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Lei ha una storia che mi farà credere in Dio”, una frase ripetuta più volte all’inizio del film, volta senza dubbio a incuriosire lo spettatore e a destare in lui l’interesse per ciò che dovrà essere narrato. Beh, i primi venti minuti non si allontanano poi molto da quella che è a tutti gli effetti una lunga indagine sul divino, iniziata da un piccolo bambino che, crescendo, impara a scoprire il mondo con gli occhi della religione e del mito. “Gli dei sono stati i supereroi della mia infanzia”, lo dice un Pi adulto (Irrfan Khan), quando ricorda se stesso da bambino, nascosto sotto le coperte, munito di una torcia, intento ad osservare più che leggere un fumetto, dove Krishna, la divinità di cui sua madre gli parlava, veniva rappresentata nell’atto di spalancare la bocca e mostrare l’intero universo celato al suo interno. Uno dei racconti che più colpirono Pi nel profondo. Ma il padre, cauto e prudente nel campo del mistico, uomo quasi pragmatico e severo a volte, avverte costantemente il figlio: “Non credere ciecamente a ciò che senti” – dice – “la religione è oscurità” – prosegue - indicandola come un percorso poco chiaro e indecifrabile. Pi passa l’intera sua adolescenza a “saltare” da una religione all’altra, documentandosi sulle credenze e su ciò che Dio è, su chi è Gesù e chi è Allah. Dio per Pi diviene una ricerca costante, che deve necessariamente avere un fondo di verità e di comunanza con le diverse religioni del mondo. Il padre lo avverte ancora: passare da una religione ad un’altra vuol dire non avere certezze, bisogna prima incamminarsi nel percorso raziocinante, e solo dopo un’attenta analisi si può scegliere cosa fare e in quale dio credere. Ma ciò che non sapeva Pi è che Dio non aveva affatto finito con lui…

Se la vita per il protagonista è un “continuo atto di separazione”, il film ci presenta quella stessa vita come un costante atto di fede, dove il porre fiducia nell’emozione, in ciò che ha dell’incredibile, nel magico direi, è alla base della nostra salvezza. L’opera pluripremiata di Ang Lee cambia drasticamente tono all’improvviso, come il peggiore dei temporali in mare, quello che si manifesta senza la minima avvisaglia, portandosi via la quiete e la serenità iniziale per far posto alla tempesta e al caos. Pi (Suraj Sharma) perde in pochi, tragici attimi la sua intera famiglia, e assiste inerme all’affondamento della nave merci che lo stava “trascinando” via dall’India, dalla sua casa, lontano dalle fantasie che aveva da bambino e dall’amore per la danzatrice Anandi, che aveva provato da ragazzo. Adesso è solo, l’ultimo superstite di un naufragio, disperso nell’oceano Pacifico con una scialuppa come ultima ancora di salvezza. Dico che è rimasto solo parlando da un punto di vista “umano”, nessun'altra persona è con lui; ma Pi non è affatto solo. Ci sono sulla sua stessa scialuppa di salvataggio, sopravvissuti alla tempesta, anche una Zebra con la zampa spezzata, un orango tango, una iena e Richard Parker, la grande tigre del Bengala.

Dopo aver ucciso la zebra e l’orango tango, la iena subisce la medesima sorte, questa volta per “mano” di Richard Parker, che da questo momento diventa il solo compagno di patimenti di Pi. Il giovane si ritrova così costretto a sopravvivere tra le onde, tenendo a bada una tigre e dovendo affrontare le insidie dell’oceano, la sete e la fame. Richard Parker ci viene presentato come un enorme felino che inizialmente non desidera altro che banchettare con la carne del nostro protagonista. Noi spettatori non possiamo far altro che affidare le nostre emozioni; in Richard Parker percepiamo la furia animalesca, una seria minaccia per la sopravvivenza del nostro eroe. La sceneggiatura inizialmente recitava, per bocca del padre di Pi, che l’unica cosa che possiamo percepire negli occhi di un animale è solo lo specchio delle nostre emozioni, che siano positive o negative.  Agli inizi del nostro viaggio non possiamo che riflettere su Richard Parker emozioni negative, perché lo vediamo come un’ennesima, costante minaccia. Lentamente però la tigre diventa una sfida perpetua per il protagonista Pi che, pur impaurito, resta comunque vigile e mai domo. Comincia infatti a studiare modi per permettere al felino di cibarsi, razionando le provviste dei biscotti e le rimanenze d’acqua per se stesso, tenendosi sempre attivo con “esperimenti” in mare, volti a indebolire l’animale per renderlo, per così dire, più mansueto, sfruttando il movimento delle onde in maniera d’accentuare in lui una sorta di mal di mare. Iniziamo a capire che senza Richard Parker, Pi non riuscirebbe a sopravvivere, perché la solitudine e l’abbandono spezzerebbero il suo spirito ben più degli artigli della tigre stessa. Passano intere settimane e i due, tra scenari fantastici e immagini visive terrificanti, che varranno alla troupe l’oscar per i migliori effetti speciali e per la miglior fotografia, imparano a convivere l’un l’altro. Adesso le nostre emozioni nei confronti di Richard Parker cambiano, comprendiamo che la sua aggressività iniziale era soltanto l’indole della sua natura, e adesso notiamo come l’animale stesso sia una vittima di quel naufragio, esattamente come lo è Pi, e che entrambi, tra innumerevoli difficoltà e sofferenze, stanno cercando di sopravvivere insieme.

Piegati nell’animo, Pi e Richard Parker, al calar della notte, si accasciano sulla barca, mentre la tigre osserva la superficie del mare, come se riuscisse a intravedere qualcosa nel buio delle tenebre. Pi ingenuamente domanda al suo compagno di viaggio cosa veda, prima di affacciarsi lui stesso fuori dall’imbarcazione. Dall’oceano emergono creature degli abissi: calamari giganti, capodogli, fino a trasformarsi negli animali del suo amato zoo, che in un’esplosione di colori si materializzano nel volto di una donna, prima di mostrare anche la nave adagiata sul fondo dell’oceano, là dove hanno trovato la morte la madre, il padre e il fratello. Il nostro protagonista ricorda che negli occhi di krishna alcuni coraggiosi avevano visto l’universo, lui, in quell’oceano, la sua condanna; aveva rivisto la sua intera vita sotto forma di immagini, allegorie e ricordi nebulosi. Pi è ormai allo stremo. I due vengono sorpresi da una nuova tempesta e, come aveva fatto sulla nave, Pi l’accoglie come una testimonianza di Dio, prima di disperarsi nuovamente, quando si rende conto di come Richard Parker sia impaurito dinanzi alla furia delle onde alte come palazzi. Pi urla a Dio ciò che ha passato, gli confida aspramente di aver perso tutto ciò che aveva e domanda che cos’altro vuole quel dio non più misericordioso come lo aveva sempre creduto. Sopravvissuto miracolosamente anche a quest’ennesima avventura, Pi si avvicina alla tigre e riesce finalmente ad accarezzarla. Entrambi appaiono deperiti e ormai prossimi alla fine. Pi, questa volta con pacata rassegnazione, comunica a Dio di essere pronto. In questo preciso istante proviamo un forte dispiacere e un’empatia per Pi come per la tigre; quell’animale che inizialmente ci era sembrato soltanto un pericolo persistente, è diventato adesso un compagno di avventura di cui non potremmo fare a meno. E’ il grande stupore, quell’immenso senso di meraviglia che offre la narrazione sequenziale del film, abile a farci cambiare opinione dopo pochi frangenti.

Al suo risveglio, Pi si trova “ancorato” alla riva di un’isola galleggiante popolata solo da migliaia di suricati. E’ un paradiso per gli occhi, un luogo interamente formato da vegetazione con alcuni splendidi laghetti artificiali di acqua dolce. Tuttavia ciò che l’isola dava di giorno se lo riprendeva la notte: a causa di un misterioso processo chimico, ogni cosa su quell’isola diventa mortale, persino l’acqua dei laghetti diviene acida uccidendo tutti i pesci che nuotano al suo interno. Pi si accorge della pericolosità del luogo quando scorge un dente umano all'interno di una pianta carnivora: evidentemente il segno di uno sfortunato e ignaro abitatore dell’isola che come il nostro protagonista si era ritrovato solo e sperduto. La regia stacca d’improvviso offrendoci così una grande panoramica dell’isola che ha proprio la forma di un gigantesco corpo umano che giace supino sulla superficie del mare. Pi capisce che non può rimanere sull'isola e, dopo aver fatto raccolta di provviste, riparte con Richard Parker. Dio non lo aveva abbandonato, gli aveva permesso di rendersi conto del nuovo pericolo a cui stava andando incontro: anche quando sembrava averlo lasciato per sempre, in realtà, Dio stava vigilando su di lui. Pi raggiunge finalmente la terraferma, mettendosi in salvo, dopo aver osservato l’animale giungere in prossimità della giungla. Pi si aspettava che la tigre si voltasse per guardarlo un’ultima volta prima di scomparire tra la fitta vegetazione, quasi per ricercare un barlume di emozione nel suo ringhiare, ma non fu così. Richard Parker avanzò deciso e scomparve nella giungla. Dopo tutti questi anni, Pi non riesce ancora ad accettare il fatto che Richard Parker non mostrò alcuna emozione al loro addio. Lo scrittore a cui stava raccontando la sua incredibile avventura mostrò tuttavia una significativa titubanza nell’accettare per “vera” tutta la storia raccontata da Pi, così il ragazzo ormai diventato adulto gli narrò un’altra versione, una seconda storia, che aveva riportato anche ai due inviati giapponesi incaricati di ricostruire l’incidente della nave. Nel secondo racconto, al posto degli animali, ci sono le persone dell'equipaggio della nave, in particolare il cuoco francese (interpretato da un crudele Gérard Depardieu), la madre di Pi e un marinaio giapponese buddista, presentato brevemente durante la cena sulla nave mercantile. In questo racconto la madre rappresenta l'orango, il cuoco la iena, il marinaio la zebra e la tigre la furia vendicativa di Pi. E’ interessante notare come l’intero nuovo racconto di Pi ricostruisca delle parti che noi spettatori abbiamo vissuto dal punto di vista di Pi e Richard Parker. La seconda storia è sanguinaria, priva del tutto di emozione e di quel senso di scoperta e incredulità, poiché lascia solo il posto al lato più crudo e orribile dell’uomo. Come per stessa ammissione dello scrittore anche per gli inviati giapponesi la storia più bella è quella con la tigre. Un Pi adulto sorride allo scrittore che aveva ospitato in casa propria, finendo poi per affermare che la storia con Richard Parker è più veritiera anche per Dio.

A questo punto lo spettatore, specie quello meno abituato agli stravolgimenti finali, si trova un momento frastornato, e sente il bisogno di comprendere quale delle due versioni sia vera ma non può. Può solo credere in una delle due storie. Scrivevo all’inizio di queste mie considerazioni che il film secondo me ci presenta la vita come un continuo atto di fede, di fiducia nel miracolo e in ciò che ha dell’incredibile. Ciò che è avvenuto “sull’arca di Pi” in questa “odissea” non dà certezze, solo fantasie in cui credere. La storia di Pi e Richard Parker è un atto di fede per noi spettatori. Ci siamo talmente emozionati con questa storia che crediamo che sia quella vera perché dev’essere per forza così, pur non avendo alcuna certezza. Ed è ciò che è Dio per Pi, un atto di fiducia capace di sostenerlo e respingere il dubbio. E’ la fede nell’emozione più grande, e la nostra più grande emozione è legata proprio al viaggio di Pi e Richard Parker; perciò la nostra fede è con loro ed è riposta nella loro storia. La vita di Pi ha un lieto fine, coronata dal matrimonio e dalla nascita di due bambini, un maschio e una femmina, a cui viene dato il nome del fratello perduto e dell’amata di un tempo.

Nell’ultima scena anche il regista ci rievoca il rapporto tra Pi e Richard Parker: Pi sorride e la tigre muove per un istante le orecchie; è l’estremo congedo tra Richard Parker e Pi, quello che il giovane non è riuscito a percepire e che mai percepirà. Può soltanto credere in ciò che i due hanno provato. L’ennesimo atto di fede nell’incredibile, la base emozionale dell’intera opera.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Era il 1997, quasi due decenni fa, quando James Cameron vestiva i panni di un moderno Prometeo donando al mondo un’opera cinematografica entrata a pieno titolo tra i grandi simboli del cinema moderno. Se nel mito greco il Titano all’uomo, il suo essere prediletto, donava il fuoco per potersi scaldare dal tempo inclemente, Cameron offriva, invece, al modico prezzo di un biglietto d’ingresso: “Titanic”. Perché “Titanic” è idealmente paragonabile al “fuoco”, in quanto come esso è un elemento primario dalla forza dirompente, implacabile, generata dal semplice sfregamento di due pietre focaie. E’ solo una piccola scintilla da cui può divampare una fiamma imperitura. Per capire ciò che davvero abbiamo dinanzi, possiamo, in tutta tranquillità, allungare la mano e lasciare che venga lambita da queste “fiamme”, un po’come Mosè ne “Il principe d’Egitto” quando, impaurito, tentava di comprendere come fosse possibile che la vampa non consumasse le foglie e i rami del folto roveto, volgendo il braccio verso il rogo: ci lasceremmo accarezzare da quel tepore amico durante l’ennesima visione di una pellicola divenuta ormai un film di culto. La sua carica ardente ci circonda, ci avviluppa, diventa parte di noi, senza però riuscire a bruciarci; perché “Titanic” possiede in sé l’arte, l’essenza di non far dimenticare l’innesco che ha permesso a quella fiamma, prima così flebile, di diventare col trascorrere del tempo inestinguibile, tanto da continuare ad ardere ancora oggi in maniera viva e palpitante nel cuore di intere generazioni.


“Titanic” è un “elemento” della natura, perché è probabilmente il film più famoso di tutti i tempi. Si possono davvero contare sulla punta delle dita le persone che ammettono con disarmante naturalezza di non aver mai visto né sentito parlare del lungometraggio che vede protagonisti Kate Winslet e Leonardo DiCaprio. Come riusciamo a rammentare la sola, semplice idea di un qualcosa di così naturale e scontato per noi tutti come il fuoco, così possiamo richiamare, con la medesima facilità, l’immagine di alcune delle scene più evocative dell’opera. “Titanic” è un film entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo, persino nel parlare comune. Su esso si è disquisito ampiamente sin dalla sua uscita nelle sale, per non smettere poi di riportarlo in auge negli anni successivi, tra repliche mai passate inosservate in televisione e copie in VHS prima e DVD e Blu-Ray dopo, che hanno accompagnato molte delle serate in cui alla domanda “cosa guardiamo?” in tanti, specie i più romantici, inevitabilmente finivano per rispondere: “Titanic!”. Questo Kolossal è un film lineare, mai prolisso quanto perfettamente modulato nelle tempistiche, dal comparto tecnico, sonoro e visivo all’avanguardia per il periodo, così magistralmente amalgamato alla lavorazione, da risultare tutt’oggi straordinariamente contemporaneo. “Titanic”, però, dopo aver fatto battere forte il cuore a molti degli spettatori che ebbero la fortuna di vederlo al cinema, è diventato col tempo un film vittima del proprio successo, assistendo lentamente al disfacimento del proprio fascino innato che lo rendeva un prodotto cinematografico d’autore e d’intrattenimento al tempo stesso. La sua voglia di puntare sia alla mente che al cuore dello spettatore si è rivelata un’arma dal funzionamento impeccabile, ma purtroppo dall’effetto a doppio taglio. Perché “Titanic” nel suo successo planetario si dovette scontrare inevitabilmente con pareri diversi di valutazione, come, per esempio, l’essere stato considerato per molto tempo come un film alla portata di tutti. “Titanic” divenne infatti la più grande e pluripremiata opera commerciale che si era mai vista.

Il lungometraggio fu prodotto dalla 20th Century Fox, dalla Paramount Pictures e dalla Lightstorm Entertainment, casa di produzione di James Cameron che stanziarono un budget di 200 milioni per l’intera realizzazione della pellicola. Si trattava della lavorazione più costosa della storia del cinema. Al termine della sua lunga corsa ai botteghini mondiali, il film segnò un incasso stimato di poco inferiore ai due miliardi, che, senza tenere conto dell’inflazione, rese “Titanic” come il film di maggior successo della storia della settima arte. L’opera rappresentò un vero e proprio fenomeno di cultura di massa, con migliaia di persone che ritornavano nelle sale per provare nuovamente quelle intense emozioni col film che tanto li aveva coinvolti. “Titanic” aumentò la sua aura di successo irripetibile bissando il traguardo storico di vittorie agli Oscar, ben undici statuette, eguagliando così il record del capolavoro “Ben-Hur”, rimasto imbattuto nonché ineguagliato da 38 anni. Come il monumentale lungometraggio di Wyler, anche quello di Cameron si distinse per la corposa durata, che permise un dipanarsi completo e dettagliato della storia ambientata durante il tragico viaggio inaugurale della colossale nave, orgoglio dell’allora marina britannica.

Jack e Rose sono i due amanti a cui tanto il film deve il suo impressionante successo. Essi, così distanti, appartenenti a due classi sociali diametralmente opposte, incrociano i rispettivi destini a bordo del lussuoso transatlantico. Per Jack è il viaggio più importante della sua vita, conquistato grazie alla vincita di una partita a carte che metteva in palio i biglietti per un posto in terza classe verso la tanta agognata America. Il confine statunitense rappresentava il miraggio dell’indipendenza incarnato dalla Statua della Libertà che domina il porto di New York. Ci scherza su Jack, come se già a miglia di distanza riuscisse a vederla, minuscola all’orizzonte dalla prua della nave. Quel viaggio per Jack prende lentamente la forma della speranza, di quella speranza tanto attesa, l’unica possibilità per poter trovare un lavoro e costruirsi un futuro, fino a quel momento solo una chimera, poiché, per sua stessa amissione, egli vive giorno per giorno con entusiasmo senza però riuscire a intravedere un obiettivo concreto. Per Rose invece, salire su quella nave è una condanna perenne. La sua vita si defilerà così come la madre ha già stabilito: una volta approdata sul suolo americano dovrà sposare l’avido fidanzato verso cui non sembra provare alcun sentimento amorevole e dovrà vivere nell’agiatezza pagata con il sacrificio della libera scelta. Jack vede Rose per la prima volta sul ponte, mentre lei si sporge delicatamente da una delle ringhiere che delimitano i confini della nave. Jack la mira dal basso verso l’alto, in una costruzione artistica che circoscrive simbolicamente e nell’immediatezza, la demarcazione che intercorre tra i due. Lei appare così incantevole, portatrice di una grazia tanto meravigliosa quanto difficilmente raggiungibile poiché sita su di un rango sociale che la pone inevitabilmente al di sopra di un giovane modesto come lui. Egli sembra perdersi nella bellezza della donna, fantasticando sull’esigua possibilità di poterla avvicinare anche solo per un rapido scambio di parole, per poter ascoltare soltanto il suono della sua voce. I due si incontrano una notte, proprio quando la ragazza sta per compiere un insano gesto. Jack salva Rose dal disperato tentativo di togliersi la vita, gettandosi tra le gelide acque dell’Oceano Atlantico. E’ l’incontro tra due mondi posti agli antipodi, due realtà così diverse che cercano di avvicinarsi, ma per il momento si sfiorano appena. Jack diventa per Rose l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi nella straziante agonia di una vita monotona che le si prospetta davanti, resa ancor più triste dalla mancanza di affetti, e amplificata a dismisura dalla grandezza sconfinata dell’oceano, metafora dell’abbandono in cui Rose sarebbe sprofondata se non si fosse imbattuta nel suo salvatore e nuovo amico. Rose, già dalle prime scene, mostra una profonda ammirazione per l’arte quando depone delicatamente alcuni quadri, ad oggi d’inestimabile valore, sui divani dell’elegante cabina della prima classe del Titanic. Rose, nutrita e sorretta dal suo grande amore per l’arte, scopre il talento di Jack nel ritrarre le varie realtà delle persone emarginate, riuscendo a cogliere non soltanto le peculiari caratteristiche fisiche ma rappresentando in esse anche i tratti di un riflesso del turbamento emotivo e passionale che traspare da quei soggetti. Lei non si innamora del suo essere così diverso né della sua abilità artistica, quanto del sentimento che il “povero” riesce a scrutare negli occhi di chi sta osservando con tanta attenzione. Rose si innamora della mente dell’uomo ancor prima che del suo agire.

Jack la porta a ballare; ma si tratta di una festa improvvisata, ricavata tra i miseri locali della terza classe. E’ così che la ragazza comincia a conoscere tutto un mondo di cui lei, forse, ne aveva sentito solo parlare, quello delle persone meno abbienti, di chi riesce a godere anche del poco che ha, e di chi riesce a cercare e trovare la vena più gioviale anche nelle piccole cose. Jack strappa così Rose dalla sofferenza che nel silenzio lacerava il suo animo nella quotidianità della sua esistenza. Jack si innamora subito di quella dolce visione di donna e vorrebbe immortalarne lo splendore della sua giovinezza su un foglio di carta. Rose per sua espressa volontà vuole farlo senza veste né veli, con addosso solamente la collana del cuore dell’oceano in una delle scene più delicatamente sensuali mai mostrate sul grande schermo. Sciolta la vestaglia di color nero con alcuni ricami dalle tonalità dorate che scorrono sul leggiadro tessuto in seta, Rose si mostra nuda nella sua formosa bellezza dinanzi al volto imporporato di Jack. La donna si distende sul divano, dove poggia il capo su di un morbido cuscino volgendo il braccio sinistro quasi all’altezza dei suoi rossi capelli, e la mano destra poco distante dal viso, all’altezza delle candide gote. Lo sguardo di Rose resta fisso sull’uomo che comincia a ritrarla in un disegno che manterrà la propria magnificenza per quasi un secolo, dimenticato all’interno di una cassaforte adagiata sul fondo dell’oceano fino al suo ritrovamento. Il ritratto di Rose diviene così il simbolo artistico dell’amore tra i due naufraghi, una raffigurazione tangibile della loro passione riuscita a sopravvivere alla straziante tragedia cui la nave andrà incontro. La letizia del loro intenso amore trova la sublimazione nella notte trascorsa insieme all’interno di un’auto nella Sala Postale, proprio nel ventre della nave, lontani da quelle cabine così formali, così aristocratiche, tanto da rimarcare l’evidente divisione tra le varie classi sociali d’appartenenza. Laggiù, nelle viscere della nave, essi sono finalmente soli e magicamente insieme, proprio come due innamorati uniti nella medesima “realtà”: sarà il loro ultimo momento di sincero appagamento, di pura esaltazione amorosa.

Da lì a breve li attenderà la disperata fuga per trovare scampo alle acque gelide dell’oceano, che faranno di tutto per annientare la gloria dell’ingegno umano e la sapiente opera di tutte le maestranze che nulla possono contro la negligenza e la testardaggine di pochi, specie se un destino avverso vi aleggia intorno. L’acciaio si squarcia al forte impatto con l’enorme massa di ghiaccio e ben presto la nave viene letteralmente invasa dalle acque, prima di spezzarsi in due grossi “tronconi” e quindi inabissarsi, dove ancora oggi giace tra le profondità dell’oceano. L’apporto sonoro roboante e gli impressionanti effetti speciali rendono drammatica la disfatta del Titanic, che perde lentamente la propria possanza, venendo assoggettato alla potenza della natura.

Jack e Rose aggrappatisi disperatamente alla ringhiera della poppa della nave, dove si erano scambiati le loro prime parole, finiscono in mare. Rose trova riparo sui resti di una porta che galleggia, mentre Jack la esorta a vivere una vita piena, libera e soddisfacente, proprio come quella libertà che i due avevano avuto modo di provare solo fugacemente in quei giorni oramai giunti tragicamente a conclusione. Jack muore nell’assordante silenzio di oltre 1500 anime, anch’esse spentesi tra le gelide onde. Rose bacia le mani dell’amato, quelle che l’avevano dolcemente riportata a bordo, quando istintivamente voleva lasciarsi cadere in mare. Le bacia più volte, forse per dimostrare a Jack, anche se ormai esanime, l’amore che per sempre proverà per lui e per seguitare a ringraziarlo di averla salvata dal suo destino. Lo bacia un’ultima volta prima di lasciarlo scomparire nell’oscurità dell’oceano. Arrivata sana e salva in America, Rose non potendo più vivere la vita che avrebbe sognato insieme a Jack, decide comunque di onorarlo, legando il suo “io” identificativo alla figura dell’amato perduto, assumendo il cognome Dawson che l’accompagnerà per il resto della vita. Una Rose centenaria, nel presente della narrazione, si arrampica sulla ringhiera dell’imbarcazione per tentare di rivivere un’ultima volta cosa provò quando finse di “volare” restando stretta all’abbraccio dell’amato sulla prua del Titanic. Rose, che ha vissuto una vita priva di rimpianti come aveva richiesto il suo grande amore, è riuscita nel suo ultimo desiderio: far sì che qualcun altro, oltre lei, possa ricordarsi di Jack e del loro emozionante vissuto. Ha restituito alla memoria di noi tutti, ascoltatori e spettatori oramai dagli occhi inumiditi, le gesta del proprio amato e pertanto, può finalmente accomiatare i ricordi lasciando cadere “il cuore dell’oceano” in mare, proprio laggiù, dove la carica di ogni suo battito si è mantenuta tra le onde di quell’infinità in cui riposa la reminiscenza del suo eterno amore. Addormentatasi profondamente forse per l’ultima volta, Rose si ricongiunge con Jack nella toccante scena finale del film, in un’immagine onirica che si perde nel bacio passionale dei due innamorati.

Cameron si erge a poeta dell’immagine, permettendoci di scrutare la raffinatezza del relitto tornato al suo originario splendore che fa da scorcio ad una grande storia d’amore. “Titanic” con le sue molteplici sfaccettature interpretative coniuga la veridicità storica con l’emozionante finzione narrativa. Il viaggio viene conseguentemente usato come strumento allegorico della “scoperta” e dell’incontro. La tragica disavventura della nave permette alla protagonista di strapparsi di dosso le vesti borghesi che da troppo tempo le comprimevano, in una “morsa straziante”, l’animo ferito. La traversata diviene così similitudine di una progressiva crescita nel cuore e nella mente della donna che scopre il primo amore e l’ispirazione che per sempre guiderà la sua vita. Jack, concepito come l’archetipo dell’eroe romantico, conquista Rose con la devozione di chi sa ascoltare il suo lamento, e con l’estro coinvolgente di chi anela a mutare la smorfia sofferente della donna in un sorriso emozionante a colpi di ballo. Egli fa volteggiare l’amata, danzando con lei in una serie di giravolte dove Rose si perde in un sincero sorriso di gioia: il compiuto innamoramento tra i due è da ricercarsi in questi intensi frangenti. La struggente morte dell’uomo coincide con la fine del viaggio dei due innamorati e la distruzione stessa della nave, di quella “creatura” concreta nella sua creazione ma al contempo astratta poiché figurata nel cuore dei due giovani, che non rappresentava altro che il luogo dove si consumò il loro amore. Jack muore perché ha compiuto il suo breve percorso, trovando la propria limpida felicità nell’amore di Rose, e dando la sua vita per lei. L’anima dell’uomo sembra attendere la donna con intramontabile devozione quando sul finire delle vicende, la scorge salire la grande scalinata che sormonta l’accesso alla prima classe del Titanic, segno che la loro storia nata in quell’indimenticato viaggio non potrà che ritornare a vivere eternamente in quell’apparente realtà. L’interpretazione e la palpitante alchimia dei protagonisti unita ad una regia d’alta scuola che esalta la cura del dettaglio scenico, sono tutti elementi che hanno reso questo film un capolavoro indiscusso che, tuttavia, ebbe un solo grande difetto, se così si può definire: l’essere stato un prodotto dal clamoroso richiamo mediatico. Una sorta di cassa di risonanza. “Titanic” divenne infatti un’opera ad ampio retaggio, essendo stata amata probabilmente in egual misura dai più esperti cinefili che dai meno avvezzi all’apprezzamento di questa nobile arte. In definitiva, detto così con poche parole, “Titanic” piace proprio a tutti. Con gli anni il film ha attirato attorno a sé un circolo di “detrattori” che polemizzano sulla smodata assegnazione di premi e sul suo successo così universale. Si è sviluppata la calunniante idea che se piace davvero a tutti allora non può essere una vera “opera d’arte” in quanto essa può anche suscitare diverse emozioni in ognuno ma resta comunque un qualcosa che solo i più “sensibili” o i più inclini al lato artistico possono davvero comprendere. A mio modesto parere, quando di una data cosa si parla continuamente o se ne riporta spropositatamente all’attenzione un qualsiasi particolare del suo “essere”, perde il proprio valore, la sua aura di unicità e di grazia cristallina, scadendo nell’essenza della realizzazione commerciale che antepone il guadagno economico al credo artistico. “Titanic” è caduto vittima dell’adorazione eccessiva del pubblico comune che tende appunto a idolatrarlo ossessivamente, venendo involontariamente meno ai credi dell’arte: essere a servizio di tutti ma meritevole dell’attenzione eloquente di pochi.


“Titanic” però, secondo me, insegna che l’arte può davvero essere un dono offerto a noi tutti, essendo essa capace di combinare la grandiosità del Kolossal con la sentita semplicità dell’intrattenimento romantico. Come il “fuoco” stesso anche “Titanic” finisce per divenire un qualcosa di “comune” che mantiene tuttavia lo stupore e l’importanza della sua prima volta, restando eternamente “giovane”, come in un sogno dove nulla è cambiato, esattamente come la visione finale in cui Jack e Rose, ancora giovani, ancora con indosso gli abiti che più li rappresentano, si ritrovano e, stringendosi in un forte abbraccio, si baciano una volta ancora.

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Come poter riassumere un’esperienza visiva come quella di “The Artist”? Semplice, in realtà, con una descrizione, una che rimandi a una reminiscenza a tratti terrificante

“The Artist” allunga la mano verso il cuore di uno spettatore, preme su esso fino a strapparlo via dal petto. Ci gioca, forse sadicamente, facendolo sobbalzare dinanzi ai nostri occhi con mal celato distacco e una freddezza apparente. Non possiamo che giacere lì inermi, impossibilitati anche solo ad azzardare alcuna reazione. Vorremo urlare, implorarlo di smetterla ma non fuoriesce alcun suono dalla nostra bocca. Siamo prigionieri di un mondo silenzioso come lo sono i protagonisti. Per loro, però, è la naturalezza, per noi, invece, la particolarità di una visione del tutto nuova. Perché “The Artist” non è solo un inno al cinema muto, non è un’ode a un genere oramai superato; “The Artist” è il passato che divora il moderno fino ad inglobarlo con voracità, trasfigurando l’anima di uno spettatore nel proprio “banchetto emozionale”.

E solo al termine di questa esperienza, quando George e Peppy riprendono a ballare nel “grigiore” di un’immagine in bianco e nero, tu, spettatore incosciente come il sottoscritto che compone questi passi, ti senti realmente libero di poter recuperare quel cuore e riportarlo al suo posto, lì dove deve stare, per riprendere a battere con un ritmo lento e compassato. L’ansia e l’angoscia provate da George sono cessate con la carezza delicata di Peppy. Possiamo uscire da quel tunnel in cui non penetrava alcun raggio di sole, terminare quel protratto ed eloquente silenzio che rispettosamente abbiamo mantenuto per empatia verso di loro. Non era un fare violento il suo, “The Artist” voleva soltanto stringere a sé il cuore in quanto simbolo pulsante dell'emotività più profonda, fino a colpirlo con la spiritualità di un cinema d’epoca. "The Artist" non è semplicemente una storia raccontata in pellicola, ma una vera esperienza taciturna che avvolge l'animo di chi la vive semplicemente osservandola.

The Artist” è una traghettata nel freddo mare della paura di star male, di fallire, di restare soli e soffrire maledettamente. Il tutto sullo sfondo di una mutazione artistica del cinema anni ‘30, in cui il sonoro succede al genere muto, e il musical è pronto a entrare, con grazia artistica, nel fantastico mondo della settima arte. La mescolanza del sentimento umano si unisce all'evoluzione prossima del cinema.

Vi è solo un modo per evitare di cadere nel vortice subdolo della depressione causata dal timore di un imminente futuro nebuloso e incerto: aggrapparsi all’amore, all’affetto di una ballerina capace di salvare una vita, restando gelidamente laconica ma calorosamente sorridente.

Voto: 8,5

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"King Kong ed Ann" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Immaginate d’entrare in un museo del cinema in cui viene ricostruita, attraverso sequenze visive proiettate sulle pareti, una storia, ma non una storia qualunque, una in grado di conservare in sé il gusto per l’antico e garantire un connubio tra la sfera raziocinante e la dimensione sentimentale di un’opera d’arte. “King Kong” è un’estesa narrazione visiva e dialogica che abbina l’emotività alla riflessione intellettuale. E’ una storia incastonata nell’ineluttabilità dell’immaginario universale, tanto da essere stata ripresa e reinterpretata più volte, conservando comunque l’unicità di un’opera irripetibile, come una raffigurazione scolpita su pietra. Una specie d’intonaco fresco su cui fissare un’idea per poi modellarla con tecniche classiciste e futuriste al tempo stesso. Un affresco in cui appaiono ritratte le atmosfere soffocanti della grande depressione americana. E’ in questo immenso affresco che si staglia centralmente la gigantesca creatura vivente, dove confluiscono i tre vettori specifici della rappresentazione: l’avvilente realtà urbana, la natura violenta di un’isola sperduta e l’imponenza di un grattacielo su cui volano biplani somiglianti ad avvoltoi affamati; i tre passi fondamentali del linguaggio di “King Kong”. L’amore per questo “affresco” che vide la luce nel 1933 è stato fonte d’inesauribile ispirazione per il regista Peter Jackson, che nel 2005 curò un nuovo “restauro” di tale opera, ricreando egli stesso un affresco del tutto nuovo, più spettacolare e ancor più melodrammatico.

Nel “King Kong” di Jackson, viene raccolto l’astrattismo del tempo originario, dilatato e plasmato diversamente. La storia tocca così le tre ore, e approfondisce le tematiche visive e narrative, ergendole a veri e propri topos filosofici. Per il regista neozelandese, reduce dal capolavoro senza tempo della trilogia de “Il Signore degli anelli”, “King Kong” è un’odissea dell’amore e della morte, di cui il colossale gorilla è il triste nocchiero. Jackson gli dona la vita, conformandolo con lo spessore di un essere maledetto, solo e abbandonato, rabbioso e violento, malinconico e romantico.

L’impeccabile ricostruzione scenografica della metropoli Newyorkese, in cui la protagonista Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) vive, svolgendo la sua attività lavorativa presso il Vaudeville, fa da premessa alle atmosfere del film che anela a un’eminente trasposizione di un periodo storico oscuro e frustrante. Eppure, le scene ambientate nella modernità del tempo sono le più spensierate perché fatte carico di una speranza illusoria. Questo perché il “King Kong” di Jackson offre un itinerario ambivalente nel proprio pellegrinaggio esoterico, una sorta di scalinata ripida e tortuosa da dover percorrere con audacia e vigoria. Dopo essersi lasciata alle spalle l’opprimente società americana, l’opera assurge ai canoni del viaggio esplorativo: le sequenze in mare aperto, a bordo della nave mercantile, sono cariche di mistero e senso d’avventura. Una volta approdati sull’isola del Teschio, il film trasfigura ancora una volta il proprio essere, trasformandosi in un horror violento, a volte angosciante, con gli indigeni rappresentati come efferati e sanguinari assassini. In seguito, lo stile muta nuovamente in un monster movie in cui la spettacolarizzazione delle immagini visive sfama gli occhi di chi osserva il tutto con l’insaziabile appetito della fantasia. Le lunghe carrellate di animali antidiluviani, ricostruiti meravigliosamente, così come la ricreata flora di un tempo lontano, resa nella sua vivezza originaria di colori e forme, danno un effetto unico. Il “King Kong” di Jackson diviene un Kolossal farcito di stupore e ricco di effetti speciali stupefacenti, disseminati in un mondo esotico, colorato e fluorescente. Il procedere della storia conduce Kong, questo antieroe dalla caratterizzazione tragica, a ritrovarsi però nel mondo dell’uomo, nella “grande mela” statunitense in cui riabbracciamo, sul finale, il clima d’inizio film. Ma la parabola ascendente del nostro viaggio ora è diversa, perché “King Kong” diviene infine un dramma cupo e desolante, nostalgico e spiazzante, fino a trovare la sublimazione nel tragico epilogo.

  • Dall’essere “artista” all’allegoria del “sole”

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann, la splendida donna offerta in sacrificio al mostro, è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con l’emissione di inquietanti suoni gutturali. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano fisso negli occhi per cercare di capire le reali intenzioni dell’uno nei confronti dell’altro.

Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che per placare l’agitazione dell’enorme gorilla lo intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito, nonché divertito dai movimenti della donna.

La bianca epidermide di Ann che emana una luce splendente, simile al dolce sorgere del sole, raggiunge le stanche palpebre dell’animale, ridestandole da un sommesso torpore cui il tempo le aveva fatte precipitare. Gli occhi ormai dischiusi di King Kong non possono che ammirare una figura di donna dalle esili e armoniose fattezze. I biondi capelli che contornano il viso della fanciulla, sotto il volere del vento, arrivano a sfiorarle le rossastre gote, infondendo nel cuore di King Kong una sensazione d’indelebile presenza fisica. Eppure, l’amore che la bestia comincia a nutrire per la bella non si sofferma sulla mera esteriorità nell’opera del 2005. Ann diletta il gigante e ne cattura la sua attenzione per poi placarne l’ira. Danza per lui, esegue numeri di destrezza e agilità, si improvvisa abile giocoliera con tre pietre raccolte da terra per poi incantare la bestia con l’ausilio di un piccolo bastone con cui finge di reggersi mentre saltella, destabilizzando così inevitabilmente Kong. Ann attinge dal suo personalissimo “repertorio”. Lei, un’attrice di teatro caduta in disgrazia, una regina del palcoscenico privata però del suo stesso pubblico, in altre parole, un’artista venuta fuori dal sipario strappato della povertà. Ed Ann improvvisa, ricrea il proprio palcoscenico sui suoli rocciosi dell’isola del Teschio, dinanzi all’unico spettatore che riesce a mirarla, il gigante della terra, ovvero King Kong. Ed egli osserva Ann con indiscrezione, innamorandosi del suo fare più che del suo apparire, del suo “essere” piuttosto che del suo “sembrare”. King Kong si innamora dell’Ann artista ancor prima che dell’Ann sensuale e leggiadra creatura femminile.

L’intero film di Jackson traspira di un amore evocativo riservato al concetto stesso di “arte”, e tenta di effettuare un’analisi su come esso venga fatto proprio dai protagonisti. Carl (Jack Black) è un cineasta, e regge maniacalmente la sua pesante macchina da presa, difendendola ad ogni costo. Dal suo agire emerge la parte più oscura, la prostituzione dell’arte, in cui non si ha alcun rispetto per i morti e per i viventi, e dove tutto può essere usato come fonte di guadagno. Jack (Adrien Brody), invece, è un drammaturgo che vive per la stesura di un nuovo testo teatrale e che, a malincuore, accetta di seguire Carl in questo rischioso progetto cinematografico. Da Jack deriva quanto di più altruista e raffinato possa riservare l’arte scrittoria, un qualcosa di comprovato dall’eroismo di cui lo stesso Jack si fa carico nel corso del film. Ma la profondità più assoluta del concetto di arte è riservata al personaggio protagonista: Ann, la donna che sedurrà con la grazia del suo fare spettacolo e con l’erotismo del suo essere artista, King Kong. Lo stesso lungometraggio è impregnato di un amore artistico ed incondizionato verso un modo di fare cinema di stampo d’epoca, in cui il fattore empatico tra i personaggi silenziosi (Kong ed Ann) coinvolge lo spettatore con didascalici sguardi ed eloquenti silenzi.


A seguito di una cruenta battaglia si rompe l’astio tra questi due esseri. Kong salva Ann dall’azione predatoria di tre vestasauri, ed ella si concede volutamente al riparo nelle mani del mostro per scampare ai pericoli di quel luogo tanto bello quanto inospitale. La visione del rapporto tra i due riflette improvvisamente molteplici prospettive, come fosse uno specchio frantumatosi in migliaia di pezzi, capaci di catturare un’immagine diversa da un’angolatura del tutto nuova. Kong la conduce nella sua dimora, situata sul picco di una montagna. Kong depone Ann a terra, sedendosi a contemplare il tramonto. Quel sole sembra ritmare la vita di questo re, sorgendo per svegliarlo e tramontando per farlo addormentare. L’importanza di poter rivedere nuovamente il sole certifica per Kong l’essere sopravvissuto a un nuovo giorno, e perciò esso si sofferma quotidianamente ad ammirarlo. Non vi è alcun futuro per la bestia ma soltanto un costante presente. In quel momento, però, il sole vivo e luminoso per Kong s’incarna nel corpo e nello spirito della sua dolce Ann, che proprio in quegli attimi riprende a danzare per lui, cercando di riconquistare la sua fiducia dopo essersi sottratta al suo sguardo. Kong, con la fierezza e l’orgoglio regale di un sovrano ferito, la ignora, ma solo apparentemente, ponendo il suo sguardo sul sole che muore all’orizzonte. Ann, restando oltremodo colpita dalla bellezza di ciò che sta osservando, si sfiora più volte il cuore, mentre seguita a ripetere: “E’ bellissimo!”. King Kong la ascolta laconico, e poco dopo schiude il pugno per far distendere la fanciulla sulla sua mano. Jackson muta il terrore provato dalla giovane Ann in un’accettazione empatica verso la creatura.

Il regista forgia il suo King Kong come un guerriero dannato, dalla vita triste e avvilente. L’aspetto dell’essere suggerisce che l’animale abbia sofferto oltre che di solitudine anche di un persistente dolore fisico. Il suo pelo lascia intravedere decine e decine di cicatrici assieme a evidenti segni di artigli e denti, mentre dalle sue fauci protende una mascella distorta, come se fosse stata piegata durante una drammatica colluttazione. Sebbene quel luogo gli avesse procurato non poca sofferenza, Kong continuava ad amare l’isola in tutto e per tutto, la sola terra in cui poteva vivere in libertà. La bestia, tuttavia, verrà catturata dagli uomini per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. Una critica all’ardire Hollywoodiano, che tutto spettacolarizza e riesce a vendere al modico prezzo di un biglietto d’ingresso. King Kong viene presentato al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Una volta liberatosi e fuoriuscito dal teatro, Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. La bestia si muove disperata per ritrovare la bella, afferrando qualunque donna dai biondi capelli gli si ponga davanti. L’amore provato da King Kong è tanto profondo dall’essere, nelle sue intenzioni, totalmente monogamo. Esso conserva l’immagine del volto di Ann e non intende portare con sé alcun’altra donna che non sia lei. Tutto d’un tratto il gigante si ferma. Viene a contatto dall’effluvio di un profumo che riconosce. Si volta e riesce a vedere Ann avanzare solitaria verso di lui. Ann indossa un lungo vestito bianco, il “sole” luminoso e cristallino che torna a risplendere negli occhi della bestia. Kong la scruta minuziosamente, riuscendo a riconoscere il suo volto. Quietatosi per il ritrovamento, Kong si avvia con Ann, defilandosi dalle vie più affollate.

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

  • La danza tra la bella e la bestia

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione perversa, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia che, indugiando per qualche istante su e calando vertiginosamente la mano per pochi attimi giù, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve accumulatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. L’amore di King Kong, come la sua stessa vita, viene cadenzato dal “ciclo del sole” ed Ann stessa, a mio giudizio, diviene completamente l’aurora della vita dell’animale. Se insieme avevano atteso il tramonto su quell’isola mai riportata su alcuna carta geografica, adesso, osservavano il sorgere di un nuovo giorno, l’ultimo. Non cadrà l’oscurità sull’esistenza della bestia, quanto lo stesso sole luminoso avvolgerà il suo destino, sfavillante come lo era Ann, che accompagnerà King Kong nel suo ultimo atto.

  • Ultimo atto

La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong. Le pallottole dei mitragliatori iniziano a bersagliare senza tregua la bestia. Kong urla al cielo la propria ferrea volontà di combattere, percuotendo le nocche sul proprio petto ed ergendosi maestosamente su due zampe. I colpi successivi costringono King Kong a contrarsi per pochi istanti. Con timorosa rassegnazione, egli nota il sangue grondare dalle ferite. Il re dell’isola riesce infine ad abbattere tre aerei ma alle sue spalle ne arrivano di nuovi, che lo trascinano fino allo stremo delle forze. Ann urla disperata di cessare il fuoco ma è ormai troppo tardi. Dopo aver salvato Ann un’ultima volta, Kong la regge tra le dita, ma la fatica del gigante è tanto evidente che non riesce a tenerla saldamente. Così, la distende sulla cima dell’Empire state building, mentre resta aggrappato al bordo della costruzione. King Kong guarda Ann con intensità, respirando affannosamente. Ella, distrutta dal dolore per la triste fine di quell’essere unico al mondo, protende la sua mano per accarezzare il muso dell’animale. Kong ricambia il gesto, allungando la sua mano per accarezzare la fanciulla, ma mentre sta per mettere in pratica la sua volontà un biplano scarica tutto il suo arsenale di colpi all’indirizzo dell’animale impedendogli così di riuscire nell’intento. D’improvviso quel respiro affannoso non si ode più, e la mano del gigante si muove inesorabilmente verso il basso. Il volto di Kong, fermatosi tristemente sulla base, scivola via, mentre il suo corpo cede la presa, precipitando nel vuoto. King Kong è morto.

  • Conclusioni

Con il trapasso della creatura, reso straziante come non mai, Jackson va oltre il remake in senso lato, convertendo il suo Blockbuster in un poema epico e il proprio “King Kong” in un'ode all’amore più terso. Giungiamo dunque al termine della nostra ascensione, e la cima della fittizia scalinata che raggiungiamo riserva l’emozione toccante della resa di un gigante. Perché, che se ne dica, “King Kong” resta il dramma di un essere vivente in cui si incontrano e si scontrano la brutalità bestiale con il sentimento dell’umanità più pura e sincera.  Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo delle vicende. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei infine sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

Jackson girò la scena finale con una avvertita sofferenza emozionale. Il personaggio che probabilmente aveva amato di più fin da bambino, spirava proprio davanti alla ripresa della sua camera. Il regista neozelandese aveva adempiuto al proprio volere: dare vita alla propria visione di “King Kong”. Questo film, potendo contare su un uso all’avanguardia degli effetti speciali (premiati con l’oscar), ricreò un meraviglioso paesaggio mai realmente vissuto dall’uomo civilizzato, con una flora “viva” e quanto mai pericolosa, e una fauna giurassica e cretacea opportunamente modificata per indicare la normale evoluzione degli animali nel corso dei secoli. King Kong venne realizzato attraverso un dovizioso studio etologico: molte delle espressioni e degli atteggiamenti, infatti, corrispondono alle vere e comprovate movenze dei gorilla.  Un uso eccessivo della ripresa a rallenty e una certa prolissità possono essere considerate le sole pecche del prodotto finale. Jackson riesce sapientemente a coniugare, per il resto, l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. I risultati, infine, premiarono l’imponente lavoro del regista, il film incassò infatti 550 milioni di dollari, triplicando il budget speso per la lavorazione, e portò a casa 3 premi Oscar (per i migliori effetti speciali, il miglior sonoro e il miglior montaggio sonoro) oltre ad averne sfiorato un quarto per la migliore scenografia.

Al momento della morte, il sole è ormai sorto ed illumina con imparzialità una New York provata. Cala un sipario strappato su quell’affresco dall’inestimabile valore espressivo, e il telone del museo del cinema cui facevo cenno da principio, si chiude centralmente su colui che domina l’interezza della rappresentazione: King Kong, l’ottava meraviglia del mondo.

Voto 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Joker" - Illustrazione grafica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Alfred Hitchcock si interrogò durante tutta la sua prolifica carriera su un quesito che sembrava turbarlo così tanto da richiedere un’assidua ricerca mai del tutto conclusa: fin dove si potesse spingere il concetto di “arte”. Era il 1948, e in un caldo pomeriggio newyorkese, tra le pareti di un ampio salone dall’arredamento alquanto pesante, si stava tenendo un ricevimento tra amici. Sprofondati comodamente in un divano situato proprio davanti a un’ampia vetrata che si affacciava su una giungla di palazzi, gli ospiti dialogavano tra loro. Gli argomenti della conversazione volgevano sui canoni del più classico dei dibattiti tra intellettuali: ci s’interrogava sull’idea di morale e su come essa dominasse, sin dai precetti educativi, l’indole degli uomini cresciuti in una società governata da leggi democratiche. Quella che sembrava una semplice, anche se a tratti fin troppo pretenziosa, chiacchierata tra amici, subì un cambiamento improvviso nel modo di discutere quando si toccò il tema dell’omicidio, aspetto ovviamente centrale dei film di Hitchcock.

Due dei partecipanti si domandavano se l’omicidio potesse essere elevato ad una vera e propria forma d’arte. Una teoria filosofica, partorita da alcuni di loro ai tempi del college, avanzava l’idea che certi individui vi nascessero proprio con la predisposizione, e di conseguenza fossero stati “scelti” per poter compiere omicidi, poiché sprovvisti dalla sensibilità e dalla morale comune che, a detta loro, venne creata in principio per placare l’animo barbarico degli uomini. Hitchcock attraverso l’inquietudine di uno scambio di battute cercò di mostrare in “Nodo alla gola” la crudeltà di certi individui capaci, attraverso un’oratoria asservita al momento, di rendere artistico un gesto scellerato, di mutare in una forma di raro “talento” un atto di pura follia.

  • Da Hitchcock a Burton

Quarant’anni dopo, Tim Burton traspose per la prima volta al cinema il personaggio del Joker in “Batman”, primo film dai toni dark dedicato al tormentato eroe DC Comics. Lo immagino corrucciato, teso come una corda di violino, rinchiuso nel proprio studio, con una lampada accesa in prossimità di una catalogata raccolta di fascicoli. Lo vedo proprio così, Tim Burton, più selettivo e meno lascibile, più rigoroso e notevolmente meno commerciale e ripetitivo nelle scelte rispetto al recente passato.  La scelta cadde sul nome che circolava già dal 1980 per voce diretta di Bob Kane: Jack Nicholson.  Era il profilo più complesso da conquistare, e proprio per questo era stato lasciato come ultima prestigiosa risorsa. Pur di averlo Burton e la Warner erano disposti a fare carte false, persino a giocare sporco, prima seducendo e poi abbandonando un più che interessato Williams (tra le primissime scelte insieme a William Dafoe e Tim Curry), per mettere pressione e convincere Nicholson ad accettare la parte, facendo infuriare proprio Robin, che offeso mandò all’inferno l’intera produzione.  Il celebre ghigno di Nicholson, già portato alla ribalta da Stanley Kubrick in “Shining”, trovava massima esaltazione nelle tecniche di modellamento dei truccatori di “Batman” che “fermarono” l’espressività di Nicholson in uno spaventoso riso perenne.

L’approccio che Burton diede al folle criminale racchiude in sé qualcosa che, a mio modo di vedere, è paragonabile alla tematica sollevata da Hitchcock e di cui facevo cenno precedentemente. Attraverso il Joker di Nicholson, Burton tentò, con acclamato successo, di trasporre i canoni artistici del Joker cartaceo: ovvero quelli di un folle criminale che nella più “pura” delle malvagità trova una vena beffarda, uno spirito parodistico in grado di ridere della sofferenza stessa. Jack Nicholson si dirà orgoglioso della sua performance, descrivendola come una rappresentazione teatrale della Pop Art.

  • L’origine del Joker – Tra cinema e romanzo grafico

Ispirandosi alla graphic-novel “The Killing Joke”, Burton decise di portare in scena le origini di un Joker che mostra sin da subito segni d’instabilità mentale, con violenti sbalzi d’umore che sfociano in un’aggressività fredda e calcolatrice. Jack Napier, è questo il vero nome del personaggio nel film, è un gangster temuto della malavita cittadina, che aspira a succedere al boss Carl Grissom (Jack Palance). Approfittando di una presunta retata che la polizia di Gotham sta per fare all’interno della Chimica Axis, Grissom incarica Jack di guidare alcuni dei suoi uomini nell’irruzione all’interno della fabbrica, così d’appropriarsi, prima dell’arrivo della polizia, di tutti i documenti che testimonierebbero il collegamento con Grissom. Il boss mafioso in verità ha già provveduto a nascondere i documenti incriminanti, indirizzando pertanto Jack in una trappola, dove troverà la morte per mano dei poliziotti di Eckhardt, un agente corrotto. In fabbrica irrompe anche Batman (Michael Keaton) in una delle sue prime apparizioni. Nella concitazione del momento, Jack spara ad Eckhardt freddandolo a distanza, prima di imbattersi nel cavaliere oscuro. Durante la conseguente colluttazione, Napier cade dalla piattaforma precipitando in una grande vasca contenente dell’acido. Pochi attimi dopo la fuga dell’eroe, una mano pallida riemerge dalle acque verdastre della pozza di scarico.

La camera si sposta successivamente verso un sudicio vicolo, poco frequentato, probabilmente ubicato in una delle periferie malavitose di Gotham City, dove un “povero” chirurgo tenta di sottoporre Napier, miracolosamente sopravvissuto, a un delicato intervento di chirurgia estetica, nonostante l’uomo abbia i nervi completamente recisi. Il chirurgo resta impietrito vedendo il volto del gangster che reclama con forza uno specchio. Nella scena in cui Napier vede il proprio riflesso perennemente ghignante e ormai sfigurato dal bagno chimico, esce di senno, e la sua mente imbocca definitivamente la via della follia. Jack comincia a ridere. In quella smorfia sorridente e in quell’aspetto clownesco, l’uomo interpreta il perverso scherzo di un fato dannato che nel castigo perenne ha voluto beffarsi di lui. Come un bambino che emette il suo primo vagito così il Joker nacque, facendo riecheggiare la sua prima, amara, folle risata: un’insana risposta alla propria dannazione. Il Joker ride di se stesso, del triste destino che la vita gli ha riservato. L’uomo si rifugia così nella follia, vedendo in essa l’unica ancora di salvezza a cui aggrapparsi per sfuggire a una realtà talmente atroce da non poter essere accettata se non con il torbido ausilio della pazzia primordiale. Una singola, orribile giornata, come la definì Alan Moore nel suo celebre romanzo grafico, distrugge l’animo dell’uomo, ormai privo di alcun freno inibitore. Non possiamo sapere se il Joker sia stato davvero dannato da un destino crudele e pertanto elevato al rango di “assassino prescelto” come teorizzavano i manipolatori protagonisti dell’opera di Hitchcock, ma senza dubbio il Joker diviene la personificazione di una dissennata allegria. 

Dal buio alla luce: avviene così la rinascita di un personaggio portatore di morte. L’oscurità accompagna il Joker nella sua prima, definitiva apparizione. Ripresentatosi nella dimora di Grissom, Napier avanza, continuando per diretta scelta stilistica di Burton a nascondere il proprio viso nel buio. “Il gioco di luci” è eccezionale in questi intensi momenti, perché nonostante una completa oscurità avvolga il Joker, man mano che avanza si comincia sempre più a notare il sinistro colore della sua pelle, talmente biancastra da poter essere individuata nel buio del salone. Grissom implora Jack di avere clemenza ma Napier nega l’esistenza di alcun Jack, riportando invece la notizia della morte dell’uomo che ha “abbandonato” il suo essere per lasciar posto ad un agire liberatorio: al Joker, che ci configura così come l’incarnazione di una esistenza priva dal benché minimo senso di umana coscienza.  Emerso finalmente alla luce, Joker toglie il cappello, concedendo l’estremo saluto. I capelli verdi, la pelle biancastra e le labbra di un rosso rubino, immobilizzate in un inquietante sorriso, vengono finalmente mostrati dalla sapiente regia di Burton che inquadra il Joker dal basso verso l’alto per accentuarne l’impatto visivo e la chiarezza dei connotati colorati. Una sadica risata dà il via ad una serie di colpi che il Joker scarica senza alcuna pietà sul corpo di Grissom, che di fatto è la prima vittima del clown di Gotham City.

Il Joker riversa sulla figura di Batman la colpa della propria tragedia e sulla città, un folle odio distruttivo. L’ascesa al potere per il Joker comincia con l’efferata uccisione dei capi delle fazioni mafiose della città di Gotham.

  • L’artista dell’omicidio

La scheda relativa a Jack Napier, sfogliata da Bruce Wayne nel proprio studio, riporta proprio di come Napier fosse un uomo estremamente intelligente, nonché molto portato per l’arte e l’alchimia. Grazie alle proprie competenze il Joker crea un veleno chiamato “smilex” che diviene tossico al contatto con delle particolari sostanze alterate già alla fonte dal Joker stesso. La città appare piegata al volere del criminale, che annuncia in diretta televisiva l’avvenuta contaminazione di tutti cosmetici presenti nelle profumerie della città. Il Joker si fa promotore della sua stessa creazione, ridicolizzando le più comuni pratiche di sponsorizzazione pubblicitaria, insinuando il dubbio nelle persone se siano già in quel preciso istante entrate in possesso dei prodotti avvelenati senza rendersene conto. Tutto appare come un’esilarante storiella, messa in scena in un breve spot televisivo, in cui il Joker conforma il terrore alla parodia. Tale veleno procura un violento attacco psicotico nelle vittime che esalano l’ultimo respiro, dopo folli risate.  Il Joker lascia sul suo cammino una lunga scia di morti con un terrificante sorriso stampato in volto. La morte diviene pertanto uno scherzo per il Joker, un elogio euforico all’addio perpetrato da una risata incontenibile. Il Joker si eleva così, e per sua stessa ammissione, al rango di artista dell’omicidio. Un macabro senso dell’humor diviene parte integrante della dialettica del criminale, che unisce al proprio aspetto clownesco una raccapricciante parlantina tra l’ironico e il sarcastico, ricca di taglienti battute, il tutto tendente a rendere parodistica la crudezza e l’atrocità delle sue stesse azioni. Burton attraverso le gesta del proprio antagonista intraprende un’indagine sul concetto stesso di “comicità” domandandosi fin dove essa possa spingersi nell’indole esilarante di un uomo folle sia nell’animo che nell’aspetto.

  • La deturpazione dell’arte

Ma se già l’irrazionale ilarità delle azioni e dell’agire del Joker costituisce un paradigma specifico di base nella costruzione artistica di questo personaggio, è l’ideologia stessa di arte che merita un’analisi unica nell’opera del 1989. Il Joker crede in primo luogo che la morte sia una forma di espressione artistica estrema, che meriti un’accentuazione indipendente. La follia del criminale e il suo assurdo concetto di arte trovano una massima esaltazione nella celebre sequenza del museo di Gotham City.  Irrotto nell’edificio, il Joker comincia a devastare quadri dall’inestimabile valore, imbrattandoli con getti di vernice. Il Joker, pur considerandosi un artista in senso stretto, sembra non provare alcuna empatia per le maggiori opere pittoriche dei grandi del passato, prediligendo soltanto ritratti cupi e spettrali. Questa celebre sequenza che vede il Joker distruggere i quadri del museo, accompagnato da un brano vivace di Prince, nasconde l’aspetto drammatico del momento in sé. Il Joker compie azioni scellerate nella malata euforia delle proprie intenzioni, così Burton, sposando appieno le peculiari caratteristiche del personaggio, lo segue con una tecnica di ripresa volta a alleggerire la tensione, poiché non è nel volere del cineasta terrorizzarci in quei frangenti quanto farci riflettere secondo l’agire del Joker. Vi è la possibilità di poter scoppiare addirittura in una fragorosa risata quando Nicholson si scatena in danze improvvisate mentre sale le scale del museo. Non viviamo quegli attimi con una particolare agitazione, anzi ridiamo addirittura di ciò che sta accadendo, perché il Joker possiede lo stile paradossale di far ridere del proprio folle operato; ma è un pensiero a posteriori che il regista statunitense desidera generare. Questo Joker non impaurisce con la suspense o la violenza, quanto con l’essenza stessa della risata. L’arte viene così “stuprata” in un clima disteso e gioviale, in una contrapposizione che tenta di demarcare un confine ormai incerto: la beatitudine e il dolore, la felicità e la tristezza, la vita e la morte vengono inglobati dalla follia e posti sul medesimo piano esistenziale, come fossero due facce della stessa medaglia. Il Joker di Nicholson non desidera spaventarci quanto distruggere le nostre certezze, inducendoci a chiedere cosa sia realmente divertente, e se si possa scherzare dinanzi al caos distruttivo.

Il tutto procede in una disarmante tranquillità quando il Joker siede intorno ad un tavolo ed inizia a dialogare con la fotoreporter Vicki Vale (Kim Basinger), unica scampata al massacro del museo.  E’ interessante evidenziare la valenza dei costumi in queste scene: Joker indossa un basco viola che ricorda nelle forme il cappello dei pittori ottocenteschi. Non è la prima volta che il personaggio nel film esprime, attraverso il proprio abbigliamento, aspetti artistici. Resta indimenticabile infatti la scena in cui Joker si finge un mimo, usufruendo di una gestualità articolata e una mimica facciale buffa per camuffarsi tra gli artisti di strada. Scrutando le fotografie della donna, l’antagonista afferma di amare il modo in cui ella “cattura” i tratti morenti degli innocenti sul terreno di guerra. Nel film il personaggio della Basinger è stato nel Corto Maltese una fittizia località in cui era in atto un violento conflitto, riuscendo a scattare molte fotografie ritraenti le povere vittime dei bombardamenti. A quel punto il Joker, coperto da un trucco che nasconde la vera colorazione della sua pelle, si avvicina alla giornalista confessandole che lui stesso è un artista, che ha ormai superato il più banale dei dilemmi relativi all’estetica: “cosa è bello e cosa non lo è”. Joker riporta di come la gente si preoccupi spesso delle apparenze e a quel punto invita Alicia Hunt, una giovane donna con cui aveva avuto in precedenza una relazione, a raggiungerli. La donna indossa una maschera di ceramica mentre parla con voce provata, disarmonica. Joker comunica a Vicki che Alicia è la sua prima opera d’arte vivente, concepita secondo i suoi nuovi canoni estetici di bellezza. Su invito del Joker, la donna rimuove la maschera rivelando il proprio viso sfigurato. Vicki di scatto si alza terrorizzata.

Il Joker la segue ma la reporter riesce a trovare temporaneo riparo lanciandogli contro una brocca d’acqua, che raggiunto il viso del criminale gli guasta il trucco. Giratosi improvvisamente, il Joker rivela il suo vero aspetto, fatto di un’accozzaglia di colori, dove il bianco della sua nuova pelle si mescola ai toni del marrone del trucco ormai parzialmente slavato. Come un olio su masonite, realizzato con tratti aspri e pennellate violente e grondanti di colore, il volto del Joker si conforma in questi frangenti alla sua delirante ideologia di arte, mai lineare quanto terribilmente contorta e inestricabile. Batman fa irruzione nel museo sfondando la vetrata del piano superiore, salvando Vicki e fuggendo via con lei dall’edificio. L’arte per il Joker possiede un valore estetico e fatale, incentrato solo sulla sofferenza dell’essere umano. Egli distrugge le opere dei grandi pittori poiché le considera forme d’arte sorpassate, non più al passo con la dissacrante cultura di cui egli si fa promotore. La bellezza estetica per il Joker è paragonabile alla mostruosità, alla vera deformazione dell’arte, non più un’espressione in grado di catalizzare ogni sfaccettatura del sentimento dell’uomo quanto un modus operandi per testimoniare la sola crudeltà dell’agire umano.

  • Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

E’ la diabolica domanda che il Joker ripete a molte delle sue vittime prima di finirle. Bruce, sentendo quest’inquietante interrogativo, si sofferma sui ricordi che lo tormentano fin da bambino. Riemerge così la drammatica reminiscenza della morte dei propri genitori, l’evento che scatenò il desiderio di giustizia nel cuore dell’eroe. Bruce ricorda un ladro che nel buio sparò ai suoi genitori. Ancora una volta Burton ci mostra come la negatività del personaggio del Joker abbia agito, sin dal principio, in un instabile equilibrio tra luce e ombra: persino in questa che cronologicamente corrisponde alla sua prima apparizione, il criminale si nasconde nell’oscurità per poi mostrarsi alla luce soltanto per sorridere della sofferenza da lui stesso arrecata. Il freddo assassino sta osservando il bambino e, puntandogli contro la pistola, gli domanda: “Hai mai danzato con il diavolo nel pallido plenilunio?” I colpi sparati dal rapinatore sui coniugi Wayne hanno tuttavia attirato la polizia che si appresta a giungere sul luogo del delitto. L’uomo comprende che deve darsi alla fuga e voltandosi nuovamente verso il piccolo, lo grazia, salutandolo con un semplice “arrivederci.” Bruce, oramai adulto, deduce che il Joker è in verità lo stesso uomo che aveva ucciso i suoi genitori. Questa fu una licenza che Burton si concesse e inserì nel film per rimarcare ancor di più il destino che lega e attanaglia l’eroe al suo antagonista, creatisi involontariamente a vicenda.

  • L’ultimo scherzo del Joker

Come uno stravagante incantatore di folle, troneggiando su di una pittoresca torta da sfilata, Joker raduna un vasto seguito di incauti cittadini, attratti dalla promessa che il clown lancerà ai presenti venti milioni di dollari in contanti durante il festival per il duecentesimo anniversario dalla fondazione della città. L’avidità del popolo è una sentenza di morte per il gangster, il quale aziona un comando che fa spargere il gas smilex dagli enormi palloni da parata, cominciando a mietere diverse vittime tra i venali che tentano disperatamente di non inalare il gas, coprendosi la faccia con le banconote appena raccolte. Batman interviene per impedire al Joker di mettere in pratica la sua folle idea. I due si fronteggiano nella suggestiva e colossale cattedrale di Gotham City, proprio in cima alla torre, nell’antico e polveroso campanile.  Ricorre in questi frangenti il tema della danza, e di come essa possa venire rappresentata, quale atto sinistro. La figura del diavolo che danza illuminato dal plenilunio si correla di colpo con quella del Joker, il quale, danzando nei pressi del cornicione con Vicky Vale, diviene l’allegoria di quella stessa “interpellanza” di cui spesso si faceva truce portavoce. Batman gli ripete quel funesto interrogativo prima di colpirlo brutalmente. Il confronto tra i due avversari, culmine della pellicola, non si piega al semplice e aspro conflitto corpo a corpo quanto ad un’esternazione delle rispettive avversità. Il Joker riesce a spingere giù dalla cattedrale il cavaliere oscuro e la donna. Questa volta è proprio lui ad essere in salvo mentre il suo odiato avversario regge a fatica, aggrappato alle deboli e precarie sporgenze della cattedrale. Joker si arrampica su di una scala calata giù da alcuni dei suoi uomini che lo hanno raggiunto in cima grazie ad un elicottero.  Batman però usa il suo rampino legando il piede del Joker a un gargoyle. La statua cede e resta sospesa nel vuoto trascinandosi dietro il Joker che non riesce più a risalire. Rovina così tragicamente nel vuoto e vi trova la morte. Batman, dopo essere precipitato con Vicky dalla torre, riesce a salvare entrambi, con l’ausilio del suo rampino. Con il Joker eliminato e i suoi uomini arrestati, Gotham City è per il momento salva. La scena finale vede Alfred che accompagna Vicki a casa e Batman su un tetto mentre osserva con fierezza il Batsegnale, un simbolo di speranza che illumina il cielo.

Il commissario Gordon, insieme alla sua squadra di polizia, ritrova il corpo del Joker, schiantatosi al suolo. La camera di Burton procede dall’alto verso il basso, roteando l’immagine, fino al corpo esanime del clown, mentre in sottofondo si ode un’agghiacciante risata. Il volto del Joker appare disteso e forse con un ghigno ancor più tetro che nelle passate apparizioni. E’ morto, eppure sembrerebbe compiaciuto del suo ultimo atto. Una risata aspra, cupa, interminabile risuona per l’imbarazzo dei poliziotti che non riescono a spiegarsi da dove provenga. Gordon frugando tra gli abiti trova lo strano marchingegno che simula quella risata ossessiva. E’ l’ultima gag del Joker, la battuta conclusiva con cui decide di congedarsi dal proprio pubblico: egli riesce a ridere anche dopo la fine della sua esistenza, poiché la vita come la morte altro non è che un assurdo, artistico, equivalente scherzo.

Autore: Emilio Giordano

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Ogni fiaba che si rispetti comincia sempre con “C’era una volta…” E se decidessimo, solo per un istante, di sorvolare tutte le altre pagine della storia e andassimo a scorrere le ultime righe della nostra fiaba non ci aspetteremmo altro da leggere che: “…e vissero tutti felici e contenti”. E’ una formula ben collaudata e fin troppo nota, che non riserva alcuna sorpresa, pur restando sempre efficace come una gradevole consuetudine. In fondo è quello che noi lettori desideriamo: una prassi narrativa consolidata nel tempo ma con quel pizzico di novità nel suo sviluppo centrale. Una fiaba deve lasciarci viaggiare con la fantasia, seguendo quei dettami imprescindibili. Deve, per esempio, riportarci in un passato che altrimenti non potremmo vivere, facendoci appassionare a una storia d’amore tra un principe e una principessa, o ponendoci nelle condizioni di affrontare fattucchiere maligne, sapienti stregoni e addirittura draghi sputafuoco, da cui potremmo difenderci soltanto con l’ausilio dello scudo costruito da un abile artigiano del villaggio. La fiaba che sto per narrare potrebbe cominciare anch’essa con un bel “C’era una volta…” ma questo non sarebbe sufficiente   nella logica di una sceneggiatura cinematografica. Dovremo allora essere più specifici, scendere più nel particolare: il passato che andremo a vivere risale al lontano Tredicesimo secolo.

  • Sempre insieme, eternamente divisi

Un giovane ladro chiamato Philippe Gaston si appresta a compiere un’impresa mai riuscita a nessun altro prigioniero confinato tra le segrete del castello di Aguillon: fuggire. Strisciando per i sudici cunicoli delle caverne sottostanti, Philippe ritrova la libertà, scampando così da una condanna per impiccagione che si sarebbe consumata alle prime luci dell’alba. Le campane di Aguillon suonano senza sosta per segnalare proprio la prima, inaspettata fuga dalla fortezza. Certo di essersi lasciato alle spalle le guardie del vescovo, Philippe, nonostante gli assordanti rintocchi, decide di concedersi qualche attimo di riposo, sostando nei pressi di una taverna. Quello che il giovane non può immaginare è che molti dei commensali che siedono con lui al tavolo altri non sono che i cavalieri di Aguillon, prossimi a giustiziarlo. Philippe viene salvato dal provvidenziale intervento di un misterioso cavaliere. Il valoroso combattente afferma di chiamarsi Etienne Navarre, vecchio capitano della guardia di Aguillon. Navarre cavalca un maestoso destriero nero e porta sempre con sé un bellissimo falco a cui è molto affezionato. Philippe scende a compromesso con il misterioso cavaliere a cui deve riconoscenza: per ricambiare il favore di avergli salvato la vita egli dovrà aiutare Navarre ad irrompere nella roccaforte del vescovo, ritenuta fino a quel giorno praticamente inespugnabile. I due, divenuti amici per circostanza, si addentrano nel bosco prima del calar del sole. Il cavaliere, dopo aver legato il ladruncolo per impedirgli di scappare, si allontana proprio quando il sole sembra scomparire all’orizzonte, e mentre sta per genuflettersi davanti all’astro morente sussurra tra sé con voce compassata: “un altro giorno”.

Solo a notte fonda Philippe riesce a liberarsi, e così si dà alla fuga, ma dopo aver percorso soltanto pochi metri s’imbatte in un feroce lupo dal manto cupo e dallo sguardo di ghiaccio. Terrorizzato alla vista dell’animale, Gaston tenta di nascondersi in un capanno, quand’ecco che scorge una donna dal candido viso e dai grandi occhi color del cielo. La giovane avanza senza timore alcuno verso il lupo che, d’un tratto, si mostra domo e mansueto. La notte cede il passo agli albori di un nuovo giorno in cui Navarre riemerge dal bosco, e ritrova il suo adorato falco che volteggia alto nel cielo per poi finire la sua corsa sul braccio dell’amico cavaliere. La notte successiva, Philippe, per evitare che fugga via, viene ancora legato da Navarre, prima che questi si inoltri di nuovo tra la fitta vegetazione del bosco. Durante la notte si odono continui ululati che agitano non poco il povero Gaston, il quale viene liberato dalla stessa donna che aveva incontrato la notte precedente. La giovane afferma di chiamarsi Isabeau D'Anjou, e che purtroppo lei non è altro che una portatrice di dolore e sventura.  L’eterea bellezza di questa dama dei boschi è paragonabile a quella di un fiore appena sbocciato, ma al contempo prossimo ad appassire, perdendo via via quei petali tanto profumati che cadono al suolo come avvizziti dal freddo dell’inverno. Isabeau volge i suoi occhi affranti verso il bosco, per cercare di scorgere il lupo, i cui ululati echeggiano tra la fitta vegetazione, proprio come se lei riuscisse a leggere dentro quei versi emessi dall’animale.

Philippe, piuttosto turbato dalle figure del cavaliere e della donna, avvolte da un palpabile alone di misticismo, decide di scappare via, venendo tuttavia raggiunto l’indomani da Navarre e dal suo falco. Anche le guardie del vescovo rintracciano il ladro, e quando Navarre si frappone tra loro e Gaston, ne segue un conflitto che vedrà trionfare il cavaliere nero. Durante l’aspra battaglia il falco rimane ferito da una freccia scoccata da una balestra e precipita giù in picchiata, per poi poggiarsi ormai sfinito a terra. Navarre, sconvolto, si affretta a raccogliere la bestiola ferita e ormai prossima alla morte. Il sole sta tramontando quando Navarre ordina a Gaston in maniera perentoria di portare il volatile alla diroccata cattedrale del monaco Imperius. Quest’ultimo si prende immediatamente cura del falco ferito il quale, a mano a mano che i raggi del sole illuminano sempre meno le alte mura del castello, perde il suo aspetto di pennuto e ritorna a essere una bellissima fanciulla, la stessa che Philippe incontrava tutte le notti da quando scortava Navarre. Isabeau ha una freccia conficcata nella spalla, rivelando oramai per certo ciò che sembrerebbe apparentemente impossibile: il falco e la ragazza sono la medesima esistenza. Imperius riesce ad estrarre la freccia dal corpo di Isabeau che si lascia andare a un urlo di dolore quando, contemporaneamente, il lupo, fermo su di un’altura, ulula al plenilunio, cercando d’esternare le proprie sofferenze. Imperius svela a Philippe e a noi spettatori ignari di questa fiaba, che rimane ancora avvolta nel mistero, ciò che in effetti accadde nel passato. Giunta già da qualche anno ad Aguillon, la splendida Isabeau incantò molti degli uomini che ebbero la fortuna di ammirarla, ma tra tutti loro ella ricambiò soltanto l’amore di Etienne Navarre. Il capitano della guardia, venuto a conoscenza della folle attrazione che il vescovo nutriva per la bella Isabeau, decise di tenere nascosta la relazione tra i due, memore della sinistra fama che aleggiava attorno al prelato, confidando la verità soltanto ad un monaco che avrebbe dovuto, di lì a breve, celebrare le loro nozze in segreto. Il monaco, che si rivelerà essere lo stesso Imperius, tuttavia, tradì la fiducia dei due innamorati, quando ubriaco, confessò al vescovo la relazione tra Navarre e Isabeau. Consumato dalla gelosia, il vescovo maledisse i due giovani riversando su di essi i malefici del demonio che condannarono Navarre e Isabeau a una vita condivisa ma eternamente distante: di giorno Isabeau sarebbe stata tramutata in un falco, mentre di notte avrebbe ripreso le sue sembianze umane; Navarre invece sarebbe rimasto uomo di giorno e lupo al calar delle tenebre.

  • Alla scoperta di “Ladyhawke”: la notte e il giorno

Una Michelle Pfeiffer poco più che venticinquenne donò la sua celestiale bellezza alla giovane Isabeau, conferendo al personaggio un’aura particolare, contraddistinta da una sofferenza protratta nel tempo. Isabeau nell’interpretazione della Pfeiffer è una donna forte, che combatte senza alcun timore pur di proteggere Navarre quando egli, trasformato in lupo, rischia di cadere vittima di un sanguinario cacciatore. L’attrice possiede l’abilità di concedere al personaggio tratti tanto dolci e aggraziati quanto fermi e decisi, essendo essa disposta a tollerare il dolore di una vita oppressa da una strana forma di prigionia pur di non arrendersi, continuando a credere fermamente che ci sia ancora spazio alla speranza d’annullare il tristo maleficio. Navarre, interpretato da Rutger Hauer (già famoso per aver pronunciato il celebre dialogo finale in “Blade Runner”), è invece un personaggio molto più rassegnato al proprio destino rispetto a Isabeau. Sarà per via della sua maturazione, ben più evidente rispetto a quella della ragazza, che lo porta ad affidarsi poco a un’aspettativa che potrebbe rivelarsi un’utopistica illusione. Navarre è un cavaliere dall’indomito coraggio, che rispecchia totalmente i caratteri tipici dell’eroe solitario e incorruttibile che si batte più per amore di Isabeau che non per se stesso.

In fondo domani è un altro giorno…” è una delle frasi più famose pronunciate da Vivien Leight in “Via col vento”. Un messaggio di speranza che la protagonista del capolavoro del 1939 diceva a se stessa, per continuare a credere in un domani migliore e in un futuro benevolo. In “Ladyhawke” il domani è soltanto la triste, seppur diversificata, ripetizione di un giorno già trascorso. L’indomani non reca alcuna speranza per il cavaliere nero, poiché il sole seguiterà sempre a sorgere e le tenebre scenderanno comunque ogni notte sulle vite dei due innamorati. Ne deriva un’evidente demarcazione rappresentata dai protagonisti: il buio e la luce, la notte e il giorno. Navarre con indosso un’armatura coperta da un mantello nero reca sempre con sé il simbolismo della notte, dell’oscurità che tortura il suo spirito. Isabeau, invece, è una fanciulla dai lineamenti angelici che cammina solitaria tra i boschi con la grazia indiscussa di un elfo nato dalla penna di J. R. R. Tolkien. Come i protagonisti, che risultano intrappolati in una specie di vita a metà, così “Ladyhawke” è una sorta di storia prigioniera in un genere ambivalente: quello della fiaba e della favola. Navarre e Isabeau nelle loro fattezze umane assurgono ai canoni della fiaba, ma nella loro trasformazione in creature della foresta e del cielo tendono ad avvicinarsi ai velati aspetti della favola, con gli animali intesi come incarnazioni di ideologie e credenze del tempo. Una seconda diversità personificata dalle due creature è da ritrovarsi nei due “spazi vitali” in cui si muovono la donna e l’uomo. Isabeau, tramutata in falco, diviene la signora del cielo, volando con le proprie ali fino alle vette più estreme. Navarre invece, trasformato in un lupo, è il signore della notte, rimasto con le zampe ben ferme a terra, potendo solo alzare i suoi occhi al cielo, in quella “realtà” così distante che non potrà mai raggiungere. Il lupo nero ulula alla luna come se volesse lasciarsi andare ad un malinconico canto che soltanto il cielo può accogliere nella tranquilla “riservatezza” della notte. Come il lupo resta attratto dalla luna, non riuscendo a scorgerla pienamente perché fin troppo distante, così Navarre, subita la trasformazione, cede a un continuo lamento verso quella volta celeste in cui, di giorno, il suo falco vola maestoso. L’ululato del lupo nel film altro non rappresenta se non il grido disperato di Navarre rivolto al cielo, quella realtà che egli non può raggiungere esattamente come non può rivedere Isabeau. La dannazione circa il fato dei due sfortunati innamorati è ulteriormente rimarcata nel tema dell’incomunicabilità. A differenza delle favole di Esopo, gli animali non possono esprimersi in quanto tali, e la vicinanza tra Navarre e il suo falco non può che limitarsi a lievi carezze che l’uomo riserva all’adorato pennuto. Isabeau, al contempo, può soltanto placare l’animo irrequieto del lupo accarezzandone il manto per regalargli qualche attimo di conforto e serenità. Navarre e Isabeau, divisi da una metamorfosi corporea, non possono quindi comunicare neppure con brevi sguardi corrisposti. La figura di Philippe si pone nel mezzo, essendo essa utile a garantire un punto di raccordo tra i due innamorati privati della possibilità di potersi rivedere. Di giorno Philippe riporta al suo salvatore le parole pronunciate dalla bella Isabeau, e di notte ciò che Navarre vuole che Isabeau sappia. Philippe rappresenta quindi una sorta di “trasposizione” eseguita dal regista Richard Donner nei confronti dello spettatore, nel caso in cui uno di noi fosse “catapultato” in questa fiaba e si trovasse interposto tra queste due anime separate da forze rie e ostili.

L’ambientazione del film è spiccatamente italiana, con il castello di Rocca Calascio e il Borgo di Castel del Monte come luoghi prescelti per impreziosire ancora di più una ricostruzione scenografica di un mondo medievale. In “Ladyhawke” traspira un amore per il cinema girato dal “vero”, tipico degli anni ’80, in cui si prediligeva scegliere da principio aspetti sognanti e fantasiosi, infondendo in essi i caratteri più profondi di un’indagine sull’animo umano e verso l’amore ben più articolata di quanto sembrerebbe a priori. “Ladyhawke” è una fiaba onirica, costantemente in bilico tra il sogno e la veglia, tra la realtà crudele e il mondo idilliaco del miraggio fantastico.

La scena più intensa del film è senza dubbio quella in cui Isabeau attende il sorgere del sole, riparata in un piccolo spazio, distesa assieme al lupo. Il sole comincia a sorgere dietro le colline e i raggi luminosi irradiano l’epidermide dell’animale. L’incantesimo si disfa progressivamente e Navarre si materializza, riprendendo la sua forma umana. Il sole non è ancora sorto completamente e Isabeau ha mantenuto ancora il suo aspetto naturale, quando Navarre si volta riuscendo a vederla. I due innamorati tornano a rimirarsi dopo interminabili mesi, ma non appena allungano le mani per potersi a stento sfiorare, l’inclemente maleficio si manifesta di nuovo e Isabeau, trasformatasi in falco, vola via: delle brevi sequenze dall’innegabile valenza commovente. Guardare la persona a noi più cara, poterla fissare ogni qualvolta lo desideriamo, avere la possibilità di stringerla a noi, farle una carezza per mostrarle tutto il nostro affetto, è ciò che spesso diamo per scontato. Dinanzi a due innamorati che dispongono appena di qualche istante per potersi soltanto intravedere non possiamo fare a meno di chiederci quanto sia ineluttabile il destino di una vita e quanto valore abbia il tempo che passiamo assieme alle persone amate.

  • Un giorno senza la notte e una notte senza il giorno

Navarre, non vedendo alcuna via d’uscita da questa tragica sorte, decide di vendicarsi irrompendo con Philippe nella fortezza di Aguillon per uccidere il vescovo. Il cavaliere prima di intraprendere quest’ultima missione ha ordinato a Imperius di uccidere il falco se avesse udito le campane della chiesa suonare, poiché ciò avrebbe significato la morte dell’uomo. La chiesa guidata col pugno di ferro dal crudele porporato assume i caratteri contrapposti a quelli della casa di Dio, cui dovrebbe essere, divenendo invece un luogo tetro e malvagio, dimora del diavolo. Il vescovo di Aguillon, nella sua ideazione, sembra essere ispirato a Claude Frollo, il prete custode della cattedrale di Notre-Dame nel capolavoro letterario di Victor Hugo “Notre Dame de Paris”. Come Frollo anche il vescovo s’innamora di una giovane donna dalla bellezza indescrivibile, ammirata per la prima volta sul sacrato della chiesa in cui Isabeau (Esmeralda nel libro di Hugo) trascorreva alcuni momenti della sua giornata. Il vescovo è paragonabile alla figura del truce religioso parigino soprattutto per la sua folle concezione dell’amore: un sentimento violento e possessivo, che lo porterà a sviluppare l’idea che se non potrà avere lui quella donna allora non l’avrà nessun altro. L’elemento soprannaturale però è unicamente riscontrabile nell’agire del vescovo, che maledisse i due giovani per impedire loro di vivere appieno l’amore che provano l’uno per l’altra. “Ladyhawke” tenta inoltre di mostrare come in epoca medievale la chiesa fosse una potenza politica e militare che poteva contare su imponenti eserciti e dominare con velleità dittatoriali. Navarre prima di poter affrontare il vescovo dovrà duellare con il capitano della guardia. Navarre, come ha sempre fatto, indossa un’armatura scura mentre sta in sella al suo cavallo nero; il suo avversario, invece, cavalca un cavallo bianco, difendendo una chiesa corrotta, un “bene” in questa storia non cristallino, anzi alquanto “opacizzato”. Appare evidente una sorta di dicotomia contrapposta tra i colori di scena rispetto alle scelte classiche, in cui il nero rappresenta il bene e il bianco il male. Al termine della contesa, Navarre sconfigge il cruento rivale, prima di accingersi a uccidere il vescovo. In quel momento avviene un’eclissi solare, e la luce del mattino tende a perdersi in una flebile oscurità: è un giorno senza la notte e una notte senza il giorno. Isabeau improvvisamente varca la soglia della chiesa: la maledizione si è spezzata. Navarre, una volta intravista l’amata, ignora improvvisamente il suo acerrimo nemico per avvicinarsi a lei. I passi dei due giovani si fanno sempre più incalzanti e in prossimità dell’altare, Navarre, prostrandosi in ginocchio, riabbraccia Isabeau. La splendida ragazza si avvicina in seguito al vescovo, che abbassa lo sguardo sopraffatto dalla vergogna. Isabeau mostra le sue mani oramai “spoglie” delle dannate catene in cui l’aveva confinata. Il porporato accecato dall’odio non accetta la sconfitta, e tenta di sorprendere alle spalle la giovane donna, ma Navarre, avvertito il pericolo, si volta di scatto e trafigge il prelato con la sua spada, uccidendolo. Navarre quindi si ricongiunge a Isabeau e l’abbraccia calorosamente, sollevandola con forza verso l’alto, mentre la ragazza, voltando lo sguardo all’indietro, si lascia andare ad un sorriso liberatorio. L’eclissi svanisce e il sole torna a risplendere, illuminando così i corpi dei due innamorati attraverso la vetrata della chiesa.

Terminare questa meravigliosa storia d’amore con la formula di rito “…e vissero tutti felici e contenti.” potrebbe apparire come un qualcosa di riduttivo alla celebrazione di un tale momento di gioia. Tuttavia non possiamo essere certi che i due innamorati abbiano vissuto per sempre nella felicità più autentica e cristallina. Ciò che è certo però è che da quel momento in poi ebbero di nuovo la possibilità di poter vivere comunque la loro vita assieme.

Preferisco terminare queste mie osservazioni sul film dicendo solamente che Isabeau e Navarre vissero per sempre uniti e mai nessuno più li divise, finché il sole continuò a sorgere e a tramontare, finché ci fu il giorno e ci fu la notte.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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