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Jessica Rabbit disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Potrà sembrare alquanto peculiare come scelta descrittiva, ma forse proprio per questo, vorrei tentare in qualche modo di paragonare “Chi ha incastrato Roger Rabbit” a un western di stampo classico, contrassegnato dal solito duello tra due “banditi”. L’unica variante, davvero “unica”, se così posso definirla, riguarda i costumi di scena anni ’50 indossati da questi due atipici “contendenti”. Supponete dunque d’intravedere due pistoleri che si dispongono ai poli opposti di un’arena deserta in cui regna un silenzio carico di suspense. Da un lato scrutiamo la sagoma piuttosto tarchiata di un pistolero dalle grandi orecchie a punta che seguita a mantenere un atteggiamento giocoso e una risata stridente stampata su di un volto candido, nascosto da una bandana, che lascia intravedere soltanto i due occhioni azzurri. Dall’altro lato, il rivale, decisamente più alto e pingue, resta cauto e flemmatico, con un’espressione rabbiosa e uno sguardo glaciale, celato da un copricapo grigio che fa pendant con un impermeabile beige. La mano di quest’ultimo tamburella sul fodero della pistola, egli è impaziente di estrarla e premere il grilletto più velocemente dell’altro contendente per colpirlo. Il più “allegro” dei due, però, sfodera una pistola cartoonesca, da cui partono pallottole vive e senzienti, alcune di esse dotate di occhi, labbra e persino baffetti spioventi che si soffermano in aria e cominciano a intonare motivetti lieti e spensierati. Il rivale più tristo, a quel punto, non può che lasciarsi andare a una fragorosa risata, essendosi fatto contagiare da quell’ironia surreale perpetrata dal primo pistolero. I due depongono così le armi, ritrovando probabilmente se stessi in questa sorta di “singolar tenzone”. Il pistolero amareggiato toglie il cappello e rivela il suo vero volto, mentre l’altro slaccia la bandana rivelando il proprio viso da…coniglio. Li ho più volte reinterpretati così, Roger ed Eddie, come due rivali prima ancora che due amici. Come due “pistoleri” in cui confluiscono e inevitabilmente tendono a scontrarsi sentimenti ambivalenti: la gioia di vivere e l’amarezza di sopravvivere. Il primo pistolero, ovvero Roger, contagia con la sua ironia il secondo pistolero, vale a dire Eddie Valiant.

“Chi ha incastrato Roger Rabbit” venne prodotto da Steven Spielberg e diretto da Robert Zemeckis dalla cui collaborazione aveva già visto la luce il primo capitolo della trilogia di “Ritorno al futuro”. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” fu accolto con reazioni entusiastiche, vincendo quattro premi Oscar e entrando di diritto tra i capolavori più rinomati del cinema d’ogni tempo. Il film, girato in tecnica mista, unisce attori in carne ed ossa con cartoni animati, realizzati con l’ausilio di straordinari effetti speciali, il tutto in un clima capace di stuzzicare la fantasia dei più piccoli e soddisfare i desideri degli adulti con una trama accattivante e per nulla prevedibile. La pellicola possiede una comicità esilarante incarnata nel personaggio di Roger, e un rassegnato cinismo personificato, invece, in Eddie Valiant. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è un noir in cui la realtà cruda si mescola con la fantasia più sferzante, in un dualismo tra “uomo” e “creazione artistica” che costituisce il paradigma di base dell’investigazione dei due protagonisti: ancora Eddie e Roger. Eddie (interpretato da Bob Hoskins) è un detective privato irascibile e frustrato. Valiant soffre di un’acuta depressione e tenta inutilmente di soffocare i suoi problemi rifugiandosi nell’alcool. Eddie vive in una realtà in cui uomini e cartoni coesistono in perfetta armonia. Questi ultimi non vivono solo sullo schermo grazie al volere produttivo dei propri creatori, ma hanno un’identità del tutto autonoma, svolgendo il proprio lavoro come fossero degli attori stipendiati nell’Hollywood della prima metà del Novecento. Eddie è innamorato di Dolores, una bellissima donna della sua stessa età, la quale ricambia i suoi sentimenti. Tuttavia, Eddie continua a non essere pronto per una relazione stabile, poiché tormentato dal passato. Egli non si fida di nessuno e odia i cartoni i quali gli rammentano che proprio uno di essi ha ucciso il fratello. Eddie conserva tuttora il ricordo dello sguardo terrificante e della risata ansiogena dell’assassino. L’incontro con Roger Rabbit, un coniglio simpaticissimo quanto goffo e poco intelligente, segna l’inizio della rinascita di Eddie.

Roger non sembra comprendere la tristezza che attanaglia l’animo dell’uomo, cercando più volte di stemperare la sua tensione con gag improvvisate e battute ben congegnate. Roger è cosciente che i cartoni sono venuti tra noi per far ridere la gente, come se fossero stati investiti sin dalla nascita del peso di portare gioia e spensieratezza nell’animo dell’uomo che li osserva, maggiormente soggetto alla sofferenza e alla perdita degli affetti. I cartoni non possono morire e pertanto non comprendono cosa sia realmente il dolore del distacco. Questo fino al giorno in cui il terribile giudice Morton (un irriconoscibile Christopher Lloyd) sperimenta la salamoia, un miscuglio acido di sua invenzione, su una povera scarpetta viva che si scioglie senza poter avere alcuno scampo. Morton sconvolge Cartoonia, il mondo in cui vivono i cartoni, facendoli piombare in un terrore che nessuno di loro aveva mai provato prima: la paura di morire. Tale terrore però non riesce comunque a minare le intenzioni dei cartoni che proseguono a essere portatori di felicità incondizionata. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” sembra tracciare una linea immaginaria secondo la quale gli uomini sono i depositari del dolore e i cartoni, invece, sono coloro che riescono ad alleviare questa condizione. Roger si prefigge così l’obiettivo di restituire ad Eddie la fiducia nel prossimo e permettergli di ritrovare quel senso di umorismo che sembra essere naufragato nel mare d’alcool che è diventata la sua mente. Tale rapportarsi tra i due protagonisti del lungometraggio permette il superamento del dolore di Eddie e il ritrovamento di una speranza celata da fin troppo tempo nell’oscurità del senso di colpa per non aver salvato il fratello.

Roger è sposato con Jessica Rabbit, una famosa cantante che si esibisce nel locale “Inchiostro e tempera”. Ho da sempre creduto che conoscere la parola d’ordine per entrare nel locale “Inchiostro e Tempera” fosse un privilegio. Non certo perché potevo assistere ai per nulla idilliaci spettacoli di Daffy Duck e Paperino, e neppure perché ai tavoli poteva servirmi da bere una Betty Boop ancora priva di colore. Devo confessare però d’essere comunque soggetto al fascino formoso di Betty, dopotutto, il gusto classico possiede una bellezza imperitura. Tuttavia, sorseggiare un whisky on the rocks in quella sala era un privilegio perché quando il sipario si alzava, ed emergeva dal drappo di tessuto Jessica Rabbit, il film mi concedeva la possibilità di rispondere positivamente a un quesito: sì, ci si può realmente innamorare di un disegno.

Jessica è di una bellezza estrema, ed è stata concepita come l’archetipo della femme fatale perfetta, dalla vita molto stretta e dai fianchi morbidi e sinuosi. Porta sempre i rossastri capelli sciolti sulle spalle, ha delle labbra carnose, accentuate da un rossetto color porpora acceso; il suo viso di porcellana è caratterizzato da uno sguardo magnetico, reso ancor più vivido dalle forti tonalità del trucco, che va poi ad attenuarsi in prossimità degli occhi. D’intenso colore sono anche i guanti che le coprono le mani e gran parte delle braccia, e l’abito che indossa è sempre di un rosso scarlatto lucente, con un’ampia scollatura sul davanti che lascia intravedere un seno prosperoso. L’ampio spacco su di un lato fa emergere tutta la sensualità di una gamba perfetta, mentre un’audace scollatura sul di dietro scopre la schiena, totalmente. Per tutti, di primo acchito, è sorprendente quanto paradossale che ella sia sposata con il goffo Roger Rabbit. Invero, Roger l'ha conquistata con il più seducente dei corteggiamenti: facendola ridere.

Una delle citazioni più celebri di Jessica riguarda l’esternazione “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Una frase che spesso non viene carpita e compresa con dovizia analitica. Jessica, nella realtà fittizia del lungometraggio, è stata disegnata con le forme del corpo più provocanti volutamente estremizzate. Essendo disegnata in tal modo, Jessica sa che il suo aspetto fisico predominerà sempre la sua personalità agli occhi di chi la osserva superficialmente. “Disegnare”, alle volte, può essere sinonimo di “descrivere”. Jessica è tratteggiata, colorata, rappresentata e, pertanto, descritta, attraverso quei suoi tratti estetici mozzafiato, come se dovesse incarnare una bellezza malvagia, tentatrice ed arrivista, ciò che, in verità, non è. Ella è conseguentemente condannata a far sì che la sua esteriorità suggerisca erroneamente quello che il suo cuore non serba davvero. Jessica si trova così costretta a respingere giornalmente le avance invasive dei suoi ammiratori, fino a dover nascondere persino una “trappola” nello scollo.  La sua relazione con Roger non fa che insospettire tutti, perché sembrerebbe impossibile che una donna del genere sia sposata con un “imbranato” come Roger. Ma Jessica è, in verità, dolce e profondamente innamorata del marito, ed ella dimostra come non ci si dovrebbe mai fermare alle semplici apparenze.

Jessica è un personaggio di certosino spessore estetico e caratteriale.

La prima parte dell’indagine del film ruota proprio intorno al presunto adulterio di Jessica, la quale avrebbe tradito il marito con Marvin Acme, titolare della ACME Corporation, mediante il celebre “farfallina”, un innocuo gioco da bambini che per i cartoni equivale a un vero e proprio tradimento. La morte improvvisa di Acme porta Roger a essere ritenuto il principale indiziato dell’omicidio. Così, il coniglio si rifugia in casa di Eddie, famoso per essere stato al tempo un investigatore che più volte scagionò i cartoni da reati di cui erano stati ingiustamente considerati colpevoli. In verità, Jessica, come supposto dal marito, fu costretta a giocare con Acme e farsi così fotografare da Valiant per impedire che Roger venisse licenziato dal feroce R.K. Maroon, impresario e produttore in combutta con il giudice Morton, da cui verrà successivamente tradito e giustiziato. La morte di Acme, a seguito dello scandalo suscitato dalla pubblicazione di tali fotografie, avrebbe fatto inevitabilmente cadere la colpa sul coniglio accecato dalla gelosia e desideroso di vendetta; dunque, Roger sarebbe stato a tutti gli effetti “incastrato”. Come si scoprirà sul finale, l’anziano Acme, poco prima di venire barbaramente ucciso, aveva redatto un testamento in cui lasciava Cartoonia, la sua più grande proprietà, in eredita ai cartoni. Morton, per impedire tale lascito e per impossessarsi egli stesso di Cartoonia, uccise il ricco magnate, non riuscendo tuttavia a trovare il testamento che verrà successivamente rinvenuto dallo stesso Roger. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” a discapito della sua fotografia pigmentata è una pellicola cupa e seriosa, dove l’avidità (il progetto avanguardistico del giudice) tenta di calpestare e distruggere la meraviglia dell’immaginazione (Cartoonia).

Il tema dell’amore in “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è incentrato sull’attesa della verità e sulla pazienza che le due donne (Dolores e Jessica) nutrono nei confronti dei rispettivi partner. Dolores comprende l’agonia e il rimorso che divorano sempre più l’animo di Eddie e continua ad attendere che egli abbandoni un tale fardello per poter cominciare una nuova vita insieme. Jessica, invece, nella prima parte dell’opera è un personaggio piuttosto ambiguo, fin quando non si scoprirà che lei ama in maniera pura e disinteressata il marito, e tutto quello che dovette fare, in perenne alternanza tra verità e inganni, lo fece al solo scopo di proteggere Roger. Da una parte il personaggio di Dolores rappresenta quindi la speranza attendista di un domani migliore, dall’altro quello di Jessica la pazienza che la verità possa, sul finire della vicenda, frantumare il cumulo di menzogne e pregiudizi erroneamente formatisi nel corso della prima parte dell’opera. Le due donne sono figure imprescindibili per i protagonisti. Eddie senza Dolores perderebbe l’unica fonte che alimenta il suo spirito combattuto, e Roger senza Jessica non riuscirebbe a mantenere il suo inconfondibile buonumore. Entrambi sono quindi accomunati dallo stesso legame che li tiene saldamente ancorati, impedendo loro di sperdersi nei meandri della solitudine.

I due sentimenti più grandi trattati dal film, il patimento e l’amore, vengono affrontati con la forza della risata. Lo stesso Roger conquista Jessica, una donna all’apparenza fuori dalla sua portata, proprio con la sua simpatia, la fa ridere e intenerire della propria goffaggine e per questo lei lo ama. Incanalare l’ironia e lasciarla defluire all’esterno diviene l’unico sostegno per poter sopportare l’ingiustizia di una vita colma di cattiveria. E così Eddie torna a ridere ma soprattutto torna a far ridere, gigioneggiando in scena con oggetti animati e trucchi clowneschi tipici dei cartoni, facendo ridere a crepapelle le faine e affrontando il giudice Morton, il vero antagonista dell’opera, l’uomo dietro al cartone animato, la maschera umana dietro cui si nasconde il sadico assassino del fratello di Eddie. L’uomo non diviene più soltanto il “custode” del dolore e il portatore dell’odio efferato in quanto soggetto dotato di bramosia, ma anche il “cartone”, nato per divertire la gente, può tramutarsi in un male spietato, poiché anch’esso conservatore di un sentimento più variegato di quel che potrebbe sembrare. La gelosia e l’avidità trascendono l’uomo, colpendo persino una creazione così diversa eppure accomunata dalle medesime oscurità. Eddie riesce infine a uccidere Morton per poi soffermarsi a vedere Cartoonia insieme a Roger, Jessica e Dolores.

I quattro s’incamminano in quella valle illuminata dal sole, dai contorni favolistici, ed io li reinterpreto una volta ancora, immaginando che Eddie e Roger, stretti a braccetto con le rispettive compagne, incrocino gli sguardi un’ultima volta, quasi a rammentare ciò che è stato l’esordio della loro avventura. Potrebbero infine voltarsi a osservare ciò che si sono lasciati alle spalle, quel cappello e quella bandana di cui facevo cenno giusto all’inizio. Oggetti inanimati rimasti inermi sul terreno. La paura di un passato drammatico è stata superata, adesso non resta loro che procedere verso un orizzonte limpido e radioso, tra realtà e fantasia, tra un dolore trascorso e un amore ancora tutto da vivere, ciascuno con la propria amata.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“La scrittura è architettura” recita il testo de “Il tempo delle cattedrali” nella splendida versione italiana del musical “Notre Dame de Paris”. L’atto di scrivere può essere elevato a una vera e propria forma d’arte, forte e impenetrabile come la saldezza dell’architettura, plasmata nel tempo, resistente anche allo scorrere delle decadi e ai capricci della natura. Che siano i versi di una poesia, i passi memorabili di un romanzo, i dialoghi sceneggiati di un testo teatrale o la verità manifesta con argute riflessioni nelle pagine di un giornale, la scrittura, più di quanto crediamo, conserva in sé la gloria artistica di dar vita ai pensieri, alle fantasie o ai capricci, più o meno inconfessati. Scrivere è un atto d’amore. Un amore per la creazione. Un processo produttivo che necessita spesso di tempo e pazienza, di idee recondite ma spesso di ispirazioni venute all’improvviso. Ed ecco che un taccuino o un’agenda o addirittura un banale foglio bianco possono diventare alleati preziosi, contenitori in cui l’autore libera i propri pensieri e li fissa su carta, così da poterci tornare di tanto in tanto a rileggerli, e magari arricchirli di nuove sensazioni.

Alcuni scrittori, più di altri, tengono sempre in mano il loro taccuino, e lo scorrono per cercare un angolino tutto libero in cui poter scrivere quell’ultima idea, balenata lì, come si dice, ex abrupto. Il più delle volte, le annotazioni sono riportate con caratteri così strani che difficilmente potrebbero essere riconducibili all’alfabeto, tanta è la fretta d’appuntarsi quel certo particolare per paura di dimenticarlo, e quindi poco importa il modo in cui viene trascritto. Sono i giornalisti in azione coloro che più di altri portano sempre con sé un taccuino, pronto per essere utilizzato. Chi nasce, cresce e vive costantemente alimentato da quella fiammella chiamata passione per la scrittura comprende prima di altri quanto l’onestà comunicativa sia un dettame imprescindibile. Scrivere un articolo richiede una buona dose di responsabilità, qualunque sia il settore giornalistico di competenza. “Verba volant, scripta manent” riporta l’antico detto latino, quasi a ricordarci che la parola scritta ha un potere enorme a cui spesso non diamo il giusto peso. Stephen Glass, giornalista americano del New Republic, verso la fine degli anni ’90 ignorò di fatto il potere del linguaggio scritto. Al suo incauto agire è dedicato il film del 2003: “L’inventore di favole”, titolo italiano di “Shattered Glass”. Proprio il personaggio di Stephen Glass regge in mano un simbolico taccuino in cui appaiono decine e decine di appunti, scritti rigorosamente di proprio pugno, in uno dei tanti scatti promozionali del film.

Il lungometraggio si apre con una ripresa a rallenty, quando una voce fuori campo introduce gli spettatori alle atmosfere dell’opera. Una volta terminata la dissolvenza, la camera inquadra il protagonista intento a scrutare con un furbesco sorriso la redazione giornalistica presso cui lavora, mentre tutto intorno sono in atto dei festeggiamenti. Stephen Glass, a soli 24 anni, è stato assunto come giornalista nel New Republic, una testata dedicata alla politica e alla cultura pubblica statunitense. Glass è amato tanto dai suoi colleghi quanto dal vice-direttore per i suoi modi affabili, per la sua parlantina sciolta e compita, ma soprattutto per la vivezza dei suoi articoli, ora originali e disamanti ora sarcastici e mordaci. Stephen è un giovane sicuro di sé, vive una vita tranquilla lontano dai genitori, i quali però vorrebbero che proseguisse gli studi (temporaneamente abbandonati) presso la facoltà di legge, e invece passa gran parte delle sue giornate sul luogo di lavoro, corteggiando candidamente le sue colleghe, che non esitano mai a dargli una mano e a confrontare con lui i loro pezzi prossimi alla pubblicazione. Stephen è per tutti un ragazzo da ammirare, un nome che sta facendo sempre più parlare di sé tra la stampa americana, tanto da avere perennemente il telefono pronto a squillare, con continue richieste da parte di altri giornali che desiderano la sua collaborazione nella stesura di nuovi articoli. Stephen è per tutti uno scrittore arguto e versatile, una “penna” schietta ed efficace. Il suo status di stella nascente del giornalismo lo porta persino a essere chiamato dalla sua vecchia insegnante di liceo per tenere una lezione agli studenti della sua classe e spiegare loro i segreti di un successo talmente debordante da espandersi a macchia d’olio. Stephen comincia così a narrare al suo giovane pubblico la sua ascesa, mentre resta in piedi dinanzi alla cattedra, il suo momentaneo palcoscenico, fianco a fianco alla sua cara insegnante, che intanto lo scruta con occhio compiaciuto e soddisfatto, come a ricercare qualcuno dei suoi insegnamenti nello sguardo così sicuro e deciso del suo caro, vecchio studente. Il film a quel punto procede su due binari ben distinti: da una parte udiamo ciò che Glass racconta ai suoi ascoltatori, dall’altra vediamo ciò che accadrà in quei mesi burrascosi. Un giorno, il vice-direttore, grande estimatore del protagonista, viene sostituito da Charles Lane, un giornalista facente parte della stessa redazione in cui lavora Stephen. Glass non nasconde ai colleghi la sua antipatia nei confronti del nuovo superiore e ciò, vista la grande influenza che Stephen ha verso i suoi amici, porta anche gli altri giornalisti a sviluppare un senso di lieve avversione verso Lane. Nelle settimane successive, Stephen diviene il giornalista di punta del New Republic.

L’ultima fatica letteraria di Glass è un articolo che sta ricevendo ampi consensi tra i lettori. Il testo tratta con raffinato sarcasmo la storia di un giovane hacker a cui è stato offerto un contratto faraonico per lavorare in una multinazionale, da lui stesso violata poche settimane prima. L’articolo, trattando notizie di carattere informatico, settore di competenza del “Forbes”, viene analizzato attentamente dal reporter Adam Penenberg, rivelando clamorose incertezze sulle fonti citate e grosse incongruenze riportate dallo stesso Glass. Allarmato da queste apparenti scoperte il direttore del Forbes contatta Charles Lane che in un primo momento difende il suo collega. Comincia un’indagine giornalistica che porta il film di Billy Ray ad assurgere ai canoni dell’avvincente cinema d’inchiesta. Contemporaneamente, il regista non smette di spostare la nostra attenzione sul monologo esaustivo che Glass sta tenendo a lezione dai suoi studenti liceali. Il protagonista spiega come il giornalismo politico sia un’arte dedita alla ricerca dell’informazione e dello scoop sensazionale che potrebbe smascherare possibili illeciti. La pubblicazione di un articolo a detta di Glass non è affatto semplice, è un processo costellato da tanti passaggi e da innumerevoli ostacoli da superare. Il giornalista deve recarsi egli stesso sul luogo d’indagine, dev’essere circondato da fonti attendibili che dovrà inevitabilmente citare. Una volta steso, il pezzo dovrà essere corretto e, se del caso, soggetto a riduzioni varie. In seguito, la redazione dovrà verificare la veridicità delle fonti espresse, e solo dopo averne valutato l’attendibilità si potrà mandare l’articolo in stampa, con tanto di firma dell’autore posta in alto al pezzo. Stephen tiene però a precisare che il più delle volte le uniche fonti presenti sono quelle riportate dal giornalista e non possono in alcun modo essere vagliate e verificate. In quel caso la pubblicazione potrà avvenire comunque, purché l’articolo sia coerente e ben scritto e l’autore si prenda le responsabilità delle proprie affermazioni.

Più vanno avanti le ricerche sulla storia redatta da Stephen più l’articolo di Glass perde valore, sgretolandosi come un castello di sabbia all’arrivo dell’alta marea. Non potendo dimostrare ciò che ha scritto, Stephen ammette di essere stato raggirato dalle sue stesse fonti e di aver commesso l’ingenuo errore di essersi fidato ciecamente. Lane nonostante gli attriti con il resto della redazione che difende a spada tratta Glass, si trova costretto a sollevarlo dall’incarico e a sospenderlo per due anni. Una sera, però, Charles scopre che il fratello di Steven vive nella stessa località in cui si trovava una presunta fonte citata da Glass e che lo stesso Lane contattò per avere alcune delucidazioni in merito all’articolo. Charles deduce che il fratello di Stephen e la fonte in questione sono la medesima persona, comprendendo così che l’intera storia è stata totalmente inventata. Poco prima che il Forbes pubblichi un articolo per smentire la veridicità del tema trattato da Glass per il New Republic, Charles licenzia il nostro protagonista. Stephen, in lacrime, chiede un’ultima possibilità, promettendo che non accadrà mai più, ma Charles gli volta le spalle, restando in silenzio. Lane a quel punto viene colto da un atroce timore; raccoglie così tutte le riviste pubblicate nei mesi precedenti e sottopone gli articoli di Glass ad un’attenta lettura, comprendendo tristemente che quasi tutti i pezzi sono in maniera parziale o del tutto frutto della sua fantasia. Il New Republic rischia di sprofondare sotto gli efferati colpi degli altri giornali, i quali, una volta appurata la falsità del primo articolo non esiteranno ad indagare sui precedenti portando così alla luce la verità: la parabola ascendente del giovane Stephen è fondata su un cumulo di menzogne. Una fitta rete di bubbole, avallata, suo malgrado, dallo stesso New Republic. I giornalisti della redazione, dopo qualche ora di smarrimento e dopo aver pesantemente attaccato Charles per aver licenziato Stephen, si rendono conto che il vero giornalista onesto e competente era sempre stato il capo che avevano calunniato, e che l’uomo che seguitavano a difendere era in realtà un manipolatore. L’intera redazione fa trovare sul tavolo di Charles un messaggio firmato di pubbliche scuse ai lettori: Lane capisce così che i suoi giornalisti sono finalmente con lui. Nel frattempo, la tela di bugie tessuta da Stephen si è sgretolata tra le sue stesse mani, mentre egli prosegue imperterrito a parlare del suo splendido lavoro davanti a tutta la classe. Conclusa la lezione, gli alunni si congedano da lui applaudendolo. Lentamente gli studenti si defilano così come il battito di mani perde d’intensità, fino a non sentirsi più e l’aula appare improvvisamente vuota e “rumorosamente silenziosa”. Il protagonista resta lì immobile a fissare il banco e la seggiola su cui sedeva quando era uno dei tanti liceali. Stephen non ha mai parlato con quelle ragazze e quei ragazzi. Era anch’essa una favola dall’aspro finale. Di colpo anche noi spettatori siamo caduti vittime dei suoi racconti per nulla veritieri. L’unico applauso sincero, udibile verso la fine della pellicola, è riservato a Charles Lane e viene scandito dall’intera redazione che lo saluta come un autentico vice-direttore. L’ultima sequenza del film si ricongiunge esattamente con quella iniziale in cui Stephen si muove verso di noi osservando fieramente il luogo di lavoro e ripetendo le medesime parole che aveva proferito inizialmente. Lo scenario però cambia, e i festeggiamenti che stavano avvenendo intorno a lui, fresco vincitore di un Pulitzer, scompaiono senza lasciare alcuna traccia: era quella la sua ultima illusione.

Un ottimo Hayden Christensen dona voce e corpo alla figura di Stephen Glass in questo film biografico diretto da Billy Ray. Christensen accettò la parte quando era già stato scelto da George Lucas come interprete di Anakin Skywalker in “Star Wars”. “L’inventore di favole” venne distribuito nella seconda metà del 2003, quando Christensen era già sbarcato al cinema con l’episodio II della trilogia prequel di “Guerre stellari”. Insieme al ruolo del ragazzo disadattato e schiavo della droga ne “L’ultimo sogno”, performance che gli fruttò una nomination al Golden Globe come miglior attore non protagonista, e naturalmente alla parte del personaggio cardine di “Star Wars” ovvero Anakin Skywalker, questa prova fu la più importante della carriera dell’attore canadese. A tal proposito ne “L’inventore di favole” sembra essere presente un “Easter egg” dedicato all’iconico ruolo interpretato da Christensen. Glass dirà al suo direttore che se dovesse sentire un profondo respiro, agitato e intimidatorio provenire dalla segreteria del numero selezionato inerente la sua fonte, non dovrà preoccuparsi. E’ un chiaro riferimento al celebre respiro ritmato di Darth Vader.

La recitazione dei due protagonisti è studiata minuziosamente per far vedere la diversità caratteriale tra Stpehen Glass e Charles Lane. Il primo è un personaggio logorroico, quasi “piagnucolone” quando tenta di commuovere i suoi interlocutori, abile negli esercizi dialettici, che fa della parola la sua arma in più, del complimento il segreto del suo essere tanto “affabulante”. Il secondo, invece, interpretato da un grande Peter Sarsgaard, è un personaggio taciturno, introverso, che fa delle sue lunghe pause e dei suoi sguardi attenti e riflessivi il suo modo preminente di essere e di rapportarsi con l’ambiente di lavoro.

Il vero Glass, laureatosi in legge dopo essere stato espulso dall’ordine dei giornalisti, definì il film come un viaggio splendidamente eseguito nei meandri imbarazzanti del suo passato. Ma “L’inventore di favole” non si configura soltanto come un film che ripercorre la sfortunata carriera di Glass nel mondo del giornalismo, tanto da offrire una sorta di denuncia all’aspetto fraudolento del suo lavoro, ma desidera anche far traspirare l’amore per il giornalismo in quanto tale e adempiere a monito verso tutti coloro che credono che la realizzazione di un articolo sia un qualcosa di così semplice da poter essere persino creato dal nulla. Non è un caso che “L’inventore di favole” venga spesso trasmesso e pertanto utilizzato nelle scuole di giornalismo statunitense per fornire agli studenti un esempio tangibile di una corretta ma anche scorretta professione giornalistica. Ray carpisce con arguzia le tempistiche e il clima, a volte teso altre volte disteso, che esiste tra i membri di una redazione, cercando di evidenziare come spesso all’interno di un giornale si creino dei veri e propri nuclei familiari in cui poter ricercare un aiuto collaborativo, confidarsi e persino rifugiarsi. Il cineasta non dimentica però quanta responsabilità reca in sé la figura del giornalista, fatto carico del peso di fornire ai lettori una trattazione pertinente e colma di realtà comprovate. Il lettore diviene così il depositario di una confessione pubblica, e può accrescere il proprio bagaglio culturale attraverso la lettura di un argomento che senza le parole scritte dal giornalista non potrebbe altrimenti conoscere. I lettori, a causa dell’operato ingannevole di Glass, si tramutano nelle vere vittime del New Republic. Verità e inganno si amalgamano perfettamente quando seguiamo lo snocciolarsi della storia principale insieme al racconto partorito da Glass nel suo vecchio e sempre caro liceo. Ray vuole che gli spettatori si sentano fuorviati dall’oratoria menzognera di Stephen, quando prenderanno coscienza che ciò che avveniva in quella scuola era, in verità, ancora frutto dell’immaginazione del personaggio centrale del film.

“L’inventore di favole” è un film che volge il suo sguardo verso quell’amore astratto ma pur sempre valente della scrittura. Una scrittura che sin dall’alba dei tempi è e sempre sarà, per l’appunto, “architettura”; e in quanto tale non potrà essere usata come un’arma illusoria, capace solamente di gettare fumo negli occhi di chi guarda. La scrittura su carta di giornale resta tale e possiede il potere di divenire “incancellabile”. Proprio la scrittura, la più grande passione di Glass, si è rivoltata contro di lui. Egli stesso cadde preda delle sue fandonie, perdendo così la possibilità di poter vivere di quelle parole che tanto desiderava far leggere a terzi. La penna ferisce più della spada, perché squarcia l’anima e non la carne. Il ritmo con cui si dipana la storia non è tuttavia calzante e l’investigazione giornalistica non segue certo l’andatura di un poliziesco, ma pur nella sua intensità non eccessiva il film riesce a far scoprire di pari passo la verità tanto ai suoi personaggi quanto al suo stesso pubblico. Come se il montaggio sia costruito seguendo lo stile di un vero articolo di giornale, in cui solo leggendo la successione ordinata delle righe possiamo riuscire a comprendere la realtà celata nella fanfaluca favolistica.

“L’inventore di favole” è un lungometraggio realizzato per chi ama il giornalismo e ciò che concerne tale mestiere, che più di quanto si creda può elevarsi al di sopra della lettura più comune. Pur non potendo vantare un successo paragonabile a titoli come “Quarto potere” o “Tutti gli uomini del presidente”, pietre miliari del cinema dedicato al giornalismo americano, “L’inventore di favole” può senza dubbio essere annoverato di diritto tra le altre pellicole rinomate del settore. “L’inventore di favole” più di molti altri film del genere protende maggiormente all’esaltazione della scrittura in quanto mezzo di comunicazione, una forma espressiva atta ad esortare le menti ad una costante riflessione, un invito a spronare l’aspetto critico e analitico della propria mente su ciò che si sta leggendo. Ma se tale argomento subisce le influenze negative della falsità perché leggerlo? Cosa sarebbe del vero giornalismo se fosse schiavo dell’inventiva dell’uomo? Il giornalismo in quanto tale non potrà che dipendere sempre dall’abilità scrittoria dell’uomo e della veridicità dell’evento, poiché solo attraverso esso si potrà garantire una divulgazione corretta dell’informazione. Da un grande articolo derivano grandi responsabilità. Le responsabilità di chi vede nella scrittura giornalistica l’occasione per rivolgersi a un lettore senza conoscerlo, senza poterlo guardare negli occhi, ma riuscendo comunque a nutrire la sua mente, il suo cuore e l’insaziabile desiderio di sapere che alberga in lui.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Peter Pan" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Capita spesso di porsi alcune domande, specie nei momenti più riflessivi, come al calar della notte, quando si resta seduti sulla poltrona, circondati da una serie di piccoli specchi, rinchiusi nella propria cabina sulla poppa della nave a sorseggiare del vino da una coppa dorata. Sono quei momenti in cui neppure giocare con la propria isola e fare fuoco a babordo con il plastico di un galeone può attenuare la nostalgia per un ricordo felice, che appare tanto distante da indurti a chiedere: “cos’è la felicità?”.  Un orizzonte limpido davanti a sé, privo di alcuna preoccupazione imminente, è forse questa la vera felicità? Quella che si concretizza nel mantenere un senso di rilassatezza che possa permettere il proliferarsi della creatività, della fantasia e del sogno. La felicità più pura, quella che coincide con il desiderio sognante è tipica dei bimbi: è il pensiero felice. Personalmente, me lo ha insegnato “Hook”. No, non solo il film, anche lui, proprio Uncino, pardon, Capitan Giacomo Uncino. Mi ha insegnato che se si è privi di un solo pensiero felice si cede alla malinconia, vivendo nella solitudine dell’abbandono e nell’alienazione di un mondo ormai svuotato dalla benché minima avventura da quando la nemesi di un tempo è ormai l’ombra sfocata di ciò che rappresentava tanti anni fa. Si finisce poi per rievocare spaventati la mamma, un’ultima volta, quando un gigantesco coccodrillo, risvegliatosi per pochi istanti, spalanca le fauci lasciando cadere al suolo una grossa sveglia col solo intento di banchettare con i nostri corpi inermi.

Un pensiero felice è anche legato ad un singolo oggetto, per noi custode di vecchi ricordi e di emozioni trascorse, me lo ha insegnato Tootles, che riprendeva il sorriso quando ritrovava le sue biglie e smetteva così di sembrare perennemente “sulle nuvole”, perché poteva raggiungerle davvero questa volta, volando sopra la torre del Big Ben una sera d’inverno, avvolto dalla neve, con l’ausilio di una polvere di fata. Lo ha insegnato anche a voi?

Me lo ha insegnato anche Robin, voglio dire, Peter. Mi ha insegnato quanto possa diventare ripetitiva, monocorde, una vita dedita soltanto al lavoro e alla freddezza di un ufficio, lontana dal calore di una famiglia e dall’avventura di un luogo staccato dalla realtà, dove continua ad attenderlo e ad amarlo Trilli, che alberga proprio laggiù, tra il sogno e la veglia, dove non possiamo più ricordare cosa stavamo sognando davvero. Un luogo all’apparenza imperscrutabile, poiché troppo vicino al reale e ancora poco distante dal fantastico. Peter ha continuato ad insegnarmi quanto possa essere difficile ritrovare un vero pensiero felice e come sia arduo vivere senza, poiché il pragmatismo, la tendenza realistica, tiene saldamente i piedi ancorati a terra, impedendo ai sognatori di alzarsi in volo. Restano condannati, se scevri da un pensiero felice, persino i previdenti e gli speranzosi, coloro che sanno di non dover volare troppo vicini al sole ma vogliono comunque provarci, perché magari, nel mondo dei sogni, il sole non brucia davvero le nostre ali di cera e non mette freno ai nostri desideri. “E’ fatta! L’ho trovato!” - me lo ripeto sempre quando scorgo un pensiero felice, e voi? Trovarne uno sancisce una sfida nel non perderlo; dobbiamo tenerci stretto quel pensiero felice, così che allontani tutti gli affanni accumulati e scacci ogni residuo di paura, e se ci riusciamo, siamo pronti a spiccare il volo, il Peter Pan che dorme sopito in noi è tornato. Un pensiero felice è un domani radioso, un orizzonte non solo limpido ma anche soleggiato, è il bambino che è in noi che torna ad allietare l’adulto, perché proprio come Peter voliamo fino al sole, mentre i bimbi sperduti ci guardano entusiasti, e con un’ulteriore spinta delle nostre gambe, piombiamo giù in picchiata, come un falco sulla preda, a volare sopra i galeoni, facendoci solo sfiorare dalle palle di cannone che i pirati ci sparano contro ed evitando ogni genere di freccia scagliata dagli indiani dell’isola.

“Hook” è un’opera fantastica che si riduce ad una sola e unica indagine: scorgere la via di una felicità mirabile, e in questa costante ricerca, verità e leggenda si intrecciano, travalicando i confini dell’infinito. Un Peter adulto nella sua consistenza reale mira con sgomento un disegno che lo ritrae giovane e audace tra le pagine consunte di un libro che narra ciò che fu ma non ciò che potrà essere. La negazione della fantasia si scontra così con l’arte dell’affresco che immortala, sulle stesse pareti della casa, Uncino su di un’imbarcazione in procinto di giungere da un mondo imperscrutato. Il ritratto e la narrazione letteraria sono prove di un passato oramai sperduto nell’oblio dei ricordi, e il mito di Peter Pan viene testimoniato nell’arte, atta a tracciare l’iniziale percorso della ricerca della felicità che il protagonista dovrà presto intraprendere. Una ricognizione lunga una vita, con il tempo, temuto da Uncino, che scorre inesorabile, anche se non viene scandito dal suono di una sveglia o di un cucù.

Sebbene il film diretto da Steven Spielberg sia meritevole d’esser menzionato per l’imponenza di un cast stellare, per l’indubbia qualità di una pellicola onirica e visionaria, e per il rispetto amorevole che nutre verso la spensierata fanciullezza, “Hook” dev’essere analizzato, prima di tutto, come un film che esplora la felicità in quanto motore acceso dell’animo umano. Pertanto, il lungometraggio di Spielberg dovrebbe essere commentato con un linguaggio garbato e amichevole, come se venisse rinarrato tra le pagine di un diario dei ricordi. Per tale ragione ho scelto di descriverlo attraverso ciò che per me ha significato, perché è una pellicola alquanto personale, capace di subentrare nella profondità dell’animo dei piccoli spettatori che, come il sottoscritto, hanno avuto la fortuna e il piacere di vederlo per la prima volta da bambini. “Hook” è un film che desidera insegnare, trasmettere in un formato di magia didascalica ciò che ogni personaggio può esplicare tramite il proprio percorso.

“Hook – Capitan uncino” non è solo un fantasy che rielabora l’immortale storia di J. M. Barrie mostrandoci un Peter Pan adulto, “Hook” è un continuo elogio alla natura mutevole della felicità, quella che ognuno di noi può e deve ricercare nel corso della propria vita nelle più disparate ragioni. La felicità è motivazione, una spinta costante, e proprio per questo è tra i più coinvolgenti sentimenti provati dall’uomo, specie se combinata con l’arte dell’immaginazione. Ciò porta a sedersi intorno a una tavola imbandita di piatti e bicchieri vuoti, e di posate lasciate lì unicamente per rammentare ai piccoli commensali il bisogno di non doverle usare, poiché l’inganno della fantasia e del gioco ci permette di trovare di colpo, non appena apriamo gli occhi, piatti ricolmi di cibo appetitoso e bicchieri traboccanti.

“Hook – Capitan uncino” ci mostra che il sogno è uno strumento che non smette di funzionare non appena si abbandona l’innocente illusione della giovinezza, e ci offre questa tangibile testimonianza seguendo le orme e il pellegrinaggio di Peter, che ritrova se stesso quando ormai sembrava troppo tardi, quando aveva già varcato la soglia della monotonia degli adulti. Un’opera volta a ricordarci l’importanza di “credere nelle fate” e di vedere il più delle cose con gli occhi sognanti di chi crede che tutta una vita possa essere una grande avventura.

Perché il pensiero felice ci permette di volare, di finire realmente su nel cielo, a “nuotare” sopra un pascolo di nuvole, facendoci accarezzare dal vento poco prima di mirare la seconda stella a destra, per poi proseguire dritto fino al mattino. Già! All’isola che non c’è!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il 31 marzo del 1909 nei cantieri industriali Harland and Wolff di Belfast venne avviata la costruzione di una nave della White Star Line. Il progetto della compagnia navale britannica prevedeva la realizzazione di un transatlantico di dimensioni mastodontiche, che riuscisse a combinare l’imponenza con la velocità. L’occhio attento della nota compagnia inglese era rivolto verso la rivale Cunard Line, che nel settembre del 1906 aveva varato la Mauretania, una nave dalla mole gigantesca che assicurava una traversata rapida e sicura dall’Inghilterra all’America. La Mauretania è la nave che nel film di James Cameron viene brevemente citata dalla giovane Rose, quand’ella scruta per la prima volta il Titanic, attraccato al porto di Southampton al molo 44. Rose non riesce a spiegarsi l’incanto provato dai passeggeri festanti, misto a quel senso di stupore alla vista del Titanic, che, a detta sua, non sembra poi molto più imponente della già citata Mauretania. In realtà, il Titanic era davvero più lungo della Mauretania, e di ben trenta metri, oltre a vantare interni di sicuro più lussuosi e accoglienti, come terrà a precisare Caledon Hockley, poco dopo aver udito quel paragone partorito con eccessiva leggerezza dalla dolce Rose.

Nel 1909 la White Star Line ordinò la costruzione del transatlantico proprio per opporsi al dominio incontrastato della Mauretania, che ai tempi rappresentava la massima aspirazione cui i costruttori e i progettisti navali potessero ambire. La nave, battezzata con il nome “Titanic”, verrà varata il 31 maggio del 1911 prima di entrare ufficialmente in servizio un anno dopo. Il Titanic verrà registrato nel porto di Liverpool col prefisso di “RMS” poiché avrebbe dovuto svolgere anche le mansioni di servizio postale, permettendo così una rapido trasporto mercantile dalla Gran Bretagna al continente americano. Il transatlantico aveva una lunghezza di poco inferiore ai 270 metri, era largo 28, con un’altezza approssimativa di 53 metri e un peso di 52.310 tonnellate. Il Titanic era un colosso, capace di fregiarsi sin da subito del titolo di nave più grande e lussuosa del mondo. Il costo per la costruzione di un piroscafo di tale portata fu di 7,5 milioni, ad oggi una cifra superiore ai 180 milioni di dollari, meno di quanto costerà l’adattamento cinematografico del 1997 (200 milioni di budget più altri 30 spesi per la promozione del film).


Il Titanic aveva due “sorelle gemelle”: il Britannic (che in principio avrebbe dovuto chiamarsi “Gigantic” e seguire così le orme della “sorella” recando con sé un nome che ricalcasse la magnificenza) e l’Olympic, la sorella maggiore. Il Britannic e l’Olympic avranno anch’esse destini infausti, alimentando la credenza popolare che aleggiasse una sorta di maledizione sui tre transatlantici della White Star Line; ma questi ultimi due non riusciranno mai a raggiungere la fama di cui il Titanic verrà, suo malgrado, rivestito.

Il Titanic lasciò Belfast, quella che fu la sua dimora sin dalla nascita, il 2 aprile del 1912 navigando fino al porto di Southampton dove si farà carico di 2.223 anime prima di partire per il suo viaggio inaugurale. La prima immagine cinematografica del transatlantico nel suo massimo splendore ci viene fornita da Rose nel Kolossal cui faccio riferimento, ovvero “Titanic”, quando l’anziana donna ricorda la raffinatezza del servizio da cucina che veniva per la prima volta servito, così come la delicatezza delle lenzuola nelle cabine della prima classe della nave in cui nessuno aveva mai disteso il proprio corpo per dormire, dato che si trattava del primo viaggio della nave. Dalle “semplici” parole lentamente si passa alle immagini, che con i magici espedienti del cinema, restituiscono al relitto della nave la magnificenza originaria del Titanic. La fiancata del Titanic era dipinta di nero, la parte superiore, quella del pontile e delle pareti era tinteggiata di bianco, mentre i quattro imponenti fumaioli color giallo ocra e nero troneggiavano su tutto. Di essi solo tre erano funzionanti mentre il quarto aveva la funzione di presa d’aria e fu ugualmente costruito per donare un ulteriore effetto imponente al transatlantico. La base e i lati inferiori dello scafo che “cedevano” sotto il livello del mare erano invece dipinti di rosso. Sia a destra che a sinistra della prua, poco al di sotto della ringhiera risaltava la bianca scritta “Titanic”. Il nome della nave lo si poteva leggere anche sulla poppa, e in prossimità anche la dicitura “Liverpool”. La propulsione del Titanic era a vapore, essa non era una motonave ma il piroscafo più grande del pianeta. Il Titanic era l’orgoglio della marina britannica e l’emblema dell’ingegneria navale del tempo. Essa coniugava meravigliosamente la grandiosità cui l’uomo aspira da sempre con l’eleganza delle decorazioni atte ad esaltare l’indole artistica dell’essere umano. Il Titanic era il perfetto connubio tra potenza meccanica ed estetica architettonica. L’aspetto regale della nave è, a mio giudizio, interpretabile filosoficamente con il desiderio recondito dell’uomo di assoggettare la natura al proprio volere. Il Titanic era stato soprannominato “l’inaffondabile”, poiché l’uomo del tempo credeva di aver raggiunto un livello di perfezione adamantina che gli avrebbe permesso, in un certo senso, di adagiarsi sugli allori, dando per scontato d’aver sottomesso la vastità dell’Atlantico all’intelligenza umana. Il Titanic veniva presentato come il dominatore incontrastato degli oceani, destinato ad una lunga “vita” colma di successi. 

I marinai, nelle antiche credenze e nelle fantasie marinaresche che affondano le loro radici nella mitologia più arcana, credevano che anche le navi avessero “un’anima”. I vascelli e le imbarcazioni in genere l’avranno pure avuta quell’anima di cui tanto parla la letteratura navale, ma di sicuro non avevano una coscienza, forse, e non è poco, “un’esperienza” del loro vissuto. Ecco perché le navi possiedono un nome, una sorta d’identificativo posto sulla prua o sulla poppa o su tutte e due col preciso intento d’individuarne e riconoscere il loro essere. Sembra crederlo anche James Cameron nella propria trasposizione dando al Titanic la caratura e il fascino di un vero e proprio personaggio che si muove sullo schermo. Un protagonista silenzioso, in principio foriero di speranza, in un secondo momento un triste dispensatore di morte. Cameron aveva da tempo patito il fascino spettrale dei relitti che giacciono in fondo al mare, e dedicò anni del suo lavoro allo studio della tragedia del Titanic. Per James Cameron, il Titanic non possiede solo un’anima, egli è proprio “vivo” in questo pluripremiato adattamento. Cameron ha amato come un figlio questa creatura da lui stesso riportata in vita attraverso una prima ricostruzione computerizzata, una seconda ricostruzione compiuta attraverso una serie di modellini in scala e per finire persino con una terza spettacolare ricostruzione complessa e meticolosa della nave a dimensioni reali.

Uno dei momenti maggiormente emozionanti della prima fase della pellicola è proprio quello dedicato alla propulsione del Titanic. Rose ricorda che durante il primo giorno dalla partenza, la nave viaggiava, oserei dire quasi, “a vele spiegate”, quando davanti ai loro occhi non vi era altro che l’oceano sconfinato. In quei frangenti adrenalinici il capitano della nave ordina di spingere al massimo i motori in un intenso scambio comunicativo a distanza con l’ufficiale della sala macchine. Cameron vuol farci godere da subito dell’avanzata tecnologia del Titanic, volgendo la nostra attenzione alle viscere della nave, dove le caldaie vengono alimentate da decine e decine di fuochisti che gettano, senza freno, carbone al loro interno. Le ventinove caldaie, con un diametro di cinque metri ciascuna, erano capaci di bruciare quasi 800 tonnellate di carbone al giorno, garantendo alla nave un’elevata velocità, impensabile per quei tempi. Cameron immerge la sua cinepresa in mare, mostrandoci inoltre le tre gigantesche eliche che permettono al piroscafo di muoversi. Cameron non lascia nulla al caso, presentandoci dettagliatamente il moto accelerato delle turbine, lanciate al massimo della potenza. Jack, proprio in quei momenti, si avvicina alla prua della nave e si lascia andare a un grido liberatorio, quasi assaporando già l’inizio di un radioso avvenire, mentre il capitano in plancia accenna un sorriso, nell’ammirare la vastità dell’oceano, quelle stesse acque che il Titanic sembra poter dominare senza alcun degno rivale.

Il regista ci trascina fino agli interni della nave, tra le evidenti contrapposizioni della prima e della terza classe. Nella mente di Cameron, il Titanic assurge anche al compito di vera e propria “citta galleggiante” in cui si intrecciano le relazioni interpersonali tra membri di distinte classi sociali d’appartenenza. Risulta impressionante la cura scenografica del film, che ricrea perfettamente le ambientazioni originarie del transatlantico: godiamo della vista del Café parisien, dell’elegante sala di lettura e scrittura, della sfarzosa sala da pranzo in cui vengono serviti menù variegati su servizi d‘argento, di cristallo e porcellana finissima. Una delle scene, in seguito scartate dal montaggio finale del film, prevedeva una sorta di giro turistico della nave cui parecchi passeggeri parteciparono. Cameron voleva che il pubblico di fine Novecento riuscisse a vedere non soltanto le cabine finemente decorate con vari stili artistici, ma anche le altre particolarità della nave come la palestra o la sala del bagno turco. Stranamente Cameron non riporta la peculiarità più grande, tra le tante, del Titanic: quella di essere il primo transatlantico ad aver avuto a bordo una piscina. Gli alloggi più sontuosi erano 34, e i passeggeri più facoltosi potevano muoversi liberamente su e giù per l’intero bastimento con l’ausilio di tre ascensori. Simbolo della bellezza della prima classe ma anche del percorso che i due giovani amanti, Jack e Rose, dovranno intraprendere più volte è la splendida scalinata in cui campeggia in alto al centro un orologio. La traversata dell’oceano segue al contempo l’attenta esplorazione di ogni angolo della nave attraverso il crescente amore tra Jack e Rose, che porterà i due innamorati ad attraversare in lungo e in largo il transatlantico. Godiamo dell’impianto scenografico del Titanic anche attraverso gli occhi dei due protagonisti.

Cameron distilla col contagocce qualche accenno sull’equipaggio che senza volerlo condurrà alla tragedia della notte del 15 aprile del 1912. L’imprenditore britannico Ismay (interpretato da Jonathan Hyde) stuzzica l’ambizione del capitano Edward Smith (Bernard Hill) suggerendogli di accendere anche le ultime caldaie rimaste inattive e portare così al massimo la velocità della nave. Il Titanic a quella velocità avrebbe potuto raggiungere il porto di New York con un giorno d’anticipo, conquistando l’ambito nastro azzurro della marina, detenuto fino ad allora, neanche a dirlo, dalla Mauretania. In un secondo momento il Capitano Smith ammette dinanzi alla protagonista di aver acceso anche le ultime caldaie, nonostante gli avvisi degli altri marinai di stanza su altre navi, che riportano la presenza di ghiacciai sulla propria rotta di navigazione. La narrazione filmica per quel che concerne la strategia adottata dal capitano corrisponde perfettamente alla realtà. Smith si lasciò ingenuamente condizionare dall’imprenditore della White Star, credendo di poter chiudere quarant’anni di onorata carriera con questo invidiabile record. Durante il giro turistico guidato dal signor Thomas Andrews, costruttore capo della nave, Rose nota che le scialuppe della nave sono soltanto 20. Con un rapido calcolo matematico la donna riporta a Andrews l’allarmante notizia che se ci fosse un’emergenza le scialuppe basterebbero a mala pena per la metà dei passeggeri. La sceneggiatura curata dallo stesso cineasta affida a Rose il compito di “spiegare” agli spettatori perché la tragedia del Titanic desterà tanto clamore. Il Titanic poteva supportare più di trenta lance di salvataggio e addirittura ammainarne quasi il doppio. Andrews da principio, suggerì di apporre sul ponte una seconda fila di scialuppe, ma la sua idea venne subito bocciata poiché si riteneva che il Titanic fosse praticamente inaffondabile, e pertanto le lance avrebbero soltanto arrecato disordine. 

Il 14 aprile del 1912 il Titanic procedeva a velocità massima, solitario nell’Atlantico del nord. Al calar del sole l’attenzione degli spettatori nel film del 1997 è dedicata totalmente al sentimento appena sbocciato tra i protagonisti dell’opera: Jack e Rose si dichiarano amore incondizionato sulla prua proprio quando il sole sembra morire all’orizzonte. Quella fu l’ultima volta che il Titanic vide la luce del sole. La notte la temperatura scese in modo brusco, fino a toccare lo 0, proprio quando le tenebre cominciarono ad avvolgere la rotta del Titanic. Lo scorrere delle sequenze sposta la nostra attenzione fino al ventre della nave, dove Jack e Rose consumano il loro amore, mentre da lì a poco l’inesorabile destino del Titanic comincerà il suo tristo corso.

Le condizioni metereologiche erano eccezionalmente serene quella notte. Il mare appariva piatto come un’immensa tavola scura, e il cielo stellato era poco luminoso ma rassicurante. Una serata apparentemente perfetta, capace di temprare lo spirito e donare al cuore un senso di pace e serenità. La strana bonaccia dell’oceano impediva di notare qualsiasi presenza in acqua, persino quella di eventuali iceberg. Spesso le vedette in perlustrazione per schivare i grandi blocchi di ghiaccio galleggiante si affidavano al fragore prodotto dalle onde contro le pareti dei grandi iceberg alla deriva. Questo permetteva di tenerli a debita distanza. Come riportato nel film, l’equipaggio del Titanic dimenticò clamorosamente i binocoli al porto di Southampton. Il tratto in cui il Titanic procedeva in quel momento è ancora oggi un tratto di oceano infestato dagli iceberg. In tarda serata, precisamente alle 23:40 le vedette scorsero un gigantesco iceberg dritto sulla rotta della nave. Nel film di Cameron la vedetta, allarmata, suona immediatamente la campana per richiamare l’attenzione del timoniere. Poco dopo chiama gli ufficiali di rotta urlando che un iceberg si pone dinanzi a loro, a circa 500 metri. Murdoch, il Primo Ufficiale, ordina l’indietro tutta dei motori. Le sequenze del particolare momento nel film sono straordinarie: Cameron riesce a catturare la paura degli ufficiali riversandola su di noi, tentando inoltre di evidenziare le massacranti azioni degli addetti ai lavori per impedire la drammatica collisione. L’ufficiale capo del settore macchine, notando l’avviso degli ufficiali in plancia, dopo i primi istanti di smarrimento, ordina ai suoi uomini di fermare i motori e di portarli al massimo sforzo possibile per l’indietro tutta. Cameron mostra con veloci scatti di telecamera i movimenti alternati dal piano superiore della nave fino a quello inferiore. Murdoch in contemporanea comanda al timoniere di virare disperatamente, portando tutta la barra massimamente a sinistra. Le macchine dunque vengono arrestate per cambiare il moto direzionale alla nave. Dopo pochi istanti le enormi turbine volgono la loro potenza sul lato opposto e le eliche laterali cominciarono a roteare, mentre l’elica centrale viene arrestata. Due operazioni che si riveleranno errate: le eliche mandate all’indietro impediranno infatti di dare ulteriore spinta alla nave per tentare una miracolosa virata. Successivamente si appurò che se il Titanic non avesse virato ma si fosse scontrato frontalmente con l’iceberg avrebbe imbarcato acqua solo nei primi due scomparti, potendo incredibilmente continuare a navigare. Murdoch però fece ciò che istintivamente qualunque altro marinaio avrebbe fatto in quelle preoccupanti circostanze. Il Titanic procedeva, al momento dell’avvistamento, ad una velocità superiore ai venti nodi e ciò rese impossibile riuscire a indietreggiare o virare in tempo. Inoltre il timone della nave era troppo piccolo per effettuare virate improvvise. Nella trasposizione cinematografica, un ufficiale si avvicinò pericolosamente alla ringhiera della prua per vedere quanta larghezza, in profondità, occupasse l’iceberg. Una volta scorto l’enorme lato sottostante del blocco di ghiaccio, l’uomo urlò che la nave si sarebbe inevitabilmente schiantata. Infatti la fiancata del Titanic urtò la base dell’iceberg il quale crepò l’acciaio come fosse un semplice foglio di carta. Si crearono diverse falle lungo tutto lo scafo che arrivarono a compromettere cinque compartimenti stagni. Il Titanic imbarcò acqua immediatamente. 



Le prime fasi a seguito della collisione sono nel film assolutamente realistiche. I passeggeri non diedero eccessivo peso all’incidente, ci furono persino centinaia di persone che neppure avvertirono lo scontro. E così anche nel lungometraggio, in principio, soltanto il personale sembra preoccuparsi dell’incidente. Cameron adempie a un lavoro maniacale, facendoci vivere l’affondamento del Titanic in tempo reale. Sarà oltre un’ora quella dedicata al naufragio e a ciò che accadrà in quei drammatici momenti. Il Capitano Smith comanda al maestro d’ascia di scandagliare la nave prima che Thomas Andrews comprenda la gravità della situazione. Niente fermerà l’inevitabile: il Titanic affonderà in due ore. Il colosso che sembrava potesse domare la vastità smisurata dell’oceano viene adesso assoggettato al suo volere. Ma il Titanic non ha mai avuto “l’atteggiamento” del dominatore. Era prima di ogni cosa il frutto dell’ingegno umano. Una creatura che portava in sé più di duemila persone. Un’imponente costruzione, figlia dell’uomo di quel tempo, ma a cui l’uomo stesso non ha saputo badare, lasciandola maledettamente in balia di un tragico destino che poteva essere certamente evitato. Il Titanic era una specie di “torre di babele”; esso rappresentava la gloria massima a cui anela l’uomo, una sorta di “sfida” nei confronti della natura per cercare di genufletterla al suo piacimento. Cameron dà spessore alla realizzazione del Titanic, cercando di trasmetterci il dolore di un “personaggio” che gli spettatori se non possono considerare vivo quantomeno lo vedono come sofferente. Il Titanic subisce le flagellazioni dell’Atlantico, che lentamente ne minano la base, quella stessa base in cui Jack è stato fatto prigioniero e attende di essere salvato dalla sua Rose. Attraverso la drammatica fuga dei protagonisti viviamo le diverse fasi dell’inabissamento. L’acqua sale senza sosta allagando pian piano tutta la nave. La prua si inclina, fino a lambire la superficie delle acque. Quel luogo in cui Jack e Rose precedentemente fingevano di “volare” lasciandosi avvolgere dal sentimento del loro amore, è adesso un posto martoriato dalle freddissime onde dell’oceano. Le scialuppe vengono calate in acqua con eccessiva superficialità, una con sole 12 persone a bordo nonostante la capienza ne permettesse 65. Le operazioni di soccorso sottolinearono una scarsa preparazione dell’equipaggio a simili casi d’emergenza, ancor più gravose se consideriamo le condizioni tranquille del mare. Le donne e i bambini della prima classe trovarono ben presto salvezza ma le lance erano maledettamente ridotte. Più della metà dei passeggeri restarono sulla nave. Il Capitano Smith si prese la colpa del disastro e decise di affondare con la propria nave. Anche il signor Andrews scelse di perire con la nave, salvando quante più persone poteva, indirizzandole sul ponte dove venivano calate le scialuppe. Ismay invece salì di soppiatto su una scialuppa, passando così alla storia come un vigliacco. La bellezza della nave, esaltata costantemente nel film, perde progressivamente valore. L’elegante sala da pranzo viene sommersa dalle acque, le decorazioni cedono il passo alle inondazioni e ai marosi e i fumaioli si staccano dai legamenti per cadere rovinosamente giù. Non verranno mai più trovati. Il Titanic viene dilaniato, come un’entità viva ma incapace di dichiarare il proprio dolore. La nave soffre, viene aggredita dal freddo, morendo lentamente come una persona reale. I musicisti dell’orchestra fecero risuonare tristemente le note dell’inno religioso “Nearer my God to thee” quando non vi fu più alcuna via di salvezza per i passeggeri. I macchinisti lavorarono per tutto il tempo a ritmi indiavolati per rallentare la salita dell’acqua nelle sale delle turbine elettriche così da non far compromettere l’impianto, necessario per le operazioni di salvataggio. Tutti loro moriranno nell’impresa. Dopo circa un’ora e mezza dall’impatto, la prua del Titanic era sommersa e l’acqua aveva invaso il ponte principale, ciò generò un crescente stato di caos totale.

Nel film, durante l’affondamento si può udire per due volte un pezzo particolare della colonna sonora estratta dal tema “A Building Panic” che si può ascoltare nella traccia audio al minuto 4.13 del disco. Quando la prua della nave si è totalmente inabissata, la poppa del Titanic emerge dall’oceano formando un angolo di 30 gradi. In quel momento la camera del regista si muove con una lunga carrellata in cui inquadra la nave procedendo da destra verso sinistra. In quella scena si ode per la prima volta il tema di “A building panic”, dove un coro fa riecheggiare versi agghiaccianti e apocalittici, mentre le immagini, supportate da queste fosche melodie, mostrano il terrore dei passeggeri che si ammassano tra loro per raggiungere le ringhiere a cui aggrapparsi, salvo poi precipitare nel vano tentativo di afferrarle. Uno spettacolo terrificante che vissero realmente quella notte le oltre 1.500 persone rimaste a bordo. Lo stesso coro si ripresenta pochi minuti dopo quando il Titanic, sempre più inclinato verso l’alto, con la poppa oramai rivolta verso la volta celeste, fa toccare la cupola della sala grande con la superfice dell’oceano. L’ampia vetrata non può reggere a una tale pressione e di colpo, i vetri si spaccano e una quantità impressionante di acqua allaga la sala, risucchiando via decine e decine di persone terrorizzate. In quei secondi, il coro accompagna nuovamente le spaventose immagini. Dal “cielo” giunge la potenza dell’acqua, e proprio come un giudizio universale, la natura dimostra la propria supremazia sull’uomo, massacrando la nave. Ancora il coro segue la camera del regista che si muove all’indietro, inquadrando le pareti che via via cedono e le cabine sono tutte invase dall’acqua.

Le gigantesche eliche affiorano dal fondo, il Titanic ormai è prossimo alla fine. La nave sembra lanciare un grido di dolore, quando le paratie dello scafo scricchiolano producendo un suono terrificante, lugubre, udito persino dalle persone messesi in salvo sulle scialuppe e ferme a metri e metri di distanza, un suono perfettamente riprodotto nel film del 1997. In quegli attimi le macchine si staccarono cadendo a peso morto sul fondo, generando suoni spaventosi di rotture e fratture. Fu l’ultimo grido di dolore del Titanic che in quel preciso istante definitivamente moriva. Il sistema elettrico saltò, pochi attimi e anche le luci del piroscafo si spensero e così sotto una pressione di oltre tre tonnellate che gravava sull’asse portante, il Titanic si spezzò improvvisamente in due tronconi. La poppa precipitò nuovamente in acqua schiacciando molti degli uomini gettatisi in mare per scampare alla morte. La prua invece si staccò, perdendosi sul fondo dell’oceano. La poppa restò in superficie per ancora qualche minuto poi s’inabissò, scomparendo dallo specchio dell’acqua per sempre. Una delle costruzioni più belle che l’occhio dell’uomo ebbe la fortuna di vedere venne distrutta e mai più rivista come allora, ciò che era inaffondabile, affondò. Le persone finite tra le onde saranno, a causa delle gelide temperature dell’acqua, “come trafitte da mille lame”.

Il finale del film di Cameron prevede la morte del protagonista che viene strappato via all’amore di Rose. Un espediente narrativo scelto da Cameron per far comprendere agli spettatori quanti lutti la tragedia del Titanic arrecò. Rose viene salvata dalla Carpathia, la nave che giunse in soccorso quattro ore più tardi, per recuperare i superstiti. Nel naufragio persero la vita 1.500 persone, la tragedia di mare più grande della storia. Il volto della protagonista, straziata dal dolore, viene di colpo illuminato di un verde intenso, il colore della speranza; ma non è altro che il riflesso di un fumogeno acceso da un ufficiale all’indirizzo della nave di soccorso. Rose è sopravvissuta e potrà vivere la vita che vorrà abbracciando l’ispirazione dell’amato scomparso.

Negli ultimi mesi ha preso piede l‘ipotesi lanciata da un giornalista che lo scafo della nave fu indebolito, ancor prima di salpare, da un incendio che si sviluppò quando la nave riposava a Belfast. Ancora a distanza di oltre un secolo i dubbi su ciò che accadde quella notte perdurano. Il relitto del Titanic, spesso inquadrato dallo stesso Cameron ancor prima di trasformarlo in una paradisiaca nave traghettatrice di anime, giace tutt’oggi adagiato sul fondo dell’Atlantico, a oltre tremila metri di profondità. La poppa è stata sventrata ed è ora un’inerme massa informe di ferraglia. Le riprese effettuate con sonde robot video-guidate hanno più volte catturato gli interni rimasti della prua. Piatti e stoviglie sono ancora ordinati su uno scaffale, le colonne interne invece sono totalmente coperte dalla flora marina. Immagini sinistre, inquietanti ma ricolme di un’attrattiva che sembra trasmettere di più di un semplice dramma storico. Il Titanic reca in sé il fascino di un “veliero fantasma” e l’anima della nave “pulsa” ancora nel buio. Il “cadavere” del transatlantico viene lentamente corroso dai batteri marini e si crede che tra poco meno di trent’anni possa scomparire del tutto sepolto dal fondale sabbioso: del Titanic non resterà che un triste ricordo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Lei ha una storia che mi farà credere in Dio”, una frase ripetuta più volte all’inizio del film, volta senza dubbio a incuriosire lo spettatore e a destare in lui l’interesse per ciò che dovrà essere narrato. Beh, i primi venti minuti non si allontanano poi molto da quella che è a tutti gli effetti una lunga indagine sul divino, iniziata da un piccolo bambino che, crescendo, impara a scoprire il mondo con gli occhi della religione e del mito. “Gli dei sono stati i supereroi della mia infanzia”, lo dice un Pi adulto (Irrfan Khan), quando ricorda se stesso da bambino, nascosto sotto le coperte, munito di una torcia, intento ad osservare più che leggere un fumetto, dove Krishna, la divinità di cui sua madre gli parlava, veniva rappresentata nell’atto di spalancare la bocca e mostrare l’intero universo celato al suo interno. Uno dei racconti che più colpirono Pi nel profondo. Ma il padre, cauto e prudente nel campo del mistico, uomo quasi pragmatico e severo a volte, avverte costantemente il figlio: “Non credere ciecamente a ciò che senti” – dice – “la religione è oscurità” – prosegue - indicandola come un percorso poco chiaro e indecifrabile. Pi passa l’intera sua adolescenza a “saltare” da una religione all’altra, documentandosi sulle credenze e su ciò che Dio è, su chi è Gesù e chi è Allah. Dio per Pi diviene una ricerca costante, che deve necessariamente avere un fondo di verità e di comunanza con le diverse religioni del mondo. Il padre lo avverte ancora: passare da una religione ad un’altra vuol dire non avere certezze, bisogna prima incamminarsi nel percorso raziocinante, e solo dopo un’attenta analisi si può scegliere cosa fare e in quale dio credere. Ma ciò che non sapeva Pi è che Dio non aveva affatto finito con lui…

Se la vita per il protagonista è un “continuo atto di separazione”, il film ci presenta quella stessa vita come un costante atto di fede, dove il porre fiducia nell’emozione, in ciò che ha dell’incredibile, nel magico direi, è alla base della nostra salvezza. L’opera pluripremiata di Ang Lee cambia drasticamente tono all’improvviso, come il peggiore dei temporali in mare, quello che si manifesta senza la minima avvisaglia, portandosi via la quiete e la serenità iniziale per far posto alla tempesta e al caos. Pi (Suraj Sharma) perde in pochi, tragici attimi la sua intera famiglia, e assiste inerme all’affondamento della nave merci che lo stava “trascinando” via dall’India, dalla sua casa, lontano dalle fantasie che aveva da bambino e dall’amore per la danzatrice Anandi, che aveva provato da ragazzo. Adesso è solo, l’ultimo superstite di un naufragio, disperso nell’oceano Pacifico con una scialuppa come ultima ancora di salvezza. Dico che è rimasto solo parlando da un punto di vista “umano”, nessun'altra persona è con lui; ma Pi non è affatto solo. Ci sono sulla sua stessa scialuppa di salvataggio, sopravvissuti alla tempesta, anche una Zebra con la zampa spezzata, un orango tango, una iena e Richard Parker, la grande tigre del Bengala.

Dopo aver ucciso la zebra e l’orango tango, la iena subisce la medesima sorte, questa volta per “mano” di Richard Parker, che da questo momento diventa il solo compagno di patimenti di Pi. Il giovane si ritrova così costretto a sopravvivere tra le onde, tenendo a bada una tigre e dovendo affrontare le insidie dell’oceano, la sete e la fame. Richard Parker ci viene presentato come un enorme felino che inizialmente non desidera altro che banchettare con la carne del nostro protagonista. Noi spettatori non possiamo far altro che affidare le nostre emozioni; in Richard Parker percepiamo la furia animalesca, una seria minaccia per la sopravvivenza del nostro eroe. La sceneggiatura inizialmente recitava, per bocca del padre di Pi, che l’unica cosa che possiamo percepire negli occhi di un animale è solo lo specchio delle nostre emozioni, che siano positive o negative.  Agli inizi del nostro viaggio non possiamo che riflettere su Richard Parker emozioni negative, perché lo vediamo come un’ennesima, costante minaccia. Lentamente però la tigre diventa una sfida perpetua per il protagonista Pi che, pur impaurito, resta comunque vigile e mai domo. Comincia infatti a studiare modi per permettere al felino di cibarsi, razionando le provviste dei biscotti e le rimanenze d’acqua per se stesso, tenendosi sempre attivo con “esperimenti” in mare, volti a indebolire l’animale per renderlo, per così dire, più mansueto, sfruttando il movimento delle onde in maniera d’accentuare in lui una sorta di mal di mare. Iniziamo a capire che senza Richard Parker, Pi non riuscirebbe a sopravvivere, perché la solitudine e l’abbandono spezzerebbero il suo spirito ben più degli artigli della tigre stessa. Passano intere settimane e i due, tra scenari fantastici e immagini visive terrificanti, che varranno alla troupe l’oscar per i migliori effetti speciali e per la miglior fotografia, imparano a convivere l’un l’altro. Adesso le nostre emozioni nei confronti di Richard Parker cambiano, comprendiamo che la sua aggressività iniziale era soltanto l’indole della sua natura, e adesso notiamo come l’animale stesso sia una vittima di quel naufragio, esattamente come lo è Pi, e che entrambi, tra innumerevoli difficoltà e sofferenze, stanno cercando di sopravvivere insieme.

Piegati nell’animo, Pi e Richard Parker, al calar della notte, si accasciano sulla barca, mentre la tigre osserva la superficie del mare, come se riuscisse a intravedere qualcosa nel buio delle tenebre. Pi ingenuamente domanda al suo compagno di viaggio cosa veda, prima di affacciarsi lui stesso fuori dall’imbarcazione. Dall’oceano emergono creature degli abissi: calamari giganti, capodogli, fino a trasformarsi negli animali del suo amato zoo, che in un’esplosione di colori si materializzano nel volto di una donna, prima di mostrare anche la nave adagiata sul fondo dell’oceano, là dove hanno trovato la morte la madre, il padre e il fratello. Il nostro protagonista ricorda che negli occhi di krishna alcuni coraggiosi avevano visto l’universo, lui, in quell’oceano, la sua condanna; aveva rivisto la sua intera vita sotto forma di immagini, allegorie e ricordi nebulosi. Pi è ormai allo stremo. I due vengono sorpresi da una nuova tempesta e, come aveva fatto sulla nave, Pi l’accoglie come una testimonianza di Dio, prima di disperarsi nuovamente, quando si rende conto di come Richard Parker sia impaurito dinanzi alla furia delle onde alte come palazzi. Pi urla a Dio ciò che ha passato, gli confida aspramente di aver perso tutto ciò che aveva e domanda che cos’altro vuole quel dio non più misericordioso come lo aveva sempre creduto. Sopravvissuto miracolosamente anche a quest’ennesima avventura, Pi si avvicina alla tigre e riesce finalmente ad accarezzarla. Entrambi appaiono deperiti e ormai prossimi alla fine. Pi, questa volta con pacata rassegnazione, comunica a Dio di essere pronto. In questo preciso istante proviamo un forte dispiacere e un’empatia per Pi come per la tigre; quell’animale che inizialmente ci era sembrato soltanto un pericolo persistente, è diventato adesso un compagno di avventura di cui non potremmo fare a meno. E’ il grande stupore, quell’immenso senso di meraviglia che offre la narrazione sequenziale del film, abile a farci cambiare opinione dopo pochi frangenti.

Al suo risveglio, Pi si trova “ancorato” alla riva di un’isola galleggiante popolata solo da migliaia di suricati. E’ un paradiso per gli occhi, un luogo interamente formato da vegetazione con alcuni splendidi laghetti artificiali di acqua dolce. Tuttavia ciò che l’isola dava di giorno se lo riprendeva la notte: a causa di un misterioso processo chimico, ogni cosa su quell’isola diventa mortale, persino l’acqua dei laghetti diviene acida uccidendo tutti i pesci che nuotano al suo interno. Pi si accorge della pericolosità del luogo quando scorge un dente umano all'interno di una pianta carnivora: evidentemente il segno di uno sfortunato e ignaro abitatore dell’isola che come il nostro protagonista si era ritrovato solo e sperduto. La regia stacca d’improvviso offrendoci così una grande panoramica dell’isola che ha proprio la forma di un gigantesco corpo umano che giace supino sulla superficie del mare. Pi capisce che non può rimanere sull'isola e, dopo aver fatto raccolta di provviste, riparte con Richard Parker. Dio non lo aveva abbandonato, gli aveva permesso di rendersi conto del nuovo pericolo a cui stava andando incontro: anche quando sembrava averlo lasciato per sempre, in realtà, Dio stava vigilando su di lui. Pi raggiunge finalmente la terraferma, mettendosi in salvo, dopo aver osservato l’animale giungere in prossimità della giungla. Pi si aspettava che la tigre si voltasse per guardarlo un’ultima volta prima di scomparire tra la fitta vegetazione, quasi per ricercare un barlume di emozione nel suo ringhiare, ma non fu così. Richard Parker avanzò deciso e scomparve nella giungla. Dopo tutti questi anni, Pi non riesce ancora ad accettare il fatto che Richard Parker non mostrò alcuna emozione al loro addio. Lo scrittore a cui stava raccontando la sua incredibile avventura mostrò tuttavia una significativa titubanza nell’accettare per “vera” tutta la storia raccontata da Pi, così il ragazzo ormai diventato adulto gli narrò un’altra versione, una seconda storia, che aveva riportato anche ai due inviati giapponesi incaricati di ricostruire l’incidente della nave. Nel secondo racconto, al posto degli animali, ci sono le persone dell'equipaggio della nave, in particolare il cuoco francese (interpretato da un crudele Gérard Depardieu), la madre di Pi e un marinaio giapponese buddista, presentato brevemente durante la cena sulla nave mercantile. In questo racconto la madre rappresenta l'orango, il cuoco la iena, il marinaio la zebra e la tigre la furia vendicativa di Pi. E’ interessante notare come l’intero nuovo racconto di Pi ricostruisca delle parti che noi spettatori abbiamo vissuto dal punto di vista di Pi e Richard Parker. La seconda storia è sanguinaria, priva del tutto di emozione e di quel senso di scoperta e incredulità, poiché lascia solo il posto al lato più crudo e orribile dell’uomo. Come per stessa ammissione dello scrittore anche per gli inviati giapponesi la storia più bella è quella con la tigre. Un Pi adulto sorride allo scrittore che aveva ospitato in casa propria, finendo poi per affermare che la storia con Richard Parker è più veritiera anche per Dio.

A questo punto lo spettatore, specie quello meno abituato agli stravolgimenti finali, si trova un momento frastornato, e sente il bisogno di comprendere quale delle due versioni sia vera ma non può. Può solo credere in una delle due storie. Scrivevo all’inizio di queste mie considerazioni che il film secondo me ci presenta la vita come un continuo atto di fede, di fiducia nel miracolo e in ciò che ha dell’incredibile. Ciò che è avvenuto “sull’arca di Pi” in questa “odissea” non dà certezze, solo fantasie in cui credere. La storia di Pi e Richard Parker è un atto di fede per noi spettatori. Ci siamo talmente emozionati con questa storia che crediamo che sia quella vera perché dev’essere per forza così, pur non avendo alcuna certezza. Ed è ciò che è Dio per Pi, un atto di fiducia capace di sostenerlo e respingere il dubbio. E’ la fede nell’emozione più grande, e la nostra più grande emozione è legata proprio al viaggio di Pi e Richard Parker; perciò la nostra fede è con loro ed è riposta nella loro storia. La vita di Pi ha un lieto fine, coronata dal matrimonio e dalla nascita di due bambini, un maschio e una femmina, a cui viene dato il nome del fratello perduto e dell’amata di un tempo.

Nell’ultima scena anche il regista ci rievoca il rapporto tra Pi e Richard Parker: Pi sorride e la tigre muove per un istante le orecchie; è l’estremo congedo tra Richard Parker e Pi, quello che il giovane non è riuscito a percepire e che mai percepirà. Può soltanto credere in ciò che i due hanno provato. L’ennesimo atto di fede nell’incredibile, la base emozionale dell’intera opera.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Era il 1997, quasi due decenni fa, quando James Cameron vestiva i panni di un moderno Prometeo donando al mondo un’opera cinematografica entrata a pieno titolo tra i grandi simboli del cinema moderno. Se nel mito greco il Titano all’uomo, il suo essere prediletto, donava il fuoco per potersi scaldare dal tempo inclemente, Cameron offriva, invece, al modico prezzo di un biglietto d’ingresso: “Titanic”. Perché “Titanic” è idealmente paragonabile al “fuoco”, in quanto come esso è un elemento primario dalla forza dirompente, implacabile, generata dal semplice sfregamento di due pietre focaie. E’ solo una piccola scintilla da cui può divampare una fiamma imperitura. Per capire ciò che davvero abbiamo dinanzi, possiamo, in tutta tranquillità, allungare la mano e lasciare che venga lambita da queste “fiamme”, un po’come Mosè ne “Il principe d’Egitto” quando, impaurito, tentava di comprendere come fosse possibile che la vampa non consumasse le foglie e i rami del folto roveto, volgendo il braccio verso il rogo: ci lasceremmo accarezzare da quel tepore amico durante l’ennesima visione di una pellicola divenuta ormai un film di culto. La sua carica ardente ci circonda, ci avviluppa, diventa parte di noi, senza però riuscire a bruciarci; perché “Titanic” possiede in sé l’arte, l’essenza di non far dimenticare l’innesco che ha permesso a quella fiamma, prima così flebile, di diventare col trascorrere del tempo inestinguibile, tanto da continuare ad ardere ancora oggi in maniera viva e palpitante nel cuore di intere generazioni.


“Titanic” è un “elemento” della natura, perché è probabilmente il film più famoso di tutti i tempi. Si possono davvero contare sulla punta delle dita le persone che ammettono con disarmante naturalezza di non aver mai visto né sentito parlare del lungometraggio che vede protagonisti Kate Winslet e Leonardo DiCaprio. Come riusciamo a rammentare la sola, semplice idea di un qualcosa di così naturale e scontato per noi tutti come il fuoco, così possiamo richiamare, con la medesima facilità, l’immagine di alcune delle scene più evocative dell’opera. “Titanic” è un film entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo, persino nel parlare comune. Su esso si è disquisito ampiamente sin dalla sua uscita nelle sale, per non smettere poi di riportarlo in auge negli anni successivi, tra repliche mai passate inosservate in televisione e copie in VHS prima e DVD e Blu-Ray dopo, che hanno accompagnato molte delle serate in cui alla domanda “cosa guardiamo?” in tanti, specie i più romantici, inevitabilmente finivano per rispondere: “Titanic!”. Questo Kolossal è un film lineare, mai prolisso quanto perfettamente modulato nelle tempistiche, dal comparto tecnico, sonoro e visivo all’avanguardia per il periodo, così magistralmente amalgamato alla lavorazione, da risultare tutt’oggi straordinariamente contemporaneo. “Titanic”, però, dopo aver fatto battere forte il cuore a molti degli spettatori che ebbero la fortuna di vederlo al cinema, è diventato col tempo un film vittima del proprio successo, assistendo lentamente al disfacimento del proprio fascino innato che lo rendeva un prodotto cinematografico d’autore e d’intrattenimento al tempo stesso. La sua voglia di puntare sia alla mente che al cuore dello spettatore si è rivelata un’arma dal funzionamento impeccabile, ma purtroppo dall’effetto a doppio taglio. Perché “Titanic” nel suo successo planetario si dovette scontrare inevitabilmente con pareri diversi di valutazione, come, per esempio, l’essere stato considerato per molto tempo come un film alla portata di tutti. “Titanic” divenne infatti la più grande e pluripremiata opera commerciale che si era mai vista.

Il lungometraggio fu prodotto dalla 20th Century Fox, dalla Paramount Pictures e dalla Lightstorm Entertainment, casa di produzione di James Cameron che stanziarono un budget di 200 milioni per l’intera realizzazione della pellicola. Si trattava della lavorazione più costosa della storia del cinema. Al termine della sua lunga corsa ai botteghini mondiali, il film segnò un incasso stimato di poco inferiore ai due miliardi, che, senza tenere conto dell’inflazione, rese “Titanic” come il film di maggior successo della storia della settima arte. L’opera rappresentò un vero e proprio fenomeno di cultura di massa, con migliaia di persone che ritornavano nelle sale per provare nuovamente quelle intense emozioni col film che tanto li aveva coinvolti. “Titanic” aumentò la sua aura di successo irripetibile bissando il traguardo storico di vittorie agli Oscar, ben undici statuette, eguagliando così il record del capolavoro “Ben-Hur”, rimasto imbattuto nonché ineguagliato da 38 anni. Come il monumentale lungometraggio di Wyler, anche quello di Cameron si distinse per la corposa durata, che permise un dipanarsi completo e dettagliato della storia ambientata durante il tragico viaggio inaugurale della colossale nave, orgoglio dell’allora marina britannica.

Jack e Rose sono i due amanti a cui tanto il film deve il suo impressionante successo. Essi, così distanti, appartenenti a due classi sociali diametralmente opposte, incrociano i rispettivi destini a bordo del lussuoso transatlantico. Per Jack è il viaggio più importante della sua vita, conquistato grazie alla vincita di una partita a carte che metteva in palio i biglietti per un posto in terza classe verso la tanta agognata America. Il confine statunitense rappresentava il miraggio dell’indipendenza incarnato dalla Statua della Libertà che domina il porto di New York. Ci scherza su Jack, come se già a miglia di distanza riuscisse a vederla, minuscola all’orizzonte dalla prua della nave. Quel viaggio per Jack prende lentamente la forma della speranza, di quella speranza tanto attesa, l’unica possibilità per poter trovare un lavoro e costruirsi un futuro, fino a quel momento solo una chimera, poiché, per sua stessa amissione, egli vive giorno per giorno con entusiasmo senza però riuscire a intravedere un obiettivo concreto. Per Rose invece, salire su quella nave è una condanna perenne. La sua vita si defilerà così come la madre ha già stabilito: una volta approdata sul suolo americano dovrà sposare l’avido fidanzato verso cui non sembra provare alcun sentimento amorevole e dovrà vivere nell’agiatezza pagata con il sacrificio della libera scelta. Jack vede Rose per la prima volta sul ponte, mentre lei si sporge delicatamente da una delle ringhiere che delimitano i confini della nave. Jack la mira dal basso verso l’alto, in una costruzione artistica che circoscrive simbolicamente e nell’immediatezza, la demarcazione che intercorre tra i due. Lei appare così incantevole, portatrice di una grazia tanto meravigliosa quanto difficilmente raggiungibile poiché sita su di un rango sociale che la pone inevitabilmente al di sopra di un giovane modesto come lui. Egli sembra perdersi nella bellezza della donna, fantasticando sull’esigua possibilità di poterla avvicinare anche solo per un rapido scambio di parole, per poter ascoltare soltanto il suono della sua voce. I due si incontrano una notte, proprio quando la ragazza sta per compiere un insano gesto. Jack salva Rose dal disperato tentativo di togliersi la vita, gettandosi tra le gelide acque dell’Oceano Atlantico. E’ l’incontro tra due mondi posti agli antipodi, due realtà così diverse che cercano di avvicinarsi, ma per il momento si sfiorano appena. Jack diventa per Rose l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi nella straziante agonia di una vita monotona che le si prospetta davanti, resa ancor più triste dalla mancanza di affetti, e amplificata a dismisura dalla grandezza sconfinata dell’oceano, metafora dell’abbandono in cui Rose sarebbe sprofondata se non si fosse imbattuta nel suo salvatore e nuovo amico. Rose, già dalle prime scene, mostra una profonda ammirazione per l’arte quando depone delicatamente alcuni quadri, ad oggi d’inestimabile valore, sui divani dell’elegante cabina della prima classe del Titanic. Rose, nutrita e sorretta dal suo grande amore per l’arte, scopre il talento di Jack nel ritrarre le varie realtà delle persone emarginate, riuscendo a cogliere non soltanto le peculiari caratteristiche fisiche ma rappresentando in esse anche i tratti di un riflesso del turbamento emotivo e passionale che traspare da quei soggetti. Lei non si innamora del suo essere così diverso né della sua abilità artistica, quanto del sentimento che il “povero” riesce a scrutare negli occhi di chi sta osservando con tanta attenzione. Rose si innamora della mente dell’uomo ancor prima che del suo agire.

Jack la porta a ballare; ma si tratta di una festa improvvisata, ricavata tra i miseri locali della terza classe. E’ così che la ragazza comincia a conoscere tutto un mondo di cui lei, forse, ne aveva sentito solo parlare, quello delle persone meno abbienti, di chi riesce a godere anche del poco che ha, e di chi riesce a cercare e trovare la vena più gioviale anche nelle piccole cose. Jack strappa così Rose dalla sofferenza che nel silenzio lacerava il suo animo nella quotidianità della sua esistenza. Jack si innamora subito di quella dolce visione di donna e vorrebbe immortalarne lo splendore della sua giovinezza su un foglio di carta. Rose per sua espressa volontà vuole farlo senza veste né veli, con addosso solamente la collana del cuore dell’oceano in una delle scene più delicatamente sensuali mai mostrate sul grande schermo. Sciolta la vestaglia di color nero con alcuni ricami dalle tonalità dorate che scorrono sul leggiadro tessuto in seta, Rose si mostra nuda nella sua formosa bellezza dinanzi al volto imporporato di Jack. La donna si distende sul divano, dove poggia il capo su di un morbido cuscino volgendo il braccio sinistro quasi all’altezza dei suoi rossi capelli, e la mano destra poco distante dal viso, all’altezza delle candide gote. Lo sguardo di Rose resta fisso sull’uomo che comincia a ritrarla in un disegno che manterrà la propria magnificenza per quasi un secolo, dimenticato all’interno di una cassaforte adagiata sul fondo dell’oceano fino al suo ritrovamento. Il ritratto di Rose diviene così il simbolo artistico dell’amore tra i due naufraghi, una raffigurazione tangibile della loro passione riuscita a sopravvivere alla straziante tragedia cui la nave andrà incontro. La letizia del loro intenso amore trova la sublimazione nella notte trascorsa insieme all’interno di un’auto nella Sala Postale, proprio nel ventre della nave, lontani da quelle cabine così formali, così aristocratiche, tanto da rimarcare l’evidente divisione tra le varie classi sociali d’appartenenza. Laggiù, nelle viscere della nave, essi sono finalmente soli e magicamente insieme, proprio come due innamorati uniti nella medesima “realtà”: sarà il loro ultimo momento di sincero appagamento, di pura esaltazione amorosa.

Da lì a breve li attenderà la disperata fuga per trovare scampo alle acque gelide dell’oceano, che faranno di tutto per annientare la gloria dell’ingegno umano e la sapiente opera di tutte le maestranze che nulla possono contro la negligenza e la testardaggine di pochi, specie se un destino avverso vi aleggia intorno. L’acciaio si squarcia al forte impatto con l’enorme massa di ghiaccio e ben presto la nave viene letteralmente invasa dalle acque, prima di spezzarsi in due grossi “tronconi” e quindi inabissarsi, dove ancora oggi giace tra le profondità dell’oceano. L’apporto sonoro roboante e gli impressionanti effetti speciali rendono drammatica la disfatta del Titanic, che perde lentamente la propria possanza, venendo assoggettato alla potenza della natura.

Jack e Rose aggrappatisi disperatamente alla ringhiera della poppa della nave, dove si erano scambiati le loro prime parole, finiscono in mare. Rose trova riparo sui resti di una porta che galleggia, mentre Jack la esorta a vivere una vita piena, libera e soddisfacente, proprio come quella libertà che i due avevano avuto modo di provare solo fugacemente in quei giorni oramai giunti tragicamente a conclusione. Jack muore nell’assordante silenzio di oltre 1500 anime, anch’esse spentesi tra le gelide onde. Rose bacia le mani dell’amato, quelle che l’avevano dolcemente riportata a bordo, quando istintivamente voleva lasciarsi cadere in mare. Le bacia più volte, forse per dimostrare a Jack, anche se ormai esanime, l’amore che per sempre proverà per lui e per seguitare a ringraziarlo di averla salvata dal suo destino. Lo bacia un’ultima volta prima di lasciarlo scomparire nell’oscurità dell’oceano. Arrivata sana e salva in America, Rose non potendo più vivere la vita che avrebbe sognato insieme a Jack, decide comunque di onorarlo, legando il suo “io” identificativo alla figura dell’amato perduto, assumendo il cognome Dawson che l’accompagnerà per il resto della vita. Una Rose centenaria, nel presente della narrazione, si arrampica sulla ringhiera dell’imbarcazione per tentare di rivivere un’ultima volta cosa provò quando finse di “volare” restando stretta all’abbraccio dell’amato sulla prua del Titanic. Rose, che ha vissuto una vita priva di rimpianti come aveva richiesto il suo grande amore, è riuscita nel suo ultimo desiderio: far sì che qualcun altro, oltre lei, possa ricordarsi di Jack e del loro emozionante vissuto. Ha restituito alla memoria di noi tutti, ascoltatori e spettatori oramai dagli occhi inumiditi, le gesta del proprio amato e pertanto, può finalmente accomiatare i ricordi lasciando cadere “il cuore dell’oceano” in mare, proprio laggiù, dove la carica di ogni suo battito si è mantenuta tra le onde di quell’infinità in cui riposa la reminiscenza del suo eterno amore. Addormentatasi profondamente forse per l’ultima volta, Rose si ricongiunge con Jack nella toccante scena finale del film, in un’immagine onirica che si perde nel bacio passionale dei due innamorati.

Cameron si erge a poeta dell’immagine, permettendoci di scrutare la raffinatezza del relitto tornato al suo originario splendore che fa da scorcio ad una grande storia d’amore. “Titanic” con le sue molteplici sfaccettature interpretative coniuga la veridicità storica con l’emozionante finzione narrativa. Il viaggio viene conseguentemente usato come strumento allegorico della “scoperta” e dell’incontro. La tragica disavventura della nave permette alla protagonista di strapparsi di dosso le vesti borghesi che da troppo tempo le comprimevano, in una “morsa straziante”, l’animo ferito. La traversata diviene così similitudine di una progressiva crescita nel cuore e nella mente della donna che scopre il primo amore e l’ispirazione che per sempre guiderà la sua vita. Jack, concepito come l’archetipo dell’eroe romantico, conquista Rose con la devozione di chi sa ascoltare il suo lamento, e con l’estro coinvolgente di chi anela a mutare la smorfia sofferente della donna in un sorriso emozionante a colpi di ballo. Egli fa volteggiare l’amata, danzando con lei in una serie di giravolte dove Rose si perde in un sincero sorriso di gioia: il compiuto innamoramento tra i due è da ricercarsi in questi intensi frangenti. La struggente morte dell’uomo coincide con la fine del viaggio dei due innamorati e la distruzione stessa della nave, di quella “creatura” concreta nella sua creazione ma al contempo astratta poiché figurata nel cuore dei due giovani, che non rappresentava altro che il luogo dove si consumò il loro amore. Jack muore perché ha compiuto il suo breve percorso, trovando la propria limpida felicità nell’amore di Rose, e dando la sua vita per lei. L’anima dell’uomo sembra attendere la donna con intramontabile devozione quando sul finire delle vicende, la scorge salire la grande scalinata che sormonta l’accesso alla prima classe del Titanic, segno che la loro storia nata in quell’indimenticato viaggio non potrà che ritornare a vivere eternamente in quell’apparente realtà. L’interpretazione e la palpitante alchimia dei protagonisti unita ad una regia d’alta scuola che esalta la cura del dettaglio scenico, sono tutti elementi che hanno reso questo film un capolavoro indiscusso che, tuttavia, ebbe un solo grande difetto, se così si può definire: l’essere stato un prodotto dal clamoroso richiamo mediatico. Una sorta di cassa di risonanza. “Titanic” divenne infatti un’opera ad ampio retaggio, essendo stata amata probabilmente in egual misura dai più esperti cinefili che dai meno avvezzi all’apprezzamento di questa nobile arte. In definitiva, detto così con poche parole, “Titanic” piace proprio a tutti. Con gli anni il film ha attirato attorno a sé un circolo di “detrattori” che polemizzano sulla smodata assegnazione di premi e sul suo successo così universale. Si è sviluppata la calunniante idea che se piace davvero a tutti allora non può essere una vera “opera d’arte” in quanto essa può anche suscitare diverse emozioni in ognuno ma resta comunque un qualcosa che solo i più “sensibili” o i più inclini al lato artistico possono davvero comprendere. A mio modesto parere, quando di una data cosa si parla continuamente o se ne riporta spropositatamente all’attenzione un qualsiasi particolare del suo “essere”, perde il proprio valore, la sua aura di unicità e di grazia cristallina, scadendo nell’essenza della realizzazione commerciale che antepone il guadagno economico al credo artistico. “Titanic” è caduto vittima dell’adorazione eccessiva del pubblico comune che tende appunto a idolatrarlo ossessivamente, venendo involontariamente meno ai credi dell’arte: essere a servizio di tutti ma meritevole dell’attenzione eloquente di pochi.


“Titanic” però, secondo me, insegna che l’arte può davvero essere un dono offerto a noi tutti, essendo essa capace di combinare la grandiosità del Kolossal con la sentita semplicità dell’intrattenimento romantico. Come il “fuoco” stesso anche “Titanic” finisce per divenire un qualcosa di “comune” che mantiene tuttavia lo stupore e l’importanza della sua prima volta, restando eternamente “giovane”, come in un sogno dove nulla è cambiato, esattamente come la visione finale in cui Jack e Rose, ancora giovani, ancora con indosso gli abiti che più li rappresentano, si ritrovano e, stringendosi in un forte abbraccio, si baciano una volta ancora.

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Come poter riassumere un’esperienza visiva come quella di “The Artist”? Semplice, in realtà, con una descrizione, una che rimandi a una reminiscenza a tratti terrificante

“The Artist” allunga la mano verso il cuore di uno spettatore, preme su esso fino a strapparlo via dal petto. Ci gioca, forse sadicamente, facendolo sobbalzare dinanzi ai nostri occhi con mal celato distacco e una freddezza apparente. Non possiamo che giacere lì inermi, impossibilitati anche solo ad azzardare alcuna reazione. Vorremo urlare, implorarlo di smetterla ma non fuoriesce alcun suono dalla nostra bocca. Siamo prigionieri di un mondo silenzioso come lo sono i protagonisti. Per loro, però, è la naturalezza, per noi, invece, la particolarità di una visione del tutto nuova. Perché “The Artist” non è solo un inno al cinema muto, non è un’ode a un genere oramai superato; “The Artist” è il passato che divora il moderno fino ad inglobarlo con voracità, trasfigurando l’anima di uno spettatore nel proprio “banchetto emozionale”.

E solo al termine di questa esperienza, quando George e Peppy riprendono a ballare nel “grigiore” di un’immagine in bianco e nero, tu, spettatore incosciente come il sottoscritto che compone questi passi, ti senti realmente libero di poter recuperare quel cuore e riportarlo al suo posto, lì dove deve stare, per riprendere a battere con un ritmo lento e compassato. L’ansia e l’angoscia provate da George sono cessate con la carezza delicata di Peppy. Possiamo uscire da quel tunnel in cui non penetrava alcun raggio di sole, terminare quel protratto ed eloquente silenzio che rispettosamente abbiamo mantenuto per empatia verso di loro. Non era un fare violento il suo, “The Artist” voleva soltanto stringere a sé il cuore in quanto simbolo pulsante dell'emotività più profonda, fino a colpirlo con la spiritualità di un cinema d’epoca. "The Artist" non è semplicemente una storia raccontata in pellicola, ma una vera esperienza taciturna che avvolge l'animo di chi la vive semplicemente osservandola.

The Artist” è una traghettata nel freddo mare della paura di star male, di fallire, di restare soli e soffrire maledettamente. Il tutto sullo sfondo di una mutazione artistica del cinema anni ‘30, in cui il sonoro succede al genere muto, e il musical è pronto a entrare, con grazia artistica, nel fantastico mondo della settima arte. La mescolanza del sentimento umano si unisce all'evoluzione prossima del cinema.

Vi è solo un modo per evitare di cadere nel vortice subdolo della depressione causata dal timore di un imminente futuro nebuloso e incerto: aggrapparsi all’amore, all’affetto di una ballerina capace di salvare una vita, restando gelidamente laconica ma calorosamente sorridente.

Voto: 8,5

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"King Kong ed Ann" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Immaginate d’entrare in un museo del cinema in cui viene ricostruita, attraverso sequenze visive proiettate sulle pareti, una storia, ma non una storia qualunque, una in grado di conservare in sé il gusto per l’antico e garantire un connubio tra la sfera raziocinante e la dimensione sentimentale di un’opera d’arte. “King Kong” è un’estesa narrazione visiva e dialogica che abbina l’emotività alla riflessione intellettuale. E’ una storia incastonata nell’ineluttabilità dell’immaginario universale, tanto da essere stata ripresa e reinterpretata più volte, conservando comunque l’unicità di un’opera irripetibile, come una raffigurazione scolpita su pietra. Una specie d’intonaco fresco su cui fissare un’idea per poi modellarla con tecniche classiciste e futuriste al tempo stesso. Un affresco in cui appaiono ritratte le atmosfere soffocanti della grande depressione americana. E’ in questo immenso affresco che si staglia centralmente la gigantesca creatura vivente, dove confluiscono i tre vettori specifici della rappresentazione: l’avvilente realtà urbana, la natura violenta di un’isola sperduta e l’imponenza di un grattacielo su cui volano biplani somiglianti ad avvoltoi affamati; i tre passi fondamentali del linguaggio di “King Kong”. L’amore per questo “affresco” che vide la luce nel 1933 è stato fonte d’inesauribile ispirazione per il regista Peter Jackson, che nel 2005 curò un nuovo “restauro” di tale opera, ricreando egli stesso un affresco del tutto nuovo, più spettacolare e ancor più melodrammatico.

Nel “King Kong” di Jackson, viene raccolto l’astrattismo del tempo originario, dilatato e plasmato diversamente. La storia tocca così le tre ore, e approfondisce le tematiche visive e narrative, ergendole a veri e propri topos filosofici. Per il regista neozelandese, reduce dal capolavoro senza tempo della trilogia de “Il Signore degli anelli”, “King Kong” è un’odissea dell’amore e della morte, di cui il colossale gorilla è il triste nocchiero. Jackson gli dona la vita, conformandolo con lo spessore di un essere maledetto, solo e abbandonato, rabbioso e violento, malinconico e romantico.

L’impeccabile ricostruzione scenografica della metropoli Newyorkese, in cui la protagonista Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) vive, svolgendo la sua attività lavorativa presso il Vaudeville, fa da premessa alle atmosfere del film che anela a un’eminente trasposizione di un periodo storico oscuro e frustrante. Eppure, le scene ambientate nella modernità del tempo sono le più spensierate perché fatte carico di una speranza illusoria. Questo perché il “King Kong” di Jackson offre un itinerario ambivalente nel proprio pellegrinaggio esoterico, una sorta di scalinata ripida e tortuosa da dover percorrere con audacia e vigoria. Dopo essersi lasciata alle spalle l’opprimente società americana, l’opera assurge ai canoni del viaggio esplorativo: le sequenze in mare aperto, a bordo della nave mercantile, sono cariche di mistero e senso d’avventura. Una volta approdati sull’isola del Teschio, il film trasfigura ancora una volta il proprio essere, trasformandosi in un horror violento, a volte angosciante, con gli indigeni rappresentati come efferati e sanguinari assassini. In seguito, lo stile muta nuovamente in un monster movie in cui la spettacolarizzazione delle immagini visive sfama gli occhi di chi osserva il tutto con l’insaziabile appetito della fantasia. Le lunghe carrellate di animali antidiluviani, ricostruiti meravigliosamente, così come la ricreata flora di un tempo lontano, resa nella sua vivezza originaria di colori e forme, danno un effetto unico. Il “King Kong” di Jackson diviene un Kolossal farcito di stupore e ricco di effetti speciali stupefacenti, disseminati in un mondo esotico, colorato e fluorescente. Il procedere della storia conduce Kong, questo antieroe dalla caratterizzazione tragica, a ritrovarsi però nel mondo dell’uomo, nella “grande mela” statunitense in cui riabbracciamo, sul finale, il clima d’inizio film. Ma la parabola ascendente del nostro viaggio ora è diversa, perché “King Kong” diviene infine un dramma cupo e desolante, nostalgico e spiazzante, fino a trovare la sublimazione nel tragico epilogo.

  • Dall’essere “artista” all’allegoria del “sole”

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann, la splendida donna offerta in sacrificio al mostro, è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con l’emissione di inquietanti suoni gutturali. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano fisso negli occhi per cercare di capire le reali intenzioni dell’uno nei confronti dell’altro.

Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che per placare l’agitazione dell’enorme gorilla lo intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito, nonché divertito dai movimenti della donna.

La bianca epidermide di Ann che emana una luce splendente, simile al dolce sorgere del sole, raggiunge le stanche palpebre dell’animale, ridestandole da un sommesso torpore cui il tempo le aveva fatte precipitare. Gli occhi ormai dischiusi di King Kong non possono che ammirare una figura di donna dalle esili e armoniose fattezze. I biondi capelli che contornano il viso della fanciulla, sotto il volere del vento, arrivano a sfiorarle le rossastre gote, infondendo nel cuore di King Kong una sensazione d’indelebile presenza fisica. Eppure, l’amore che la bestia comincia a nutrire per la bella non si sofferma sulla mera esteriorità nell’opera del 2005. Ann diletta il gigante e ne cattura la sua attenzione per poi placarne l’ira. Danza per lui, esegue numeri di destrezza e agilità, si improvvisa abile giocoliera con tre pietre raccolte da terra per poi incantare la bestia con l’ausilio di un piccolo bastone con cui finge di reggersi mentre saltella, destabilizzando così inevitabilmente Kong. Ann attinge dal suo personalissimo “repertorio”. Lei, un’attrice di teatro caduta in disgrazia, una regina del palcoscenico privata però del suo stesso pubblico, in altre parole, un’artista venuta fuori dal sipario strappato della povertà. Ed Ann improvvisa, ricrea il proprio palcoscenico sui suoli rocciosi dell’isola del Teschio, dinanzi all’unico spettatore che riesce a mirarla, il gigante della terra, ovvero King Kong. Ed egli osserva Ann con indiscrezione, innamorandosi del suo fare più che del suo apparire, del suo “essere” piuttosto che del suo “sembrare”. King Kong si innamora dell’Ann artista ancor prima che dell’Ann sensuale e leggiadra creatura femminile.

L’intero film di Jackson traspira di un amore evocativo riservato al concetto stesso di “arte”, e tenta di effettuare un’analisi su come esso venga fatto proprio dai protagonisti. Carl (Jack Black) è un cineasta, e regge maniacalmente la sua pesante macchina da presa, difendendola ad ogni costo. Dal suo agire emerge la parte più oscura, la prostituzione dell’arte, in cui non si ha alcun rispetto per i morti e per i viventi, e dove tutto può essere usato come fonte di guadagno. Jack (Adrien Brody), invece, è un drammaturgo che vive per la stesura di un nuovo testo teatrale e che, a malincuore, accetta di seguire Carl in questo rischioso progetto cinematografico. Da Jack deriva quanto di più altruista e raffinato possa riservare l’arte scrittoria, un qualcosa di comprovato dall’eroismo di cui lo stesso Jack si fa carico nel corso del film. Ma la profondità più assoluta del concetto di arte è riservata al personaggio protagonista: Ann, la donna che sedurrà con la grazia del suo fare spettacolo e con l’erotismo del suo essere artista, King Kong. Lo stesso lungometraggio è impregnato di un amore artistico ed incondizionato verso un modo di fare cinema di stampo d’epoca, in cui il fattore empatico tra i personaggi silenziosi (Kong ed Ann) coinvolge lo spettatore con didascalici sguardi ed eloquenti silenzi.


A seguito di una cruenta battaglia si rompe l’astio tra questi due esseri. Kong salva Ann dall’azione predatoria di tre vestasauri, ed ella si concede volutamente al riparo nelle mani del mostro per scampare ai pericoli di quel luogo tanto bello quanto inospitale. La visione del rapporto tra i due riflette improvvisamente molteplici prospettive, come fosse uno specchio frantumatosi in migliaia di pezzi, capaci di catturare un’immagine diversa da un’angolatura del tutto nuova. Kong la conduce nella sua dimora, situata sul picco di una montagna. Kong depone Ann a terra, sedendosi a contemplare il tramonto. Quel sole sembra ritmare la vita di questo re, sorgendo per svegliarlo e tramontando per farlo addormentare. L’importanza di poter rivedere nuovamente il sole certifica per Kong l’essere sopravvissuto a un nuovo giorno, e perciò esso si sofferma quotidianamente ad ammirarlo. Non vi è alcun futuro per la bestia ma soltanto un costante presente. In quel momento, però, il sole vivo e luminoso per Kong s’incarna nel corpo e nello spirito della sua dolce Ann, che proprio in quegli attimi riprende a danzare per lui, cercando di riconquistare la sua fiducia dopo essersi sottratta al suo sguardo. Kong, con la fierezza e l’orgoglio regale di un sovrano ferito, la ignora, ma solo apparentemente, ponendo il suo sguardo sul sole che muore all’orizzonte. Ann, restando oltremodo colpita dalla bellezza di ciò che sta osservando, si sfiora più volte il cuore, mentre seguita a ripetere: “E’ bellissimo!”. King Kong la ascolta laconico, e poco dopo schiude il pugno per far distendere la fanciulla sulla sua mano. Jackson muta il terrore provato dalla giovane Ann in un’accettazione empatica verso la creatura.

Il regista forgia il suo King Kong come un guerriero dannato, dalla vita triste e avvilente. L’aspetto dell’essere suggerisce che l’animale abbia sofferto oltre che di solitudine anche di un persistente dolore fisico. Il suo pelo lascia intravedere decine e decine di cicatrici assieme a evidenti segni di artigli e denti, mentre dalle sue fauci protende una mascella distorta, come se fosse stata piegata durante una drammatica colluttazione. Sebbene quel luogo gli avesse procurato non poca sofferenza, Kong continuava ad amare l’isola in tutto e per tutto, la sola terra in cui poteva vivere in libertà. La bestia, tuttavia, verrà catturata dagli uomini per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. Una critica all’ardire Hollywoodiano, che tutto spettacolarizza e riesce a vendere al modico prezzo di un biglietto d’ingresso. King Kong viene presentato al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Una volta liberatosi e fuoriuscito dal teatro, Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. La bestia si muove disperata per ritrovare la bella, afferrando qualunque donna dai biondi capelli gli si ponga davanti. L’amore provato da King Kong è tanto profondo dall’essere, nelle sue intenzioni, totalmente monogamo. Esso conserva l’immagine del volto di Ann e non intende portare con sé alcun’altra donna che non sia lei. Tutto d’un tratto il gigante si ferma. Viene a contatto dall’effluvio di un profumo che riconosce. Si volta e riesce a vedere Ann avanzare solitaria verso di lui. Ann indossa un lungo vestito bianco, il “sole” luminoso e cristallino che torna a risplendere negli occhi della bestia. Kong la scruta minuziosamente, riuscendo a riconoscere il suo volto. Quietatosi per il ritrovamento, Kong si avvia con Ann, defilandosi dalle vie più affollate.

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

  • La danza tra la bella e la bestia

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione perversa, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia che, indugiando per qualche istante su e calando vertiginosamente la mano per pochi attimi giù, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve accumulatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. L’amore di King Kong, come la sua stessa vita, viene cadenzato dal “ciclo del sole” ed Ann stessa, a mio giudizio, diviene completamente l’aurora della vita dell’animale. Se insieme avevano atteso il tramonto su quell’isola mai riportata su alcuna carta geografica, adesso, osservavano il sorgere di un nuovo giorno, l’ultimo. Non cadrà l’oscurità sull’esistenza della bestia, quanto lo stesso sole luminoso avvolgerà il suo destino, sfavillante come lo era Ann, che accompagnerà King Kong nel suo ultimo atto.

  • Ultimo atto

La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong. Le pallottole dei mitragliatori iniziano a bersagliare senza tregua la bestia. Kong urla al cielo la propria ferrea volontà di combattere, percuotendo le nocche sul proprio petto ed ergendosi maestosamente su due zampe. I colpi successivi costringono King Kong a contrarsi per pochi istanti. Con timorosa rassegnazione, egli nota il sangue grondare dalle ferite. Il re dell’isola riesce infine ad abbattere tre aerei ma alle sue spalle ne arrivano di nuovi, che lo trascinano fino allo stremo delle forze. Ann urla disperata di cessare il fuoco ma è ormai troppo tardi. Dopo aver salvato Ann un’ultima volta, Kong la regge tra le dita, ma la fatica del gigante è tanto evidente che non riesce a tenerla saldamente. Così, la distende sulla cima dell’Empire state building, mentre resta aggrappato al bordo della costruzione. King Kong guarda Ann con intensità, respirando affannosamente. Ella, distrutta dal dolore per la triste fine di quell’essere unico al mondo, protende la sua mano per accarezzare il muso dell’animale. Kong ricambia il gesto, allungando la sua mano per accarezzare la fanciulla, ma mentre sta per mettere in pratica la sua volontà un biplano scarica tutto il suo arsenale di colpi all’indirizzo dell’animale impedendogli così di riuscire nell’intento. D’improvviso quel respiro affannoso non si ode più, e la mano del gigante si muove inesorabilmente verso il basso. Il volto di Kong, fermatosi tristemente sulla base, scivola via, mentre il suo corpo cede la presa, precipitando nel vuoto. King Kong è morto.

  • Conclusioni

Con il trapasso della creatura, reso straziante come non mai, Jackson va oltre il remake in senso lato, convertendo il suo Blockbuster in un poema epico e il proprio “King Kong” in un'ode all’amore più terso. Giungiamo dunque al termine della nostra ascensione, e la cima della fittizia scalinata che raggiungiamo riserva l’emozione toccante della resa di un gigante. Perché, che se ne dica, “King Kong” resta il dramma di un essere vivente in cui si incontrano e si scontrano la brutalità bestiale con il sentimento dell’umanità più pura e sincera.  Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo delle vicende. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei infine sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

Jackson girò la scena finale con una avvertita sofferenza emozionale. Il personaggio che probabilmente aveva amato di più fin da bambino, spirava proprio davanti alla ripresa della sua camera. Il regista neozelandese aveva adempiuto al proprio volere: dare vita alla propria visione di “King Kong”. Questo film, potendo contare su un uso all’avanguardia degli effetti speciali (premiati con l’oscar), ricreò un meraviglioso paesaggio mai realmente vissuto dall’uomo civilizzato, con una flora “viva” e quanto mai pericolosa, e una fauna giurassica e cretacea opportunamente modificata per indicare la normale evoluzione degli animali nel corso dei secoli. King Kong venne realizzato attraverso un dovizioso studio etologico: molte delle espressioni e degli atteggiamenti, infatti, corrispondono alle vere e comprovate movenze dei gorilla.  Un uso eccessivo della ripresa a rallenty e una certa prolissità possono essere considerate le sole pecche del prodotto finale. Jackson riesce sapientemente a coniugare, per il resto, l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. I risultati, infine, premiarono l’imponente lavoro del regista, il film incassò infatti 550 milioni di dollari, triplicando il budget speso per la lavorazione, e portò a casa 3 premi Oscar (per i migliori effetti speciali, il miglior sonoro e il miglior montaggio sonoro) oltre ad averne sfiorato un quarto per la migliore scenografia.

Al momento della morte, il sole è ormai sorto ed illumina con imparzialità una New York provata. Cala un sipario strappato su quell’affresco dall’inestimabile valore espressivo, e il telone del museo del cinema cui facevo cenno da principio, si chiude centralmente su colui che domina l’interezza della rappresentazione: King Kong, l’ottava meraviglia del mondo.

Voto 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Joker" - Illustrazione grafica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Alfred Hitchcock si interrogò durante tutta la sua prolifica carriera su un quesito che sembrava turbarlo così tanto da richiedere un’assidua ricerca mai del tutto conclusa: fin dove si potesse spingere il concetto di “arte”. Era il 1948, e in un caldo pomeriggio newyorkese, tra le pareti di un ampio salone dall’arredamento alquanto pesante, si stava tenendo un ricevimento tra amici. Sprofondati comodamente in un divano situato proprio davanti a un’ampia vetrata che si affacciava su una giungla di palazzi, gli ospiti dialogavano tra loro. Gli argomenti della conversazione volgevano sui canoni del più classico dei dibattiti tra intellettuali: ci s’interrogava sull’idea di morale e su come essa dominasse, sin dai precetti educativi, l’indole degli uomini cresciuti in una società governata da leggi democratiche. Quella che sembrava una semplice, anche se a tratti fin troppo pretenziosa, chiacchierata tra amici, subì un cambiamento improvviso nel modo di discutere quando si toccò il tema dell’omicidio, aspetto ovviamente centrale dei film di Hitchcock.

Due dei partecipanti si domandavano se l’omicidio potesse essere elevato ad una vera e propria forma d’arte. Una teoria filosofica, partorita da alcuni di loro ai tempi del college, avanzava l’idea che certi individui vi nascessero proprio con la predisposizione, e di conseguenza fossero stati “scelti” per poter compiere omicidi, poiché sprovvisti dalla sensibilità e dalla morale comune che, a detta loro, venne creata in principio per placare l’animo barbarico degli uomini. Hitchcock attraverso l’inquietudine di uno scambio di battute cercò di mostrare in “Nodo alla gola” la crudeltà di certi individui capaci, attraverso un’oratoria asservita al momento, di rendere artistico un gesto scellerato, di mutare in una forma di raro “talento” un atto di pura follia.

  • Da Hitchcock a Burton

Quarant’anni dopo, Tim Burton traspose per la prima volta al cinema il personaggio del Joker in “Batman”, primo film dai toni dark dedicato al tormentato eroe DC Comics. Lo immagino corrucciato, teso come una corda di violino, rinchiuso nel proprio studio, con una lampada accesa in prossimità di una catalogata raccolta di fascicoli. Lo vedo proprio così, Tim Burton, più selettivo e meno lascibile, più rigoroso e notevolmente meno commerciale e ripetitivo nelle scelte rispetto al recente passato.  La scelta cadde sul nome che circolava già dal 1980 per voce diretta di Bob Kane: Jack Nicholson.  Era il profilo più complesso da conquistare, e proprio per questo era stato lasciato come ultima prestigiosa risorsa. Pur di averlo Burton e la Warner erano disposti a fare carte false, persino a giocare sporco, prima seducendo e poi abbandonando un più che interessato Williams (tra le primissime scelte insieme a William Dafoe e Tim Curry), per mettere pressione e convincere Nicholson ad accettare la parte, facendo infuriare proprio Robin, che offeso mandò all’inferno l’intera produzione.  Il celebre ghigno di Nicholson, già portato alla ribalta da Stanley Kubrick in “Shining”, trovava massima esaltazione nelle tecniche di modellamento dei truccatori di “Batman” che “fermarono” l’espressività di Nicholson in uno spaventoso riso perenne.

L’approccio che Burton diede al folle criminale racchiude in sé qualcosa che, a mio modo di vedere, è paragonabile alla tematica sollevata da Hitchcock e di cui facevo cenno precedentemente. Attraverso il Joker di Nicholson, Burton tentò, con acclamato successo, di trasporre i canoni artistici del Joker cartaceo: ovvero quelli di un folle criminale che nella più “pura” delle malvagità trova una vena beffarda, uno spirito parodistico in grado di ridere della sofferenza stessa. Jack Nicholson si dirà orgoglioso della sua performance, descrivendola come una rappresentazione teatrale della Pop Art.

  • L’origine del Joker – Tra cinema e romanzo grafico

Ispirandosi alla graphic-novel “The Killing Joke”, Burton decise di portare in scena le origini di un Joker che mostra sin da subito segni d’instabilità mentale, con violenti sbalzi d’umore che sfociano in un’aggressività fredda e calcolatrice. Jack Napier, è questo il vero nome del personaggio nel film, è un gangster temuto della malavita cittadina, che aspira a succedere al boss Carl Grissom (Jack Palance). Approfittando di una presunta retata che la polizia di Gotham sta per fare all’interno della Chimica Axis, Grissom incarica Jack di guidare alcuni dei suoi uomini nell’irruzione all’interno della fabbrica, così d’appropriarsi, prima dell’arrivo della polizia, di tutti i documenti che testimonierebbero il collegamento con Grissom. Il boss mafioso in verità ha già provveduto a nascondere i documenti incriminanti, indirizzando pertanto Jack in una trappola, dove troverà la morte per mano dei poliziotti di Eckhardt, un agente corrotto. In fabbrica irrompe anche Batman (Michael Keaton) in una delle sue prime apparizioni. Nella concitazione del momento, Jack spara ad Eckhardt freddandolo a distanza, prima di imbattersi nel cavaliere oscuro. Durante la conseguente colluttazione, Napier cade dalla piattaforma precipitando in una grande vasca contenente dell’acido. Pochi attimi dopo la fuga dell’eroe, una mano pallida riemerge dalle acque verdastre della pozza di scarico.

La camera si sposta successivamente verso un sudicio vicolo, poco frequentato, probabilmente ubicato in una delle periferie malavitose di Gotham City, dove un “povero” chirurgo tenta di sottoporre Napier, miracolosamente sopravvissuto, a un delicato intervento di chirurgia estetica, nonostante l’uomo abbia i nervi completamente recisi. Il chirurgo resta impietrito vedendo il volto del gangster che reclama con forza uno specchio. Nella scena in cui Napier vede il proprio riflesso perennemente ghignante e ormai sfigurato dal bagno chimico, esce di senno, e la sua mente imbocca definitivamente la via della follia. Jack comincia a ridere. In quella smorfia sorridente e in quell’aspetto clownesco, l’uomo interpreta il perverso scherzo di un fato dannato che nel castigo perenne ha voluto beffarsi di lui. Come un bambino che emette il suo primo vagito così il Joker nacque, facendo riecheggiare la sua prima, amara, folle risata: un’insana risposta alla propria dannazione. Il Joker ride di se stesso, del triste destino che la vita gli ha riservato. L’uomo si rifugia così nella follia, vedendo in essa l’unica ancora di salvezza a cui aggrapparsi per sfuggire a una realtà talmente atroce da non poter essere accettata se non con il torbido ausilio della pazzia primordiale. Una singola, orribile giornata, come la definì Alan Moore nel suo celebre romanzo grafico, distrugge l’animo dell’uomo, ormai privo di alcun freno inibitore. Non possiamo sapere se il Joker sia stato davvero dannato da un destino crudele e pertanto elevato al rango di “assassino prescelto” come teorizzavano i manipolatori protagonisti dell’opera di Hitchcock, ma senza dubbio il Joker diviene la personificazione di una dissennata allegria. 

Dal buio alla luce: avviene così la rinascita di un personaggio portatore di morte. L’oscurità accompagna il Joker nella sua prima, definitiva apparizione. Ripresentatosi nella dimora di Grissom, Napier avanza, continuando per diretta scelta stilistica di Burton a nascondere il proprio viso nel buio. “Il gioco di luci” è eccezionale in questi intensi momenti, perché nonostante una completa oscurità avvolga il Joker, man mano che avanza si comincia sempre più a notare il sinistro colore della sua pelle, talmente biancastra da poter essere individuata nel buio del salone. Grissom implora Jack di avere clemenza ma Napier nega l’esistenza di alcun Jack, riportando invece la notizia della morte dell’uomo che ha “abbandonato” il suo essere per lasciar posto ad un agire liberatorio: al Joker, che ci configura così come l’incarnazione di una esistenza priva dal benché minimo senso di umana coscienza.  Emerso finalmente alla luce, Joker toglie il cappello, concedendo l’estremo saluto. I capelli verdi, la pelle biancastra e le labbra di un rosso rubino, immobilizzate in un inquietante sorriso, vengono finalmente mostrati dalla sapiente regia di Burton che inquadra il Joker dal basso verso l’alto per accentuarne l’impatto visivo e la chiarezza dei connotati colorati. Una sadica risata dà il via ad una serie di colpi che il Joker scarica senza alcuna pietà sul corpo di Grissom, che di fatto è la prima vittima del clown di Gotham City.

Il Joker riversa sulla figura di Batman la colpa della propria tragedia e sulla città, un folle odio distruttivo. L’ascesa al potere per il Joker comincia con l’efferata uccisione dei capi delle fazioni mafiose della città di Gotham.

  • L’artista dell’omicidio

La scheda relativa a Jack Napier, sfogliata da Bruce Wayne nel proprio studio, riporta proprio di come Napier fosse un uomo estremamente intelligente, nonché molto portato per l’arte e l’alchimia. Grazie alle proprie competenze il Joker crea un veleno chiamato “smilex” che diviene tossico al contatto con delle particolari sostanze alterate già alla fonte dal Joker stesso. La città appare piegata al volere del criminale, che annuncia in diretta televisiva l’avvenuta contaminazione di tutti cosmetici presenti nelle profumerie della città. Il Joker si fa promotore della sua stessa creazione, ridicolizzando le più comuni pratiche di sponsorizzazione pubblicitaria, insinuando il dubbio nelle persone se siano già in quel preciso istante entrate in possesso dei prodotti avvelenati senza rendersene conto. Tutto appare come un’esilarante storiella, messa in scena in un breve spot televisivo, in cui il Joker conforma il terrore alla parodia. Tale veleno procura un violento attacco psicotico nelle vittime che esalano l’ultimo respiro, dopo folli risate.  Il Joker lascia sul suo cammino una lunga scia di morti con un terrificante sorriso stampato in volto. La morte diviene pertanto uno scherzo per il Joker, un elogio euforico all’addio perpetrato da una risata incontenibile. Il Joker si eleva così, e per sua stessa ammissione, al rango di artista dell’omicidio. Un macabro senso dell’humor diviene parte integrante della dialettica del criminale, che unisce al proprio aspetto clownesco una raccapricciante parlantina tra l’ironico e il sarcastico, ricca di taglienti battute, il tutto tendente a rendere parodistica la crudezza e l’atrocità delle sue stesse azioni. Burton attraverso le gesta del proprio antagonista intraprende un’indagine sul concetto stesso di “comicità” domandandosi fin dove essa possa spingersi nell’indole esilarante di un uomo folle sia nell’animo che nell’aspetto.

  • La deturpazione dell’arte

Ma se già l’irrazionale ilarità delle azioni e dell’agire del Joker costituisce un paradigma specifico di base nella costruzione artistica di questo personaggio, è l’ideologia stessa di arte che merita un’analisi unica nell’opera del 1989. Il Joker crede in primo luogo che la morte sia una forma di espressione artistica estrema, che meriti un’accentuazione indipendente. La follia del criminale e il suo assurdo concetto di arte trovano una massima esaltazione nella celebre sequenza del museo di Gotham City.  Irrotto nell’edificio, il Joker comincia a devastare quadri dall’inestimabile valore, imbrattandoli con getti di vernice. Il Joker, pur considerandosi un artista in senso stretto, sembra non provare alcuna empatia per le maggiori opere pittoriche dei grandi del passato, prediligendo soltanto ritratti cupi e spettrali. Questa celebre sequenza che vede il Joker distruggere i quadri del museo, accompagnato da un brano vivace di Prince, nasconde l’aspetto drammatico del momento in sé. Il Joker compie azioni scellerate nella malata euforia delle proprie intenzioni, così Burton, sposando appieno le peculiari caratteristiche del personaggio, lo segue con una tecnica di ripresa volta a alleggerire la tensione, poiché non è nel volere del cineasta terrorizzarci in quei frangenti quanto farci riflettere secondo l’agire del Joker. Vi è la possibilità di poter scoppiare addirittura in una fragorosa risata quando Nicholson si scatena in danze improvvisate mentre sale le scale del museo. Non viviamo quegli attimi con una particolare agitazione, anzi ridiamo addirittura di ciò che sta accadendo, perché il Joker possiede lo stile paradossale di far ridere del proprio folle operato; ma è un pensiero a posteriori che il regista statunitense desidera generare. Questo Joker non impaurisce con la suspense o la violenza, quanto con l’essenza stessa della risata. L’arte viene così “stuprata” in un clima disteso e gioviale, in una contrapposizione che tenta di demarcare un confine ormai incerto: la beatitudine e il dolore, la felicità e la tristezza, la vita e la morte vengono inglobati dalla follia e posti sul medesimo piano esistenziale, come fossero due facce della stessa medaglia. Il Joker di Nicholson non desidera spaventarci quanto distruggere le nostre certezze, inducendoci a chiedere cosa sia realmente divertente, e se si possa scherzare dinanzi al caos distruttivo.

Il tutto procede in una disarmante tranquillità quando il Joker siede intorno ad un tavolo ed inizia a dialogare con la fotoreporter Vicki Vale (Kim Basinger), unica scampata al massacro del museo.  E’ interessante evidenziare la valenza dei costumi in queste scene: Joker indossa un basco viola che ricorda nelle forme il cappello dei pittori ottocenteschi. Non è la prima volta che il personaggio nel film esprime, attraverso il proprio abbigliamento, aspetti artistici. Resta indimenticabile infatti la scena in cui Joker si finge un mimo, usufruendo di una gestualità articolata e una mimica facciale buffa per camuffarsi tra gli artisti di strada. Scrutando le fotografie della donna, l’antagonista afferma di amare il modo in cui ella “cattura” i tratti morenti degli innocenti sul terreno di guerra. Nel film il personaggio della Basinger è stato nel Corto Maltese una fittizia località in cui era in atto un violento conflitto, riuscendo a scattare molte fotografie ritraenti le povere vittime dei bombardamenti. A quel punto il Joker, coperto da un trucco che nasconde la vera colorazione della sua pelle, si avvicina alla giornalista confessandole che lui stesso è un artista, che ha ormai superato il più banale dei dilemmi relativi all’estetica: “cosa è bello e cosa non lo è”. Joker riporta di come la gente si preoccupi spesso delle apparenze e a quel punto invita Alicia Hunt, una giovane donna con cui aveva avuto in precedenza una relazione, a raggiungerli. La donna indossa una maschera di ceramica mentre parla con voce provata, disarmonica. Joker comunica a Vicki che Alicia è la sua prima opera d’arte vivente, concepita secondo i suoi nuovi canoni estetici di bellezza. Su invito del Joker, la donna rimuove la maschera rivelando il proprio viso sfigurato. Vicki di scatto si alza terrorizzata.

Il Joker la segue ma la reporter riesce a trovare temporaneo riparo lanciandogli contro una brocca d’acqua, che raggiunto il viso del criminale gli guasta il trucco. Giratosi improvvisamente, il Joker rivela il suo vero aspetto, fatto di un’accozzaglia di colori, dove il bianco della sua nuova pelle si mescola ai toni del marrone del trucco ormai parzialmente slavato. Come un olio su masonite, realizzato con tratti aspri e pennellate violente e grondanti di colore, il volto del Joker si conforma in questi frangenti alla sua delirante ideologia di arte, mai lineare quanto terribilmente contorta e inestricabile. Batman fa irruzione nel museo sfondando la vetrata del piano superiore, salvando Vicki e fuggendo via con lei dall’edificio. L’arte per il Joker possiede un valore estetico e fatale, incentrato solo sulla sofferenza dell’essere umano. Egli distrugge le opere dei grandi pittori poiché le considera forme d’arte sorpassate, non più al passo con la dissacrante cultura di cui egli si fa promotore. La bellezza estetica per il Joker è paragonabile alla mostruosità, alla vera deformazione dell’arte, non più un’espressione in grado di catalizzare ogni sfaccettatura del sentimento dell’uomo quanto un modus operandi per testimoniare la sola crudeltà dell’agire umano.

  • Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

E’ la diabolica domanda che il Joker ripete a molte delle sue vittime prima di finirle. Bruce, sentendo quest’inquietante interrogativo, si sofferma sui ricordi che lo tormentano fin da bambino. Riemerge così la drammatica reminiscenza della morte dei propri genitori, l’evento che scatenò il desiderio di giustizia nel cuore dell’eroe. Bruce ricorda un ladro che nel buio sparò ai suoi genitori. Ancora una volta Burton ci mostra come la negatività del personaggio del Joker abbia agito, sin dal principio, in un instabile equilibrio tra luce e ombra: persino in questa che cronologicamente corrisponde alla sua prima apparizione, il criminale si nasconde nell’oscurità per poi mostrarsi alla luce soltanto per sorridere della sofferenza da lui stesso arrecata. Il freddo assassino sta osservando il bambino e, puntandogli contro la pistola, gli domanda: “Hai mai danzato con il diavolo nel pallido plenilunio?” I colpi sparati dal rapinatore sui coniugi Wayne hanno tuttavia attirato la polizia che si appresta a giungere sul luogo del delitto. L’uomo comprende che deve darsi alla fuga e voltandosi nuovamente verso il piccolo, lo grazia, salutandolo con un semplice “arrivederci.” Bruce, oramai adulto, deduce che il Joker è in verità lo stesso uomo che aveva ucciso i suoi genitori. Questa fu una licenza che Burton si concesse e inserì nel film per rimarcare ancor di più il destino che lega e attanaglia l’eroe al suo antagonista, creatisi involontariamente a vicenda.

  • L’ultimo scherzo del Joker

Come uno stravagante incantatore di folle, troneggiando su di una pittoresca torta da sfilata, Joker raduna un vasto seguito di incauti cittadini, attratti dalla promessa che il clown lancerà ai presenti venti milioni di dollari in contanti durante il festival per il duecentesimo anniversario dalla fondazione della città. L’avidità del popolo è una sentenza di morte per il gangster, il quale aziona un comando che fa spargere il gas smilex dagli enormi palloni da parata, cominciando a mietere diverse vittime tra i venali che tentano disperatamente di non inalare il gas, coprendosi la faccia con le banconote appena raccolte. Batman interviene per impedire al Joker di mettere in pratica la sua folle idea. I due si fronteggiano nella suggestiva e colossale cattedrale di Gotham City, proprio in cima alla torre, nell’antico e polveroso campanile.  Ricorre in questi frangenti il tema della danza, e di come essa possa venire rappresentata, quale atto sinistro. La figura del diavolo che danza illuminato dal plenilunio si correla di colpo con quella del Joker, il quale, danzando nei pressi del cornicione con Vicky Vale, diviene l’allegoria di quella stessa “interpellanza” di cui spesso si faceva truce portavoce. Batman gli ripete quel funesto interrogativo prima di colpirlo brutalmente. Il confronto tra i due avversari, culmine della pellicola, non si piega al semplice e aspro conflitto corpo a corpo quanto ad un’esternazione delle rispettive avversità. Il Joker riesce a spingere giù dalla cattedrale il cavaliere oscuro e la donna. Questa volta è proprio lui ad essere in salvo mentre il suo odiato avversario regge a fatica, aggrappato alle deboli e precarie sporgenze della cattedrale. Joker si arrampica su di una scala calata giù da alcuni dei suoi uomini che lo hanno raggiunto in cima grazie ad un elicottero.  Batman però usa il suo rampino legando il piede del Joker a un gargoyle. La statua cede e resta sospesa nel vuoto trascinandosi dietro il Joker che non riesce più a risalire. Rovina così tragicamente nel vuoto e vi trova la morte. Batman, dopo essere precipitato con Vicky dalla torre, riesce a salvare entrambi, con l’ausilio del suo rampino. Con il Joker eliminato e i suoi uomini arrestati, Gotham City è per il momento salva. La scena finale vede Alfred che accompagna Vicki a casa e Batman su un tetto mentre osserva con fierezza il Batsegnale, un simbolo di speranza che illumina il cielo.

Il commissario Gordon, insieme alla sua squadra di polizia, ritrova il corpo del Joker, schiantatosi al suolo. La camera di Burton procede dall’alto verso il basso, roteando l’immagine, fino al corpo esanime del clown, mentre in sottofondo si ode un’agghiacciante risata. Il volto del Joker appare disteso e forse con un ghigno ancor più tetro che nelle passate apparizioni. E’ morto, eppure sembrerebbe compiaciuto del suo ultimo atto. Una risata aspra, cupa, interminabile risuona per l’imbarazzo dei poliziotti che non riescono a spiegarsi da dove provenga. Gordon frugando tra gli abiti trova lo strano marchingegno che simula quella risata ossessiva. E’ l’ultima gag del Joker, la battuta conclusiva con cui decide di congedarsi dal proprio pubblico: egli riesce a ridere anche dopo la fine della sua esistenza, poiché la vita come la morte altro non è che un assurdo, artistico, equivalente scherzo.

Autore: Emilio Giordano

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Ogni fiaba che si rispetti comincia sempre con “C’era una volta…” E se decidessimo, solo per un istante, di sorvolare tutte le altre pagine della storia e andassimo a scorrere le ultime righe della nostra fiaba non ci aspetteremmo altro da leggere che: “…e vissero tutti felici e contenti”. E’ una formula ben collaudata e fin troppo nota, che non riserva alcuna sorpresa, pur restando sempre efficace come una gradevole consuetudine. In fondo è quello che noi lettori desideriamo: una prassi narrativa consolidata nel tempo ma con quel pizzico di novità nel suo sviluppo centrale. Una fiaba deve lasciarci viaggiare con la fantasia, seguendo quei dettami imprescindibili. Deve, per esempio, riportarci in un passato che altrimenti non potremmo vivere, facendoci appassionare a una storia d’amore tra un principe e una principessa, o ponendoci nelle condizioni di affrontare fattucchiere maligne, sapienti stregoni e addirittura draghi sputafuoco, da cui potremmo difenderci soltanto con l’ausilio dello scudo costruito da un abile artigiano del villaggio. La fiaba che sto per narrare potrebbe cominciare anch’essa con un bel “C’era una volta…” ma questo non sarebbe sufficiente   nella logica di una sceneggiatura cinematografica. Dovremo allora essere più specifici, scendere più nel particolare: il passato che andremo a vivere risale al lontano Tredicesimo secolo.

  • Sempre insieme, eternamente divisi

Un giovane ladro chiamato Philippe Gaston si appresta a compiere un’impresa mai riuscita a nessun altro prigioniero confinato tra le segrete del castello di Aguillon: fuggire. Strisciando per i sudici cunicoli delle caverne sottostanti, Philippe ritrova la libertà, scampando così da una condanna per impiccagione che si sarebbe consumata alle prime luci dell’alba. Le campane di Aguillon suonano senza sosta per segnalare proprio la prima, inaspettata fuga dalla fortezza. Certo di essersi lasciato alle spalle le guardie del vescovo, Philippe, nonostante gli assordanti rintocchi, decide di concedersi qualche attimo di riposo, sostando nei pressi di una taverna. Quello che il giovane non può immaginare è che molti dei commensali che siedono con lui al tavolo altri non sono che i cavalieri di Aguillon, prossimi a giustiziarlo. Philippe viene salvato dal provvidenziale intervento di un misterioso cavaliere. Il valoroso combattente afferma di chiamarsi Etienne Navarre, vecchio capitano della guardia di Aguillon. Navarre cavalca un maestoso destriero nero e porta sempre con sé un bellissimo falco a cui è molto affezionato. Philippe scende a compromesso con il misterioso cavaliere a cui deve riconoscenza: per ricambiare il favore di avergli salvato la vita egli dovrà aiutare Navarre ad irrompere nella roccaforte del vescovo, ritenuta fino a quel giorno praticamente inespugnabile. I due, divenuti amici per circostanza, si addentrano nel bosco prima del calar del sole. Il cavaliere, dopo aver legato il ladruncolo per impedirgli di scappare, si allontana proprio quando il sole sembra scomparire all’orizzonte, e mentre sta per genuflettersi davanti all’astro morente sussurra tra sé con voce compassata: “un altro giorno”.

Solo a notte fonda Philippe riesce a liberarsi, e così si dà alla fuga, ma dopo aver percorso soltanto pochi metri s’imbatte in un feroce lupo dal manto cupo e dallo sguardo di ghiaccio. Terrorizzato alla vista dell’animale, Gaston tenta di nascondersi in un capanno, quand’ecco che scorge una donna dal candido viso e dai grandi occhi color del cielo. La giovane avanza senza timore alcuno verso il lupo che, d’un tratto, si mostra domo e mansueto. La notte cede il passo agli albori di un nuovo giorno in cui Navarre riemerge dal bosco, e ritrova il suo adorato falco che volteggia alto nel cielo per poi finire la sua corsa sul braccio dell’amico cavaliere. La notte successiva, Philippe, per evitare che fugga via, viene ancora legato da Navarre, prima che questi si inoltri di nuovo tra la fitta vegetazione del bosco. Durante la notte si odono continui ululati che agitano non poco il povero Gaston, il quale viene liberato dalla stessa donna che aveva incontrato la notte precedente. La giovane afferma di chiamarsi Isabeau D'Anjou, e che purtroppo lei non è altro che una portatrice di dolore e sventura.  L’eterea bellezza di questa dama dei boschi è paragonabile a quella di un fiore appena sbocciato, ma al contempo prossimo ad appassire, perdendo via via quei petali tanto profumati che cadono al suolo come avvizziti dal freddo dell’inverno. Isabeau volge i suoi occhi affranti verso il bosco, per cercare di scorgere il lupo, i cui ululati echeggiano tra la fitta vegetazione, proprio come se lei riuscisse a leggere dentro quei versi emessi dall’animale.

Philippe, piuttosto turbato dalle figure del cavaliere e della donna, avvolte da un palpabile alone di misticismo, decide di scappare via, venendo tuttavia raggiunto l’indomani da Navarre e dal suo falco. Anche le guardie del vescovo rintracciano il ladro, e quando Navarre si frappone tra loro e Gaston, ne segue un conflitto che vedrà trionfare il cavaliere nero. Durante l’aspra battaglia il falco rimane ferito da una freccia scoccata da una balestra e precipita giù in picchiata, per poi poggiarsi ormai sfinito a terra. Navarre, sconvolto, si affretta a raccogliere la bestiola ferita e ormai prossima alla morte. Il sole sta tramontando quando Navarre ordina a Gaston in maniera perentoria di portare il volatile alla diroccata cattedrale del monaco Imperius. Quest’ultimo si prende immediatamente cura del falco ferito il quale, a mano a mano che i raggi del sole illuminano sempre meno le alte mura del castello, perde il suo aspetto di pennuto e ritorna a essere una bellissima fanciulla, la stessa che Philippe incontrava tutte le notti da quando scortava Navarre. Isabeau ha una freccia conficcata nella spalla, rivelando oramai per certo ciò che sembrerebbe apparentemente impossibile: il falco e la ragazza sono la medesima esistenza. Imperius riesce ad estrarre la freccia dal corpo di Isabeau che si lascia andare a un urlo di dolore quando, contemporaneamente, il lupo, fermo su di un’altura, ulula al plenilunio, cercando d’esternare le proprie sofferenze. Imperius svela a Philippe e a noi spettatori ignari di questa fiaba, che rimane ancora avvolta nel mistero, ciò che in effetti accadde nel passato. Giunta già da qualche anno ad Aguillon, la splendida Isabeau incantò molti degli uomini che ebbero la fortuna di ammirarla, ma tra tutti loro ella ricambiò soltanto l’amore di Etienne Navarre. Il capitano della guardia, venuto a conoscenza della folle attrazione che il vescovo nutriva per la bella Isabeau, decise di tenere nascosta la relazione tra i due, memore della sinistra fama che aleggiava attorno al prelato, confidando la verità soltanto ad un monaco che avrebbe dovuto, di lì a breve, celebrare le loro nozze in segreto. Il monaco, che si rivelerà essere lo stesso Imperius, tuttavia, tradì la fiducia dei due innamorati, quando ubriaco, confessò al vescovo la relazione tra Navarre e Isabeau. Consumato dalla gelosia, il vescovo maledisse i due giovani riversando su di essi i malefici del demonio che condannarono Navarre e Isabeau a una vita condivisa ma eternamente distante: di giorno Isabeau sarebbe stata tramutata in un falco, mentre di notte avrebbe ripreso le sue sembianze umane; Navarre invece sarebbe rimasto uomo di giorno e lupo al calar delle tenebre.

  • Alla scoperta di “Ladyhawke”: la notte e il giorno

Una Michelle Pfeiffer poco più che venticinquenne donò la sua celestiale bellezza alla giovane Isabeau, conferendo al personaggio un’aura particolare, contraddistinta da una sofferenza protratta nel tempo. Isabeau nell’interpretazione della Pfeiffer è una donna forte, che combatte senza alcun timore pur di proteggere Navarre quando egli, trasformato in lupo, rischia di cadere vittima di un sanguinario cacciatore. L’attrice possiede l’abilità di concedere al personaggio tratti tanto dolci e aggraziati quanto fermi e decisi, essendo essa disposta a tollerare il dolore di una vita oppressa da una strana forma di prigionia pur di non arrendersi, continuando a credere fermamente che ci sia ancora spazio alla speranza d’annullare il tristo maleficio. Navarre, interpretato da Rutger Hauer (già famoso per aver pronunciato il celebre dialogo finale in “Blade Runner”), è invece un personaggio molto più rassegnato al proprio destino rispetto a Isabeau. Sarà per via della sua maturazione, ben più evidente rispetto a quella della ragazza, che lo porta ad affidarsi poco a un’aspettativa che potrebbe rivelarsi un’utopistica illusione. Navarre è un cavaliere dall’indomito coraggio, che rispecchia totalmente i caratteri tipici dell’eroe solitario e incorruttibile che si batte più per amore di Isabeau che non per se stesso.

In fondo domani è un altro giorno…” è una delle frasi più famose pronunciate da Vivien Leight in “Via col vento”. Un messaggio di speranza che la protagonista del capolavoro del 1939 diceva a se stessa, per continuare a credere in un domani migliore e in un futuro benevolo. In “Ladyhawke” il domani è soltanto la triste, seppur diversificata, ripetizione di un giorno già trascorso. L’indomani non reca alcuna speranza per il cavaliere nero, poiché il sole seguiterà sempre a sorgere e le tenebre scenderanno comunque ogni notte sulle vite dei due innamorati. Ne deriva un’evidente demarcazione rappresentata dai protagonisti: il buio e la luce, la notte e il giorno. Navarre con indosso un’armatura coperta da un mantello nero reca sempre con sé il simbolismo della notte, dell’oscurità che tortura il suo spirito. Isabeau, invece, è una fanciulla dai lineamenti angelici che cammina solitaria tra i boschi con la grazia indiscussa di un elfo nato dalla penna di J. R. R. Tolkien. Come i protagonisti, che risultano intrappolati in una specie di vita a metà, così “Ladyhawke” è una sorta di storia prigioniera in un genere ambivalente: quello della fiaba e della favola. Navarre e Isabeau nelle loro fattezze umane assurgono ai canoni della fiaba, ma nella loro trasformazione in creature della foresta e del cielo tendono ad avvicinarsi ai velati aspetti della favola, con gli animali intesi come incarnazioni di ideologie e credenze del tempo. Una seconda diversità personificata dalle due creature è da ritrovarsi nei due “spazi vitali” in cui si muovono la donna e l’uomo. Isabeau, tramutata in falco, diviene la signora del cielo, volando con le proprie ali fino alle vette più estreme. Navarre invece, trasformato in un lupo, è il signore della notte, rimasto con le zampe ben ferme a terra, potendo solo alzare i suoi occhi al cielo, in quella “realtà” così distante che non potrà mai raggiungere. Il lupo nero ulula alla luna come se volesse lasciarsi andare ad un malinconico canto che soltanto il cielo può accogliere nella tranquilla “riservatezza” della notte. Come il lupo resta attratto dalla luna, non riuscendo a scorgerla pienamente perché fin troppo distante, così Navarre, subita la trasformazione, cede a un continuo lamento verso quella volta celeste in cui, di giorno, il suo falco vola maestoso. L’ululato del lupo nel film altro non rappresenta se non il grido disperato di Navarre rivolto al cielo, quella realtà che egli non può raggiungere esattamente come non può rivedere Isabeau. La dannazione circa il fato dei due sfortunati innamorati è ulteriormente rimarcata nel tema dell’incomunicabilità. A differenza delle favole di Esopo, gli animali non possono esprimersi in quanto tali, e la vicinanza tra Navarre e il suo falco non può che limitarsi a lievi carezze che l’uomo riserva all’adorato pennuto. Isabeau, al contempo, può soltanto placare l’animo irrequieto del lupo accarezzandone il manto per regalargli qualche attimo di conforto e serenità. Navarre e Isabeau, divisi da una metamorfosi corporea, non possono quindi comunicare neppure con brevi sguardi corrisposti. La figura di Philippe si pone nel mezzo, essendo essa utile a garantire un punto di raccordo tra i due innamorati privati della possibilità di potersi rivedere. Di giorno Philippe riporta al suo salvatore le parole pronunciate dalla bella Isabeau, e di notte ciò che Navarre vuole che Isabeau sappia. Philippe rappresenta quindi una sorta di “trasposizione” eseguita dal regista Richard Donner nei confronti dello spettatore, nel caso in cui uno di noi fosse “catapultato” in questa fiaba e si trovasse interposto tra queste due anime separate da forze rie e ostili.

L’ambientazione del film è spiccatamente italiana, con il castello di Rocca Calascio e il Borgo di Castel del Monte come luoghi prescelti per impreziosire ancora di più una ricostruzione scenografica di un mondo medievale. In “Ladyhawke” traspira un amore per il cinema girato dal “vero”, tipico degli anni ’80, in cui si prediligeva scegliere da principio aspetti sognanti e fantasiosi, infondendo in essi i caratteri più profondi di un’indagine sull’animo umano e verso l’amore ben più articolata di quanto sembrerebbe a priori. “Ladyhawke” è una fiaba onirica, costantemente in bilico tra il sogno e la veglia, tra la realtà crudele e il mondo idilliaco del miraggio fantastico.

La scena più intensa del film è senza dubbio quella in cui Isabeau attende il sorgere del sole, riparata in un piccolo spazio, distesa assieme al lupo. Il sole comincia a sorgere dietro le colline e i raggi luminosi irradiano l’epidermide dell’animale. L’incantesimo si disfa progressivamente e Navarre si materializza, riprendendo la sua forma umana. Il sole non è ancora sorto completamente e Isabeau ha mantenuto ancora il suo aspetto naturale, quando Navarre si volta riuscendo a vederla. I due innamorati tornano a rimirarsi dopo interminabili mesi, ma non appena allungano le mani per potersi a stento sfiorare, l’inclemente maleficio si manifesta di nuovo e Isabeau, trasformatasi in falco, vola via: delle brevi sequenze dall’innegabile valenza commovente. Guardare la persona a noi più cara, poterla fissare ogni qualvolta lo desideriamo, avere la possibilità di stringerla a noi, farle una carezza per mostrarle tutto il nostro affetto, è ciò che spesso diamo per scontato. Dinanzi a due innamorati che dispongono appena di qualche istante per potersi soltanto intravedere non possiamo fare a meno di chiederci quanto sia ineluttabile il destino di una vita e quanto valore abbia il tempo che passiamo assieme alle persone amate.

  • Un giorno senza la notte e una notte senza il giorno

Navarre, non vedendo alcuna via d’uscita da questa tragica sorte, decide di vendicarsi irrompendo con Philippe nella fortezza di Aguillon per uccidere il vescovo. Il cavaliere prima di intraprendere quest’ultima missione ha ordinato a Imperius di uccidere il falco se avesse udito le campane della chiesa suonare, poiché ciò avrebbe significato la morte dell’uomo. La chiesa guidata col pugno di ferro dal crudele porporato assume i caratteri contrapposti a quelli della casa di Dio, cui dovrebbe essere, divenendo invece un luogo tetro e malvagio, dimora del diavolo. Il vescovo di Aguillon, nella sua ideazione, sembra essere ispirato a Claude Frollo, il prete custode della cattedrale di Notre-Dame nel capolavoro letterario di Victor Hugo “Notre Dame de Paris”. Come Frollo anche il vescovo s’innamora di una giovane donna dalla bellezza indescrivibile, ammirata per la prima volta sul sacrato della chiesa in cui Isabeau (Esmeralda nel libro di Hugo) trascorreva alcuni momenti della sua giornata. Il vescovo è paragonabile alla figura del truce religioso parigino soprattutto per la sua folle concezione dell’amore: un sentimento violento e possessivo, che lo porterà a sviluppare l’idea che se non potrà avere lui quella donna allora non l’avrà nessun altro. L’elemento soprannaturale però è unicamente riscontrabile nell’agire del vescovo, che maledisse i due giovani per impedire loro di vivere appieno l’amore che provano l’uno per l’altra. “Ladyhawke” tenta inoltre di mostrare come in epoca medievale la chiesa fosse una potenza politica e militare che poteva contare su imponenti eserciti e dominare con velleità dittatoriali. Navarre prima di poter affrontare il vescovo dovrà duellare con il capitano della guardia. Navarre, come ha sempre fatto, indossa un’armatura scura mentre sta in sella al suo cavallo nero; il suo avversario, invece, cavalca un cavallo bianco, difendendo una chiesa corrotta, un “bene” in questa storia non cristallino, anzi alquanto “opacizzato”. Appare evidente una sorta di dicotomia contrapposta tra i colori di scena rispetto alle scelte classiche, in cui il nero rappresenta il bene e il bianco il male. Al termine della contesa, Navarre sconfigge il cruento rivale, prima di accingersi a uccidere il vescovo. In quel momento avviene un’eclissi solare, e la luce del mattino tende a perdersi in una flebile oscurità: è un giorno senza la notte e una notte senza il giorno. Isabeau improvvisamente varca la soglia della chiesa: la maledizione si è spezzata. Navarre, una volta intravista l’amata, ignora improvvisamente il suo acerrimo nemico per avvicinarsi a lei. I passi dei due giovani si fanno sempre più incalzanti e in prossimità dell’altare, Navarre, prostrandosi in ginocchio, riabbraccia Isabeau. La splendida ragazza si avvicina in seguito al vescovo, che abbassa lo sguardo sopraffatto dalla vergogna. Isabeau mostra le sue mani oramai “spoglie” delle dannate catene in cui l’aveva confinata. Il porporato accecato dall’odio non accetta la sconfitta, e tenta di sorprendere alle spalle la giovane donna, ma Navarre, avvertito il pericolo, si volta di scatto e trafigge il prelato con la sua spada, uccidendolo. Navarre quindi si ricongiunge a Isabeau e l’abbraccia calorosamente, sollevandola con forza verso l’alto, mentre la ragazza, voltando lo sguardo all’indietro, si lascia andare ad un sorriso liberatorio. L’eclissi svanisce e il sole torna a risplendere, illuminando così i corpi dei due innamorati attraverso la vetrata della chiesa.

Terminare questa meravigliosa storia d’amore con la formula di rito “…e vissero tutti felici e contenti.” potrebbe apparire come un qualcosa di riduttivo alla celebrazione di un tale momento di gioia. Tuttavia non possiamo essere certi che i due innamorati abbiano vissuto per sempre nella felicità più autentica e cristallina. Ciò che è certo però è che da quel momento in poi ebbero di nuovo la possibilità di poter vivere comunque la loro vita assieme.

Preferisco terminare queste mie osservazioni sul film dicendo solamente che Isabeau e Navarre vissero per sempre uniti e mai nessuno più li divise, finché il sole continuò a sorgere e a tramontare, finché ci fu il giorno e ci fu la notte.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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