabile e nella risposta tutta racchiusa in un sorriso. Una gioia che in pochi attimi ha lasciato il posto alla tristezza, all’amarezza di un abbandono. I due si perdono, separati dal tempo ma ancor di più dalla distanza abissale dei due regni, il terrestre e il marino.

“Splash” è una favola d’arte filmica risalente al 1984. Si tratta di un’opera incantevole, pervasa da magia, diretta da un giovane “autore” come Ron Howard. I due protagonisti ebbero le fattezze di Tom Hanks e Daryl Hannah, che interpretarono le anime inscindibili di Allen e della sua amata sirena.

“Splash” è anzitutto la storia di una crescita fisica, di una maturazione emotiva e caratteriale avvenuta nella sopportazione di una profonda “mancanza”. La prima parte è la celebrazione di un ricordo, di un breve avvenimento che ha conservato la valenza di un momento felice e indimenticabile. Quei pochi istanti tra le ondate valgono più di tanti giorni vissuti insieme nella separazione. E’ un elogio alla bellezza e all’importanza di un momento condiviso nell’innamoramento istantaneo che rende il tempo relativo. La vita stessa, molto spesso, è fatta da frangenti che si consumano con troppa velocità ma che, per quanto emozionanti, hanno il potere d’essere evocativi e imperituri. “Splash” è inoltre voglia e desiderio di dare, una volta cresciuti, sollievo a un senso d’assenza, di annullarlo con il ritrovamento di ciò che arreca questo stato emotivo di vacuità.

Sono trascorsi vent’anni da quel fatidico giorno. Il color seppia si è sbiadito con la stessa rapidità di un colpo di coda, e i colori sgargianti della città sono visibili ovunque la camera decida di puntare il proprio occhio. Allen è proprietario di un piccolo commercio di frutta e verdura insieme al corpulento fratello Freddie (John Candy). Freddie è d’indole allegra e giocosa, Allen è invece spesso triste e malinconico, avverte che qualcosa manca da sempre nella sua vita, anche se non riesce a spiegarsi cosa possa essere. L’ultima delle sue ragazze lo ha lasciato, colpevole di non averle mai detto di amarla. Allen ammette confidenzialmente al fratello di credere che qualcosa non funzioni nel suo “cuore”, come se non riuscisse mai davvero a innamorarsi delle ragazze che incontra. Riguardo quel famoso giorno, egli possiede un ricordo cristallino ma al contempo indistinto: rammenta la letizia provata quando scorse quella piccola figura femminile ma anche l’agonia di quel brusco distacco. Intuiamo che Allen ha un rapporto speciale con il mare, ama osservarlo e camminare lungo la spiaggia, soffermandosi ad ascoltare il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli o che si disperdono lungo la riva. Allen, tuttavia, non sa nuotare. Abbattuto dai suoi fallimenti privati, decide, una notte, di recarsi sulla spiaggia di Cape Cod per rivedere lo stesso tratto di mare in cui un tempo cadde. Per uno strano scherzo del destino, vive quasi la medesima avventura: cade accidentalmente in mare da un natante e perde i sensi. Si risveglia al sicuro sulla costa e scopre di essere stato tratto in salvo da una donna. E’ una ragazza bellissima: lunghi e folti capelli dorati le cingono il viso angelico, le scendono poi giù fin lungo la schiena, mentre sul davanti proseguono fino a coprirle a malapena il seno. Ella gli va incontro, mostrandosi completamente nuda, lo bacia teneramente e poi corre via verso il mare. Una volta tra le onde, la ragazza si rivelerà essere una sirena dalla coda rossa.

La splendida creatura raccoglie dal fondale il portafogli dell’uomo, e reggendolo in mano nuota fino alle profondità marine, alla volta dei resti di un vascello affondato. All’interno di quel relitto la sirena tiene raccolte alcune mappe dove scopre il luogo in cui vive Allen, risalendo al suo indirizzo per mezzo dei dati riportati sui documenti rinvenuti nel portafogli. La fanciulla nuota con la sua coda pinnata sino alla metropoli in cerca del quartiere di Manhattan. Una volta fuori dall’acqua la coda sparisce, ed ella appare semplicemente come una donna meravigliosa. Ella avanza completamente nuda tra la gente, ai piedi della Statua della Libertà, come se si fosse palesata dalla spuma del mare e dal soffio del vento. E’ incapace di comunicare quando viene scortata dalla polizia che le offre i vestiti per coprirsi, e si limita solamente a mostrare i documenti di Allen. Quando la polizia chiamerà l’uomo, egli si precipiterà con la sua auto a tutta velocità per riabbracciarla. Nel momento in cui la donna lo vedrà, anche se non sarà in grado di dialogare, esprimerà comunque tutta la sua gioia nell’averlo ritrovato.

L’incontro tra i due innamorati in età adulta rimarca lievemente il primo incontro tra la sirenetta e il principe nella fiaba di Hans Christian Andersen. Nel racconto di Andersen, la giovane sirena viene attratta in superficie dalle melodie provenienti da un veliero su cui sono in atto dei festeggiamenti. Improvvisamente una terribile tempesta travolge il bastimento e il principe cade in mare preda dei marosi. E’ la sirena a salvarlo e a condurlo a terra. La creatura del mare resta, in seguito, ad osservare il corpo provato dell’uomo, rasserenando il suo spirito inquieto cantando per lui con la sua voce melodiosa. Il principe, al suo risveglio, non fa in tempo a “ghermire” con i suoi occhi l’immagine della sirena, ma conserverà nel cuore il ricordo della sua voce soave. Ella, invece, che lo ha veduto più volte, se ne innamora perdutamente. In “Splash – Una sirena a Manhattan” il richiamo alla sirena che salva l’umano indifeso e lo trae in salvo viene rivisitato in un contesto moderno, dove l’epica di un salvataggio compiuto durante una bufera in mare, viene sostituita dalla dolcezza e dallo stupore di un secondo-primo incontro. La sirena per vent’anni ha continuato a nuotare tra le acque di quel preciso braccio di mare, senza mai migrare in altri lidi, come se attendesse, nell’inesorabile speranza, di ritrovare il bambino cresciuto. Allen, dal canto suo, persiste a conservare un rapporto attrattivo nei confronti di Cape Cod. Separati dagli anni e da mondi tanto diversi, siffatti di terra e acqua cristallina, Allen e la sirena si sono finalmente ritrovati.

La sirena non ha allietato il sonno protratto dallo svenimento dell’uomo con il suo canto, ella lo ha osservato a distanza, riconoscendo nella sua maturità il bambino che vide quando non era che una piccola sirena-bambina anche lei. Nell’opera di Howard, l’uomo mira la sirena nella sua corporalità da umana: quand’ella calca il terreno, la sua coda sparisce, venendo sostituita da due gambe esili e levigate, bianche e delicate. Nella fiaba di Andersen, la sirena è costretta a tollerare un dolore lancinante, una sofferenza persistente pur di poter camminare sul suolo dei mortali. Non vi è sacrificio nella trasformazione della sirena di Daryl Hannah, vi è una trasfigurazione del tutto naturale. Ella può temporaneamente sottrarsi al suo regno marino e assumere completamente l’aspetto di una donna comune. Dove si insinua, dunque, la problematica di quest’amore tra due anime risalenti a mondi diversi? Nella difficoltà dello spazio che essi occupano e nel tempo di cui essi possono disporre: la sirena può restare lontana dall’acqua soltanto per sei giorni. Quando la luna piena si staglierà nel cielo della notte sarà costretta a tornare in mare.

La sirena nasconde il segreto sulla sua provenienza e sulla sua vera natura all’amato. Ella si esprime inizialmente soltanto a gesti ma, dopo aver guardato la televisione per qualche ora, impara a conoscere il linguaggio degli uomini. La lingua del mare è inascoltabile nel mondo degli umani, tant’è che in una delle sequenze più divertenti del lungometraggio, quando Allen chiederà alla donna di rivelarle il suo vero nome, ella emetterà uno strano vocalizzo che “distruggerà” ogni elettrodomestico del centro commerciale. Durante una delle loro passeggiate, la donna chiede ad Allen di assegnarle un nome; ma sarà lei stessa a scegliere “Madison”, letto su un’insegna in un vicolo di “Madison Avenue”. Se la lingua delle creature del mare appare inudibile, anche il canto della sirena non si potrà ascoltare all’interno della pellicola. La sirena di Daryl Hannah non canta mai, non usufruisce del suo potere incantatore, come se non volesse che sia la sua melliflua voce a soggiogare in modo del tutto involontario l’attrazione dell’amato. L’innamoramento tra i due è incondizionato e totalmente spontaneo.

Tra Allen e Madison scoppia la passione. “Splash – Una sirena a Manhattan” sebbene sia strutturata come una sognante fiaba romantica, non rinuncia affatto a inscenare l’amore fisico, passionale, eccitante e incontenibile. Il sensuale e raffinato erotismo dell’opera viene accentuato dalla sinuosità di Daryl Hannah immortalata come giovane, prosperosa e bellissima: le sue forme parzialmente celate dalle punte dei suoi capelli dorati, e lo splendore del suo corpo scultoreo sono state catturate in uno splendido gioco di “vedo-non vedo” per conferire alla sfera sensuale della storia una caratura elegante ma al contempo piccante, in cui l’eros è mescolato alla tenerezza.

Madison viene presentata come una anticipazione leggiadra e sensuale di una futura Ariel, ritratta nella sua bellezza sciolta e svestita. Tante sono le scene in cui Allan e Madison consumano il loro amore con sempre maggiore trasporto, anche negli spazi più disparati dell’abitazione.

Madison regala ad Allen un’imponente fontana, fatta trovare nel soggiorno della loro casa. La fontana è sovrastata dalla raffigurazione di una splendida sirena bronzea da cui sgorga acqua limpida. E’ una delle scene più dolci e commoventi del film, impregnata di un simbolismo che richiama l’arte scultorea rappresentante una sirena: Madison, in quel pegno, immortala se stessa, la sua vera essenza fisica e intima, e ne fa dono ad Allen. E’ un messaggio carico di significato, fatto veicolare attraverso il potere sostanziale di un’opera d’arte. La sirena della scultura domina su di un piccolo laghetto circolare formato dallo scorrere dell’acqua circostante. Viene così mantenuto il rapporto tra l’acqua preziosa (il mare) e la terra (la dimora in cui si trova adesso la statua). Madison, simbolicamente, immagina una convivenza tra il suo essere sirena e il suo appartenere al regno dell’acqua, con la possibilità d’essere anche una donna e restare sulla terraferma, appunto la casa che adesso entrambi condividono.

La New York filmata da Howard e che circonda scenograficamente i due innamorati nelle loro passeggiate mano nella mano è una città luminosa, caotica, linda, piena di gente e di coppie innamorate, e sembra rispecchiare gli stati emotivi provati dai due protagonisti. La sequenza sul lago ghiacciato in cui Allen osserva Madison danzare con una grazia celestiale, lei da sempre abituata a nuotare in acqua e non certo a ballare su di essa, è colma di puro lirismo e anticipa il momento in cui Allen chiederà a Madison di sposarlo. E’ qui che si spezzerà l’armonia e sorgeranno le difficolta che caratterizzeranno la parte conclusiva dell’opera: Madison non può restare nella metropoli e quindi si allontanerà, rifiutando la proposta fattale e gettando Allen in un rabbioso sconforto. New York, a quel punto, muta improvvisamente in una città spettrale, come se riflettesse l’animo e l’ansietà della sirena, quando Madison scruta il mare e prende la decisione di rinunciare a ciò che è pur di restare con Allen.

Ma se dapprima è Madison ad essere pronta a desistere dalla sua vita precedente, infine, sarà Allen a rinnegare i suoi trascorsi con la vita “urbana”. “Splash – Una sirena a Manhattan” è una fiaba che analizza le rinunce, i sacrifici dettati da un amore profondo come la vastità dell’oceano, e lo fa sempre con leggerezza, con grande simpatia, con sensibilità ma anche con fermezza, mescolando la vena sognante di un fantasy con le difficoltà della vita vera.

La situazione precipita quando Walter Kornbluth, uno scienziato, che spia con occhio vigile e minaccioso la coppia perché consapevole della vera identità di Madison, riuscirà a rendere pubblica la vera natura della donna. Gli scienziati “rapiscono” Madison e la sottopongono a test e studi in un laboratorio segreto. Allen resta inizialmente sconvolto e intimidito dalla scoperta ma, spronato dal fratello Freddie, che gli rammenta la felicità provata quando era vicino a Madison, e aiutato proprio dallo sfortunato Kornbluth, pentito di ciò che ha fatto, trova il modo di intrufolarsi nel Museo di Storia Naturale e di portare via la sua amata. Allen e Madison vengono così inseguiti dai militari fino alle banchine del porto di New York. Madison, prima di tuffarsi in mare, ricorda ad Allen l’episodio che condivisero da fanciulli e gli rivela che lei altri non è che la medesima sirena che vide quando era bambino. Allen si getta in mare, e si ricongiunge, tra i flutti, alla sua Madison.

Allen ha sempre avvertito un senso d’inquietudine, di insofferenza nei confronti della realtà circostante, sin da quando era un fanciullo. Se mi soffermo a pensare ancora una volta alla meravigliosa fiaba di Hans Christian Andersen non posso che rammentare l’insoddisfazione della giovane Sirenetta, la quale tanto voleva conoscere il mondo degli uomini e restare vicina al suo amato principe sulla terra. In “Splash” accade un qualcosa di similare ma al contempo diverso: Allen, contrariamente, vuol conoscere il regno del mare per restare accanto alla sua Madison, ed è deciso, sul finale, ad abbandonare un mondo che mai lo aveva fatto sentire parte integrante di esso.  Madison si configura così non soltanto come la metà che completa l’animo dell’uomo ma anche come la risposta vera, carnale, tangibile di un bisogno, di una lacuna riempibile nella profondità di quei suoi occhi verde chiaro, che viene per incanto colmata dalla sua presenza. L’acqua, invece, diviene filtro, portale di consistenza fluida da poter varcare per scoprire un ecosistema nuovo in cui vivere beatamente.

E’ difficile da spiegare ciò che lega Allen a Madison, un sentimento forte, imperituro, sbocciato   sin dall’infanzia e che li rende indivisibili. E’ come se, rivisitando il passo del “Simposio” di Platone raccontato da Aristofane, Madison e Allen fossero figure mitologiche di uomo e sirena, ispirate alle due anime del mito degli androgini. Tali anime nel momento in cui vengono separate, non fanno altro che ricercarsi, riuscendo a riempiere il vuoto della loro disgiunzione solo quando riusciranno a ritrovarsi. La particolarità della fiaba “Splash – Una sirena a Manhattan” è che, in vero, i due corpi che dovrebbero accomunare le due metà sono dissimili: Allen è un uomo, e Madison è, per sua natura, una sirena. Ma non solo, i due corpi concernono due spazi esistenziali diversificati. “Splash” è un elogio all’amore che supera ogni forma esistenziale di diversità, anzi, è proprio l’innamoramento a nascere per le vicendevoli differenze estetiche tra uomo e donna, compiendosi nello sposalizio tra la terra e il mare, e che ha la sua apoteosi nella scelta di un solo piano esistenziale in cui poter vivere insieme. L’amore di Madison è dunque “trasporto” verso una nuova vita, in un altrettanto nuovo mondo, il raggiungimento della felicità.

Il lieto fine è l’esaltazione di un sogno divenuto realtà, della fantasia che flette la tangibilità al proprio volere, la ragionevolezza piegata all’incanto. E’ la forza dirompente e “stregata” di un fantastico amore che congiunge Allen e Madison e permette al protagonista di respirare sott’acqua. Tutto quanto intorno ad Allen e Madison comincia a tingersi di blu.

Se la fiaba cinematografica si apriva con un color seppia che tinteggiava la totalità della proiezione, sul finale, un blu cobalto, il colore degli abissi, “affoga” l’interezza della camera immersa in acqua, mentre Allen e Madison raggiungono il fondale e ammirano un castello regale. E’ il finale che la Sirena di Andersen avrebbe desiderato per se stessa, quello di poter vivere nel castello che, a differenza dell’altro, sorgeva sulla riviera. “Splash” elargisce alla sua sirena un finale felice, che la Sirenetta di Andersen mancò. Allen e Madison coroneranno il loro sogno, la compiutezza delle loro vite in una realtà sommersa, parecchie leghe sotto il livello del mare.

“Splash – Una sirena a Manhattan” è un’opera fantastica, meravigliosa, una rarissima perla nera celata all’interno di una conchiglia che la custodisce come uno scrigno. Colonie di coralli bianchi sorreggono questo “trono naturale” che innalza la conchiglia, posta ai piedi del castello attorno al quale Madison e Allen nuotano felici, in una notte stellata priva di stelle ma con gorghi acquosi di un azzurro intenso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

1

Sarah, Mary e Winnifred Sanderson ritratte da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La storia che presto andremo a riscoprire è scritta su di un vecchio libro impolverato. Accanto al leggio su cui riposa il tomo, formule magiche, trascritte su vecchie carte con una penna a piuma di uccello, sono sparse caoticamente su di un tavolo; poco distante un calderone ricolmo di brodaglie tra il rosso e il violaceo viene riscaldato dal fuoco acceso; pozioni varie contenute in boccette di vetro sono raccolte su una vecchia mensola di legno: ci troviamo nella lugubre dimora di tre streghe cattive. Il libro ha l’aspetto consunto, con la sua copertina di pelle sul cui lato destro si può notare un piccolo incavo circolare, scavato a formare una lieve incrinatura verso l’interno. E’ lo spiraglio da cui si diparte una palpebra: l’occhio del libro. E’ il volume di Hocus Pocus che contiene i capitoli di questa indimenticabile storia. E’ un testo di stregoneria, protetto dalla magia nera, inviolabile, che scruta il mondo con l’occhio ciclopico di un’entità in grado di osservare e comprendere ciò che si staglia di fronte a lui. Se iniziassimo a scorrere quelle pagine noteremmo che, una volta aperto il volume, esso mostrerà le sequenze introduttive di un film, nelle quali l’ombra di una strega che vola a cavallo della scopa viene riflessa nello specchio d’acqua che bagna le sponde del villaggio di Salem.

Salem: è il 31 ottobre del 1693. E’ un giorno accorato per Thackery Binx (Sean Murray), il suo corpo è trafelato e il suo spirito inquieto. Un brutto presentimento lo sprona a riaprire gli occhi dopo un sonno agitato. La sua piccola sorella Emily è stata attratta da un canto ammaliante verso la casa delle sorelle Sanderson, dimora che sorge su di un terreno sconsacrato, tra i meandri di un fitto bosco. Thackery si è risvegliato quando ormai la sua sorellina ha imboccato un viale tetro e fatale, e sebbene lui corra più veloce del vento, non riuscirà a raggiungere in tempo le tre streghe prima che loro uccidano la piccola. Con l’inalazione di un soffio di vita, le tre sorelle Sanderson succhiano la giovinezza della bambina, prosciugandole le forze vitali e in modo parassitario. Le tre sorelle tornate giovani e belle vengono sorprese e attaccate dal giovane Binx. Le truci fattucchiere, a quel punto, puniscono il giovane, reo di averle sfidate, trasformandolo in un gatto nero. La gente del villaggio accorre troppo tardi nel disperato tentativo di fermare le streghe. Una volta catturate, Sarah, Mary e Winnifred Sanderson verranno condannate all’impiccagione. Prima di morire la maggiore di loro pronuncerà un tristo maleficio:

“Tre volte mi purifico col mercurio e sputo sopra le dodici tavole. Sciocchi, tutti quanti! È il mio scellerato libro che vi parla! Alla vigilia di Ognissanti, quando la Luna sarà un cerchio nel cielo, una creatura vergine ci riporterà su questa terra! Torneremo qua giù e le vite di tutti i vostri figli saranno mie!”

“Hocus Pocus” è un risveglio improvviso avvenuto nel cuore della notte a causa di un sogno concitato, un incubo dai toni paurosi ma, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, gradevoli. E’ una “sveglia” repentina che ci catapulta tra i passi fiabeschi di un racconto di megere, in una sopita e magica commedia horror destinata ad appassionarci con delizia. Sono trascorsi trecento anni da quella triste notte, Max, sua sorella Dani e la bella Allison decidono di recarsi nella casa delle tre sorelle per la notte di Halloween. La casa appare adibita a museo, come fosse un reliquario espositivo in grado di raccogliere e rievocare le sinistre dicerie, divenute leggende, sull’identità di chi abitava quella casa. Un gatto nero, che altri non sarà che Thackery Binx, sorveglia da tre secoli l’oscura dimora per impedire che il maleficio che prevede il ritorno delle streghe possa avverarsi. Purtroppo non potrà nulla per opporsi a un destino predetto con fermezza, e quando Max accenderà un cero che innescherà la candela dalla fiamma nera, riporterà in vita le tre sorelle. Winnifred, Sarah e Mary avranno soltanto una notte per mettere in atto i loro oscuri propositi: nutrirsi delle anime di quanti più bambini potranno per raggiungere l’immortalità e l’eterna giovinezza. Max, Dani ed Allison con il supporto di Thackery dovranno così trovare il modo di fermare le streghe.

“Hocus Pocus” venne prodotto dalla Walt Disney nel 1993 e si avvalse di un eccellente cast: la grande e briosa attrice e cantante Bette Midler vestì i panni di Winnifred, la sorella maggiore nonché “mente” del trio di streghe. Winnifred era caratterizzata da una dentatura estremamente accentuata, con due ingombranti incisivi superiori che quasi le fuoriuscivano dalla bocca. Winnifred aveva altresì unghie molto lunghe e affilate che le conferivano un “demoniaco” impatto visivo quando ella faceva sovente uso delle mani, allargandole e portandole all’altezza del viso per esaltare i lugubri gesti di un incantesimo.

Kathy Najimy assunse i panni della corpulenta Mary mentre Sarah Jessica Parker quelli della svampita e procace Sarah, la più giovane delle tre. Max, Dani e Allison erano interpretati rispettivamente da Omri Katz, Thora Birch e Vinessa Shaw.

“Hocus Pocus” è una bellissima commedia per famiglie, che trae le atmosfere spaventose da una storia orrifica e le converte in un’appassionante teen-movie dell’orrore. E’ un lungometraggio figlio degli anni ’90, dai toni paragonabili ai “Piccoli Brividi” del periodo, con scenografie impregnate di una vena gotica e favolistica. Quando si è bambini e si guarda “Hocus Pocus” si avverte una gioia per gli occhi e per il cuore. Esso è un piccolo cult perfettamente in grado di coinvolgere anche gli adulti, con alcune battute ben congegnate e non sempre comprese quando si è bambini. “Hocus Pocus” parallelamente alla storia principale, che vede i ragazzi fronteggiare le tre streghe in una sfida a distanza, tratta alcune sotto-trame che abbracciano tematiche decisamente interessanti. Vi è anzitutto il bullismo: Max risulta essere una vittima indifesa, infastidita da due teppisti di quartiere. Viene trattata l’attrazione fisica e l’amore adolescenziale tra Max ed Allison e la timidezza del protagonista nell’esternare alla ragazza i suoi sentimenti per il timore di non essere ricambiato. Le insicurezze del primo amore, tipiche della giovane età, sono facilmente captabili nei personaggi dei due giovani. In particolare, il tema della verginità viene inscenato con una certa attenzione. Tale stato emotivo più che fisico, all’interno del film, è meritevole d’essere analizzato.

Nell’epoca in cui Winnifred pronunzia il maleficio, la “verginità” era un bene prezioso, una scelta comune, forse obbligata per la maggioranza dei giovani, e aveva un valore di purezza ammirevole nonché consueto rispetto a ciò che avverrà trecento anni dopo. La verginità del protagonista è oggetto d’incredulità per tutti coloro che scopriranno che è stato lui ad accendere il cero. Max sembra quasi rispondere con spavalderia all’ennesima insinuazione di perplessità circa la sua verginità quando si troverà ad affermare: “me lo faccio tatuare sulla fronte che sono vergine se non ci crede”. Sembra quasi che la verginità venga tacciata come un’onta o un che di inusuale dalla gente generalista e buzzurra, come se non avesse più il valore dell’amore vero, da cui deriverebbe la passione fisica, e fosse qualcosa da “superare” quanto prima; l’esatto contrario di ciò che avveniva nell’epoca iniziale del lungometraggio, in cui era sinonimo di candore, innocenza e amorevole attesa. E’ un confronto certamente interessante, trattato con fine ironia e una velata provocazione, la differenza culturale su tale argomento tra l’epoca seicentesca e i “moderni” anni ‘90.

Il parallelismo tra le epoche prosegue circa la festività del 31 ottobre. Le sorelle Sanderson restano sconvolte quando si imbattono in marmaglie di bambini che per strada passeggiano vestiti e truccati da mostri. Le streghe ricordano che un tempo, tali mostri terrorizzavano i piccoli nei racconti popolari. Nella modernità, invece, le paure sembrano essere svanite e sostituite da un tentativo di “imitare” fantasticamente le creature della notte che una volta albergavano negli incubi dei più piccoli.

Hocus Pocus” tratta persino l’amore possessivo che finisce per sfociare nella violenza. Winnifred era innamorata di William, un uomo che lei stessa tramutò in uno zombie perché furente e gelosa delle attenzioni che nutriva nei confronti della sorella Sarah. William, detto Billy, è un morto vivente a cui sono state persino cucite le labbra con ago e filo, in modo che non possa mai parlare al cospetto della sua vecchia compagna. Quando Billy raccoglierà un coltello, taglierà via le cuciture della sua bocca ed espleterà il suo odio nei confronti della donna. E’ un taglio netto ma figurato di liberazione: lo zombie recede i filamenti che lo legavano, come fossero catene, al male della strega.

Dietro la maschera truccata di un grande "mostro" si cela spesso il volto dell'attore Doug Jones.

 

Anche questa sotto-trama è trattata in modo “soft”, mai in modo crudo, ma lascia comunque un alone intrigante, doveroso d’essere approfondito per venire ben compreso. Winnifred con il suo sospetto e la sua possessività ha tolto la vita al proprio compagno, mutandolo in un silente fantoccio al proprio comando, ferendo non soltanto la sua fisicità ma volendo colpire anche il suo libero arbitrio e la sua volontà.

Il rapporto affettivo tra il fratello maggiore e la sorella minore ha una duplice visione: quello tra Thackery e la sorella Emily si intreccia a quello tra Max e Dani. Thackery, condannato a una immortalità dannata come un gatto nero, ricorda all’umano Max di prendersi sempre cura della sorellina. Essa, come tiene a precisare il gatto dal manto scuro, è un affetto prezioso che come tutte le cose più importanti della nostra vita si comprende realmente soltanto quando è stato perduto.

Tutte e tre le sorelle Sanderson sono dotate di una voce incantevole. Nella celebre sequenza del brano “I put a spell on you” la canzone cantata da Winnifred strega coloro che l’ascoltano, irretendoli e trasformandoli in “zombie” incoscienti che danzano senza sosta. Sarah è colei che più delle altre ha una voce melodiosa che adopera per attrarre i bambini. E’ come se le tre streghe abbiano tra le loro corde vocali il dono di un canto delle sirene, che ammalia chi lo ascolta, attirandolo verso il pericolo.

“Hocus Pocus” si consuma con la stessa intensità di una candela accesa. La storia si compie nell’arco temporale di una sola notte, la più lunga, quella di Halloween. Alle prime luci dell’alba si compirà il destino, da una parte o dall’altra. Alla fine saranno i giovani protagonisti a trionfare, e l’alba di un nuovo giorno annienterà il potere delle streghe. Winnifred verrà trasformata in una statua di pietra e Thackery troverà finalmente il suo riposo eterno: morirà e la sua anima varcherà i cancelli del paradiso. Ad attenderlo ci sarà la sorellina, con cui mano nella mano, partiranno per il loro ultimo viaggio.

“Hocus Pocus” è un gioiello del cinema per ragazzi, una perla da gustare ogni anno agli ultimi rintocchi della notte di Ognissanti. E’ un libro da lasciar dormire per tutto l’anno, ma da risvegliare sempre allo svanire di ogni ottobre. Basterà riprendere in mano il volume che custodisce questa storia, attendere che l’occhio si dilati e, una volta che il libro si sarà ridestato, aprirlo e lasciar riecheggiare un altro canto, un nuovo: “Come little Children…”

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"IT" ritratto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Appellatevi solo per un momento ai vostri ricordi. Soffermatevi a rievocare con nitidezza la reminiscenza di un particolare momento, quando eravate bambini, e alla vostra festicciola di compleanno reggevate tra le mani un palloncino. Di palloncini ne esistono di varie forme e colori. Quelli comuni sono tondeggianti, piccole miniature somiglianti ai ben più smisurati palloni delle mongolfiere, le quali si librano sospese tra la terra e il cielo. Vi sono palloncini con simboli scelti opportunamente per essere stampati su di essi, altri che recano sagome di animali, come pesci pagliaccio che nuotano in un mare d’aria, trattenuti da un filo che li mantiene ben saldi al suolo per evitare che scappino via. Esistono, altresì, palloncini realizzati per assumere forme e aspetti di personaggi dei cartoni animati, ritti in pose che ne accentuino i colori sgargianti del vestiario. Quali di questi palloncini amavate trattenere tra le vostre mani da piccoli? Ognuno di noi aveva i suoi preferiti, e quando stringevamo il nostro palloncino tra le dita, lo facevamo con decisione. Talvolta i genitori erano soliti annodare il laccio del palloncino al polso dei propri bambini, così che i piccoli, anche se portati spesso a distrarsi, non avrebbero comunque rischiato di perderlo. I bambini sono più di chiunque altro interessati ai palloncini, e li amano vedere quando dal basso essi tendono a puntare verso il cielo. Quando un palloncino vola via, esso si libra alto nella volta celeste.  Non ha ali per volare ma lo stesso “fugge via”, lontano da noi. Il palloncino dalle forme di un esile e pigmentato pesce sembra quasi “galleggiare” tra le correnti d’aria. Il palloncino di un eroe, invece, pare volteggiare tra pascoli di nuvole. “Galleggiare” e “volare”. Due verbi semanticamente non sinonimi ma che risuonano come minacce di pari terrore al termine di un’inquieta filastrocca esternata da un clown. Ventisette anni fa, il “primo” pagliaccio pronunciava con ossessiva ripetitività quel verbo, quel “galleggiare”; Oggi, ventisette anni dopo, si ode in pellicola l’esternazione disturbante del secondo “predicato”, quel “volare”. Che galleggino o volino, i corpi delle povere vittime di Pennywise si tramutano in raccapriccianti allegorie di palloncini sospesi nel vuoto, galleggianti e volteggianti in una pozza nera e putrida. Gli elementi fanciulleschi e gioviali di un palloncino che vola vengono disfatti dall’orrore di un “demone” che incarna la colorazione di un’infanzia serena, ribaltandola in un’angosciante paura.  IT a quei palloncini e a quel simbolo di liberazione in un volo in cielo, mescola la drammatica “liberazione” di una morte orrenda.

  • L’opera magna di Stephen King: “IT”

Circa trentuno anni fa, l’entità Pennywise faceva la sua prima apparizione. Il suo volto da pagliaccio, cinto da capelli rossastri, tendenti all’arancione, e immerso nel colore di un trucco che faceva filtrare un’epidermide impiastricciata di bianco, non spuntava in maniera subitanea quanto scioccante dalla fessura di un tombino all’angolo di un vicolo. Esso viveva tra gli scaffali delle librerie. Nel 1986, Stephen King pubblicava il libro che sarebbe divenuto il più grande tra i suoi scritti, il capolavoro monumentale di un viaggio coercitivo, di formazione corale, adempiutasi tra i fiabeschi orrori di una fittizia cittadina. King è uno degli autori più prolifici che la letteratura ricordi. Molteplici e variegati sono i mostri a cui questo re del terrore ha dato vita e un potere nascosto tra le righe di un tomo. I suoi lavori ebbero spesso la valenza di veri e propri casi letterari, trasposti con sempre maggiore abitudine al cinema. King divenne per la settima arte una sorta di principe del brivido Hitchcockiano. Pur senza essere direttamente coinvolto nelle produzioni ha saputo, mediante i suoi lavori scritti, generare sgomento e suspense in oltre quattro decenni di cinema. Tra i suoi libri, “IT” occupa un trono di rilievo. Esso si è fregiato dello scettro di opera magna, di corpus complessivo, stratificato in grado di condensare la totalità delle tematiche del pensiero letterario di Stephen King.

“IT” non è solamente un romanzo dell’orrore. Conseguentemente, la trasposizione televisiva prima e cinematografica poi non sono adattamenti funzionali a generare una mera forma di paura. “IT” è un romanzo di crescita, di accettazione, una storia di amicizia profonda, inattaccabile e radicata nell’adolescenza. E’ una narrazione tumultuosa, cadenzata da singole fasi, esperienze personali di violenza e orrori.

Il pagliaccio è la pura metafora fisica e graficamente oppositrice tra l’immagine giocosa di un clown e quella spaventosa di un sadico assassino, di un assoluto antagonista e divoratore, dalla cui influenza sfocia un male che alberga dietro l’ingannevole maschera di una quiete mistificata e menzognera. Gli abitanti di Derry, l’immaginaria cittadina in cui si svolge la storia, indossano maschere di “cera sciolta”, in pelle rattrappita e rugosa per nascondere non certo con successo, la malvagità che essi perpetrano sotto il volere di IT, il quale diviene, più che un puparo, un indicatore di movimento, colui che muove inizialmente i fili per far sì che le sue marionette compiano ciò che lui vorrebbe ma che loro stessi non gli impedirebbero di fare. IT e Derry sono una cosa sola, egli, più che apparire come un parassita ed efferato omicida, vive un rapporto simbiotico con la città e la sua gente in un flusso di energia negativa che filtra circolarmente dalla fonte fino al ritorno alla foce (in entrambi i casi sempre IT). Il libro è ancora una raccolta di orrori di vita privata e di drammi umani. In tutto questo, IT, esente da una forma esteriore univoca, regna su di una cittadina in cui sgorga sangue, come se grondasse dalle tubature cittadine e fuoriuscisse dai lavandini; ma esso non macchia il pavimento e neppure le pareti delle case, e non viene percepito dagli adulti in quanto viene occultato dalle loro stesse trame intessute di crudeltà. “IT” non è solamente paura, è un’indagine accrescitiva volta a mettere a nudo le realtà torbide della vita di una città in cui la sola luce fioca, ma sufficientemente luminosa per generare una fiammella di speranza è accesa dall’indissolubile amicizia che coinvolge i sette bambini protagonisti.

  • “IT” al cinema

Abbiamo dovuto attendere fino all’ultimo trimestre del 2017 per assistere ad un adattamento cinematografico dell’opera di King. Il lungometraggio reca sul finale la dicitura “Capitolo primo”, proprio perché va a narrare la prima parte della storia, relegando la seconda parte a un film successivo. Rispetto alla versione televisiva, “IT” è un film ordinato, privo di digressioni avvenute tra passato e presente e fa del proprio sviluppo regolato un punto di forza e scorrevolezza.

IT ha raggiunto da tempo lo status di icona dell’orrore, di mostro leggendario, personificazione di un male e di una paura atavica, indefinibile, primordiale. Egli rappresentata a tutti gli effetti il modellamento di un terrore universale che diviene personale e soggettivo.  E’ toccato a Bill Skarsgård il compito di donare voce e mutevole corpo al malvagio Pennywise al cinema.

Seguendo una struttura organizzativa lineare, il lungometraggio pone i bambini con le loro problematiche al centro della scena. Il cast è completato da giovani attori, molti dei quali alla loro iniziatica esperienza nel mondo della settima arte. Tra questi spiccano in particolare i nomi di Finn Wolfhard, già famoso come interprete nella serie Netflix “Stranger Things” e Jaeden Lieberher nel ruolo di Bill.

“IT” apre le prime pagine del suo racconto visivo in una giornata piovosa, quando il cielo sembra piangere lacrime infauste e funeree per l’imminente morte del piccolo Georgie. Il fratellino di Bill corre sotto la pioggia indossando un impermeabile giallo, inseguendo una piccola barchetta di carta impregnata di paraffina. Quando la barchetta, navigando, finirà per cadere nella fessura di un tombino, Georgie si imbatterà nel suo carnefice, IT, l’entità antica che vive a Derry. Si tratta, naturalmente, della prima apparizione dell’assassino all’interno del film. La violenta morte di Georgie viene rappresentata come King la descrive. Il braccio mozzato del povero bambino traccia immediatamente il percorso stilistico che il film adempirà: quello d’essere un traduttore più conforme all’opera letteraria originale e a ciò che, per quanto possibile, potrà essere filmato dal “vivo” partendo dalle parole descrittive di un testo.

Il film “IT” è un lungo incubo, ritmato e scomposto in sezioni singolari dedicate ai personaggi e ai loro incontri con il mostro di Derry. Un ottimo montaggio rende fluida l’unione sequenziale degli spezzoni. “IT” fa delle costanti manifestazioni del clown un evento dalla forza traumatica, la quale esercita uno choc infantile, destinato a marchiare per sempre l’animo dei protagonisti. “IT” è, di fatto, lo sgretolarsi dell’innocenza. Tutti i personaggi compiono in questo primo capitolo la fase primaria del loro viaggio, una tappa resa come fosse un prologo a ciò che li attenderà nuovamente in età adulta.

“IT” si piega a molti stereotipi tradizionali del cinema dell’orrore. Le sequenze in cui Pennywise compare improvvisamente dinanzi alla camera per far sobbalzare gli spettatori seduti in platea, i momenti in cui sembra di essere sempre sul punto di uccidere i malcapitati, per poi fallire poco prima di compiere le sue insane volontà, sono tutte azioni perpetrate mediante uno stile scenico tipico dei film di genere. Tuttavia, le scene più paurosamente intense sono distillate con arguzia e non con esagerazione.

L’interloquire tra i bambini, e il loro rapporto, fulcro della prima parte della storia, non è esente da difetti. In particolar modo, la sceneggiatura appare alle volte pretestuosa, i dialoghi brillanti e le battute volgari e mature pronunciate dai ragazzi danno l’idea d’essere forzate e poco confacenti alla loro età. Tutti i bambini sembrano presentarsi al cospetto degli spettatori come se avessero la pretesa d’essere già noti e conosciuti. Coloro che ricorderanno con chiarezza le personalità dei protagonisti del libro riusciranno facilmente a rapportarle ai personaggi sullo schermo. In caso contrario si avrà qualche difficoltà in più a delineare con chiarezza alcuni di loro. Lacune tutto sommato sorvolabili che non pregiudicano la comprensione della storia ma, a mio giudizio, sono doverose d’essere segnalate. Tra loro, colei che spicca più degli altri è certamente Beverly, interpretata da una bravissima Sophia Lillis, ragazza forte e coraggiosa, pronta ad affacciarsi alla maturazione fisica e psicologia da giovane donna quale sta diventando.

Bill Skarsgård, prigioniero di un appariscente trucco, convoglia gran parte della sua verve interpretativa nella potenza perentoria dello sguardo. L’attore possiede una particolarità: è in grado di muovere le pupille dei suoi occhi nella direzione opposta. Non viene di certo notato di primo acchito, gli occhi non giacciono inermi in una forma di evidente strabismo, eppure se li si osserva con attenzione nel mentre Pennywise recita le sue battute, ci si accorgerà che gli occhi sono rivolti in maniera quasi impercettibile in due direzioni diametrali: un occhio guarda il personaggio con cui IT interagisce, l’altro occhio guarda…noi. E’ rivolto verso la camera. L’espediente interpretativo che consiste nel guardare direttamente la telecamera, osservandola con dimostrato desiderio d’esternare una sensazione e richiedere il coinvolgimento, la compartecipazione dello spettatore, esiste dal cinema degli anni ’30. Fu Oliver Hardy ad introdurre il cosiddetto “camera look” un atteggiamento interpretativo che prevedeva il rivolgersi direttamente alla camera da presa quando accadeva qualcosa di esilarante o di incerto. Quello sguardo richiedeva silenziosamente una risposta da parte del pubblico, una reazione, giacché era evidente.

In “IT” è soltanto un eloquente e sinistro occhio diretto a distruggere la fredda identità di una macchina da presa, più spesso paragonata di per sé proprio a un occhio imparziale, che si limita solamente ad osservare e registrare con neutralità. Il film di “IT” in maniera velata è occhio che osserva occhio, a sua volta, in un’interazione vicendevole, globale ma al contempo interpersonale, poiché va a toccare le sensazioni di ognuno di noi. Se il “camera look” poteva essere più che evidente, in “IT” lo sguardo è incerto, immobile nella gelida impersonalità di un dubbio, di un’osservazione, di un disagio. Come IT ha il pieno controllo sulla città, così l’interpretazione di Bill Skarsgård trascende a un controllo che abbatta i confini scenici delimitanti da una tecnica di ripresa e arrivi dritto al cuore dello spettatore per spaventarlo.

“IT” rilascia con semplicità il messaggio principale dell’opera di King. Nel loro scontro finale con il pagliaccio, il quale ogni qualvolta viene colpito dai giovani assume una nuova forma, del tutto uguale alle paure più grandi di ognuno di loro, i ragazzi respingono l’entità malvagia con la forza della loro unione, con un coraggio che piega la paura. Simbolicamente, IT viene ferito da qualunque strumento possa armare la mano di chi lo affronta, se questi è privo di paurosa riverenza e sudditanza nei suoi confronti. I perdenti si riveleranno gli assoluti vincitori. Non avranno paura! "IT" è sopravvivenza, vittoria e trionfo su di una paura ciclica.

L’adattamento cinematografico di “IT” è un horror dal grande impatto visivo e tematico che con rispetto traduce il volere di un autore e ne dà nuova vigoria in un nastro di pellicola. Badate, non è una versione complessa. E non è arricchita da nuove e interessanti idee autoriali infuse dalla mano di un regista, il quale potrebbe e dovrebbe voler trasmettere anch’esso la sua idea inerente la tematica affrontata. In “IT” si respira l’atmosfera emanata dal volere di un unico dio-autore: Stephen King. Non ha l’anima di un film indipendente ma ha lo spirito del libro, e di questo i fan ne saranno certamente grati. Al contempo, mi sento di affermare che era lecito aspettarsi qualcosa di più dall’impostazione registica di Andrés Muschietti, un qualcosa difficilmente descrivibile, che rendesse questo film ancora più emozionante. Un qualcosa di più “personale” che, in maniera astratta, manca.

  • L’iconografia orrifica di “IT” tra televisione e cinema

Se il film del 2017 ha il merito di mantenere l’aspetto più crudo del romanzo, la miniserie ha il pregio di trasfondere l’aria di un periodo lontano, un passato come quello degli anni ’60 mescolato a un presente nostalgico e in perpetuo mutamento come gli anni ‘90. Tra i protagonisti bambini, un giovane Seth Green (futuro interprete del lupo mannaro OZ in “Buffy” e, qui, paradossalmente terrorizzato da IT con le sembianze di un licantropo) e il compianto Jonathan Brandis si elevavano sulla coralità di un cast di alto spessore. Tutti i bambini di “un tempo” risultano, a mio giudizio, più facilmente identificabili nei loro caratteri rispetto agli alter-ego del film. Si respirava un clima di maggiore unione nella vecchia e cara gang dei perdenti. Il loro rapporto d’amicizia, la loro gioia di vivere e i singoli incontri che hanno con IT, sono curati e forse meglio eseguiti rispetto alla versione più recente. Sebbene il film insceni gli eventi in maniera progressiva, la miniserie con le sue oscillazioni tra presente e passato, conferisce una valenza ancor più marcata alla sfera dei ricordi e finisce per tracciarli con più incisività. E’ probabile che, là dove la miniserie scivolava nella lentezza, vale a dire nella seconda parte in cui da adulti, la gang dei perdenti tornava a riunirsi a Derry, il capitolo 2, che vedremo prossimamente al cinema, offrirà una rivisitazione nettamente migliorata.

L’IT di Tim Curry, in una miscellanea tra stile comico e sadismo, ha certamente lasciato un’impronta indelebile. Il suo mostro, umano e demoniaco nelle sue vesti da clown, colpisce ancora oggi per la sconvolgente naturalezza dell’interpretazione, il più delle volte eseguita senza alcun supporto di effetti speciali o trucchi visivi pioneristici. La recente interpretazione di Bill Skarsgård non sfigura al cospetto della precedente e l’eredità del clown viene rispettata secondo un più moderno stile estetico e interpretativo.

L’errore da non commettere è quello di preferire nettamente una singola versione a discapito di un’altra. I due adattamenti di “IT” non si annullano a vicenda, anzi tutt’altro! Comunandoli, entrambi possono offrire una panoramica ancor più completa. Da una parte e dall’altra, le due versioni tendono a completarsi vicendevolmente, analizzando gli eventi da punti di vista sempre diversi.

Come un groviglio di palloncini, ciascuno colorato distintamente, il mito di IT permane tutt’oggi sospeso tra la terra e il cielo, galleggiante e bordeggiante in una lastra immaginaria, in cui morte e liberazione si sovrappongono come forze assolutamente discordanti.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

“La grande fuga”, “Fuga da Alcatraz”, “Il fuggitivo”, “Fuga per la vittoria”, il cinema hollywoodiano ha sempre mostrato un certo feeling per le già citate fughe. Sono storie dai ritmi frenetici, imprese compiute col fiato sospeso tanto è il rischio cui sono investiti i protagonisti di un tale cinema d’azione. Le fughe nel medium cinematografico sono corse contro il tempo per sfuggire alla presa invalidante degli inseguitori, sono evasioni che spesso nascondono, dietro le loro impavide e spericolate galoppate, significati ben più profondi. La “fuga”, tanto ostentata nei titoli iniziali, rappresenta una voglia di sortita dal sistema, di allontanamento da una società opprimente che schiaccia i deboli, una corsa verso un orizzonte indefinito che abbia la mera e fiduciosa illusione di costituire un luogo lontano e sicuro, in cui il fuggitivo possa ricongiungersi con se stesso e ricominciare una nuova vita. Tra i film che trattano di “fughe” ce n’è uno che possiede una particolarità, una fuga dal pericolo e dalla morte che aleggia sul protagonista con inclemenza: è “1997: fuga da New York” di John Carpenter.

Il suddetto film è un’opera di fantascienza che segue l’approccio stilistico dei tipici film d’azione. Carpenter immagina un futuro distopico, un “1997” in cui la città di New York viene cinta da grosse mura invalicabili che la circondano nella sua interezza. Manhattan è stata evacuata da nove anni e da allora è diventata una sorta di immensa prigione per tutti i detenuti che sono stati trasferiti laggiù e abbandonati a loro stessi. La città pullula di criminali ed spietati assassini. Durante un attacco terroristico l’aereo presidenziale viene dirottato e il presidente degli Stati Uniti precipita all’interno della città, venendo catturato dai più pericolosi delinquenti della decaduta metropoli, capeggiati da un leader chiamato “il Duca”. Per salvare il presidente, il quale possiede un nastro magnetico su cui è inciso un importante messaggio da comunicare al mondo, il governo sceglie di inviare un combattente esperto nel campo dell’infiltrazione e della sopravvivenza in zone ad alto rischio. Tale guerriero, il cui nome è Snake Plissken, è stato da poco catturato dalle forze dell’ordine per rapina. Gli viene promessa la libertà se in 24 ore riuscirà a trovare e liberare il Presidente. Per garantirsi la fedeltà massima, all’ex soldato vengono iniettate nel corpo due capsule che lo uccideranno se non farà ritorno allo scoccare della ventiquattresima ora.

“1997: fuga da New York” è un’opera tenebrosa che rivisita i peccati, le imposizioni del potere, l’apatia della società e l’indifferenza della stessa nei confronti del prossimo, racchiudendo tutti questi elementi in un contesto scorretto, anomalo, irreale eppure così comprensibile. Quella di Carpenter non è una spaventosa profezia esternata come monito, più che altro è una angosciante rilettura estremizzata di una realtà brutale divenuta così per colpa di una falsa istituzione governativa che tratta il popolo come fosse un oggetto, e considera i criminali come rifiuti immondi da esorcizzare al di fuori del mondo conosciuto. New York è una città tramutatasi in un immenso e soffocante penitenziario governato dal caos e da uno stato tribale di uomo contro uomo. L’essere umano si è tramutato in una bestia primordiale, come se fosse regredito agli albori dell’anarchia.

In questo contesto così torbido, il Duca riveste il ruolo dell’assemblatore di mandrie, di colui che cerca di unire sotto il proprio pugno di ferro la crudeltà di un gregge malato per porla sotto il proprio giogo. In una società in cui non vi sono regole, il Duca vuole diventare l’unico e solo sovrano di una nuova forma di governo che ha fondamento nel terrore. Ma chi ha portato a questo? Cosa ha condotto a questo stato di inciviltà primitiva? E’ stata la modernità di un governo egoista ed egocentrico, che ha dimostrato la propria insensibilità trattando un ex eroe di guerra, il protagonista, come fosse al pari di un oggetto da utilizzare per proprio tornaconto e rischiare di annientarlo pur di raggiungere l’obiettivo prefissato dai superiori. L’essere umano non conta più nulla per i potenti in “1997: fuga da New York” e questa è un’amara verità che Plissken terrà bene a mente quando inizierà la sua missione.

Egli riuscirà ad addentrarsi al calar della notte in città, nascondendosi tra carcasse di automobili abbandonate e muovendosi camaleonticamente tra i palazzi che nel frattempo si sono trasformati in enormi ricettacoli di malvagità e impudenza. Così darà inizio alla sua personale fuga contro il tempo per sfuggire alla gelida presa della morte e al tormento di una realtà alienante di un mondo post-apocalittico.

Jena, interpretato da Kurt Russell, nei suoi protratti silenzi, nelle sue espressioni digrignanti, nelle sue brevi interlocuzioni ciniche, e nella sua aria spavalda ma rassegnata, ricalca lo stereotipo dell’antieroe riluttante, la cui missione è stata imposta come una dannazione; in vero egli risente della passività mostrata delle autorità, e nutre un desiderio di rivalsa nei confronti del potere politico. Jena nel film incarna l’anima del fuggitivo, di colui che fugge dalle convenzioni sociali di una realtà ambigua, che scappa dai dettami imposti da un totalitarismo meschino, che corre via da coloro che odia.

Non chiamatelo Plissken! Chiamatelo Snake, letteralmente “serpente”, perché egli, come ci suggerisce il tatuaggio che fa da marchio sulla sua pelle, sa essere letale come un cobra.  Si tratta di un epiteto distintivo, un soprannome indicativo scelto per descrivere un uomo solitario. Chiamatelo in alternativa Jena, un particolare appellativo scelto arbitrariamente per volere dell’adattamento italiano, e che, sebbene si distacchi dall’originale, tale parola ricalca in egual modo il suo temperamento forte, sdegnoso e aggressivo. Jena Plissken è un cacciatore, un predatore “spazzino”, che si trova costretto ad acciuffare una preda preziosa per una società corrotta, che lo ha abbandonato come fosse un reietto.

Potete chiamarlo Snake, o Jena, starete pur sempre descrivendo il medesimo antieroe, un fuggitivo che lotta contro il tempo, tra la vita e la morte, per adempiere a una missione obbligata, come fosse un castigo pronunciato da giudici che giocano con la vita di chi considerano alla loro mercé. Jena è guercio, vede solo dall’occhio destro, quello sinistro viene coperto da una “benda da pirata”. Nonostante la sua menomazione, Jena riesce a vedere le tele ingannatrici di chi è al comando.

Jena nella sua disavventura a New York dovrà combattere contro l’inarrestabile scorrere del tempo in una sfida che lo porterà quasi ad udire costantemente il rumore dei secondi che scorrono via e che lo avvicinano tristemente alla sua dipartita. Egli guarda il proprio orologio con l’ansia di chi ha una spada di Damocle sul capo pronta a cadere quando la mano del tempo mollerà la sua già traballante presa. L’intero film è una duplice fuga per il protagonista, una fuga da un mondo lercio e sordido e da un fato che lo fa sentire in trappola.

Quando Jena riuscirà a porre in salvo il Presidente e salverà se stesso per il rotto della cuffia, avrà la conferma di quanto già sapeva: ha salvato la vita a un “regnante” amorale e insensibile. A quel punto il capriccio di Snake si compirà, egli sostituirà i nastri e darà al Presidente la semplice registrazione di un brano musicale. Jena, invece, avrà il nastro contenente il messaggio, e lo distruggerà con le sue mani. Una fredda vendetta perpetrata a danno di uno Stato che ha smarrito ogni forma di morale. Non chiamatelo Snake, non chiamatelo Jena, chiamatelo semplicemente Plissken: un cognome vero in un mondo di figure distorte.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Arlo e Spot disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

De “Il viaggio di Arlo” se n’è parlato poco, come se fosse stato l’argomento meno stimolante in un’interlocuzione a tema. “The Good Dinosaur” fu la seconda creazione dello studio Pixar del 2015, che per la prima volta scelse di distribuire due e non più soltanto una delle proprie creazioni nello stesso anno. “Il viaggio di Arlo” venne rilasciato dopo l’avvento del tanto discusso e acclamato “Inside Out”, il film che tra i due ebbe con merito ciò che comunque ingiustamente mancò ad “Arlo”: una ricezione ragguardevole. “Inside Out” fu il film d’animazione di maggior successo dell’anno, “Arlo”, invece, dovette accontentarsi d’essere il “fratellino più piccolo” tra le due opere figlie di una stessa madre, la Pixar che le generò e le amò entrambe. Questo perché ambedue ricche di valori e insegnamenti messi in scena secondo la pregevole rappresentazione animata tipica degli studios. “Il viaggio di Arlo” ebbe un impatto mediatico somigliante all’aspetto del proprio protagonista: minuto ma apprezzato, piccolo ma tutto sommato di successo. “The Good Dinosaur” è riuscito a ritagliarsi comunque la propria fetta di pubblico, magari in un numero non poi tanto altisonante, ma quanto basta per lasciare un segno, una piccola impronta impressa nel cinema d’animazione.

65 milioni di anni fa, nello spazio, un meteorite precipita con apocalittica rapidità verso la terra. Qualcosa, tuttavia, non va come la storia ci ha insegnato, il meteorite manca la Terra e procede verso una rotta a noi ignota. I dinosauri, scampati così all’estinzione, nei successivi millenni si evolvono, sviluppando capacità cognitive simili a quelle umane.  Arlo è un dinosauro erbivoro, ultimo di tre fratelli.  La stranezza che possiamo cogliere al momento della sua nascita è quella che, sebbene l’uovo che conteneva Arlo sia più grande e capiente del normale, egli, quando l’involucro si dischiuderà, apparirà più gracile dei suoi fratelli.  Arlo vive in una fattoria con la sua famiglia, e cresce all’ombra del fratello e della sorella, ben più abili di lui nel lavoro. Arlo è schiacciato dalla paura, e appare costantemente atterrito e spaventato dai pericoli del mondo esterno.

Per fargli acquistare maggiore fiducia in se stesso il padre gli affida il compito di catturare un misterioso predatore che si intrufola per nutrirsi nel rifugio in cui i dinosauri custodiscono le loro riserve di cibo accumulate per l’inverno. Il ladruncolo, che si rivelerà essere un cucciolo di essere umano, viene scoperto un giorno da Arlo il quale, tuttavia, esiterà a colpirlo. A quel punto, il padre sceglierà di accompagnare il figlio oltre i sicuri recinti della fattoria per inseguire l’inaspettato predatore. Questa ricerca avrà un esito drammatico: il padre di Arlo morirà durante una tempesta, strappato all’affetto del figlio dalla potenza dello sfocio di un’inondazione. Arlo, decidendo di riacciuffare quel cucciolo, comincerà, suo malgrado, un viaggio nel mondo preistorico.

“Il viaggio di Arlo” avvicina due esseri appartenenti a razze diverse e li accomuna. Il rispetto che avvicina il dinosauro al bambino ha come fondamento la certezza che non è la differenziazione della specie a rinsaldare un legame ma la comunanza di un sentimento, la vicendevole comprensione empatica. Arlo e il piccolo umano, rispettivamente animale e uomo, si avvicinano tra loro colmando i vuoti e stringendo un legame affettivo simbiontico nel quale l’uno riempie gli spazi lasciati dall’altro. La differenza primaria che lo spettatore riesce a notare è che tale rapporto viene espresso mediante il rovesciamento delle parti. Sebbene “Il viaggio di Arlo” abbia una struttura prevedibile e uno sviluppo che lo spettatore saprà piacevolmente anticipare, riesce comunque ad offrire una mutata originalità compiuta nel capovolgimento che fa in merito alla razza animale e quella umana. Qui è l’animale ad essere progredito, ad occupare un posto di prima grandezza nella scala gerarchica dell’evoluzione. I dinosauri parlano, sanno coltivare la terra e raccogliere i doni che essa elargisce a chi sa prendersene cura. L’uomo si trova a vivere in una fase embrionale della propria ascesa. Spot, il tenero ma deciso cucciolo di uomo, cammina a quattro zampe, ringhia e grugnisce, ha un forte istinto predatorio e di sopravvivenza, denti forti con cui si procura il cibo, e si esprime non certo a parole ma con degli ululati che rilascia inarcando il volto verso il cielo. Nelle iniziali discrepanze, Spot conquista la fiducia di Arlo.

Arlo, docile e indifeso, e Spot, piccolo ma isolato, assurgono ai ruoli dei due poveri emarginati. Entrambi hanno perso i loro affetti più cari, e forse Spot più di Arlo ha perduto quanto di più significativo la vita gli ha dato. Essi dialogano sulle loro mancanze comunicando con il simbolismo di alcuni ramoscelli messi in posizione ed irti sul terreno: Arlo ne mette cinque in fila, dal ramoscello più grande, rappresentante il padre, al più piccolo, rappresentante egli stesso. Spot risponde posizionando tre ramoscelli, tra cui uno piccolo raffigurante se stesso. A quel punto, Arlo depone il ramoscello più grande della sua fila e lo seppellisce. Spot risponde facendo lo stesso sui due rametti che altro non rappresentano che sua madre e suo padre. Arlo ha perso l’ancora della sua vita, Spot addirittura le uniche persone che si prendevano cura di lui. Entrambi hanno raffigurato la loro famiglia racchiusa in un cerchio che adesso sembra essersi dissolto sul terreno. Soli e sofferenti, Arlo e Spot si completano in un rapporto affettuoso che sancisce la capacità umana e animale di poter capire le sofferenze altrui, in un’umanizzazione totale che abbraccia i personaggi e li rende comprensibili da noi tutti.

“Il viaggio di Arlo” è un film di formazione, di maturazione fisica e caratteriale, non strutturato secondo una vera e propria trama, bensì secondo un’esperienza iniziatica di vita. Nelle loro peregrinazioni, Arlo e Spot affrontano numerosi pericoli che li pongono davanti a un Triceratopo leggermente “fuori di testa”, a spietati Pterodattili famelici e a Tirannosauri sorprendentemente socievoli e amicali, in un continuo ribaltamento di quelle aspettative che gli spettatori nutrono nei confronti delle razze che via via incontrano e che sfidano i preconcetti della vita reale. Poco prima di giungere al capolinea della loro avventura, Arlo fronteggia le paure che da sempre lo avevano piegato alle avversità della vita. Egli capirà che lo stato di allerta della paura farà sempre parte del suo animo ma starà a lui riuscire coraggiosamente a ridurlo. Sotto una fitta pioggia battente, durante un temporale come quello che si è abbattuto sulla terra il giorno in cui Arlo perse suo padre, il giovane dinosauro fronteggia tuoni e fulmini, predatori e insidie per salvare il suo fraterno amico e condurlo in salvo. Al termine di questa sua personalissima impresa, Arlo avrà raggiunto la meta astratta del suo intimo percorso.

“Il viaggio di Arlo” è un film emozionante, visivamente meraviglioso e alquanto commuovente, una piccola perla della Pixar che forse non sarà preziosa come le altre ma potrà essere comunque custodita nel loro scrigno d’arte.  Si tratta di un lungometraggio circolare, che si muove come su un percorso ben delineato, la cui iniziale tracciatura si ricongiunge sul cessare della circolazione. Nella fine Arlo ritrova la propria partenza, la casa da cui ebbe inizio il suo viaggio. Esso si ricongiunge alla propria famiglia non prima di aver detto addio al suo amico. Spot, il quale attraverso i suoi ululati aveva attirato a sé una famigliola della sua specie, vorrebbe portarlo con sé ma non può farlo. Entrambi hanno finalmente trovato ciò che stavano inconsapevolmente cercando: Spot la sua nuova famiglia, Arlo il suo posto nel cerchio della vita come voleva suo padre, il quale teneva sempre a ricordargli quanto suo figlio fosse come lui, se non di più.

Arlo, col proprio muso, traccia un cerchio sulla terra che cinge Spot con quelli che saranno i suoi nuovi mamma e papà. Il piccolo umano comprende che le loro strade si divideranno e saluterà il suo amico-animale abbracciandolo. Tra le lacrime, Arlo dice addio a Spot che felice smette di gattonare, e si pone su due gambe, imitando l’andatura dei suoi genitori adottivi che camminano in posizione eretta. Sul finale, il film ci regala un ultimo, celato messaggio: è l’inizio di un percorso evolutivo che abbraccia tanto i dinosauri quanto l’essere umano che abbiamo conosciuto. Il cerchio proseguirà il suo moto circolatorio, fatto di crescita, di sviluppo, semplicemente di…vita.

“Il viaggio di Arlo” ci insegna come l’esistenza possa essere ostica da affrontare ma ricca di insegnamento. Tante lezioni che possiamo imparare se diamo ai nostri sentimenti un peso imprescindibile nella comprensione dell’atteggiamento altrui.

“Il viaggio di Arlo” è emozione pura, intensa, che si avverte come il lieve soffio del vento sul viso. Un soffio leggero, impercettibile così delicato da essere sentito anche dalle lucciole che si nascondono tra le verdi radure dei boschi adiacenti la dimora di Arlo e che, sentendo il sospiro, si librano in aria rilasciando una luce verde, evanescente. L’emozione prodotta dal film assume una tonalità di verde, che è proprio il colore della speranza che abbandona il suolo e si innalza verso il cielo azzurro cupo della notte.

E’ un qualcosa che resta ben scolpito nel cuore degli spettatori, come l’orma che Arlo vuol imprimere sul silo, accanto a quella che aveva lasciato suo padre. Un impronta che può essere suggellata solo al raggiungimento di un traguardo importante. Così Arlo può segnarla al suo ritorno a casa, proprio accanto a quella che fu del suo amato genitore. L’egual valenza possiede il film: la valenza di un’impronta emozionale marchiata nel cuore di chi ha osservato.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Anno 2019, Rick Deckard (Harrison Ford in uno dei suoi ruoli più iconici) è un cacciatore di replicanti, chiamato ad un’ultima missione prima di ritirarsi. Quest’ultimo incarico concerne il ritrovamento di sei replicanti fuggiti dai campi di lavoro nelle colonie extraterrestri e rientrati sulla Terra per nascondersi tra la folla anonima. I replicanti sono fabbricazioni di androidi dall’aspetto umano. Deckard decide così di mettersi alla ricerca di quei “fuggitivi”. Nell’arduo tentativo di rintracciarli, Rick è affiancato da Rachel, una donna non consapevole d’essere essa stessa una replicante. Gli androidi rinnegati sono guidati da Roy Batty (Rutger Hauer) e Pris (Daryl Hannah) e mirano ad incontrare il creatore dei replicanti per ottenere un prolungamento della loro vita, che cessa dopo soli 4 anni…

Nel 1982, Ridley Scott tornava al cinema con l’ultima delle sue fatiche: “Blade Runner”. Si trattava del secondo lungometraggio di genere fantascientifico che recava la firma di Scott, due anni dopo il grande successo di “Alien”. Il cineasta statunitense era quanto mai deciso, quasi immantinente nel voler dimostrare nuovamente la propria attitudine a sollevare interessanti argomentazioni inscenate in contesti futuristici e altamente dispotici. Con la creatura aliena concepita da Hans Rudolf Giger e plasmata in terrificanti fattezze da Carlo Rambaldi, denominata Xenomorfo, Scott filmò in “Alien” l’incarnazione parassitoide di un innaturale terrore bestiale. Alien era la paura trasfigurata nella raccapricciante deformità di un essere ostile e predatorio, che con la sua orripilante tecnica riproduttiva reinterpretava una violazione fisica, uno stupro al corpo umano, che veniva tramutato obbligatoriamente in ospite e, al compimento della propria straziante morte, in genitore partoriente di una paura immonda, data alla luce dal dolore di un parto violentemente imposto. Alien era un incubo primordiale a cui dare corpo difforme e atroce movenza, gesto efferato e rumore sinistro, verso spasmodico e respiro convulso.

Con “Blade Runner” la fantascienza di Scott navigò lontano, si protrasse lungamente verso uno stadio successivo, e attraversò le lande desolate di un universo narrativo, in cui avrebbe ricercato altre complessità tematiche, basate sull’analisi dell’esistenza, della religione e dell’autocoscienza. Con “Blade Runner” la paura obbrobriosa di un mostro d’imprecisata natura viene accantonata per essere sostituita da una evoluzione stilistica umano-centrica, ovvero che pone l’umanità al centro di un articolato dibattito filosofico e morale. Gli scenari cambiarono, e Scott non basò la sua storia incentrandola sui limiti circoscritti di una nave spaziale, bensì sul centro urbano di una Los Angeles nebulosa e sozza, inquinata e claustrofobica, così come appare in questo immaginario 2019. “Blade Runner” apprende la paura di “Alien” e la converte in un ansioso climax paranoico e tremendamente sospettoso. Il termine significante della parola “certezza” vacilla maledettamente, come fosse un concetto aleatorio e vacuo. “Certo” può anche significare “errato”. Nulla è realmente certo in “Blade Runner”; la certezza non esiste, non è altro che una chimera, un’illusione scientifica che avviluppa ciò che è umano e ciò che non lo è, e che viene inglobata in un’atmosfera angosciosa, carburata dalla costante inquietudine su chi sia un autentico essere umano e chi un replicante mimetizzatosi camaleonticamente con il resto della popolazione.

I replicanti non necessitano, tuttavia, delle medesime qualità dei camaleonti, non hanno bisogno di mutare il loro colore epidermico a seconda del terreno e dello spazio che li circonda, essi sono iperrealistiche riproduzioni del derma, e sono totalmente somiglianti agli uomini. Pertanto, il camuffamento verte sul mantenere un atteggiamento “tranquillo”, nella speranza d’evitare d’essere scovati e sottoposti al test per il riconoscimento.

“Blade Runner” è un noir fantascientifico, gotico e ombroso, ambientato per la quasi totalità nelle ore buie della giornata, quando il sole tramonta e le ombre degli uomini e dei replicanti vengono livellate e poi annullate dalla scomparsa del sole. Se i noir di un tempo erano girati in bianco e nero, e il fumo della sigaretta accesa fumata dai protagonisti si levava in alto, come una nuvola grigiastra che immerge i personaggi in un’atmosfera irrespirabile, in “Blade Runner” i colori sono distillati sulle illuminazioni esterne degli sfondi piovosi ma incupiti dalle scenografie fredde, buie, tenebrose. La storia di questa pietra miliare del cinema fantascientifico è quella di un avvenire crepuscolare per la razza degli uomini, in cui il sorgere di un domani chiaro, limpido parrebbe d’impossibile previsione.

“Blade Runner” è un inarrestabile pianto amaro e malinconico, che si manifesta nella pioggia copiosa che bagna la città con triste abitudine. Si vive in un avvilente presente nel quale la vita scorre via come lacrime sotto la pioggia. Il clima alienante emana un’insicurezza intollerabile. A cominciare dal personaggio di Rachel (Sean Young), così bella e generosa da rendere la verità sulla sua origine ingiusta, poiché risulta inaccettabile che essa non sia nata col dono della vita umana. Rachel è una replicante che non sa di esserlo, un destino dall’esito pauroso che mette in dubbio persino la veridicità dei ricordi d’infanzia, innestati in modo artificioso nella sua sfera mnemonica. Essa quando scoprirà la sua vera natura ne rimarrà inorridita. Nulla può essere come sembra nell’opera di Scott: umanità e artificiosità si mescolano in un affresco dai colori indistinguibili. Sebbene la natura di Rachel sia tale, Deckard se ne innamora e vorrebbe fuggire via con lei da una così avvilente quotidianità urbana.

L’indagine ricercata del protagonista si abbina alla disperata fuga per sottrarsi all’implacabile passare del tempo che consuma gli ultimi granelli di sabbia nella clessidra dei replicanti capeggiati da Roy Batty, ai quali restano pochi giorni di vita prima della dipartita. E’ la fascinosa analisi esistenziale che “Blade Runner” attua. Gli androidi, vivi e senzienti per loro stesse ammissioni, desiderano quello che non potranno in alcun modo ottenere: una vita durevole che possa essere impreziosita da un allungamento del tempo loro concesso. Essi sono stati creati da un padre che ne depreca le volontà, considerandoli dei figli illegittimi, ammassi di cute e circuiti. L’atto della creazione viene rivestito di un’accezione abominevole, poiché adempiuto da un insensibile creatore che genera una forma di vita senza curarsi della conseguenza delle vittime (i replicanti) che ricevono il peso di un’ingiuria. Tale offesa riguarda proprio i replicanti, la cui sola colpa al momento della nascita è quella d’essere stati confezionati, impacchettati e dischiusi dal torpore di un parto mai avvenuto, per fini lavorativi. Essi investigano sul loro imminente futuro, semmai dovessero averne uno, parallelamente all’investigazione che Deckard compie per stanarli e distruggerli. Mentre essi anelano alla speranza di una vita in modo anche violento e privo di remore, Rick è costretto a escogitare il modo per annientarli.

Quando Roy Batty incontrerà il creatore dei replicanti assisteremo ad una fantomatica e intensa riproposizione fantascientifica di un “essere vivente” che si imbatte nel proprio Dio, in colui che dall’alto di un sapere universale ha generato la vita. La richiesta di Roy Batty, proferita con una fermezza che cela la disperazione, è quella riguardante un prolungamento dell’esistenza. Quando riceverà la risposta negativa, ovvero l’impossibilità di evitare il deterioramento dei circuiti allo scoccare del quarto anno, Batty bacerà il suo creatore e lo ucciderà. Un bacio d’addio, di rassegnazione, il “bacio di Giuda” rilasciato da un replicante che si è sentito esso stesso tradito, e che si prepara a compiere un parricidio, o altresì una sorta di omicidio compiuto da un essere ai danni di un dio creatore che si è mostrato non misericordioso nei riguardi della sua creatura. Roy Batty parrebbe assumere i contorni religiosi del Lucifero insorgente.

A questo punto i replicanti rimasti sarebbero fuori controllo, e vorrebbero vendicarsi. Deckard li insegue per porre fine ai loro tormenti e per far cessare i pericoli ad essi accomunati. Segue una colluttazione brutale, nella quale Roy Batty dimostra la sua forza sovrumana e la ferrea durezza con cui vorrebbe uccidere Deckard. Tuttavia, sul finire delle vicenda, quando ormai Deckard provato e prossimo a morire sta per lasciarsi cadere da un precipizio verrà raggiunto dall’androide che lo raccoglierà col suo braccio e lo trarrà in salvo. Roy Batty, il replicante, mostra un’inaspettata misericordia, una pietà che nessuno ebbe nei suoi riguardi. Agguanterà ed espleterà un’umanità sopita e a quel punto più vera che mai, perdonando il suo inseguitore e permettendogli di continuare a vivere.

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire

Quando declamerà il suo celebre monologo finale, un canto funebre di commiato, lascerà traspirare quanto la vita, veritiera o irreale, sia ineffabile, e i ricordi, le storie, le singole esperienze e le meraviglie dell’universo osservate in un battito di ciglia e conservate nei ricordi di un animo vitale possano svanire come lacrime che abbandonano gli occhi e scivolano giù lungo le guance al momento della morte. Ciò che abbiano vissuto scomparirà, i momenti andati diverranno momenti perduti. Ma essi potranno essere in parte custoditi nell’eredità dei nostri discendenti, negli affetti delle persone a noi più care. Questo non è possibile per un replicante, e per tale ragione, nel finale sarà il salvataggio di Roy Batty ad assumere un significato profondo. Esso verrà rammentato dal protagonista come testimonianza di un gesto di riconoscenza, effettuato in punto di morte.

“Blade Runner”, ancor più che una parabola sull’esistenza, trovo sia un racconto allegorico sull’impossibilità d’arrestare la morte. Lo spegnersi di una vita è il passo finale di ogni singolo essere. Tutti noi nasciamo e siamo consapevoli che la nostra permanenza sulla Terra sarà solo temporanea, una sorta di assoluto passaggio. La morte, come scrisse J.R.R. Tolkien, è un dono che “Eru Ilúvatar” ha elargito agli uomini di Arda, i quali quando sarà il momento dovranno abbandonare la propria dimora per calcare l’etere e le bianche sponde. La morte potrà essere un’altra via per gli uomini, ma per i replicanti? Non ci sarà nulla, tutto svanirà in un solo e fatale istante dopo poco più di quattro anni, un tempo drammaticamente misero ed esiguo. Nel suo tragico “spegnimento”, la personalità misteriosa di Roy Batty ha sublimato l’importanza della “sopravvivenza”, offrendo la vita a colui che era un suo nemico.

Rick, rimessosi in piedi, si ricongiungerà a Rachel, e con essa scapperà via. Al termine del lungometraggio, l’alone del sospetto seguita a permanere. Un dubbio venuto alla luce nel corso degli anni, alimentato da piccoli indizi di natura mitologica, che assumono l’aspetto di un unicorno, e che disseminati nelle varie versioni inducono noi spettatori a vestire gli inaspettati panni di “cacciatori di replicanti”. E se persino Dekcard fosse un replicante?

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Valerian e Laureline disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

In un passato imprecisato, un’antica civiltà aliena vive in pace e prosperità sulle rive di una spiaggia bagnata da acque limpide, contornata da bianche sponde e sabbia tenue e liscia al solo guardarla. Le eteree creature d’aspetto umanoide albergano vicino al mare, all’interno di graziose dimore ricavate da grosse conchiglie rosee. Questi cerei alieni raccolgono, come dono offerto loro dal mare, delle perle fatiscenti, le quali contengono enormi quantità di energia. Tali perle possono essere replicate fino a centinaia di altrettanti esemplari da alcuni animaletti indigeni dopo averne fagocitata una soltanto. Ogni qualvolta l’animaletto rilascia dalla sua epidermide i multipli di quelle bellissime perle, le creature donano le stesse alla terra, in un simbiotico scambio tra gli esseri viventi e il pianeta che li ospita. Un giorno, inaspettatamente, una misteriosa guerra combattuta nello spazio tra gli uomini finisce per annientare il pianeta natale di quella stirpe, e i pochi sopravvissuti riescono a mettersi in fuga per scampare alla morte.

Anno domini 2170. Valerian e Laureline, agenti speciali spazio-temporali del governo dei territori umani (che hanno i volti di Dane DeHaan e Cara Delevingne), sono in missione nella città intergalattica chiamata Alpha, una titanica metropoli in continua espansione la cui popolazione è composta da migliaia di specie diverse che provengono da ogni parte dell’universo. I 17 milioni di abitanti di Alpha hanno unito i loro talenti, le loro tecnologie e le loro risorse per migliorare le condizioni di vita di tutte le specie. Valerian e Laureline, interrompendo uno scambio clandestino tra alcune razze imprecisate, recuperano l’oggetto del contenzioso, ovvero l’animaletto di quel pianeta che abbiamo conosciuto al principio, ultimo esempio rimasto in vita di una così rara specie. Quella che doveva essere una semplice missione di recuperò, si rivelerà il primo passo di una fiabesca avventura. Valerian e Laureline inizieranno di lì a breve a svelare i molteplici segreti che si nascondono attorno alla distruzione del pianeta Mul e all’estinzione della razza aliena su cui verte un doloroso segreto militare destinato ad essere portato alla luce.

Raccogliere tra le mani le figure di Valerian e Laureline, tirandole via dalle pagine di un fumetto, e imprimerle su di una pellicola, renderle vivide, tangibili come uomo e donna, e trasporre il loro mondo colorato e luminescente, era un progetto ambizioso per Luc Besson. Un volere che aveva attratto già da tempo i suoi desideri e che stimolò le sue aspirazioni artistiche, facendole eccedere forse nella bramosia del vanaglorioso. Besson osservava il sole, mentre restava prigioniero nel suo fitto labirinto artistico. L’uscita era smarrita tra la moltitudine di cunicoli, o forse sbarrata dall’intenzione di non voler tornare indietro e abbandonare le proprie aspirazioni. Besson voleva fuoriuscire dal dedalo creativo volando via verso una meta lontana e ardua da raggiungere.

Come Icaro così Besson indossò le sue ali e si librò nel cielo, sedotto dai caldi raggi di un sole sfavillante, allegoria di una meta agognata e spesso sconsigliata perché proibitiva. Icaro, quando volle spingersi oltre i propri limiti, pagò un prezzo carissimo alla sua intraprendenza. Le sue ali di cera si sciolsero come neve al rischiarare del sole mattutino, ed egli precipitò al suolo perdendo la vita. Un monito che affonda l’atavico insegnamento nella mitologia greca, e che viene reinterpretato tutt’oggi come arguta e timorosa metafora per l’uomo, quando egli non dovrebbe spingersi oltre i propri limiti. Ma chi è che impone i suddetti limiti? Chi traccia il confine massimo? Il margine estremo da non dover essere superato viene intimato dal singolo talento, dalla capacità, dalla fortuna e dal mezzo impiegato per raggiungerlo. Ma tutti questi fattori possono essere soverchiati dalla perseveranza, dalla forza di volontà e dalla fiducia nelle proprie possibilità. Quando Luc Besson concepì il suo “Valerian” innalzò il volto verso il cielo e mirò quel sole tanto distante ma che sentiva particolarmente vicino, e lo reinterpretò come destinazione di un esaustivo lavoro. La brama del cineasta era quella di poter girare un’opera che raggiungesse le vette più estreme del cinema fantascientifico coi potenti mezzi del digitale moderno. Siamo certi che chi vola vicino al sole finisca poi necessariamente per bruciarsi? Besson aveva anch’egli indosso delle ali di cera?

“Valerian e la città dei mille pianeti” è un tripudio di colori che scintillano come torce accese e fiaccole ardenti di fuochi rossi e gialli. E’ uno spettacolo invitante che invoglia a prendere posto e ad accomodarsi in platea. “Valerian” è un’opera futuristica che inizia in un luminoso buio quale può essere l’oscurità dello spazio, fiocamente rilucente di alcune stelle che sostano in lontananza. “Valerian e la città dei mille pianeti” è cinema fatto con l’amore illimitato di un artista, che crea il proprio spettacolo rivelandone le magnificenze un po’ alla volta. Come fossimo a teatro, il sipario si apre e si arresta per qualche istante, lasciando al proprio pubblico una visuale ferma a metà, un palcoscenico in cui l’universo comincia a mostrarsi con l’ausilio di un brano musicale. Dopo un briciolo d’attesa, il sipario si spalanca e la visuale occupa così l’intero schermo. “Valerian” volge il proprio occhio contemplativo ad un futuro inesplorato, ma possiede un’introduzione devota agli stili classici dei film di fantascienza. “Valerian” è un’opera che accentua la bellezza di ogni singola immagine. Si tratta di sequenze rapide e il cui scorrere è tendenzialmente privo di sosta, in cui i lustri, i secoli e le migliaia di anni scorrono in una progressione sontuosa, dove un’accattivante sfilata di creature fantastiche che interagiscono con gli umani, si presentano loro con un susseguirsi di strette di mano. E’ una storia di conoscenza, d’integrazione, di rispetto verso ogni esistenza culturale quella che Besson ci mostra.

Besson conferisce contorno e spessore a un sogno che ha preso vita, il medesimo che viveva ad occhi aperti quando non era che un bambino e si lasciava trasportare dalle letture del fumetto “Valerian et Laureline”. Questo è l’atto d’amore di un ammiratore incondizionato che in quella città dai mille pianeti ha scoperto il proprio spazio paradisiaco, languido e ineluttabile e ha deciso di donargli la consistenza ammirabile di un bellissimo miraggio illusorio e fantastico.

I vostri occhiali 3D (esperienza questa assolutamente consigliata) fungeranno per voi da visore meta-cinematografico, una sorta di finestra spalancata verso un nuovo mondo, la cui realtà visibile ad occhio nudo può esser sostituita da un’altra diversa e intellegibile e che si sovrappone alla prima similmente a quella che i protagonisti vedono e vivono durante la loro prima missione. Il mercato di Alpha è strutturato in una duplice realtà: quella visibile con gli occhi e quella visibile con la tecnologia avveniristica che permette l’osservazione di un mondo diversificato che si manifesta parallelamente a quello scrutabile soltanto con gli occhi. In tal modo è interpretabile il lungometraggio di Besson, come una fantastica visione dalla doppia natura che oscilla dalla realtà filmabile alla meraviglia dell’ignoto reso percepibile attraverso un meticoloso lavoro grafico e pertanto estetico.

In questa fantascientifica avventura Valerian e Laureline sono due giovani innamorati che vivono il loro lavoro analogamente con la loro vita sentimentale. Entrambi molto ben caratterizzati hanno personalità carismatiche e oppositrici. Valerian è arrogante, sfacciato, sprezzante e sbruffone, Laureline è invece forte, indipendente, sentimentale e fedele. Valerian e Laureline incarnano i tradizionali poli opposti che finiscono per attrarsi nelle reciproche diversità. Essi tendono così a cercarsi e ricercarsi ogni qualvolta finiscono per restare separati. L’intera avventura è una luna di miele compiuta nel cosmo.

A tal proposito Valerian ha chiesto a Laureline la sua mano. Ella, in uno dei loro dialoghi derisori, ha domandato se lui fosse a conoscenza del fatto che la luna di miele si consuma dopo il matrimonio, ricevendo un’impacciata risposta da parte di Valerian. In un certo senso, i due riescono a capovolgere le previsioni e a compiere questo viaggio ancor prima del reale sposalizio. In tal modo, ammettendo che la risposta di Laureline alla richiesta di Valerian di averla in moglie fosse stata positivamente sottintesa, il loro viaggio si configura come un’intrepida luna di miele adempiuta tra i pericoli di un mondo splendido quanto rischioso.

“Valerian e la città dei mille pianeti” è una discesa tra gli abissi di un mondo sconosciuto. In questa estenuante caduta verso la “zona morta” la storia perpetua un’indagine sull’identità del protagonista. Il concetto d’identità personale assume un valore ineludibile, inscenato nell’aspetto e nel potere dell’aliena interpretata da Rihanna, la cui abilità è quella di assumere centinaia di apparenze diverse fuggendo però l’univoca identità del proprio essere.

Tale mutaforma riveste il ruolo dell’artista sofferente, dell’interprete camaleontica e dai mille volti, che le impediscono d’essere riconosciuta dagli altri per come è realmente. Ella, quando perirà, svanirà come sabbia smossa dal vento, testimoniando l’ineffabilità di un’anima priva di una precisata categoria esistenziale per colpa dei crudeli che hanno approfittato delle sue abilità prodigiose per deprecabili fini.

Da questo momento in poi, Valerian trarrà un importante insegnamento, e dovrà far fronte alla sua identità personale di uomo, spogliarsi delle regole imposte dal suo rango di maggiore e compiere ciò che è giusto, riacquistando la sua identità di eroe messo al servizio, non soltanto dell’umanità, ma anche di ogni razza aliena che nell’unità della metropoli Alpha ha trovato la globale serenità. Il viaggio porta i due protagonisti a imbattersi nei sopravvissuti del pianeta Mul, in attesa di riottenere l’animaletto e la perla che Valerian e Laureline hanno con loro. Quella di Valerian è una maturazione mentale e psicologica, coronata dall’affetto e dalle parole di Laureline che lo esorta ad allontanare i ferrei e dogmatici precetti militareschi e abbracciare l’empatia provata nei confronti di questi esseri dalla pelle biancastra.

Ella lo invita ad immedesimarsi nel regnante di questa popolazione che ha perduto la sua stessa gente. Nel loro carattere così diverso Valerian e Laureline tendono a completarsi a vicenda e ad aiutarsi a comprendere quanto dovevano scoprire all’adempimento della loro missione. Valerian custodisce e protegge, inoltre, nel suo intimo l’anima della principessa dei Mul, e non è un caso che da essa venga privato solo quando egli porterà la libertà al popolo sopravvissuto.

Quella di “Valerian e la città dei mille pianeti” è una similitudine sull’esistenza, una ricerca sull’amore più puro, quello provato nell’atto del perdono. “Valerian e la città dei mille pianeti”, nelle sue scenografie maestose, nei suoi effetti speciali stupefacenti e nei suoi inseguimenti votati all’azione più incalzante, rilascia un messaggio profondo, quello che anche dopo la tragedia di un’infausta guerra può esserci sempre lo spazio per ricostruire quanto è stato distrutto, per erigere una nuova società dalle macerie, in una collaborazione che verte sull’uguaglianza di ogni tipo di razza, sia essa umana o aliena.

Besson con la sua creatura “Valerian e la città dei mille pianeti” ha centrato l’obiettivo, realizzare una trasposizione graficamente monumentale di una delle storie che aveva amato di più. Una meta, quella di Besson, che non ricercava tanto il successo generale quanto il successo personale, quello di poter dare vita ad una fantasia letta e immaginata, per cui non avrebbe badato a spese. “Valerian e la città dei mille pianeti” è un’opera genuina, intrisa di bontà e terso romanticismo. Besson, suo malgrado, ha trasmesso un’importante lezione: in un volo pindarico come il suo, il sole può non essere il solo pericolo da dover affrontare. L’empio parere del pubblico generale, feroce come un’aquila affamata, può ghermire colui che libra sospeso e divorarlo senza pietà.  “Valerian e la città dei mille pianeti” ha spaccato a metà il parere critico, ed è stato oggetto di scherno, da parte di detrattori famelici, ben più di quanto meritasse, forse per essere stato erroneamente presentato come un successore del visionario “Avatar” di James Cameron.

“Valerian” non si fregia di una narrazione articolata, e non pretende di culminare nell’epicità della più coraggiosa tra le space-opera, gioca sulla semplicità per ricordare ai propri spettatori come si possa sognare con l’autenticità di una manipolata magia visiva.

Oggettivamente la creatura di Besson non vanta il fascinoso approfondimento culturale di “Avatar”, ed è preda di una trama semplice, il che non è conseguentemente un male, raccontata con difficoltà per via di una sceneggiatura strutturata con dialoghi carenti e a volte sempliciotti. Tuttavia, trovo personalmente che i pregi di questo film divertente e sincero, superino i naturali difetti. L’opera di Besson non avrà purtroppo ottenuto il successo che forse sperava, ma resta ugualmente un film meritevole d’essere apprezzato con equilibrio e con uno spirito romantico necessario per attenuare la severità di certi giudizi esagerati.

Nell’ultima scena, Valerian e Laureline, rimasti ormai soli a bordo di una navicella che naviga silenziosa su di un oceano qual è il firmamento sconfinato, possono suggellare il loro futuro matrimonio scambiandosi un appassionante bacio. La loro prima e più importante luna di miele è finita al culmine del loro progressivo innamoramento.

La luce dell’universo si incupisce fino ad ottenebrare la totalità della visione. Sul lato destro compare la dedica di un figlio “a mio padre…”. Besson, che paragono ancora un’ultima volta alla figura mitologica di Icaro, raggiunge il sole e il traguardo che si era prefissato, vale a dire realizzare il sogno di un bambino: dar nuova vita ai propri eroi. Il messaggio finale è la malinconica dedica a un genitore. Besson è stato sospinto nel volo da suo padre, no, non certo da Dedalo, ma dal suo vero padre, colui che gli ha fornito delle ali salde e sicure, non di cera, quando gli fece leggere quel suo primo fumetto che tanto lo coinvolse e lo aiutò a sollevarsi da terra. Besson ha toccato davvero quel sole, riportando soltanto qualche lieve bruciatura, poiché è rimasto fedele a se stesso, al bambino che fu.

L’amore spassionato che viene rilasciato nell’arte e che in questo caso si può percepire osservando “Valerian e la città dei mille pianeti” è il collante che tiene ben ferme le ali alla schiena di ogni sognatore.

Persino la cera faticherebbe a sciogliersi se miscelata alla forza dirompente, inestinguibile dell’amore per la creatività.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: