Vai al contenuto

"Harry, Ron ed Hermione" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Luci abbaglianti

Vediamo un po’… Da dove comincio? Gran bella domanda!

La prima frase di un nuovo elaborato è sempre la più difficile da partorire. Tante idee frullano nella testa dell’autore, che deve tentare in ogni modo di dare un ordine a quell’intersecarsi di pensieri ed emozioni. Vorrei cominciare da una premessa. Sì, credo sia il caso.

Vorrei premettere al lettore - che sta per avventurarsi in questa lettura - che il presente articolo che sta prendendo forma giusto adesso - e che vedrà dunque già “nato” dinanzi ai suoi occhi - sarà un pezzo repleto di confidenze personali, di rievocazioni risalenti all’infanzia dell’autore. Alla mia infanzia!

Dopotutto, non potrebbe essere altrimenti.

La saga di “Harry Potter” - per tutti coloro che hanno amato questo universo narrativo e immaginifico e soprattutto per tutti coloro che lo hanno scoperto durante la giovinezza – costituisce un qualcosa di strettamente legato alla sfera emotiva, privata, candida, fanciullesca per l’appunto di ognuno di noi. Per parlare di “Harry Potter” occorre adoperare un tocco confidenziale, schietto, che rimesta nel passato e riporta in superficie parte delle nostre sensazioni remote, lontane, elusive, eppur vivide; parlare di “Harry Potter” significa parlare dei nostri ricordi.

Beh, come il titolo, in parte, suggerisce, desidererei cominciare da questi suddetti e molteplici ricordi. Cari e dolci ricordi da far riaffiorare. Ricordi serbati nel cuore, custoditi come doni preziosi in uno scrigno di memorie.

Ebbene, ricordo le luci. Luci abbaglianti provenienti dai fari delle auto in coda. Rammento il fastidio che quelle luci intense arrecavano ai miei occhi. Ovunque mi girassi, non facevo che vedere fari di macchine che puntavano in avanti, che balenavano fra gli incroci e le traverse. Io ero seduto nella mia auto, tutto assorto a guardare fuori dal finestrino.

Rammento le ansie di mio padre, i suoi borbottii. Era irrequieto e brontolava costantemente. “Arriveremo tardi!”, diceva. “C’è troppa fila, arriveremo quando il film sarà già cominciato”.

Mio padre era più in apprensione di me. Ci teneva a portare mia madre, mia sorella e il sottoscritto in tempo per l’inizio dello spettacolo. A lui, in verità, del film non importava poi molto. Mio padre non ha mai amato i film fantastici. Ad essere onesti, mio padre non è mai andato matto per i film in genere. A lui piaceva e piace tuttora il teatro: è quello il suo grande amore. Le pellicole cinematografiche lo annoiano. Vai a capire il perché. Mia sorella, una volta, giurò di averlo visto addormentarsi all’auditorium, proprio accanto a lei: l’aveva accompagnata a vedere “Space Jam” quando mia sorella era ancora una bambina. Il basket, evidentemente, non faceva per lui. Papà crollò in un sonno beato, perdendosi deliberatamente le imprese di Michael Jordan, intento a salvare il destino dei Looney Tunes a suon di schiacciate a canestro.

Perdonate questo mio dilungarmi, ma torniamo a quanto stavo dicendo qualche rigo più su. Già, a papà i film proprio non piacevano. Eppure, quel giorno era preoccupato di far tardi. Sarebbe rimasto oltremodo deluso se io e il resto della mia famiglia non avessimo guardato “Harry Potter e la pietra filosofale” sin dalle prime battute.

Strano questo traffico! Non staranno andando mica tutti quanti lì?”, si chiedeva papà. In effetti, molti stavano tentando di guadagnare proprio la sala cinematografica più vicina. Il fenomeno “Harry Potter” era scoppiato in città, così come per tutto il Paese, ma che dico in tutto il mondo. Tutti volevano vedere la prima trasposizione tratta dal racconto di J.K. Rowling, autrice britannica che stava mietendo un successo dietro l’altro.

Dovete sapere che ero un giovincello allora, avevo circa 8 anni. Me ne stavo rannicchiato sul sedile posteriore a guardare il lento scorrere della vita cittadina con impazienza. Dico con impazienza perché mio padre mi stava trasmettendo il suo stesso stato d’animo. “E se arrivassimo davvero in ritardo?”, mi chiedevo, con un pizzico di terrore. Io, a differenza di mio padre, amavo il cinema. Già da allora. Ero felice quando la mia famiglia decideva di portarmi al cinema a vedere un nuovo film, appena uscito. E se non andavo in sala, non cambiava nulla, a casa guardavo film ogni qualvolta ne avevo la possibilità. Le videocassette erano le mie confidenti, le mie migliori amiche. Che fossero storie fantastiche, avventurose, comiche, i film erano un rifugio, un mondo affascinante in cui agognavo, sovente, rintanarmi.

  • Il bambino sopravvissuto

Di “Harry Potter” conoscevo pochissimo. Non avevo ancora letto il primo libro. Sapevo solamente che il film avrebbe raccontato la storia di un piccolo mago che va ad una certa scuola di magia e stregoneria e che si trova ad affrontare uno stregone cattivo. Sì, a quel tempo usavo erroneamente la parola “stregone”.

Non possedevo in merito alcuna nozione in più. Sul piccolo schermo, però, non si parlava d’altro. “E’ uscito il primo film di Harry Potter!!”, urlavano a gran voce nei vari programmi televisivi. Or dunque, papà mi portò a vedere questo famigerato film di Harry Potter, poiché era un’esperienza che voleva che vivessi. Pertanto, grazie a lui, si formarono i primi ricordi nella mia mente: la calca per le strade, le automobili che procedevano lentamente lungo il tracciato, l’approdo tanto anelato al cinema. Ricordo perfino il posto a sedere. Mi trovavo sulla destra del “salone”, un po’ in fondo, a una giusta distanza dallo schermo. La sala era strapiena. Non la vidi mai più come allora. Le luci soffuse illuminavano fiocamente la platea. C’era un gran chiasso. Le persone parlavano fra loro, c’era già chi masticava rumorosamente i popcorn presi all’ingresso, giusto al piano superiore del cinematografo, se posso concedermi l’uso di questo termine dal sapore squisitamente retrò. Poi, d’un tratto, le luci si chiusero e si diede il tanto atteso avvio alla proiezione.

Rimasi incantato. Un tizio grande e grosso, barbuto, con i capelli lunghi e arruffati, volteggiava su una motocicletta, planando sull’asfalto con un batuffolo tra le braccia. Ad attenderlo vi era un tipo anziano, con una incolta barba bianca che gli scendeva sulla pancia, e una donna, anch’essa avanti negli anni, che fino a pochi istanti prima aveva le sembianze di un gatto. Che meraviglia pensai.

Di quel frangente rammento il suono, il frastuono della musica. Soprattutto nella scena in cui la cinepresa inquadra il volto del piccolo Harry addormentato e si avvicina sempre più alla cicatrice che porta sulla fronte. Ricordo come se fosse ieri che la musica, tutto d’un tratto, si fece ancora più alta, così potente da irrompere in me: l’avvertii quasi fin dentro il petto rimbombare, come se riuscisse a scandire i battiti del mio cuore. La storia di Harry Potter era cominciata dinanzi al mio sguardo. Le magiche melodie di John Williams, la voce sommessa e delicata di Silente, il roboante accelerare del bolide di Hagrid mi avevano stregato. Erano bastati pochi secondi, piccoli fotogrammi.

Quel preambolo iniziale, in cui il regista Chris Columbus mostrava il professor Silente, la professoressa McGranitt e Rubeus Hagrid, che precipitava su nastri di bitume in sella ad una motocicletta sprovvista di sidecar, mi aveva completamente rapito. Rammento il fragore che c’era attorno a me: tutto il vociare della gente, delle famiglie, che chiacchieravano tra loro, sorridendo e scherzando. Improvvisamente, quello schiamazzo non si udì più. La sala era buia, permeata da un improvviso silenzio di tomba. Le luci si erano spente di colpo, come se lo stesso Silente le avesse acciuffate con il tocco della sua mano e la lestezza del suo Deluminatore.

Avete presente la scena iniziale di “Harry Potter e la pietra filosofale”, giusto? I riverberi dei lampioni del quartiere che vengono ghermiti, carpiti e serbati dal professor Silente per generare il buio in strada, per sfruttare il favore delle tenebre. Ai miei occhi di bambino sembrò quasi che lo stesso Silente avesse catturato anche le fioche illuminazioni della sala in cui mi trovavo io stesso e in cui l’oscurità era divenuta preponderante. Noi spettatori eravamo divenuti preda di quello stesso silenzio, di quello stesso fosco, e osservavamo ciò che stava accadendo quella strana notte. Eravamo tutti vittime di un sortilegio: ci stavamo tutti innamorando del mondo di “Harry Potter”. 

Il piccolo Harry era stato lasciato dinanzi alla porta della sua nuova abitazione: deposto al numero 4 di Privet Drive. Era cominciata così la sua storia, la storia di un orfanello con un marchio sulla fronte. Comparve il titolo della pellicola al centro dello schermo. Il cuore mi batté all’impazzata. Ero troppo emozionato, tutto sembrava così incredibilmente magico e… Vero.

La magia di quelle scene iniziali, però, si dissolse e nelle sequenze immediatamente successive, Harry, divenuto un ragazzino di quasi undici anni, si svegliava di buon mattino e dava il via alla sua giornata come una persona apparentemente normale. Si fa per dire, ovviamente. I ragazzini “normali”, per fortuna, non dormono nel sottoscala, in una “cameretta” minuscola, impolverata, ricoperta di ragnatele. Harry viveva come un ospite sgradito nella casa dei suoi zii. Quel mattino, Harry stava preparando la colazione per suo cugino Dudley, restandosene poi in disparte, mentre quest’ultimo apriva una quantità eccessiva di regali. Non sapeva nulla del suo passato, se non qualche bugia sapientemente ideata dai suoi zii circa il fato a cui andarono incontro i suoi genitori, scomparsi prematuramente. Harry non conosceva niente di sé stesso. Non sapeva d’essere speciale, d’essere il bambino che era sopravvissuto.

  • Solo Harry!

Harry si presentava come un bimbetto qualunque, un figlio adottato e non desiderato, una persona sola al mondo, senza amici, che non pensava neanche lontanamente di poter essere unico. Harry era Harry. Semplicemente Harry!

Aveva i capelli corti e portava degli occhiali tondi sul viso. Un ragazzino come tanti altri all’apparenza. Come gli stessi spettatori (o lettori) Harry era una persona ignara, inconsapevole, prossima ad essere catapultata in un mondo di magia, di stregoneria, di meraviglie.

Qualche giorno prima del suo undicesimo compleanno, Harry riceve una misteriosa lettera che però non riesce a leggere: il perfido cuginetto Dudley gliela soffia da sotto il naso e la consegna lestamente ai genitori i quali, notando il timbro che contraddistingue l’epistola, restano basiti e decisamente allarmati. Giorno dopo giorno, le lettere vengono recapitate con sempre maggiore insistenza da dei gufi che, una volta portata a termine la loro consegna, fanno quanto devono per appollaiarsi in ogni dove, osservando curiosi e bubolando al numero 4 di Privet Drive.

Lo zio Vernon non ne vuol sapere: Harry non aprirà mai una di quelle lettere. Una domenica, la casa dei Dursley viene invasa da una mole impressionante di epistole, che irrompono nell’abitazione da ogni minima fessura, dalle finestre semischiuse, perfino dal caminetto. I Dursley si trovano, loro malgrado, inondati da quella carta francobollata e per sfuggire a quella posta sempre più invasiva decidono di trasferirsi temporaneamente in una avvilente catapecchia, situata in un isolotto, nel bel mezzo del mare. Nonostante questo cambio di residenza, il giorno del suo compleanno, Harry riceve la visita di Hagrid, che butta giù la porta e penetra in quell’angusto alloggio con il suo incedere rovinoso e inarrestabile. Il mezzogigante, finalmente, dona ad Harry la sua lettera, mediante la quale il giovanotto scopre di essere un mago e di essere stato ammesso alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Inoltre, Harry viene a sapere che persino i suoi genitori erano stati dei maghi e che, dieci anni prima, erano stati uccisi dal più terribile mago oscuro di tutti i tempi, Lord Voldemort, e non periti in un incidente d'auto come gli era sempre stato fatto credere dagli zii. Ancora leggermente frastornato dalla quantità di notizie apprese, il protagonista lascia, col sorriso sulle labbra e un certo stupore nel viso, i Dursley e parte con Hagrid per un interessante viaggio iniziatico.

Durante il loro dialogare, nei giorni a venire, Harry viene a sapere dal suo corpulento e imponente nuovo amico che la singolare cicatrice che porta sulla fronte è la testimonianza del fatto che lui fu l'unico, la notte in cui spirarono i suoi genitori, a sfuggire alla furia di Voldemort. Hagrid accompagna, dunque, Harry a Diagon Alley - un quartiere frequentato dai maghi nascosto nel centro di Londra - per procurargli l'occorrente per la scuola.

Tutte le meraviglie che da questo momento in poi Harry mira con i suoi occhi sbigottiti sono le stesse che noi spettatori vediamo con lui, per la prima volta. Lo stupore che il ragazzino mostra nel vedere Hagrid aprire un passaggio segreto celato al di là di un muro, l’incanto che sperimenta nell’intravedere i negozi dove comprare i libri di magia, dove ottenere la sua bacchetta personale, sono le stesse emozioni che avvertono le persone comuni, gli spettatori e i lettori che, insieme al protagonista, si rapportano con sempre crescente stupore a questo mondo magico. Harry è modellato dalla Rowling per essere gli occhi e il cuore di ogni lettore (e di conseguenza di ogni spettatore). Con gli occhi di Harry noi tutti immaginiamo e ammiriamo le bellezze e i prodigi della magia, e con il suo stesso cuore ci lasciamo avvolgere e conquistare da essa.

  • Il primo giorno

Non appena mette piede a Diagon Alley, Harry suscita subito l'ammirazione degli altri maghi quando questi sentono pronunciare il suo nome, tra cui Quirinus Raptor, che sarà il suo prossimo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure. Il professore si guarderà bene dallo stringere la mano al timido Harry, preferendo biascicare qualche parola di circostanza tramite i suoi balbettamenti. Poco dopo, Harry segue Hagrid fino alla stazione londinese di King's Cross per prendere il treno in partenza al binario 9 ¾, imbattendosi per la prima volta in Ron, membro della famiglia Weasley.

Harry non sa cosa fare: è impacciato allo stesso modo di come lo eravamo tutti noi durante il nostro primo giorno di scuola. Lo ricordate?

Noi avevamo uno zainetto sulle spalle, Harry, dal canto suo, portava invece tutto l’occorrente in un grosso carrello su cui campeggiava una gabbia con all’interno un gufo dal candido piumaggio, libri, pergamene, piume ed inchiostro. Ciò nondimeno, noi tutti eravamo così simili ad Harry. Anche noi avanzavamo un po’ incerti, verso quell’edificio denominato istituto scolastico. Salutati i nostri genitori, ci lasciavamo andare ai pensieri, ai dubbi, alle piccole ansie, e la vocina nella nostra testa ci portava a chiederci: Dov’è l’ingresso? Dove sarà la mia aula? In che posto finirò? Chi avrò accanto? Troverò un amico?

Tante domande che si succedevano tra loro, tanti quesiti che presto avrebbero avuto risposta. Così, nel nostro primo giorno di scuola, camminavamo a tentoni, esitanti, pronti a chiedere consiglio a qualcuno. Harry provava il medesimo stato d’animo.

Mi scusi...”, dirà alla madre di Ron, la signora Weasley. “Può dirmi come…”.

Molly Weasley, con la dolcezza di una mamma, comprenderà al volo l’insicurezza del ragazzo. “Cosa… Come raggiungere il binario? Non preoccuparti, caro, anche Ron sta andando ad Hogwarts per la prima volta”. Ron era un fanciullo dai folti capelli rossi, pieno di lentiggini sulle gote (perlomeno nel libro), e se ne stava irto a pochi passi da Harry, sorridendo con una smorfia tutta sua e annuendo con il viso, perché era vero ciò che sua madre stava dicendo giusto in quell’istante: anche per lui si trattava del primo giorno di scuola, l’alba della sua grande avventura. Quel dì perfino Ron era un tantinello nervoso, e lo dava a vedere. Eccome!

Harry tentennava, non sapeva come procedere. Rispetto a noi comuni “babbani”, che dovevamo semplicemente trovare l’ingresso della scuola e poi l’ubicazione della nostra aula, Harry doveva fare qualcosa di più arduo: prendere una bella rincorsa e oltrepassare una barriera, portarsi al di là di una parete, di un muro bello spesso che lo avrebbe condotto magicamente al binario 9 ¾, lì dove il treno attendeva, emettendo vapore dal fumaiolo della locomotiva, prossima alla partenza. Harry guardò qualche studente prima di lui, cercò di capire come si faceva, poi trasse un respiro profondo, scattò in avanti e oltrepassò la "cortina" fatta di muratura di mattoni: il primo passo verso la sua crescita, verso l’albeggiare del suo percorso scolastico Harry lo aveva compiuto. Attraversando la barriera, il protagonista si era catapultato in una nuova fase della sua gioventù, dove avrebbe imparato tanto, stretto nuove amicizie, vissuto giornate scolastiche indimenticabili, un po’ come sarebbe capitato anche a noi una volta varcata la soglia della nostra scuola.

Or dunque, Harry monta sul treno e trova posto in uno scompartimento vuoto. Lì verrà presto raggiunto dallo stesso ragazzino che aveva intravisto alla stazione, Ron.

  • Amicizia elementare

L'amicizia tra Ron ed Harry nasce con naturalezza e spontaneità, con quel candore che soltanto quando si è bambini si può avere.

Ron “bussa” titubante alla cabina di Harry, durante il loro scorrazzare in treno. È intimidito, direi quasi spaventato. Harry è lì da solo, tutto solo in un ampio scompartimento, e fissa il finestrino, ammirando il paesaggio che si dipana davanti ai suoi occhi entusiastici e ai suoi occhiali danneggiati. Ron lo “disturba" delicatamente: "Ti dispiace? Il treno è tutto occupato…", afferma, forse aspettandosi un secco rifiuto da parte di Harry.

Il protagonista, invece, reagisce benevolmente e invita Ron ad accomodarsi. Questi sorride, sollevato, e si presenta. Di lì a poco passa una venditrice di cibarie. Harry ne approfitta e compra gran parte dei dolci del carrello.

Harry e Ron incominciano a fare amicizia così, condividendo le leccornie, sgranocchiando i dolciumi come due mangioni insaziabili. Un paio di confidenze qua e là, qualche battuta ben assestata e l'amicizia tra Ron ed Harry sboccia e si ramifica proprio durante quel viaggio sui binari ferroviari.

Quante volte ci è capitato da bambini di fare amicizia tanto rapidamente? Fra i banchi di scuola delle elementari magari, quando eravamo piccini, le nostre solide amicizie nascevano in questo modo: qualche parola detta con simpatia, un giusto apprezzamento, una merendina scambiata, e si diveniva compagni di giochi per gli anni a venire. La nascita dell'amicizia tra Ron ed Harry è così reale, così profonda perché è sincera, disinteressata, assolutamente autentica. Essa fiorisce nella condivisione del cibo, attraverso un’abbuffata bella e buona, e una lunga serie di risate generate da una sintonia istintiva ed inaspettata che sembra accomunarli “magicamente”.

Sin dal loro primo incontro, nel romanzo, Ron ha modo di aprirsi parecchio con Harry, rivelando una certa sfiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità. Ron confiderà al suo futuro migliore amico di avere cinque fratelli maggiori, che hanno già avuto modo di raggiungere diversi importanti traguardi prima di lui.

In quegli attimi così sinceri e profondi, Ron afferma che se anche riuscisse a bissare i loro successi non farebbe altro che replicarli. Attraverso queste confessioni, Ron esprime un disagio che già a quella giovane età sembra tormentarlo: il peso di non essere all’altezza. Nonostante questa insicurezza, Ron è un ragazzino solare ed estremamente simpatico, con l’ironia sempre a portata di mano e ciò contribuirà a forgiare il suo rapporto di amicizia con Harry.

Mentre Harry e Ron passano il tempo a parlottare, ridere e mangiucchiare, irrompe nel loro scompartimento una ragazzina dai capelli scompigliati, tale Hermione Granger, che sta cercando un rospo chiamato Oscar, sfuggito nel frattempo alle grinfie di Neville, un coetaneo. Hermione coglie l’occasione per presentarsi ad Harry e Ron: in particolare fra il ragazzino con le lentiggini e la ragazzina dalla chioma spettinata la prima impressione non sarà di certo la migliore. Hermione sembra infastidita dal modo di ingurgitare dolciumi da parte di Ron, e questi, da parte sua, pare turbato dall'aria saccente della stessa Hermione. I due ancora non sanno quanto, col tempo, diverranno importanti l’uno per l’altra, dapprima come amici e in seguito come qualcosa di molto molto di più.

Tra Harry Ron ed Hermione si formerà un'amicizia profondissima e indissolubile.

Ricordo io stesso come, a quell'età, servisse così poco per stringere amicizia, per conoscersi e avvicinarsi anche con le ragazze. Bastava condividere qualcosa, un banalissimo gioco o disquisire su un film. Rammento, ad esempio, quando un giorno in classe capitai seduto accanto ad una ragazzina dai capelli biondi. Questa ragazzina si sedette accanto a me non certo perché anch'essa, come Hermione, era alla ricerca di un rospo sfuggito a chicchessia, ma si sedette accanto a me semplicemente perché le andava di scambiare qualche parola, per diventare mia amica.

Era così bella ai miei occhi. Aveva un sorriso fantastico, che le creava delle fossette sulle guance. Ricordo ancora oggi quanto fu facile e bello chiacchierare con lei quel giorno e tutti i giorni a venire. Il suono della sua voce era tanto piacevole. Cominciammo a parlare proprio di un film: “Jurassic Park”. Disquisivamo di una scena in particolare, quella in cui il tirannosauro forzava la sua gabbia di contenimento e scappava via. Lei era convinta che ciò avvenisse nel secondo capitolo, io, invece insistevo nel dire che accadeva nel primo. In realtà, avevamo ragione entrambi. Io facevo riferimento alla scena di “Jurassic Park”, in cui il tirannosauro veniva fuori dal recinto non più elettrificato, lei al contrario si riferiva alla scena in cui lo stesso tirannosauro fuggiva dalla stiva della nave e raggiungeva la città; e quello naturalmente avveniva ne “Il mondo perduto”, la seconda pellicola. Io e Roberta, così si chiamava la ragazzina con cui mi trattenni a parlare quel giorno e per tutti i giorni che seguirono e di cui conservo ancora ricordi così teneri e soavi, quando iniziammo a parlottare non avevamo dolcetti da sgranocchiare, non stavamo viaggiando su di un treno verso una scuola di magia e stregoneria, ma ci trovavamo casualmente seduti l'uno accanto all'altra, tra i banchi, mentre le sequenze di un film di fantascienza, per nulla banale, ci avevano dato l’occasione di conoscerci meglio. E fu ugualmente magico. L'amicizia tra Ron, Harry ed Hermione nasce, in parte, più o meno così: con un incontro casuale, con uno scambio di pareri, di confidenze, esattamente come avveniva nella realtà a chiunque di noi. Sto semplificando un po’ troppo le cose?

Beh, sì, lo ammetto, in questo caso sto banalizzando un po’ troppo. In effetti, l’amicizia di Harry e Ron con Hermione sboccia attraverso la condivisione di un’esperienza straordinaria.

Hermione desiderava fare conoscenza con quei due ancor prima, ma il suo carattere da saputella e l’impulsività di Ron avevano messo i bastoni fra le ruote ad un’amicizia che sarebbe sorta molto presto e sarebbe divenuta solida come una quercia.

Il legame con Hermione germoglierà dopo una disavventura rischiosissima, quando Ron ed Harry la salveranno da un troll di montagna penetrato inspiegabilmente nella scuola. I due maghetti combatteranno il gigantesco essere e riusciranno, con un Wingardium Leviosa e una fortuna sfacciata, ad abbatterlo, a farlo crollare al suolo e a trarre in sicurezza Hermione. Servì un accadimento straordinario per avvicinarli definitivamente. La stessa Rowling lo precisa. Ella scrive: “Ma da quel momento, Hermione Granger divenne loro amica. È impossibile condividere certe avventure senza finire col fare amicizia, e mettere ko un mostro di montagna alto quattro metri è fra quelle”.

Io riuscii a legare con la mia compagna di classe - che rammento ancora oggi così graziosa e dolce - fortunatamente senza affrontare un troll sceso dalle montagne e imbucatosi nel bagno delle ragazze. Non fraintendetemi, mi sarebbe piaciuto fare l’eroe davanti a lei, salvarla da un pericolo così periglioso. Ma che un troll irrompesse nella nostra scuola, ai tempi in cui io andavo alle elementari, era chiedere un po’ troppo.

  • Specchio, servo delle mie brame

Ma chi era Hermione Granger?

Per quanto concerne Harry ho scritto un bel po’ di cose, su Ron ho fornito una descrizione semplice ma credo esaustiva per il momento, ma su Hermione dovrei aggiungere qualcosina. Allora, Hermione era una studentessa modello, vogliosa di imparare, di studiare, di migliorarsi sempre di più. Era brillante, intelligente, spiccatamente intuitiva e amava i libri; li portava sempre con sé, tenendoli fra le mani, abbracciandoli come se fossero i suoi tesori più cari. Hermione era una perfetta Corvonero, starete senz’altro pensando. E non avete tutti i torti. Ma il Cappello Parlante, durante la cerimonia di smistamento, preferirà premiare l’ardore del suo spirito e la lealtà del suo carattere, tanto impavido quanto indomabile, indirizzandola verso la stessa Casa di cui faranno parte Ron ed Harry.

Harry, Ron ed Hermione, tutti e tre smistati dunque nella Casa di Grifondoro, trascorrono le settimane frequentando le lezioni, studiando, imparando a volare in sella alla propria scopa e soprattutto rischiando qualcosa di ben peggiore della morte: l’espulsione. Girovagando per il castello, una sera, i tre finiscono nella “zona proibita”, scoprendo l’esistenza di una stanza segreta. Al di là di essa, un cane a tre teste sorveglia, ferocemente, una botola. Cosa si nasconderà sotto di essa?, si domanderà Hermione. Ron, invece, non se lo chiederà affatto, almeno non inizialmente, troppo preso a ripensare a quelle tre teste ringhianti, a quelle tre bocche fameliche, a quelle tre fauci bavose. Un mistero avvolge le fondamenta di Hogwarts, e i tre maghetti sono più che mai decisi a risolverlo.

Durante il progredire dei mesi, Harry, avventurandosi fra i corridoi di Hogwarts in cerca di informazioni, “inciampa” in un oggetto molto, molto speciale: uno specchio. Harry si avvicinerà ad esso, intrigato, e lo scruterà attentamente.

Che cos’è uno specchio?

Che domanda, tutti sappiamo cos’è. Sarebbe meglio chiedersi, allora, che cosa mostra, di solito, uno specchio?

Ciò che ha dinanzi a sé, risponderebbe qualcuno.

In effetti, esso riflette in genere ciò che vede, l’apparenza, la pura esteriorità. Ogni specchio possiede l’abilità di replicare un gesto, di ricambiare uno sguardo, di duplicare semplicemente una sagoma. E lo fa con distacco, con gelida austerità. Lo specchio copia un’immagine, riproduce un corpo, ma abitualmente non coglie l’intimità, il carattere, la personalità di chi si pone al suo cospetto. Esso si limita a “bissare”, a sdoppiare le epidermiche sembianze. Talvolta, chi osserva attentamente la propria figura davanti ad un vetro fatica a riconoscerla come vorrebbe. Una ruga di troppo o un affanno marcato sulla pelle possono mutare il riflesso, sino a renderlo diverso, inaspettato.

Scrutando uno specchio, una persona nota se stessa, prigioniera di quei contorni. In alcuni romanzi di fantasia, gli specchi sono soliti riflettere soltanto gli esseri umani che sono ancora in vita, o per meglio dire, i corpi che custodiscono, come forzieri, un’anima. Nel romanzo “Dracula” di Bram Stoker il vampiro protagonista non può essere rispecchiato da una qualunque superficie riflettente. Esso, infatti, è deceduto, non possiede più alcun barlume di umanità e, per tale ragione, lo specchio decide di non rimandare il suo aspetto, di non riprodurre il suo profilo. I vampiri non esistono propriamente sul suolo terrestre, nel regno dei mortali, poiché hanno perduto il dono della vita e permangono sulla Terra malgrado la loro natura. Di conseguenza, lo specchio, come se fosse un oggetto investito dal peso della ragione, sceglie volutamente di non ricreare la loro parvenza.

Lo Specchio delle Brame che il giovane Harry Potter contempla ad Hogwarts ha un che di unico: quella levigata superficie riflettente mostra i desideri più profondi di una persona. Chiunque osi specchiarsi in esso vedrà ciò che più brama: una persona cara scomparsa che riappare improvvisamente, l’amore della propria vita mai conquistato che si mostra al nostro fianco come se ci appartenesse davvero. Un incanto incredibile, un’illusione seducente, una menzogna che può condurre al dolore.

Lo Specchio delle Brame non riflette semplicemente la fisionomia di una persona, riflette il suo sogno. Esso si addentra nell’interiorità del soggetto che gli si pone dinanzi, andando oltre la pelle, scavando fin dentro l’anima. Harry vedrà in quel vetro, racchiuso in una cornice decorata, i suoi genitori che giacciono accanto a lui, che lo accarezzano, lo guardano amorevolmente. Il desiderio più profondo dell’animo di Harry si trova lì, intrappolato all’interno di una lastra adornata da un legno pregiato e finemente intarsiato con scritte che, se lette al contrario, recitano: "Non rifletto il volto ma il cuore”.

Travolto da quell’immagine ammaliante, Harry torna più volte a rimirare lo specchio. Il Professor Silente, però, avrà modo di metterlo in guardia dai pericoli di quel vetro brulicante di miraggi.

Harry non può ammirarlo in eterno, poiché significherebbe per lui rifugiarsi in una visione onirica e dimenticare di vivere la realtà.

Lo Specchio delle Brame può condurre alla follia, poiché riflette anche e specialmente i desideri irrealizzabili, rendendoli tormenti, trasformando i sogni in incubi.  

  •  L’alternarsi delle stagioni

Il film di Chris Columbus è una meravigliosa trasposizione, una traduzione impeccabile e rispettosa del materiale originale. Columbus crea un’atmosfera magica, a tratti fiabesca, che genera un costante senso di stupore. Il regista ha, innanzitutto, il merito di scandire lo scorrere del tempo, l’alternarsi delle stagioni. Il primo anno scolastico di Harry, Ron ed Hermione si consuma sotto i nostri occhi, sequenza dopo sequenza. L’arrivo della festività di Halloween, le cui decorazioni animano la Sala Grande, la venuta della mattina di Natale in cui Harry e Ron scartano i regali accanto al camino che scoppietta - indossando calorosissimi maglioni sgargianti cuciti a mano dalla signora Weasley che ama adornarli con la lettera iniziale del nome della persona a cui il maglione è destinato - sono tutte scene che permettono a noi spettatori di avvertire il passare dei mesi ad Hogwarts. Columbus condensa, con la stessa abilità della Rowling, l’arco temporale di un intenso anno scolastico.

La cura con cui Columbus si impegna nel delineare gli aspetti più affascinanti e stupefacenti del mondo magico rende “La pietra filosofale” uno dei film più riusciti della saga di Harry Potter. La fotografia, così fulgida e colorata, la presenza dei fantasmi, il Quidditch con i suoi allenamenti e le sue sfide in campo, sono tutte digressioni a cui il cineasta dedica un’attenzione elevata per plasmare un clima suggestivo, evocativo, memorabile.

  • Un giallo intrigante

I primi romanzi di Harry Potter possiedono uno stile giallista. Columbus è bravo a riportare in scena questa caratteristica de “La pietra filosofale”. Il mistero che avvolge questo “oggetto”, questa pietra filosofale “sepolta” nei meandri quasi inesplorati della scuola di magia e stregoneria, l’indagine che il trio compie per capire cosa si nasconda sotto le zampe di Fuffi, il cane a tre teste, e per smascherare chi è realmente colui che vuole rubare la pietra, vengono sapientemente trasposti dal regista e costituiscono il nucleo dello svolgersi delle vicende. Harry, Ron ed Hermione sono persuasi che Severus Piton, l’intransigente e imperturbabile professore di Pozioni, voglia rubare la pietra filosofale e offrirla a Voldemort per rigenerarsi con l’elisir che essa contiene. Per impedire che ciò avvenga i tre decidono di calarsi lungo la botola.

Il trio di amici deve superare diverse prove prima di giungere alla pietra: oltre a dover eludere la guardia di Fuffi, i maghetti dovranno cercare di non lasciarsi soffocare dalle radici ramificate del Tranello del Diavolo; sfuggire a uno sciame di chiavi volanti e vincere una partita a scacchi a misura d'uomo.

  • Prove avventurose

Le sfide che Harry, Ron ed Hermione sono obbligati a dover sostenere, ricordano, sia pure in maniera remota, le prove che Indiana Jones affronta verso la fine della sua terza avventura: “L’ultima crociata”. Nella parte finale del lungometraggio, l’archeologo deve superare tre prove letali: il Respiro di Dio, il Nome di Dio, e il Sentiero di Dio. Con ingegno, fortuna e tanto ardore, Indiana riuscirà a superare tutti e tre i test e a raggiungere il Santo Graal, il mitico Calice da cui bevve Gesù di Nazareth durante l’Ultima Cena; Calice che viene sorvegliato da un crociato rimasto eternamente ad attendere la venuta di un degno successore.

Ne “La pietra filosofale” le sfide vengono superate con l’intelligenza, l’abilità e il coraggio di tutti e tre i protagonisti. Per prima cosa, Harry, Ron ed Hermione dovranno aggirare l’attenzione di Fuffi.

Fuffi, ne “La pietra filosofale”, sembra rivestire un ruolo simile a quello che Cerbero, il cane a tre teste della mitologia greca, rivestiva nell’Ade. Esso era posto a guardia dal Signore degli Inferi, pronto ad azzannare e scacciare chiunque avesse osato oltrepassare la porta "dell’Inferno" senza il consenso di Ade. Cerbero, un tempo, fu assoggettato da una musica melodiosa: Orfeo, suonando la sua lira, riuscì a placare la furia del gigantesco cane, addormentandolo. Anche Fuffi si lascia ammaliare dalla musica dell’arpa, dormendo come un ghiro ogni qualvolta ascolta una melodia inebriante. Harry, Ron ed Hermione approfitteranno (almeno per un po’) della musica per vincere la sua vigilanza.

Allo stesso tempo, i tre useranno il mantello dell’invisibilità per sottrarsi alla vista dell’animale. Anche nella mitologia greca vi è qualcosa di simile: Ade era solito portare sul capo un elmo che era in grado di renderlo invisibile. Il dio lo usò in un’occasione particolare: quando dovette introdursi nella stanza di Crono e rubare le sue armi senza essere visto. Il mantello dell’invisibilità, come l’elmo di Ade, protegge chi lo indossa e cela Harry alla vista di chi potrebbe fargli del male.

Superato lo “scoglio” incarnato dal cane a tre teste, il trio precipita tra i fitti e serpeggianti rami del Tranello del Diavolo, una pianta ramificata che può avviluppare e soffocare chiunque cada tra le sue braccia e venga colto dal panico. Il Tranello del Diavolo verrà sconfitto da Hermione.

La prova successiva, la scacchiera, vedrà invece Ron al centro della scena, il quale sarà costretto a disputare una delle partite più difficili della sua vita.

Ron dovrà sacrificare sé stesso, in sella al cavallo, e proteggere le “pedine” di Harry ed Hermione per fare scacco matto e permettere al suo migliore amico di proseguire lungo il tragitto. Harry raggiungerà la minaccia finale ma, differentemente da Indiana Jones, non si troverà davanti un mite guerriero, piegato dagli anni, a guardia di un bene tanto prezioso da non poter essere mai toccato: il maghetto si imbatterà nel professor Raptor, un uomo malvagio e con un doppio volto.

Raptor cela infatti, dietro il suo turbante, il viso di Voldemort, che vive come un parassita aggrappato disperatamente alla vita. Nella mitologia romana si fa cenno ad una divinità con una doppia faccia: Giano Bifronte. Questo dio possedeva due volti identici, uno che guardava al passato ed un altro al futuro. L'antagonista de "La pietra filosofale" ha anch'egli due facce, tuttavia ben diverse fra loro: quella del professor Raptor - che appartiene ad un passato ormai perduto, poiché egli ha smesso di essere un normale essere umano una volta divenuto servo e custode del signore oscuro - e quella di Voldemort rivolta verso un futuro che egli mira con bramosia, con il desiderio di tornare ad avere una seconda esistenza, a possedere un corpo tutto suo attraverso l'assunzione dell'elisir contenuto nella pietra di Nicolas Flamel. 

Quel “Graal” cercato e protetto dal protagonista, vale a dire la pietra filosofale, è occultato nello Specchio delle Brame ed Harry, accorgendosene appena, riuscirà a prenderlo, poiché sarà l’unico a non voler utilizzare l’oggetto per scopi personali. In uno scontro finale, Harry sconfiggerà Raptor, bruciandolo con il tocco della sua mano: l’amore che la madre di Harry nutriva per lui lo rende intoccabile da Voldemort, il quale una volta sfiorato dal giovane mago finisce per ardere, disfarsi in polvere e scomparire.

  • Un incantesimo che inizia con la lettera “f”

Quando finii di guardare il primo “Harry Potter” al cinema, rammento l'emozione che provai nel finale. La sala gremita che applaudiva, il sorriso di mia madre quando Grifondoro vinse la Coppa delle Case. Ripensai al film ogni secondo, quando lasciai la sala e raggiunsi con i miei l’automobile. Ricominciai a rivangare le scene che più mi avevano toccato, ripensai all'inizio, alla cicatrice del piccolo Harry. Hogwarts mi mancò immediatamente.

Mi ero sentito a casa laggiù, fra le ampie stanze di quel castello, nella Sala Comune di Grifondoro. Volli tornare immediatamente laggiù. E potei farlo: papà, qualche giorno dopo, mi regalò il primo libro della saga, “La pietra filosofale”. Da allora, non mancò mai di regalarmi tutti i restanti libri che via via, anno dopo anno, uscirono nelle librerie. Rileggendo quelle pagine tornai in quel mondo magico che mi fece battere il cuore, da principio in pellicola e che subito dopo mi conquistava anche di più sotto forma di parole, immaginazioni e fantasticherie. Grazie ai libri di Harry Potter mi innamorai della lettura. Capitò a tanti altri. Ricordo che in classe, molti dei miei compagni, dei miei amici di allora, portavano con loro i libri di Harry Potter. Li tenevano nelle cartelle, pronti per essere tirati fuori durante la ricreazione, per essere letti appena possibile. Io non li portavo mai con me, ci ero troppo affezionato. Temevo che il sobbalzare dello zaino sulla mia schiena avrebbe potuto rovinarli.

Dopo un po', film e i libri non mi bastarono più. Hogwarts continuava a mancarmi con maggiore insistenza. Avrei voluto "viverla" nuovamente, in un modo alternativo. Dunque incappai nel videogioco, il primo videogioco di Harry Potter. Fu un compagno di scuola a prestarmelo. A quel tempo ci scambiavamo i videogiochi per la Playstation come se fossero figurine dei calciatori. “Ti presto il mio Harry Potter per il tuo Bugs Bunny e Taz – In viaggio nel tempo”. Ripensare a questa frase, oggi, mi fa tanto sorridere.

Raccolsi fra le mani il primo videogame della saga. Me ne innamorai così tanto che, poco tempo dopo, corsi a comprarlo per averlo tutto per me e restituirlo al mio amico, una volta completato per la prima volta.

Quanto era bello quel gioco. Apriva i battenti laggiù, proprio laggiù: all’interno del castello di Hogwarts. Harry, che era naturalmente il personaggio giocabile, avanzava verso una grande scalinata ai cui piedi vi si stagliava una bislacca figura, dal cui viso pendeva un groviglio bianco che rassomigliava ad una barba canuta. Era Silente.

Il preside mi dava il benvenuto alla scuola di magia e stregoneria di “AUGUARTS”, così il doppiatore rinominava per l’occasione la scuola di Harry Potter. Harry era libero di perlustrare il castello, o per lo meno le porte che permettevano d’essere varcate: quelle scevre da un grosso lucchetto argentato.

Cominciai, così, nei panni di Harry si intende, a camminare fra gli immensi corridoi della scuola. Il personaggio di Harry era minuto come un ragazzino che cammina all’interno di un maniero gigantesco, dove tutto è smisuratamente grande: le porte, le finestre, i quadri, gli scalini; tutto in quel videogame pareva di dimensioni così sproporzionate da far sentire il personaggio e lo stesso videogiocatore piccolo piccolo, immerso in un ambiente magico e inverosimile.

Il rumore dei passi del protagonista, mentre calpestava il tappeto che calava lungo le scale, oppure mentre calpestava semplicemente il pavimento, echeggiava ovunque. Il castello era colmo di enigmi, dietro alcune librerie si celavano passaggi segreti e, disseminati qua e là, vi erano caramelle di tutti i gusti più uno, da raccogliere in gran quantità, e nascoste nei luoghi più impensabili figurine di streghe e maghi famosi che Harry avrebbe dovuto collezionare per riempire il proprio album.

L'atmosfera del gioco era straordinariamente coinvolgente. Il silenzio, alle volte, permeava il castello, il quale, agli occhi di un giovanissimo videogiocatore, dava l’impressione d’essere sconfinato, immenso. Talvolta, si udivano suoni di armature fisse al muro che amavano animarsi e colpire ritmicamente l’aria con le loro armi affilate. Harry doveva fare attenzione ovunque andasse.

Mentre il protagonista procedeva lungo i corridoi poteva intravedere impronte sbiadite che fluttuavano per fatti propri, sì, insomma, i fantasmi delle quattro Case che consumavano il loro tempo librandosi da un antro ad un altro. Harry doveva correre alle lezioni dove avrebbe potuto imparare ad usare gli incantesimi, a volare in sella alla sua Nimbus 2000. Durante il progredire del gioco, Harry, poteva, altresì inoltrarsi nei sotterranei, cupi e labirintici, spingersi nei giardini, perfino esplorare la Foresta Proibita, a notte fonda. E, in quella che certamente era la parte più difficile del gioco, poteva girovagare per Diagon Alley, in particolar modo sferragliare all’interno delle gallerie cavernose della Gringott e tentare, con notevole sforzo, di arraffare quante più monete poteva per ottenere tre premi inaspettati e non rivelati. L’atmosfera del gioco, così “stregata”, l’ambientazione così travolgente, contribuì a cementificare in me i ricordi di quel periodo della mia infanzia. Ricordi luminosi, splendidi, di un universo che riusciva a generare magia attraverso una pellicola, una pagina di un libro, il livello di un videogioco.

Harry era solito lanciare un incantesimo in questo videogame con la sua bacchetta ricavata dalla piuma di una fenice: il Flipendo. I ricordi che possiedo dei primi film di Harry Potter sono fulgidi e splendenti come quell’incantesimo, un bagliore luminoso che irradia ancora oggi il mio cuore. Harry Potter è per me infanzia, amicizia, amore, ricordo, magia... Una magia raggiante come un Flipendo. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Seconda Parte...

p=8&l=as4&m=amazon&f=ifr&ref=as_ss_li_til&asins=B0898DDB6C&linkId=beb4e6972a46c4f229ae868617d43d46" frameborder="0">

"Il volto del pugile, una tela di dolore" - Marlon Brando - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il mio nome è Nessuno

Chi sei tu?” – Domandò a gran voce il gigante con un solo occhio. Un silenzio tombale era calato di colpo, e tutto attorno alla colossale creatura tacque.

Ho chiesto come ti chiami?” - Incalzò nuovamente il gigante, con tono cupo.

Io?” – Domandò Ulisse con fare retorico. E poi aggiunse “Io… Mi chiamo Nessuno!”, mal celando quello che sembrava proprio essere l’accenno di un sorriso.

Nessuno…” - Ripeté Polifemo, apparendo soddisfatto.

Bene! Mangerò per ultimo Nessuno!” -  Bofonchiò prima di appisolarsi.

Il disegno di Ulisse poteva dirsi appena cominciato e si sarebbe svolto nel migliore dei modi. La notte era scesa fitta, e nella caverna di Polifemo regnava un buio inquietante. Ulisse non restò con le mani in mano, l’uscita della spelonca era sbarrata da un enorme masso che doveva essere rimosso in qualche modo. Così, escogitò, insieme ai suoi compagni, un modo per trarre in inganno il ciclope. Durante le ore della notte, Ulisse appuntì un lungo e grosso bastone ricavato da un ulivo, che affondò nell'unico occhio del titanico essere. Questi si destò dal dolore, e tra grida e lamenti cominciò a chiedere aiuto. Accorsero nei pressi della caverna altri giganti, domandando cosa stesse accadendo lì dentro. Polifemo urlava di dolore: “Nessuno sta cercando di uccidermi!! Aiutatemi!!”. Gli altri giganti non credettero ai loro orecchi. Quella frase era priva di significato. Così ignorarono il lamento di Polifemo, ritenendolo completamente inebriato dal vino.

Nel frattempo, Ulisse, quel signor Nessuno, si era nascosto fra le pecore che Polifemo pasceva durante il giorno, pronto ad attuare la parte restante del suo piano. Aggrappatosi al vello del ventre delle capre, fu spinto verso l’uscita dallo stesso ciclope che, accecato, si limitava a tastare con le mani il manto soffice delle sue bestie. Una volta fuori, libero, Ulisse non poté più trattenersi e volle prendersi gioco del maestoso mostro: “Non è stato Nessuno ad imbrogliarti… E’ stato Ulisse, re di Itaca”. Di colpo, all’orecchio di Polifemo quel Nessuno assunse le sembianze di un individuo reale, i contorni di un significato, perfino un’identità. Quel Nessuno era divenuto un qualcuno che proprio professandosi, apparentemente, come un “niente” aveva aggirato la forza bruta di un essere titanico.

Mi ha sempre fatto ridere di gusto questa parte dell’Odissea, la parte in cui Ulisse riesce a scappare dall’antro del mostro contando, come era solito fare, sulla propria furbizia e utilizzando per sé stesso un appellativo alquanto singolare: “Nessuno”. Con quella parola, Ulisse nascose il suo vero nome, preferendo mostrarsi, dinanzi al ciclope, come un uomo qualunque, un perfetto sconosciuto, un viandante come un altro. Ulisse, in quei frangenti, decise di privarsi del suo celebre appellativo, ponendosi alla stregua di un senza nome, o per meglio dire di un uomo con un nome evanescente, vacuo, indistinguibile, come suggerisce per l’appunto la definizione di “Nessuno”.

Essere “Nessuno”, in genere, non è cosa di cui vantarsi. Quando si dice “Non sono nessuno” non si fa altro che sminuire sé stessi, ci si svilisce, tanto da paragonarsi al nulla, al fallimento più completo. Ciò nonostante, Ulisse sapeva che dietro la parola “Nessuno” può comunque nascondersi una personalità arguta, coraggiosa e intraprendente. Egli stesso, dopotutto, dimostrò che dietro l’apparente definizione di “Nessuno” vi era un corpo più che vivo ed una mente brillante, che riuscì ad ingannare un tristo essere grande e grosso come una montagna.

Oltre ad Ulisse, ci sono stati altri personaggi che pur definendosi “Nessuno” riuscirono a diventare “qualcuno”. Essi partirono proprio dalla loro condizione di “nullità”, dal loro essere poco più che degli indigenti, squattrinati, soli e sconosciuti ai più, per raggiungere un traguardo fatto di sacrifici, di dolore, di sangue e sconfitte.

  • Un usignolo con l’ala spezzata

Terry Malloy, il personaggio cardine del capolavoro “Fronte del porto” interpretato da Marlon Brando, era un “nessuno”. Un “niente” come ebbe modo di definirsi in un’occasione. La sua storia comincia al calar della sera, in una zona di periferia abietta e sudicia.

Un nome scuote il buio: “Joey!” urla un personaggio appena apparso dinanzi allo schermo. Terry si materializza di colpo. E’ lui che grida quel nome, è lui che invoca il nome di “Joey”. Terry è un uomo di media statura, eppure sembra imponente. Ha gli occhi penetranti e gonfi, il volto dai tratti angelici eppur marcato da qualche colpo incassato di troppo. Terry si rivolge a qualcuno, ad una finestra che sta aprendo i suoi battenti. “Joey!” esclama Terry.

Terry! Cosa vuoi?”.

Ho qui uno dei tuoi colombi. Te lo porto su in terrazzo”. 

Joey acconsente, incurante di ciò che lo aspetta. Quando questi raggiunge il tetto dell’edificio, invece di Terry, si imbatte negli scagnozzi di Friendly, un boss della malavita locale che estende il proprio dominio su tutto il porto della cittadina. Gli uomini di Friendly assalgono Joey in un raptus vendicativo e lo gettano giù in strada, uccidendolo.

Terry, che assistite alla scena standosene in strada, ne resta inorridito. Credeva che i malavitosi volessero solamente parlare con Joey, intimidirlo, spaventarlo così da farlo desistere dai suoi propositi: testimoniare dinanzi ad un giudice per quanto concerne le attività criminali di Friendly. Terry non pensava che sarebbero arrivati a tanto, che lo avrebbero ucciso. Ne è sconvolto. “Non credo che avrebbe cantato…” dice Terry, sconsolato. “Sì, invece.” gli risponde uno dei delinquenti della zona - “Come un usignolo che non vola” - conclude, sorridendo vigliaccamente.

Terry non sa che fare. Così fugge via, percorrendo le strade buie e polverose della periferia, intrise di paura e di omertà.

Terry è uno scaricatore di porto. Un uomo che, nonostante la giovane età, ne ha viste di cose. Cose brutte, troppo brutte per essere raccontate. Un tempo, Terry faceva il pugile e lo faceva bene. Eccome!  Sembrava una promessa del pugilato. Una sconfitta inaspettata, però, stroncò la sua carriera sul nascere. Da allora, Terry vive come un signor nessuno, vagabondando tra i quartieri della periferia, svolgendo qualche lavoretto per il boss di zona e tirando a campare scaricando la merce che arriva con le navi in porto. Terry è di indole buona, non ha un impiego fisso, ha studiato poco, è di cultura medio bassa, non ha denaro con sé, ciò nonostante possiede una profonda umanità, un grande rispetto del prossimo, una coscienza, che inizia a tormentarlo subito dopo il tragico accadimento dell’amico Joey.

All’alba del giorno seguente, Terry si reca sul tetto del palazzo e comincia a prendersi cura dei colombi di Joey che abitano sulla cima dell’edificio, chiusi all’interno di voliere sia pure spaziose. Quegli uccelli, che con le loro ali potrebbero volare e raggiungere le vette più alte, ma che restano segregati in quel singolo luogo, chiusi in gabbia, sono una rappresentazione della condizione in cui vive il protagonista. Anch’egli potrebbe infatti spiccare il volo, volare via da quella periferia malsana, ma non riesce a farlo. Egli è in trappola, prigioniero di una realtà criminale che gli tarpa le ali e lo costringe a restare con i piedi ben piantati al suolo.

  • Un guanto ed un’altalena

Nei giorni a seguire Terry incontra Edie, la sorella di Joey, da poco rientrata in città. Edie studia in collegio per diventare insegnante. E’ sempre stato il suo sogno quello di educare i più piccoli. Terry la ammira per questo, per il suo essere una studiosa. Glielo dice esplicitamente: “Tu sei una persona colta, a me piacciono le persone colte”.

I due camminano l’uno accanto all’altra all’interno di un parco avvolto da un sottile velo di nebbia. Lei tiene sempre lo sguardo verso il sentiero, lui, invece, ha gli occhi puntati sulla fanciulla. Edie è la stessa che Terry ha sempre rammentato, eppure è al contempo diversa. Ella possiede ancora lo sguardo dolce e innocente di quando era bambina e andava a scuola con Terry, che la guardava a volte perdendosi in lei: Edie era infatti il primo amore della vita di Terry, un amore sbocciato ai tempi delle elementari e mai più scomparso.

Mentre passeggiano vicini Edie fa cadere inavvertitamente un guanto, che Terry raccoglie, senza restituirglielo. Edie ne è inizialmente turbata, non sa come replicare. Terry accarezza sensualmente il guanto, lo pulisce dal terriccio e, di colpo, se lo infila in una mano, suscitando spaesamento nell'animo della ragazza. “Cosa vuol fare con il mio guanto?”, sembra chiedersi Edie, silenziosamente tra sé. “Me lo restituirà mai?”.

Il gesto di Terry, quel ghermire il guanto di Edie da terra con la stessa prontezza di un falco, quel suo sfiorarlo e indossarlo, è un atto che si insinua tra il devoto e lo spavaldo, che evidenzia il suo desiderio di avvicinarsi a Edie, di accarezzarla nell’esatto modo in cui egli tocca e domina quell'indumento.

Terry siede su un’altalena, si dondola lentamente come un fanciullo spensierato, mentre lei rimane all'in piedi, rigida, a pochi passi da quella giostra. Poi, Terry si mette in bocca una gomma. Inizia così a masticarla rumorosamente, con le labbra schiuse platealmente, tutto ciò per accentuare la sua aria da smargiasso, o per meglio dire da bulletto di periferia. Edie, però, vuol far intendere di non essere facile da sottomettere: pertanto prende coraggio e gli sfila rapida il guanto dalla mano, palesando la sua forza femminile, e quindi si allontana. Terry la ferma col suono della sua voce, la richiama. Edie si volta indietro e i due si scrutano distanti, rievocando a parole i tempi della scuola. Terry si rimette sugli attenti e fa per riavvicinarsi a lei, che lo accoglie: tra i due comincia a stabilirsi un’affinità intima e profonda. L’altalena su cui l’uomo, poco prima, giaceva e oscillava, avanti e indietro, debolmente, richiamava quell’elemento fanciullesco, il cenno di una giovinezza andata e mai obliata che riecheggia ancora, adesso che Edie si trova dinanzi a Terry.

Terry non ha mai smesso di pensare a Edie. La ricordava fin da quando era bambino e la vedeva andare in classe: teneva i capelli stretti in una fitta treccia che le scendeva lungo la schiena; una treccia così spessa che per Terry rassomigliava ad una grossa corda. Edie aveva l’apparecchio ai denti, gli occhiali tondi sul visino: era un piccolo “disastro”, sostiene ironicamente Terry. In realtà, quel “disastro” aveva rubato il cuore di Terry, fin da allora, quando non era che un ragazzino e ancora non sapeva neppure cosa fosse l’amore. Adesso Edie era lì davanti a lui, era diventata una donna. Negli attimi immediatamente successivi, Edie seguita a mantenere lo sguardo basso, elude gli occhi del suo interlocutore, eppure comincia ad aprirsi con lui, a sentirsi più vicina, specialmente nel momento in cui Terry le domanda se si ricorda chi egli sia.

Ti ho riconosciuto non appena ti ho visto.” – Sussurra Edie con un po’ di timidezza.

E’ per via del naso, vero?” – Risponde ironicamente Terry, indicandosi proprio quella parte della faccia e sorridendo maliziosamente. Il naso di Terry, in effetti, è leggermente vistoso ma in fondo quale pugile non dà importanza al proprio naso? Dopotutto, è la zona del viso più soggetta a ricevere colpi, e ad uscire malconcia sotto il peso di quei pugni che la vita riserva di continuo.

Col passare dei giorni, Terry si avvicina sempre più ad Edie e tra i due sboccia una storia d’amore. Attorno a loro, però, la criminalità seguita a dilagare. Terry, dilaniato dai sensi di colpa, confessa a Edie di essere indirettamente responsabile della morte del suo adorato fratello. La ragazza, inizialmente, ne resta turbata ma poi, col trascorrere dei giorni, comprendere l’innocenza del fidanzato, il suo candore. Anch’egli è una vittima, un recluso di una periferia malsana, che non offre alcuno sbocco, alcuna via d’uscita, alcuna possibilità di salvezza. Spronato dall’amore di Edie, Terry comprende di doversi liberare, di dover spezzare la gabbia che lo fa prigioniero. Come i colombi che egli cura giornalmente, dando loro acqua e cibo, così lo stesso Terry deve avere il coraggio di trovare uno spiraglio e spiccare il volo, riprendere ad utilizzare quelle ali che, per troppo tempo, ha tenuto chiuse e inferme. Adesso, sempre più persuaso dalla sua coscienza, Terry decide di testimoniare dinanzi al giudice circa le attività criminali del boss Friendly. Il capo malavitoso, venuto a conoscenza delle intenzioni di Terry, decide di ucciderlo e affida questo compito allo stesso fratello di Terry, Charley.

  • E’ questione di classe…

I due fratelli hanno così modo di confrontarsi durante una notte buia e agitata. Terry esprime tutta l’amarezza della sua esistenza, marchiata irrimediabilmente da un episodio, un errore che lo ha segnato per sempre. Tempo prima, proprio sotto richiesta di Charley che doveva far vincere a Friendly una grossa somma di denaro alle scommesse, Terry perse malamente un incontro molto importante che avrebbe potuto di certo vincere. Da allora, la sua carriera di pugile ha subito una irrimediabile battuta d’arresto, portandolo di fatto al fallimento.

Ma non è questo. È questione di classe! Potevo diventare un campione. Potevo diventare qualcuno, invece di niente, come sono adesso.” Dice amaramente Terry.

E’ proprio in questo frangente, in questa occasione, in questo simbolico e straordinario dialogo che Terry si definisce, per la prima volta, un “niente”, un “nessuno”. La periferia lo aveva reso proprio un “nessuno”, lo aveva costretto a smarrire l’opportunità che la vita gli aveva presentato dinanzi. Terry sarebbe potuto diventare qualcuno, un nome roboante impresso nello sport, ma fu costretto a fallire, a rinunciare, a perdere ciò che si era guadagnato per il volere di un criminale, di un forte che schiaccia i deboli, arricchendosi sulle loro spalle piegate e genuflesse al lavoro e agli stenti. Ora, però, Terry vuole giustizia, vuole dimostrare come anche un “niente” possa abbattere un “qualcuno”.

Charley non vuole lasciarglielo fare. Friendly gli ha ordinato di assassinarlo, di eliminare il suo stesso fratello. Ma Charley non ha il cuore di uccidere Terry, eppure gli punta contro la pistola per intimidirlo. A quel punto, Terry reagisce dolcemente: “Oh Charley…” sussurra debolmente e con la mano sposta delicatamente la pistola fino a farla cadere via. Con quel suo fare delicato, Terry manifesta tutta la tristezza e lo strazio derivanti dalla consapevolezza di un'esistenza smarrita. In quel suo “Oh Charley...” Terry esprime l’assurdità e la vergogna di una vita dannata, quella del fratello, costretto, per vivere, a minacciare il sangue del proprio sangue. Terry non ha paura, poiché sa che Charley non gli farà mai realmente del male e che quel suo gesto non è stato altro che una mossa disperata. Purtroppo però Charley pagherà con la vita la sua pietà: il boss lo ucciderà l’indomani.

Terry avrà modo di testimoniare in tribunale, ma quando rientrerà al porto tutti i suoi colleghi ed amici, che vivono da anni nel terrore di Friendly, smetteranno di rivolgergli parola. Terry si presenta comunque durante il reclutamento al molo per scaricare la merce di una nave, ma quando resta l'unico escluso, affronta apertamente Friendly. Ne segue una feroce rissa, che vede Terry soccombere solo dopo l'arrivo degli scagnozzi di Friendly. Gli altri scaricatori, che assistono allo scontro, escono finalmente dal loro stato di sottomissione, sostenendo Terry e rifiutandosi di lavorare, a meno che lo stesso Terry non venga reintegrato, e finiscono con lo spingere in acqua Friendly. In quella lotta finale, in quel combattimento in cui Terry affronta e sottomette Friendly, prima d’essere aggredito e fatto a pezzi dagli scagnozzi del boss, vi è tutta la rinascita, la rivalsa di un pugile, di un lottatore che ha sempre combattuto per sopravvivere alle avversità della vita. Il ring di Terry sorgeva nei pressi di un porto, ed era delimitato da banchine. Prima che la campana suoni, Terry si rimette in piedi e, nonostante sia vistosamente ferito e abbia il volto una maschera di sangue, cammina fieramente davanti ai suoi colleghi scaricatori. Avanza lentamente, ma il suo incedere è inarrestabile; arriva fino a varcare la soglia dove inizia il turno di lavoro. Tutti lo seguono, spronati dal coraggio e dall’ardore di Terry, un uomo semplice, un “nessuno” che ha trovato la forza di opporsi ad un criminale, restituendo la libertà e la dignità ad un intero popolo.  

  • Un altro pugile

Il giovane Rocky Balboa era un signor nessuno, e aveva molto in comune con Terry Malloy. Entrambi erano venuti al mondo in una zona marginale della città, nella povertà assoluta. Entrambi non avevano avuto modo di istruirsi, di frequentare assiduamente la scuola, di formarsi. Ciò nonostante, ambedue avevano un cuore grande e dei saldi principi. Rocky, come Terry, faceva il pugile e aveva un gran potenziale. Era costretto, però, a combattere match di poco conto, contro avversari di basso livello, in luoghi sozzi e su ring malfamati.

Per tirare a campare, Rocky fa l’esattore per conto di Tony Gasco, un gangster della zona. Anche Rocky, come Terry quindi, ha a che fare, suo malgrado, con la malavita. Rocky abita in un monolocale cupo e poco accogliente, e l’unica compagnia di cui dispone è quella incarnata dalle sue tartarughine.

Come Terry che trova conforto e un accenno di amicizia nei colombi che vivono sul terrazzo, anche Rocky trova compagnia nelle sue due tartarughe che chiama ironicamente Tarta e Ruga. I colombi di Terry vivono rinchiusi in gabbie, le tartarughe di Rocky riposano e nuotano in una piccola vasca d’acqua. I colombi di Terry potrebbero volare via, percorrere grosse distanze con le loro ali, librarsi in cielo e poi planare liberamente. Le tartarughe di Rocky invece potrebbero spaziare in un ambito più grande, ma Rocky non può permettersi altro che una esigua vaschetta. E’ come se entrambi questi spazi in cui albergano gli animali tanto cari ai protagonisti rappresentino gli stessi luoghi in cui vivono Terry e Rocky, le periferie della città, che li schiacciano, li tengono assoggettati, non permettendo loro di andare via e di fare qualcos’altro della loro vita.

  • Una pista di pattinaggio: se cadevi ti acchiappavo!

Rocky conduce la sua esistenza alla giornata, non ha un progetto per il futuro né un lavoro stabile. Egli è innamorato di Adriana, una donna che lavora presso un negozio di animali. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio, con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Ogni qual volta la incontra, Rocky tenta in ogni modo di intavolare un discorso, ma Adriana, segnata da una profonda timidezza, non fa che fingere di fare altro, immersa com’è nei suoi pensieri, nella sua attività, e replica ogni tanto con qualche flebile parola e solo un accenno di sorriso.

Rocky non ha occhi che per lei, sebbene Adriana non faccia altro che nascondere il proprio aspetto, celare la sua bellezza dietro abiti grigi e spenti, e tenendo il proprio volto abbassato, come se non volesse che Rocky riuscisse a scrutarla. Adriana, per certi versi, si comporta esattamente come Edie, la prima volta in cui parla con Terry. Anche Adriana, come Edie, è schiva, evita lo sguardo del suo spasimante, come se ne fosse intimidita o, ingiustificatamente, spaventata. Rocky, esattamente come Terry, ama una sola donna e non ha mai distolto l’attenzione da lei. Se Terry non aveva mai smesso di pensare ad Edie fin da bambino, Rocky non fa altro che pensare ad Adriana giorno dopo giorno.

Agli occhi di Rocky Adriana è infatti la donna più bella e più importante del mondo, sebbene lei stessa faccia di tutto per non farsi mai notare da lui. Ma Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky, non appena avrà modo di frequentare Adriana e di uscirci insieme, l’aiuterà a superare la sua timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento. Come Edie, che spronò Terry a ribellarsi alle angherie di Friendly, così Adriana sprona Rocky a resistere, a superare ogni avversità, a vivere semplicemente e appieno la sua vita.

Durante il loro primo appuntamento, Rocky porta Adriana a pattinare su una pista di ghiaccio, per l’occasione, messa a loro intera disposizione. I due hanno così modo di parlare liberamente e di conoscersi meglio. Rocky non sa pattinare ma si adopera per stare al passo con Adriana; mentre lei scivola lentamente sul ghiaccio, Rocky le resta accanto, correndo goffamente con i suoi scarponi e sorreggendola tutte le volte che Adriana rischia di capitombolare. In questi momenti, i due parlano di sé stessi, si confidano, rivelano parte del loro carattere. Rocky ricorda ciò che era solito dirgli suo padre: “Tu non sei nato con molto cervello, allora fai un mestiere in cui devi usare il corpo”. Adriana replica dolcemente: “Mia madre diceva sempre il contrario: tu non hai un gran corpo, fai un lavoro in cui devi usare il cervello”. E’ qui che Rocky ha modo di raccontare ad Adriana il perché ha scelto d’essere un pugile. Perché non ha mai saputo fare altro. Era bravo a fare a botte, a difendersi, quindi ha sempre pensato di poter diventare un discreto boxeur. Qualche frangente dopo, Rocky indugia su un particolare del proprio volto: il naso.

Guarda questa faccia… 64 incontri, guarda il naso. Lo vedi il naso? Questo naso non si è mai rotto. 64 incontri, me lo hanno pestato, me lo hanno preso a morsi, stritolato, martellato, sì insomma… Quelli miravano sempre al naso. Mai rotto! Mai rotto! Guarda che nasino, non si è mai rotto”. Anche Terry, durante il suo “primo appuntamento” con Edie, parlò del suo naso. Chiese alla donna se ricordava quel suo naso tozzo ed Edie rise tutta raggiante. Entrambi i personaggi cercano di corteggiare la propria amata ironizzando su una parte del proprio viso, il naso, quella parte del volto continuamente esposta ai colpi che la vita ha sempre in serbo.

  • Non sono soltanto un bullo di periferia

La vita di Rocky cambia improvvisamente quando il campione del mondo Apollo Creed lo sceglie casualmente come sfidante per il titolo dei pesi massimi. E’ per Rocky un’opportunità senza precedenti, un gioco del destino che può mutare per sempre la sua esistenza e strapparlo finalmente alla povertà del ghetto. Rocky si allena duramente ma non lo fa per vincere.

La sera prima dell’incontro, in un momento di paura e di sconforto, Rocky lo rivela. Si lascia andare all’abbraccio di Adriana e, disteso accanto a lei nel letto, confida alla sua innamorata che tutto ciò che Rocky vuol fare è dimostrare di non essere un “nessuno”. Rocky non vuole vincere, sente di non avere alcuna possibilità contro un pugile del calibro di Apollo. Rocky desidera semplice resistere. Nessuno è mai riuscito a resistere contro Apollo. Se Rocky ci riuscisse, se riuscisse a restare in piedi prima che suoni l’ultimo gong, dimostrerebbe a sé stesso di non essere soltanto un bullo di periferia.

Rocky salirà sul ring e in un incontro drammatico riuscirà a restare in piedi fino alla fine, a non capitolare sotto i pugni incessanti di Apollo.

Durante il progredire del match, la lotta tra Rocky e il campione del mondo si farà sempre più drammatica. Apollo tempesterà di pugni Rocky, che seguiterà a caricare a testa bassa, con il viso tumefatto, senza mai arretrare, senza mai cedere, senza mai arrendersi. Poco prima dell’ultima ripresa, Apollo assesta un colpo devastante a Rocky, che crolla al tappeto, col fiato corto e il corpo quasi stroncato. Rocky rantolerà nel buio, muovendosi disperatamente, alla ricerca delle corde più vicine.

Ha gli occhi gonfi, quasi del tutto chiusi, non vede nulla. Avanza, strisciando, a tentoni, mentre Apollo, rimasto in piedi, stremato anch’egli, alza le braccia al cielo, in segno di vittoria: un trionfo soffertissimo, che lo attende a pochi passi. Ma Rocky ha raggiunto le corde, mentre il suo allenatore, Mickey, all’angolo, gli urla di starsene a terra, di non alzarsi, non riuscendo più a tollerare la vista del suo prediletto così martoriato e sofferente. Rocky non ne vuol sapere, afferra con i guantoni le corde, si appoggia ad esse, si solleva, si rialza. Apollo non crede a ciò che sta accadendo sotto il suo sguardo sfocato dalla stanchezza. Rocky è devastato, eppure gli urla di tornare a combattere, di raggiungerlo, di continuare a colpirlo, tanto lui non andrà mai giù. Adriana assiste alla scena tra il pubblico, è arrivata da poco. Fino ad allora non aveva avuto la forza di guardare, era rimasta chiusa in camerino. Non poteva sopportare di vedere Rocky colpito ripetutamente e ridotto in quel modo. Adesso, Adriana è lì, vede Rocky innalzarsi nonostante le gambe lo sorreggano a fatica. Adriana si commuove, toccata nel profondo dalla tempra, dall’audacia dell’uomo che ama, che vuole dare un significato alla sua intera esistenza restando in posizione eretta, non cedendo, per nessuna ragione.

Gli occhi pieni di lacrime di Adriana rassomigliano agli occhi tristi eppure fieri di Edie, quando anch’ella mirò il proprio compagno, Terry, venire colpito, urlare dal dolore, ciò nonostante non darsi mai domo né sconfitto.

"Il volto del pugile, il trionfo della sconfitta" - Sylvester Stallone - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per Terry era la ribellione, per Rocky la resistenza: entrambi i lottatori provenienti da un ambiente povero, dovevano lottare contro un nemico, un avversario più grande di loro. Due “nessuno”, che potevano contare solamente sulla forza delle loro braccia e sul coraggio del loro cuore. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbe interessare il nostro articolo "Un solo ricordo - Rocky". Potete leggerlo cliccando qui.


"In qualità di affiliato Amazon io ricevo un guadagno dagli acquisti idonei"

Vi potrebbere interessare acquistare il Blu-ray del film Fronte del porto, potete collegarvi a questo link: https://amzn.to/3xF0XY3

Vi potrebbere interessare acquistare il Blu-ray della saga di Rocky, potete collegarvi a questo link: https://amzn.to/443G9FR

Vi potrebbere interessare acquistare la statua di Rocky della Star Ace, potete collegarvi a questo link: https://amzn.to/4d1luGr

Rick ed Evelyn - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Ricordi cocenti

Se risalgo il fiume dei ricordi, alla fonte ci trovo sempre un'immagine simbolica: il moto circolare del globo terrestre sul quale si forma centralmente una scritta a caratteri cubitali: “Universal”. D’un tratto, la scritta svanisce, come se fosse composta da minuscoli granelli di sabbia del deserto mossi dal vento freddo della notte, e quella figura di terra azzurrastra si dissolve per venire sostituita dal ritratto di un sole cocente e tanto, tanto accecante. Man mano che la camera arretra, lentamente, comincia a stagliarsi la punta aguzza di una piramide, e in seguito la cima di una colossale costruzione egizia somigliante alla Sfinge. E’ l’inizio di uno dei film di maggior successo di fine Novecento. Ogni qualvolta mi sovvengono i primi ricordi cinematografici a me più cari, riscopro sempre la scena d’apertura de “La mummia”.

“La mummia” fu un’opera che, come una seducente cleptomane, era riuscita a “rubare” il cuore di un giovane spasimante come il sottoscritto. Un cinefilo alle prime armi, stregato dal blu intenso di una spada laser, incantato dalla discesa vorticosa di un Batplano inquadrato da un giovane Tim Burton e ben presto invaghito della terra d’Egitto. L'intro del lungometraggio che eternava quel sole abbagliante che dardeggiava all'orizzonte, che baciava con i suoi caldi raggi la sommità della piramide, mi aveva sedotto dal primo momento. Quando vidi quel preambolo per la prima volta rimasi stupìto, mi sentii trasportato, proiettato di colpo in un'epoca remota, sperduta, misteriosa, nell'Egitto dei faraoni.

La locandina de "La mummia" aveva un non so che di "fatiscente", decadente come una statua egizia dissepolta fra le dune del deserto, rinvenuta dai resti del passato, segnata dallo scorrere dei millenni, eppure bellissima, poiché manteneva in sé il fascino dell'andato, del trascorso, pervenuto fino ad oggi. Quella locandina che catturava Rick ed Evelyn, i protagonisti dell'avventura, posti a sinistra dello scatto promozionale con, alle spalle, le sabbie del deserto pronte a sbriciolarsi su di loro e a destare la creatura del film, rappresentava, già in quel momento ai miei occhi, un'immagine accattivante, un'illustrazione pregna di un gusto retrò, che mi invogliò alla completa visione di quell’action-movie dal carattere spiccatamente avventuroso.

Come se fosse un libro ben rilegato e di pregevole fattura, "La mummia" mi aveva conquistato in un solo istante, non appena ebbi modo di vedere la sua "copertina" e la "pagina" del primo capitolo: la locandina e il piano sequenza iniziale. E’ pur vero, però, che un buon “libro” non si giudica mai dalla copertina, bisogna sfogliarle tutte quelle pagine che esso contiene, leggerle con la dovuta attenzione, carpire ogni contenuto delle parole scritte su quei fogli di carta; sì, insomma, perdonate il mio dilungarmi in questa metafora, ma era evidente che per riuscire ad innamorarmi completamente de “La mummia” avrei dovuto vederlo fino in fondo.

“La mummia”, tuttavia, aveva dalla sua il vantaggio di contare su un'introduzione ammaliante, una sorta, come già detto, di copertina intrigante, come se il lungometraggio fosse paragonabile ad un libro d’oro massiccio su cui vi è scavato ed inciso, ad incastro, l’intaglio di una serratura per una chiave a stella, necessaria, quest'ultima, per aprire quel suddetto libro e leggerne i geroglifici in esso contenuti. Il film de “La mummia” lo immaginavo proprio così, con l’allegoria del libro di Amun-Ra pronto per essere aperto e per mostrare, tra le sue tavole colme di effigi arcane, l’inizio del film: un film fulgido e rilucente d'oro.

L’intro della pellicola vanta la capacità di catapultare lo spettatore, istantaneamente, nell’antico Egitto, nel centro cittadino di una Tebe fantasticamente digitalizzata. Le imponenti statue egizie, su tutte quella di Anubi, mirabile nella parte finale della carrellata, si ergono sui cittadini, che procedono come impronte minute, ombre sfocate in scorci fascinosi e giganteschi. In quelle imponenti scenografie, nelle sue ambientazioni spettacolari che trasudano amore per la storia, sebbene di storia “fittizia” si tratti, in quel gusto antiquato, dolce è proprio lì che ritrovo la prima qualità che ammiro del film.

“La mummia” riesce, sin dai primi istanti, a plasmare uno stile scenico originale, frizzante, che soverchia i confini della camera ed emana un senso estetico attrattivo e straordinariamente coinvolgente. Gli interni del palazzo del Faraone, illuminati da una sfilza di fiaccole che brillano di una luce infuocata, la balconata da cui scruta la città il sacerdote Imhotep a notte fonda, quando un cielo bluastro domina, come un arazzo colmo di stelle lucenti, l'apice degli edifici egizi, trasmettono un senso di stupore, di meraviglia, specialmente grazie all'uso del colore dorato, tanto preponderante in queste scene da sembrare dipinto sulla “tela” della cinepresa.

  •  Delitto shakespeariano

D'un tratto, fra quei corridoi del palazzo "regale" avanza, con incedere sensuale Anck – Su - Namun, compagna del Faraone Seti I, immortalata senza veste, quasi completamente nuda. Quel “quasi” merita una descrizione un po’ più accurata: il corpo della giovane donna, nonostante la nudità, appare “coperto” perché “rivestito” con dei tatuaggi inchiostrati sulla stessa epidermide della fanciulla con tratteggi artistici e ipnotici. Anck – Su - Namun cammina fiera, col capo alto, verso Imhotep, che l'attende in una sala, al di là di un velo che somiglia ad un sipario trasparente. I due si incontrano e si scambiano un bacio, rivelando d'essere amanti. D'un tratto, Seti irrompe nella camera dove Anck - Su - Namun e il sacerdote Imhotep si erano dati appuntamento. Colti sul fatto, i due amanti portano a termine il loro scopo: l'assassinio del Faraone. Le guardie di Seti, gli Oras, intervengono quando è ormai troppo tardi e Imhotep si è dato alla fuga, non prima di aver osservato Anck - Su - Namun togliersi la vita: il corpo della donna non sarà più, contro la sua volontà, il tempio del Faraone.

"La mummia" del 1999 fu prodotto dalla Universal come remake dell’omonimo film del 1932 con Boris Karloff, uno dei capisaldi del cinema fanta-horror della prima metà del Novecento. Inizialmente, il riadattamento del 1999 doveva essere attinente al classico degli anni '30, ma durante la lavorazione il cineasta Stephen Sommers decise di modificare il carattere della sua opera, mutandone notevolmente lo stile ed il contenuto. Il lungometraggio del 1999 abbracciò, dunque, i canoni tipici dei film d’azione, con una spolverata d'avventura, senza, però, rinunciare ad una connotazione orrifica e ad una marcata impronta romantica.

In primo luogo, “La mummia” funge da viaggio esplorativo alla ricerca dell'arcano. Questo pellegrinaggio esotico comincia su una piccola nave da trasporto che solca le acque del Nilo e che pone i protagonisti al centro di un ritmo sfrenato ma diluito con intenzione. Nel maggio del ’99, quando “La mummia” sbarcò al cinema e raccolse un successo straordinario al botteghino, si presentò infatti come un mix perfetto, capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa: “La mummia” per struttura, ritmo, divertimento e verve, è il capolavoro di un genere. Già, ma quale genere?

“La mummia”, anzitutto, è un film d’amore. Potrebbe sembrarvi strana questa mia affermazione, eppure, l’amore domina ogni singola scelta di Imhotep, Anck - Su – Namun, Rick ed Evelyn, quattro personaggi posti su due fronti irrimediabilmente opposti: il male ed il bene.  Anck - Su – Namun è la promessa sposa di Seti I, ma in segreto ella è innamorata di Imhotep. L’amore proibito tra la donna e il sacerdote porta i due sfortunati amanti a compiere un gesto scellerato: l’assassinio dell’Astro del Mattino e della Sera. Tale sequenza, che vede la donna e il sacerdote ferire il Faraone più volte con delle armi affilate, si consuma nel buio: i tre restano celati alla vista dello spettatore, che può vedere solamente le loro sagome muoversi oltre un telo divisorio.

Come accade solitamente nelle opere shakespeariane, a detta dello stesso Brendan Fraser (interprete di Rick O'Connell), la morte del Faraone, uno dei momenti più intensi e drammatici del film, avviene fuori campo, quasi nel "dietro le quinte", lontano dall’occhio indiscreto del pubblico che può soltanto mirare i movimenti violenti delle ombre dei corpi nell’atto di commettere l’assassinio.

Una ripresa suggestiva che riesce a mantenere un ritmo teso nonostante la visione dello spettatore sia propriamente distaccata. Una volta catturato, Imhotep, dopo il suicidio della donna amata, viene punito con l’Hom-Dai, la peggiore di tutte le antiche maledizioni egizie, condannato ad essere mummificato vivo e seppellito ad Hamunaptra, la città dei morti. Il destino di Imhotep è maledetto: la sua anima sarà costretta a giacere come non-morta, alle porte degli inferi, per tutta l’eternità.

Il prezzo per poter compiere un castigo tanto crudele però è la possibilità che l’anima di Imhotep possa essere riportata in vita, poiché mai trapassata nell’aldilà. Se ciò dovesse verificarsi, Imhotep tornerà sulla Terra scatenando nuovamente sull’Egitto le dieci piaghe perpetrate da Mosè, e macchierà il suolo dei mortali come un morbo che cammina, una pestilenza per l’umanità, un empio mangiatore di carne con la forza dei secoli, il potere delle sabbie e la gloria dell’invincibilità.

L’amore impossibilitato ad affievolirsi tra Imhotep e Anck-Su-Namun porta questi due personaggi a subire una dannazione che va a perdersi nell’infinità del tempo.

Tremila anni dopo, l’avventuriero Rick O’Connell (Brendan Fraser nella sua massima ascesa) è a capo di una piccola spedizione con la bibliotecaria Evelyn Carnahan (una bellissima Rachel Weisz) e il fratello di lei Jonathan (un esilarante John Hannah) per ritrovare la necropoli perduta di Hamunaptra. Ciò che li attenderà nell’antica città dei morti è quanto di più terrificante potranno aspettarsi: dal risveglio di Imhotep comincerà una corsa contro il tempo in un’avventura mozzafiato.

  •  L'avventuriero e la bibliotecaria

Tra Rick ed Evelyn sboccia, sin dal loro primo incontro, un legame forte, dissipato da continui bisticci atti a nascondere un affetto crescente. Rick ed Evelyn sono una coppia piuttosto particolare: egli è sfrontato, aitante, apparentemente irrispettoso e diretto; Evelyn è invece arguta, brillante, timida, introversa, distratta, con il capo sempre chino su quei libri che legge con tale trasporto da sembrare, alle volte, avulsa dalla realtà circostante. Ella in quelle letture, probabilmente, lascia libera di prender piede la propria immaginazione, fantasticando di vivere lei stessa una di quelle avventure che suo padre, un grande esploratore, visse quando incontrò la madre di Evelyn, egiziana e anch’essa avventuriera. Evelyn è, altresì, tanto coraggiosa, un coraggio che colpisce sin da subito O’Connell, il cui sguardo viene catturato, con la stessa rapidità della pronuncia di un bisbiglio, dalla bellezza della donna quando ella indossa per la prima volta un lungo vestito nero, con cui si avvia a vivere la più grande avventura della sua vita. Evelyn si è liberata di quei suoi occhiali, ha sciolto i suoi lunghi capelli neri e mostrato per la prima volta e con totale naturalezza la sua splendida femminilità. Lei gli sorride, nascondendo lievemente il viso dietro uno strato di velo evanescente, una visione capace di rapire tanto il personaggio dell'opera quanto l’autore del testo, intento a scrivere questi passi di recensione.

E il forte O’Connell decide di corteggiare questa donna, goffa e aggraziata al contempo, con imbarazzo, mostrandosi anch'egli per la prima volta impacciato in vita sua. Bizzarro da credere, ma un uomo in grado di affrontare un conflitto a fuoco come capitano della legione straniera balbetta quando consegna un intero set di attrezzi adusi agli scavi archeologici, presi “in prestito” dai suoi confratelli americani, e li dona a una donna che ne sarebbe rimasta colpita in egual modo se le avessero offerto un mazzo di rose rosse. Evelyn per O’Connell diviene una luce che illumina, come un sistema di specchi antichi, la sala tetra che era dapprima la sua vita di lotta e sopravvivenza.

“La mummia” è un film in cui l’amore e le sue due diverse forme di romanticismo hanno un posto preminente nello svolgersi degli eventi. Basti rammentare che l’agire di Imhotep, dopo più di tremila anni, è ancora devoto alla volontà di riportare in vita la defunta amante. Il vero pregio del film è però quello di riuscire, con ragguardevole abilità, a districarsi tra numerosi generi, senza necessariamente porsi sotto una formale etichetta descrittiva.

  •  Acqua o oro?

Rick, Evelyn e Jonathan costituiscono il nucleo centrale degli eventi. “La mummia” ha il merito di valorizzare i propri protagonisti rendendoli amabili e adorabili; il pubblico impara ben presto a conoscere le rispettive sfumature caratteriali dei personaggi principali e a simpatizzare con le loro gesta.

Dal Cairo alla mitologica città decaduta di Hamunaptra procede il viaggio dei nostri protagonisti, e con essi noi spettatori ci troviamo pronti ad affrontare il caldo afoso del deserto, in sella a un gruppo di cammelli. Su quei quadrupedi ha il via una fuga all’alba, quando il sorgere del sole mostrerà la via ai protagonisti e, come un incantesimo o un magico effetto ottico, l'astro lucente riuscirà a tracciare la sagoma della città, visibile in lontananza. E’ una corsa liberatoria che avviene sotto un cielo infuocato, e che vede Evelyn procedere a braccetto con Rick per poi sorprenderlo, accelerare con paura ma con quella spensierata voglia di trasporto che dall'infanzia agognava. Dopotutto, l’intero film non è che una corsa a perdifiato, una fuga rocambolesca tra sequenze monumentali, replete di effetti speciali, piaghe violente e spettacolari che piombano sulla terra d’Egitto come un castigo divino, e disperati tentativi d’assalto a bordo di un aereo dell’aeronautica di Sua Maestà per scampare a impressionanti mura siffatte di tempeste di sabbia.

Ogni singolo fotogramma della pellicola lascia traspirare una cura verso un modo di fare cinema in grado di coniugare gli aspetti stilistici della cinematografia degli anni ’30 con la spettacolarizzazione dell’azione tipica dei film del nuovo millennio. “La mummia” è un film moderno calato in una realtà dal gusto antico. In aggiunta a ciò, “La mummia” si ispira ai canoni avventurosi del cinema di Indiana Jones, sebbene da esso tragga soltanto il ritmo incalzante, il periodo storico e l’affetto immutato per un particolare tipo di archeologia, quella in cui i reperti da rinvenire sono misteriosi e impossibili anche solo da immaginare.

“La mummia” possiede, inoltre, il merito di non incespicare su tempi morti, essendo strutturato con una perfetta cadenza tra azione adrenalinica e narrazione. Il film, in particolar modo, lascia emergere un eroe pragmatico nel proprio agire. Rick O’Connell, indossando una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina a coppia posta ai fianchi della schiena con due pistole, un paio di calzoni color marrone chiaro e stivali ai piedi, conquista un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones.

Rick dà valore alla vita. Un valore tanto grande che solo i puri di cuore sanno elargire. Sebbene sembri uno spericolato avventuriero che non si cura della fine a cui potrebbe andare incontro, egli dà un peso assoluto all'esistenza, soprattutto se essa riguarda una persona a lui cara come Evelyn. Rick non antepone la ricerca dell'oro alla vita, l'avidità all'amore: un tratto del suo carattere che appare evidente quando egli afferma, con rispetto e una nota d'ammirazione, che gli uomini del deserto danno valore all’acqua non certo all’oro. O’Connell non è, in fondo, un cacciatore di tesori, ne resta quasi indifferente quando si fa strada tra cumuli d’oro per ritrovare la sua Evelyn, tenuta prigioniera dal mostro. O’Connell è un eroe riluttante ma concreto, che antepone la salvezza della donna amata alla fortuna e alla gloria eterna.

  •  Vita o morte

L’apparato scenografico della defunta Hamunaptra, i passaggi angusti delle costruzioni egizie, i tesori splendenti della camera segreta di Seti I sono solo alcune delle ambientazioni che rendono il film fascinoso e dallo spazio circoscritto, limitato, e per questo ancor più valorizzato. Sebbene il film mostri molti altri luoghi tra l’inizio e la parte centrale dell'opera, Hamunaptra è il fulcro in cui si consumano le vicende: essa diviene una sorta di palcoscenico a tutto tondo, un luogo unico in cui si muovono i personaggi tra giganteschi pannelli scenografici che alternano statue delle divinità Anubi e Horus, interni di piramidi formati da cunicoli stretti, soffocanti, claustrofobici. Gli spettatori che guardano "La mummia" restano seduti su di una platea immaginaria, ammirando antri antichi in cui dei coraggiosi e improvvisati eroi lottano per non lasciarci la pelle.

Il film “La mummia” nell’incarnazione del mostro, dell'antagonista, indaga il senso lato della vita, dell'esistenza umana, e dell'amore che oltrepassa le barriere del tempo. Imhotep risorge come un empio essere, fatto di ossa, piccoli strati di carne e bende. Non ha occhi per vedere, non ha lingua per parlare. E' un essere intrappolato a metà tra il silente e cieco mondo dei defunti e il rumoroso e vivido mondo dei viventi. Questa creatura, per rinascere, deve strappare la vita altrui, uccidere e nutrirsi per poter rivivere lei stessa.

La rigenerazione della mummia avviene attraverso la macabra uccisione degli uomini: dalla morte degli innocenti, Imhotep ritrova la propria vigoria. La morte che chiama la vita.

Imhotep per farsi strada nel mondo moderno è costretto a fare del male, perfino per tornare ad amare egli deve uccidere. Il rituale per restituire l’anima ad Anck - Su - Namun prevede, infatti, la scelta di una vittima sacrificale: la morte di Evelyn per la resurrezione dell'antica amata del sacerdote. Durante lo scorrere del film, morte e vita si intrecciano in una sorta di indagine orrifica. Per Imhotep, la vita altrui non ha valore, poiché la morte non è che l'inizio, il passaggio da un piano esistenziale ad un altro.

Se la vita resta intesa come un bene prezioso per O'Connell, la morte, per l'antagonista, funge da punto focale di una successiva traversata. Nella sua condizione di essere maledetto, Imhotep non può fare altro che perpetrare la morte per avere la flebile illusione di poter vivere, di poter amare, in questa sua seconda venuta sul regno dei mortali. Una delle frasi più evocative pronunciante nel film certifica questa condizione, che vede appunto la creatura recitare un arcano adagio secondo cui la dipartita non sarebbe altro che il principio.

L'amore provato dal mostro è un amore in grado di abbattere l'eternità, di perdurare oltre lo scorrere ed il consumarsi dei secoli. Tuttavia, il desiderio d'amore della creatura è destinato a non realizzarsi poiché basato sull'attuazione del male, sulla dannazione. L'amore vero, in grado di oltrepassare le barriere del tempo e di resistere ad ogni soprannaturale difficoltà, sarà quello di Rick ed Evelyn: un sentimento crsitallino, autentico, basato sull'aiuto e il sostegno reciproco, la ricerca costante dell'uno e dell'altra, entrambi mossi unicamente dal bene che sentono vicendevolmente.

  •  Tema d'amore

“La mummia” vanta una colonna sonora stupenda, composta da Jerry Goldsmith, il cui montaggio sonoro venne candidato all’Oscar. Il tema che accompagna i passi d’amore di Rick e Evelyn lega totalmente le loro espressioni, i loro sguardi da innamorati e il loro agire alla stessa musica, rendendo quest’ultima immediatamente associabile ai due.

La traccia preferita dal sottoscritto arriva sul finale del film, dove il tema musicale oscilla dalla calma iniziale all’aumento improvviso (la scena del bacio), fino quasi a completarsi in un “frastuono”, quel “battito ripetuto” di suoni che accompagna l’inquadratura conclusiva al volgere della sera, e che sancisce la fine dei fotogrammi della pellicola; ma la musica, dopo pochi secondi, riprende ad allietare il triste addio dei titoli di coda, tornando alla “lentezza” e al romanticismo di partenza, riproponendo la classica melodia che è poi la ripetizione fondamentale del passo più famoso del brano. La colonna sonora de “La mummia” è tra le più belle mai realizzate per il cinema. Non vi è neppure una singola scena priva di un qualsivoglia accompagnamento musicale degno di nota. Ogni singola sequenza possiede una composizione perfettamente amalgamata alla stessa. La musica, alle volte, risulta talmente potente da venire in mente ancor prima della scena, e con essa, renderla completamente impressa nei ricordi.

  •  Tramonto rosso

La parte terminante del film è strutturata con un continuo crescendo, il cui momento apicale si concretizza nella fuga dei protagonisti per scampare alla distruzione completa di Hamunaptra. Con la caduta dei resti di quella città cala il sipario su quel teatro fantastico, e l’avventura scenica giunge a conclusione. Il pubblico dovrà così abbandonare i propri posti immaginari nella sala sita a pochi passi dalal città dei morti e godersi la visione di commiato dei protagonisti, che avanzano verso l’orizzonte immenso, raggiunti dai raggi di un tramonto rosso. Quel sole caldo e luminoso, con cui il film cominciava il suo scorrere su pellicola, adesso è prossimo a calare ad ovest. Il crepuscolo mostra il sole morire in lontananza, negli istanti in cui Rick ed Evelyn si scambiano un intenso bacio, prossimi a salire in sella ai loro cammelli, e avviarsi tra gli ultimi bagliori di un tramonto che si può ammirare solo nella suggestiva cornice di Hamunaptra.

Questa è l’ultima pagina del libro d'oro, e ogni qualvolta mi trovo a "rileggere" quelle battute finali provo una certa malinconia. E’ triste congedarsi da una simile “lettura”, ma quando il buio dello schermo diviene totale, una certa voglia di riavvolgere nuovamente il nastro e tornare al capitolo iniziale seguito sempre a provarla. Probabilmente gli stessi autori furono consapevoli di questo possibile effetto e vollero attenuare il distacco finale, e infatti, quando il tutto va in dissolvenza si formano dei titoli di coda alquanto peculiari: su degli sfondi che richiamano di nuovo l’arte egizia si formano scritte in geroglifici mutevoli, che cambiano per assumere i contorni tipici dei titoli di coda tradizionali. Quella è davvero l’ultima pagina del libro di Amun-Ra, un atto finale che sembra comunicare agli spettatori l'idea che il film non sia davvero arrivato a conclusione ma che voglia ancora riservare qualche altra, ultima sorpresa.

Rick ed Evelyn - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Con la nenia di coda viene sancito l’addio, l’atto finale di un lavoro, un cult assoluto nel suo genere. Già, qualunque genere esso sia!

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

bc1=000000&IS2=1&bg1=FFFFFF&fc1=000000&lc1=0000FF&t=cinehunters-21&language=it_IT&o=29&p=8&l=as4&m=amazon&f=ifr&ref=as_ss_li_til&asins=B085RNP7FF&linkId=fc40d559a066b4747c755354ec19c340" frameborder="0">

"Naru" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Quando ebbi modo di guardare il capolavoro di Werner Herzog “Nosferatu, il principe della notte” – remake a sua volta del classico immortale “Nosferatu il vampiro” di Friedrich Wilhelm Murnau – colsi una frase, pronunciata dal protagonista dell’opera, che mi restò particolarmente impressa nella mente.

La scena è la seguente: Jonathan Harker è appena giunto nei pressi del castello del Conte Dracula, a notte inoltrata. La porta principale dell’antica reggia si apre dinanzi a lui e dai meandri bui affiora una figura esile, quasi scheletrica avvolta in un nobile mantello. Il volto era pallido di morte, le orecchie appuntite come quelle di un pipistrello, gli occhi apparivano come due orbite incassate in fori contornati di nero, le mani erano ossute, oblunghe con unghie appuntite, mentre dalle labbra semichiuse fuoriuscivano due canini ravvicinati e vistosamente aguzzi.

Il Conte Dracula?” – Chiese con fare retorico il giovane Harker, vedendosi davanti quella spettrale presenza che altri non poteva essere che il padrone del maniero.

Jonathan Harker…” – Rispose con un filo di voce il Conte. “Lei era atteso, sia il benvenuto nel mio castello. Si accomodi, la notte è fredda e dev’essere stanco e affamato”.

Dracula, nonostante la sua parvenza sinistra e inquietante, si mostrò cortese come si conviene ad ogni nobiluomo e accolse con gentilezza il proprio ospite all’interno della sua austera ma decadente dimora.

Durante la cena offerta dal Conte, un lauto banchetto che Harker consuma avidamente, Dracula siede a pochi passi da lui. Lo scruta con i suoi occhi penetranti come spade, lo osserva impassibile con la sua espressione glaciale e spaventosa. D’un tratto, fuori dalle mura, nei boschi lontani, si ode un ululato.

Ascolti…” – Sussurra Dracula con la sua voce smorzata, espressione di un essere stanco e affaticato, che si trascina tristemente da secoli e secoli, sperimentando giorno dopo giorno sempre le medesime, futili cose.

Ascolti…” – Ripete il Conte. “Le creature della notte fanno la loro musica”.

Harker, stranito, interrompe il pasto ma non comprende ciò che il padrone di casa vuole comunicargli, tutt’altro ne resta interdetto, confuso e intimorito. Dopotutto, perché il verso di un lupo, di un predatore che intona il proprio canto alla luna, dovrebbe attirare la sua attenzione, turbarlo, scuotere qualcosa in lui?

Nosferatu se ne accorge amaramente: “Oh giovanotto, lei è come la gente del villaggio che non riesce mai ad entrare nello spirito di un cacciatore”.

Dracula "preda" Lucy in una scena di "Nosferatu, il principe della notte"

È questo, proprio questo il dialogo che più mi colpì, la frase che il Conte pronuncia per ammonire Harker, reo di essere un ragazzo immaturo, “cieco”, privo di “empatia”, impossibilitato ad immedesimarsi nei confronti di una creatura che deve cacciare per vivere. Dracula, in fondo, era costretto a “cacciare” per nutrirsi. Al volgere del crepuscolo, predava proprio l’incauta gente del villaggio che, a suo dire, non riusciva a comprendere, a tollerare, e a perdonare la sua natura animalesca, la sua dannazione eterna. Nosferatu succhiava loro il sangue per perdurare, per seguitare a restare l’inestinto che era: un mostro condannato a vagare sulla Terra per tutte le ere che il mondo avrebbe riservato. Col trascorrere del tempo, i villici della Transilvania capirono la natura demoniaca del Conte, e la notte restavano fra le mura domestiche, lì dove Dracula non poteva raggiungerli. Rimasto senza prede, il cacciatore si vide costretto a spostare il proprio “terreno di caccia”: così entrò in contatto con Jonathan Harker, nella speranza di acquistare una nuova dimora, in un luogo diverso, situato al di là del mare, lì dove nessuno lo conosceva, lì dove avrebbe potuto tornare a vigilare con predatoria pazienza durante le ore notturne.

La frase di Nosferatu, riguardante lo spirito di un cacciatore, mi tornò alla mente quando pensai ad un altro lungometraggio, un classico della fantascienza e del genere action.

Nel 1987 uscì nei cinema di tutto il mondo “Predator”. Il film racconta la vicenda di un gruppo di militari, capeggiati dal berretto verde Dutch Schaefer (interpretato da Arnold Schwarzenegger), che si trova costretto a combattere per la propria sopravvivenza contro una creatura ignota.

Tale creatura è un’entità extraterrestre, un alieno sceso sulla Terra per andare a caccia di esseri umani. I vari personaggi dell’opera, militi forti ed orgogliosi, rozzi e fieri delle loro potentissime attrezzature, verranno ad uno ad uno predati e eliminati dall’alieno, che li osserva dall’alto, mimetizzandosi con l’ambiente circostante, anzi divenendo tutt’uno con esso, come una macchia trasparente ed invisibile che non può essere individuata. I soldati perderanno progressivamente le loro granitiche certezze, la loro arroganza e la loro alterigia, quando si renderanno conto di avere a che fare con un contendente superiore alle loro capacità tattiche. Le armi, a cui i personaggi davano un peso ed un riguardo maniacale, si riveleranno inutili contro la tecnologia di cui è fornito il Predator, che avrà modo di annichilire la presunta potenza dell’essere umano.

Via via che la pellicola scorre sotto gli occhi dello spettatore, ci si rende conto che il Predator è una creatura astuta e intelligente, che caccia solamente prede armate, e che quindi reputa stimolanti per testare la propria abilità.

La storia di “Predator” si svolge in una fitta giungla dell’America Centrale. Questa ambientazione che vede per l’appunto la vegetazione, le piante, gli alberi della giungla divenire parte integrante dello svolgersi delle vicende e teatro del combattimento tra “predatori”, fa sì che in “Predator” la lotta per la sopravvivenza tra uomo e alieno, tra essere umano e “mostro”, assuma sempre più un contorno primitivo, ancestrale. Nell’atto finale, infatti, lo scontro tra Dutch e l’alieno si svolge con armi “antiche”, lance, archi e frecce, trappole escogitate dal protagonista, il quale si è altresì ricoperto di fango per nascondere il proprio corpo alla vista del Predator. Dutch si è quindi “unito” alla terra, si è rivestito di essa, divenendo tutt’uno con quella natura primordiale che lo sprona a combattere, a sopravvivere con la forza del proprio spirito e il guizzo del proprio ingegno.

Ripensando alla frase di Nosferatu, potremmo tentare di comprendere l’essenza che alberga all’interno di un cacciatore apparentemente feroce e spietato come il Predator. Questa creatura extraterrestre, per come è stata concepita, non caccia per vivere ma caccia per puro divertimento. Egli concentra i propri sforzi per affrontare l’avversario che reputa più potente, mette in gioco la sua stessa vita per sfidare il nemico più forte. Il Predator vive per testare sé stesso, per misurare le proprie capacità, per migliorare e acuire il proprio istinto predatorio. In ogni combattimento, il Predator trae un’esperienza, studia il comportamento difensivo e offensivo della razza che affronta, impara dai propri errori. Questo personaggio, questa specie aliena fittizia, che fa della caccia lo scopo della propria esistenza, parrebbe non attribuire alcun rispetto alla vita, sia essa la propria o quella delle sue “prede”. Invero, questa creatura onora la sua vita e quella del suo oppositore in un modo contorto: attraverso la lotta, il trionfo o la sconfitta.

Il Predator, difatti, è un cacciatore che caccia, come già sottolineato, per diletto e non per bisogno, caccia per sperimentare su di sé una particolare adrenalina. Nelle sue lotte all’ultimo sangue, il Predator sembra sperimentare sensazioni inebrianti date proprio dal rischio di soccombere e dalla possibilità di prevalere: il Predator si sente più vivo proprio quando è a pochi passi dalla morte, quando può uccidere la sua preda o essere ucciso a sua volta da essa. Uno stato d’animo che potrebbe essere comparato a ciò che provano i matador nell’arena, quando si trovano al cospetto del toro che carica a testa bassa. Un concetto astratto, sospeso tra vita e morte che Ernest Hemingway sviluppò nel suo libro “Morte nel pomeriggio”. 

"Predator" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il Predator, proprio per questo, ha un codice comportamentale: egli non attacca mai una vittima indifesa, un essere innocente. Già nel primo lungometraggio, ad esempio, mostra pietà nei confronti di una donna inerme. Altresì, il Predator appare spietato se il suo rivale è armato. Lo spirito di questo cacciatore è quello di un predatore che non va a caccia di prede, bensì solo ed esclusivamente di altri predatori: un che di paradossale che rende questo personaggio unico e diabolicamente affascinante.

Predator” fu un successo commerciale e critico, divenendo col passare degli anni un film di culto che diede vita ad un imponente franchising. L’opera filmica ebbe una serie di sequel: un discreto secondo capitolo (“Predator 2”), un accettabile terzo episodio (“Predators”) ed un orripilante atto quarto (“The Predator”). Oltre ai seguiti diretti, i predator furono protagonisti di due film spin-off: un gradevole “Alien vs Predator” e un obbrobrioso “Alien vs Predator 2”.

Nell’anno corrente, a circa 35 anni dal Predator originale, è uscito il quinto capitolo della saga: “Prey”. Diretto dal regista Dan Trachtenberg, con Amber Midthunder nei panni del personaggio cardine, “Prey” può essere definito come il film che i fan di Predator stavano aspettando da tanto, troppo tempo.

La pellicola di Trachtenberg funge da prequel della saga, e ambienta le proprie vicissitudini nel 1700. La scelta di raccontare una storia in un’epoca passata, con protagonista Naru, una ragazza facente parte di una tribù indiana, riporta il franchising alle origini, dando al racconto visivo quel carattere atavico, “primitivo”, tipico del primo, intramontabile classico. “Prey” è infatti il sequel migliore della saga, perché ne riscopre il suo più profondo significato e lo riporta in scena: il confronto tra l’essere umano (una giovane donna in questo caso) e l’alieno, tra predatore e predatore, in un ambiente in cui la natura fa da silente spettatrice e giudice imparziale degli accadimenti.

Come già detto, “Prey” racconta parte del vissuto di Naru, una nativa americana che desidera affermarsi come cacciatrice della sua tribù. Naru è una giovane testarda ed intraprendente, molto brava a seguire le tracce, e possiede un istinto naturale per fiutare le prede nonché i pericoli che si celano nei boschi e nelle vaste praterie. Nessuno, però, sembra prenderla sul serio né considerarla meritevole di poter ascendere al rango di cacciatore. Nessuno ha fiducia in lei, neppure sua madre né tantomeno suo fratello. Naru è dunque una donna che deve farsi strada nella sua realtà sociale, superare con la sola forza di volontà i pregiudizi, gli scetticismi dei suoi simili.

La tribù in cui Naru è cresciuta dà una grande importanza alla caccia. Quest’ultima è un’attività necessaria per il sostentamento e la sopravvivenza di ogni membro della comunità. Gli indiani cacciano per vivere, al contrario del Predator atterrato sulla Terra a loro insaputa, il quale vive per cacciare. È proprio Naru ad accorgersi per prima del suo misterioso arrivo: seguendo le tracce di un leone, la ragazza si rende conto che qualcos’altro si cela nel verde delle pianure, o lassù sui rami degli alberi della foresta. Qualcosa di ancor più temibile e che sta predando gli animali più efferati.

Il predator di “Prey” esplora il pianeta Terra e la sua fauna, studiando le prede e i predatori del nostro ecosistema. Esso inizia cacciando proprio gli animali: in una sequenza, l’alieno osserva con i suoi stessi occhi una testimonianza di come funziona la catena alimentare sulla Terra: egli vede una formica che viene addentata da un roditore, il quale a sua volta viene mangiato da un serpente. Scrutando l’avvenimento, il Predator comprende che è il serpente l’animale più dominante in quel frangente, il predatore superiore del momento, così lo affronta e lo uccide in un istante, ottenendo la sua pelle. L’alieno continua a comportarsi così nelle ore successive: vede un grosso canide rincorrere una lepre, pertanto intuisce che è il primo il predatore, dunque lo sfida, dilaniandolo e prendendo la sua testa.

Un mattino, nei pressi di un ruscello, Naru vede un orso cibarsi di un cervo. La ragazza viene fiutata dall’orso, che l’attacca furiosamente. Naru fugge via ma viene comunque raggiunta dal gigantesco predatore onnivoro: d’un tratto qualcosa si materializza. L’acqua del fiume bagna il corpo dell’alieno che appare cristallino eppur trasparente. Il Predator assale l’orso, lo affronta a mani nude e, pur restando ferito, lo uccide, sollevando la carcassa dell’animale sopra il suo capo. Il sangue che sgorga dal manto dell’orso inzuppa il Predator, rendendolo parzialmente visibile allo sguardo attonito di Naru. Sembra che la “natura” stessa, l’acqua del ruscello che scorre limpida, e il sangue dell’animale, linfa vitale degli esseri viventi, stia lì a dare contorno e consistenza all’alieno senza faccia, giunto dal remoto. È la natura a rivelare parte dell’aspetto del Predator, come se volesse avvisare Naru, un’indiana che vive a stretto contatto con quella natura silenziosa che avvolge ogni cosa, della presenza di questa minaccia sconosciuta.

Quando il Predator scopre l’essere umano, imbattendosi nella tribù di Naru, l’alieno deduce che sulla Terra il predatore in cima alla piramide è l’uomo, conseguentemente sceglie di predarlo in scontri sempre più duri ed estenuanti. L’extraterrestre decima parte della tribù di Naru e uccide senza pietà gli uomini bianchi che si erano avventurati fino ai territori controllati dai nativi.

Prey” si svolge con un ritmo serrato, avvincente come un thriller di alto livello. “Prey” è un lungometraggio coinvolgente e suggestivo, privo di punti morti. L’opera segue l’ascesa e il battesimo del fuoco di una donna che afferma sé stessa, di una cacciatrice che si oppone con impavidità ad un cacciatore ben più forte e pericoloso di lei.

"Il Predator di Prey" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il Predator agisce nell’ombra, occulta sé stesso con un apparecchiatura che lo rende invisibile. Naru fa lo stesso: ella escogita un modo per “scomparire”, per rendersi invedibile agli occhi del suo sfidante. Ingerisce così dei fiori che gelano il sangue del proprio corpo, facendole sparire ogni traccia di calore. Faccia a faccia con il Predator, Naru lo affronta con astuzia e coraggio, sconfiggendolo e reclamando il suo “scalpo”.

Tornata al campo, presso i tepee della sua gente, Naru porta con sé la testa del Predator, il trofeo che testimonia la sua forza, il suo ardore, la prova di sopravvivenza più ardua che ha voluto lei stessa sostenere e superare per ottenere il proprio posto nel gruppo.

Qual era lo spirito di questa cacciatrice? Potremmo provare a comprenderlo? Lo spirito che guidava Naru era lo spirito di una donna indomabile, che cacciava per conquistare ciò che altri le volevano negare. Lo spirito di Naru è quello di un’eroina moderna, di una instancabile lottatrice che combatte per realizzare i suoi sogni e appagare i propri desideri.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

p=8&l=as4&m=amazon&f=ifr&ref=as_ss_li_til&asins=B07MVDP4VG&linkId=3c0d523868ee46d0a30a80436a56b335" frameborder="0">

"Hellboy" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Mostri si nasce?

Cos’è che fa di un mostro quello che è? Cos’è che lo rende tale?

Ad essere del tutto sincero, me l’ero già posta questa domanda… Proprio qui. Ma in quel caso si trattava di un’altra storia. Adesso, beh, la questione è diversa, lievemente più ingarbugliata, mettiamola così.

Di primo acchito, risponderei che un mostro è tale perché è stato creato in quel modo. Egli è un essere soprannaturale, uno spirito fosco, ignoto, che mette spavento a causa del suo aspetto distorto, del suo corpo deforme. Un mostro nasce mostro e non può fare nulla per non esserlo. Del resto, i mostri sono creature obbrobriose, truci, orripilanti, macabre… Mostruose per l’appunto. Le loro sembianze ripugnanti sembrano precedere le loro subdole intenzioni. Un mostro è malvagio perché la sua natura lo spinge ad esserlo. La crudeltà è un istinto per lui - vecchio di secoli e secoli - una peculiarità, l’elemento fondante del suo essere. Almeno, è ciò che crediamo con convinzione.

La crescita e la maturazione, per un mostro, non sono altro che fasi transitorie, necessarie per raggiungere uno status già prestabilito e che non può essere in alcun modo alterato. Egli è un servo del male, è quella la sua unica vocazione. E se così non fosse? Se i mostri non nascessero sempre malvagi come crediamo?

Beh, se fosse realmente così allora i mostri somiglierebbero agli esseri umani ben più di quanto asseriamo. Dopotutto, anche noi uomini non possiamo definirci tutti… Buoni. Anche tra noi si celano i cosiddetti “mostri”, i perfidi, i vili, i violenti, i “diavoli” la cui oscurità se ne resta appartata, occultata da uno strato di linda epidermide e da uno sguardo che, una volta incrociato, non lascia trapelare nulla di anormale.

Ma cos’è che rende un mostro malvagio? E - applicando lo stesso ragionamento potremmo chiederci inoltre - cos’è che rende improbo un essere umano?

I mostri sono sovente descritti come feroci, maligni, orrendi, sozzi, rattrappiti e scheletrici, scavati e informi, viscidi e subdoli. Ma vengono al mondo necessariamente con determinate caratteristiche? Oppure esse si formano pian piano? E, se così fosse, quali fattori influenzerebbero i tratti distintivi del comportamento di un mostro o, nel nostro caso, di una persona come un’altra?

Tante domande a cui è forse difficile dare una risposta. Sarà forse l’ambiente a condizionare l’essere - mostro o uomo che sia - magari l’educazione, l’affetto profuso dai genitori nei riguardi del proprio figlio?  

Chi può mai dirlo! Eppure un mostro, tempo fa, comprovò che si diventa ciò che si sceglie e si cerca di essere, e che la propria indole non potrà mai prevalere sulla propria volontà. (A proposito di creature che scelgono cosa vogliono diventare... Fai un salto da queste parti).

  • Il ragazzo dell’inferno

È l’aprile del 2004: nelle sale di tutto il mondo esce “Hellboy” di Guillermo Del Toro, trasposizione in pellicola del celebre fumetto di Mike Mignola, edito dalla Dark Horse.

La storia ha inizio in una piovosa notte d’autunno. È il 9 ottobre del 1944, sono gli ultimi scampoli del Secondo conflitto mondiale. Hitler sta tentando un’ultima, disperata sortita per volgere l’esito della guerra nuovamente a suo favore. Il Fuhrer ha inviato il suo sicario più fidato e letale, Kroenen, su un’isola della Scozia per prestare supporto allo stregone Rasputin, intento a portare a termine un rischioso rituale. Con le sue arti oscure Rasputin apre un portale, una breccia che dà su un’altra dimensione per evocare un demone che possa guidare le milizie del Terzo Reich al trionfo.

Le forze alleate, intercettato e seguito il plotone tedesco, irrompono sulla scena e impediscono al rituale di compiersi. Nel disordine della battaglia, Kroenen viene trafitto da una lama metallica e apparentemente spira sotto l’incessante lacrimare del cielo. La breccia si chiude e Rasputin viene risucchiato al suo interno. (Rasputin è un cattivone anche... Qui.)

Nel buio della notte è piombato un sottile silenzio. L’unico rumore rimasto nei paraggi è prodotto dall’eco lontana e sempre più affievolita dei colpi di pistola scoccati durante il fragore del combattimento.  Dal portale non è fuoriuscita alcuna entità minacciosa. Perlomeno, così parrebbe.

Tra le forze alleate presenti sul posto quella sera figura un giovane, il professor Trevor Bruttenholm. Questi non è del tutto convinto, crede che il portale sia rimasto schiuso a sufficienza e che qualcosa possa essere venuto fuori. Osservando attentamente il perimetro, scrutando nell’oscurità col favore di una torcia, Trevor nota una fuggevole ombra muoversi fra le macerie di un edificio diroccato. I militari si lasciano prendere dalla paura, uno di essi fa partire una raffica di mitraglietta. Trevor lo ferma di scatto. Vuole vedere di che cosa si tratti.

Lassù, in alto, su di una sporgenza, brilla una macchia rossa. Essa saltella scattante, guizzando fra i ruderi, lasciando intravedere due occhi scintillanti. Trevor comprende immediatamente di avere a che fare con un’entità giunta dall’altro mondo e che essa non è che un cucciolo. Da una delle sue tasche l’uomo tira fuori una merendina, le dà un morso e invita l’esserino a fare lo stesso. Con la mano la creaturina afferra il dolcetto e se lo porta alla bocca, trovandolo di suo gradimento. Si getta poi tra le braccia del professore, il quale lo accoglie come fosse un bambino.

Una volta portato alla luce, il mostriciattolo rivelerà d’essere una sorta di diavoletto, con tanto di corna a spuntargli sulla fronte. Questi si mostra mansueto, adorabile, giocherellone, tant’è che riuscirà a conquistare all’istante le simpatie di tutta la truppa.

I soldati sceglieranno un nome di grande risonanza per il piccino: Hellboy, il ragazzo venuto dall’inferno.

  • Il Portatore di Luce

Ma cos’e che spinse gli alleati a tenere Hellboy con loro e a proteggerlo? Cosa videro in lui? Perché i loro timori iniziali svanirono non appena posarono gli occhi sul piccino?

Per quanto ne sapevano quell’entità era sbucata dal nulla o, per meglio dire, era approdata da una dimensione sconosciuta. Hellboy era un “mostro” - su questo non vi erano dubbi - la sua forma era decisamente inconsueta. Egli rassomigliava ad una creatura diabolica, sinistra. Ciononostante, sembrava un essere capitato lì per errore, un bimbo innocente, sorridente, bisognoso di protezione e ghiotto di dolci. Per tale ragione i soldati lo trassero in salvo, convinti che, crescendo, Hellboy non sarebbe mai diventato un vero “mostro”, parola attraverso la quale, nel linguaggio comune, descriviamo le creature “inaspettate” e, a prima vista, intimidatorie.

I militari, quella notte, misero da parte i loro pregiudizi e non giudicarono il demonietto in base al suo aspetto inusuale. Essi gli diedero fiducia, consapevoli che non può essere la sola origine di un essere a determinare il suo avvenire. Pertanto il diavoletto crebbe tra gli uomini, allevato dal professor Trevor: un padre impreparato per un figlio indesiderato.

I valori trasmessi dal padre adottivo, il credo nelle forze del bene, nei princìpi della religione cristiana, avrebbero lentamente plasmato il carattere di Hellboy. Il diavolo sarebbe stato allevato come un uomo e, un domani, sarebbe asceso al ruolo di salvatore dell’umanità, un guerriero della luce.

Come già detto Hellboy giunse nel nostro mondo da un luogo inesplorato e irraggiungibile. Egli precipitò sulla Terra un po’ come accadde a Lucifero, il diavolo per eccellenza, piombato dal cielo in una notte umida e fittissima. Non appena Lucifero toccò il suolo terreste, una voragine si aprì sotto di lui e lo inghiottì fra le sue fauci. La Terra provava disgusto nei riguardi dell’angelo caduto, non volle farsi lambire dalle sue ali nere, dunque si piegò su sé stessa, generando uno sprofondo ad imbuto attraverso il quale Lucifero colò a picco, raggiungendo, infine, la superficie di un reame tetro e innominabile che da quel momento in poi sarebbe divenuto il suo regno, l’inferno.

Il diavolo - secondo quanto recita uno dei tanti racconti tradizionali - era nato come uno spirito benevolo, un angelo del Paradiso, le cui ali argentee emettevano un barlume raggiante come la Stella del Mattino. Splendido in volto, Lucifero era conosciuto come il Portatore di Luce, il più bello ed il più adorato dei primi figli di Dio. Ben presto il suo cuore cambiò, si fece arido. Egli divenne sempre più superbo, borioso e tracotante. Geloso delle premure che Dio nutriva per la seconda delle sue creazioni più vive e perfette, l’essere umano, Lucifero cominciò a cospirare contro l’Onnipotente. Corruppe altri angeli, trasformò le loro ali candide in appendici nere e insorse contro quello che fu suo Padre e contro gli eserciti celesti.

Sconfitto, l’angelo venne scacciato dai suoi simili. Con il tempo Lucifero, sempre più corrotto dal male che albergava nel suo cuore, assunse un aspetto demoniaco: i suoi piedi si contorsero sino a diventare caprini, i suoi occhi si fecero rossi, profondi come due pozzi in cui non ristagnava più acqua limpida ma da cui si levavano fiamme ardenti, e sulla sua fronte crebbero due corna imponenti. Lucifero prese il nome di Satana, completando la sua mutazione in mostro.

Ma cosa condusse quell’angelo ad un simile destino?

"L'angelo caduto" - Quadro di Alexandre Cabanel

L’ambiente in cui visse Lucifero era una pianura verde, incontaminata, in cui il bene regnava incontrastato, una brughiera illuminata da un raggio di sole eterno e inestinguibile. Il padre dell’angelo, Dio, si era preso cura di lui, ma non era bastato. Qualcosa di perfido si fece strada nel suo modo di pensare e di agire. Lucifero era propenso a covare indivia, a portare rancore, a coltivare propositi di vendetta. Non tollerava ciò che riteneva essere un tradimento perpetrato da Dio: avere anteposto nelle sue preferenze la razza umana a quella angelica. Il potere affascinava Lucifero, ed egli si volse alle tenebre. Da spirito candido divenne massimo artefice del male.

L’aspetto che nell’immaginario collettivo viene attribuito al diavolo - vale a dire corna affilate, coda oblunga, zoccoli ricoperti di peluria folta e scurissima - viene in parte rievocato dall’aspetto di Hellboy, il protagonista dei racconti avventurosi di Mignola e del lungometraggio di Del Toro.

L’eroe dei fumetti però - pur possedendo le sembianze che comunemente vengono attribuite al Lucifero irretito - risulta essere completamente opposto a quest’ultimo. Hellboy è nato in una dimensione demoniaca, in cui il caos domina come un autentico sovrano. Ma Hellboy fuggì da quel luogo, quasi inconsapevolmente, quando non era che un infante, attratto dal luccichio emesso dal portale; così facendo, la sua mente non è stata condizionata dal male che in quella regione smisurata vi abitava.

Hellboy nasce nel disordine e ha origine direttamente come mostro, eppure sceglie di dedicare la propria vita al bene. Lucifero, al contrario, sboccia come creatura angelica, prolifera in una dimensione paradisiaca, fatta di ordine, ma sceglie paradossalmente di voltarsi al male.

Lucifero odiava gli uomini, li disprezzava, giudicandoli figli deboli, imperfetti, facilmente corruttibili nonché inclini a macchiarsi di svariati peccati. Hellboy, invece, nutre per gli esseri umani una sentita ammirazione, ed è pronto a proteggerli a tutti i costi.

Pur essendo a conoscenza della sua natura, Hellboy - ribattezzato affettuosamente Red dal padre adottivo - non viene mai condizionato da essa. Il suo cuore è sincero, il suo animo nobile.

Ed è questo il punto focale della storia di Hellboy: è l’educazione, l’ambiente familiare in cui si cresce, sono gli insegnamenti positivi che si apprendono nel continuo progredire della vita – come la tolleranza, il rispetto verso il prossimo, l’amore e il perdono - a regolare il credo, la sfera etica e morale di un essere vivente dotato di coscienza e di spiccata intelligenza, non la natura. A tutto questo, va aggiunto un carattere personale propenso alla comprensione dei bisogni altrui, incline alla sensibilità, all’attaccamento, alla bontà.

"Hellboy" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Hellboy vanta una personalità virtuosa, arricchita dai precetti e dalle nozioni acquisite dal proprio genitore. Lucifero, differentemente, contava su di un carattere ambiguo e collerico, che non poteva essere in alcun modo impreziosito dai concetti formulati da Dio. 

  • L’indagatore dell’incubo

Sono trascorsi poco più di cinquant’anni dall’arrivo di Hellboy sulla Terra. Red ha visto tanti inverni, ma il suo viso non sembra mostrare i segni del tempo. La sua pelle scarlatta invecchia lentamente, e con essa anche la sua mente. Red ha sempre vissuto in segreto, sottratto a sguardi indiscreti, trascorrendo gran parte della sua infanzia nel Nuovo Messico, presso una base dell’esercito degli Stati Uniti.

Una volta cresciuto, il demone ha trovato occupazione come membro del BPRD, l’ufficio per la ricerca e la difesa del paranormale. In questa sede governativa Top Secret, egli non è la sola creatura straordinaria. Oltre a Red vi è, infatti, Abe Sapien, un umanoide anfibio con cui il protagonista ha intessuto una sincera amicizia.

Lavorando a stretto contatto con gli agenti dell’BPRD Red è diventato un agente a sua volta, specializzandosi nella caccia e nella cattura di pericolose entità. Hellboy è una sorta di indagatore dell’incubo, un investigatore dell’occulto, un ossimoro vivente: un diavolo che lotta contro le forze oscure.

Per il mondo esterno Hellboy è una vera e propria leggenda metropolitana, che ha ispirato tutta una serie di fumetti. Nel corso degli anni si è sparsa la voce circa l’esistenza di una creatura che compare di tanto in tanto e scompare con la stessa rapidità di un battito d’ali. Diversi testimoni giurerebbero di aver scorto la silhouette di un demone dal corpo fiammeggiante, avvolto in un cappotto tendente al giallo. Questi presunti avvistamenti del demone rosso sono eventi rari nella Grande mela newyorkese, screditati dai media. Coloro che hanno avuto la fortuna di mirare Hellboy hanno anche provato a immortalarlo, ma con scarsi risultati: quasi tutte le fotografie che testimonierebbero l’esistenza dell’indagatore sono infatti sfocate, poiché la presunta creatura si muoverebbe troppo rapidamente per essere fotografata.

La sagoma di Hellboy ha i caratteri del mito per i meno scettici, coloro i quali credono nella vera esistenza di una creatura dalla foggia minacciosa che si batte per proteggere la razza umana.

Nella prima parte del film, poco dopo la sua apparizione, Hellboy viene chiamato per combattere una terrificante creatura apparsa al museo di New York, Sammael, il seguace della resurrezione. Non è che l’inizio di una serie di eventi che porteranno Red ad imbattersi in Rasputin, lo stregone che lo portò sulla Terra quando era solamente un bambino, e che vuole che il demone ascenda al suo destino. Rasputin è stato riportato alla vita da Kroenen, scampato inaspettatamente alla morte. Il negromante vuole condurre il mondo sull’orlo del baratro: toccherà ad Hellboy fermarlo.

  • Mostri umani

Il film del regista messicano si distingue anzitutto per la sua bellezza estetica: le creature che popolano l’universo di “Hellboy” appaiono vivide, realistiche, perfino plausibili, perfettamente inserite in un mondo variegato fatto tanto di verità quanto di immaginazione. Il mondo che Del Toro crea e modella nel suo lungometraggio è fedele alla poetica del cineasta, vale a dire un cosmo in cui fiaba e realtà si mescolano, coesistendo all’unisono. (Un'altra fiaba di Del Toro ti aspetta qui).

Nella vasta metropoli su cui veglia Hellboy vi sono umani e mostri, sebbene i primi ignorino l’esistenza dei secondi. All’alba e durante le ore diurne, le creature demoniache che minacciano l’armonia del creato così come lo conosciamo se ne stanno isolate, ma una volta che il sole va a morire ad ovest esse riemergono. Hellboy le affronta, agendo col favore della notte, senza mai farsi notare. Egli vigila sul destino dell’uomo come un eroe senza volto. In tutto ciò, l’essere umano comune porta avanti la sua routine completamente ignaro di ciò che lo circonda davvero, dimostrazione di quanto l’uomo, sebbene si ritenga l’animale maggiormente sviluppato nella scala evolutiva, continui ad annaspare nell’inconsapevolezza di ciò che l’universo ha in serbo per lui.

Hellboy” è un romanzo visivo fatto di leggende, folklore, superstizione e di autenticità, una favola dai contorni orrifici attraverso cui il terrore abbraccia il tangibile. La pellicola di Del Toro spicca, altresì, per la cura nel delineare la personalità dei protagonisti, tutti mostri, a loro modo, resi incredibilmente umani, con i loro punti di forza e, soprattutto, con le loro molteplici debolezze.

"Red, Abe e Liz" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Red - il personaggio cardine della vicenda - è tanto eroico, ironico, sprezzante e spavaldo quanto infantile, geloso, insicuro e ancor di più spaventato da un cupo destino che pende su di lui. Dietro la scorza coriacea di Hellboy – oltre l’ironia pungente e irresistibile che gli conferisce l’aria di un eroe solitario ma strafottente e costantemente di buon umore - Red rivela un animo tormentato e, al contempo, intimorito dal suo passato avvolto nel mistero. Red, nel suo intimo, vorrebbe, forse, essere un uomo normale ma non può far nulla per intervenire sulle proprie fattezze o per attenuare il proprio potere. Quindi, non avendo alternative, si accetta così com’è, impiegando le proprie forze per uno scopo superiore.

Tratto distintivo della personalità umana di Hellboy è l’affetto che egli nutre nei confronti del padre. Più volte, Red lascerà venire a galla la sua paura più grande: deludere il papà, a cui è legatissimo. In una particolare scena, il diavolo, non appena vedrà il genitore – appena rincasato - nasconderà dietro la sua schiena il sigaro che è solito fumare quando è in missione o, semplicemente, quando è solo: tenero segno che dimostra come anche un diavolo grande e grosso possa avere paura del rimprovero della persona a lui più cara.

Oltre che per il padre e per l’amico Abe, Red prova un affetto pressoché smisurato per Liz, il grande amore della sua vita. Questo sentimento verrà sfruttato da Del Toro per rimarcare il fatto che anche un mostro può essere in grado di amare incondizionatamente. (Un altro mostro in grado di amare vive nel ventre di un teatro, da queste parti).

Abraham Sapien, uno dei protagonisti della storia, l’uomo anfibio fedele amico di Hellboy, è pacato, compassato, saggio e flemmatico. Anch’egli privo di una esistenza normale e costretto, suo malgrado, a vivere di nascosto, Abraham mostra la parte più umana della propria indole attraverso la sua delicatezza, la sua sensibilità, la sua empatia. Non è un caso che tra le sue facoltà principali ci sia il potere di sentire le sensazioni del prossimo. Poggiando il suo arto su una superficie lambita da un altro essere, o toccando direttamente il corpo di un suo interlocutore, Abe può sentire l’aura di chi ha dinanzi, leggere dentro di lui, comprendere le sue intenzioni o i suoi veri sentimenti. L’umanità di questo “mostro” sta proprio nel suo essere profondamente attento alle emozioni altrui. (Un mostro somigliante ad Abe attende il tuo arrivo proprio qui).

Elizabeth Sherman è una ragazza dotata di un potere tanto grande quanto pericolosissimo. Ella può generare delle fiamme dal suo corpo, ma non sempre è in grado di controllarle. Un tragico incidente avvenuto durante la sua giovinezza l’ha segnata come una ferita mai cicatrizzatasi e che seguita a sanguinare; da allora ella vive nell’angoscia, peregrinando senza una meta o uno scopo, alla costante ricerca del proprio posto nell’ordine delle cose. Hellboy la ama per quella che è, ed è inoltre il solo a non correre alcun pericolo standole vicino: Red è infatti immune al fuoco.

Liz è una donna normale a prima vista, ciononostante l’abilità che ha acquisito è una maledizione, un fardello che ha “deturpato” la sua infanzia condannandola a brancolare nel terrore. L’umanità di Elizabeth è sita nella sua sofferenza, nel modo in cui ella abbraccia il suo dolore senza lasciarsene sopraffare, ma non solo, ella si dimostra una donna altruista, generosa, che non esprime mai giudizi basandosi semplicemente su ciò che vede. Il suo affetto per Abe e il suo amore per Hellboy dimostrano come Liz sia vicina ai mostri, o per meglio dire ai dimenticati, ai solitari, ai reietti e agli ignorati.

  • Il portatore di tenebre

 “Cos'è che fa dell'uomo un uomo?” - Si chiese una volta il professor Trevor. – “Saranno le sue origini? Il modo in cui nasce alla vita?”.

Queste domande che Trevor si pone durante lo scorrere delle prime sequenze del film ricordano, in parte, i quesiti che mi sono posto io stesso all’inizio di questo mio elaborato. Dunque, cos’è che rende un uomo… Un uomo?

Ingenuamente, Hellboy crede che per assomigliare di più ad un essere umano bisogna partire dal proprio aspetto fisico. Per questa ragione, Red è solito accorciare regolarmente la lunghezza delle sue protuberanze ossee frontali. Un maldestro tentativo di adattarsi, d’essere più somigliante alla razza umana con la quale egli cerca disperatamente di entrare in contatto.

L’intera opera di Del Toro ruota attorno al concetto di integrazione. Il riflesso che Hellboy mira quotidianamente allo specchio gli ricorda la sua unicità e, al contempo, il fatto che non potrà mai essere considerato un uomo come un altro. A Red non è concesso il dono di passare inosservato, di confondersi tra la folla, dopotutto egli è un essere stupefacente, alto poco più di due metri e con una mano rocciosa e indistruttibile.

Ma l’integrazione di un essere vivente in una società che da principio non gli appartiene passa inevitabilmente dall’aspetto esteriore? Il desiderio di Hellboy di essere riconosciuto e considerato alla stregua di un uomo dipende dai caratteri somatici? Oppure vi sono altri parametri a stabilire se un mostro può integrarsi e venire reputato pienamente umano dai suoi “simili”?

L’investigazione di Hellboy e la sua strenua caccia allo stregone Rasputin lo portano sino alla gelida Russia, fra le lande innevate di Mosca. Rasputin è deciso a portare a termine il rituale rimasto insoluto e che trascinerà il mondo alla distruzione. Per attirare l’eroe in trappola, l’antagonista cattura Liz.

Tramite la sua magia, lo stregone riesce a soggiogare Hellboy e a trasformarlo in quel demone che, per oltre mezzo secolo, Red non ha fatto che reprimere. Dalla mano destra di Hellboy si sprigiona un incredibile potere e un nuovo portale si materializza davanti agli occhi attoniti dei presenti.

Le tenebre iniziano lentamente a calare, la volta celeste si tinge di rosso. Red raccoglie il crocifisso che era solito portare con sé, esso gli irrita l’epidermide sino ad ustionarlo. La forma della croce cristiana resta impressa nella sua mano come un marchio. Red si è trasformato in un diavolo e il simbolo della sua vecchia fede lo ha appena segnato come un’entità malvagia, da respingere, verso cui il crocifisso si mostra ostile. In quell’attimo, quando il rito sta ormai per compiersi e quando quella croce ha certificato la natura ostile e malvagia di Hellboy, Red rinviene e torna in sé. Le nuvole in cielo iniziano a diradarsi. L’eroe spezza così le corna allungate che svettavano alte sulla sua fronte, segno del suo retaggio demoniaco.

Imbracciata la sua adorata pistola, il Samaritano, Red fronteggia Rasputin e il mostro che, dal corpo putrefatto e distrutto del mago, affiora. Dopo un’ardua battaglia, Hellboy prevale.

Red si ricongiunge con Liz, dopo averla messa in salvo. I due “mostri” si stringono in un abbraccio, scambiandosi un bacio appassionato. Le fiamme scaturite dal corpo di Liz avviluppano i due innamorati, senza mai estinguersi.

"Il Diavolo Rosso" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Cos’è che fa di un mostro quello che è realmente?

Difficile dirlo, ma una cosa è certa: non sono i suoi connotati e non è neppure la sua origine a costituire l’essenza di un mostro o di un essere umano. Sono le sue scelte, la sua condotta, le sue emozioni, i gesti che compie nel lungo scorrere della sua vita a determinare il suo essere.

Hellboy sarà anche un mostro a vederlo, ma laggiù, oltre il suo granitico involucro, il suo guscio rossastro, proprio lì, al centro del petto, egli serba un cuore da eroe, da combattente, da uomo vero.

Dopotutto, il diavolo non può nascondere la sua coda, può a stento limare le sue corna ma, in fondo, non è realmente brutto come lo si dipinge. Tutt’altro!

Red direbbe di sé stesso di essere bellissimo!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Batman, 1966" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tutto ebbe inizio nel soggiorno di una grande e lussuosa villa. Il miliardario Bruce Wayne, vestito di tutto punto, se ne sta ritto in piedi, sfogliando un grosso libro. Egli sta intrattenendo i suoi ospiti, disquisendo con essi sul suo desiderio di aiutare le persone più bisognose.

“La fondazione Wayne vi appoggerà, completamente!” – Afferma, con cordialità, il noto magnate. Bruce si mostra più deciso che mai a sostenere la costruzione di alcuni centri per combattere la delinquenza giovanile. Proprio in tale occasione, egli rammenta ai presenti il giuramento che fece quando era solamente un bambino, e assistette all’omicidio dei suoi amati genitori: proteggere e aiutare gli indifesi.

Nel frattempo, in una stanza sita a pochi passi dall’ampio salone, un telefono squilla insistentemente, accendendosi di un rosso infuocato. Il maggiordomo Alfred Pennyworth irrompe nello studio, alza la cornetta e ascolta le parole di chi, dall’altro capo del filo, si rivolge a lui.

Attenda in linea!” – Sussurra il solerte maggiordomo, prima di deporre il “ricevitore” sulla scrivania. Alfred attirerà, così, l’attenzione di Bruce e del giovane Dick Grayson, pupillo del miliardario. Ambedue varcano lo studio, apprendendo che la città di Gotham è in pericolo. Decidono, subito, di entrare in azione: attivato un circuito nascosto, entrambi discendono lungo una pertica, raggiungendo un’accogliente caverna, nascosta dietro un passaggio segreto.

È il 1966: sugli schermi televisivi americani fanno incursione due bislacchi eroi dai costumi improbabili: Batman e Robin. Il primo è un uomo alto, distinto e dai modi garbati, il secondo è invece un ragazzo, ingenuo come ogni adolescente che si rispetti ma pure armato di un certo ardimento. Batman e Robin si palesano dinanzi al loro pubblico, alla loro platea di spettatori, una sera come tante, gettandosi a capofitto in un’avventura destinata ad essere la prima di una lunga serie.

L’episodio pilota della serie televisiva di Batman comincia in tal modo. Il personaggio si manifesta, dapprima, nella sua dimensione “umana”, apparendo nelle vesti di un uomo qualunque che, in gran segreto, conduce una doppia vita. Infatti, ogniqualvolta quel telefono rosso comincia a brillare Bruce, di soppiatto, sgattaiola via dalla sua abitazione, sfrecciando per le strade della metropoli con l’aspetto di un vigilante mascherato.

La serie televisiva di “Batman” fu il primo, ambizioso tentativo di trasporre in carne ed ossa le avventure del celebre supereroe targato DC Comics. I creatori del format scelsero di abbandonare le atmosfere tenebrose del fumetto degli anni ’40 e ‘50, preferendo ricreare un clima scanzonato e prettamente umoristico. Tuttavia, ciò che è importante tenere bene a mente è che questa ironia è velata, resta sottaciuta e mai resa del tutto evidente.

Batman si comporta con dedizione, con assoluta compostezza, e non lascia mai trasparire dal suo volto alcun imbarazzo, alcun sorriso di scherno, alcuna espressione di stupore, neppure davanti alla più inverosimile delle proprie peripezie. La serie di Batman è a tutti gli effetti una “parodia”, ma una parodia unica nel suo genere. Essa, infatti, pur parodiando, all’apparenza, l’universo della sua controparte a fumetti, non lo deride, non lo ridicolizza, tutt’altro, lo trasforma, lo estremizza, lo muta infondendo in esso una verve sarcastica ed una vena surreale.

L’oscurità tipica del personaggio di Batman viene cambiata in una gioviale positività, il suo tormento interiore viene trasfigurato e alterato, divenendo una meccanismo di propulsione che sprona l’eroe a lottare per il bene senza, però, arrecargli quell’angoscia mentale che egli patisce abitualmente nelle storie su carta stampata. Il Batman della serie televisiva degli anni ’60 è, dunque, un eroe ottimista, giocoso che sa perfettamente di rivolgersi ai bambini: egli è, a tutti gli effetti, un educatore, un esempio da seguire, l’aio per eccellenza, in altre parole, un gentiluomo in costume.

La comicità della serie è da ricercarsi nel suo stile spensierato che, però, non viene mai reso plateale. Il produttore esecutivo William Dozier definì il prodotto come una sitcom in cui le sequenze ironiche non sono scandite da alcuna risata di sottofondo. In effetti il riso finto, che echeggia dal fuori campo, avrebbe reso chiara l’assurdità della scena in sé, togliendo uno dei segni più rappresentativi della serie stessa, uno dei suoi paradossi: trattare seriamente un qualcosa che, invero, è palesemente ironico. Pertanto, guardando “Batman” non si ha mai completamente l’impressione di star guardando un programma comico, eppure così è, ed è questa la sua più grande unicità. Talvolta, si ha la sensazione che ciò che si sta osservando sia talmente irragionevole, sconnesso, infantile ed eccentrico da credere che si tratti di un orripilante adattamento, di una versione “demenziale”, di pessimo gusto, tremendamente sbagliata, senza capire che, in realtà, è proprio dietro quei sotterfugi, quelle stravaganze trattate in maniera tanto dignitosa che va ricercata la genialità nonché la peculiarità di questo telefilm. Altri elementi iconici del serial sono i costumi sgargianti e quasi carnevaleschi, i dialoghi sconclusionati, le ingenuità puerili, le gag inverosimili, le trovate ai limiti del no-sense, le mischie e le lotte scandite da diciture onomatopeiche.

"Adam West e la maschera del pipistrello" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

A prestare il proprio volto all’eroe mascherato fu Adam West, primo e storico interprete del Cavaliere Oscuro. Beh, utilizzare questo appellativo per definire il Batman impersonato da Adam West fa un po’ sorridere: di oscuro c’è ben poco nel suo Batman, tuttavia di “cavaliere” c’è molto. Adam West fu, di fatto, un Batman cavalleresco, altruista, generoso e raffinato nelle sue movenze semiserie. Egli conferì a Bruce Wayne un'eleganza inglese, quasi da agente segreto, e a Batman una comicità singolare, kafkiana e volutamente sottintesa.

Sebbene mantenga un carattere vivace e leggero, il Bruce Wayne interpretato da Adam West non è esente da riletture più profonde e articolate che non devono limitarsi a vederlo puramente come un guardiano dal temperamento nobile, dal cuore puro e incorruttibile e, proprio per questo, scontato e stereotipato. Il Bruce Wayne di West incarna, per certi versi, lo spettatore medio americano di quel periodo che agognava, in cuor suo, di vivere i sogni più impavidi e di affrontare le incognite di una vita spericolata. Scivolando lungo quella pertica, occultata nel suo studio e scendendo sempre più giù, fino alla caverna, quel luogo segreto, Bruce rende tangibili le aspirazioni di gloria, vive sulla sua pelle i desideri e le voglie da brivido dell’uomo comune a cui queste possibilità sono precluse dalle limitazioni di una vita normale e priva di accadimenti che richiedono audacia e sprezzo del pericolo. La maschera del pipistrello, in particolare, sdoppia la personalità di Bruce, creando il suo alter-ego e permettendogli di assaporare gli azzardi di un’esistenza temeraria senza il rischio d’essere riconosciuto, senza l’incertezza che la sua sfera privata venga intaccata dall’indiscrezione degli estranei.

"Robin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La serie televisiva andò in onda per tre stagioni, vantando un totale di 120 episodi. A spalleggiare Batman nelle sue intrepide missioni c’è sempre il fido Robin, il solo, ad eccezione del maggiordomo Alfred, a conoscere la vera identità del supereroe. Il giovane aiutante dell’Uomo Pipistrello, con le sue esternazioni sui generis, funge da divertente spalla del protagonista. A partire dall’ultima stagione, il dinamico duo riceverà l’aiuto dell’avvenente Batgirl.

"Batgirl" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per il ruolo di Barbara Gordon, figlia del Commissario James Gordon, fu scelta l’attrice Yvonne Craig. Nei panni della timida e astuta bibliotecaria Barbara, Yvonne sfoggiava capelli corti e bruni ed un look fatto di abiti coprenti e colorati. Quando vestiva il costume di Batgirl, Barbara era solita indossare un cappuccio viola e una maschera scura, da cui fuoriusciva una fluente chioma rossastra. Differentemente dal fumetto, Batman e Robin non conoscono l’identità di Batgirl. Barbara ha infatti progettato, tutta da sola, un nascondiglio nel proprio appartamento che le consente di celare i suoi indumenti da supereroina, ed il più delle volte giunge sul luogo del misfatto con la sua scintillante motocicletta, unendosi al dinamico duo d’un tratto e scomparendo dalla loro vista una volta portato a termine il proprio dovere.

Sia Robin che Batgirl costituiscono un punto di raccordo con i telespettatori più piccoli, una sorta di “proiezione”, dei personaggi con cui i bambini e le bambine possono facilmente identificarsi così da poter immaginare di lottare fianco a fianco con il cavaliere senza macchia, calzando il costume del ragazzo meraviglia o della donna pipistrello.

Durante lo scorrere degli episodi, Batman si troverà ad affrontare una galleria di nemici pittoreschi, alcuni come il Maniaco degli Orologi, Mr. Freeze, il Cappellaio Matto sono tratti dai fumetti, altri come Re Tut e Testa d’Uovo (interpretato da un incontenibile Vincent Price) verranno ideati appositamente per il serial, riuscendo a riscuotere un ragguardevole successo tra gli appassionati. I delinquenti più presenti nell’arco delle tre stagioni sono il Joker ed il Pinguino, interpretati rispettivamente da Cesar Romero - il quale non rinunciò a tagliare i suoi inconfondibili baffi, facilmente identificabili sotto il candido trucco - e Burgess Meredith, già famoso sul piccolo schermo per le sue quattro, indimenticabili apparizioni in “The Twilight Zone”. Romero caratterizzò il pagliaccio principe del crimine come un lunatico burlone, donando alla nemesi del personaggio cardine una connotazione capricciosa ed una personalità travolgente e suonata, come se fosse un cattivo balzato fuori da un cartone animato.  

Tutti i villan agiscono con le medesime intenzioni: vogliono a tutti i costi sconfiggere Batman, seminare il disordine nella tranquilla metropoli di Gotham, e portare a termine qualche furtarello. Nessuno dei vari antagonisti del paladino di Gotham si dimostrerà mai realmente “malvagio”. In linea con lo spirito della serie, gli avversari del Crociato Incappucciato assumono il ruolo di criminali scaltri ma al contempo inetti, cartooneschi, intrinsecamente sciocchi. Fra i più, soltanto la Catwoman di Julie Newmar saprà distinguersi e ritagliarsi un’identità particolareggiata, abbattendo i caratteri fanciulleschi della sitcom con la sua prorompente sensualità.

"Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella serie televisiva Catwoman incarna, infatti, l’inatteso, l’elemento imprevedibile che fa vacillare le ferree certezze dell’eroe mascherato, costantemente ligio al dovere e mai propenso a godere di alcun piacere, sia pure momentaneo. Catwoman non è, infatti, un tradizionale antagonista, un cattivo da strapazzo, facile da decifrare nelle proprie subdole intenzioni e altrettanto semplice da acciuffare, da affrontare in duello o in qualche scazzottata a ritmo da ballo. Tutt’altro!

La donna gatto di Julie Newmar è l’estro, il brio, l’imprevisto. In un fare semiserio come quello tipico del telefilm, in un contesto fanciullesco, ingenuo, volutamente ironico, in un’ambientazione “kitsch”, Catwoman costituisce la sfumatura indistinguibile, il grigio che si insinua tra il bianco del bene e il nero del male, la venatura adulta, la tentazione più pericolosa per il cavaliere di Gotham impersonato dal signorile Adam West. Catwoman è la donna che fa tremare Batman, la “nemica” che è anche sua “amica”, l’avversaria che è altresì la creatura femminile che più lo attrae. Un bel problema per un miliardario tutto d’un pezzo come Bruce Wayne, un bell’impiccio per un vigilante esemplare che tiene sempre a ricordare, a tutti coloro che osservano le sue avventure attraverso l’occhio meccanico di una telecamera, i giusti comportamenti da seguire.

Catwoman è, dunque, la lusinga, il desiderio per un uomo casto e integerrimo come il Batman di Adam West. Pur agendo con la semplicità e la sventatezza che contraddistingue ogni personaggio del programma, ella sa essere maliziosa, provocante nei movimenti, melliflua nel parlato. Julie Newmar, con i suoi folti capelli, il suo vitino di vespa, stretto da una cintura color dell’oro, con i suoi fianchi ben sagomati, le sue gote tonde e rosee, e il colore bruno del suo costume che esalta ogni sua forma, era troppo bella, se non addirittura irresistibile per non elevarsi al di sopra di ogni altro supercriminale della città di Gotham. Catwoman ruberà, in parte, il cuore di Batman che, però, costretto a rispettare i suoi obblighi civili, saprà rinunciare a qualsiasi tentativo di corteggiamento. Entrambi, ad ogni nuovo scontro, reclameranno un bacio che sembrerà non arrivare mai. Tuttavia, in un episodio, i due gusteranno un gelato insieme, molto vicini, a un passo l’uno dall’altra. Ciò che più si avvicinerà ad un appuntamento.

Batman – La serie” è nota per il suo tocco “Camp”. Con questo termine, si vuole intendere l’uso intenzionale e sapiente del Kitsch. Al contempo, con il termine Kitsch si definisce uno stile artistico che finisce per scadere nel “cattivo gusto”. Già cinquant’anni fa, il filosofo italiano Umberto Eco aveva posto l’attenzione sul concetto di “Kitsch” e sulla sua introduzione, sempre più insistente, nella cultura di massa. Il cattivo gusto, per Eco, soffre della medesima sorte che Benedetto Croce riconosceva come tipica dell’arte: tutti sanno benissimo cosa sia e non temono di individuarlo, salvo trovarsi imbarazzati nel definirlo. Il Kitsch, in particolare, potrebbe essere illustrato come una forma di menzogna artistica che cerca di generare nello spettatore un particolare effetto. Hermann Broch, citato dallo stesso Eco nella sua opera seminale “Apocalittici e integrati”, avanza l’idea che senza una piccola dose di Kitsch nessun tipo di arte possa esistere.

I creatori della serie televisiva di Batman sembrano aver ghermito questo pensiero, facendo loro il carattere più evidente del “Kitsch” e piegandolo ai propri voleri, tramutandolo in “Camp”. I costumi poveri, sciatti dei due protagonisti, le trame sempliciotte, le battute scontate fanno parte di un uso deliberato e attentamente inscenato, di una forma d’arte satirica volta a generare il riso mediante l’ostentazione taciuta del grottesco.  

Nel 1966, tra la messa in onda della prima e della seconda serie, venne prodotto un lungometraggio: la prima, vera trasposizione di Batman per il grande schermo. Nell’opera filmica, Batman e Robin si trovano ad affrontare una pericolosissima alleanza di super-cattivoni: il Joker (in tal caso ribattezzato “Jolly”), l’Enigmista, il Pinguino e Catwoman hanno stretto un patto per mettere alle corde il vigilante e non lasciargli alcuno scampo.

Tra combattimenti con squali affamati, bombe da disinnescare, fughe rocambolesche e zuffe estremamente coreografiche, Batman dovrà guardarsi bene dal più insidioso dei fatali pericoli: l’amore. Difatti, la donna-gatto (interpretata dall’attrice Lee Meriwether, data la temporanea assenza di Julie Newmar), nelle sue sembianze da donna comune, intreccia con Bruce Wayne un romantico corteggiamento mentre, allo stesso tempo, nei panni di Batman e Catwoman i due continueranno ad essere schierati su fronti opposti. Un elemento che, con le dovute differenze, verrà rimesso in scena da Tim Burton in “Batman - Il ritorno”.

Batman – Il film” raccoglie tutti gli elementi estrosi della serie televisiva, miscelandoli alle caratteristiche stravaganti della stessa, elevando tali prerogative all’ennesima potenza. Il risultato è un susseguirsi di bizzarrie, di sequenze ai limiti del farsesco.

Si resta perplessi, piacevolmente “sconvolti”, si ride di gusto, talvolta a crepapelle, nel mentre si gustano i trucchi clowneschi, le trovare inverosimili, i buffi espedienti narrativi adoperati nell’opera cinematografica. “Batman – Il film” fa del Camp una forma d’espressione sofisticata, genuina, paradossale e divertentissima. 

Anche un sociologo come Arthur Asa Berger rivolse il suo sguardo, attento e scrupoloso, verso la popolare serie televisiva e sul fenomeno che essa generò, la cosiddetta “Batmania”. Il Berger notò come l’impostazione del format fosse decisamente “enfatica”. Tenne a ricordare ciò lo stesso Adam West, in un’intervista concessa a John Stanley. L’attore statunitense confidò che il progetto della serie era quello di rappresentare Batman da un punto di vista satirico. Tuttavia, tale “satira” non era del tipo più comune ma di un tipo del tutto speciale. L’elemento satirico consiste proprio nell’atteggiamento stilistico con cui il tutto si svolge e si sviluppa. Le caricature, le esagerazioni, le ridondanze sono accuratamente preparate e volute, ma non sortirebbero lo stesso effetto se non venissero recitate con totale sincerità.

Il compito di Adam West era quello di restare “serio” davanti al più comico degli equivoci, di rendere “credibile” il più illogico dei colpi di scena, di attenuare l’esagerazione fintanto da renderla sottilissima, fine, arguta.

Arthur Asa Berger bolla il film del 1966 con un giudizio inequivocabile: “orrendo”. Al di là del suo parere piuttosto inclemente, ciò che è più interessante scorgere nelle parole dello studioso americano è lo strano “destino” a cui andò incontro il Batman di Adam West. Come sostenuto dallo stesso Berger, nella mitologia del fumetto, Bruce Wayne, indossando il costume dell’Uomo Pipistrello, diviene una figura spaventosa, mostruosa che deve osteggiare figure altrettanto mostruose e grottesche, molte delle quali possiedono connotazioni animalesche. Il Cavaliere Oscuro è sempre stato un eroe torbido, implacabile, la cui ambientazione tetra e violenta ben si prestava ad una fascia di lettori prettamente maturi. Batman, nella sua prima incarnazione dal “vivo”, finì per essere deriso proprio dagli adulti che avevano letto i suoi racconti, venendo, al contrario, amato incondizionatamente dai bambini, i quali presero per schiette, per giuste, per appassionanti ed eroiche le audaci azioni che il Crociato Incappucciato compiva settimanalmente sui teleschermi delle loro case. Secondo il pensiero del Berger, gli adulti dell’epoca vedevano Batman come l’emblema della cultura Camp: un esempio “vivente” della crisi dell’eroe, il quale, nell’America degli anni ’60, non esisteva più, decaduto completamente come modello simbolico, come mito oramai desueto. Al contempo, per una nuova generazione di bambini quell’eroe spontaneo, premuroso e buono era ancora saldo, robusto, integro e non si era affatto consumato.

Il più grande merito del Batman degli anni ’60 fu quello di formare ed educare milioni di giovanotti sparsi per tutto il mondo, cresciuti con i sani valori dell’onestà e della rettitudine, principi cari allo stesso Adam, che volle, più volte, rapportarsi con l’idea romantica di un gentleman in calzamaglia.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Rey, Kylo Ren, Leila e Darth Sidious" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Non ho intenzione di scrivere una vera recensione sul nono episodio della saga di “Star Wars”. Non riuscirei a farlo.

Per quest’ultimo capitolo, dubito valga veramente la pena di sprecare gocce d’inchiostro, seppur di inchiostro “virtuale” io stia parlando. Mi ero ripromesso di non spendere più alcuna frase per questa trilogia sequel, tanto il malumore e lo scontento avevano avuto la meglio nel mio animo. Con un pizzico di ingenuità, in tutti questi mesi, ho seguitato a ripetermi che i sequel non mi appartengono e che ciò che mostrano non può scalfire il ricordo della storia che ho amato perdutamente.

Cronologicamente parlando, “Star Wars”, per me, comincia con un bambino scoperto su Tatooine e termina molti anni dopo con la morte di quello stesso “bambino”, divenuto un uomo adulto, racchiuso in un elmo scuro.

Durante l’evolversi di questa storia, il “bambino” di cui faccio menzione si era tramutato in un terribile servitore del male, genuflesso ad un dolore che non avrebbe mai avuto fine. Il biondo dei suoi capelli era scomparso così come il candore del suo volto. Dall’episodio I all’episodio VI, di Anakin non è rimasto che un viso paonazzo, saturo di sofferenza. Quella faccia demolita dal patimento veniva osservata con dolcezza dal figlio Luke, poco prima che Anakin spirasse tra le sue braccia. Che splendido finale era quello!

Anakin Skywalker, il prescelto dei Jedi, era un personaggio torturato dal rimorso, ottenebrato, sconvolto tanto nel corpo quanto nello spirito. Un uomo che, nel periodo più buio della sua vita, quando aveva perso ogni speranza e si era, da tempo, allontanato dal bene, scopre d’essere un padre. Anakin era un eroe caduto, eternamente in conflitto con se stesso, che cercava di risorgere dalle tenebre. Darth Vader era il “malvagio”, ma anche il vero protagonista delle vicende. Un protagonista che otteneva la redenzione salvando il figlio dalla morte, sottraendolo allo strazio del “vero” antagonista, vale a dire l’Imperatore Palpatine. I fulmini scagliati dal tiranno all’indirizzo dell’inerme Luke riaccesero l’umanità mai del tutto sopita nel cuore del cavaliere jedi. Anakin tornò in sé, riemerse verso la luce. Uccidendo il “cattivo”, ovvero il Signore dei Sith, Anakin compì la profezia teorizzata dal creatore di questo racconto immortale, George Lucas. “Star Wars” finiva in tal modo. La storia era stata conclusa, non vi era altro da raccontare.

L’epilogo della saga era perfetto, talmente soddisfacente da non lasciare alcuno spiraglio. Qualunque cosa fosse stata imbastita per un “fantomatico” seguito, avrebbe assunto i toni della “forzatura”. E’ il destino delle grandi storie: hanno un inizio ed una fine, proseguirle quando esse hanno già mostrato tutto significa rischiare di rovinarle.

Tutto ciò che è stato prodotto dopo la fine dell’emozionantissimo “La vendetta dei sith”, non incontrando i miei favori, ho preferito abbandonarlo, ignorarlo, cosciente che avrebbe fatto felice qualcun altro.

Ad oggi, però, mi sento in dovere di scrivere qualche altra riga su questo strampalato proseguimento dell’esalogia ideata da Lucas, e per un motivo molto chiaro: il finale di “Star Wars: episodio IX” non può essere tralasciato, obliato, trascurato poiché inficia maledettamente l’arco narrativo dei capitoli precedenti, quello stesso arco narrativo sceneggiato in sei splendidi film, i quali materializzavano, sotto i nostri occhi, il fato di due cavalieri Jedi, Anakin e Luke Skywalker, ad oggi resi completamente inutili da una sciagurata prosecuzione firmata Walt Disney e Lucasfilm.

Riflettere sul “come” si siano sviluppati questi bizzarri sequel, colmi di una storia già vista e repleti di incongruenze e trame imbastite senza un’intenzione precisa, fa sorridere amaramente. Con pacatezza, cercherò di tirare le somme di questa “mirabolante” e “stupefacente” trilogia targata “Topolino”. Partiamo dall’inizio, “dall’originalissimo” e “audace” episodio VII. Il nuovo corso, infatti, comincia da lì.

E’ il 2015. I propositi sono ambiziosi, il marketing pervasivo. Il seguito de “Il ritorno dello jedi” viene pubblicizzato come l’evento cinematografico più importante degli ultimi dieci anni. La regia è stata affidata al noto J.J. Abrams. Con una ruffianeria per nulla celata, il cineasta dimostra di voler appagare e compiacere il pubblico di devoti, riportandolo a rivivere le identiche atmosfere della prima trilogia. Abrams plasma, così, un’opera filmica studiata a tavolino: stucchevole, prevedibile, scontatissima ed estremamente scimmiottata. L’impatto per molti è spiazzante: episodio VII non è un seguito, o per meglio dire è un seguito furbo e potenzialmente irrispettoso.

La trama introdotta dal settimo episodio della saga è un allucinante copia-incolla. Più che un sequel, J.J. Abrams confeziona un remake/reboot delle opere di George Lucas, non osando nulla e non compiendo nessuna innovazione stilistica e narrativa. Il sequel di un film che era terminato con la caduta dell’Impero Galattico e la vittoria dell’Alleanza Ribelle, non presenta alcunché di moderno, “inaspettato”, nuovo. L’ambientazione è la medesima, l’approccio è identico, i conflitti lo sono altrettanto, il canovaccio, inoltre, calca in tutto e per tutto quello di “Una nuova speranza”. Ne “Il risveglio della forza” non vengono mostrate le dinamiche di un universo evoluto, necessariamente cambiato in trenta e passa anni dall’ultima volta che noi tutti gli avevamo dato un’occhiata. Nessun contesto politico viene indagato, nessun aspetto sociale vagliato. Il tutto si presenta come se nulla fosse mai variato.

Il Primo Ordine (la copia mal fatta dell’Impero) viene rappresentato come l’organismo dominante, la “cellula” più forte di questa realtà incerta e indefinita. La Resistenza (che resiste non si sa a cosa visto che dovrebbe essere la milizia della Nuova Repubblica e, dunque, del sistema politico dominante) vanta un esercito risicato, abbozzato. Praticamente Abrams, pur di farci vivere le medesime guerre stellari della tanto adorata trilogia classica, ripropone, come in copia carbone, i medesimi conflitti battaglieri dei film precedenti, senza aggiungere nulla di nuovo, senza contestualizzarli. Ma non solo!

L’intera struttura del film fa il verso ai passi più importanti della trilogia originale, perseguendo un maldestro tentativo di rifacimento. Non si può parlare d’altro che di un’operazione retrò codarda e astuta. L’episodio VII è, a mio umile parere, l’anticinema!

Abrams fa proprio l’opposto di ciò che dovrebbe fare un regista, un autore, “accontentando” il pubblico con un mero rifacimento, senza mai tentare di sorprenderlo. Cosciente che la maggior parte dei fan aveva contestato a Lucas le troppe innovazioni stilistiche della trilogia Prequel, Abrams si nasconde dietro saldi scudi di fanservice, dando in pasto agli appassionati lo stesso film di quarant’anni fa. Così, J.J. inscena una continuazione che non è una vera continuazione per paura di subire le critiche che George Lucas incassò ai suoi tempi con episodio I, II e III, sinceri e cristallini esempi autoriali di rinnovo, di sperimentalismo, di ampliamento, di coraggio.

Per come la storia viene presentata in episodio VII, la lotta dei ribelli, di Luke, di Leia e di Han risulta essere stata del tutto vana. La Repubblica, rimessa in piedi col sangue e il sacrificio di eroi e combattenti nei tre film della trilogia originale, viene spazzata via in tre secondi netti dal “raggio di luna” scagliato da “Sailor Abrams”. Tutto viene riportato al punto di partenza, come se i film classici non avessero raggiunto alcuna meta. Non si è voluto parlare di qualcosa di nuovo, di diverso, si è voluto, invece, annullare il “vecchio” e copiarlo.

La pellicola, così facendo, fa regredire la crescita di alcuni personaggi storici. Ne è un esempio l’evoluzione di Han Solo che, da contrabbandiere solitario, testa calda, alla fine della trilogia originale era diventato leader della ribellione ed eroe altruista, temerario e senza macchia. In “Il risveglio della forza”, la progressione di Han viene completamente annullata. Han Solo, a settant’anni suonati, si rimette a fare le stesse cose che faceva quando era giovane e avventato. Si gingilla con questioni di poco conto, truffa alcune fazioni malavitose con Chewbacca, dimostrando di non aver perso per nulla il vizio. Il punto in cui era arrivato al termine di episodio VI è stato spazzato via. Han e Leia che, come ricordavamo, erano diventati una cosa sola, nell’episodio VII appaiono lontani, distanti, separati da un brutto risvolto. Abrams ha, così, mandato in frantumi una delle coppie più simboliche dell’universo di Star Wars. Leia, poi, in tutta la trilogia sequel si limiterà ad essere una comparsa stanca e assuefatta su un altrettanto fiacco sfondo.

Nel medesimo film, Luke pare essersi “smarrito”, ma per trovarlo viene consegnata alla Resistenza una mappa (?). Abrams ha poi la sfrontatezza di inserire la terza “Morte Nera” consecutiva che presenta lo stesso tallone d’Achille della prima.

Nel 2015 fu personalmente scioccante assistere al cinema a una tale e becera scopiazzatura del lavoro originale e artistico di Lucas. Da fan di lunga data mi sentii preso per i fondelli.

Nessuno dei personaggi proposti in questo nuovo corso ebbe l’abilità di “acchiapparmi”, di conquistami. Poe Dameron fungeva da “clone” difforme di Han Solo e Finn era del tutto privo di carisma. Rey, pur reggendo il peso della pellicola con un certo spessore, non fece altro che infastidirmi. Bella, intelligente, dolce, coraggiosa, forte, disinvolta, era tutto ciò che si poteva sperare contenuto in un solo corpo. Era troppo, a dire la verità. Rey era brava a duellare con la spada laser senza averne mai impugnata una, era capace di fare trucchi mentali jedi grazie ad una virtù incompresa, era, insomma, l’emblema del nuovo corso Disney: una donna praticamente perfetta sotto ogni aspetto, la degna depositaria dell’eredità disneyana di Mary Poppins.

Kylo Ren, colui che doveva fungere da antagonista della prima opera, sembrava sin da subito dilaniato da un conflitto interiore. Diviso tra luce e oscurità, Ben Solo era un buono che avrebbe voluto essere un cattivo (?). Un personaggio insicuro, complessato, che sognava d’essere forte come il nonno e seguire le sue orme verso il lato oscuro. Per tale ragione, Kylo Ren, nel primo lungometraggio di questo bislacco corso, compie il parricidio, per abbracciare definitivamente le tenebre. Anche questa mi sembrò una scelta narrativa ingiustificabile.

Evidentemente, Ben credeva che solo attraverso il male avrebbe potuto eguagliare il suo “mito”, raggiungere la potenza di Darth Vader. Una domanda, però, sorge spontanea: come è possibile che il fantasma di Anakin non si sia palesato dinanzi al nipote, indirizzandolo sulla retta via sin da subito? Kylo Ren voleva finire ciò che Darth Vader aveva iniziato, ma cos’era questo progetto rimasto incompiuto?

Bene, a trilogia conclusa, non si riesce a capire quale fosse questo arduo compito. Ben Solo si avvicina al male perché vorrebbe essere come suo nonno, eppure non sa che quello stesso nonno che venera assiduamente ha, per l’appunto, dato la sua vita per annientare il simbolo di quel male che lui, adesso, insegue furiosamente. Com’è possibile che nessuno gli abbia riferito della redenzione di Darth Vader?

Ma, ancor di più, come è concepibile che Anakin non sia mai intervenuto per vegliare sul destino di suo nipote? Non gli abbia mai parlato come un’eco? Incongruenze come queste rendono la trilogia disneyana piena di no-sense.

Nell’episodio 7, viene introdotto il misterioso Snoke, figura enigmatica che verrà eliminata senza uno straccio di presentazione nell’episodio successivo. Proprio così, ex abrupto, all’improvviso, esattamente come avrebbero immaginato gli sceneggiatori presenti nella serie tv “Boris”.

E, una volta nominatolo, giungiamo, dunque, al “rivoluzionario” e “dissacrante” episodio VIII.

Rian Johnson viene presentato al pubblico come il regista illuminato, il “Robespierre” di “Star Wars”. Johnson è pronto a ghigliottinare teste, a tagliare i ponti con il passato, a mozzare con una lama affilata le corde che legano i nostalgici al trascorso. Johnson pare essere categorico: bisogna accantonare il fanservice di J.J. Abrams. E’ ora di cambiare rotta. Purtroppo per lui, la rotta di navigazione di questi seguiti era ormai bella che indirizzata. L’episodio VII era il nucleo fondamentale di questa trilogia. Partendo in quel modo, con uno scenario che in toto sapeva di già visto, non c’era più niente da fare. E’, di fatto, impossibile apportare “migliorie” e schiette novità in un contesto platealmente ripetitivo come quello architettato da J.J. Abrams. L’errore di questa trilogia è a monte, e comincia proprio con il numero “7”.

Il risultato del lavoro “innovativo” di Johnson è una dissacrazione del concetto stesso di Forza. Johnson tratta e inscena la Forza Unificante come se fosse un potere da fumetto, prestato ad ogni necessità di sceneggiatura. Nella pellicola, allora, assistiamo, inermi, a momenti stralunati e balordi.

Rey e Kylo Ren cominciano a dialogare a distanza, come in una fantomatica “videochiamata” a carattere fantascientifico. I due parlano, si osservano, si toccano. Qualcosa di mai visto prima. Invero, in episodio V, Leila riesce a sentire Luke, ma come un’impercettibile sensazione. Nel caso di episodio VIII, la Forza abbatte ogni barriera, ogni dogma, ogni limite imposto tanto accuratamente in più di trent’anni di curata elaborazione dal creatore George Lucas, rendendo plausibili teletrasporti, sdoppiamenti, ologrammi a distanza. Il tutto senza uno straccio di spiegazione. Accade questo perché è così e basta!

Nel suddetto lungometraggio, Luke Skywalker viene trattato come un reietto, un vagabondo, un maestro che non ha compiuto nulla di tangibile nella sua esistenza. Luke non ha ricreato un nuovo ordine jedi, è fuggito dai pericoli, dagli obblighi. Colui che riusciva a intravedere il buono custodito nel corpo contorto e meccanico di suo padre è, oramai, un disilluso, un essere che ha dubitato di suo nipote per un semplice sentore, valutando, addirittura, l’idea di assassinarlo nel sonno. Qualcosa di aberrante e inspiegabile. Com’è possibile che un personaggio come Luke sia diventato quello che ci è stato mostrato? Un anacoreta sventurato, stanco, l’opposto di ciò che era sempre stato.

Johnson, poi, per tutto il film non fa che calcare la mano con l’ironia. Non vi è una singola scena che non sia stemperata da una battuta stupida, da un’ironia grossolana che affligge ogni dannato personaggio. Tutti cadono preda della febbre della comicità, persino Luke che in tre film interi non aveva mai palesato alcuna inclinazione comica. Lo “Star Wars” della Disney si adegua, così, allo stile Marvel in cui non si può prendere seriamente una singola scena che subito deve essere annacquata con una battuta.

Rian Johnson, reputato dagli estimatori di episodio VIII come “un grande innovatore”, si limita, per il resto, a riproporre la trama de “L’impero colpisce ancora”. Alcune sequenze sono, addirittura, identiche a quelle de “Il ritorno dello Jedi”, specialmente quella in cui Rey, accompagnata da Ben Solo, raggiunge Snoke. La stessa scena è possibile scorgerla, naturalmente, quando Darth Vader conduce Luke al cospetto dell’Imperatore. In questo caso, ancora una volta, non si tratta di semplici citazioni ma di vere e proprie riproposizioni, inscenate per mancanza di idee di fondo.

Un’intera parte del film, quella relativa a Poe e Finn, è completamente inutile ai fini della trama. Ogni evento che accade non porta, di fatto, a niente. Se l’episodio VII, col suo delirante citazionismo, aveva diviso il fandom tra chi si aspettava un vero seguito e chi, invece, si era accontentato del sicurissimo remake senza infamia e senza lode, episodio VIII genera una spaccatura ulteriore, senza precedenti.

Arriviamo, infine, ad episodio IX, la “degna” chiusura di questa improbabile trilogia.

Dopo le pesanti critiche ricevute da “Gli ultimi Jedi”, la Disney richiama Mr. Fanservice: J.J. Abrams.

Al cineasta più citazionista e scopiazzatore del globo terrestre non frega nulla di raccontare una storia, anche perché non è in grado di farlo se non attraverso l’ispirazione del cinema spielberghiano e lucasiano. Così, Abrams fa quello che, secondo lui, il pubblico vuole: annulla completamente l’episodio VIII. Sin dal primo frame, il compito di Abrams è quello di prendere le distanze dall’opera antecedente, correndo all’impazzata per tappare buchi, rattoppare tagli, ricucire strappi insanabili. Il tutto con un piglio imbarazzante, con la disperazione di chi non sa cosa diamine sta combinando. Abrams fa peggio di Johnson, e trasforma la Forza in un potere che sembra essere uscito da alcuni episodi di “Dragon Ball”.

Nel vano tentativo di rendere appetibile l’operazione, Abrams ha la brillante idea di resuscitare l’Imperatore Palpatine, rischiando di distruggere il meraviglioso arco narrativo che ha visto Anakin ascendere al suo ruolo di Prescelto e portare equilibrio nella Forza. Perpetrando ciò, Abrams tenta di cancellare, con una gomma immaginaria, l'operato del collega Johnson e rinnega tutta la mitologia di Guerre Stellari, imbrattando il lavoro stesso di George Lucas.

La trilogia disneyana di Star Wars credo sia l’unico esempio cinematografico di una trilogia in cui gli episodi si rinnegano tra loro. L’episodio 7 rinnega l’episodio 9, l’episodio 8 sconfessa il 7 e l’episodio 9 rigetta sia l’ottavo che il settimo. Ma non solo, quest’ultimo capitolo distrugge la narrazione dell’intera storia concepita nei sei film da Lucas.

Per quanto Abrams si sforzi a premere il piede sull’acceleratore e sommerga lo spettatore con scene d’azione, con battaglie e con nozioni frettolose, è ormai troppo tardi: i personaggi di questa trilogia sono piatti, sbiaditi, insulsi perché mai sviluppati con un’intenzione chiara e definita. A pochi importa veramente cosa possa accadere loro. Questi personaggi non sono mai evoluti, non sono mai stati resi interessanti o delineati in modo nitido. Sono pallide comparse, rese centrali in una trama inesistente, caratteristi infimi, imparagonabili rispetto a Luke, a Leila, a Han, ad Anakin a Padmé, a Obi-Wan, a Yoda, a Qui-Gon Jinn. Della maggior parte dei personaggi della trilogia sequel non resta neppure un briciolo, nessuna emozione particolare.  Ogni passo, ogni risvolto è telefonato, privo di pathos, blando, sciatto, ripetitivo, inguardabile ed inqualificabile.

La pellicola di Abrams tocca le più alte vette dell’imbarazzo quando rivela la reale origine di Rey. Un qualcosa di talmente ridicolo, osceno e difficilmente commentabile che sarebbe meglio glissare se non fosse una parte così fondamentale. Rey è… la nipote di Palpatine.

In parole povere, noi, gli spettatori, dovremmo immaginare che Palpatine abbia avuto una relazione con una donna e abbia avuto degli eredi, il che, di per sé, è già ostico da valutare senza scoppiare a ridere freneticamente. Quando, come, perché sarebbe accaduto questo?

A me, francamente, sembra di vivere in un grosso incubo. Questi sceneggiatori hanno veramente gettato sul tavolo la carta della “nipote”. Ma nemmeno in “Beautiful” è ammissibile un colpo di scena del genere. Siamo al ridicolo, al raschiamento del fondo del barile, siamo alla parodia.

Kylo Ren, l’unico personaggio che poteva sperare su uno sviluppo più accurato, compie, invece, l’ennesimo andirivieni della sua mal sfruttata presenza in questa trilogia. Da cattivo a buono, da buono a cattivo, e ancora da cattivo a buono, Ben Solo sceglie di tornare al Lato Chiaro in maniera sbrigativa, sciocca. Il figlio di Han e Leia finisce per svanire, non prima di aver baciato, in una delle scene più forzate di sempre, Rey. Una scelta, quest’ultima, realizzata senza alcuno scopo narrativo ma soltanto per far applaudire le ragazze presenti in sala, molto devote sui social all’hashtag “Reylo”. Ma che disagio!

Il nono capitolo della saga vede, come già accennato, la presenza di Palpatine. La morte di Darth Sidious costituiva il culmine della storia di George Lucas. Il suo ritorno, giustificato in maniera vergognosa, decreta “la fine” di ogni pretesa logica riservata a quest’ultima trilogia.

In trent’anni, Palpatine è rimasto nascosto non si sa dove, probabilmente tra la carta colorata di un uovo di Pasqua, ha mosso lui i fili del Primo Ordine (era tutto ponderato sin dall’inizio, come no!) e ha creato anche Snoke. Così, senza motivo. Ogni cosa abbozzata in questa trilogia è stata liquidata con delle spiegazioni che sembrano estrapolate da una fanfiction scritta a quattro mani durante qualche oretta di svago.

Palpatine verrà ucciso da Rey e ciò segnerà un confine netto da cui non si tornerà più indietro: gli Skywalker non hanno fatto nulla di veramente valevole in questo universo. E’ ciò che hanno deciso, con quest’ultimo episodio, l’accoppiata Disney/Lucasfilm. Gli Skywalker, dall’essere la famiglia più importante della galassia, sono stati ridotti ad essere vacue ed ingenue entità di passaggio. E’ Rey la vera fautrice degli eventi, è una Palpatine il vero perno della storia finale. Una Palpatine che sceglie di ribattezzarsi Skywalker. E’ questa la grande ascesa a cui abbiamo assistito: la dissoluzione dei veri Skywalker, l’annientamento di un leggendario lignaggio e la celebrazione di una Palpatine.

Al termine della trilogia disneyana, tirando le somme, gli storici protagonisti della saga, Anakin e Luke, non hanno compiuto niente di rilevante. Con questa scelta, la Disney/Lucasfilm ha annientato la profondità delle due trilogie precedenti.

Il sacrificio di Anakin è stato vanificato. L’intera storia della profezia, del Prescelto, è stata soppressa. Vi soddisfa un finale del genere? Com’è possibile? Che storia abbiamo visto fino a pochi anni fa, allora? Vi aggrada aver assistito al logorio e allo sgretolamento dei personaggi cardine della trilogia originale?

La saga di “Star Wars”, per come si è evoluta negli anni, è diventata la storia di Anakin Skywalker, dalla sua scoperta sino alla sua morte. Non si poteva prescindere da una tale verità. Con questa orribile trilogia, la Disney ha adombrato la figura di Darth Vader, rivelando di non aver minimamente compreso la maestosità del racconto di Lucas, un racconto fatto di fallimenti, di errori, di redenzione, incentrato sempre sulla figura di un eroe, di un caduto, di un marito e di un padre. Tutto nell’esalogia di Lucas si combinava perfettamente, era una storia amalgamata che faceva rima come una sola, lunga e meravigliosa poesia. Era la storia di un padre e di un figlio, di una famiglia, gli Skywalker, ad oggi completamente rovinata. Il finale di episodio VI è stato neutralizzato.

Era ciò che temevo e profetizzavo, preoccupato, nel novembre del 2015, quando l’ultima fatica della Lucasfilm era imminente e doveva ancora sbarcare al cinema. Com’è possibile farsi andare bene una roba del genere? Con questa trovata, l’intera storia della saga di Star Wars non ha più alcun senso. Difatti, non sono più gli Skywalker a riportare equilibrio nella Forza ma è… una Palpatine a farlo. E’ orribile! E’ indecente!

L’intera trilogia sequel non è stata diretta e coordinata da un vero narratore. Manca totalmente una visione univoca e d’insieme. Sembrano tutti film sconnessi, sconclusionati, che si rifiutano tra loro. Ogni lungometraggio è passato di mano in mano, da un’idea all’altra, senza seguire un pensiero di base. E’ qualcosa non soltanto di palese, ma di tremendamente oggettivo. Sin dal principio, nessuno aveva tracciato una strada da intraprendere, una direzione da seguire. Si è andati a tentoni, navigando a vista e prendendo come metro di giudizio il parere reazionario del fandom, direttamente dal web.  Abbiamo assistito a tre episodi fatti con cose buttate a casaccio, con discordanze,con repentini cambi di visione che annullano ogni tentativo di sospensione dell’incredulità. Ogni pellicola è stata cancellata e reinventata come se si trattasse di un progetto autonomo. Questa trilogia poggiava su sei film precedenti, tutti coordinati da un’unica presenza autoriale. L’esalogia di Lucas è stata barbaramente insozzata, deturpata.

Qual è stato il senso di questi tre episodi?

Questa è stata la trilogia del riciclo, del ricalco, della scopiazzatura, il simbolo della mancanza di idee, del cattivo modo di fare cinema, dell’improvvisazione, del riadattamento, del pessimo modo di allungare ed espandere una mitologia. Tutto è stato vigliaccamente rabberciato, arrangiato come si poteva, senza un benché minimo senso logico.  

In passato, fu aspramente criticato Lucas, un genio, un visionario, un autore, un vero artista per aver commesso errori umani ma sempre dettati dalla volontà di ammodernare, di esplorare un mondo vasto ma sempre armonico, unito da un filo conduttore e portante. Lucas, verso ogni suo film, verso ognuno dei suoi “figli”, ha sempre infuso guizzo, magia. Le sue opere erano pregne di meraviglia, di quello stupore che la Disney e Lucasfilm, nei riguardi di Star Wars, possono soltanto inseguire e agognare. Oggi, Lucas andrebbe rimpianto, richiamato a gran voce.

Lungi da me mancare di rispetto verso chi ha apprezzato quest’ultima trilogia.  Potete esserne fieri e orgogliosi. Sono veramente felice per voi, anzi vi invidio. Fatico, però, a capire cosa vi sia piaciuto in tre prodotti confusi, nebulosi, che si contraddicono tra loro e che annullano i precedenti sei film rendendoli vani. Cosa vi è piaciuto di una trilogia che sconfessa continuamente ciò che ha proposto essa stessa? Che copia e distrugge?

Non mi resta che aggrapparmi forte a quei sei lungometraggi, illudendomi che quanto sia accaduto recentemente si sia verificato in una realtà parallela. In fondo è proprio così che è andata: il vero finale è ancora lì, cristallizzato sulla luna boscosa di Endor.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Woody, Buzz, Bo Peep e Forky" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

“Il soldatino è tornato!” – recitavano alcuni pupazzi festanti. “E’ lassù, lassù, vicino al castello di carta” – borbottava lo schiaccianoci, accanto alla tabacchiera. Una scimmietta dibatteva le zampe felicemente, il peluche di un cagnolino saltellava gioioso. I gessetti bianchi si levarono da terra e, su di una lavagnetta, tratteggiarono con precisione la sagoma di un grande cheppì, il rosso copricapo a cilindro indossato fieramente dal soldatino. Tutti i giocattoli volevano incontrare l’ometto con la baionetta in mano, colui che era stato inghiottito da un pesce d’acqua salata.

Il soldatino – beh – ne aveva passate tante, e tra i balocchi si era diffusa la voce, l’eco della sua grande avventura. Giusto il giorno prima, a bordo di una barchetta di carta, il soldatino aveva solcato le acque di un torbido fiume. Non volle farlo di sua volontà, accadde tutto per un incidente.

Il padroncino dei giocattoli aveva raccolto il soldatino tra le mani e lo aveva poggiato sul davanzale della finestra semiaperta. Non si sa perché lo fece, forse qualche diavoletto aveva oscurato i suoi pensieri. Per qualche strana ragione la finestra si spalancò ed il soldatino precipitò giù. Da qui, cominciò la sua incredibile traversia. Il soldatino rischiò d’essere sbranato da un cagnaccio famelico, fu rapito da due turpi monelli, finì persino su di una imbarcazione di fortuna. Con essa, il coraggioso militarino avanzò verso una meta imprecisata. Provava molta paura il soldatino, ma non voleva darlo a vedere. Nel suo cuore di stagno, egli aveva impresso il volto di una graziosa fanciulla. Ad ella pensò costantemente mentre il torrente lo conduceva lontano. Dondolato dal rigagnolo, il giocattolo viaggiò a vele spiegate fino a che il corso d’acqua si fece più denso. Il ruscello, generatosi dall’incedere incessante della pioggia, era prossimo a raggiungere il mare, fuoriuscendo da una ripida altura. Il soldatino, allora, s’irrigidì e si preparò ad affrontare quella audace caduta. La “cascata”, dunque, lo trasse verso sé, rigurgitandolo negli abissi. Il soldatino riuscì a sopravvivere e, in mare, si poggiò sul fondale. A quel punto, una creatura dagli occhi strabuzzati venne attratta dalla bella divisa rossa e azzurra, la quale rifulgeva luminosa nella semioscurità del fondo sabbioso. Quest’essere si fece sempre più vicino e divorò il soldatino in un sol boccone.

Com’è triste ed ingiusta la vita” -  pensò il nostro sventurato eroe, mentre se ne stava disteso nella pancia del grosso animale. Il tenace milite, rimasto solo, indugiò sui propri pensieri. Egli, allora, ascoltò la sua voce interiore, la coscienza, la parte più intima e profonda della propria anima. Con essa, egli seguitò a rimembrare, a scorgere il viso della sua amata. Il soldatino udì persino la voce della ragazza riecheggiare nella sua fantasia: “Addio, mio soldatino, non ci rivedremo più”. Udendo questa triste frase, il soldatino si addormentò, credendo che quello sarebbe stato il suo ultimo sonno.

"Il soldatino di stagno e la ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più sulla fiaba di Andersen cliccate qui.

L’indomani, il soldatino giaceva diritto su di un tavolo, impassibile. Dopo alcune ore, esso parve muoversi per un istante. Il soldatino si era svegliato e, quando i suoi occhi tornarono vigili, si accorse d’essere tornato a casa. Su, in alto, gli aereoplanini, per celebrare il suo rientro, compivano i loro giri, tra audaci volteggi e favolose acrobazie. Guardate voi com’è bizzarra la vita: il pesce era stato pescato da alcuni marinai e venduto al mercato. Fu, poco dopo, acquistato dal cuoco che prestava i propri servigi nella stessa dimora da cui il soldatino proveniva. Quest’ultimo era così felice!

Dinanzi a sé, egli tornò a rimirare la propria amata, la ballerina di carta dal viso di porcellana. Avrebbe continuato a contemplarla dal giorno alla notte se non fosse stato allontanato dal suo padroncino. Questi, senza un perché, lo prese in mano e lo gettò nella fornace. “Che disdetta” – disse il soldatino – “Questa volta, mia amata, morirò davvero”. Nella fornace egli si sciolse, ammirando ancora e sempre la sua adorata che, sospinta dal soffio del vento, lo raggiunse e con lui bruciò.

Il soldatino e la ballerina, perdutamente invaghiti l’uno dell’altra, non poterono vivere sulla Terra il loro amore. Che rammarico! Se solo fossero riusciti a fuggire, a dileguarsi, a scappare dal rio diavoletto e dalla cattiveria del bambino…

Il soldatino in "Fantasia 2000"

“Il soldatino di stagno”, al pari de’ “La sirenetta” e de’ “La piccola fiammiferaia”, costituisce il massimo capolavoro letterario/fiabesco di Hans Christian Andersen. In questo racconto, il pensiero, la filosofia ed il sentimento dello scrittore danese affiorano con eloquente vivezza. L’amore non vissuto nella vita terrena, la sofferenza tollerata dalla postura statica e decisa, l’amore mai pronunciato ma esternato tramite lo sguardo corrisposto, il sacrificio, la morte, la successiva immortalità sono solo alcune delle tematiche universali evocate dal racconto di Andersen. La premessa di base della storia, vale a dire il concetto fondamentale dei giocattoli “vivi”, semoventi, in grado di provare emozioni, è stata fonte d’ispirazione per “Toy Story”, uno dei franchising cinematografici di maggior successo della Pixar. Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato, Rex e tutti gli altri giocattoli che dimorano nella cameretta del giovane Andy sono senzienti e quando smettono di essere osservati da occhi indiscreti riprendono a muoversi, a parlare, a ridere, a giocare e ad amare.

Woody, col suo viso fortemente espressivo, con i suoi occhi buoni, con la sua voce calorosa e garbata è il giocattolo più celebre di questo particolarissimo nucleo familiare. Egli è la guida, nonché il punto di riferimento della grande famiglia di pezza creata da Andy. Woody incarna uno sceriffo, un tutore della legge e dell’ordine, un “soldatino” che se ne sta perennemente sugli attenti, ad osservare e proteggere i propri amici. Un soldatino che, per l’appunto, s’innamorerà, a sua volta, di una “ballerina”, Bo Peep, la bambola di una pastorella.  Woody e Bo Peep rappresentano una possibile rivisitazione della storia d’amore tra il soldatino e la sua danzatrice; un rifacimento più lieto, meno travagliato e profondo della fiaba di Andersen ma ugualmente intenso e sentimentale. Come i due sfortunati amanti della fiaba anderseniana, lo sceriffo e la pastorella s’innamoreranno, ma verranno separati da un destino ingiusto.

Toy Story 4” inizia con un lungo ed emozionante flashback. E’ sera e fuori piove a dirotto. Woody balza sulla finestra e, scortato e sorretto dai suoi amici, si getta, senza remora alcuna, verso il cortile per soccorrere RC, la macchina giocattolo dimenticata da Andy. Tale scenario notturno richiama l’atmosfera della fiaba dello scrittore scandinavo. Fu proprio in un giorno di pioggia che il vento ghermì il soldatino, trascinandolo via nella fanghiglia. Un fato alquanto simile rischia di ripetersi per quanto concerne il povero RC, caduto preda dell’acqua piovana e della conseguente melma. Per fortuna, Woody riesce ad afferrare il suo amico giusto in tempo, e a condurlo in salvo. Proprio quando ormai il pericolo della separazione pareva essere stato scongiurato, Woody vede Bo Peep, inerte, venir presa e posta in una scatola, pronta per essere venduta ad un’altra famiglia. Woody non può far nulla per tenerla con sé, poiché essere ceduti è il fato a cui vanno incontro molti trastulli. Woody, il buon “soldato”, assiste così, impotente, all’addio della sua “ballerina”.

Molti anni dopo, l’uomo con la stella di latta sul petto ed i suoi amici appartengono a Bonnie, una timida bambina che li tratta con affetto e con riguardo. Bonnie gioca quotidianamente con i suoi giocattoli e, come ogni altro bambino, ha i suoi preferiti. Se Buzz e Jessie continuano ad essere usati dalla piccola in maniera costante, Woody, invece, finisce spesso per venire dimenticato nell’armadio. Ciò, però, non muta l’affezione che lo sceriffo nutre nei confronti della sua padroncina.

Il giorno in cui Bonnie comincia a frequentare l’asilo, spaventata e intimidita da questa nuova esperienza, Woody decide di accompagnarla in gran segreto, celandosi nel suo zainetto. Bonnie è molto introversa e decisamente insicura, per tale ragione fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Per aiutarla a sentirsi meglio, Woody le porge, senza che lei se ne accorga, dei pastelli colorati ed altri oggetti cavati dal cestello dall’immondizia. Con essi, Bonnie crea “Forky”, un balocco nato da una forchetta di plastica. Bonnie riversa su Forky tutto il suo amore e le sue sicurezze.

Durante il ritorno a casa, Woody, con estrema meraviglia, scopre che anche Forky ha acquisito una grande vivacità. Forky, però, non comprende lo scopo per cui è stato plasmato da Bonnie: essere un giocattolo. Per tutta la notte, questi cerca di sfuggire alla dolce “presa” della sua padroncina per tornare nella spazzatura, venendo sempre agguantato da Woody. Per tutta la notte, il cowboy resta prudente ed accorto per far sì che Forky non abbandoni la sua Bonnie.

Perché ti importa così tanto?” – domanda Buzz al suo vecchio amico.

Perché è l’unica cosa che posso fare…” – confessa Woody.

Lo sceriffo non è più il giocattolo preferito del suo bambino. Bonnie non è Andy, non ama ricreare gli scenari del vecchio west, quei luoghi polverosi ed aridi in cui Bo Peep finiva sempre per interpretare la classica damigella in pericolo e il cowboy il valoroso eroe che l’avrebbe tratta in salvo. Woody sente di non essere più importante come un tempo, non ha mai smesso di pensare al suo amico più caro, Andy, e, non potendo espletare i suoi compiti da giocattolo, cerca almeno di farsi trovare pronto, d’essere utile nel preservare a qualunque costo l’animo puro ed innocente della sua padroncina. Dopotutto, Andy, poco prima di congedarsi dai suoi giocattoli, aveva confidato a Bonnie una verità immutata: Woody, qualunque cosa accadrà, non volterà mai le spalle ad alcuno. Lo sceriffo, come un soldatino fedele al suo credo, seguita, infatti, a non dare le spalle alla sua adorata famiglia e alla sua premurosa bimbetta, vegliando su di lei dal sorgere del sole sino al tramonto inoltrato.

Woody vuol continuare a mostrare la propria lealtà, non vuol diventare un giocattolo dimenticato, smarrito, così sceglie di vigilare senza sosta su Forky, un giocattolo privo di un’identità ancora ben definita. La novità più grande introdotta dal quarto film di “Toy Story” riguarda proprio questo bislacco e capriccioso gingillo. Forky non è un trastullo come gli altri, non è nato in fabbrica, non è stato realizzato in serie, non possiede gadget e altrettante peculiarità adatte al gioco per l’infanzia. Forky è stato assemblato dalla fantasia di una frugoletta, è stato creato per essere molto più di ciò che dà a vedere; eppure lui non può rendersene conto semplicemente perché, generato da resti e avanzi, non ha una concezione specifica su cosa sia e cosa debba fare.

Spetterà proprio a Woody il compito di spiegare qual è il “dovere” di un giocattolo: far divertire il proprio fantolino. Forky è un abbozzo, un’accozzaglia, non è un vero oggetto ludico ma poco importa. Un giocattolo può essere tale anche se non lo è davvero, poiché spetta all’immaginazione e al cuore di un bambino infondere in esso le qualità principali che fanno di lui un “ninnolo”. Forky, tuttavia, sarà duro d’orecchi e, inizialmente, non ascolterà i consigli di Woody. Quando la famiglia di Bonnie partirà per un viaggio, Forky ne approfitterà per scappare ma Woody non si darà per vinto e si lancerà al suo inseguimento. Una volta ritrovatolo, Woody insegnerà a Forky che l’amore incondizionato di un bambino è quanto di più bello possa ricevere un giocattolo. Forky, allora, si convincerà a tornare da Bonnie, non riuscendo più a immaginare la sua vita senza la vicinanza della sua creatrice. Ma un giocattolo può vivere senza l’affetto di un infante? Qual è lo scopo esistenziale di un balocco? I giocattoli servono per dilettare i piccini, se restassero soli, riuscirebbero a vivere felici senza patire la loro mancanza? I giocattoli possono vivere… liberi?

Woody, nel corso di questa avventura, ammette che se non si fosse occupato costantemente di Forky, la sua “vocina” interiore lo avrebbe tormentato. Buzz, ironicamente, scambia questa presunta “voce” per le consuete registrazioni vocali che alcuni giocattoli hanno tra i loro sintetizzatori vocali. Lo Space Ranger, allora, chiederà, di volta in volta, consiglio al suo “io interiore”, pigiando i pulsanti incastonati nella sua tuta spaziale per udirne i suggerimenti. Invero, la voce a cui Woody fa riferimento, corrisponde a qualcosa di più profondo e di più personale. Woody sta attraversando un periodo di forte crisi in questa quarta avventura. Egli patisce il peso della dimenticanza e teme di finire obliato. Woody si è sempre considerato un giocattolo fedele, non si è mai chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse più stato “adottato” da una famiglia e da un bambino. Cosa gli avrebbe suggerito la sua voce interiore se ciò fosse accaduto realmente? Si sarebbe sentito in colpa se avesse iniziato una vita indipendente, da giocattolo libero?

A proposito di "voci", quella di Fabrizio non la scorderemo mai...
Qui potete trovare il nostro omaggio a Fabrizio Frizzi. Dipinto di Erminia A. Giordano

Tale, intima “voce” che alberga nell’animo dei giocattoli è molto più importante di quanto si possa intuire. Essa rappresenta la “coscienza”, il pensiero, la morale di ogni giocattolo che corrisponde alla medesima coscienza umana. Tuttavia, i giocattoli hanno realmente una voce caratteristica che può attrarre ancor di più l’attenzione dei piccini. Woody ha un sintetizzatore vocale nuovo di zecca, Gabby Gabby, una bambola che lo sceriffo incontrerà in un negozio di antiquariato, ha il riproduttore vocale a cordicella danneggiato e crede fermamente che per tale menomazione nessun bambino voglia giocare con lei. Se Gabby Gabby potesse riacquisire il suono della sua cordicella potrebbe riottenere una famiglia con cui vivere. Woody, anche in questo caso, darà ascolto alla sua voce e farà quanto dovrà per aiutare Gabby Gabby. Ogni desiderio, ogni gesto altruistico, parte sempre dall’interno: è ciò che il quarto capitolo di “Toy Story” vuol ricordarci. Tutti noi dovremmo fare come fanno i giocattoli e dare più spesso ascolto al nostro “io”, alla nostra sfera emotiva. L’altruismo, la generosità, nascono sempre dalla saggezza proveniente dall’interno.

Durante la sua disavventura nel mondo esterno, Woody raggiungerà un parco giochi e, fingendosi privo di vita, verrà raccolto da un bambino che, nell’altra mano, regge a sé l’aggraziata bambola che raffigura una pastorella. Restando silenti, inanimati, impassibili, Woody e Bo Peep, il soldatino e la ballerina, rincrociano i propri sguardi.  Sarà proprio Bo Peep a prendere per mano Woody, a guidarlo sino ai cespugli più vicini per sottrarsi alla vista dell’uomo. Woody riabbraccia la sua cara amica, riscoprendola sotto una luce molto diversa. Bo Peep adesso vive sola con le sue pecorelle, nel grande Luna Park. Ella è divenuta una damigella forte, indipendente, ardimentosa ed intrepida. Grazie all’aiuto di Bo Peep, e al pronto intervento di Buzz, Woody riuscirà a riportare Forky da Bonnie, a salvare Gabby Gabby, offrendole il proprio sintetizzatore vocale, e a riunirsi con tutti i suoi amici per un arrivederci.

Toy Story 4” è una pellicola emozionante, bellissima, colma di spunti commoventi, di sequenze catartiche e attimi profondamente sensibili e intelligenti. Il quarto episodio della serie è completamente incentrato sulla figura del cowboy gentile, unico e vero mattatore della vicenda. A lui è dedicata quest’ultima tappa, quest’ultima evoluzione. Woody ha trascorso tutta la propria vita a prendersi cura dei suoi amici. Egli è rimasto tenacemente sugli attenti, custodendo coloro a cui voleva bene, proteggendo i suoi compagni e i suoi padroni da ogni pericolo, da ogni avversità, da ogni cattiveria. Adesso, però, è giunto il momento che lo sceriffo rompa le righe, smetta di restare sugli attenti e viva il futuro di cui più ha bisogno.

Andy è ormai cresciuto, Bonnie starà bene, e, cosa più importante, la famiglia di giocattoli di Woody è pronta a vivere al sicuro senza più la sua leadership. “Toy Story 4” racconta il congedo di un valoroso soldatino, il ritiro di uno sceriffo senza macchia, di un eroe coraggioso che ha sempre messo il bisogno degli altri al di sopra del proprio.

Buzz, il più sincero dei suoi amici, è il primo a capire il profondo desiderio di Woody. Sarà proprio lo Space Ranger a convincere il cowboy a compiere questo passo finale.

Bonnie starà bene” – sussurra Buzz allo sceriffo.  La bimba non avrà più bisogno del suo sacrificio.

"Buzz Lightyear" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Buzz porge la mano al suo grande amico e i due si salutano un’ultima volta. Questa magica storia di amicizia cominciò molti anni prima, quando un piccoletto ricevette in regalo un nuovo pupazzo: un astronauta dal sorriso fanfarone, dal colore acceso e dalla tuta fosforescente. Questi arrivò in cameretta in punta di piedi ma, senza volerlo, aveva già scavalcato le gerarchie, superando colui che fino ad allora era il giocattolo più rappresentativo. Woody non avrebbe dovuto prendersela più del dovuto, dopotutto quale marmocchio non avrebbe donato tutte le sue attenzioni ad un Buzz Lightyear? Buzz sapeva volare, sì insomma cadere con stile, sparare un potentissimo raggio laser, Woody, dal canto suo, doveva ancora liberarsi del serpente che si intrufolava di soppiatto nel suo stivale.

Eppure, il cowboy non poté accettarlo facilmente e provò, nei confronti di questo “dannato” ranger dello spazio, una grandissima gelosia. Ripensare al giorno in cui Buzz irruppe nella vita di Woody mutandola decisamente, adesso che tutto volge al termine, crea un sapore agrodolce. Da avversari e perfette controparti, i due divennero amici inseparabili. Ciò che una volta sembrava così importante, essere il giocattolo prediletto, divenne, sin dalla prima peripezia, una questione di blanda importanza. Quello che contava davvero per Woody e per Buzz era restare insieme, mantenere unita la famiglia dei giocattoli. Ma ora questa missione è finita, ultimata con successo. Woody cederà il suo cappello, donerà la sua stella a Jessie e abdicherà in favore di Buzz, colui che d’ora in poi dovrà vigilare sui giocattoli che portano, sotto i loro piedi, il nome di una tenera piccola.

"Arrivederci, sceriffo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Woody aveva perduto la sua Bo Peep molto tempo prima, adesso non la smarrirà mai più. Ancora una volta, lo sceriffo ha dato ascolto alla sua coscienza e alla voce del suo amico spaziale. Woody non ha più la cordicella sulla sua schiena, non potrà più udire i suoi tipici detti registrati ed impressi su di un nastro di memoria, ciononostante la voce del suo io rimbomba ancora forte e chiara, suggerendogli che il momento per dire addio è giunto e che, finalmente, può vivere la propria vita liberamente con colei che ama. Woody si volterà e abbraccerà la sua Bo Peep. Darà le spalle ai suoi “fratelli” soltanto per un istante. Egli non li dimenticherà, così come non li abbandonerà mai davvero, serbando i ricordi dei loro volti per sempre nel suo cuore.

Lo sceriffo non starà più sugli attenti. Woody trascorrerà il proprio avvenire con Bo Peep. Il soldatino, infine, riuscirà nel suo sogno: prendere in moglie la sua ballerina.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Dracula, Mavis, Johnny e Denisovich in uno scatto di famiglia" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Cos’è che fa di un mostro… un mostro? I canini affilati?  Gli occhi iniettati di sangue? L’abitudine, piuttosto molesta, di ululare nelle notti di luna piena o di riposare, tutto bendato, racchiuso in un sarcofago? Un momento! Ma è una questione di aspetto o di comportamento? Come potremmo delinearlo, definirlo? Cosa diavolo è un mostro?

Calma, niente panico, regola numero uno: riordinare le idee. Dunque, “il mostro” è un essere schivo, elusivo, misterioso, una creatura che si manifesta improvvisamente nel buio e che, altrettanto rapidamente, scompare col favore delle tenebre, un po’ come un incubo che svanisce allo spuntare dell’alba. Che definizione blanda, generica, aleatoria, quest’ultima! Invero, il mostro è colui che è diverso da noi. Esso corrisponde allo sconosciuto, allo straniero, all’uomo-nero. Proprio in virtù della sua diversità estetica, ogni mostro viene minacciato, intimorito, scacciato, specie se è grande, grosso, peloso, se ha tante zampe e proviene da luoghi remoti come lo “spazio” sconfinato.

Chissà quante malattie avrà portato con sé, scendendo dalla volta celeste!” – borbotterà qualcuno, vedendo il mostro in lontananza. “Con quelle unghie affilate ci tagliuzzerà ben bene quando ne avrà l’occasione, vedrete. Quegli artigli non gli serviranno di certo ad arrampicarsi sugli alberi per ghermire le verdi foglie…” - commenterà, scioccamente, qualcun altro. “Che si ritirassero nei mulini di legno ancora non arsi dalle fiamme questi dannati mostriciattoli!” urlerà, sprezzante, un terzo.

I mostri sono differenti da noi esseri umani, vanno allontanati con le torce accese ed i forconi ben branditi. Almeno, così credono gli stolti. Non importa se un mostro avrà mai la possibilità di spiccicare qualche parola per spiegarsi, esso non possiede la nostra stessa natura, non appartiene alla nostra medesima razza, è malvagio e purulento, non occorre che si arrovelli a provare il contrario, poiché quei suoi denti aguzzi sono fatti per uccidere e quelle sue mani grandi non sono altro che artigli pronti a colpire una volta soltanto.

Proviamo però a supporre, anche per un solo istante, che i mostri non siano poi così perfidi. Daremmo mai loro un’occasione per dimostrarlo? E’ possibile che dietro quell’epidermide pallida, che sotto quei bulloni d’acciaio e quella peluria così fitta, alberghi un’anima sensibile? Sebbene siano, all’apparenza, così diversi, i mostri hanno in comune con noi molto più di quanto si creda. Anch’essi avvertono il dolore, anch’essi si emozionano, anch’essi possono affezionarsi.

  • Una bella per una bestia

Ebbene, anche i mostri s’innamorano, benché brutti, cattivi, cruenti e feroci. Non volete crederci? Dovreste!

Vedete, spesso è proprio la bruttezza, sì, insomma, quella loro parvenza sgradevole, a far scoccare la scintilla di un desiderio: il desiderio di amare. I mostri sono profondamente incompresi. Essi non hanno scelta, nascono, per l’appunto, mostruosi, decisamente sgraziati, malconci e fin troppo difformi per passare inosservati. Purtroppo, l’aspetto limita fortemente la libertà di un mostro, questo perché la disarmonia e la natura atipica preluderanno sempre alla sua pura integrità. A Parigi, nei pressi di un’antica cattedrale, un giovane campanaro deforme veniva appellato dalla folla come un “diavolo”, sebbene il suo cuore celasse l’identità di un angelo dannato.

I mostri vengono considerati orridi, spaventosi, terrificanti al sol guardarli. Coloro che li intravedono, oramai sempre più di rado, scappano a gambe levate. Il mostro di turno non ha neppure il tempo di presentarsi: quando sbuca da qualche cespuglio, il viandante fugge come il vento. I mostri non socializzano con gli altri e, da secoli, se ne stanno appartati, soli, profondamente soli. Sozzi e invenusti, essi devono rimboccarsi le maniche se vogliono conquistare l’amore.

Eppure, Frankenstein non era poi così cattivo! Vagava impaurito, con le vesti un po’ bruciacchiate. Era appena scampato ad un incendio, e non aveva dove andare. Gli uomini gli avrebbero dato la caccia se solo lo avessero rivisto. Al mostro spettava il compito di nascondersi, non più quello di spaventare. Standosene in disparte, Frankenstein, che doveva il suo nome al folle genitore che gli diede la vita, cominciò a soffrire, struggendosi nell’oscurità e prendendo sempre più coscienza della sua identità, della sua sofferenza, della sua solitudine. La Creatura voleva qualcosa, o per meglio dire qualcuno che potesse alleviare il vuoto, l’abisso di un’esistenza sciagurata. Col trascorrere delle giornate, Frankenstein capì: agognava una compagna, una donna della sua stessa “specie”, una sposa da poter amare.

L’amore nella pellicola “La moglie di Frankenstein” nasce da un desiderio di riconoscimento, di accettazione, da un bisogno naturale provato da un essere innaturale. Frankenstein aveva un aspetto sgradevole, era un mostro dall’origine insana ma non era crudele, non voleva essere efferato: esso non veniva, semplicemente, accettato, accolto, capito. D’altronde, persino lui stesso faticava a capire chi fosse, cosa fosse. Frankenstein, allora, si abbandonò all’emozione, al sentimento, alla speranza per cercare di attenuare il proprio dolore.

Per dare forma ai suoi sogni, uno scienziato plasmò una damigella. Per Frankenstein fu uno “zing” immediato!

Una figura femminile si levò in piedi, ed emerse da un cupo laboratorio, avviluppata dalla nebbia. Essa era glaciale, ma splendida nella sua imperturbabile fisionomia.

La spoglie destate della donna erano state coperte da una veste candida di stoffa immacolata. La "bella" aveva i capelli prevalentemente neri, tuttavia alcune ciocche della sua chioma, rimaste bianchissime, avevano assunto la forma di saette ondulate e scintillanti. Frankenstein se ne innamorò a prima vista, ma il suo non fu che il mero e fallimentare tentativo di vivere una vita normale. A lui la normalità era stata preclusa sin dalla genesi, sin dalla creazione.

La creatura dalle fattezze femminili si guardava intorno, girava la testa a scatti, bruscamente, come un automa fatto di carne rammendata, di falde d'epidermide rattoppate, a cui era stato applicato un supplemento d'anima e che proprio in quegli istanti stava prendendo consapevolezza delle proprie facoltà di movimento, ancora incerte e artificiose.

Frankenstein le tese la mano, presentandosi come "amico". Dopotutto, l'attrazione reciproca tra un uomo e una donna e il sentimento dell'amore sbocciano sempre da un incontro iniziale, da una mano che tocca un'altra stringendola in una carezza che dura un solo attimo, dal principio di un'amicizia per l'appunto. La gentilezza del mostro, il tono accomodante della sua voce sono un corteggiamento spontaneo e fiducioso che precede la disperazione.

Gli occhi della sposa si posarono su Frankenstein. Ella non aveva emesso alcun pianto, sebbene fosse appena venuta al mondo. Proruppe invece in un urlo agghiacciante.

La sposa del mostro, anch’essa partorita in maniera infausta e anormale, non riusciva a ricambiare i sentimenti dell’essere. L’amore, in fondo, non può essere creato dal nulla né sintetizzato con l’arte della scienza e la gloria della conoscenza.

Questa fu un’altra condanna che molti mostri patirono. Essi, infatti, impararono ad amare ma non sempre riuscirono ad essere amati. Frankenstein non poteva vivere realmente il suo amore e, disperato per la sua infelicità, si lasciò morire.

Esplorate la laguna nera cliccando qui.

Un altro mostro s’innamorò a sua volta. Esso affiorò dalle acque lacustri, in una laguna nera, di rado solcata da qualche imbarcazione. Un mattino, esso vide una donna danzare sulla superficie limpida del “lago” con indosso una candida veste. Allungò l’arto per provare ad afferrarla, ma lo ritirò di scatto, per timore di ferirla. Il mostro della laguna aveva sempre vissuto patento la solitudine più assoluta e, quando mirò quella creatura muoversi, sinuosa come una sirena, tra i fluttui, cadde nel desiderio. Fece quanto poté per averla, arrivò persino a rapirla. Ma l’animale dal tratto umanoide, venuto dall’acqua, non poteva custodire per sempre la fanciulla nelle grotte. Sconfortato, si accasciò al suolo, ferito, e si abbandonò inerme in un sepolcro acquatico. Il mostro di quella laguna non era di certo cattivo, lo ammise persino la bella Marilyn Monroe nel momento in cui scoprì questa storia, adattata sul grande schermo in bianco e nero. La creatura anfibia non era ria, era una vittima, scontenta, triste e sola, ipotizzò Marilyn, la donna dai capelli d’oro.

E’ proprio la solitudine ad affliggere i mostri. Nessuno vuole incontrarli, nessuno desidera conoscerli. Essi si celano nelle ombre, convinti che se dovessero essere scoperti, verrebbero minacciati ed uccisi. Giacciono, dunque, isolati, senza gioie e senza amori.

  • Lo zing

Tanti mostri vissero l’amore e molti di loro lo perdettero in seguito. Anche il Conte Dracula provò l’amore, il più grande amore, quello autentico, ovvero lo “zing”. No, non sto facendo riferimento al classico Dracula, colui a cui tutti pensate quando il suo nome viene fortemente pronunciato. Dimenticate, giusto il tempo che vi occorrerà per ultimare questa lettura, quanto scrisse Bram Stoker nel suo capolavoro letterario. Non indugiate a rievocare la freddezza e l’atrocità del Conte tradizionale. Immaginatelo, questa volta, come una figura alta ed esile, avvolta in un nero mantello. Tale Dracula non è come i suoi simili, ha una testa ingombrante, una simpatia incontenibile ed una voce ancor più inconfondibile. Dracula, così come appare in “Hotel Transylvania”, è un mostro incompreso, misantropico, terrorizzato all’idea di dover incontrare l’essere umano, il “diverso” che gli arrecò tanto dolore. Ebbene, siete riusciti a rivederlo? Lo avete rievocato nella vostra mente?

Molti anni or sono, questo Conte perse la propria moglie adorata, assassinata dagli esseri umani. Fu in quella triste notte che Dracula capì che i mostri non potevano in alcun modo coesistere con gli uomini, poiché questi ultimi sanno essere violenti e pericolosi. Dracula ne è convinto: i mostri esistono, ma non sono quelli a cui siamo soliti affibbiare tale denominazione. I veri mostri sono coloro che non tollerano, coloro che attaccano, coloro che offendono e feriscono con le armi ben sguainate. Qualcuno, un tempo, cantò che il vero mostro è colui che è “brutto all’interno” e non colui che è “brutto a veder”. I mostri saranno anche raccapriccianti, ma non sempre i loro connotati corrispondono ai loro caratteri.

Quando Dracula perdette la propria consorte, decise che mai più nessun uomo avrebbe ferito la sua famiglia. Eresse, allora, un imponente edificio, un rifugio sicuro per tutti i mostri che, tra quelle mura, avrebbero potuto restare al sicuro. Sì, in poche parole, un hotel di superlusso per tipi eccentrici!

Rifugiatosi nello sfarzoso palazzo di pietra, Dracula allevò, per un secolo, sua figlia Mavis. Per i successivi cento anni, egli seguitò a provare l’amore, in una forma nuova, diversa rispetto a quello che provarono Frankenstein ed il mostro della laguna nera, menzionati in precedenza. Dracula amò incondizionatamente durante tutta la sua esistenza e, quando venne privato del conforto di una moglie, l’amore che aveva sempre riscaldato il suo cuore mutò, divenendo amore paterno. Quest’ultimo è un tipo di amore votato alla protezione assoluta, all’affetto smisurato, al riguardo e all’educazione, all’accompagnamento verso la crescita e la maturazione. Dracula guidò Mavis dalla giovinezza alla maggiore età. Così, le stagioni si alternarono e all’hotel, anno dopo anno, giunsero, da ogni parte del mondo, i mostri più stravaganti. Dracula formò persino una combriccola di bizzarri amici, legandosi a licantropi, mummie, creature nate in laboratorio ed esseri gelatinosi e appiccicaticci. 

Gli anni per Dracula e Mavis passarono così, nella tranquillità e, forse anche un po’, nella noia della routine. A 118 anni, Mavis divenne grandicella, ma Dracula continuò a vederla come una bimba e a nutrire per lei una paura smisurata. Il mondo esterno era un luogo pericoloso, Mavis non avrebbe mai dovuto lasciare la sua principesca dimora. Un giorno come un altro, Johnny, un mortale, sbucò dal nulla, irrompendo nell’albergo e turbandone la quiete. Dracula si rapportò al giovane in maniera alquanto diffidente, del resto, Johnny era un essere umano, c’era poco di cui fidarsi! Ciononostante, conoscendosi sempre più, Dracula e Johnny scopriranno di non essere poi così diversi. Questi stringerà, dunque, una tenera amicizia con Mavis che, ben presto, si trasformerà in amore.

"Re Tritone ed Ariel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più cliccate qui.

A quel punto, Dracula dovrà armarsi di coraggio e, da buon genitore, accettare l’inevitabile. Dopotutto, egli non fu certo il primo padre a dover salutare la propria “piccina”. Ne “La sirenetta” della Disney, Re Tritone, alla fine, dovette cedere le armi, deporre il proprio tridente e lasciare andare la sua bambina. Ariel si era innamorata, ed era decisa più che mai a convolare a nozze con Eric, un principe venuto dalla terraferma. In egual modo avrebbe dovuto agire anche Dracula.

Facendo un bel respiro profondo, il Conte salutò sua figlia, ed accettò di vederla andar via con un ragazzo… normale e non certo mostruoso.

In “Hotel Transylvania” viene messa in scena una rara forma di amore: il sacrificio, la rinuncia di un papà a tenere la propria figlia con sé, una scelta, quest’ultima, che condurrà Dracula alla ritrovata serenità nel vedere Mavis, finalmente, sorridente e giuliva.

"Dracula e Denisovich" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tra Mavis e Johnny, tra una vampira ed un ragazzo, tra una creatura mostruosa ed un mortale, scoccherà, dunque, il colpo di fulmine e, dalla loro unione, nascerà un bambino dai folti capelli scarlatti, Dennis, che verrà ribattezzato da nonno “Drac”: Denisovich.

L’amore, in “Hotel Transylvania”, è uno zing, un tintinnio, un lampo improvviso che squarcia il cielo e illumina lo sguardo, un incanto istantaneo che si avverte come un placido suono. I mostri non ne sono assolutamente indifferenti e, una volta provata tale magia, finiscono per restare innamorati e fedeli per tutto il resto della loro (lunghissima) vita. Dracula visse l’amore per una donna, lo zing assoluto, ed esso non lo abbandonò mai davvero. In seguito, un'altra forma di “zing” si impadronì di lui: l’amore paterno. Questo Dracula fu un mostro che non smise mai di amare, dapprima amò la sua sposa, poi amò la sua piccola e, infine, amò nuovamente, quando conobbe il suo minuto nipotino. E poi, quando il vecchio ma eternamente giovane Conte deciderà di concedersi una vacanza, scoprirà che un nuovo zing sarà pronto a destarsi in lui…

Cos’è che accomuna gli uomini e i mostri se non la medesima capacità di provare e vivere l’amore? Cos’è, realmente, un mostro? E’ forse quella che segue la risposta più pertinente alla domanda iniziale. I mostri, quelli reali, sono soltanto coloro che non riescono a provare tale, meraviglioso sentimento.

L’amore può raggiungere l’immortalità. Dracula lo sa bene: si può amare una donna per sempre continuando a ricordarla nel proprio cuore, e rimirandola, sovente, in un grande dipinto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

  • E abbiamo pianto, “tessoro”, perché eravamo tanto soli

Sorse un sole giallo in un giorno mite e radioso. La primavera era arrivata, e con i suoi vividi colori adornava i boschi. Sulle sponde dell’Anduin, gli alberi erano cresciuti rigogliosi e pieni di vita. Fiori variopinti germogliarono nei prati, e l’erba delle collinette della Contea era divenuta delicata e verdissima.  Approfittando del bel tempo, due minute figure decisero di recarsi in una delle foci del fiume per una battuta di pesca. Su di una piccola imbarcazione, uno hobbit lasciava penzolare la lenza dalla canna da pesca, mentre il suo giovane amico si accingeva a innescare il proprio calamento. Quest’ultimo aveva gli occhi strabuzzati e teneva in mano una creaturina strisciante, osservandola con un ghigno irrisore. La lambì pochi istanti dopo con un piccolo utensile a forma di uncino. D’un tratto, uno di loro avvertì il morso di un pesce all’amo. “Ne ho preso uno, Smeagol” – disse il fortunato pescatore. “Tiralo fuori, Deagol” – esortò l’altro.

Il pesce, grande e grosso, tentò di liberarsi con tutta la sua forza e riuscì a trascinare lo hobbit in acqua. Deagol raggiunse il fondale e vide, nel limpido dell’alveo, un tremolante folgorio. Volse la mano e ghermì quella perla dorata priva di alcuna conchiglia. Risalito in superficie, Deagol cominciò a rimirare l’oggetto donatogli dal rigagnolo e ad accarezzarlo come fosse una preziosa sfera perlacea. Quando lo hobbit schiuse la mano, l’Unico, che giaceva su di essa, emergeva dal lercio fango col suo fulgido chiarore. Il colore dell’anello, mischiato allo sporco del terreno, emanava un’attrazione ambigua: la bellezza apparente unta dalla sporcizia. L’anello rifulgeva come il più seducente dei gioielli, ciononostante la melma scura che lo insudiciava suggeriva l’oscurità celata dietro la più fervida perfezione.

Smeagol raggiunse Deagol di tutta fretta, seguitando a sorridere scherzosamente. Intravide anch’egli lo scintillio dell’anello e ne rimase profondamente rapito. Il suo sguardo stralunato si confuse nel cerchio del tesoro. Smeagol chiese l’anello, come regalo per il suo compleanno. Deagol rifiutò ed i due hobbit, ammattiti e deliranti, ingaggiarono un’aspra lotta. Smeagol impazzì, e nella colluttazione uccise Deagol soffocandolo. Raccolse poi l’anello, dedicandogli il più distorto e morboso dei suoi sorrisi.

La storia di Smeagol, come quella di Bilbo, cominciò in un giorno di festa. Smeagol trovò l’anello al mezzodì del suo compleanno, Bilbo se ne liberò la sera del suo centoundicesimo anno di età. Nel prologo de “Il Signore degli anelli – Il ritorno del Re”, l’occhio meccanico di Peter Jackson dilatò la propria palpebra mirando un animale nauseabondo. Quel verme, catturato dalla sadica presa del mezzuomo, suggeriva il tipo di essere che Smeagol sarebbe presto diventato. Una volta ottenuto l’anello, Smeagol si tramuterà lentamente in un essere “viscido”, subdolo, untuoso, “insinuante”, un verme, per l’appunto, ingollato e rigurgitato dalle tenebre.

La natura rinfrancante che avvolgeva Smeagol e Deagol fu spettatrice silente e sconvolta di un folle assassinio. Nell’Eden verdeggiante, Smeagol compì un atroce delitto: uccise un suo congiunto. Il tetro affiorato dalla cristallinità dell’Anduin condusse gli Hobbit alla follia. La quiete della foresta ed il sole luminoso che irradiava il tutto non potevano preludere all’orrore che di lì a poco si sarebbe verificato. E’ proprio in un’atmosfera di gioia, di pace, che il male dell’anello trova il modo di promanare il proprio potere. L’Unico sconvolge la serenità di una giornata felice, turbandola con l’orrore. Smeagol e Deagol erano amici, famigliari, eppure, nel giro di pochi attimi, si tramutarono in mostri, avvelenati da un aroma ipnotico, da una esalazione tossica che li rese subito dipendenti da quel tesoro. 

L’Unico irretì istantaneamente lo spirito contorto dello hobbit e ne fece il proprio schiavo. Come Caino così Smeagol pose fine alla vita del proprio “fratello”, invidioso della sua scoperta, agognando quella sua conquista. L’Unico appariva inestimabile come uno scettro regale. Come Eteocle e Polinice, i due consanguinei della mitologia greca, figli del re Edipo, Smeagol e Deagol combatterono tra loro per ereditare un potere raro, prestigioso come la corona di un regno. L’Unico, similmente al trono di Tebe, poteva essere conquistato soltanto da uno dei due. Pur di impadronirsi di quell’oggetto, Smeagol e Deagol combatterono tra loro fino alla morte. A differenza di Eteocle e Polinice, entrambi periti in duello, tra i due hobbit, uno di loro riuscì a prevalere. Eteocle, come Deagol, riceverà una degna sepoltura, Polinice come Smeagol no. Smeagol non morirà, subirà una metamorfosi che lo renderà, col tempo, un cadavere errante dal pallido colorito, una carcassa ambulante sprovvista di alcun tumulo. In quel mattino sorse un sole giallo, l’indomani, a seguito dell’omicidio perpetrato da Smeagol, sarebbe sorto un sole rosso poiché era stato versato del sangue innocente.

Per aver commesso un tale peccato, Smeagol verrà scacciato, espulso come uno straniero malvagio e dall’anima informe. Smeagol non fu più uno hobbit, non fu più umano. Assunse le sembianze di un individuo amorfo e sgradevole alla vista. Diventò, pertanto, lo straniero di ogni popolo, un essere che non apparteneva più ad alcuna razza della Terra di Mezzo. Smeagol divenne Gollum, indecifrabile nella propria mostruosità, unico come unico era l’anello che possedeva.

Smeagol si ritirò nelle caverne, solitario, e lì, nel buio, avulso dal resto del mondo, dimenticò chi fosse, smise di ricordare il sapore del pane, la delicatezza del vento, persino il suo nome. Il corpo si deformò, e la gola cominciò a fargli molto male. Ad ogni parola pronunciata, Smeagol rigurgitava un frammento della propria passata umanità, fino a che il dolore scomparve del tutto, e dalla sua gola fluì il suo nuovo appellativo. Dai suoi versi strazianti si udì “Gollum, Gollum”. I suoi denti si fecero neri e appuntiti, la sua carne si fece purulenta come prova emblematica del suo spirito consumato.

Peter Jackson, per l’ultimo capitolo della trilogia, scelse di alzare il sipario mostrando il tormentato avvenuto di Gollum. Questi, come preannunciato da Gandalf nelle Miniere di Moria, rivestirà, sia nel bene che nel male, un ruolo fondamentale nell’ultima fase del viaggio di Frodo e Sam e per il destino dell’anello. Il prologo de “Il ritorno del re” pare volerlo preannunciare. L’esito del conflitto passerà dalle sue mani.

Gollum tiene tra le sue dita il destino dei popoli liberi di Arda come una moira. Una sua scelta errata potrà spezzare le sorti, recidere con il taglio netto di un paio di forbici il filo del fato.

  • Sveglia, dormiglioni!

Nelle lande desolate della terra nera, la luce del giorno si era affievoliva. Le giornate si erano fatte più corte, e su tutto l’ombra era calata. Il fumo esalato dal Monte Fato copriva il cielo con una fitta bruma, e i raggi del sole non riuscivano a valicare il fosco nell’aria. Le arti di Sauron avevano generato ammassi gassosi di nuvole ferrigne che occultavano ogni barlume di luce, così che gli eserciti del sire di Mordor potessero spostarsi con grande rapidità.

Frodo e Sam riposavano, nascosti all’interno di una esigua spelonca. Gollum arrivò di soprassalto e li esortò a riprendere il cammino. Frodo dedusse che le giornate si erano fatte sempre più buie e avvilenti. Sam raramente si lasciava sopraffare dalla tristezza. Il tempo angusto, però, era capace di abbattere il suo spirito. Già durante i passi iniziali de “Le due torri”, Sam, osservando quei nembi cupi e carichi di pioggia che dominavano la volta celeste di Mordor, ammise di sentirsi impaurito. L’atmosfera torva e fuligginosa che avviluppava i due hobbit, oramai sempre più vicini alla meta, metteva a dura prova le loro resistenze e anche le loro speranze. Ma nulla poteva far demordere Sam. Subito egli ricordò a Frodo che avrebbero dovuto dilazionare il cibo rimasto per il viaggio di ritorno. Frodo, allora, rispose laconico con la sola espressione del viso. Il nipote di Bilbo voleva nutrire ancora fiducia ma dal suo volto trapelava un’ansia mista a profonda negatività.

In questo frangente, Samvise confida nella concreta possibilità di poter adempiere alla missione del proprio padrone. Pensare a rateizzare i viveri per il ritorno voleva dire, per Sam, valutare tangibilmente la fattibilità della sopravvivenza. Già da questa significativa affermazione è percepibile la tenacia che anima Sam. Sebbene il compito sia tutt’altro che agevole, egli non paventa l’eventualità che i due possano perire nell’impresa. Sam non lascia che il clima opprimente di Mordor genufletta il suo animo speranzoso. Man mano che le forze del suo padrone cederanno, Sam si farà carico di lui e del suo fardello.

  • La morte di Saruman

Gandalf, Aragorn, Legolas e Gimli raggiungono Isengard e ne osservano la caduta. Sui ruderi dell’industria guerrafondaia, Merry e Pipino banchettano prima di riabbracciare i loro amici. L’acqua del fiume ha diluito la perfidia di Saruman, le fiamme delle fornaci sono state estinte; il tronco, le foglie ed il verde hanno prevalso sul ferro e sull’acciaio.

Barbalbero riceve i coraggiosi visitatori, accogliendoli nel suo nuovo reame depauperato dalle insidie di Curumo. Il vecchio Ent ammette d’essere sollevato nel rivedere Mithrandir, poiché Saruman, anche da sconfitto, risulta essere pericoloso. Rinchiuso nella torre di Orthanc, Curunir ha avuto modo di prender coscienza del proprio fallimento. Il bianco macchiatosi di nero emerge sulla cima del sozzo pinnacolo. Lassù, Saruman seguita ad osservare i suoi rivali dall’alto. La costruzione scenica ideata da Jackson per questa sequenza è estremamente simbolica.

I buoni, vincitori del conflitto al Fosso di Helm, giacciono al suolo e, col capo rivolto all’insù, intravedono il loro nemico, il quale, persino nella disfatta, permane ancorato alla propria arroganza. Sulla vetta di Orthanc, Saruman manifesta nuovamente la propria albagia, e continua a sentirsi potente, superiore a coloro che avrebbe dovuto difendere. Su quella prominenza, lo stregone lascia che la sua protervia discenda fino al basso.

Lo stregone è fermamente convinto che le forze di Sauron si dispiegheranno numerose, abbattendosi sul più grande del regno degli uomini come un martello sull’incudine. Saruman pecca ancora di tracotanza, e presume che l’imminente vittoria dell’Oscuro Signore potrà essere ritenuta anche sua. Saruman non fu mai modesto, non amò mai le creature piccole ed indifese della Terra di Mezzo. Professandosi come il più potente e saggio degli Istari, Saruman non volse mai attenzione ai più deboli, se non per schiacciarli. Saruman si innalzò su di un piedistallo figurato. Sulla cima della torre, negli ultimi momenti della sua esistenza terrena, Saruman non metterà da parte la sua superbia. Guarderà ancora i suoi interlocutori dall’alto e da quella prominenza cadrà. Lo stregone verrà pugnalato alle spalle da Grima, il quale, a sua volta, verrà colpito a morte da Legolas. Ferito, Saruman precipiterà giù e morrà. Più in alto volle salire, più rovinosa fu la sua caduta. La prepotenza di Saruman cessò in quel lampo. Gandalf, mai innalzatosi al di sopra dei suoi simili, vide la fine di un vecchio amico dal bianco vestito e dal cuore nero.

La fine di Saruman, ideata per la versione estesa della pellicola, fu notevolmente differente rispetto a quanto scritto da Tolkien. Jackson riteneva concluso l’arco narrativo dello stregone corrotto. Saruman fu annientato dalla natura, dalla rivolta degli Ent. Nulla più sarebbe rimasto del suo potere. Abbracciando questo credo, Jackson decise di far morire Saruman nella sua Isengard decaduta. Nel romanzo del Professore, Saruman compariva sul finale come ultimo nemico, dopo aver assoggettato al proprio potere la Contea. Questa parte della storia sarebbe risultata eccessiva nella trasposizione cinematografica che, per ragioni di tempo e di ritmo, doveva necessariamente concludersi con la distruzione di Sauron ed il ritorno pacifico ad una Hobbiville mai realmente coinvolta nei drammi della Terra di Mezzo. La Contea, per Jackson, rimase sempre un luogo isolato dal resto di Arda. Una terra integra ed inalterata che non ricevette mai alcuna influenza dagli orrori della guerra.

  • Di tutti gli hobbit ficcanaso, Peregrino Tuc, tu sei il peggiore!

Pipino scorse nell’acqua un riverbero. Dunque si avvicinò, e raccolse una sfera vitrea. Gandalf, intuito di cosa si trattasse, prese la gemma e la celò nel suo mantello. Quel piccolo globo inespressivo era un occhio perennemente dilatato. Col suo gesto, Gandalf volle occultare lo sguardo al Palantir, intimorito da colui che, lontano, stava guardando.

Carlo Collodi scrisse che “La curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno”. Peregrino Tuc non riusciva a dormire né a distrarsi. Essere perennemente indiscreto era una sua prerogativa. Come tutti i Tuc, Pipino era interessato, invadente, avventuroso, impiccione e, come terrà Gandalf stesso a precisare, ficcanaso. Pipino guardava, doveva sempre guardare! La consistenza misteriosa del Palantir aveva interdetto ogni sua attenzione. Nel cuore della notte, Pipino si alzò e sottrasse la pietra veggente dalle mani di Gandalf. Volgendo il proprio sguardo nel Palantir, Peregrino, inavvertitamente, vide l’occhio infuocato di Sauron. Il Signore degli anelli si insinuò nella mente del piccolo hobbit, torturandolo. Pipino si salvò appena in tempo, grazie al tempestivo intervento di Gandalf.

Pipino, come un burattino che sognava di diventare un bambino vero, era sovente curioso ed ingenuo. La sua troppa curiosità gli stava costando caro. Eppure, Pipino col suo errore riuscì a scorgere qualcosa d’importante. Vide un albero morente ed una città in fiamme. Sauron avrebbe indirizzato le sue armate verso Gondor, per distruggere Minas Tirith. La curiosità di Pipino gli arrecò dolore, cionondimeno gli permise di anticipare i tragici eventi che si sarebbero consumati di lì a breve.

Intenzionato ad avvertire Gondor dell’incombente attacco, Gandalf si dirigere a Minas Tirith con Pipino. Merry si congeda dal suo inseparabile amico, tra le lacrime e la mestizia. I due non si erano mai separati. Sin dalla più tenera età, in qualsiasi pasticcio fossero finiti, Merry era sempre rimasto accanto a Pipino. Ambedue, però, non si trovavano più nella fresca campagna, intenti a giocherellare per tutta la notte sino a che il sole, emerso dalle ombre dell’oriente, avrebbe proiettato i suoi raggi sul manto erboso della Contea. Da Rohan a Gondor, Merry e Pipino avrebbero assistito e combattuto la guerra più grande del loro tempo, e lo avrebbero fatto restando lontani.  I conflitti generano addii, separazioni e raramente la guerra porta alla riconciliazione. I due hobbit si renderanno presto conto di quanto le battaglie siano le calamità più gravi.

  • L’albero del Re

In sella ad Ombromanto, Gandalf ed il gracile hobbit volsero verso la città bianca. Minas Tirith sorgeva su di una collina, ai piedi di un’imponente catena montuosa. Le mura della città erano state edificate con la candida pietra, la quale scintillava come polvere di stelle quando veniva raggiunta dall’abbraccio del sole ogni mezzodì. Pipino, piccolo visitatore intimorito dalla vastità della capitale, colossale nella propria maestosa presenza, varcò i cancelli del regno e giunse sino al settimo livello. Nella cittadella, il mezzuomo toccò il suolo del vasto cortile. Lì, al centro, svettava alto come una bandiera ed immobile come una scultura, un albero bianco senza neppure una foglia. Pipino lo aveva già scorto quando pose lo sguardo sul Palantir. L’albero di Gondor sarebbe presto stato arso da fiamme divoranti; di esso non sarebbe rimasta che della cenere argentea. Quell’albero era morto da molti anni e non dava alcun segno di resurrezione.

Tramontò il tempo in cui l’albero del Re era rigoglioso e pieno di salute. La sua vitalità veniva espressa dalla fioritura dei suoi rami. Nessun fiore germogliava nei pressi come se attorno a sé l’albero emanasse un’aura di sterilità. L’albero giaceva silente e quatto, dal suo tronco non sgorgava alcun suono, dalle sue radici non trapelava il benché minimo anelito di rinascita. Contrariamente agli alberi delle foreste, nessun Ent custodiva il riposo dell’albero bianco. Esso, solitario, attendeva in un sonno senza respiro.

Peregrino Tuc, mirandolo con la sua proverbiale indiscrezione, constatò che l’albero veniva sorvegliato da alcune guardie fedeli. Erano gli uomini a proteggere il grande albero bianco. Gli stessi nutrivano ancora speranza che esso, simbolo della gloria del reame dell’uomo e della rinascita dei grandi Re, potesse, un giorno, destarsi dal suo dormiveglia.

  • La speranza divampa

Poco dopo, Gandalf e Pipino incontrarono Denethor, il sovrintendente, mettendolo in guardia dall’avanzata degli eserciti di Sauron. Denethor, distrutto dal dolore per la morte del suo adorato primogenito, volle negare qualsiasi intervento e restò seduto sul suo seggio, immerso nella proprie tristi rimuginazioni.

Pipino, allora, si mise all’opera. Arrampicatosi fino ad una torre, lo hobbit guadagnò la postazione dei fuochi di segnalazione. Con coraggio e abilità, il mezzuomo accese la grande pira e le fiamme si propagarono su di essa. In lontananza, alcune vedette recepirono il segnale e diedero, a loro volta, fuoco alla catasta di legno. Sulla cima di ogni monte, uomini vigilavano in costante allerta. Quando videro il fuoco di Amon Dîn avvampare, fecero altrettanto di postazione in postazione. Gandalf mirò il rosso delle fiamme e constatò come la speranza divampasse nell’aria e valicasse l’acqua e l’aria, le pianure ed i monti. La speranza si estese oltrepassando ogni frontiera. I roghi luminosi alimentarono la temerarietà di tutti.

Il fuoco, di colpo, assume nel linguaggio estetico de “Il Signore degli anelli” un valore speranzoso. In quelle fiamme è custodita la fiducia, l’alleanza e la fratellanza che tiene uniti i popoli liberi della Terra di Mezzo. Comunicando a distanza con l’accensione di una vampa, i gondoriani reclamano la vicinanza dei loro fratelli. Il fuoco, usato da Saruman in precedenza per distruggere, per bruciare, per erigere una fabbrica guerresca, viene adesso usato da Gandalf per implorare l’umano aiuto. La speranza prende i contorni di una fiamma imperitura ed ondeggiante che, col suo acre fumo, si sparge sino alla cupola celeste. In quel fuoco non vi è la brama di distruzione, bensì la voglia di difendere tutto ciò che di bello c’è sulla Terra. Le lingue di fuoco che fervono nel legno emanano l’aspettativa di una nuova alleanza che potrà garantire la sopravvivenza della razza umana.

  • L’eterna memoria di un monarca

Così il segnale si protrasse fino ai confini di Rohan e fu avvistato da Aragorn. Proprio lui, l’erede al trono di Gondor e Arnor, ravvisò per primo la disperata richiesta d’aiuto del suo popolo. Le fiamme ardenti di Minas Tirith evocavano la venuta del re. Aragorn corse di gran carriera ed avvertì Théoden che Gondor necessitava dell’appoggio dei loro alleati. Théoden esitò per qualche istante. Perché avrebbe dovuto aiutare coloro che, governati da un funzionario freddo e distaccato, ignorarono il grido di dolore di Rohan?

In quell’attimo, quando Aragorn esortò i rohirrim a partire, Théoden ripensò a quanto detto da Saruman poco prima di spirare. Il Signore di Isengard accusò Théoden d’essere l’anello debole di una salda dinastia regale, e che il trionfo al Fosso di Helm non fu conquistato per meriti suoi. Théoden ribadì, sconvolto, questo concetto anche alla sua bella nipote, Éowyn. “Non è stato Théoden di Rohan a condurre il proprio popolo alla vittoria” - sibilò il regnante, per poi glissare su quanto pronunciato.

Théoden non combatté con estrema vigoria durante il conflitto alla fortificazione di Helm Mandimartello. Per la maggior parte del tempo, fino a quando gli Uruk-hai non aprirono una breccia nel trombattorione, Théoden stette a guardare, guidando i suoi uomini più con le parole e le esortazioni che con la spada e gli scudi. Theoden, ne “Le due torri”, appariva afflitto dal maleficio infertogli da Curumo e Grima, il Vermilinguo. Era stanco, dolente, ancora incredulo per la morte del proprio figliolo. Théoden trasse audacia soltanto nel finale, quando Aragorn volle sollecitarlo a salire a cavallo e caricare i nemici per un ultimo gesto di gloria. Agli occhi di Théoden fu Aragorn, coadiuvato dai suoi amici, a condurre Rohan alla salvezza.

Il sire, angosciato da questa sua sensazione, accetta di rispondere alla supplica di Gondor, vedendo nella battaglia dei Campi del Pelennor l’ultima occasione per poter riscattare il proprio onore. Théoden sa, in cuor suo, che non vi è molta speranza. Gli eserciti di Sauron, cospicui e molteplici nelle loro schiere, li sovrasteranno. Eppure, il sovrano di Rohan vuole affrontarli ugualmente. Sarà dinanzi ai portoni di Minas Tirith che il destino del loro tempo verrà deciso. Théoden desidera conquistare la grandezza dei propri padri, ed è disposto a sacrificare la sua stessa vita pur di salvare il popolo indifeso della grande città bianca.

Nell’impeto della battaglia finale, Théoden vuol far echeggiare le proprie gesta. Come i celebri eroi della mitologia greca, il cui epiteto seguita a far eco nella gloria dei secoli, Théoden spera che il proprio nome venga ricordato in eterno, ma ancor di più egli si augura di poter essere ritenuto, dai propri sudditi, un Re magnanimo e valoroso così che la sua figura non possa sbiadire se confrontata a quella dei suoi avi.

  • L’ultimo viaggio di Arwen Undómiel

Arwen procede nei boschi in sella ad un bianco destriero. Ella indossa una veste cerulea come un mare calmo, rassegnato, le cui onde si adagiano lente sulla riva, senza alcuna forza più ad animarle. Il suo volto candido, radioso persino nell’accoramento dell’addio, esterna l’arrendevolezza di un fato ineluttabile. Coi suoi occhi azzurri, la dama di Gran Burrone osserva, docile, i boschi che la avvolgono per un’ultima volta. Fu proprio in una verde boscaglia che ella vide per la prima volta il suo amato. Tra le alte betulle, Arwen scoprì un giovane che la stava osservando meravigliato. In quel giorno, ella conobbe Aragorn e lesse il proprio futuro nei suoi occhi.

Nel fitto bosco, lo splendido elfo femmina rimirò nuovamente il proprio avvenire. Un bambino sbucò dal nulla e corse felice, non curandosi affatto del passaggio dei nobili Eldar. Nessuno degli elfi lì presenti parve intravedere quel fanciullino dal biancastro vestito. Arwen orientò il suo sguardo su di lui e capì che era la sola a vederlo. Il bambino sorrideva felice tra i cespugli. Proseguì ancora fino a calcare un impalpabile balcone di pietra. Bianche colonne svettavano alte e, poco distante, un uomo volgeva lo sguardo verso l’orizzonte, oltre una ringhiera. Una luce solare affiorava dal profondo ed illuminava in ogni dove. L’uomo si voltò, rivelando d’essere Aragorn. I grigi capelli e la barba incolta suggerivano il naturale invecchiamento di un discendente di Numenor. Aragorn sollevò il bimbo, reggendolo con amore, e lo baciò sulla guancia. Attorno al collo, il fanciullo aveva la Stella del Vespro che brillava luminosa come una cuspide argentea. Quando Arwen riconobbe la gemma elfica, il piccolo le rivolse lo sguardo, ricambiando la sua attenzione, come se anch’egli riuscisse a vederla.

Eldarion, il futuro figlio di Aragorn ed Arwen, apparve d’un tratto e per pochi attimi. Il piccino volle guardare sua madre senza dir nulla, rendendola cosciente della sua prossima esistenza. Arwen si commosse e comprese che il futuro non era ancora stato scritto. Arwen ereditò per un solo momento il potere del padre, Elrond, infatti, aveva il dono della preveggenza. Le parole del custode di Vilya riecheggiarono nella sua memoria: “Non c’è nulla per te qui, solo morte”. Arwen, però, aveva compreso che la vita non era del tutto svanita dal remoto. Così, quando la rifulgente illusione si dissolse come un’aurora, la dama abbandonò il percorso e tornò a Gran Burrone. Arwen ha compiuto la sua scelta. Afferrando quella fievole speranza, aggrappandosi a quel futuro non ancora sfumato, Arwen ha rinunciato alla sua immortalità.

"Elrond" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Elrond vede la figlia rientrare nella Dimora Accogliente e le rivolge parola. Le mani della giovane erano diventate fredde, e la forza degli Eldar la stava abbandonando. La grazia perpetua degli elfi si era disfatta. Arwen era diventata mortale. Il padre della nobile fanciulla non avrebbe voluto che la figlia perdesse la propria eternità, e così anche lo stesso Aragorn. Questi, perdutamente innamorato di Arwen, avrebbe desiderato, pur patendo il rimpianto, che ella mantenesse la propria essenza immutabile. Aragorn sapeva che l’amore, il più grande amore, corrisponde al sacrificio. Egli avrebbe, con dolore, rinunciato ad avere Arwen con sé pur di saperla al sicuro per sempre.

Ma né Aragorn né Elrond poterono decidere per lei. Arwen, come il più puro degli esseri liberi e fulgidi della razza elfica, mostrò, in questa sua decisione, la propria femminile indipendenza, la propria coraggiosa autonomia. Soltanto lei poteva scegliere per se stessa, nessun altro. Arwen amava tanto, amava spontaneamente senza compendiare alcun limite. La sola possibilità di poter riabbracciare il suo Re e di poter mettere al mondo suo figlio la condusse verso l’adempimento del suo volere. Arwen è una donna forte, coraggiosa, e con la sua rinuncia palesa il più grande degli amori provati. Elrond fatica a trattenere le lacrime quando scopre che la sua discendente non è più immortale. Il destino di Arwen è adesso legato al destino dell’anello, poiché ella non ha più forze sufficienti per resistere al male che si diparte da Mordor. Con le forze residue, la nobile fanciulla invita il padre a riforgiare la spada. Le arti degli elfi possono, infatti, ricostruire Narsil, la gloriosa lama che fu di Elendil ed Isildur.

Arwen, tenendo il viso celato sotto un cappuccio, osserva i frammenti della spada. Ella certamente ricorda l’ultimo colloquio che ebbe con Aragorn, Vicino ai resti dell’arma, ella infuse coraggio al suo adorato. Gli disse che non doveva temere il proprio destino, poiché egli avrebbe affrontato quel male e sarebbe riuscito a primeggiare. Arwen rammenta quanto affermato e agogna di poter instillare nuovo eroismo nel cuore del suo sire. Dalle ceneri una fiamma sarà risvegliata.  Una luce dall'ombra spunterà. Rinnovata sarà la lama che fu spezzata. Il senza corona di nuovo re sarà!

Con quest’ultima richiesta, Arwen fa sì che Narsil, la spada che rappresentava la stirpe spezzata dei sovrani, venga ricostituita. La nascita di Andúril sarà il primo annuncio simbolico del ritorno del Re. L’ultimo viaggio di Arwen non si compì mai, poiché ella rimase ad attendere, tra la vita e la morte.

  • La fiamma dell’occidente

Aragorn sogna Arwen. Come accaduto alla dama di Gran Burrone, anche Aragorn vede l’imminente. Differentemente da lei che vide il futuro da sveglia, Aragorn lo scruta in sogno. Estratti imprecisi, tasselli sparsi, immagini velate si susseguono nel suo incubo agitato. Aragorn vede Arwen distesa su di un letto, sfinita. La sua pelle raggiante è divenuta cerea, quasi esangue. Arwen sussurra con una voce spezzata un ultimo pensiero: “Come avrei voluto poterlo rivedere, un’ultima volta!”. Dopodiché, Aragorn vede se stesso in piedi, al cospetto del trono di Gondor, mentre smarrisce la Stella del Vespro ed essa, lambendo il suolo, si disintegra. Il figlio di Arathorn si sveglia di soprassalto. Egli non sa che ha veduto un nuovo futuro, un avvenire scuro e burrascoso, che tende ad intrecciarsi con quello lieto osservato da Arwen. Cosa significa quanto sognato da Aragorn? Perché egli ha visto la gemma elfica scivolargli via e infrangersi?

L’eventualità che la Stella del Vespro possa rompersi indica come il futuro sia incerto e suscettibile di cambiamenti rapidi ed incalzanti. La Stella del Vespro che l’elfo femmina ha ammirato beatamente al collo del suo figliolo, rischia di venire distrutta. Se questo dovesse accadere, il futuro contemplato dallo sguardo attonito e felice di Arwen cesserebbe di esistere?

Aragorn si desta nel cuore della notte, impaurito da ciò che i suoi sogni gli hanno mostrato. Il ramingo viene convocato da Théoden, il quale, dopo averlo accolto in una tenda, si ritira. Aragorn riceve qui la visita di Elrond, che afferma d’essere giunto fino a lì per volere di colei che ama. Arwen sta morendo e la luce della Stella del Vespro che Aragorn regge stretta a sé si è quasi del tutto spenta. La gemma elfica simboleggia il cuore palpitante di Arwen. Il dissolversi della sua luce testimonia il dolore che Arwen sta tollerando. Aragorn sa che per salvare la sua amata dovrà abbattere il più terribile dei mali ma sa anche che le forze di Rohan e Gondor non potranno soverchiare i reggimenti dell’Oscuro Signore.

Elrond sprona Aragorn a diventare ciò per cui è nato. Vedendo Andúril, la fiamma dell’Occidente forgiata dai frammenti di Narsil, Aragorn comprende che Arwen gli sta dando l’ulteriore coraggio di cui ha bisogno. Toccando l’elsa, Aragorn estrae la spada e mira le rune incise sulla lama. La casata dei Re è stata ricostruita, è il momento che Aragorn metta da parte il ramingo. Nell’opera letteraria di Tolkien, Arwen tessette un vessillo nero. Su di esso era stato cucito dalla donna l’emblema di Elendil. Sfiorando la stoffa con le sue mani, Aragorn agguantò il coraggio per addentrarsi nel viottolo che lo avrebbe portato alla dimora dei Morti. Quando quel vessillo sarebbe sventolato alto, tutti avrebbero rimirato il primo, trionfante, annuncio del ritorno del Re. Nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, Arwen non “filerà” alcun stendardo poco prima che Aragorn volga verso la montagna. Sarà proprio la ricostituzione della spada, ordinata da Arwen, a sostituire la potenza simbolica di quel vessillo.

Aragorn ed Elrond, parlando in lingua elfica, sembrano rievocare un recente passato. Nell’Ultima Dimora Accogliente, poco prima che l’alba sorgesse e la Compagnia dell’Anello partisse, Aragorn indugiava solitario nei pressi della tomba di sua madre. Con la mano, Aragorn scostò foglie avvizzite dall’autunno che sostavano sull’effige marmorea. Quando libererà il volto della statua che ritraeva Gilraen, Aragorn allungherà la mano e carezzerà le fredde gote della scultura. Fu accompagnato in quel commuovente saluto da Elrond, il quale gli ricordò come sua madre volesse per lui un futuro sereno. Gilraen volle proteggere Aragorn dal suo arduo destino, pertanto lo nascose tra gli elfi. A loro, ella donò la stella più luminosa. Aragorn, conosciuto tra gli elfi con l’appellativo di Estel, crebbe e divenne l’incarnazione persistente della speranza.

Aragorn ed Elrond, poco prima di salutarsi, ripeteranno quanto la moglie di Arathorn era solita dire: “Ho dato la speranza ai dunedain, non ne ho conservata per me.”  E’ giunta l’ora che Aragorn assuma le fattezze della speranza, e si erga a stella guida di tutti. Brandendo la sua nuova spada, e animato da un ritrovato impulso, Aragorn s’incammina verso i Sentieri dei Morti. Avrebbe voluto compiere questo rischioso viaggio da solo, ma i suoi fedeli amici, Legolas e Gimli non glielo permisero.

I tre avevano cominciato quest’avventura insieme, ed insieme l’avrebbero finita.

"Legolas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Legolas del Reame Boscoso

Una lunga chioma flava cingeva un volto lindo, nel cui centro vi erano incastonati occhi azzurri, vigili e sapienti, che tanto avevano visto del mondo. Costui era abbigliato con i colori della natura. Una considerevole dose di verde agghindava la sua veste ed una traccia di marrone ciò che ne restava. Ghirigori ed ornamenti elfici guarnivano il suo abito, impreziosendolo come ricami cuciti sulla seta. Legolas, l’elfo regale di Bosco Atro, giunse a Gran Burrone col suo fedele corsiero. Lungo la schiena portava un arco con una faretra colma di frecce e alla cintura due lunghi pugnali dai manici d’oro. L’erede di Thranduil scese da cavallo e tornò a rimirare le bellezze della valle di Rivendell.

Quando tutto ebbe inizio, quando la Compagnia dell’Anello vide l’albore della nascita, Legolas prese parte al Concilio di Elrond, deciso a prestare il proprio aiuto. L’elfo conosceva Aragorn sin dalla sua giovinezza, e nutriva per lui un affetto profondo e sincero. Fu proprio Legolas a difendere Aragorn dalla stolta accusa di Boromir, che lo definì un mero “ramingo”. Legolas scattò diritto, e tenne a precisare che Aragorn “Non era un semplice ramingo, ma l’erede al trono di Gondor”. Legolas nutre per Aragorn l’affezione di un migliore amico e, al contempo, la premura di un padre. Legolas era vecchio. Vecchio come un elfo di aurea levatura, e pertanto eternamente giovane ed in forze. La nascita di Legolas risale ai primi anni della Terza Era. Egli visse per svariati secoli, ed assistette ai molteplici cambiamenti della Terra di Mezzo. In virtù della sua “anzianità”, Legolas provava per Aragorn ciò che, in seguito, proverà anche per Gimli, vale a dire il sentimento di un’amicizia inattaccabile e l’amorevolezza di una figura saggia e paterna. 

Legolas era alto e slanciato, come tutti gli altri elfi suoi analoghi. Qualcuno, cadendo in errore, avrebbe potuto supporre che la sua statura fosse la più solenne tra i 9 della Compagnia dell’Anello. Prerogativa dei discendenti di Numenor era una vistosa altezza. Aragorn, conseguentemente, risultava essere il più alto dei 9 compagni, persino più alto dell’elfo di Bosco Atro. Questi si distingueva come un arciere formidabile, ed un combattente agile ed inafferrabile. La sua vista acuta era in grado di adocchiare e discernere luoghi e creature sfuocate ed elusive. Con ogni suo gesto, Legolas estrinsecava l’etereità della sua razza. In particolare, sul passo di Caradhras, quando la neve fioccava copiosa, flettendo le resistenze umane dei suoi amici, Legolas non avvertì alcun freddo né patì la tormenta. Come una creatura di stoica resistenza, egli neppure risentiva del gelo, udendo per primo l’empia voce di Saruman dispersa nell’aria.

Legolas è un essere assennato e paziente, altruista e generoso. Sin dall’inizio, quando siederà nel consiglio di Elrond, egli non si lascia coinvolgere nelle discussioni con Gimli, evitando di redarguire il suo futuro amico quando questi lo aveva accusato di voler assumersi il compito di distruggere l’anello. Soltanto per un breve momento Legolas perderà le proprie sicurezze, e non farà uso della sua notoria pacatezza. Quando gli eserciti di Isengard marceranno sul Fosso di Helm, Legolas si farà prendere dalla disperazione e confiderà ad Aragorn che non vi è speranza e che tutti i presenti sarebbero morti. Poco dopo aver ascoltato quanto detto dall’elfo, Aragorn si infurierà, affermando con fierezza che sarebbe morto volentieri come un uomo di Rohan, consapevole che le possibilità di poter sopravvivere si erano ridotte ulteriormente. Per una volta, Aragorn, il più “giovane”, mostrò la fiducia che il più “anziano” non avrebbe mai dovuto far vacillare in sé. Legolas se ne renderà presto conto, e, con la sua grande sapienza, si riconcilierà immediatamente con Aragorn.

Col trascorrere dei giorni, Legolas e Gimli stringeranno un rapporto di grande amicizia. Gli elfi ed i nani, da sempre divisi da un’incomprensibile rivalità verranno finalmente accomunati.

Legolas seguiterà sempre a proteggere i suoi più fedeli amici, Aragorn e Gimli, quei “bambini” così come una volta egli stesso lì definì negli scritti del Professore. E li difenderà come un padre. Quando Gimli verrà minacciato da Eomer, sarà proprio Legolas ad armare il suo arco per schermare il suo amico e, al Fosso di Helm, sarà sempre Legolas a salvare i due lanciando loro una corda e issandoli lungo le mura, verso la salvezza. Nuovamente nella battaglia finale davanti al Cancello Nero di Mordor, Legolas si preoccuperà di Aragorn, prossimo ad essere sopraffatto dalla carica di un troll.

Da questi piccoli dettagli, si può notare come Legolas protegga i suoi amici con la dedizione di un amico e di un vecchio guardiano.

"Gimli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gimli, figlio di Glóin

Il concilio di Elrond avrebbe presto avuto luogo. Membri appartenenti alla razze più disparate sarebbero accorsi per presenziare. Poco distante da Legolas, una figura tarchiata si fece avanti. Due occhi buoni e delle guance paffute si intravedevano al di sotto di un elmo argenteo, ed un naso pienotto spuntava da un viso quasi del tutto “taciuto” da una fitta peluria che si estendeva sino alla pancia carnosa.

Gimli era un nano della dinastia di Durin, figlio di Glóin, uno dei componenti della compagnia di Thorin Scudodiquercia. Egli visse per molti anni ad Erebor, dopo che suo padre ed i suoi familiari espugnarono la Montagna Solitaria. Gimli era un nano astuto e risoluto, sin dalla giovane età. Molto tempo prima, quando il padre partì per raggiungere Thorin, Gimli espresse il desiderio di seguirlo, e di prendere parte alla comitiva capeggiata da Gandalf il Grigio. Tuttavia, fu ritenuto dal genitore troppo giovane per partecipare ad una missione così pericolosa. Gimli, allora, attese, aspettò che la vita gli riservasse l’occasione di dimostrare la propria determinazione e fermezza.

Gimli ricordava ciò che sin dai tempi più antichi veniva detto sugli elfi. “Non rivolgerti agli Elfi per un consiglio, perché ti diranno sia no che sì.” Come tutti i suoi simili, egli diffidava di loro, reputandoli furbi ciarlatani. “Nessuno si fida di un elfo” – sbraitò nel primissimo diverbio che ebbe con Legolas. Ciononostante, quando Gimli si proporrà come rappresentante dei nani all’interno della Compagnia dell’Anello, egli comincerà ad interagire con Legolas. In principio, i rapporti tra i due furono tesi, poiché Gimli conservava ancora tristi memorie nel suo cuore. Egli rammentava che Thranduil, padre di Legolas, tenne prigionieri nel proprio palazzo Glóin ed i suoi congiunti durante la loro peregrinazione verso Erebor. I torti subiti dalla stirpe nanica vengono fatti propri da Gimli, il quale va fiero della sua distintiva razza. Gimli è, infatti, un nano orgoglioso ed altero, estremamente dotato in combattimento. Brandisce un’ascia massiccia con cui è in grado di abbattere orchi ed Uruk-hai con la medesima semplicità.

Il suo legame affettivo con i suoi affini è tanto profondo. Gimli fu il primo a proporre a Gandalf di attraversare le Miniere di Moria, poiché era convinto che, in quei luoghi, Balin avesse ricostituito il reame di Nanosterro. Quando Gimli oltrepassò i cancelli occidentali e vide, con sgomento, che Moria si era tramutata in un sepolcro, fece sì che un urlo di dolore si levasse alto, svanendo come un’eco nella profondità della Terra.

Nel giorno seguente, Gimli rinverrà la tomba di Balin, scorgendola in una camera che era stata assediata. Si inchinò dinanzi ad essa e pianse. Una luce proveniente da un uscio scavato nella pietra irrompeva dall’alto, illuminando il loculo. L’avello era cinto dai resti scheletrici di altri nani, massacrati dagli orchi e dai troll di caverna. Gandalf troverà un tomo impolverato, stretto tra le mani ossute di un vecchio e caro combattente. In quel volume, Gandalf leggerà gli ultimi momenti di lotta vissuti dai nani che tentarono di riconquistare il reame dannato di Moria. Gimli ricaverà dalla morte dei suoi simili la forza e la vanagloria per affrontare le tenebre che avviluppavano Nanosterro. Egli manifestò la sua audacia quando, irto sulla tomba di Balin, prese le sue asce e disse: “Che vengano pure, troveranno che qui a Moria c’è ancora un nano che respira!”.

Gimli capì quel giorno che si sarebbe elevato e sarebbe stato, un giorno, considerato uno dei nani più celebri ed importanti dell’intera storia di Arda. Gimli fu il solo nano a sopravvivere alle miniere e fu, altresì, il solo a comprendere e a rimirare la bellezza degli elfi. Ammaliato dallo splendore di Lady Galadriel, Gimli imparerà ad apprezzare la grazia elfica, e deciderà di custodire la ciocca dorata. Col passare del tempo, Gimli stringerà una profonda amicizia con Legolas, abbattendo ogni divisione.

Quanta grandezza vi è nel cuore di Gimli? Egli è l’unico nano a combattere le battaglie più importanti della Guerra dell’Anello. Mentre tutti i suoi conformi si ritirarono nelle montagne, indifferenti al dramma arrecato da Sauron, Gimli fu l’unico ad ergersi come rappresentate della propria razza. E così fu ugualmente il solo ad ammirare l’essenza degli elfi, a provare amore ed amicizia per loro.

Gimli è un guerriero implacabile e feroce ma anche un dispensatore di gioia e di sorrisi. Peter Jackson scelse Gimli come personaggio ideale per distendere la tensione ed elargire felicità. Gimli appare, infatti, molto simpatico non soltanto per il pubblico che lo osserva ma anche per gli stessi personaggi. Éowyn, triste e affranta dai mesi di prigionia vissuti nel suo castello con lo zio, divenuto inavvertitamente schiavo del maleficio di Saruman, tornò a sorridere per la prima volta proprio grazie a Gimli.

Il nano raccontava aneddoti bislacchi sulla sua specie e poi, quando il suo cavallo s’imbizzarrì e corse d’improvviso, egli cadde rovinosamente giù, suscitando le risate affettuose della dama di Rohan. Gimli dona vivacità, brio, felicità a coloro che lo osservano. Ed è forse questo il più grande pregio di un personaggio astuto e di un guerriero imbattibile.

Aragorn, Legolas e Gimli sono vincolati da un’amicizia incrollabile. Nel rapporto tra un elfo, un uomo ed un nano non vi è disparita, non vi è differenza. E’ questa una metafora che tutti dovrebbero dedurre e fare propria per comprendere come tutti i figli della Terra siano uguali nelle loro diversità, poiché ogni diversità può essere una risorsa conoscitiva.

Alla vigilia della battaglia, Aragorn prenderà la via verso il labirintico Sentiero dei Morti. Legolas e Gimli, amici fedeli, non lo lasceranno solo. Poiché nella vera amicizia non vi è considerato l’abbandono.

  • Solo un’ombra ed un pensiero

Éowyn era sveglia, cauta e vigilante come da consuetudine. Rimase accorta anche in piena notte. Vide coi suoi occhi attoniti Aragorn andare via. Tentò di fermarlo, ma egli, garbatamente, le disse che doveva lasciarla. Éowyn confessò implicitamente il suo amore al ramingo, ma questi, cortese come solo i puri di cuore sanno essere, le rispose che non poteva ricambiare e offrirle quello che tanto desiderava. Il cuore di Aragorn apparteneva ad Arwen, qualunque cosa fosse accaduta.

Éowyn si intristì. Ella, innamorata di un’ombra e di un pensiero, assimilò la forza dalla delusione, la spavalderia dall’amarezza. Respinta delicatamente dall’uomo di cui si era invaghita, Éowyn poté incanalare il proprio cordoglio e mutarlo in coraggio. Bramando di morire dando la propria vita per i suoi cari, la creatura femminile escogitò il modo di scendere in guerra.

Ella si avvicinò allora a Merry, anch’egli respinto dai più. Éowyn era una principessa “ignorata” ed una donna trascurata dai soldati. Merry, dal canto suo, era soltanto un mezzuomo, non un uomo integro. La portata del suo braccio non era stimata dagli altri guerrieri e la sua modesta stazza era fonte di derisione. Nessun cavaliere lo avrebbe voluto come fardello. Merry voleva combattere per i suoi amici, ma nessuno credeva in lui. Soltanto Éowyn intuì la forza nascosta nel suo cuore. Ella veniva sottovalutata dagli uomini stolti, poiché era “soltanto” una donna, Merry, invece, veniva sottostimato in quanto minuto. Restando vicini, Éowyn e Merry paleseranno come le semplici apparenze siano fuorvianti. Éowyn si travestirà da soldato e, in incognito, si infiltrerà tra i ranghi dei rohirrim.

Il coraggio e l’eccezionale forza delle donne vengono espressi pienamente dalla principessa di Rohan. Analogamente a quanto fatto da Arwen, Éowyn dimostrerà che nessuno potrà mai decidere per sé stessa al suo posto. La dama di Rohan cavalcherà verso Gondor, calpestando le discriminazioni e diventando un’eroina.

Merry seguirà la bella fanciulla. Lo Hobbit era stato da poco eletto scudiero di Rohan. Anche Pipino, il suo amico lontano, aveva guadagnato la carica di Guardia della Cittadella. Entrambi, però, sapevano che le loro investiture erano poco più che patine di poco valore. Avrebbero dovuto dimostrare nei momenti topici cosa erano davvero capaci di fare. Pipino, da una parte, salverà la vita a Faramir, preda del folle volere distruttore del padre, Merry, a sua volta, salverà Éowyn, durante il combattimento con il Re Stregone di Angmar. Faramir ed Éowyn, salvati dai due hobbit, si incontreranno nelle case di cura di Minas Tirith e lì si innamoreranno.

  • La carica dei rohirrim

Seimila lance furono scosse, altrettanti scudi frantumati. L’esercito di Sauron aveva asserragliato Osgiliath. Innumerevoli legioni si protrassero sino ai campi del Pelennor, occupando l’intera vallata. Con le catapulte, gli orchi avevano inferto i primi danni alla struttura esterna di Minas Tirith. Il cancello principale fu brecciato e molti orchi riuscirono ad invadere i vari livelli della città, seminando morte. Gandalf e Pipino si rifugiarono nella cittadella. Gandalf volle infondere serenità al suo piccolo amico. Egli giudicava Pipino come un avventato ed uno sciocco. Più volte, a Moria, volle rimproverarlo per la sua leggerezza. Quando la morte sembrò vicina, Gandalf notò, forse, la sensibilità di Peregrino Tuc, il quale stava già pensando alla fine. A quel punto, Mithrandir volle tranquillizzare lo hobbit, ricordandogli che la morte è soltanto un’altra via, che dovremmo prendere tutti. Una volta valicato il “paradiso”, ogni anima trapassata può contemplare bianche sponde ed un verde paesaggio sorto sotto una lesta aurora.

La descrizione astratta, evocativa, di questo regno celestiale compiuta da Gandalf, corrisponde al credo religioso, al sogno dell’infinito. I mortali sperano che dopo la fine ci possa davvero essere l’immortalità dell’anima in un giardino di nuvole.  Le bianche sponde tratteggiate dalle parole dello stregone ristorano lo spirito dei credenti e danno loro la forza necessaria per sostenere l’ultimo passo. Ma non era ancora l’ultimo atto!

Un corno risuonò nella notte. L’alba era prossima a sorgere e le armate dei Rohirrim erano sopraggiunte. Théoden caricò il temperamento dei suoi uomini. Urlò: “Morte! Morte!” – il monarca di Rohan. Egli sapeva che sarebbe caduto in guerra e voleva far sì che la fama dei Signori dei Cavalli echegiasse nell’eternità.Théoden non pensava in quell’ultimo discorso alle bianche sponde che presto avrebbe mirato. Il paradiso agognato dal Re era la memoria. Egli avrebbe vissuto nella casa dei suoi padri e nelle illimitate reminiscenze della sua gente. Con la morte i Signori dei Cavalli avrebbero ottenuto la vita eterna, nel ricordo, nella tradizione, nel racconto di ogni generazione. I rohirrim marciarono, dunque, sui Campi del Pelennor con incredibile audacia e travolsero i reggimenti avversari.

  • L’approdo degli Haradrim

La vittoria era vicina. Le schiere di Sauron, benché più numerose, non poterono contrastare le incursioni disperate degli uomini. Quando tutto sembrò volgere per il meglio, versi atroci rimbombarono nel vento da un breve distacco. La terra tremò, scossa da arti titanici poggiati ritmicamente sulla distesa. 

La cinepresa di Jackson inquadrò il volto stupefatto del regnante, poi seguì l’espressione sconvolta di Éomer. I rohirrim stavano osservando l’avanzata di una legione dalla devastante capacità offensiva. I soldati, impietriti ed esterrefatti, vennero colti dal timore. Jackson, similmente a quanto fece Steven Spielberg nel suo “Jurassic Park”, volle volgere il suo sguardo impassibile sui volti allibiti dei personaggi sulla scena, intenti ad osservare le mastodontiche sagome di alcuni animali. Il regista neozelandese non volle anticipare ciò che Théoden e gli altri stavano guardando, desiderò, invece, che gli spettatori avvertissero il pericolo attraverso lo sguardo inquieto degli eroi lì presenti. Sia in “Jurassic Park” che ne “Il ritorno del Re”, il pubblico percepisce l’avvento di un essere colossale mediante l’espressione intimorita dell’essere umano.

Gli Haradrim pervennero dal sud su enormi pachidermi. Una sfilza di Olifanti muoveva verso le mura di Minas Tirith. Tali fiere avrebbero raso al suolo tutto quello che si sarebbe parato loro davanti. Tolkien, forse ispirato dalle tecniche e dalle strategie belliche dell’antico condottiero cartaginese Annibale, ideò la razza degli Haradrim. Annibale era solito servirsi di grandi pachidermi tra gli schieramenti dei suoi eserciti. Nell’universo di Tolkien, i mûmakil erano elefanti grigi, con zanne d’avorio affilate e una mole possente. Alti più di un edificio, gli Olifanti venivano addomesticati dagli Haradrim e utilizzati come infallibili pedine di una scacchiera. In guerra, venivano dispiegati davanti potendo aprire ogni varco. L’enorme stazza di questi animali si rivelava adeguata per sbaragliare le unità avversarie e per abbattere ciascuna resistenza.

Nei Campi del Pelennor, i mûmakil sgominarono le fila dei rohirrim, generando il panico e lo scompiglio. I Rohirrim attinsero comunque ulteriore coraggio e riuscirono a tener testa alle titaniche creature. Nel caos del conflitto, Théoden venne artigliato da una creatura alata. Il re Stregone di Angmar spezzò il corpo del regnante di Rohan. Prima che la cavalcatura alata si cibasse dei suoi resti, Éowyn sopraggiunse e affrontò gli oscuri poteri del signore dei Nazgul. La ragazza trafisse il Re Stregone, colui che nessun uomo avrebbe mai potuto uccidere.

Una donna si innalzò oltre la più fulgida speranza ed abbatté un terribile male. Théoden spirò poco dopo, tra le braccia di sua nipote. Aveva raggiunto quello che anelava. Il ricordo di lui perdurerà per sempre tra i fuochi scintillanti ed imperituri dei più grandi monarchi di Rohan.

  • I Sentieri dei Morti

Un fiore nacque su di un lattiginoso ramo. L’albero di Gondor destò le sue braccia dal sonno e dai suoi polmoni lignei soffiò un alito di rinascita. Nessuno notò quel fiore. L’albero sentì che qualcosa stava avvenendo, che un Re stava rientrando, e risorse. Sul cammino verso il Monte Fato, anche Frodo e Sam videro la statua di un vecchio Re. La scultura era stata deturpata. La testa del sovrano ritratto, recisa dal resto dell’opera, giaceva a terra, sul verde manto. La fronte era adornata da fiori colorati che nel frattempo erano spuntati e che adesso formavano una sorta di corona attorno al capo del Re. La natura lo aveva capito: Aragorn era prossimo a salire sul trono di Gondor.

"Il ritorno del Re" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quel tempo, Aragorn si addentrò nei dintorni del Dwimorberg e perdette la diritta via. L’aria era diventata glaciale. I tre viaggiatori non incontrarono altrettante fiere sul loro cammino ma avvertirono la sensazione che il calore dei loro corpi gli fosse stato sottratto.

Aragorn procede silente, incamminandosi in una selva oscura. Arrivato ad una porta scavata nelle viscere della montagna, l’erede di Isildur varcò la soglia, spingendosi in quel regno di morte dove la malvagità ristagnava e poteva essere respirata come un effluvio maleodorante. Aragorn si incamminò verso quella città dolente, tra l’eterno dolore e la gente perduta. Come il sommo poeta, il ramingo discese nelle tenebre di un inferno terrestre e giunse nei pressi di un limbo sconsacrato. Gimli non aveva ancora ben chiaro cosa si celasse nei meandri di quella catena montuosa. Fu Legolas ad illuminarlo.

Legolas, rivestendo il ruolo di guida in questa discesa “agli inferi” nelle tenebre più tetre, assume i contorni del saggio Virgilio, il quale spiega ciò che nel buio attende d’essere liberato. Legolas racconta a Gimli che un tempo, un esercito negò aiuto ad Isildur quando questi ne ebbe necessità. Isildur maledisse quei soldati, imprigionandoli tra la vita e la morte. Essi non avrebbero avuto pace sino al giorno in cui riscatteranno il loro onore.

Gimli rabbrividì nel percorrere il Sentiero dei Morti. I tre si protrassero sino ad una sala dimenticata. Aragorn, Legolas e Gimli non avevano raggiunto l’Ade, ma era come se si trovassero in un Antinferno. Laggiù, gli ignavi vagavano come anime in pena. Essi non avevano preso posizione nella loro vita, non mantennero mai la loro parola, il loro giuramento. I soldati di Isildur erano diventati spettri crudeli e privi di alcuna dignità. Nella vita preferirono astenersi dai loro compiti. E così come il Celestino V dantesco non si preoccuparono mai d’adempiere ai loro doveri, ai loro obblighi. Il Re dei Morti ed i suoi sudditi erano pigri, negligenti, anonimi, persone senza infamia e senza lode, incapaci di scegliere, impossibilitati ad optare per il bene o per il male. I fantasmi, da vivi, preferirono sottrarsi, restare in disparte senza partecipare alla battaglia. Agirono meschinamente, senza schierarsi mai a favore di un solo vessillo.

Aragorn incontrerà il Re dei Morti, il quale tenterà di ucciderlo. Nessuno può lambire la pelle di un non-morto, eccetto Aragorn, in quanto erede di Isildur. Il ramingo, per mezzo di Andúril, respinse l’attacco del Re. Questi rimase stupefatto nel notare che Aragorn poteva toccarlo. Nella versione cinematografica, il doppiaggio del Re dei Morti è differente rispetto a quello della versione estesa per una sola frase. Nel primo adattamento, esso dirà: “Quella stirpe fu spezzata” – riferendosi alla dinastia di Aragorn. Nel secondo adattamento, dirà: “Quella lama fu spezzata”, riferendosi a Narsil. Appare evidente, anche da queste differenze stilistiche e di parole, quanto la spada Andúril rappresenti, nella sua integrità, la ricostruzione della casata dei Re. Notando quella lama e vedendo Aragorn implorare il loro aiuto, i morti compresero chi avevano dinanzi: il vero erede al trono, l’unico che potrà liberarli dalla loro morte vivente.

I morti accetteranno di combattere per Aragorn. Gli ignavi compiranno finalmente una scelta.

Aragorn, Legolas e Gimli, in testa all’esercito dei Morti, raggiungeranno le sponde di Gondor. Sui Campi del Pelennor ristabiliranno il dominio degli uomini, decimando gli eserciti nemici. Aragorn lo aveva giurato a Boromir in punto di morte: pur non sapendo quanta forza aveva nel suo sangue, non avrebbe mai permesso che Minas Tirith cadesse. E così fu!

  • Futuro nebuloso

Aragorn entra nella sala del re. Restando solo, il figlio di Gilraen pone la mano sul Palantir. Aragorn getta il suo guanto di sfida a Sauron. Egli vuole che l’Oscuro Signore cada nell’agguato e creda che gli uomini siano tanto sfrontati da attaccarlo a viso aperto. Aragorn vuole azzardare un ultimo tentativo. Riunendo gli eserciti di Rohan e Gondor, egli vuol marciare sul Nero Cancello, così da catturare lo sguardo di Sauron e tenerlo fisso su di sé. Sam e Frodo, se fossero vicini al Monte Fato, avrebbero la concreta possibilità di passare inosservati e giungere sino al baratro infuocato. Con il Palantir, Aragorn intima Sauron alla resa ma questi, riconoscendolo, gli mostra Arwen, inerte e cerea. Aragorn ne resta spiazzato, temendo che Arwen sia morta. In preda allo sconforto, Aragorn libera la presa dal Palantir e fa cadere, inavvertitamente, la Stella del Vespro al suolo. Ciò che aveva sognato si è avverato: la Stella del Vespro si è dissolta. Il futuro visto tra il sonno e la veglia da Aragorn si è avverato, ma non del tutto. Ciò vuol dire che la visione avuta da Arwen da sveglia è errata? Eldarion non avrà più la gemma elfica attorno al collo?  Neppure lui esisterà più?

Invero, come specificato da Elrond, il futuro in cui vi è ancora vita per Arwen è quasi scomparso. Già, ma non completamente! Aragorn si appella alla flebile speranza che il male promanato da Sauron possa venire assoggettato e sconfitto e per questo decide di marciare su Mordor.

  • Padre e figlio

Faramir non poté far nulla. Osgiliath venne asserragliata ed invasa col favore della notte. Boromir l’aveva difesa prodemente tempo prima. Faramir non riuscì a fare altrettanto. Le truppe nemiche erano superiori in numero. Con l’occupazione di Osgiliath, l’esercito di Sauron avviò la propria mobilitazione sulla valle. Il fallimento di Faramir avrebbe portato all’attacco a Minas Tirith. Faramir era soltanto un uomo, non poteva fermare da solo le inarrestabili sortite nemiche. Eppure, Denethor vedeva in lui l’inabilità, l’inettitudine. Il Sovrintendente di Gondor versava ancora lacrime per la morte di Boromir, il suo figlio adorato. Nella sua oscura follia, egli arrivò persino a confessare la propria indifferenza nei riguardi di Faramir. Denethor avrebbe voluto che i posti dei suoi figli fossero stati scambiati. Avrebbe agognato che Boromir vivesse e che Faramir perisse. Un pensiero orribile tramutato in parole ed in un’esternazione quando proferì tale agghiacciante verità.

Denethor credeva di aver perduto Boromir in guerra. Non capì mai che egli perdette suo figlio nel momento in cui volle ordinargli di portare l’anello a Gondor. Quel pensiero mellifluo e insidioso offuscò la saggezza del primogenito. Boromir avrebbe tenuto l’anello per sé, non lo avrebbe ceduto ad alcuno, non si sarebbe più destituito da una simile possessione. Denethor condusse suo figlio alla morte ben prima degli assalti operati dagli orchi. Faramir ne era consapevole, cercò di avvisare il proprio genitore sul triste fato a cui andò incontro Boromir ma senza riuscirci. Denethor ordinò a Faramir di condurre un nuova offensiva su Osgiliath. La volontà del Sovrintendente divenne follia. Faramir accettò, come ogni buon soldato volle assecondare l’ordine del proprio comandante. Non agì come un uomo colto qual era, neppure come un assennato studioso, rifiutando quell’atto suicida, volle compierlo, poiché Faramir si comportò come un figliolo ubbidiente, devastato dalla mancanza di approvazione del padre.

Poco prima che la guerra cominciasse, il Capitano di Gondor guidò i suoi soldati. Tutti li accolsero in un corteo funebre, salutandoli. In quella folla fiacca ed angustiata, è possibile scorgere il volto di due piccoli bambini che osservano: un maschietto ed una femminuccia. Non è la prima volta che questi due pargoletti compaiono sulla scena. Se si osserva attentamente, si può notare come Jackson abbia inserito questi due piccini in tutti e tre i film. Per la prima volta, essi apparvero ad Hobbiville, durante il racconto di Bilbo circa la sua disavventura con i troll. I due fanciullini tornano nel capitolo successivo, rivestendo due ruoli differenti. Essi ne “Le due torri” restano nascosti nelle grotte del Fosso di Helm, sorretti dall’abbraccio di alcuni famigliari. Ne “Il ritorno del re”, i bambini fanno parte della folla di Gondor. In tutti e tre i capitoli della trilogia, essi osservano, silenti, gli eventi come piccoli spettatori immersi nella pellicola.

Faramir avanzò verso gli avversari. Nel frattempo, Denethor, incurante, si accinse a pranzare. Si cibava con poca eleganza il Sovrintendente, sporcandosi continuamente il viso. La rozzezza delle sue scelte viene esternata dal modo volgare con cui si nutre. Quando Faramir verrà trafitto dalle frecce, la bocca di Denethor sarà macchiata di rosso, come se dalla sua bocca fuoriuscisse il sangue del proprio figlio. Con la sua ria lingua e con le sue labbra maligne, Denethor condusse i suoi figli alla morte. Quella scia rossa che cola lungo il suo mento evoca il sangue di un nobile che ha banchettato sul corpo morente del proprio figlio. Denethor, similmente al Conte Ugolino citato dall’Alighieri nella “Divina Commedia”, ha “desinato” sui resti del proprio eroico discendente.

Ma Faramir non morì. Riuscì a sopravvivere e, grazie al provvidenziale intervento di Pipino, raggiunse molto dopo le Case di Guarigione di Minas Tirith.

  • Moglie e marito

Éowyn fu trovata stesa a terra, morente. Éomer la scorse lontano e gridò devastato. Fu trasportata alle case di cura. Ivi venne guarita da Aragorn che rimarginò le ferite del suo corpo, anche se nulla poté fare per cicatrizzare la ferita che, non volendo, aveva inciso nel cuore della dama di Rohan. Nel sangue di Aragorn scorreva il potere della guarigione dei Numenoreani. Éowyn si riprese in fretta, ed in quel luogo incontrò Faramir.

Éowyn avrebbe desiderato morire in battaglia. Non le importava più niente. Credeva che la vita non potesse elargirle alcuna felicità, e avrebbe voluto lasciare di lei una meravigliosa reminiscenza. Ella capì a poco a poco che la vita poteva ancora riservare molto per lei. Vide allora Faramir. Anch’egli aveva tentato di morire. Non per la gloria, certo, ma per un desiderio di approvazione. Faramir avrebbe voluto far ricordare il proprio nome al padre, e aveva creduto che soltanto morendo ci sarebbe riuscito.

Éowyn non fu ricambiata da Aragorn, colui che per lei rappresentava un amore carnale e spirituale; Faramir, dal canto suo, non ricevette mai l’amore paterno che egli, da figlio, si sarebbe aspettato di avere dal genitore.  Faramir ed Éowyn, entrambi feriti nel corpo da una guerra infausta e nel cuore da un amore non corrisposto, cominceranno a guarire insieme.

Poco distante dal Cancello Meridionale del regno, nella sesta cerchia di Minas Tirith, il secondogenito di Denethor si rimise in piedi. Volse lo sguardo in quei luoghi di asilo. Scorse i feriti, i malati, sorretti dalle amorevoli premure dei guaritori. Di colpo, Faramir mirò una bella creatura dai lunghi capelli impegnata a guardare l’orizzonte da un’altura. Gli occhi del gondoriano furono irradiati dalla fioca luce che dal corpo della fanciulla stillava. Éowyn sembrava essere una debole candela, la cui fiamma esigua consumava la poca cera rimastale. Un soffio di brezza avrebbe potuto “zittirla” del tutto. Éowyn era spenta come una mattina di pallido autunno, eppure, il Capitano di Gondor vide in lei un percettibile volere di fioritura. Ella era pronta a germogliare, a maturare come una donna felice in un giorno di primavera. Éowyn osservava gli eserciti procedere verso Mordor. In lei albergava la forza di combattere ancora. Eppure, quando Faramir le si avvicinò, i pensieri bellicosi svanirono del tutto ed Éowyn venne permeata dalla pace e da un affetto rifulgente. Lontana da ogni conflitto, Éowyn tornò a risplende di serenità.

Faramir adorava la scrittura, i vecchi racconti, la letteratura e la poesia. Fu finalmente felice di depositare arco e faretra. Si portò nei pressi della donna e i due si conobbero. L’affinità di Faramir accrebbe la fiammella dell’animo della dama e la candela tornò ad irrobustirsi.

L’amore tra Éowyn e Faramir non sboccia causalmente nelle Case di Guarigione. Il più puro e coinvolgente dei sentimenti può curare un corpo fiacco ed un’anima spenta più di qualsiasi altro rimedio. Il Capitano di Gondor e la signora di Rohan leniranno le proprie ferite vicendevolmente con la levità di una carezza e la dolcezza di un abbraccio. Sarà l’amore a ritemprare i loro fisici dimessi ed il loro spiriti fiacchi.

Al mattino, sulla terrazza, Faramir baciò Éowyn sotto un cielo assolato. Ambedue deposero le loro armi a terra, e, finalmente liberi, si tennero per mano.

  • La distruzione dell’Unico Anello

Frodo e Sam giacevano sui pendii del Monte Fato. Frodo non aveva più alcuna forza, si era ormai abbandonato all’abbraccio della calda roccia. “Non credo ci sarà un viaggio di ritorno, padron Frodo” – tuonò Sam. Lo hobbit aveva perduto la speranza. Sam esternò un pensiero opposto a quello pronunciato giorni prima. I due mezzuomini erano esausti. Sebbene provati dal convincimento che non sarebbero sopravvissuti all’impresa, Frodo e Sam continuavano a salire. Frodo si trascinava, ma il peso dell’anello divenne insopportabile. Più le fiamme del Monte Fato si facevano vicine più l’anello aumentava l’onere della propria custodia.  Sul collo dello hobbit si erano formate piaghe e lesioni, come se l’Unico stesse divorando la carne del suo portatore. Sam si fece carico del fardello, senza mai toglierlo al proprio padrone. Sollevò Frodo sulle sue spalle e salì sino al passaggio.

Sam non fu mai tentato. Non patì la corruzione dell’Unico. Ne ignorò sempre le cupe voci, le oscure esalazioni. L’anello non poteva soggiogare l’animo di Sam, troppo candido. Sam non ambiva a padroneggiare alcun potere, non aspirava ad assoggettare alcun avversario. I suoi pensieri erano rivolti alla propria casa, la sua amata terra. Non vi era menzogna, non vi era cupidigia, non vi era avidità negli occhi di Sam. L’anello non poteva servirsene. Conseguentemente, esso fece effluire tutte le sue arti oscure per curvare la tempra di Frodo sino a condurlo allo stremo. Frodo non ce l’avrebbe fatta senza Sam e, ugualmente, Sam avrebbe sofferto sin troppo se fosse stato il solo portatore dell’anello. Ambedue, spalleggiandosi, riuscirono ad adempiere a questo viaggio. Un’amicizia profonda legò Frodo a Sam. Persino quando il padrone commise un grave errore e preferì seguire Smeagol a discapito di Sam, l’amicizia tra i due non si dissolse. Sam comprese che Frodo agì con stoltezza ma non fece nulla per fargli pesare il suo smacco. Tornò indietro e salvò coraggiosamente il suo amico. Sam sostenne il combattimento contro chiunque osasse intralciare il cammino verso la fine. Nonostante venisse fronteggiato da esseri più grandi e potenti di lui, Sam non si diede mai per vinto e riuscì a imporsi con la stoffa incomparabile del proprio carattere. Sam da “spalla” divenne l’assoluto protagonista.

Sam, il più grande degli eroi, nel mentre saliva e trasportava il proprio padrone sulla schiena, pensò al panorama verdeggiante della Contea. Egli rimembrò la bellezza della valle d’estate, la limpidezza del fiume Brandivino e la sua fresca acqua. Ma soprattutto, Sam ammirò l’immagine, custodita nei suoi ricordi, di Rosie Cotton. Nel calore infuocato del vulcano attivo, Sam fu investito dalla frescura di una memoria che gli carezzò le guance stanche. Rosie ballava felice, e teneva tra i capelli nastri bianchi che accentuavano ancor di più il biondo dei suoi ricci. Quella parvenza materializzatasi nella sua fantasia più nitida, servì a Sam per compiere l’ultimo sforzo. Raggiunto il valico del Monte, Sam e Frodo furono aggrediti da Gollum. Come previsto da Gandalf, Gollum avrebbe svolto un ruolo cruciale sul finale di questa storia. Infine, Smeagol scelse il male, optò per essere ricordato solo e soltanto come Caino, or dunque come un assassino.

Poco distante dal Monte Fato, Aragorn capitanò gli eserciti di Gondor e Rohan. Non vi era alcuna possibilità di vincere con la forza delle armi. Quello orchestrato da Aragorn sarebbe stato l’ultimo atto per dare tempo a Frodo. I popoli liberi non possedevano certezza. Non sapevano se il portatore dell’anello fosse effettivamente in procinto di raggiungere la voragine di fuoco. Aragorn per primo doveva soltanto sperare.

Aragorn e Gandalf riposero le loro ultime aspettative nei loro cuori. Lo fecero da sempre. Durante i festeggiamenti per la vittoria alla roccaforte di Helm, Aragorn prese Gandalf in disparte e gli disse che di Frodo non vi era alcuna notizia. Gandalf apparve pavido. Aragorn allora gli suggerì di pensare fortemente a Frodo e capire cosa il suo cuore gli sussurrava. Gandalf sorrise, poiché spesso il cuore è più saggio della ragione stessa. Affidandosi ai loro cuori, ai loro sentimenti, gli eroi caricarono verso i nemici, confidando nell’impossibile.

Aragorn infuse ardore negli animi dei suoi fratelli. Non volle ingannarli. Non avrebbero ottenuto la vittoria, ma avrebbero dovuto soltanto resistere. Reggere per tutto ciò che ritenevano caro. L’era degli uomini non era ancora finita. Lo sarebbe stato un giorno. Ma non quel giorno!

Aragorn avanzò per primo e lo fece per Frodo. Pochi rammentarono Sam. Eppure, in quei frangenti, proprio Sam si contorceva nella lotta con Gollum, per facilitare l’ingresso nel valico del Monte Fato a Frodo. Ivi, il portatore fu posseduto dall’Unico e la situazione parve precipitare. Aragorn cadde a terra, schiacciato dalla forza bruta di un troll. Gli eroi della Compagnia erano spossati e stremati. Gollum ghermì l’anello e lo ammirò sorridente. Egli fece lo stesso sorriso del passato quando, da umano, osservò quel verme nauseante. Frodo rinsavì, si mise in piedi e spinse Gollum giù. Questi morì e portò l’anello con sé. Il male si disgregò. La torre di Barad-dûr collassò e l’occhio di Sauron si spense nel suo stesso fuoco. Le armate di Mordor, plasmate col potere dell’Unico, si dileguarono e gli eroi della Compagnia sopravvissero.

Frodo rimase appeso, appollaiato alla sporgenza. Non aveva alcuna energia, stava per cedere. Giunse Sam e gli porse la sua mano. Frodo vacillò, poi scelse di afferrarla e lo hobbit lo portò su. Un momento simile i due mezzuomini lo vissero tempo innanzi. Quando Frodo volle andare a Mordor da solo, prese con sé una barca e lasciò Amon Hen. Sam lo seguì e per far fede al suo giuramento, arrivò persino a tuffarsi in acqua. Il povero hobbit non sapeva nuotare. Si perse così nel fondale, tendendo la mano verso l’alto. Frodo lo vide e allungò la presa per farlo salire a bordo.

Nel Monte Fato avvenne il contrario: Sam, in alto, avvicinò la mano e acchiappò il suo padrone. Frodo aveva salvato Sam da un sepolcro acquatico, Sam salvò Frodo da una tomba di fuoco.

I due hobbit, sfibrati, verranno recuperati da Gandalf e dalle aquile. L’impossibile divenne possibile.

  • L’incoronazione del sire Elessar

Gandalf pose la corona sul capo di Aragorn. Questi quasi non trasse respiro. Aveva fatto fronte ai dissidi più aspri, cionondimeno sentiva in cuor suo che l’accettazione del proprio destino da Re fosse il compito più impegnativo e ardimentoso che avrebbe dovuto ancora svolgere. I giorni di pace erano giunti. Aragorn doveva guidare la sua gente verso un radioso avvenire. Finalmente si sentì pronto per essere la stella brillante del suo reame. Aragorn, dunque, sospirò felice, e si voltò verso il popolo che lo accolse festante. Intonò un canto e camminò.

Egli intravide Arwen, nascosta dietro un drappo di seta. Il suo volto splendeva come il raggio di luna riflesso nello specchio d’acqua di un lago. Ella stringeva tra le mani una candida asta sulla cui sommità svettava un vessillo bianco. Su tale “araldico” era stato impresso l’albero di Gondor. Esso era rifiorito, aveva ripreso a vivere con il ritorno del vero Re. Petali di vario colore fioccavano dall’alto creando una magica atmosfera. Non vi era però spettacolo alcuno che potesse distogliere Aragorn dal volto della sua adorata. Arwen tenne lo stendardo e lo porse al suo amato. Ricambiò la sua espressione armoniosa ma solo per qualche istante. La dama di Gran Burrone manteneva il viso basso. Intimidita, peritosa la fanciulla tentennò, credette forse che l’incoronazione avesse mutato il cuore di Aragorn e che egli non volesse prenderla in moglie. Nella sua dolce esitazione, Arwen emanò la debolezza della sua mortalità, della sua umanità. Aragorn rimase sorpreso della timidezza della fanciulla. Per lui nulla era cambiato. Il male era stato disfatto e l’amore, adesso, poteva essere vissuto. Aragorn sfiorò le gote della nobile fanciulla ed ella sorrise, commuovendosi. A quel punto egli la baciò. Una fragranza di gioia avvolse i due innamorati. I loro occhi felici sfavillarono come stelle nel cielo. Aragorn e Arwen si abbracciarono e nulla più li separò. Il futuro più roseo venne coronato. Aragorn sposò Arwen nella città dei Re ed ella divenne la sua regina.

  • Il Signore degli Anelli di Frodo Baggins

I quattro mezzuomini tornarono nella Contea. Frodo, Merry e Pipino faticavano ad adattarsi nuovamente allo stile di vita della Contea, Sam no! La purezza di quest’ultimo gli permise di disfarsi in fretta di tutti i residuati di Mordor e di lasciarsi quella fatica alle spalle. Egli adorava Hobbiville, non avrebbe anteposto a quel luogo nulla al mondo. Sam rientrò nella sua terra natia e poté rivedere Rosie. La conosceva sin bambino e, forse, l’amò ancor prima di comprendere cosa fosse realmente l’amore. Fino ad allora non ebbe mai l’impavidità di dichiararsi. Che ironia! Samwise l’impavido, colui che affrontò orchi e progenie di Ungoliant, che sconfisse goblin e luridi esseri, provava ancora un certo timore nel guardare gli occhi profondi della bella Rosie. Il suo sguardo si perdeva in lei. Talvolta, quando la ammirava in segreto ella avvertiva l’attenzione e ricambiava lo sguardo a sua volta. Sam, allora, indirizzava gli occhi da un’altra parte, imbarazzato. Il suo fiato sembrava interrompersi quando provava anche solo a bisbigliarle qualcosa. Nei mesi precedenti non riusciva neppure ad invitarla a ballare. Sam, il temerario aveva una sola paura, a quanto dava a vedere: che Rosie potesse respingerlo. Una sera prese l’iniziativa, confessò il suo amore a Rosie e la prese in moglie. Sam realizzò il suo sogno, spinto dal coraggio e dalla sua amorevole umiltà, e fu felice.

Nelle settimane successive Frodo si dedicò alla scrittura. Proseguì sulle pagine rimaste intonse del libro di Bilbo. Tredici mesi dopo, ultimò il suo racconto: “Il Signore degli Anelli”. La ferita alla spalla che Frodo aveva rimediato a Colle Vento continuava a fargli male. Essa non sarebbe mai scomparsa, segno di come quello che aveva vissuto non sarebbe mai andato via. Frodo, allora, decise di partire per un nuovo viaggio. Accompagnato da Bilbo, egli raggiunse Gandalf, salutò Sam e navigò sino alle Terre Immortali. Sulle rive si sciolse la Compagnia dell’Anello. I due hobbit protagonisti delle storie del Professore fecero un’ultima avventura. Non sarebbero più tornati. Sam ereditò il libro di Bilbo e Frodo. In quelle pagine, la scrittura, tanto amata da Tolkien, aveva immortalato l’amicizia, l’ardore, l’eroismo di eroi le cui azioni echeggeranno per sempre.

Sam tornò a casa, baciò sua moglie e accarezzò i suoi figli. Per lui niente era cambiato. La Contea era stata salvata ed egli la guardava. Essa era bella come era sempre stata. Rientrò in casa con la propria famiglia e serrò la porta. La storia, com’era cominciata, finì in una casa scavata nella terra. Tale vano non era certo un brutto buco, sudicio e umido, con la presenza di vermi e pervaso da un lezzo maleodorante; e neppure spoglio, arido e inospitale, senza nulla su cui sedersi né qualcosa da mettere sotto i denti: era un buco hobbit, vale a dire comodo e accogliente.

Il narrato del “Signore degli anelli” si dissolse sulla casa di Sam, lo hobbit che forgiò il destino di tutti.

FINE

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters