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Da oggi in sala "Power Rangers", il film diretto da Dean Israelite, nuovo blockbuster per famiglie. Il lungometraggio dedicato ai famosi guerrieri che proteggono la Terra è stato distribuito in America lo scorso 24 marzo.

Di seguito il trailer italiano del film

Redazione: CineHunters

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"Charlton Heston" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nella storia del cinema statunitense sono stati immortalati su pellicola innumerevoli attori, qualcuno di loro è passato del tutto inosservato, altri hanno raggiunto una buona fama, qualcun altro invece ha conquistato l’indelebile marchio del “Mito”, andando oltre la pur semplice etichetta dell’interprete. Sono quegli artisti che diventano icone, emblemi di un pubblico attento e stendardi di generazioni desiderose di emozionanti avventure. Charlton Heston era uno di questi: un’icona, un eroe. Non amava molto questa definizione ma, suo malgrado, gli calzava a pennello e dava ampia corrispondenza alla verità. Charlton Heston sul grande schermo era proprio l’eroe. L’attore che, probabilmente più di ogni altro, valorizzò la figura dell’uomo virile, instancabile, incorruttibile e coraggioso.

Cominciò a teatro, anzi, ancor prima, da ragazzino, iniziò a recitare da solo, tra i boschi, dove si dilettava nell’esposizione vocale dei monologhi di Shakespeare, sua profonda passione. Approderà su palcoscenico dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, a Broadway. Qui attira su di sé i primi, ampi consensi, divenendo il protagonista di imponenti adattamenti come il “Macbeth”, “Un uomo per tutte le stagioni” e in “Antonio e Cleopatra” e nel “Giulio Cesare” interpreta Marco Antonio, un ruolo che non abbandonerà mai. L’esordio al cinema arriva nel 1950, e nel 1952 conosce Cecil De Mille ne “Il più grande spettacolo del mondo”. Proprio De Mille lo sceglie per il ruolo di Mosè nel Kolossal “I dieci comandamenti”.

Volgendo le braccia verso il Mar Rosso, Charlton Heston diviene un’icona mondiale, fautore di un gesto così imponente da abbattere la “quarta parete” ed entrare prepotentemente a far parte della cultura cinematografica contemporanea. Le porte di Hollywood sono ormai spalancate. Heston diviene il Mosè per antonomasia, la personificazione della statua del Michelangelo in movimento. Il fisico statuario e la preziosità dei suoi gesti gli donano una presenza scenica sontuosa, regale, empatica verso gli spettatori che rimangono catturati dalla forza visiva delle sue interpretazioni. Il suo volto è una maschera in continuo movimento, capace d’assurgere alle più recondite emozioni, ad arte generate per farle giungere a destinazione.

Quell’aspetto regale e traboccante si rivela però difficile da adattare per Orson Welles, che lo deve dirigere nel ruolo di un detective messicano nel capolavoro “L’infernale Quinlan”; ma non importa, la capacità interpretativa di Charlton può soverchiare persino quei lineamenti così particolari tanto da rendere grandiosa la parte dell’investigatore Vargas in quel noir intramontabile, realizzato a soli due anni dal monumentale lavoro di De Mille.

L’anno successivo non si fa scappare l’occasione di approfittare del duplice rifiuto di Paul Newman e Marlon Brando a William Wyler. Viene, infatti, contattato e accetta immediatamente il ruolo del principe giudeo fatto schiavo nell’ultima, disperata produzione della Metro Goldwyn Meyer: “Ben-Hur”. Il successo del capolavoro, altro lungometraggio biblico-storico per Heston, sarà planetario: 11 premi Oscar vinti da una sola pellicola. E’ record assoluto. Ad Heston, per onorare una performance straordinaria, viene conferito l’oscar al miglior attore protagonista. E’ la corona che l’Academy pone sul capo di uno dei più grandi interpreti di sempre, il prestigioso riconoscimento a un’icona che ha raggiunto l’immortalità artistica. Ma Heston non vuole abbandonare la “storia”, vuole proseguire a scriverla e viverla, divenendo il vessillo di un genere dedito al passato: lo vediamo indossare letteralmente i panni di Michelangelo durante la realizzazione della Cappella Sistina per la regia di Carol Reed, va a sedare la rivolta dei Boxer nel 1900 accanto a David Niven, conquista l’amore di Sophia Loren in epoca medievale, tiene testa a Laurence Olivier verso la fine dell’Ottocento, spalleggia Richard Harris durante la guerra di secessione americana per il regista della violenza, Sam Peckinpah, e rindossa la tunica di Marco Antonio in “23 pugnali per Cesare”, prima produzione in Technicolor di un’opera di Shakespeare.

Tuttavia la storia passata sembra, alle volte, stargli un po’ stretta, vuole rivolgere la propria attenzione al futuro. E infatti nel 1968 è il protagonista di un cult eccezionale della fantascienza: “Il pianeta delle scimmie”. Memorabile l’explicit finale, dove Heston si lascerà andare a un grido disperato, maledicendo la razza umana, rea di aver distrutto la propria terra con la barbarie e la scelleratezza della guerra atomica. Scena che, salvo i dovuti accorgimenti, si ripeterà ancora sul finale de “2022, i sopravvissuti”, altro apprezzato film di fantascienza che ha Heston come protagonista, il quale, l’anno precedente, era un alienato eremita, essendo l’ultimo sopravvissuto, nel film culto del 1975 “Occhi bianchi sul pianeta terra”. Indimenticabile, questa volta, la sequenza d’apertura dell’opera, dove il suo sfrecciare a bordo di un’auto d’epoca, avviene in una Los Angeles fantasma. Una serie di inquadrature rimaste nella storia, perché ad Heston non serviva spesso proferire parole, a volte, bastava semplicemente muoversi dinanzi alla camera per abbattere le barriere del tempo e dei ricordi. Queste immagini resteranno, dureranno, saranno ricordate. Per Sempre.

Mantiene il sangue freddo nei drammatici “Terremoto” e “Airport 75”, non riuscendo però a brillare nelle successive tre produzioni dove debutta dietro la macchina da presa, coadiuvato dall’adorato figlio. A partire dalla metà degli anni Settanta, Heston reciterà in ruoli di secondo piano, tornando a teatro e dedicandosi alla televisione e alla narrazione in varie pellicole. Non mancheranno però apparizioni incisive come quella del Cardinale Richelieu ne “I tre moschettieri” o quella dell’attore “Re” nell’Amleto. Sul piccolo schermo ottiene vasti apprezzamenti dalla critica come presentatore della serie “Le storie della Bibbia”, tornando al genere che lo ha consacrato. Antepone, a volte, alla sua verve interpretativa la passione per la politica che sfocia nella lotta per la parità dei diritti, come quando cammina fianco a fianco a Martin Luther King. Nel 1978 riceve un secondo premio Oscar, questa volta però per il suo impegno umanitario.

Negli anni Ottanta diventa presidente del sindacato degli attori e poi dell'American Film Institute, quasi a rimarcare quel ruolo innato di “guida” per tutti gli altri, dedizione che aveva sempre portato con sé, sin dai primi ruoli. Perché Heston era un leader, a volte silenzioso a volte brusco. Negli ultimi anni tuttavia arriveranno non poche polemiche, perché diventerà, dal '98, il presidente della National Rifle Association, lobby americana delle armi, sostenitrice del diritto dei cittadini a difendersi. Nel 2002 proferisce un annuncio shock, dichiara al mondo intero di soffrire d’Alzheimer. Per una sola volta nella sua vita, abbandona i rassicuranti panni del duro, e si mostra fragile come chiunque altro, commuovendo tutti con la famosa frase: “Se in futuro vi racconterò la stessa barzelletta due volte, vi prego, ridete lo stesso. Vi saluto adesso perché non so se sarò in grado di farlo dopo”. Gli resterà sempre accanto la moglie, Lydia Clarke, che aveva sposato nel 1944 e con cui aveva vissuto per tutta la vita. La leggenda tramonterà il 5 aprile del 2008, ma la sua stella resta ancora lì, a brillare nel cielo; possiamo vederlo lassù, mentre corre contro Messala, mentre apre le acque per liberare il popolo ebreo, mentre s’inginocchia dinanzi alla statua della libertà, ancora una volta. La fiamma delle sue avventure continua a divampare, alimentata da tutti coloro che seguitano a mirare le sue gesta su schermo, immedesimandosi, perché con Charlton Heston diventavamo tutti degli eroi. Magari solamente con l’immaginazione, e giusto per la sola durata dell’opera. Di certo lo siamo stati anche noi!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Oggi è l'ultimo giorno per poter vedere al cinema "Raffaello, il principe delle arti", il lungometraggio che porta per la prima volta sul grande schermo la vita del grande artista. Questa trasposizione è stata distribuita dalla Nexo Digital per tre giorni soltanto: 3, 4 e 5 aprile. Verrà in seguito distribuito in oltre 60 paesi nel mondo.

Prodotto da Sky 3D, con la collaborazione di Sky Cinema e Sky Arte, l'opera ha come protagonista Flavio Parenti, e indaga la vita di Raffaello dalle sue origini fino alla sua imponente formazione artistica. Il film è scandito dalle voci narranti di Antonio Paolucci, Antonio Natali e Vincenzo Farinella.

Il film, oltre a mostrare analisi delle opere di Raffaello da un punto di vista innovativo, propone la ricostruzione analitica di opere andate perdute.

Redazione: CineHunters

"Indiana ed Henry Jones" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Indossa una giacca di pelle, una camicia e porta un cappello: è un cacciatore di reperti antichi e sta per mettere le mani sulla Croce di Coronado. Un ragazzo però sbuca alle sue spalle e gliela soffia da sotto il naso. L’uomo col capello si volta di scatto, ma per noi non è altro che…uno sconosciuto. Il giovane, invece, che scappa via con la Croce in mano è Indiana Jones. Ci troviamo nell’Utah, nel 1912 e Indiana Jones è soltanto un ragazzetto. “Indiana Jones e l’ultima crociata” inizia subito con una particolarità, un ampio flashback dal ritmo incalzante, confezionato con grande maestria nel girare le scene d’azione, tipica del cinema di Steven Spielberg. Ad interpretare un giovane Henry Jones Junior è il compianto River Phoenix. E in poche, inarrestabili sequenze d’azione, il giovane Indiana sembra plasmare il proprio futuro sotto i nostri stessi occhi. Indiana corre sul tetto di un treno in movimento, per sfuggire agli assalti di quei profanatori di tombe che gli sono alle calcagna. Proprio su quel treno, che al momento è in atto un trasporto circense, è più che normale imbattersi in un animale feroce. E’ quanto capita a Indiana il quale si trova davanti un leone, e per sottrarsi alle sue fauci ricorre all’aiuto di una frusta, da cui, come sappiamo, non si separa mai.  Precipiterà successivamente in una “fossa” piena di serpenti, da cui nascerà il suo profondo terrore verso i rettili, e si procurerà una ferita al mento (ricreando così la celebre cicatrice di Harrison Ford, uno dei segni identificativi del personaggio). Giunto a casa, dal padre, Indiana non fa neppure in tempo a dirgli cosa sia successo che i cacciatori di tombe lo raggiungono e si riappropriano del loro bottino. Quell’uomo che inizialmente tutti avevano scambiato per Indiana, rimasto piacevolmente colpito dall’estro e dal coraggio del giovane, lo incita a non arrendersi in futuro, e come pegno per la sconfitta, gli dona il suo cappello.

E’ come se in dieci minuti avessimo realmente assistito alla nascita del nostro eroe. Lucas e Spielberg con un intro mozzafiato volgono un intenso ricordo al passato di Indiana Jones, permettendo al proprio pubblico di scoprire gradatamente ma con una certa velocità, le origini dell’archeologo. Nel momento in cui indossa per la prima volta il suo cappello, nasce, a tutti gli effetti, Indiana Jones. Il passato si sgretola sotto i nostri occhi, come granelli di sabbia portati via dal vento, e riappare Harrison Ford nelle vesti di Indiana Jones, ancora con indosso quell’inconfondibile cappello, intento, a distanza di trent’anni, proprio a chiudere definitivamente quella faccenda in sospeso: riconquistare dunque la corona di Coronado e portarla in un museo: cosa che riuscirà a realizzare.

Una volta rientrato in patria, Indy si mette alla ricerca disperata del padre, caduto preda dei nazisti che necessitano delle sue conoscenze per il ritrovamento del Santo Graal, il leggendario calice da cui Cristo bevve durante la sua ultima cena. Il padre di Indy, Henry Jones, è uno dei maggiori esperti sull’argomento, e ha dedicato la sua intera vita alla ricerca del prezioso calice. Indiana comincia così la sua terza avventura cinematografica…

Con “Indiana Jones e l’ultima crociata” Spielberg e Lucas scelsero di affinare i canoni narrativi adoperati ne “I predatori dell’arca perduta”, per tornare a un clima maggiormente disteso, più improntato all’avventura spericolata, rispetto all’atmosfera dark e violenta vissuta nel precedente, “Il tempio maledetto”. Gli avversari del Dottor Jones tornarono ad essere i nazisti e ancora una volta, Indy dedica le sue ricerche al ritrovamento di un reperto mistico, custode di un potere divino, un po’ come accaduto per l’Arca dell’alleanza: il Santo Graal. Pur affidandosi a una formula vincente e già vista nella medesima saga, “L’ultima crociata” non ripropone, bensì affina, livellando il tutto con fare certosino.

“L’ultima crociata” non sbaglia un colpo, perfezionando ciò che aveva lasciato in sospeso ne “I predatori dell’arca perduta”: Sallah torna a combattere in prima linea, fianco a fianco a Indiana Jones, mostrandosi non soltanto come un prezioso alleato in battaglia ma come un vero amico dell’archeologo, a tratti anche divertentissimo. La personalità impacciata e smemorata di Marcus Brody viene approfondita, anche lui, infatti, viene coinvolto in questa grande avventura con Indy, fungendo tanto da spalla comica che da caratterista irresistibile, merito di un Denholm Elliott perfettamente calato nella parte. Gli avversari di Indiana, i nazisti per l’appunto, ne “L’ultima crociata” divengono ancor più spietati, sadici e traditori. Per la prima volta, infatti, persino la donna che accompagna Indiana Jones in quest’avventura, la Dottoressa Elsa Schneider, con la quale, da principio, si pensava che il protagonista potesse avere una storia d’amore, in verità lo tradirà, poiché anch’essa devota al folle operato nazista. Il male ne “L’ultima crociata” diviene vile e infingardo, e Indiana non potrà davvero fidarsi altri che di se stesso.

“L’ultima crociata” è un’avventura in grado di conservare il fascino immutato tipico di un primo capitolo di una saga. Il modo in cui scava nel passato del protagonista, tratteggiando in scena le sue peculiarità, la sua fobia più comune, e il medesimo stile con cui indaga l’infanzia di Indiana e il rapporto burrascoso con il padre, sono scelte narrative che fanno de “L’ultima crociata” una sorta di film totale di Indiana Jones, quello che pone l’archeologo come assoluto protagonista della scena. Indiana è l’eroe da ammirare nella sua verve spericolata, ma anche l’uomo da comprendere nelle proprie debolezze e perplessità, mai messe realmente in luce nei precedenti due lungometraggi. Il tutto viene vagliato e analizzato senza mai tralasciare l’umorismo tipico del savoir-fare di Indiana Jones.

Ma il cuore de “L’ultima crociata” è nel rapporto, splendidamente portato in scena, tra Indiana Jones e suo padre. Sean Connery venne scelto per interpretare Henry Jones Senior in quanto storico interprete di 007, l’uomo d’azione che ispirò Lucas nella concezione di Indiana Jones. 007 era a tutti gli effetti il padre dell’archeologo. E sarà un duetto senza precedenti quello tra Harrison Ford e Sean Connery, capaci di far ridere ma soprattutto di trascinare, con le loro diversità, gli spettatori in un’avventura carica di suspense. Indiana è un avventuriero coraggioso e inarrestabile, Henry Jones, invece, un accademico serioso e compassato, quasi inetto se calato in una realtà di pericoli. Un padre distaccato, non certo per cattiveria, ma perché caratterialmente ha voluto educare il proprio figlio nel rispetto dei propri spazi e delle proprie libertà. Indiana, dal canto suo, avrebbe voluto una vicinanza maggiore da parte del padre. Spielberg, ancora una volta, pone i propri personaggi nel gravoso compito di sopportare il fardello di una difficile interazione. Tra fughe in sella a una motocicletta, cadute vertiginose a bordo di un aeroplano e combattimenti all’ultimo sangue sopra un carrarmato, Indiana e suo padre torneranno a legare come prima e a comprendere le rispettive diversità caratteriali: dopotutto, come confesserà il suo stesso padre - “condividere le tue avventure, è interessante, figliolo”. E proprio attraverso la sua terza grande avventura Indiana condivide non solo con suo padre i propri segreti, ma anche col suo stesso pubblico.

Ne “L’ultima crociata” i libri e il concetto stesso di “lettura” assumono un valore profondo e inattaccabile. A Berlino, dinanzi ai nazisti che bruciano barbaramente decine di tomi, Indiana e Henry si sentono come “pellegrini in una terra sacrilega”. Persino nella comicità, Spielberg e Lucas trovano il modo di inserire uno spunto di riflessione. Indiana si troverà proprio dinanzi al Fuhrer, con in mano il libro degli appunti di suo padre, su cui sono segnate le restanti tracce per giungere ad Alessandretta, la città dove giace il Graal. Ad Hitler basterebbe allungare il braccio, sfogliare le pagine di quel libro per comprendere realmente chi ha davanti. Eppure, agisce con sufficienza, scambiando quel libretto come una richiesta, da parte dell’ufficiale interpretato dallo stesso Jones, di avere un autografo da Hitler. Quel libretto in cui era custodita la verità viene ignorato da Hitler in persona, simbolo che i nazisti nella loro follia non potevano realmente comprendere l’importanza della lettura: a tal proposito Henry Jones dirà: “Quegli imbecilli che marciano con il passo dell’oca come lei, i libri dovrebbero leggerli invece di bruciarli".

“L’ultima crociata” traccia inoltre una linea di demarcazione tra gli spiriti “puri” e quelli “impuri” attraverso le scene conclusive delle tre prove e del ritrovamento del leggendario Santo Graal. Indiana, protagonista indiscusso della pellicola, resta sempre centrale nello svolgimento della storia, cosa che non avveniva nella parte finale de “I predatori dell’arca perduta”, in cui il destino dei suoi avversari era deciso dal “volere” dell’arca. Qui riuscirà con astuzia e abilità a superare tre ardue prove che lo porteranno a dover scegliere, tra decine e decine di coppe, quale sia realmente quella appartenuta al Re dei re. Indiana sceglierà saggiamente: la coppa di un falegname sarà il calice di Cristo. Il puro di cuore, ovvero Indiana, riuscirà a salvare la vita di suo padre grazie al calice, e l’impuro, rappresentato da Donovan, il leader del gruppo nazista, perirà sotto il giudizio divino.

Nella sequenza finale, veniamo a conoscenza del vero nome di Indiana Jones, ovvero “Henry Jones Junior”, e che Indiana non era altro che il nome del suo cane a cui era legatissimo (in verità si trattava del nome del cane di George Lucas). Con quest’ultima rivelazione Indiana Jones si congeda dal suo pubblico per vent’anni. “L’ultima crociata” è, a tutti gli effetti, un viaggio profondo nelle pieghe segrete di Indiana Jones, magnificamente reso grazie ad un cast stellare di attori, su cui spiccano fra tutti Harrison Ford e Sean Connery, la coppia padre e figlio tra le più riuscite di sempre.

Cavalcando verso il tramonto, i nostri eroi chiudono una trilogia figlia degli anni ’80 e, forse, proprio per questo, pressoché inimitabile.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Bambi con suo padre" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In una verde radura cinta da fiori appena sbocciati, una cerva ha da poco messo al mondo il suo piccolo. Il cucciolo dorme tra le “braccia” della madre quando gli animali della foresta giungono in quel luogo per ammirarlo. Verrà da questi soprannominato “principino”, in quanto figlio del cervo reale della foresta. Il piccolo apre per la prima volta i suoi occhi al mondo e tenta di alzarsi facendo forza sulle esili zampette posteriori. Poggiandosi poi su tutte e quattro le zampe, il cerbiatto alza la bianca coda, prima di fissare con curiosità Tamburino, un coniglietto dal pelo tra il bianco e il grigio e dal musetto di un rosa acceso, chiamato a quel modo proprio per l’abitudine, piuttosto rimbombante, di tamburellare la zampa sul terreno. E’ lo stesso Tamburino a domandare alla madre del cerbiatto che nome ha scelto per il proprio nascituro.  Mamma cerva, dal canto suo, risponde prontamente: Bambi!

“Bambi” era il film preferito da Walt Disney in persona, la “creazione” a cui era idilliacamente legato e che amò come fosse un figlio. Per Disney i più grandi ma anche i più piccini potevano osservare la crescita di Bambi e rivedere in essa quel cammino, costellato da innumerevoli tappe, che chiamiamo “vita”. La storia dell’amorevole cerbiatto è un intenso viaggio nell’istinto vitale in cui si intersecano il rispetto per la natura e l’ammirazione per il mondo animale con il ciclo dell’esistenza: il venire alla luce, il proseguire nella maturazione, l’amore e il raggiungimento della propria autonomia comportamentale.

Il piccolo cervo dalla coda bianca, sotto lo sguardo vigile della madre, impara ben presto a camminare e anche a parlare esattamente come un comune bambino. Scopre il valore dell’amicizia con Tamburino e la puzzola Fiore, e le meraviglie del mondo circostante, ma anche i pericoli di quel bosco che lo avviluppa sin da quando è nato. Crescendo, Bambi si innamora perdutamente di Faline, poco prima di divenire il signore della foresta. “Bambi” è un film profondamente sentimentale, che tenta di rapportare e inevitabilmente confrontare uomo e animale come figli della stessa terra, tendendo a unificare questi due esseri viventi, ma differenziandoli al tempo stesso. “Bambiè un lungometraggio che tratta il tema delcerchio della vitacinquant’anni prima deIl re leone”; e lo fa in modo estremamente malinconico e serioso, essendo esso un “ponte” forte e saldo, che permette di superare le burrascose acque del fiume della maturazione, ma soprattutto, rimanendo tutt’oggi una chiave didascalica dell’elaborazione del lutto. Se, infatti, la prima parte dell’opera pone lo sguardo accorto della camera su quella spensieratezza del piccolo cervo, tipica della giovinezza, e proprio per questo paragonabile a quella di un qualsivoglia bambino, la seconda parte, invece, si concentra sulla repentina crescita del protagonista, rimasto solo e affacciatosi senza alcuna avvisaglia sull’asprezza dell’arco vitale.

La sequenza in cui Bambi, confuso e spaventato, si muove tra i boschi mentre con voce accorata chiama la madre, mi riporta alla mente una celebre frase proferita da Christopher Lee: “E’ ciò che non si vede, non quello che si vede, che fa paura!”. La morte della madre di Bambi avviene fuori campo, lasciando lo spettatore, come lo stesso Bambi, nel vortice di un’atroce incertezza.

Il tenero cucciolo resta vicino alla cerva anche quando quest’ultima si pone in allerta, spronando il figlio a fuggire e a trovare riparo all’interno della fitta boscaglia. Lo sparo del cacciatore rompe l’apparente tranquillità di una fredda giornata invernale, il tempo si ferma d’improvviso e gli istanti sembrano tramutarsi in secoli. La neve comincia a fioccare copiosamente e Bambi riemerge dalla sua tana in cerca della madre. Le impronte dei piccoli zoccoli del cerbiatto restano impresse sul manto nevoso, indicando un percorso disordinato compiuto da Bambi nel tentativo di ritrovare la sua mamma. Il cammino a ritroso lo porta a imbattersi nel padre, l’imponente principe della foresta. L’imbarazzo e il disagio provati da Bambi sono resi in maniera del tutto naturale, con il piccolo cerbiatto che, di sobbalzo, abbassa lo sguardo, perché intimidito dalla maestosità del genitore.  Nel doppiaggio d’epoca datato 1948 Mario Besesti donò la sua voce corposa al padre di Bambi quando questi dovette dare al figlio il triste annuncio dell’avvenuta morte della madre. Le parole del padre nel riadattamento italiano assunsero le connotazioni di un funereo monologo.

“La tua mamma non tornerà mai più!  L’uomo l’ha portata via. Devi essere coraggioso, devi imparare a vivere da solo. Vieni, figlio mio!”.

Queste furono le frasi recitate con straziante commozione da un magistrale Besesti. Il secondo doppiaggio venne registrato nel 1968 e fu più attinente alla versione americana. Il padre ebbe la voce, perfettamente modulata, di Giuseppe Rinaldi, quando registrò le fatidiche parole: “La tua mamma non tornerà mai più!”. Seguono degli attimi in cui assistiamo, taciturni, alla reazione sconsolata di Bambi, quand’ecco che il padre prosegue: “Vieni, figlio mio!”.

Il Grande Principe della foresta nel suo eloquente silenzio spezza l’innocenza del figlioletto, che d’ora in poi dovrà riuscire a vivere senza più le attenzioni e l’affetto della madre. Quel “vieni con me”, proferito con tenera fermezza, induce Bambi a seguirlo e a comprendere che dovrà crescere in fretta per poter seguire le orme del padre e vegliare con lui nella selva.

Un’interpretazione vocale che sancisce un intonante sposalizio tra la dignità regale cui è rivestito il principe e la sensibilità paterna cui deve assurgere in quei tristi frangenti nei confronti del proprio figlio. Bambi si incammina fianco a fianco al padre, poco più che uno sconosciuto per lui, che ha trascorso ogni istante della sua giovane esistenza tra le calde cure della madre. Essa rappresentava ciò che Bambi era, la sua purezza; il padre, invece, ciò che Bambi sarà, la sua futura solennità.

L’impatto emotivo della scena travalica i confini del grande schermo, emozionando l’immaginazione dello spettatore e la sua sfera coscienziale. La scelta di non mostrare né il corpo inerme della madre né una traccia del suo vissuto si rivelò una rappresentazione ancor più drammatica della separazione tra madre e figlio. In un batter di ciglia Bambi perde la sua mamma per sempre, e non può neppure dirle addio. Non posso che fermarmi un attimino a riflettere su quanto scriveva il Foscolo nel suo carme “Dei sepolcri”. Per l’uomo, poter piangere i propri cari, facendo loro visita nei cimiteri, è l'unico conforto in grado di sostenere la tragedia di un addio. Ciò che reputo ancor più drammatico nel linguaggio cinematografico espresso dal lungometraggio “Bambi” è proprio la rappresentazione di una morte sopraggiunta in un momento di serena quiete. Un dramma inopinato che bruscamente strappò Bambi dalla sua innocenza, negandogli persino l’opportunità di poter accarezzare la madre un’ultima volta. Bambi non potrà seppellirla, piangerla in una fossa. Non ci sarà alcun sepolcro per la madre del cerbiatto. Ella svanirà nel nulla. L’immedesimazione nel protagonista sta proprio nel suo essere vittima degli eventi stessi, impotente dinanzi ad una minaccia del tutto nuova, e impossibilitato a piangere la madre, umanizzata nell’ideologia di genitrice. Bambi viene così ancor più reso umano, perché nel dolore diventa un possibile punto di contatto con i bambini che si rapportano all’identità animale, cercando in essa quei tratti comuni della propria familiarità.

La scena fin qui analizzata fa sì che la mente degli spettatori venga lasciata libera di viaggiare negli imperscrutabili meandri dei propri timori. L’apparato “scenografico” è però necessario per amplificare ancor di più quel senso di vuoto incolmabile lasciato nell’animo di chi guarda il film, e a tal proposito, la neve che fiocca sembra un lungo pianto generato dalla natura che avvolge l’intera vegetazione, il tutto in uno scenario triste e malinconico. Le musiche, l’animazione e le brevi riflessioni del padre assumono un valore poetico senza eguali, in cui ciò che temiamo diviene più incisivo di ciò che stiamo effettivamente guardando.

Il tempo lenisce ogni ferita, e così il lutto viene tenuamente superato con il trascorre delle stagioni. Il bosco subisce l’alternarsi della colorata e odorosa primavera, e dell’estate calda e luminosa, con l’arrivo malinconico dell’autunno in cui le foglie cadono e ricoprono le radici degli alberi. E’ su quel soffice sottobosco che Bambi, divenuto ormai un cervo adulto, ostenta la sua imponenza. Attraverso il suo passaggio alla maturità possiamo osservare quanto l’impronta umana degli autori combaci con il rispetto dell’istinto animale. Così, se Bambi si innamora come una qualsiasi persona, allo stesso modo agisce come un animale qual è, scontrandosi con un cervo rivale per la conquista della sua amata Faline. Opera esistenzialista e studio documentaristico vengono assorbiti dalla stessa abilità narrativa, permettendo a “Bambi” di poter essere un film in cui viene amalgamata la sfera emotiva e raziocinante dell’uomo con l’agire e il comportamento degli animali. Lo studio dell’andatura “altezzosa” e nobile del cervo, una caratteristica vagliata minuziosamente sul campo, si unisce così al suo parlare spiccatamente umano, e l’accoppiamento tra gli animali, chiamato ironicamente nel film “rincitrullimento”, viene mostrato come un autentico atto d’amore monogamo, oltre a riprendere molte delle azioni tipiche degli animali nelle stagioni degli amori.  “Bambi” è a tutti gli effetti un film che elogia lo studio etologico e celebra l’esaltazione dell’animo umano. In particolare gli occhi furono lo specchio con cui gli autori scelsero di creare un legame fatto di sguardi e introspezioni con i propri spettatori. Mirando gli occhi degli animali, noi spettatori creiamo inconsapevolmente un rapporto di coinvolgimento con loro, dialogando non con le parole bensì con gli sguardi e le tante “sbirciatine” all’interno del nostro “io”.  I grandi occhi azzurri e le ciglia lunghe ed emotivamente comunicative della splendida madre confortano il piccolo Bambi quando non è che un cucciolo, e quei medesimi occhi “incastonati” nel volto di Faline inducono lo stesso Bambi a invaghirsi di lei. Gli occhi divengono così lo specchio dell’anima dell’uomo ma anche dell’animale, talmente umanizzato da poter essere considerato un custode d’anima lui stesso.

L'ultimo passo di Bambi è quello di poter prendere il proprio posto nel cerchio della vita e dunque ereditare il “trono” quando il suo papà “abdicherà”. Bambi vide suo padre, per la prima volta, quand’era un cucciolo, senza sapere neppure chi fosse davvero. Al suo passaggio, tutti gli animali si fermarono per contemplare la sua avanzata ed il Grande Principe si arrestò di conseguenza per guardare soltanto uno tra gli animali lì presenti: Bambi. Esso gli sorrise ed il Grande Principe, silente, mosse le orecchie. Bambi si intimidì, ed il padre si allontanò. Il Grande Principe non sprecò alcuna parola, neppure la più dolce nel salutare il proprio figlio, cionondimeno quando le sue orecchie si mossero, esternò l’unica sensazione intima del suo volto indecifrabile. Per un solo istante, il “re” scelse di non controllare la sua espressività rigida, ma cedette ad un gesto, un cenno, una mossa. In quel movimento potentissimo ed eloquente delle orecchie il Principe salutò Bambi, suo figlio, l’unica “persona” per cui avrebbe rinunciato alla sua nobile postura. Poco dopo, quando l’imponente ungulato intuì l’avvicinamento dell’uomo, batté gli zoccoli al suolo per avvertire tutti i suoi simili dell’imminente pericolo. Bambi si perdette nella “selva” e la madre, disperata, lo chiamò a sé. Fu proprio il Grande Principe a trovarlo. In quell’attimo, il padre osservò Bambi dritto negli occhi, e ancora una volta non parlò. Con le zampe lo invitò a correre e, finché non furono tutti e tre in salvo, non distolse mai lo sguardo da suo figlio. Azioni sottili che evocano l’amore che il Grande Principe nutre nei confronti del figlio. Un tipo di amore che non può essere comunicato vocalmente.

Nel cuore della boscaglia, sui verdi sentieri, tra i polmoni delle querce nei cui rami scorre, come sangue, la linfa, viene scorto, da tempo immemore, l’incedere regale del grande quadrupede. Il Grande Principe è taciturno, ed incarna la natura viva e laconica della foresta, che comunica non con il parlato ma con il suono del vento che soffia, col fruscio, col verso di ogni forma faunistica e col colore della flora. Nessuno sa quanti anni esso abbia, ma la grandezza dei suoi palchi suggerisce che sia stato tra i primissimi figli di quel bosco. Il Grande Principe della foresta è un guardiano, un’entità remota, misteriosa, antica, un padre ineffabile, mitizzato da Bambi nella sua gloriosa maestosità.

Bambi, sovente, tiene il capo chino quando giace al cospetto del genitore. Il cerbiatto, mantenendo il volto curvato, pare quasi inginocchiarsi dinanzi alla nobiltà del papà, il sovrano e custode del vasto reame degli animali. Ma l’apparente genuflessione di Bambi non è dovuta semplicemente all’intrinseca regalità del monarca, bensì al rispetto e ad un flebile timore avvertito nei riguardi di un genitore aulico, imperscrutabile nella propria rigidità principesca, severo, di certo, tuttavia profondamente buono. Nello sguardo così schivo, intimidito, ritroso di Bambi, Walt Disney trasfigurò se stesso. Il cucciolo di cervo è, a mio giudizio, proprio l’espressione più intima dell’animo di Walt Disney, il quale fece del Grande Principe della foresta la traduzione artistica del proprio padre. Disney paventava e, al contempo, ammirava l’inflessibilità del suo genitore, un uomo arcigno e dal temperamento forte. Così, Walt mischiò l’austerità promanata, nei ricordi, dal proprio padre con il carattere morigerato di un re, e rese il Grande Principe della foresta un monarca saggio, vigoroso, un padre elusivo eppur presente, lontano tuttavia amorevole.

Il sire salverà Bambi anche quando le fiamme appiccate dall’uomo arderanno il verde. Esso, con la sua voce alta e profonda, esorterà il suo erede a rimettersi in piedi con tutte le sue forze, a non cedere mai alla paura.

Nonostante il padre rivesta un ruolo simile a quello che avrà Mufasa ne “Il re leone” qui si differenzia per il modo di porsi e di educare il figlio. Il Grande Principe della foresta è un re altero, che si muove con solennità, trasudando saggezza sin dal proprio portamento. Il suo procedere con tale grazia e magnificenza coincide col suo essere di poche parole. Esso dimostra l’affetto nei confronti di Bambi in modo implicito, relazionandosi con lui solo apparentemente in maniera distaccata. Il Grande principe dà valore ad ogni singola parola detta, istruendo il proprio figlio più con i gesti che con le espressioni verbali, cosciente che Bambi dovrà divenire forte e prendere il suo posto per proteggere la foresta dalla minaccia invisibile dell’uomo. Il male in “Bambi” è rappresentato proprio dall’uomo, mai però delineato fisicamente sullo schermo, poiché volutamente idealizzato come una negatività astratta, che può distruggere la natura e la vita animale esattamente come il suo stesso prossimo. In tal modo “Bambi” vuol comunicare un messaggio pressoché universale, mettendoci in guardia sui pericoli della malvagità di certuni pronti ad annientare con tanta efferatezza ciò che li circonda. “Bambi” è altresì un ammonimento evocativo per l’uomo “incendiario” e per il bracconiere e cacciatore senza scrupoli, un monito onnipresente per il rispetto della natura e il riguardo, laddove è possibile, verso gli animali liberi e selvaggi.

Bambi avrà da Faline due cuccioli gemelli. Li scruterà da lontano, restando fiero e regale su di un’altura, vegliando sulla compagna, sui figli e su tutta la foresta, con la vigoria di un vero sovrano. La possanza delle sue ampie protuberanze ossee evidenzia il raggiungimento di un completamento esistenziale: Bambi è ciò che per lui è stato suo padre, ed è pronto ad essere tale per i suoi discendenti.

I suoi palchi spioventi divengono una corona regale posta sul suo capo.

“Bambi” è un capolavoro assoluto, che tende la mano al pubblico più giovane e lo accompagna, attraverso una crescita artistica, a una comprensione reale del mondo ma non solo; la stessa mano continua a tenderla agli adulti, compiendo un viaggio a ritroso, rievocando in essi il passato, il legame con la persona più cara perduta, guidandoli verso un futuro che continua a essere imminente. “Bambi” è, a mio giudizio, una sorta di traghettatore di due ben distinti spiriti: l’innocenza e la consapevolezza.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Come poter riassumere un’esperienza visiva come quella di “The Artist”? Semplice, in realtà, con una descrizione, una che rimandi a una reminiscenza a tratti terrificante

“The Artist” allunga la mano verso il cuore di uno spettatore, preme su esso fino a strapparlo via dal petto. Ci gioca, forse sadicamente, facendolo sobbalzare dinanzi ai nostri occhi con mal celato distacco e una freddezza apparente. Non possiamo che giacere lì inermi, impossibilitati anche solo ad azzardare alcuna reazione. Vorremo urlare, implorarlo di smetterla ma non fuoriesce alcun suono dalla nostra bocca. Siamo prigionieri di un mondo silenzioso come lo sono i protagonisti. Per loro, però, è la naturalezza, per noi, invece, la particolarità di una visione del tutto nuova. Perché “The Artist” non è solo un inno al cinema muto, non è un’ode a un genere oramai superato; “The Artist” è il passato che divora il moderno fino ad inglobarlo con voracità, trasfigurando l’anima di uno spettatore nel proprio “banchetto emozionale”.

E solo al termine di questa esperienza, quando George e Peppy riprendono a ballare nel “grigiore” di un’immagine in bianco e nero, tu, spettatore incosciente come il sottoscritto che compone questi passi, ti senti realmente libero di poter recuperare quel cuore e riportarlo al suo posto, lì dove deve stare, per riprendere a battere con un ritmo lento e compassato. L’ansia e l’angoscia provate da George sono cessate con la carezza delicata di Peppy. Possiamo uscire da quel tunnel in cui non penetrava alcun raggio di sole, terminare quel protratto ed eloquente silenzio che rispettosamente abbiamo mantenuto per empatia verso di loro. Non era un fare violento il suo, “The Artist” voleva soltanto stringere a sé il cuore in quanto simbolo pulsante dell'emotività più profonda, fino a colpirlo con la spiritualità di un cinema d’epoca. "The Artist" non è semplicemente una storia raccontata in pellicola, ma una vera esperienza taciturna che avvolge l'animo di chi la vive semplicemente osservandola.

The Artist” è una traghettata nel freddo mare della paura di star male, di fallire, di restare soli e soffrire maledettamente. Il tutto sullo sfondo di una mutazione artistica del cinema anni ‘30, in cui il sonoro succede al genere muto, e il musical è pronto a entrare, con grazia artistica, nel fantastico mondo della settima arte. La mescolanza del sentimento umano si unisce all'evoluzione prossima del cinema.

Vi è solo un modo per evitare di cadere nel vortice subdolo della depressione causata dal timore di un imminente futuro nebuloso e incerto: aggrapparsi all’amore, all’affetto di una ballerina capace di salvare una vita, restando gelidamente laconica ma calorosamente sorridente.

Voto: 8,5

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"King Kong ed Ann" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Immaginate d’entrare in un museo del cinema in cui viene ricostruita, attraverso sequenze visive proiettate sulle pareti, una storia, ma non una storia qualunque, una in grado di conservare in sé il gusto per l’antico e garantire un connubio tra la sfera raziocinante e la dimensione sentimentale di un’opera d’arte. “King Kong” è un’estesa narrazione visiva e dialogica che abbina l’emotività alla riflessione intellettuale. E’ una storia incastonata nell’ineluttabilità dell’immaginario universale, tanto da essere stata ripresa e reinterpretata più volte, conservando comunque l’unicità di un’opera irripetibile, come una raffigurazione scolpita su pietra. Una specie d’intonaco fresco su cui fissare un’idea per poi modellarla con tecniche classiciste e futuriste al tempo stesso. Un affresco in cui appaiono ritratte le atmosfere soffocanti della grande depressione americana. E’ in questo immenso affresco che si staglia centralmente la gigantesca creatura vivente, dove confluiscono i tre vettori specifici della rappresentazione: l’avvilente realtà urbana, la natura violenta di un’isola sperduta e l’imponenza di un grattacielo su cui volano biplani somiglianti ad avvoltoi affamati; i tre passi fondamentali del linguaggio di “King Kong”. L’amore per questo “affresco” che vide la luce nel 1933 è stato fonte d’inesauribile ispirazione per il regista Peter Jackson, che nel 2005 curò un nuovo “restauro” di tale opera, ricreando egli stesso un affresco del tutto nuovo, più spettacolare e ancor più melodrammatico.

Nel “King Kong” di Jackson, viene raccolto l’astrattismo del tempo originario, dilatato e plasmato diversamente. La storia tocca così le tre ore, e approfondisce le tematiche visive e narrative, ergendole a veri e propri topos filosofici. Per il regista neozelandese, reduce dal capolavoro senza tempo della trilogia de “Il Signore degli anelli”, “King Kong” è un’odissea dell’amore e della morte, di cui il colossale gorilla è il triste nocchiero. Jackson gli dona la vita, conformandolo con lo spessore di un essere maledetto, solo e abbandonato, rabbioso e violento, malinconico e romantico.

L’impeccabile ricostruzione scenografica della metropoli Newyorkese, in cui la protagonista Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) vive, svolgendo la sua attività lavorativa presso il Vaudeville, fa da premessa alle atmosfere del film che anela a un’eminente trasposizione di un periodo storico oscuro e frustrante. Eppure, le scene ambientate nella modernità del tempo sono le più spensierate perché fatte carico di una speranza illusoria. Questo perché il “King Kong” di Jackson offre un itinerario ambivalente nel proprio pellegrinaggio esoterico, una sorta di scalinata ripida e tortuosa da dover percorrere con audacia e vigoria. Dopo essersi lasciata alle spalle l’opprimente società americana, l’opera assurge ai canoni del viaggio esplorativo: le sequenze in mare aperto, a bordo della nave mercantile, sono cariche di mistero e senso d’avventura. Una volta approdati sull’isola del Teschio, il film trasfigura ancora una volta il proprio essere, trasformandosi in un horror violento, a volte angosciante, con gli indigeni rappresentati come efferati e sanguinari assassini. In seguito, lo stile muta nuovamente in un monster movie in cui la spettacolarizzazione delle immagini visive sfama gli occhi di chi osserva il tutto con l’insaziabile appetito della fantasia. Le lunghe carrellate di animali antidiluviani, ricostruiti meravigliosamente, così come la ricreata flora di un tempo lontano, resa nella sua vivezza originaria di colori e forme, danno un effetto unico. Il “King Kong” di Jackson diviene un Kolossal farcito di stupore e ricco di effetti speciali stupefacenti, disseminati in un mondo esotico, colorato e fluorescente. Il procedere della storia conduce Kong, questo antieroe dalla caratterizzazione tragica, a ritrovarsi però nel mondo dell’uomo, nella “grande mela” statunitense in cui riabbracciamo, sul finale, il clima d’inizio film. Ma la parabola ascendente del nostro viaggio ora è diversa, perché “King Kong” diviene infine un dramma cupo e desolante, nostalgico e spiazzante, fino a trovare la sublimazione nel tragico epilogo.

  • Dall’essere “artista” all’allegoria del “sole”

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann, la splendida donna offerta in sacrificio al mostro, è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con l’emissione di inquietanti suoni gutturali. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano fisso negli occhi per cercare di capire le reali intenzioni dell’uno nei confronti dell’altro.

Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che per placare l’agitazione dell’enorme gorilla lo intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito, nonché divertito dai movimenti della donna.

La bianca epidermide di Ann che emana una luce splendente, simile al dolce sorgere del sole, raggiunge le stanche palpebre dell’animale, ridestandole da un sommesso torpore cui il tempo le aveva fatte precipitare. Gli occhi ormai dischiusi di King Kong non possono che ammirare una figura di donna dalle esili e armoniose fattezze. I biondi capelli che contornano il viso della fanciulla, sotto il volere del vento, arrivano a sfiorarle le rossastre gote, infondendo nel cuore di King Kong una sensazione d’indelebile presenza fisica. Eppure, l’amore che la bestia comincia a nutrire per la bella non si sofferma sulla mera esteriorità nell’opera del 2005. Ann diletta il gigante e ne cattura la sua attenzione per poi placarne l’ira. Danza per lui, esegue numeri di destrezza e agilità, si improvvisa abile giocoliera con tre pietre raccolte da terra per poi incantare la bestia con l’ausilio di un piccolo bastone con cui finge di reggersi mentre saltella, destabilizzando così inevitabilmente Kong. Ann attinge dal suo personalissimo “repertorio”. Lei, un’attrice di teatro caduta in disgrazia, una regina del palcoscenico privata però del suo stesso pubblico, in altre parole, un’artista venuta fuori dal sipario strappato della povertà. Ed Ann improvvisa, ricrea il proprio palcoscenico sui suoli rocciosi dell’isola del Teschio, dinanzi all’unico spettatore che riesce a mirarla, il gigante della terra, ovvero King Kong. Ed egli osserva Ann con indiscrezione, innamorandosi del suo fare più che del suo apparire, del suo “essere” piuttosto che del suo “sembrare”. King Kong si innamora dell’Ann artista ancor prima che dell’Ann sensuale e leggiadra creatura femminile.

L’intero film di Jackson traspira di un amore evocativo riservato al concetto stesso di “arte”, e tenta di effettuare un’analisi su come esso venga fatto proprio dai protagonisti. Carl (Jack Black) è un cineasta, e regge maniacalmente la sua pesante macchina da presa, difendendola ad ogni costo. Dal suo agire emerge la parte più oscura, la prostituzione dell’arte, in cui non si ha alcun rispetto per i morti e per i viventi, e dove tutto può essere usato come fonte di guadagno. Jack (Adrien Brody), invece, è un drammaturgo che vive per la stesura di un nuovo testo teatrale e che, a malincuore, accetta di seguire Carl in questo rischioso progetto cinematografico. Da Jack deriva quanto di più altruista e raffinato possa riservare l’arte scrittoria, un qualcosa di comprovato dall’eroismo di cui lo stesso Jack si fa carico nel corso del film. Ma la profondità più assoluta del concetto di arte è riservata al personaggio protagonista: Ann, la donna che sedurrà con la grazia del suo fare spettacolo e con l’erotismo del suo essere artista, King Kong. Lo stesso lungometraggio è impregnato di un amore artistico ed incondizionato verso un modo di fare cinema di stampo d’epoca, in cui il fattore empatico tra i personaggi silenziosi (Kong ed Ann) coinvolge lo spettatore con didascalici sguardi ed eloquenti silenzi.


A seguito di una cruenta battaglia si rompe l’astio tra questi due esseri. Kong salva Ann dall’azione predatoria di tre vestasauri, ed ella si concede volutamente al riparo nelle mani del mostro per scampare ai pericoli di quel luogo tanto bello quanto inospitale. La visione del rapporto tra i due riflette improvvisamente molteplici prospettive, come fosse uno specchio frantumatosi in migliaia di pezzi, capaci di catturare un’immagine diversa da un’angolatura del tutto nuova. Kong la conduce nella sua dimora, situata sul picco di una montagna. Kong depone Ann a terra, sedendosi a contemplare il tramonto. Quel sole sembra ritmare la vita di questo re, sorgendo per svegliarlo e tramontando per farlo addormentare. L’importanza di poter rivedere nuovamente il sole certifica per Kong l’essere sopravvissuto a un nuovo giorno, e perciò esso si sofferma quotidianamente ad ammirarlo. Non vi è alcun futuro per la bestia ma soltanto un costante presente. In quel momento, però, il sole vivo e luminoso per Kong s’incarna nel corpo e nello spirito della sua dolce Ann, che proprio in quegli attimi riprende a danzare per lui, cercando di riconquistare la sua fiducia dopo essersi sottratta al suo sguardo. Kong, con la fierezza e l’orgoglio regale di un sovrano ferito, la ignora, ma solo apparentemente, ponendo il suo sguardo sul sole che muore all’orizzonte. Ann, restando oltremodo colpita dalla bellezza di ciò che sta osservando, si sfiora più volte il cuore, mentre seguita a ripetere: “E’ bellissimo!”. King Kong la ascolta laconico, e poco dopo schiude il pugno per far distendere la fanciulla sulla sua mano. Jackson muta il terrore provato dalla giovane Ann in un’accettazione empatica verso la creatura.

Il regista forgia il suo King Kong come un guerriero dannato, dalla vita triste e avvilente. L’aspetto dell’essere suggerisce che l’animale abbia sofferto oltre che di solitudine anche di un persistente dolore fisico. Il suo pelo lascia intravedere decine e decine di cicatrici assieme a evidenti segni di artigli e denti, mentre dalle sue fauci protende una mascella distorta, come se fosse stata piegata durante una drammatica colluttazione. Sebbene quel luogo gli avesse procurato non poca sofferenza, Kong continuava ad amare l’isola in tutto e per tutto, la sola terra in cui poteva vivere in libertà. La bestia, tuttavia, verrà catturata dagli uomini per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. Una critica all’ardire Hollywoodiano, che tutto spettacolarizza e riesce a vendere al modico prezzo di un biglietto d’ingresso. King Kong viene presentato al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Una volta liberatosi e fuoriuscito dal teatro, Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. La bestia si muove disperata per ritrovare la bella, afferrando qualunque donna dai biondi capelli gli si ponga davanti. L’amore provato da King Kong è tanto profondo dall’essere, nelle sue intenzioni, totalmente monogamo. Esso conserva l’immagine del volto di Ann e non intende portare con sé alcun’altra donna che non sia lei. Tutto d’un tratto il gigante si ferma. Viene a contatto dall’effluvio di un profumo che riconosce. Si volta e riesce a vedere Ann avanzare solitaria verso di lui. Ann indossa un lungo vestito bianco, il “sole” luminoso e cristallino che torna a risplendere negli occhi della bestia. Kong la scruta minuziosamente, riuscendo a riconoscere il suo volto. Quietatosi per il ritrovamento, Kong si avvia con Ann, defilandosi dalle vie più affollate.

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

  • La danza tra la bella e la bestia

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione perversa, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia che, indugiando per qualche istante su e calando vertiginosamente la mano per pochi attimi giù, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve accumulatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. L’amore di King Kong, come la sua stessa vita, viene cadenzato dal “ciclo del sole” ed Ann stessa, a mio giudizio, diviene completamente l’aurora della vita dell’animale. Se insieme avevano atteso il tramonto su quell’isola mai riportata su alcuna carta geografica, adesso, osservavano il sorgere di un nuovo giorno, l’ultimo. Non cadrà l’oscurità sull’esistenza della bestia, quanto lo stesso sole luminoso avvolgerà il suo destino, sfavillante come lo era Ann, che accompagnerà King Kong nel suo ultimo atto.

  • Ultimo atto

La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong. Le pallottole dei mitragliatori iniziano a bersagliare senza tregua la bestia. Kong urla al cielo la propria ferrea volontà di combattere, percuotendo le nocche sul proprio petto ed ergendosi maestosamente su due zampe. I colpi successivi costringono King Kong a contrarsi per pochi istanti. Con timorosa rassegnazione, egli nota il sangue grondare dalle ferite. Il re dell’isola riesce infine ad abbattere tre aerei ma alle sue spalle ne arrivano di nuovi, che lo trascinano fino allo stremo delle forze. Ann urla disperata di cessare il fuoco ma è ormai troppo tardi. Dopo aver salvato Ann un’ultima volta, Kong la regge tra le dita, ma la fatica del gigante è tanto evidente che non riesce a tenerla saldamente. Così, la distende sulla cima dell’Empire state building, mentre resta aggrappato al bordo della costruzione. King Kong guarda Ann con intensità, respirando affannosamente. Ella, distrutta dal dolore per la triste fine di quell’essere unico al mondo, protende la sua mano per accarezzare il muso dell’animale. Kong ricambia il gesto, allungando la sua mano per accarezzare la fanciulla, ma mentre sta per mettere in pratica la sua volontà un biplano scarica tutto il suo arsenale di colpi all’indirizzo dell’animale impedendogli così di riuscire nell’intento. D’improvviso quel respiro affannoso non si ode più, e la mano del gigante si muove inesorabilmente verso il basso. Il volto di Kong, fermatosi tristemente sulla base, scivola via, mentre il suo corpo cede la presa, precipitando nel vuoto. King Kong è morto.

  • Conclusioni

Con il trapasso della creatura, reso straziante come non mai, Jackson va oltre il remake in senso lato, convertendo il suo Blockbuster in un poema epico e il proprio “King Kong” in un'ode all’amore più terso. Giungiamo dunque al termine della nostra ascensione, e la cima della fittizia scalinata che raggiungiamo riserva l’emozione toccante della resa di un gigante. Perché, che se ne dica, “King Kong” resta il dramma di un essere vivente in cui si incontrano e si scontrano la brutalità bestiale con il sentimento dell’umanità più pura e sincera.  Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo delle vicende. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei infine sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

Jackson girò la scena finale con una avvertita sofferenza emozionale. Il personaggio che probabilmente aveva amato di più fin da bambino, spirava proprio davanti alla ripresa della sua camera. Il regista neozelandese aveva adempiuto al proprio volere: dare vita alla propria visione di “King Kong”. Questo film, potendo contare su un uso all’avanguardia degli effetti speciali (premiati con l’oscar), ricreò un meraviglioso paesaggio mai realmente vissuto dall’uomo civilizzato, con una flora “viva” e quanto mai pericolosa, e una fauna giurassica e cretacea opportunamente modificata per indicare la normale evoluzione degli animali nel corso dei secoli. King Kong venne realizzato attraverso un dovizioso studio etologico: molte delle espressioni e degli atteggiamenti, infatti, corrispondono alle vere e comprovate movenze dei gorilla.  Un uso eccessivo della ripresa a rallenty e una certa prolissità possono essere considerate le sole pecche del prodotto finale. Jackson riesce sapientemente a coniugare, per il resto, l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. I risultati, infine, premiarono l’imponente lavoro del regista, il film incassò infatti 550 milioni di dollari, triplicando il budget speso per la lavorazione, e portò a casa 3 premi Oscar (per i migliori effetti speciali, il miglior sonoro e il miglior montaggio sonoro) oltre ad averne sfiorato un quarto per la migliore scenografia.

Al momento della morte, il sole è ormai sorto ed illumina con imparzialità una New York provata. Cala un sipario strappato su quell’affresco dall’inestimabile valore espressivo, e il telone del museo del cinema cui facevo cenno da principio, si chiude centralmente su colui che domina l’interezza della rappresentazione: King Kong, l’ottava meraviglia del mondo.

Voto 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Al cinema, tra il 1977 e il 1980, Harrison Ford era già diventato l’icona dell’eroe forte e coraggioso, ironico e sbruffone, una vera canaglia potremmo definirlo; in precedenza era già stato Han Solo. Star Wars” e “L’impero colpisce ancora” erano infatti sbarcati al cinema raccogliendo un successo straordinario. Le sorti del contrabbandiere interpretato da Ford al termine de “L’impero colpisce ancora” restavano però in bilico, in una suspense ben congeniata, in attesa del terzo e conclusivo capitolo dell’ormai rinomata “trilogia originale”. Mentre negli occhi di tutti i fan di “Star Wars” restava impressa una sinistra reminiscenza, quella triste immagine in cui Harrison Ford, nei panni per l’appunto di Han Solo, cadeva ibernato nella grafite e portato via dal cacciatore di taglie Boba Fett, lo stesso interprete statunitense veniva contattato da George Lucas per partecipare a un nuovo progetto: “Raiders of the lost ark”.

E proprio l’anno dopo, nel 1981, uscì nei cinema “I predatori dell’arca perduta”, il primo film della tetralogia di Indiana Jones. Lucas voleva da tempo tratteggiare un personaggio che riportasse in auge i canoni avventurosi del cinema anni ’50 e ’60. Serviva un eroe alla Errol Flynn, ma anche un personaggio che riuscisse a convogliare in sé il gusto per l’antico in un adattamento decisamente più moderno. Un protagonista di stampo classico, ma che fosse calato ad arte in una realtà contemporanea, che gli spettatori d’inizio anni ’80 avrebbero potuto apprezzare.

E Indiana Jones, infatti, conquista una grande fetta di pubblico sin dal primo fotogramma in cui appare, divenendo già a conclusione del primo film un autentico simbolo del cinema. Indiana Jones ci viene presentato come un uomo dalla doppia vita, una sorta di supereroe dalla duplice identità: un rinomato professore accademico e, al tempo stesso, un inafferrabile profanatore di tombe antiche. Ma il dottor Jones ama profondamente tutti i reperti che riesce a riportare alla luce, credendo fermamente che meritino d’essere esposti nei musei piuttosto che cadere preda di collezioni private finanziate da ricchi magnati.

Lucas e Spielberg diedero al personaggio persino un proprio “costume identificativo”: Indiana sin dalla sua prima avventura veste sempre con una giacca di pelle, una camicia color marrone chiaro e un pantalone beige. Porta spesso con sé una pistola, ed è inseparabile dalla sua iconica frusta e soprattutto dal suo cappello.

Sin dalle prime sequenze de “I predatori dell’arca perduta”, Indiana Jones appare come un eroe risoluto ma anche un personaggio molto umano, quasi esilarante nelle sue fughe disperate per scampare agli indigeni che cercano di ucciderlo brutalmente. E poi, quando si darà alla fuga a bordo di un aereo, veniamo subito a contatto con la sua più bizzarra caratteristica: la fobia per i serpenti.

Ne “I predatori dell’arca perduta” si torna a respirare il gusto per l’antichità e l’amore per la storia, e il tutto viene amalgamato con la fantasia più sferzante, perché Indiana dà la caccia a un manufatto mistico e dal potere illimitato come l’arca dell’alleanza. E nella sua lotta contro il tempo dovrà vedersela con un gruppo di nazisti. Indiana Jones viene così configurato come l’eroe solitario, all’apparenza un uomo comune, che si erge contro i crudeli, ed è qui probabilmente che si deve riscontrare il legame d’affetto indissolubile che lega l’archeologo al suo pubblico: l’umanità e la semplicità con cui Indiana conduce la sua vita; una vita col piede costantemente premuto sull’acceleratore. Indiana vive d’avventura e lotta per un senso astratto, ma che è più concreto di quanto si possa immaginare, un senso perenne di giustizia. In questa sua prima fatica duetta con l’avventurosa Marion Ravenwood (Karen Allen), con l’amico Sallah (interpretato da John Rhys-Davies, il futuro Gimli nella trilogia de “Il signore degli anelli) e interagisce inizialmente col mitico professor Marcus Brody (Denholm Elliott).

“I predatori dell’arca perduta” ha i meriti di unire in sé avventura, azione e mistero con la dovuta ironia e il giusto umorismo. Anche il suo protagonista non fa che oscillare in tratti caratteristici divergenti: Indiana è un signorile accademico ma anche uno sciupafemmine incallito, che prima seduce e poi abbandona le sue donne. Vanta un coraggio da vendere eppure trema dinanzi alla vista di un serpente. Da queste sue contrapposizioni nasce un successo che andrà sempre più a consolidarsi nel corso della saga, merito soprattutto di un Harrison Ford nato per interpretare tale ruolo, magistralmente ritratto e modellatogli addosso, come fosse un abito sartoriale cucito su misura.

Nulla viene meno ne “I predatori dell’arca perduta” dalla musica, col celebre brano composto da John Williams, agli effetti speciali ancora oggi imponenti per l’epoca (vincitori dell’Academy award), fino al ritmo, cadenzato alla perfezione, in grado di offrire picchi vertiginosi d’azione mozzafiato e scene sicuramente più quiete, sorrette sempre e comunque da una sceneggiatura ben scritta.

“I predatori dell’arca perduta” rappresenta un cult scolpito nell’immaginario collettivo, capace di fregiarsi di ben cinque Premi Oscar, e di compiacersi con altre quattro nomination, tra cui quella per il miglior film dell’anno. Il caposcuola di un genere, lo spartiacque tra ciò che fu in passato e ciò che sarà d’ora in poi il cinema d’avventura, perché ogni cosa, in un modo o nell’altro, scaturirà da Indiana Jones e da quell’inconfondibile stile che sarà emulato e fatto proprio dai diversi personaggi tra grande e piccolo schermo nel corso dei decenni successivi.

Col suo “I predatori dell’arca perduta” Spielberg assieme a Lucas ci permette di interagire con un particolare tipo di sogno, il sogno di poter vivere la vita come fosse una grande avventura (frase che Spielberg inserirà nel suo “Hook – Capitan uncino”).

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Da domani in sala "Ghost in the Shell" il nuovo thriller fantascientifico con protagonista la splendida e intensa Scarlett Johansson. Il lungometraggio verrà distribuito in Italia con un giorno d'anticipo rispetto agli Stati Uniti.

Il film è tratto dal manga del 1989 "Ghost in the Shell" scritto da Masamune Shirow. Dal manga era già stato tratto un film anime nel 1995 dello Studio Shochiku. 

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Redazione: CineHunters

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Henry Jones Junior non ha certamente bisogno di presentazioni. Beh, forse se lo chiamo col suo nome di battesimo non attiro nei lettori la giusta attenzione e non suscito in loro la dovuta ovazione, cosa che invece dovrebbe manifestarsi. Mi correggo, allora: Indiana Jones non ha di certo bisogno di presentazioni. Così dovrebbe andar meglio! D’altronde, parliamo dell’archeologo più famoso di sempre, un avventuriero che col suo agire spericolato non ha fatto che ispirare tanti altri personaggi che hanno, in qualche modo, voluto avvicinarsi a quel tipico savoir-fare ritratto da Harrison Ford. L’astuto Rick O’Connell, nella trilogia de “La mummia”, vi dice niente? E Lara Croft? L’avvenente e inarrestabile archeologa protagonista della celebre saga videoludica - ma anche cinematografica - Tomb Raider è anche lei ispirata a Indiana Jones. Flynn Carsen, meglio conosciuto come “Il bibliotecario” nei film “The Librarian”, è pure lui una sorta di “discendente” di Henry Jones Junior. Carsen ha generato a sua volta una serie televisiva fantasy-avventurosa recentemente trasmessa su Paramount Channel chiamata “The Librarians”. E come non citare la professoressa Sidney Fox, che passava più tempo a recuperare reperti mistici e manufatti antichissimi con il fido aiutante Nigel in “Relic Hunter” piuttosto che insegnare, seduta comodamente in un’aula universitaria? Tutti figli di uno stesso padre, insomma. Indiana Jones è stato a tutti gli effetti un caposcuola di un genere che è andato sempre più a consolidarsi sul grande e piccolo schermo nel corso degli anni. Indy è una sorta di padre per tutti gli eroi dalla vita spericolata, un po’ come quella che negli anni ’60 viveva al cinema Steve McQueen… (non iniziate a canticchiare…) Ma Indy oltre che padre è stato figlio, a sua volta, venendo creato da George Lucas, plasmato da Steven Spielberg, ma ancor prima ispirato dall’azione spettacolare di uno 007, reso immortale sul grande schermo dal suo primo, storico interprete: Sean Connery. Non è infatti un caso che proprio il grande attore scozzese abbia preso parte come comprimario a “Indiana Jones e l’ultima crociata” nelle vesti di Henry Jones senior, ovvero il padre del famoso archeologo. Sean Connery col suo 007 è stato a tutti gli effetti il padre di Indy. Ma un’altra persona, forse, meriterebbe d’esser menzionata nella concezione originaria dell’avventuriero armato di frusta, che porta sempre un cappello: Charlton Heston. Provate a ricordare l’outfit di Heston ne “Il segreto degli Incas”, non trovate delle somiglianze più che evidenti? Ne “Il Segreto degli Incas” troviamo, forse, le origini primordiali di Indiana Jones, quelle che avrebbero catturato le attenzioni di Lucas per la stesura dei tratti fisici di Indiana Jones.

Charlton Heston ne "Il segreto degli Incas"

 

Indiana Jones è una saga composta da una tetralogia. Il debutto assoluto del personaggio avvenne ne “I predatori dell’arca perduta”. Sin dal suo primo, storico film, conosciamo Indiana come un uomo dalla doppia vita, come fosse una sorta di “supereroe” dalla duplice identità: un rinomato professore accademico e, al contempo, un inafferrabile profanatore di tombe antiche. Ma il dottor Jones ama profondamente tutti i reperti che riesce a trafugare, credendo fermamente che meritino d’essere esposti nei musei invece che cadere preda di collezioni private finanziate di ricchi magnati.

Indiana Jones e il tempio maledetto”, pur essendo all’apparenza un sequel, è in verità un prequel, poiché ambientato prima degli eventi del primo capitolo.  I primi tre episodi della saga sono ancora oggi i più amati, ma forse “Il tempio maledetto” necessita di una riscoperta, in quanto tra i tre è quello che ha suscitato più di qualche obiezione. In questo secondo (anche se cronologicamente primo) capitolo della saga, Indiana divide la scena con il piccolo Short Round (interpretato dall’allora bambino Jonathan ke Quan) che Indy chiama affettuosamente “Shorty” e Wilhelmina Scott, detta “Willie” (Kate Capshaw). Il Dottor Jones diviene il paladino di una tribù povera e isolata dell’India che lamenta la scomparsa di una pietra sacra, rubata dai Thug, una pericolosa setta indigena che compie riti mistici nei sotterranei del palazzo di Pankot. Gli autoctoni informano l’archeologo che molti dei loro bambini sono stati strappati all’affetto delle loro famiglie e condotti in segreto al palazzo. Quando Indiana riuscirà a trovare il passaggio segreto che lo condurrà nei sotterranei, dovrà affrontare numerosi pericoli, dai Thug stessi ai diabolici effetti di un “sortilegio” che arriverà persino a annebbiare la mente del nostro eroe…

La trama di base del lungometraggio sembrerebbe essere solida e avvincente. Eppure, il film diretto da Steven Spielberg non è esente da difetti. Nella parte centrale della pellicola, quando Indiana varca l’entrata segreta dei sotterranei, il film sembra arenarsi in un pantano fangoso, venendone via con tremenda fatica. Questa fanghiglia appiccicosa vuol quasi “imprigionare” i toni adrenalinici della prima parte del film, per risucchiare a sé e, per l’appunto, impantanarlo nella noia. Il pezzo in cui Indiana viene a contatto con i Thug fino a farsi contaminare dal sangue della dea Kali e cadere preda di un oscuro maleficio che gli avvelena la mente, appare prolisso, scandito da un ritmo fin troppo rallentato. I toni del film più sbarazzini, comici e immediati nella parte iniziale, diventano a un certo punto cupi e brutali. I bambini fatti schiavi che lavorano in quelle miniere a ritmi forsennati, piegati dagli stenti, sono immagini crude, forti, che secondo alcuni poco avevano a che vedere con l’ironia spavalda del personaggio. Ma George Lucas sentiva che un clima pesante si sarebbe dovuto respirare in questa nuova pellicola dedicata al personaggio. George Lucas aveva appena divorziato da Marcia Griffin, e si portava ancora dietro gli strascichi di quella separazione. Il dolore provato da quell’aspro distacco lo portò a desiderare un taglio più rude e crudele per questa sua nuova fatica cinematografica.

Altre critiche vennero mosse dai fan per la caratterizzazione della spalla femminile di Indiana Jones. Willie, per molti, non era altro che lo stereotipo della donna incapace di badare a se stessa, che passa gran parte del tempo a lanciare insopportabili urla e schiamazzi, e a preoccuparsi soltanto del proprio aspetto esteriore. Sebbene queste pecche possano essere condivisibili, “Il tempio maledettoè a tutti gli effetti un cult riuscitissimo. Ma si tratta però di un cult da riscoprire ancora una volta, perché riesce in verità a far divertire anche con i suoi punti deboli. Ad esempio, se Willie appare alquanto stereotipata in alcune sue sfumature caratteriali, ha comunque l’abilità di tenere testa, a suo modo, a Indiana Jones.

A tal proposito Willie è protagonista di un gioco attrattivo indimenticabile con il protagonista, una sorta di caccia tra predatore e preda in cui difficilmente si riesce a stabilire chi sia il “cacciatore” e chi il “cacciato”. La scena notturna, ambientata nelle camere del Palazzo, è girata con un’apprezzabile ironia, e assistiamo agli insoliti approcci amorosi di Indiana e Willie, palesemente attratti l’uno dall’altra, intenti a sfidarsi apertamente su chi cederà per primo e busserà alle rispettive porte. In una gara d’orgoglio entrambi attendono che l’altro faccia la prima mossa, senza però ottenere gli sviluppi sperati. Magari Willie non avrà la fermezza autoritaria della Marion vista nel primo capitolo, ma ha dalla sua una dolcezza che merita d’esser scoperta sotto quell’involucro fastidioso costituito da tutti i suoi commenti apparentemente superficiali. Willie, inizialmente, è una cantante, abituata a un certo stile di vita, dedito più alla forma che al contenuto, eppure si lascia trasportare dal fare avventuroso del protagonista, prestandosi dapprima con riluttanza a quest’incredibile avventura, successivamente con decisione. Ella è caratterizzata da una tragicità-comica che viene ben palesata nelle continue situazioni in cui si trova vittima sfortunata degli eventi. Willie è altresì molto bella e formosa, la Jones-Girl (passatemi la licenza poetica…) più avvenente nonché la più umana e probabilmente la più spontanea. Wilhelmina è dunque il primo personaggio del film a meritare una riscoperta.

Il piccolo Short Round, doppiato in Italia da una giovanissima e sempre eccellente Giuppy Izzo, è una spalla insolita per il grande archeologo. Ma nelle scene in cui i bambini soffrono sotto il giogo dei Thug, Shorty, coetaneo dei prigionieri, rappresenta un piccolo eroe che, quasi al pari di Indiana Jones, può riuscire a liberarli e salvarli da quella prigionia. Una sorta d’interazione significativa per quei poveri bambini fatti schiavi, che possono vedere in lui e nell’archeologo una duplice speranza. Spielberg ancora una volta trae il massimo dalla presenza giovanile all’interno de suoi film, caratterizzando questa scelta come un punto di forza dell’intera pellicola. Da un’attenta analisi comprendiamo come la presenza del piccolo Shorty non fa che accostare ancor di più la maturità del protagonista alla fanciullezza di quei bimbi maltrattati da adulti malvagi e senza scrupoli.

“Indiana Jones e il tempio maledetto” vanta un inizio al cardiopalma, e un finale dal ritmo altrettanto movimentato, in cui i protagonisti, dalla loro fuga attraverso le rotaie sottostanti le segrete al loro miracoloso salvataggio su ciò che rimane di un ponte, riescono a divertire e a tenere incollati sulla poltrona gli spettatori. Se la parte centrale continua a risentire di un ritmo scandito, cadenzato, direi fin troppo lento, il resto del film non fa che regalare scene di vivissima impressione. Jones lotta come un leone, senza mai risparmiarsi, privato persino, verso la fine delle vicende, della sua emblematica giacca di pelle. Corre, salta, si arrampica, combatte con la spada, dimostrando, per la seconda volta nella propria storia, d’essere a tutti gli effetti un grande eroe, un eroe capace per giunta di rubare la scena a qualsiasi antagonista provi anche solo a sfidarlo.

In “Indiana Jones e il tempio maledetto” si avverte quell’amore per il passato e per la storia antica, tipico dei primi tre capitoli, caratteristica che ne fa un cult da poter riscoprire, perché quei difetti se scrutati con occhio attento potrebbero trasformarsi in rivisitazioni ben più benevole. Come recitava Willie, quando sibillava con fare provocatorio, “potevo essere la più grande avventura della tua vita…” così, mi sento personalmente di affermare che, anche se “Il tempio maledetto” non viene tutt’oggi ritenuta la più grande delle avventure di Indiana Jones, non può che farsi considerare comunque indimenticabile. Ma non è questo, dopotutto, ciò che fa di un film un cult?

Voto 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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