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"Babbo Natale" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molti secoli or sono, esisteva un uomo che era solito percorrere, in lungo e in largo, l’antica Grecia. Tespi, era questo il suo nome, vagava per l’Attica a bordo di un cocchio trainato da una coppia di cavalli. Il suo era un viaggio che compendiava innumerevoli tappe, tuttavia non prevedeva una meta finale. Tale viandante, raggiunta una città e radunata una folla di curiosi, ergeva sul suo carro un palco su cui esibirsi; Tespi diveniva un attore, e quel suo mezzo di trasporto, “simile” alla biga di un valoroso soldato, un teatro. “Calcando” quel suo esiguo palcoscenico, Tespi faceva germogliare la creatività teatrale, diffondeva la bellezza della scrittura, il fascino dell’interpretazione, la meraviglia dell’immaginato. Il carro di Tespi veicolava l’incanto della recitazione, effondeva lo stupore della tragedia, promanava l’intrinseca magia dell’arte, un qualcosa di prezioso da erogare alle persone che abitavano le terre elleniche. Quel carro non era un comune mezzo per spostarsi, quanto una “slitta” da cui venivano generate amenità da donare al prossimo.

Il carro di Tespi

 

Nella Grecia di un tempo, proprio negli anni in cui questo “nomade del teatro” svolgeva la sua attività, viveva, su nell’Olimpo, una divinità che, tutto il giorno, errava nel cielo. Apollo, dio del sole e di tutte le arti, guidava una quadriga, tirata da quattro cavalli bianchi che soffiavano lingue di fuoco dalle narici. In cima a quella quadriga giaceva, splendente, il sole. Il figlio di Zeus dirigeva il suo carro alato nel firmamento, sancendo la venuta dell’alba e la discesa del crepuscolo. Come narrava il culto di Elio, la dea Aurora si destava prima che il sole sorgesse, e al calar della sera, sua sorella Selene avvolgeva la volta celeste con un buio preponderante; Selene faceva poi brillare la tavola azzurra con l’intensità delle stelle accese. Apollo, in “sella” al suo cocchio, illuminava le giornate dei mortali, donando agli stessi il calore e la gioia di una luce divina. Anche il carro di Apollo potremmo oggi paragonarlo ad una sorta di “slitta” volante, la quale elargiva un regalo d’importanza vitale. “Offrire” ai bisognosi doni inaspettati da un carro sembra essere un’usanza che affonda le proprie radici nell’arcaico.

Il mito è un racconto fantastico che, a sua volta, trae le proprie origini dalla leggenda; da quest’ultima si genera la tradizione e dalla tradizione fioriscono le memorie e le usanze di un popolo. Babbo Natale, il simbolo delle festività di fine anno, è un “elemento” del credo natalizio, ma è altresì una figura mitica, la personificazione di una leggenda. Babbo Natale è nato dal remoto, la sua storia ha assunto i caratteri del mito, la sua immagine è divenuta una “fede” popolare, il suo “culto” una tradizione. In lui, pertanto, confluiscono le tre componenti del racconto più arcano: epopea, narrazione antica e classicità folkloristica. Tutte le versioni della storia concordano nell’attribuire la vera “identità” di Babbo Natale a San Nicola, vescovo di Myra. Un’importante caratteristica religiosa è dunque riscontrabile nella genesi del personaggio. A tale peculiarità si abbina il suo potere soprannaturale, per certi versi divino. San Nicola, come le storie riportano, era capace di compiere miracoli, e proteggeva i poveri, gli indifesi, i disperati e i defraudati.

San Nicola, sovente, faceva doni ai bisognosi e agli infanti.  Tra i numerosi prodigi che compì in vita, si riporta l’avvenuta resurrezione di alcuni bambini assassinati. Da quel giorno, fu considerato il protettore dei bimbi. Con il passare dei secoli, l’iconografia del santo mutò ed incontrò i favori del folklore. Per tutti, San Nicola era il più caro amico dei bambini, aveva una barba candida come coltre innevata, una faccia paffuta e una giacca scarlatta. Le sue amiche erano le renne, animali “stregati” dalla sua dolcezza e “magici”, poiché riuscivano a sollevarsi da terra e a librare in aria così da trainare il “carro alato”. L’appellativo con cui San Nicola è oggi universalmente conosciuto ha un significato profondo. Babbo Natale è un papà per tutti i piccoli che confidano in lui. Compito, infatti, della figura del padre del Natale è quello di educare i bambini ad essere buoni durante tutto l’anno.

Babbo Natale vive al Polo Nord, insieme agli elfi, i suoi fedeli aiutanti che lo supportano nel fabbricare i giocattoli. Egli è un lettore zelante, ma non di libri e neppure di testi teatrali tanto cari a Tespi; Babbo Natale legge le lettere che i giovani gli inviano, le confessioni, colme di speranze, dei fanciulli. Babbo Natale non trasporta il sole con sé, agisce solamente con l’ausilio delle tenebre. La sera del 24 dicembre, quando l’unica luce ad illuminare la via è quella emanata della luna opalina che scintilla, tonda, nel cielo come una moneta argentea, Babbo Natale si materializza, interrompe il fluire dei barrocci del tempo, e attraversa, in una sola notte, il mondo intero per portare gioia a tutti i pargoletti. Babbo Natale semina felicità, speranza, letizia e una fatata beatitudine. Gli incantevoli doni elargiti dalla sua slitta ricordano, per valore, l’arte che poteva essere ricevuta nei pressi del carro di Tespi e la gloria dell’astro luminoso della quadriga di Apollo.

Seppur non esista, la sua sagoma panciuta, le sue guance rosate, il suo volto contornato da una barba bianca, soffice al sol tocco come se fosse fatta da batuffoli di neve, e i suoi capelli argentati simbolizzano il periodo più lieto e l’essenza stessa della stagione natalizia. Babbo Natale non esiste, è una menzogna, un’illusione, eppure egli perdura nelle decorazioni che abbelliscono le nostre case, nelle consuetudini festive, nelle costumanze del periodo. Babbo Natale non è reale, cionondimeno è presente, non è vero, tuttavia figurato nella nostra mente, non ha forma, ciononostante il suo aspetto è evocato dal nostro credo. Egli esiste nonostante non viva davvero, è visibile sebbene permanga nell’invisibilità. Babbo Natale staziona nel cuore dei piccini, non è che un sogno, una speranza, un’ebrezza ineffabile, un sentimento puro e un’emozione sincera. Crescendo, i bambini smettono di credere in lui perché comprendono che non c’è alcun vecchietto in grado di volteggiare nel cielo sconfinato. Eppure, Babbo Natale esiste realmente, ma in tutt’altre fattezze.

Babbo Natale può essere accostato ad una “maschera” indossata da persone sempre differenti. Nel lungometraggio della Walt Disney “Santa Clause”, Babbo Natale è un’idea, un concetto, una figurazione che passa di generazione in generazione. Quando Scott Calvin, la notte della vigilia, incontra l’anziano dal dolce sorriso che si accinge a scendere lungo il camino, non crede ai suoi occhi. Sbraita, per paura che sia un ladro, verso quel tipo bislacco vestito di rosso e questi cade inaspettatamente giù dal tetto e…Muore. Di lui non resta che il vestito, il suo corpo svanisce come se fosse stato una visione, una percezione, un’immaginazione. Scott Calvin subentra al suo predecessore, divenendo il nuovo Babbo Natale. E’ questa la particolarità di tale classico del cinema natalizio: l’aver rappresentato Babbo Natale come una maschera del teatro antico, un simbolo da indossare da attore in attore. Scott, dopo aver accidentalmente fatto scomparire il papà del Natale, è legato contrattualmente ad una clausola, un termine, quest’ultimo, che richiama proprio il nome di Santa Claus. Come mostrato nella suddetta pellicola, Babbo Natale è una “effige”, una figurazione, un “sigillo” che passerà di persona in persona così da durare per sempre. Il suo vestiario, che irradia il cielo come una cometa cremisi, alla stregua di quello di un supereroe, è una allegoria del bene.

Babbo Natale può considerarsi un pensiero affettuoso, nonché un’ispirazione incoraggiante. Egli alberga proprio laggiù, nella sfera intima del pensiero e del sentimento di ognuno di noi, precisamente tra l’intenzione e l’attuazione, tra la volontà e la messa in pratica. In un pensiero buono, riservato ad una persona amata, vive infatti Babbo Natale. In un gesto, in una carezza, in un abbraccio, nel compimento di un’azione altruistica trova ristoro, per l’appunto, San Nicola. Babbo Natale alloggia nella sfera affettiva, e diviene concreto nell’adempimento della bontà e della generosità. Egli è, conseguentemente, un fervore, un’influenza positiva dell’animo umano. La realtà è la seguente: Babbo Natale rappresenta il buono che c’è in ognuno di noi e che, agli ultimi scampoli dell’anno solare e al principio di un nuovo corso, trova il modo per palesarsi nell’agire prodigo di una persona.

E’ questa la spiegazione razionale circa l’esistenza di questo curioso essere. Cionondimeno, parlare di lui significa accantonare la ragionevolezza per viaggiare, a vele spiegate, con la fantasia. Babbo Natale fugge da una spiegazione sensata. Egli, come già detto, è tanto mito che leggenda, e custodisce tra le sue mani la gloria dei miracoli e la magia inspiegabile di un evento portentoso. Se la Befana ha i tratti somatici di una strega buona o, forse, di una fata travestita da vecchia dal misero aspetto, Babbo Natale può essere considerato uno stregone. Nelle mie fantasie, sovente, immagino che egli arrivò sulla Terra centinaia e centinaia di anni fa. Già allora portava la barba bianca, indossava i suoi abiti punicei, e vegliava sugli uomini col fare di un guardiano. Era il “sesto” stregone, colui che si smarrì nelle ere del mondo e che nessuno degli altri cinque nominò mai.

Che Babbo Natale sia un saggio Istari? Vale a dire un Maiar, nato dall’inchiostro immaginifico di J.R.R.Tolkien, rimasto a vigilare sulle epoche degli uomini? In questo caso, dal suo bastone scaturirebbero poteri di natura protettiva nei confronti dei bambini. Come gli Istari, egli indossa un abito con un colore caratterizzante, ha una fitta peluria che gli nasconde una parte delle sue espressioni facciali, ed è dotato di longevità e poteri magici. La letteratura fantasy di Tolkien racconta la storia di uno stregone grigio, di uno stregone bianco, caduto preda dell’oscurità, di uno stregone bruno e di due stregoni blu, dei quali, però, si persero le tracce.

Là, dove l’occhio umano non può scorgere, nel freddo e tra la neve, vive il sesto mago: uno stregone rosso. E’ ciò che, con un bel pizzico d’ironia, la mia immaginazione vuol suggerirmi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Inchiostro e calamaio - Il dissolversi della Befana" cliccando qui.

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"Bruce Banner ed Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quella di Stan Lee era una faccia inconfondibile. Aveva due occhi vispi, “svegli”, portati a notare ogni dettaglio, capelli argentei e qualche ruga marcata a contornargli il viso. Sotto quei suoi baffi folti, si stagliava, sino alle guance, un sorriso beato, espressione di una felicità soave, alimentata dall’amore per la creatività che animava il suo cuore.

Che sagoma che era la sua! Una silhouette esile, slanciata, che suggeriva una certa agilità, o per meglio intendere, una leggiadria. Possedeva un’allegrezza contagiosa, quella peculiare letizia che riesce ad annientare la gravità, e conferire ad un corpo scioltezza nei movimenti, tenuità. Lo spirito di Stan era quasi etereo, lieve, leggero quanto una piuma sollevata dal vento. Egli pareva librarsi da terra, e volteggiare nel cielo, spensierato e compiaciuto delle sue creazioni, tanto amate dai lettori, i suoi fedeli “credenti”. Come un celebre personaggio di “Mary Poppins” che se ne stava sereno e gaio nella sua dimora a prendere il thè, sospeso in aria, tanto felice da invitare tutti coloro che andavano a trovarlo a scrollarsi di dosso ogni affanno e tornare a sorridere di cuore, così Stan, con i suoi lavori, dava l’idea di voler invitare i suoi devoti ammiratori a spiccare il volo, sospinti dalla fantasia più accattivante.

Stan era un moderno Alfred Hitchcock. Non fraintendete le mie parole, di sicuro non era certo un maestro della regia come il grande cineasta britannico, ma con quest’ultimo condivideva la “passione per i cameo”. Stan compariva d’improvviso in tutte le opere filmiche dell’universo Marvel, con una veste sempre differente. Voleva donare ai propri “figli” di carta, i supereroi trasposti sullo schermo, la vicinanza e l’affetto di un padre che, camaleonticamente, indossa divise multiformi per “nascondersi” e restare accanto ai suoi “eredi”, come una sorta di “Mrs. Doubtfire” dai prominenti mustacchi. Stan appariva d’un tratto, e quella sua espressività gioviale, di volta in volta, veniva adattata alle esigenze più disparate dagli sceneggiatori. Era questa la sua firma, il suo marchio indelebile.

"Stan Lee" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Stan ci ha lasciato da pochi giorni, dopo aver vissuto una vita intensa, splendida, nel corso della quale è riuscito a conquistare l’immortalità artistica. La sua fantasia era infinita come un universo profondo profondo. Tanti sono stati i personaggi concepiti dalla mente di questo straordinario creatore. Dallo “sposalizio” con altrettanti artisti, Lee ha “partorito” supereroi iconici, tutti connotati da sfumature psicologiche distinte ed intricanti. Era un uomo così giulivo, allegro, dall’animo festante, eppure, nei suoi “racconti”, non volle mai ridurre la storia di un protettore a una mera e sollazzevole avventura priva della benché minima riflessione. Egli diede spessore, dramma ad ogni suo personaggio, trattando i problemi quotidiani e infondendo lustro e vivezza ai dilemmi che ogni grande eroe si trova costretto ad affrontare. Ironia e profondità di idee sono state amalgamate alla perfezione nelle opere di Stan Lee, creando un affresco dai caratteri reali, esposto in bella mostra nel museo del fantastico.

Una delle creature immaginarie più importanti create da Stan combatté con le ardue difficoltà di un’esistenza “maledetta”. Nel 1962, Stan Lee e Jack Kirby crearono Bruce Banner e il suo alter-ego, l’incredibile Hulk. Influenzati dal classico della letteratura “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde”, i due leggendari artisti del fumetto generarono un personaggio afflitto da una “schizofrenia” sovrannaturale, un dualismo estremo manifestato mediante una mutazione fisica. Nelle prime narrazioni grafiche, Bruce si trasformava in Hulk solamente di notte, similmente allo spietato Mr. Hyde, che terrorizzava una Londra vittoriana addormentata ed impotente al cospetto di una furia cieca tarchiata e sadica.

Le scorie del romanzo gotico scritto da Robert Louis Stevenson in Hulk sono evidenti. Bruce ricalca l’immagine dello scienziato assetato che, per abbeverarsi alla sorgente della conoscenza, incorre in un grave incidente che cambierà per sempre la sua vita. Hulk, come Hyde, rappresenta la parte remota, incontrollata, violenta, occulta e repressa del ricercatore. Tuttavia, il gigante del fumetto prende le distanze dalla distolta controparte letteraria di cui Stevenson ha narrato il vissuto, poiché Hulk non mostra alcuna cattiveria né l’intenzione di compiere azioni malvagie. Hulk è una risposta emotiva, la personificazione di una collera indocile, battagliera, di certo vendicativa ma mai torbida e crudele. Hulk non possiede la freddezza calcolata, ragionata, omicida del Signor Hyde, esso è una manifestazione emotiva, la perentoria insorgenza di un sentimento, l’imponente rivelazione di un desiderio di libertà. Bruce Banner e Hulk sono un doppio ma, al contempo, un’entità unica.

Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera” – Poesia di Curt Siodmak.

Nei primi bozzetti, Hulk aveva la pelle grigia, una sfumatura d’epidermide “opaca”, un color “ferrigno” che formava un miscuglio di luce e oscurità, come se il personaggio dovesse incarnare il bene e il male, entrambi confluenti in una personalità incontrollata, in un tormentato conflitto. Il colore cinereo del “primo” Hulk doveva dare l’impressione di una nuvola plumbea che evocasse l’idea di un fato irresoluto, altalenante tra chiarore e tenebre. Proprio il cinema in bianco e nero, col lungometraggio della Universal “L’uomo lupo”, raccontò la storia di un uomo dannato, raggiunto dal morso di un licantropo e costretto a tramutarsi a sua volta. L’opera del 1941 rivisitò il mito del lupo mannaro. Un uomo affetto da licantropia è condannato, durante le notti di luna piena, a tramutarsi in un famelico lupo e rimanere tale sino al sorgere delle prime luci dell’alba. Secondo la tradizione, durante la trasformazione, l’essenza umana svanisce, il malcapitato non ha più il controllo sul proprio agire, il corpo si deforma, assumendo un aspetto raccapricciante. Emerge tutta la sua ferocia. Al risveglio, l’essere affetto da una tale alterazione morfologica non ricorda nulla di ciò che è avvenuto; vi è quindi un’astrusa linea di demarcazione che separa l’uomo dall’animale. Entrambi coesistono in un corpo divergente, e nessuno dei due ha il controllo sull’altro.

Anche nella concezione della dualità tra Bruce e Hulk si scelse di seguire questa prassi consolidata. Lo scienziato, infatti, quando diviene il colosso, perde ogni padronanza delle proprie azioni e, soprattutto, non rammenta nulla se non sensazioni dissolte, immagini sfocate e nebbiose rimembranze. Similmente al lupo mannaro, che appare quando le luci argentate della luna piena scintillano nel cielo, Hulk, nei primi numeri, compariva soltanto a notte fonda, come se il buio dovesse garantire il proliferare di quella entità misteriosa. Bruce cadeva preda di un “sonno agitato” e, col favore dell’oscurità, Hulk si destava dal torpore, vivendo ad occhi aperti un sogno di rabbia, di potere, di fuga da ogni restrizione.

Per motivi tipografici, Stan Lee fu costretto a modificare il colore del personaggio, che da grigio assunse il suo iconico color verde. Il verde è un colore evocativo e, solitamente, viene utilizzato per indicare uno stato d’animo, un’emozione, un sentimento. Chi è perennemente in bolletta afferma d’essere “al verde”, al contrario, chi è sospinto da un’animosa fiducia è verde di speranza. Ancora, chi è furente è verde di rabbia, chi è geloso verde d’invidia. Sono pochi, però, i personaggi di fantasia ad avere la pelle chiazzata con un verde smeraldo. Ne “Il mago di Oz”, la perfida strega dell’Ovest viene descritta avente la cute color dell’erba. Il derma della megera esprime la sua invidia, come se tale colorazione sia una reazione alla malignità rimasta per troppo tempo eclissata tra i meandri oscuri della sua anima.

In Hulk, invece, il verde è un’allegoria visiva dell’ira, nonché un effetto conseguenziale dell’esposizione ai raggi gamma patita da Bruce. Il Golia verde è un’essenza dormiente, che se ne sta silente nell’animo dello scienziato, in attesa di svegliarsi con un impeto irrefrenabile. Banner convive costantemente con il terrore di perdere il controllo di sé. Per sfuggire ai militari che gli danno la caccia, guidati dall’implacabile Tenente Ross, cosciente della doppia identità di Banner, Bruce è costretto a vivere come un esule, nascondendosi nelle zone più recondite del pianeta.

Sovente, una rabbia eccessiva e subitanea innesca la trasformazione. Tuttavia, anche uno stress elevato, un dolore acuto e un forte stato di paura possono provocare l’avvento di Hulk. Il primo segno percepibile della trasmutazione è testimoniato dagli occhi dello scienziato, i quali si “accendono”, assumendo la gradazione del verde. Segue un lancinante dolore interno che costringe Bruce a contorcersi, in preda ad atroci spasmi. In maniera progressiva, il fisico dello scienziato diventa incredibilmente imponente e maestoso. In pochi istanti, l’enorme essere prende consistenza e comincia a dar sfogo alla propria frustrazione, distruggendo e abbattendo tutti coloro che gli hanno mosso violenza. La possanza di Hulk sdrucisce i vestiti indossati, che lo limitano nei movimenti coprendosi solamente di brandelli di stoffa rimasti. Le sue sono grida di liberazione, gesti compiuti con veemenza, comportamenti che non conoscono né accettano giurisdizione. Nulla può contenere o “ingabbiare” l’energia del Golia verde, che cresce esponenzialmente alla sua rabbia. Hulk è dotato di una forza erculea, pressoché infinita.

Nel suo strapparsi di dosso ogni abito, Hulk regredisce ad uno stato d’esistenza primordiale, in cui non vi sono più regole, usi e costumi a reprimere i desideri di evasione di un essere che anela ad una placida armonia e ad una libertà senza confini. E’ il paradosso di Hulk: esso è un essere dalla furibonda natura, ciononostante ricerca, invero, solamente la pace per se stesso e per la sua amata sposa, Betty, l’unica che riesca a quietare il suo rancore da “titano”. Hulk è stanco d’essere cacciato come una preda, ed è altresì sfinito dal vivere come un anacoreta. Esso, come Bruce, agogna una vita serena che non potrà mai ottenere, ed è proprio questo ciò che più gli provoca rabbia.

Ma Bruce ed Hulk sono due “organismi” differenti? Sono forse accomunati dalla medesima sfera inconscia? Ogni qual volta Bruce è messo alle strette, o sta per soccombere, l’ansia e la sofferenza attivano la metamorfosi. Hulk è un riflesso involontario, un istintivo “contraccolpo” forgiato da una voglia di salvezza e di rivalsa. Se Bruce viene colpito a morte, Hulk giunge, automaticamente, in suo soccorso.

"Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Perché non è solamente la rabbia ad animare il gigante. Perché ugualmente il dolore, emanato da una ferita mortale, può innescare l’avvento dell’eroe dalla corporatura ciclopica. Nella conversione da Bruce ad Hulk, l’uomo trova la propria salvezza, il Golia la propria vendetta. La reazione istintiva che avvia il “cambiamento” può essere paragonata ad uno spontaneo atto di sopravvivenza. Hulk non rappresenterebbe, quindi, la seconda personalità di una dualità schizofrenica, quanto una risposta istintiva al pericolo, alla morte, che permette ad “entrambi” di sopravvivere. Hulk è a tutti gli effetti Bruce Banner, l’incarnazione della sua natura più intima pronta ad esplodere. Esso non è un mostro che alberga nell’anima, deciso a prendere  possesso di un corpo come un demone, bensì è lo stesso Bruce, privato però della sua lucida coscienza. Ecco perché non è soltanto la furia a dare inizio al processo di mutazione ma anche il dolore, il patimento che congiunge l’uomo alla bestia, entrambi desiderosi di difendersi e di non soffrire più.

Parrebbe dunque non esistere una vera dualità tra Bruce ed Hulk.  Dello stesso avviso era il regista Ang Lee, quando diresse la sua personalissima, articolata, sensibile, profondamente umana e bella trasposizione del supereroe nell’omonimo film del 2003. Nella storia rielaborata per la prima pellicola sull’eroe Marvel, Hulk è una parte ignota dell’animo di Bruce, creata dal padre, durante alcuni esperimenti. Nel lontano 1966, David Banner lavorava ad un progetto del governo degli Stati Uniti volto a rafforzare le reazioni biologiche umane.

David sintetizza un composto chimico e decide di sperimentarlo su di sé, modificando il proprio corredo genetico. Poco dopo questi eventi sua moglie rimane incinta e mette al mondo un grazioso bambino di nome Bruce. David si rende ben presto conto che il figlioletto manifesta episodi di trasmissione genetica. Specialmente quando il piccolo è irritato e piange, le sue esili gambette assumono una tonalità di verde. Orripilato da quanto ha commesso, condannando il proprio figlio ad una esistenza scellerata, David cerca un modo per salvarlo. Un giorno, però, immaginando le conseguenze a cui andrà incontro il bimbo crescendo, David impazzisce e tenta di ucciderlo come atto “misericordioso”, guidato da una lucida follia. La madre di Bruce, disperata, si frappone fra il marito ed il piccino, e viene trafitta, inavvertitamente, da David. Bruce verrà così dato in affidamento e perderà le tracce del suo vero padre per i successivi trent’anni.  Il tema della “trasformazione” nel film comincia ad essere trattato proprio nei riguardi della figura del genitore che, da uomo di scienza, cambierà in un clandestino braccato dalla legge, insano e cattivo.

L'Hulk degli Avengers

 

Nel lungometraggio, Hulk è, pertanto, “un’eredità”, che se ne restava sepolta nell’intimità di Bruce, finché un giorno, i raggi gamma, la portarono alla luce. Tale rivisitazione sembrerebbe spiegare perché Hulk si esprima con un vocabolario scarno, elementare, e abbia un’intelligenza infantile. Esso non è che una reminiscenza, un ricordo della fanciullezza di Bruce, poiché è in quel periodo che esso si è sviluppato nell’interiorità del protagonista. Hulk conserva, pertanto, la mente di un bambino, il vocabolario di un infante, e parla di se stesso in terza persona perché è, in parte, una manifestazione della puerizia angosciata dell’uomo, oramai divenuto adulto. Il dramma vissuto in passato e la disperazione di un trascorso che riecheggia come un incubo, rendono Hulk virulento, iracondo, tremendamente arcigno.

Il Golia Verde e Betty nel film "L'incredibile Hulk"

 

Betty Ross, la donna amata sia dall’uomo che dalla bestia, è la sola a rasserenare l’animo crucciato ed angariato dell’incredibile Hulk. Nel vedere i capelli della donna, nell’incrociare i suoi occhi buoni e tanto comprensivi, e nel lasciarsi accarezzare dalla sua mano affettuosa e delicata, Hulk ritrova la pace, quieta il suo spirito agitato e decide di concedersi qualche istante di riposo, di sedersi accanto a lei, e contemplare la bellezza del suo volto roseo e disteso.

Betty è la moglie di Bruce, l’eterno amore della sua vita. Hulk la riconosce sempre e, ogniqualvolta ne scorge la presenza, in lui riaffiorano sentimenti forti ed inalterati. Ancor più della voglia di sopravvivere, ancor più della rabbia e del dolore, è l’amore ciò che accomuna Bruce e Hulk.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mr. Freeze e Nora" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Libera e personale composizione sul personaggio di Mr. Freeze, uno dei massimi antagonisti di Batman)

  • Chiamatemi Victor!

Durante una fredda serata invernale, un uomo, di cui vorrei narrare il vissuto, se ne stava immobile nella foresta, tra le fronde degli alberi che avevano perduto il lor colore verde. In quello strano luogo, regnava un tacito buio, non vi era alcun suono della natura a ravvivare il silenzio, nessun raggio di luce a rischiarare l’oscurità. La fauna aveva trovato riparo dal vento pungente tra le piccole tane, sui rami, persino tra le fessure scavate nei tronchi; la flora, invece, ne aveva assorbito i nefasti effetti. Le chiome degli alberi avevano lasciato cadere le foglie ingiallite, avvizzite nel procedere dell’autunno e ora avvolte da una coltre di neve. Tutto era divenuto silente, il bosco appariva esanime ma pur sempre vivo. Chiuso in se stesso, smarrito tra i sentieri dell’intima coscienza e rinchiuso in un guscio di metallo che lo isolava dall’esterno, costui osò lasciarsi andare a dei pensieri esuli, liberi, fuggenti. Furono tante le riflessioni che gli sovvennero di lì a breve. Aveva spesso la mente in tempesta, un turbinio dentro un fortunale. In lui si sovrapponevano in sequenza decine e decine di rimembranze che assumevano le forme di minuscoli fiocchi di neve venuti giù dal cielo con copiosa insistenza. Quella sera si era soffermato a ragionare sullo scorrere delle stagioni, su quanto l’inverno potesse destare l’essenza segreta della vita, ma soprattutto…sul proprio passato.

Tanto tempo fa, un dì lontano lontano, viveva un uomo, ad oggi, dimenticato. Aveva il volto candido come la coltre bianca, i capelli corvini, arruffati in un folto ciuffo a mo’ di cespuglio, e gli occhi cerulei, vispi e agitati come un mare in tempesta. Sulle gote e attorno al mento non si intravedeva   neppure un accenno di peluria. Sul naso portava un paio di ingombranti occhiali con spesse lenti. Era imponente, così alto da esser costretto a restare curvo e col capo chino verso chi, dal basso, gli rivolgeva parola. L’uomo di cui desidero narrare il passato era un uomo di scienza, e si chiamava Victor. Non diede mai un certo valore al suo nome, per lui era poco più che un sostantivo.

C’è un che di magico attorno ad un nome. I nomi sono un insieme di lettere atte ad identificare una persona, un oggetto, un’entità. Cosa sarebbe il mondo senza i nomi? Probabilmente, un luogo privo d’identità chiare e ben distinte. I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.

Victor non si era mai soffermato a pensare al proprio nome e a quanto esso riuscisse a celare più di quanto potesse far intendere. Sin da bambino, egli era un assiduo lettore. Trascorreva le giornate rinchiuso nella biblioteca di famiglia a leggere quanti più libri poteva. Victor aveva un appetito insaziabile e, anno dopo anno, ingurgitava nozioni di scienza, chimica, anatomia e medicina. Anche la letteratura di fantascienza gli scaldava il cuore, soprattutto quella relativa ai racconti in cui taluni personaggi di fantasia riuscivano ad ingannare la morte con il prodigio della loro mente. Il protagonista di un vecchio romanzo inglese, scritto da Mary Shelley, condivideva con Victor lo stesso nome. Non se ne accorse per numerosi lustri, ma Victor Fries aveva in comune molto di più della semplice appartenenza nominale con Victor Frankenstein, personaggio cardine dell’omonimo capolavoro letterario. Quel nome che li accomunava, quel “Victor”, presagiva l’esiziale aspirazione di una scoperta funesta che entrambi ebbero relativa alla vita e alla morte, seppur con le dovute diversità.

Al dottor Frankenstein interessava soltanto la vita umana: la sua distruzione e la sua creazione.”

La manipolazione della nascita, la resurrezione, la creazione di un’esistenza originaria, inusitata, erano i fondamenti che ossessionavano l’insana ricerca di questo arcaico scienziato. Frankenstein agognava di creare una vita diversa, difforme. Scovò così nella mostruosità la nuova normalità. Victor Fries, invece, si interrogava sulla longevità dell’esistenza e sull’inevitabile dipartita di un essere vivente, e non riusciva a capacitarsene. Aveva appreso quante più competenze di medicina poté, eppure, faticava a comprendere come l’uomo riuscisse ad accettare la morte. Fu proprio in quegli anni che egli si appassionò, con sempre maggiore trasporto, alla stasi criogenica. Fries condusse i suoi primi esperimenti su alcune bestiole malate, tentando di arrestare la loro sofferenza, di evitare ciò che per loro era oramai inevitabile. Il freddo, per lui, divenne il mezzo per tentare di arginare la triste mietitrice, di combatterla e, un giorno, sconfiggerla definitivamente. Erano, però, ricerche insolite, sinistre, per un ragazzo. Quando Victor fu scoperto, venne allontanato dai suoi famigliari, intimoriti da una genialità così difficile da addomesticare. Fu spedito in collegio, e poi proseguì i suoi studi di criogenia in solitudine.

Victor Frankenstein voleva plasmare una “sostanza” distorta, partorire una creatura inconsueta, rivoluzionaria, finì, invece, per concepire un mostro violento, subnormale, primitivo: la regressione della sua ricerca. Al contrario, Victor Fries voleva far sì che la vita non smettesse di protrarsi, e che il filo teso di un’esistenza mortale continuasse ad essere filato da Cloto e Lachesi, e che non potesse essere più reciso, neppure dalla vecchia dall’inquieto nome, Atropo.

  • Caldi ricordi

Diversi anni dopo, Fries trovò lavoro presso la GothCorp come biologo molecolare esperto in criogenia. Un mezzodì di fine ottobre, Victor stava passeggiando tra i quartieri affollati di Gotham Plaza. Svoltò verso la strada che dava sul mare, desideroso di raggiungere la baita più vicina. Di lì a poco, notò una donna seduta da sola su una panchina e rivolta verso il tramonto. Aveva lunghi capelli biondo platino che le destavano un viso rosato, accentuato da due guance purpuree, occhi blu come un cielo senza nuvole e profondi come un pozzo colmo di segreti e un lungo vestito azzurro lievemente mosso dal vento. Intorno al collo, portava un ciondolo d’argento con un ricamo circolare simile a un batuffolo di neve. Quando la vide, Victor si sentì toccato da una brezza leggera, carezzevole, mite come un soffio delicato sulla pelle. Non poté mai dimenticare il primo incontro con Nora, la sua futura sposa, il momento più caldo del suo remoto trascorso. Era bella come una fioritura di marzo, tanto raggiante da somigliare ad una stella del mattino, così delicata come un bucaneve sbocciato a fine inverno. Victor le si avvicinò con timore d’esser ignorato, ma lei gli rivolse attenzione con un sorriso timido e gioviale. Molti mesi dopo, la prese in moglie e vissero insieme felici.

Arrivò poi la malattia, infausta e terribile come un’improvvisa tormenta. Era accaduto tutto così rapidamente, Nora si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Si accingeva a morire, afflitta da un male interno che la stava divorando. Victor non riusciva a darsi pace. Non gli interessava più dormire, neppure mangiare. Tutte le sue energie erano impiegate a trovare una cura, ma il tempo, inclemente, non avrebbe concesso alcuna possibilità.

Avete mai visto un fiore? Una cosa così bella, così piena di vita, appassire poco a poco e marcire.  Nora aveva una dolcezza incomparabile, era talmente graziosa d’esser divenuta, agli occhi del marito, un fiore raro, unico, splendido, deciduo, che nasce una sola volta e che muore troppo in fretta. Nora si era tramutata in un fiore di cactus, il fiore più bello di tutti, che sboccia una volta l’anno e scompare ventiquattro ore dopo. Ella stava svanendo, la meraviglia della sua vitalità si stava affievolendo, la sua pelle rossastra stava diventando cerea, il tocco della sua mano stava sperdendo ogni forza, era esangue e la sua espressività mortifera. Una sera, vedendolo stremato dalla fatica, Nora gli sussurrò con voce fioca che dovevano arrendersi, e godersi insieme quel poco che potevano ancora. Ma Victor non poteva accettare un tale destino, non poteva perderla, né ora né mai! Decise così di utilizzare le sue conoscenze per conservarla criogenicamente, fin quando non avesse trovato una terapia adeguata. Raccolse il fucile congelante, il fiore all’occhiello del proprio lavoro, una sua invenzione che riusciva a solidificare e raggelare istantaneamente ogni cosa colpita dal suo raggio. Quando guardò per l’ultima volta Nora muoversi, pianse, pigiò il pulsante e la colpì.

Custodì poi il corpo congelato in una teca, che avrebbe contemplato giorno e notte, in attesa di risvegliarla per essere guarita. Nora restò per sempre il ricordo più fervido che Victor mantenne nelle proprie gelide memorie. Quella bara di ghiaccio contenente il corpo e l’anima del suo amore fu l’ultima cosa che egli vide prima dell’incidente. Nel suo laboratorio, una notte fredda, un fascio di luce lo avvolse, e un’onda criogena lo avviluppò. Cadde in una pozza d’acqua ghiacciata, ricoperto da sostanze chimiche che gli penetrarono nei tessuti, mutandogli il metabolismo. Quando emerse, aveva perduto i capelli, l’epidermide era livida, ed appariva gelido come la morte. Avvertì prima un torpore, poi un formicolio, e infine una fitta lancinante. Il freddo che generava il suo respiro riuscì ad attenuare la sofferenza fisica, mai quella dell’anima.

Analogamente alla propria adorata consorte, Victor patì il freddo, e rimase prigioniero di uno scrigno di ghiaccio. Perduta la sua sposa, sospesa tra uno speranzoso risveglio e il sempiterno dormire, egli abbracciò un imperituro inverno. Victor emanava frigidità al sol tocco, ogni cosa che la sua mano lambiva veniva investita da un gelo artico e moriva. Persino lui fu sul punto di soccombere. Non poteva sfuggire al freddo, non poteva scampare alla sua presa. Costruì, dunque, una tuta ermetica che gli permettesse di mantenere il proprio corpo al di sotto dello 0, con un elmo in vetro che lo mantenesse separato dall'ambiente esterno. Celò i suoi occhi dietro un paio di occhiali neri come pece da cui scintillavano due luci rosse come rubini incastonati su di un volto imperscrutabile. Quel giorno Victor morì, non restò che nulla del suo credo, se non la volontà inalterabile di salvare la propria sposa. Mr. Freeze aveva visto la luce. Ero nato!

  • Cuore di ghiaccio

Il “freddo” svela solo una parte dei suoi molteplici misteri, quella più superficiale, come se fosse una montagna di ghiaccio sorta nell’oceano e che procede alla deriva, trasportata dalle correnti. In molti, coloro che intravedono solo l’apparenza di un “iceberg”, credono che esser “freddi” significhi esser vacui, privi di affetti, malvagi. Io non lo sono… Non lo sono mai stato! Vivere in un progressivo e inalterato inverno vuol dire esser consci del dolore. Il gelo concilia la riflessione, l’inverno la vicinanza.

L’autunno traghetta la natura come un nocchiero, sino alle sponde di un ciclo caduco. Il terreno, cosparso di foglie rattrappite, è il preludio all’avvento del gelo, della stagione più temprante di tutte. D’inverno non nasce la vita, i fiori non fioriscono, i semi non germogliano, le colture scarseggiano. L’ultima stagione dell’anno porta con sé il fardello d’esser mesta, algida, stanca. L’inverno è un sentimento languido ed accorato, non ha la rifulgenza della primavera, la sfavillante letizia dell’estate, la fioca malinconia dell’autunno - ne sono consapevole. Ciononostante, esso è rinvigorente. E’ il suo incanto, la sua immutata magia. Osservare un paesaggio innevato, restando nel tepore della propria casa, vicino ad un caminetto acceso, con la persona più cara, è quanto di più significativo si possa provare. Il freddo ha il potere di conferire intimità agli istanti, arrestare il progredire del tempo, di rendere una cosa bella perpetuamente tale, di cristallizzare una scena, d’arrestare lo svolgersi di un momento fintanto da renderlo indelebile. E’ pur vero che l’inverno non è primavera, non possiede, tra le proprie corde vocali, il canto soave di una madre natura che attua la fioritura attraverso una nenia di rinascita, il pianto di un’esistenza appena nata. Il freddo non genera la vita, ma riesce a conservare, a proteggere, a mantenere intatta la spiritualità di uno corpo fiacco, piegato dalla malattia. Il freddo è quanto di più lontano e, al contempo, più vicino alla vita e alla sopravvivenza ci possa essere.

Niente resiste al freddo più acuto, eppure, io vivo insieme ad esso, in un abbraccio indivisibile, in una coesistenza all’unisono. Chiamatemi Mr. Freeze, quello che Victor era, io non lo sono più. Imprigionato in questa armatura di ghiaccio, ho ottenuto l’immortalità, ciò che ho inseguito nei miei studi. Non ho mai compreso perché l’uomo accettasse, in maniera così rassegnata, il proprio corso, e perché la morte avesse, infine, sempre ragione sull’esito dei mortali. Come può un uomo che ha perduto l’amore, continuare a vagare in solitudine su questa Terra, in quel dedalo infido e ingannatore che è il mondo esterno? Come si può genuflettere il capo ad un fato tanto crudele? Perché tutti continuano a piangere i propri morti senza impiegare ogni sforzo per annientare la morte? Io non potrei mai assecondare l’addio della mia diletta. Il mio freddo immobilizza, dona l’eterna giovinezza, allontana la vecchiaia, interrompe ogni decadimento, anestetizza il dolore corporale ed infonde una durevole presenza. Nulla germoglia al freddo ma tutto può essere alleviato con esso. Una vita umana fluisce troppo in fretta. L’istante andato, l’attimo smarrito, il momento perduto, tutti loro svaniscono via come neve disciolta al sole, e possono essere conservati da intangibili ricordi. In fondo, cos’è un ricordo se non un refolo freddo, che fissa un periodo e lo immortala nel sovvenire della mente. Nora è ancora, e sempre sarà, il mio ricordo più caro, il solo che riesca a riscaldare e a scandire i battiti del mio cuore di ghiaccio. Il freddo, come una rievocazione, può eternare il passato più lieto. Ma io non voglio che la mia Nora, la mia sola primavera, resti un elusivo riecheggiamento.

"Mr. Freeze" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Intrappolato in questa mia tuta criogenica, non posso sentire il vento sfiorarmi il viso, non riesco a toccare la mano di chi amo. Il freddo è stata l’unica salvezza per la mia amata, ma è stata altresì la mia più grande condanna. Sono scese le tenebre. Questo bosco e quella luna, alta nel firmamento e sottile come un filato d’argento, non hanno più nulla da suggerirmi coi loro lamenti laconici. E’ il momento di tornare dentro, nel mio rifugio più tetro. Mi inginocchio dinanzi alla teca di vetro in cui dorme Nora. Quando la guardo riposare nella sua cripta come una principessa di ghiaccio, le poche lacrime che riesco a versare raggiungono a stento le gote e si dissolvono nell’aria. E’ questa la nostra caverna, il luogo dove tormenti e paure restano fuori, lontano; qui, all’interno, rimane solo la leggiadria di un sogno. Troverò il modo di curarti, amore mio. Te lo giuro!

Lei è sempre giovane e bella, sogna, librandosi in un volo senza fine, e non ha alcun affanno sul viso. Tengo in mano un carillon, con una ballerina che danza, con indosso un abito azzurro, raggiunta da una nevicata incessante. E’ lei! E’ Nora come sarà un giorno, dolce e nuovamente forte quando tornerà a vivere. Attivo il meccanismo della scatola musicale, mentre fuori comincia a fioccare la neve, la calda carezza del nostro algente inverno; le domando se vuole ascoltare la nostra canzone. Mi risponde di sì.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Doctor Strange" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sguardo e carezza

Si è soliti affermare che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Talvolta, sono azzurri come cielo schiarito, incastonati in un volto che “nuvole” non ha. Altre volte, invece, brillano di un ceruleo profondo, simile al colore del mare. Alcuni li hanno marroni, somiglianti a scorze di castagne, altri verdi, scintillanti di speranza, ed altri ancora dalle tonalità tenui come nocciole. Mirando un viso, è possibile scorgere gli occhi di una persona sormontati da due tratti ondulati di rilievo cutaneo, avvolti da ciglia folte e protetti dalle palpebre. Contraccambiando uno sguardo corrisposto si ha la capacità di comunicare senza proferire alcuna parola. Gli occhi nascondono i segreti di ognuno di noi, e il loro osservare interessato riesce ad esternare, senza volerlo, i sentimenti non ancora confessati. Uno sguardo può dire molto: un rimprovero, esplicato con un “cipiglio”, un accordo, riferito con un “occhiolino”, o un dolce innamoramento, espresso dal mantenimento di un’occhiata schiva, timida, riservata che, di colpo, si fa insistente, affascinata, quasi contemplativa. Un’anima sensibile, curiosa ed attratta, volgendo i propri occhi all’indirizzo di un interlocutore, può comprendere le emozioni, così come le bellezze interiori di chi ha dinanzi.

Se gli occhi sono davvero il riflesso della nostra intimità, le mani, al contrario, sono un bozzolo di simboli, spesso incerti e indecifrabili. Il palmo non è che una tela d’epidermide tratteggiata con linee sinusoidali, che scendono e salgono sino a sfiorare la radice delle dita. C’è chi è fermamente convinto che le mani possano essere “lette”, e che quelle linee confuse, che, non di rado, si intrecciano tra loro, rappresentino la fonte e la lunghezza della vita, la ricchezza, l’amore, persino la salute che si avrà durante l’esistenza. Le mani sono un nido di verità e suggestioni, ed offrono rivelazioni solo a chi è in grado di tradurre il loro “parlato” silente.

Le rughe che tempestano i dorsi, avvizzendo la pelle col passare delle stagioni, testimoniano il tempo che scorre via. Ma le mani sono soprattutto una proiezione delle nostre volontà. Attraverso esse, possiamo sfiorare una gota, lambire una ciocca di capelli, accarezzare chi amiamo, persino creare ciò che la mente immagina.

Con le sue mani, un atleta tocca la volta celeste al raggiungimento della vittoria, un interprete conferisce solennità al proprio gesto, un artista rende visibile quello che suppone ed uno scrittore trascrive un pensiero, sussurrato con le labbra e poi l’immortala sul foglio con l’inchiostro. Chi ama tiene per mano la propria metà, stabilendo con essa un legame sancito con la sola forza indelebile di un tocco. E ancora, un artigiano modella la grezza argilla infondendo in essa una foggia precisa, mentre un falegname plasma il legno, e con esso crea altra vita, solo apparentemente inanimata. E’ proprio vero, le mani possono generare vita, altresì salvarla.

Potete leggere "I simbolismi di Titanic" cliccando qui.

 

  • Tocco simbolico

Rose: Questa donna le piaceva. L'ha usata diverse volte.

Jack: Be', aveva delle mani bellissime, vede?

Rose: Secondo me, ha avuto una storia d'amore con lei.

Jack: No, no, solo con le sue mani.

In “Titanic”, il cineasta James Cameron dedica un’attenzione simbolica alle mani, reinterpretate come tangibili allegorie dell’amore spirituale e carnale. Per Cameron le mani sono astratte eppur concrete al senso della vista, in quanto “concetti” figurativi e paradigmatici ricolmi di sentimento umano. Sul ponte della nave, durante uno dei loro primissimi incontri, Rose ammira i disegni realizzati dal giovane. Parte di essi raffigurano le splendide mani di una prostituta parigina. Le attenzioni “impressioniste” dell’artista erano state rapite da quelle mani che tanto raccontavano ai suoi occhi. Nell’espressività silenziosa di una ruga, nella storia celata dietro una lieve ferita appena visibile, Jack indaga l’ignota personalità di una donna misteriosa e schiva.

Lo squattrinato passeggero della terza classe del Titanic ha eternato quelle mani sui propri fogli in chiaroscuro, con l’ausilio di un carboncino. L’importanza del “toccarsi”, del carezzare, continua a ripetersi durante lo scorrere della pellicola. Quando Jack attende Rose al culmine basso della scalinata, ella indossa due guanti bianchi di finissimo raso.  L’uomo la saluta, imprimendo sulla mano destra della giovane un bacio fugace che a stento rasenta la stoffa che le copre anche parte delle braccia. Poco dopo, lo stesso si commiata temporaneamente dalla donna, dandole un nuovo bacio sulla mano, e lasciando cadere, di soppiatto, un biglietto. I guanti sono indumenti che nascondono, e vengono indossati da Rose per un uso formale, forzatamente impostole dalla casata borghese alla quale appartiene. Al calar della sera, la protagonista del lungometraggio osserva una bambina che impara dalla madre come stare correttamente seduta a tavola. “L’occhio meccanico” di Cameron indugia sulla mano della piccola che compie un movimento non naturale, preimpostato, per ben sistemare un tovagliolo di seta sulle gambe. Quel gesto “aristocratico” evocato da quella mano porta Rose a meditare ulteriormente sulla sua vita, oramai tristemente indirizzata da una classe nobiliare, tediosa ed opprimente, in cui ogni giorno è del tutto simile al precedente, caratterizzato da un immutabile chiacchiericcio, da un invariabile cenno, e da un identico susseguirsi degli eventi.

Potete leggere "Titanic - Negli abissi del tempo" cliccando qui.

 

Rose fugge via, abbandonandosi alle braccia dell’amato sulla prua del Titanic. Le mani dei due protagonisti, durante il loro primo bacio, si cercano e si ricercano con carezze scandite sino a congiungersi in un abbraccio avvolgente, simbolo di un amore spirituale. Dentro un’auto, la mano di Rose, adagiata sul vetro appannato dal calore passionale, diventa, nel kolossal di Cameron, testimonianza simbolica di un amore divenuto carnale.  Ancora, sul finale, le mani dei due innamorati che tornano a sfiorarsi sulla cima della scalinata, in un mondo che giace sospeso tra il sonno e la veglia, si tramutano in metafora visiva di un amore sbocciato nell’oceano, proseguito sulla Terra e che ha raggiunto le vette del paradiso celeste.

Tra Rose e Jack vige un’eterna carezza che attraversa tre stadi diversi dell’esistenza: il mare, la terraferma, il cielo.

  • Magia e scienza contenute nel palmo di una mano

Nel 1963, dalla fantasia di Stan Lee e Steve Ditko, nacque Dottor Strange, uno dei più potenti supereroi dell’universo Marvel. Prima di diventare un difensore del pianeta, dotato di poteri eccezionali, Strange era un neurochirurgo di fama mondiale.

Egli era in grado di operare senza concedere alcuna imperfezione. Dal temperamento flemmatico e dall’agire freddo come il ghiaccio, Strange usava le mani come un prolungamento della propria smisurata conoscenza neurochirurgica. Non conosceva la paura, l’ansia, il tremore dei propri arti, egli riusciva sempre ad avere il totale controllo, a mantenere l’ordine, ad avere sempre il polso della situazione.

Proprio al polso, Strange porta, ogni giorno, un orologio sempre differente. Nella sua casa, tiene infatti un cassetto pieno di preziosi orologi col loro bel cinturino, ben ordinati l’uno accanto all’altro. Strange è un uomo incredibilmente metodico, organizzato, morbosamente preciso. Un calcolatore freddo ed emotivamente distaccato. Egli prova l’illusione di dominare il tempo e di genuflettere la sorte al proprio volere. Non esiste il caso per il Dottor Strange, tanto meno il destino, esiste la vita così come scientificamente la conosciamo, comandata e supervisionata dalla sola ragione. In una notte sfortunata, questo credo, saldo e inalterabile, si frantumerà improvvisamente. Stephen è vittima di un gravissimo incidente automobilistico, nel quale si spezza tutte le ossa della mano. I suoi arti restano danneggiati irreparabilmente. L’ultimo degli orologi indossati finisce per infrangersi al suolo, segnando drammaticamente l’ora in cui la vita di Strange cambiò per sempre. Non aveva fatto altro che ingannarsi fino a quel momento: la fatalità aveva, d’un tratto, dissolto il suo razionale controllo dell’esistenza.

Stephen ha perduto quanto di più importante aveva: egli non potrà più operare. Il suo sogno è svanito. Le mani per Strange erano un’estensione del proprio talento, nonché una prosecuzione necessaria per dare atto alla sua vocazione interiore: salvare i pazienti. Dopo diversi mesi dal tragico accadimento, Strange raggiunge Kamar-Taj, dove diventa discepolo dell'Antico, un maestro che lo inizia al mondo della magia e delle dimensioni alternative.

Avviene qui l’incontro-scontro ed il successivo idilliaco connubio tra due mondi opposti, il passato, oramai perduto di Strange, e il futuro imminente, entrambi incarnati rispettivamente nella scienza e nella magia. Strange era un uomo accorto, oculato, rigido, cinico, fatto di ghiaccio. La sua razionalità si accoppiava perfettamente con la fede nella scienza. In seguito, il bisogno di ricominciare una nuova vita porta quest’uomo di scienza ad abbracciare una seconda “religione”, la magia, e con essa l’accettazione del fantastico e di ciò che scientificamente parrebbe impossibile. In Dottor Strange convivono, in un unico sposalizio, ragione e fantasia, sapere scientifico e conoscenza del potere magico. Stephen diventa così uno stregone, custode dei santuari, e scopre i segreti della manipolazione del tempo per mezzo dell'Occhio di Agamotto. Il tempo che Strange poteva semplicemente computare, adesso, può essere compreso, padroneggiato per un fine superiore e, soprattutto, rispettato da lui stesso. Una volta ultimato il proprio addestramento, Stephen assume l’identità di Stregone, indossando un costume che comprende la Cappa della Levitazione, la quale consente all’eroe di volare, e il suddetto Occhio di Agamotto, incassato in un amuleto che Strange regge vicino al petto.

Quello adempiuto da Stephen è stato un viaggio di resurrezione, un pellegrinaggio necessario per scoprire, con tale rinascita, una nuova parte di sé. Una mutazione caratteriale che gli permetterà di aprirsi ad una maggiore e più sincera emotività. Stephen peccava di megalomania ed egocentrismo. L’incidente ha su di lui un effetto catartico, trasformando la sua alterità in puro e disinteressato altruismo. Stephen si libera dai suoi “artifici meccanici” e abbraccia un universo in cui il tempo non è più calcolabile con gli ingranaggi, e per tale ragione va difeso e tutelato.

"Doctor Strange" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Strange ricomincia, quindi, a utilizzare le sue mani per emettere sfere di energia, ipnotizzare, creare portali dimensionali, generare poteri telecinetici e attuare il teletrasporto. Da una tragedia che poteva mettere fine alle sue motivazioni vitali, Strange è riuscito a risorgere nelle vesti di un invincibile supereroe. Non potrà più salvare vite sui letti d’ospedale, ma potrà salvare comunque gli innocenti nei panni di un vigilante mascherato con il solo tocco della mano!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Woody e Buzz" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Rilettura personale della fiaba di Andersen con parallelismi con l’opera cinematografica “Toy Story”)

Oh com’è allegra! I miei genitori non credevano nei giocattoli.” - Entrando nella cameretta del piccolo Oscar, il Dottor Egon Spengler aveva concesso ai suoi interlocutori una confessione, pronunciata sottovoce, come fosse un bisbiglio. Forse, in quel suo confidarsi, il più arguto degli “acchiappafantasmi” voleva palesare un certo rammarico. Egon, nella sua infanzia, ebbe soltanto un giocattolo, un misirizzi, e per pochissimo tempo. Un altro bambino, appartenente anche lui al mondo della settima arte, ne ebbe, invece, tanti, e tutti giocattoli molto speciali, non comuni pupi inanimati, burattini inermi o fantocci perennemente dormienti. Andy, il protagonista umano della saga di “Toy Story”, senza saperlo, aveva in casa sua giocattoli senzienti, che prendevano vita non appena sfuggivano allo sguardo curioso degli esseri umani. Vi erano tra questi un verde tirannosauro, una buona e graziosa pastorella, persino uno a forma di patata, smontabile, su cui potevano essere applicati diversi componenti somatici. Ma i preferiti di Andy erano Woody e Buzz Lightyear: il primo era un modello vintage con le fattezze di uno sceriffo cowboy, il secondo, al contrario, era nuovo di zecca, e raffigurava un eroe dello spazio.

La prima opera d’animazione dello studio Pixar, “Toy Story”, trae spunto da una delle più celebri fiabe partorite dal genio di Hans Christian Andersen. Ne “Il tenace soldatino di stagno”, lo scrittore danese immagina un luogo in cui, allo scoccare della mezzanotte, i giocattoli si destano dal loro torpore, assumendo volontà motoria e provando sentimento. “Toy Story” si differenzia dalla fiaba in particolare perché nel lungometraggio i giocattoli agiscono liberamente, non appena rimangono soli, mentre nella storia di Andersen gli stessi prendono vita soltanto di notte. Ancora, nella pellicola, i giocattoli sono liberi di muoversi a loro piacimento, mentre i personaggi principali della “favola” anderseniana desiderano mantenere il più allungo possibile la loro posizione originaria, rinunciando a parlare e comunicando solamente con la profondità emotiva di uno sguardo corrisposto.

  • Essere un giocattolo

I giocattoli nascono dai materiali più disparati. Quelli antichi si ottenevano da legni pregiati, i più moderni sono fatti di materiale sintetico, alcuni sono snodabili, possono quindi eseguire bizzarri movimenti per lo spontaneo divertimento di un infante, altri ancora, i più graziosi e raffinati, sono realizzati in resina e assumono le forme di statuine da contemplare, statiche o magari animate da un preposto meccanismo. I giocattoli possiedono il dono di far divertire i bimbi ma anche stimolare la loro fantasia. Giacciono quieti nel luogo in cui vengono riposti e col tempo dimenticati dai loro piccoli amici che crescono. Essi sono “indifesi”, incapaci di muoversi, eppure sono generati da un amore per il divenire. I giocattoli vengono al mondo ma non hanno esperienza, personalità, siamo noi stessi, infatti, a infondere in essi ciò che hanno bisogno, con le imprese che, sospinti dalla nostra fantasia, facciamo compiere loro nei nostri innumerevoli viaggi fantastici e senza freno.

Supporre che i giocattoli siano veri e consapevoli del loro essere è una fantasticheria affascinante. Il “balocco”, in tal caso, fingerebbe d’esser esanime, attenderebbe di rimanere solo per potersi muovere liberamente, non visto da occhi indiscreti, e quindi andarsene via, abbandonare tutto, ciononostante rimane lì, fianco a fianco a noi, ricambiando il nostro affetto. Ma i giocattoli possono avere una coscienza? In “Toy story”, Buzz è inizialmente convinto d’essere davvero “un ranger” dello spazio. Una crisi d’identità che verrà risanata dalla presa di coscienza che essere un “banale” giocattolo ha comunque i suoi vantaggi, uno fra tutti, quello di mirare l’espressione sorridente di un bimbo che gioca felice. I “trastulli” nascono dall’ingegno dell’uomo che infonde in essi bellezza, grazia, sentimento, ma soprattutto una delicata missione da compiere per tutto l’arco della loro esistenza.

Nella saga di “Toy Story” è proprio questo impegno ad assumere un grande valore. La più grande paura di un “giocattolo cosciente” è quella d’essere trascurato, obliato, non più utilizzato per il suo compito ludico ed educativo. Se ciò accadesse, la motivazione della sua intera esistenza verrebbe a mancare. Come teneva a ricordare Hugo nel film “Hugo Cabret”, ognuno di noi nasce con una vocazione, una passione da dover alimentare, e chi non può fare quello per cui è nato soffre, tanto da sentirsi “rotto”. Hugo era solito riparare gli oggetti malmessi col suo papà, forse anche i giocattoli. In egual maniera anche le persone devono essere “riparate”. In “Hugo Cabret”, infatti, George Méliès doveva tornare a rapportarsi con la propria arte filmica, lui, regista, che aveva da troppo tempo “smesso di funzionare”. In egual modo, i giocattoli, per come vengono descritti in “Toy Story”, non possono né vogliono sottrarsi al loro scopo: essere scelti per far giocare i bambini.

Woody è un giocattolo “antico”, prezioso, che non ha subito il dolore del “distacco”, ed è molto legato al suo caro “proprietario”, Andy.  Ma i “custodi” dei giocattoli vanno e vengono, come il ciclo della vita vuol suggerirci, ciò che è importante per la famiglia di pezza di cui Woody si prende cura è il restare sempre uniti. Quella raccontata dalle pellicole della Pixar è una storia di amicizia, di crescita ma soprattutto di amore famigliare. Proprio l’amore risulta essere il più grande sentimento provato dall’uomo ma anche, nella fiaba di Andersen, da una delle sue creature più care, appunto il tenace soldatino. Egli era fatto di stagno, ma dal suo cuore sgorgava un amore infinito. Nel suo essere un giocattolo sulla terra, il soldatino doveva rispettare un inalterabile dovere, espresso dalla sua posa statuaria e inflessibile, ma quando non lo sarà più, potrà finalmente essere libero di volare via con la sua amata.

"Il tenace Soldatino di stagno e la Ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Il soldatino e la ballerina, storia di un grande amore

D’un tratto, la casa si era “zittita”. Erano andati tutti a dormire, nel corridoio e nelle varie stanze dell’abitazione non si udiva più alcun vocio. Era da poco scesa la notte, fuori faceva tanto freddo e pioveva a dirotto. Gocce d’acqua corpose come piccole palline trasparenti s’infrangevano sui vetri delle finestre, generando un gradevole tintinnio. I bambini riposavano nei loro lettini, la mamma sognava beata sotto le coperte ed il papà era il solo a rianimare il silenzio della sera col suo russare abitudinario. Mentre tutta la famigliola dormiva, nella stanza dei giochi altri erano prossimi a svegliarsi. Era quello un luogo tanto colorato e solare. La grande camera ospitava bellissimi giocattoli dalle variegate fattezze. Peluche morbidi e caldi e dal viso perpetuamente sorridente, ben accostati l’uno all’altro, attendevano pazienti chi mai dovesse entrare in quel luogo spensierato. Mensole e scaffali erano occupati da marionette e pupazzi di stoffa. Lì, in un angolo, un cavalluccio bianco di legno aveva la sella ancora calda, mentre continuava il suo ritmato dondolio, segno che i bambini avevano smesso di giocarci da poco. Su di un tavolino, a pochi passi dalla finestra si notava un’elegante confezione regalo semiaperta, con il suo bel nastrino azzurro appena sciolto. All’interno di quell’involto vi era una scatola con venticinque minuscoli scomparti occupati da altrettanti piccoli soldatini di stagno. Il bambino che viveva tra quelle mura li aveva ricevuti proprio in quel giorno, come dono per il suo compleanno.

Allo scoccare della mezzanotte, tutti i balocchi presenti in quella camera, come per magia, prendono vita. I peluche aprono gli occhi, sbadigliano a bocca spalancata e si alzano sulle gambe. Velivoli di latta volteggiano su nel soffitto, disegnando virate improvvise e vorticose discese verso il pavimento; alcuni burattini, invece, si liberano dei loro fili e raggiungono con disinvoltura la finestra più vicina, così da poter ammirare il temporale, mentre altri parlano tra loro, ridono e simulano la guerra da un fronte all’altro.

Sul tavolino, il coperchio della scatola si muoveva sempre più, come se qualcuno lì dentro spingesse per cercare di venire fuori. Sebbene quella scatola, come si è detto, fosse aperta per metà, i soldatini non riuscivano ancora a venir fuori. Preferivano mantenere le loro posizioni e liberarsi di quella “gabbia” tutti insieme. Nell’angolo più interno, dove la confezione permaneva ancora chiusa, era tutto buio. Il soldatino rimasto in fondo non vedeva nulla ma riusciva comunque a percepire gli sforzi delle gambe dei suoi fratelli per sollevare il coperchio della scatola, una sorta di “tetto” a malapena dischiuso. In segno d’aiuto rivolse anche i suoi arti inferiori all’indirizzo dell’ostacolo ma si accorse subito di far fatica. Poco importava, ormai il lavoro era bello che fatto, i soldatini si erano liberati ed erano quindi pronti ad ergersi su due gambe e a venir fuori, in fila indiana, da quei loro spazi angusti. Tutti i soldatini si consideravano fratelli perché erano nati dallo stesso cucchiaio di stagno. L’ultimo soldatino, una volta fuori, si accorse d’esser diverso dagli altri. Gli mancava una gamba, come fosse formato a metà. Purtroppo lo stagno utilizzato non era bastato per completare anche lui, che rappresentava l’ultimo dei venticinque.

Originale illustrazione del Soldatino e della Ballerina

 

Con un po’ di fatica, il soldatino, tenace e coraggioso, balzò fuori e, reggendo con una mano il suo fucile, si mise sugli attenti. Il soldatino aveva sentito d’esser di stagno per la prima volta proprio dal bambino. Il piccino aveva letto la scritta sulla scatola e aveva urlato di felicità: - “Soldatini di stagno!”-, battendo poi le mani allegramente. Non sapeva di preciso cosa fosse lo stagno, il soldatino. Stagno è una parola che può avere vari significati” - pensò tra sé. In uno stagno, talvolta, nuotano beati dei cuccioli di cigno nobile, prima di raggiungere, in volo, le acque cristalline di un lago. Come accadde al brutto anatroccolo, il soldatino indugiò sulla possibilità di poter, un giorno, sbocciare anch’esso come un regale e audace soldato, non più visto con diffidenza a causa della propria diversità. Ma il soldatino, in cuor suo, sapeva che lo stagno da cui proveniva non era certo quel genere di luogo in cui una creatura può svilupparsi e divenire bellissima. Lo stagno da cui era stato generato era, invero, un elemento chimico.

Al di là della sua menomazione, esso era fiero d’essere un soldatino, la sua elegante divisa rossa gli piaceva molto ed anche il grande cappello che sormontava il suo capo gli donava un rinfrancante conforto. Si mise a saltellare per muoversi in avanti, sempre su una gamba sola, seguendo la lunga fila formata dai suoi fratelli, ma lui era più lento di loro e doveva metterci più impegno a non smarrire mai la sua posizione retta e fiera. Stanco, si fermò sul bordo del tavolo, altero e diritto come un valoroso eroe. Fu in quel momento che il suo sguardo cadde sul castello che sorgeva da terra, cinto da un drappo lilla che somigliava ad un sipario schiuso. Quel castello era splendente, bianco come marmo, con tante torri che svettavano alte, sovrastando tutti i giocattoli che si muovevano allegramente giù in basso. Il maniero era fatto di carta e aveva delle finestrelle colorate dalle quali si potevano scorgere gli interni. Con impegno e scaltrezza il soldatino scese giù e fece per osservare la raffinata fortezza. Vide un laghetto circondato da alberi sul quale si specchiavano cigni neri di cera e, proprio lì davanti, intravide la sagoma di una ballerina che compiva una piroetta. Il ponte levatoio era abbassato così il soldatino ne approfittò per farsi strada e varcare i confini del castello. Raggiunse il lago e nell’acqua scrutò il riflesso della ballerina, con le braccia protratte verso il cielo. Fece per avvicinarsi ancora, e riuscì a vederla nella sua interezza. Indossava un vestito bianco, lindo e luminoso come l’acqua limpida di un lago, avvolto da un nastro azzurro drappeggiato sulle spalle, con al centro un lustrino sfavillante. Fu la prima cosa che il soldatino notò di lei. Paragonò quel lustrino al nastro che avvolgeva la confezione regalo dalla quale era uscito. Credette subito che qualcosa li accomunasse. Prosegui allora a guardarla, fantasticando all’idea di poter stare con lei sulla sommità di un incantevole carillon, stringendola a sé con le sue braccia, ballando un lento. La ballerina aveva fluenti ricci biondi, che le scendevano lungo le gote purpuree; il suo viso pareva essere avvolto da filamenti d’oro, la sua pelle era color rosa tenue, così come le scarpette che calzava ai piedi, le quali parevano fatte di cristallo. L’artista, che aveva dipinto il suo volto, le aveva disegnato labbra pronunciate e rosse come una rosa, occhi castani e un nasino a stento accennato. L’incarnato dell’epidermide del viso creava una miscellanea con il porpora delle guance e il bianco terso di alcuni tratti del contesto, che davano l’impressione che la ballerina fosse stata modellata con la porcellana.

"Fantasia 2000" - Concerto per pianoforte n. 2 in Fa maggiore di Dmitrij Šostakovič – Il Soldatino corteggia la ballerina

 

Il soldatino la mirò ancora, e ravvisò due ciocche, gialle come spighe di grano, raccolte in boccoli voluminosi, che le ornavano i lati della fronte. Sentì il desiderio di toccarle con la sua piccola mano di stagno, così da scostarle delicatamente e spingerle sin dietro le orecchie della fanciulla, come in una protratta carezza. La dolce danzatrice, in quell’attimo, aveva smesso di ballare, di fare giravolte, di dondolare le mani e di ondeggiare armoniosamente le sue braccia, simulando le ali stanche di un cigno morente al suo ultimo volo sullo specchio lacustre. Si era messa su una gamba sola, porgendo l’altra così in alto da sfuggire alla vista del soldatino. Notando che la ballerina si manteneva su una gamba sola, rigida ma al contempo tanto aggraziata, il soldatino si sentì battere forte il cuore. Credette che entrambi avessero la medesima menomazione e che, insieme, potessero colmarla. Quando si avvicinò ancor di più, il soldatino la guardò negli occhi e, colmo di sentimento umano, si innamorò perdutamente di lei. La ballerina si accorse d’essere ammirata, così alzò lo sguardo sognante da terra e ricambiò l’attenzione. Il soldatino raccolse uno dei fiori sbocciati in riva al lago, e l’offrì alla fanciulla, sorridendole. Ella si mosse solo per un istante, colpita da quel gesto e da quell’inaspettato corteggiamento, e tanto bastò per far notare al soldatino l’altra gamba della ballerina. Egli fu colto da infinita tristezza, convinto che la ballerina, essendo “completa”, non avrebbe mai acconsentito a sposarlo. Ella, invece, allungò la mano, accettò il fiore e lo tenne con sé. L’indomani, tutti i giocattoli erano tornati ai loro posti, fingendo di dormire. Tutti i fratelli del soldatino rientrarono nei loro appositi scomparti, ma egli non volle far ritorno. Rimase dentro il castello, immobile, stremato ma colmo di gioia, in piedi sulla sua unica gamba a guardare senza sosta la ballerina, anche lei innamorata, anche lei ferma, immobile, soffermatasi nella stessa posizione dalla sera precedente.

Scultura in bronzo di Eiler Madsen a Odense

 

Quanto avrebbe voluto il soldatino sostare per sempre in quel castello! Purtroppo, un troll cattivo, incarnatosi nel corpo tenebroso di un pupazzetto a molla, era geloso dell’amore nato tra il soldatino e la ballerina e volle vendicarsi di lui. Lo spinse via, facendolo precipitare giù dalla finestra. La danzatrice, forzatamente allontanata dal suo amore, vorrebbe piangere ma, ricordando il portamento del suo compagno, sceglie di struggersi nella sua intimità, e rimane ferma. Il soldatino, dal canto suo, vorrebbe chiamare aiuto, ma sceglie di tacere con dignità. Viene poi rinvenuto in un cespuglio da due bambini, e messo su una barchetta di carta sospinta verso il mare; nelle acque salate, dopo aver superato indenne una fogna infestata da famelici ratti, viene mangiato da un pesce che ne fa un sol boccone.  Il soldatino, spaventato e attonito, non cede allo sconforto e decide di restare coraggiosamente sempre ritto nella sua posizione. Nel “plumbeo” della pancia dell’animale, riprende a pensare alla sua dama, e la paura di non rivederla più gli fa tremare la gamba, eppur essa non concede movimento alcuno. La fortuna sembra sorridergli, il pesce viene, infatti, pescato e portato proprio nella cucina della casa da cui il soldatino proviene; recuperato dal cuoco, rientra nella stanza dei giochi. Rimessosi in piedi, il soldatino torna nel castello dalla sua amata ballerina.

Vennero nuovamente le tenebre e tutti i giocattoli ripresero ad animarsi. Il soldatino accennò un sorriso alla sua innamorata ed ella contraccambiò, poi egli portò la mano alla bocca, si sfiorò le labbra, e rivolse la stessa all’indirizzo di lei, dandole un bacio da lontano. Una folata di vento, generata dal soffio del troll cattivo che viveva nell’oscurità, fece volare via il soldatino che finì questa volta dentro una fornace accesa. Ebbe la possibilità di urlare ma desistette, non gli sembrava il caso poiché era ancora in uniforme. Poteva altresì fuggire, ma non voleva lasciare il suo posizionamento impavido, e soprattutto non voleva, neppure per un istante, far sì che i suoi occhi smettessero di guardare la sua amata. Persino lì dentro, avvolto tra le fiamme, il soldatino riusciva a contemplarla. Ella si voltò verso di lui, restando sempre dritta su una gamba sola. Quella strenua resistenza commosse il soldatino, che cominciò a piangere lacrime di stagno. Una fata buona soffiò verso la danzatrice e anche lei fini dentro la fornace, accanto al suo amato. Entrambi furono felici, si tennero per mano, e bruciarono.

Il soldatino trionfa sul troll cattivo e sposa la ballerina

 

Quando pulirono la fornace, le persone rinvennero un cuore di cenere, un lustrino bruciacchiato e anche una rosa, quella che il soldatino aveva donato alla ballerina e che lei aveva tenuto sempre con sé, rimasta miracolosamente intatta: era ciò che restava del loro amore sulla Terra. Quando fecero per togliere via le ceneri a forma di cuore, esse si librarono in aria, come polvere, fuori dalla finestra. Raggiunsero il cielo quella stessa notte, ma non erano più pulviscoli anneriti. Erano le anime del soldatino e della ballerina, formatesi dai granuli di cenere. Lui aveva gettato via il suo fucile, aveva cessato di stare sugli attenti, e la stava abbracciando. Lei aveva avvolto le sue braccia intorno al collo del suo sposo, ed era lieta e leggiadra come il vento. Danzavano tra gli astri, accompagnati da una musica celestiale che solo loro riuscivano ad ascoltare, finalmente liberi di muoversi e di amarsi nell’infinità immortale dello spazio sconfinato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Cyrano de Bergerac" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Solitario, nella notte, passeggiava col suo classico portamento fiero. Era un uomo di buon costume, elegante, vestito a modo, educato, distinto nei modi e garbato nei toni, così dava l’impressione d’essere, eppure quella scarpinata virtuosa faceva presagire un carattere indomito, forse attaccabrighe.  L’uomo in questione “calzava” sul capo un vistoso cappello adornato con piume d’uccello, dal quale si scorgevano fluenti capelli corvini che scendevano giù sino a lambire le larghe spalle. Celato dalle tese del cappello riverso su di un lato, permaneva per qualche attimo il suo volto, ornato coi baffi folti e il pizzetto incolto. Una mano sostava su di un fianco, l’altra era occupata a regger l’impugnatura di una spada da moschettiere, raccolta in un fodero stretto alla cinta di questo misterioso “cavaliere”.

Cyrano - 8 gennaio 1898

 

Da lontano, qualcuno, in maniera imprudente, vedendolo per la prima volta avanzare con passo altero, avrebbe anche potuto farsi l’idea di osservare la sagoma di un uomo tracotante. Mai prima impressione si sarebbe rivelata più errata. L’uomo suddetto era un guascone spadaccino, conosciuto col nome di Cyrano de Bergerac (Gerard Depardieu offrì una straordinaria interpretazione del Cyrano nell’omonimo film francese del 1990). L’andatura di Cyrano era altezzosa come il procedere di un nobile cervo, perché in quell’incedere tronfio egli faceva emergere lo sprezzante ardore del suo carattere audace e indomabile.  Il suo spirito non si sarebbe mai piegato ad alcun sopruso e, pertanto, egli lo manteneva all’insù, come a voler rimarcare costantemente il suo credo e il suo temperamento nell’innalzarsi oltre ogni mediocrità e sopra qualunque compromesso. Cyrano era solito volgere lo sguardo al cielo, a rimirare le stelle. Il chiarore promanato dalla luna infondeva lucentezza al suo animo, sino a folgorarlo con fulgida ispirazione. Era per tale motivo che, quando faceva sera, i versi poetici, i giochi di parole e le frasi forbite e argute del Cyrano fuoriuscivano in gran quantità dalla sua bocca, spinti dalla mano di una musa cristallina come la luce che scintilla nel cielo, rotonda e ammaliante, carica di sentimento e vigoria proprio come una luna piena al suo ultimo ciclo.

Per i più, Cyrano era un eroe romantico da ossequiare con riverenza. Ancor più che del suo atteggiamento apparentemente protervo, una cosa del suo aspetto non poteva mai passare inosservata. Com’è che si dice nel parlare comune quando vogliamo sottolineare che una determinata persona ha, tra le sue molteplici qualità, giudizio e intuito? Ah sì, diciamo che quella persona “ha naso”. E’ per tale ragione che credo fermamente che molti, tra coloro che conoscevano Cyrano, avranno detto, almeno una volta nella vita, che egli non poteva che vantare un’invidiabile perspicacia, mentre altrettanti suoi contemporanei avrebbero poi proseguito dicendo che egli aveva persino “giudizio”. Riesco io stesso a immaginare cosa si domandassero coloro i quali posavano uno sguardo, per nulla indiscreto, sul volto del nobile cavaliere: “avrà un gran fiuto per gli affari?” - E ancora, taluni si saranno chiesti - “dovrà pur avere un olfatto sviluppatissimo, tanto da riuscire ad avvertire un gradevole effluvio a grande distanza!”- . Ebbene sì, Cyrano aveva un naso alquanto proteso. Non era soltanto ingentemente “appuntito” come il terminale di una spada, o corposo come un tubero informe. Il suo naso era, invero, pronunciato, d’effetto, così come lo erano le sue straordinarie rime, e prorompente come il suo spirito straripante di vitalità. Leggendaria era la sua abilità come schermidore, mitizzata la sua dialettica con la quale si faceva beffe dei prepotenti e degli usurpatori del suo onore, ma, suo malgrado, ancor più famosa era la mole del suo naso.

  • Cyrano, il classico

All’apparenza, del suo stato peculiare Cyrano non se ne curava, ma quando giaceva in solitudine, a stento tollerava. Quella sua sporgenza nasale era oggetto di scherno ma anche occasione per ottenere rivalsa sui violenti, veicolo per vendicare gli insulti dei cruenti. Senza dar mai ai suoi nemici compiacimento, Cyrano, in gran segreto, sopportava un patimento. Deturpato da quel suo naso a piede che sempre d’un quarto d’ora, ovunque, lo precede, il guascone, a suo pronunciato, era consapevole di poter amare senza mai esser ricambiato. E infatti Cyrano amava, amava tanto profondamente da sentirsi impaurito, come se il suo animo si fosse incamminato nei meandri di un idillio, smarrito. Cyrano adorava, ma era inevitabile, la più bella, la più fine, colta e brillante, la più dolce e, a suo detto, la più signora, oh quante virtù, neanche fosse il vaso di Pandora. Colei che corrispondeva a una descrizione tanto dolce e carina era Rossana, sua cugina.  Ma lo spadaccino si guardava bene dal cadere in illusione, quale possibilità poteva mai avere? Con quella sua protuberanza non poteva nutrire alcuna speranza. Un sognatore per volontà lui era, ma altresì un anacoreta non per scelta, in un’esistenza coraggiosa ma assai modesta. Eppure, egli, in un modo o nell’altro, voleva esternare all’amata i suoi sentimenti, come fulgide parole per troppo tempo celate e, finalmente, non più inconfessate. Una sera speciale, Cyrano si era nascosto all’ombra di un cespuglio, fingendosi qualcun altro, e faceva echeggiare le sue parole, tracimate dal cuore, alla volta della balconata dove stava ad ascoltare la sua adorata.

Le sue rime si levavano dal basso e salivano verso l’alto come volessero prender d’assalto. Proprio nell’invisibilità Cyrano conquista la fanciulla, facendosi strada tra le tenebre, potendo contare solamente sui biondi capelli della ragazza, fiaccole accese in lontananza. Nascosto nel suo mantello, Cyrano diviene un’ombra che declama, Rossana l’eco di un’aurora che acclama.

Dietro un verso ed un parlato si occulta un amore mal celato. In fondo cos’è un bacio se non un apostrofo rosa messo tra un “t’amo”? Oh, quanto avrebbe voluto Cyrano dar consistenza a quell’apostrofo tanto mistificato, dando fine al suo proferire sulle labbra di Rossana, l’innamorata da lui venerata. In un corteggiamento sempiterno, il prode dà forma ad un’essenza intangibile. Quando Rossana scoprirà chi era il vero mandante delle lettere d’amore, l’artefice dei suoi sogni, si ravvedrà, nell’attimo in cui Cyrano morrà.

"CD" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Roxanne, il moderno

In una particolarissima rilettura del “Cyrano” di Edmond Rostand, il prode spadaccino, oltre ad essere un raffinato poeta, un malinconico e inguaribile sognatore, un romantico funambolo della parola, è anche un vigile del fuoco. In “Roxanne”, lungometraggio cinematografico del 1987, Cyrano de Bergerac (Steve Martin) vive nella modernità del nostro tempo e si fa chiamare semplicemente CD. In città, tutti conoscono CD e lo stimano per la sua schietta spavalderia. CD vanta anch’egli, come da tradizione, un naso spropositato e sebbene finga di non dargli alcun peso, soffre della sua malformazione fisica. Egli indossa metaforicamente una “maschera”, fingendo d’essere una persona ironica e sicura di sé, mascherando così la sua mestizia interiore. Un bel giorno, in città giungerà la bellissima Roxanne (Daryl Hannah), la donna di cui CD si innamorerà perdutamente.

La pellicola segue la vicenda dell’opera teatrale originale ma dona al suo personaggio principale la gioia di un lieto fine. CD non porta alla cintola una spada. D’altronde, non è più uno spadaccino. Egli non risolve le sue dispute sfidando i prepotenti e infilzandoli al termine di una singolar tenzone. Non può più spingersi e infliggere il suo micidiale tocco sino al “fin della licenza…”, nelle sue nuove vesti trionfa sui truci con il solo potere della parola.

CD è un personaggio la cui arte oratoria costituisce un’arma tagliente che ferisce più di una spada affilatissima. Ma è il suo spirito malinconico ad essere maggiormente evidenziato in questa commedia impregnata di un magico quanto dolce lirismo. Egli vive nella rassegnazione, poiché crede che l’estro delle parole scritte e la delicatezza dei versi declamati non possano in alcun modo occultare i difetti esteriori. In altre parole, CD porta sempre con sé la paura che la sua purezza d’animo e la sua profondità intima non potranno mai superare, agli occhi dell’amata, la bizzarria del suo naso oblungo.  Con immenso stupore, invece, Roxanne ammetterà di ricambiare i sentimenti di CD, il quale realizzerà così il suo desiderio più grande: riuscire a farsi amare anche per il suo aspetto, per il suo vero essere.

Un destino non agguantato dall’originale Cyrano, caduto poco prima d’assaporare la tersa felicità in un agguato. Egli voleva vivere fortemente l’amore che il suo cuore da poeta agognava ardentemente. Sotto un raggio d’argento, quando Cyrano mirava un cavaliere passeggiare a braccetto con l’amata, egli, in egual maniera, desiderava camminare con la sua Rossana nel tondo della luna, non più con passo curato bensì sciolto, come quello di un innamorato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Amore e Psiche" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Rilettura personale del mito greco)

Una fiaba scritta dai fratelli Grimm raccontava di una regina bellissima ma diabolica, che possedeva uno specchio magico a cui era solita domandargli quale fosse la donna più bella di tutto il reame. Alcune volte lo specchio delle brame, per deliziare la vanità della sua padrona, le dava risposta riconoscendo in lei la più bella, altre, però, lo stesso si limitava a lasciare che la regina rimirasse semplicemente il proprio adulato riflesso. Un giorno, però, lo specchio, a quella retorica e vanesia domanda proferita dalla monarca, rispose in modo insolito e quanto mai inaspettato. Una bambina dalla pelle candida come la neve e dalle labbra rosse come il sangue sarebbe divenuta, una volta raggiunta l’età adulta, la più bella di tutto il reame. La regina, oltraggiata, incaricò un cacciatore di scovare l’infante e di ucciderla. Il cacciatore, tuttavia, non avrà la forza di macchiarsi di un gesto tanto crudele ed efferato e salverà la piccola, nascondendola. Come finirà questo racconto popolare è storia nota…

Non possedeva uno specchio magico ma anch’ella, similmente a come faceva la regina della  fiaba appena citata, si specchiava con una certa frequenza. Con frivolezza, ella si compiaceva della propria bellezza, orgogliosa d’essere la creatura femminile più bella di tutto il creato. Era nata dalla spuma del mare, e aveva raggiunto la terraferma su di una conchiglia sospinta dal vento. La dea dell’amore, Afrodite, viveva su nell’Olimpo, dispensando amore agli uomini e alle donne. Un giorno, giunse all’orecchio di Afrodite una diceria intollerabile, secondo la quale, sulla Terra, viveva una giovane fanciulla chiamata Psiche (“Anima” in greco). Nessuno specchio delle brame le aveva fatto notare nulla al riguardo, ma gli dei erano certi di quel che le riferivano: - Psiche ha i lineamenti del viso talmente delicati da poter essere ritenuta ancor più bella della dea Afrodite -. Come avvenne nel cuore di quella regina cattiva cui facevo menzione, anche ad Afrodite la rabbia e la gelosia le indurirono lo spirito. Afrodite, furibonda, convocò il figlio Eros ordinandogli di far innamorare Psiche di un orribile mostro. Con le sue grandi ali bianche, simili a quelle di un angelo, Eros discese dal monte Olimpo, portando con sé il suo arco e la sua faretra ricolma di frecce.

"Amore e Psiche" - Dipinto di Kauffmann

 

Sebbene fosse tanto splendida, Psiche non riusciva a trovare marito e, un mattino, affranta per la sua solitudine, cominciò a piangere a dirotto mentre si trovava nei pressi di un colle. Eros raggiunse la valle e da laggiù intravide per la prima volta Psiche. Incantato dalla bellezza della giovane donna, Eros ebbe pietà di lei. Come il cacciatore di “Biancaneve”, desistette dal commettere un atto tanto iniquo e ripose la sua arma. Eros non riusciva a distogliere lo sguardo da Psiche, le lacrime versate dalla fanciulla lo impietosirono a tal punto da suscitare in lui forti sentimenti. Tirò così fuori dalla faretra una delle sue frecce e si trafisse egli stesso un piede. D’improvviso, Psiche si sentì sollevare dolcemente dai venti zefiri e, volteggiando sul mare, raggiunse una regione sperduta, per essere poi adagiata dinanzi ad una reggia tutta splendente. Eros si era innamorato perdutamente della fanciulla e l’aveva portata con sé nella sua dimora segreta, dove neppure la madre Afrodite sarebbe riuscita a trovarli. Psiche varcò la soglia della reggia e cominciò a visitarla, presa dalla curiosità. Le porte che conducevano alle ampie camere erano d’argento, le mura che delimitavano la sala grande sita all’ingresso erano fatte d’oro, i soffitti d’avorio. I pavimenti erano azzurri con sparse increspature di bianco e davano alla giovane la sensazione di camminare come sulle nuvole. Non ci fu nessuno ad accogliere Psiche, il palazzo regale pareva essere disabitato, eccetto che da servitori invisibili, che, palesandosi a sera inoltrata, le servirono la cena.

"Amore e Psiche" di Antonio Canova

 

Quando scese la notte, Psiche cominciò ad avere paura, non trovando nessuna lanterna per poter schiarire le fitte tenebre della propria camera da letto. Eros, infatti, non voleva farsi guardare agli occhi della mortale e nel talamo si presentò a Psiche permanendo nell’oscurità. Avvertendo la presenza del dio, solamente avendolo accanto, Psiche ricambiò l’amore di Eros e tra i due cominciò una meravigliosa e dolce unione che perdurerà per tutte le notti a seguire. Psiche vive  sostanzialmente “intrappolata” nel castello di Eros, ma non avverte affatto d’essere prigioniera. E’ un po’ come Belle, che non sentì mai d’essere in effetti rinchiusa nel castello magico della Bestia, innamoratasi perdutamente di lei. 

"Eros e Psiche" - Dipinto di Picot

 

Psiche vorrebbe, però, rivedere le sue sorelle, e raccontare loro un tale amore provato e vissuto. Eros la mette in guardia dal rendere noto il loro amore, ma Psiche insiste nel volerle incontrare. Acconsentendo alla richiesta della fanciulla, Eros conduce le sorelle di Psiche alla reggia ma le ragazze, aggressive e perfide come le sorelle della fiaba di “Cenerentola”, insinuano il dubbio nella mente di Psiche circa le reali fattezze del suo amante.

I due innamorati a letto - Dipinto di Jacques-Louis David

 

Psiche, senza neppure guardarlo, si era invaghita di lui, perché aveva avvertito empaticamente la purezza della sua anima: era quella la forma di amore spirituale.  Ma la curiosità della donna nel voler vedere anche l’aspetto del compagno, e beneficiare conseguentemente della chiarezza estetica di un amore carnale, divenne incalzante. Fu così che prese una lampada ad olio per illuminare il volto del suo amante e raggiunse di corsa la camera da letto. Eros si era appena addormentato. Psiche si intrattenne a lungo ad osservarlo, scorse i capelli dai riccioli d’oro del dio e le rosee guance, ma di più la colpirono le candide ali con riflessi argentei. Nel volerlo osservare ancor meglio, Psiche avvicinò la lampada al corpo dormiente del dio. La sua brama di conoscenza fu fatale, una goccia dell’olio della lampada cadde su Amore che rimase ustionato e, sentendosi tradito, risalì al cielo, abbandonando la sua amante. Fallito il tentativo di aggrapparsi alla sua gamba, Psiche, straziata dal dolore, tenterà più volte di porre fine alla sua esistenza, ma gli dei la salveranno ogni qual volta tenterà di attuare i suoi estremi propositi. Inizia così a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo.

"Amore e Psiche" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando era prossima a perdere la speranza, Psiche fu raggiunta da Afrodite, la quale le disse che per sperare di rivedere Amore avrebbe dovuto sostenere quattro prove: la prova dei semi, della lana d’oro, dell’acqua sacra e la prova del vaso della bellezza. Nella prima, Psiche dovette dividere un enorme mucchio di semi diversi tra loro in tanti mucchietti uguali. L’impresa è ovviamente ardua per una sola ragazza, ma un aiuto inaspettato arrivò da una famigliola di formiche. La seconda prova consistette nel raccogliere la lana d'oro di un gregge di pecore. In realtà, le pecore erano degli arieti aggressivi e perennemente inquieti e, una volta avvertita, Psiche riuscì a raccogliere le lane rimaste tra i cespugli, aspettando la sera. La terza prova consistette nel raccogliere acqua da una sorgente che si trovava in cima ad un’altura a strapiombo nel vuoto. Anche in questo caso la fanciulla avrà un aiuto esterno, riuscendo a compiere l’impresa con l’aquila di Zeus.

Eros salva la sua amata - Dipinto di Anthony Van Dyck

 

Nell’ultima prova Psiche rischiò di morire: dopo aver aperto il vaso offertole negli inferi da Persefone, svenne e caddé in un sonno profondo. La fanciulla venne salvata poco prima di soccombere da Amore che, fuggito dalla prigione in cui la madre lo aveva confinato, strapperà Psiche dalla gelida presa della morte, risvegliandola con un bacio, esattamente come farà il principe di una fiaba con la sua promessa sposa, Aurora.

"Amore e Psiche" - Gruppo scultoreo di Antonio Canova

 

Eros portò la bella nel suo castello. Zeus, vedendo la fanciulla prostrata alla fatica, mosso a compassione decise di far riunire definitivamente i due amanti. Psiche ascese al cielo, divenne una dea e sposò Amore, dalla cui unione nascerà Voluttà. E così vissero tutti felici e contenti

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Orfeo ed Euridice" - Disegno di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Personale rivisitazione del mito greco)

Giù, alle fronde di una quercia se ne stava, taciturno e con gli occhi chiusi, un giovane. Si era disteso sul soffice sottobosco, e lì era rimasto per alcune ore, perso tra i suoni della natura. Non stava dormendo, anche se così pareva. Era assorto ad ascoltare l’armonia del bosco. Il cinguettio degli uccelli che volteggiavano di albero in albero, il rumore del ruscello che scorreva verso la vallata, la roca “voce” del vento che sussurrava tra le fessure degli alberi erano i canti di una fauna ma anche di una flora che lo avevano avvolto in un microcosmo di pura gaiezza.

Orfeo, quello era il nome del giovane, di rado emetteva un fonema, piuttosto saltuariamente esternava un flebile sibilo, eccezionalmente pronunciava alcunché che non fosse una canzone. Non soleva parlare, forse perché le parole, unione di vocali e consonanti, erano per lui banali, se non addirittura superflue. Esse non riuscivano ad esprimere completamente ciò che lui avrebbe voluto manifestare. Orfeo portava con sé uno strumento, una lira, che utilizzava per comunicare, preferendola alla parola. Talvolta, per quanto meravigliosa, non adatta del tutto ad esprimere un sentimento per chi fa delle note il solo mezzo per veicolare il proprio pensiero. Orfeo era un musicista dalla sensibilità di un poeta. Non poteva essere altrimenti, sua madre era Calliope, la musa della poesia epica. Orfeo, pur ammirando la potenza emotiva che poteva essere mossa in lui da un canto poetico, preferiva la leggiadria della musica. Egli non ricercava una tavoletta su cui incidere i versi che il cuore gli dettava, era, invero, la musica, il solo mezzo d’espressione con il quale si sentiva a suo agio.

Orfeo ed Euridice - Dipinto di Louis Ducis

 

Quando produciamo arte, che sia scrittura, musica, canto, poniamo a nudo la parte più intima di noi stessi: l’anima. E’ come se le vesti ci venissero strappate di dosso e una luce intensa e accecante irradiasse il nostro corpo, cosicché una persona, una soltanto, colei che più lo desidera, riesca a mantenere fisso lo sguardo senza essere abbagliata. Immaginate che la luce si affievolisca sino a scomparire del tutto, e un’essenza impalpabile ma visibile, spoglia e sincera, permanga. Si tratta della nudità che generà l’amore, e tale amore vero, disinteressato, partorisce a sua volta un ricordo eterno, incarnatosi in una relazione, che ostacola l’implacabilità della morte.

Orfeo in ogni suo brano musicale è solito rilasciare un frammento astratto della propria anima. Tutti restavano incantati dalle note che egli emetteva con la sua lira, uomini e donne, fiere e piante.  Un giorno, in quel bosco in cui egli amava sostare, un suono dolce e soave lo “svegliò” di soprassalto, facendolo drizzare in piedi. Udì distintamente il risolino di una ninfa. Camminava a piedi scalzi tra la fitta boscaglia, con i lunghi capelli che le coprivano, solo in parte, il corpo nudo. Euridice era il suo nome, ed era una driade.

Le driadi, avvenenti, eteree, sagge e rigogliose come un fiore appena sbocciato che si regge su di un saldo stelo, vivevano nella foresta, incarnando la forza e lo spirito di essa. La celestiale bellezza della ninfa rapì il cuore di Orfeo con la medesima rapidità di un dardo scoccato dall’arco di Cupido. Il figlio di Calliope attirò l’attenzione della ninfa pizzicando la sua lira. Euridice accostò l’orecchio e poi si lasciò guardare da Orfeo, emerso, nel frattempo, dalla folta vegetazione. Le note prodotte dallo strumento furono una sorta di dichiarazione d’amore che il giovane volle intonare per Euridice. Tale confessione romantica non fu pronunciata, non era fatta di parole scritte, venne fuori da un’armonia musicale, e si levò dalla fredda terra per raggiungere la sfera celeste sino a perdersi tra le costellazioni ordinate da Zeus. La dichiarazione d’amore, sotto forma di melodia, divenne una stella luminosa, incastonatasi nel firmamento sconfinato, così come era l’amore di Orfeo. Il giovane mise a nudo la sua anima, e si lasciò ammirare dalla ninfa, anch’ella senza vesti né veli, anch’ella innamorata. Orfeo, ai suoi componimenti melodici, non accompagnava mai alcun canto vocale. Fu per la prima volta Euridice a cadenzare la musicalità con la sua voce gradevole e ben intonata. Nei giorni a seguire, Euridice cantò per Orfeo, ed Orfeo suonò per Euridice, in un connubio passionale di musica e parole. Ma il suono che più compiaceva Orfeo era sempre quello che Euridice lasciava trapelare ogni qual volta sorrideva.

Euridice giurò il suo eterno amore ai piedi di un altare di petali e foglie e, sotto un arco nuziale di rami intrecciati con fiori colorati e dai mille profumi, Orfeo la prese in moglie.

Orfeo regge il corpo senza vita di Euridice - Dipinto di Ary Scheffer

 

L’idillio d’amore tra Orfeo ed Euridice venne tragicamente spezzato da Aristeo, uno dei figli di Apollo. Questi, uomo rozzo e brutale, si era invaghito di Euridice, e non riuscendo a placare il proprio impeto, tentò di aggredire la ninfa che, per sfuggirgli, scappò via. In quel triste giorno, Orfeo si era temporaneamente allontanato dalla consorte che non avrebbe rivisto più calcare le lande dei mortali. Durante la fuga, Euridice inciampò e cadde vicino ad un serpente che le morse un piede. Il letale veleno del rettile fece subito effetto e così la ninfa si spense in solitudine nel bosco.

Quando seppe della tragedia, Orfeo si strusse di disperazione. Raccolse tra le braccia il corpo senza vita della moglie e la strinse a sé, emettendo un urlo terribile che sconvolse la funerea quiete del bosco. Distrutto dal dolore, Orfeo scese negli inferi, deciso a riprendere l’anima della sua amata. Raggiunta la sponda dell’Acheronte, si imbatté in Caronte che, furente, cominciò a scacciare l’invasore, riconoscendo in lui la viva anima. Orfeo non si scompose, cominciò a suonare la sua lira e, di colpo, il Traghettatore di anime si placò. I modi aggressivi e violenti del cupo nocchiero cessarono, venendo sostituiti da comportamenti gentili e inaspettatamente aggraziati. Caronte, pertanto, accompagnò Orfeo dall’altra parte del fiume. Nemmeno la furia di Cerbero turbò il cantore. Orfeo, infatti, riprese a suonare e il cane a tre teste, guardiano dell’Ade, smise di mostrarsi cruento, divenendo mansueto. Al termine del suo cammino, Orfeo giunse davanti ad Ade e Persefone, supplicando il re e la regina degli inferi di restituirgli la sua amata. La disperata richiesta di Orfeo fu accompagnata dal continuo suono della sua lira, e i due regnanti dell’Oltretomba, mossi a compassione, decisero di restituire la vita ad Euridice. Il monito finale per Orfeo fu il seguente: “Portala con te, ma finché non uscirete dagli inferi non potrai guardarla per nessuna ragione. Se trasgredirai quest’ordine, perderai per sempre la tua sposa.”

Orfeo ed Euridice  - Dipinto di E. Pointer

 

Orfeo tremò, prima di accettare l’accordo. Prese la mano di Euridice e, senza guardarla in viso, si apprestò a risalire gli inferi, guidando l’anima dell’amata lungo le tetre scalinate che li avrebbero condotti all’uscita. Insieme a loro si incamminò anche Ermes, in veste di controllore. La presa della sposa era gelida di morte, tant’è che, impressionato, Orfeo dovette cederla, poiché gli sembrava di non toccare l’epidermide delicata di Euridice, come se lei non fosse altro che un’essenza evanescente; e tale consapevolezza, che si palesava come una sinistra rimembranza, lo tormentava.

Orfeo guida Euridice - Dipinto di Corot

 

Durante il lugubre sentiero, il musico avanzava da solo con alle spalle Euridice. I primi dubbi di Orfeo furono legati alla presenza effettiva di Euridice; non potendo più toccarla né potendola guardare, in lui si stava insinuando il dubbio e la paura se fosse davvero lì con lui. Quando smetteva di suonare, non sentiva nemmeno il rumore dei passi della moglie. Si rincuorò - le anime non lasciano segni né tantomeno generano rumori - pensò tra sé, riprendendo il cammino. D’improvviso, sentì una Euridice chiamarlo. Lo invitava a girarsi, a guardarla, a darle un bacio. Ma Orfeo non si voltava. I tentativi continuarono e si fecero sempre più intensi e drammatici. Orfeo, tremante, proseguì senza sosta, cosciente che quelle voci erano le tentazioni degli inferi, per nulla accomodanti nel lasciar andar via un’anima dall’oltretomba. Arrivato finalmente alle porte dell’Ade, non resistendo più, Orfeo si voltò di scatto per ricambiare lo sguardo della ninfa. Euridice, però, non aveva ancora completamente raggiunto l’uscita, era rimasta indietro, rallentata nei suoi passi dalla ferita che aveva alla caviglia, il morso del serpente. Euridice cominciò a svanire e, davanti allo sguardo attonito di Orfeo, morì una seconda volta.

Orfeo perde Euridice - Dipinto di Christian Gottlieb Kratzenstein

 

Il suonatore cadde a terra, distrutto dal dolore, lasciandosi andare alla più straziante disperazione. Gli occhi intrisi di lacrime si levarono verso il cielo, ed egli implorò l’intervento misericordioso di Zeus.  Nessuno venne in soccorso di Orfeo, che rimase solo ad osservare, tra i singhiozzi, quella stella accesa che era nata dalla musica decantata per la sua Euridice, quando ad ella si dichiarò. Orfeo notò come la luce di quella stella priva di costellazione si stava affievolendo. Il suo amore era imperituro ma l’addio di Euridice aveva spento la luce della sua esistenza e la stella sembrava esserne conscia, diminuendo la propria radiosa intensità.

Orfeo pianse ininterrottamente per oltre sette mesi. Da quel momento la sua melanconica melodia non farà altro che incantare gli alberi che un tempo vegliavano sulla sua amata e che l’accompagnarono, silenti, nella sua crescita da ragazza a donna. Dopo la perdita della sua sposa, Orfeo non proverà più alcuna forma di amore per nessun’altra, restando perennemente fedele al ricordo del suo eterno amore. La sua arte, però, attirerà l’attenzione delle Menadi, che arderanno di passione per lui. Orfeo le rifiuterà più volte, finché furiose, le stesse lo uccideranno, inveendo e martoriando terribilmente il suo corpo. La testa di Orfeo finirà sulla lira la quale, lasciata navigare senza meta sul fiume, raggiungerà il mare senza mai smettere di cantare, spingendosi fino all’isola di Lesbo. Orfeo cantava, e cantava senza sosta le stesse strofe che un tempo intonava la sua sposa.

Le ninfe ritrovano la testa di Orfeo - Dipinto di John William Waterhouse

 

In quell’attimo, Zeus, commosso dall’amore di Orfeo, raccolse la lira e la pose tra le stelle. Il Padre degli dei plasmò con le sue mani una costellazione, proprio attorno a quella stella morente, concepita dall’amore. La stella riprese improvvisamente “vita”, e si accorse d’essere avvolta dalla costellazione della Lira. L’anima di Orfeo venne eternata nel cielo e il suo cuore avvolto a quella sua stella.

Nei campi Elisi, Euridice vagava come un’anima beata, ma non ricordava nulla della sua vita trascorsa. Eppure, avvertiva un’insoddisfazione recondita ed elusiva. Era l’assenza del suo ricordo più caro divenuto, con l’arte e l’amore, immortale. Si avvicinò, quando il sole scomparve all’orizzonte, ad una caverna sita ai confini del paradiso greco. Tale spelonca custodiva una spaccatura, un’apertura tra le sue rocce che si affacciava sul cielo degli uomini.

Fu in quel momento che vide la stella della costellazione della Lira brillare di luce propria, ed ella rammentò. Orfeo le stava dando un bacio. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Ade" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Le stagioni di Gianni Rodari

Primavera è una giovinetta
con in bocca la prima violetta.
Poi vien l'estate, nel giro eterno
ma per i poveri è sempre inverno.
Vien l'autunno dalla montagna
ed ha l'odore di castagna.
Vien l'inverno dai ghiacciai
e nel suo sacco non ha che guai
.”

Dopo la titanomachia e la vittoria delle divinità greche, i discendenti aventi diritto alla spartizione della sovranità universale erano sostanzialmente tre: Zeus, Ade e Poseidone. I tre fratelli decisero di dividersi equamente il potere e a ognuno di loro toccò il dominio di un regno. Fu la sorte a muovere la mano di un destino neutrale nelle volontà esecutive: Zeus estrasse la Folgore e divenne dio dell’Olimpo, Poseidone sorteggiò il Tridente e ottenne il regno del Mare, Ade s’impadronì della Falce e conquistò il regno dell’Oltretomba. Raramente si nominava quest’ultima divinità, tanto la si temeva. E a ragion veduta! Tra i primogeniti di Crono, il divoratore, e Rea, la regina madre, Ade era annoverato tra le divinità più potenti di cui la mitologia avesse mai raccontato il vissuto. Dal sangue freddo e dal coraggio smisurato, Ade, durante la guerra contro i giganti, abbatté con furia molti Titani, mutilando braccia e squarciando ventri, rimanendo sempre nell’invisibilità. Egli portava sul capo un elmo nero, e proteggeva il suo corpo immortale con un’armatura buia come la notte più profonda. Pareva che la sorte avesse agito con saggezza e non con imparziale autorità quando fece in modo che il regno oscuro e imperscrutato dell’ultraterreno spettasse proprio a lui, schivo e riservato, tenebroso e austero. L’aldilà dava l’idea d’essere il riflesso dello spirito gelido del proprio padrone. Sembrava mitigare nell’animo di Ade un freddo quanto perpetuo inverno, tanto il suo carattere emanava un alone di inscalfibile e impersonale compostezza. Non era buon costume menzionare con leggerezza tale divinità. Si aveva il timore che la si importunasse, o che addirittura la flebile pronunzia dell’appellativo che lo contraddistingueva lo facesse adirare. Io stesso provo solamente ad immaginare cosa mormorassero i greci sommessamente in quel tempo tanto lontano: “Meglio guardarsi dall’incappare in un’involontaria provocazione. Sarebbe certamente opportuno evitare anche la più innocente delle stuzzicherie, così che il carattere, probabilmente iracondo, di un tale Re non venga intaccato. Sapete, laggiù ci vuole ben poco per “reindirizzare” il volere delle Moire…”

Nessuno pronunziava invano il nome di Ade per la timorosa suggestione che egli potesse punire il reo addirittura con la morte. Ma non era che una mera paura infondata. Negli scritti della mitologia, Ade era sovente descritto come un dio taciturno, dallo sguardo severo e giudizioso, ma mai egli si rivelò perfido ed improbo. Si ha ancora oggi la predisposizione, peraltro sbagliata, di pensare al dio greco dei morti e reinterpretarlo come una figura oscura, minacciosa, maligna, forse infingarda, nonché desiderosa di spodestare il fratello minore, Zeus. Nulla di più sbagliato! Ade era un dio leale, pacato, introverso e persino sentimentale. Il solo associare Ade alla figura della morte crea tutt’oggi un ingannevole pretesto aduso a farlo passare come un personaggio malvagio. E’ un po’ l’errore che facevano gli antichi greci quando credevano che Ade fosse da temere per il solo essere dio dell’oltretomba. L’abito non fa il monaco, diremmo oggi traendo spunto dal famoso detto popolare, e in egual maniera, il regno in cui egli troneggiava non doveva dare l’impressione sbagliata di una personalità ben più complessa di quella di un cattivo dei racconti.

Ade e Cerbero

 

Andando più nel dettaglio, Ade aveva il volto maestoso ma al tempo stesso tetro, i capelli arruffati e la barba incolta. Il regno di Ade portava il suo stesso nome, ed era situato al centro della Terra, nell’Erebo misterioso, e comunicava direttamente col mondo esteriore attraverso caverne dalle profondità smisurate. Tristi fiumi vi scorrevano e bagnavano sponde di consistenza rocciosa: lo Stige, fiume sudicio e ombroso, il Cocito, il fiume dei lamenti, il Piriflegetonte, il fiume del fuoco, il Lete, il fiume dell’oblio e l’Acheronte, il fiume del dolore. L’Acheronte circondava il paese e per attraversarlo bisognava servirsi della barca guidata dal vecchio e burbero Caronte, il quale, se non gli si pagava prima l’obolo e se il corpo a cui l’anima era appartenuta in vita non aveva ricevuto la debita sepoltura, scacciava l’anima stessa costringendola a errare in eterno lungo la desolata riva. Varcato il fiume si giungeva all’ingresso dell’Ade, custodito da Cerbero, il cane dalle tre teste e dalla voce di bronzo, mansueto nei rispetti di chi entrava, feroce nei riguardi di chi tentava di uscire. Oltre la soglia infernale tre giudici, Eaco, Minosse e Radamanto, esaminavano le anime e le assegnavano al nero Tartaro, ai Campi Elisi o alle Isole dei Beati. I cattivi e specialmente coloro che avevano peccato contro gli Dei erano destinati al Tartaro: ivi erano i Titani, e il gigante Tizio, cui due avvoltoi rodevano il fegato, e Tantalo, condannato a fame e sete eterne. I buoni erano guidati ai Campi Elisi, dove regnava una eterna primavera, splendeva la luce radiosa del sole e crescevano pioppi argentei. Cupe divinità si aggiravano nel regno di Ade: Thanatos e Hypnos, la personificazione della Morte e del Sonno, fratelli e figli della Notte, e tutta la schiera dei Sogni, quelli veritieri e quelli ingannatori, le Keres, seguaci di Marte, e le Erinni.

Le Erinni erano le dee della vendetta, persecutrici soprattutto di coloro che si rendevano colpevoli di inumanità verso i supplici e i forestieri o, peggio ancora, di empietà o di assassinio contro i parenti. Ade regnava assieme alla propria sposa Persefone, la regina degli Inferi. Persefone, conosciuta altresì come Proserpina dai romani, arrivò nell’oltretomba a seguito di un rapimento perpetuato dallo stesso Ade. La dea vi giunse quando il sole fulgido della primavera irradiava i boschi verdi della Terra. Nelle profondità dell’Ade vi trovò un clima differente, un mesto inverno.

Persefone

 

  • Inverno

Paesaggio invernaledi R. M. Rilke

“Respiran lievi gli altissimi abeti
racchiusi nel manto di neve.
Più morbido e folto quel bianco splendore
riveste ogni ramo via via.

Le candide strade si fanno più zitte:                                                                                        le stanze raccolte più intente.

Rintoccano l'ore. Ne vibra
percosso ogni bimbo tremando.
Di sovra gli alari, lo schianto d'un ciocco
che in lampi e faville rovina.

In niveo brillar di lustrini,

il candido giorno là fuori s'accresce,
divien sempiterno Infinito.”

Ade era costantemente arrabbiato. Tollerava come un supplizio permanente le urla rauche dei dannati che echeggiavano come lamenti martellanti nelle lande desolate del suo regno. Ovunque posasse lo sguardo non vedeva che dolore e tristezza, se non nelle regioni dell’Eden, in cui comunque non poteva che recarsi solamente per delle brevissime soste. Il dio greco era solo e nella sua solitudine si consumava il dramma di un’esistenza vacua e isolata. C’era persino chi giurò di averlo visto versare rassegnate lacrime di insoddisfazione senza mai cedere ad alcun singhiozzio. In mezzo a cotanta desolazione, Ade sentiva di trascinarsi in un inverno figurato, invalicabile, astratto e duraturo, senza che però potesse beneficiare della gioia, di certo temporanea, effimera, ma ugualmente dolce alla vista della caduta della neve. Nessuna coltre bianca avrebbe addolcito quel buio. Ade sognava di avere un raggio di sole che rischiarasse le tenebre del suo mondo. Fu forse in quell’istante, quando realizzò cos’era che mancava nella sua vita, che egli si sentì raggiunto al cuore dalla freccia più tenue ma, al contempo, più difficile da estrarre: quella di Eros. Ade concepì l’amore come un bisogno inestinguibile, avvampante, che movesse la sua mano disperata. Prima di partire, però, guardò fugacemente il suo elmo che lo rendeva invisibile. Quale ironia, pensò tra sé, quell’arnese a cui era tanto legato lo rendeva realmente impossibile da vedere, eppure egli si sentiva invisibile anche senza che lo indossasse, poiché nessuna donna aveva mai posato lo sguardo su di lui, relegato nelle profondità della Terra da tempo immemore. Quando emerse dal sottosuolo, fu investito dai caldi raggi di un sole primaverile.

"Il ratto di Proserpina" - Gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini

 

  • Primavera

Fiorita di marzo di Ada Negri

La fioritura vostra è troppo breve,
o rosei peschi, o gracili albicocchi
nudi sotto i bei petali di neve.

Troppo rapido è il passo con cui tocchi
il suolo; e al tuo passar l’erba germoglia,
o Primavera, o gioia de’ miei occhi.

Mentre io contemplo, ferma sulla soglia
dell’orto, il pio miracolo dei fiori
sbocciati sulle rame senza foglia,

essi, ne’ loro tenui colori,
tremano già del vento alla carezza,
volan per l’aria densa di languori;

e se ne va così la tua bellezza
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di marzo, o Giovinezza!…”

In quei secoli sulla Terra, faceva sempre bel tempo. Demetra, la dea delle messi, della fertilità e dell’agricoltura, donava agli uomini un’alternanza di mesi caldi e temperati, e procurava agli stessi proficui raccolti. Rigogliosi fiori germogliavano colorati in ogni dove, le foreste “pullulavano” di alberi secolari e verdeggianti dalle radici robuste, e dalle sorgenti sgorgavano con forza trasbordante e viva fiumi d’acqua cristallina. Ade si trovò dinanzi ad un paesaggio bucolico ed idilliaco che a stento ricordava d’aver contemplato prima della reclusione nel sottoterra. L’estate era alle porte, ma Ade non sapeva neppure cosa fosse una simile stagione. Fu proprio quando calcò il soffice manto verde di una radura che scorse un gruppo di ragazze intente a raccogliere fiori nei pressi di un lago. Una fra tutte rapì il suo sguardo: ella avvicinava alla bocca il petalo di una piantina di violette. I suoi capelli sprigionavano, ogni qual volta venivano mossi dal vento, un effluvio dolce che rievocava il profumo delle primule sbocciate, e le sue iridi al sole cangiavano colore, da un nocciola chiaro ad uno scintillante verde smeraldo. Ade venne rapito istantaneamente dalla bellezza di colei che aveva raccolto più fiori di tutti: Persefone. Sbucò a quel punto dalla vegetazione, e spaventò inavvertitamente le giovani, che scapparono via. Tutte tranne Persefone, rimasta impietrita e forse sorpresa dall’imponenza del dio. Ade si macchiò di un gesto deplorevole, seppur non propriamente violento: prese Persefone con sé.

Ella si dimenò con tutte le sue forze per sfuggire alla presa, ma Ade per adempiere del tutto a quel suo gesto, la strinse con decisione, fino ad affondare le mani nella candida pelle della giovane. Quello bastò per farla desistere dal dimenarsi oltre. L’urlo spaventato della fanciulla venne avvertito dalla madre, proprio la dea Demetra.

Persefone si figurò agli occhi di Ade come una sposa siffatta di una luce rinfrancante, un’aurora.

Ade e Persefone

 

  • Estate

Trebbiaturadi E. Panzacchi

Meriggio. La macchina trebbia

ansando con rombo profondo.

Il grano, rigagnolo biondo,

giù  scorre. Nell'aria è una nebbia

sottile. Sogguarda per l'aia

il nonno, con faccia rubizza.

Nell'aria una rondine guizza

radendo la bassa grondaia.

E intanto, che ressa sul ponte

tra i mucchi di spighe e di paglia,

col sole che gli occhi abbarbaglia,

col sole che affuoca ogni fronte!

Le donne di rosse pezzuole

avvolgon le trecce sudanti.

Non s'odon né risa né canti.

Ma il nonno: - Su, allegre, figliole!”

L’estate prossima a giungere sulla Terra si interruppe ancor prima d’arrivare, ma si propagò paradossalmente nell’oltretomba. La portò con sé Persefone, che riscaldò il cuore freddo di Ade.

Quando si accorse dell’assenza della figlia, e scoprì il rapimento, furibonda, Demetra si recò da Zeus per reclamare giustizia. Nel frattempo, Persefone, smarrita e spaventata, si struggeva di tristezza fin quando si accorse dei modi gentili che il dio dei morti riservava verso di lei. La durezza con cui in principio la prese per condurla negli inferi pareva essere stata del tutto accantonata a favore di qualche lieve carezza. Ade offrì alla donna la corona da regina e attese con un sentimento che mai aveva provato prima nel suo cuore, l’amore, d’intravedere sul viso della sua prossima consorte un sorriso incantevole. Ade per la prima volta cedette alla più umana delle speranze, alla più fragile delle volontà auspicate: l’aspettativa che il suo amore potesse essere ricambiato. Ma Persefone era ancora una prigioniera, confinata in una fortezza tenebrosa senza che lo avesse mai chiesto. Non poteva innamorarsi di colui che le aveva imposto una costrizione, aveva bisogno di scorgere in lui un’umanità benevola.

Zeus, il dio dell’Olimpo, era conscio di non avere potere su Ade né alcuna giurisdizione sugli inferi. In aggiunta a ciò, non voleva far indispettire né l’illustre fratello né Demetra, e cosi declamò una proposta: se Persefone non avesse mangiato nessun frutto del regno del sottosuolo, sarebbe potuta tornare dalla madre. Spaventata all’idea che la figlia avesse già toccato cibo, Demetra cominciò a piangere. Dalle sue gote scesero lacrime grosse come gocce di rugiada. Di riflesso, gli alberi del mondo iniziarono a piangere anch’essi, ma invece che lacrime, lasciarono cadere giù foglie ingiallite e avvizzite. Gli occhi di Demetra, inumiditi dal suo pianto incessante, le appannarono la vista e nel mondo la nebbia sulla Terra e la foschia sul mare calarono giù dal cielo come testimonianza di una fredda sofferenza intima.

"Ratto di Proserpina" - Dipinto di Rembrandt

 

  • Autunno

San Martino di G. Carducci

“La nebbia agli irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.”

Quando Demetra scese nell’Ade per reclamare la figlia era già troppo tardi. Persefone aveva mangiato sei semi del frutto del melograno, ed era pertanto condannata a giacere nell’oltretomba per sempre. In preda alla disperazione, Demetra implorò Ade di lasciare andare la giovane, ed egli mostrò pietà. Persefone sarebbe rimasta per sei mesi con lui, e negli altri sei sarebbe tornata sulla Terra dalla madre. Era il barlume di umanità che Persefone attendeva di trovare nel proprio futuro marito. La ragazza accettò, finalmente sorrise e sposò Ade.

Quando Persefone si trovava con il marito, la madre si angustiava per lei, e dai suoi lamenti e dalle sue geremiade gli uomini ricevevano l’autunno e il freddo inverno, ma quando Ade lasciava andare Persefone per i successivi sei mesi, Demetra tornava felice, il suo cuore palpitante di gioia rinvigoriva la natura e il clima terrestre, regalando agli uomini la primavera e la calda estate. Tutto il contrario accadeva nell’oltretomba in una perenne contrapposizione che non avrebbe mai avuto fine: quando Ade trascorreva le sue settimane con la moglie, gioiva e avvertiva sulla sua pelle la lieve carezza di un vento primaverile e il dolce bacio del sole di fine giugno. Quando doveva salutare la sposa, tornava a sopportare la malinconia di un autunno stanco e l’asprezza di un inverno di gelo colmo di solitudine. Quanta importanza recava nel cuore di un marito il matrimonio, e nel cuore di una madre la vicinanza famigliare…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Riflesso di Spider-Man" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Terzo: Spider-Man 3

La ragnatela era stata imbrattata da una sostanza vischiosa, nera come pece e appiccicaticcia. Essa ora è scura, non bianca e rossa come un tempo. Quando la camera dilata il suo disinteressato sguardo e si sofferma ad osservare il consueto intrecciarsi della ragnatela ai titoli d’apertura dell’ultimo film della trilogia, è tutto buio. Da una zona anonima, una luce fioca rischiara parte dei fili tessuti e intrisi di un liquido bruno e putrido. Impregnati da questo denso “materiale” di origine ignota, i titoli di testa frastagliano accanto alle immagini estrapolate dei protagonisti. Il terzo e conclusivo “opening credits” della trilogia simboleggia la fase culmine del lavoro di Raimi: dalla fuggevolezza del primo Uomo-Ragno apparso nei titoli di testa si è passati all’arte deificata di Alex Ross, sino a giungere alla realtà netta e cristallina di “Spider-Man 3”. Nessuna reinterpretazione artistica, in questa ragnatela affagottata dall’oscurità del simbionte le immagini sono evidenti, reali. Ciò preannuncia l’inevitabile: in questo conclusivo capitolo della saga tutti i nodi verranno al pettine e saranno risolti una volta per tutte in maniera nitida e definitiva. Nel mentre la sequenza scorre via, gocce ombrose cadono giù, insudiciando ulteriormente i filamenti ancora immacolati. Il lurido elemento vivo e colloso del simbionte ha intaccato completamente la tela del ragno, e la sta facendo sua come un parassita ingordo e violento: è il momento di andare via.

  • Di rado un film fu tanto atteso

L’aria che si respirava nelle settimane che precedettero l’uscita di “Spider-Man 3” la ricordo con un tale nitore che potrei paragonarla ad una lieve brezza rinfrancante, pronta ad accarezzarmi il viso. Se il primo lungometraggio di Raimi era riuscito a suscitare in me tutta una serie d’emozioni, il secondo mi aveva meravigliato come mai avrei creduto. Le premesse sembravano, dunque, suggerirmi che la terza pellicola avrebbe alzato ulteriormente la posta in palio. Raimi era già riuscito a superarsi, perché non avrebbe dovuto ripetersi?

Per un ragionamento forse poi non tanto logico né conseguenziale, “Spider-Man 3” sarebbe dovuto essere un trionfo visivo, un tripudio di sensazioni nuove. Le aspettative continuarono a crescere di giorno in giorno quando fu annunciata la presenza di “Venom”, uno dei massimi antagonisti dell’Uomo-Ragno. Come ben sapevo, Venom non era che un “parto” secondario, una creatura “generata” solo in un secondo momento dal simbionte. Prima del suo approdo, sarebbe stato Spider-Man ad interagire con l’alieno, a sperimentare per la prima volta il fascino del male. “Spider-Man 3” veniva presentato come un film cupo, dark, maturo. La prima immagine pubblicizzata della pellicola immortalava l’Uomo-Ragno seduto in cima ad una torre con indosso un iconico costume nero. Spider-Man era stanco, in ginocchio, schiacciato da un peso oscuro che gravava sul suo capo. Il suo volto cedeva, osservava il vuoto, e il suo braccio disteso era poggiato sulla gamba. Quello che vedevo era un Uomo-Ragno riflessivo, meditabondo, oppresso, forse anche intimorito da quella strana sostanza attaccaticcia che gli si era modellata al costume. Si trattava di un’immagine fin troppo attrattiva per un appassionato del supereroe come me che, al riguardo, ben conosceva la trama circa l’arrivo del simbionte sulla Terra. Raramente, confesso di aver atteso tanto un film. In molti, oltre me, non vedevamo l’ora di raggiungere la sala cinematografica. Sui cellulari, le immagini del “Black Spider-Man” campeggiavano come sfondi e temi. “Spider-Man 3” sarebbe stato un evento che avrebbe segnato i ricordi più cari di ogni “nerd”.

Ed io, dal mio punto di vista, ero pronto. Per meglio dire, ero decisamente immantinente di rivedere Spider-Man “danzare” sulla città restando aggrappato alle sue “corde”, dondolandosi di grattacielo in grattacielo, tuffandosi poi giù a capofitto nel centro urbano di una metropoli illimitata. I presupposti per poter guardare un terzo atto altrettanto stupefacente erano solidi come le fondamenta di un’antica cattedrale.

Quando uscii dal cinema restai piacevolmente colpito dalla bellezza estetica di alcuni personaggi, dall’azione travolgente, e dalle (poche) sequenze riservate allo Spider-Man nero. Tuttavia, una domanda cominciò a farsi strada in me: “tutto qui?”. Del film mi erano rimaste impresse le sequenze di maggiore impatto visivo, ma la storia l’avevo già scordata. Cosa era successo? Le mie pretese erano state tradite o, in verità, loro stesse erano già dal principio irraggiungibili? In verità, “Spider-Man 3” mancò di molte cose.

Sam Raimi non poté lavorare tranquillo. Al regista non fu permesso di sviluppare la storia come avrebbe voluto. In vero, fu la Sony ad esigere la presenza di Venom, cosa che costrinse Raimi a rimaneggiare pesantemente la sceneggiatura già collaudata. Per la prima volta, Raimi non riuscì a mantenere il timone della propria nave con mano risoluta. Ne seguirono delle “virate” improvvise che destabilizzarono la navigazione. I tanti personaggi presenti sulla scena e i troppi antagonisti costrinsero il regista a perdere la rotta, dando luogo ad una storia pasticciata. “Spider-Man 3” non è, purtroppo, la degna fine che questa trilogia avrebbe meritato. Le colpe non furono imputate a qualcuno o a qualcosa in particolare, ma ad un mix di scelte, opzionate ed imposte, che guastarono l’armonia di un atto finale partito sotto tutt’altri auspici.

Le debolezze del terzo film sono riscontrabili in una storia poco incisiva, se non parecchio labile, e nella debolezza dei personaggi principali, per la prima volta caratterizzati con pressapochismo, conseguenza diretta di una raffazzonata e frettolosa riscrittura obbligata. Pur attingendo parti della trama da alcuni dei momenti più entusiasmanti della storia editoriale dell’Uomo-Ragno, il film finì per arenarsi in un pantano fangoso senza mai uscirne. A questo va aggiunto lo spessore psicologico vacuo e insufficiente di Eddie Brock, e la pessima resa di Gwen Stacy, interpretata dalla bionda (per l’occasione) Bryce Dallas Howard, personaggio cardine dell’adolescenza di Peter, qui ridotta a ragazza petulante, mero pretesto per abbozzare un triangolo amoroso fatto di gelosie e inganni.

Il modo di agire dei protagonisti, Peter, Mary Jane e Harry, è incoerente, innaturale, e del tutto fuori carattere tant’è che alle volte si ha l’impressione che essi non siano realmente loro, ma delle copie distorte ed irriconoscibili. Tuttavia, questo difetto permette di analizzare uno dei concetti presenti in “Spider-Man 3”, ovvero il tema della “trasformazione”. Sebbene il terzo e ultimo passo della trilogia sia imperfetto, esso riesce comunque a inscenare diverse tematiche interessanti, meritevoli d’essere messe al vaglio.

  • Questo costume. Wow, che bella sensazione... È la fine del mondo.

L’esibizionismo è un elemento basico di “Spider-Man 3”, sin dalla scena iniziale, nella quale vediamo un Peter disincantato ammirare l’immagine di “se stesso” proiettata su un grande schermo. Peter avverte indirettamente le gioie della fama, e sembra esternare, seppur con i suoi tipici modi affabili, la sfacciataggine di chi sente d’essere amato, se non anche venerato, dal grande pubblico. Raimi vuol farci riflettere su come la trasformazione di Peter cominci ben prima del suo imbattersi nel simbionte alieno. Mary Jane ha finalmente calcato i palcoscenici di Broadway, ma la sua prima esibizione raccoglierà tenui, per non dire freddi, riscontri critici. D’altronde, il lavoro di Mary Jane, ovvero il suo essere attrice di teatro, non può prescindere dal non sconfinare nel protagonismo. I grandi interpreti mettono in gioco le loro doti e si esibiscono “ostentando”, in arte recitativa, il loro talento. Mary Jane pare risentire di colpo del proprio insuccesso, e sembra sviluppare parimenti una leggera invidia nei confronti dell’alter-ego dell’uomo che ama, Spider-Man, il quale è prossimo ad essere celebrato in un evento in cui gli verranno consegnate le chiavi della città.

Ed è in tale festosa circostanza che si spezza l’idillio amoroso tra Peter e Mary Jane: Spider-Man bacia Gwen senza una vera motivazione, senza neppure curarsi della reazione che avrebbe potuto provocare in Mary Jane. Peter, borioso e sbruffone, è oramai accecato dalla fama dell’eroe. L’arrivo del simbionte incrementerà la sua arroganza e il suo desiderio di protagonismo: da una trasformazione accennata nel carattere del ragazzo si giungerà ad una trasformazione completa, riscontrabile esteriormente nel costume nero. La sequenza in cui un Peter addormentato cadrà preda del simbionte che lo soffocherà col suo manto di pelle nera come il tizzone, e l’immediata scena successiva, in cui l’Uomo-Ragno si risveglierà, sono straordinarie e conferiscono il lustro che serve alla pellicola per riprendersi e donare ai suoi spettatori dei momenti di pura estasi visiva.

Spider-Man che giace a testa in giù, stretto alla sua ragnatela, e che si vede per la prima volta riflesso allo specchio con il costume avviluppato dal simbionte, accompagnato da una traccia musicale forte e vibrante, è una sequenza d’enorme impatto. Spider-Man osserva il riflesso di un nuovo se stesso, come accadde a Norman Osborn nel primo film quando, intravedendo la sua immagine replicata dallo specchio, interagirà con Goblin. Lo specchio per Raimi diventa lo strumento per espletare una dualità oscillante tra bene e male. L’Uomo-Ragno in quella vetrata si relazionerà per la prima volta con la sua identità più torbida e incontrollabile.

A questo punto la trasformazione viene marcata da un mutamento nella psiche e nell’indole del ragazzo, divenuto, sotto l’influenza del simbionte, più aggressivo e spietato. Ciononostante, il film di Raimi non riesce a mostrare con pregevolezza questo cambiamento senza scadere nel pittoresco. Molte delle scene che certificano la diversità caratteriale di Peter sfiorano la comicità, ai limiti della caricatura. Inoltre, per esternare il cambiamento dell’eroe si scelse di dare al protagonista un look diverso nella pettinatura affinché fossero accentuati i capelli corvini. Una scelta inopportuna, se non anche imbarazzante, che poco riuscirà a comunicare allo spettatore se non un senso di perplessità.

Le trasformazioni messe in atto in “Spider-Man 3” riguardano tanto il protagonista che i suoi avversari. Il male possessivo già presente nei precedenti lungometraggi sull’Uomo-Ragno qui tenta di mutare tanto l’aspetto quanto il cuore dei personaggi. Harry assumerà l’identità di Goblin, mutando il suo essere per inseguire la “chimerica illusione” che il padre perduto possa essere fiero di ciò che il figlio è diventato seguendo le sue orme. Persino il volto di Harry verrà sfregiato a metà da una delle bombe presenti nel suo arsenale, come se il viso volesse rappresentare il bene e il male che dilaniano l’animo incerto del ragazzo.  Flint Marko vedrà il suo corpo disfarsi come polvere granulosa e ruvida quando verrà trasformato nell’Uomo Sabbia. Sia Harry che Flint, tuttavia, non manterranno la loro crudeltà a lungo e, come Peter, rigetteranno il male al termine delle loro vicissitudini. Dei quattro mutati soltanto Eddie Brock, Venom, si lascerà contagiare del tutto dall’oscurità, ergendosi, di fatto, a vero antagonista della pellicola.

  • Io non sono un uomo cattivo... è cattiva la mia sorte.

L’intero film di Raimi ruota attorno all’avvicendamento tra bene e male, con quest’ultimo che si manifesta nuovamente sotto forma di dannazione. E’ dannato il fato di Flint, colpevole di aver ucciso inavvertitamente zio Ben. Sarà ancora maledetto il suo destino, quando egli si troverà vittima di un esperimento che lo tramuterà nell’Uomo-Sabbia. A tal proposito, la scena in cui egli affiora da una montagna di sabbia e cerca di riassumere una forma umana è intensa e toccante. Il modo in cui la sua mano porosa e sgretolabile cerca di afferrare il pendaglio in cui è custodita la fotografia della figlia, il suo unico affetto, testimonia come un uomo “distrutto” e ridotto in polvere tenti di aggrapparsi a qualcosa di concreto per riappropriarsi del proprio aspetto. Si aggancia ai ricordi, agli affetti, all’amore l’Uomo Sabbia.

  • La vendetta è come un veleno che t’invade tutto e senza che tu te ne accorga ti trasforma in un essere spregevole.

“Spider-Man 3” indaga la sfera emotiva del suo grande eroe e cerca di far perseguire lui il perdono. La furia vendicativa dell’uomo-Ragno nei confronti di Flint, reo di aver ucciso Ben Parker, è dettata da una ferita che nell’animo del supereroe aveva cominciato a cicatrizzarsi ma che di colpo è stata inaspettatamente riaperta. Al contempo, Eddie Brock insegue folli propositi di rivalsa nei confronti di Peter Parker, colpevole di avergli fatto perdere il lavoro al Daily bugle. Se Peter riuscirà a perdonare Flint, tanto da togliersi finalmente un peso dal cuore, Eddie tenterà fino allo stremo di vendicarsi. La vendetta così si configura come un lercio veleno, coagulante e di nero colore.

"Black Spider-Man" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sono le nostre scelte che fanno di noi quelli che siamo... e abbiamo sempre la possibilità di fare la scelta giusta.

La campana rintocca più volte quando la pioggia bagna uno stremato Peter Parker. Il lacrimare del cielo si fa incessante come un pianto continuo e malinconico. L’atmosfera riflette la personalità agitata e umiliata dell’eroe. Spider-Man ha raggiunto la sommità di una cattedrale, si è accomodato in cima, su una pietra sporgente, e una croce svetta alta sul suo capo, al culmine della casa di Cristo. E’ uno Spider-Man meditativo quello che possiamo ammirare in una delle scene più coinvolgenti dell’intera trilogia. Comincia ad essere disgustato dal suo costume nero che ne ha compromesso la moralità. Decide così di ritirarsi all’interno del campanile. Nel frattempo, Eddie ha varcato la soglia del santuario e dopo aver sfiorato l’acqua santa con la punta delle dita della mano destra, si siede sul banco a pregare: Brock implora Dio di uccidere Peter Parker. Poco dopo aver espresso quel drammatico volere, l’uomo avverte delle urla provenire dal limite massimo del campanile. Quando la grossa campana suonerà, la forza del simbionte verrà meno e Spider-Man potrà così cercare di strapparsi di dosso quel costume. Come Ercole, il massimo eroe della mitologia greca, quando cercò con ferrea volontà, tra afflizione e patimento, di sdrucirsi di dosso le vesti infocate intinte nel diabolico sangue del centauro Nesso, così Peter, con egual fatica, farà di tutto per sbrandellare i resti di quel tetro veleno, agendo e soffrendo a causa del costume che gli sta dilaniando le carni. In quel momento, Peter avrà compiuto una scelta: tornare ad essere il vero Spider-Man. Da lassù, il simbionte cadrà giù come una pioggia maledetta, figurandosi come la spaventosa risposta alla richiesta proferita da Eddie Brock in chiesa. Il simbionte avvinghia l’uomo e lo trasforma in Venom. Ne seguirà uno scontro che vedrà prevalere l’Uomo-Ragno.

Zia May era solita ricordare a Peter il dovere dell’uomo che ha l’intenzione di chiedere in sposa una donna. Prendersi cura della propria consorte è prima di tutto una scelta cosciente e doverosa, poi un dono e soprattutto un impegno da dover adempiere per tutta la vita. Peter si riappellerà a questo insegnamento quando si ricongiungerà a Mary Jane, pronto a proteggerla nuovamente finché avrà forza. Peter e Mary Jane torneranno insieme rimettendo assieme i cocci rotti del loro allontanamento. I due riprenderanno così a danzare; no, non più su nel cielo, passando di nuvola in nuvola con l’ausilio delle ragnatele, ma sulla Terra, lì dove hanno scelto di riprendere la loro storia, questa volta per sempre.

"Solitudine"  China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Conclusioni: addio amichevole Spider-Man di quartiere

Siamo giunti al termine di questo viaggio, e quest’ultima pagina segna la fine di questa personale rilettura che ho voluto dedicare alla trilogia di Sam Raimi. “Spider-Man 3” non ebbe alcun seguito, fu, dunque, l’ultimo atto. Le imponenti e sensazionali scene d’azione permisero al film, a mio giudizio, di andare oltre la sufficienza. Tuttavia, la sensazione che la saga meritasse una conclusione più entusiasmante continua a permanere anche a distanza di due lustri. Manca il matrimonio tra Peter e Mary Jane, manca l’ultimo scontro tra Spider-Man e il Lizard di Dylan Baker, manca ancora tutto ciò che avremmo potuto vedere in un possibile “Spider-Man 4” che tanti, oltre me, avranno un tempo reclamato a gran voce.

La trilogia di Spider-Man di Sam Raimi occuperà sempre un posto speciale nella storia del cinema, e soprattutto nel mio cuore, così come lo Spider-Man di Tobey Maguire seguiterà ad essere un simbolo di quella che potremmo definire “un’epoca” lontana del cinema supereroico. Diversa e di certo stupefacente.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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