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"L'usignolo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I nomi possiedono un’astratta magia, ne sono fortemente persuaso. Potremmo mai concepire la nostra esistenza quotidiana senza i nomi? Certo che no! Non molto tempo fa, scrissi in tutt’altro contesto quanto segue: “I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.”

Qualche giorno addietro, interrogandomi nuovamente sull’importanza di un nome, mi tornò alla mente un aforisma proferito da J.R.R. Tolkien. Il Professore affermò: “Per me viene sempre prima un nome e poi una storia.” - ben sapendo che un nome non necessariamente indica una mera identificazione, ma, più spesso di quel che si creda, suggerisce una qualità, un talento, un dono.

Lo scrittore britannico era un cultore della linguistica inglese e, quando ideava un “epiteto” per uno dei suoi personaggi di fantasia, ponderava attentamente prima di sancirlo. Ogni nome doveva contenere una caratteristica distintiva della personalità supposta per il personaggio. Nei suoi scritti, Tolkien partorì lingue e idiomi fittizi, basandosi sul linguaggio antico, sulle origini e sulle progressioni della linguistica stessa. Qualunque nome pensato e vagliato dal Professore, sebbene ad una lettura immediata lasciasse filtrare poco di chiaro ed evidente, occultava una verità, una peculiarità. Quando Tolkien creò Lúthien, la più bella degli elfi Sindar, volle imprimere, tra le consonanti e le vocali della sua denominazione, la purezza intangibile di un sentimento. Il nome “Lúthien” fu tratto dall’antico termine inglese “Lufien”, che soleva significare “amore”. Secondo il desiderio dello scrittore, la dama Lúthien doveva essere la personificazione immaginifica dell’amore. Ella era, per Tolkien, l’incarnazione della propria sposa, Edith Bratt, la donna che egli amò per tutta la vita. Influenzato dal profondo amore che lo legava ad Edith, Tolkien compose la storia di Beren e Lúthien. Come ogni scrittore innamorato, Tolkien volle trasfigurare la sua adorata nel suo universo figurato. Edith divenne Lúthien, ed in essa Tolkien infuse l’immortalità e l’etereità con la sua penna. Lúthien era un elfo femmina di straordinaria bellezza, e la sua voce era melliflua e armoniosa. Dalle sue labbra rosate echeggiava un canto melodioso e soave, e dai suoi sussurri gocciolavano note lievi e carezzevoli.

Beren e Lúthien in un'illustrazione di Alan Lee

Beren ravvisò la dolce voce di Lúthien nella boscaglia, e scorse il suo incedere sul prato. Il cavaliere si innamorò a prima vista della nobile fanciulla. I suoi occhi vennero ghermiti dalla bellezza della ragazza, e il suo udito si smarrì in un sentiero di note e di suoni. Le intonazioni leggere di Lúthien tintinnavano nel verde, ed i suoi acuti picchiettavano come timbri forti, ridestando gli alberi addormentati dal lungo sonno invernale. Beren avvicinò Lúthien a sé e i due poterono conoscersi. Egli chiamò la damigella “Tinúviel”, l’usignolo. Tale soprannome esprimeva le qualità canore della giovane, la levità e la purezza del suo timbro vocale, dolce e aggraziato come il canto di un piccolo volatile variopinto.

La storia di un personaggio, la vivezza della sua personalità delineata su di un foglio di carta, ha inizio da un appellativo. Tutto ha inizio con un nome. La vita stessa di un infante comincia con la pronuncia di quel “sostantivo”. I genitori di un bambino appena nato, dopo aver udito il pianto che scandisce il suo primo respiro, scelgono di “battezzarlo” con la flebile pronuncia di un nome.

I nomi tratteggiano un’entità, i soprannomi delineano una caratteristica. Beren soprannominò la sua sposa Tinúviel, poiché essa era leggiadra e la sua tonalità vocale era gradevole come il trillo eufonico di un uccello.

Molto tempo fa, una donna svedese divenne nota per la sua voce incantevole, tant’è che la gente volle denominarla “usignolo”.  Lo scrittore danese Hans Christian Andersen partì proprio da questo soprannome per scrivere una delle sue fiabe più sentimentali. Andersen, sovente, carpiva elementi dal reale, infondendo in essi magia, e altrettanti personaggi delle sue fiabe furono ispirati da veri incontri.

Nella capitale danese, un bel giorno, Andersen s’imbatté in una ballerina molto bella e aggraziata. Era mattina inoltrata, e Hans Christian si era introdotto di soppiatto nel grande teatro della città. La platea era ancora vuota, ma sul palcoscenico era possibile scorgere una frenetica attività di preparazione. Una compagnia teatrale era tutta presa a provare senza sosta la buona riuscita di un balletto. La sera, infatti, sarebbero andati in scena, ma qualche passo di danza non era ancora stato perfezionato. Fu in quel momento che Andersen vide la ballerina danzare sul soppalco con un bianco vestito. Le scarpette consunte la tradirono ed ella cadde a terra rovinosamente. Un uomo emerse da dietro le quinte e la rimproverò aspramente. Andersen si sentì tremare. Non poteva sopportare che la donna di cui si era invaghito venisse maltrattata in quel modo. Corse via a lavorare. Nella bottega di un calzolaio, realizzò per lei due scarpette su misura. Le scarpette erano nuove, non certo rosse, ma candide e comodissime. Il giorno seguente, Andersen donò il frutto del suo lavoro alla fanciulla, che lo ringraziò calorosamente. L’abbraccio della donna motivò lo scrittore nel profondo, il quale si ritirò nel suo studio e compose una fiaba per lei: “La sirenetta”. Andersen tentò di conquistare il cuore della ragazza con la scrittura ma la sua fiaba non sortì l’effetto sperato. La donna lesse la storia e se ne innamorò, tuttavia non provò l’egual sentimento per l’autore che l’aveva concepita. Il cuore della donna apparteneva ad un altro uomo, colui che quel dì, dove tutto ebbe inizio, l’aveva redarguita così aspramente. Andersen se ne andò via in silenzio. Si voltò un’ultima volta e vide la ballerina montare su una carrozza, scortata da un soldato inglese, racchiuso in una divisa rossa e blu, a cui mancava una gamba.

Jenny Lind in un dipinto di Eduard Magnus

Tutto ciò, però, non accadde mai davvero. Gli eventi sin qui narrati appartengono ad una fiaba cinematografica. La storia di un Andersen innamorato di una giovane ballerina è tratta da un’opera filmica del 1952: “Il favoloso Andersen”, pellicola alquanto romanzata sulla vita dello scrittore originario di Odense. Eppure, non tutto fu inventato. Andersen incontrò realmente una donna nella sua vita e ad ella dedicò una delle sue fiabe più ricche di sentimento.

Andersen conobbe Jenny Lind nel 1843. Dapprima, la intravide con i suoi occhi timidi, peritosi, ma vispi, sempre in procinto di mutare la realtà osservata in realtà immaginata. Volle studiarla col suo sguardo curioso, pur sapendo che l’apparenza rivela sempre solo una parte della persona, quella più esposta, l’estetica ingannevole. Di rado, attraverso il senso della vista, è possibile scandagliare l’animo umano, l’intimità, l’essenza nascosta sotto lo strato della nuda pelle. Andersen, sensibile e attento a cogliere il più impercettibile dei particolari, capì che la mera osservazione non sarebbe bastata. Si soffermò allora ad ascoltare il suo parlato e, in seguito, il suo canto. Jenny era una cantante d’opera. Si esibì al cospetto del più grande scrittore di fiabe di ogni tempo, ed il suo cinguettio conquistò il suo cuore. Non fu l’immagine, l’aspetto, la fattezza ad attrarre il poeta danese, bensì l’anima, lo spirito, la sostanza divina nascosta sotto l’umana sembianza. Cantando, Jenny mise a nudo la sua essenza e di essa Hans Christian si innamorò. Jenny aveva la voce di un usignolo, e Andersen la trasformò, con il tocco di una bacchetta magica, in quella creatura. Col cuore colmo di amore, Hans Christian stese la bozza della sua nuova fiaba. Fu una donna a spronare la sua creatività, fu una voce a stimolare le sue parole, ma fu soprattutto un nome a far germogliare il seme della sua storia. L’usignolo svedese divenne un vero usignolo che abitava nei boschetti lussureggianti della Cina.

Illustrazione di Vilhelm Pedersen per la fiaba di Andersen

C’era una volta, nell’estremo oriente, un’antica reggia splendente, cinta da giardini verdeggianti. Tra gli alberi, di ramo in ramo, viveva un usignolo che cantava dalla notte al giorno. Il suo vocalizzo allietava le fatiche di un pescatore che, ad ogni crepuscolo, si recava con la sua imbarcazione in mare. I fiori ondulavano ritmicamente anche negli attimi in cui la brezza smetteva di soffiare. Essi danzavano, spronati dal canto dell’usignolo. I cespugli ripieni e le foglie verdissime traevano lucentezza dal piacevole canto del piccolo volatile, che promanava sulla natura circostante il miracolo di un’eterna giovinezza.  L’usignolo volgeva, di solito, i suoi versi canori alla luna, spettatrice attenta e ascoltatrice silenziosa. Ad ogni nota, l’astro della sera rifulgeva di un riverbero lattescente.

A corte, nessuno parlava d’altro se non del “trillo” dell’usignolo. L’imperatore ordinò ai suoi servi di condurre l’usignolo a palazzo, così che anch’egli potesse godere da vicino della melodia emessa dal suo minuscolo becco. L’usignolo, molto gentilmente, acconsentì d’essere scortato e così nella grande sala del trono fece effluire il suo canto ed esso commosse l’animo del sovrano.

L’imperatore decise, allora, d’imprigionare l’usignolo in una gabbia, così da averlo sempre vicino a sé. Un giorno, però, un cortigiano portò all’imperatore un regalo inviatogli dal Giappone. Si trattava di un usignolo meccanico, tempestato di pietre preziose, rubini e diamanti. L’usignolo artificiale funzionava mediante degli ingranaggi interni che riproducevano un languido tintinnio che l’imperatore finì per preferire all’emissione di voce del vero usignolo. Così, il volatile venne liberato e a corte rimase soltanto il meccanico pennuto. Qualche tempo dopo, l'artificio si ruppe per il suo eccessivo utilizzo e l’imperatore cadde nello sconforto.

Ritratti fotografici di Jenny Lind e Hans Christian Andersen

Ammalatosi gravemente, il sovrano venne trascinato nelle sue stanze dove, a notte fonda, vide comparire dinanzi a sé la scarnificata figura della Morte. La mietitrice confessò al ricco che la sua ora era ormai giunta e che la malattia lo avrebbe strappato alla vita prima che il sole fosse sorto di nuovo. Come ultimo desiderio, l’imperatore implorò l’usignolo di tornare da lui così che il suo canto potesse accompagnarlo nell’ultimo viaggio verso l’aldilà. Sul davanzale della finestra rimasta aperta, si poggiò l’usignolo, giunto in soccorso dell’imperatore. Esso non provava offesa né livore nei riguardi del regnante. Perdonò i peccati dell’uomo come uno spirito angelico disceso dal cielo. L’usignolo, dunque, cantò con il suo mirabile cinguettio e la Morte si dissolse nell’ombra, scomparendo, dopo aver provato per la prima volta una vera, tangibile emozione. Gli affanni e i dolori dell’imperatore vennero domati ed estirpati dal suo corpo fiacco. L’indomani, quando l’imperatore aprirà gli occhi scoprirà d’essere guarito. L’usignolo scomparve nel bosco e l’imperatore non conoscerà mai il suo nome, ne rammenterà solamente il soave suono.

L’amore che Hans Christian nutrì per Jenny Lind viene perpetuamente espresso nei passi più intensi della sua fiaba. Il canto “dell’usignolo svedese” possedeva un che di magico, era in grado di curare un’anima triste e affranta. Quando udiva la voce da soprano di Jenny, Andersen si sentiva bene, guariva temporaneamente dalle sue angosce. Il canto dell’usignolo accarezzava il suo viso stanco, lambiva il suo naso adunco e pronunciato, abbracciava il suo corpo mingherlino e dinoccolato. Agli occhi di Andersen, nulla poteva sostituire la perfezione naturale di Jenny, neppure un artefatto meccanico di mirabile manifattura.

Andersen, timoroso e tremendamente introverso, riuscì a trovare il coraggio per confessare il proprio sentimento a Jenny ma lei lo respinse garbatamente. In una lettera, il soprano riportò l’impossibilità di ricambiare l’amore dello scrittore che ella considerava solamente un amico fraterno. Andersen ne soffrì. Non potendo avere la sua amata, si accontentò, allora, di renderla parte della nutrita schiera dei suoi personaggi fiabeschi. Jenny divenne piccola come un anatroccolo, esigua come un delicato usignolo dalle piume vivaci che Andersen poteva reggere sul palmo della mano e guardare con immutata ammirazione. L’usignolo della sua fiaba non aveva un nome ma soltanto un appellativo. Sarà così che la sua amata verrà ricordata e conosciuta in tutto il mondo. Tutto partì da un nome e proseguì per un amore: fu così per Tolkien, così avvenne per Andersen.

Come accaduto nell’opera filmica, quando Andersen mirò la ballerina allontanarsi, Hans Christian vide Jenny andar via da Copenaghen, ma ad accompagnarla non vi era più alcun soldatino.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Cos’è una madre?

Nel linguaggio corrente, non vi è una singola risposta che possa ottemperare, con esaustiva finitezza, ad un tale quesito. Le madri possiedono varie incarnazioni, configurazioni difformi, aspetti disparati e caratteri eterogenei. Stando ad una affermazione semplicistica, si suole definire madre una creatura di genere femminile che, dopo una gestazione, partorisce un figlio. E’ questa l’esplicitazione più disadorna, chiara, comune, della figura materna. Eppure, attorno alla sola parola “madre” vi è custodita una qualità ed una quantità di significati vari e sempre più articolati. Con il termine madre si può intendere “l’origine” e con la sua valenza ideale si è soliti manifestare la concezione, la nascita, la plasmabilità di un’idea, di un fenomeno, di un atto d’amore. Al vocabolo “madre” è, dunque, accomunato il pensiero stesso della vita, della formazione, della crescita. Se lo vuole, ogni donna, sin da ragazza, avrà la possibilità di diventare madre. Attenti però, solo se lo vuole davvero! Tengo a sottolineare quest’ultima esclamazione, poiché diventare madre dev’essere un desiderio, una volontà intrinseca, non deve mai essere un obbligo ma una scelta, un volere, e quindi un desiderio.

Parafrasando ciò che disse frate Guglielmo ne “Il nome della rosa” - Dio non avrebbe introdotto un essere così particolareggiato, splendido, come la donna in questo mondo senza dotarla di numerose virtù. Lo credo fermamente anch’io. La donna sono solito definirla primavera, poiché più di ogni altra creatura in essa è preservato il segreto della vita, del divenire, dell’amore. Portare in grembo una creatura, percepirne il senso, sentirla crescere dentro di sé, nutrirla, vivere in due è un’esperienza che soltanto le donne possono provare. 

Tuttavia, diventare madri non è e non deve mai essere una coercizione. Per molti anni, la società, il costume, il credo popolare hanno fatto sì che donna e madre continuassero ad essere un nesso inscindibile. Niente di più sbagliato! Essere donne e diventare madri sono due categorie separate che possono essere, se lo si vuole davvero, congiunte in un sol spazio. Basti pensare all’epoca dei tanti sovrani e delle loro rispettive consorti, l’era in cui ad una regina spettava l’arduo compito di generare un erede maschio che potesse succedere al trono una volta che il regnante avesse abdicato. Il potere della donna di generare la vita veniva ghermito dall’uomo, fatto proprio, come un artificio da utilizzare per il proprio fine, e la figura della donna veniva ridotta a sola dispensatrice di eredi.

"Madonna della Seggiola" - Raffaello

Un tempo, molte fanciulle potevano essere riconosciute come donne solo se diventavano mamme, in caso contrario, di donna, agli occhi di una società arretrata e sciocca, avrebbero avuto soltanto una parvenza. Esse sarebbero rimaste eternamente incomplete e, in cuor loro, schiacciate da questo dogma imposto dalla tradizione, dalla consuetudine, si sarebbero sentite realmente tali. In quegli anni, prender marito e rimanere incinta erano passaggi obbligati della maturazione, impellenze da adempiere più che sogni da realizzare. Le prime manifestazioni del movimento femminista nella prima e, immediata, seconda metà del Novecento assunsero grande rilievo per rivendicare l’indipendenza della donna. Il corpo di una donna è straordinario per la sua possibilità di poter mutare, di adattarsi, per accogliere una nuova vita. Ciononostante, non si può in alcun modo ridurre la femminilità, il valore corporale di una donna, a mero strumento di fecondazione. Una donna può essere madre se lo vuole davvero ma non necessariamente, in quanto la sua femminilità e la sua importanza non possono in alcun modo dipendere da questo fattore.

Diventare madre non deve mai essere un’intimazione, un vincolo, un dovere ma un’aspirazione intimamente sentita. Oggi le donne, mediante i loro sacrifici e le loro lotte continuano a ricercare un’autonomia, rivendicando il loro diritto ad essere madri e la loro libertà nel caso in cui non vogliano esserlo. 

Madre, naturalmente, non è soltanto colei che partorisce ma colei che sceglie volontariamente di esserlo e, quindi, di crescere un figlio. Pertanto, la definizione ordinaria, usuale, con cui ho iniziato questo mio scritto non può essere quella definitiva. A tal proposito, vi è una nitida differenza tra il termine “madre” e “mamma”. “Mamma” è un sostantivo che possiede una valenza più profonda, affettiva. Potrei, or dunque, dire che “madre” è una figura astratta e generica, un’entità fisica che dà alla luce un figlio senza, necessariamente, creare un legame con lui. Mamma, al contrario, è un’essenza definita, che accoglie tra le sue braccia un figlio che può aver dato lei stessa alla luce o, in alternativa, adottato ma come se lo avesse davvero portato in grembo sin dal suo concepimento.

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Interrogandosi sull’esistenza o meno del Paradiso e di una vita ultraterrena, il grande filosofo partenopeo Luciano De Crescenzo confessò, intimamente, che se davvero dovesse esserci un “dopo”, esso dovrebbe cominciare con l’apparizione di una figura a noi molto cara. Alle porte del Paradiso, fece intendere il De Crescenzo, ognuno di noi dovrebbe vedere l’anima di una persona che abbiamo amato perdutamente nella nostra vita. A tal proposito, Luciano disse teneramente: “Mi piacerebbe rivedere mia madre…”. Le mamme, infatti, sono spesso annoverate tra i più grandi amori dei propri figli.

Quando si ragiona sulla figura della mamma, non si può prescindere dal citare Maria di Nazareth. Maria è madre e mamma al contempo, è il simbolo per antonomasia della sfera materna. Stando al credo cattolico, Ella era una ragazza vergine che, una notte, ricevette la visita dell’Arcangelo Gabriele, il quale le annunciò che sarebbe presto rimasta incinta. Maria esitò per un istante, sapendo che mai nessun uomo l’aveva sfiorata. Maria comprende, in quell’attimo, che il bambino che in Lei potrebbe incarnarsi possiede un’essenza divina. Ella accetta la richiesta del messaggero di Dio, sceglie volutamente di accogliere questa vita, rimarcando con tale accettazione il miracolo della nascita. Maria è una donna che acconsente a custodire nel proprio grembo una vita inattesa. Ella non aveva deciso d’essere madre sino ad allora ma, molto probabilmente, lo aveva sempre desiderato. La parola dell’Arcangelo più che una richiesta può sembrare, ad una lettura superficiale del racconto biblico, un’imposizione. Invero, Maria è stata scelta da Dio come la sola meritevole di dare alla luce il Dio fatto uomo. Maria è posta davanti ad una valutazione difficilissima: se accettare o meno una gravidanza che cambierà per sempre il proprio destino. Maria agisce come donna e anche come madre, decide secondo il suo volere, come una fanciulla libera, e acconsente di diventare madre. Maria accoglie così una vita misteriosa, trascendentale, e lo fa con la consapevolezza di voler essere madre di un Figlio così speciale.

Maria è una mamma che può crescere il proprio figlio ma che non potrà mai proteggerlo. Ella sa che Gesù è destinato a morire, e non può far altro che accettare, questa volta senza possibilità di scelta, il triste destino purificatore a cui andrà incontro il proprio discendente. Tutti noi idealizziamo Gesù come un uomo divino, un mortale che tende all’immortalità, di rado ci soffermiamo a riflettere che quel Dio che ha camminato sul suolo terrestre, secondo il narrato religioso, agli occhi di una madre era un erede fragile, indifeso, sofferente. Maria osservava Gesù come una madre qualunque che mira, felice, il proprio figlio. Ella vedeva in Lui la grandezza, la meraviglia, ma queste sue qualità non sostituivano mai la naturalezza di un figlio a cui Lei non avrebbe mai potuto evitare il dolore che, da adulto, Egli patirà. Quanta forza, quanta resistenza vi era nel cuore di Maria, la mamma che più di tutte dovette sopportare un destino già scritto.

Maria divenne madre tramite un’immacolata concezione. Questo tema mistico fu ripreso da George Lucas nella sua opera cinematografica fondamentale: “Star Wars”. Anakin Skywalker, il protagonista dell’esalogia di Lucas, nacque mediante un’immacolata concezione. La madre di Anakin, Shmi, restò incinta senza aver avuto alcun rapporto carnale. Anakin fu concepito dalla Forza, l’essenza immutabile che circonda e pervade l’intero universo, avvolgendo ogni essere vivente e garantendo la vita. La forza, ideata da Lucas, è paragonabile alla sostanza intangibile del Divino e il ruolo di Shmi Skywalker a quello della Madonna. Shmi ha portato in grembo Anakin, lo ha fatto nascere, senza mai spiegarsi cosa fosse accaduto. Ella fu scelta, senza alcuna annunciazione. Nessuno si recò dinanzi a lei per porla davanti ad una opzione. Shmi divenne madre senza poter vagliare l’opportunità di esserlo. Eppure, ella fu felice, come se la Forza, inconsciamente, sapesse che ella avrebbe voluto diventare madre. Anakin, pertanto, possiede tratti in comune con la figura di Cristo: come Lui, egli è considerato una sorta di Messia, di prescelto, di cui un’antica profezia ha anticipato la venuta molti secoli prima. Differentemente da Gesù, Anakin cederà alle tentazioni di “Satana”, il Signore Oscuro dei Sith Darth Sidious.

Anakin regge il corpo morente di Shmi

Anakin prova per sua madre un amore fortissimo. Per tutta la sua giovinezza, ella fu la sola donna che Anakin ebbe vicino, il suo unico legame d’affetto. Quando dovrà lasciarla, prigioniera della sua schiavitù, Anakin soffrirà tremendamente e non smetterà mai di ricordarla. Il distacco dalla madre e il dolore patito per la sua lontananza cominceranno a far emergere in Anakin sentimenti oscuri di rabbia. Il fato tragico a cui andrà incontro il giovane Skywalker è condizionato proprio dall’addio. La mamma, nella storia, rappresenta la prima ferita incurabile che farà avvicinare il cavaliere Jedi sull’orlo del Lato Oscuro.

Anakin, dopo aver lasciato la madre, si innamora istantaneamente di Padmé. L’amore provato per la genitrice viene adesso superato dall’amore che il protagonista proverà per la ragazza. Un amore, quest’ultimo, che mai svanirà e lo accompagnerà per tutta la crescita. L’affetto per la mamma e l’amore per la moglie sono le due sintesi su cui si fonda il sentimento umano del futuro Darth Vader, un sentimento che alberga nelle sue reminiscenze, occultato sotto la maschera nera e buia. L’amore che Anakin provò un tempo mai lo abbandonerà del tutto e riemergerà in lui nel momento in cui si scoprirà essere padre. Anakin, personaggio estremamente complesso e articolato, nel suo animo tormentato provò amore e affettuosità soltanto per due donne: Shmi e Padmé, la moglie che diverrà madre a sua volta. In punto di morte, Padmé userà le forze residue per mettere al mondo i suoi gemelli e dar loro un nome. Li sfiorerà a malapena, li guarderà con amore, poi si spegnerà tristemente nutrendo, però, la ferma speranza che nel cuore di Anakin vi sia ancora del buono. Saranno proprio quei piccoli, messi al mondo da una madre che mai potrà crescerli sebbene avesse tanto voluto farlo, a redimere il padre e a far riemergere lo spirito di Anakin dalle tenebre. Padmé è una donna che, vinta da un esito infausto, non ha potuto essere mamma per i suoi figli. Cionondimeno, dando loro la gioia della nascita, riuscirà a salvare la vita di Anakin prima che l’ombra cali sul suo volto pallido ed esangue.

La parola “mamma” coincide con “bontà”, con “affetto”, con “amore” e con “educazione”. La mamma protegge ad ogni costo il proprio figlio. La Mitologia Greca offre un’immagine evocativa di una mamma che si adopera per garantire l’incolumità del proprio pargoletto sin da quando questi ha aperto per la prima volta i suoi occhi al mondo. In un passo fondamentale di un racconto mitologico, Teti regge tra le sue braccia un batuffolo bianco appena nato. La dama generò quel bimbo dopo aver giaciuto con un mortale, conosciuto col nome di Peleo. La Nereide non poteva tollerare la natura semidivina del piccino, poiché egli, in virtù della sua mortalità, sarebbe stato vittima di dolore e, un giorno, di morte. Teti era una ninfa e non poteva sopportare l’idea che il proprio figlio potesse perire. Così lo raccolse e lo strinse a sé, conducendolo sino allo Stige, nelle cui acque avrebbe immerso il figlioletto. Reggendolo per un piede, Teti fece sì che la cristallinità del fiume avvolgesse il fragile corpo del piccino, così da renderlo invulnerabile ad eccezione del suo tallone, rimasto emerso dallo specchio d’acqua. Il gesto di Teti è estremamente simbolico per evocare l’amore di una mamma, colei che più di ogni altra creatura desidera la protezione sempiterna del proprio figlio.

"Teti immerge Achille" - Dipinto di Antoine Borel

Ma la mitologia vuol ricordarci anche che non tutte le madri possono provare affezione e premura nei riguardi della propria prole. Il volto tenebroso, distorto, ed insano di Medea evoca il male che può albergare nel cuore di una madre. Medea considera i propri figli delle creature di cui ella detiene il possesso. Medea valuta il parto come un legame indivisibile. I figli che sono stati messi al mondo hanno, nei confronti della loro madre, secondo il folle pensiero di Medea, un debito che nulla potrà mai ricompensare. Pertanto, la nobile reputa i propri discendenti una merce di sua proprietà, di cui ella potrà servirsi e, disfarsi, quando vorrà. La principessa di Colchide è un’assassina e testimonia l’immoralità ed il peccato di ogni genitrice che arreca dolore e morte alla propria creatura.

"Medea con i suoi figli" - Dipinto di Henri Klagmann
  • Le mamme nella Settima Arte

Essere mamme è un lavoro a tempo pieno, una “mansione” impegnativa, un’ambizione impossibile da attenuare.

Nel cinema d’animazione della Walt Disney, una mamma attendeva con impazienza la venuta del proprio piccoletto. Essa era tanto alta, grande e grigia. Giaceva rinchiusa tra gli esigui spazi di una gabbia, coperta soltanto da un drappo azzurro e da una cuffia rosa poggiata sulla sua fronte ampia. Costei non era una mamma come tutte le altre. Ad essere del tutto onesti, non era una mamma di un cucciolo d’uomo, bensì una mamma del regno animale. In “Dumbo”, classico disneyano del 1940, l’elefantessa aspetta l’arrivo del piccolo elefantino in una notte serena. D’improvviso, uno stormo di cicogne scende giù in picchiata. Le loro sagome in volo vengono illuminate dalle stelle che brillano nel cielo. L’elefantessa è una madre che ha scelto di esserlo, si sente pronta a diventarlo con tutte le sue forze eppure, il suo cucciolo tarda ad arrivare. Il dì seguente, una cicogna in colpevole ritardo porta un fagotto dalle larghe orecchie alla signora Jumbo. La nascita in “Dumbo” viene rappresentata come un avvenimento condizionato ad un determinato momento della vita, in cui gli stessi genitori si sentono pronti ad accogliere e allevare un figlio. Gli animali/genitori nella pellicola sono il più delle volte singole madri. La stessa signora Jumbo aspetta il proprio figlioletto, ma esso sembra tardare ad arrivare, rendendo ancor più unica la sua nascita, come un parto speciale e per questo difficilmente prevedibile. Dumbo non possiede un padre, come se si volesse sottintendere che anche le madri rimaste sole possano crescere con affidabili riscontri i propri figli, districandosi comunque tra il lavoro (qui rappresentato dal circo) e il ruolo affettivo ed educativo di “mamme”. La Signora Jumbo simboleggia ogni madre che ha scelto di divenire tale e che attende che il cielo risponda alle sue suppliche donandole quell’esserino.

In “Tarzan”, invece, pellicola del 1999, Kala, una gorilla che ha perduto il proprio cucciolo, rinviene nella giungla un piccolino che dorme in una culla. Essa desidera fortemente crescere un figlio e, trovando Tarzan, decide di allevarlo come sua madre. Kala apre le sue braccia ad un bambino che la stava cercando, invocandola con la dolcezza ed il fragore di un pianto. Tra Kala e Tarzan non vi è alcun legame di parentela, eppure i due sono ugualmente madre e figlio. E’ splendido notare come Kala sia un primate e Tarzan un essere umano. I primati sono proprio i parenti più stretti e somiglianti degli uomini. Sebbene abbiano aspetti diversi, Kala e Tarzan trovano nei loro sentimenti un modo per sentirsi vicini e simili. In particolare, i due si toccano le mani. Nonostante le “zampe” della gorilla siano più grosse di quelle del piccolo Tarzan, esse somigliano agli arti del piccolino. E’ questo il primo segno di come tra loro possa esserci una vicinanza assoluta se entrambi lo desiderano. Il personaggio di Kala personifica tutte le madri che educano e crescono un figlio che non hanno generato. Non è un semplice legame di sangue a garantire un rapporto, non è una parentela a fortificare una relazione, madre è soprattutto chi cresce un figlio. Lo stesso figlio considererà sempre sua madre come colei che lo ha accompagnato nella sua progressiva evoluzione.

La mamma, nella sua definizione più generica, può avere le fattezze di una educatrice, di una confidente, a volte, persino di un’amica. Nella serie televisiva “Gilmore Girls”, Lorelai è una donna libera, loquace, simpatica, schietta, ed una mamma amichevole, gentile e comprensiva. Ella sa essere infantile, persino puerile con la sua parlantina sciolta e ironica, ma autoritaria e giusta quando la situazione è solita richiederlo. Lorelai ha cresciuto Rory, avuta all’età di 16 anni, in maniera diametralmente opposta a come sua madre ha cresciuto lei stessa. Lorelai proveniva da una realtà benestante, fu educata per appartenere obbligatoriamente all’alta società. Da quel mondo che le tarpava le ali, facendola sentire prigioniera di un sentiero già tracciato, ella fuggì e decise di educare Rory con comprensione e dolcezza.

Tra Lorelai e sua figlia Rory esiste un rapporto unico, fatto di sintonie assolute, di passioni condivise, di parole pronunciate rapidissimamente, di umorismi particolari ed incomprensibili ai più. Lorelai è l’incarnazione della madre moderna. Ella ha dato vita ad una parte in cui la mamma non è più vista come un ruolo lontano, distaccato dalla figlia, bensì come una persona vicina, il cui compito non è solamente quello di educare con condiscendenza o con severità. Lorelai è per sua figlia Rory una confidente, una persona su cui poter contare e a cui poter raccontare ogni cosa.

Ma cos’è, allora, realmente una mamma? Mamma è Shmi che accoglie una vita e la genera con le sue sole forze? Mamma è Kala che adotta un cucciolo smarrito come proprio? La Mamma è un’amica? In realtà, mamma è un’idea, un pensiero, un desiderio, un nome pronunciato da labbra che si sfiorano due volte. “Mamma” è tante cose, non può essere compendiata sotto un’unica definizione.

E vi dirò di più, mamma non è neppure necessariamente una donna. Mamma è colei che ama i propri figli, che se ne prende cura giorno dopo giorno. Per tale ragione, il ruolo della madre coincide con quello del padre, e le vesti della mamma possono essere calzate pienamente anche dal papà. Questa verità ce la sussurrò sommessamente Robin Williams, quando, in “Mrs Doubtfire”, cominciò a valutare seriamente la possibilità di “travestirsi” da donna per poter continuare a stare vicino ai suoi figli. Robin continuo a borbottarci tale veridicità, non più cautamente, ma in maniera dirompente quando, nello stesso film, si truccò pesantemente il viso, e divenne un’anziana e permissiva governante. Pur di poter trascorrere le sue giornate con i suoi figli, Robin rinunciò alla sua veste paterna, e assunse i panni del “mammo”.

La seguente è la definizione più calzante: è l’amore che fa una mamma, non l’aspetto!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Cenerentola e il Principe" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Rilettura personale della fiaba)

C’era una volta una fanciulla bella e aggraziata. Quando venne al mondo, il suo pianto commosse tanto la natura, fertile e generosa, che decise di elargirle tre doni. Il sole la baciò con un fascio di luce, colorandole i capelli di un biondo radioso. Il vento le carezzò l’epidermide, rendendola delicata come seta e candida come un tessuto finissimo. Il canto degli uccelli, volati sino alla sua finestra per volere dell’aria, accompagnò le parole d’amore che la madre rivolse all’orecchio della nascitura, le quali le intenerirono il cuore e la resero indulgente e dolce come miele che cola da un albero.

Dopo qualche settimana, la primavera si accomiatò e, ben presto, lo fece anche l’estate. In un giorno d’autunno, il sole, coperto da una nuvola pregnante di lacrime, scomparve e la mamma della bimba spirò. La piccola, accudita dal padre, crebbe sana, garbata e splendida. Qualche anno dopo, l’amato genitore convolò a seconde nozze con una donna benestante, arcigna ed austera, già madre di due figlie. Quando anche il genitore morì, ella rimase sola, assoggettata alle prepotenze delle due sorellastre, e dimenticò il suo nome, poiché nessuno lo usò più per rivolgerle parola. La matrigna non tardò d’affibbiarle, infatti, un nomignolo, un dispregiativo attraverso il quale l’oscura matrona rimarcava l’abitudine della ragazza a sporcarsi con la cenere del focolare.

Cenerentola viveva alla stregua di una serva, maltrattata e oltraggiata. Ella era un bianco cigno che nuotava su di un lago torbido, in cui era impossibile mirare alcun riflesso, dissolto nel sudicio. Le pareti della sua modesta stanza parevano restringersi ogni giorno di più, come una prigione angusta e senza via d’uscita. In quel tempo, in un palazzo regale, viveva un principe della stessa età di Cenerentola. Benché la sua camera fosse ampia e sfarzosa, il giovane aveva l’inquietante sensazione che essa diventasse sempre più opprimente, esigua, quasi soffocante.

Il principe sapeva che, presto, sarebbe stato costretto a sposare una sconosciuta, la sua futura regina. Ciononostante, egli non aveva ancora appreso cosa fosse l’amore, e non si era invaghito di nessuna principessa. L’autorità del padre, tuttavia, era sempre più insistente, così la famiglia organizzò un ballo in cui lui avrebbe dovuto scegliere la sua sposa. L’amore, lo sposalizio, la vita matrimoniale erano, così, ridotti ad una selezione, una scelta opzionale tra aspiranti candidate, agghindate con abiti “trapuntati” con gioielli.  Non era quello che il principe aveva sempre sognato. Egli non poteva sposarsi per amore ma soltanto per dovere, e si sentiva affranto, prostrato davanti ad una tale imposizione. Se Cenerentola giaceva genuflessa alle malignità perpetrate dai suoi “parenti”, il principe non era da meno, e permaneva inginocchiato agli obblighi della sua investitura.

Nella cenere la donna aveva rinvenuto la propria forma di schiavitù, nella corona l’uomo aveva scorto la propria forma di assoggettamento. Il principe non poteva reagire al cospetto dei propri obblighi, essi erano del tutto vincolanti. Nonostante vivesse nell’agiatezza, egli era costretto a rinunciare alle sue libertà, sentendosi come un recluso, imprigionato in un castello dorato. Anch’egli, dunque, come Cenerentola, non riusciva a raccogliere le forze per eludere i propri oneri. Attendendo un incontro insperato, i due futuri innamorati soffrivano tremendamente, ciascuno per proprio conto.

Cenerentola è troppo buona! Per i più, ella personifica l’essenza stessa della gentilezza, se non anche l’incapacità di reagire a un violento sopruso e, pertanto, la remissività. Cenerentola non si oppone, incassa e attenua sulla sua pelle delicata l’ingiustizia di una vita aspra e dura. Perché lo fa?

Taluni credono per paura, altri, invece, per “stupidità”. Vi è forse stoltezza nel non insorgere contro i prepotenti? Vi è insensatezza in una ribellione non attuata?

Cenerentola pare ingenua, e la sua bontà d’animo va incontro, or dunque, ad una rilettura negativa. Ella sembrerebbe incarnare la debolezza di una donna assuefatta alla sofferenza, il che può apparire veritiero, se non si trattasse di una interpretazione sin troppo basica, nonché semplicistica.

Cenerentola simboleggia, anzitutto, la pazienza, quella che, forse, ha avuto in eredità dalla mamma. Quella che ella sperimenta non è un’attesa sciocca, bensì fiduciosa. Cenerentola resta fedele a se stessa, al proprio carattere fatto di autentica e armoniosa purezza. Ella crede che, restando buoni, è possibile riscattare ogni torto subito. Cenerentola non rimane passiva come può realmente sembrare, ella è, semplicemente, differente dalle sue antagoniste, in tutto e per tutto. Non trasforma se stessa in un essere violento e perfido per attuare la propria vendetta, non diventa come le sue sorellastre. Cenerentola resta buona, consapevole che non appena avrà un’occasione, una sola occasione, la sfrutterà pienamente a suo favore. Cenerentola non evidenzia la staticità di una donna indifesa, ma la resistenza di una creatura femminile forte, che non permetterà mai a nessuna crudeltà patita di renderla ciò che mai vorrà essere. Con pazienza, la sua prerogativa più identificativa, al pari della sua bellezza, ella attenderà il giorno del ballo per riprendersi la vita che merita. Cenerentola non vuol suggerire l’arrendevolezza e la sottomissione, tutt’altro. Ella, per quanto non dia tale parvenza, invoglia a reagire contro ogni angheria, senza mai mutare nel carattere e nel profondo. Cenerentola, infine, trionferà, e trarrà in salvo se stessa conoscendo l’amore.

La sera del ballo, aiutata dalla sua fata madrina, la fanciulla indossa un abito azzurro, scintillante come un cielo rilucente di stelle, e si recherà alla cerimonia di corte. Il principe, in quegli attimi, cammina nel salone con aria sconsolata, sino a quando non vedrà una luce provenire dal remoto. Il biondo dei capelli di Cenerentola, raccolti in un’acconciatura che mette a nudo la limpida interezza del suo volto, cattura lo sguardo del principe, che si innamorerà istantaneamente di lei. Entrambi, danzando, raggiungeranno una dimensione separata dalla realtà, in cui le lancette del tempo cesseranno di girare, rendendo un singolo istante perpetuo.

Ma Cenerentola dovrà fuggire quando la mezzanotte rintoccherà davvero. Compiendo la sua corsa disperata, ella perderà una delle sue scarpette di cristallo. Il principe la raccoglierà e, da quel momento, non si darà pace fino a quando non avrà ritrovato la donna che ama. Cenerentola e il principe si ricongiungeranno e, nell’amore, otterranno la felicità.

Il titolo che ho voluto utilizzare per questo mio pezzo è, volutamente, errato. Spesso, infatti, si crede che soltanto Cenerentola sia riuscita a salvarsi, donando se stessa al principe e abbandonandosi alle sue braccia. Invero, lo stesso principe, in quel passo di danza, in quel primo abbraccio in cui il tempo cessò di scorrere per un solo, meraviglioso, momento scovò la propria salvezza. Il più puro e prorompente dei sentimenti ha salvato due vite, le esistenze di un uomo e di una donna che erravano soli e disperati, in attesa di congiungersi.

Restando vicini, stringendosi, sostenendosi vicendevolmente, tutti gli innamorati che si smarriscono nei rispettivi sguardi, perdendosi in un bacio infinito, ottengono la libertà.

L’amore spazza via la cenere!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mowgli e Bagheera ne
«Il libro della giungla»" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sui film tratti da “Il libro della giungla”)

La vita viene spesso paragonata ad un libro intonso. Coloro che confidano in questo raffronto trovano nella crescita un calamaio e nell’esperienza una penna di volatile da intingere in esso per scrivere i capitoli di un’esistenza. Certuni equiparano la vita ad “una ruota”, e credono che ad ogni giro ci sia una storia da raccontare. Dunque, l’arco vitale può essere assimilato ad una girandola di emozioni, un vortice di sogni e di avventure. Ciò vale specialmente per i protagonisti dei racconti, coloro che vivono una vita immaginaria. Il viaggio di un eroe, che dimora tra il vero ed il fantastico, è denso di pericoli, ed è in genere costellato da salite ripide e da discese brusche e vertiginose. Il “giro di ruota” di un personaggio fittizio è solito cominciare lentamente, come una giostra di cavalli che danno il via ad un “galoppare” ritmato. Tale “giravolta”, metafora di una vita da narrare, con lo scorrere degli accadimenti, diventa più rapida, incalzante, sino a compiersi in un intenso atto finale.

La storia de “Il libro della giungla” nacque all’interno d’un tomo fatto di pagine bianche. Le vicissitudini di Mowgli vennero concepite con l’inchiostro, ciononostante il suo fantastico vissuto fu travolgente, turbinoso come un girotondo senza esito.  La storia di Mowgli, popolata da fauci, artigli e da zanne, contiene elementi fascinosi, educativi, atavici, impervi come la giungla selvaggia, e parla di crescita, orgoglio, potere, tesori e amore.

Ciascuna delle versioni cinematografiche che hanno trasposto le “novelle” di Rudyard Kipling pone Mowgli in scenari sempre differenti, così che egli possa conoscere l’amore, i dettami di un’antica legge, l’amicizia, l’emarginazione e ascenda al suo destino.

  • Un fiore rosso: principio

Il cineasta Stephen Sommers, che nel 1994 diresse per la Walt Disney un libero adattamento dell’opera letteraria di Kipling, partì proprio dall’amore per richiamare, attraverso il linguaggio visivo del cinema, il passato del protagonista. Mowgli condivideva con Katherine, la sua graziosa amichetta, un tragico trascorso: ambedue le loro madri erano morte dandoli alla luce. Mowgli, dunque, nacque da un atto di amore estremo che raggiunse il sublime.

Mowgli ha appena cinque anni quando segue il padre, Nathoo, nella giungla. Nathoo era stato scelto dal colonnello Brydon come guida indiana del suo reggimento. Il piccolo giace in “sella” ad un elefantino e procede in testa alla guarnigione. Di lì a breve, con la curiosità di chi vuol capire, Mowgli scruta il genitore mentre questi coglie un fiore rosso e l’offre in dono ad una viandante, poco prima di darle un bacio. Sarà questa l’ultima immagine, conservata nei ricordi d’infanzia, del piccino.

D’un tratto, un cupo ruggito scuote la calma apparente della giungla. Shere Khan, la regina delle tigri, è inquieta perché i bracconieri stanno invadendo il suo territorio. Le bestie che trasportano il fabbisogno dell’unità militare, udito il terribile verso del predatore, si agitano, destabilizzando bruscamente l’avanzata. Sarà proprio il piccolo Mowgli, con autoritaria fermezza, a placare l’indole irrequieta delle creature. Sin dal principio, viene sottolineata la spiccata capacità del protagonista nel comunicare con il regno animale.

Quella stessa notte, Mowgli si perderà nella giungla nera e crescerà lontano dalla civiltà, accudito dalle fiere libere della “foresta”.

Mowgli dona un fiore a Kitty

Nel classico della letteratura di Kipling, gli animali sono soliti definire “fiore rosso” il fuoco. Le fiamme di una torcia, che vengono brandite dall’uomo come “arma”, sono sinonimo di terrore per tutta la fauna. Le vampe consumano il verde, devastano i sentieri della giungla, intrappolano in una morsa ardente i cuccioli indifesi, e sono considerate un male da cui fuggire. Il fuoco “sboccia” come un germoglio luminoso, ondeggiante, rovente, si propaga come una lingua forcuta e colpisce come una frusta incandescente. Per Sommers “il fiore rosso” non corrisponde all’elemento primario, ma coincide con un bocciolo vermiglio, donato a una donna come segno di corteggiamento. Imitando il comportamento del papà, Mowgli raccoglie un fiore e lo porge alla piccola Kitty. Ella ricambia il gesto, ed elargisce al suo amichetto il bracciale d’argento ereditato dalla sua mamma, dal quale Mowgli non si separerà mai. Il protagonista, crescendo, emulerà il gesto del padre in maniera meccanica, e attraverso quel fiore rosso continuerà inconsciamente a mantenere un legame con il suo passato ed il suo essere uomo.

Durante la sera, Nathoo dialoga con il figlioletto all’interno di una tenda. Egli mostra al bimbo un vaso in cui sono stati ritratti alcuni animali, simboli per eccellenza delle virtù della giungla. Nathoo indica a Mowgli il primo “dipinto”, raffigurante un orso bruno. Il bambino afferma che quello è Baloo. Subito dopo, Nathoo attira l’attenzione del piccoletto verso l’illustrazione di una pantera nera, chiamata da Mowgli “Bagheera”. Poco dopo, il buon padre mostra al bambino la sagoma di Shere Khan. Mowgli, questa volta, confessa che quella tigre altri non è che lui stesso. Ebbene, Shere Khan per Sommers non è la tigre zoppa, perfida, subdola e spietata nata dalla penna di Kipling, bensì una custode della natura che arriverà a condividere alcune importanti somiglianze con lo stesso Mowgli.

Le illustrazioni degli animali nascondono un profondo valore allegorico. Attraverso le raffigurazioni “tinteggiate” su quel vaso, il lungometraggio evidenzia le creature più importanti che accompagneranno Mowgli nella sua evoluzione. L’orso, la pantera, il serpente e la tigre vengono caricati di una forza espressiva astratta ed evocativa. Tutti loro vengono battezzati, come se nel nome fosse celata l’identità. Mowgli, chiamandoli uno alla volta, non si riferisce a semplici rappresentazioni di una specie. Con quei nomi, egli parla di animali unici, poiché incarnanti virtù rare e preziose.  

Le suddette “immagini”, inoltre, non sono mere “incisioni”, ma premonizioni che anticipano gli eventi e gli incontri che il protagonista avrà con le fiere. L’immagine che agisce come “preavviso” ad un accadimento si ripete, altresì, nella sequenza in cui Shere Khan sorprende gli uomini nell’accampamento.

  • La legge della giungla

Shere Khan è un’ombra inafferrabile che si manifesta di rado e trova riparo nella selva inospitale. La tigre del Bengala si presenta per la prima volta su di un massiccio roccioso. Da quell’altura, essa vigila sul suo regno, e osserva gli uomini che procedono a tentoni verso la sua dimora. Negli ultimi mesi, la caccia è aumentata con scellerata cadenza e i cacciatori hanno predato molti più animali di quanto era loro consentito. La legge della giungla, che prevede l’uccisione di una creatura solamente per difesa o per bisogno, è stata infranta. Shere Khan ne è consapevole, e medita la propria rivalsa.

Al calar della notte, l’accampamento viene assalito dal maestoso felino. La tigre attacca nel buio, uccidendo l’ufficiale che presiede l’attendamento. Eppure, l’animale sceglie di non cibarsi dei resti. Shere Khan, in quei frangenti concitati, non attacca per nutrirsi, muove verso gli uomini per esigere vendetta. All’alba della storia e al crepuscolo di una giornata che segnerà il fato del protagonista, la legge della giungla viene violata dalla sua stessa custode. In quegli attimi, Shere Khan incarna l’essenza giustiziera di Madre Natura e aggredisce per uccidere.

Uno dei militari di Brydon se ne stava seduto nei pressi della folta vegetazione. Per trascorrere il tempo, l’ufficiale si era concesso un solitario con le carte. L’ultima carta estratta dal mazzo recava la rappresentazione di una tigre. I versi di Shere Khan sembrano echeggiare dal disegno stesso. Poco prima che l’uomo si volti, essa balza alle sue spalle, azzannandolo al collo. Lo schizzo decorativo impresso in quella carta da gioco aveva svelato le fatalità di un futuro imminente.

Spronato dal trambusto, Nathoo corre per difendere il cacciatore Buldeo dalla furia di Shere Khan. Il padre di Mowgli cadrà sotto le unghie affilate della tigre. Nell’infrangere la legge della giungla e arrecare dolore all’uomo, Shere Khan ha condannato a morte anche chi non meritava di perire: è il risultato di una sola notte di anarchia brutale.

Baloo e Mowgli nel film animato della Walt Disney
  • L’incontro con Bagheera e Baloo

Nel classico disneyano del 1967, quando viene rinvenuto da Bagheera, Mowgli dorme raccolto in una cesta. La pantera, intenerita dal cucciolo d’uomo, lo porta al cospetto di un branco di lupi in modo che possano crescerlo come un membro della loro famiglia. Di giorno in giorno, il felino sorveglia il bimbetto, vegliando sulla sua incolumità. Mowgli verrà così’ allevato dai lupi, e incontrerà, da ragazzino, Baloo, un orso labiato dal manto grigio, simpaticissimo e goloso di miele.

Baloo, caratterialmente, si differenzia molto da Bagheera. Se quest’ultima emana un’aura di austerità e compostezza, il mammifero propaga un alone di spensieratezza e allegria. La solennità di Bagheera rimanda alla serietà della crescita, nonché all’asprezza della maturazione. Baloo rappresenta, invece, la letizia del gioco, la leggiadria dell’infanzia e la levità di uno spirito libero che ha bisogno soltanto di poche briciole, dello stretto indispensabile per godersi pienamente la vita. Entrambi, a loro modo, assurgono al ruolo di mentori per il piccolo Mowgli, riflettendo due personalità ambivalenti per la sua educazione.

Bagheera osserva il cucciolo d'uomo nell'opera filmica del 1994

Nel lungometraggio di Stephen Sommers, Mowgli incontra la pantera alle prime luci del mattino. Essa indaga l’animo del piccino con i suoi occhi saggi. Mowgli non esita dinanzi al tenebroso leopardo, e questi gli mostra la sua coda così che il bambino possa afferrarla e seguirlo. La pelle del felide appare nera come un cielo senza stelle, eppur soffice come il velluto. Bagheera conduce Mowgli nei pressi di un lago naturale, sorto ai piedi di una splendida cascata d’acqua cristallina. Sulle rive, un branco di lupi indiani accoglie il piccolo. L’indomani, Mowgli incontra Baloo, ancora piccino, rimasto incastrato nel foro di un vecchio tronco d’albero nel tentativo di ingurgitare del miele. Sarà proprio Mowgli ad aiutarlo a liberarsi da quella stretta soffocante. Mowgli e l’orsetto sono “cuccioli” ed entrambi soli. Da allora, i due diverranno inseparabili. Molto teneramente, Sommers mostra come l’amicizia tra due esseri completamente diversi possa nascere da un gesto di bontà. Bagheera, secondo il volere di Sommers, continua a rivestire per Mowgli il ruolo di maestro e difensore, Baloo, invece, quello di fratello adottivo.

Per distaccarsi ulteriormente dagli scritti di Kipling e plasmare una pellicola personale, Sommers scelse di non fare parlare gli animali. E’ infatti un linguaggio molto più profondo e inaccessibile quello che vige tra alcuni personaggi dall’opera filmica. Pur permanendo nel silenzio, i dialoghi tra Mowgli e i suoi amici animali sono sviluppati mediante un’apparente incomunicabilità:l’inesistenza del linguaggio verbale. Tuttavia, nelle espressioni, nei gesti, negli impenetrabili sguardi si forma una comunicazione empatica, silente, intima. Una scelta che trascende e, per certi versi, snatura l’opera di Kipling, ma che risulta realistica e ugualmente filosofica. Le belve della giungla sono un riflesso dell’anima di Mowgli. Esse simboleggiano le qualità segrete ed eroiche del protagonista. Mowgli avrà infatti la velocità della pantera, la forza dell’orso, lo spirito del lupo.

Mowgli e Bhoot nella pellicola del 2018
  • Maturazione: il Mowgli bambino e la diversità

In “Mowgli”, pellicola del 2018 diretta da Andy Serkis, il protagonista, ancora bambino, viene trattato con diffidenza da alcuni suoi “fratelli” lupi. Se confrontato ai film precedenti, l’adattamento cinematografico di Serkis risulta essere molto più crudo e violento, poiché maggiormente basato sulla controparte cartacea. Non trovando amici nei suoi “simili” del branco, Mowgli stringe un tenero rapporto con Bhoot, un lupetto albino, anch’esso maltrattato per la sua diversità. Serkis analizza così l’animo tormentato di Mowgli, un personaggio senza identità, in perenne lotta tra la sua natura di uomo e il desiderio d’essere un lupo. Spesso scacciato dal branco, Mowgli ha nella bontà di Bagheera e nei ferrei insegnamenti di Baloo l’unica distrazione da un’esistenza di lotta e sopravvivenza. Bagheera viene qui rappresentato come un fratello maggiore, Baloo, invece, come un orso severo, anziano e ferito, tanto da avere la mascella storta (forse un riferimento voluto al King Kong di Peter Jackson, interpretato dallo stesso Serkis, il quale aveva la mascella piegata verso un lato).

Se Mowgli è tacciato di “diversità” poiché figlio illegittimo di due mondi, Bhoot, al contrario, viene disprezzato per il bianco del proprio manto. Tale lupo è tratteggiato come un personaggio fortemente positivo, buono, generoso, allegro e speranzoso. Morirà solo, cacciato da un bracconiere che bramava il suo “candido pellame”. Se per gli animali, Bhoot era inaccettabile, “sbagliato”, per gli uomini era tanto bello da meritare di morire. L’aspetto viene trattato da Serkis come se fosse una dannazione, una patina esteriore che attira a sé odio e crudeltà. La morte, scioccante, del piccolo lupacchiotto, offeso in un raptus di rabbia dallo stesso Mowgli, invoglia il protagonista a riprendere il suo ruolo di padrone della giungla. La crescita in Mowgli è repentina e interiore sebbene, al di fuori, egli appaia pur sempre come un ragazzino.

Anche nel cartone animato della Walt Disney viene trattata l’emarginazione, pur senza mai toccare le vette di sadismo inscenate da Serkis. I corvi che Mowgli incontra sul suo cammino si rapportano a lui poiché anch’essi si sentono esclusi.

"Mowgli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Maturazione: il Mowgli adulto e il ritorno alla civiltà

Sommers in “Mowgli – Il libro della giungla” decise di rendere la maturazione del protagonista plateale. Il cineasta statunitense, nel voler raccontare la storia di un Mowgli adulto, trasse ispirazione dalla figura di Tarzan, il quale, dal punto di vista letterario, fu a sua volta ispirato da Mowgli stesso.

Un giorno, Mowgli riceve la visita di una scimmia appartenente al reame dei Bandar-log, che gli sottrae il bracciale donatogli da Kitty. Mowgli insegue l’animale sino alle profondità della giungla nera, scoprendo Anuman, una mitica città repleta di tesori giunti da ogni parte dell'Asia. Qui, Mowgli s’imbatte in un imponente Orango Tango, sovrano dei Bandar-Log. Il primate troneggia sulle ricchezze e indossa sul capo la corona d’oro di Luigi XIV.  Sotto la “giurisdizione” di re Luigi vive Kaa, un pitone indiano. Kaa striscia come un anaconda di enormi dimensioni, celato sotto cumuli di tesori similmente ad un male tentatore quanto ripugnante. Il tremendo serpente sembra incarnare la condanna dell’avidità: chiunque peccherà di cupidigia e cercherà di profanare l’oro di Anuman morirà per “mano” sua. Una leggendaria città perduta colma di tesori è una fantasia molto cara a Sommers. Lo stesso ne “La mummia” trarrà ispirazione dalla sua Anuman per creare, cinque anni dopo, Hamunaptra, un antico sito di sepoltura in cui riposano le ricchezze dell’Egitto.

Sebbene Kipling avesse concepito le scimmie come una popolazione sovversiva ed ingovernabile, la Disney, nel 1967, creò il monarca Luigi. La figura di questo re torna a ripresentarsi nel remake live action del 2016. Il sire, in tale rivisitazione, possiede le fattezze di un mastodontico gigantopiteco, e brama di regnare su tutti i popoli liberi della giungla con il fiore rosso.

Baloo, Mowgli e Kitty in una scena del lungometraggio di Stephen Sommers

Mowgli recupererà il bracciale e, poco tempo dopo, rincontrerà Kitty. Riconoscendolo come l’amico che aveva perduto quando era bambina, Kitty accoglie Mowgli a palazzo, e lo istruisce. Le sequenze in cui il figlio della giungla impara a parlare, a leggere, a scrivere e osserva i fotogrammi riprodotti da un proiettore con il quale scoprirà il mondo e parte di ciò che si cela laggiù, lontano, al di fuori di lui, verranno reinterpretate dalla stessa Disney nelle scene del classico “Tarzan”, accompagnate dal brano “Al di fuori di me”.

La stessa Kitty svolge un ruolo molto simile a quello di Jane. Kitty è l’amore della vita di Mowgli, la traccia di un passato che egli rammentava appena e che continua a legarlo al mondo degli uomini. Restando nella città indiana, Mowgli impara molte cose di cui ignorava l’esistenza. La guerra, la violenza, le armi distruttive, la caccia senza limiti, le predazioni e le imbalsamazioni degli animali sconvolgono la coscienza dell’eroe che medita sulla cattiveria dell’agire umano. L’opera di Sommers, nella sua propensione a trattare la storia di Mowgli da un punto di vista antropocentrico, fa degli animali i garanti delle virtù, e degli uomini i veri nemici, coloro che commettono crudeltà e nefandezze, poiché i soli ad essere mossi dall’avidità. 

  • Shere Khan, da antagonista a giudice

Una volta fermati i folli propositi del vile Boone, Mowgli fronteggia Shere Khan come un suo pari e non come un usurpatore. Leggendo l’anima dell’uomo, la tigre sceglierà di non infliggergli alcun male. Ecco che Shere Khan muta, da antagonista diviene un guardiano, un giudice inclemente ma anche comprensivo per chi ha rispettato la legge della natura. Mowgli, diventato custode della giungla, sarà l’anello di congiunzione tra due regni finalmente accomunati.

Ne “Il libro della giungla” del 1967, Mowgli sconfigge Shere Khan con il fuoco. Essa, in tale versione, come desiderato da Kipling, rimane sino alla fine la massima avversaria del protagonista.

  • Un fiore rosso: fine

Sulle sponde di un lago, Kitty ritrova Mowgli: sarà adesso lei a porgergli un fiore rosso. I due si scambieranno un appassionante bacio. Con l’amore era iniziata la vita di Mowgli e con l’amore si è compiuta: la ruota ha finito il suo giro!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Aquaman e Mera" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un saggio, una volta, disse che in mare non vi è taverna. Se scoppia un temporale e gli oceani ribollono di collera, i marinai non possono recarsi in luogo vicino in cui trovare riparo. Il mare aperto può spesso tramutarsi in un deserto sconfinato, senza sabbia ma denso d’acqua. Gli antichi credevano che l’arrivo di un fortunale fosse la manifestazione dell’ira e dello sdegno esacerbati sino allo stremo in Poseidone. A tale divinità, i greci attribuivano le calamità naturali dei terremoti e dei maremoti. Sin dai tempi più arcaici, il mare custodisce, nella sua illimitata consistenza liquida, la gloria della natura, e quando esso è tumultuoso genera terrore ed impotenza nel cuore timorato di ogni navigante. Le acque adombrano tuttora un regno misterioso, che andrebbe esplorato con un sano desiderio di conoscenza.

E’ proprio una notte burrascosa quella in cui la storia di un “ramingo”, originario del mare, comincia. Mentre le onde si infrangevano sugli scogli con inquieta reiterazione e il cupo mormorio della risacca si disperdeva lungo le rive, il cielo fece sì che le nuvole piangessero lacrime di accoramento. L’oceano era irrequieto per la sorte che stava patendo la regina di Altantide, costretta a convolare a nozze con un marito che non avrebbe potuto amare. Per sottrarsi a un destino infelice, ella fuggì ma rimase presto vittima di un ferimento. Il corpo debilitato, inerme di Atlanna, trasportato dai fluttui, venne rinvenuto dal guardiano di un faro, un mortale che si adoperò a trarla in salvo.

Nel frastuono provocato dai marosi e dalla pioggia battente, si ode, forte e chiara, la voce di Aquaman, sebbene essa sia velata da una nota di rammarico che infonde, alle sue parole, una flebile mestizia. Il protagonista evoca il primo incontro tra Thomas, suo padre, e Atlanna, sua madre. La gioia intrisa in questa memoria si mescola, per lui, al rincrescimento di non aver mai conosciuto sua madre, obbligata a lasciarlo quando egli non era che un bambino. Aquaman inizia a narrare il passato citando Jules Verne, che ha scritto: “Mettete due navi in mare aperto senza vento né marea e si incontreranno". Come già precisato, è alquanto risaputo che in mare non vi siano “taverne”, ma in pochi comprendono quanto le correnti siano in grado, se lo vogliono, di far incontrare due persone, se esse somigliano a due navi che veleggiano dal remoto e sono destinate a scorgersi.Atlanna, che mai tra i fluttui avrebbe avuto scampo dal dolore, poté trovare protezione sulla terraferma, mediante l’imperscrutabile volere del mare.Thomas (Temuera Morrison) e Atlanna (Nicole Kidman) erano di due mondi diversi ma la vita, come le acque, trova il modo di unire le persone. I due si innamoreranno e, nella libertà vissuta in quei pochi ma intensi anni, conosceranno la vera felicità. Dal loro amore nascerà un figlio, a cui daranno un nome da re: Arthur. Quando Atlanna dovrà far ritorno al suo settore, il piccolo Arthur resterà col padre, che lo alleverà rammentandogli la straordinaria unicità delle sue origini, e mantenendo in lui vivo il ricordo della madre perduta.

Non a caso Arthur cita Verne, lo scrittore francese padre della moderna letteratura di fantascienza. Dietro la scorza aspra e disadorna di virilità, il primogenito della regina di Atlantide nasconde la sapienza di un dotto. Tom fece studiare ad Arthur la storia e, presumibilmente, la grande letteratura. D’altronde, come può un uomo che riesce ad avventurarsi nelle buie profondità degli abissi non conoscere e menzionare l’autore di “Ventimila leghe sotto i mari”? Arthur ha appreso la storia, e, in una sequenza del lungometraggio, dimostra di riconoscere le personalità raffigurate da alcune statue antiche che si stagliano sulla cima di un colle che sorge presso un’isola decisamente nota.

Sin dalla sua nascita, Arthur è reputato la testimonianza vivente di un miracolo. Egli è la prova di come le creature del mare e della superficie possano coesistere con reciproco beneficio. Arthur, divenuto un uomo adulto, avverte sulle sue possenti spalle il fardello d’essere ritenuto il ponte tra la terra e il mare. Oltre ciò, egli risente di venire considerato da certuni “speciale”, in quanto erede al trono di Atlantide, da altri, contrariamente, poco più che un mezzosangue. Arthur è fin da subito tratteggiato come un personaggio dilaniato da due mondi, non soltanto per quanto concerne la sua discendenza, ma soprattutto per la percezione che gli altri hanno di lui. In tanti sono soliti tacciare il protagonista con titoli e requisiti che lui non sente affatto di possedere, siano essi pregi o difetti. Aquaman, appellativo con cui nel mondo è noto, rappresenta per molti un valoroso membro della Justice League, per altri un combattente epidermico e buzzurro.  Pochi confidano che egli potrà essere un degno sovrano, se solo riconoscesse le proprie qualità, altri a malapena gli riconoscono la levatura del supereroe. Arthur vive alla giornata, alternandosi tra consumazioni al pub della zona e imprese compiute con grande audacia. Egli non sa cosa in effetti è né quello che vorrà essere, perché avverte solamente le aspettative, le percezioni e le titubanze che tutti hanno verso di lui. Per capire cosa vorrà diventare e superare così la propria avventatezza, Aquaman necessita della vicinanza di una persona che possa mostrargli ciò che ancora non sa di se stesso.

Sarà Mera (interpretata da una bellissima Amber Heard), la sua futura sposa, a indicare al sovrano il percorso da intraprendere, per far sì che sul trono di Atlantide torni a sedere il vero regnante. Attraverso un lungo viaggio in cui i due si conosceranno fino a legarsi sempre più, Mera esorterà Arthur ad abbracciare il proprio destino.

Arthur vive oppresso dai rimorsi. Crede, infatti, che la scomparsa di Atlanna, accusata di tradimento e condannata a morte per essersi “contaminata” con un mortale, sia tutta colpa sua. I tormenti del figlio si intrecciano alle speranze del padre. Tom, giorno dopo giorno, si reca sul pontile, nella speranza d’intravedere Atlanna affiorare dal fondale. Tom non si rassegna, vuol credere che Atlanna sia ancora viva. L’influenza positiva del padre non riesce, tuttavia, a scacciare i fantasmi che torturano lo spirito di Arthur, il quale teme il suo fato da monarca. Le giornate, per entrambi, si consumano in maniera diametralmente opposta: Tom vive sperando, Arthur temendo, e nascondendo queste insicurezze dietro una patina da uomo approssimativo e rozzo. Jason Momoa fa del suo Aquaman un eroe in divenire, schietto, grossolano, sgarbato, altresì intimorito, insicuro, bisognoso di aiuto eppur valoroso, audace e votato al sacrificio; un ritratto grondante di colore e ricco di sfumature.

La regia ispiratissima ed efficace di James Wan delinea due realtà ben differenti: quella degli abissi e quella della superficie. Il regno del mare è popolato da creature straordinarie, visivamente stupefacenti. Atlantide è un reame sontuoso, posto sotto il giogo crudele di un tiranno. Il fratellastro di Arthur, Orm, aspira a diventare Ocean Master, e a scatenare una guerra contro il mondo degli uomini, colpevoli di aver rovesciato nelle acque gli orrori del loro operato. Orm è nato da una successiva relazione combinata tra Atlanna e il re di Atlantide. Differentemente da Arthur, Orm nacque da un matrimonio celebrato, riconosciuto, ma privo d’amore.

Il mare, per volere di Orm, rigetta sulle rive terrestri le immondizie degli uomini, scaglia i relitti che riposano sul suolo marino, le navi da guerra, emblemi della follia battagliera perpetrata dall’uomo. Il mare è vivo ed è testimone delle azioni meschine e crudeli dell’essere umano che ha rigurgitato, su di esso, il petrolio che avvelena le acque salate, o le sporcizie che annientano la flora e la fauna marina. Per volere del folle re atlantideo, l’oceano è pronto a vendicarsi dell’uomo.

Due elementi, come la terra e il mare, che dovrebbero vivere in simbiosi patiscono un distacco incolmabile e non riescono a comprendersi vicendevolmente. In questo scenario vi è, però, l’errore della diffidenza, del dubbio, del sospetto. Vige un odio razziale nel cuore di Orm. Egli detesta la gente della superficie poiché la considera inferiore. Anche Arthur è schivo e diffidente verso gli atlantidei perché essi non lo hanno mai fatto sentire parte di loro, giudicandolo alla stregua di un essere intrappolato in un’esistenza a metà. Persino Mera nutre sfiducia nei riguardi degli uomini, ciononostante, permanendo sulla terraferma, imparerà a ammirare le bellezze pure ed incontaminate come il verde degli alberi, il profumo dei fiori (non commestibili!), la fresca e delicata carezza del vento e il giulivo volto di una bimba che esprime un desiderio, mentre getta una monetina in un pozzo repleto di acqua tersa e magica.

Il messaggio veicolato dal film vuole ricordare quanto sia sciocco provare livore per un qualcosa che andrebbe semplicemente conosciuto a fondo. La superficie e il mare sono due domini che devono essere avvicinati. Orm è un antagonista spietato che anela alla sola distruzione, invece Aquaman ha il dono di congiungere entrambi i reami col potere di un unico tridente. Se Orm è divisione, Arthur è coesistenza ed unione, potendo egli vegliare, con egual fermezza, su tutti e due gli ambiti del pianeta.  

Come verrà evidenziato nel film, Orm non ha l’assennatezza di un nobile sire, bensì “l’insana ragionevolezza” di un despota. Lui non è incline alla dialettica, non contempla nei suoi disegni alcun suggerimento scaturito dal dialogo, ma agisce mosso unicamente dalla rabbia, uccidendo chiunque si opponga al suo volere. Arthur, seppur impavido ed impulsivo, mostra, con lo scorrere dell’avventura, di possedere una certa diplomazia. Egli fa della parola, del dialogo, un’arma infallibile al pari del suo tridente. Arthur sa dialogare con le creature del mare, comprende i pensieri, capisce i sentimenti e sa come relazionarsi con esse. Sfruttando la calma, una qualità che non credeva di avere, Arthur parla con il Karathen, un essere mitologico guardiano del sacro tridente del primo re di Atlantide. Esternando la sua bontà, Aquaman otterrà l’arma suprema con cui riuscirà a sconfiggere Orm e a ristabilire la pace.

"Aquaman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tale tridente conserva in sé l’essenza imperitura della spada nella roccia. Il nome di Arthur rimanda a quello di re Artù, colui che, estraendo Excalibur, salirà al potere, rivelandosi il più venerabile dei sovrani buoni e coraggiosi d’Inghilterra. Arthur si dimostrerà l’unico degno di poter brandire il potere del tridente d’oro. Atlantide assisterà al ritorno del re.

Aquaman” è un film travolgente, esteticamente ammaliante. Conta su un ritmo coinvolgente e una storia dallo sviluppo semplice ma appassionante. L’opera di Wan è un viaggio introspettivo ed identificativo, che vede un uomo dai poteri straordinari ascendere a ruolo di supereroe e regnante.

Sul suolo terrestre, dove il cielo è limpido e lo specchio d’acqua quieto e cristallino, Tom attende ancora la sua eterna compagna, Atlanna, scampata alla morte e rientrata ad Atlantide con Arthur. Ella, un mattino, emerge dalle profondità e riabbraccia il suo amato. I due, raggianti, si baciano in riva al mare. Tom è un guardiano del faro e suo figlio sarà come lui: dispenserà una luce radiosa che possa sempre schiarire le tenebre se esse caleranno, fredde e oscure, sugli oceani e sulle terre emerse.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lo schiaccianoci" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Reinterpretazione personale della fiaba de “Lo schiaccianoci e il re dei topi” per la notte di Natale)

Non molto tempo fa, alle “radici” di un albero addobbato, giaceva, in piedi e zitto zitto, un giocattolo veramente speciale. A differenza degli altri regali, non era stato inscatolato in una confezione colorata. Qualcuno lo aveva poggiato per terra così com’era per far sì che venisse notato di primo acchito. Le illuminazioni si riflettevano su di lui ed esaltavano la scarlatta coloritura con cui era stato dipinto. Il volto del “balocco” vantava una forma bislacca, simile a quella di un grosso quadrato su cui erano stati dipinti, a mano, due occhi azzurri, un naso sottile e un paio di baffi scuri da sparviero. Esso teneva i denti in bella mostra, elargendo, a chiunque lo osservasse, un perpetuo e stravagante sorriso. La bocca poteva essere aperta e chiusa mediante un’apposita barra che spuntava dalla schiena. Tale giocattolo era, a tutti gli effetti, uno schiaccianoci. “Azionando” la leva, i duri incisivi frantumavano con facilità il guscio del frutto. Nulla sembrava turbare questo schiaccianoci. Permaneva immobile, irto sulle gambe con la sua bella divisa tempestata di gemme scintillanti come rubini.

Quant’era grazioso! Lo schiaccianoci ostentava l’eleganza di un piccolo principe, coraggioso e inamovibile dinanzi al pericolo. Aveva i capelli densi e bianchi, tanto soffici da ricordare i filati di lana. Dal mento “fioccava”, come della candida neve, un folto pizzetto affusolato. Sulla sua testa, svettava un cappello a cilindro rosso, adornato da una catenina d’oro. Stretto all’argentea cintura ricamata con elementi arabeschi, vi era un fodero dal quale emergeva la guardia di un fioretto. Quell’aura distinta e quel portamento diritto indicavano un qualcosa di misterioso. Quel giocattolo, fatto interamente di legno pregiato, doveva essere un valoroso cavaliere e non un comune frantumatore di noci.

Nell’ampio salone in cui “egli” sostava, vi era in atto un lauto banchetto. Dolci canzoni facevano eco da ogni dove, creando una magica atmosfera. Dalla cucina, effluivano gli allettanti odori di biscotti al cioccolato appena sfornati. Lo schiaccianoci percepiva i profumi attraverso gli esigui fori del suo naso, ricavato da un frammento di corteccia. Davanti ai suoi occhi si stagliavano le sagome di almeno due dozzine di invitati, tutti allegri e festanti. Lo schiaccianoci non era un ninnolo di minute dimensioni, a suo modo, tenendo ben ritta la schiena e accentuando la larghezza delle spalle, sapeva essere imponente, ciononostante, lì in basso, si sentiva insignificante al cospetto di quegli adulti, animati dal brio della festa. Avvertì la sensazione d’essere un irrilevante esploratore, avventuratosi in un sentiero popolato da giganti. Questi ultimi si scambiavano auguri, caldi abbracci e innumerevoli baci, sfiorandosi le gote. “Che confusione” - borbottò lo schiaccianoci con una voce fioca che a stento riuscì ad udire lui stesso. Del resto, non poteva di certo farsi notare. Tutto d’un tratto, gli si avvicinò una ragazzina. Lo prese in braccio e lo portò con sé.  “Oh, che bella!” - pensò lo schiaccianoci. Finalmente una creatura esile, delicata e gentile si era fatta avanti e lo aveva strappato da quel luogo fastidiosamente rumoroso. “Sarà lei la mia nuova padroncina?” - rifletté.

Clara, la timida bambina che aveva ricevuto lo schiaccianoci in dono dallo zio Drosselmeier, era rimasta affascinata da questo trastullo dal fervido colore vermiglio. Si sedette in poltrona e cominciò a tenerlo tra le sue braccia come fosse un bambolotto, fin quando lo zio la raggiunse.

Per mestiere, Drosselmeier fabbricava giocattoli ma era anche un costruttore di orologi. Egli somigliava ad un Geppetto d’altri tempi, ed il suo schiaccianoci ad un bambino di legno, un Pinocchio schietto ed incapace di mentire. Da buon giocattolaio, Drosselmeier era solito intagliare ed ottenere, da un ciocco di pino, una forma inanimata, seppur carica di significato estetico e artistico; da buon orologiaio, nelle sue creazioni, arrestava il tempo, infondeva staticità, catturando una sensazione felice nei sorrisi esternati dalle buffe faccine dei suoi giocattoli, instillando continuità ad un compito che un determinato giocattolo avrebbe dovuto svolgere, e rendendo eterno un gesto d’amore. Lo schiaccianoci non era stato plasmato dalla sua arte, eppure, in lui confluivano tutte le finalità volute dal signor Drosselmeier. Lo schiaccianoci, infatti, era sempre fermo quando doveva compiere un’azione costante, ovvero quella di rompere le noci; altresì, era “imprigionato” nella sua intenzione più ignota, vale a dire quella di ottenere la “libertà” e, infine, era stato eternato nel suo gesto d’amore segreto: il suo restare rigido per poter essere notato da una ragazzina di cui si sarebbe innamorato.

Lo schiaccianoci, suo malgrado, era schiavo di un compito gravoso e fiaccante. Lui, un principe, non voleva adempiere tale obbligo per sempre. Sbriciolare le noci per il resto della vita era una mansione ripetitiva e alienante, un po’ come quella che un baffuto personaggio di un’altra storia, chiamato Charlot, avrebbe dovuto svolgere in una fabbrica da lavoro in tempi, decisamente, più moderni. Spaccare noci non è poi tanto diverso dal finalizzare sempre le stesse mosse in una catena di montaggio, se le aspirazioni fantastiche di una vita sono tanto preminenti nelle anime e negli spiriti dei più sognanti.

Drosselmeier sapeva che lo schiaccianoci non era un giocattolo come un altro, ma volle tenere il segreto per sé. Dopotutto, Clara avrebbe scoperto quanto doveva quella stessa notte. Indugiò allora a parlare con la piccola.

 “Sai cos’è questo?” – domandò il giocattolaio alla piccina.

 “No!” – rispose sinceramente Clara.

Beh a prima vista è uno schiaccianoci, ma devi sapere che è anche un principe”. – confessò l’anziano signore.

Un principe?” – chiese la giovinetta. - “E di quale regno?” - incalzò subito dopo.

Ma del regno delle bambole, naturalmente. Devi sapere che quello da cui proviene è un mondo incantato, accessibile soltanto nei sogni più intensi” – sussurrò Drosselmeier all’orecchio della bimba, prima di lasciare un bacio sulla di lei fronte.

Clara cullò lo schiaccianoci per tutta la sera, cadendo poi in un sonno profondo. Riaprì gli occhi in piena notte e vide, stupefatta, l’albero di Natale che si faceva immenso, ergendosi a dismisura come una pianta verde fiorita da un fagiolo magico. L’angelo che sovrastava la cima non si vedeva più, poiché l’albero era divenuto ciclopico come un castello, ed era cresciuto sin oltre il tetto della casa, tanto da accarezzare il cielo stellato. Subito dopo, Clara si rese conto che tutti i mobili della casa erano alti, possenti, capienti da far paura. La già ampia camera era divenuta, ai suoi occhi, sterminata. Ma era tutto cambiato oppure era stata lei a rimpicciolirsi senza alcun motivo? Clara si sentì minuscola, come una bambola vestita di rosa. Vide poi il suo schiaccianoci, fermo, alle radici dell’immenso abete, splendente di luci e festoni colorati. Oramai avevano entrambi la stessa altezza, come se un incantesimo avesse esercitato le proprie arti per congiungerli.

Ombre silenti, imprecisate e rapide come un battito di ciglia, si erano ammassate negli angoli bui della stanza. Digrignavano i dentoni sporgenti, grattavano i muri con le loro unghie affilate come lame e scuotevano le code a mo’ di eliche vorticose. Erano topi da battaglia, entrati in casa e decisi a balzare sullo schiaccianoci ancora inerme.

Maestà! Maestà!” - si udì un coro echeggiare dalla vetrina in cui Clara era solita custodire le sue bambole. Tutte loro avevano preso vita e volontà, dibattendo le loro manine sui vetri per destare il loro sovrano, finalmente giunto.

Padroncina! Padroncina!” - sbraitavano – “Salvate il nostro principe” – proseguivano all’unisono.

Com’era fiero lo schiaccianoci nella sua postura. Restava sugli attenti come un tenace soldatino di piombo. Tuttavia, non poteva essere quel soldatino tanto famoso! Lo schiaccianoci aveva entrambe le gambe e nessuna baionetta tra le mani. Clara, tremante perché i topi erano in agguato, si portò vicino a lui, come una ballerina di carta desiderosa di danzare col suo amato soldatino. Quando sentì la dama così vicina da poterla sfiorare con le sue mani di legno, improvvisamente, lo schiaccianoci vivificò, iniziò a muoversi, a parlare, dimostrando a Clara d’essere vivo. Sullo schiaccianoci gravava, infatti, un’oscura maledizione, scagliata dalla regina dei topi. La sua triste storia fu presto rivelata: lo schiaccianoci, un tempo, era un ragazzino, tramutato in giocattolo dalla perfida megera dei ratti.

Con l’arrivo di Clara, la sola a confidare nel fantastico e a provare affetto per lo schiaccianoci, l’incantesimo cominciò a sciogliersi. Lo schiaccianoci, dunque, brandendo la sua spada, affrontò il re dei topi, accorso in testa al suo esercito di sozzi roditori per fermare la magia buona scaturita dalla fanciullina. Lo schiaccianoci prevalse sul malvagio despota, riassumendo sembianze umane. Porgendo la mano alla sua adorata, il principe la invitò ad accompagnarlo sin dentro quell’ammaliante illusione, precisamente nel regno della foresta innevata, laggiù dove la fata dei dolci li stava attendendo con impazienza. Colma di gioia, Clara acconsentì, incamminandosi verso la coltre bianca, oltre i confini della dimora oramai svanita. Laggiù, dove tuttora risuonano melodie celestiali, e ogni fiocco bianco disceso dal firmamento danza nell’etere, seguendo le arie di un valzer di neve, Clara e lo schiaccianoci si innamorano l’un l’altra. Decisero allora di concedersi un ballo. Lei lo abbracciò, cingendolo con le braccia; intrecciò poi il proprio sguardo con quello del principe e i due si persero nei rispettivi occhi pieni di sentimento. Lui, di colpo, la sollevò verso l’alto, dove la levità di un soffio subitaneo carezzò il viso arrossito di Clara.

L’amore, all’inizio, è una luce fioca, che vive di impulsi e brevità, che si accende e si spegne come l’illuminazione intermittente di un albero di Natale, e che poi, consolidatasi, diviene stabile, accesa, radiosa come un raggio sfavillante. L’amore nasce dall’incontro inaspettato, si genera da un lampo improvviso che precede il tuono rimbombante di un colpo di fulmine. L’amore è tenue, e germoglia nelle essenze eteree di due batuffoli di neve che vengono dondolati dal vento ma che non si allontanano, volteggiando e dando concretezza ad un passo di danza che si consuma tra i meandri di una boscaglia cosparsa di candore. L’amore è robusto come il legno più duro, eppur fragile, scalfibile e delicato come la pelle immacolata di una ragazza vera. Esso è una composizione musicale che cadenza l’incedere danzate di un principe e di una principessa; è tutto ciò che, nella dimensione onirica della notte di Natale, vivono insieme Clara ed il suo schiaccianoci.

L’indomani, al sorgere di un nuovo giorno, Clara si risvegliò nel suo letto, rimembrando quel sogno vivido ed indimenticato, ma del suo schiaccianoci non vi era più alcuna traccia. Alla porta bussò lo zio Drosselmeier, seguito dal nipote ritrovato, un giovane che indossava una giacca rossa.

Buongiorno, Clara” – disse lui, accennando un sorriso.

Buongiorno, mio schiaccianoci” – sussurrò lei.

Molte notti dopo, quel mondo ovattato tornò a materializzarsi nei sogni dei due protagonisti, oramai grandi e desiderosi di convolare a nozze. Ascenderanno al trono di re e regina del reame delle bambole.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Babbo Natale" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molti secoli or sono, esisteva un uomo che era solito percorrere, in lungo e in largo, l’antica Grecia. Tespi, era questo il suo nome, vagava per l’Attica a bordo di un cocchio trainato da una coppia di cavalli. Il suo era un viaggio che compendiava innumerevoli tappe, tuttavia non prevedeva una meta finale. Tale viandante, raggiunta una città e radunata una folla di curiosi, ergeva sul suo carro un palco su cui esibirsi; Tespi diveniva un attore, e quel suo mezzo di trasporto, “simile” alla biga di un valoroso soldato, un teatro. “Calcando” quel suo esiguo palcoscenico, Tespi faceva germogliare la creatività teatrale, diffondeva la bellezza della scrittura, il fascino dell’interpretazione, la meraviglia dell’immaginato. Il carro di Tespi veicolava l’incanto della recitazione, effondeva lo stupore della tragedia, promanava l’intrinseca magia dell’arte, un qualcosa di prezioso da erogare alle persone che abitavano le terre elleniche. Quel carro non era un comune mezzo per spostarsi, quanto una “slitta” da cui venivano generate amenità da donare al prossimo.

Il carro di Tespi

 

Nella Grecia di un tempo, proprio negli anni in cui questo “nomade del teatro” svolgeva la sua attività, viveva, su nell’Olimpo, una divinità che, tutto il giorno, errava nel cielo. Apollo, dio del sole e di tutte le arti, guidava una quadriga, tirata da quattro cavalli bianchi che soffiavano lingue di fuoco dalle narici. In cima a quella quadriga giaceva, splendente, il sole. Il figlio di Zeus dirigeva il suo carro alato nel firmamento, sancendo la venuta dell’alba e la discesa del crepuscolo. Come narrava il culto di Elio, la dea Aurora si destava prima che il sole sorgesse, e al calar della sera, sua sorella Selene avvolgeva la volta celeste con un buio preponderante; Selene faceva poi brillare la tavola azzurra con l’intensità delle stelle accese. Apollo, in “sella” al suo cocchio, illuminava le giornate dei mortali, donando agli stessi il calore e la gioia di una luce divina. Anche il carro di Apollo potremmo oggi paragonarlo ad una sorta di “slitta” volante, la quale elargiva un regalo d’importanza vitale. “Offrire” ai bisognosi doni inaspettati da un carro sembra essere un’usanza che affonda le proprie radici nell’arcaico.

Il mito è un racconto fantastico che, a sua volta, trae le proprie origini dalla leggenda; da quest’ultima si genera la tradizione e dalla tradizione fioriscono le memorie e le usanze di un popolo. Babbo Natale, il simbolo delle festività di fine anno, è un “elemento” del credo natalizio, ma è altresì una figura mitica, la personificazione di una leggenda. Babbo Natale è nato dal remoto, la sua storia ha assunto i caratteri del mito, la sua immagine è divenuta una “fede” popolare, il suo “culto” una tradizione. In lui, pertanto, confluiscono le tre componenti del racconto più arcano: epopea, narrazione antica e classicità folkloristica. Tutte le versioni della storia concordano nell’attribuire la vera “identità” di Babbo Natale a San Nicola, vescovo di Myra. Un’importante caratteristica religiosa è dunque riscontrabile nella genesi del personaggio. A tale peculiarità si abbina il suo potere soprannaturale, per certi versi divino. San Nicola, come le storie riportano, era capace di compiere miracoli, e proteggeva i poveri, gli indifesi, i disperati e i defraudati.

San Nicola, sovente, faceva doni ai bisognosi e agli infanti.  Tra i numerosi prodigi che compì in vita, si riporta l’avvenuta resurrezione di alcuni bambini assassinati. Da quel giorno, fu considerato il protettore dei bimbi. Con il passare dei secoli, l’iconografia del santo mutò ed incontrò i favori del folklore. Per tutti, San Nicola era il più caro amico dei bambini, aveva una barba candida come coltre innevata, una faccia paffuta e una giacca scarlatta. Le sue amiche erano le renne, animali “stregati” dalla sua dolcezza e “magici”, poiché riuscivano a sollevarsi da terra e a librare in aria così da trainare il “carro alato”. L’appellativo con cui San Nicola è oggi universalmente conosciuto ha un significato profondo. Babbo Natale è un papà per tutti i piccoli che confidano in lui. Compito, infatti, della figura del padre del Natale è quello di educare i bambini ad essere buoni durante tutto l’anno.

Babbo Natale vive al Polo Nord, insieme agli elfi, i suoi fedeli aiutanti che lo supportano nel fabbricare i giocattoli. Egli è un lettore zelante, ma non di libri e neppure di testi teatrali tanto cari a Tespi; Babbo Natale legge le lettere che i giovani gli inviano, le confessioni, colme di speranze, dei fanciulli. Babbo Natale non trasporta il sole con sé, agisce solamente con l’ausilio delle tenebre. La sera del 24 dicembre, quando l’unica luce ad illuminare la via è quella emanata della luna opalina che scintilla, tonda, nel cielo come una moneta argentea, Babbo Natale si materializza, interrompe il fluire dei barrocci del tempo, e attraversa, in una sola notte, il mondo intero per portare gioia a tutti i pargoletti. Babbo Natale semina felicità, speranza, letizia e una fatata beatitudine. Gli incantevoli doni elargiti dalla sua slitta ricordano, per valore, l’arte che poteva essere ricevuta nei pressi del carro di Tespi e la gloria dell’astro luminoso della quadriga di Apollo.

Seppur non esista, la sua sagoma panciuta, le sue guance rosate, il suo volto contornato da una barba bianca, soffice al sol tocco come se fosse fatta da batuffoli di neve, e i suoi capelli argentati simbolizzano il periodo più lieto e l’essenza stessa della stagione natalizia. Babbo Natale non esiste, è una menzogna, un’illusione, eppure egli perdura nelle decorazioni che abbelliscono le nostre case, nelle consuetudini festive, nelle costumanze del periodo. Babbo Natale non è reale, cionondimeno è presente, non è vero, tuttavia figurato nella nostra mente, non ha forma, ciononostante il suo aspetto è evocato dal nostro credo. Egli esiste nonostante non viva davvero, è visibile sebbene permanga nell’invisibilità. Babbo Natale staziona nel cuore dei piccini, non è che un sogno, una speranza, un’ebrezza ineffabile, un sentimento puro e un’emozione sincera. Crescendo, i bambini smettono di credere in lui perché comprendono che non c’è alcun vecchietto in grado di volteggiare nel cielo sconfinato. Eppure, Babbo Natale esiste realmente, ma in tutt’altre fattezze.

Babbo Natale può essere accostato ad una “maschera” indossata da persone sempre differenti. Nel lungometraggio della Walt Disney “Santa Clause”, Babbo Natale è un’idea, un concetto, una figurazione che passa di generazione in generazione. Quando Scott Calvin, la notte della vigilia, incontra l’anziano dal dolce sorriso che si accinge a scendere lungo il camino, non crede ai suoi occhi. Sbraita, per paura che sia un ladro, verso quel tipo bislacco vestito di rosso e questi cade inaspettatamente giù dal tetto e…Muore. Di lui non resta che il vestito, il suo corpo svanisce come se fosse stato una visione, una percezione, un’immaginazione. Scott Calvin subentra al suo predecessore, divenendo il nuovo Babbo Natale. E’ questa la particolarità di tale classico del cinema natalizio: l’aver rappresentato Babbo Natale come una maschera del teatro antico, un simbolo da indossare da attore in attore. Scott, dopo aver accidentalmente fatto scomparire il papà del Natale, è legato contrattualmente ad una clausola, un termine, quest’ultimo, che richiama proprio il nome di Santa Claus. Come mostrato nella suddetta pellicola, Babbo Natale è una “effige”, una figurazione, un “sigillo” che passerà di persona in persona così da durare per sempre. Il suo vestiario, che irradia il cielo come una cometa cremisi, alla stregua di quello di un supereroe, è una allegoria del bene.

Babbo Natale può considerarsi un pensiero affettuoso, nonché un’ispirazione incoraggiante. Egli alberga proprio laggiù, nella sfera intima del pensiero e del sentimento di ognuno di noi, precisamente tra l’intenzione e l’attuazione, tra la volontà e la messa in pratica. In un pensiero buono, riservato ad una persona amata, vive infatti Babbo Natale. In un gesto, in una carezza, in un abbraccio, nel compimento di un’azione altruistica trova ristoro, per l’appunto, San Nicola. Babbo Natale alloggia nella sfera affettiva, e diviene concreto nell’adempimento della bontà e della generosità. Egli è, conseguentemente, un fervore, un’influenza positiva dell’animo umano. La realtà è la seguente: Babbo Natale rappresenta il buono che c’è in ognuno di noi e che, agli ultimi scampoli dell’anno solare e al principio di un nuovo corso, trova il modo per palesarsi nell’agire prodigo di una persona.

E’ questa la spiegazione razionale circa l’esistenza di questo curioso essere. Cionondimeno, parlare di lui significa accantonare la ragionevolezza per viaggiare, a vele spiegate, con la fantasia. Babbo Natale fugge da una spiegazione sensata. Egli, come già detto, è tanto mito che leggenda, e custodisce tra le sue mani la gloria dei miracoli e la magia inspiegabile di un evento portentoso. Se la Befana ha i tratti somatici di una strega buona o, forse, di una fata travestita da vecchia dal misero aspetto, Babbo Natale può essere considerato uno stregone. Nelle mie fantasie, sovente, immagino che egli arrivò sulla Terra centinaia e centinaia di anni fa. Già allora portava la barba bianca, indossava i suoi abiti punicei, e vegliava sugli uomini col fare di un guardiano. Era il “sesto” stregone, colui che si smarrì nelle ere del mondo e che nessuno degli altri cinque nominò mai.

Che Babbo Natale sia un saggio Istari? Vale a dire un Maiar, nato dall’inchiostro immaginifico di J.R.R.Tolkien, rimasto a vigilare sulle epoche degli uomini? In questo caso, dal suo bastone scaturirebbero poteri di natura protettiva nei confronti dei bambini. Come gli Istari, egli indossa un abito con un colore caratterizzante, ha una fitta peluria che gli nasconde una parte delle sue espressioni facciali, ed è dotato di longevità e poteri magici. La letteratura fantasy di Tolkien racconta la storia di uno stregone grigio, di uno stregone bianco, caduto preda dell’oscurità, di uno stregone bruno e di due stregoni blu, dei quali, però, si persero le tracce.

Là, dove l’occhio umano non può scorgere, nel freddo e tra la neve, vive il sesto mago: uno stregone rosso. E’ ciò che, con un bel pizzico d’ironia, la mia immaginazione vuol suggerirmi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Inchiostro e calamaio - Il dissolversi della Befana" cliccando qui.

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"Bruce Banner ed Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quella di Stan Lee era una faccia inconfondibile. Aveva due occhi vispi, “svegli”, portati a notare ogni dettaglio, capelli argentei e qualche ruga marcata a contornargli il viso. Sotto quei suoi baffi folti, si stagliava, sino alle guance, un sorriso beato, espressione di una felicità soave, alimentata dall’amore per la creatività che animava il suo cuore.

Che sagoma che era la sua! Una silhouette esile, slanciata, che suggeriva una certa agilità, o per meglio intendere, una leggiadria. Possedeva un’allegrezza contagiosa, quella peculiare letizia che riesce ad annientare la gravità, e conferire ad un corpo scioltezza nei movimenti, tenuità. Lo spirito di Stan era quasi etereo, lieve, leggero quanto una piuma sollevata dal vento. Egli pareva librarsi da terra, e volteggiare nel cielo, spensierato e compiaciuto delle sue creazioni, tanto amate dai lettori, i suoi fedeli “credenti”. Come un celebre personaggio di “Mary Poppins” che se ne stava sereno e gaio nella sua dimora a prendere il thè, sospeso in aria, tanto felice da invitare tutti coloro che andavano a trovarlo a scrollarsi di dosso ogni affanno e tornare a sorridere di cuore, così Stan, con i suoi lavori, dava l’idea di voler invitare i suoi devoti ammiratori a spiccare il volo, sospinti dalla fantasia più accattivante.

Stan era un moderno Alfred Hitchcock. Non fraintendete le mie parole, di sicuro non era certo un maestro della regia come il grande cineasta britannico, ma con quest’ultimo condivideva la “passione per i cameo”. Stan compariva d’improvviso in tutte le opere filmiche dell’universo Marvel, con una veste sempre differente. Voleva donare ai propri “figli” di carta, i supereroi trasposti sullo schermo, la vicinanza e l’affetto di un padre che, camaleonticamente, indossa divise multiformi per “nascondersi” e restare accanto ai suoi “eredi”, come una sorta di “Mrs. Doubtfire” dai prominenti mustacchi. Stan appariva d’un tratto, e quella sua espressività gioviale, di volta in volta, veniva adattata alle esigenze più disparate dagli sceneggiatori. Era questa la sua firma, il suo marchio indelebile.

"Stan Lee" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Stan ci ha lasciato da pochi giorni, dopo aver vissuto una vita intensa, splendida, nel corso della quale è riuscito a conquistare l’immortalità artistica. La sua fantasia era infinita come un universo profondo profondo. Tanti sono stati i personaggi concepiti dalla mente di questo straordinario creatore. Dallo “sposalizio” con altrettanti artisti, Lee ha “partorito” supereroi iconici, tutti connotati da sfumature psicologiche distinte ed intricanti. Era un uomo così giulivo, allegro, dall’animo festante, eppure, nei suoi “racconti”, non volle mai ridurre la storia di un protettore a una mera e sollazzevole avventura priva della benché minima riflessione. Egli diede spessore, dramma ad ogni suo personaggio, trattando i problemi quotidiani e infondendo lustro e vivezza ai dilemmi che ogni grande eroe si trova costretto ad affrontare. Ironia e profondità di idee sono state amalgamate alla perfezione nelle opere di Stan Lee, creando un affresco dai caratteri reali, esposto in bella mostra nel museo del fantastico.

Una delle creature immaginarie più importanti create da Stan combatté con le ardue difficoltà di un’esistenza “maledetta”. Nel 1962, Stan Lee e Jack Kirby crearono Bruce Banner e il suo alter-ego, l’incredibile Hulk. Influenzati dal classico della letteratura “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde”, i due leggendari artisti del fumetto generarono un personaggio afflitto da una “schizofrenia” sovrannaturale, un dualismo estremo manifestato mediante una mutazione fisica. Nelle prime narrazioni grafiche, Bruce si trasformava in Hulk solamente di notte, similmente allo spietato Mr. Hyde, che terrorizzava una Londra vittoriana addormentata ed impotente al cospetto di una furia cieca tarchiata e sadica.

Le scorie del romanzo gotico scritto da Robert Louis Stevenson in Hulk sono evidenti. Bruce ricalca l’immagine dello scienziato assetato che, per abbeverarsi alla sorgente della conoscenza, incorre in un grave incidente che cambierà per sempre la sua vita. Hulk, come Hyde, rappresenta la parte remota, incontrollata, violenta, occulta e repressa del ricercatore. Tuttavia, il gigante del fumetto prende le distanze dalla distolta controparte letteraria di cui Stevenson ha narrato il vissuto, poiché Hulk non mostra alcuna cattiveria né l’intenzione di compiere azioni malvagie. Hulk è una risposta emotiva, la personificazione di una collera indocile, battagliera, di certo vendicativa ma mai torbida e crudele. Hulk non possiede la freddezza calcolata, ragionata, omicida del Signor Hyde, esso è una manifestazione emotiva, la perentoria insorgenza di un sentimento, l’imponente rivelazione di un desiderio di libertà. Bruce Banner e Hulk sono un doppio ma, al contempo, un’entità unica.

Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera” – Poesia di Curt Siodmak.

Nei primi bozzetti, Hulk aveva la pelle grigia, una sfumatura d’epidermide “opaca”, un color “ferrigno” che formava un miscuglio di luce e oscurità, come se il personaggio dovesse incarnare il bene e il male, entrambi confluenti in una personalità incontrollata, in un tormentato conflitto. Il colore cinereo del “primo” Hulk doveva dare l’impressione di una nuvola plumbea che evocasse l’idea di un fato irresoluto, altalenante tra chiarore e tenebre. Proprio il cinema in bianco e nero, col lungometraggio della Universal “L’uomo lupo”, raccontò la storia di un uomo dannato, raggiunto dal morso di un licantropo e costretto a tramutarsi a sua volta. L’opera del 1941 rivisitò il mito del lupo mannaro. Un uomo affetto da licantropia è condannato, durante le notti di luna piena, a tramutarsi in un famelico lupo e rimanere tale sino al sorgere delle prime luci dell’alba. Secondo la tradizione, durante la trasformazione, l’essenza umana svanisce, il malcapitato non ha più il controllo sul proprio agire, il corpo si deforma, assumendo un aspetto raccapricciante. Emerge tutta la sua ferocia. Al risveglio, l’essere affetto da una tale alterazione morfologica non ricorda nulla di ciò che è avvenuto; vi è quindi un’astrusa linea di demarcazione che separa l’uomo dall’animale. Entrambi coesistono in un corpo divergente, e nessuno dei due ha il controllo sull’altro.

Anche nella concezione della dualità tra Bruce e Hulk si scelse di seguire questa prassi consolidata. Lo scienziato, infatti, quando diviene il colosso, perde ogni padronanza delle proprie azioni e, soprattutto, non rammenta nulla se non sensazioni dissolte, immagini sfocate e nebbiose rimembranze. Similmente al lupo mannaro, che appare quando le luci argentate della luna piena scintillano nel cielo, Hulk, nei primi numeri, compariva soltanto a notte fonda, come se il buio dovesse garantire il proliferare di quella entità misteriosa. Bruce cadeva preda di un “sonno agitato” e, col favore dell’oscurità, Hulk si destava dal torpore, vivendo ad occhi aperti un sogno di rabbia, di potere, di fuga da ogni restrizione.

Per motivi tipografici, Stan Lee fu costretto a modificare il colore del personaggio, che da grigio assunse il suo iconico color verde. Il verde è un colore evocativo e, solitamente, viene utilizzato per indicare uno stato d’animo, un’emozione, un sentimento. Chi è perennemente in bolletta afferma d’essere “al verde”, al contrario, chi è sospinto da un’animosa fiducia è verde di speranza. Ancora, chi è furente è verde di rabbia, chi è geloso verde d’invidia. Sono pochi, però, i personaggi di fantasia ad avere la pelle chiazzata con un verde smeraldo. Ne “Il mago di Oz”, la perfida strega dell’Ovest viene descritta avente la cute color dell’erba. Il derma della megera esprime la sua invidia, come se tale colorazione sia una reazione alla malignità rimasta per troppo tempo eclissata tra i meandri oscuri della sua anima.

In Hulk, invece, il verde è un’allegoria visiva dell’ira, nonché un effetto conseguenziale dell’esposizione ai raggi gamma patita da Bruce. Il Golia verde è un’essenza dormiente, che se ne sta silente nell’animo dello scienziato, in attesa di svegliarsi con un impeto irrefrenabile. Banner convive costantemente con il terrore di perdere il controllo di sé. Per sfuggire ai militari che gli danno la caccia, guidati dall’implacabile Tenente Ross, cosciente della doppia identità di Banner, Bruce è costretto a vivere come un esule, nascondendosi nelle zone più recondite del pianeta.

Sovente, una rabbia eccessiva e subitanea innesca la trasformazione. Tuttavia, anche uno stress elevato, un dolore acuto e un forte stato di paura possono provocare l’avvento di Hulk. Il primo segno percepibile della trasmutazione è testimoniato dagli occhi dello scienziato, i quali si “accendono”, assumendo la gradazione del verde. Segue un lancinante dolore interno che costringe Bruce a contorcersi, in preda ad atroci spasmi. In maniera progressiva, il fisico dello scienziato diventa incredibilmente imponente e maestoso. In pochi istanti, l’enorme essere prende consistenza e comincia a dar sfogo alla propria frustrazione, distruggendo e abbattendo tutti coloro che gli hanno mosso violenza. La possanza di Hulk sdrucisce i vestiti indossati, che lo limitano nei movimenti coprendosi solamente di brandelli di stoffa rimasti. Le sue sono grida di liberazione, gesti compiuti con veemenza, comportamenti che non conoscono né accettano giurisdizione. Nulla può contenere o “ingabbiare” l’energia del Golia verde, che cresce esponenzialmente alla sua rabbia. Hulk è dotato di una forza erculea, pressoché infinita.

Nel suo strapparsi di dosso ogni abito, Hulk regredisce ad uno stato d’esistenza primordiale, in cui non vi sono più regole, usi e costumi a reprimere i desideri di evasione di un essere che anela ad una placida armonia e ad una libertà senza confini. E’ il paradosso di Hulk: esso è un essere dalla furibonda natura, ciononostante ricerca, invero, solamente la pace per se stesso e per la sua amata sposa, Betty, l’unica che riesca a quietare il suo rancore da “titano”. Hulk è stanco d’essere cacciato come una preda, ed è altresì sfinito dal vivere come un anacoreta. Esso, come Bruce, agogna una vita serena che non potrà mai ottenere, ed è proprio questo ciò che più gli provoca rabbia.

Ma Bruce ed Hulk sono due “organismi” differenti? Sono forse accomunati dalla medesima sfera inconscia? Ogni qual volta Bruce è messo alle strette, o sta per soccombere, l’ansia e la sofferenza attivano la metamorfosi. Hulk è un riflesso involontario, un istintivo “contraccolpo” forgiato da una voglia di salvezza e di rivalsa. Se Bruce viene colpito a morte, Hulk giunge, automaticamente, in suo soccorso.

"Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Perché non è solamente la rabbia ad animare il gigante. Perché ugualmente il dolore, emanato da una ferita mortale, può innescare l’avvento dell’eroe dalla corporatura ciclopica. Nella conversione da Bruce ad Hulk, l’uomo trova la propria salvezza, il Golia la propria vendetta. La reazione istintiva che avvia il “cambiamento” può essere paragonata ad uno spontaneo atto di sopravvivenza. Hulk non rappresenterebbe, quindi, la seconda personalità di una dualità schizofrenica, quanto una risposta istintiva al pericolo, alla morte, che permette ad “entrambi” di sopravvivere. Hulk è a tutti gli effetti Bruce Banner, l’incarnazione della sua natura più intima pronta ad esplodere. Esso non è un mostro che alberga nell’anima, deciso a prendere  possesso di un corpo come un demone, bensì è lo stesso Bruce, privato però della sua lucida coscienza. Ecco perché non è soltanto la furia a dare inizio al processo di mutazione ma anche il dolore, il patimento che congiunge l’uomo alla bestia, entrambi desiderosi di difendersi e di non soffrire più.

Parrebbe dunque non esistere una vera dualità tra Bruce ed Hulk.  Dello stesso avviso era il regista Ang Lee, quando diresse la sua personalissima, articolata, sensibile, profondamente umana e bella trasposizione del supereroe nell’omonimo film del 2003. Nella storia rielaborata per la prima pellicola sull’eroe Marvel, Hulk è una parte ignota dell’animo di Bruce, creata dal padre, durante alcuni esperimenti. Nel lontano 1966, David Banner lavorava ad un progetto del governo degli Stati Uniti volto a rafforzare le reazioni biologiche umane.

David sintetizza un composto chimico e decide di sperimentarlo su di sé, modificando il proprio corredo genetico. Poco dopo questi eventi sua moglie rimane incinta e mette al mondo un grazioso bambino di nome Bruce. David si rende ben presto conto che il figlioletto manifesta episodi di trasmissione genetica. Specialmente quando il piccolo è irritato e piange, le sue esili gambette assumono una tonalità di verde. Orripilato da quanto ha commesso, condannando il proprio figlio ad una esistenza scellerata, David cerca un modo per salvarlo. Un giorno, però, immaginando le conseguenze a cui andrà incontro il bimbo crescendo, David impazzisce e tenta di ucciderlo come atto “misericordioso”, guidato da una lucida follia. La madre di Bruce, disperata, si frappone fra il marito ed il piccino, e viene trafitta, inavvertitamente, da David. Bruce verrà così dato in affidamento e perderà le tracce del suo vero padre per i successivi trent’anni.  Il tema della “trasformazione” nel film comincia ad essere trattato proprio nei riguardi della figura del genitore che, da uomo di scienza, cambierà in un clandestino braccato dalla legge, insano e cattivo.

L'Hulk degli Avengers

 

Nel lungometraggio, Hulk è, pertanto, “un’eredità”, che se ne restava sepolta nell’intimità di Bruce, finché un giorno, i raggi gamma, la portarono alla luce. Tale rivisitazione sembrerebbe spiegare perché Hulk si esprima con un vocabolario scarno, elementare, e abbia un’intelligenza infantile. Esso non è che una reminiscenza, un ricordo della fanciullezza di Bruce, poiché è in quel periodo che esso si è sviluppato nell’interiorità del protagonista. Hulk conserva, pertanto, la mente di un bambino, il vocabolario di un infante, e parla di se stesso in terza persona perché è, in parte, una manifestazione della puerizia angosciata dell’uomo, oramai divenuto adulto. Il dramma vissuto in passato e la disperazione di un trascorso che riecheggia come un incubo, rendono Hulk virulento, iracondo, tremendamente arcigno.

Il Golia Verde e Betty nel film "L'incredibile Hulk"

 

Betty Ross, la donna amata sia dall’uomo che dalla bestia, è la sola a rasserenare l’animo crucciato ed angariato dell’incredibile Hulk. Nel vedere i capelli della donna, nell’incrociare i suoi occhi buoni e tanto comprensivi, e nel lasciarsi accarezzare dalla sua mano affettuosa e delicata, Hulk ritrova la pace, quieta il suo spirito agitato e decide di concedersi qualche istante di riposo, di sedersi accanto a lei, e contemplare la bellezza del suo volto roseo e disteso.

Betty è la moglie di Bruce, l’eterno amore della sua vita. Hulk la riconosce sempre e, ogniqualvolta ne scorge la presenza, in lui riaffiorano sentimenti forti ed inalterati. Ancor più della voglia di sopravvivere, ancor più della rabbia e del dolore, è l’amore ciò che accomuna Bruce e Hulk.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mr. Freeze e Nora" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Libera e personale composizione sul personaggio di Mr. Freeze, uno dei massimi antagonisti di Batman)

  • Chiamatemi Victor!

Durante una fredda serata invernale, un uomo, di cui vorrei narrare il vissuto, se ne stava immobile nella foresta, tra le fronde degli alberi che avevano perduto il lor colore verde. In quello strano luogo, regnava un tacito buio, non vi era alcun suono della natura a ravvivare il silenzio, nessun raggio di luce a rischiarare l’oscurità. La fauna aveva trovato riparo dal vento pungente tra le piccole tane, sui rami, persino tra le fessure scavate nei tronchi; la flora, invece, ne aveva assorbito i nefasti effetti. Le chiome degli alberi avevano lasciato cadere le foglie ingiallite, avvizzite nel procedere dell’autunno e ora avvolte da una coltre di neve. Tutto era divenuto silente, il bosco appariva esanime ma pur sempre vivo. Chiuso in se stesso, smarrito tra i sentieri dell’intima coscienza e rinchiuso in un guscio di metallo che lo isolava dall’esterno, costui osò lasciarsi andare a dei pensieri esuli, liberi, fuggenti. Furono tante le riflessioni che gli sovvennero di lì a breve. Aveva spesso la mente in tempesta, un turbinio dentro un fortunale. In lui si sovrapponevano in sequenza decine e decine di rimembranze che assumevano le forme di minuscoli fiocchi di neve venuti giù dal cielo con copiosa insistenza. Quella sera si era soffermato a ragionare sullo scorrere delle stagioni, su quanto l’inverno potesse destare l’essenza segreta della vita, ma soprattutto…sul proprio passato.

Tanto tempo fa, un dì lontano lontano, viveva un uomo, ad oggi, dimenticato. Aveva il volto candido come la coltre bianca, i capelli corvini, arruffati in un folto ciuffo a mo’ di cespuglio, e gli occhi cerulei, vispi e agitati come un mare in tempesta. Sulle gote e attorno al mento non si intravedeva   neppure un accenno di peluria. Sul naso portava un paio di ingombranti occhiali con spesse lenti. Era imponente, così alto da esser costretto a restare curvo e col capo chino verso chi, dal basso, gli rivolgeva parola. L’uomo di cui desidero narrare il passato era un uomo di scienza, e si chiamava Victor. Non diede mai un certo valore al suo nome, per lui era poco più che un sostantivo.

C’è un che di magico attorno ad un nome. I nomi sono un insieme di lettere atte ad identificare una persona, un oggetto, un’entità. Cosa sarebbe il mondo senza i nomi? Probabilmente, un luogo privo d’identità chiare e ben distinte. I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.

Victor non si era mai soffermato a pensare al proprio nome e a quanto esso riuscisse a celare più di quanto potesse far intendere. Sin da bambino, egli era un assiduo lettore. Trascorreva le giornate rinchiuso nella biblioteca di famiglia a leggere quanti più libri poteva. Victor aveva un appetito insaziabile e, anno dopo anno, ingurgitava nozioni di scienza, chimica, anatomia e medicina. Anche la letteratura di fantascienza gli scaldava il cuore, soprattutto quella relativa ai racconti in cui taluni personaggi di fantasia riuscivano ad ingannare la morte con il prodigio della loro mente. Il protagonista di un vecchio romanzo inglese, scritto da Mary Shelley, condivideva con Victor lo stesso nome. Non se ne accorse per numerosi lustri, ma Victor Fries aveva in comune molto di più della semplice appartenenza nominale con Victor Frankenstein, personaggio cardine dell’omonimo capolavoro letterario. Quel nome che li accomunava, quel “Victor”, presagiva l’esiziale aspirazione di una scoperta funesta che entrambi ebbero relativa alla vita e alla morte, seppur con le dovute diversità.

Al dottor Frankenstein interessava soltanto la vita umana: la sua distruzione e la sua creazione.”

La manipolazione della nascita, la resurrezione, la creazione di un’esistenza originaria, inusitata, erano i fondamenti che ossessionavano l’insana ricerca di questo arcaico scienziato. Frankenstein agognava di creare una vita diversa, difforme. Scovò così nella mostruosità la nuova normalità. Victor Fries, invece, si interrogava sulla longevità dell’esistenza e sull’inevitabile dipartita di un essere vivente, e non riusciva a capacitarsene. Aveva appreso quante più competenze di medicina poté, eppure, faticava a comprendere come l’uomo riuscisse ad accettare la morte. Fu proprio in quegli anni che egli si appassionò, con sempre maggiore trasporto, alla stasi criogenica. Fries condusse i suoi primi esperimenti su alcune bestiole malate, tentando di arrestare la loro sofferenza, di evitare ciò che per loro era oramai inevitabile. Il freddo, per lui, divenne il mezzo per tentare di arginare la triste mietitrice, di combatterla e, un giorno, sconfiggerla definitivamente. Erano, però, ricerche insolite, sinistre, per un ragazzo. Quando Victor fu scoperto, venne allontanato dai suoi famigliari, intimoriti da una genialità così difficile da addomesticare. Fu spedito in collegio, e poi proseguì i suoi studi di criogenia in solitudine.

Victor Frankenstein voleva plasmare una “sostanza” distorta, partorire una creatura inconsueta, rivoluzionaria, finì, invece, per concepire un mostro violento, subnormale, primitivo: la regressione della sua ricerca. Al contrario, Victor Fries voleva far sì che la vita non smettesse di protrarsi, e che il filo teso di un’esistenza mortale continuasse ad essere filato da Cloto e Lachesi, e che non potesse essere più reciso, neppure dalla vecchia dall’inquieto nome, Atropo.

  • Caldi ricordi

Diversi anni dopo, Fries trovò lavoro presso la GothCorp come biologo molecolare esperto in criogenia. Un mezzodì di fine ottobre, Victor stava passeggiando tra i quartieri affollati di Gotham Plaza. Svoltò verso la strada che dava sul mare, desideroso di raggiungere la baita più vicina. Di lì a poco, notò una donna seduta da sola su una panchina e rivolta verso il tramonto. Aveva lunghi capelli biondo platino che le destavano un viso rosato, accentuato da due guance purpuree, occhi blu come un cielo senza nuvole e profondi come un pozzo colmo di segreti e un lungo vestito azzurro lievemente mosso dal vento. Intorno al collo, portava un ciondolo d’argento con un ricamo circolare simile a un batuffolo di neve. Quando la vide, Victor si sentì toccato da una brezza leggera, carezzevole, mite come un soffio delicato sulla pelle. Non poté mai dimenticare il primo incontro con Nora, la sua futura sposa, il momento più caldo del suo remoto trascorso. Era bella come una fioritura di marzo, tanto raggiante da somigliare ad una stella del mattino, così delicata come un bucaneve sbocciato a fine inverno. Victor le si avvicinò con timore d’esser ignorato, ma lei gli rivolse attenzione con un sorriso timido e gioviale. Molti mesi dopo, la prese in moglie e vissero insieme felici.

Arrivò poi la malattia, infausta e terribile come un’improvvisa tormenta. Era accaduto tutto così rapidamente, Nora si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Si accingeva a morire, afflitta da un male interno che la stava divorando. Victor non riusciva a darsi pace. Non gli interessava più dormire, neppure mangiare. Tutte le sue energie erano impiegate a trovare una cura, ma il tempo, inclemente, non avrebbe concesso alcuna possibilità.

Avete mai visto un fiore? Una cosa così bella, così piena di vita, appassire poco a poco e marcire.  Nora aveva una dolcezza incomparabile, era talmente graziosa d’esser divenuta, agli occhi del marito, un fiore raro, unico, splendido, deciduo, che nasce una sola volta e che muore troppo in fretta. Nora si era tramutata in un fiore di cactus, il fiore più bello di tutti, che sboccia una volta l’anno e scompare ventiquattro ore dopo. Ella stava svanendo, la meraviglia della sua vitalità si stava affievolendo, la sua pelle rossastra stava diventando cerea, il tocco della sua mano stava sperdendo ogni forza, era esangue e la sua espressività mortifera. Una sera, vedendolo stremato dalla fatica, Nora gli sussurrò con voce fioca che dovevano arrendersi, e godersi insieme quel poco che potevano ancora. Ma Victor non poteva accettare un tale destino, non poteva perderla, né ora né mai! Decise così di utilizzare le sue conoscenze per conservarla criogenicamente, fin quando non avesse trovato una terapia adeguata. Raccolse il fucile congelante, il fiore all’occhiello del proprio lavoro, una sua invenzione che riusciva a solidificare e raggelare istantaneamente ogni cosa colpita dal suo raggio. Quando guardò per l’ultima volta Nora muoversi, pianse, pigiò il pulsante e la colpì.

Custodì poi il corpo congelato in una teca, che avrebbe contemplato giorno e notte, in attesa di risvegliarla per essere guarita. Nora restò per sempre il ricordo più fervido che Victor mantenne nelle proprie gelide memorie. Quella bara di ghiaccio contenente il corpo e l’anima del suo amore fu l’ultima cosa che egli vide prima dell’incidente. Nel suo laboratorio, una notte fredda, un fascio di luce lo avvolse, e un’onda criogena lo avviluppò. Cadde in una pozza d’acqua ghiacciata, ricoperto da sostanze chimiche che gli penetrarono nei tessuti, mutandogli il metabolismo. Quando emerse, aveva perduto i capelli, l’epidermide era livida, ed appariva gelido come la morte. Avvertì prima un torpore, poi un formicolio, e infine una fitta lancinante. Il freddo che generava il suo respiro riuscì ad attenuare la sofferenza fisica, mai quella dell’anima.

Analogamente alla propria adorata consorte, Victor patì il freddo, e rimase prigioniero di uno scrigno di ghiaccio. Perduta la sua sposa, sospesa tra uno speranzoso risveglio e il sempiterno dormire, egli abbracciò un imperituro inverno. Victor emanava frigidità al sol tocco, ogni cosa che la sua mano lambiva veniva investita da un gelo artico e moriva. Persino lui fu sul punto di soccombere. Non poteva sfuggire al freddo, non poteva scampare alla sua presa. Costruì, dunque, una tuta ermetica che gli permettesse di mantenere il proprio corpo al di sotto dello 0, con un elmo in vetro che lo mantenesse separato dall'ambiente esterno. Celò i suoi occhi dietro un paio di occhiali neri come pece da cui scintillavano due luci rosse come rubini incastonati su di un volto imperscrutabile. Quel giorno Victor morì, non restò che nulla del suo credo, se non la volontà inalterabile di salvare la propria sposa. Mr. Freeze aveva visto la luce. Ero nato!

  • Cuore di ghiaccio

Il “freddo” svela solo una parte dei suoi molteplici misteri, quella più superficiale, come se fosse una montagna di ghiaccio sorta nell’oceano e che procede alla deriva, trasportata dalle correnti. In molti, coloro che intravedono solo l’apparenza di un “iceberg”, credono che esser “freddi” significhi esser vacui, privi di affetti, malvagi. Io non lo sono… Non lo sono mai stato! Vivere in un progressivo e inalterato inverno vuol dire esser consci del dolore. Il gelo concilia la riflessione, l’inverno la vicinanza.

L’autunno traghetta la natura come un nocchiero, sino alle sponde di un ciclo caduco. Il terreno, cosparso di foglie rattrappite, è il preludio all’avvento del gelo, della stagione più temprante di tutte. D’inverno non nasce la vita, i fiori non fioriscono, i semi non germogliano, le colture scarseggiano. L’ultima stagione dell’anno porta con sé il fardello d’esser mesta, algida, stanca. L’inverno è un sentimento languido ed accorato, non ha la rifulgenza della primavera, la sfavillante letizia dell’estate, la fioca malinconia dell’autunno - ne sono consapevole. Ciononostante, esso è rinvigorente. E’ il suo incanto, la sua immutata magia. Osservare un paesaggio innevato, restando nel tepore della propria casa, vicino ad un caminetto acceso, con la persona più cara, è quanto di più significativo si possa provare. Il freddo ha il potere di conferire intimità agli istanti, arrestare il progredire del tempo, di rendere una cosa bella perpetuamente tale, di cristallizzare una scena, d’arrestare lo svolgersi di un momento fintanto da renderlo indelebile. E’ pur vero che l’inverno non è primavera, non possiede, tra le proprie corde vocali, il canto soave di una madre natura che attua la fioritura attraverso una nenia di rinascita, il pianto di un’esistenza appena nata. Il freddo non genera la vita, ma riesce a conservare, a proteggere, a mantenere intatta la spiritualità di uno corpo fiacco, piegato dalla malattia. Il freddo è quanto di più lontano e, al contempo, più vicino alla vita e alla sopravvivenza ci possa essere.

Niente resiste al freddo più acuto, eppure, io vivo insieme ad esso, in un abbraccio indivisibile, in una coesistenza all’unisono. Chiamatemi Mr. Freeze, quello che Victor era, io non lo sono più. Imprigionato in questa armatura di ghiaccio, ho ottenuto l’immortalità, ciò che ho inseguito nei miei studi. Non ho mai compreso perché l’uomo accettasse, in maniera così rassegnata, il proprio corso, e perché la morte avesse, infine, sempre ragione sull’esito dei mortali. Come può un uomo che ha perduto l’amore, continuare a vagare in solitudine su questa Terra, in quel dedalo infido e ingannatore che è il mondo esterno? Come si può genuflettere il capo ad un fato tanto crudele? Perché tutti continuano a piangere i propri morti senza impiegare ogni sforzo per annientare la morte? Io non potrei mai assecondare l’addio della mia diletta. Il mio freddo immobilizza, dona l’eterna giovinezza, allontana la vecchiaia, interrompe ogni decadimento, anestetizza il dolore corporale ed infonde una durevole presenza. Nulla germoglia al freddo ma tutto può essere alleviato con esso. Una vita umana fluisce troppo in fretta. L’istante andato, l’attimo smarrito, il momento perduto, tutti loro svaniscono via come neve disciolta al sole, e possono essere conservati da intangibili ricordi. In fondo, cos’è un ricordo se non un refolo freddo, che fissa un periodo e lo immortala nel sovvenire della mente. Nora è ancora, e sempre sarà, il mio ricordo più caro, il solo che riesca a riscaldare e a scandire i battiti del mio cuore di ghiaccio. Il freddo, come una rievocazione, può eternare il passato più lieto. Ma io non voglio che la mia Nora, la mia sola primavera, resti un elusivo riecheggiamento.

"Mr. Freeze" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Intrappolato in questa mia tuta criogenica, non posso sentire il vento sfiorarmi il viso, non riesco a toccare la mano di chi amo. Il freddo è stata l’unica salvezza per la mia amata, ma è stata altresì la mia più grande condanna. Sono scese le tenebre. Questo bosco e quella luna, alta nel firmamento e sottile come un filato d’argento, non hanno più nulla da suggerirmi coi loro lamenti laconici. E’ il momento di tornare dentro, nel mio rifugio più tetro. Mi inginocchio dinanzi alla teca di vetro in cui dorme Nora. Quando la guardo riposare nella sua cripta come una principessa di ghiaccio, le poche lacrime che riesco a versare raggiungono a stento le gote e si dissolvono nell’aria. E’ questa la nostra caverna, il luogo dove tormenti e paure restano fuori, lontano; qui, all’interno, rimane solo la leggiadria di un sogno. Troverò il modo di curarti, amore mio. Te lo giuro!

Lei è sempre giovane e bella, sogna, librandosi in un volo senza fine, e non ha alcun affanno sul viso. Tengo in mano un carillon, con una ballerina che danza, con indosso un abito azzurro, raggiunta da una nevicata incessante. E’ lei! E’ Nora come sarà un giorno, dolce e nuovamente forte quando tornerà a vivere. Attivo il meccanismo della scatola musicale, mentre fuori comincia a fioccare la neve, la calda carezza del nostro algente inverno; le domando se vuole ascoltare la nostra canzone. Mi risponde di sì.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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