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Da oggi, è finalmente disponibile in Blu-Ray, Blu-Ray 3D, Steelbook Blu-Ray 3D e DVD "Rogue One: a Star Wars story", lo spin-off di successo della saga di Guerre stellari, ambientato tra Episodio III ed Episodio IV. Il film, diretto da Gareth Edwards e con protagonista la bella e brava Felicity Jones è stato il secondo più grande incasso del 2016, superando la soglia del miliardo d'introito a fronte di un budget di 200 milioni.

Da oggi, tutti noi fan potremo rivivere l'eroica impresa della squadra "Rogue One", che riuscì a rubare i piani segreti della costruzione della Morte Nera, e a consegnarli ai ribelli, guidati dalla principessa Leia, donando loro, con un estremo sacrificio, una nuova speranza.

Potremo gustare, direttamente a casa nostra e in alta definizione, gli straordinari effetti speciali e visivi del film, ma soprattutto, potremo rivedere Darth Vader in azione con la sua rossa spada laser in una sequenza d'azione già entrata ampiamente nell'immaginario collettivo di tutti i fan...

Siete pronti a tornare nella galassia lontana lontana?

Redazione: CineHunters

Il leggendario Indiana Jones si ripresenta al suo pubblico dopo ben vent’anni dal III° Capitolo, ancora da un’idea di George Lucas, e per la regia di Steven Spielberg.

Ci troviamo nel 1957, in piena Guerra Fredda, e gli avversari di Indiana divengono i Sovietici, guidati da Irina Spalko (una dimenticabile, ed è inverosimile scriverlo, Cate Blanchett). Indiana è alla ricerca di El Dorado, una mitica città in cui sono celati i resti di tredici teschi di cristallo appartenuti a una popolazione extraterrestre. In quest’avventura, Indiana sarà spalleggiato nuovamente da Marion Ravenwood, e dal figlio Henry Jones III. 

Sebbene il ritorno dell’eroe – archeologo lo si aspettava con ansia da più parti, la pellicola non è poi risultata un’operazione molto ben riuscita. C’è davvero molto poco che una possibile recensione attuale dedicata alla tetralogia di indiana Jones possa aggiungere ai tanti commenti che si sono susseguiti nel corso degli ultimi anni sulla quarta avventura dell'archeologo, la più discussa e la più criticata. “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” non è un buon prodotto, per lo meno non lo è se siamo pienamente coscienti di ciò a cui Spielberg e Lucas ci hanno abituato in passato. Sebbene il film appaia divertente e lo scorrere delle sequenze sia piacevolmente accettabile, la figura di Harrison Ford viene fuori come gravata dal tempo trascorso, già dalle prime battute. L’esperto attore, calatosi ancora una volta alla perfezione nel personaggio, assume una veste che ora diverte e rilassa ora porta alla contestazione più accesa. Tutto questo, in un certo senso, snatura il personaggio: Indiana non sembra più il famoso professore di archeologia, ma adesso è un vero e proprio combattente. Ford appare oggi come il personaggio meno accondiscendente, più votato allo scontro che al ragionamento, colui che incarna il trascorrere inesorabile del tempo, appesantito com’è dalle scorie di un passato che non può venire di colpo cancellato. Scopriamo così che Indiana ha prestato servizio come spia durante la seconda guerra mondiale. Una scelta alquanto peculiare quella della premiata ditta Spielberg/Lucas, i quali mutano il loro personaggio da rinomato professore e avventuriero spericolato, a soldato bellico perfettamente a suo agio durante un conflitto mondiale.

In quest’ultimo capitolo, Spielberg e Lucas tentarono di riproporre il rapporto padre-figlio splendidamente portato in scena ne “L’ultima crociata”, eseguendo una sorta di “rovesciamento", in cui Indiana Jones diveniva ciò che fu suo padre in quell’avventura, più serio e saggio nei confronti di un figlio spericolato. La formula non si ripete, però, con le dovute meraviglie, e tra Indiana e il figlio Henry non scocca minimamente una sorta di alchimia.

La vera pecca de “Il regno del teschio di cristallo” sta nel tentativo di proporre qualcosa di fin troppo diverso. Non si percepisce più quel gusto per l’antico tipico dei precedenti capitoli, bensì si nota un cambio di rotta che poco sembra avere a che fare con “Indiana Jones”. I rimandi agli esseri extraterrestri, e un approccio fantascientifico che prende il totale sopravvento nella parte finale della pellicola, sono elementi del tutto estranianti se paragonati alle precedenti avventure dell’archeologo. Il tema inerente alla fantascienza, quantunque sia solo accennato, lascia a desiderare poiché sovverte l'amore per la storia antica e misteriosa.

Eppure, nelle difficoltà di una realizzazione frettolosa e improvvisata, emergono comunque i lati positivi di un film che se sito tra le mani di due geni come Spielberg e Lucas non può del tutto astenersi dall’offrire note interpretative di pregio e di livello. La ricerca ossessiva e alienante perpetrata della Spalko, ovvero il riuscire ad avere accesso alle conoscenze più profonde e recondite dell’universo finirà per annientare la sua stessa essenza, monito imperativo esplicato dai due geni creativi e rivolto universalmente al genere umano, il quale non potrà in alcun modo accedere a una conoscenza che non può ancora comprendere, specie se un male oscuro sorregge questa ricerca.

“Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” ha il merito di poter comunque intrattenere lo spettatore in un vortice d’azione e d’adrenalina, sempre preminente nell'approccio registico di Spielberg. Ma si tratta di scene spettacolari fini a se stesse, ma poco importa se si riesce ad accettare semplicemente il fatto che questo quarto capitolo risente  di una diversificazione troppo netta rispetto allo stile precedente. Il finale in cui Indiana sposa Marion poteva essere il degno atto conclusivo di una tetralogia impressa nella storia: non sarà così. Sarà un ultimo saluto dal retrogusto amaro, perché avremmo avuto tutto il diritto di aspettarci qualcosa di più, nell'interezza del film, e pertanto, tale sequenza finale non può davvero concretizzarsi con l’addio definitivo.

Abbiamo ancora bisogno di un’ultima avventura di Indiana Jones. Il quinto capitolo, previsto per il 2019, dovrà assolutamente concederci un finale all’altezza.

Voto: 5,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Charlize Theron è Lorraine Broughton in "Atomica Bionda".  E' disponibile il nuovo trailer del film, che si preannuncia adrenalinico, provocante e spericolato. Charlize Theron, di una bellezza mozzafiato già nelle primissime immagini del trailer, sarà una sensualissima e pericolosa agente dei servizi segreti britannici.

Il film è diretto da David Leitch e uscirà nei cinema italiani il 17 agosto mentre verrà distribuito nei cinema statunitensi il 28 luglio.

Ecco il trailer del film

Redazione: CineHunters

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Era il 1997, quasi due decenni fa, quando James Cameron vestiva i panni di un moderno Prometeo donando al mondo un’opera cinematografica entrata a pieno titolo tra i grandi simboli del cinema moderno. Se nel mito greco il Titano all’uomo, il suo essere prediletto, donava il fuoco per potersi scaldare dal tempo inclemente, Cameron offriva, invece, al modico prezzo di un biglietto d’ingresso: “Titanic”. Perché “Titanic” è idealmente paragonabile al “fuoco”, in quanto come esso è un elemento primario dalla forza dirompente, implacabile, generata dal semplice sfregamento di due pietre focaie. E’ solo una piccola scintilla da cui può divampare una fiamma imperitura. Per capire ciò che davvero abbiamo dinanzi, possiamo, in tutta tranquillità, allungare la mano e lasciare che venga lambita da queste “fiamme”, un po’come Mosè ne “Il principe d’Egitto” quando, impaurito, tentava di comprendere come fosse possibile che la vampa non consumasse le foglie e i rami del folto roveto, volgendo il braccio verso il rogo: ci lasceremmo accarezzare da quel tepore amico durante l’ennesima visione di una pellicola divenuta ormai un film di culto. La sua carica ardente ci circonda, ci avviluppa, diventa parte di noi, senza però riuscire a bruciarci; perché “Titanic” possiede in sé l’arte, l’essenza di non far dimenticare l’innesco che ha permesso a quella fiamma, prima così flebile, di diventare col trascorrere del tempo inestinguibile, tanto da continuare ad ardere ancora oggi in maniera viva e palpitante nel cuore di intere generazioni.


“Titanic” è un “elemento” della natura, perché è probabilmente il film più famoso di tutti i tempi. Si possono davvero contare sulla punta delle dita le persone che ammettono con disarmante naturalezza di non aver mai visto né sentito parlare del lungometraggio che vede protagonisti Kate Winslet e Leonardo DiCaprio. Come riusciamo a rammentare la sola, semplice idea di un qualcosa di così naturale e scontato per noi tutti come il fuoco, così possiamo richiamare, con la medesima facilità, l’immagine di alcune delle scene più evocative dell’opera. “Titanic” è un film entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo, persino nel parlare comune. Su esso si è disquisito ampiamente sin dalla sua uscita nelle sale, per non smettere poi di riportarlo in auge negli anni successivi, tra repliche mai passate inosservate in televisione e copie in VHS prima e DVD e Blu-Ray dopo, che hanno accompagnato molte delle serate in cui alla domanda “cosa guardiamo?” in tanti, specie i più romantici, inevitabilmente finivano per rispondere: “Titanic!”. Questo Kolossal è un film lineare, mai prolisso quanto perfettamente modulato nelle tempistiche, dal comparto tecnico, sonoro e visivo all’avanguardia per il periodo, così magistralmente amalgamato alla lavorazione, da risultare tutt’oggi straordinariamente contemporaneo. “Titanic”, però, dopo aver fatto battere forte il cuore a molti degli spettatori che ebbero la fortuna di vederlo al cinema, è diventato col tempo un film vittima del proprio successo, assistendo lentamente al disfacimento del proprio fascino innato che lo rendeva un prodotto cinematografico d’autore e d’intrattenimento al tempo stesso. La sua voglia di puntare sia alla mente che al cuore dello spettatore si è rivelata un’arma dal funzionamento impeccabile, ma purtroppo dall’effetto a doppio taglio. Perché “Titanic” nel suo successo planetario si dovette scontrare inevitabilmente con pareri diversi di valutazione, come, per esempio, l’essere stato considerato per molto tempo come un film alla portata di tutti. “Titanic” divenne infatti la più grande e pluripremiata opera commerciale che si era mai vista.

Il lungometraggio fu prodotto dalla 20th Century Fox, dalla Paramount Pictures e dalla Lightstorm Entertainment, casa di produzione di James Cameron che stanziarono un budget di 200 milioni per l’intera realizzazione della pellicola. Si trattava della lavorazione più costosa della storia del cinema. Al termine della sua lunga corsa ai botteghini mondiali, il film segnò un incasso stimato di poco inferiore ai due miliardi, che, senza tenere conto dell’inflazione, rese “Titanic” come il film di maggior successo della storia della settima arte. L’opera rappresentò un vero e proprio fenomeno di cultura di massa, con migliaia di persone che ritornavano nelle sale per provare nuovamente quelle intense emozioni col film che tanto li aveva coinvolti. “Titanic” aumentò la sua aura di successo irripetibile bissando il traguardo storico di vittorie agli Oscar, ben undici statuette, eguagliando così il record del capolavoro “Ben-Hur”, rimasto imbattuto nonché ineguagliato da 38 anni. Come il monumentale lungometraggio di Wyler, anche quello di Cameron si distinse per la corposa durata, che permise un dipanarsi completo e dettagliato della storia ambientata durante il tragico viaggio inaugurale della colossale nave, orgoglio dell’allora marina britannica.

Jack e Rose sono i due amanti a cui tanto il film deve il suo impressionante successo. Essi, così distanti, appartenenti a due classi sociali diametralmente opposte, incrociano i rispettivi destini a bordo del lussuoso transatlantico. Per Jack è il viaggio più importante della sua vita, conquistato grazie alla vincita di una partita a carte che metteva in palio i biglietti per un posto in terza classe verso la tanta agognata America. Il confine statunitense rappresentava il miraggio dell’indipendenza incarnato dalla Statua della Libertà che domina il porto di New York. Ci scherza su Jack, come se già a miglia di distanza riuscisse a vederla, minuscola all’orizzonte dalla prua della nave. Quel viaggio per Jack prende lentamente la forma della speranza, di quella speranza tanto attesa, l’unica possibilità per poter trovare un lavoro e costruirsi un futuro, fino a quel momento solo una chimera, poiché, per sua stessa amissione, egli vive giorno per giorno con entusiasmo senza però riuscire a intravedere un obiettivo concreto. Per Rose invece, salire su quella nave è una condanna perenne. La sua vita si defilerà così come la madre ha già stabilito: una volta approdata sul suolo americano dovrà sposare l’avido fidanzato verso cui non sembra provare alcun sentimento amorevole e dovrà vivere nell’agiatezza pagata con il sacrificio della libera scelta. Jack vede Rose per la prima volta sul ponte, mentre lei si sporge delicatamente da una delle ringhiere che delimitano i confini della nave. Jack la mira dal basso verso l’alto, in una costruzione artistica che circoscrive simbolicamente e nell’immediatezza, la demarcazione che intercorre tra i due. Lei appare così incantevole, portatrice di una grazia tanto meravigliosa quanto difficilmente raggiungibile poiché sita su di un rango sociale che la pone inevitabilmente al di sopra di un giovane modesto come lui. Egli sembra perdersi nella bellezza della donna, fantasticando sull’esigua possibilità di poterla avvicinare anche solo per un rapido scambio di parole, per poter ascoltare soltanto il suono della sua voce. I due si incontrano una notte, proprio quando la ragazza sta per compiere un insano gesto. Jack salva Rose dal disperato tentativo di togliersi la vita, gettandosi tra le gelide acque dell’Oceano Atlantico. E’ l’incontro tra due mondi posti agli antipodi, due realtà così diverse che cercano di avvicinarsi, ma per il momento si sfiorano appena. Jack diventa per Rose l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi nella straziante agonia di una vita monotona che le si prospetta davanti, resa ancor più triste dalla mancanza di affetti, e amplificata a dismisura dalla grandezza sconfinata dell’oceano, metafora dell’abbandono in cui Rose sarebbe sprofondata se non si fosse imbattuta nel suo salvatore e nuovo amico. Rose, già dalle prime scene, mostra una profonda ammirazione per l’arte quando depone delicatamente alcuni quadri, ad oggi d’inestimabile valore, sui divani dell’elegante cabina della prima classe del Titanic. Rose, nutrita e sorretta dal suo grande amore per l’arte, scopre il talento di Jack nel ritrarre le varie realtà delle persone emarginate, riuscendo a cogliere non soltanto le peculiari caratteristiche fisiche ma rappresentando in esse anche i tratti di un riflesso del turbamento emotivo e passionale che traspare da quei soggetti. Lei non si innamora del suo essere così diverso né della sua abilità artistica, quanto del sentimento che il “povero” riesce a scrutare negli occhi di chi sta osservando con tanta attenzione. Rose si innamora della mente dell’uomo ancor prima che del suo agire.

Jack la porta a ballare; ma si tratta di una festa improvvisata, ricavata tra i miseri locali della terza classe. E’ così che la ragazza comincia a conoscere tutto un mondo di cui lei, forse, ne aveva sentito solo parlare, quello delle persone meno abbienti, di chi riesce a godere anche del poco che ha, e di chi riesce a cercare e trovare la vena più gioviale anche nelle piccole cose. Jack strappa così Rose dalla sofferenza che nel silenzio lacerava il suo animo nella quotidianità della sua esistenza. Jack si innamora subito di quella dolce visione di donna e vorrebbe immortalarne lo splendore della sua giovinezza su un foglio di carta. Rose per sua espressa volontà vuole farlo senza veste né veli, con addosso solamente la collana del cuore dell’oceano in una delle scene più delicatamente sensuali mai mostrate sul grande schermo. Sciolta la vestaglia di color nero con alcuni ricami dalle tonalità dorate che scorrono sul leggiadro tessuto in seta, Rose si mostra nuda nella sua formosa bellezza dinanzi al volto imporporato di Jack. La donna si distende sul divano, dove poggia il capo su di un morbido cuscino volgendo il braccio sinistro quasi all’altezza dei suoi rossi capelli, e la mano destra poco distante dal viso, all’altezza delle candide gote. Lo sguardo di Rose resta fisso sull’uomo che comincia a ritrarla in un disegno che manterrà la propria magnificenza per quasi un secolo, dimenticato all’interno di una cassaforte adagiata sul fondo dell’oceano fino al suo ritrovamento. Il ritratto di Rose diviene così il simbolo artistico dell’amore tra i due naufraghi, una raffigurazione tangibile della loro passione riuscita a sopravvivere alla straziante tragedia cui la nave andrà incontro. La letizia del loro intenso amore trova la sublimazione nella notte trascorsa insieme all’interno di un’auto nella Sala Postale, proprio nel ventre della nave, lontani da quelle cabine così formali, così aristocratiche, tanto da rimarcare l’evidente divisione tra le varie classi sociali d’appartenenza. Laggiù, nelle viscere della nave, essi sono finalmente soli e magicamente insieme, proprio come due innamorati uniti nella medesima “realtà”: sarà il loro ultimo momento di sincero appagamento, di pura esaltazione amorosa.

Da lì a breve li attenderà la disperata fuga per trovare scampo alle acque gelide dell’oceano, che faranno di tutto per annientare la gloria dell’ingegno umano e la sapiente opera di tutte le maestranze che nulla possono contro la negligenza e la testardaggine di pochi, specie se un destino avverso vi aleggia intorno. L’acciaio si squarcia al forte impatto con l’enorme massa di ghiaccio e ben presto la nave viene letteralmente invasa dalle acque, prima di spezzarsi in due grossi “tronconi” e quindi inabissarsi, dove ancora oggi giace tra le profondità dell’oceano. L’apporto sonoro roboante e gli impressionanti effetti speciali rendono drammatica la disfatta del Titanic, che perde lentamente la propria possanza, venendo assoggettato alla potenza della natura.

Jack e Rose aggrappatisi disperatamente alla ringhiera della poppa della nave, dove si erano scambiati le loro prime parole, finiscono in mare. Rose trova riparo sui resti di una porta che galleggia, mentre Jack la esorta a vivere una vita piena, libera e soddisfacente, proprio come quella libertà che i due avevano avuto modo di provare solo fugacemente in quei giorni oramai giunti tragicamente a conclusione. Jack muore nell’assordante silenzio di oltre 1500 anime, anch’esse spentesi tra le gelide onde. Rose bacia le mani dell’amato, quelle che l’avevano dolcemente riportata a bordo, quando istintivamente voleva lasciarsi cadere in mare. Le bacia più volte, forse per dimostrare a Jack, anche se ormai esanime, l’amore che per sempre proverà per lui e per seguitare a ringraziarlo di averla salvata dal suo destino. Lo bacia un’ultima volta prima di lasciarlo scomparire nell’oscurità dell’oceano. Arrivata sana e salva in America, Rose non potendo più vivere la vita che avrebbe sognato insieme a Jack, decide comunque di onorarlo, legando il suo “io” identificativo alla figura dell’amato perduto, assumendo il cognome Dawson che l’accompagnerà per il resto della vita. Una Rose centenaria, nel presente della narrazione, si arrampica sulla ringhiera dell’imbarcazione per tentare di rivivere un’ultima volta cosa provò quando finse di “volare” restando stretta all’abbraccio dell’amato sulla prua del Titanic. Rose, che ha vissuto una vita priva di rimpianti come aveva richiesto il suo grande amore, è riuscita nel suo ultimo desiderio: far sì che qualcun altro, oltre lei, possa ricordarsi di Jack e del loro emozionante vissuto. Ha restituito alla memoria di noi tutti, ascoltatori e spettatori oramai dagli occhi inumiditi, le gesta del proprio amato e pertanto, può finalmente accomiatare i ricordi lasciando cadere “il cuore dell’oceano” in mare, proprio laggiù, dove la carica di ogni suo battito si è mantenuta tra le onde di quell’infinità in cui riposa la reminiscenza del suo eterno amore. Addormentatasi profondamente forse per l’ultima volta, Rose si ricongiunge con Jack nella toccante scena finale del film, in un’immagine onirica che si perde nel bacio passionale dei due innamorati.

Cameron si erge a poeta dell’immagine, permettendoci di scrutare la raffinatezza del relitto tornato al suo originario splendore che fa da scorcio ad una grande storia d’amore. “Titanic” con le sue molteplici sfaccettature interpretative coniuga la veridicità storica con l’emozionante finzione narrativa. Il viaggio viene conseguentemente usato come strumento allegorico della “scoperta” e dell’incontro. La tragica disavventura della nave permette alla protagonista di strapparsi di dosso le vesti borghesi che da troppo tempo le comprimevano, in una “morsa straziante”, l’animo ferito. La traversata diviene così similitudine di una progressiva crescita nel cuore e nella mente della donna che scopre il primo amore e l’ispirazione che per sempre guiderà la sua vita. Jack, concepito come l’archetipo dell’eroe romantico, conquista Rose con la devozione di chi sa ascoltare il suo lamento, e con l’estro coinvolgente di chi anela a mutare la smorfia sofferente della donna in un sorriso emozionante a colpi di ballo. Egli fa volteggiare l’amata, danzando con lei in una serie di giravolte dove Rose si perde in un sincero sorriso di gioia: il compiuto innamoramento tra i due è da ricercarsi in questi intensi frangenti. La struggente morte dell’uomo coincide con la fine del viaggio dei due innamorati e la distruzione stessa della nave, di quella “creatura” concreta nella sua creazione ma al contempo astratta poiché figurata nel cuore dei due giovani, che non rappresentava altro che il luogo dove si consumò il loro amore. Jack muore perché ha compiuto il suo breve percorso, trovando la propria limpida felicità nell’amore di Rose, e dando la sua vita per lei. L’anima dell’uomo sembra attendere la donna con intramontabile devozione quando sul finire delle vicende, la scorge salire la grande scalinata che sormonta l’accesso alla prima classe del Titanic, segno che la loro storia nata in quell’indimenticato viaggio non potrà che ritornare a vivere eternamente in quell’apparente realtà. L’interpretazione e la palpitante alchimia dei protagonisti unita ad una regia d’alta scuola che esalta la cura del dettaglio scenico, sono tutti elementi che hanno reso questo film un capolavoro indiscusso che, tuttavia, ebbe un solo grande difetto, se così si può definire: l’essere stato un prodotto dal clamoroso richiamo mediatico. Una sorta di cassa di risonanza. “Titanic” divenne infatti un’opera ad ampio retaggio, essendo stata amata probabilmente in egual misura dai più esperti cinefili che dai meno avvezzi all’apprezzamento di questa nobile arte. In definitiva, detto così con poche parole, “Titanic” piace proprio a tutti. Con gli anni il film ha attirato attorno a sé un circolo di “detrattori” che polemizzano sulla smodata assegnazione di premi e sul suo successo così universale. Si è sviluppata la calunniante idea che se piace davvero a tutti allora non può essere una vera “opera d’arte” in quanto essa può anche suscitare diverse emozioni in ognuno ma resta comunque un qualcosa che solo i più “sensibili” o i più inclini al lato artistico possono davvero comprendere. A mio modesto parere, quando di una data cosa si parla continuamente o se ne riporta spropositatamente all’attenzione un qualsiasi particolare del suo “essere”, perde il proprio valore, la sua aura di unicità e di grazia cristallina, scadendo nell’essenza della realizzazione commerciale che antepone il guadagno economico al credo artistico. “Titanic” è caduto vittima dell’adorazione eccessiva del pubblico comune che tende appunto a idolatrarlo ossessivamente, venendo involontariamente meno ai credi dell’arte: essere a servizio di tutti ma meritevole dell’attenzione eloquente di pochi.


“Titanic” però, secondo me, insegna che l’arte può davvero essere un dono offerto a noi tutti, essendo essa capace di combinare la grandiosità del Kolossal con la sentita semplicità dell’intrattenimento romantico. Come il “fuoco” stesso anche “Titanic” finisce per divenire un qualcosa di “comune” che mantiene tuttavia lo stupore e l’importanza della sua prima volta, restando eternamente “giovane”, come in un sogno dove nulla è cambiato, esattamente come la visione finale in cui Jack e Rose, ancora giovani, ancora con indosso gli abiti che più li rappresentano, si ritrovano e, stringendosi in un forte abbraccio, si baciano una volta ancora.

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il piccolo Hercules disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Giungiamo al 1997, e la Disney decide di basare il trentacinquesimo classico del proprio canone ufficiale per la prima volta sulla mitologia greca.  Aveva alle spalle trasposizioni di pregio tratte da antiche fiabe (La bella e la bestia), da favole molto più recenti (Dumbo, Bambi) e ancora da veri capolavori usciti dalla penna di uno, se non il più grande autore di fiabe (La sirenetta). La “Walt Disney” poteva vantare persino rielaborazioni tratte da testi molto ben conosciuti (Il gobbo di Notre Dame) o reinterpretazioni di alto spessore (l’arcinoto Sherlock Holmes che diventava il sagace Basil l’investigatopo); tante lavorazioni ispirate a generi diversi che testimoniavano l’invidiabile versatilità degli artisti Disney nel “prendere” le storie già conosciute e modellarle secondo il proprio inconfondibile stile. Soltanto la mitologia greca mancava all’appello, e dunque il suo arrivo fu quasi conseguenziale. La Disney aveva bisogno di un nuovo eroe, badate, proprio un guerriero valoroso, non più un principe della fiabe. Gli autori della Disney non poterono che focalizzare le loro attenzioni sul più grande degli eroi greci, e forse proprio per questo, il più conosciuto: Eracle. Beh, forse il suo nome greco non avrebbe destato la giusta reazione da parte del pubblico. Dopotutto, Eracle è maggiormente conosciuto col nome latino di Ercole. Si decise così di latinizzare il nome greco dell’eroe, e iniziò ufficialmente la produzione di “Hercules”.

“Hercules” è una sorta di omaggio benevolo alla mitologia classica, riportata in scena sotto forma di cartone animato e reinterpretata attraverso lo stile avventuroso di un singolo protagonista. “Hercules” non è però un lungometraggio didascalico ed educativo per quel che concerne lo studio della mitologia, è invece una commedia d’azione, d’avventura, che ha dalla sua il merito di far leva sugli aspetti tipici dei miti storici e leggendari. L’obiettivo del lungometraggio “Hercules” è quindi quello di fare avvicinare i giovani allo studio della mitologia, senza però spiegarne il contenuto, alle volte brutale, del mito stesso. Attraverso l’uso del mito la Disney informa ed educa secondo i propri principi e i propri valori. La storia di Eracle viene così modificata, egli non è più un semidio ma un vero e proprio dio greco, figlio di Zeus ed Era. Tale affermazione potrebbe far sobbalzare dalla sedia chiunque si ritenga un esperto, un divoratore famelico di miti e leggende, eppure tale “ritocco”, calato in un contesto d’animazione, funziona. Eccome se funziona! I bambini non erano forse pronti a scoprire l’origine naturale di Eracle, nato da una relazione adulterina avuta da Zeus con Alcmena, una mortale ingannata dal volere del dio. E gli stessi infanti non si sarebbero appassionati così tanto al film in questione se avessero saputo che Eracle sceglieva volontariamente di sostenere l’atroce fardello delle dodici fatiche per espiare i propri crimini, causatigli da Era che ne avvelenò la mente costringendolo ad uccidere l’amata Megara e i figli. La Disney aggira l’ostacolo dell’intrattabilità di certe tematiche così crude, e snocciola una storia più semplice, lineare, fatta d’amore, d’affetto materno e paterno, ma anche intrisa di odio famigliare. Non mancano infatti le interpretazioni più oscure e neanche troppo velate nella storia di “Hercules”. Il piccolo Ercole è oggetto d’odio da parte di Ade, fratello di Zeus e Signore degli inferi, che lo tramuta in un uomo mortale e lo condanna, inconsapevolmente, a vivere sulla terra. Ade aspira ad ottenere il trono di Zeus, e sa che se Ercole dovesse combattere per lui non ci sarebbe possibilità di vittoria. Hercules cresce sulla terra, allevato da Anfitrione e Alcmena, prima di venir addestrato da Filottete per divenire il più grande eroe di tutti i tempi. Hercules anela a tornare all’Olimpo e sa che potrà farlo soltanto se diverrà un dio, e per arrivare a ciò dovrà compiere il più grande atto d’eroismo che sia mai stato narrato.

“Hercules” è altresì il viaggio di un eroe alla scoperta di se stesso, del posto che può occupare nello scorrere della vita. In “Hercules” non si indaga soltanto l’identità d’animo e ciò che un giorno “diventeremo”, come veniva declamato in “Bambi” e ne “Il re leone” con il cosiddetto “cerchio della vita”, in cui dobbiamo imparare a prendere il nostro posto, vivere e generare altra vita, ma si ricerca proprio il “luogo prediletto” per vivere tale vita. “Hercules” pone in evidenza quanto sia importante la realtà che ci avviluppa per plasmare la nostra identità. Il guerriero è imprigionato tra ciò che è sulla Terra e ciò che potrebbe essere nell’Olimpo. Due mondi così distanti, inesplorati, quello del divino e quello dell’uomo, ed Ercole in quanto semidio confida in sé questa dualità uomo/divinità. L’intero film è un viaggio nella ricerca del proprio posto da occupare, in cui potersi realmente riconoscere in se stessi. Hercules, infine, sceglierà la terra, non perché non sentirà d’essere un dio ma per amore. Ecco che l’amore di Meg diventa la chiave per comprendere cosa si vuole davvero, se la gloria eterna o la semplicità di un’esistenza terrena, la vita mortale. Una scelta che per molti potrà rivelarsi banale, dalla morale semplice e ampiamente prevedibile, ma comunque apprezzabile, se analizzata come degno finale di una storia d’amore appena sbocciata tra il buon Ercole e la femme fatale, dall’animo generoso, Meg. Una sorta di tredicesima fatica emotivamente vinta e compiuta dall’eroe, che per amore trova finalmente e fieramente il proprio posto nella vita, e ascende al proprio destino.

Secondo noi di CineHunters, i lineamenti del viso di Ercole ricordano moltissimo quelli del volto del grande attore Kirk Douglas. Oltre al posizionamento delle orecchie e ai dettagli del naso e del sorriso, persino la fossetta sul mento richiama quella del leggendario interprete. Tale possibile somiglianza non viene riportata da nessun articolo dedicato al film, ed è assolutamente di nostra ideazione.

 

“Hercules” è un elogio alla mitologia, trattata in maniera, per certi versi, non veritiera (Ercole, ad esempio, uccide Medusa in questo adattamento), ma non per questo meno amorevole nei confronti del gusto classico. E’ una lettera d’amore a tratti parodistica, in altri beffarda e in altri ancora più spettacolare. Le nove muse qui vengono ridotte a cinque e non ispirano più lo scrittore, l’artista o l’uomo stesso nella stesura di un’opera o nel compimento dell’impresa a cui anela: sono le vere e proprie narratrici degli eventi. Sin dall’inizio, le muse raccontano ciò che avvenne anni orsono, dilettano il pubblico con canti che inneggiano alla fama dell’eroe e aiutano Meg a comprendere i veri sentimenti provati per Ercole. “Hercules” è paragonabile a una “commedia in costume”, un encomio al teatro tragico e comico dell’antica Grecia. La voce narrante che si ode inizialmente non è altro che il Prologo, le muse sono il coro e la storia rinarrata unisce sapientemente “commedia” e “peripezie” estratte e amalgamate dai due stili preminenti del teatro antico. La macabra presenza delle Parche, la furia violenta dei Titani, dominatori dei quattro elementi, l’amicizia incondizionata del cavallo Pegaso (in verità appartenuto a Perseo e Bellerofonte), Filottete tramutato in una sorta di Satiro sono solo alcuni dei numerosi tributi disseminati nel corso del film ai miti. I registi Ron Clements, John Musker e la Disney stessa citano: la pelle del felino che Ercole indossa in una scena, costituisce un doppio riferimento al celebre leone di Nemea e a Scar, il crudele fratello di Mufasa, antagonista de “Il re leone”.

Ma “Herules” poggia gran parte della propria bellezza sull’ottima caratterizzazione dei personaggi. Meg (in Italia doppiata da una bravissima Veronica Pivetti) è bella e sensuale, slanciata e armoniosa, una donna dai folti capelli neri, dalla parlantina sciolta e dal sarcasmo graffiante che nasconde però un’anima triste e affranta. Meg non crede più nell’amore ed è prigioniera del volere di Ade, perché al dio dei morti ha venduto se stessa pur di salvare l’uomo che amava e che, di tutta risposta, l’ha abbandonata. Filottete (doppiato da uno straordinario Giancarlo Magalli) nella sua ironia contagiosa nasconde la delusione di essere un “uomo” incompiuto e insoddisfatto della propria vita. Egli, un addestratore di eroi, non è mai riuscito a donare alla Grecia un combattente valoroso e imbattibile: ha addestrato Perseo, Odisseo, Teseo (un sacco di “seo”) e persino il pelide Achille, ma tutti loro sono stati, infine, sconfitti dal fato o da avversari spietati. Sia Meg che “Fil” troveranno la giusta realizzazione della propria esistenza con Hercules, e l’eroe la troverà in loro, in un simbolico rapporto di dare e avere: Meg riscoprirà l’amore, Filottete addestrerà finalmente il più grande difensore della Grecia antica, e Hercules, dal canto suo, troverà il posto a cui tanto anelava.

“Hercules” può vantare un antagonista per eccellenza, uno dei più amati, dei più potenti e dei più particolareggiati dei classici Disney: Ade. Ade (in Italia doppiato da un grandissimo Massimo Venturiello) è sarcastico, irascibile, furente, iracondo e stressato. Ade si infuria costantemente, sfoga la sua rabbia sui poveri Pena e Panico (Zuzzurro e Gaspare), e i capelli si infuocano fino a diventare di un rosso accesso quando è furibondo. La dialettica di Ade è arguta e cinica, e ne fa di lui un personaggio irresistibile. Anche in Ade è percepibile un’incompiutezza nella vita, egli è odiato da tutti gli altri dei per il suo fare tetro, è condannato a fare per tutta la vita un lavoro che nessuno desidera, mentre su, nell’Olimpo, tutti gli altri dei passano gran parte del tempo a banchettare e a oziare. Pur non potendo giustificare le sue malefatte il personaggio è perfettamente capibile in un'analisi caratteriale.

Con “Herules” la Disney diede un taglio molto ben distinto alla propria opera, mescolando i canoni epici del mito con quelli più spensierati e ironici tipici della comicità disneyana. Ma “Hercules” possiede una particolarità pressoché innovativa: i riferimenti, critici o parodistici, alla cultura americana. Che la storia sia un mezzo per indagare il nostro passato e comprendere maggiormente il nostro presente, e che il mito venisse usato per spiegare in maniera mistica l’origine e la natura di molte realtà che circondavano i greci, è una caratteristica assolutamente inattaccabile, ma la Disney usufruisce del racconto mitologico per trasporre aspetti contemporanei in contesti storici antichissimi. Hercules diventa così l’eroe più amato della Grecia, ed essere così famoso, nell’antichità, non è poi tanto diverso dall’essere una sorta di “vip moderno”. Hercules viene trattato a tutti gli effetti come fosse una star, che rilascia autografi a donne che urlano a squarciagola il suo nome, vive con un seguito di artisti che desiderano ritrarlo in tele da vendere ai fan, e con uno stuolo di artigiani intenti a produrre addirittura del merchandising dedicato all’eroe. Ecco che Hercules firma la sua “Herculade” la bevanda ufficiale dell’eroe, ispirata chiaramente alla “Gatorade”, e dà via alla produzione di elegantissimi sandali (come li definirà Pena) chiamati “Air Hercules” (le Air Jordan vi dicono niente?). Hercules lascia persino le impronte delle sue mani impresse nell’argilla, mimando i gesti degli attori più celebri. Ercole diventa un vip da ammirare e su cui discutere. Ercole oltre che buono, generoso e altruista è a volte ingenuo e sciocco. Gli autori fecero leggermente leva sullo stereotipo della “forza” che di rado accompagna il “cervello”. Ad onor di cronaca, negli stessi miti, Ercole appare molto impulsivo e poco riflessivo. Ma la Disney mette in scena col suo Ercole una vera analisi circa i miti di oggi, e sulla fama che circonderà l’eroe, divenuto una leggenda dopo essere stato un perfetto sconosciuto. Nell’antica Grecia i miti erano gli eroi valorosi e incorruttibili…oggi, invece, chi sono? Naturalmente i miti di oggi, che la società dei consumi moltiplica e distrugge con estrema facilità, non sono più gli eroi greci raccontati da Omero o fatti rivivere sulla scena dai grandi tragici, si tratta invece di gente che spesso rimane pochissimo sulla cresta dell’onda e scompare con la stessa rapidità con cui è stata creata.

“Hercules” è un film molto ben riuscito, divertentissimo ed emozionante. Non avrà la potenza narrativa di altre opere della Disney, ma possiede la particolarità di uno sguardo intenso e profondo rivolto alla mitologia classica, e forse proprio per questo, meritevole d’esser amato.

Voto: 7,5

Autore: Emilio Giordano

Per leggere il nostro articolo dedicato al videogioco "Disney's Hercules" clicca qui

Redazione: CineHunters

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Il vecchio e il mare è un film del 1958, prodotto dalla Warner Bros.

Ottantasei minuti di avventura, con scene di vera drammatica suspense, per l’attenta regia di John Sturges e la sapiente sceneggiatura di Peter Viertel.

"Il Vecchio e il mare" è un lungometraggio tratto da un famoso romanzo, scritto da un grande autore: Ernest Hemingway. La sua prosa scarna, succosa, robusta, influì sulla narrativa americana e, di riflesso, anche su quella europea.

Il film narra la lotta tra un vecchio pescatore, interpretato magistralmente da Spencer Tracy, e i giganti del mare. E’ una narrazione incisiva, seguita da una descrizione netta, plastica della figura di questo vecchio bruciato dal sole e perseguitato dalla cattiva sorte; sembrava davvero che la dea bendata gli avesse definitivamente voltato le spalle. Da ottantaquattro giorni non prende un pesce e, ironia del momento, gli hanno, per giunta, allontanato il suo compagno di pesca, un ragazzino che aveva di lui una grande, commovente ammirazione. Quel vecchio, solo sul mare sconfinato, sembra incarnare l’ideale eroico dell’umanità in lotta contro le forze della natura e le belve fameliche. Una sorta di confronto fra l’essere umano e l’ordine sapiente delle cose. La luna influenza il mare come influenza le donne, pensa il vecchio pescatore, che da sempre considera il mare al femminile, proprio come fosse una donna.

E’ una figura indimenticabile che si staglia sullo sfondo del cielo e del mare in tutta la sua eminente bellezza. Tutto intorno al vecchio era calmo e tranquillo, di una calma quasi angosciante, quand’ecco che una delle lenze calate in acqua comincia a muoversi: qualcosa aveva abboccato all’amo. Il vecchio Santiago, questo era il suo nome, pensò in quel momento che la sfortuna si fosse un attimino distratta o che forse qualcosa per lui stava cambiando. E, infatti, una delle canne si mosse davvero, mentre la lenza cominciò a scorrere, e il vecchio fu ben felice di farla andare, sapendo che prima o poi l’avrebbe recuperata e con essa anche la sua preda. Ma quello che aveva abboccato non era un pesce qualunque, era invece un gigante del mare. Santiago ha un’ammirazione sconfinata per quel pesce superbo che lotta disperatamente nella speranza di potersi liberare dall’amo che lo tiene prigioniero. Egli lo sente suo pari, un suo “fratello” perché duella in modo nobile e con tenacia sino a che non sopraggiungerà la fine a smorzare il suo vigore battagliero. E’ una lotta aspra, indimenticabile. Il vecchio, con le mani piene di ferite sanguinanti, lotta per tre giorni e tre notti contro il sonno e la fatica, in balia del suo regale avversario, che lo vorrebbe trascinare giù, nelle profondità del mare, dove esso disperatamente si dibatte per liberarsi da quell’uncino acuminato conficcato nelle sue carni.

E’ stata una lotta titanica. Il vecchio è stremato per lo sforzo, ma orgoglioso del successo: il mare tutto intorno è rosso del sangue che “sgorga dal cuore” del suo sontuoso avversario, trafitto dalla fiocina. L’uomo, piccolo essere di fronte al gigante, riesce a vincere, non solo per la sua intelligenza, ma anche per la sua destrezza di vecchio lupo di mare. Ma la gioia della vittoria gli inasprisce il cuore. E’ evidente nel film una ricca presenza di cenni filosofici e morali. Gli squali, feroci predatori del mare, salendo famelici dagli abissi, addentano avidamente il pesce legato al fianco della barca, allontanandosi solo dopo averlo minuziosamente spolpato. E il vecchio se ne ritorna in porto con quell’enorme scheletro, trofeo vittorioso ma triste, della sua lotta immane.

Uno spencer Tracy superlativo per tutta la pellicola ci regala un’interpretazione straordinaria: la sua espressione sofferente e il suo fisico sfinito trasmettono allo spettatore tutte le emozioni del suo personaggio.

"Il vecchio e il mare" è da ritenersi di certo un’operazione cinematografica ben riuscita. Prova ne è l’attribuzione del Premio Oscar nel 1959 a Dimitri Tiomkin per la miglior colonna sonora e la nomination a James Wong Howe per la fotografia. Nello stesso anno Spencer Tracy ottiene una Nomination al Golden Globe e all'Oscar come miglior attore in un film drammatico. Già l’anno prima (1958) "Il Vecchio e il mare" aveva ottenuto al National Board of Review Award il premio come Miglior film,  mentre a Spencer Tracy veniva assegnato il premio come Miglior attore protagonista.

Voto: 7

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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"Charlton Heston" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nella storia del cinema statunitense sono stati immortalati su pellicola innumerevoli attori, qualcuno di loro è passato del tutto inosservato, altri hanno raggiunto una buona fama, qualcun altro invece ha conquistato l’indelebile marchio del “Mito”, andando oltre la pur semplice etichetta dell’interprete. Sono quegli artisti che diventano icone, emblemi di un pubblico attento e stendardi di generazioni desiderose di emozionanti avventure. Charlton Heston era uno di questi: un’icona, un eroe. Non amava molto questa definizione ma, suo malgrado, gli calzava a pennello e dava ampia corrispondenza alla verità. Charlton Heston sul grande schermo era proprio l’eroe. L’attore che, probabilmente più di ogni altro, valorizzò la figura dell’uomo virile, instancabile, incorruttibile e coraggioso.

Cominciò a teatro, anzi, ancor prima, da ragazzino, iniziò a recitare da solo, tra i boschi, dove si dilettava nell’esposizione vocale dei monologhi di Shakespeare, sua profonda passione. Approderà su palcoscenico dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, a Broadway. Qui attira su di sé i primi, ampi consensi, divenendo il protagonista di imponenti adattamenti come il “Macbeth”, “Un uomo per tutte le stagioni” e in “Antonio e Cleopatra” e nel “Giulio Cesare” interpreta Marco Antonio, un ruolo che non abbandonerà mai. L’esordio al cinema arriva nel 1950, e nel 1952 conosce Cecil De Mille ne “Il più grande spettacolo del mondo”. Proprio De Mille lo sceglie per il ruolo di Mosè nel Kolossal “I dieci comandamenti”.

Volgendo le braccia verso il Mar Rosso, Charlton Heston diviene un’icona mondiale, fautore di un gesto così imponente da abbattere la “quarta parete” ed entrare prepotentemente a far parte della cultura cinematografica contemporanea. Le porte di Hollywood sono ormai spalancate. Heston diviene il Mosè per antonomasia, la personificazione della statua del Michelangelo in movimento. Il fisico statuario e la preziosità dei suoi gesti gli donano una presenza scenica sontuosa, regale, empatica verso gli spettatori che rimangono catturati dalla forza visiva delle sue interpretazioni. Il suo volto è una maschera in continuo movimento, capace d’assurgere alle più recondite emozioni, ad arte generate per farle giungere a destinazione.

Quell’aspetto regale e traboccante si rivela però difficile da adattare per Orson Welles, che lo deve dirigere nel ruolo di un detective messicano nel capolavoro “L’infernale Quinlan”; ma non importa, la capacità interpretativa di Charlton può soverchiare persino quei lineamenti così particolari tanto da rendere grandiosa la parte dell’investigatore Vargas in quel noir intramontabile, realizzato a soli due anni dal monumentale lavoro di De Mille.

L’anno successivo non si fa scappare l’occasione di approfittare del duplice rifiuto di Paul Newman e Marlon Brando a William Wyler. Viene, infatti, contattato e accetta immediatamente il ruolo del principe giudeo fatto schiavo nell’ultima, disperata produzione della Metro Goldwyn Meyer: “Ben-Hur”. Il successo del capolavoro, altro lungometraggio biblico-storico per Heston, sarà planetario: 11 premi Oscar vinti da una sola pellicola. E’ record assoluto. Ad Heston, per onorare una performance straordinaria, viene conferito l’oscar al miglior attore protagonista. E’ la corona che l’Academy pone sul capo di uno dei più grandi interpreti di sempre, il prestigioso riconoscimento a un’icona che ha raggiunto l’immortalità artistica. Ma Heston non vuole abbandonare la “storia”, vuole proseguire a scriverla e viverla, divenendo il vessillo di un genere dedito al passato: lo vediamo indossare letteralmente i panni di Michelangelo durante la realizzazione della Cappella Sistina per la regia di Carol Reed, va a sedare la rivolta dei Boxer nel 1900 accanto a David Niven, conquista l’amore di Sophia Loren in epoca medievale, tiene testa a Laurence Olivier verso la fine dell’Ottocento, spalleggia Richard Harris durante la guerra di secessione americana per il regista della violenza, Sam Peckinpah, e rindossa la tunica di Marco Antonio in “23 pugnali per Cesare”, prima produzione in Technicolor di un’opera di Shakespeare.

Tuttavia la storia passata sembra, alle volte, stargli un po’ stretta, vuole rivolgere la propria attenzione al futuro. E infatti nel 1968 è il protagonista di un cult eccezionale della fantascienza: “Il pianeta delle scimmie”. Memorabile l’explicit finale, dove Heston si lascerà andare a un grido disperato, maledicendo la razza umana, rea di aver distrutto la propria terra con la barbarie e la scelleratezza della guerra atomica. Scena che, salvo i dovuti accorgimenti, si ripeterà ancora sul finale de “2022, i sopravvissuti”, altro apprezzato film di fantascienza che ha Heston come protagonista, il quale, l’anno precedente, era un alienato eremita, essendo l’ultimo sopravvissuto, nel film culto del 1975 “Occhi bianchi sul pianeta terra”. Indimenticabile, questa volta, la sequenza d’apertura dell’opera, dove il suo sfrecciare a bordo di un’auto d’epoca, avviene in una Los Angeles fantasma. Una serie di inquadrature rimaste nella storia, perché ad Heston non serviva spesso proferire parole, a volte, bastava semplicemente muoversi dinanzi alla camera per abbattere le barriere del tempo e dei ricordi. Queste immagini resteranno, dureranno, saranno ricordate. Per Sempre.

Mantiene il sangue freddo nei drammatici “Terremoto” e “Airport 75”, non riuscendo però a brillare nelle successive tre produzioni dove debutta dietro la macchina da presa, coadiuvato dall’adorato figlio. A partire dalla metà degli anni Settanta, Heston reciterà in ruoli di secondo piano, tornando a teatro e dedicandosi alla televisione e alla narrazione in varie pellicole. Non mancheranno però apparizioni incisive come quella del Cardinale Richelieu ne “I tre moschettieri” o quella dell’attore “Re” nell’Amleto. Sul piccolo schermo ottiene vasti apprezzamenti dalla critica come presentatore della serie “Le storie della Bibbia”, tornando al genere che lo ha consacrato. Antepone, a volte, alla sua verve interpretativa la passione per la politica che sfocia nella lotta per la parità dei diritti, come quando cammina fianco a fianco a Martin Luther King. Nel 1978 riceve un secondo premio Oscar, questa volta però per il suo impegno umanitario.

Negli anni Ottanta diventa presidente del sindacato degli attori e poi dell'American Film Institute, quasi a rimarcare quel ruolo innato di “guida” per tutti gli altri, dedizione che aveva sempre portato con sé, sin dai primi ruoli. Perché Heston era un leader, a volte silenzioso a volte brusco. Negli ultimi anni tuttavia arriveranno non poche polemiche, perché diventerà, dal '98, il presidente della National Rifle Association, lobby americana delle armi, sostenitrice del diritto dei cittadini a difendersi. Nel 2002 proferisce un annuncio shock, dichiara al mondo intero di soffrire d’Alzheimer. Per una sola volta nella sua vita, abbandona i rassicuranti panni del duro, e si mostra fragile come chiunque altro, commuovendo tutti con la famosa frase: “Se in futuro vi racconterò la stessa barzelletta due volte, vi prego, ridete lo stesso. Vi saluto adesso perché non so se sarò in grado di farlo dopo”. Gli resterà sempre accanto la moglie, Lydia Clarke, che aveva sposato nel 1944 e con cui aveva vissuto per tutta la vita. La leggenda tramonterà il 5 aprile del 2008, ma la sua stella resta ancora lì, a brillare nel cielo; possiamo vederlo lassù, mentre corre contro Messala, mentre apre le acque per liberare il popolo ebreo, mentre s’inginocchia dinanzi alla statua della libertà, ancora una volta. La fiamma delle sue avventure continua a divampare, alimentata da tutti coloro che seguitano a mirare le sue gesta su schermo, immedesimandosi, perché con Charlton Heston diventavamo tutti degli eroi. Magari solamente con l’immaginazione, e giusto per la sola durata dell’opera. Di certo lo siamo stati anche noi!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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