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"Lo squalo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Martin Brody (Roy Scheider) sostava da qualche minuto, insieme al biologo marino Matt Hooper (Richard Dreyfuss), nella casa del rude cacciatore di squali Quint (Robert Shaw). Erano in atto gli ultimi preparativi per la partenza. I tre si apprestavano, infatti, a salpare dal molo più vicino con l’imbarcazione denominata “Orca”. La caccia al grande squalo bianco che, nelle ultime settimane, aveva seminato il panico tra le spiagge dell’isola di Amity, stava per avere inizio. Da giorni, Brody si era battuto per convincere il sindaco Larry Vaughn (Murray Hamilton) a chiudere le spiagge, riuscendo nel suo intento solamente quando lo squalo aveva già mietuto diverse vittime tra i bagnanti. Vaughn non ne voleva sapere, la stagione turistica estiva rappresentava la fonte economica primaria per il sostentamento della cittadina balneare.

Uno dei tanti battibecchi tra Brody e il sindaco della ridente località, sul fatto d’interdire o no le spiagge ai numerosi turisti, avviene proprio su di una zattera, in cui il primo cittadino, ironia della sorte, indossa una giacca con chiari riferimenti marinareschi, tante piccole ancore stilizzate. Un che di simbolico, in quanto il sindaco, sin da subito, si dimostrerà uomo ancorato alle proprie ferme volontà, arroccato sulle proprie convinzioni come fosse un ormeggio, saldo e inamovibile come una bitta.

Brody dava l’idea d’esser teso, quasi intimorito a ridosso della partenza. Fin da bambino, egli provava una paralizzante paura per il mare. La talassofobia è irrazionale, ma Brody non può fare a meno d’avvertirla come una morsa che gli divora lo stomaco. Il mare custodisce un mondo misterioso, e nelle giornate ventose, esso si mostra agitato, inquieto, e i suoi cavalloni gonfi e tumultuosi esacerbano nell’animo del protagonista la paura di affogare. Brody nell’intraprendere quest’avventura in mare combatte anche contro se stesso, contro una paura atavica incarnatasi nella grande “bocca” dello squalo bianco.

Hooper, dal canto suo, adora il mare e tutto ciò che ruota attorno ad esso. L’universo marino, costituito da una variegata flora e fauna, da sempre incanta i suoi sensi e seduce le sue attenzioni. Quando non era che un ragazzino, durante una battuta di pesca, Hooper si imbatté in uno squalo che tentò di ingurgitare il natante sul quale navigava, partendo dai remi per poi proseguire con gli scalmi. La peripezia non lo turbò, anzi fece nascere in lui una curiosità di carattere scientifico, che sfociò poi verso lo studio del comportamento di questi straordinari animali.

Le pareti dell’abitazione di Quint “brulicavano” di resti scheletrici di pescecani. Grandi fauci schiuse campeggiavano caoticamente ovunque gli occhi del poliziotto e del biologo marino posassero lo sguardo. Dagli angoli e nei pressi di una scala di legno che conduce al piano superiore, reti da pesca annodate e palamiti aggrovigliati spuntavano come bislacche suppellettili. Non era certo un arredamento ospitale quello, piuttosto un tripudio scenografico di trionfali “predazioni”. Quell’uomo aveva affrontato dozzine di squali appartenenti alle razze più disparate e li aveva uccisi tutti, collezionando poi ciò che restava di loro. Su di un tavolino posto vicino ad una finestra che si affaccia sul mare, era possibile intravedere le copertine colorate di alcuni libri. In particolare, un piccolo tomo giaceva aperto su di un gradino della scala. Quint era un assiduo lettore? Che libri erano quelli conservati negli spazi liberi della sua dimora?  Volumi dedicati esclusivamente alla pesca?

Sovente mi domando se questo solitario, arcigno e caratterialmente instabile cacciatore, adattato nell’opera filmica dalla fantasia immaginifica di Steven Spielberg, durante tutta la sua vita, abbia mai letto “Moby Dick”.  Di certo, Quint avrà conosciuto la storia scritta da Herman Melville, e forse avrà avvertito, in cuor suo, una sorta di vicinanza empatica nei confronti del protagonista di un classico della letteratura americana.

Quint somiglia al Capitano Achab, colui che condusse un’esistenza amara, nutrendosi soltanto con l’algido sapore della vendetta. Achab visse nell’ossessione di stanare e uccidere l’immensa balena bianca che gli strappò, a morsi, la gamba, riducendola brandelli di carne morta. Mutilato nel corpo e distolto nello spirito, Achab non poteva neppure reggersi in piedi fintanto che non si piantò una protesi ricavata dalla mascella di un vecchio capodoglio che gli permise di proseguire la sua disperata ed estenuante caccia. Achab non dimentica il passato, sopravvive prostrato ad un trascorso che non può cancellare. Similmente al Capitano, Quint ha tentato di obliare la parte più sconcertante del proprio vissuto, senza mai venirne a capo.

Il Capitano Achab e Moby Dick

 

Una notte, mentre l’Orca manteneva la posizione, attendendo la comparsa dello squalo, Brody, Hooper e Quint si intrattenevano a consumare un frugale pasto in cabina, evocando ricordi andati e ferite del passato mai del tutto rimarginatesi. Le cicatrici possono narrare un avvenuto doloroso, talvolta perseguitante. Tra tutte le lacerazioni subite e mantenute dal rigido e insondabile cacciatore, ce n’è una che lo tormenta più delle altre. I segni sulla sua epidermide vecchia e rugosa sono evidenti e testimoniano il tentativo dell’uomo di rimuovere il tatuaggio che indicava la sua appartenenza all’equipaggio dell’USS Indianapolis. Quint comincia così a raccontare la propria triste disavventura.

L’imponente incrociatore della marina statunitense passò alla storia per le vicende legate al suo tragico inabissamento. Utilizzato dall’esercito americano per il rischioso e segretissimo trasporto dell’involucro di uranio della prima bomba atomica, l’incrociatore fu colpito da due siluri sganciati dal sommergibile giapponese I-58, i quali devastarono la fiancata della nave. Finirono in mare 900 persone e lì rimasero, in balie delle onde, per una settimana, senza cibo e con esigue scorte d’acqua. Alcuni dei naufraghi impazzirono, si spensero per disidratazione, molti altri, invece, vennero divorati dagli squali. Attirati dalla tremenda deflagrazione, ma anche dal movimento dell’acqua provocato dalle tante braccia e gambe dei poveri marinai che a stento tentavano di mantenersi a galla, arrivarono squali da ogni dove e infestarono quel braccio di mare per giorni e giorni, azzannando e staccando arti. La sceneggiatura del film, per voce dello stesso Quint, dà dell’accaduto storico questa confessione:

“E insomma, quella prima mattina perdemmo cento uomini. Non so quanti fossero, mille squali forse, mangiavano in media sei uomini ogni ora… A metà del quinto giorno un Lockheed Ventura ci avvistò, passò a bassa quota e ci vide. Era un pilota giovane, molto più giovane del signor Hooper. Comunque ci avvistò e venne a guardare. Tre ore dopo arrivò finalmente un nave appoggio che cominciò a raccoglierci. E vi giuro che quello fu il momento in cui ebbi più paura. Mentre aspettavo il mio turno. Non mi metterò mai più un salvagente addosso. Insomma, eravamo finiti in mare in più di mille, ne uscimmo in trecentosedici, gli altri li avevano mangiati gli squali. Era il 29 giugno del '45.”

La Corazzata Indianapolis

 

Quint ha vissuto un’esperienza traumatica che ne ha compromesso l’equilibrio mentale. In quelle acque, egli aveva osservato la morte dritta negli occhi, in quel suo viso scarnificato, ed essa aveva assunto le fattezze del muso di uno squalo assassino. L’alone nero della morte si era incarnato per lui nell’epidermide grigia e lattiginosa di un predatore infallibile abitatore degli abissi marini, la falce sanguinolenta della triste mietitrice si era configurata in quei denti affilati e la presa gelida della morte nella pinna dorsale che affiorava dallo specchio dell’acqua come un sinistro preannuncio della fine. Quint si era rassegnato a morire, ma quando la nave soccorso giunse a salvare i pochi sopravvissuti egli avvertì la più grande delle paure. La speranza di sopravvivere si era riaccesa in lui, e il timore di poter soccombere proprio quando era a pochi attimi dalla salvezza, lo aveva impietrito. Nulla sa essere più confortante e, al contempo, più genuflettente della speranza di poter vivere quando si è così vicini alla dipartita. Quint prova odio, repulsione, rabbia e livore nei riguardi degli squali. Egli dà loro la caccia con volontà di rivalsa, come se volesse vendicarsi di ciò che ha vissuto. Predare il grande squalo bianco è per lui l’equivalente del cacciare lo smisurato “capodoglio” bramato dal capitano Achab, un atto “venatorio” autodistruttivo.

I tre personaggi del thriller si rapportano al regno acquatico in maniera differente, Brody con irragionevole terrore, Hooper con una curiosità guidata dalla logica e Quint con un’acredine relegata nella propria intimità.

Lo squalo filmato da Spielberg non è un predatore come un altro. Esso convoglia in sé una forma primordiale di violenza. Nell’opera filmica l’uomo, cacciatore posto al culmine della catena alimentare, si confronta con il Carcharodon carcharias, superpredatore degli oceani. In tal caso, chi è il predatore e chi la preda? Chi dà la caccia e chi è il cacciato? Nel lungometraggio di Spielberg questi quesiti permangono nell’incertezza, sino a non ottenere mai una risposta esaustiva. Più volte, nel corso della battuta di pesca, i tre uomini si chiedono se ognuno di essi ha mai veduto uno squalo simile, fornendo, di tutta risposta, un’affermazione negativa. Nulla è come lo squalo bianco che si aggira tra quei marosi, poiché esso non è un carnivoro comune ma un demone emerso dagli abissi, un animale raffigurante le torbide e oscure paure provenienti da un fondale sconosciuto. L’uomo è un essere che vive sulla Terra, il mare per lui non è che uno spazio vitale apparentemente estraneo, che può comunque essere esplorato. La superficie d’acqua salata è un fallace portale di vana consistenza, e sotto di esso esiste un “regno” scrutabile, previa immersione, popolato da forme di vita eterogenee, bellissime e, a volte, anche pericolose.  Lo squalo bianco del film è una creatura famelica, bestiale, cruenta, persino malvagia, forte come le correnti oceaniche e magnificente come un enorme cetaceo bianco, poiché questo squalo convoglia in sé un’avversione recondita, elusiva, soprannaturale e giunta dall’ignoto.

La morte di Quint

 

Il Pequod di Achab era una baleniera vecchia e inusitata, di minute dimensioni, forse inadatta per affrontare un colosso dalla pelle chiazzata come Moby Dick. Anche l’Orca, l’imbarcazione di Quint, non era grande a sufficienza per sostenere la lotta contro l’enorme squalo bianco. Tali limiti non fermeranno i propositi dei due capitani di questi differenti, seppur a tratti simili, “racconti”. Accecato dall’odio, Quint vuole scovare il grande pesce e affrontarlo in solitudine. Brody e Hooper, come fossero Ismaele e Queequeg, i due marinai imbarcatisi nella Pequod, assistono inermi alla furia autolesionista di Quint, che troverà la morte finendo tra le gigantesche fauci dello squalo, il quale ne farà un solo boccone dopo aver affondato la barca. Spetterà a Brody annientare quell’essere. Egli ci riuscirà perché il suo animo non era animato dal mero desiderio di vendetta, ma dalla forza di superare la propria paura.

L’avrò visto tante di quelle volte d’aver rinunciato a tenere il conto. Del resto, è una consuetudine gradita, un appuntamento ciclico. In un continuo susseguirsi di serate estive dal caldo insopportabile, ho guardato e riguardato “Lo squalo”, e di rado da solo.  Se porgo l’orecchio sento ancora bofonchiare alle mie spalle i familiari, come se bisbigliassero nel buio della stanza con voce sempre più sommessa. I loro sussurri lasciavano fluire frasi che, ironicamente, si sarebbero ripetute nel tempo, ogni qual volta avrei riguardato il cult di Spielberg con loro. “Dai, è troppo grosso” – sibilava qualcuno osservando il grande squalo bianco risalire dalle profondità marine. “Ma per favore, si vede che è finto” -  mormorava qualcun altro.

Non è cambiato nulla col passare delle stagioni. I commenti che ascolto, restando in silenzio e con un accenno di sorriso, sono sempre i medesimi. E’ ciò che, ai miei occhi, rende ancor più speciale questa pellicola, quel suo fare da garante al consumarsi di un rito spiccatamente famigliare, prevedibile, dolce come una tradizione. “Jaws” possiede un che di prezioso, di raro, tanto da rilasciare un’emozione affabulante che lo rende incomparabile. E’ per tale ragione che, tra affettuosi mugugni e simpatici borbottii, nessuno dei miei familiari ha mai distolto lo sguardo dal film, neppure per un singolo istante, e tutti loro continuano ad amare il film come se lo vedessero per la prima volta. “Lo squalo” continua, a quarant’anni di distanza, ad impressionare, sia pure con un animatronic “difettoso”, “problematico”, “artificiosamente fasullo”, “enfatizzato” ma non per questo meno iconico e terrificante.

Dal 1975 ad oggi, quel predatore marino, immortalato dal cineasta statunitense, seguita a nuotare tra i fluttui, facendo emergere la sua pinna dorsale oltre il pelo dell’acqua come manifestazione di una paura affiorata dagli abissi, come una montagna di neve che soffia, o uno scoglio aguzzo e colmo d’inquietante grigiore.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Batman, Catwoman e il Pinguino" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Nascita

Tutti i rampolli dell’alta società di Gotham vestivano con frac neri, papillon e camicie bianche, camminavano in gruppi numerosi con andature preimpostate, talvolta goffe, somigliando a pinguini imperatori su scivolosi ghiacciai. Il ricco Tucker Cobblepot non era diverso da questi! Una sera, se ne stava immobile davanti alla grande finestra del salone. Il suo sguardo verso l’esterno sembrava volesse ricercare, tra i candidi fiocchi di neve, una tanto agognata serenità. Sebbene apparisse distinto, la sua faccia non riusciva a nascondere l’inquietudine che lo attanagliava. Se il portamento del nobiluomo non suggeriva più del dovuto, i suoi occhi smarriti continuavano a tradirlo. Per stemperare l’intollerabile tensione, il magnate fumava una sigaretta infilata nel suo bocchino, mentre con l’arcata superiore dell’occhio sinistro stringeva il solito monocolo. D’un tratto, egli avvertì l’urlo straziante della moglie. Ester si trovava nella stanza adiacente il soggiorno, e stava dando alla luce il loro erede, Oswald. La prima a sgattaiolare via da quella camera fu una sconvolta infermiera. La seguì il medico, coprendosi il volto con un fazzoletto di stoffa. Tucker corse dalla moglie, e quando la raggiunse si lasciò andare ad un grido di disgusto. Ester stava bene, ma il nascituro era spaventosamente deforme. Nel periodo natalizio, il bambino giaceva rinchiuso all’interno di una gabbia nera, per via dei suoi atteggiamenti aggressivi. Orripilati dal concepimento del loro primogenito, e addirittura spaventati dalla sua violenza, i genitori meditarono un piano per sbarazzarsi della creatura. Si incamminarono in una fredda serata invernale alla volta di un parco in cui, un tempo, sorgeva uno zoo. Tutt’e due mandavano avanti la carrozzina dentro la quale riposava, come in una oscura prigione, l’ignaro neonato. Quando furono in prossimità di un ponte, gli sposi incrociarono un’altra coppia, intenta anch’essa a passeggiare per strada sospingendo una carrozzina bianca.

Il regista inserisce questa famigliola per un breve passaggio e, altrettanto fugacemente, la fa sparire. Ma chi erano costoro? E se fossero i Wayne con il loro neonato Bruce? Non c’è dato sapere con certezza, e se, per questioni d’età, Oswald e Bruce si sarebbero potuti incontrare appena nati. Resta ancora oggi suggestivo il mistero circa questo strano incontro. Bruce e Oswald, i futuri Batman e Pinguino, nella visione del cineasta hanno in comune più di quanto credano. Se la storia non fosse andata così come stabilito dall’opera filmica, Bruce e Oswald, rampolli della nobiltà Gothamita, avrebbero frequentato i medesimi ambienti e, pertanto, si sarebbero conosciuti in tutt’altre vesti. Un fato imprevedibile, sin dalle origini, ha voluto, tuttavia, snocciolare un futuro diverso per i due, destinati a scontrarsi come acerrimi nemici. Oswald era una prole ripudiata, dominata da un destino terribile che lo ha voluto orripilante nell’aspetto e nel carattere, Bruce, invece, era un figlio adorato, la cui sorte avversa lo ha scelto come testimone inerme di un omicidio in una drammatica notte, quella in cui persero la vita i suoi cari.

Tucker e Ester sganciano il vano culla dalla carrozzina e, senza apparenti remore, gettano l’infante nel fiume così che possa morire per il gelo. Sconvolti, i due si soffermano ad osservare il particolare involucro che, trascinato dai fluttui, scompare nei bui cunicoli delle fogne. Come accadde a Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo, “Notre-Dame de Paris”, Oswald venne abbandonato per la sua bruttezza e per la sua inaccettabile diversità. La ricca e blasonata famiglia dell’antagonista del lungometraggio, così come è stata ideata da Tim Burton, si contrappone all’umile famiglia di gitani a cui apparteneva Quasimodo, l’uomo formato a metà, così come crudelmente era stato soprannominato da Claude Frollo, arcidiacono della Cattedrale parigina.

Il destino di Oswald è dunque offerto al volere delle acque, un accadimento che rievoca il racconto biblico di Mosè, anch’egli affidato alle correnti del Nilo dalla madre Jocabel. Parallelismi simili che però dipanano un’intenzionalità contraria: se Mosè era stato lasciato per essere salvato, Oswald viene abbandonato per essere obliato.

Invero, la culla del piccino viene dondolata dalle putride acque fognarie fino ad una grande caverna sotterranea del “Mondo Artico”, luogo in cui ha trovato asilo una colonia di pinguini, ultimi superstiti della sezione antartica del dismesso zoo cittadino. I pinguini rinvengono la “cesta” con il nascituro, adottandolo come fosse un cucciolo della loro specie.

"Batman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Solitudine

33 anni dopo gli eventi fin qui narrati, Gotham City è sotto la protezione di Batman (Michael Keaton), vigilante mascherato e paladino della metropoli. A turbare la ritrovata quiete della città sono le voci riguardanti gli avvistamenti del “Pinguino”, un misterioso essere mezzo uomo e mezzo uccello che si cela nelle fogne.

Molteplici sono i riferimenti religiosi che possono essere colti nel film di Burton. Oswald nasce nella stagione natalizia, un periodo in cui la religione cristiana celebra la venuta al mondo di Gesù.  Oswald (Danny DeVito), conosciuto con lo pseudonimo di “Pinguino”, torna nella sua città natale quando ha compiuto il trentatreesimo anno di vita. Un’età straordinariamente simbolica per la fede cattolica, poiché richiama l’ultimo anno d’esistenza terrena del Messia. Questi interessanti elementi fanno sì che la figura del Pinguino si presti, con le dovute proporzioni, ad una rilettura “mistica”, tanto da poter essere considerato il “profeta” di una nuova razza, in cui l’umanità e la bestialità animale si mescolano in un agglomerato raccapricciante.

In un imprecisato momento della sua vita, Oswald venne assoldato come fenomeno da baraccone. Raggiunta l’età adulta, il “freak” aveva il seguente aspetto: era un uomo tarchiato e informe, per di più calvo, anche se dalla sua nuca scendevano lunghe ciocche di capelli neri, unti e sudici. Un vistoso naso aquilino, appuntito e spiovente come il rostro di un grosso rapace, era la prima cosa del suo volto a balzare all’attenzione. I denti erano neri come la pece, e le sue mani avevano soltanto due dita, poiché le restanti tre si erano fuse insieme, formando una sorta di pinna.  Il suo incedere era dinoccolato e dava la sensazione d’essere affaticato: in tutto e per tutto egli assomigliava ad un Pinguino. L’aspetto designato per l’antagonista del film fu accuratamente ideato e realizzato sui connotati fisici dell’attore Danny DeVito attraverso un impegnativo lavoro di trucco. Burton voleva creare un cattivo grottesco e agghiacciante, sociopatico e terrificante, un personaggio che venisse odiato ma che, inaspettatamente, potesse anche essere compatito. La deformità del Pinguino non riguarda solo l’aspetto fisico ma anche la mente e parte del suo cuore. Oswald è tanto mostro esteriormente quanto interiormente, peculiarità che più lo differenzia dal Quasimodo di Hugo. Nel corso della sua esistenza, il Pinguino sviluppò una bizzarra ossessione per i “para-pioggia”. La sua nutrita collezione di ombrelli può essere considerata alla stregua di un arsenale, poiché il Pinguino nel tempo li ha modificati, trasformandoli in micidiali armi.

La prima apparizione di Bruce Wayne nella pellicola lo mostra trattenersi, insonne, nel suo studio. Il volto è sperduto, l’espressione corrucciata e la mano è posizionata all’altezza del mento, come se volesse rimarcare la riflessività del momento. Bruce è un pensatore e, in quegli attimi, egli sta scorrendo il suo passato. In fuggevoli attimi di ripresa, Keaton ha la capacità di esternare il tormento interiore del suo Batman, conturbato nel rimuginare. Il Bruce Wayne di Michael Keaton dorme di rado: di questo ne avevamo avuto un assaggio già nel precedente capitolo “Batman” del 1989. Dopo la notte trascorsa con la fotoreporter Vickie Vale, il protagonista faticava a prender sonno, e preferiva scacciare gli incubi vissuti ad occhi aperti temprando il proprio fisico con gli allenamenti. Anche in “Batman Returns”, cogliamo questa tensione silente, un’angoscia che tiene l’eroe in uno stato di allerta e di isolamento.

Selina Kyle (Michelle Pfeiffer) è un’impacciata e sciatta segretaria alle dipendenze di Shreck. Vive sola nel suo appartamento e possiede un gatto come animale da compagnia. Selina è gentile e premurosa in una realtà urbana infingarda e cattiva. La tragica morte per omicidio a cui andrà incontro, e il soprannaturale evento di resurrezione che la riporterà in vita, muteranno il carattere della donna la quale, una volta rientrata in casa, perderà il controllo di se stessa e distruggerà ogni elemento della propria casa che le ricordi la parte più pura, infantile e sognante della sua vita.  Selina strapazza e annienta i suoi peluches, imbratta col colore le magliette più “giovanili” del suo guardaroba, distrugge la casetta delle bambole che aveva sin da bambina per poi cucirsi un aderente vestito nero. Nasce da un parto violento e liberatorio Catwoman, l’essenza più incontrollata, tumultuosa, vendicativa e sensuale di Selina Kyle.

Batman, il Pinguino e Catwoman, sono, a loro modo, soli, incompresi, tormentati e nevrotici. Se Bruce ed Oswald personificano il bene e il male, Catwoman oscilla pericolosamente in ambedue i lati, incarnando un equilibrio instabile di luce e oscurità.  E’ interessante notare come i tre protagonisti corrispondano, nei loro alter-ego, ad animali: il pipistrello, il gatto e, per l’appunto, il pinguino.

  • Sospetto

Oswald, dopo aver scoperto la propria identità, ha l’intenzione di scalare le vette del potere municipale sino a ridurre la città di Gotham in cenere. Shreck prepara un accurato piano per riabilitare agli occhi dei cittadini-votanti la figura del Pinguino, aspirante sindaco di Gotham. “Batman Returns” mostra con quanta facilità possa essere manipolata l’opinione pubblica mediante un’orchestrata comunicazione politica basata sulla propaganda con l’ausilio dei media televisivi, i quali possono modellare ad arte, come argilla fresca, un’immagine distorta della realtà. Il Pinguino si presenta come il candidato perfetto, e attorno alla sua persona fa sì che si palesi l’alone astratto ma percettibile di un uomo umile, privato dei diritti che gli spettavano dalla nascita, orrido ma dal cuore d’oro. Sfoggiando un look in stile vittoriano, con frac, cappello a cilindro e monocolo, il mostruoso “uomo-anfibio” si trasforma in un “gentiluomo” raffinato, una mutazione che i giornali paragonano all’evoluzione del brutto anatroccolo in cigno.

Batman segue preoccupato l’ascesa al potere del Pinguino e nutre dei grossi sospetti. Già prima di quei giorni, una notte, l’eroe si era recato ad osservare l’agire del losco figuro, occupato a raccogliere informazioni sui primogeniti di Gotham con il “pretesto” di ricercare le proprie origini. La scena che vede Batman procedere con la batmobile durante una copiosa nevicata non è soltanto fascinosa ma didascalica circa le abilità intuitive del supereroe. In questa sequenza emerge infatti l’acume fine e il prodigioso intelletto di Bruce, il quale sospetta correttamente di un reo. La sfida a distanza tra il cavaliere oscuro e il Pinguino è appena cominciata.

"Batman e Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Passione

Tra il crociato incappucciato e la donna dai poteri felini si consuma, nelle lunghe notti di Gotham, una tormentata relazione passionale che vede l’amore e l’odio fondersi in un connubio torbido e divorante. Parallelamente alla relazione intrecciata nelle loro vesti mascherate, i due, senza conoscere le rispettive identità segrete, iniziano a frequentarsi anche come Bruce e Selina in pieno giorno. Passando dalla mattina alla sera, oscillando dalla luce all’oscurità, dal viso scoperto a quello nascosto da una maschera, in “Batman Returns” verità e inganni, segreti e bugie perpetrati dai due amanti s’intrecciano in una mescolanza separatoria eppure indistinguibile. Sia nelle loro vesti comuni di uomo e donna, sia nei loro panni di vigilatori in costume, la fatale attrazione che lega i due innamorati non fa che attanagliarli in un gioco distruttivo, dominato da un impeto carnale che sfocia in un erotismo selvaggio. Basti notare il costume della stessa eroina che evoca l’immagine di uno stringente e provocante abito sadomasochistico. Persino la frusta, l’arma utilizzata dalla donna per colpire e ferire Batman in uno dei loro interminabili duelli, richiama un tipo di arnese prestato a fini sessuali.

Il cavaliere oscuro e la “gatta ladra” si odiano e si amano, si perdono e si cercano, combattono senza esitazione nelle sommità dei grattacieli e poi cedono tanto da scambiarsi un intenso bacio sotto il vischio, dando consistenza e vigoria ad un rapporto in cui la violenza non è altro che un riflesso del desiderio, ed un colpo sferrato in combattimento risulta essere la richiesta disperata di una tenera carezza.  Contrariamente a ciò, tra Bruce e Selina, (attenzione non tra Batman e Catwoman), il rapporto appare più cristallino, poiché si instaura un amore che rappresenta quanto di più umano e speranzoso essi possano esprimere, quando non sono più schiacciati dagli obblighi imposti dai mantelli e dalle maschere. Durante un ballo in maschera, i tormentati amanti si incontrano per concedersi un lento. Proprio in tale contesto, essi rivelano la loro reciproca identità. Nella circostanza in cui tutti indossano un costume mascherato, Bruce e Selina colgono l’occasione per sdrucirselo di dosso vicendevolmente.

Se Batman e Catwoman sono obbligati a scontrarsi pur bramandosi, Bruce e Selina potrebbero riuscire a conquistare un futuro insieme. A tal proposito, togliendosi la maschera, sarà proprio Bruce ad implorare Selina, anch’ella strappatasi di dosso il suo “cappuccio”, di seguirlo nella sua casa, dimenticando il peso dato dalle rispettive controparti. Nei loro aspetti “umani”, entrambi ricercano un futuro insieme salvo poi dover rinunciare ad esso con totale frustrazione.

  • Abbandono

Varie e ambiziose erano le aspirazioni del Pinguino, ma, come un uccello che non può volare, egli non poté levarsi da Terra e raggiungere ciò che più agognava. Oswald dovette desistere dai suoi propositi quando Batman riuscì a smascherare le sue malefatte pubblicamente. Respinto dai cittadini di Gotham, isolato da Shreck, Cobblepot tornò al suo covo, meditando vendetta. Il suo efferato piano è pronto ad essere attuato: la cattura e l’assassinio di tutti i primogeniti della città, così da far pagare loro la “fortuna” d’essere figli di una famiglia che non li aveva dimenticati. Sarà nuovamente Batman a sventare i suoi intenti e a fermarlo poco prima che lo stesso Pinguino trovi la propria fine.

La scelta dell’antagonista di voler uccidere i primogeniti costituisce un ennesimo metro di paragone con il racconto biblico dell’esodo. La decima piaga d’Egitto scatenata da Mosè prevedeva, infatti, la discesa sulla Terra dell’Angelo della Morte, che avrebbe sottratto la vita dal corpo dei primogeniti dell’Egitto.

Il Pinguino era un essere cattivo, brutale e insensibile, ma allora perché negli istanti in cui procede lento, e seguita a trascinarsi nel suo stesso sangue, la musica malinconica e lo scorrere delle immagini riescono a far commuovere con una simile efficacia? Forse perché il Pinguino era un mostro di origine controllata, solo e malato, che fu abbandonato in egual maniera quando nacque così come quando morì. Lo avevano lasciato i genitori, lo aveva lasciato il morente Shreck, anche i membri del triangolo rosso scelsero, alla fine, di voltargli le spalle e scappare dalla sua crudeltà. Soltanto i pinguini rimasero con lui fino a che non esalò l’ultimo respiro. Gli stessi, procedendo insieme, spinsero il corpo di Oswald verso l’acqua, laggiù dove sarebbe dovuto morire quando non era che un bimbo in fasce. Come un corteo funebre, sotto gli occhi di Batman, i pinguini, anch’essi dimenticati dagli uomini quando lo zoo venne abbandonato, danno al loro simile l’addio in quel sepolcro acquatico. Forse Oswald aveva ragione quando disse che non era un uomo, ma un animale a sangue freddo visto che solo il regno animale lo aveva accettato.

La morte del Pinguino è una scena triste, che suscita nel cuore degli spettatori una silenziosa, commuovente e mostruosa compassione.

  • Fine

“Batman Returns” è il film più cupo, triste e drammatico mai girato sul cavaliere oscuro. La regia ispiratissima di Burton e la maestria interpretativa degli attori, tutti in stato di grazia, hanno permesso alla pellicola di fregiarsi dello status di cult.

Il secondo ed ultimo Batman Burtoniano mostra, negli ultimi scampoli del proprio corso, Bruce, separatosi da Selina, nel mentre ammira dal finestrino della sua auto il freddo ma sereno paesaggio di una Gotham innevata. E’ Natale, e ancora una volta l’unico “mostro” che ha scelto di non farsi corrompere e avvelenare dalla mostruosità della crudeltà umana continua a vegliare sulla città. Si tratta proprio di Batman, l’unico e solo eroe in grado di ergersi con razionalità sull’aberrazione. Tutto d’un tratto il batsegnale brilla nel cielo, richiamando l’arrivo del Supereroe, sotto lo sguardo vigile di Catwoman.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • La casa (1981)

Qualunque cosa con questo libro, io abbia riportato in vita, mi perseguiterà per sempre.”

Ash (Bruce Campbell) se ne stava rannicchiato sul sedile posteriore della sua Delta. La Delta era un modello Oldsmobile 88 del 1973, a cui Ash era particolarmente affezionato. Giusto il giorno prima l’aveva portata dal meccanico per assicurarsi che fosse perfettamente funzionante. L’autovettura era il mezzo con cui lui, la sua ragazza Linda, sua sorella Cheryl e gli amici Scott e Shelly avrebbero dovuto raggiungere un cottage di montagna per trascorrere un tranquillo week-end. Per l’occasione, Ash aveva concesso di guidare la sua macchina all’amico “Scotty”, che li avrebbe condotti, non senza qualche sussulto lungo il tragitto, a destinazione.

La casa che i cinque avevano affittato ad un prezzo stracciato si trovava all’interno di una folta boscaglia, isolata dal centro cittadino, e per essere raggiunta era necessario attraversare un ponte fatiscente ma “solido come una roccia”. Lo chalet si presentava in condizioni alquanto malconce, e dava l’impressione d’essere la più decadente delle catapecchie, la più sudicia e buia delle spelonche. Nulla però poteva abbattere lo spirito avventuriero dei cinque giovani, pronti a godersi qualche serena giornata di riposo.

Cheryl Williams, la sorella di Ash, era un’artista. Presumibilmente, ella amava soffermarsi a ritrarre ciò che più catturava la sua attenzione. A tal proposito, proprio l’andirivieni di un vecchio orologio a pendolo, parte integrante dell’arredamento della casa, attirò la ragazza, la quale, una volta aver preso confidenza con l’ampia camera del soggiorno, si mise a disegnare. Di colpo il pendolo si arrestò, come se il tempo avesse rinunciato a scorrere, mentre la mano di Cheryl, guidata da una forza estranea e invasiva, cominciava a lasciare dei segni di matita sul foglio immacolato. La ragazza tratteggiò un’immagine astratta e apparentemente incomprensibile ma che si rivelerà in seguito essere la copertina di un libro.

La sceneggiatura del film, curata dal regista Sam Raimi, fa sì che sia proprio Cheryl, e non il protagonista Ash, ad avere il primo contatto paranormale con la forza demoniaca che si cela nella foresta. Non è certamente un caso, Cheryl è un’attenta disegnatrice, che traspone il dettaglio della realtà circostante così da trasporlo su tela, come fosse una rappresentazione intima e personale. Si può certamente supporre che la sua sensibilità d’artista le abbia permesso di avvertire per prima i pericoli sovrannaturali che dormono tra le fredde mura di quella baita, in attesa d’essere ridestati.

Proprio in corrispondenza del pendolo a muro, oramai fermo, si trova una botola che conduce alla cantina dell’abitazione. Decisi a perlustrarla, Ash e Scott si avventurano nel buio sotterraneo e rinvengono un arcano tomo (il Necronomicon), un pugnale affilato (il pugnale Kandariano) e un nastro-registratore. Ascoltando il nastro, i giovani scoprono che un archeologo (il professor Knowby, proprietario della casa) ha preso possesso di un libro, ritrovato durante uno scavo nelle rovine di Candar, che consente di riportare in vita i demoni. Il professore ha poi pronunciato e registrato le formule contenute nel libro, risvegliando un demone che riposava in esso.

“La casa” fu girato con un budget esiguo. In virtù di ciò, il cast scritturato per la lavorazione contava interpreti non professionisti, tra i quali figuravano gli amici di Sam Raimi. I trucchi di scena e gli effetti speciali furono improvvisati di volta in volta e spesso realizzati con materiale di risulta. Raimi, al suo debutto per una regia cinematografica ma già abilissimo con la macchina da presa, per ultimare le riprese, sempre con una certa difficoltà, dovette “inventarsi” tecniche di regia che sfruttassero la soggettività, espediente che diverrà il suo marchio di fabbrica. I mostri presenti ne “La casa” non vengono mai palesati. E’, invero, l’occhio della camera a muoversi con rapidità verso i poveri protagonisti, come se esso incarnasse lo sguardo di predatori famelici che sbucano dalla vegetazione e aggrediscono prede inermi e indifese. “The Evil Dead” nacque come un B-Movie girato con mezzi di fortuna ma raggiunse, grazie alla maestria registica del suo cineasta e alla bravura interpretativa del suo protagonista, la caratura dei classici dell’orrore. La “povertà” degli scenari, la semplicità di alcune trovate, la massiccia dose di splatter e l’elevato utilizzo di espedienti orrifici, agghiaccianti per i tempi, impreziosirono la pellicola, fino a rendere “La casa” un amatissimo prodotto di nicchia. “La casa” si segnala, naturalmente, per costituire l’esordio assoluto del personaggio di Ash Williams, antieroe riluttante che evolverà gradualmente nel corso della trilogia.

Ash, nel primo lungometraggio, è del tutto diverso da come apparirà nelle incarnazioni immediatamente successive. E’ un ragazzo a modo, tranquillo, romantico e innamorato della sua Linda. L’orrore che si abbatterà su di lui e che investirà come una dannazione tutti i suoi amici lo temprerà nel carattere, trasformando la sua indole imperturbabile in un temperamento audace e combattivo.

Principalmente, è interessante scorgere la dinamica iniziale con cui l’opera di Raimi comincia il proprio corso. I cinque ragazzi si recano al cottage per trascorrere un vacanziero fine settimana. Quella che doveva essere una gita fatta di divertimento si trasformerà in un’avventura il cui itinerario rappresenterà una discesa inarrestabile nel vortice degli orrori più torbidi. La casa, in tal caso, dovrebbe garantire una sorta di protezione, l’ultimo baluardo sito in un bosco maledetto, un rifugio dai mali che si muovono come ombre silenti e minacciose di albero in albero, sospinti dal vento freddo della notte. In verità, proprio la baita sarà il luogo da cui i mali verranno liberati ed esacerbati. Ciò che della storia raccontata nel film dovrebbe far raggelare il sangue nelle vene è il fatto che il male non abbia mai una vera forma, bensì si impadronisca dei corpi e delle anime degli innocenti, deturpandone la sagoma e dominandone per sempre la volontà. Ash si troverà così a dover affrontare un’essenza malefica invisibile, difforme, che osserva da lontano e in silenzio le proprie vittime sacrificali.

Ash sarà il solo a sopravvivere al dramma che si consumerà quella lunga notte. All’alba di un nuovo giorno, il tempo riprenderà a scorrere e gli ingranaggi dell’orologio a pendolo a muoversi. Una volta fuoriuscito dal decadente edificio, anche Ash verrà attaccato dal demone che credeva d’aver sconfitto.

  • “La casa 2” (1987)

“C'è qualcosa là fuori, quella strega nella cantina ne è solo una parte, quella cosa vive fuori nei boschi al buio, è qualcosa che vuole tornare dal mondo dei morti.”

Ash viene così assalito dal mostro che finisce per soggiogarlo ed impadronirsi di lui. A salvarlo da una tragica fine sarà il sorgere del sole che respingerà l’entità maligna permettendo ad Ash di tornare in sé. Non potendo più fuggire, l’uomo si barrica in casa. A notte fonda, Ash, stupefatto, osserva il corpo mutilato della propria compagnia Linda riprendere vita, emergere da una fossa scavata in precedenza nel terreno e cominciare a danzare, sola, al chiaro di luna. Una scena spiazzante, di stampo spiccatamente Burtoniano, diremmo oggi. Ma è soltanto la prima di un susseguirsi delirante di sequenze che giacciono pericolosamente in bilico sull’orlo di un abisso spalancato sull’orrore e su di un inaspettato umorismo. Sam Raimi con “La casa 2” riscriverà i canoni dei comuni film horror, elevando il suo seguito ad un rango superiore, diverso ed imparagonabile. L’ambientazione è la medesima della precedente, altresì lo sviluppo narrativo coincide con il precedente, persino il tema basico della pellicola ricalca il vecchio capitolo, eppure “La casa 2” è un sequel dallo stile differente e innovativo, merito di un Raimi capace di plasmare una pellicola ancor più avvincente partendo da un tema del tutto simile.

“La casa 2” espande il dramma vissuto da Ash Williams, convertendo il triste fato del protagonista in una disavventura dalle venature tanto raccapriccianti quanto tragicomiche. “La casa 2” è un’allucinazione reale, un incubo vaneggiante vissuto in piena veglia, un delirio onirico palpabile e visibile ad occhi aperti. Le immagini splatter vengono rimodellate a fini umoristici, il sangue ribollente che schizza in ogni dove ogni qual volta Ash annienta un demoniaco avversario è l’elemento caratterizzante di un orrore divenuto fonte di un’ironia difficile da descrivere. “La casa 2” è una commedia dell’orrore che segna la nascita di un’icona del cinema horror.

Poco dopo essersi dilettata in quel balletto macabro, Linda seguiterà ad aggredire Ash, che per sopravvivere sarà costretto a eliminarla. Tuttavia, la sua mano destra, addentata dalla morsa del maligno essere, verrà infettata dal “veleno” del demone e assumerà la sua volontà. Ash sarà dunque costretto a mozzarsela. La situazione e la stabilità mentale di Ash cominciano a cedere: bizzarri e terrificanti eventi sovrannaturali si manifestano senza freno, la mobilia e tutti i restanti oggetti della casa prendono vita e sbeffeggiano Ash, oramai sull’orlo della follia. Sarà Annie Knowby, la figlia del professore, tornata all’abitazione con le pagine mancanti del Necronomicon, a “salvarlo” prima che sia troppo tardi.

Una volta ripreso il pieno controllo della sua mente, Ash escogita un modo per poter combattere. Fabbricandosi un'imbrigliatura speciale per il braccio destro, egli si impianta una motosega al posto della mano mancante e, con la mano sinistra, imbraccia un fucile a canne mozze calibro 12, scovato nello chalet. La scena che mostra Ash armarsi di sega e fucile, mentre sta per pronunciare per la prima volta il suo celebre e distintivo “Groovy” sancisce l’avvento compiuto dell’antieroe, futuro cacciatore di demoni e “uomo della profezia”.

Come verrà rivelato proprio nel finale de “La casa 2”, il Necronomicon parla di un uomo sceso dal cielo, il “prescelto”, colui che solo può sconfiggere le forze del male, che si rivelerà essere proprio Ash. Questo elemento della storia aggiunse un mistico alone di predeterminazione nel destino del protagonista, come se un fato già scritto avesse guidato Ash. Il protagonista era quindi destinato a trovare il libro dei morti e ad affrontare l’oscurità in quella casa.

  • “L’armata delle tenebre” (1992)

“Mi chiamo Ash, e sono uno schiavo. Se non sbaglio dovrebbe essere l'anno domini 1300 e mi hanno condannato a morte, ma non è stato sempre così. Un tempo anch'io ho avuto una vita vera, un lavoro.”

Ash viene risucchiato in un vortice spazio temporale e trasportato indietro nel tempo, finendo nel Medioevo. Ne “L’armata delle tenebre” Raimi porta a compimento la trasformazione della saga, abbandonando quasi del tutto l’atmosfera horror a favore di uno stile cinematografico votato al fantastico. Anche lo stesso Ash si presta ad un cambiamento ultimato, divenendo la caricatura dei più classici eroi risoluti e mascolini del cinema d’azione, parodiandone la parte più sciocca, impulsiva e superficiale di ognuno di loro. Nel medioevo, Ash viene identificato da un mago come l'uomo che, secondo un'antica profezia, avrebbe ritrovato il Necronomicon e annientato le forze del male. Sebbene sia riluttante, Ash accetta di ricercare il libro poiché è la sua sola possibilità di far ritorno nel presente. Non sarà così facile adempiere la missione di recupero, poiché un’armata di teschi si appresta a sorgere…

Ash e Sheila, la donna amata dall'eroe nel Medioevo

 

“L’armata delle tenebre” è un piccolo gioiello appartenente ad un genere incomparabile, “modellato” con un’impronta inconfondibile da Sam Raimi. Surrealismo, magia inverosimile, tanta azione, comicità demenziale e un senso costante d’avventura fanno dell’atto finale della trilogia un lungometraggio avvincente, pieno di fascino nonché capace di far ridere a crepapelle. L’ultima apparizione al cinema di Ash vede il protagonista della trilogia affrontare un demone nel supermercato in cui lavora come commesso del reparto ferramenta, in una scena irresistibilmente divertente.

“Si, certo, potevo restare nel passato. Avrei fatto una vita da re. Ma non mi posso lamentare. A mio modo sono un re.”

Ash, come verrà ulteriormente approfondito nella serie televisiva “Ash vs Evil Dead”, ambientata trent’anni dopo gli eventi dell’ultimo film, è un eroe non certo eccezionale, ma, invece, un uomo comune, non particolarmente sveglio né tantomeno animato da sentimenti di puro e disinteressato altruismo. Egli è “vittima” consapevole di una profezia che lo ha scelto, o per meglio dire, lo ha tacciato, affibbiandogli la levatura dell’eroe che lui non ha mai chiesto. Ash è estremamente ironico ed allegro, e sa dispensare buonumore.

Analizzando il suo vissuto è possibile notare come Ash, per più di trent’anni, abbia vissuto nascosto e in solitudine. Nessuno gli ha creduto quando ha raccontato gli orrori accaduti nella vecchia baita di montagna, ed è stato considerato dai più come un efferato assassino. Ash è stato per lunga parte della sua vita un “eroe” incompreso, reputato alla stregua di un reo. Per tale ragione il personaggio ha passato tre decenni vivendo alla giornata in una roulotte. Anche se non dà a vederlo, le dicerie e le malignità sul suo conto lo hanno ferito, tant’è che nei momenti di maggiore disperazione, quando abbandona la sua veste scaltra, Ash non esita ad ammettere con tristezza di considerarsi “un fallito”.

Williams è un uomo pigro, colmo di vizi, che ama trascorrere le sue giornate a bere birra, a corteggiare belle donne e a guidare la sua Delta. Ash sembra a tutti gli effetti un uomo superficiale, eppure finisce per legarsi completamente alle persone che più gli stanno vicino, come Pablo e Kelly, dimostrando di confidare molto nei suoi affetti famigliari. Può dare l’impressione d’essere neghittoso, ciononostante non rinuncia mai a combattere, o a compiere i suoi “doveri”, tanto da non esitare a sacrificarsi. Ash non torna mai indietro sebbene abbia più volte avuto la possibilità di farlo. Egli è intimamente buono e, com’è possibile notare nella terza e ultima stagione della serie televisiva, sa assumersi, con una sorprendente felicità, le sue responsabilità di padre. E’ proprio nel rapporto con sua figlia Brandy che Ash rivela di saper essere, altresì, un padre amorevole, protettivo e affettuoso.

Per tutta la sua vita, Ash ha intrecciato una parte delle sue sicurezze attorno ad una catenina, un pendaglio d’argento che, un tempo, cercò di donare a Linda ma che poi tenne per sempre con sé. Quel pendaglio ricorda ad Ash i suoi sentimenti più puri di amore. Di fatto, quando verrà posseduto dall’entità malvagia, nel secondo capitolo della trilogia, sarà proprio il guardare la catenina argentea a farlo rinsavire. La collanina funge così da amuleto protettivo per Ash, che ne farà dono, sul finire delle proprie avventure, alla figlia Brandy, così che possa essere protetta dal portafortuna del padre.

"Ash Williams" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Ash Williams è un personaggio di notevole spessore, un eroe divenuto evocativo ed iconico, merito di un grandissimo Bruce Campbell che ha fatto di questo ruolo un simbolo di coraggio e simpatia.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Jurassic World - Il regno distrutto" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Ti ricordi la prima volta in cui hai visto un dinosauro?” -  è un interrogativo ripetuto con dolce frequenza da Claire. La voce di Bryce Dallas Howard voleva porre a noi interlocutori una domanda, le cui intenzioni, più che ottenere una risposta di tipo razionale, erano destinate a far riaffiorare un ricordo appartenuto alla sfera emotiva del nostro vissuto. Per l’appunto, provo anch’io a rivolgere a te, lettore, il medesimo quesito: qual è stata la prima volta in cui hai visto un dinosauro? Si trattava di una riproduzione giocattolo? Un pupazzo di stoffa con le fattezze di un “buon” triceratopo? Forse hai veduto per la prima volta l’immagine di un primordiale dominatore della Terra sulle pagine di un libro illustrato? Chissà, avrai osservato lo scatto fotografico di un museo all’interno di un testo che ritraeva i resti scheletrici di un colossale animale che, milioni di anni or sono, muoveva i suoi poderosi passi sul suolo Triassico, Giurassico o Cretaceo! Vi è, invece, la possibilità che tu, proprio tu caro lettore, abbia visto, come me, per la prima volta un dinosauro…con la pelle addosso, intento a muoversi con maestosità in una verde radura. Lo hai intravisto mediante l’occhio meccanico di una cinepresa. Era forse un Brachiosauro alto nove metri? Molti di noi, in principio, hanno ammirato un dinosauro guardando “Jurassic Park”.

Ci sembrava fin da allora un miracolo, concretizzatosi con le ingegnosità magiche e figurative del cinema, quell’arte che rese vivida una forma di vita vissuta in un tempo tanto lontano. Sono certo che oltre al senso della vista, alla meraviglia estetica che è stata capace di generare in voi quella sequenza, scolpita con tale limpidezza nella vostra mente, riuscirete a ricordare anche il frastuono assordante, sinistro e inquieto di un’andatura titanica come quella di un dinosauro che poggia l’arto inferiore sul terreno, o il ruggito fragoroso di un Tirannosauro. Potete ricordare con cristallinità le emozioni che avete provato quando avete avvertito tutto questo per la prima volta in assoluto?

La campagna pubblicitaria imbastita per promuovere “Jurassic World – Il regno distrutto”, quinto capitolo della saga iniziata da Steven Spielberg col suo capolavoro del 1993, ha indirizzato l’attenzione del pubblico sull’importanza di richiamare quel caro ricordo. La prima reminiscenza che conserviamo riguardante i dinosauri, che tanto abbiamo imparato ad ammirare e, perché no, anche a studiare assiduamente, sospinti dall’impatto e dalla suggestione che quel film, il primo film, ha avuto in noi, è la fonte primaria dell’amore provato per il mondo giurassico. “Jurassic World” vuol farci tornare bambini, permetterci di rievocare quell’ingenuo ed incantato senso di stupore che abbiamo provato la prima volta in cui ci siamo affacciati alle meraviglie di quel parco dalle fatali illusioni. Per gustarsi appieno l’adrenalinica avventura di “Jurassic World – Fallen Kingdom” occorrerà sin da subito far sì che siano le emozioni basiche, i sentimenti primordiali, gli affetti sinceri a guidare i nostri istinti.

“Jurassic Park”, tuttavia, non è mai stato solo emozione né mero intrattenimento d’avventura. La prima pellicola ha intrecciato la sua analisi filosofica e la sua indagine esistenziale sulla vita attorno al tema del progresso scientifico, all’ardire dell’uomo che “gioca” a fare “Dio”, se non addirittura a sostituirsi a Lui. La vita, impossibile da controllare, trova infatti sempre il modo di sopravvivere e andare avanti, di progredire nel proprio irrefrenabile percorso evolutivo. La vita sfugge al giogo impostole da taluni, e si ribella con forza selvaggia. Nell’universo cinematografico di “Jurassic Park”, in quanto creature per certi versi incarnanti il miracolo, i dinosauri sono portatori di una esistenza arcana, trascorsa, ma che ancora seguiterà a perdurare in futuro.  I dinosauri, selezionati dalla natura per l’estinzione, sono stati riportati alla luce dal parto generato dal connubio amoroso tra uomo e scienza. Essi sono conseguentemente responsabilità dell’essere umano, il quale ha il dovere di vigilare e proteggere i propri simili oltre i dinosauri stessi a cui ha donato una seconda esistenza.  Di fatto, in “Jurassic World – Il regno distrutto” la missione dei protagonisti sarà incentrata sul salvataggio dei dinosauri.

Anzitutto è il tema del diritto e del dovere alla salvaguardia della vita animale ad emergere nella pellicola. I dinosauri possono beneficiare degli egual diritti degli animali del nostro tempo? Una calamità naturale si sta abbattendo su Isla Nublar: un vulcano attivo è sull’orlo di una devastante eruttazione che annienterà l’isola, sterminerà la specie che ivi alberga, e distruggerà il regno dei dinosauri. La natura si sta per manifestare in tutta la sua sconvolgente potenza. La lava incandescente si palesa come una punizione divina, una seconda estinzione. Ma i dinosauri, nati “in provetta”, in laboratorio, sono vivi, siano essi erbivori e così delicatamente ammirabili, siano essi carnivori e così fatalmente pericolosi. Tali creature meritano d’essere salvate! Ecco perché fare appello a quell’interpellanza pronunciata da Claire, la protagonista della pellicola. Rammentate l’emozione della prima volta che avete contemplato l’incedere regale di un gigante che calca il terreno, e capirete così, mossi da quella fremente sensazione, perché anche voi desiderate a tutti i costi salvarli!

Non è una fortuita coincidenza che proprio un brachiosauro resterà dimenticato sull’isola prossima a morire, avvolto dalla nube e sull’orlo dell’abisso. Quel primo dinosauro inquadrato più di vent’anni prima dalla sapiente regia di Spielberg è anche l’ultimo a morire, in una scena toccante che vuol ricordarci ancora l’importanza di ricorrere ai nostri ricordi legati ai dinosauri per ben comprendere perché è così basilare rimanere vicino ai protagonisti in questo viaggio.

“Jurassic World – Il regno distrutto” è un lungometraggio diverso, per certi versi atipico rispetto ai precedenti capitoli del franchising, eppure per tutto il tempo, il film strizzerà l’occhio al passato, citando molte scene che i fan più accaniti non potranno che scorgere. E’ una giocosa altalena tra passato e futuro il film di Bayona, specialmente nella prima parte in cui si avvicendano le ricerche sull’isola, con i dinosauri vivi, mirabili in carne ed ossa, con altre sequenze girate all’interno della villa del magnate Lockwood, in cui è possibile, invece, vedere le ossa dei dinosauri custodite in un ampio salone a carattere espositivo. Ciò che furono i dinosauri, ciò che sono e ciò che ancora saranno in futuro viene riletto dalla lente del cineasta anche attraverso questi espedienti simbolici.

In “Jurassic World – Il regno distrutto” i dinosauri vengono trattati come merce di alto valore, prodotto da vendere e su cui effettuare ogni forma di lucro. E a tal proposito, tra dinosauri in catene, aste e vincite sancite a colpi di martello, fredde cifre a sei zeri, per una parte consistente dell’opera si perderà quel senso classico di avventura, quella lotta per la sopravvivenza tipica dei vecchi episodi della serie. “Jurassic World – Il regno distrutto” vuol porre la propria lente d’ingrandimento sulla sacralità della vita in ogni sua forma e come essa debba essere sempre salvaguardata.

La trama di “Jurassic World – Fallen Kingdom” non è articolata, cede anch’essa alla riproposizione di un’aberrazione innaturale, di una nuova mutazione genetica orchestrata in laboratorio che darà vita all’IndoRaptor, il quale sarà nuovamente, come accaduto per l’Indominus Rex, abbattuto da una natura vera, una “fauna” altrettanto feroce ed originaria.

Tra omaggio e nostalgia, tra cambio di rotta e tentativo d’innovazione, il film diverte ed intrattiene con pochi veri picchi di emozione, e forse aggiungendo poco al proprio percorso narrativo se non per un finale che aprirà scenari interessanti, non più circoscritti ad un luogo limitato come era il parco o le isole di Isla Nublar e Isla Sorna, ma propagandandosi per tutto il globo terrestre: sarà la nascita compiuta di “Jurassic World”.

Ricordate la prima volta che avete visto un dinosauro? Provate adesso ad affacciarvi alla finestra, potreste vederne uno muoversi libero per le strade, salvato da quello stesso amore che avete provato col primo “Jurassic Park”, e che vi ha accompagnato fino ad oggi, fino al termine di “Jurassic World – Il regno distrutto”.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Jurassic Park - Quando i dinosauri dominavano la Terra" cliccando qui.

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"Riflesso di Spider-Man" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Terzo: Spider-Man 3

La ragnatela era stata imbrattata da una sostanza vischiosa, nera come pece e appiccicaticcia. Essa ora è scura, non bianca e rossa come un tempo. Quando la camera dilata il suo disinteressato sguardo e si sofferma ad osservare il consueto intrecciarsi della ragnatela ai titoli d’apertura dell’ultimo film della trilogia, è tutto buio. Da una zona anonima, una luce fioca rischiara parte dei fili tessuti e intrisi di un liquido bruno e putrido. Impregnati da questo denso “materiale” di origine ignota, i titoli di testa frastagliano accanto alle immagini estrapolate dei protagonisti. Il terzo e conclusivo “opening credits” della trilogia simboleggia la fase culmine del lavoro di Raimi: dalla fuggevolezza del primo Uomo-Ragno apparso nei titoli di testa si è passati all’arte deificata di Alex Ross, sino a giungere alla realtà netta e cristallina di “Spider-Man 3”. Nessuna reinterpretazione artistica, in questa ragnatela affagottata dall’oscurità del simbionte le immagini sono evidenti, reali. Ciò preannuncia l’inevitabile: in questo conclusivo capitolo della saga tutti i nodi verranno al pettine e saranno risolti una volta per tutte in maniera nitida e definitiva. Nel mentre la sequenza scorre via, gocce ombrose cadono giù, insudiciando ulteriormente i filamenti ancora immacolati. Il lurido elemento vivo e colloso del simbionte ha intaccato completamente la tela del ragno, e la sta facendo sua come un parassita ingordo e violento: è il momento di andare via.

  • Di rado un film fu tanto atteso

L’aria che si respirava nelle settimane che precedettero l’uscita di “Spider-Man 3” la ricordo con un tale nitore che potrei paragonarla ad una lieve brezza rinfrancante, pronta ad accarezzarmi il viso. Se il primo lungometraggio di Raimi era riuscito a suscitare in me tutta una serie d’emozioni, il secondo mi aveva meravigliato come mai avrei creduto. Le premesse sembravano, dunque, suggerirmi che la terza pellicola avrebbe alzato ulteriormente la posta in palio. Raimi era già riuscito a superarsi, perché non avrebbe dovuto ripetersi?

Per un ragionamento forse poi non tanto logico né conseguenziale, “Spider-Man 3” sarebbe dovuto essere un trionfo visivo, un tripudio di sensazioni nuove. Le aspettative continuarono a crescere di giorno in giorno quando fu annunciata la presenza di “Venom”, uno dei massimi antagonisti dell’Uomo-Ragno. Come ben sapevo, Venom non era che un “parto” secondario, una creatura “generata” solo in un secondo momento dal simbionte. Prima del suo approdo, sarebbe stato Spider-Man ad interagire con l’alieno, a sperimentare per la prima volta il fascino del male. “Spider-Man 3” veniva presentato come un film cupo, dark, maturo. La prima immagine pubblicizzata della pellicola immortalava l’Uomo-Ragno seduto in cima ad una torre con indosso un iconico costume nero. Spider-Man era stanco, in ginocchio, schiacciato da un peso oscuro che gravava sul suo capo. Il suo volto cedeva, osservava il vuoto, e il suo braccio disteso era poggiato sulla gamba. Quello che vedevo era un Uomo-Ragno riflessivo, meditabondo, oppresso, forse anche intimorito da quella strana sostanza attaccaticcia che gli si era modellata al costume. Si trattava di un’immagine fin troppo attrattiva per un appassionato del supereroe come me che, al riguardo, ben conosceva la trama circa l’arrivo del simbionte sulla Terra. Raramente, confesso di aver atteso tanto un film. In molti, oltre me, non vedevamo l’ora di raggiungere la sala cinematografica. Sui cellulari, le immagini del “Black Spider-Man” campeggiavano come sfondi e temi. “Spider-Man 3” sarebbe stato un evento che avrebbe segnato i ricordi più cari di ogni “nerd”.

Ed io, dal mio punto di vista, ero pronto. Per meglio dire, ero decisamente immantinente di rivedere Spider-Man “danzare” sulla città restando aggrappato alle sue “corde”, dondolandosi di grattacielo in grattacielo, tuffandosi poi giù a capofitto nel centro urbano di una metropoli illimitata. I presupposti per poter guardare un terzo atto altrettanto stupefacente erano solidi come le fondamenta di un’antica cattedrale.

Quando uscii dal cinema restai piacevolmente colpito dalla bellezza estetica di alcuni personaggi, dall’azione travolgente, e dalle (poche) sequenze riservate allo Spider-Man nero. Tuttavia, una domanda cominciò a farsi strada in me: “tutto qui?”. Del film mi erano rimaste impresse le sequenze di maggiore impatto visivo, ma la storia l’avevo già scordata. Cosa era successo? Le mie pretese erano state tradite o, in verità, loro stesse erano già dal principio irraggiungibili? In verità, “Spider-Man 3” mancò di molte cose.

Sam Raimi non poté lavorare tranquillo. Al regista non fu permesso di sviluppare la storia come avrebbe voluto. In vero, fu la Sony ad esigere la presenza di Venom, cosa che costrinse Raimi a rimaneggiare pesantemente la sceneggiatura già collaudata. Per la prima volta, Raimi non riuscì a mantenere il timone della propria nave con mano risoluta. Ne seguirono delle “virate” improvvise che destabilizzarono la navigazione. I tanti personaggi presenti sulla scena e i troppi antagonisti costrinsero il regista a perdere la rotta, dando luogo ad una storia pasticciata. “Spider-Man 3” non è, purtroppo, la degna fine che questa trilogia avrebbe meritato. Le colpe non furono imputate a qualcuno o a qualcosa in particolare, ma ad un mix di scelte, opzionate ed imposte, che guastarono l’armonia di un atto finale partito sotto tutt’altri auspici.

Le debolezze del terzo film sono riscontrabili in una storia poco incisiva, se non parecchio labile, e nella debolezza dei personaggi principali, per la prima volta caratterizzati con pressapochismo, conseguenza diretta di una raffazzonata e frettolosa riscrittura obbligata. Pur attingendo parti della trama da alcuni dei momenti più entusiasmanti della storia editoriale dell’Uomo-Ragno, il film finì per arenarsi in un pantano fangoso senza mai uscirne. A questo va aggiunto lo spessore psicologico vacuo e insufficiente di Eddie Brock, e la pessima resa di Gwen Stacy, interpretata dalla bionda (per l’occasione) Bryce Dallas Howard, personaggio cardine dell’adolescenza di Peter, qui ridotta a ragazza petulante, mero pretesto per abbozzare un triangolo amoroso fatto di gelosie e inganni.

Il modo di agire dei protagonisti, Peter, Mary Jane e Harry, è incoerente, innaturale, e del tutto fuori carattere tant’è che alle volte si ha l’impressione che essi non siano realmente loro, ma delle copie distorte ed irriconoscibili. Tuttavia, questo difetto permette di analizzare uno dei concetti presenti in “Spider-Man 3”, ovvero il tema della “trasformazione”. Sebbene il terzo e ultimo passo della trilogia sia imperfetto, esso riesce comunque a inscenare diverse tematiche interessanti, meritevoli d’essere messe al vaglio.

  • Questo costume. Wow, che bella sensazione... È la fine del mondo.

L’esibizionismo è un elemento basico di “Spider-Man 3”, sin dalla scena iniziale, nella quale vediamo un Peter disincantato ammirare l’immagine di “se stesso” proiettata su un grande schermo. Peter avverte indirettamente le gioie della fama, e sembra esternare, seppur con i suoi tipici modi affabili, la sfacciataggine di chi sente d’essere amato, se non anche venerato, dal grande pubblico. Raimi vuol farci riflettere su come la trasformazione di Peter cominci ben prima del suo imbattersi nel simbionte alieno. Mary Jane ha finalmente calcato i palcoscenici di Broadway, ma la sua prima esibizione raccoglierà tenui, per non dire freddi, riscontri critici. D’altronde, il lavoro di Mary Jane, ovvero il suo essere attrice di teatro, non può prescindere dal non sconfinare nel protagonismo. I grandi interpreti mettono in gioco le loro doti e si esibiscono “ostentando”, in arte recitativa, il loro talento. Mary Jane pare risentire di colpo del proprio insuccesso, e sembra sviluppare parimenti una leggera invidia nei confronti dell’alter-ego dell’uomo che ama, Spider-Man, il quale è prossimo ad essere celebrato in un evento in cui gli verranno consegnate le chiavi della città.

Ed è in tale festosa circostanza che si spezza l’idillio amoroso tra Peter e Mary Jane: Spider-Man bacia Gwen senza una vera motivazione, senza neppure curarsi della reazione che avrebbe potuto provocare in Mary Jane. Peter, borioso e sbruffone, è oramai accecato dalla fama dell’eroe. L’arrivo del simbionte incrementerà la sua arroganza e il suo desiderio di protagonismo: da una trasformazione accennata nel carattere del ragazzo si giungerà ad una trasformazione completa, riscontrabile esteriormente nel costume nero. La sequenza in cui un Peter addormentato cadrà preda del simbionte che lo soffocherà col suo manto di pelle nera come il tizzone, e l’immediata scena successiva, in cui l’Uomo-Ragno si risveglierà, sono straordinarie e conferiscono il lustro che serve alla pellicola per riprendersi e donare ai suoi spettatori dei momenti di pura estasi visiva.

Spider-Man che giace a testa in giù, stretto alla sua ragnatela, e che si vede per la prima volta riflesso allo specchio con il costume avviluppato dal simbionte, accompagnato da una traccia musicale forte e vibrante, è una sequenza d’enorme impatto. Spider-Man osserva il riflesso di un nuovo se stesso, come accadde a Norman Osborn nel primo film quando, intravedendo la sua immagine replicata dallo specchio, interagirà con Goblin. Lo specchio per Raimi diventa lo strumento per espletare una dualità oscillante tra bene e male. L’Uomo-Ragno in quella vetrata si relazionerà per la prima volta con la sua identità più torbida e incontrollabile.

A questo punto la trasformazione viene marcata da un mutamento nella psiche e nell’indole del ragazzo, divenuto, sotto l’influenza del simbionte, più aggressivo e spietato. Ciononostante, il film di Raimi non riesce a mostrare con pregevolezza questo cambiamento senza scadere nel pittoresco. Molte delle scene che certificano la diversità caratteriale di Peter sfiorano la comicità, ai limiti della caricatura. Inoltre, per esternare il cambiamento dell’eroe si scelse di dare al protagonista un look diverso nella pettinatura affinché fossero accentuati i capelli corvini. Una scelta inopportuna, se non anche imbarazzante, che poco riuscirà a comunicare allo spettatore se non un senso di perplessità.

Le trasformazioni messe in atto in “Spider-Man 3” riguardano tanto il protagonista che i suoi avversari. Il male possessivo già presente nei precedenti lungometraggi sull’Uomo-Ragno qui tenta di mutare tanto l’aspetto quanto il cuore dei personaggi. Harry assumerà l’identità di Goblin, mutando il suo essere per inseguire la “chimerica illusione” che il padre perduto possa essere fiero di ciò che il figlio è diventato seguendo le sue orme. Persino il volto di Harry verrà sfregiato a metà da una delle bombe presenti nel suo arsenale, come se il viso volesse rappresentare il bene e il male che dilaniano l’animo incerto del ragazzo.  Flint Marko vedrà il suo corpo disfarsi come polvere granulosa e ruvida quando verrà trasformato nell’Uomo Sabbia. Sia Harry che Flint, tuttavia, non manterranno la loro crudeltà a lungo e, come Peter, rigetteranno il male al termine delle loro vicissitudini. Dei quattro mutati soltanto Eddie Brock, Venom, si lascerà contagiare del tutto dall’oscurità, ergendosi, di fatto, a vero antagonista della pellicola.

  • Io non sono un uomo cattivo... è cattiva la mia sorte.

L’intero film di Raimi ruota attorno all’avvicendamento tra bene e male, con quest’ultimo che si manifesta nuovamente sotto forma di dannazione. E’ dannato il fato di Flint, colpevole di aver ucciso inavvertitamente zio Ben. Sarà ancora maledetto il suo destino, quando egli si troverà vittima di un esperimento che lo tramuterà nell’Uomo-Sabbia. A tal proposito, la scena in cui egli affiora da una montagna di sabbia e cerca di riassumere una forma umana è intensa e toccante. Il modo in cui la sua mano porosa e sgretolabile cerca di afferrare il pendaglio in cui è custodita la fotografia della figlia, il suo unico affetto, testimonia come un uomo “distrutto” e ridotto in polvere tenti di aggrapparsi a qualcosa di concreto per riappropriarsi del proprio aspetto. Si aggancia ai ricordi, agli affetti, all’amore l’Uomo Sabbia.

  • La vendetta è come un veleno che t’invade tutto e senza che tu te ne accorga ti trasforma in un essere spregevole.

“Spider-Man 3” indaga la sfera emotiva del suo grande eroe e cerca di far perseguire lui il perdono. La furia vendicativa dell’uomo-Ragno nei confronti di Flint, reo di aver ucciso Ben Parker, è dettata da una ferita che nell’animo del supereroe aveva cominciato a cicatrizzarsi ma che di colpo è stata inaspettatamente riaperta. Al contempo, Eddie Brock insegue folli propositi di rivalsa nei confronti di Peter Parker, colpevole di avergli fatto perdere il lavoro al Daily bugle. Se Peter riuscirà a perdonare Flint, tanto da togliersi finalmente un peso dal cuore, Eddie tenterà fino allo stremo di vendicarsi. La vendetta così si configura come un lercio veleno, coagulante e di nero colore.

"Black Spider-Man" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sono le nostre scelte che fanno di noi quelli che siamo... e abbiamo sempre la possibilità di fare la scelta giusta.

La campana rintocca più volte quando la pioggia bagna uno stremato Peter Parker. Il lacrimare del cielo si fa incessante come un pianto continuo e malinconico. L’atmosfera riflette la personalità agitata e umiliata dell’eroe. Spider-Man ha raggiunto la sommità di una cattedrale, si è accomodato in cima, su una pietra sporgente, e una croce svetta alta sul suo capo, al culmine della casa di Cristo. E’ uno Spider-Man meditativo quello che possiamo ammirare in una delle scene più coinvolgenti dell’intera trilogia. Comincia ad essere disgustato dal suo costume nero che ne ha compromesso la moralità. Decide così di ritirarsi all’interno del campanile. Nel frattempo, Eddie ha varcato la soglia del santuario e dopo aver sfiorato l’acqua santa con la punta delle dita della mano destra, si siede sul banco a pregare: Brock implora Dio di uccidere Peter Parker. Poco dopo aver espresso quel drammatico volere, l’uomo avverte delle urla provenire dal limite massimo del campanile. Quando la grossa campana suonerà, la forza del simbionte verrà meno e Spider-Man potrà così cercare di strapparsi di dosso quel costume. Come Ercole, il massimo eroe della mitologia greca, quando cercò con ferrea volontà, tra afflizione e patimento, di sdrucirsi di dosso le vesti infocate intinte nel diabolico sangue del centauro Nesso, così Peter, con egual fatica, farà di tutto per sbrandellare i resti di quel tetro veleno, agendo e soffrendo a causa del costume che gli sta dilaniando le carni. In quel momento, Peter avrà compiuto una scelta: tornare ad essere il vero Spider-Man. Da lassù, il simbionte cadrà giù come una pioggia maledetta, figurandosi come la spaventosa risposta alla richiesta proferita da Eddie Brock in chiesa. Il simbionte avvinghia l’uomo e lo trasforma in Venom. Ne seguirà uno scontro che vedrà prevalere l’Uomo-Ragno.

Zia May era solita ricordare a Peter il dovere dell’uomo che ha l’intenzione di chiedere in sposa una donna. Prendersi cura della propria consorte è prima di tutto una scelta cosciente e doverosa, poi un dono e soprattutto un impegno da dover adempiere per tutta la vita. Peter si riappellerà a questo insegnamento quando si ricongiungerà a Mary Jane, pronto a proteggerla nuovamente finché avrà forza. Peter e Mary Jane torneranno insieme rimettendo assieme i cocci rotti del loro allontanamento. I due riprenderanno così a danzare; no, non più su nel cielo, passando di nuvola in nuvola con l’ausilio delle ragnatele, ma sulla Terra, lì dove hanno scelto di riprendere la loro storia, questa volta per sempre.

"Solitudine"  China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Conclusioni: addio amichevole Spider-Man di quartiere

Siamo giunti al termine di questo viaggio, e quest’ultima pagina segna la fine di questa personale rilettura che ho voluto dedicare alla trilogia di Sam Raimi. “Spider-Man 3” non ebbe alcun seguito, fu, dunque, l’ultimo atto. Le imponenti e sensazionali scene d’azione permisero al film, a mio giudizio, di andare oltre la sufficienza. Tuttavia, la sensazione che la saga meritasse una conclusione più entusiasmante continua a permanere anche a distanza di due lustri. Manca il matrimonio tra Peter e Mary Jane, manca l’ultimo scontro tra Spider-Man e il Lizard di Dylan Baker, manca ancora tutto ciò che avremmo potuto vedere in un possibile “Spider-Man 4” che tanti, oltre me, avranno un tempo reclamato a gran voce.

La trilogia di Spider-Man di Sam Raimi occuperà sempre un posto speciale nella storia del cinema, e soprattutto nel mio cuore, così come lo Spider-Man di Tobey Maguire seguiterà ad essere un simbolo di quella che potremmo definire “un’epoca” lontana del cinema supereroico. Diversa e di certo stupefacente.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte cliccando qui.

Potete leggere la seconda parte cliccando qui.

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"Spider-Man e Mary Jane" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Secondo: Spider-Man 2

Non è di bianca consistenza come ci si aspetterebbe.  E’, in verità, di un rosso acceso il filo che si intreccia con un altro e un altro ancora, fino a comporre la ragnatela con cui “Spider-Man 2”, il secondo capitolo della trilogia sull’eroe mascherato, comincia. L’occhio meccanico della camera guidato con mano sicura dal cineasta Sam Raimi si schiude nuovamente tra gli spazi circoscritti di una fitta ragnatela. A differenza del precedente “episodio”, i titoli di testa non danno l’impressione d’essere catturati dai filamenti tessuti dall’aracnide, ma vengono contornati da un susseguirsi di immagini artistiche. Il Michelangelo del fumetto, Alex Ross, dipinse col suo inconfondibile tocco iperrealistico le scene più iconiche del primo “Spider-Man”, le quali si alternano cronologicamente durante l’emozionante intro di “Spider-Man 2”, fungendo da ripasso agli eventi salienti accaduti nel primo film. Se nei titoli di testa di “Spider-Man”, la figura dell’Uomo-Ragno era evasiva, ineffabile, effimera e sfuggente, in questo secondo “opening credits” le immagini da ammirare appaiono chiare e distinte, in quanto sono evidenti reinterpretazioni dei personaggi che abbiamo potuto conoscere ed amare nella prima splendida pellicola. I quadri di Alex Ross, in un altalenante gioco prospettico, generano incanto: sotto i nostri occhi si materializzano le fattezze colorate di Peter, sbigottito nel vedere un ragno camminargli sulla mano, quando appena un attimo prima, sulla stessa, aveva avvertito un forte “pizzico”. Il viso scolpito di Harry Osborn subentra a quello delicato e meraviglioso di Mary Jane. La maestria pittorica di Ross non ha freno, e in questa successione egli prosegue a dipingere i momenti più importanti della vita di Peter Parker: la morte di zio Ben precederà la tavola in cui l’Uomo-Ragno, con indosso il suo costume, scruta l’orizzonte mantenendosi in posizione eretta.

Il pennello del pittore Ross, intinto nella tavolozza, cattura gli attimi e li perpetua sulla tela in cui i personaggi giacciono inermi a godere di un istante divenuto eterno. Il bacio tra Spider-Man e Mary Jane viene così immortalato dallo strepitoso talento dell’artista americano e i due innamorati, come fossero statue greche, permangono vividi in un’effusione romantica divenuta infinita. Mary Jane bacia il suo amato senza sapere la verità: sotto la maschera si cela il suo Peter Parker. Anche Psiche si era innamorata di un’ombra ed era solita baciarla senza sapere che si trattava proprio del dio Eros. L’amore nasce e si accresce oltre ciò che la vista è in grado di scorgere. Sarà proprio la confessione di questo amore un tema portante di “Spider-Man 2”.

L’arte del ritrattista Ross insiste ad immobilizzare l’Uomo-Ragno in una posa statuaria di stampo classico, mentre egli si regge con le mani su di un muro totalmente bianco, come fosse fatto di sola luce. L’ultimo dei dipinti ritrae la scena finale del precedente lungometraggio: il volto affranto di Mary Jane, cinto dai suoi capelli rossastri, è leggermente reclinato e i suoi occhi sembrano ricercare la presenza di Peter, il quale, nel frattempo, si avvia verso un paesaggio autunnale per intraprendere una strada fatta di solitudine.

  • Lei mi guarda ogni giorno.

Come accadeva nel primo film, il volto di Mary Jane compare poco dopo la fine dei titoli di testa, anticipando nuovamente l’arrivo sulla scena del protagonista. Peter sta infatti osservando un grande cartello pubblicitario raffigurante Mary Jane, scelta come testimonial di una nota marca di profumi. Di lì a poco, il giovane dovrà correre per le strade per tentare un’impresa, forse impossibile anche per Spider-Man: consegnare delle “pizze al volo” entro pochi minuti all’altro capo della città. Nel mentre procede in sella al suo “bolide”, con in testa il casco rosso, un autobus devia il suo percorso: sui lati del mezzo pubblico era presente il cartello pubblicitario raffigurante Mary Jane. La donna amata da Peter sembra “apparire” d’improvviso e dirottare il senso di marcia dell’eroe. Peter deve “svoltare”, dare una nuova impronta alla sua esistenza, e deve farlo in fretta. La vita del protagonista, infatti, sta attraversando un momento caratterizzato da equilibrio instabile: Peter fatica a bilanciare la sua doppia vita di studente e vigilante. Vive in un sudicio appartamento, arriva tardi alle lezioni universitarie, stenta ad avere voti alti, ed è solo. Il mero conforto di Peter è da riscontrarsi nella vicinanza, seppur astratta e impalpabile, di Mary Jane, la quale lo “osserva” ogni giorno in quella posa fotografica ritratta su di un cartello.

  • “Spider-Man 2”: un sequel impeccabile

“Spider-Man 2” è uno dei sequel più belli della storia del cinema. Sam Raimi plasma la sua opera più spettacolare e ambiziosa, imprimendo al film uno stile proprio, non paragonabile con nessun altro, e per questo unico. Raimi riesce nell’impresa di perfezionare ciò che andava migliorato nel primo capitolo della saga, e infonde al suo blockbuster la caratura dei grandi film. L’introspezione riservata al protagonista, il perfetto equilibrio con cui viene analizzata la dualità uomo/supereroe e come anche sono state vagliate le differenze che intercorrono tra Peter e Spider-Man, elevano l’opera di Raimi al rango di film d’autore. “Spider-Man 2” può venire descritto come un blockbuster in grado di abbinare alla sua spiccata vena ospitante una profondità emotiva e coinvolgente di grande valore. Spettacolarità e riflessione, passione ed emozione si mescolano creando una miscellanea pressoché perfetta: “Spider-Man 2” è una pietra miliare del cinema supereroico, poiché è un’opera d’arte plasmata da un vero artista, non un semplice prodotto d’intrattenimento confezionato per soli scopi di guadagno. Ancora oggi, resta l’unico film tratto dai fumetti Marvel ad aver vinto un premio Oscar.

  • L’intelligenza non è un privilegio!

La mente del Dottor Octavius (Alfred Molina) è quella di un premio Nobel, e di fatto, quel premio che poco sembra importargli, sembra prossimo a finire tra le sue mani, secondo quanto tiene ad affermare, con una certa insistenza, Harry Osborn. Octavius si trova ad un punto di svolta nella ricerca sulla fusione a freddo. Per quanto la sua intelligenza sia elevata, Octavius non fatica a confessare come egli, un tempo, non riuscisse a comprendere gli scritti di Thomas Eliot. Quando non era che un ragazzo e aveva da poco cominciato a frequentare la sua futura sposa, Rosy, era un semplice studente di fisica. La moglie, dal canto suo, era studentessa di letteratura inglese. Ed era proprio lei che tentava di far capire al futuro scienziato gli scritti di Eliot, da lui definiti fin troppo complessi. Appare evidente nel lungometraggio di Raimi come la figura della sposa per Octavius sia essenziale, e il loro rapporto, così affettuoso, di riflesso, induce Peter a meditare sulla sua lontananza da Mary Jane.

In una dimostrazione scientifica, a cui parteciperà anche Peter, Octavius è prossimo a racchiudere “la potenza del sole” nel palmo della sua mano. Lo scienziato, per l’occasione, adopera un esoscheletro dotato di quattro tentacoli meccanici collegati al suo cervello tramite un complesso sistema neurale. I bracci sono dotati d’intelligenza artificiale ma le loro funzioni raziocinanti vengono inibite da un chip che permette ad Octavius di mantenere il controllo su di essi. Durante la dimostrazione accade un irreparabile incidente e la moglie Rosy perde tragicamente la vita. In quei drammatici frangenti, il chip viene distrutto e i bracci tentacolari cominceranno a prendere il controllo sulla mente sconvolta di Octopus.

Le donne amate da Spider-Man e Octopus influenzano involontariamente la psiche dei due rivali. La morte di Rosy coincide con l’assoluta perdita di lucidità di Octavius. “La mia Rosy è morta… Il mio sogno è morto…” dice il triste scienziato. L’allontanamento di Mary Jane, promessa sposa ad un altro, porta Peter a perdere il completo controllo sui suoi poteri. Se l’incidente di laboratorio ha condotto Octavius a trasformarsi nel Dottor Octopus, un uomo divenuto oramai apatico, per aver perduto il solo affetto della sua vita, la lontananza di Mary Jane trascina Peter in un abisso, fino a fargli perdere la padronanza delle proprie straordinarie doti. Dalla perdita di Rosy, Octavius comincerà a sperimentare i propri “poteri” e assumerà l’identità di Octopus. Dalla possibile perdita di Mary Jane, Peter rinuncerà, invece, alla sua identità segreta di Spider-Man, getterà via il suo costume e smetterà di utilizzare le sue sensazionali capacità.

Se nel primo film Goblin e Spider-Man erano accomunati dalle medesime qualità fisiche in quanto esseri eccezionali, beneficiati di una prestanza fisica e una vigoria superiore alle persone normali, in “Spider-Man 2”, l’antagonista e l’eroe si somiglieranno per la loro intelligenza. L’intelligenza non è un privilegio, è un dono da dover mettere al servizio degli altri, affermava, con fare da mentore, un saggio Octavius al suo allievo, Peter. Ancora una volta “il dono” nella saga di “Spider-Man" viene deturpato da una gravosa maledizione: l’intelligenza di Octavius lo porterà a covare il desiderio di replicare l’esperimento nel quale la moglie perì, nonostante ci sia il serio rischio di distruggere l’intera New York. La bramosia della conoscenza si rivelerà una maledizione che condurrà Octopus alla follia.

I bracci meccanici si muovono autonomamente ma possono essere controllati da Octopus come delle micidiali armi. Essi hanno movenze serpentiformi, fendono l’aria come un male infido, e si avvicinano al viso dello scienziato per avvelenare la sua mente come rettili velenosi. Frasi che non c’è dato d’udire secernano un veleno che annebbia la moralità del dottore. Octavius si è trasformato inconsapevolmente in un mostro tentacolare a sei braccia, una “piovra” subdola e cruenta che persegue insani propositi di ricerca.

  • L'amore non deve essere un segreto. Se ti tieni una cosa complicata come l'amore chiusa dentro, alla fine ti ammali.

Cos’è l’amore in “Spider-Man 2”? Quali forme assume? L’amore agisce nel mistero, anche nell’agire segreto di un’innamorata. La giovane Ursula, una ragazza che vive di fronte all’appartamento in cui alloggia Peter, incarna, nei suoi gesti e nel suo approcciarsi al ragazzo in maniera tanto timida, un’infatuazione amorosa sincera e dolcissima. Ursula sembra, infatti, provare un affetto spontaneo e insperato per Peter. Ella sa che la sua piccola “cotta” non verrà ricambiata dal protagonista, e proprio per questo la tiene per sé. La scena in cui i due consumano una torta al cioccolato insieme ad un bicchiere di latte, in un pomeriggio come un altro, è una delle più dolci che abbia mai visto. Come Ursula tiene questo “amore” per sé, così Peter nasconde ancora a Mary Jane ciò che realmente prova. Quando la ragazza verrà rapita, la crisi psicologica che gravava su Peter cesserà, ed egli potrà finalmente riacquistare i suoi poteri e la sua identità di Uomo-Ragno.

La vista di Spider-Man torna ad acuirsi nell’esatto momento in cui Mary Jane verrà catturata dal malvagio Octopus, segno evidente di come la sua vita, tanto da Peter Parker che da Spider-Man, resti sempre intrecciata al fato del suo eterno amore. Spider-Man torna così in azione e combatte contro Octopus in uno degli scontri più spettacolari mai filmati nel cinema d’azione. La sequenza del treno, straordinaria, mette in luce l’assoluta umanità dell’Uomo-Ragno di Tobey Maguire. Non a caso, in tale contesto, Spider-Man perde la maschera e seguita, a volto scoperto, a usare tutte le sue forze per arrestare la folle corsa del convoglio, prossimo a schiantarsi con centinaia di viaggiatori al suo interno. Gli stessi uomini che, una volta tratti in salvo dall’eroe, resteranno per qualche istante ad osservare il suo volto, notando con stupore come il grande e invincibile Spider-Man sia in verità soltanto un ragazzo.

Quello stesso ragazzo che sconfiggerà Octopus, e rivelerà finalmente a Mary Jane come stanno le cose. La parte finale della pellicola di Raimi ruota tutta intorno all’amore. Il ricordo della sua Rosy e il suo essere rinsavito portano Octopus a sacrificarsi per salvare la città, l’amore e la devozione di Harry Osborn nei confronti del padre deceduto conducono il ragazzo a scoprire il nascondiglio di Goblin e a prendere la decisione di seguire le oscure orme del genitore. Ancora, l’amore smisurato che Peter prova per Mary Jane gli permetterà di spiegare alla donna perché un tempo la rifiutò, e il motivo per cui non possono stare insieme: perché egli sarà sempre Spider-Man.

Per amore e per paura che i nemici dell’Uomo-Ragno possano arrecare dolore alla donna amata, Peter si congeda da Mary Jane, prossima a sposarsi con un altro. Il ragazzo si accomiata da lei lasciandola discendere con la sua ragnatela, per poi osservarla, solitario, dall’alto, mentre lei si allontana.

Ma sarà nuovamente l’amore a indirizzare il fato dei due protagonisti: Mary Jane, vestita da sposa, si lascerà andare ad una corsa liberatoria, scandita dalla marcia nuziale. Sarà così che raggiungerà Peter, e i due decideranno, pur coscienti dei rischi, di cominciare finalmente una nuova vita insieme.

"Spider-Man" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’amore, quello vero e possente come una ragnatela tessuta da un prode supereroe, finalmente, potrà prevalere.

Voto:9/10

[Continua con la terza parte]

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte cliccando qui.

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L'Uomo-Ragno - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Primo: Spider-Man

Quando il buio si dissolve, il bianco di una ragnatela appena tessuta procede verso l’orizzonte dello schermo. E’ così che “Spider-Man” di Sam Raimi apre il sipario sul proprio spettacolo. Tutti noi rimaniamo prigionieri di quella ragnatela che, man mano, si fa sempre più compatta. Compaiono, quindi, i titoli di testa, i quali si palesano “inermi” come prede “catturate” dalla tela del ragno. Via via che le sequenze avanzano s’intravede la sagoma stilizzata dell’Uomo-Ragno, sebbene al rapido avvicendarsi dei nomi, essa si volatilizzi con gran rapidità. In tali frangenti, è possibile scorgere Spider-Man di spalle, con indosso il suo classico costume tra il blu e il rosso. D’un tratto, le sue braccia si muovono così da ghermire i fili della ragnatela ed essa quasi gli si modella al corpo. E’ una figura fugace quella dell’Uomo-Ragno nei titoli d’apertura del suo omonimo lungometraggio.

Come fosse una semplice figurazione dipinta, il supereroe ci esorta a vederlo “muoversi” di soppiatto. Perché non ci è dato vederlo in maniera evidente? Perché egli evita il nostro sguardo? No, non certo perché è timido, come suggerirebbe ironicamente l’irascibile J. Jonah Jameson, interpretato da uno strepitoso J. K. Simmons. Inizialmente, possiamo soltanto guardare l’Uomo-Ragno di sfuggita perché tale fugace rappresentazione non è che un omaggio alla mera estetica dell’eroe che noi tutti ricordiamo, ma che dobbiamo ancora imparare a conoscere in questa prima versione cinematografica del personaggio. “Spider-Man” del 2002 fu il primo adattamento al cinema sull’eroe della Marvel. Non esisteva una versione precedente del personaggio, eccetto quella a cartone animato della bellissima serie prodotta dai Marvel Studios tra il 1994 e il 1998. Pertanto, lo Spider-Man che per primo osserviamo nell’intro del film non è che un rimando elusorio al supereroe mascherato; un personaggio dei fumetti, per l’appunto, che vediamo per la prima volta in carne ed ossa con l’aspetto di un ragazzo qualunque, occhialuto ed impacciato.

L'eroe così come appare, fugacemente, durante i titoli di apertura.

 

Quando i titoli di testa cessano il proprio corso, la camera fuoriesce da una ragnatela, e inquadra, per la prima volta, la realtà cittadina circostante. Un giovane studente corre come un forsennato per le strade, inseguendo uno scuolabus. Si tratta proprio di Peter Parker. Peter è un ragazzo buono, generoso, prodigo ma timido, a volte goffo e quindi poco incline ad avere successo nelle relazioni sociali. Però è anche uno studente modello, un genio della scienza e un provetto fotografo. Ah sì, quasi dimenticavo, cosa più importante è Tobey Maguire. Maguire fu il primo, grande interprete dell’Uomo-Ragno. Aveva 26 anni quando venne scelto per essere la prima incarnazione dell’arrampica-muri. Un’età relativamente avanzata, considerando che Maguire avrebbe dovuto interpretare il ruolo di un liceale alle prese con il suo ultimo anno scolastico. Ciononostante, Tobey aveva dalla sua un aspetto spiccatamene giovanile, il che gli garantiva la possibilità di potersi calare perfettamente nella parte. Ciò che balza all’attenzione, nell’immediatezza, guardando, anche a distanza di tempo, il primo indimenticabile “Spider-Man” è l’espressione bonaria dell’attore. Il Peter Parker di Maguire sembra abbinare, ai suoi grossi occhi azzurri, lo sguardo sincero, affettuoso e protettivo che ogni grande eroe dei fumetti che si rispetti dovrebbe avere. I suoi occhi compassionevoli e apparentemente incapaci d’esternare rabbia accentuano all’inverosimile l’indole buona di Peter Parker, specialmente nei momenti in cui il povero Peter viene infastidito da alcuni bulli, i quali tentano con successo di impedirgli di scattare delle buone fotografie durante una gita scolastica, in un centro di ricerca scientifica. Peter non sembra del tutto capace di ribellarsi ai soprusi, e quasi li accetta sommessamente, non curandosi di loro.

  • Dalla carta al grande schermo: l’approdo dell’Uomo-Ragno nella settima arte

La pellicola di Sam Raimi venne girata in un periodo in cui i film sui supereroi potevano ancora essere considerati parimenti ad un appuntamento sporadico. I primi due Superman con Reeve e i Batman di Burton venivano allora, come anche adesso, considerati perle degli anni ’70, ’80 e ’90. Tuttavia, erano prodotti appartenenti ad un tempo relativamente lontano, perché alla fine del Novecento faceva ancora eco l’insuccesso di “Batman e Robin” di Joel Schumacher, lungometraggio che fece precipitare il genere supereroico in un limbo da cui era difficile tentare una risalita. All’inizio del terzo millennio si era ancora alla ricerca di un nuovo eroe da trasporre al cinema. Quando cominciò la lavorazione di “Spider-Man” si procedette con un po’ di sana e spericolata incertezza. Il successo non era scontato come si poteva credere. “Al cinema arriva Spider-Man…” si vociferava in quei mesi che precedettero lo sbarco al cinema del film. Il pubblico sarebbe rimasto senz’altro affascinato da un simile evento, ma sarebbe bastato a garantire un successo planetario?

Come avvenne per Christopher Reeve quando dovette interpretare l’ultimo figlio di krypton al cinema, anche per Tobey Maguire non esistevano esempi di ruolo anteriori al suo nel mondo della settima arte. Prima di lui, nessuno aveva calzato il costume dell’Uomo-Ragno. Maguire dovette studiare movenze peculiari e consuetudini specifiche di un personaggio che fino a quel momento aveva avuto vita solamente tra le pagine colorate dei fumetti e per poco tempo in una serie tv live-action. L’attore dovette modellare il personaggio su di sé, ma ancor di più dovette impegnarsi per farcelo recepire come “vero” e tangibile di primo acchito. E, di fatti, il Peter Parker di Maguire colpisce per la spontaneità, per il suo essere impacciato e per l’umana schiettezza. Tutti noi possiamo riuscire ad empatizzare con lui perché possiamo cogliere il riflesso di noi stessi nei suoi grandi occhi tondeggianti, celati da un paio di occhiali.Lui mi somiglia…” è questo che pensai quando vidi per la prima volta il film. Peter è un ragazzo riservato, studioso, diligente, onesto, intrinsecamente buono, e amante dei fumetti, che ama fantasticare sulla ragazza di cui è innamorato, nonostante non abbia il coraggio di avvicinarla e parlarci. Il primo, grande merito dell’opera di Raimi è quello di aver plasmato la cristallina sagoma di un giovane prossimo a diventare un grande eroe, il nostro eroe.

  • Questa come qualsiasi storia che valga il racconto è a proposito di una ragazza.

Peter è perdutamente innamorato, si da quando era un bambino, di Mary Jane Watson (una splendida Kirsten Dunst), sua compagna di scuola nonché la classica ragazza della porta accanto. Mary Jane, sin dal principio, assume un ruolo di notevole rilevanza nella storia cinematografica dell’uomo-ragno. Addirittura, il volto della giovane, contornato da capelli rosso fuoco, viene mostrato ancor prima di quello del protagonista. Questo perché il narratore, a cui dà voce proprio Peter, vuol mettere in risalto come la storia della sua intera vita ruoti sempre attorno ad una sola creatura femminile. Mary Jane si configura immediatamente come il motore inestinguibile dell’esistenza di Peter. La vita del ragazzo sembra, infatti, cadenzarsi in maniera strettamente connessa a quella della giovane donna. I ricordi più affettuosi che conserva Peter riguardano il primo momento in cui egli vide Mary Jane, e la descrisse alla zia come fosse un angelo. In seguito, Peter rammenterà il momento in cui, in prima elementare, pianse come un bambino quando la vide impegnata in una recita scolastica. Mary Jane è per Peter anche la musa ispiratrice nella creazione del costume di Spider-Man. Come si vedrà in una scena del film, il ragazzo, nel mentre stava disegnando il proprio costume, pensava agli scarlatti capelli della ragazza. Ecco la scelta d’inserire sulla tuta una cospicua dose di rosso. Mary Jane personifica le emozioni più liete e i frammenti di memoria più tersi del protagonista. Ma ancor di più, ella è presente nel momento in cui la vita di Peter cambierà per sempre. Il giovane stava infatti scattando delle foto alla ragazza quando fu morso alla mano da un ragno, fuoriuscito dalla piccola teca in cui stava rinchiuso. E’ interessante notare come l’aracnide che ferirà il protagonista e trasferirà in lui le particolari abilità dei ragni ha una gamma cromatica tra il rosso e il blu, i colori preponderanti del futuro costume di Spider-Man. Peter erediterà le caratteristiche straordinarie di quel ragno geneticamente modificato, sviluppando un considerevole incremento della sua forza fisica, dei riflessi prodigiosi, una vista acutissima, un senso del pericolo ai limiti della preveggenza e la capacità di arrampicarsi sui muri; ma non solo, dalle sue mani, egli potrà d’ora in poi secernere robuste ragnatele.

Peter Parker non è certo il primo essere umano dei “racconti” ad avvicinarsi pericolosamente alle caratteristiche dei ragni. Una figura femminile della mitologia greca è andata incontro a una drammatica punizione ed è stata mutata da donna a ragno. Il suo nome era Aracne e, un tempo, era una tessitrice d’impareggiabile destrezza e maestria. Ricordate l’inizio della pellicola “Spider-Man”, con quella tela immaginaria che avviluppava la totalità dello schermo, tessuta da una creatura elusiva, la quale era invisibile ai nostri occhi? Che quella tela fosse stata intrecciata da Aracne in persona? Già, proprio lei, tessendo le fila di un intro tanto accattivante, avrà magari reso i dovuti meriti alla figura di quell’uomo mortale, il quale ereditò i poteri di una nuova specie di ragno.

  • Avevo già un padre…

Per Peter i poteri acquisiti sono un dono, ed egli si sente speciale. Ma doni del genere non sono un proprio privilegio, devono essere messi al servizio del bene universale. Da un grande potere, derivano grandi responsabilità, glielo ricordava sempre suo zio Ben. Il ruolo a cui assurge zio Ben, nel film interpretato dall’attore premio Oscar Cliff Robertson, è quello di un padre putativo a cui Peter, negli ultimi tempi, non sembra dare il giusto ascolto.

La figura del padre ricorre costantemente nel corso della pellicola e abbraccia molteplici sfaccettature interpretative: Peter ha perduto i suoi veri genitori quando non era che un bambino, ed è cresciuto tra le affettuose cure dei suoi zii, i quali hanno assunto per lui il ruolo di genitori adottivi. Il migliore amico di Peter, Harry Osborn (James Franco), ha invece un rapporto conflittuale col padre, Norman (Willem Dafoe). Harry risente dell’esigua vicinanza che il padre gli concede, e patisce il fatto di non essere ritenuto dal genitore all’altezza del nome che porta. Ciononostante, Harry si dimostra succube nei suoi riguardi, idealizzandolo come un uomo ambizioso, di successo e un ricco magnate. Norman per Harry è un “mito” da compatire e da venerare, un paradosso relazionale fatto di amore e odio. Il rapporto che lega Harry a Norman è complesso, il giovane sembra infatti detestarlo ed ammirarlo al contempo. A tale situazione si aggiunge la sincera ammirazione che Osborn nutre per Peter, cosa che non fa che esagitare in Harry un senso di gelosia. Raimi pone massima attenzione alla resa scenica del particolare legame che accomuna Harry e Norman, poiché esso sarà la causa scatenante dei successivi dissapori che si svilupperanno tra Peter ed Harry nel corso della trilogia.

Sul finale, quando Norman, ridotto allo stremo al termine dello scontro, supplicherà Spider-Man di fermarsi dal colpirlo con una simile foga, gli ricorderà, con fare manipolatorio, come egli abbia cercato di essere un padre per lui. Peter replicherà senza remora alcuna, affermando come egli abbia già avuto un padre, chiamato Ben Parker!

  • Tu ed io siamo esseri eccezionali!

Oppresso dal rimorso per la morte di Ben Parker, Peter abbraccerà, sotto l’ispirazione dello zio, il destino da supereroe. Spider-Man è l’incarnazione di un essere sbalorditivo, un superuomo dalle stupefacenti doti fisiche. Quasi di pari passo alla formazione dell’eroe, avviene la nascita della sua nemesi: Green Goblin. Il lungometraggio di Raimi può essere diviso in due macro-sezioni: la prima introduttiva, ragionata, che procede gradualmente per mostrare la nascita di due esseri eccezionali posti inevitabilmente su due fronti opposti, poiché personificanti la luce e l’oscurità, la speranza e la distruzione, e la seconda che volge l’attenzione allo scontro tra il “buono” ed il “cattivo”. La trasformazione di Norman Osborn nel letale “folletto verde” è inizialmente inconsapevole. Goblin, nella versione di Raimi, era un'entità dormiente che se ne stava sopita nella sfera inconscia del milionario Osborn, ma conseguentemente già esistente. L’incidente in laboratorio alimenterà la megalomania e l’indole crudele e meschina dell’uomo, creando una sorta di dualità schizofrenica tra il “garbato” Norman e lo spietato Goblin. Un dualismo che verrà del tutto figurato quando Norman si rifletterà nello specchio e dialogherà col suo nuovo io come fossero due corpi estranei ma accomunati dal medesimo aspetto esteriore. Goblin si desterà e lentamente prenderà il completo controllo su Norman. Se per Peter i poteri saranno, in parte, un dono, per Goblin le micidiali qualità acquisite diverranno una maledizione che muterà del tutto la sua coscienza.

Nella trilogia di Raimi ricorre il tema della “possessione”. Tutti gli antagonisti, sia Goblin che Octopus che lo stesso Venom, sembrano mancare di lucidità, di un razionale controllo sul loro insano operato, una volta in grado di padroneggiare i loro poteri. Goblin assumerà il possesso di Norman, Octopus verrà piegato ai tetri suggerimenti dei suoi bracci meccanici dotati di intelligenza artificiale, e ancora il simbionte dominerà a proprio piacimento la già dubbia moralità di Eddie Brock. Tale “possessione” comincia a perpetrarsi attraverso un’interazione sommessa e progredisce mediante la manifestazione di una sinistra voce che manipola il raziocinio del cattivo di turno. Ecco che i bracci meccanici circuiscono il dottor Octopus, la forza oscura del simbionte inietta la sua volontà vendicativa all’uomo a cui si unisce, e la voce di Goblin manipola la mente già provata di Norman Osborn.

Quella di Green Goblin è una voce diabolica, udibile ma priva di forma, che echeggia negli angoli della grande villa degli Osborn. Norman la ode, come fosse un truce verbo che giunge dal remoto e che guasta i suoi pensieri fino a irretirlo e portarlo a inquietanti ragionamenti. Osservando la grande stanza in cui l’antagonista comincia a genuflettersi alla volontà di Goblin, è possibile notare come Norman “collezioni” molte maschere etniche dai caratteri sinistri. La stessa maschera di Goblin sembra essere stata scelta implicitamente da Norman poiché rappresentante una leggendaria creatura folkloristica portatrice di sventure. Lo stesso volto di Willem Dafoe non è che una maschera torva e minacciosa. Le sue espressioni trucide verranno occultate solamente quando indosserà la maschera di Goblin, la quale, per quanto bieca, permanendo in un immobilismo espressivo, farà in modo che sia la voce dell’uomo ad intimorire più che la sua effettiva espressione. La voce dell’eroe e dell’antagonista in “Spider-Man” assume una valenza contrastante, e supera il valore estetico delle maschere indossate dai due personaggi.  Sia di Spider-Man che di Goblin, quando indossano i loro costumi, non vediamo mai i volti, in quanto nascosti delle maschere, eccetto che nel finale. Se però la voce dell’Uomo-Ragno è sempre amichevole, rassicurante, dolce come quella che ci si aspetterebbe di sentire da un nobile difensore, quella di Norman sarà sempre aggressiva. La maschera di Goblin appiattisce l’espressività dell’antagonista: essa resta ferma in una posa che mantiene le fauci del folletto spalancate a mostrare i suoi denti aguzzi. Eppure, da quella maschera sprovvista di alcuna mimica la voce dell’uomo emerge con un’impronta sinistra: questo perché nelle intenzioni del regista, ancor più del costume di Goblin, è l’uomo che si nasconde al suo interno ad essere più pericoloso, non certo l’immagine distorta che si è opportunamente creato.

  • Mi trovavo nei paraggi

Sotto una pioggia scrosciante, l’Uomo-Ragno viene giù lentamente, restando aggrappato alla ragnatela. In corrispondenza al suo volto mascherato, vi è Mary Jane, il cui viso bagnato dall’incedere della pioggia è prossimo a sfiorare quello dell’eroe che l’ha appena salvata. La ragazza si appresta a rimuovere in parte la maschera di Spider-Man sino a lasciargli scoperta la bocca. Le labbra della donna e dell’uomo si toccano e ne segue un intenso e appassionante bacio. Questa, insieme a molte altre presenti nella pellicola, è una delle scene ad essere entrate nel cuore di ogni appassionato e che fanno dell’opera di Raimi un film splendido, vero fiore all’occhiello del genere supereroico. Peter, usufruendo della sua identità segreta di Uomo-Ragno, riesce a dare così un bacio alla donna amata. Sempre sfruttando il suo alter-ego, consapevole dell’immagine che l’eroe sa emanare nel cuore di Mary Jane, Peter potrà confessarle ciò che da sempre prova per lei, fingendo di riportare solamente le parole proferite dall’eroe mascherato nei riguardi della ragazza. Una confessione colma di un romantico sentimentalismo, che farà battere fortemente il cuore di Mary Jane, ma non nei riguardi del supereroe quanto, invece, nei confronti dell’uomo che le sta pronunciando dinanzi a lei. Spider-Man e Peter Parker divengono agli occhi di Mary Jane la medesima persona che l’ama con tutte le sue forze, anche se lei non se ne rende ancora conto.

Sam Raimi col suo “Spider-Man” ha pennellato un’opera avvincente, emozionante e visivamente ben confezionata. Funziona tutto nel primo capitolo di questa trilogia. “Spider-Man” ha fatto da apripista ai successivi film sui supereroi: dal complesso “Hulk” di Ang Lee al “Batman Begins” di Christopher Nolan, capostipite della straordinaria trilogia del cavaliere oscuro.

Spider-Man - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Lo “Spider-Man” di Raimi è l’inizio di un viaggio e per tale ragione si conclude con la presa di coscienza delle fortune e delle rinunce che un vero eroe deve saper accettare: Peter Parker rinuncerà a ricambiare l’amore di Mary Jane per evitare il rischio d’esporla a un grave pericolo. Un sacrificio che certificherà l’accettazione da parte del protagonista che l’essere Spider-Man è tanto un dono quanto una maledizione.

Nell’intera trilogia di Raimi, come vedremo, i poteri avranno questa doppia natura, che infonderà in egual misura gloria e dannazione a chi avrà la fortuna di possederli, come accadrà, altresì, al Dottor Octopus.

Voto: 8,5/10

[Continua con la seconda parte…]

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Thanos - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Pazienza, programmazione e produzione sono le tre linee guida scelte dai Marvel Studios al principio di un ambizioso progetto. Tre dettami accuratamente rispettati per rendere possibile la creazione di un universo cinematografico senza precedenti. Con il lungometraggio “Iron Man” del 2008 si diede il via a un nuovo modo di fare cinema, e si alzò il sipario sul “Marvel Cinematic Universe”. La pazienza era il principale “dogma” da mantenere. Occorreva, infatti, un temperamento paziente, caratteristica peculiare dei grandi progettisti, per pianificare la creazione di un vasto universo cinematografico condiviso. Alla pazienza per la completa riuscita di un simile agognato progetto, si doveva necessariamente affiancare una meticolosa organizzazione. Per produrre e realizzare con regolarità pellicole “supereroiche” che avrebbero permesso il dipanarsi di quel fantasioso universo, servivano, per l’appunto, anni di programmazione e un’ingente stabilità economica e produttiva, fornita, in questo caso, dalla superpotenza Walt Disney, proprietaria della Marvel dal 2009. Ogni film del Marvel Cinematic Universe costituisce il tassello di un mosaico. La Marvel ha ideato e plasmato un nuovo modo di raccontare storie, andando oltre il semplicistico concetto di “saga”. Questo perché la storia non resta circoscritta ad una linea narrativa principale, come avveniva ad esempio nell’esalogia di Star Wars di George Lucas, ma si espande senza limiti. I film dedicati ai singoli eroi proseguono la narrazione lì dove era rimasta e la storia, la quale trova il proprio culmine nei crossover. Per poter capire completamente cosa sta accadendo nell’ultimo “Avengers”, il pubblico dovrà prima aver visto “Thor: Ragnarok”, terzo capitolo della trilogia dedicata al potente dio del tuono, così come dovrà aver guardato “Spider-Man: Homecoming”, nuovo reboot dell’Uomo Ragno. Per gustarsi pienamente “Avengers – Infinity War”, lo spettatore dovrà anche aver visto “Black Panther”, e non solo, prima ancora dovrà aver visto “Capitan America – Civil War”. Ogni pellicola si interseca con la precedente e dà il via alla successiva, “obbligando” gli spettatori ad aver visto ogni film prodotto dai Marvel Studios. Una scelta complessa, certamente rischiosa, ma che si è rivelata sin da subito la chiave di un successo straordinario. L’universo Marvel ha mutato drasticamente il linguaggio cinematografico e, come fosse una serie tv, che spesso, dopo decisi quanto inaspettati colpi di scena, cede il passo all’episodio successivo e dà l’appuntamento alla “prossima puntata”, il Marvel Cinematic Universe continua ad accrescersi senza sosta.

L’universo cinematografico Marvel non ha solamente generato un nuovo modo di raccontare storie, ha altresì “partorito” e “incastonato” nell’immaginario collettivo un tipico quanto oramai insuperabile modo di recepire il genere supereroico. Lo sviluppo sequenziale dell’universo Marvel è sempre il solito, ed ha permesso al pubblico di instaurare un rapporto di ricezione distinto. Il pubblico, quando siede in sala, pronto a gustarsi un nuovo film della Marvel, sa con cristallina consapevolezza cosa aspettarsi. I film Marvel sin dagli albori sono lungometraggi divertenti, adrenalinici, pieni d’azione, con trame semplici, successioni narrative chiare e ben delineate. Tutte le pellicole marveliane si somigliano tantissimo per il taglio della regia (sebbene i registi che si avvicendano nei vari lungometraggi siano sempre differenti), per le ambientazioni e per i contenuti della sceneggiatura, la quale lascia filtrare nelle parole pronunciate dai protagonisti, simpatiche battute tendenti a rilassare e divertire gli spettatori. In particolar modo “Guardiani della Galassia” ha segnato una sorta di spartiacque. Le scene, colme di una comicità anche grottesca, sono aumentate persino in produzioni come “Thor: Ragnarok”. L’epica della battaglia tra il bene e il male viene spesso sacrificata per lasciare emergere situazioni beffarde, che trasmettono, a volte, la voglia degli eroi Marvel di non farsi prendere troppo sul serio.

Questo modo di raccontare il cinema supereroico ha creato una sorta di “idea suprema”, come fosse un modello esemplare su come dovrebbero sempre essere fatti i film sui supereroi. La Marvel ha forgiato quello che il pubblico generale ha oramai recepito come “il prototipo” dei film sui supereroi. Un archetipo da dover sempre seguire altrimenti non si avrà successo. E’ forse per tale ragione che la concorrente di sempre, la DC Comics, anch’essa alle prese con il difficile tentativo di trasporre al cinema il multiverso dei fumetti DC, si è scontrata contro un atteggiamento, per certi versi, restio da parte della critica. La DC ha voluto approcciarsi al genere con una maggiore cupezza e un’evidente seriosità, necessaria per marcare la sempre valente maestosità del confronto tra le forze del bene e quelle del male e purtroppo non ha ancora raccolto quello che anch’essa, naturalmente, meriterebbe. Fare un film “diverso” dai canoni marveliani sembra ormai impossibile, certamente non per mancanza d’idee o di stili divergenti, semplicemente perché la “rivoluzione” esercitata dai Marvel Studios ha sviluppato ciò che il pubblico ha imparato a volere, senza più alcun cambiamento. E’ questo il pregio e forse il vero difetto di un rinnovamento da cui non ci sarà più alcun ritorno.

“Avengers: Infinity War” è il culmine dell’universo cinematografico della Marvel. Con pazienza, programmazione e produzione, i Marvel Studios hanno realizzato una pellicola che potesse accogliere i più grandi eroi del proprio universo in un crossover costosissimo e incredibilmente ambizioso. “Infinity War” è un film che sorprende, poiché osa, va oltre lo stile divenuto oramai prevedibile delle vecchie produzioni Marvel. Osa, azzarda già nei primi venti minuti, palesandoci finalmente nella sua interezza la sagoma di un antagonista freddo e spietato, che fa svanire l’alone di leggerezza che ci si aspetterebbe di respirare nella prima parte del film, restituendoci una sensazione di vero dramma. Pur mantenendo e rispettando lo stile delle precedenti pellicole, “Infinity War” ha il coraggio di ardire. Il lungometraggio dei fratelli Russo colpisce per l’ottimo equilibrio con cui riesce a far coesistere così tanti personaggi. “Infinity War” ha tutto quello che un grande e spettacolare cinecomic Marvel dovrebbe avere: fa divertire, emoziona, appaga, coinvolge e al contempo fa anche riflettere. Una pellicola supereroica totale, imponente e avvincente, il vero apice di un universo nato dieci anni fa che trova oggi la propria esaltazione.

Tra i tanti supereroi presenti sulla scena, ho apprezzato molto la caratterizzazione di Cumberbatch come Doctor Strange, ma ho trovato deludente il Bruce Banner/Hulk di Mark Ruffalo, incerto, apparentemente spaesato e del tutto assente nelle sue vesti di Golia Verde. In una immensa miscellanea che vede i più celebri eroi della Marvel presenziare e combattere in questo conflitto per salvare l’umanità, nessuno di loro, tuttavia, riuscirà a prevalere scenicamente sull’altro. Neppure l’emblematico Iron Man, simbolo di spicco degli Avengers, si eleva sui suoi comprimari. E’, di fatto, il cattivo Thanos a rubare la scena a tutti i suoi rivali, i buoni.

Thanos è un antagonista dalle fattezze colossali, dalla voce aspra e gutturale e di una potenza inaudita. Colpisce il modo in cui egli si pone agli interlocutori con dei modi che esternano una calma inalterabile, la quale prelude a un’apparente freddezza intima. Thanos è un cattivo che impara a farsi conoscere gradualmente nel corso del film. Il suo insano piano è studiato e spiegato con una pacatezza sconcertate, come se nella sua lucida follia lasciasse intravedere una distorta razionalità. Thanos è portatore di caos, e il caos è equo, diceva l’antagonista di un celebre eroe della DC Comics, in un film supereroico diretto da Nolan. Nell’equità, Thanos trova il motore per generare stabilità, equilibrio; attraverso la distruzione egli vuole mantenere ciò che il fato farà restare. Lui non è che un promotore, ma sarà il destino a decretare chi vivrà e chi invece perirà, poiché secondo Thanos la fine di molti garantirà la vita di pochi. Thanos è senza dubbio il personaggio più riuscito del film perché è il solo ad ergersi sulla moltitudine.

“Avengers: Infinity War” ha tra i suoi temi più interessanti il concetto di “sacrificio”. Per evitare che Thanos si impadronisca delle gemme dell’infinito, Gamora e Visione sono pronti a sacrificare loro stessi. Entrambi chiedono ai rispettivi partner di ucciderli se dovessero cadere preda del truce distruttore. Se sono pronti a sacrificare se stessi, anche Star-lord e Scarlet devono compiere un sacrificio: rinunciare all’amore per un bene superiore. Uccidere la persona amata per mantenere la salvezza della Terra è un prezzo da pagare a cui, tra le lacrime, entrambi cercano di ottemperare. Sia Star-lord che Scarlet sono infatti pronti a spegnere la vita di coloro a cui più tengono, ma entrambi falliranno, non per inadempienza delle loro promesse, soltanto perché Thanos gli impedirà di riuscire nei loro intenti.

Anche Thanos dovrà sacrificare l’unica cosa che abbia mai amato, e lo farà con una volontà di ghiaccio, attenuata solamente da una lacrima che gli scenderà giù dagli occhi. Il sacrificio di un amore attuerà la fine di molte vite. Quello di Thanos sarà un destino pazientemente voluto e messo in pratica, un caos ricercato, attuato e sancito.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Terminator - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Devo ammettere che non ero affatto a conoscenza delle pieghe che la storia avrebbe preso nel secondo capitolo della saga di “Terminator”. Eppure, un dubbio mi assalì quando guardai per la prima volta il lungometraggio del 1984. Osservando la caccia che coinvolse i fuggitivi, Sarah e Kyle, e che venne portata avanti con infaticabile devozione dal cyborg, a cui Arnold Schwarzenegger prestò le sue nerborute fattezze, non potei fare a meno di pormi il seguente interrogativo: se un Terminator venisse programmato per difendere, invece che per attaccare, cosa potrebbe accadere? Esso costituirebbe una difesa non solo “rocciosa”, ma pressoché indefessa. Il Terminator vigilerebbe giorno e notte sul soggetto verso cui le sue attenzioni sono state a ben riguardo “indirizzate”. Una macchina distruttrice si tramuterebbe in un protettore possente quanto infaticabile. Per me non rappresentava che una mera ipotesi. Rimasi comunque scettico circa la possibilità di poter vedere un cyborg di tale natura “tramutato” in una sorta di guardia del corpo. Mi ripetevo che, come descritti dal guerriero Kyle Reese, i “Terminators” non conoscessero paura, rimorso, stanchezza, pietà. Erano stati concepiti per annientare gli uomini, plasmati tra le fiamme di una fucina affacciata su una voragine infernale, al solo scopo di procurare dolore. Ciononostante, quando recuperai per la prima volta “Terminator 2” rimasi piacevolmente colpito. La macchina assassina era stata riprogrammata, e il T-800 vestiva adesso i panni di un vigilante.

James Cameron spiazzò le attese del periodo e realizzò un sequel innovativo e spettacolare. L’antagonista del primo film tornava mantenendo un aspetto del tutto somigliante a quello che aveva il suo tristo predecessore, tuttavia, il suo ruolo venne invertito, da efferato assalitore il Terminator di Schwarzenegger indossò le vesti dello stoico difensore di Sarah Connor e del figlio, il futuro guerriero John. Il T-800, questa volta, se la sarebbe dovuta vedere contro un nuovo Terminator, un modello T-1000, maggiormente potente e ancor più imbattibile. Se nel primo lungometraggio di Cameron, la sfida dell’uomo contro la macchina costituiva il fulcro narrativo dell’opera, per il sequel il cineasta scelse di porre su fronti opposti le due creazioni “partorite” dell’intelligenza artificiale Skynet. La macchina si scontrerà contro un’altra macchina, in un duello senza esclusione di colpi.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” è un sequel stupefacente, che si pone ad un livello paritario se non addirittura superiore rispetto al capostipite della propria saga. Come spesso è accaduto per le produzioni del regista James Cameron, il budget per la realizzazione del film fu impressionante. I costi superarono i 100 milioni, ma i guadagni e i responsi critici ripagheranno ampiamente le spese: “Terminator 2” sarà il film di maggior successo dell’anno, e vincerà quattro premi Oscar su sei candidature. La pellicola è una lunga e inarrestabile corsa effettuata tra la notte e il giorno per ricercare una doppia salvezza: quella dei nostri protagonisti, Sarah e John, vigilati da un guardiano che farà quanto è in suo potere per difenderli, e quella relativa alla razza umana, sulla quale pende una minaccia per l’imminente creazione di Skynet. Il film è permeato da un’atmosfera avvincente, ed è in particolar modo scandito da fantastiche sequenze d’azione che lasceranno attoniti anche coloro i quali sono meno propensi a conturbarsi davanti ad un trucco scenico ben congegnato o ad un articolato effetto speciale.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” riprende a raccontare la storia là dove l’aveva interrotta. Sarah è molto cambiata da quella notte in cui perse la vita Kyle Reese per darle la possibilità di trarsi in salvo. Quando Reese spirò, ciò che restava del busto in endoscheletro metallico del Terminator riprese ad animarsi e, strisciando, continuò il suo folle proposito di neutralizzare la donna. Sarah riuscì a terminare definitivamente la macchina, schiacciandola sotto il peso di una pressa idraulica. Fu in quel momento che lei cominciò la sua ascesa. Sarah andrà incontro ad un’evoluzione evidente rispetto al primo film, nel quale era una giovane donna, dolce e spaventata, vittima di eventi avversi, di una caccia spietata perpetrata da un predatore impossibile da arrestare. Tale fuga, per scampare alle intenzioni fatali del terminator, l’aveva resa una preda indifesa, la cui unica tutela era garantita da un uomo, il padre del suo futuro figlio. In “Terminator 2”, Sarah verrà rappresentata come una donna forte, atletica, un’esperta di armi da fuoco e del combattimento corpo a corpo. Ella è pronta a battagliare per scongiurare l’olocausto nucleare che Kyle le raccontò. Sarah è una delle grandi protagoniste del cinema di James Cameron: come Ellen Ripley di “Aliens”, Sarah è audace, una madre che non contempla alcuna resa quando si tratta di difendere il suo unico figlio; e come Rose di “Titanic”, ella è una donna in grado di vivere con fierezza, di affrontare le asperità che la vita le pone sul proprio commino, e di restare eternamente legata al ricordo di un primo e indimenticabile amore.

Nel sequel di “Terminator”, colpisce la naturalezza con cui il pubblico instaura un feeling spontaneo con il T-800. Quel cyborg ha i medesimi connotati fisici del brutale assalitore che tentò, fino allo stremo e oltre, di uccidere la nostra protagonista, Sarah Connor, e che riuscì ad annientare il coraggioso guerriero Kyle Reese, compagno di Sarah e padre inconsapevole di John. Sebbene verso il robot non potremmo che, da subito, nutrire la stessa diffidenza provata da Sarah, quando questa si imbatterà nuovamente nella macchina che ha il medesimo aspetto del suo indimenticato assaltatore, noi spettatori riusciamo comunque a simpatizzare con l’agire sincero del Terminator: ciò perché senza remora alcuna riponiamo in lui la nostra fiducia. Con una scrittura curata e intelligente del personaggio, il T-800, da cattivo, venne mutato in un protagonista d’indiscussa caratura eroica, in grado di far breccia nel cuore del pubblico come un guardiano silenzioso scelto per essere l’estrema difesa.

E’ il concetto di “difesa” un aspetto interpretativo importante e ricorrente del film. In “Terminator”, Kyle Resse ammetteva d’essere tornato indietro nel tempo per proteggere Sarah, una donna la cui fama leggendaria precedeva la conoscenza del suo vero aspetto. In pochi sapevano realmente chi fosse Sarah Connor, e ancor di meno quale conformazione avesse il suo viso. Nessuno sapeva il colore dei suoi occhi, o che i suoi lunghi capelli erano, in verità, biondi. Eccetto Kyle, a cui John Connor, conscio d’essere suo figlio, darà una fotografia della madre in modo che Kyle cominci a conoscerla. Kyle si innamorerà dei lineamenti di quel volto, imparerà a scoprire ogni curva d’epidermide di quella giovane donna, immortalata in uno scatto fotografico a cui rimase tanto legato. Kyle era prontamente disposto a dare la sua vita per Sarah quando fu scelto per incarnare l’ultima difesa della donna: è questo l’atto d’amore più grande espresso dai due film di “Terminator”, quello relativo al “difendere” ciò che amiamo. Kyle morirà per dare una speranza alla sua amata, Sarah, la quale, a sua volta, sarà pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere il figlio. La stenua difesa dei protagonisti umani subirà una nuova analisi in “Terminator 2 – Il giorno del giudizio”, quando il T-800 dimostrerà di poter essere anch’esso una difesa inossidabile.

La lotta spossante che coinvolge il T-800 con il T-1000 è una battaglia in cui il male, personificato nel Terminator di nuova generazione, non solo si manifesta come una forza oscura ma anche e di certo per nulla scalfibile. Se il T-800 poteva essere distrutto dopo una serie di violenti attacchi eseguiti con grosse armi da fuoco, il T-1000 vanta una capacità rigenerativa infusa in lui dal materiale con il quale è stato costruito; ad ogni colpo subito, la lega di metallo liquido che riveste l’androide pare deformarsi per poi tornare allo stato iniziale come se non fosse successo nulla. Ma non solo, tale lega mimetica gli permette di assumere la forma degli oggetti che lambisce o delle persone che tocca. Il male in “Terminator 2” potrebbe celarsi ovunque, usufruire di ogni forma e adoperare ogni possibile voce per attirare a sé le vittime designate.

Il Terminator mandato indietro nel tempo per proteggere John dovrebbe essere il primo T-800 “riprogrammato” per garantire un’azione non più votata all’eliminazione ma alla salvezza. Se in principio le macchine erano soltanto fautrici di morte, lui sarà il primo cyborg a farsi garante di un atto protettivo. Nulla lo avrebbe fatto demordere dalla sua missione, nessuna ferita, nessun patimento, niente avrebbe fermato il Terminator dal suo intento primario: difendere John e Sarah a qualunque costo. Il T-800 ripete proprio quella frase che Kyle disse alla donna di cui era innamorato: “vieni con me se vuoi vivere!”. In quest’affermazione trapela la testimonianza di un affetto votato alla protezione assoluta.

Il T-800 di “Terminator 2” è un androide atipico, il primo ad aver subito un cambiamento delle proprie direttive. Nella sua peculiare situazione, incentrata sulla difesa e non più sull’attacco omicida, il Terminator sembra “aprirsi” ad una maggiore comprensione dell’agire umano. Si domanderà, tra le tante cose, perché le persone piangono. L’interpretazione di Arnold Schwarzenegger, non più una maschera fissa e impenetrabile di rabbia e odio, rimarcherà questo aspetto della personalità della macchina. La mimica, in diverse scene, sembra cambiare, il Terminator non ha più un volto meccanico e indecifrabile, freddo e distaccato. In particolare, quando nella fonderia si rivolgerà a John e gli dirà di allontanarsi, il cyborg avrà uno sguardo comprensivo, e assumerà un’espressione che sembra trasmettere l’idea che il Terminator sia conscio dell’affetto che il giovane ha iniziato a provare per lui, considerandolo alla stregua di un padre. Ancora il T-800 dirà al giovane, quando la sanguinosa battaglia volgerà al vittorioso culmine, che ha ben capito perché noi esseri umani piangiamo, eppure, il suo sistema gli impedisce di poterlo fare.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” sembra ricercare, mediante un’indagine introspettiva, un barlume di umanità negli ingranaggi meccanici del cyborg. Il rapporto empatico venutosi a creare con questo androide raggiungerà il suo massimo nella scena finale, in cui il Terminator sceglierà volutamente di uccidersi, facendosi sciogliere in una vasca di acciaio fuso. Con la sua dipartita, potrà cambiare gli eventi apocalittici previsti per il 1997. La sua mano sarà la sola parte del corpo che permarrà per qualche istante sopra la superficie del fluido incandescente: le sue dita simuleranno il gesto di un “ok”. In quell’ultimo saluto, il robot mimerà un cenno tipicamente umano.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ellen Ripley e Newt - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’Alien si era insinuato tra gli angoli celati alla vista della “scialuppa di salvataggio”, sulla quale il tenente Ellen Ripley aveva trovato riparo poco prima dell’autodistruzione della nave madre Nostromo. Ellen era l’ultima sopravvissuta di un equipaggio sterminato barbaramente da un predatore ostile. La donna si accorse della presenza della creatura, quando essa sbucò dalla stiva di bordo in stato di semi-incoscienza. Ellen, sconvolta dalla presenza dell’essere, ebbe comunque il tempo per nascondersi, e in particolar modo sfruttò il momento propizio per razionalizzare il terrore esagitato in lei dal mostro. Concepì così un rischioso piano per sbarazzarsi definitivamente dell’extraterrestre. Il giorno in cui quella forma di vita sconosciuta e aberrante fu spazzata via dallo scafo dell’astronave e si perse nello spazio sconfinato, la paura nella sua essenza più perfida e angosciante fu domata. Il terrore venne assoggettato al volere di una donna. La paura venne allontanata, e si dissolse come un incubo che sparisce al momento del risveglio. Tuttavia, ciò che aveva visto e affrontato il tenente Ripley non poteva essere dimenticato con la medesima semplicità con cui i brutti sogni vengono accantonati al sorgere del sole. L’Alien era arrivato dall’oscurità, ed era nero come la pece. Nulla poteva schiarire la sua immagine, e niente poteva addolcire il ricordo di un simile orrore. Lo Xenomorfo era un incubo primordiale di fattezze bestiali. Dopo aver trionfato, Ellen doveva ultimare il suo viaggio e far ritorno a casa, alla volta della Terra…verso la sua figliola. Nella versione speciale di “Aliens” di James Cameron, si scopre, infatti, che Ellen Ripley era madre di una bambina. Un dettaglio di grande valenza, soprattutto se considerata l’iconografia che il ruolo di una “madre” riveste nel lungometraggio di fantascienza.

  • Il sequel di “Alien”

Aliens – Scontro finale” fu il seguito del capolavoro fantascientifico “Alien”. Cameron, regista di “Aliens”, aveva appena ultimato le riprese del suo primo cult, “Terminator”, e si apprestava a scrivere una nuova pagina importante della sua carriera. Girare un secondo capitolo del thriller fantascientifico, dalle venature orrifiche della già pietra miliare di Ridley Scott, era un’impresa dal successo tutt’altro che scontato. Cameron sapeva che Scott, con quell’atmosfera cupa e opprimente del primo “Alien”, e col quel mistero inscenato secondo un’accurata progressione sequenziale degli eventi che avrebbero portato l’Alien a manifestarsi con gradualità nelle sue minacciose intenzioni, aveva già detto molto su quell’essere dalla natura enigmatica e fascinosa da dover essere mantenuta tale. Il regista statunitense sapeva che doveva fare qualcosa di diverso, andare oltre, “esagerare”. Con “Aliens” Cameron realizzò un sequel che espanse la mitologia introdotta e perfettamente trattata nel primo, indimenticabile episodio; egli doveva puntare al culmine e coniugare l’azione con la narrazione, il ritmo con la riflessione. Non sarà più soltanto un alieno ad essere l’imperscrutabile antagonista che si cela nel buio e fuoriesce, in maniera fulminea, impietrendo la sua povera preda. In “Aliens” gli Xenomorfi compaiono a dozzine, il pericolo viene esasperato nonché avvertito con mortifera costanza, e il senso di allerta viene reso preminente proprio perché incarnato in tanti esseri astiosi che attaccano con frenesia. Gli Xenomorfi visti in “Aliens” “vengono fuori dalle pareti” claustrofobiche di una caverna, sfuggono abilmente alla vista degli uomini per poi apparire di colpo, dimostrando grande intelligenza nel mimetizzarsi camaleonticamente con l’ambiente circostante e attaccare coloro che non riescono a distinguerli dai muri nei quali vi si occultano. Così facendo, gli Xenomorfi somigliano a un male di sicuro non percettibile, che piega le sicurezze dell’uomo, da sempre predatore in cima alla catena alimentare, qui invece estromesso senza preavviso, e prepotentemente gettato giù da quell’apice piramidale per essere calpestato.

“Aliens” fu inoltre la prima, vera testimonianza del particolare talento di Cameron. Faccio riferimento alla peculiare abilità del cineasta nel girare i “sequel”. Solitamente, i “seguiti” tendono a rivelarsi inferiori se confrontati agli originali: Cameron sovvertirà il luogo comune, dapprima con il suo “Aliens – Scontro finale” e in seguito con “Terminator 2 – Il giorno del giudizio”, due pellicole d’indiscussa bellezza e dal ragguardevole successo. Tutt’oggi, entrambe permangono come prove inconfutabili, che certificano come tali seguiti siano, non solo degni successori di capostipiti divenuti opere di culto, ma addirittura, secondo i pareri di tanti, superiori ad essi. “Aliens” è un film denso, corposo (l’edizione speciale supera le due ore e mezza di durata), ricco di suspense, strutturato secondo un susseguirsi di molteplici scene intense che alternano momenti introspettivi ad altri in cui l’azione più spettacolare la fa da padrone. “Aliens” è la lotta dell’essere umano contro la natura più avversa, dell’uomo contro una bestia dalla laida fattezza. “Aliens - Scontro finale” è un bellissimo lungometraggio di fantascienza, che può vantare la pregevolissima interpretazione di Sigourney Weaver, candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista.

  • Donna…

Ellen, ancor prima di partire per la sua missione sulla Nostromo, come dicevo, era una mamma. Dopo essere miracolosamente scampata agli attacchi del mostro alieno, per fare ritorno sulla Terra, Ellen innestò il pilota automatico della navetta, e proseguì nel preparare quanto era necessario per il sonno criogenico, inevitabile per sostenere il viaggio di ritorno, all’interno di una capsula. Ellen si abbandonava così al mondo dei sogni, dopo aver vissuto con gli occhi sbarrati un incubo in carne ed ossa.

Trascorrono tanti anni dal quel giorno, 57 per la precisione, molti di più di quanti erano stati inizialmente previsti dall’ufficiale superstite del Nostromo. La navetta di salvataggio su cui riposa, dormiente e da poco più di mezzo secolo Ellen Ripley, viene scorta da un’astronave della stazione di recupero Gateway. Ellen viene ritrovata e risvegliata dal suo stato di ipersonno. Scoprirà, con dolore, che la sua amata figlia, divenuta sessantenne, è morta in seguito ad una malattia. Sebbene la straziante esperienza con lo Xenomorfo sia oramai un ricordo, il panico vissuto torna a manifestarsi in lei, specialmente quando Ellen dorme. L’Alien si configura nuovamente come un incubo d’origine ignota, un male ansiogeno in grado di spezzare il corpo di un essere prossimo a morire o di turbare, in egual maniera, la psicologia di chi è riuscito a sottrarsi alla sua presa mortale.

Nei suoi sogni agitati, Ellen rivive sulla propria pelle la terrificante scena della nascita dell’Alien. Lo Xenomorfo nasce attraverso una macabra azione parassitoide, compiendo una violenza fisica devastante e uccidendo il corpo che lo ha ospitato. Ellen rammenta con orrore tale orripilante nascita. Lei, una donna che un tempo aveva messo al mondo anch’ella una vita e che aveva sofferto il dolore del parto per poi stringere tra le braccia la sua neonata, una creatura dolce, bella e innocente, resta inorridita nel soffermarsi a rievocare quanto la venuta alla luce di uno Xenomorfo sia uno stupro e un parto d’immonda natura. Non riuscendo a sopportare più i suoi incubi, Ellen accetta di partecipare a una pericolosa missione con l’intenzione di distruggere le restanti uova degli Alien sul sistema LV-426. Decide così di tornare in quel pianeta in cui la sua squadra di sbarco rinvenne l’uovo dell’Alien. Tale pianeta è stato recentemente terra-formato e colonizzato dagli esseri umani. I membri della Compagnia Weyland-Yutani recatisi sul suddetto pianeta non rilasciano da tempo più alcuna comunicazione, ed Ellen crede che tutti siano stati catturati dagli esseri e sfruttati per la nascita di quelle forme di vita extraterrestri.

Ellen cerca di mettere in guardia i marines dai pericoli legati al mostro, ma questi non sembrano dare affatto peso alle parole del Tenente, convinti di avere dalla loro la forza perentoria delle armi e la scaltrezza eroica tipica dei grandi combattenti. Ellen risulta essere l’unica donna in una squadriglia di soldati composta da soli uomini. In verità, tra loro vi è un’altra donna, Vasquez, ma quest’ultima viene anche lei rappresentata con un aspetto marcato, rude, del tutto somigliante a quello dei corrispettivi compagni di “plotone”. Sembra esserci un’astratta linea di demarcazione che separa la protagonista, conscia del male a cui stanno tutti per andare incontro, dagli uomini facenti parte di questa “squadra d’assalto”, quasi tutti ingenui e spiccatamente arroganti. I guerrieri in questione credono di poter contare sulla supremazia bellica delle loro avanguardistiche armi, non curandosi dei pericoli portati da una razza aliena sorta da una natura indomabile e oscura, che non conosce rimorso né paura. La virilità maschile personificata da questi soldati subisce, se confrontata alla saggezza femminile di Ripley, una rilettura negativa, tanto da rendere l’arroganza dei soldati una sorta di manifestazione plateale della loro mascolinità da sbruffoni. I soldati, giunti sul pianeta con stupida calma e una mal celata superbia, cominceranno ben presto a cambiare, perché si troveranno dinanzi una potenza predatoria incontrollabile, che farà vacillare completamente ogni loro sicurezza. Gli uomini, se in principio avevano assunto le spavalde vesti di implacabili guerrieri, verranno ora ridotti a inermi vittime sacrificali, prede del volere degli Alien. Tra i membri dell’equipaggio soltanto Hicks (Michael Biehn), e l’androide Bishop (Lance Henriksen) verranno rappresentati con valori differenti, e non a caso saranno i soli a trarsi in salvo insieme a Ripley.

  • …Madre

Una volta discesi sul sistema LV-426, Ripley incontrerà una bambina, Newt, miracolosamente scampata alle grinfie delle creature. Con lei, Ellen instaurerà un profondo legame d’affetto che assumerà i contorni di un rapporto tra madre e figlia. Ripley, nel visino, turbato e reso sporco dal sozzo terreno, della giovane sopravvissuta, torna a rimirare la figlia perduta. Quando Newt verrà presa dalle creature e portata nel covo della grande regina, Ellen comincerà un’eroica ed estenuante corsa contro il tempo per salvarla. Le sequenze che vedono Ripley calare giù, sino ad avventurarsi nelle profondità delle caverne mantengono un ritmo incalzante. Ellen, per mettere in salvo la sua prole adottata, si troverà faccia a faccia con lo Xenomorfo regina. Ripley, da madre, sarà al cospetto di una creatura dalla mole gigantesca, anch’essa madre a sua volta, genitrice di una forma di vita che necessita di uccidere per poter ottenere vita propria. Ripley ingaggerà un violento scontro con la regina, che culminerà con la morte della raccapricciante creatura.

Ellen aveva rinvenuto la sua Newt nel momento in cui stava prevalendo la disperazione, e nell’istante in cui credeva di averla perduta per sempre. Fu l’urlo terrorizzato della piccola ad attirarla. Con quella forza e quell’audacia che può animare il cuore di una madre, Ellen si precipiterà verso il più arduo dei pericoli. Fu il grido di una piccola ad attrarre l’attenzione di una madre. Nello spazio nessuno può sentirti urlare, recitava la celebre Tagline dell’“Alien” del 1979, eppure, l’urlo disperato di una figlia richiamò a sé una madre perduta…così che potesse affrontare ancora una volta la paura più recondita e sconfiggerla.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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