Vai al contenuto

Hercule Poirot (Kenneth Branagh) dipinto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • “Assassinio sull’Orient Express” – Dal romanzo al cinema

Agatha Christie, pseudonimo della narratrice e drammaturga inglese Agatha Mary Clarissa Miller, scrisse numerosi romanzi e drammi polizieschi che ebbero grande fortuna in tutto il mondo per la sua abilità nella costruzione dei vari “casi” e l’inesauribile fantasia. La sua prima storia poliziesca dal titolo “Morte misteriosa a Styles Court”, legò il nome della Christie a quello di Hercule Poirot, il detective belga protagonista di tante storie successive.

Seguendo la tradizione classica del poliziesco anglosassone, la Christie impostò la trama dei propri romanzi su termini rigorosamente analitici. Tra le opere più famose ricordiamo “Murder on the Orient Express”, da cui fu tratto il primo e famoso film omonimo del 1974, diretto da Sidney Lumet, nel quale il protagonista, Hercule Poirot, ebbe le fattezze dell’attore Albert Finney.

Impiantare una storia, nella fattispecie una vicenda che si tinga inevitabilmente di giallo, tutta su di un treno, forse ha rappresentato per la scrittrice inglese una sorta di omaggio a uno dei mezzi di trasporto più importanti e popolari del Ventesimo secolo.  Il treno dunque come luogo privilegiato in cui ambientare scene a volte pacate, altre colorite, altre ancora vere e proprie sequenze ad alta tensione emotiva. Come il cinema, come la pellicola cinematografica, il treno è movimento, è successione di immagini, di inquadrature: forse proprio per questo il fascino che ha esercitato sulla settima arte è stato sempre forte. Lo è stato indubbiamente anche per la Christie che ha inteso basare uno tra i suoi più conosciuti e intricati romanzi proprio su un treno. E che treno! Quell’Orient Express, quel lussuoso convoglio che attraversando una nutrita schiera di città, regioni e Stati unisce Istanbul a Calais. Il treno quindi costituisce per la scrittrice anglosassone un microcosmo di varia e particolare umanità, in cui poter raccontare la storia scaturita dalla sua irrefrenabile fantasia. La trama, prima di un libro e di un film poi, con le pagine, le immagini e le scene sequenziali che si alternano via via a quelle del viaggio, costituisce per il lettore e lo spettatore fonte inesauribile d’interesse e di partecipazione.

"Assassinio sull'Orient Express" del 1974

 

L’omicidio nella storia di Agatha Christie è un atroce atto di vendetta, perpetrato dalla mano armata di una sofferenza intima. E’ causato da un insanabile squarcio nell’animo umano, impossibile da ricucire, se non in parte da una fredda e orchestrata rivalsa, capace di attenuare l’afflizione. L’assassinio è eseguito dalla ragionata volontà di ergersi al di sopra della legge umana, perché neppure essa può nulla dinanzi a un crimine intollerabile come quello di cui si è macchiato l’assassinato. In “Assassinio sull’Orient Express” non ci sono colpevoli, solo vittime furenti e senza pace. E in egual misura non c’è una vittima, quanto un massacrato colpevole.

Il lungometraggio di Sidney Lumet, primo adattamento cinematografico del romanzo, sin dalla sua uscita nelle sale, ha riscosso pareri favorevoli sia di pubblico sia di critica; di sicuro di grande impatto emotivo e coinvolgente, grazie al taglio che il regista ha saputo dare all’intera storia, frutto di una scelta stilistica ben precisa.

Tutta una serie di esitazioni, mezze frasi, reticenze e sottintesi, oltre ai tanti depistaggi, ma con la presenza accertata di parecchi indizi sono alla base della vicenda. Ciononostante non riusciranno a confondere e fuorviare le indagini dell’abile e scaltro Poirot, che alla fine riuscirà a dipanare l’intricata matassa.

  • Assassinio sull’Orient Express – di Kenneth Branagh

Il “fischio” di una locomotiva a vapore si ode in lontananza. Il rumore del suo sferragliare sui binari si avverte con sempre maggiore chiarezza. Attendete ancora un po’ in stazione, giusto qualche minuto. Il treno che state aspettando sta per arrivare da un momento all’altro. Continuate a stringere in mano il vostro biglietto e non siete per nulla soli. Proprio come voi, altri viaggiatori sostano sotto la pensilina, in paziente attesa che il treno giunga a destinazione. Provate a scrutare i volti dei potenziali passeggeri dell’Orient Express. Vi dicono nulla? No? E invece ogni singolo viaggiatore porta in sé la propria storia, ciascuno custodisce i propri segreti. Del resto non sono proprio loro a destare un’accattivante curiosità? Tuttavia, non possiamo certo svelarli con un semplice sguardo, solamente osservando i contorni dei loro volti. I segni del tempo, le smorfie, gli accenni cordiali di saluto che ci rivolgono quando incrociamo gli sguardi, non sono che meri dettagli estetici, incapaci di rivelare i misteri occultati ad arte dalla mente. Neppure indagando il profondo dei loro occhi potremmo scoprire le tele ingannatrici che celano con tanta abilità e devozione. E’ probabile che tutti quei passeggeri non abbiano nulla in comune se non la stessa meta. Sono tutti degli sconosciuti e tutti loro sono dei…sospettati. Ma adesso basta perdersi in chiacchiere, l’Orient Express è arrivato, “staccate” il vostro biglietto e “salite” a bordo.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh fa sosta nella stazione ferroviaria più vicina per assicurarvi un’agevole e pronta salita sui lussuosi vagoni del prestigioso treno, così che possiate vivere la storia narrata dalla prolifica penna di Agatha Christie da un punto di vista nuovo, maggiormente incentrato su un’esperienza visiva ravvicinata, coinvolgente e, per tale ragione, ancor più intensa. Kenneth Branagh va a nozze con le rivisitazioni dei grandi classici della letteratura. Branagh ha sempre diretto con mano ferma e autoritaria le sue opere, conferendo ad esse spessore, ritmo e originalità. Le storie per Branagh non vengono raccontate, devono essere rivissute. Non poteva essere da meno il suo “Assassinio sull’Orient Express”. Un lungometraggio che immerge il pubblico in un contesto affascinante. Branagh, come accaduto nelle sue rinomate trasposizioni dedicate alle opere di William Shakespeare, dirige e al contempo interpreta, ritraendo un rinnovato Hercule Poirot, più alto, più magro e più giovane, nonché dai folti e lunghissimi baffi, i quali si protraggono fin oltre le guance. Il miglior detective del mondo ha, adesso, una “nuova” identità; è ora una “nuova” creatura, più appartenente a Branagh stesso che alla madre originaria, Agatha Christie. Si tratta, infatti, di un Poirot a tratti caricaturale, in senso prettamente celebrativo, s’intende.

Il Poirot di Branagh crede fermamente di discernere con raziocinio ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma nel suo tortuoso viaggio sull’Orient Express scoprirà che il mondo ordinato, come quello che vede una “cravatta ben annodata e stabile alla base del collo”, non esiste. La distinzione tra giusto e sbagliato non è nitida ma nebulosa, e la diversificazione tra bianco e nero non è evidente; anzi è pervasa di sfumature tendenti al grigio. La crepa deturpante, che si dilaterà nell’immaginario muro delimitante la giustizia e l’omicidio, sarà ben più profonda di quanto l’investigatore belga avrebbe mai potuto supporre.

L’occhio “meccanico” della camera di Branagh scruta i corridoi dell’Orient Express, trasformandoli in cunicoli angusti e limitati. Risulta pertanto evidente il tentativo riuscito del regista di valorizzare l’esiguità dello spazio scenico, per poter trasmettere un senso preminente di greve claustrofobia. Branagh fa centro, e riesce con grande abilità a fare della scenografia ben più di un laconico sfondo.  Gli ambienti del treno sono luoghi eleganti da cui traspare un clima inquieto, a volte paranoico, e di costante allerta. L’Orient Express è esso stesso un personaggio, però né vivo, né senziente; è “un artificio”, un mezzo di locomozione costruito dall’uomo, che avanza inesorabile nel proprio viaggio su di un tragitto prestabilito. Il treno non ha che una volontà meccanica e si presta a essere, in maniera di tutto involontaria, lo scenario di un omicidio architettato dalla fredda e iniqua razionalità umana. Il treno è giustappunto il palcoscenico di un teatro in perpetuo movimento, che trasporta i suoi attori lungo scorci invernali e distese innevate. Ma l’Orient Express è anche un luogo senza uscita, una sorta di prigione a prova di fuga, un ambiente che opprime e soffoca; in altre parole uno spazio che costringe “sconosciuti” e assassini a interagire tra loro. Sempre tale occhio valorizza gli spazi circoscritti, creando una messinscena prettamente teatrale.

L’Orient Express diviene palcoscenico senza velario e quindi anche senza confini. La camera, infatti, fuoriesce a volte dal treno, seguendo, con protratti piani sequenza, i movimenti dei personaggi dal di fuori, come se la regia permanesse nei contorni della platea e osservasse i personaggi intenti a muoversi sulla scena, da una contenuta distanza. Branagh, inoltre, “sposta” i suoi spettatori oltre gli esterni dell’Orient Express, espandendo gli spazi scenografici oltre gli interni delle carrozze. Così Poirot si può muovere fuori dal treno, camminando con signorile passo su coltri innevate, e osservando, con occhio vigile, paesaggi invernali. La “bianca” natura si contrappone alla bellissima e accesa fotografia, mirabile negli interni delle carrozze. Branagh dilata e comprime gli spazi tra libertà esterna e angusta prigionia circoscritta. Ma non solo, le bellissime inquadrature dall’alto pongono gli spettatori in una posizione di vantaggio, come se si elevassero sulle menti dei personaggi e ne ricercassero i pensieri. L’occhio invedibile della camera si sofferma ogni tanto ad osservare i personaggi attraverso alcune vetrate, le quali dividono l’immagine e “sdoppiano” i volti, come a simboleggiare le due facce della verità e della menzogna. Branagh vuol dare l’illusione che l’occhio che scruta con distacco e curiosità sia il nostro, il medesimo che valica la soglia dell’immaginario e si pone, nell’invisibilità, in mezzo allo scorrere della storia.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh si avvale di un cast corale pieno zeppo di stelle. 13 sconosciuti su cui spicca una sempreverde Michelle Pfeiffer. E’ forse nella “traduzione”, nella “trascrizione” e nella conseguente trasposizione di quei sospettati che è riscontrabile la carenza della versione di Branagh. La cura nella caratterizzazione della stesura delle personalità di ognuno di loro non è approfondita, così come la psicologica dei passeggeri finisce per essere soltanto accennata. Non è certamente semplice compendiare un romanzo così denso in poco meno di due ore di pellicola. Branagh bada al sodo, lasciando che sia il suo Poirot, con le sue straordinarie doti deduttive, a dominare la scena e a far sì che i restanti personaggi assurgano a ruolo di comprimari, interessanti, ambigui e ingannatori, ma pur sempre comprimari.

La rivelazione finale avverrà su di un “palco” sito a pochi metri dalla locomotiva, intorno a quella che potrebbe sembrare una tavola non imbandita, come se si stesse consumando un’ultima cena per un’ultima confessione.

“Assassinio sull’Orient Express” è un film avvincente e visivamente molto bello, che combina abilmente lo stile di un giallo intricato con i canoni di un blockbuster da intrattenimento, convincente ed emozionate. E’ un viaggio che trascina in maniera emotiva, adempiuto su di un treno prossimo a terminare la sua corsa e giungere in stazione, e a lasciare che i propri passeggeri scendano giù. Quando abbandonerete l’Orient Express, sarete riusciti a svelare i segreti che nascondevano tutti quegli sconosciuti?

Soltanto il vostro sguardo saprà dirvelo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Batman, Wonder Woman, Flash, Aquaman e Cyborg dipinti da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Ai piedi dei due eroi sopravvissuti, Batman e Wonder Woman, giace il corpo senza vita di un superuomo. “Dio” è caduto dal cielo, Superman è morto! Al termine di un aspro conflitto che lo ha veduto vincitore e, al contempo, vittima sacrificale, i suoi resti inermi, privi di un qualsiasi anelito di vita giacciono a terra, in un suolo macchiato del suo stesso sangue. Superman non volerà più nel cielo, riposerà sottoterra. Fu questo l’ultimo atto di “Batman V Superman”. La grande “S”, quel simbolo idiomatico che in Kryptoniano significa “speranza”, impressa su di uno sfondo azzurro come il cielo senza nuvole, che solcava impavida il firmamento, scomparve per sempre dallo sguardo degli uomini. “Justice League” riprende da questo punto ben preciso nell’arco narrativo dell’universo cinematografico DC Comics, e ci mostra gli esiti conseguenziali di una morte così inaspettata. E’ un mondo in crisi, scosso dalla notizia della dipartita di un amico, di un paladino della giustizia, di un protettore invulnerabile. Batman intuisce che la Terra è oramai indifesa, esposta pericolosamente alle minacce di invasori senza scrupoli, pronti a discendere dalle remote regioni dell’universo, coscienti che Kal-El non veglia più sul pianeta da cui è stato adottato. Bruce decide di costituire una lega di giustizieri, composta da uomini con capacità straordinarie, noti come metaumani. E’ l’alba della Justice league.

(Attenzione pericolo spoiler!!!!)

“Justice League” sbarca al cinema con il gravoso compito di proseguire l’universo filmico DC Comics, più volte funestato da giudizi inclementi, e di portare, per la prima volta sul grande schermo, la lega della giustizia, la collaborazione tra i più grandi supereroi della storia del fumetto americano. Diretto per buona parte da Zack Snyder, poi sostituito alla regia da Joss Whedon, “Justice League” è sostanzialmente avvicinamento, conoscenza, fiducia e unione.

  • Paradisiaca unione, infernale disgiunzione

Il concetto di “comunanza” è il fulcro basilare della storia, e progredisce perpetuamente durante lo scorrere della visione. Sin dal palesarsi dell’antagonista, Steppenwolf, ricorre il tema dell’inscindibile unione, la quale genera una forza indissolubile.  Steppenwolf fu un’entità arcana, un guerriero imponente, dalla forza sovrumana, armato di una robusta e affilata ascia grondante sangue. Questo combattente era a capo di un infernale esercito di parademoni con cui intendeva schiavizzare la Terra e soggiogarla al proprio dominio distruttore. Sull’orlo del baratro, gli abitanti della Terra, qualunque spazio essi occupassero, sia il regno marino, che quello terrestre, e ancora il regno di Temishira, unirono le loro forze a difesa di un bene universale.  Steppenwolf venne combattuto e sconfitto da un immenso esercito, sorto dall’alleanza tra uomini, amazzoni e atlantidei. Fu l’ultima testimonianza storica di una inseparabile alleanza. Da quel giorno non si ebbe più alcuna intesa tra i viventi dei tre regni, e il mondo progredì nell’apatia e nel disinteresse generali. Con il trapasso di Superman, Steppenwolf fa ritorno dal suo esilio, deciso a terminare ciò che aveva lasciato incompiuto, e per farlo ha bisogno delle mitologiche tre scatole madri da cui fuoriesce un potere smisurato. Le tre scatole madri sono state volutamente separate e nascoste in epoca antica poiché, se rinvenute e messe assieme, potranno alimentare il potere di Steppenwolf fino a renderlo invincibile.

Anche in merito alle tre scatole madri, “Justice League” effettua un’analisi sul concetto di “unione”. Il potere in esse contenuto è smisurato, e per tale ragione, le scatole furono separate, onde evitare un ulteriore accrescimento di una forza già incontenibile. Unione e divisione, due parole appartenenti a significati diametralmente opposti ma che sono soggette alla medesima indagine nel film. Dal vincolo trittico tra le tre scatole madri fuoriesce un potere malvagio, dalla cooperazione tra i supereroi, invece, emerge una forza votata al bene. L’eterna lotta tra il bene e il male in “Justice League” assume i contorni di uno scontro tra la forza perentoria della lealtà e tra la disfatta apocalittica della divisione perpetrata da Steppenwolf. Lo scenario paradisiaco dell’alleanza tra i supereroi della Justice League si contrappone al fronte della disgiunzione infernale alimentata dall’oscurantismo di Steppenwolf. La stessa arma, padroneggiata con efferata maestria da Steppenwolf, possiede una sorta di allegoria del genere. L’ascia è un’arma divisoria, in grado di “spaccare”, di spezzare e divincolare un legame, di annientarlo con la violenta separazione di un taglio netto.

  • Viaggio conoscitivo

E’ un bisogno inevitabile per il bene della Terra quello che sospinge l’uomo-pipistrello e la principessa delle Amazzoni a reclamare i più grandi eroi del mondo. E’ giunto il momento per decretare la scesa in battaglia di Barry Allen/ Flash, di Arthur Curry/Aquaman e di Victor Stone/Cyborg. Quello che balza all’attenzione è che sono supereroi alle prime armi. “Justice League” non traspone le icone della DC Comics al massimo della loro potenza, li rende, in vero, supereroi più fragili, come fossero agli inizi del loro viaggio di adempimento.

Ciò che accade in epoca antica, si ripete, in un certo senso, in età contemporanea: non viene radunato un esercito quanto un manipolo di supereroi rappresentativi e pronti a credere nel bene. “Io ci credo” afferma con decisione Wonder Woman! La fedeltà, il crederci, la fiducia reciproca sono tutte caratteristiche fondamentali per l’insaldarsi di una relazione cooperativa. E’ così che la lega della giustizia si plasma sotto i nostri occhi, nella difficoltà di un’interazione tra sconosciuti. “Justice League” è un viaggio di comprensione e di amicizia. E’ un film introduttivo e al contempo formativo. Spetta ad un solo rappresentante della “casata” degli uomini riunire le forze della Justice League. In questo viaggio esplorativo, concernente l’interazione tra supereroi diversi tra loro, Batman assurge ai canoni dell’uomo mortale e sprovvisto di poteri, all’esponente virtuoso di un’umanità distaccata.

  • Umanità e ispirazione

Ben Affleck veste gli abiti di un Batman tormentato, come fosse fuoriuscito dalla tavolozza di un fumetto e siffatto in carne ed ossa tanto è il rimando estetico che dà la sua presenza scenica se confrontata alla controparte cartacea. L’interpretazione di Affleck verte sull’umanizzazione del cavaliere oscuro. Il mostrare con animo provato le ferite fisiche calca la fragilità del crociato incappucciato, soggetto, in quanto uomo, al dolore e a un maggiore rischio in battaglia. Bruce Wayne è un uomo apparentemente comune, che si erge rispettosamente sui suoi simili per selezionare un team di protettori, ma mai per elevarsi a loro guida, in quanto avverte di non essere sufficientemente ispiratore per gli uomini. Il Batman di Affleck si prefigge un compito, quello di ridare vita a Superman. L’uomo d’acciaio, a detta di Wayne, era molto più umano di lui.

La fragilità umana del Batman di Affleck è dualistica: da una parte ci mostra l’unicità di un eroe mancante di poteri ma, allo stesso tempo, l’insofferenza di un supereroe che confessa di non sentirsi parte integrante dell’umanità stessa. L’umanità di Batman reca in sé una caratteristica che evidenzia i disagi, le turpe, e gli incubi del cavaliere di Gotham, elementi disturbanti che gli impediscono d’essere un eroe ispiratore e solare come lo era Superman, extraterrestre ma molto più integrato nella vita quotidiana rispetto a Bruce Wayne.

L’ispirazione è un argomento caro alla pellicola della “Justice League”. E’ un mondo privo di figure ispiratrici quello a cui le scenografie urbane di “Justice League” danno vita. Non vi è più ispirazione nel votarsi a una causa altruistica, non vi è ispirazione nello sforzarsi di vedere una luce fioca che lampeggia nelle profondità di un’opprimente oscurità. Neppure Lois Lane trae ispirazione alcuna dai suoi sentimenti per approcciarsi alla scrittura, e per comporre un testo che possa ridare speranza ai lettori del Daily Planet. Il compito della Justice League è più oneroso di quanto possano credere: essi devono scuotere gli animi degli indifesi e restituire loro la speranza di un domani luminoso.

Justice League” è un film sui supereroi, intesi in senso classico, coloro i quali vengono forgiati nelle fiamme divampanti della speranza, e ha il merito di presentarci i protagonisti in un tempo dilatato.

  • Supereroi: diversità e analogie

In principio, i guerrieri della Justice League hanno in comune soltanto le loro sbalorditive capacità, ma devono comprendere le reciproche affinità per divenire una squadra. “Justice League” fa interagire personaggi provenienti da “realtà” ed esistenze diversificate. Per tale ragione, la pellicola crea un gruppo eterogeneo nelle cui differenze emergono i corrispondenti pregi. Ezra Miller ci regala un Flash allegro, giocoso ed inesperto. Veniamo a conoscenza della tragica storia della sua infanzia, ma ciò non ci impedisce di notare come Barry, sebbene patisca la solitudine, viva la sua vita con il sorriso e con la speranza ottimistica che un giorno tutto possa cambiare. Barry è in piena attività da pochi mesi, è una scia rossa invisibile e inafferrabile. A Flash è spettato l’impegno di far divertire il pubblico mediante una verve comica opportunamente sceneggiata per far sorridere ma non certo ridere. Barry, con la sua dialettica gioiosa, vuol solamente strappare un accenno di sorriso, non ha affatto l’intenzione di far ridere a crepapelle. E’ questa una chiave interpretativa dell’opera, la DC Comics, per quanto con “Justice League” abbia sacrificato l’atmosfera cupa e drammatica dei precedenti lungometraggi, non tramuta se stessa. Mantiene una serietà limite e l’alterna ad alcuni momenti più spensierati ma mai costanti o esagerati, fino ad ottenere un ritmato equilibrio tra toni gravi e divertimento.

Il Barry Allen di Ezra Miller è un ragazzo timido, introverso e insicuro, e la sua interpretazione flirta col pubblico perché ci dona l’illusione che anche una persona apparentemente impacciata possa nascondere un potere fantastico che imparerà a dominare. Per come è sceneggiato, il suo potere è un dono non una maledizione. L’esatto contrario di Cyborg. Cyborg vive la sua nuova vita come se dovesse pagare il prezzo di una resurrezione incorporea. E’, infatti, risorto dalla morte per rivivere con una veste robotica, cibernetica ed eroica. Anche Aquaman è insoddisfatto, risente del peso della sua investitura da Re di Atlantide, e si unisce alla lega con più di qualche remora. L’Aquaman di Momoa è un eroe indomito e indomabile, schietto e possente, ma dietro la sua scorza coriacea e cinica nasconde l’orgoglio nell’essere sovrano di un reame acquatico e di far parte di una compagine di eroi.

Solitudine, malcontento, frustrazione, voglia di cercare il proprio posto in un mondo che necessita di eroi, sono solo una parte degli stati d’animo e dei desideri che accomunano i supereroi della lega della giustizia. Nei loro caratteri diversi sono riscontrabili più similitudini di quanto parrebbe superficialmente. Persino l’evento religioso e sovrannaturale della resurrezione, vissuto da Cyborg, si verifica nuovamente con Superman, quando egli verrà riportato in vita dagli eroi della Justice League. Le vicende e le sensazioni emotive vissute dai supereroi finiscono per dipanare un analogo e ingarbugliato intreccio. “Justice League” è la progressione, nonché l’evoluzione intima, di un manipolo di eroi. Questi eroi, prima ancora di divenire una compagnia indivisibile, ritrovano la propria identità grazie al rapportarsi tra loro.

Ed è con Superman e Wonder Woman che la Justice League scova i suoi emblemi carnali, le ideologie personificate e ispiratrici che tanto stava ricercando. Clark e Diana vengono caricati di una virtù trascendentale, perché incarnano le fattezze del dio uomo e della dea donna. Il ritorno dell’ultimo figlio di Krypton rappresenta lo schiudersi di una nuova alba, avvenuto dopo un “crepuscolare tramonto” che aveva ceduto il passo alla notte più buia. Gal Gadot con la sua Wonder Woman illumina lo schermo con la delicatezza di un volto bellissimo, con la grazia, il coraggio e la benevolenza di un’icona elegante, elevandosi al rango di eroina-simbolo più sfavillante della Justice League.

  • Conclusioni

“Justice League” è un valente e piacevolissimo Cinecomic, che incespica soltanto in poche pecche. Discutibile e lacunosa è la caratterizzazione del cattivo di turno. L’antagonista Steppenwolf è privo di carisma, non ha intriganti motivazioni dietro il suo oscuro agire, se non quelle d’annientare l’Umanità. Egli risulta, pertanto, mortificato a discapito di un’attenzione dedicata, e più che ben eseguita, agli eroi protagonisti. Le due ore di visione scorrono via con rapidità, tuttavia, si avverte distintamente il taglio di alcune scene che avrebbero reso il film ancor più avvincente. Sarà lecito attendersi una versione estesa con l’uscita del formato Blu-ray.

Justice League” diverte ed emoziona con una storia lineare, con adrenaliniche scene d’azione ma soprattutto con un’ottima caratterizzazione dei personaggi. “Justice League” è un film che vuol rammentare l’importanza di credere negli eroi, e quanto essi siano importanti nel reggere sulle loro possenti spalle il peso della configurazione della speranza, di un’ispirazione che possa rincuorare l’animo timoroso degli uomini soli. Un fardello che può piegare il corpo di un solo supereroe, non se questi è supportato, nel reggere tale vincolo, da altrettanti supereroi. E’ questa la Justice League, la solida fratellanza che fa la differenza e ne costituisce la forza; è questa l’unione ispiratrice.

Quella che ristora l’animo degli scrittori, come accade sul finale a Lois Lane, e li invita a comporre ancora un altro pezzo, le cui parole vengono intrise nell’inchiostro e scritte coi sentimenti.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

L'agente K e Rick Deckard ritratti da Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Lamento vitale

Quando nasciamo, i nostri vagiti annunziano l’impeto di una vita appena sbocciata. Con i nostri occhi chiusi e stretti nello sforzo di generare il pianto, versiamo sulle nostre piccole gote lacrime sincere, intrise d’infinita gioia di vita. Credo sia teneramente adorabile soffermarsi a riflettere sulla valenza di un generico “lacrimare”. Nella nostra vita, piangiamo nei momenti più tristi, e a volte anche in quelli più lieti. La reazione emotiva esternatasi nell’azione del pianto possiede sempre una virtù empirea e tangibile. Si potrebbero lambire quelle lacrime fuoriuscite dai condotti lacrimali. Chi vuol comprendere il perché stiamo versando quelle gocce che racchiudono al loro interno sia ansie che emozioni, potrebbe raccoglierle e leggerle con gli occhi del cuore nell’empatico tentativo di svelarne il vero significato di ogni singola stilla. Lacrime di tristezza e di gioia: sono le più comuni, sebbene siano anche le più diverse. Nello scorrere della nostra esistenza piangiamo sia nella sofferenza come nella felicità, nella perdita di una persona cara come nello sbocciare di una vita nuova. Ma quando nasciamo, il nostro è un pianto istintivo, un naturale grido di partecipazione alla vita. Non vi sono sentimentalismi da indagare, in quel pianto si innesca la più pura e incontrollabile vitalità. Nelle lacrime rilasciate dai nostri minuscoli occhi e nelle pupille che si dischiudono per la prima volta, la vita trova il modo di sorgere e iniziare un cammino.

Le lacrime versate in un giorno di pioggia e l’immagine di un occhio che osserva in maniera indefinita, come fosse “staccato” dal resto del corpo, sono due allegorie basiche della mitologia del “Blade Runner” del 1982, opera di fantascienza che indaga l’esistenza e l’impossibilità di arrestare la morte. E’ proprio con l’immagine di una vigile pupilla, dilatatasi davanti alla camera, che “Blade Runner 2049”, sequel del capolavoro di Ridley Scott, alza il sipario. L’occhio spalancato è metafora di un inizio, simbolo di un’osservazione appena esordita, come se il seguito concepito e diretto da Villeneuve stesse nascendo in maniera subitanea nella sua prima sequenza d’apertura.

  • “Blade Runner 2049” – Un sequel stupefacente

E’ stata una gestazione estenuante quella che ha fatto da avvento alla nascita di un vero e proprio sequel dell’opera senza tempo di Ridley Scott. Ed è stato altresì un parto complicato quello che ha portato alla nascita di un film così appagante per gli amanti del genere, eseguito con meticolosa abilità da ostetrici artisti della parola, dell’immagine, del suono e dell’emozione generata dal connubio, minuziosamente perpetrato, dei precedenti fattori.  Sono trascorsi 35 anni dal primo “Blade Runner”. Tre decenni di paziente attesa e di ponderazione: quella di poter realmente filmare il seguito di un lungometraggio, tanto rivoluzionario quanto portatore di una sfida impossibile da vincere. Tuttavia, il regista Villeneuve ha raccolto il “guanto della singolar tenzone”. Alla fine è riuscito in ciò che sembrava così arduo: girare un film che mantenesse rispetto e esternasse malinconica riverenza all’opera magna originale, ma che voltasse rotta e proponesse un’ammirabile novità tematica e stilistica. “Blade Runner 2049” è un film ben fatto, meraviglioso e armonico. Semplicemente sontuoso!

La pioggia è l’evento atmosferico che richiama l’immagine di un pianto protratto e incessante. Torrenziale è la pioggia che bagna la Los Angeles del 2049 in cui è sempre notte e dove ologrammi pubblicitari vengono fatti materializzare con l’aspetto di corpi umani titanici, dotati di movimento coordinato e predisposto. Che tipo di lacrime bagnano la città di Los Angeles? Lacrime di gioia o di inconsolabile tristezza? Lacrime per glorificare la vita in ogni sua forma?!

In questa metropoli dispotica e desolata, si muovono, in un alternarsi scenico, le anime di umani e replicanti, ed esse procedono come fossero traghettate dalle correnti ventose di una giornata comune. Sono trascorsi trent’anni dagli eventi di “Blade Runner”. L’agente Rick Deckard è scomparso, e i vecchi replicanti sono stati tutti terminati prima d’essere sostituiti da replicanti di tutt’altro tipo, creati da Niander Wallace (Jared Leto). I replicanti di Wallace sono anche loro esseri creati per venire dominati, stretti e incatenati sotto il giogo dei padroni. Essi sono destinati allo sfruttamento e alla schiavitù nelle colonie extra-mondo, seppur vengano descritti dal loro creatore come creature angeliche forti e resistenti, necessarie per il sostentamento dell'uomo e per il suo sviluppo. Wallace è un dio-creatore che plasma i replicanti come argilla tra le mani.

  • L’amletismo di un replicante

Protagonista della storia è l’agente K, interpretato da Ryan Gosling, un Blade Runner avveniristico, flemmatico, solo apparentemente freddo e distaccato. Egli non è un essere umano, è un androide ultimo modello, un replicante che dà la caccia ai vecchi replicanti modello Nexus, fuggiti per scampare alla terminazione.  Durante un’operazione di recupero e annientamento di un replicante, tale Sapper Morton, l’agente K rinviene una scatola sepolta sotto un albero morto. All’interno dell’oggetto, vengono rinvenuti i resti scheletrici di un replicante Nexus femmina. Gli analisti scopriranno che la replicante è deceduta a causa di un taglio cesareo effettuato chirurgicamente per far nascere il bambino. Sconvolti dalla scoperta, i superiori dell’agente K gli ordinano di fare tutto il possibile per trovare l’erede e ucciderlo, poiché la notizia che una replicante possa aver avuto un figlio potrebbe creare un'instabilità nel delicato equilibrio tra umani e androidi. L’agente K, restio e tormentato nel dover compiere un simile ed efferato gesto, comincerà la sua indagine che lo porterà a scoprire l’identità della replicante rimasta incinta: si tratta di Rachel, la donna innamorata e ricambiata a sua volta da Rick Deckard (Harrison Ford). In una ricerca così complessa, che ha radici in un passato vecchio di trent’anni, l’agente K scoprirà di essere anch’egli, in parte, coinvolto nel caso.

“Blade Runner 2049” è un eloquente e laconico atto comunicativo pur sempre verbalmente espresso ma anticipato da una impercettibile espressione del volto che preannuncia astrattamente ciò che poco dopo verrà espletato concretamente. La dialettica assume un potere valente ma secondario poiché superflua nel far comprendere il sentimento tra un essere umano e un replicante, già comprensibile dall’importanza di un singolo sguardo. In un contesto come questo l’agente K nei suoi esasperati silenzi è l’inequivocabile e ideale protagonista. Ryan Gosling non fa eccedere un’espressività costantemente mutevole, e proprio per tale ragione si rivela perfetto come interprete amletico di un agente meditante. K vive in una casa postmoderna, in cui la tecnologia futuristica è amalgamata in modo eterogeno a quella più tradizionale. La sua cucina a gas è alternata a una stanza in cui un riflettore posizionato sul tetto fa visualizzare la sagoma digitalizzata di Joi, una bellissima donna di cui K è perdutamente innamorato. Joi (Ana de Armas) ricambia incondizionatamente K seppur essa non sia che un estetico agglomerato ineffabile di luce e immagine. Quella che “Blade Runner 2049” inscena con dolente poetica è la meravigliosa e nuova frontiera di una storia d’amore impossibile. Joi è intelligenza artificiale in grado di provare, con coscienza e razionalità, affetto e in particolar modo, amore.

  • Amore platonico, passione intellegibile

Ella è intelligenza artificiale seppur sia un artificio non propriamente meccanico, quasi etereo e impalpabile in quanto contenuto e riflesso da una macchina proiettante. Joi è “intrappolata” in una proiezione, non ha consistenza fisica ma ha volontà, non ha un corpo ma possiede un’anima, non è incarnata ma è visivamente personificata. Un qualcosa di tragico ma narrativamente incredibile anche solo da descrivere. Joi ha voluto ribattezzare K con il nome di Joe, per conferirgli un che di umano. K, dal canto suo, ha voluto far dono alla sua “sposa” di uno strumento, un comando che può custodirla al di fuori di quel “proiettore” che può renderla visivamente mirabile solo tra le austere pareti della loro casa. Con quel comando ella può sciogliere il legame che la trattiene tra quelle mura e valicare i limiti dell’edificio assieme a K. Ella in quell’oggetto ha riposto senza remore la sua esistenza virtuale poiché se dovesse deteriorarsi, cesserebbe di materializzarsi per sempre, come se fosse anch’ella una donna vera, in balia della morte, nel caso in cui venisse “attaccata” e “distrutta”. Se lei gli ha donato un nome, lui ha cercato di donarle una nuova forma di stasi: entrambi provano, in un disperato e romantico tentativo, di umanizzarsi vicendevolmente. Il primo luogo che Joi desidera “visitare”, una volta uscita dalla dimora, è la terrazza del palazzo, sulla quale entrambi vengono investiti da una lieve pioggia che accompagna il loro primo momento d’accenno di “libertà”. Ancora una volta la pioggia, come toccante pianto, sembra cadenzare la vita in “Blade Runner”.

Tra K e Joi esiste un amore platonico e inestinguibile, virtuale ma reale, a cui viene poi conformata una passione indomabile, trasfigurata nell’intellegibilità, che tocca le vette del romanticismo gemmeo. Ella è fisicamente inconsistente, corporalmente effimera ma animosamente ricolma. Quando lui l’accarezza, la sua mano rende la nitida visione della donna opacizzata, poiché soggetta a dissolvere la qualità della sua trasparenza al minimo tocco. La sequenza in cui Joi deciderà di sincronizzare il suo corpo visivo a quello di una donna vera, sovrapponendosi a lei, pixel dopo pixel, per garantire a K la possibilità di consumare il loro amore, è una delle scene più intense e toccanti del film, e riesce a mantenere per tutta la sua durata una passione tersa e persino sognante. Un atto d’amore sentimentale nato e divampato nella sintonia connettiva di due anime “meccaniche” che si congiungono nel bisogno umano di sfiorarsi e toccarsi con concretezza. Un semplice abbraccio, una carezza sul viso per K e Joi assume l’aspetto di un rapido momento d’essenza eterna.

  • I ricordi

“Blade Runner 2049” è un noir fantascientifico impreziosito da una folgorante fotografia. Ha un ritmo volutamente compassato per rimarcare con la dovuta attenzione le scene introspettive e le peregrinazioni solitarie del protagonista, sempre analitiche. La sua è un’investigazione compiuta su due fronti che si intersecano: la ricerca dell’identità dell’erede di una replicante si intreccia a quella inerente la possibile vera identità dell’agente K. K è un replicante che desidera ardentemente d’essere speciale, e non un mero “prodotto”, e nutre la speranza che i ricordi che possiede non siano innestati ma possano essere veri.

La vivezza sensoriale dei ricordi ha i contorni di una finestra spalancata sul passato che può essere pre-costruito o assolutamente veritiero. I replicanti, a cui sono stati impiantati ricordi artificiali, necessitano di quelle memorie per poter restare stabilmente a contatto con la loro intimità, pur essendo consapevoli che quelle rievocazioni non sono altro che il frutto di artificiosi palazzi mentali sapientemente orchestrati con dovizia di particolari. Essi sono un rifugio per rammentare un’identità, anche a costo d’ingannarsi e impantanarsi in una fangosa menzogna.

Con i ricordi riusciamo a padroneggiare la capacità di “dialogare con noi stessi”. I ricordi in “Blade Runner 2049” sono delle raccolte archiviate e possono avere una duplice natura, vera o forgiata ad arte, positiva o negativa. Ricordi paurosi e tristi si alternano con le memorie più felici ed idilliache di un passato che non c’è più. Tali testimonianze memorizzate in “Blade Runner 2049” sono lo specchio dell’anima e riflettono l’interiorità di un essere umano così come di un replicante. La memoria è alimentata dall’emozione, dal sentimento che ad essa è accomunata, e l’effetto sensoriale dell’amigdala può modellare le emozioni provate in quel determinato momento fino a farle rivivere. Attraverso la sfera mnemonica si compie l’investigazione dell’agente K che arriva a interloquire con la più grande creatrice di ricordi per replicanti, la dottoressa Ana Stelline (Carla Juri). Ella vive protetta all’interno di un’ampia cupola che ne preserva la cagionevole salute. Ana è portatrice di una splendida immaginazione con la quale riesce a dare contorno, spessore, forma e colore a un ricordo che si può toccare con mano. Ella è una creatrice di ricordi e li realizza come fossero quadri dipinti con un pennello inesistente su di una tela evanescente, impercettibile come un lieve soffio di brezza. Quando ella vedrà il ricordo che accompagna da sempre l’agente K, ricordo a tal proposito necessario alla comprensione dell’indagine, scoppierà in un accorato pianto e affermerà che tale memoria è vera e non propriamente innestata. Ciò porterà K a credere che lui stesso sia il figlio perduto di Rachel e Rick.

  • Il miracolo della vita

Quella di “Balde Runner 2049” è esaltazione dell’arte cinematografica nella sua essenza più profonda e pura. E’ comunicazione silenziosa, riflessiva, meditabonda, arte che conferisce pregio allo sfondo, rilievo significante alla scenografia, validità alla taciturna espressione di un viso disteso e pensante. E’ emozione mai espressa completamente, ma incastonata nella magnificenza di un momento, nell’importanza di un gesto o di un’intenzione che potrebbe far capire molto di più di quanto semplice possa apparire. In “Blade Runner 2049” il sentimento umano batte come un cuore palpitante. Nella versione di Villeneuve la paranoia che un tempo avvertivamo guardando l’opera di Scott viene annullata. E’ la vita, intesa come miracolo della creazione, ad essere inebriata. La nascita del bambino concepito dall’amore tra Rick e Rachel, è la compiutezza di un prodigio.

Un evento straordinario, una grazia giunta dal cielo, che sconvolge Wallace, uomo che si esprime attraverso orazioni criptiche e ricche di accenni e riferimenti religiosi, come se fosse un antico profeta e oracolo affetto da cecità, ma che crede di vedere ciò che nessun altro è in grado di scrutare. K giungerà fino alla decaduta Las Vegas, megalopoli funerea e irriconoscibile se confrontata a ciò che fu un tempo. Laggiù rinverrà Deckard. Eccezionale la scena in cui Rick e K avranno un confronto fisico in una platea abbandonata sul cui palcoscenico si esibisce un ologramma fuori sintonia di Elvis Presley. Un passato che tecnologicamente si mescola a un presente futuristico.

Un ritorno, quello di Harrison Ford, straordinario. Ford nella sua maschera rugosa, assuefatta alla rassegnazione, alla rinuncia, trasmetterà la sofferenza di una vita di stenti, di allontanamenti forzati, di privazioni. Il Rick Deckard di “Blade Runner 2049” è un padre disperato più che un vecchio cacciatore di replicanti, e la recitazione di Ford accentua l’umanità e il senso di protezione paterna dell’uomo più che la glaciale freddezza di un ex agente. L’eroismo di K, che perderà la sua amata Joi lungo il proprio cammino verso il trionfo finale, sarà l’ultima speranza per Deckard di riscoprire la verità sul proprio erede: sulla propria figlia che altri non sarà che la dottoressa Ana.

  • Pianto finale

Ecco perché ella piangeva alla vista di quel ricordo, ecco perché K “vigilava” su quella reminiscenza dal valore inestimabile: era un innesto basato sulla verità, sul passato di Ana. Ancora una volta le lacrime all’interno del film testimoniano l’importanza di un sentimento, di un passato identificativo rivisto e rivissuto attraverso l’emotività umana. Quindi K riuscirà a salvare Deckard e lo condurrà ad incontrare la sua amata figlia.

“Blade Runner 2049” è un sequel coraggioso e bellissimo, vicino a raggiungere e ottenere di diritto, anch’esso come il predecessore, la caratura del capolavoro.

Quando K avrà adempiuto la propria missione, si sdraierà su una scalinata. La musica riprenderà i passi che scandirono il trapasso di Roy Batty nella celebre sequenza del primo “Blade Runner”. Non verserà lacrime nella pioggia: egli guarderà il cielo che in quel momento comincerà a “piangere” neve. La bianca coltre cadrà copiosa quando egli verserà le sue ultime lacrime sotto la neve ed emanerà l’ultimo respiro. Se Roy Batty aveva versato il suo ultimo pianto sotto la pioggia, Joe farà “scomparire” le sue lacrime nel fioccare della neve.

Anche Ana sarà avvolta dall’incedere di una neve virtuale poco prima di mirare per la prima volta suo padre. Chissà se anch’ella reagirà versando nuove lacrime sotto la neve quando scoprirà chi è la persona che ha dinanzi. Che sia gioia o tristezza, che si tratti di nascita o morte, le lacrime possono riuscire ad esprimere in egual valore l’immensa emotività di un istante che diviene immortale nel tempo. Il pianto è testimonianza di un sentimento, e il sentimento è testimonianza di vita. Che siano uomini o replicanti essi versano lacrime…e sono in vita.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"IT" ritratto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Appellatevi solo per un momento ai vostri ricordi. Soffermatevi a rievocare con nitidezza la reminiscenza di un particolare momento, quando eravate bambini, e alla vostra festicciola di compleanno reggevate tra le mani un palloncino. Di palloncini ne esistono di varie forme e colori. Quelli comuni sono tondeggianti, piccole miniature somiglianti ai ben più smisurati palloni delle mongolfiere, le quali si librano sospese tra la terra e il cielo. Vi sono palloncini con simboli scelti opportunamente per essere stampati su di essi, altri che recano sagome di animali, come pesci pagliaccio che nuotano in un mare d’aria, trattenuti da un filo che li mantiene ben saldi al suolo per evitare che scappino via. Esistono, altresì, palloncini realizzati per assumere forme e aspetti di personaggi dei cartoni animati, ritti in pose che ne accentuino i colori sgargianti del vestiario. Quali di questi palloncini amavate trattenere tra le vostre mani da piccoli? Ognuno di noi aveva i suoi preferiti, e quando stringevamo il nostro palloncino tra le dita, lo facevamo con decisione. Talvolta i genitori erano soliti annodare il laccio del palloncino al polso dei propri bambini, così che i piccoli, anche se portati spesso a distrarsi, non avrebbero comunque rischiato di perderlo. I bambini sono più di chiunque altro interessati ai palloncini, e li amano vedere quando dal basso essi tendono a puntare verso il cielo. Quando un palloncino vola via, esso si libra alto nella volta celeste.  Non ha ali per volare ma lo stesso “fugge via”, lontano da noi. Il palloncino dalle forme di un esile e pigmentato pesce sembra quasi “galleggiare” tra le correnti d’aria. Il palloncino di un eroe, invece, pare volteggiare tra pascoli di nuvole. “Galleggiare” e “volare”. Due verbi semanticamente non sinonimi ma che risuonano come minacce di pari terrore al termine di un’inquieta filastrocca esternata da un clown. Ventisette anni fa, il “primo” pagliaccio pronunciava con ossessiva ripetitività quel verbo, quel “galleggiare”; Oggi, ventisette anni dopo, si ode in pellicola l’esternazione disturbante del secondo “predicato”, quel “volare”. Che galleggino o volino, i corpi delle povere vittime di Pennywise si tramutano in raccapriccianti allegorie di palloncini sospesi nel vuoto, galleggianti e volteggianti in una pozza nera e putrida. Gli elementi fanciulleschi e gioviali di un palloncino che vola vengono disfatti dall’orrore di un “demone” che incarna la colorazione di un’infanzia serena, ribaltandola in un’angosciante paura.  IT a quei palloncini e a quel simbolo di liberazione in un volo in cielo, mescola la drammatica “liberazione” di una morte orrenda.

  • L’opera magna di Stephen King: “IT”

Circa trentuno anni fa, l’entità Pennywise faceva la sua prima apparizione. Il suo volto da pagliaccio, cinto da capelli rossastri, tendenti all’arancione, e immerso nel colore di un trucco che faceva filtrare un’epidermide impiastricciata di bianco, non spuntava in maniera subitanea quanto scioccante dalla fessura di un tombino all’angolo di un vicolo. Esso viveva tra gli scaffali delle librerie. Nel 1986, Stephen King pubblicava il libro che sarebbe divenuto il più grande tra i suoi scritti, il capolavoro monumentale di un viaggio coercitivo, di formazione corale, adempiutasi tra i fiabeschi orrori di una fittizia cittadina. King è uno degli autori più prolifici che la letteratura ricordi. Molteplici e variegati sono i mostri a cui questo re del terrore ha dato vita e un potere nascosto tra le righe di un tomo. I suoi lavori ebbero spesso la valenza di veri e propri casi letterari, trasposti con sempre maggiore abitudine al cinema. King divenne per la settima arte una sorta di principe del brivido Hitchcockiano. Pur senza essere direttamente coinvolto nelle produzioni ha saputo, mediante i suoi lavori scritti, generare sgomento e suspense in oltre quattro decenni di cinema. Tra i suoi libri, “IT” occupa un trono di rilievo. Esso si è fregiato dello scettro di opera magna, di corpus complessivo, stratificato in grado di condensare la totalità delle tematiche del pensiero letterario di Stephen King.

“IT” non è solamente un romanzo dell’orrore. Conseguentemente, la trasposizione televisiva prima e cinematografica poi non sono adattamenti funzionali a generare una mera forma di paura. “IT” è un romanzo di crescita, di accettazione, una storia di amicizia profonda, inattaccabile e radicata nell’adolescenza. E’ una narrazione tumultuosa, cadenzata da singole fasi, esperienze personali di violenza e orrori.

Il pagliaccio è la pura metafora fisica e graficamente oppositrice tra l’immagine giocosa di un clown e quella spaventosa di un sadico assassino, di un assoluto antagonista e divoratore, dalla cui influenza sfocia un male che alberga dietro l’ingannevole maschera di una quiete mistificata e menzognera. Gli abitanti di Derry, l’immaginaria cittadina in cui si svolge la storia, indossano maschere di “cera sciolta”, in pelle rattrappita e rugosa per nascondere non certo con successo, la malvagità che essi perpetrano sotto il volere di IT, il quale diviene, più che un puparo, un indicatore di movimento, colui che muove inizialmente i fili per far sì che le sue marionette compiano ciò che lui vorrebbe ma che loro stessi non gli impedirebbero di fare. IT e Derry sono una cosa sola, egli, più che apparire come un parassita ed efferato omicida, vive un rapporto simbiotico con la città e la sua gente in un flusso di energia negativa che filtra circolarmente dalla fonte fino al ritorno alla foce (in entrambi i casi sempre IT). Il libro è ancora una raccolta di orrori di vita privata e di drammi umani. In tutto questo, IT, esente da una forma esteriore univoca, regna su di una cittadina in cui sgorga sangue, come se grondasse dalle tubature cittadine e fuoriuscisse dai lavandini; ma esso non macchia il pavimento e neppure le pareti delle case, e non viene percepito dagli adulti in quanto viene occultato dalle loro stesse trame intessute di crudeltà. “IT” non è solamente paura, è un’indagine accrescitiva volta a mettere a nudo le realtà torbide della vita di una città in cui la sola luce fioca, ma sufficientemente luminosa per generare una fiammella di speranza è accesa dall’indissolubile amicizia che coinvolge i sette bambini protagonisti.

  • “IT” al cinema

Abbiamo dovuto attendere fino all’ultimo trimestre del 2017 per assistere ad un adattamento cinematografico dell’opera di King. Il lungometraggio reca sul finale la dicitura “Capitolo primo”, proprio perché va a narrare la prima parte della storia, relegando la seconda parte a un film successivo. Rispetto alla versione televisiva, “IT” è un film ordinato, privo di digressioni avvenute tra passato e presente e fa del proprio sviluppo regolato un punto di forza e scorrevolezza.

IT ha raggiunto da tempo lo status di icona dell’orrore, di mostro leggendario, personificazione di un male e di una paura atavica, indefinibile, primordiale. Egli rappresentata a tutti gli effetti il modellamento di un terrore universale che diviene personale e soggettivo.  E’ toccato a Bill Skarsgård il compito di donare voce e mutevole corpo al malvagio Pennywise al cinema.

Seguendo una struttura organizzativa lineare, il lungometraggio pone i bambini con le loro problematiche al centro della scena. Il cast è completato da giovani attori, molti dei quali alla loro iniziatica esperienza nel mondo della settima arte. Tra questi spiccano in particolare i nomi di Finn Wolfhard, già famoso come interprete nella serie Netflix “Stranger Things” e Jaeden Lieberher nel ruolo di Bill.

“IT” apre le prime pagine del suo racconto visivo in una giornata piovosa, quando il cielo sembra piangere lacrime infauste e funeree per l’imminente morte del piccolo Georgie. Il fratellino di Bill corre sotto la pioggia indossando un impermeabile giallo, inseguendo una piccola barchetta di carta impregnata di paraffina. Quando la barchetta, navigando, finirà per cadere nella fessura di un tombino, Georgie si imbatterà nel suo carnefice, IT, l’entità antica che vive a Derry. Si tratta, naturalmente, della prima apparizione dell’assassino all’interno del film. La violenta morte di Georgie viene rappresentata come King la descrive. Il braccio mozzato del povero bambino traccia immediatamente il percorso stilistico che il film adempirà: quello d’essere un traduttore più conforme all’opera letteraria originale e a ciò che, per quanto possibile, potrà essere filmato dal “vivo” partendo dalle parole descrittive di un testo.

Il film “IT” è un lungo incubo, ritmato e scomposto in sezioni singolari dedicate ai personaggi e ai loro incontri con il mostro di Derry. Un ottimo montaggio rende fluida l’unione sequenziale degli spezzoni. “IT” fa delle costanti manifestazioni del clown un evento dalla forza traumatica, la quale esercita uno choc infantile, destinato a marchiare per sempre l’animo dei protagonisti. “IT” è, di fatto, lo sgretolarsi dell’innocenza. Tutti i personaggi compiono in questo primo capitolo la fase primaria del loro viaggio, una tappa resa come fosse un prologo a ciò che li attenderà nuovamente in età adulta.

“IT” si piega a molti stereotipi tradizionali del cinema dell’orrore. Le sequenze in cui Pennywise compare improvvisamente dinanzi alla camera per far sobbalzare gli spettatori seduti in platea, i momenti in cui sembra di essere sempre sul punto di uccidere i malcapitati, per poi fallire poco prima di compiere le sue insane volontà, sono tutte azioni perpetrate mediante uno stile scenico tipico dei film di genere. Tuttavia, le scene più paurosamente intense sono distillate con arguzia e non con esagerazione.

L’interloquire tra i bambini, e il loro rapporto, fulcro della prima parte della storia, non è esente da difetti. In particolar modo, la sceneggiatura appare alle volte pretestuosa, i dialoghi brillanti e le battute volgari e mature pronunciate dai ragazzi danno l’idea d’essere forzate e poco confacenti alla loro età. Tutti i bambini sembrano presentarsi al cospetto degli spettatori come se avessero la pretesa d’essere già noti e conosciuti. Coloro che ricorderanno con chiarezza le personalità dei protagonisti del libro riusciranno facilmente a rapportarle ai personaggi sullo schermo. In caso contrario si avrà qualche difficoltà in più a delineare con chiarezza alcuni di loro. Lacune tutto sommato sorvolabili che non pregiudicano la comprensione della storia ma, a mio giudizio, sono doverose d’essere segnalate. Tra loro, colei che spicca più degli altri è certamente Beverly, interpretata da una bravissima Sophia Lillis, ragazza forte e coraggiosa, pronta ad affacciarsi alla maturazione fisica e psicologia da giovane donna quale sta diventando.

Bill Skarsgård, prigioniero di un appariscente trucco, convoglia gran parte della sua verve interpretativa nella potenza perentoria dello sguardo. L’attore possiede una particolarità: è in grado di muovere le pupille dei suoi occhi nella direzione opposta. Non viene di certo notato di primo acchito, gli occhi non giacciono inermi in una forma di evidente strabismo, eppure se li si osserva con attenzione nel mentre Pennywise recita le sue battute, ci si accorgerà che gli occhi sono rivolti in maniera quasi impercettibile in due direzioni diametrali: un occhio guarda il personaggio con cui IT interagisce, l’altro occhio guarda…noi. E’ rivolto verso la camera. L’espediente interpretativo che consiste nel guardare direttamente la telecamera, osservandola con dimostrato desiderio d’esternare una sensazione e richiedere il coinvolgimento, la compartecipazione dello spettatore, esiste dal cinema degli anni ’30. Fu Oliver Hardy ad introdurre il cosiddetto “camera look” un atteggiamento interpretativo che prevedeva il rivolgersi direttamente alla camera da presa quando accadeva qualcosa di esilarante o di incerto. Quello sguardo richiedeva silenziosamente una risposta da parte del pubblico, una reazione, giacché era evidente.

In “IT” è soltanto un eloquente e sinistro occhio diretto a distruggere la fredda identità di una macchina da presa, più spesso paragonata di per sé proprio a un occhio imparziale, che si limita solamente ad osservare e registrare con neutralità. Il film di “IT” in maniera velata è occhio che osserva occhio, a sua volta, in un’interazione vicendevole, globale ma al contempo interpersonale, poiché va a toccare le sensazioni di ognuno di noi. Se il “camera look” poteva essere più che evidente, in “IT” lo sguardo è incerto, immobile nella gelida impersonalità di un dubbio, di un’osservazione, di un disagio. Come IT ha il pieno controllo sulla città, così l’interpretazione di Bill Skarsgård trascende a un controllo che abbatta i confini scenici delimitanti da una tecnica di ripresa e arrivi dritto al cuore dello spettatore per spaventarlo.

“IT” rilascia con semplicità il messaggio principale dell’opera di King. Nel loro scontro finale con il pagliaccio, il quale ogni qualvolta viene colpito dai giovani assume una nuova forma, del tutto uguale alle paure più grandi di ognuno di loro, i ragazzi respingono l’entità malvagia con la forza della loro unione, con un coraggio che piega la paura. Simbolicamente, IT viene ferito da qualunque strumento possa armare la mano di chi lo affronta, se questi è privo di paurosa riverenza e sudditanza nei suoi confronti. I perdenti si riveleranno gli assoluti vincitori. Non avranno paura! "IT" è sopravvivenza, vittoria e trionfo su di una paura ciclica.

L’adattamento cinematografico di “IT” è un horror dal grande impatto visivo e tematico che con rispetto traduce il volere di un autore e ne dà nuova vigoria in un nastro di pellicola. Badate, non è una versione complessa. E non è arricchita da nuove e interessanti idee autoriali infuse dalla mano di un regista, il quale potrebbe e dovrebbe voler trasmettere anch’esso la sua idea inerente la tematica affrontata. In “IT” si respira l’atmosfera emanata dal volere di un unico dio-autore: Stephen King. Non ha l’anima di un film indipendente ma ha lo spirito del libro, e di questo i fan ne saranno certamente grati. Al contempo, mi sento di affermare che era lecito aspettarsi qualcosa di più dall’impostazione registica di Andrés Muschietti, un qualcosa difficilmente descrivibile, che rendesse questo film ancora più emozionante. Un qualcosa di più “personale” che, in maniera astratta, manca.

  • L’iconografia orrifica di “IT” tra televisione e cinema

Se il film del 2017 ha il merito di mantenere l’aspetto più crudo del romanzo, la miniserie ha il pregio di trasfondere l’aria di un periodo lontano, un passato come quello degli anni ’60 mescolato a un presente nostalgico e in perpetuo mutamento come gli anni ‘90. Tra i protagonisti bambini, un giovane Seth Green (futuro interprete del lupo mannaro OZ in “Buffy” e, qui, paradossalmente terrorizzato da IT con le sembianze di un licantropo) e il compianto Jonathan Brandis si elevavano sulla coralità di un cast di alto spessore. Tutti i bambini di “un tempo” risultano, a mio giudizio, più facilmente identificabili nei loro caratteri rispetto agli alter-ego del film. Si respirava un clima di maggiore unione nella vecchia e cara gang dei perdenti. Il loro rapporto d’amicizia, la loro gioia di vivere e i singoli incontri che hanno con IT, sono curati e forse meglio eseguiti rispetto alla versione più recente. Sebbene il film insceni gli eventi in maniera progressiva, la miniserie con le sue oscillazioni tra presente e passato, conferisce una valenza ancor più marcata alla sfera dei ricordi e finisce per tracciarli con più incisività. E’ probabile che, là dove la miniserie scivolava nella lentezza, vale a dire nella seconda parte in cui da adulti, la gang dei perdenti tornava a riunirsi a Derry, il capitolo 2, che vedremo prossimamente al cinema, offrirà una rivisitazione nettamente migliorata.

L’IT di Tim Curry, in una miscellanea tra stile comico e sadismo, ha certamente lasciato un’impronta indelebile. Il suo mostro, umano e demoniaco nelle sue vesti da clown, colpisce ancora oggi per la sconvolgente naturalezza dell’interpretazione, il più delle volte eseguita senza alcun supporto di effetti speciali o trucchi visivi pioneristici. La recente interpretazione di Bill Skarsgård non sfigura al cospetto della precedente e l’eredità del clown viene rispettata secondo un più moderno stile estetico e interpretativo.

L’errore da non commettere è quello di preferire nettamente una singola versione a discapito di un’altra. I due adattamenti di “IT” non si annullano a vicenda, anzi tutt’altro! Comunandoli, entrambi possono offrire una panoramica ancor più completa. Da una parte e dall’altra, le due versioni tendono a completarsi vicendevolmente, analizzando gli eventi da punti di vista sempre diversi.

Come un groviglio di palloncini, ciascuno colorato distintamente, il mito di IT permane tutt’oggi sospeso tra la terra e il cielo, galleggiante e bordeggiante in una lastra immaginaria, in cui morte e liberazione si sovrappongono come forze assolutamente discordanti.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

L'attesissimo sequel del cult "Blade Runner" arriverà giovedi 5 ottobre nei cinema italiani, con un giorno d'anticipo rispetto alla distribuzione americana.

"Blade Runner 2049" è diretto da Denis Villeneuve e ha come protagonisti Ryan Gosling e Harrison Ford, che riprende il suo celebre ruolo del cacciatore di replicanti Rick Deckard.

Ecco il trailer in italiano del film:

Redazione: CineHunters

Valerian e Laureline disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

In un passato imprecisato, un’antica civiltà aliena vive in pace e prosperità sulle rive di una spiaggia bagnata da acque limpide, contornata da bianche sponde e sabbia tenue e liscia al solo guardarla. Le eteree creature d’aspetto umanoide albergano vicino al mare, all’interno di graziose dimore ricavate da grosse conchiglie rosee. Questi cerei alieni raccolgono, come dono offerto loro dal mare, delle perle fatiscenti, le quali contengono enormi quantità di energia. Tali perle possono essere replicate fino a centinaia di altrettanti esemplari da alcuni animaletti indigeni dopo averne fagocitata una soltanto. Ogni qualvolta l’animaletto rilascia dalla sua epidermide i multipli di quelle bellissime perle, le creature donano le stesse alla terra, in un simbiotico scambio tra gli esseri viventi e il pianeta che li ospita. Un giorno, inaspettatamente, una misteriosa guerra combattuta nello spazio tra gli uomini finisce per annientare il pianeta natale di quella stirpe, e i pochi sopravvissuti riescono a mettersi in fuga per scampare alla morte.

Anno domini 2170. Valerian e Laureline, agenti speciali spazio-temporali del governo dei territori umani (che hanno i volti di Dane DeHaan e Cara Delevingne), sono in missione nella città intergalattica chiamata Alpha, una titanica metropoli in continua espansione la cui popolazione è composta da migliaia di specie diverse che provengono da ogni parte dell’universo. I 17 milioni di abitanti di Alpha hanno unito i loro talenti, le loro tecnologie e le loro risorse per migliorare le condizioni di vita di tutte le specie. Valerian e Laureline, interrompendo uno scambio clandestino tra alcune razze imprecisate, recuperano l’oggetto del contenzioso, ovvero l’animaletto di quel pianeta che abbiamo conosciuto al principio, ultimo esempio rimasto in vita di una così rara specie. Quella che doveva essere una semplice missione di recuperò, si rivelerà il primo passo di una fiabesca avventura. Valerian e Laureline inizieranno di lì a breve a svelare i molteplici segreti che si nascondono attorno alla distruzione del pianeta Mul e all’estinzione della razza aliena su cui verte un doloroso segreto militare destinato ad essere portato alla luce.

Raccogliere tra le mani le figure di Valerian e Laureline, tirandole via dalle pagine di un fumetto, e imprimerle su di una pellicola, renderle vivide, tangibili come uomo e donna, e trasporre il loro mondo colorato e luminescente, era un progetto ambizioso per Luc Besson. Un volere che aveva attratto già da tempo i suoi desideri e che stimolò le sue aspirazioni artistiche, facendole eccedere forse nella bramosia del vanaglorioso. Besson osservava il sole, mentre restava prigioniero nel suo fitto labirinto artistico. L’uscita era smarrita tra la moltitudine di cunicoli, o forse sbarrata dall’intenzione di non voler tornare indietro e abbandonare le proprie aspirazioni. Besson voleva fuoriuscire dal dedalo creativo volando via verso una meta lontana e ardua da raggiungere.

Come Icaro così Besson indossò le sue ali e si librò nel cielo, sedotto dai caldi raggi di un sole sfavillante, allegoria di una meta agognata e spesso sconsigliata perché proibitiva. Icaro, quando volle spingersi oltre i propri limiti, pagò un prezzo carissimo alla sua intraprendenza. Le sue ali di cera si sciolsero come neve al rischiarare del sole mattutino, ed egli precipitò al suolo perdendo la vita. Un monito che affonda l’atavico insegnamento nella mitologia greca, e che viene reinterpretato tutt’oggi come arguta e timorosa metafora per l’uomo, quando egli non dovrebbe spingersi oltre i propri limiti. Ma chi è che impone i suddetti limiti? Chi traccia il confine massimo? Il margine estremo da non dover essere superato viene intimato dal singolo talento, dalla capacità, dalla fortuna e dal mezzo impiegato per raggiungerlo. Ma tutti questi fattori possono essere soverchiati dalla perseveranza, dalla forza di volontà e dalla fiducia nelle proprie possibilità. Quando Luc Besson concepì il suo “Valerian” innalzò il volto verso il cielo e mirò quel sole tanto distante ma che sentiva particolarmente vicino, e lo reinterpretò come destinazione di un esaustivo lavoro. La brama del cineasta era quella di poter girare un’opera che raggiungesse le vette più estreme del cinema fantascientifico coi potenti mezzi del digitale moderno. Siamo certi che chi vola vicino al sole finisca poi necessariamente per bruciarsi? Besson aveva anch’egli indosso delle ali di cera?

“Valerian e la città dei mille pianeti” è un tripudio di colori che scintillano come torce accese e fiaccole ardenti di fuochi rossi e gialli. E’ uno spettacolo invitante che invoglia a prendere posto e ad accomodarsi in platea. “Valerian” è un’opera futuristica che inizia in un luminoso buio quale può essere l’oscurità dello spazio, fiocamente rilucente di alcune stelle che sostano in lontananza. “Valerian e la città dei mille pianeti” è cinema fatto con l’amore illimitato di un artista, che crea il proprio spettacolo rivelandone le magnificenze un po’ alla volta. Come fossimo a teatro, il sipario si apre e si arresta per qualche istante, lasciando al proprio pubblico una visuale ferma a metà, un palcoscenico in cui l’universo comincia a mostrarsi con l’ausilio di un brano musicale. Dopo un briciolo d’attesa, il sipario si spalanca e la visuale occupa così l’intero schermo. “Valerian” volge il proprio occhio contemplativo ad un futuro inesplorato, ma possiede un’introduzione devota agli stili classici dei film di fantascienza. “Valerian” è un’opera che accentua la bellezza di ogni singola immagine. Si tratta di sequenze rapide e il cui scorrere è tendenzialmente privo di sosta, in cui i lustri, i secoli e le migliaia di anni scorrono in una progressione sontuosa, dove un’accattivante sfilata di creature fantastiche che interagiscono con gli umani, si presentano loro con un susseguirsi di strette di mano. E’ una storia di conoscenza, d’integrazione, di rispetto verso ogni esistenza culturale quella che Besson ci mostra.

Besson conferisce contorno e spessore a un sogno che ha preso vita, il medesimo che viveva ad occhi aperti quando non era che un bambino e si lasciava trasportare dalle letture del fumetto “Valerian et Laureline”. Questo è l’atto d’amore di un ammiratore incondizionato che in quella città dai mille pianeti ha scoperto il proprio spazio paradisiaco, languido e ineluttabile e ha deciso di donargli la consistenza ammirabile di un bellissimo miraggio illusorio e fantastico.

I vostri occhiali 3D (esperienza questa assolutamente consigliata) fungeranno per voi da visore meta-cinematografico, una sorta di finestra spalancata verso un nuovo mondo, la cui realtà visibile ad occhio nudo può esser sostituita da un’altra diversa e intellegibile e che si sovrappone alla prima similmente a quella che i protagonisti vedono e vivono durante la loro prima missione. Il mercato di Alpha è strutturato in una duplice realtà: quella visibile con gli occhi e quella visibile con la tecnologia avveniristica che permette l’osservazione di un mondo diversificato che si manifesta parallelamente a quello scrutabile soltanto con gli occhi. In tal modo è interpretabile il lungometraggio di Besson, come una fantastica visione dalla doppia natura che oscilla dalla realtà filmabile alla meraviglia dell’ignoto reso percepibile attraverso un meticoloso lavoro grafico e pertanto estetico.

In questa fantascientifica avventura Valerian e Laureline sono due giovani innamorati che vivono il loro lavoro analogamente con la loro vita sentimentale. Entrambi molto ben caratterizzati hanno personalità carismatiche e oppositrici. Valerian è arrogante, sfacciato, sprezzante e sbruffone, Laureline è invece forte, indipendente, sentimentale e fedele. Valerian e Laureline incarnano i tradizionali poli opposti che finiscono per attrarsi nelle reciproche diversità. Essi tendono così a cercarsi e ricercarsi ogni qualvolta finiscono per restare separati. L’intera avventura è una luna di miele compiuta nel cosmo.

A tal proposito Valerian ha chiesto a Laureline la sua mano. Ella, in uno dei loro dialoghi derisori, ha domandato se lui fosse a conoscenza del fatto che la luna di miele si consuma dopo il matrimonio, ricevendo un’impacciata risposta da parte di Valerian. In un certo senso, i due riescono a capovolgere le previsioni e a compiere questo viaggio ancor prima del reale sposalizio. In tal modo, ammettendo che la risposta di Laureline alla richiesta di Valerian di averla in moglie fosse stata positivamente sottintesa, il loro viaggio si configura come un’intrepida luna di miele adempiuta tra i pericoli di un mondo splendido quanto rischioso.

“Valerian e la città dei mille pianeti” è una discesa tra gli abissi di un mondo sconosciuto. In questa estenuante caduta verso la “zona morta” la storia perpetua un’indagine sull’identità del protagonista. Il concetto d’identità personale assume un valore ineludibile, inscenato nell’aspetto e nel potere dell’aliena interpretata da Rihanna, la cui abilità è quella di assumere centinaia di apparenze diverse fuggendo però l’univoca identità del proprio essere.

Tale mutaforma riveste il ruolo dell’artista sofferente, dell’interprete camaleontica e dai mille volti, che le impediscono d’essere riconosciuta dagli altri per come è realmente. Ella, quando perirà, svanirà come sabbia smossa dal vento, testimoniando l’ineffabilità di un’anima priva di una precisata categoria esistenziale per colpa dei crudeli che hanno approfittato delle sue abilità prodigiose per deprecabili fini.

Da questo momento in poi, Valerian trarrà un importante insegnamento, e dovrà far fronte alla sua identità personale di uomo, spogliarsi delle regole imposte dal suo rango di maggiore e compiere ciò che è giusto, riacquistando la sua identità di eroe messo al servizio, non soltanto dell’umanità, ma anche di ogni razza aliena che nell’unità della metropoli Alpha ha trovato la globale serenità. Il viaggio porta i due protagonisti a imbattersi nei sopravvissuti del pianeta Mul, in attesa di riottenere l’animaletto e la perla che Valerian e Laureline hanno con loro. Quella di Valerian è una maturazione mentale e psicologica, coronata dall’affetto e dalle parole di Laureline che lo esorta ad allontanare i ferrei e dogmatici precetti militareschi e abbracciare l’empatia provata nei confronti di questi esseri dalla pelle biancastra.

Ella lo invita ad immedesimarsi nel regnante di questa popolazione che ha perduto la sua stessa gente. Nel loro carattere così diverso Valerian e Laureline tendono a completarsi a vicenda e ad aiutarsi a comprendere quanto dovevano scoprire all’adempimento della loro missione. Valerian custodisce e protegge, inoltre, nel suo intimo l’anima della principessa dei Mul, e non è un caso che da essa venga privato solo quando egli porterà la libertà al popolo sopravvissuto.

Quella di “Valerian e la città dei mille pianeti” è una similitudine sull’esistenza, una ricerca sull’amore più puro, quello provato nell’atto del perdono. “Valerian e la città dei mille pianeti”, nelle sue scenografie maestose, nei suoi effetti speciali stupefacenti e nei suoi inseguimenti votati all’azione più incalzante, rilascia un messaggio profondo, quello che anche dopo la tragedia di un’infausta guerra può esserci sempre lo spazio per ricostruire quanto è stato distrutto, per erigere una nuova società dalle macerie, in una collaborazione che verte sull’uguaglianza di ogni tipo di razza, sia essa umana o aliena.

Besson con la sua creatura “Valerian e la città dei mille pianeti” ha centrato l’obiettivo, realizzare una trasposizione graficamente monumentale di una delle storie che aveva amato di più. Una meta, quella di Besson, che non ricercava tanto il successo generale quanto il successo personale, quello di poter dare vita ad una fantasia letta e immaginata, per cui non avrebbe badato a spese. “Valerian e la città dei mille pianeti” è un’opera genuina, intrisa di bontà e terso romanticismo. Besson, suo malgrado, ha trasmesso un’importante lezione: in un volo pindarico come il suo, il sole può non essere il solo pericolo da dover affrontare. L’empio parere del pubblico generale, feroce come un’aquila affamata, può ghermire colui che libra sospeso e divorarlo senza pietà.  “Valerian e la città dei mille pianeti” ha spaccato a metà il parere critico, ed è stato oggetto di scherno, da parte di detrattori famelici, ben più di quanto meritasse, forse per essere stato erroneamente presentato come un successore del visionario “Avatar” di James Cameron.

“Valerian” non si fregia di una narrazione articolata, e non pretende di culminare nell’epicità della più coraggiosa tra le space-opera, gioca sulla semplicità per ricordare ai propri spettatori come si possa sognare con l’autenticità di una manipolata magia visiva.

Oggettivamente la creatura di Besson non vanta il fascinoso approfondimento culturale di “Avatar”, ed è preda di una trama semplice, il che non è conseguentemente un male, raccontata con difficoltà per via di una sceneggiatura strutturata con dialoghi carenti e a volte sempliciotti. Tuttavia, trovo personalmente che i pregi di questo film divertente e sincero, superino i naturali difetti. L’opera di Besson non avrà purtroppo ottenuto il successo che forse sperava, ma resta ugualmente un film meritevole d’essere apprezzato con equilibrio e con uno spirito romantico necessario per attenuare la severità di certi giudizi esagerati.

Nell’ultima scena, Valerian e Laureline, rimasti ormai soli a bordo di una navicella che naviga silenziosa su di un oceano qual è il firmamento sconfinato, possono suggellare il loro futuro matrimonio scambiandosi un appassionante bacio. La loro prima e più importante luna di miele è finita al culmine del loro progressivo innamoramento.

La luce dell’universo si incupisce fino ad ottenebrare la totalità della visione. Sul lato destro compare la dedica di un figlio “a mio padre…”. Besson, che paragono ancora un’ultima volta alla figura mitologica di Icaro, raggiunge il sole e il traguardo che si era prefissato, vale a dire realizzare il sogno di un bambino: dar nuova vita ai propri eroi. Il messaggio finale è la malinconica dedica a un genitore. Besson è stato sospinto nel volo da suo padre, no, non certo da Dedalo, ma dal suo vero padre, colui che gli ha fornito delle ali salde e sicure, non di cera, quando gli fece leggere quel suo primo fumetto che tanto lo coinvolse e lo aiutò a sollevarsi da terra. Besson ha toccato davvero quel sole, riportando soltanto qualche lieve bruciatura, poiché è rimasto fedele a se stesso, al bambino che fu.

L’amore spassionato che viene rilasciato nell’arte e che in questo caso si può percepire osservando “Valerian e la città dei mille pianeti” è il collante che tiene ben ferme le ali alla schiena di ogni sognatore.

Persino la cera faticherebbe a sciogliersi se miscelata alla forza dirompente, inestinguibile dell’amore per la creatività.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Domani, 28 settembre, "Madre!" verrà distribuito nei cinema italiani. L'horror psicologico, disturbante e inquietante, scritto, diretto e co-prodotto da Darren Aronofsky, ha come protagonisti un'intensa e straordinariamente provata Jennifer Lawrence e Javier Bardem.

Il cast comprende altri nomi di assoluto spessore come Michelle Pfeiffer ed Ed Harris.

"Madre!" racconta la tranquilla vita di una coppia che viene messa a dura prova quando degli ospiti inattesi si presentano a casa loro. La trama da poter anticipare è volutamente vaga, "Mother!" sarà, infatti, un'esperienza orrifica da dover vivere e capire mediante l'osservazione di ogni sequenza.

Il film è uscito in America il 15 settembre scorso, ricevendo recensioni molto contrastanti.

"Madre!" vi aspetta al cinema da domani!

Vi lasciamo con il trailer italiano del film.

Redazione: CineHunters

Domani, 15 agosto, si terrà l'anteprima nazionale di "Atomica bionda", il nuovo thriller carico d'azione con protagonista una spettacolare Charlize Theron. Il film verrà poi distribuito nelle sale a partire dal 17 agosto.

Diretto da David M. Leitch, il lungometraggio è un adattamento della Graphic-Novel "The Coldest City".

"Atomica bionda" narra la storia di Lorraine Broughton, una spia del massimo livello dell'MI6, che viene inviata a Berlino alla vigilia del crollo del muro, per smontare una spietata organizzazione di spionaggio che ha appena ucciso un agente sotto copertura, per motivi ignoti. Riceve l'ordine di cooperare col direttore della sede di Berlino David Percival, e i due formano un'incerta alleanza, scatenando tutto il loro arsenale di abilità nel perseguire una minaccia che mette a rischio l'intero mondo delle operazioni di spionaggio dei paesi occidentali.

Il film è stato distribuito nelle sale statunitensi il 28 luglio ottenendo buonissime recensioni critiche.

Vi lasciamo con i due trailer italiani di "Atomica bionda"

Redazione: CineHunters

Gli occhi di Cesare disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era il settembre del 2011 quando nei cinema italiani campeggiava un cartonato promozionale, nel cui centro, a caratteri contenuti, vi era impresso un monito sinistro: “l’evoluzione diverrà rivoluzione”. Una Tagline accattivante, specie se combinata all’immagine che frastagliava dal basso e che finiva poi per occupare l’intero poster. Si trattava di Cesare, immortalato in una posa minacciosa, nell’attimo in cui era prossimo a sbattere con rabbia le nocche sul terreno. Si dipanava così il primo approccio visivo che il pubblico aveva con “L’alba del pianeta delle scimmie”, il primo capitolo di quella che sarebbe divenuta una delle trilogie più belle degli ultimi anni. Poco più di un lustro dopo quel primo, fatidico incontro che ho personalmente avuto io, ma credo così anche voi, con Cesare, la trilogia è giunta a compimento e l’ultimo tassello del puzzle ha trovato il suo posto prescelto su cui far combaciare le proprie scanalature e comporre la totalità del mosaico.

Scrivendo le mie sensazioni e il mio parere in merito a “The War – Il pianeta delle scimmie” non posso in alcun modo esimermi dal lasciar traspirare, in ognuna delle mie prossime parole, l’emozioni provate dall’inizio alla fine della visione del film. Non vorrei limitarmi a dirvi se “The War” sia un buon o un pessimo film, né se a me, in maniera soggettiva, sia piaciuto o meno. Non sarebbe giusto e rispettoso nei confronti di un’opera che fa della complessità del proprio messaggio emotivo il fulcro del diletto dello spettatore. Per trattare di “The War” bisognerebbe anzitutto quantificare quanto riesca ad emozionare ognuno di noi, e solo in seguito dire se e quanto ci sia piaciuto. “The War – Il pianeta delle scimmie” è un’opera che va ben oltre una semplicistica dicotomia tra ciò che è bello e ciò che piace, perché risulta innegabile, anche per lo spettatore meno avvezzo ad apprezzare l’introspezione psicologica e caratteriale di un blockbster del genere, la quantità di sentimentalismo terso, riflessivo, tendente al lirismo che il film raggiunge e che riesce a rendere complementare al resto della saga. “The War” è un lungometraggio che induce all’analisi intima, essendo in grado di innescare un turbinio di sentimenti diversi in ognuno di noi. Il giudizio, di conseguenza, sarà ancor più soggettivo, poiché le scene introverse, quelle che dominano in silenzio, molti degli intensi minuti della pellicola, sono girate opportunamente per far indugiare ogni singolo spettatore a comprendere cosa il vedere quella determinata sequenza, stia generando in lui. “The War – Il pianeta delle scimmie” indaga quindi la bellezza riuscita di un film nella soggettività di ognuno di noi; del resto è ciò che avviene quando si fa dell’emozione analitica il moto dell’intera narrazione.

(Attenzione pericolo Spoiler!!!!)

  • Bugia scimmiesca

“The War” è una grande bugia. Dopotutto fu menzognera anche quella Tagline del film con cui aprivo il mio pezzo. Il terzo capitolo della saga fa sì che venga presentato come un film di fantascienza a carattere guerresco, che pone su due fronti opposti uomo e scimmie. Il che, sarebbe anche vero, se non fosse che la guerra non è che una dannazione cui Cesare e il suo popolo non possono sottrarsi pur desiderandolo con tutte le loro forze. Sono trascorsi alcuni inverni dal tradimento di Koba, lo scimpanzé che minò l’integrità della popolazione di Cesare mettendo in moto una reazione a catena che avrebbe portato allo scoppio della guerra. Cesare, stanco e affaticato dagli anni di stenua sopravvivenza, deve affrontare una nuova minaccia, rappresentata dal Colonnello McCullough (un despotico Woody Harrelson) a capo di un esercito votato alla distruzione delle Scimmie intelligenti. Durante un blitz notturno, il Colonnello uccide senza pietà la moglie e il figlio di Cesare, scatenando in lui un desiderio di vendetta.

Come scrivevo, “The War” è una grande fanfaluca, poiché se vi aspettate da questo momento un film di guerra, di costante azione travolgente e di cruente battaglie che condurranno allo sterminio della razza umana e alla nascita compiuta del pianeta delle scimmie, beh, vi sbagliate. Siete stati ingannati. Siamo stati ingannati. Già, e io direi anche: “Per fortuna!”. Ancora una volta il regista Matt Reeves fa della meditazione e della riflessione drammatica l’anima del suo film, estremamente comunicativo nei momenti in cui lascia che siano i gesti, gli atteggiamenti, gli sguardi e le movenze a dire più di quanto le parole potrebbero mai infondere significato a vocali e consonanti, a frasi e a interi periodi. Il lungo pellegrinaggio di Cesare, dalla sua dimora fino al centro militare in cui alberga il Colonnello, è l’ultima tappa di un ben più corposo viaggio iniziato in quel 2011, quando Cesare nasceva sotto i nostri occhi e veniva allevato tra le amorevoli cure di un padre umano. Quest’ultima traversata, compiuta per la maggior parte del tempo senza la colonia che a lui era così devota, e soltanto con la presenza del fraterno amico Maurice, Rocket, e una nuova, bizzarra conoscenza dal nome di Scimmia Cattiva, è lo step finale verso il raggiungimento della meta esistenziale di questo condottiero. Il popolo di Cesare, privato di un luogo sicuro in cui vivere, è costretto a spostarsi, a vagabondare senza una meta apparente quando l’eco del conflitto apocalittico fa da scorcio a tutto ciò che contempla il loro cammino. Un incedere progressivo e stoico, senza un mentore a dar senso al loro moto. Cesare li ha infatti lasciati per incamminarsi su una via da cui si aspetta di non tornare mai più.

  • Scimmie evolute, uomini regressi

Durante questa sua traversata avvenuta in pieno inverno, tra la coltre bianca nel terreno e la neve che fiocca giù copiosa, Cesare seguita ad essere alimentato dal suo odio. Lo spettro di Koba turba l’animo del protagonista, terrorizzato all’idea di diventare egli stesso colui che ha condannato le scimmie alla guerra. Durante tutto il film si avverte questo mutamento avvenuto nella psiche di Cesare, nato come eroe, guida, divenuto in seguito un capo e un difensore. L’aver abbandonato il suo popolo per inseguire ardenti voleri di vendetta sembrerebbero far pendere l’ago della bilancia verso una metamorfosi in ciò che fu la sua nemesi. Un fatale destino a cui Cesare scamperà ancora una volta grazie alla sua bontà di cuore, che tornerà a battere con la forza di un tempo anche grazie alla vicinanza di Nova, una piccola bambina scampata alla morte per merito di Maurice. Il rapporto di comunanza e comprensione tra Cesare e questo “cucciolo” di essere umano permette al protagonista di comprendere quanto l’uomo non debba necessariamente essere avviluppato da un odio profondo come quello nutrito da Koba, ma che potrebbe ancora esistere una integrazione, o per meglio dire, una tolleranza a debita distanza tra il popolo delle scimmie e ciò che resta della razza umana. E’ un viaggio purificatore quello adempiuto da Cesare. In “The War” le tematiche filosofiche ed esistenzialiste raggiungono vette poetiche di sublime e adamantina magnificenza. Le mirabili cure con cui Maurice alleva la dolce infante a cui darà il nome di Nova, (splendido omaggio al cult del 1968) e le toccanti sequenze in cui un gorilla ornerà il viso della piccola inserendo tra i suoi capelli un fiore rosa, toccano le corde del cuore fino a farle risuonare di una musica triste e malinconica.

E’ l’atto comunicativo tra due mondi che si stanno rovesciando a vicenda. Le scimmie evolute e dotate di fine intelletto e di parola sembrano elevarsi rispetto agli uomini la cui malattia contratta li sta regredendo, facendo loro perdere il dono più grande che la natura abbia mai elargito: la facoltà di parlare. La piccola Nova è muta, si esprime con il linguaggio dei segni imparato da Maurice, il quale invece sta cominciando a parlare fluentemente. Una contrapposizione che però, in questo caso, non erge le scimmie al di sopra degli uomini, anzi. Esse si pongono al pari livello della piccola bambina, come fossero due razze del tutto somiglianti e non solo imparentate come afferma la teoria dell’evoluzione. Qui avviene di fatto un’evoluzione al rovescio, ma come dicevo, che lascia intravedere un aspetto paritario.

Reeves fa delle sue scimmie creature complesse, dalla psicologia ricca e variegata ma anche per lo più buone e generose. Gli uomini, invece, sono figure nette e distinte, mai ambigue, o buone o cattive. Probabilmente il solo difetto del suo prodotto. Tuttavia, questa distinzione chiara, permette alle scimmie di rendersi compassionevoli e rispettose delle persone dolci e buone come la piccola Nova.

  • L’avete distrutta, maledetti per l’eternità, tutti!

Nel celebre explicit de “Il pianeta delle scimmie” del 1968, Charlton Heston urlava al cielo la rabbia e la frustrazione provata nel momento in cui comprendeva quanto la “bestia” uomo avesse arrecato morte al suo stesso fratello, condannando la Terra alla distruzione. Quasi cinquant’anni fa, ci era stato anticipato ciò che sarebbe successo in “The War”. Non sarebbero state le scimmie a condurre una vera e propria rivoluzione che avrebbe soverchiato la razza umana e piegata al proprio cospetto. Le scimmie, invero, ereditarono la terra. Furono gli uomini a distruggersi tra loro. Quello che veniva carpito nel classico del 1968, qui viene reso in modo tangibile in pellicola e avviene sotto i nostri occhi. La sagoma del Colonnello, despota folle e implacabile, che crede di guidare il suo esercito in una guerra santa per epurare la Terra dall’abominio dell’evoluzione scimmiesca e della regressione umana, (egli ordinerà l’assurda strage di ogni uomo che lentamente disimparerà a parlare) è la personificazione di ciò che condurrà gli uomini alla distruzione. Nel disperato tentativo di fermare il suo insano operato, la guerra che scoppierà tra gli uomini mieterà le restanti testimonianze della stirpe, di quella che un tempo fu la razza umana.

E’ questo il più grande inganno del film. Un inganno studiato ad arte fin dal principio, da quando fu scritto “l’evoluzione diverrà rivoluzione”. In “The war” la rivoluzione non avverrà perché come previsto non erano le scimmie a doverla condurre.  Le scimmie non si limitano ad essere spettatrici di questo conflitto, quanto vittime dell’agire dispotico del tiranno di turno. Verranno schiavizzate e con esse anche Cesare verrà deportato in un campo di concentramento, fino al momento in cui il protagonista, troverà la sua personale vendetta col volere del destino.

  • La trilogia de “Il pianeta delle scimmie”

Questa saga reboot de “Il pianeta delle scimmie” si era prefissata l’obiettivo di raccontare una nuova storia, omaggiando quella che fu narrata un tempo. Questo inedito racconto è riuscito ad andare oltre le più rosee aspettative, imprimendo alla mitologia della saga una rinnovata linfa vitale, ancor più drammatica ed evocativa dell’originale. Gran merito della resa scenica di Cesare è di Andy Serkis, vero maestro in questa forma di arte attoriale e interpretativa. I tre capitoli possono essere visti come l’evoluzione psicologica e fisica del protagonista Cesare, un progressivo accrescimento spirituale e mentale che avviene attraverso il cambiamento dell’atmosfera e dell’azione stilistica avvenuta nei tre film. Il primo era un lungometraggio a carattere carcerario, in cui Cesare sperimentava una forma di schiavitù, di prigionia. Dalla sua genuflessione cominciò l’innalzamento. Il secondo capitolo, ancor più cupo, assunse i contorni del grande film fantascientifico e bellico. Cesare da ribelle divenne guida e voce di un popolo in un mondo post-apocalittico. In quest’ultimo capitolo, ancora un nuovo cambiamento condurrà il primate ad ascendere al proprio destino di messia di una nuova razza dominatrice del pianeta.

  • Cesare, condottiero e messia

“The War” è l’ascesa conclusiva di Cesare, paragonabile, a mio giudizio e con le proporzioni del caso, alla figura di Mosè. Come il profeta, anche Cesare deve guidare il suo popolo verso la salvezza, verso una nuova terra, scampando alla schiavitù, ad una nuova forma di prigionia in un campo di lavoro e di sterminio. Cesare per tutta la sua esistenza predicò pace, giustizia, pietà e rispetto. Incitò al combattimento soltanto se estremamente necessario, e si ricongiunse alla sua integrità morale e buonista sul finale. Non è un caso che verrà ferito a morte da un uomo da lui stesso risparmiato. Cesare non doveva morire in battaglia contro un acerrimo avversario, ma doveva invece essere sconfitto da colui che non meritava la sua clemenza, l’uomo crudele. Cesare non volle mai generalizzare e continuò ad essere un capo misericordioso, quella medesima misericordia che riacquistò per merito di un essere umano, questa volta, magnanimo: Nova.

Una volta raggiunta la mistica terra promessa, a Cesare non sarà concesso di poter ammirare cosa diventerà la stirpe da lui salvata. Come accadde a Mosè, anche a Cesare è impedito “l’accesso” al futuro del suo popolo, una volta divenuto forte e indipendente. Cesare, ferito e sopraffatto da una vita di dolore e resistenza, si spegnerà progressivamente, cadendo senza vita all’alba di un nuovo giorno, di una nuova era, che lui stesso ha garantito: l’alba del pianeta delle scimmie.

  • Conclusioni

“The War – Il pianeta delle scimmie” è il meraviglioso ultimo atto della trilogia di fantascienza migliore degli ultimi anni. Imponenti sequenze d’azione, spettacolari esplosioni e combattimenti adrenalinici per la sopravvivenza sono la scarlatta carta da regalo che Matt Revees confeziona per celare al suo interno un dono di grande valore per gli amanti del genere. “The War” nel suo ritmo compassato è un elogio continuo alla riflessione umana e all’empatia. Un film che mi ha toccato davvero il cuore. Per tale ragione, in questi ultimi passi, continuo a dirvi che non dovrebbe essere limitato ad una mera valutazione critica, perché, per quanto ogni singolo fotogramma riesca ad emanare un mirabile valore emozionale andrebbe prima di tutto giudicato più che con la mente col cuore, per chi ha provato certe riflessioni solo grazie agli stimoli che ogni battito provocato dal film è riuscito a dettare.

Ma se proprio una recensione personale debba richiedere un giudizio numerico… allora il mio voto è senz’altro di 9 su 10.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potrebbe interessarvi il nostro articolo sul classico del 1968 "Il pianeta delle scimmie: una recensione in prima persona: viaggio in soggettività nella solitudine dell'ultimo rimasto". Potete leggerlo cliccando qui

Vi potrebbero interessare:

Oggi, 13 luglio, con un giorno d'anticipo rispetto alla distribuzione americana, è in sala "The War - Il pianeta delle scimmie", il terzo capitolo della saga reboot de "Il pianeta delle scimmie". Il film sarà nuovamente diretto da Matt Reeves e si pone cronologicamente dopo gli eventi di "Apes Revolution".

Cesare e la sua colonia sono coinvolti in una battaglia con un esercito di soldati umani. Quando le scimmie subiscono pesanti perdite, Cesare lotta istintivamente come se volesse vendicarsi della sua specie. La battaglia contrappone Cesare contro il leader degli umani, uno spietato colonnello, in un incontro che determinerà il destino della loro specie e il futuro della Terra.

Alla sua première, il lungometraggio è stato accolto con pareri molto positivi.

Vi lasciamo con il trailer del film:

Redazione: CineHunters

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: