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"Joker" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Arthur, l’uomo nello specchio

Cosa mostra uno specchio? Ciò che ha dinanzi a sé, risponderebbe qualcuno.

In effetti, esso riflette ciò che vede, l’apparenza, la pura esteriorità. Ciascun specchio possiede l’abilità di replicare un gesto, di ricambiare uno sguardo, di duplicare semplicemente una sagoma. E lo fa con distacco, con gelida austerità. Lo specchio copia un’immagine, riproduce un corpo, ma non coglie l’intimità, il carattere, la personalità di chi si pone al suo cospetto. Esso si limita a “bissare”, a sdoppiare le epidermiche sembianze. Talvolta, chi osserva attentamente la propria figura davanti ad un vetro fatica a riconoscerla come vorrebbe. Una ruga di troppo o un affanno marcato sulla pelle possono mutare il riflesso, sino a renderlo diverso, inaspettato.

Scrutando uno specchio, una persona nota se stessa, prigioniera di quei contorni. In alcuni romanzi di fantasia, gli specchi sono soliti riflettere soltanto gli esseri umani che sono ancora in vita, o per meglio dire, i corpi che custodiscono, come scrigni, un’anima. In tali racconti, i vampiri non possono essere rispecchiati da una qualunque superficie riflettente. Essi, infatti, sono deceduti, non possiedono più alcun barlume di umanità e, per tale ragione, lo specchio decide di non rimandare i loro aspetti, di non riprodurre i loro profili. I vampiri non esistono davvero, hanno perduto il dono della vita e permangono sulla Terra malgrado la loro natura. Di conseguenza, lo specchio, come se fosse un oggetto investito dal peso della ragione, sceglie volutamente di non ricreare la loro parvenza.

La pellicola “Joker” comincia proprio con un uomo che contempla se stesso dinanzi ad una levigata superficie riflettente. Arthur Fleck siede a un tavolo da trucco e guarda dritto davanti a sé. Mira la propria faccia, pallida e triste. Prova, allora, a mutare l’espressione del suo volto accorato, spingendo le proprie labbra verso l’alto, sino alle gote, ma è tutto vano. Non appena cede allo sforzo, la bocca ritorna alla posizione naturale, e dagli occhi scendono giù gocce di liquido trasparente. Per tutta la vita, Arthur non ha vissuto un solo momento di appagamento. Costui arrivò, persino, a interrogarsi circa la propria reale esistenza. Questo dubbio non poteva avere un fondato riscontro, poiché lo specchio seguitava a mostrare la sua forma. Arthur non era un defunto che errava senza scopo, lo specchio, in tal caso, non lo avrebbe riflesso. L’immagine che vedeva nello specchio doveva garantirgli la sua tangibile esistenza ma non gli bastava.

Quella stessa superficie palesava i suoi dolori, li rendeva nitidi, esteriorizzava in modo cristallino i supplizi che egli tollerava giorno dopo giorno e che gli scavavano sempre di più il viso. Arthur cercò, allora, di coprirli con il trucco. Intrise la pelle nel candido cerone, attorno agli occhi disegnò delle lacrime azzurre e cosparse, infine, le labbra di rosso. Arthur si truccò da clown per celare lo strazio, per indossare una maschera comica che potesse occultare la mestizia dell’animo. Lo specchio continuò a rifletterlo, ma della sua fisionomia avvilita non era rimasto che un impercettibile accenno, sepolto sotto l’abbondante uso del cosmetico. Adesso, la faccia gioiosa di un pagliaccio e non più di un uomo disperato veniva plagiata dal freddo materiale sorretto da quel tavolino. A quel punto, Arthur smise d’osservarsi, si rimise in piedi ed entrò in scena.

Arthur è un cittadino qualunque di Gotham City. Giorno dopo giorno, egli si trascina via, lungo strade affollate, schiavo delle proprie turbolenti angosce. Alienato, fortemente disturbato, questi percorre giornalmente una lunga scalinata per tornare nella propria dimora, una sudicia casa situata nei bassifondi della città. Per una sorta di bizzarra e cruda ironia, Arthur soffre di un particolare disturbo mentale che lo porta a scoppiare a ridere in maniera fragorosa ogni qual volta avverte uno stato emotivo di forte tensione. Le sue risate appaiono come una sorta d’incontrollabile riflesso condizionato. Arthur ride freneticamente, senza mai volerlo, tenta di soffocare il proprio insano riso senza poterci mai riuscire. Le risate lo torturano, si stampano sulla sua faccia nei momenti meno opportuni e scompaiono solamente dopo un tempo lungo ed un’attesa estenuante.

  • La salita scenica dalla morte alla vita

Sin dalla più tenera età, Arthur sogna di diventare un comico e di spargere gioia e felicità in tutto il mondo. I suoi sogni, però, sono destinati a scontrarsi con una dura e repressiva realtà. Da che ha memoria, Arthur ha vissuto nella povertà, vittima di una società opprimente che schiaccia i deboli sino a ridurli allo stremo. Arthur, abitualmente, si reca ad incontrare una psichiatra, presso i servizi sociali. La dottoressa, di per sé, non lo ascolta minimamente, sembrando del tutto incapace di comprendere i tormenti che affliggono questo delicato paziente. Arthur ne è consapevole ma riesce comunque a trarre conforto da questi incontri grazie alla possibilità di poter avere accesso a delle medicine, che tengono a bada i suoi disturbi. Tuttavia, quando il governo di Gotham deciderà di tagliare i fondi ai servizi sociali, Arthur si ritroverà completamente solo, privo dell’accesso ai medicinali che frenavano i suoi primordiali impulsi. Il disagio mentale, dunque, si acuirà in lui.

Per settimane, Arthur subisce le aggressioni dei teppisti per strada, patisce le angherie dei colleghi. La rabbia dell’uomo, il livore verso una società assenteista che volta le spalle al cittadino più bisognoso, che calpesta il povero divorandolo mentre giace, inerme, a terra, fagocitandolo in una morsa, si esacerbano nel suo cuore, che continua a battere sebbene non produca più alcun sentimento. A lungo andare, Arthur diviene un essere freddo, distaccato, pericoloso. Egli abbraccia pienamente la “morte” per intraprendere una nuova vita, la sua prima vita. Arthur, che non si era mai sentito vivo, accetta definitivamente l’inesistenza della sua parte umana e rinasce con una nuova veste. Joker vede la luce dal buio di una società sordida. L’omicidio, la perpetuazione della morte, divengono le fonti con cui Arthur attua la propria rivalsa. Da vittima, egli sceglie di assurgere ai ranghi del truce, dell’assassino che perpetra un delitto per un intangibile senso di vendetta.

Ed è proprio un agire vendicativo quello di cui Arthur si farà dispensatore. Una vendetta che troverà sfogo nei riguardi dei ricchi, dei potenti, di coloro che hanno genuflesso gli altri, i più deboli. Joker diventa, così, un simbolo della lotta di classe, un emblema per il ceto meno agiato. Sul finire delle tragiche vicende, il personaggio cardine dell’opera conquista la fama, l’attenzione che tanto aveva agognato, ma in un modo del tutto differente da come, in principio, si era auspicato. Non sarà con il riso, sarà con l’attuazione dell’orrore che egli diverrà popolare. Arthur, infine, non porterà gioia nel mondo ma anarchia, terrore. Dinanzi ad una città in fiamme, preda di un gregge famelico, di una mandria imbizzarrita, Arthur non proverà disgusto, bensì riderà. Per la prima volta davvero. Egli non avrà più bisogno di sospingere le proprie labbra con le dita, sino alla parte più alta delle guance. Gli basterà sporcarsi la bocca di sangue e ghignare sadicamente. Il riso, per lui, sarà, finalmente, una reazione naturale.

Nel crescendo del film, la lenta ed estenuante trasformazione di Arthur in Joker viene inscenata come se fosse una prolungata ascensione piuttosto che una caduta nel vortice della follia. La metamorfosi del protagonista viene celebrata come un trionfo. Quella di Arthur è stata, infatti, una lunga salita verso una vetta su cui nessun altro avrebbe potuto mai spingersi. Con fatica, rantolando, subendo le offese, le denigrazioni, gli insulti, le prepotenze del prossimo, Arthur salirà sempre più in alto. Una volta raggiunta la cima di questa piramide eretta dall’insoddisfazione, Arthur vedrà finalmente se stesso, il proprio vero riflesso nello specchio, ed otterrà la sua ambita libertà. Trasformandosi in Joker, Arthur guadagnerà il culmine della “scalinata”, una scalinata del tutto simile a quella che egli percorreva quotidianamente, la stessa scalinata su cui danzerà, una volta indossate le vesti e assunti i colori del clown, principe del crimine, sulla propria pelle.

In quanto reietto, abbandonato, maltrattato, Arthur inizia la sua storia dal basso, dai ghetti, dalle periferie desuete e dismesse. Lasciandosi andare alla propria follia, accogliendola come l’unica possibilità di esistenza per poter affrontare un mondo oscuro e minaccioso, Arthur giungerà alla sommità del picco, e da lassù vedrà tutta la realtà da una nuova prospettiva; un punto di vista aberrante, in cui la mostruosità combacia con l’ordinaria normalità. Il vortice che trascina Arthur verso la pazzia, invece che farlo precipitare, lo conduce sino all’acme. Pertanto, egli diviene “speciale” una volta mutato in un pazzo omicida, un animatore di folle che fa della violenza la propria arma di seduzione. E’ questa la schiacciante parabola di “Joker”. L’inquietante messaggio che il film rilascia in merito al personaggio ispirato ai fumetti DC Comics viene incarnato dalla metamorfosi di quest’uomo indigente, di questo disagiato trascinato sino allo sfinimento, che rinnova se stesso in qualcosa d’inaspettato, d’orrido, di abominevole.  

  • Gotham City, una metropoli finta

Joker” è un film confezionato a regola d’arte, un grandissimo esempio di cinema. Una produzione coraggiosa, provocatoria, che fa breccia in maniera dirompente, fragorosa, roboante. “Joker” è il frutto di una lavorazione ardita, temeraria, da cui si origina una ventata d’aria fresca in un genere cinematografico divenuto saturo e consueto. Vanta un’interpretazione straordinaria, impressionante, decisamente coinvolgente, una regia notevole, una fotografia estremamente suggestiva: tanti elementi che elevano il lungometraggio su molte altre produzioni contemporanee. Senza alcun dubbio, Joaquin Phoenix convoglia in sé l’essenza dell’intero film. La sua stupefacente, sbalorditiva, dolorosa, conturbante e commuovente resa scenica di Arthur costituisce il nucleo dell’intero lavoro. “Joker” è un film che colpisce, che si appiccica addosso e non si stacca più.

L’ultima fatica del regista Todd Phillips e della Warner Bros è da considerarsi un risultato notevole, eccellente, un prodotto che si regge totalmente sulle spalle infossate, gracili, del suo attore principale. Un’interpretazione magistrale, una regia che omaggia i cult del passato, una colonna sonora da brivido, una scenografia bellissima, una fotografia favolosa, più fredda nella prima parte, quella introduttiva e analitica, più calda nella parte restante, in cui il Joker calcherà il suolo di Gotham col suo incedere rovinoso e letale, sono tutti questi che ho appena elencato i punti di forza di quest’opera, imponente nella sua realizzazione.

"Joker, ritratto in bianco e nero" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Joker” è una pellicola imperdibile, ciononostante non è esente da qualche carenza, da qualche limite, da qualche difetto sparso. Il film si concentra quasi esclusivamente sull’approccio introspettivo. Tale approfondimento psicologico, pur essendo lungo, attento, minuzioso, valevole cede, in alcune scelte, alla banalità, cominciando dal modo in cui i personaggi secondari, coloro che spingeranno Arthur verso l’orlo della pazzia, vengono delineati sullo schermo.

Tutti i personaggi di contorno con cui Arthur interagisce sono monodimensionali, e hanno un solo e comun denominatore: sono tutti cattivi. Quasi tutti i caratteri che Arthur incontra sul proprio cammino lo trattano male, lo aggrediscono. Costoro gli negano aiuto, gli evitano garbo e gentilezza. Ognuno di essi mostra il carattere di un egoista, di un insensibile, di un crudele e di un irrispettoso. Che siano avventori incontrati tra le vie di Gotham, partner di lavoro, oppure presunti amici, essi sono vere e proprie figure malvagie, che non esitano a picchiare, ad insultare, a svilire. Ognuno, a modo suo, finisce per arrecare dolore al protagonista, alimentando in lui la diffidenza e l’avversione verso il prossimo. Non c’è bontà, non c’è affetto, non c’è neppure amore nei cuori dei cittadini di Gotham. Quasi nessuna delle personalità mostrate nel film risulta essere diversificata.

Il cineasta Todd Phillips presenta al suo pubblico un mondo ben preciso, tremendo, caliginoso, cupo, fosco, in cui non vi è alcuna speranza. Un mondo sciatto, una metropoli sozza, colma di reietti, di criminali, di parvenu corrotti, di persone comuni prive di alcuna sensibilità, di politici che perseguono soltanto i propri interessi, di ricchi egoisti, in altre parole: un mondo ricreato ad hoc, finto, estremamente stereotipato.

  • Un padre “mortificato”

In questo scenario così uniformato, così appianato, in cui vengono soltanto rimarcate le differenze tra i poveri ed i ricchi, viene banalizzata la figura di Thomas Wayne, ridotta anch’essa ad un mero stereotipo. Il padre di Bruce è una figura, sovente, citata nella prima parte del lungometraggio, una sagoma incerta che verrà via via presentata e rivelata. Anch’egli viene mostrato come un uomo freddo, egocentrico, aspramente indifferente verso i problemi dei più deboli, praticamente l’esatto opposto di come il personaggio è stato storicamente tratteggiato tra le pagine dei fumetti. Thomas Wayne, il papà del futuro paladino di Gotham, è sempre stato descritto come un uomo di buon cuore. La virtù identificativa dei genitori di Bruce, Thomas e Martha Wayne, è sempre corrisposta all’incondizionata bontà. Ambedue sono sempre stati rappresentati come persone visceralmente buone, attente, prodighe, gentili, perennemente disposte a sfruttare il loro potere, la loro ricchezza, le proprie influenze per supportare i più sfortunati, i bisognosi d’aiuto. Nei fumetti, Thomas e Martha non vengono mai disegnati e caratterizzati come i tradizionali “ricchi” che pensano solo ai propri interessi, i miliardari che covano menefreghismo e senso di superiorità nei riguardi dei meno abbienti.

In “Joker”, Thomas Wayne subisce un netto appiattimento, perdendo tutte le caratteristiche che lo rendevano tanto speciale nella mitologia di Batman e, in particolar modo, nel cuore e nei ricordi di Bruce Wayne. Thomas viene, conseguentemente, livellato, adattato al luogo comune del magnate indifferente, superficiale, dell’uomo disinteressato alle difficoltà della povera gente. Sebbene voglia candidarsi a sindaco per risolvere i gravi problemi che affliggono Gotham, Thomas, nel film, non viene mai inquadrato sotto una luce positiva, al contrario la sua persona giace in bilico tra la superbia e l’arroganza. Ma egli, come già detto, non è il solo ad andare incontro a questo simile fato. Sono tutti i comprimari del personaggio principale a subire tale processo di abbattimento. Per giustificare i cambiamenti di Arthur, per generare il processo di “empatizzazione” tra lo spettatore ed il Joker, il regista ha scelto di rendere gli altri simili ad esseri imperturbabili, spietati, cinici, isolati, creature fatte di pietra, sacrificando l’oggettività, il realismo, e minando, così, il taglio veritiero di una storia che mira proprio ad essere più attinente al “vero” possibile. Del resto, il regista sceglie di raccontare la storia con gli occhi di Arthur, limitando intenzionalmente la parzialità del tutto. Gotham non è quindi facilmente capibile se non per impressioni indeterminate.

  • Le follia di Arthur, da “Taxi Driver” a “Joker

Todd Phillips confeziona un’opera citazionista, un lungometraggio intenso, potente, maestoso, valevole, tremendamente emozionante. Un’opera destinata a divenire una pietra miliare del genere. “Joker” nasce con l’intento di narrare le origini di un antagonista, mostrando, da un punto d’osservazione piuttosto ravvicinato, l’animo, lo spirito, l’interiorità di un uomo malato e tutto il susseguirsi degli eventi che lo hanno portato sul baratro della pazzia. Questa analisi viene condotta con grandi intenti ma, talvolta, finisce per arenarsi nella prevedibilità. La pellicola è permeata da alcuni cliché, è strutturata con schemi già visti ed utilizzati (“Taxi Driver” e “Re per una notte”), da motivi ripetuti, e apporta poco di straordinariamente originale al contenuto se non alla forma.

L’approfondimento psicologico che l’opera esegue sul personaggio di Joker evoca il dramma, lo spasimo, il martirio di una creatura angustiata. Emotivamente, il film genera un senso di commozione, di pietà, d’intenerimento nei confronti del povero Arthur fino a quando, naturalmente, egli non eccede, “tradendo” le proprie vestigia umane per evolversi in un mostro. Le cause che spingono Arthur a cedere alla liberatoria follia omicida vengono scandagliate meticolosamente. I traumi infantili, il senso di abbandono, la solitudine, le speranze disilluse, i tradimenti e gli scherni perpetrati dalle figure di riferimento, la madre e il comico Murray, idolo di Arthur, sono questi appena riportati i fattori scatenanti che piegano le resistenze del povero derelitto. Queste sorgenti che provocano un acuto dolore al protagonista permettono allo spettatore di ben comprendere la desolazione che dilania la mente ed il cuore di Arthur, risultando efficaci ma anche leggermente scontate. Non vi sono risvolti inattesi, eventi inaspettati o circostanze sorprendenti a generare Joker. Sono tutti tormenti prevedibili, traumi pronosticabili, violenze intuibili semplicemente immaginando a priori cosa potesse aver condotto Joker a diventare ciò che tutti conosciamo. Tutto viene trattato con profondità, con attenzione, con rispetto, ma, ad un’occhiata più arguta, si nota come questo tutto sia un qualcosa di sensibilmente significativo ma ugualmente risaputo. Nella sua origine, esposta in una maniera così plateale, il Joker di Phillips perde l’alone del mistero. Pur ricercando un’accurata originalità, il copione plasma un malvagio non prettamente diversificato dagli altri, un ennesimo pazzo divenuto tale perché ingannato dalla madre, abusato nell’infanzia, respinto sul lavoro, obliato dagli altri. In Arthur non si percepisce l’unicità, l’esclusività che ha il Joker fumettistico. 

 “Joker” vuol narrare la gestazione e il parto di un essere perfido, della nemesi di un grande eroe. Ma riesce a mostrare realmente il Joker?

Cos’è che rende Arthur il Joker? Cos’è che differenza questo protagonista da, ad esempio, Travis Bickle, il personaggio principale di “Taxi Driver”, opera basilare a cui “Joker” si ispira nettamente nello stile e nell’esecuzione?

L’evoluzione che investe i due personaggi, Arthur e Travis, è molto simile, tanto da essere sovrapponibile. Entrambi, emarginati, si trascinano, notte dopo notte, fra le periferie cittadine. Via via che osservano la realtà sotto una nuova lente, comprendono gli orrori, le depravazioni di una metropoli malata, repleta di cittadini perversi ed incurabili. Entrambi vengono lasciati soli, condannati ad avere come unica compagnia la loro voce interiore che li tormenta, li agita, li esaspera. L’uno e l’altro hanno facilmente accesso ad un’arma che diverrà il mezzo con cui veicolare il loro odio, il modo con cui incanalare la propria ira. Dunque, facendo le dovute proporzioni, cosa differenzia davvero Arthur da Travis? Perché chiamiamo Arthur “Joker”? Perché ce lo suggerisce semplicemente il titolo? Perché Arthur decide d’appellarsi in tal modo o perché s’impasticcia il viso come un burlone?

Qual è il confine che separa Arthur da Travis? Dov’è la differenza tra i due se non in un semplice espediente simbolico dato dal trucco scenico?

  • Arthur Fleck è il Joker! E perché lo sarebbe?

Cosa possiede Arthur del Joker? Poco, in realtà. Egli è una versione alternativa, realistica, il prodotto di una società deforme, la personificazione di un dramma intimo, di una sofferenza immane che sfocia nell’apatia. Il Joker di Phoenix è un’incarnazione diversificata, adattata alla realtà ordinaria, ma proprio per tale ragione dobbiamo domandarci: cosa rende Arthur il Joker?

Arthur non è il Joker, è un uomo qualunque. Ed è questa la “morale” più spaventosa del film in sé. Tutti noi potremmo essere Joker! Joker è una ferita lacerante che non può essere rimarginata, un trauma insuperabile che libera i mostri interiori. Anche l’uomo comune, il meno adatto, può diventare Joker se va incontro ad una serie di eventi devastanti. Il tutto può consumarsi in una sola, nefasta giornata. E’ una grigia giornata a rompere ogni freno inibitore e a scatenare gli anarchici desideri di libertà.

Persino il Joker dei fumetti viene presentato come un uomo qualunque. Ma, se vi soffermate un attimino a pensare, anche gli stessi supereroi, in genere, sono uomini qualunque: persone ordinarie a cui accade qualcosa di straordinario. Un incidente in laboratorio, un imprevisto, un evento inconsueto trasformano una esistenza normale in un qualcosa di profondamente nuovo. Anche il Joker era un essere come tanti altri. Ma il film “Joker” dimentica una parte fondamentale dell’evoluzione di questo villan: l’incidente. Il tuffo nel vascone contenente le sostanze chimiche è l’elemento di svolta, l’accadimento che segna la vera nascita del Joker. La storia del famoso antagonista non deve essere vincolata a questo episodio, naturalmente. Tuttavia, il Joker non sceglie di truccarsi, il trucco gli viene imposto. Ed è proprio nella deturpazione estetica che il Joker vede la propria nascita. Il suo viso imbrattato, alterato, insudiciato in maniera irreversibile rappresenta la fine, un qualcosa da cui non si può più tornare indietro.

Joker, una volta emerso dalla pozza chimica, scruta il suo riflesso ed impazzisce. In quell’attimo, la vita gli appare come un gigantesco ed assurdo scherzo. L’uomo, disperato, si ritrova con il viso avvolto da una miscela di colori: la pelle è chiazzata di bianco, le labbra di rosso, i capelli di verde. E’ tutto così assurdo e grottesco che il Joker comincia a ridere. Nel proprio riflesso, Joker vede il macabro riso maligno di un destino crudele e beffardo. Per lui, non resta che ridere, che accettare l’ironia della situazione.

Il trucco da clown non è un’opzione vagliata e decisa, non è una pittura da battaglia né un simbolo da competizione, ma è una tragedia che ha mandato in cocci la sua ragionevolezza. Joker avverte la follia dentro di sé, ma è la bruttezza estetica a farlo inorridire, poiché da quella non vi è più scampo. Lo stesso Joker di Heath Ledger, sebbene non avesse davvero il volto tempestato di colori, nutriva un’ossessione per le proprie cicatrici. Esse gli avevano eternato la faccia, l’avevano fermata in un sorriso agghiacciante. Egli pativa una fissazione per le sue cicatrici e, di volta in volta, inventava una storia diversa su come aveva subito tali ferite. Il Joker nasce Joker dal dolore interno, dalla pazzia intima, ma anche e soprattutto dall’orrore esterno mirato sul proprio corpo. Nella sua estetica deturpata, il Joker vede il proprio squilibrio interiore, per molto tempo domato, represso, sopito, fuoriuscire improvvisamente in tutta la sua irruenza. Nel suo volto, bloccato in un ghigno innaturale e costante, Joker ammira l’insania che aveva all’interno e che adesso è trasbordata fuori, attaccandosi con quei colori sgargianti alla sua epidermide.

Al Joker di Phoenix manca questo evento, ciò che rende Joker pienamente Joker: l’aver subito una bizzarra disgrazia fisica. Il Joker di Phoenix non ha il volto stretto in una risata perpetua, sceglie volontariamente di mascherare il proprio viso. Egli non è costretto a diventare Joker, sceglie di esserlo. Ma è la semplice la scelta a renderlo tale?

Il Joker del fumetto subisce questa bislacca sciagura proprio perché la storia di questo criminale vuol suggerirci che non è soltanto un uomo normale a poter diventare Joker. Invero, è un uomo normale a cui succede qualcosa di tremendamente anormale a poter diventare Joker. Un episodio che trasforma un volto comune in una maschera comica partorisce Joker.

Il “giullare” interpretato da Phoenix salta totalmente questo processo di iniziazione. Egli sceglie di diventare Joker truccandosi semplicemente, ma è come se non lo diventasse mai realmente. Questo perché l’ironia sadica del Joker, la sua verve originale, il suo senso dell’umorismo crudele, cruento ma pur sempre artistico, non emergono in lui. Tutte queste distintive caratteristiche che differenziano tale villan dal comune sociopatico, dal semplice “matto”, dal consueto criminale efferato, in quest’ultimo adattamento non vengono affatto evidenziate se non per impercettibili richiami. Il Joker di Phoenix è uno squilibrato, un maniaco, uno psicopatico con una maschera di trucco, così come possono esserlo tanti altri disseminati per il mondo. Mirando l’azione finale del Joker di questo lungometraggio si vede soltanto violenza, torbida, oscura, vendicativa, ma pura e semplice violenza, nient’altro. Ed il Joker è anche di più!

  • L’ironia del clown: “Niente battute?! Sharpy, ma ha letto la mia cartella clinica?

Il Joker di Phoenix è diverso, in svariati aspetti. Questo lo dimostra anche la scelta che il personaggio compie nel selezionare le proprie vittime, i propri omicidi calcolati. Egli uccide chi gli ha mosso ingiuria, chi lo ha offeso, chi è stato scortese con lui. Fredda il proprio idolo, reo di volerlo prendere per i fondelli e risparmia il suo vecchio collega affetto da nanismo, poiché l’unico a non averlo mai deriso. Scelte che poco hanno a che vedere con la glaciale indifferenza del Joker.

Con quanto sto scrivendo non sto, di certo, affermando che il Joker del film del 2019 non sia un vero Joker. Nei fumetti, il personaggio possiede notevoli incarnazioni e non esiste una versione univoca e totale, or dunque l’interpretazione di Phoenix va intesa come un qualcosa di nuovo, d’apprezzare in qualunque caso. Detto questo, la vena scherzosa, beffarda, tagliente resta un elemento che è faticoso non riuscire a trovare in Joker. Quella di Phoenix è certamente una versione degna, riuscitissima, potente, che verrà amata, venerata dai fan e dai cinefili sparsi per tutto il globo terrestre. E’, a mio dire, semplicemente una versione troppo generica, troppo poco fumettistica, talmente realistica da far svanire i caratteri del fumetto da cui il Joker è tratto per divenire un personaggio non più da carta stampata ma solo e soltanto da cinema. Pertanto, un cattivo adattabile a tanti altri film, a tante altre trame, un personaggio che non vanta l’unicità del Joker cartaceo. L’opera finisce, di conseguenza, per creare un cattivo sinistro, lunatico, complesso ed articolato, ma non il Joker nella sua veste classica, conosciuta, iconica.

Il riso misto al terrore, l’ironia miscelata alla paura, la lucidità alla follia, il macabro all’idilliaco: è questo che rende Joker se stesso. Senza la sua inimitabile ironia, il Joker perde la sua caratteristica di base. Sacrificando la burla, l’insana comicità, si perde il Joker. Vi è tanto dolore, tanta rabbia, tanta ira nelle parole proferite dal Joker di Phoenix, ma non vi è nessuna vena macabra nella sua parola, soltanto bile, sdegno, furore. Questo è, in parte, giustificabile tenendo presente che questo film si limita solamente a narrare un inizio, ma non basta. Guardando questo film si vede l’agire di un disagiato, un reietto, di un abbandonato, un disilluso con problemi psichici che trova nella brutalità un modo per potersi sentire vivo. Se questo Arthur non avesse il volto truccato da Joker, perché dovremmo riconoscerlo, indicarlo come tale?

Nella pellicola di Todd Phillips si avverte la paura di far ridere, di usufruire della goliardia del Joker, come se essa fosse una caratteristica che ne mina la serietà, il terrore che il Joker dovrebbe alimentare. “Joker”, fotogramma dopo fotogramma, crea e modella con grande perizia la genesi di un qualunque disagiato, di un qualunque sofferente, sacrificando le restanti caratteristiche di una personalità che è estremamente precisa, iconica ed unica sin dall’esordio. Non vi è ironia, giocosità, spirito nel Joker di Phoenix proprio perché il suo personaggio si attiene con tutte le sue forze ad un taglio realistico. Ma così facendo, la fantasia, l’inventiva, l’originalità del fumetto vengono neutralizzati.

Todd Phillips, pur con tutti gli innegabili meriti della sua eccellente opera, non ha avuto l’audacia che ebbe Tim Burton quando, con il supporto di Jack Nicholson, portò in scena la follia artistica, senza freni, ironica, raccapricciante, funebre eppure ugualmente in grado di strappare un sorriso, del Joker. E’ molto più facile portare in scena la violenza, la perfidia di un personaggio che ricerca solo la vendetta, piuttosto che mostrare un antagonista che, nell’ironia, nel surrealismo ha la propria caratteristica imprescindibile. Anche in un contesto concreto, veritiero, pragmatico, realistico come quello della recente opera filmica sarebbe stato certamente possibile mostrare, sul finale, un Joker sarcastico, irridente, sardonico, caustico nel consumare le proprie atrocità sempre col sorriso sulle labbra. Un Joker che, dal dolore sopportato, avrebbe fatto fuoriuscire il proprio dirompente, insano e fatale buonumore.

Il Joker di Todd Phillips rinuncia alla comicità perché è cosciente di una grande verità: con l’ironia non si anima realmente la folla, la si ravviva, maggiormente, con la cruda violenza.

"Arthur Fleck, il Joker umano" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Considerazioni finali

 “Joker” non è la storia del Joker. E’ la storia di un uomo abbandonato, di un qualunque di noi esseri umani. La sostanza del Joker, la parola del Joker, la sua immagine, non sono che una metafora, un pretesto per immortalare, su di un nastro di celluloide, la tragedia di un ragazzo che voleva diffondere gioia e serenità ma finirà per elargire morte, nichilismo, sovversivismo.

L’opera filmica partorisce un Joker umano, un’allegoria più che un vero carattere. “Joker”, più che un film sul personaggio in sé, è, infatti, da considerarsi un thriller psicologico che usufruisce dell’appellativo “Joker” per estendere la propria analisi all’uomo normale, al negletto, al cane di paglia stanco d’essere vessato. Una volta intuita questa verità, si può affermare, in conclusione, che “Joker” sia un film non rivoluzionario ma ottimamente realizzato, compassato, greve, angoscioso, un tripudio di buonissimo cinema e meriterà gli Oscar che, con ogni probabilità, porterà a casa. Da fan sfegatato della DC Comics ne sarò felicissimo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Passi spediti, fiato corto. Una ragazza rantola nel buio, spaventata, per scampare a una banda di malfattori. Esausta, la giovane si spinge fino alla stazione di Shinjuku. Lì, si sofferma dinanzi ad un’imponente lavagna che campeggia, tacita, tra il mormorio della folla. Indecisa sino all’ultimo, la giovane sceglie di chiedere aiuto, scrivendo sulla lavagna tre lettere dell’alfabeto: XYZ.

Ryo Saeba e Kaori Makimura raggiungono la stazione, imbattendosi nella loro nuova cliente, Ai Shindo, modella ed ex studentessa di medicina. Quest’ultima riferisce ai suoi prossimi protettori d’essere perseguitata da un gruppo di loschi figuri, alla ricerca di una misteriosa "chiave" collegata al Moebius, una tecnologia avveniristica a cui il padre di Ai stava lavorando prima d’essere assassinato. Ryo, come da consuetudine, ispeziona la fanciulla con il proprio piglio molesto e ne resta irrimediabilmente attratto. Da lì in poi, l’investigatore cercherà in tutti i modi di conquistarla, bersagliandola di continuo e venendo, prontamente, fermato dalla lesta e vigile Kaori, sempre più delusa, sempre più… gelosa.

Nel frattempo, Kaori viene avvicinata da Shinhi Mikumi, un suo caro amico d’infanzia che vuole intrecciare con lei una relazione romantica. Davanti a questo possibile scenario, Ryo non batte ciglio, per l’incredulità della stessa Ai Shindo, convinta che Ryo provi per Kaori una mal celata attrazione. Una sera, Ryo conduce Ai in un elegante ristorante in cui, a pochi tavoli di distanza, la stessa Kaori sta cenando con il suo spasimante. Ai inizia a scandagliare il suo interlocutore, Ryo, con lo sguardo. Questi è divenuto laconico come non lo era mai stato. Dov’era finita la sua travolgente simpatia? La sua incontenibile voglia di flirtare? Ryo cenava in silenzio con la sua cliente, ma ad ogni insinuazione di lei rispondeva con simpatia. Ai Shindo ne era convita: Ryo provava per Kaori ben più di un semplice interesse amicale. Ma come ha fatto la curiosa ragazza a intuire questa verità?

"Ryo Saeba" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ryo ha sempre fatto di tutto per nasconderlo e, fino ad allora, ci era riuscito in pieno. Con ogni probabilità, la protetta di Ryo scorse qualcosa negli occhi del suo guardiano quando questi rivolse la propria attenzione all’indirizzo di Kaori. Un lampo e, forse, un bagliore d’affetto non adombrato scintillarono nelle sue pupille. Quella sera, seduto al tavolo, Ryo apparve, agli occhi di Ai, nudo, svestito da quella sua giacca azzurra e da quella sua maglietta rossa. Sotto quella sua fisicità statuaria, sotto quella sua espressività bonaria, divenuta, di colpo, fredda, seriosa, severa, inattaccabile, Ryo venne, suo malgrado, smascherato da una “ragazza qualunque” che possedeva la giusta arguzia per vedere oltre le sembianze. Tutto, forse, scaturì dagli occhi dello stesso Ryo. Furono essi a tradirlo? Chi può affermarlo! Ciò che è certo è che l’intera pellicola pone una profonda attenzione al senso della vista umana.

Il lungometraggio “City Hunter: Private Eyes” segna il ritorno del personaggio più celebre e amato partorito dalla fertile matita del maestro giapponese Tsukasa Hojo. Durante tutto lo scorrere dell’opera d’animazione, “gli occhi” assumono un valore altamente simbolico, come già il titolo della pellicola ha voluto suggerire.  Anzitutto, la professione della giovane Ai Shindo, la cliente e nuova protetta di Ryo Saeba, evoca, sin da subito, quanto la vista, intesa come “apparenza” ed “esteriorità”, adempi ad un ruolo preponderante all’interno del film di Kenji Kodama. Ai Shindo è, a tal proposito, una modella. Lei viene fotografata, immortalata giorno dopo giorno, così che la sua bellezza possa essere apprezzata da tutti coloro che desiderano lanciarle sguardi fugaci o occhiate vispe, indiscrete e curiose. Ryo stesso, volutamente, ha sempre dimostrato d’essere superficiale quando si tratta di belle donne, badando soltanto alle apparenze, a ciò che la meraviglia di un corpo femminile può generare in lui, una volta raggiunto dalla sua vista acuta e penetrante come quella di un rapace.

"Kaori Makimura" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

La vista, però, è uno strumento ingannevole, che non sempre riesce a mostrare ciò che vi è oltre l’epidermide. Falcon, a tal proposito, è un personaggio che patisce una lieve forma di cecità ma che riesce a vedere più di quanto la vista comune sia in grado di scorgere. Falcon possiede la delicatezza, la sensibilità, la gentilezza, caratteristiche tipiche degli spiriti di buon cuore, coloro i quali vedono cose che sfuggono a tanti altri. Ryo, a detta dei più, non sembra affatto rientrare nella suddetta categoria di persone. Egli non si dimostra affatto sensibile, tanto meno garbato. Ryo ha il savoir-faire di un corteggiatore incallito, di un seduttore imbranato, dell’amante impertinente, destinato solamente a raccogliere risultati infruttuosi in amore. Kaori lo sa e non fa che chiedersi tutte le volte: “cos’ha che non va?”. Ma Ryo è davvero un epidermico zotico, che bada soltanto all’effimera bellezza, alla vacuità esteriore? Per come si atteggia e per come si esprime sembrerebbe proprio di sì, ma i suoi occhi, non sempre, concordano con ciò che egli fa. “Private Eyes” sussurra questa verità durante tutto il film, sino alla rivelazione finale.

Le labbra possono celare la verità, gli occhi più di rado. Essi tradiscono, a volte senza volerlo. Gli occhi, sovente, esternano sentimenti seppelliti nell’intimità, palesano un interesse, un’attenzione. Gli occhi scrutano e osservano, contemplano ed indagano, e quando vengono guardati, a loro volta, possono rivelare quanto vi è nascosto nel profondo di un carattere, di una personalità. Gli occhi sono la parte più esposta della fisicità di un corpo. Non giacciono occultati da alcuno strato di pelle, essi appaiono così come sono, grandi come lacrime di pioggia. Gli occhi possono essere cerulei come un cielo limpido, oppure agitati come un mare in tempesta, freddi come correnti oceaniche, calorosi come raggi che dardeggiano. In virtù della loro essenza, così pura ed evidente, gli occhi vengono considerati lo specchio dell’anima, poiché rivelano quanto, invece, non fa la lingua.   

"Maki, Mick, Falcon, Miki e Saeko" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters.

Dalla bocca possono scaturire parole saggiamente ponderate prima d’esser pronunciate, frasi misurate, soppesate per negare un’evidenza, per obiettare ad una realtà. Le parole mentono, gli sguardi no, al contrario, rivelano. Ryo usa, spesso, le sue parole per negare il sentimento che prova per Kaori, con le sue labbra non fa altro che sminuire la femminilità della sua amata per innervosirla, allontanarla da sé, così che non possa legarsi totalmente a lui. Le sue parole mentono, i suoi occhi quasi mai.

Ryo, infatti, alle volte si fa sfuggire qualche sguardo sincero. E’ una rarità, ma capita anche a lui. Quando fissa Kaori, negli attimi in cui è ben cosciente che lei non può ricambiare il suo sguardo intenso e prolungato, Ryo smette di vederla come una semplice compagna di lavoro, una coinquilina per cui nutrire null’altro che un tenero sentimento di amicizia. In questi attimi, Ryo mira Kaori con lo sguardo di un uomo innamorato che mai, però, può rivelare il proprio amore.

Ryo ne è consapevole: confessare l’amore alla donna più importante della sua vita significherebbe coinvolgerla completamente, trascinarla in maniera irreversibile nel suo mondo fatto di pericoli e di insidie, costellato da sacrifici e da privazioni. Ryo non avrebbe mai potuto farlo, e per tale ragione è solito “mutare” costantemente i suoi occhi, dosando opportunamente i suoi sguardi. Gli occhi di Ryo non possono davvero mentire, eppure riescono ad occultare. Per allontanare ulteriormente Kaori, ogni qual volta poteva essere il momento opportuno per dichiararsi, Ryo usufruisce delle sue parole. Anche lui sa questa inequivocabile verità: le parole possono ingannare molto più di quanto la vista può percepire.

Giorno dopo giorno, peripezie dopo peripezie, Ryo salva centinaia di belle donne, mostrando tutta la propria impareggiabile audacia e, al contempo, agisce come un perfetto idiota. Corteggia, o per meglio dire importuna qualunque donna gli si pari davanti, con pessimi risultati. Ryo pare avere occhi per ogni donna, tranne per colei che gli rimane sempre accanto. Kaori, in cuor suo, ne soffre. Tutte vengono ammirate dal bel vigilante di Shinjuku, tranne lei. La bocca di Ryo e i suoi sguardi sono sempre riusciti ad inscenare la più dura delle menzogne: negare un vero amore.

Gli occhi di Ryo sono sempre stati molto particolari. Solitamente, essi assumevano forme bizzarre e del tutto esagerate. Diventavano enormi, strabuzzati, fuoriuscivano letteralmente dalle orbite, cambiavano persino contorni, divenendo due grossi cuori rosa ogniqualvolta intravedevano la sagoma di una bella e slanciata figura femminile. Gli occhi di Kaori, invece, erano spesso incerti, esprimevano lo sguardo introverso ma deciso di una donna forte eppur timida, sicura sebbene fosse indecisa. Anche gli occhi di Kaori sapevano mutare “aspetto”. Diventavano rossi, accesi di rabbia, infuocati come una vampa ardente tutte le volte che Ryo si trovava ad un passo dallo scocciare ed infastidire una giovane ragazza. A quel punto, Kaori era solita lanciare all’uomo un’occhiata assatanata che preludeva ad una furia punitiva dal sapore vendicativo.

Tutte le volte, Ryo incassava di buon grado l’ira violenta della sua fedele compagna. In cuor suo era consapevole d’essere nel torto, sapeva di dover essere castigato. In fondo, nei suoi occhi, da cui sgorgavano copiose lacrime di dolore, vi era l’impercettibile segno della felicità. Ancora una volta, Kaori lo aveva scambiato per un inguaribile mascalzone, ancora una volta lo aveva ritenuto un incorreggibile maniaco, ancora una volta non aveva notato la vera luce negli occhi, il vero sguardo, con il quale lui era solito osservarla realmente.

In “City Hunter: Private Eyes” vi è un momento in cui Ryo sta per cedere, e i suoi occhi sono sul punto di raggirarlo. Kaori indossa un abito nuziale e se ne sta dinanzi a lui, agghindata come una splendida sposa. Lieta, la donna, ingenuamente, domanda all’uomo come la trova. Al che Ryo, dopo qualche attimo di smarrimento, borbotta: “Per me sei sempre la stessa!”. Una risposta che, neanche a dirlo, manderà su tutte le furie la povera collega. In questi attimi, Ryo manca, nuovamente, di sensibilità, di tatto. Così sembra… ad una prima occhiata. Se solo Kaori sapesse quanta verità vi è in quelle parole pronunciate in modo sibillino.

Nella sua lunga investigazione, Ryo scoprirà che il Moebius è un sistema operativo che contiene il segreto per la creazione di armamenti di ultima generazione atti ad essere comandati con il pensiero. Nella pericolosa faccenda vi è coinvolto lo stesso Shinhi, che vuole appropriarsi del Moebius. Il sistema si attiva soltanto con lo sguardo di Ai, ecco perché la fanciulla è bramata dai criminali. Il padre, prima di perire, volle fare in modo che questa rivoluzionaria quanto letale macchina che fu costretto a realizzare funzionasse soltanto con gli occhi della sua bambina. Nelle intenzioni del padre, gli occhi innocenti e buoni di una futura dottoressa quale sarebbe diventata sua figlia, non avrebbero mai attivato davvero quella diabolica creazione. Fu questa l’ultima, disperata mossa attuata dal costruttore del Moebius: affidare ai dolci occhi della figlia il destino dell’umanità.

Ryo, scoprendo tutto, verrà coinvolto in un’ardua battaglia per fermare i propositi di un’oscura organizzazione paramilitare, che è pronta a padroneggiare il Moebius per scatenare una guerra lungo tutto il globo.

City Hunter: Private Eyes” non si limita ad analizzare il modo in cui i personaggi si “osservano” tra loro, ma espande il concetto di “sguardo” e di “osservazione” a tutti i propri spettatori. Sono trascorsi molti anni dall’ultima apparizione del giustiziere di Shinjuku, e voi, cari spettatori, come continuate a vederlo? E’ questo l’interrogativo che, sommessamente, il lungometraggio vuole rivolgere a tutti i fan di City Hunter. “Private Eyes” è un film pensato per gli storici appassionati di “City Hunter”, sta a loro giudicare il ritorno, l’ammodernamento di questo intramontabile manipolo di eroi.

City Hunter: Private Eyes” è un lungometraggio ben fatto, che non può deludere ogni vero fan. I riferimenti estrapolati direttamente dal manga, come la presenza del Professore, o l’uso che lo stesso fa dell’appellativo “Baby face” nei riguardi di Ryo, faranno sorridere ogni appassionato. L’opera filmica vanta, inoltre, una colonna sonora ricca di tutte le tracce più famose della serie originale.

Le sequenze comiche, le scene d’azione, i combattimenti avvincenti condotti da Falcon e Ryo, i sentimenti e le emozioni provati dai personaggi, perfettamente amalgamati tra loro, rendono “Private Eyes” una pellicola riuscitissima. Anche il cameo delle tre sorelle, Occhi di Gatto, risulta essere suggestivo seppur nella sua brevità. “Private Eyes” riprende lo stile dell’anime, trasportando il tutto in un’epoca più moderna. L’atmosfera originale non viene mai smarrita, amalgamandosi perfettamente all’ambientazione odierna. Guardando “City Hunter” è possibile accorgersi di come esso non sia invecchiato affatto, e perduri a mostrarsi sgargiante, originale, coinvolgente come un tempo. Per noi, i suoi fan, City Hunter è sempre lo stesso!

"Ryo e Kaori" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Private Eyes” è un lungo e nostalgico omaggio al passato, un tributo che, come nello stile di Tsukasa Hojo, non conduce ad un vero rinnovamento e non volge verso alcun finale definitivo ma che, come in ogni altra opera del mangaka, lascia il futuro incerto, aperto, come se nulla, mai, cambiasse e finisse del tutto.

La storia d’amore tra Ryo e Kaori, anche in quest’ultima avventura, sarà destinata ad arenarsi ancor prima di sbocciare, a celarsi dietro una parola non detta e uno sguardo spezzato. Ryo e Kaori saranno sempre destinati a non rivelare mai davvero i loro sentimenti, nascondendosi dietro un’imperturbabile maschera, fatta di litigi ed incomprensioni.

Sul volgere del finale, prima che le note di “Get Wild” risuonino come un’eco ben distinta, Ryo spazzerà ogni dubbio e proferirà silenziosamente la sua verità: per lui, Kaori, vestita da sposa, era davvero sempre la stessa, ovvero una donna bellissima. Kaori per Ryo è sempre se stessa, eternamente splendida come una gemma prossima a fiorire. Sarà questa una confessione sentita, schietta. Le parole candide di Ryo combaceranno, finalmente, con i suoi occhi cristallini.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Haley Keller" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un ultimo respiro profondo, poi giù in acqua. Haley chiude gli occhi, protrae il suo corpo in avanti e si tuffa. Nuota rapidamente, con tutte le sue forze, dà bracciate veloci che solcano l’azzurro chiaro della piscina. Di tutta fretta raggiunge il bordo. La prima vasca è finita ma ne manca ancora una. La parete, sfiorata dai suoi arti, la sospinge per l’ultimo sforzo. Haley sguazza, lesta, sino al traguardo ma il suo “passo” incalzante non basta. Per qualche centesimo di secondo, la gara di nuoto viene vinta da un’avversaria, e ad Haley non resta che incassare l’ennesimo smacco. Fuoriesce, allora, dall’acqua, l’elemento in cui riesce ad essere a suo agio, agile e leggera, e riguadagna il suolo, la “terraferma”, l’elemento in cui riemergono le sue frustrazioni, i suoi affanni, le sue amarezze.

Haley sa come incamerare le sconfitte. Ella è caduta molte volte ma ha sempre trovato il modo di rialzarsi, di riemergere dal fondo, di ricominciare ed accettare un’altra sfida. Ma le delusioni, adesso, cominciano ad essere troppe. I suoi genitori si sono separati da tempo, Haley non può più frequentare suo padre, vede la sorella di rado e non riesce a imporsi come vorrebbe nella vita di tutti i giorni. Come poter trovare le energie residue per andare avanti, riprovare e tornare a solcare l’acqua?

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Haley pratica il nuoto sin da bambina, ma a lei questo sport non è mai piaciuto. Il padre insistette tanto affinché si esercitasse. Egli vedeva in lei un talento naturale, una sorta di predisposizione innata. La ragazza cominciò, allora, a cimentarsi nelle competizioni agonistiche, più per soddisfare le aspettative del genitore che per altro. Ad onor di cronaca, Haley è davvero una grande nuotatrice, deve solo perseverare nei suoi allenamenti, ed ha un’attitudine a non scoraggiarsi, a non arrendersi mai. Il suo rapporto con l’acqua è tutt’altro che idilliaco. Per lei, essa ha sempre rappresentato una dimensione con cui doversi confrontare, uno spazio in cui dover primeggiare, sopravvivere, lottare per avere la meglio sugli altri, un regno dove testare le proprie abilità, mettere alla prova il proprio coraggio, una realtà da fronteggiare per oltrepassare i propri limiti. 

Il padre è solito sussurrarle all’orecchio che lei è una “superpredatrice”, nobile ed elegante come un’aquila, agile come un felino, tacita come un rettile acquatico. Haley, però, non si è mai sentita tale, e non ha mai pensato a se stessa come ad una “divoratrice”, una cacciatrice che potesse ingurgitare e spazzare via i propri avversari. Lei sa soltanto di essere una “tosta”, una “perdente” che non conosce resa.

Una volta raggiunto lo spogliatoio, a seguito dell’ultima gara di nuoto disputata, Haley viene a sapere che un uragano di categoria 5 è in rotta di collisione con la Florida. La ragazza, preoccupata per le sorti del padre, decide di raggiungere la sua abitazione a Coral Lake. Col trascorrere delle ore, la tempesta infuria sempre più, e la pioggia scende copiosa come un torrente inarrestabile. Haley ignora le avvertenze della polizia, e arriva sino a destinazione. Entra e si porta in prossimità del seminterrato della dimora. E’ lì che scorge il padre ferito e privo di sensi, e lo rinviene. Poco dopo, Haley si accorge di non essere sola: dall’oscurità emergono due grandi alligatori, intrufolatisi in casa attraverso un canale di scolo, a seguito della violenta perturbazione abbattutasi in quel luogo.

Haley trascina il corpo del genitore in una zona sicura, salvo poi rendersi conto d’essere rimasta prigioniera. L’acqua che precipita incessante sta invadendo l’abitazione e gli alligatori hanno, oramai, imposto il proprio dominio su di essa, attendendo con predatoria pazienza. Ad Haley non spetta che sostenere, in acqua, la sfida più ardua per la propria sopravvivenza.

Il lungometraggio “Crawl – Intrappolati”, prodotto da Sam Raimi, si svolge interamente in una casa in cui i protagonisti devono far fronte alle proprie paure e ad alcune indomabili “forze oscure” che tenteranno di annientarli. Questa premessa narrativa di base risulta essere simile a quella di uno degli horror più famosi diretti proprio da Raimi: “Evil Dead”, ovvero “La casa”. “Crawl” è un thriller estivo valevole, dal ritmo febbrile e colmo di attimi di tensione.

Sin dall’inizio, l’opera filmica effettua un rovesciamento delle parti per quanto concerne i tipici rapporti gerarchici tra i personaggi di una pellicola a carattere avventuroso e di genere “survival”. In “Crawl” è la figlia a prendersi cura del padre e non il contrario, esaltando costantemente la forza e l’audacia femminile incarnati dalla protagonista. Haley è una ragazza coraggiosa, che avverte ma domina il terrore, una “bambina” rimasta schiacciata dalle speranze del proprio papà, e, pertanto, cresciuta troppo in fretta. Ella è ancora profondamente legata alla figura del genitore, colui che non ha mai voluto deludere. Dave, il padre di Haley, ha riposto un peso e una responsabilità fin troppo esagerati sulle spalle della figlia, aumentando, senza volerlo, le sue ansie e le sue insicurezze. Ciononostante, la voglia di non arrecare insoddisfazione nel cuore del papà ha portato Haley ad accrescere la propria determinazione nel non cedere al dolore, un fattore caratteriale, quest’ultimo, che permetterà ad Haley di restare in vita. La drammatica esperienza che Haley e Dave vivranno insieme, intrappolati a Coral Lake, permetterà loro di riavvicinarsi e ricominciare da dove si erano separati con una maggiore comprensione delle rispettive volontà. 

I coccodrilli sono creature straordinarie. Essi possono vivere sia sulla terraferma che in mare, dominando, così, due elementi del creato: la terra e l’acqua. Quando giacciono sommersi, i coccodrilli sono quasi invisibili ad occhio nudo, poiché sfruttano l’acqua torbida per mimetizzarsi. Essi emergono all’improvviso, con le fauci schiuse, afferrando qualunque cosa ci sia in superficie. Tali creature celano in sé l’istinto, la forza e l’adattamento di milioni di anni. I coccodrilli sono, infatti, esseri antichissimi, comparvero nel Cretaceo superiore, e tutt’oggi popolano il nostro mondo come dei veri e propri dinosauri perdurati, fossili viventi che hanno evitato l’estinzione patita dalle altre specie di animali che, milioni di anni or sono, regnavano incontrastati sul globo terrestre. Animali misteriosi, affascinanti, elusivi ed inquietanti, i coccodrilli si esprimono attraverso ruggiti feroci ma anche tramite sibili lievi, versi del tutto indecifrabili e indescrivibili. Essi hanno la parvenza d’esser freddi ed austeri, cruenti e impietosi, versano lacrime che noi umani giudichiamo non altro che false espressioni di tristezza, pianti di puro disinteresse. Questi rettili giganteschi e possenti, dotati di una scorza spessa come una corazza, testimoniano il raggiungimento di uno stadio dell’evoluzione perfetta. Essi incarnano il passato, la preistoria, e permangono, da allora, inalterati nell’aspetto e nel comportamento. Il coccodrillo ha un morso devastante, il più potente del regno animale. Tali bestie feroci, stando al ruolo che adempiono nella pellicola, vengono descritte come macchine perfette portatrici di morte.

Gli alligatori del film, che irrompono nella casa della protagonista, che invadono il suo spazio vitale, nuotando, trasportati dalla corrente che ha allagato l’intero edificio, rappresentano la ferocia di un mondo primordiale, l’efferatezza di un’era arcaica, la brutalità di un mondo selvaggio e, soprattutto, la famelica violenza della preistoria che sconfina, riversandosi nella modernità che viene, a sua volta, personificata dalla dimora di Haley. L’abitazione, flagellata dai marosi ed espugnata dagli alligatori, evoca la bellezza del presente deturpata dalla forza di un passato affamato, pronto a fagocitare con veemenza l’attuale, l’odierno. Nella situazione di emergenza, nella catastrofe, Haley riscopre la solitudine, l’amarezza di una società ridotta allo stato primitivo dalla violenza delle inondazioni, una società, per l’appunto, in cui l’uomo deve lottare con gli animali feroci per la propria sopravvivenza e incolumità.

Crawl – Intrappolati” è un viaggio a ritroso nel tempo, una discesa vertiginosa nell’avvenuto, dove l’antichità evocata da questi particolari dinosauri, i coccodrilli, che procedono, tuttora, con il loro maestoso ed inquietante incedere a nuotare tra le acque, si scontra con la nostra epoca rappresentante il progresso; un progresso che la furia punitiva della Natura può presto trasformare in regresso. 

"Crawl - Intrappolati" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella sua tragica disavventura, Haley vivrà, con l'acqua, il confronto più disagevole della sua esistenza e riuscirà a prevalere. Sarà la resistenza, il desiderio di non cedere, a portarla in salvo. La volontà di non demordere, di non capitolare, di non rassegnarsi sono le caratteristiche più lodevoli di questa giovane donna che, una volta domato il passato, convoglierà in sé l’impavidità di guardare al futuro.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Woody, Buzz, Bo Peep e Forky" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

“Il soldatino è tornato!” – recitavano alcuni pupazzi festanti. “E’ lassù, lassù, vicino al castello di carta” – borbottava lo schiaccianoci, accanto alla tabacchiera. Una scimmietta dibatteva le zampe felicemente, il peluche di un cagnolino saltellava gioioso. I gessetti bianchi si levarono da terra e, su di una lavagnetta, tratteggiarono con precisione la sagoma di un grande cheppì, il rosso copricapo a cilindro indossato fieramente dal soldatino. Tutti i giocattoli volevano incontrare l’ometto con la baionetta in mano, colui che era stato inghiottito da un pesce d’acqua salata.

Il soldatino – beh – ne aveva passate tante, e tra i balocchi si era diffusa la voce, l’eco della sua grande avventura. Giusto il giorno prima, a bordo di una barchetta di carta, il soldatino aveva solcato le acque di un torbido fiume. Non volle farlo di sua volontà, accadde tutto per un incidente.

Il padroncino dei giocattoli aveva raccolto il soldatino tra le mani e lo aveva poggiato sul davanzale della finestra semiaperta. Non si sa perché lo fece, forse qualche diavoletto aveva oscurato i suoi pensieri. Per qualche strana ragione la finestra si spalancò ed il soldatino precipitò giù. Da qui, cominciò la sua incredibile traversia. Il soldatino rischiò d’essere sbranato da un cagnaccio famelico, fu rapito da due turpi monelli, finì persino su di una imbarcazione di fortuna. Con essa, il coraggioso militarino avanzò verso una meta imprecisata. Provava molta paura il soldatino, ma non voleva darlo a vedere. Nel suo cuore di stagno, egli aveva impresso il volto di una graziosa fanciulla. Ad ella pensò costantemente mentre il torrente lo conduceva lontano. Dondolato dal rigagnolo, il giocattolo viaggiò a vele spiegate fino a che il corso d’acqua si fece più denso. Il ruscello, generatosi dall’incedere incessante della pioggia, era prossimo a raggiungere il mare, fuoriuscendo da una ripida altura. Il soldatino, allora, s’irrigidì e si preparò ad affrontare quella audace caduta. La “cascata”, dunque, lo trasse verso sé, rigurgitandolo negli abissi. Il soldatino riuscì a sopravvivere e, in mare, si poggiò sul fondale. A quel punto, una creatura dagli occhi strabuzzati venne attratta dalla bella divisa rossa e azzurra, la quale rifulgeva luminosa nella semioscurità del fondo sabbioso. Quest’essere si fece sempre più vicino e divorò il soldatino in un sol boccone.

I personaggi della fiaba così come appaiono nel cortometraggio della Truemax

Com’è triste ed ingiusta la vita” -  pensò il nostro sventurato eroe, mentre se ne stava disteso nella pancia del grosso animale. Il tenace milite, rimasto solo, indugiò sui propri pensieri. Egli, allora, ascoltò la sua voce interiore, la coscienza, la parte più intima e profonda della propria anima. Con essa, egli seguitò a rimembrare, a scorgere il viso della sua amata. Il soldatino udì persino la voce della ragazza riecheggiare nella sua fantasia: “Addio, mio soldatino, non ci rivedremo più”. Udendo questa triste frase, il soldatino si addormentò, credendo che quello sarebbe stato il suo ultimo sonno.

"Il soldatino di stagno e la ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più sulla fiaba di Andersen cliccate qui.

L’indomani, il soldatino giaceva diritto su di un tavolo, impassibile. Dopo alcune ore, esso parve muoversi per un istante. Il soldatino si era svegliato e, quando i suoi occhi tornarono vigili, si accorse d’essere tornato a casa. Su, in alto, gli aereoplanini, per celebrare il suo rientro, compivano i loro giri, tra audaci volteggi e favolose acrobazie. Guardate voi com’è bizzarra la vita: il pesce era stato pescato da alcuni marinai e venduto al mercato. Fu, poco dopo, acquistato dal cuoco che prestava i propri servigi nella stessa dimora da cui il soldatino proveniva. Quest’ultimo era così felice!

Dinanzi a sé, egli tornò a rimirare la propria amata, la ballerina di carta dal viso di porcellana. Avrebbe continuato a contemplarla dal giorno alla notte se non fosse stato allontanato dal suo padroncino. Questi, senza un perché, lo prese in mano e lo gettò nella fornace. “Che disdetta” – disse il soldatino – “Questa volta, mia amata, morirò davvero”. Nella fornace egli si sciolse, ammirando ancora e sempre la sua adorata che, sospinta dal soffio del vento, lo raggiunse e con lui bruciò.

Il soldatino e la ballerina, perdutamente invaghiti l’uno dell’altra, non poterono vivere sulla Terra il loro amore. Che rammarico! Se solo fossero riusciti a fuggire, a dileguarsi, a scappare dal rio diavoletto e dalla cattiveria del bambino…

Il soldatino in "Fantasia 2000"

“Il soldatino di stagno”, al pari de’ “La sirenetta” e de’ “La piccola fiammiferaia”, costituisce il massimo capolavoro letterario/fiabesco di Hans Christian Andersen. In questo racconto, il pensiero, la filosofia ed il sentimento dello scrittore danese affiorano con eloquente vivezza. L’amore non vissuto nella vita terrena, la sofferenza tollerata dalla postura statica e decisa, l’amore mai pronunciato ma esternato tramite lo sguardo corrisposto, il sacrificio, la morte, la successiva immortalità sono solo alcune delle tematiche universali evocate dal racconto di Andersen. La premessa di base della storia, vale a dire il concetto fondamentale dei giocattoli “vivi”, semoventi, in grado di provare emozioni, è stata fonte d’ispirazione per “Toy Story”, uno dei franchising cinematografici di maggior successo della Pixar. Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato, Rex e tutti gli altri giocattoli che dimorano nella cameretta del giovane Andy sono senzienti e quando smettono di essere osservati da occhi indiscreti riprendono a muoversi, a parlare, a ridere, a giocare e ad amare.

Woody, col suo viso fortemente espressivo, con i suoi occhi buoni, con la sua voce calorosa e garbata è il giocattolo più celebre di questo particolarissimo nucleo familiare. Egli è la guida, nonché il punto di riferimento della grande famiglia di pezza creata da Andy. Woody incarna uno sceriffo, un tutore della legge e dell’ordine, un “soldatino” che se ne sta perennemente sugli attenti, ad osservare e proteggere i propri amici. Un soldatino che, per l’appunto, s’innamorerà, a sua volta, di una “ballerina”, Bo Peep, la bambola di una pastorella.  Woody e Bo Peep rappresentano una possibile rivisitazione della storia d’amore tra il soldatino e la sua danzatrice; un rifacimento più lieto, meno travagliato e profondo della fiaba di Andersen ma ugualmente intenso e sentimentale. Come i due sfortunati amanti della fiaba anderseniana, lo sceriffo e la pastorella s’innamoreranno, ma verranno separati da un destino ingiusto.

Toy Story 4” inizia con un lungo ed emozionante flashback. E’ sera e fuori piove a dirotto. Woody balza sulla finestra e, scortato e sorretto dai suoi amici, si getta, senza remora alcuna, verso il cortile per soccorrere RC, la macchina giocattolo dimenticata da Andy. Tale scenario notturno richiama l’atmosfera della fiaba dello scrittore scandinavo. Fu proprio in un giorno di pioggia che il vento ghermì il soldatino, trascinandolo via nella fanghiglia. Un fato alquanto simile rischia di ripetersi per quanto concerne il povero RC, caduto preda dell’acqua piovana e della conseguente melma. Per fortuna, Woody riesce ad afferrare il suo amico giusto in tempo, e a condurlo in salvo. Proprio quando ormai il pericolo della separazione pareva essere stato scongiurato, Woody vede Bo Peep, inerte, venir presa e posta in una scatola, pronta per essere venduta ad un’altra famiglia. Woody non può far nulla per tenerla con sé, poiché essere ceduti è il fato a cui vanno incontro molti trastulli. Woody, il buon “soldato”, assiste così, impotente, all’addio della sua “ballerina”.

Molti anni dopo, l’uomo con la stella di latta sul petto ed i suoi amici appartengono a Bonnie, una timida bambina che li tratta con affetto e con riguardo. Bonnie gioca quotidianamente con i suoi giocattoli e, come ogni altro bambino, ha i suoi preferiti. Se Buzz e Jessie continuano ad essere usati dalla piccola in maniera costante, Woody, invece, finisce spesso per venire dimenticato nell’armadio. Ciò, però, non muta l’affezione che lo sceriffo nutre nei confronti della sua padroncina.

Il giorno in cui Bonnie comincia a frequentare l’asilo, spaventata e intimidita da questa nuova esperienza, Woody decide di accompagnarla in gran segreto, celandosi nel suo zainetto. Bonnie è molto introversa e decisamente insicura, per tale ragione fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Per aiutarla a sentirsi meglio, Woody le porge, senza che lei se ne accorga, dei pastelli colorati ed altri oggetti cavati dal cestello dall’immondizia. Con essi, Bonnie crea “Forky”, un balocco nato da una forchetta di plastica. Bonnie riversa su Forky tutto il suo amore e le sue sicurezze.

Durante il ritorno a casa, Woody, con estrema meraviglia, scopre che anche Forky ha acquisito una grande vivacità. Forky, però, non comprende lo scopo per cui è stato plasmato da Bonnie: essere un giocattolo. Per tutta la notte, questi cerca di sfuggire alla dolce “presa” della sua padroncina per tornare nella spazzatura, venendo sempre agguantato da Woody. Per tutta la notte, il cowboy resta prudente ed accorto per far sì che Forky non abbandoni la sua Bonnie.

Perché ti importa così tanto?” – domanda Buzz al suo vecchio amico.

Perché è l’unica cosa che posso fare…” – confessa Woody.

Lo sceriffo non è più il giocattolo preferito del suo bambino. Bonnie non è Andy, non ama ricreare gli scenari del vecchio west, quei luoghi polverosi ed aridi in cui Bo Peep finiva sempre per interpretare la classica damigella in pericolo e il cowboy il valoroso eroe che l’avrebbe tratta in salvo. Woody sente di non essere più importante come un tempo, non ha mai smesso di pensare al suo amico più caro, Andy, e, non potendo espletare i suoi compiti da giocattolo, cerca almeno di farsi trovare pronto, d’essere utile nel preservare a qualunque costo l’animo puro ed innocente della sua padroncina. Dopotutto, Andy, poco prima di congedarsi dai suoi giocattoli, aveva confidato a Bonnie una verità immutata: Woody, qualunque cosa accadrà, non volterà mai le spalle ad alcuno. Lo sceriffo, come un soldatino fedele al suo credo, seguita, infatti, a non dare le spalle alla sua adorata famiglia e alla sua premurosa bimbetta, vegliando su di lei dal sorgere del sole sino al tramonto inoltrato.

Woody vuol continuare a mostrare la propria lealtà, non vuol diventare un giocattolo dimenticato, smarrito, così sceglie di vigilare senza sosta su Forky, un giocattolo privo di un’identità ancora ben definita. La novità più grande introdotta dal quarto film di “Toy Story” riguarda proprio questo bislacco e capriccioso gingillo. Forky non è un trastullo come gli altri, non è nato in fabbrica, non è stato realizzato in serie, non possiede gadget e altrettante peculiarità adatte al gioco per l’infanzia. Forky è stato assemblato dalla fantasia di una frugoletta, è stato creato per essere molto più di ciò che dà a vedere; eppure lui non può rendersene conto semplicemente perché, generato da resti e avanzi, non ha una concezione specifica su cosa sia e cosa debba fare.

Spetterà proprio a Woody il compito di spiegare qual è il “dovere” di un giocattolo: far divertire il proprio fantolino. Forky è un abbozzo, un’accozzaglia, non è un vero oggetto ludico ma poco importa. Un giocattolo può essere tale anche se non lo è davvero, poiché spetta all’immaginazione e al cuore di un bambino infondere in esso le qualità principali che fanno di lui un “ninnolo”. Forky, tuttavia, sarà duro d’orecchi e, inizialmente, non ascolterà i consigli di Woody. Quando la famiglia di Bonnie partirà per un viaggio, Forky ne approfitterà per scappare ma Woody non si darà per vinto e si lancerà al suo inseguimento. Una volta ritrovatolo, Woody insegnerà a Forky che l’amore incondizionato di un bambino è quanto di più bello possa ricevere un giocattolo. Forky, allora, si convincerà a tornare da Bonnie, non riuscendo più a immaginare la sua vita senza la vicinanza della sua creatrice. Ma un giocattolo può vivere senza l’affetto di un infante? Qual è lo scopo esistenziale di un balocco? I giocattoli servono per dilettare i piccini, se restassero soli, riuscirebbero a vivere felici senza patire la loro mancanza? I giocattoli possono vivere… liberi?

Woody, nel corso di questa avventura, ammette che se non si fosse occupato costantemente di Forky, la sua “vocina” interiore lo avrebbe tormentato. Buzz, ironicamente, scambia questa presunta “voce” per le consuete registrazioni vocali che alcuni giocattoli hanno tra i loro sintetizzatori vocali. Lo Space Ranger, allora, chiederà, di volta in volta, consiglio al suo “io interiore”, pigiando i pulsanti incastonati nella sua tuta spaziale per udirne i suggerimenti. Invero, la voce a cui Woody fa riferimento, corrisponde a qualcosa di più profondo e di più personale. Woody sta attraversando un periodo di forte crisi in questa quarta avventura. Egli patisce il peso della dimenticanza e teme di finire obliato. Woody si è sempre considerato un giocattolo fedele, non si è mai chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse più stato “adottato” da una famiglia e da un bambino. Cosa gli avrebbe suggerito la sua voce interiore se ciò fosse accaduto realmente? Si sarebbe sentito in colpa se avesse iniziato una vita indipendente, da giocattolo libero?

A proposito di "voci", quella di Fabrizio non la scorderemo mai...
Qui potete trovare il nostro omaggio a Fabrizio Frizzi. Dipinto di Erminia A. Giordano

Tale, intima “voce” che alberga nell’animo dei giocattoli è molto più importante di quanto si possa intuire. Essa rappresenta la “coscienza”, il pensiero, la morale di ogni giocattolo che corrisponde alla medesima coscienza umana. Tuttavia, i giocattoli hanno realmente una voce caratteristica che può attrarre ancor di più l’attenzione dei piccini. Woody ha un sintetizzatore vocale nuovo di zecca, Gabby Gabby, una bambola che lo sceriffo incontrerà in un negozio di antiquariato, ha il riproduttore vocale a cordicella danneggiato e crede fermamente che per tale menomazione nessun bambino voglia giocare con lei. Se Gabby Gabby potesse riacquisire il suono della sua cordicella potrebbe riottenere una famiglia con cui vivere. Woody, anche in questo caso, darà ascolto alla sua voce e farà quanto dovrà per aiutare Gabby Gabby. Ogni desiderio, ogni gesto altruistico, parte sempre dall’interno: è ciò che il quarto capitolo di “Toy Story” vuol ricordarci. Tutti noi dovremmo fare come fanno i giocattoli e dare più spesso ascolto al nostro “io”, alla nostra sfera emotiva. L’altruismo, la generosità, nascono sempre dalla saggezza proveniente dall’interno.

Durante la sua disavventura nel mondo esterno, Woody raggiungerà un parco giochi e, fingendosi privo di vita, verrà raccolto da un bambino che, nell’altra mano, regge a sé l’aggraziata bambola che raffigura una pastorella. Restando silenti, inanimati, impassibili, Woody e Bo Peep, il soldatino e la ballerina, rincrociano i propri sguardi.  Sarà proprio Bo Peep a prendere per mano Woody, a guidarlo sino ai cespugli più vicini per sottrarsi alla vista dell’uomo. Woody riabbraccia la sua cara amica, riscoprendola sotto una luce molto diversa. Bo Peep adesso vive sola con le sue pecorelle, nel grande Luna Park. Ella è divenuta una damigella forte, indipendente, ardimentosa ed intrepida. Grazie all’aiuto di Bo Peep, e al pronto intervento di Buzz, Woody riuscirà a riportare Forky da Bonnie, a salvare Gabby Gabby, offrendole il proprio sintetizzatore vocale, e a riunirsi con tutti i suoi amici per un arrivederci.

Toy Story 4” è una pellicola emozionante, bellissima, colma di spunti commoventi, di sequenze catartiche e attimi profondamente sensibili e intelligenti. Il quarto episodio della serie è completamente incentrato sulla figura del cowboy gentile, unico e vero mattatore della vicenda. A lui è dedicata quest’ultima tappa, quest’ultima evoluzione. Woody ha trascorso tutta la propria vita a prendersi cura dei suoi amici. Egli è rimasto tenacemente sugli attenti, custodendo coloro a cui voleva bene, proteggendo i suoi compagni e i suoi padroni da ogni pericolo, da ogni avversità, da ogni cattiveria. Adesso, però, è giunto il momento che lo sceriffo rompa le righe, smetta di restare sugli attenti e viva il futuro di cui più ha bisogno.

Andy è ormai cresciuto, Bonnie starà bene, e, cosa più importante, la famiglia di giocattoli di Woody è pronta a vivere al sicuro senza più la sua leadership. “Toy Story 4” racconta il congedo di un valoroso soldatino, il ritiro di uno sceriffo senza macchia, di un eroe coraggioso che ha sempre messo il bisogno degli altri al di sopra del proprio.

Buzz, il più sincero dei suoi amici, è il primo a capire il profondo desiderio di Woody. Sarà proprio lo Space Ranger a convincere il cowboy a compiere questo passo finale.

Bonnie starà bene” – sussurra Buzz allo sceriffo.  La bimba non avrà più bisogno del suo sacrificio.

"Buzz Lightyear" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Buzz porge la mano al suo grande amico e i due si salutano un’ultima volta. Questa magica storia di amicizia cominciò molti anni prima, quando un piccoletto ricevette in regalo un nuovo pupazzo: un astronauta dal sorriso fanfarone, dal colore acceso e dalla tuta fosforescente. Questi arrivò in cameretta in punta di piedi ma, senza volerlo, aveva già scavalcato le gerarchie, superando colui che fino ad allora era il giocattolo più rappresentativo. Woody non avrebbe dovuto prendersela più del dovuto, dopotutto quale marmocchio non avrebbe donato tutte le sue attenzioni ad un Buzz Lightyear? Buzz sapeva volare, sì insomma cadere con stile, sparare un potentissimo raggio laser, Woody, dal canto suo, doveva ancora liberarsi del serpente che si intrufolava di soppiatto nel suo stivale.

Eppure, il cowboy non poté accettarlo facilmente e provò, nei confronti di questo “dannato” ranger dello spazio, una grandissima gelosia. Ripensare al giorno in cui Buzz irruppe nella vita di Woody mutandola decisamente, adesso che tutto volge al termine, crea un sapore agrodolce. Da avversari e perfette controparti, i due divennero amici inseparabili. Ciò che una volta sembrava così importante, essere il giocattolo prediletto, divenne, sin dalla prima peripezia, una questione di blanda importanza. Quello che contava davvero per Woody e per Buzz era restare insieme, mantenere unita la famiglia dei giocattoli. Ma ora questa missione è finita, ultimata con successo. Woody cederà il suo cappello, donerà la sua stella a Jessie e abdicherà in favore di Buzz, colui che d’ora in poi dovrà vigilare sui giocattoli che portano, sotto i loro piedi, il nome di una tenera piccola.

"Arrivederci, sceriffo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Woody aveva perduto la sua Bo Peep molto tempo prima, adesso non la smarrirà mai più. Ancora una volta, lo sceriffo ha dato ascolto alla sua coscienza e alla voce del suo amico spaziale. Woody non ha più la cordicella sulla sua schiena, non potrà più udire i suoi tipici detti registrati ed impressi su di un nastro di memoria, ciononostante la voce del suo io rimbomba ancora forte e chiara, suggerendogli che il momento per dire addio è giunto e che, finalmente, può vivere la propria vita liberamente con colei che ama. Woody si volterà e abbraccerà la sua Bo Peep. Darà le spalle ai suoi “fratelli” soltanto per un istante. Egli non li dimenticherà, così come non li abbandonerà mai davvero, serbando i ricordi dei loro volti per sempre nel suo cuore.

Lo sceriffo non starà più sugli attenti. Woody trascorrerà il proprio avvenire con Bo Peep. Il soldatino, infine, riuscirà nel suo sogno: prendere in moglie la sua ballerina.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Aquaman e Mera" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un saggio, una volta, disse che in mare non vi è taverna. Se scoppia un temporale e gli oceani ribollono di collera, i marinai non possono recarsi in un luogo vicino in cui trovare riparo. Il mare aperto può spesso tramutarsi in un deserto sconfinato, senza sabbia ma denso d’acqua. Gli antichi credevano che l’arrivo di un fortunale fosse la manifestazione dell’ira e dello sdegno esacerbati sino allo stremo in Poseidone. A tale divinità, i greci attribuivano le calamità naturali dei terremoti e dei maremoti. Sin dai tempi più arcaici, il mare custodisce, nella sua illimitata consistenza liquida, la gloria della natura, e quando esso è tumultuoso genera terrore ed impotenza nel cuore timorato di ogni navigante. Le acque adombrano tuttora un regno misterioso, che andrebbe esplorato con un sano desiderio di conoscenza.

E’ proprio una notte burrascosa quella in cui la storia di un “ramingo”, originario del mare, comincia. Mentre le onde si infrangevano sugli scogli con inquieta reiterazione e il cupo mormorio della risacca si disperdeva lungo le rive, il cielo fece sì che le nuvole piangessero lacrime di accoramento. L’oceano era irrequieto per la sorte che stava patendo la regina di Altantide, costretta a convolare a nozze con un marito che non avrebbe potuto amare. Per sottrarsi a un destino infelice, ella fuggì ma rimase presto vittima di un ferimento. Il corpo debilitato, inerme di Atlanna, trasportato dai fluttui, venne rinvenuto dal guardiano di un faro, un mortale che si adoperò a trarla in salvo.

Nel frastuono provocato dai marosi e dalla pioggia battente, si ode, forte e chiara, la voce di Aquaman, sebbene essa sia velata da una nota di rammarico che infonde, alle sue parole, una flebile mestizia. Il protagonista evoca il primo incontro tra Thomas, suo padre, e Atlanna, sua madre. La gioia intrisa in questa memoria si mescola, per lui, al rincrescimento di non aver mai conosciuto sua madre, obbligata a lasciarlo quando egli non era che un bambino. Aquaman inizia a narrare il passato citando Jules Verne, che ha scritto: “Mettete due navi in mare aperto senza vento né marea e si incontreranno". Come già precisato, è alquanto risaputo che in mare non vi siano “taverne”, ma in pochi comprendono quanto le correnti siano in grado, se lo vogliono, di far incontrare due persone, se esse somigliano a due navi che veleggiano dal remoto e sono destinate a scorgersi.Atlanna, che mai tra i fluttui avrebbe avuto scampo dal dolore, poté trovare protezione sulla terraferma, mediante l’imperscrutabile volere del mare.Thomas (Temuera Morrison) e Atlanna (Nicole Kidman) erano di due mondi diversi ma la vita, come le acque, trova il modo di unire le persone. I due si innamoreranno e, nella libertà vissuta in quei pochi ma intensi anni, conosceranno la vera felicità. Dal loro amore nascerà un figlio, a cui daranno un nome da re: Arthur. Quando Atlanna dovrà far ritorno al suo settore, il piccolo Arthur resterà col padre, che lo alleverà rammentandogli la straordinaria unicità delle sue origini, e mantenendo in lui vivo il ricordo della madre perduta.

Non a caso Arthur cita Verne, lo scrittore francese padre della moderna letteratura di fantascienza. Dietro la scorza aspra e disadorna di virilità, il primogenito della regina di Atlantide nasconde la sapienza di un dotto. Tom fece studiare ad Arthur la storia e, presumibilmente, la grande letteratura. D’altronde, come può un uomo che riesce ad avventurarsi nelle buie profondità degli abissi non conoscere e menzionare l’autore di “Ventimila leghe sotto i mari”? Arthur ha appreso la storia, e, in una sequenza del lungometraggio, dimostra di riconoscere le personalità raffigurate da alcune statue antiche che si stagliano sulla cima di un colle che sorge presso un’isola decisamente nota.

Sin dalla sua nascita, Arthur è reputato la testimonianza vivente di un miracolo. Egli è la prova di come le creature del mare e della superficie possano coesistere con reciproco beneficio. Arthur, divenuto un uomo adulto, avverte sulle sue possenti spalle il fardello d’essere ritenuto il ponte tra la terra e il mare. Oltre ciò, egli risente di venire considerato da certuni “speciale”, in quanto erede al trono di Atlantide, da altri, contrariamente, poco più che un mezzosangue. Arthur è fin da subito tratteggiato come un personaggio dilaniato da due mondi, non soltanto per quanto concerne la sua discendenza, ma soprattutto per la percezione che gli altri hanno di lui. In tanti sono soliti tacciare il protagonista con titoli e requisiti che lui non sente affatto di possedere, siano essi pregi o difetti. Aquaman, appellativo con cui nel mondo è noto, rappresenta per molti un valoroso membro della Justice League, per altri un combattente epidermico e buzzurro.  Pochi confidano che egli potrà essere un degno sovrano, se solo riconoscesse le proprie qualità, altri a malapena gli riconoscono la levatura del supereroe. Arthur vive alla giornata, alternandosi tra consumazioni al pub della zona e imprese compiute con grande audacia. Egli non sa cosa in effetti è né quello che vorrà essere, perché avverte solamente le aspettative, le percezioni e le titubanze che tutti hanno verso di lui. Per capire cosa vorrà diventare e superare così la propria avventatezza, Aquaman necessita della vicinanza di una persona che possa mostrargli ciò che ancora non sa di se stesso.

Sarà Mera (interpretata da una bellissima Amber Heard), la sua futura sposa, a indicare al sovrano il percorso da intraprendere, per far sì che sul trono di Atlantide torni a sedere il vero regnante. Attraverso un lungo viaggio in cui i due si conosceranno fino a legarsi sempre più, Mera esorterà Arthur ad abbracciare il proprio destino.

Arthur vive oppresso dai rimorsi. Crede, infatti, che la scomparsa di Atlanna, accusata di tradimento e condannata a morte per essersi “contaminata” con un mortale, sia tutta colpa sua. I tormenti del figlio si intrecciano alle speranze del padre. Tom, giorno dopo giorno, si reca sul pontile, nella speranza d’intravedere Atlanna affiorare dal fondale. Tom non si rassegna, vuol credere che Atlanna sia ancora viva. L’influenza positiva del padre non riesce, tuttavia, a scacciare i fantasmi che torturano lo spirito di Arthur, il quale teme il suo fato da monarca. Le giornate, per entrambi, si consumano in maniera diametralmente opposta: Tom vive sperando, Arthur temendo, e nascondendo queste insicurezze dietro una patina da uomo approssimativo e rozzo. Jason Momoa fa del suo Aquaman un eroe in divenire, schietto, grossolano, sgarbato, altresì intimorito, insicuro, bisognoso di aiuto eppur valoroso, audace e votato al sacrificio; un ritratto grondante di colore e ricco di sfumature.

La regia ispiratissima ed efficace di James Wan delinea due realtà ben differenti: quella degli abissi e quella della superficie. Il regno del mare è popolato da creature straordinarie, visivamente stupefacenti. Atlantide è un reame sontuoso, posto sotto il giogo crudele di un tiranno. Il fratellastro di Arthur, Orm, aspira a diventare Ocean Master, e a scatenare una guerra contro il mondo degli uomini, colpevoli di aver rovesciato nelle acque gli orrori del loro operato. Orm è nato da una successiva relazione combinata tra Atlanna e il re di Atlantide. Differentemente da Arthur, Orm nacque da un matrimonio celebrato, riconosciuto, ma privo d’amore.

Il mare, per volere di Orm, rigetta sulle rive terrestri le immondizie degli uomini, scaglia i relitti che riposano sul suolo marino, le navi da guerra, emblemi della follia battagliera perpetrata dall’uomo. Il mare è vivo ed è testimone delle azioni meschine e crudeli dell’essere umano che ha rigurgitato, su di esso, il petrolio che avvelena le acque salate, o le sporcizie che annientano la flora e la fauna marina. Per volere del folle re atlantideo, l’oceano è pronto a vendicarsi dell’uomo.

Due elementi, come la terra e il mare, che dovrebbero vivere in simbiosi patiscono un distacco incolmabile e non riescono a comprendersi vicendevolmente. In questo scenario vi è, però, l’errore della diffidenza, del dubbio, del sospetto. Vige un odio razziale nel cuore di Orm. Egli detesta la gente della superficie poiché la considera inferiore. Anche Arthur è schivo e diffidente verso gli atlantidei perché essi non lo hanno mai fatto sentire parte di loro, giudicandolo alla stregua di un essere intrappolato in un’esistenza a metà. Persino Mera nutre sfiducia nei riguardi degli uomini, ciononostante, permanendo sulla terraferma, imparerà a ammirare le bellezze pure ed incontaminate come il verde degli alberi, il profumo dei fiori (non commestibili!), la fresca e delicata carezza del vento e il giulivo volto di una bimba che esprime un desiderio, mentre getta una monetina in un pozzo repleto di acqua tersa e magica.

Il messaggio veicolato dal film vuole ricordare quanto sia sciocco provare livore per un qualcosa che andrebbe semplicemente conosciuto a fondo. La superficie e il mare sono due domini che devono essere avvicinati. Orm è un antagonista spietato che anela alla sola distruzione, invece Aquaman ha il dono di congiungere entrambi i reami col potere di un unico tridente. Se Orm è divisione, Arthur è coesistenza ed unione, potendo egli vegliare, con egual fermezza, su tutti e due gli ambiti del pianeta.  

Come verrà evidenziato nel film, Orm non ha l’assennatezza di un nobile sire, bensì “l’insana ragionevolezza” di un despota. Lui non è incline alla dialettica, non contempla nei suoi disegni alcun suggerimento scaturito dal dialogo, ma agisce mosso unicamente dalla rabbia, uccidendo chiunque si opponga al suo volere. Arthur, seppur impavido ed impulsivo, mostra, con lo scorrere dell’avventura, di possedere una certa diplomazia. Egli fa della parola, del dialogo, un’arma infallibile al pari del suo tridente. Arthur sa dialogare con le creature del mare, comprende i pensieri, capisce i sentimenti e sa come relazionarsi con esse. Sfruttando la calma, una qualità che non credeva di avere, Arthur parla con il Karathen, un essere mitologico guardiano del sacro tridente del primo re di Atlantide. Esternando la sua bontà, Aquaman otterrà l’arma suprema con cui riuscirà a sconfiggere Orm e a ristabilire la pace.

"Aquaman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tale tridente conserva in sé l’essenza imperitura della spada nella roccia. Il nome di Arthur rimanda a quello di re Artù, colui che, estraendo Excalibur, salirà al potere, rivelandosi il più venerabile dei sovrani buoni e coraggiosi d’Inghilterra. Arthur si dimostrerà l’unico degno di poter brandire il potere del tridente d’oro. Atlantide assisterà al ritorno del re.

Aquaman” è un film travolgente, esteticamente ammaliante. Conta su un ritmo coinvolgente e una storia dallo sviluppo semplice ma appassionante. L’opera di Wan è un viaggio introspettivo ed identificativo, che vede un uomo dai poteri straordinari ascendere a ruolo di supereroe e regnante.

Sul suolo terrestre, dove il cielo è limpido e lo specchio d’acqua quieto e cristallino, Tom attende ancora la sua eterna compagna, Atlanna, scampata alla morte e rientrata ad Atlantide con Arthur. Ella, un mattino, emerge dalle profondità e riabbraccia il suo amato. I due, raggianti, si baciano in riva al mare. Tom è un guardiano del faro e suo figlio sarà come lui: dispenserà una luce radiosa che possa sempre schiarire le tenebre se esse caleranno, fredde e oscure, sugli oceani e sulle terre emerse.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mary Poppins" (Emily Blunt) - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Arrivederci, Mary Poppins…

Con la sua voce soave e modulata, lo aveva annunciato sin dal principio. Quando la brezza avrebbe smesso di soffiare da est, lei sarebbe andata via. Ed ecco che il vento cambiò. La famiglia Banks era accorsa al parco, beata. George aiutava i figlioletti a far volare l’aquilone nel cielo terso del mattino. Egli rideva sotto i suoi baffi spessi, spensierato come non lo era mai stato. Il signor Banks era stato salvato, e con lui la sua famigliola, fieramente unita, finalmente felice. Il compito di una tata buona che, in quei lieti frangenti, sostava sulla soglia della porta di casa Banks, era stato ultimato con la precisione minuziosa di una fata praticamente perfetta sotto ogni punto di vista.

Il manico del suo ombrello incantato borbottava qualcosa. Quel becco a forma d’uccello mormorava di sentimenti ed emozioni, di rammarichi e nostalgie. “Io so benissimo cosa provi per quei bambini” – fu l’ultima frase che il bislacco manico riuscì a pronunciare. La tata lo zittì con la solita delicatezza. “Adesso basta parlare a vanvera” – disse. Quelle parole, però, erano vere e non “ciarlate a casaccio”. Mary Poppins ne era consapevole, si era davvero affezionata a Jane e Michael, gli adorabili figli di George e Winifred Banks, ma non poteva fare altro che accingersi a partire. Schiuse quel fatato parapioggia, raccolse la borsa dalla capienza illimitata e cominciò a librare verso le nuvole bianche.

La vide, per l’ultima volta, lo spazzacamino Bert, che alzò gli occhi al cielo e scorse quella sagoma dolce e gentile. “Arrivederci, Mary Poppins… Non stare via molto!” – disse il tuttofare. Mary Poppins parve sentirlo, si voltò e gli elargì il più affettuoso dei suoi sorrisi.

Bert non venne ascoltato, e quella sua richiesta non fu mai esaudita. Mary Poppins rimase lontano per tanto, poco più di mezzo secolo. Cinquantaquattro anni dopo ella fece ritorno, scese da un candido nembo, accompagnata da una luce radiosa. Non era invecchiata di un solo giorno, come tenne a precisare Michael, oramai adulto, eppure la tata dei sogni era cambiata. Le sue scarpe blu come il mare ritoccarono terra in un periodo alquanto particolare: erano gli anni della Grande Depressione, e per i Banks nulla andava come doveva…

  • Mary Poppins, sei tornata!

Il ritorno di Mary Poppins” è il sequel dell’intramontabile classico del 1964. Nei cinema di tutto il mondo, sono trascorsi cinquantaquattro anni dall’immortale apparizione della bambinaia dai magici poteri. “Mary Poppins”, grazie ad una storia a carattere famigliare, ad un’ambientazione realistica, la quale raffigurava una Londra d’inizio Novecento viva e fervente di colore, ad una forte componente favolistica, ed una dimensione onirica generata dalle arti stupefacenti della protagonista, che riesce a penetrare, ad avvolgere e a mutare il reale, è stata una delle pellicole più rivoluzionarie, intrinsecamente artistiche e sorprendenti del panorama cinematografico di ogni tempo. Julie Andrews, con grazia, autorevole dolcezza, e con un’inimitabile signorilità materna, ha ramificato nell’immaginario collettivo.

Girare il seguito di un lungometraggio che ha scritto pagine indelebili nella storia della settima arte e che ha cresciuto e coccolato, rispettivamente, molte generazioni di piccoli e grandi spettatori, pareva essere un’impresa titanica, presumibilmente da evitare, facendo appello ad un briciolo di prudenza. Ma la Disney, si sa, non è nuova a raccogliere guanti di sfida, a cercare di rendere possibile ciò che sembrerebbe impossibile. Or dunque, traendo spunto dal libro “Mary Poppins ritorna”, scritto dalla stessa P.L. Travers e seguito letterario ufficiale del ben più celebrato “Mary Poppins”, lo studio Disney ha dato disco verde alla produzione e alla successiva realizzazione dell’ambizioso sequel del capolavoro degli anni Sessanta.

Mary Poppins possiede, ora, il volto roseo e delicato di Emily Blunt. L’attrice britannica raccoglie l’eredità di Julie Andrews, infondendo alla sua Mary Poppins una spensierata leggiadria. Se Julie Andrews emanava una garbata eminenza dal suo portamento elegante, Emily Blunt fa scaturire una graziosa superbia. Ella offre così un’interpretazione lodevole, coinvolgente e spumeggiante. Nonostante, con ogni probabilità, Julie Andrews continui ad essere ritenuta la Mary Poppins per eccellenza, Emily Blunt non tentenna né mostra mai di soffrire il paragone, adoperando tutto il proprio talento nella creazione di una Mary Poppins nuova, che coniuga una gestualità classica con un’espressività moderna. Ad insidiare il suo eccelso lavoro ci pensa, però, lo sviluppo narrativo, il quale si limita a soddisfare più che a sorprendere, ad accontentare più che a meravigliare.

  • Le lancette del tempo

L’inizio de “Il ritorno di Mary Poppins”, citando, a suo modo, l’atto conclusivo del capostipite, crea un collegamento tra gli anni trascorsi. E’ anzitutto una questione di tempo quella che il film vuole trattare, e ciò viene suggerito sin dal momento in cui il sipario si apre. Nel finale dell’opera originale, Mary Poppins volteggiava via, mentre i piccoli Banks erano tutti presi a giocare con mamma, papà ed il loro aquilone. Molti anni dopo, i figli di Michael rinvengono il vecchio aquilone del padre, ed esso vola via, sfugge alle loro mani, risucchiato da una corrente impetuosa. L’aquilone si disperde nel cielo ottenebrato, quand’ecco che viene recuperato da Mary Poppins, il cui corpo schiarisce il grigio della tempesta, e porta con sé una luce nuova, carica di speranza. Si potrebbe affermare che Mary Poppins torni nell’esatto momento in cui le avevamo detto addio, o perlomeno in uno scenario davvero simile a quello di tanti anni prima. Allora, Jane e Michael giocavano con il loro aquilone, e adesso, nell’intro del film del 2018, i piccoli Banks inseguono anch’essi il medesimo aquilone. E’ un ritorno al passato, un segno di come il tempo giri ciclicamente e rivesta un ruolo di primo piano.

Nell’essenza fisica della protagonista, il concetto astratto di tempo trova la sua massima esaltazione. In Mary Poppins, infatti, il tempo pare essersi fermato. Ella non invecchia, essendo stata baciata dal dono dell’eterna giovinezza. Se sull’epidermide di questa nuova protagonista non è riscontrabile alcuna testimonianza dello scorrere degli anni, al contrario, nel mondo in cui vivono i Banks, il tempo ha addotto effetti malaugurati. Il viale dei ciliegi ha perduto vivezza cromatica, perché gli alberi non sono sani e floridi come una volta, l’Ammiraglio Boom, che tuttora amministra la propria dimora come un vascello che solca il mare aperto, è vecchio, arrembato, e non spacca più il secondo con la stessa precisione del Big Ben. Vi è un serio problema di “tempistiche” nel viale dei ciliegi, tutto sembra oscillare tra un triste “andato” e un imminente “prossimo”. La moglie di Michael è venuta a mancare e l’amata casa dei Banks è sotto pignoramento. E’ il momento propizio per il ritorno di Mary Poppins, che discende sul suolo terrestre come una fata e rincontra Jane e Michael, ormai adulti e un tantino smemorati. Infatti, sebbene la riconoscano immediatamente e restino tanto felici quanto sorpresi nel rivederla, essi non rimembrano pienamente le stupefacenti avventure in cui Mary Poppins li aveva condotti col suo inconfondibile brio. Erano soltanto dei bimbi quando la conobbero, oramai hanno dimenticato o forse, cosa ben peggiore, hanno smesso di credere!

La relazione tra Jane, Michael e la loro tata è a stento accennata se non quasi del tutto assente. Mary Poppins, in passato, ha cambiato le loro vite, ciononostante il ritrovarla non genera, ai fratelli, alcuna tangibile emozione che possa essere percepita da noi spettatori. I due, se non nella fase iniziale, restano quasi indifferenti dinanzi alla costante presenza della “strega” buona. Un qualcosa di inspiegabile se non addirittura di incomprensibile e d’imperdonabile. Vedere poi Michael rimproverare aspramente Mary Poppins, rea di aver riempito la testa dei suoi figli di “sciocchezze”, causa un effetto straniante.

La sceneggiatura pone Mary Poppins sullo sfondo delle vicende, come se fosse un’attenta accompagnatrice invece che un’amabile catalizzatrice degli eventi. In “Mary Poppins”, la tata dispensava dolcezza ai bambini e, al contempo, migliorava tutto quello che si trovava intorno a lei. Lo scopo segreto di Mary Poppins era quello di trarre in salvo il signor Banks, un uomo precipitato in un abisso di insensibilità e avarizia, ed un papà schiacciato dagli obblighi lavorativi, i quali esigevano il sacrificio dei suoi doveri paterni. Mary Poppins si rivolgeva, con una frequenza dosata, al padre dei bambini, riuscendo, con la sua proverbiale dialettica, a mutare l’indole crucciata e severa del genitore. Ne “Il ritorno di Mary Poppins” questa basica sotto-trama non può essere presente, e purtroppo non viene sostituita da un racconto altrettanto interessante. Mary Poppins finisce, conseguentemente, per svolgere il semplice ruolo dell’intrattenitrice. La tata, di fatto, distrae i piccini dai turbamenti quotidiani, trascinandoli in mondi fantastici e “immergendoli” in regni sottomarini. Michael, distrutto dalle paure, appare nervoso, irascibile e sfoga la crescente ira rimproverando i suoi figli. Tutto questo non è che un mero refuso del ruolo che fu di suo padre. Ma Michael non è il signor Banks, e non soffre della medesima, incompresa, fragilità. Una debolezza, questa, che neppure lo stesso George riusciva a comprendere e a rinvenire in lui. L’incanto promanato da Mary Poppins permetterà, comunque, ai bambini di consolare il padre con saggezza e amorevolezza, così che lo stesso Michael rammenti l’importanza della famiglia.

Verso la fine delle vicende, la grossa lancetta del Big Ben si accinge a sancire la mezzanotte. E’ una corsa contro il tempo quella della famiglia Banks per mantenere il possesso della loro casa. Grazie all’intervento di Mary Poppins, l’imponente torre dell’orologio potrà far sì che l’ora indietreggi di qualche minuto, così che i Banks salvino la loro proprietà e tornino a volare, lieti, su in cielo con il supporto di palloncini colorati. Un messaggio espresso velatamente e rivolto a tutti quanti noi: mandiamo indietro le lancette del nostro orologio, torniamo a provare l’emozione fanciullesca, lo stupore dell’infanzia, il desiderio di sognare.

  • Ripulire e illuminare

 “Il ritorno di Mary Poppins” è una meravigliosa esperienza visiva, capace di ingolosire il palato di coloro che amano nutrirsi di trucchi e illusioni, di magie e incantesimi. La pellicola è una delizia per gli occhi, diletta gli animi, riscalda i cuori, tuttavia soffre di una storia poco entusiasmante e di un preminente richiamo al passato: il montaggio rievoca l’esatta successione delle sequenze del primo film e, in egual modo, molti altri elementi fanno eco con la prima pellicola: l'entusiasmo per l’attivismo che anima il carattere di Jane porge la guancia all’ardore della signora Banks, la quale lottava strenuamente per l’emancipazione delle donne, la bizzarra cugina di Mary Poppins, interpretata dalla celeberrima Meryl Streep, mima l’esuberante zio Albert, persino Michael, negli atteggiamenti, emula il padre e, infine, la figura del lampionaio Jack fa il verso a quella di Bert, lo spazzacamino di Dick Van Dyke. La Disney è sempre stata maestra nel confezionare lungometraggi intrisi di stupefazione estetica, cionondimeno negli ultimi anni la stessa ha plasmato uno stile cinematografico votato alla suggestione, alla malinconia. “Il ritorno di Mary Poppins” non è da meno, contempla ed elogia il “primo capitolo” per poi rilasciare un nuovo messaggio, il quale, però, risulta essere sacrificato sull’altare del citazionismo.

Molti anni or sono, Bert, infilandosi nelle “canne fumarie”, ripuliva i camini dalla fuliggine e dal nerume. Il suo mestiere aveva delle somiglianze con quello della stessa Mary Poppins. Anch’ella spazzava via lo sporco di un’esistenza vacua, triste, scevra dal sogno fanciullesco e dalla fantasia dell’innocenza. Come gli spazzacamini, i quali salivano sino alle vette più alte dei palazzi, anche Mary Poppins, dondolando nel firmamento, poteva guardare il mondo dall’alto, da una prospettiva unica. Bert, molto tempo fa, liberava i camini dal sudiciume e, così, Mary Poppins spolverava, a ritmo di “supercalifragilistichespiralidoso”, la vita del signor Banks, sozza dal giogo dell’avarizia. Ne “Il ritorno di Mary Poppins”, Jack è un lampionaio. Egli, insieme ai suoi colleghi acciarini, accende i lampioni disseminati per le vie di Londra, illumina la strada ai viandanti così che possano far ritorno alle loro case. Allo stesso modo, Mary si presenta come un arcobaleno, comparso allo scadere di un fortunale, per irradiare il tortuoso percorso dei Banks e aiutarli a ritrovare il tragitto verso la quiete e la felicità. Sia in “Mary Poppins” che ne “Il ritorno di Mary Poppins”, la protagonista e il suo comprimario, che sia uno spazzacamino o un acciarino, condividono una “missione” piena di assonanze. E’ questo quello che ha fatto Mary Poppins alla famiglia Banks: dapprima ha spazzato via ogni affanno, in seguito ha illuminato ogni giorno della loro esistenza, come una madre buona e generosa.

  • Non ti dimenticheremo, Mary Poppins…

Sul finale, Mary Poppins rimarrà nuovamente sola, sull’uscio della grande villa dei Banks. Il viale dei ciliegi è nuovamente fiorito, ed il tempo è tornato a scorrere con benevolenza. Mary Poppins è pronta ad andare via, ancora una volta ha salvato i suoi cari ma nessuno si è soffermato a dirle “arrivederci”, guardandola negli occhi. E’ il dono ma anche il fardello di Mary Poppins: amare, essere amata, ma non potersi mai fermare troppo a lungo a gustare il tepore della famiglia. Andrà via, col suo ombrello, scomparendo ma non venendo mai dimenticata.

Il ritorno di Mary Poppins” ha un fascino seduttivo, è un film assolutamente ben fatto, divertente, colmo di spensierata festosità. Inferiore al suo predecessore ed altresì manchevole di una morale profonda, di un’educazione alla crescita e alla formazione che solo l’originale sa tutt’oggi esprimere, può essere comunque annoverato tra i sequel discreti. Un film piacevole, godibilissimo, gioioso, ma poco sincero poiché troppo studiato a tavolino.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Jurassic World - Il regno distrutto" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Ti ricordi la prima volta in cui hai visto un dinosauro?” -  è un interrogativo ripetuto con dolce frequenza da Claire. La voce di Bryce Dallas Howard voleva porre a noi interlocutori una domanda, le cui intenzioni, più che ottenere una risposta di tipo razionale, erano destinate a far riaffiorare un ricordo appartenuto alla sfera emotiva del nostro vissuto. Per l’appunto, provo anch’io a rivolgere a te, lettore, il medesimo quesito: qual è stata la prima volta in cui hai visto un dinosauro? Si trattava di una riproduzione giocattolo? Un pupazzo di stoffa con le fattezze di un “buon” triceratopo? Forse hai veduto per la prima volta l’immagine di un primordiale dominatore della Terra sulle pagine di un libro illustrato? Chissà, avrai osservato lo scatto fotografico di un museo all’interno di un testo che ritraeva i resti scheletrici di un colossale animale che, milioni di anni or sono, muoveva i suoi poderosi passi sul suolo Triassico, Giurassico o Cretaceo! Vi è, invece, la possibilità che tu, proprio tu caro lettore, abbia visto, come me, per la prima volta un dinosauro…con la pelle addosso, intento a muoversi con maestosità in una verde radura. Lo hai intravisto mediante l’occhio meccanico di una cinepresa. Era forse un Brachiosauro alto nove metri? Molti di noi, in principio, hanno ammirato un dinosauro guardando “Jurassic Park”.

Ci sembrava fin da allora un miracolo, concretizzatosi con le ingegnosità magiche e figurative del cinema, quell’arte che rese vivida una forma di vita vissuta in un tempo tanto lontano. Sono certo che oltre al senso della vista, alla meraviglia estetica che è stata capace di generare in voi quella sequenza, scolpita con tale limpidezza nella vostra mente, riuscirete a ricordare anche il frastuono assordante, sinistro e inquieto di un’andatura titanica come quella di un dinosauro che poggia l’arto inferiore sul terreno, o il ruggito fragoroso di un Tirannosauro. Potete ricordare con cristallinità le emozioni che avete provato quando avete avvertito tutto questo per la prima volta in assoluto?

La campagna pubblicitaria imbastita per promuovere “Jurassic World – Il regno distrutto”, quinto capitolo della saga iniziata da Steven Spielberg col suo capolavoro del 1993, ha indirizzato l’attenzione del pubblico sull’importanza di richiamare quel caro ricordo. La prima reminiscenza che conserviamo riguardante i dinosauri, che tanto abbiamo imparato ad ammirare e, perché no, anche a studiare assiduamente, sospinti dall’impatto e dalla suggestione che quel film, il primo film, ha avuto in noi, è la fonte primaria dell’amore provato per il mondo giurassico. “Jurassic World” vuol farci tornare bambini, permetterci di rievocare quell’ingenuo ed incantato senso di stupore che abbiamo provato la prima volta in cui ci siamo affacciati alle meraviglie di quel parco dalle fatali illusioni. Per gustarsi appieno l’adrenalinica avventura di “Jurassic World – Fallen Kingdom” occorrerà sin da subito far sì che siano le emozioni basiche, i sentimenti primordiali, gli affetti sinceri a guidare i nostri istinti.

“Jurassic Park”, tuttavia, non è mai stato solo emozione né mero intrattenimento d’avventura. La prima pellicola ha intrecciato la sua analisi filosofica e la sua indagine esistenziale sulla vita attorno al tema del progresso scientifico, all’ardire dell’uomo che “gioca” a fare “Dio”, se non addirittura a sostituirsi a Lui. La vita, impossibile da controllare, trova infatti sempre il modo di sopravvivere e andare avanti, di progredire nel proprio irrefrenabile percorso evolutivo. La vita sfugge al giogo impostole da taluni, e si ribella con forza selvaggia. Nell’universo cinematografico di “Jurassic Park”, in quanto creature per certi versi incarnanti il miracolo, i dinosauri sono portatori di una esistenza arcana, trascorsa, ma che ancora seguiterà a perdurare in futuro.  I dinosauri, selezionati dalla natura per l’estinzione, sono stati riportati alla luce dal parto generato dal connubio amoroso tra uomo e scienza. Essi sono conseguentemente responsabilità dell’essere umano, il quale ha il dovere di vigilare e proteggere i propri simili oltre i dinosauri stessi a cui ha donato una seconda esistenza.  Di fatto, in “Jurassic World – Il regno distrutto” la missione dei protagonisti sarà incentrata sul salvataggio dei dinosauri.

Anzitutto è il tema del diritto e del dovere alla salvaguardia della vita animale ad emergere nella pellicola. I dinosauri possono beneficiare degli egual diritti degli animali del nostro tempo? Una calamità naturale si sta abbattendo su Isla Nublar: un vulcano attivo è sull’orlo di una devastante eruttazione che annienterà l’isola, sterminerà la specie che ivi alberga, e distruggerà il regno dei dinosauri. La natura si sta per manifestare in tutta la sua sconvolgente potenza. La lava incandescente si palesa come una punizione divina, una seconda estinzione. Ma i dinosauri, nati “in provetta”, in laboratorio, sono vivi, siano essi erbivori e così delicatamente ammirabili, siano essi carnivori e così fatalmente pericolosi. Tali creature meritano d’essere salvate! Ecco perché fare appello a quell’interpellanza pronunciata da Claire, la protagonista della pellicola. Rammentate l’emozione della prima volta che avete contemplato l’incedere regale di un gigante che calca il terreno, e capirete così, mossi da quella fremente sensazione, perché anche voi desiderate a tutti i costi salvarli!

Non è una fortuita coincidenza che proprio un brachiosauro resterà dimenticato sull’isola prossima a morire, avvolto dalla nube e sull’orlo dell’abisso. Quel primo dinosauro inquadrato più di vent’anni prima dalla sapiente regia di Spielberg è anche l’ultimo a morire, in una scena toccante che vuol ricordarci ancora l’importanza di ricorrere ai nostri ricordi legati ai dinosauri per ben comprendere perché è così basilare rimanere vicino ai protagonisti in questo viaggio.

“Jurassic World – Il regno distrutto” è un lungometraggio diverso, per certi versi atipico rispetto ai precedenti capitoli del franchising, eppure per tutto il tempo, il film strizzerà l’occhio al passato, citando molte scene che i fan più accaniti non potranno che scorgere. E’ una giocosa altalena tra passato e futuro il film di Bayona, specialmente nella prima parte in cui si avvicendano le ricerche sull’isola, con i dinosauri vivi, mirabili in carne ed ossa, con altre sequenze girate all’interno della villa del magnate Lockwood, in cui è possibile, invece, vedere le ossa dei dinosauri custodite in un ampio salone a carattere espositivo. Ciò che furono i dinosauri, ciò che sono e ciò che ancora saranno in futuro viene riletto dalla lente del cineasta anche attraverso questi espedienti simbolici.

In “Jurassic World – Il regno distrutto” i dinosauri vengono trattati come merce di alto valore, prodotto da vendere e su cui effettuare ogni forma di lucro. E a tal proposito, tra dinosauri in catene, aste e vincite sancite a colpi di martello, fredde cifre a sei zeri, per una parte consistente dell’opera si perderà quel senso classico di avventura, quella lotta per la sopravvivenza tipica dei vecchi episodi della serie. “Jurassic World – Il regno distrutto” vuol porre la propria lente d’ingrandimento sulla sacralità della vita in ogni sua forma e come essa debba essere sempre salvaguardata.

La trama di “Jurassic World – Fallen Kingdom” non è articolata, cede anch’essa alla riproposizione di un’aberrazione innaturale, di una nuova mutazione genetica orchestrata in laboratorio che darà vita all’IndoRaptor, il quale sarà nuovamente, come accaduto per l’Indominus Rex, abbattuto da una natura vera, una “fauna” altrettanto feroce ed originaria.

Tra omaggio e nostalgia, tra cambio di rotta e tentativo d’innovazione, il film diverte ed intrattiene con pochi veri picchi di emozione, e forse aggiungendo poco al proprio percorso narrativo se non per un finale che aprirà scenari interessanti, non più circoscritti ad un luogo limitato come era il parco o le isole di Isla Nublar e Isla Sorna, ma propagandandosi per tutto il globo terrestre: sarà la nascita compiuta di “Jurassic World”.

Ricordate la prima volta che avete visto un dinosauro? Provate adesso ad affacciarvi alla finestra, potreste vederne uno muoversi libero per le strade, salvato da quello stesso amore che avete provato col primo “Jurassic Park”, e che vi ha accompagnato fino ad oggi, fino al termine di “Jurassic World – Il regno distrutto”.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Jurassic Park - Quando i dinosauri dominavano la Terra" cliccando qui.

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"Capitan America"- Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Pazienza, programmazione e produzione sono le tre linee guida scelte dai Marvel Studios al principio di un ambizioso progetto. Tre dettami accuratamente rispettati per rendere possibile la creazione di un universo cinematografico senza precedenti. Con il lungometraggio “Iron Man” del 2008 si diede il via a un nuovo modo di fare cinema, e si alzò il sipario sul “Marvel Cinematic Universe”. La pazienza era il principale “dogma” da mantenere. Occorreva, infatti, un temperamento paziente, caratteristica peculiare dei grandi progettisti, per pianificare la creazione di un vasto universo cinematografico condiviso. Alla pazienza per la completa riuscita di un simile agognato progetto, si doveva necessariamente affiancare una meticolosa organizzazione. Per produrre e realizzare con regolarità pellicole “supereroiche” che avrebbero permesso il dipanarsi di quel fantasioso universo, servivano, per l’appunto, anni di programmazione e un’ingente stabilità economica e produttiva, fornita, in questo caso, dalla superpotenza Walt Disney, proprietaria della Marvel dal 2009.

"Occhio di Falco"- Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Ogni film del Marvel Cinematic Universe costituisce il tassello di un mosaico. La Marvel ha ideato e plasmato un nuovo modo di raccontare storie, andando oltre il semplicistico concetto di “saga”. Questo perché la storia non resta circoscritta ad una linea narrativa principale, come avveniva ad esempio nell’esalogia di Star Wars di George Lucas, ma si espande senza limiti. I film dedicati ai singoli eroi proseguono la narrazione lì dove era rimasta e la storia, la quale trova il proprio culmine nei crossover. Per poter capire completamente cosa sta accadendo nell’ultimo “Avengers”, il pubblico dovrà prima aver visto “Thor: Ragnarok”, terzo capitolo della trilogia dedicata al potente dio del tuono, così come dovrà aver guardato “Spider-Man: Homecoming”, nuovo reboot dell’Uomo Ragno. Per gustarsi pienamente “Avengers – Infinity War”, lo spettatore dovrà anche aver visto “Black Panther”, e non solo, prima ancora dovrà aver visto “Capitan America – Civil War”. Ogni pellicola si interseca con la precedente e dà il via alla successiva, “obbligando” gli spettatori ad aver visto ogni film prodotto dai Marvel Studios. Una scelta complessa, certamente rischiosa, ma che si è rivelata sin da subito la chiave di un successo straordinario. L’universo Marvel ha mutato drasticamente il linguaggio cinematografico e, come fosse una serie tv, che spesso, dopo decisi quanto inaspettati colpi di scena, cede il passo all’episodio successivo e dà l’appuntamento alla “prossima puntata”, il Marvel Cinematic Universe continua ad accrescersi senza sosta.

"Thor"- Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’universo cinematografico Marvel non ha solamente generato un nuovo modo di raccontare storie, ha altresì “partorito” e “incastonato” nell’immaginario collettivo un tipico quanto oramai insuperabile modo di recepire il genere supereroico. Lo sviluppo sequenziale dell’universo Marvel è sempre il solito, ed ha permesso al pubblico di instaurare un rapporto di ricezione distinto. Il pubblico, quando siede in sala, pronto a gustarsi un nuovo film della Marvel, sa con cristallina consapevolezza cosa aspettarsi. I film Marvel sin dagli albori sono lungometraggi divertenti, adrenalinici, pieni d’azione, con trame semplici, successioni narrative chiare e ben delineate.

Loki Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Tutte le pellicole marveliane si somigliano tantissimo per il taglio della regia (sebbene i registi che si avvicendano nei vari lungometraggi siano sempre differenti), per le ambientazioni e per i contenuti della sceneggiatura, la quale lascia filtrare nelle parole pronunciate dai protagonisti, simpatiche battute tendenti a rilassare e divertire gli spettatori. In particolar modo “Guardiani della Galassia” ha segnato una sorta di spartiacque. Le scene, colme di una comicità anche grottesca, sono aumentate persino in produzioni come “Thor: Ragnarok”. L’epica della battaglia tra il bene e il male viene spesso sacrificata per lasciare emergere situazioni beffarde, che trasmettono, a volte, la voglia degli eroi Marvel di non farsi prendere troppo sul serio.

"Vedova Nera"- Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Questo modo di raccontare il cinema supereroico ha creato una sorta di “idea suprema”, come fosse un modello esemplare su come dovrebbero sempre essere fatti i film sui supereroi. La Marvel ha forgiato quello che il pubblico generale ha oramai recepito come “il prototipo” dei film sui supereroi. Un archetipo da dover sempre seguire altrimenti non si avrà successo. E’ forse per tale ragione che la concorrente di sempre, la DC Comics, anch’essa alle prese con il difficile tentativo di trasporre al cinema il multiverso dei fumetti DC, si è scontrata contro un atteggiamento, per certi versi, restio da parte della critica. La DC ha voluto approcciarsi al genere con una maggiore cupezza e un’evidente seriosità, necessaria per marcare la sempre valente maestosità del confronto tra le forze del bene e quelle del male e purtroppo non ha ancora raccolto quello che anch’essa, naturalmente, meriterebbe. Fare un film “diverso” dai canoni marveliani sembra ormai impossibile, certamente non per mancanza d’idee o di stili divergenti, semplicemente perché la “rivoluzione” esercitata dai Marvel Studios ha sviluppato ciò che il pubblico ha imparato a volere, senza più alcun cambiamento. E’ questo il pregio e forse il vero difetto di un rinnovamento da cui non ci sarà più alcun ritorno.

“Avengers: Infinity War” è il culmine dell’universo cinematografico della Marvel. Con pazienza, programmazione e produzione, i Marvel Studios hanno realizzato una pellicola che potesse accogliere i più grandi eroi del proprio universo in un crossover costosissimo e incredibilmente ambizioso. “Infinity War” è un film che sorprende, poiché osa, va oltre lo stile divenuto oramai prevedibile delle vecchie produzioni Marvel. Osa, azzarda già nei primi venti minuti, palesandoci finalmente nella sua interezza la sagoma di un antagonista freddo e spietato, che fa svanire l’alone di leggerezza che ci si aspetterebbe di respirare nella prima parte del film, restituendoci una sensazione di vero dramma. Pur mantenendo e rispettando lo stile delle precedenti pellicole, “Infinity War” ha il coraggio di ardire. Il lungometraggio dei fratelli Russo colpisce per l’ottimo equilibrio con cui riesce a far coesistere così tanti personaggi. “Infinity War” ha tutto quello che un grande e spettacolare cinecomic Marvel dovrebbe avere: fa divertire, emoziona, appaga, coinvolge e al contempo fa anche riflettere. Una pellicola supereroica totale, imponente e avvincente, il vero apice di un universo nato dieci anni fa che trova oggi la propria esaltazione.

"Thanos" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Tra i tanti supereroi presenti sulla scena, ho apprezzato molto la caratterizzazione di Cumberbatch come Doctor Strange, ma ho trovato deludente il Bruce Banner/Hulk di Mark Ruffalo, incerto, apparentemente spaesato e del tutto assente nelle sue vesti di Golia Verde. In una immensa miscellanea che vede i più celebri eroi della Marvel presenziare e combattere in questo conflitto per salvare l’umanità, nessuno di loro, tuttavia, riuscirà a prevalere scenicamente sull’altro. Neppure l’emblematico Iron Man, simbolo di spicco degli Avengers, si eleva sui suoi comprimari. E’, di fatto, il cattivo Thanos a rubare la scena a tutti i suoi rivali, i buoni.

"Iron Man"- Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Thanos è un antagonista dalle fattezze colossali, dalla voce aspra e gutturale e di una potenza inaudita. Colpisce il modo in cui egli si pone agli interlocutori con dei modi che esternano una calma inalterabile, la quale prelude a un’apparente freddezza intima. Thanos è un cattivo che impara a farsi conoscere gradualmente nel corso del film. Il suo insano piano è studiato e spiegato con una pacatezza sconcertate, come se nella sua lucida follia lasciasse intravedere una distorta razionalità. Thanos è portatore di caos, e il caos è equo, diceva l’antagonista di un celebre eroe della DC Comics, in un film supereroico diretto da Nolan. Nell’equità, Thanos trova il motore per generare stabilità, equilibrio; attraverso la distruzione egli vuole mantenere ciò che il fato farà restare. Lui non è che un promotore, ma sarà il destino a decretare chi vivrà e chi invece perirà, poiché secondo Thanos la fine di molti garantirà la vita di pochi. Thanos è senza dubbio il personaggio più riuscito del film perché è il solo ad ergersi sulla moltitudine.

 

“Avengers: Infinity War” ha tra i suoi temi più interessanti il concetto di “sacrificio”. Per evitare che Thanos si impadronisca delle gemme dell’infinito, Gamora e Visione sono pronti a sacrificare loro stessi. Entrambi chiedono ai rispettivi partner di ucciderli se dovessero cadere preda del truce distruttore. Se sono pronti a sacrificare se stessi, anche Star-lord e Scarlet devono compiere un sacrificio: rinunciare all’amore per un bene superiore. Uccidere la persona amata per mantenere la salvezza della Terra è un prezzo da pagare a cui, tra le lacrime, entrambi cercano di ottemperare. Sia Star-lord che Scarlet sono infatti pronti a spegnere la vita di coloro a cui più tengono, ma entrambi falliranno, non per inadempienza delle loro promesse, soltanto perché Thanos gli impedirà di riuscire nei loro intenti.

Anche Thanos dovrà sacrificare l’unica cosa che abbia mai amato, e lo farà con una volontà di ghiaccio, attenuata solamente da una lacrima che gli scenderà giù dagli occhi. Il sacrificio di un amore attuerà la fine di molte vite. Quello di Thanos sarà un destino pazientemente voluto e messo in pratica, un caos ricercato, attuato e sancito.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Emily Blunt è Evelyn - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Come puoi spiegare ad un bambino che non può giocare col suo giocattolo? Come potresti distoglierlo dal tenere in mano il modellino di un aereo da combattimento e fingere di pilotarlo? Sarebbe come arrestare la sua voglia di crescere, smorzargli la fantasia.  Quel medesimo desiderio che lo porterebbe a fantasticare d’essere all’interno della cabina di pilotaggio e volare alto nel cielo, a combattere contro i malvagi della sua avventura testé improvvisata. Non ci riusciresti mai! Ciononostante, il piccino non può davvero giocare. E’ complicato replicare con la voce i suoni che immaginerebbe provenire da quell’aereo in volo. Analogamente, se tenesse in mano la riproduzione giocattolo di una locomotiva non potrebbe fare “ciuf ciuf”, e muoverla con le mani, un po’ a destra e un po’ a sinistra, immaginando di farla sferragliare su dei binari visibili solo nei suoi candidi occhi. Nel mondo in cui vive quel bambino è vietato fare alcun rumore se si vuole sopravvivere.

Mentre la sua famiglia è intenta a racimolare provviste e generi alimentari in un negozio abbandonato, il piccolo Beau ha trovato una navetta spaziale giocattolo, e vorrebbe portarla con sé. Tuttavia, il padre prontamente lo ferma e gli spiega che il giocattolo farebbe troppo rumore e attirerebbe i mostri. Il bambino è triste ma non può che acconsentire al volere del genitore. Di lì a breve, la sorellina più grande, all’insaputa del padre, gli rende il giocattolo. Quando l’avrebbe scoperto, papà avrebbe capito, - avrà pensato la sorella - ma fino ad allora doveva essere il loro segreto. La famiglia procede scalza sul sentiero che la conduce verso casa. Prima di uscire dal negozio, Beau recupera le batterie e le inserisce all’interno della navetta, mettendola in funzione. Il piccolo si ferma improvvisamente e resta per qualche istante come rapito dagli effetti acustici e dalle luci multicolori emesse dal giocattolo. Il flebile suono e l’innocente stupore prodotto dall’intermittenza della luce colorata, concepite per attirare la fantasia di un bambino, si riveleranno, loro malgrado, l’arma che condurrà Beau alla morte. Quella navetta spaziale che non era altro che un “balocco” nato per divertire, si rivelò, invece, come la “sonora” fine di un’anima innocente. Il rumore fuoriuscito dal giocattolo attira delle strane creature provenienti dai boschi, le quali catturano il bambino e lo uccidono davanti alla sua famiglia, rimasta inerme in preda a una disperazione incontenibile. I genitori di Beau e i suoi fratelli non poterono neppure lasciarsi andare ad uno straziante pianto, non ebbero la possibilità di squarciare l’angosciante quiete che dominava il tutto con un urlo disperato. Ebbero solamente la mera opportunità di piangere contenendo i lamenti. Quello che “A quiet place” ci presenta è il dramma laconico di una famiglia a cui non è più concesso esternare con la voce alcuna sensazione.

A quiet place – Un posto tranquillo” comincia il proprio corso una mattina dell’anno 2020.  In questo futuro, la Terra è stata invasa da creature extraterrestri, prive di vista ma estremamente sensibili al rumore. Nel giro di poche settimane, la popolazione terrestre è stata devastata dall’azione predatoria di queste creature. I pochi sopravvissuti vivono giorno dopo giorno stando attenti a mantenere un costante, quanto angosciante, silenzio. Anche il minimo rumore può, infatti, attirare l’attenzione degli alieni. La famiglia Abbott è composta da Lee (John Krasinski, protagonista e regista del film), la moglie Evelyn (Emily Blunt), i figli Marcus, Regan, la quale è affetta da sordità, e lo scomparso Beau. Gli Abbott, sopportando con sempre più fatica i disagi di un’esistenza regolata dal mantenimento del più assoluto silenzio, continuano a restare in vita, comunicando tra loro per mezzo della lingua dei segni. Sono trascorsi 476 giorni dall’arrivo di questi “demoni” discesi dallo spazio, invasori ostili dalla natura ignota. Evelyn è incinta e si accinge a partorire a breve. Lee sta ultimando quanto è necessario per rendere sicura una stanza insonorizzata, che possa garantire la venuta al mondo e la crescita del nascituro.

“A quiet Place” è un film atipico e originale. Non è un semplice horror, il cui scopo preminente è quello di acutizzare il terrore come potrebbe sembrare dall’ingannevole locandina. Non è nelle intenzioni basiche del lungometraggio esagitare un’emozione di paura nel cuore degli spettatori, così come ha voluto far credere la “menzognera” campagna pubblicitaria scelta per promuovere il film. Il genere che maggiormente dovrebbe calzare a pennello per descrivere “A quiet place” è quello del thriller fantascientifico. E’ il senso di allerta ad essere precipuo, o ancor più specificatamente, la tensione a venire alimentata in un crescendo durante lo scorrere della pellicola piuttosto che lo spavento. Il lungometraggio cerca di indurre all’immedesimazione il pubblico nella disagiante situazione in cui vertono i protagonisti. La storia e l’ambientazione non fanno che rimarcare sin dall’inizio quanto il pericolo sia sempre imminente. Basta una minima disattenzione, la più sbadata delle dimenticanze, per generare un suono e attirare verso di sé la morte. Non fare alcun rumore diventa sempre più difficile, un “dovere” quotidiano sempre più snervante.

La pellicola di Krasinski è apprezzabile anzitutto per il coraggio: girare un film quasi interamente sprovvisto di dialoghi verbali, e garantire comunque un’eccellente scorrevolezza, non è impresa da poco. Voler stimolare la concentrazione degli spettatori per mezzo di un magniloquente mutismo è un tentativo lodevole, poiché un pubblico attento non potrà che lasciarsi trascinare dalla suggestiva atmosfera dell’opera, che nel silenzio ricorda un’evocativa facondia simbolica. La dialettica in “A quiet place” è filtrata nei gesti, il significato di una parola diventa fruibile nei cenni, l’esternazione di un’emozione negli sguardi, la trasmissione di un pensiero nelle mimiche facciali. Il silenzio prolungato fa sì che gli occhi, l’espressione del viso, le mani stesse diventino tutti strumenti comunicativi per esternare una volontà. Nella corrispondenza degli sguardi scambiati tra i personaggi si instaura un rapporto empatico con gli spettatori. Per gustare appieno l’esperienza offerta dal film, occorrerà che ognuno di noi provi inevitabilmente ad immaginare d’essere al posto dei protagonisti, a dover far fronte ad una vita di stenti e rinunce.

Nell’incomunicabilità vocale, emerge un silenzio assordante che permea la totalità dell’ambiente. Gli unici suoni che riescono ad allietare la silenziosità imposta alla razza umana sono quelli della natura, come il gorgoglio di un ruscello, il fragore di una cascata o il sibilo del vento. I personaggi vivono tutti oppressi da un mutismo inviolabile, tranne la giovane Regan, che risulta essere ulteriormente isolata dalla sua sordità. Non vi è un vero e proprio scampo da una situazione tanto alienante. Gli Abbott vivono nell’isolamento, nell’emarginazione. Procedono giorno per giorno ad elaborare il loro lutto, e permanendo in silenzio faticano ancor di più a superarlo. Non possono comunicare apertamente i loro dispiaceri, affrontarli per mezzo della parola, del lamento e dello strillo. Non riescono a sfogare il loro dramma intimo, devono, invece, soffocarlo, e non potendo comunicare apertamente ecco che si presentano le incomprensioni, i dubbi, le ansie di una figlia che teme di non essere più amata dal padre. Per andare avanti occorre affidarsi alla bellezza delle piccole cose. Ecco che una semplice partita a Monopoli diventa il solo passatempo per Regan e Marcus.

E in egual maniera, anche la musica, riprodotta a volume basso e ascoltata attraverso le cuffie, è l’unico accompagnamento musicale che riesca a cadenzare i passi di danza di una moglie, Evelyn, e di un marito, Lee, i quali, per qualche istante, riescono a dimenticare i loro affanni fintanto da concedersi la libertà di un lento. Anche quel “razzo giocattolo” era una “piccola cosa”, e doveva rappresentare una “via di fuga” per un bimbo che non voleva altro tranne volare via con l’immaginazione e porre fine a quel maledetto silenzio. Sacrifici, coraggio, amore, affetto, protezione verso la propria famiglia, sono solo alcuni dei temi affrontati con sagacia dal thriller di Krasinski. Un bel film, ricco di suspense che nel suo essere laconico comunica più di quanto, alle volte, potrebbero fare le parole.

Come abili mimi che si esprimono con l’arte dei gesti, gli attori protagonisti ci aiutano a comprendere come il loro unico scopo sia proteggere i propri figli ad ogni costo. Krasinski interpreta il ruolo di un padre di famiglia protettivo e valoroso. Ma è la moglie Evelyn a prendersi meritatamente la scena. Una straordinaria Emily Blunt interpreta una madre prostrata dal dolore ma mai arresasi ad esso. Incredibilmente potente la sequenza del parto, in cui la donna tollererà gli spasmi e un dolore straziante, restando muta, trattenendo a fatica le urla di dolore che il suo corpo reclamerebbe. Il suo volto madido di sudore, i suoi occhi addolorati, le lacrime che le scendono lungo le gote, la sua bocca che fatica tremendamente a bloccare anche il benché minimo gemito di sofferenza, sono tutte caratteristiche interpretative riscontrabili nell’immediatezza e che accentuano la sua convincente ed entusiasmante interpretazione.

E’ interessante notare come in questo mondo postapocalittico, in cui vige la morte, questa famiglia abbia voluto e cercato in ogni modo di garantire la nascita di una creatura portata in grembo con tutte le problematiche del caso. Con la venuta al mondo del loro ultimo figlio, Lee e Evelyn hanno dato alla luce la speranza in un’esistenza oppressa dall’oscurità. Ogniqualvolta il bambino piangerà, il suo pianto costituirà una lieta melodia che interromperà quel drammatico silenzio, riecheggiando come un lamento liberatorio e pieno di voglia di vivere.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Wade Watts/ Parzival" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il logo della “Warner Bros”, gradualmente, si dissolve sino a scomparire del tutto dallo schermo, e le luci della sala cedono il passo al buio. Nel momento in cui i titoli d’apertura si materializzano, una musica riecheggia nell’aria. La musica di “Ready Player One” risuona con compassata “cadenza”, come se non volesse farsi udire in un ritmato crescendo. Non si appresta neppure a far “rintoccare” le eteree melodie, prodotte a volume basso, come a non voler dare l’idea di provenire da una zona remota, dalla quale, man mano ci si porti vicino si riesce a sentire, nel ritmo coinvolgente, al massimo del proprio suono. La musica, in “Ready Player One”, si propaga con un’intensità tale da coinvolgere istantaneamente lo spettatore. Il brano in questione è una canzone molto celebre: si tratta di “Jump”, uno dei maggiori successi dei Van Halen.

Quando “Ready Player One” inizia a mostrarsi in tutta la sua crescente spettacolarità, sarebbe opportuno lavorare di fantasia. Con un po’ d’immaginazione, ci si può trovare a teatro, nel momento in cui, con il sipario appena alzatosi, il coro dal Golfo Mistico si accinge ad “intonare” il primo tema musicale dell’Opera. La musica, si sa, quando dà il via al proprio scorrere ha, tra i suoi intenti, niente affatto celati, il desiderio d’introdurre rapidamente alle atmosfere del film tutti coloro che siedono in platea. Se la colonna sonora riesce a catturare in maniera immantinente le attenzioni degli spettatori il gioco è fatto. Continuando, ancora per poco, a immaginare d’essere a teatro, potremmo considerare “Jump” come una sorta di prologo decantato. Non soltanto per il valore nostalgico della canzone in sé, che naturalmente ci rimanda agli anni ’80, ma anche perché tale canzone ha nel titolo il profondo significato di “Ready Player One”. “Jump” recita l’estratto del ritornello, “Salta!” noi potremmo ribattere nella nostra lingua. E’ proprio nel coraggio di compiere l’azione del “saltare” che si cela la didascalica morale del lungometraggio di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Accompagnato dal pezzo dei Van Halen, il film comincia, seguendo il protagonista, Wade Watts, mentre viene giù da un alto palazzo con l’ausilio di una fune. Tutto intorno a Wade appare avvilente. Il protagonista è circondato da scenari consunti, caotici, come se la città fosse diventata un enorme agglomerato di rifiuti, un gigantesco ricettacolo di resti d’auto sozzi. Nel lento procedere di Wade per toccare terra, notiamo come tutte le persone, confinate nelle loro case, siano immerse in una realtà virtuale giocabile mediante un visore e dei guanti aptici. Anche Wade sta per raggiungere la sua postazione preferita per varcare i confini di OASIS. Le strade e le vie sono sormontate da palazzi dall’aspetto fatiscente. Le scenografie riscontrabili in “Ready Player One” rimandano alle ambientazioni che avvolgevano il piccolo robottino Wall-E, il quale svolgeva, in solitudine e da 500 anni, l’attività di “spazzino della Terra”. Spielberg ci conduce nel 2045, in un futuro dispotico in cui la sovrappopolazione e l’inquinamento hanno depauperato la natura e reso angusta la vita sul nostro pianeta. Le grandi metropoli sono decadute e la realtà circostante non offre che un paesaggio avvizzito dall’avidità umana.

La sola via di fuga è costituita da OASIS, il mondo virtuale partorito dal visionario James Halliday. Alla sua morte, come lascito, Halliday ha dato il via a tre difficilissime sfide per poter recuperare altrettante chiavi. Chi vincerà le sfide, le quali per essere aggiudicate necessitano la risoluzione di enigmi riguardanti sempre una parte importante della vita di Halliday, erediterà OASIS, e con esso il valore economico della creazione, nonché l’assoluto controllo.

Parzival guida sempre la DeLorean. Potete leggere di più su “Ritorno al futurocliccando qui.

 

Ready Player One” è un immenso buffet traboccante di squisite prelibatezze da assaporare con gli occhi, ad ogni battito di ciglia. I nostri sguardi famelici vengono così saziati dalle continue sequenze d’immagini che scorrono come succulente portate servite a ritmi frenetici, e cucinate da uno chef di prima grandezza, che risponde al nome di Steven Spielberg. Il regista vuol render satolli gli stomaci voraci di tutti coloro che traggono appetito dalla meraviglia della fantascienza. Il lungometraggio è una poesia tradotta in un tripudio d’immagini, declamata attraverso un eccezionale utilizzo degli effetti speciali e, attentamente, parafrasata con “figure retoriche” personificate in “avatar” che sfilano, come fossero su di un’immensa passerella. Spielberg è riuscito a catturare e a racchiudere nel palmo della propria mano l’essenza del romanzo, infondergli in essa il proprio inconfondibile tocco. “Ready Player One” è un madrigale alla cultura popolare degli anni ’80 ma non si limita a tributare con malinconia, ma trasporta il passato e lo mescola al presente degli spettatori e al futuro stesso dei protagonisti della storia, generando una soluzione unica, come un affresco universale.

Il Tirannosauro è uno dei simboli del cinema di fantascienza di Steven Spielberg. Potete leggere di più su “Jurassic Parkcliccando qui.

 

Cosa, alla fin fine, non rende tangibilmente visibile Spielberg nel suo film?! Egli traspone di tutto: il Tirannosauro, King Kong, Alien, la DeLorean di Ritorno al futuro, Joker, Harley Quinn, Batman, Batgirl, Robocop, persino sua maestà, il Gigante di ferro. Cosa si potrebbe dire, senza lasciarsi influenzare dalla sfera emotiva, su un film in cui vi è una lunga scena in cui combatte Gundam, fiancheggiato da quel Gigante buono concepito dalla mente di Brad Bird, contro il terrificante MechaGodzilla? E cos’altro si potrebbe aggiungere su un film che rilegge, sempre rispettando il proprio stile, il cult “Shining”, facendo sì che i propri personaggi vengano trasportati all’interno dello spaventoso “set” di Stanley Kubrick in una sequenza sbalorditiva? E’ arduo poter commentare, con giudiziosa razionalità, l’emozione pura emessa dallo stupore visivo dell’opera di Spielberg.

Il Gigante di ferro, protagonista dell’omonimo capolavoro d’animazione, riveste in “Ready Player One”, naturalmente, un ruolo eroico e audace. Potete leggere di più sul film “The Iron Giant” cliccando qui.

 

Ready Player One” possiede la forza indomita della natura selvaggia de “Lo squalo” e di quella preistorica di “Jurassic Park”. L’ultima pellicola di fantascienza di Spielberg fa filtrare, nei propri personaggi principali, quello stesso anelito di rivalsa che esortava i dinosauri a spezzare le catene imposte dagli uomini. Ancora, il film è permeato da quel senso d’adrenalinica avventura che la tetralogia di Indiana Jones ha sempre fatto emergere con impareggiabile maestria. La pellicola ha, altresì, nella bontà dei due protagonisti, Wade e Samantha, la dolcezza fiabesca di “E.T.”, e nel loro amore, la vena sognante di “Hook – Capitan Uncino”.  “Ready Player One” è, a mio parere, la quintessenza tributaria del cinema Spielberghiano, perché riesce a coniugare la magnificenza di quel tipo di sogno che Spielberg ci ha da sempre regalato, e per mezzo del quale trasformiamo, ogniqualvolta vogliamo, la quotidianità in una fantastica avventura, fatta di una impalpabile magia che tende sempre al lieto fine.

In “Ready Player One” Spielberg non cita e dissemina solamente, egli plasma una storia semplice ma avvincente, genuina ma al contempo capace di rilasciare un messaggio da apprendere. “Ready Player One” è un film vecchio stile. Pur potendo fregiarsi di un’estetica che non ha paragoni, e una narrazione calata in un contesto avveniristico, ricorda le pellicole di un tempo, con quel particolare taglio che soltanto Spielberg sapeva e sa dare. Si tratta di un’opera che mi ha riscaldato il cuore nell’egual maniera di come facevano i film che vedevo da bambino, quelli impressi sul nastro di una videocassetta. “Ready Player One” ha conservato la bellezza incontaminata di un film generato negli anni ’80 e ’90, quel genere di pellicole in cui gli eroi, giovani e avventurosi, salvavano il mondo, fronteggiando forze apparentemente incontrastabili e, spesso, incarnate negli adulti. Era proprio la genuinità della narrazione, la spontaneità dei personaggi e quel loro spingersi oltre, al di là delle limitazioni che venivano loro imposte da terzi, a farmi adorare questo genere di film. “Ready Player One” è un film imperdibile, un luna park compendiato tra i limiti scenici di una macchina da presa, un diamante da custodire gelosamente e da rimirare quasi con devozione.

Parzival così come appare con il travestimento alla “Clark Kent”. In “Ready Player One” i protagonisti citano la seguente frase di Lex Luthor, tratta da “Superman” del 1978: “Signorina Teschmacher, alcuni possono leggere "Guerra e pace" e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell'universo.” Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

 

Wade è un orfano, ha perduto il padre e la madre quando non era che un bambino, e convive con l’ingenua zia e la di lei ultima conquista, vale a dire un uomo rozzo e violento. Il protagonista di questa storia non ha amici, eccetto quelli che ha conosciuto nella realtà virtuale, senza però averli mai incontrati personalmente: tra questi il suo migliore amico, Aech. Anche per Wade il gioco virtuale rappresenta una via di fuga, un modo per estraniarsi dal deprimente mondo che lo avviluppa. Padroneggiando il proprio Avatar, che risponde al nome di Parzival (riferimento al cavaliere medievale dell’omonimo testo), Wade si immerge nella realtà virtuale di OASIS, conoscendola e rileggendola sempre come la sua sola casa. E’ anch’egli un esule che ricerca una mera possibilità di ergersi su di una società decaduta e egoistica. Se per Wade la realtà è un afoso e soffocante deserto, OASIS è l’incarnazione olografica e virtuale di un’oasi sorta su verdi radure, bagnata da acque limpide e cristalline e circondata da palme che si levano alte, attenuando, con il loro possente fusto e le loro fronde, i cocenti raggi del sole, facendo sì che si generi sul terreno un’ombra in grado di rinvigorire il corpo e ristorare il cuore.

Tutti vogliono fuggire dalla “verità” che appare sotto i loro occhi, e tutti anelano solamente a trasferire la loro coscienza in una divertente illusione. In OASIS, Wade incontrerà altri amici, dapprima li conoscerà soltanto coi loro avatar, ma in seguito li vedrà per come sono realmente. Tutti loro formeranno una squadra per conquistare le tre chiavi ma, soprattutto, per salvare OASIS dalle perfide angherie e dagli oscuri voleri del losco Nolan Sorrento, massimo dirigente della multinazionale IOI.

E’ proprio in quel mondo irreale, eppure così vivibile e al contempo così fantasticamente intellegibile, che Wade conosce la ragazza di cui si innamorerà, la quale risponde al nome fittizio di Art3mis. Parzival dichiarerà ad Art3mis il proprio amore, ma lei lo rifiuterà perché intimorita dal fatto che nella vita reale non si sono mai incontrati. Art3mis, il cui vero nome è Samantha, è una ragazza bellissima, ma timorosa nel mostrarsi per com’è realmente dinanzi a Wade. Ella ha sulla faccia una voglia che le contorna l’occhio destro e si protrae ancora, fino a occuparle un lato della fronte. “Sam”, come preferisce farsi chiamare, copre sovente quella parte del volto con una ciocca dei suoi capelli rossi. Quando Wade riuscirà finalmente ad incontrarla, ed entrambi non saranno più velati dall’illusione dei loro avatar, egli le accarezzerà il viso, spostandole delicatamente i capelli fin dietro l’orecchio, così da poterla vedere senza nulla che la nasconda. Wade non nota alcuna differenza, e seguita, come prima, a confessarle il suo amore. Questo perché nessun avatar, così come neppure una graziosa chioma di capelli rossi, può celare la bellezza ammirata con gli occhi di un cuore innamorato. E’ qui che si snocciola il primo significato di “Ready Player One”, l’importanza della realtà e del modo in cui percepiamo il fantastico. Wade non si era di certo innamorato di un avatar ma di ciò che l’avatar di Art3mis testimoniava, in verità, la personalità di Samantha. Una volta conosciutala, Wade può comprendere realmente quanto il vederla, il poterla sfiorare davvero con il tocco della sua mano siano possibilità superiori a qualsivoglia espediente tecnologico. Samantha afferma, inoltre, che col tempo tutti hanno dimenticato la delicatezza del vento, riscontrabile sull’epidermide quando esso soffia forte, o la dolcezza di un sole appena sorto che illumina tutto coi suoi raggi. “Rinchiudendosi” in OASIS, l’umanità ha perduto ciò che ancora può essere apprezzato nel vero mondo.

Questo verrà ulteriormente capito dai giocatori quando si appelleranno alle parole del creatore, Halliday. Egli ha vissuto tutta la sua vita nella paura, nel patologico timore, scovando un rifugio nei videogiochi e nelle proprie creazioni, fino a quando il tempo inesorabile non ha reclamato la sua esistenza. Halliday si era innamorato di una donna, Kira, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi. Non fece il “salto”, quello stesso “salto” ripetuto dalla canzone con cui il film apriva il proprio corso. Ecco perché quel brano fungeva da prologo, perché anticipava il messaggio più importante: affrontare con ardore ciò che ci spaventa. Wade con Samantha compirà il suo primo salto quando balleranno con i loro avatar sospesi nel vuoto di una discoteca virtuale, e proprio danzando su quel suolo sospeso per aria egli le dirà di amarla. Infine, quando Wade trionferà, non cederà alla paura e adempirà il suo ultimo salto: baciare la donna di cui si è perdutamente invaghito. Acquisito il controllo di Oasis, Wade, con la sua squadra, ricorderà a tutti che la realtà virtuale è un regno di fantasticherie. Ma senza trascurare esso, dobbiamo anche tornare a prenderci cura della nostra Terra e della nostra unica realtà, che ha come assoluta ed ineguagliabile bellezza, l’essere…reale!

La fantasia, la speranza e l’immaginazione sono tutti elementi che giungono in nostro aiuto e con i quali dobbiamo reinterpretare la realtà che ci circonda, senza però sostituirla. Nulla può prendere il sopravvento sul reale…la limpidezza di un sogno da ammirare deve rendere migliore la vera realtà, mai capovolgerla. Ecco perché “Ready Player Oneè un tuffo compiuto da un trampolino posto ad una ragguardevole altezza; da lassù possiamo tuffarci in libertà, precipitare giù in un vortice apparentemente senza fine, fino a planare agevolmente a terra…su di un suolo soffice come una realtà fatta di sogni e verità.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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