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"Ade" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Le stagioni di Gianni Rodari

Primavera è una giovinetta
con in bocca la prima violetta.
Poi vien l'estate, nel giro eterno
ma per i poveri è sempre inverno.
Vien l'autunno dalla montagna
ed ha l'odore di castagna.
Vien l'inverno dai ghiacciai
e nel suo sacco non ha che guai
.”

Dopo la titanomachia e la vittoria delle divinità greche, i discendenti aventi diritto alla spartizione della sovranità universale erano sostanzialmente tre: Zeus, Ade e Poseidone. I tre fratelli decisero di dividersi equamente il potere e a ognuno di loro toccò il dominio di un regno. Fu la sorte a muovere la mano di un destino neutrale nelle volontà esecutive: Zeus estrasse la Folgore e divenne dio dell’Olimpo, Poseidone sorteggiò il Tridente e ottenne il regno del Mare, Ade s’impadronì della Falce e conquistò il regno dell’Oltretomba. Raramente si nominava quest’ultima divinità, tanto la si temeva. E a ragion veduta! Tra i primogeniti di Crono, il divoratore, e Rea, la regina madre, Ade era annoverato tra le divinità più potenti di cui la mitologia avesse mai raccontato il vissuto. Dal sangue freddo e dal coraggio smisurato, Ade, durante la guerra contro i giganti, abbatté con furia molti Titani, mutilando braccia e squarciando ventri, rimanendo sempre nell’invisibilità. Egli portava sul capo un elmo nero, e proteggeva il suo corpo immortale con un’armatura buia come la notte più profonda. Pareva che la sorte avesse agito con saggezza e non con imparziale autorità quando fece in modo che il regno oscuro e imperscrutato dell’ultraterreno spettasse proprio a lui, schivo e riservato, tenebroso e austero. L’aldilà dava l’idea d’essere il riflesso dello spirito gelido del proprio padrone. Sembrava mitigare nell’animo di Ade un freddo quanto perpetuo inverno, tanto il suo carattere emanava un alone di inscalfibile e impersonale compostezza. Non era buon costume menzionare con leggerezza tale divinità. Si aveva il timore che la si importunasse, o che addirittura la flebile pronunzia dell’appellativo che lo contraddistingueva lo facesse adirare. Io stesso provo solamente ad immaginare cosa mormorassero i greci sommessamente in quel tempo tanto lontano: “Meglio guardarsi dall’incappare in un’involontaria provocazione. Sarebbe certamente opportuno evitare anche la più innocente delle stuzzicherie, così che il carattere, probabilmente iracondo, di un tale Re non venga intaccato. Sapete, laggiù ci vuole ben poco per “reindirizzare” il volere delle Moire…”

Nessuno pronunziava invano il nome di Ade per la timorosa suggestione che egli potesse punire il reo addirittura con la morte. Ma non era che una mera paura infondata. Negli scritti della mitologia, Ade era sovente descritto come un dio taciturno, dallo sguardo severo e giudizioso, ma mai egli si rivelò perfido ed improbo. Si ha ancora oggi la predisposizione, peraltro sbagliata, di pensare al dio greco dei morti e reinterpretarlo come una figura oscura, minacciosa, maligna, forse infingarda, nonché desiderosa di spodestare il fratello minore, Zeus. Nulla di più sbagliato! Ade era un dio leale, pacato, introverso e persino sentimentale. Il solo associare Ade alla figura della morte crea tutt’oggi un ingannevole pretesto aduso a farlo passare come un personaggio malvagio. E’ un po’ l’errore che facevano gli antichi greci quando credevano che Ade fosse da temere per il solo essere dio dell’oltretomba. L’abito non fa il monaco, diremmo oggi traendo spunto dal famoso detto popolare, e in egual maniera, il regno in cui egli troneggiava non doveva dare l’impressione sbagliata di una personalità ben più complessa di quella di un cattivo dei racconti.

Ade e Cerbero

 

Andando più nel dettaglio, Ade aveva il volto maestoso ma al tempo stesso tetro, i capelli arruffati e la barba incolta. Il regno di Ade portava il suo stesso nome, ed era situato al centro della Terra, nell’Erebo misterioso, e comunicava direttamente col mondo esteriore attraverso caverne dalle profondità smisurate. Tristi fiumi vi scorrevano e bagnavano sponde di consistenza rocciosa: lo Stige, fiume sudicio e ombroso, il Cocito, il fiume dei lamenti, il Piriflegetonte, il fiume del fuoco, il Lete, il fiume dell’oblio e l’Acheronte, il fiume del dolore. L’Acheronte circondava il paese e per attraversarlo bisognava servirsi della barca guidata dal vecchio e burbero Caronte, il quale, se non gli si pagava prima l’obolo e se il corpo a cui l’anima era appartenuta in vita non aveva ricevuto la debita sepoltura, scacciava l’anima stessa costringendola a errare in eterno lungo la desolata riva. Varcato il fiume si giungeva all’ingresso dell’Ade, custodito da Cerbero, il cane dalle tre teste e dalla voce di bronzo, mansueto nei rispetti di chi entrava, feroce nei riguardi di chi tentava di uscire. Oltre la soglia infernale tre giudici, Eaco, Minosse e Radamanto, esaminavano le anime e le assegnavano al nero Tartaro, ai Campi Elisi o alle Isole dei Beati. I cattivi e specialmente coloro che avevano peccato contro gli Dei erano destinati al Tartaro: ivi erano i Titani, e il gigante Tizio, cui due avvoltoi rodevano il fegato, e Tantalo, condannato a fame e sete eterne. I buoni erano guidati ai Campi Elisi, dove regnava una eterna primavera, splendeva la luce radiosa del sole e crescevano pioppi argentei. Cupe divinità si aggiravano nel regno di Ade: Thanatos e Hypnos, la personificazione della Morte e del Sonno, fratelli e figli della Notte, e tutta la schiera dei Sogni, quelli veritieri e quelli ingannatori, le Keres, seguaci di Marte, e le Erinni.

Le Erinni erano le dee della vendetta, persecutrici soprattutto di coloro che si rendevano colpevoli di inumanità verso i supplici e i forestieri o, peggio ancora, di empietà o di assassinio contro i parenti. Ade regnava assieme alla propria sposa Persefone, la regina degli Inferi. Persefone, conosciuta altresì come Proserpina dai romani, arrivò nell’oltretomba a seguito di un rapimento perpetuato dallo stesso Ade. La dea vi giunse quando il sole fulgido della primavera irradiava i boschi verdi della Terra. Nelle profondità dell’Ade vi trovò un clima differente, un mesto inverno.

Persefone

 

  • Inverno

Paesaggio invernaledi R. M. Rilke

“Respiran lievi gli altissimi abeti
racchiusi nel manto di neve.
Più morbido e folto quel bianco splendore
riveste ogni ramo via via.

Le candide strade si fanno più zitte:                                                                                        le stanze raccolte più intente.

Rintoccano l'ore. Ne vibra
percosso ogni bimbo tremando.
Di sovra gli alari, lo schianto d'un ciocco
che in lampi e faville rovina.

In niveo brillar di lustrini,

il candido giorno là fuori s'accresce,
divien sempiterno Infinito.”

Ade era costantemente arrabbiato. Tollerava come un supplizio permanente le urla rauche dei dannati che echeggiavano come lamenti martellanti nelle lande desolate del suo regno. Ovunque posasse lo sguardo non vedeva che dolore e tristezza, se non nelle regioni dell’Eden, a cui comunque non poteva che recarsi solamente per delle brevissime soste. Il dio greco era solo e nella sua solitudine si consumava il dramma di un’esistenza vacua e isolata. C’era persino chi giurò di averlo visto versare rassegnate lacrime di insoddisfazione senza mai cedere ad alcun singhiozzio. In mezzo a cotanta desolazione, Ade sentiva di trascinarsi in un inverno figurato, invalicabile, astratto e duraturo, senza che però potesse beneficiare della gioia, di certo temporanea, effimera, ma ugualmente dolce alla vista della caduta della neve. Nessuna coltre bianca avrebbe addolcito quel buio. Ade sognava di avere un raggio di sole che rischiarasse le tenebre del suo mondo. Fu forse in quell’istante, quando realizzò cos’era che mancava nella sua vita, che egli si sentì raggiunto al cuore dalla freccia più tenue ma, al contempo, più difficile da estrarre: quella di Eros. Ade concepì l’amore come un bisogno inestinguibile, avvampante, che movesse la sua mano disperata. Prima di partire, però, guardò fugacemente il suo elmo che lo rendeva invisibile. Quale ironia, pensò tra sé, quell’arnese a cui era tanto legato lo rendeva realmente impossibile da vedere, eppure egli si sentiva invisibile anche senza che lo indossasse, poiché nessuna donna aveva mai posato lo sguardo su di lui, relegato nelle profondità della Terra da tempo immemore. Quando emerse dal sottosuolo, fu investito dai caldi raggi di un sole primaverile.

"Il ratto di Proserpina" - Gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini

 

  • Primavera

Fiorita di marzo di Ada Negri

La fioritura vostra è troppo breve,
o rosei peschi, o gracili albicocchi
nudi sotto i bei petali di neve.

Troppo rapido è il passo con cui tocchi
il suolo; e al tuo passar l’erba germoglia,
o Primavera, o gioia de’ miei occhi.

Mentre io contemplo, ferma sulla soglia
dell’orto, il pio miracolo dei fiori
sbocciati sulle rame senza foglia,

essi, ne’ loro tenui colori,
tremano già del vento alla carezza,
volan per l’aria densa di languori;

e se ne va così la tua bellezza
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di marzo, o Giovinezza!…”

In quei secoli sulla Terra, faceva sempre bel tempo. Demetra, la dea delle messi, della fertilità e dell’agricoltura, donava agli uomini un’alternanza di mesi caldi e temperati, e procurava agli stessi proficui raccolti. Rigogliosi fiori germogliavano colorati in ogni dove, le foreste “pullulavano” di alberi secolari e verdeggianti dalle radici robuste, e dalle sorgenti sgorgavano con forza trasbordante e viva fiumi d’acqua cristallina. Ade si trovò dinanzi ad un paesaggio bucolico ed idilliaco che a stento ricordava d’aver contemplato prima della reclusione nel sottoterra. L’estate era alle porte, ma Ade non sapeva neppure cosa fosse una simile stagione. Fu proprio quando calcò il soffice manto verde di una radura che scorse un gruppo di ragazze intente a raccogliere fiori nei pressi di un lago. Una fra tutte rapì il suo sguardo: ella avvicinava alla bocca il petalo di una piantina di violette. I suoi capelli sprigionavano, ogni qual volta venivano mossi dal vento, un effluvio dolce che rievocava il profumo delle primule sbocciate, e le sue iridi al sole cangiavano colore, da un nocciola chiaro ad uno scintillante verde smeraldo. Ade venne rapito istantaneamente dalla bellezza di colei che aveva raccolto più fiori di tutti: Persefone. Sbucò a quel punto dalla vegetazione, e spaventò inavvertitamente le giovani, che scapparono via. Tutte tranne Persefone, rimasta impietrita e forse sorpresa dall’imponenza del dio. Ade si macchiò di un gesto deplorevole, seppur non propriamente violento: prese Persefone con sé.

Ella si dimenò con tutte le sue forze per sfuggire alla presa, ma Ade per adempiere del tutto a quel suo gesto, la strinse con decisione, fino ad affondare le mani nella candida pelle della giovane. Quello bastò per farla desistere dal dimenarsi oltre. L’urlo spaventato della fanciulla venne avvertito dalla madre, proprio la dea Demetra.

Persefone si figurò agli occhi di Ade come una sposa siffatta di una luce rinfrancante, un’aurora.

Ade e Persefone

 

  • Estate

Trebbiaturadi E. Panzacchi

Meriggio. La macchina trebbia

ansando con rombo profondo.

Il grano, rigagnolo biondo,

giù  scorre. Nell'aria è una nebbia

sottile. Sogguarda per l'aia

il nonno, con faccia rubizza.

Nell'aria una rondine guizza

radendo la bassa grondaia.

E intanto, che ressa sul ponte

tra i mucchi di spighe e di paglia,

col sole che gli occhi abbarbaglia,

col sole che affuoca ogni fronte!

Le donne di rosse pezzuole

avvolgon le trecce sudanti.

Non s'odon né risa né canti.

Ma il nonno: - Su, allegre, figliole!”

L’estate prossima a giungere sulla Terra si interruppe ancor prima d’arrivare, ma si propagò paradossalmente nell’oltretomba. La portò con sé Persefone, che riscaldò il cuore freddo di Ade.

Quando si accorse dell’assenza della figlia, e scoprì il rapimento, furibonda, Demetra si recò da Zeus per reclamare giustizia. Nel frattempo, Persefone, smarrita e spaventata, si struggeva di tristezza fin quando si accorse dei modi gentili che il dio dei morti riservava verso di lei. La durezza con cui in principio la prese per condurla negli inferi pareva essere stata del tutto accantonata a favore di qualche lieve carezza. Ade offrì alla donna la corona da regina e attese con un sentimento che mai aveva provato prima nel suo cuore, l’amore, d’intravedere sul viso della sua prossima consorte un sorriso incantevole. Ade per la prima volta cedette alla più umana delle speranze, alla più fragile delle volontà auspicate: l’aspettativa che il suo amore potesse essere ricambiato. Ma Persefone era ancora una prigioniera, confinata in una fortezza tenebrosa senza che lo avesse mai chiesto. Non poteva innamorarsi di colui che le aveva imposto una costrizione, aveva bisogno di scorgere in lui un’umanità benevola.

Zeus, il dio dell’Olimpo, era conscio di non avere potere su Ade né alcuna giurisdizione sugli inferi. In aggiunta a ciò, non voleva far indispettire né l’illustre fratello né Demetra, e cosi declamò una proposta: se Persefone non avesse mangiato nessun frutto del regno del sottosuolo, sarebbe potuta tornare dalla madre. Spaventata all’idea che la figlia avesse già toccato cibo, Demetra cominciò a piangere. Dalle sue gote scesero lacrime grosse come gocce di rugiada. Di riflesso, gli alberi del mondo iniziarono a piangere anch’essi, ma invece che lacrime, lasciarono cadere giù foglie ingiallite e avvizzite. Gli occhi di Demetra, inumiditi dal suo pianto incessante, le appannarono la vista e nel mondo la nebbia sulla Terra e la foschia sul mare calarono giù dal cielo come testimonianza di una fredda sofferenza intima.

"Ratto di Proserpina" - Dipinto di Rembrandt

 

  • Autunno

San Martino di G. Carducci

“La nebbia agli irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.”

Quando Demetra scese nell’Ade per reclamare la figlia era già troppo tardi. Persefone aveva mangiato sei semi del frutto del melograno, ed era pertanto condannata a giacere nell’oltretomba per sempre. In preda alla disperazione, Demetra implorò Ade di lasciare andare la giovane, ed egli mostrò pietà. Persefone sarebbe rimasta per sei mesi con lui, e negli altri sei sarebbe tornata sulla Terra dalla madre. Era il barlume di umanità che Persefone attendeva di trovare nel proprio futuro marito. La ragazza accettò, finalmente sorrise e sposò Ade.

Quando Persefone si trovava con il marito, la madre si angustiava per lei, e dai suoi lamenti e dalle sue geremiade gli uomini ricevevano l’autunno e il freddo inverno, ma quando Ade lasciava andare Persefone per i successivi sei mesi, Demetra tornava felice, il suo cuore palpitante di gioia rinvigoriva la natura e il clima terrestre, regalando agli uomini la primavera e la calda estate. Tutto il contrario accadeva nell’oltretomba in una perenne contrapposizione che non avrebbe mai avuto fine: quando Ade trascorreva le sue settimane con la moglie, gioiva e avvertiva sulla sua pelle la lieve carezza di un vento primaverile e il dolce bacio del sole di fine giugno. Quando doveva salutare la sposa, tornava a sopportare la malinconia di un autunno stanco e l’asprezza di un inverno di gelo colmo di solitudine. Quanta importanza recava nel cuore di un marito il matrimonio, e nel cuore di una madre la vicinanza famigliare…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Riflesso di Spider-Man" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Terzo: Spider-Man 3

La ragnatela era stata imbrattata da una sostanza vischiosa, nera come pece e appiccicaticcia. Essa ora è scura, non bianca e rossa come un tempo. Quando la camera dilata il suo disinteressato sguardo e si sofferma ad osservare il consueto intrecciarsi della ragnatela ai titoli d’apertura dell’ultimo film della trilogia, è tutto buio. Da una zona anonima, una luce fioca rischiara parte dei fili tessuti e intrisi di un liquido bruno e putrido. Impregnati da questo denso “materiale” di origine ignota, i titoli di testa frastagliano accanto alle immagini estrapolate dei protagonisti. Il terzo e conclusivo “opening credits” della trilogia simboleggia la fase culmine del lavoro di Raimi: dalla fuggevolezza del primo Uomo-Ragno apparso nei titoli di testa si è passati all’arte deificata di Alex Ross, sino a giungere alla realtà netta e cristallina di “Spider-Man 3”. Nessuna reinterpretazione artistica, in questa ragnatela affagottata dall’oscurità del simbionte le immagini sono evidenti, reali. Ciò preannuncia l’inevitabile: in questo conclusivo capitolo della saga tutti i nodi verranno al pettine e saranno risolti una volta per tutte in maniera nitida e definitiva. Nel mentre la sequenza scorre via, gocce ombrose cadono giù, insudiciando ulteriormente i filamenti ancora immacolati. Il lurido elemento vivo e colloso del simbionte ha intaccato completamente la tela del ragno, e la sta facendo sua come un parassita ingordo e violento: è il momento di andare via.

  • Di rado un film fu tanto atteso

L’aria che si respirava nelle settimane che precedettero l’uscita di “Spider-Man 3” la ricordo con un tale nitore che potrei paragonarla ad una lieve brezza rinfrancante, pronta ad accarezzarmi il viso. Se il primo lungometraggio di Raimi era riuscito a suscitare in me tutta una serie d’emozioni, il secondo mi aveva meravigliato come mai avrei creduto. Le premesse sembravano, dunque, suggerirmi che la terza pellicola avrebbe alzato ulteriormente la posta in palio. Raimi era già riuscito a superarsi, perché non avrebbe dovuto ripetersi?

Per un ragionamento forse poi non tanto logico né conseguenziale, “Spider-Man 3” sarebbe dovuto essere un trionfo visivo, un tripudio di sensazioni nuove. Le aspettative continuarono a crescere di giorno in giorno quando fu annunciata la presenza di “Venom”, uno dei massimi antagonisti dell’Uomo-Ragno. Come ben sapevo, Venom non era che un “parto” secondario, una creatura “generata” solo in un secondo momento dal simbionte. Prima del suo approdo, sarebbe stato Spider-Man ad interagire con l’alieno, a sperimentare per la prima volta il fascino del male. “Spider-Man 3” veniva presentato come un film cupo, dark, maturo. La prima immagine pubblicizzata della pellicola immortalava l’Uomo-Ragno seduto in cima ad una torre con indosso un iconico costume nero. Spider-Man era stanco, in ginocchio, schiacciato da un peso oscuro che gravava sul suo capo. Il suo volto cedeva, osservava il vuoto, e il suo braccio disteso era poggiato sulla gamba. Quello che vedevo era un Uomo-Ragno riflessivo, meditabondo, oppresso, forse anche intimorito da quella strana sostanza attaccaticcia che gli si era modellata al costume. Si trattava di un’immagine fin troppo attrattiva per un appassionato del supereroe come me che, al riguardo, ben conosceva la trama circa l’arrivo del simbionte sulla Terra. Raramente, confesso di aver atteso tanto un film. In molti, oltre me, non vedevamo l’ora di raggiungere la sala cinematografica. Sui cellulari, le immagini del “Black Spider-Man” campeggiavano come sfondi e temi. “Spider-Man 3” sarebbe stato un evento che avrebbe segnato i ricordi più cari di ogni “nerd”.

Ed io, dal mio punto di vista, ero pronto. Per meglio dire, ero decisamente immantinente di rivedere Spider-Man “danzare” sulla città restando aggrappato alle sue “corde”, dondolandosi di grattacielo in grattacielo, tuffandosi poi giù a capofitto nel centro urbano di una metropoli illimitata. I presupposti per poter guardare un terzo atto altrettanto stupefacente erano solidi come le fondamenta di un’antica cattedrale.

Quando uscii dal cinema restai piacevolmente colpito dalla bellezza estetica di alcuni personaggi, dall’azione travolgente, e dalle (poche) sequenze riservate allo Spider-Man nero. Tuttavia, una domanda cominciò a farsi strada in me: “tutto qui?”. Del film mi erano rimaste impresse le sequenze di maggiore impatto visivo, ma la storia l’avevo già scordata. Cosa era successo? Le mie pretese erano state tradite o, in verità, loro stesse erano già dal principio irraggiungibili? In verità, “Spider-Man 3” mancò di molte cose.

Sam Raimi non poté lavorare tranquillo. Al regista non fu permesso di sviluppare la storia come avrebbe voluto. In vero, fu la Sony ad esigere la presenza di Venom, cosa che costrinse Raimi a rimaneggiare pesantemente la sceneggiatura già collaudata. Per la prima volta, Raimi non riuscì a mantenere il timone della propria nave con mano risoluta. Ne seguirono delle “virate” improvvise che destabilizzarono la navigazione. I tanti personaggi presenti sulla scena e i troppi antagonisti costrinsero il regista a perdere la rotta, dando luogo ad una storia pasticciata. “Spider-Man 3” non è, purtroppo, la degna fine che questa trilogia avrebbe meritato. Le colpe non furono imputate a qualcuno o a qualcosa in particolare, ma ad un mix di scelte, opzionate ed imposte, che guastarono l’armonia di un atto finale partito sotto tutt’altri auspici.

Le debolezze del terzo film sono riscontrabili in una storia poco incisiva, se non parecchio labile, e nella debolezza dei personaggi principali, per la prima volta caratterizzati con pressapochismo, conseguenza diretta di una raffazzonata e frettolosa riscrittura obbligata. Pur attingendo parti della trama da alcuni dei momenti più entusiasmanti della storia editoriale dell’Uomo-Ragno, il film finì per arenarsi in un pantano fangoso senza mai uscirne. A questo va aggiunto lo spessore psicologico vacuo e insufficiente di Eddie Brock, e la pessima resa di Gwen Stacy, interpretata dalla bionda (per l’occasione) Bryce Dallas Howard, personaggio cardine dell’adolescenza di Peter, qui ridotta a ragazza petulante, mero pretesto per abbozzare un triangolo amoroso fatto di gelosie e inganni.

Il modo di agire dei protagonisti, Peter, Mary Jane e Harry, è incoerente, innaturale, e del tutto fuori carattere tant’è che alle volte si ha l’impressione che essi non siano realmente loro, ma delle copie distorte ed irriconoscibili. Tuttavia, questo difetto permette di analizzare uno dei concetti presenti in “Spider-Man 3”, ovvero il tema della “trasformazione”. Sebbene il terzo e ultimo passo della trilogia sia imperfetto, esso riesce comunque a inscenare diverse tematiche interessanti, meritevoli d’essere messe al vaglio.

  • Questo costume. Wow, che bella sensazione... È la fine del mondo.

L’esibizionismo è un elemento basico di “Spider-Man 3”, sin dalla scena iniziale, nella quale vediamo un Peter disincantato ammirare l’immagine di “se stesso” proiettata su un grande schermo. Peter avverte indirettamente le gioie della fama, e sembra esternare, seppur con i suoi tipici modi affabili, la sfacciataggine di chi sente d’essere amato, se non anche venerato, dal grande pubblico. Raimi vuol farci riflettere su come la trasformazione di Peter cominci ben prima del suo imbattersi nel simbionte alieno. Mary Jane ha finalmente calcato i palcoscenici di Broadway, ma la sua prima esibizione raccoglierà tenui, per non dire freddi, riscontri critici. D’altronde, il lavoro di Mary Jane, ovvero il suo essere attrice di teatro, non può prescindere dal non sconfinare nel protagonismo. I grandi interpreti mettono in gioco le loro doti e si esibiscono “ostentando”, in arte recitativa, il loro talento. Mary Jane pare risentire di colpo del proprio insuccesso, e sembra sviluppare parimenti una leggera invidia nei confronti dell’alter-ego dell’uomo che ama, Spider-Man, il quale è prossimo ad essere celebrato in un evento in cui gli verranno consegnate le chiavi della città.

Ed è in tale festosa circostanza che si spezza l’idillio amoroso tra Peter e Mary Jane: Spider-Man bacia Gwen senza una vera motivazione, senza neppure curarsi della reazione che avrebbe potuto provocare in Mary Jane. Peter, borioso e sbruffone, è oramai accecato dalla fama dell’eroe. L’arrivo del simbionte incrementerà la sua arroganza e il suo desiderio di protagonismo: da una trasformazione accennata nel carattere del ragazzo si giungerà ad una trasformazione completa, riscontrabile esteriormente nel costume nero. La sequenza in cui un Peter addormentato cadrà preda del simbionte che lo soffocherà col suo manto di pelle nera come il tizzone, e l’immediata scena successiva, in cui l’Uomo-Ragno si risveglierà, sono straordinarie e conferiscono il lustro che serve alla pellicola per riprendersi e donare ai suoi spettatori dei momenti di pura estasi visiva.

Spider-Man che giace a testa in giù, stretto alla sua ragnatela, e che si vede per la prima volta riflesso allo specchio con il costume avviluppato dal simbionte, accompagnato da una traccia musicale forte e vibrante, è una sequenza d’enorme impatto. Spider-Man osserva il riflesso di un nuovo se stesso, come accadde a Norman Osborn nel primo film quando, intravedendo la sua immagine replicata dallo specchio, interagirà con Goblin. Lo specchio per Raimi diventa lo strumento per espletare una dualità oscillante tra bene e male. L’Uomo-Ragno in quella vetrata si relazionerà per la prima volta con la sua identità più torbida e incontrollabile.

A questo punto la trasformazione viene marcata da un mutamento nella psiche e nell’indole del ragazzo, divenuto, sotto l’influenza del simbionte, più aggressivo e spietato. Ciononostante, il film di Raimi non riesce a mostrare con pregevolezza questo cambiamento senza scadere nel pittoresco. Molte delle scene che certificano la diversità caratteriale di Peter sfiorano la comicità, ai limiti della caricatura. Inoltre, per esternare il cambiamento dell’eroe si scelse di dare al protagonista un look diverso nella pettinatura affinché fossero accentuati i capelli corvini. Una scelta inopportuna, se non anche imbarazzante, che poco riuscirà a comunicare allo spettatore se non un senso di perplessità.

Le trasformazioni messe in atto in “Spider-Man 3” riguardano tanto il protagonista che i suoi avversari. Il male possessivo già presente nei precedenti lungometraggi sull’Uomo-Ragno qui tenta di mutare tanto l’aspetto quanto il cuore dei personaggi. Harry assumerà l’identità di Goblin, mutando il suo essere per inseguire la “chimerica illusione” che il padre perduto possa essere fiero di ciò che il figlio è diventato seguendo le sue orme. Persino il volto di Harry verrà sfregiato a metà da una delle bombe presenti nel suo arsenale, come se il viso volesse rappresentare il bene e il male che dilaniano l’animo incerto del ragazzo.  Flint Marko vedrà il suo corpo disfarsi come polvere granulosa e ruvida quando verrà trasformato nell’Uomo Sabbia. Sia Harry che Flint, tuttavia, non manterranno la loro crudeltà a lungo e, come Peter, rigetteranno il male al termine delle loro vicissitudini. Dei quattro mutati soltanto Eddie Brock, Venom, si lascerà contagiare del tutto dall’oscurità, ergendosi, di fatto, a vero antagonista della pellicola.

  • Io non sono un uomo cattivo... è cattiva la mia sorte.

L’intero film di Raimi ruota attorno all’avvicendamento tra bene e male, con quest’ultimo che si manifesta nuovamente sotto forma di dannazione. E’ dannato il fato di Flint, colpevole di aver ucciso inavvertitamente zio Ben. Sarà ancora maledetto il suo destino, quando egli si troverà vittima di un esperimento che lo tramuterà nell’Uomo-Sabbia. A tal proposito, la scena in cui egli affiora da una montagna di sabbia e cerca di riassumere una forma umana è intensa e toccante. Il modo in cui la sua mano porosa e sgretolabile cerca di afferrare il pendaglio in cui è custodita la fotografia della figlia, il suo unico affetto, testimonia come un uomo “distrutto” e ridotto in polvere tenti di aggrapparsi a qualcosa di concreto per riappropriarsi del proprio aspetto. Si aggancia ai ricordi, agli affetti, all’amore l’Uomo Sabbia.

  • La vendetta è come un veleno che t’invade tutto e senza che tu te ne accorga ti trasforma in un essere spregevole.

“Spider-Man 3” indaga la sfera emotiva del suo grande eroe e cerca di far perseguire lui il perdono. La furia vendicativa dell’uomo-Ragno nei confronti di Flint, reo di aver ucciso Ben Parker, è dettata da una ferita che nell’animo del supereroe aveva cominciato a cicatrizzarsi ma che di colpo è stata inaspettatamente riaperta. Al contempo, Eddie Brock insegue folli propositi di rivalsa nei confronti di Peter Parker, colpevole di avergli fatto perdere il lavoro al Daily bugle. Se Peter riuscirà a perdonare Flint, tanto da togliersi finalmente un peso dal cuore, Eddie tenterà fino allo stremo di vendicarsi. La vendetta così si configura come un lercio veleno, coagulante e di nero colore.

"Black Spider-Man" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sono le nostre scelte che fanno di noi quelli che siamo... e abbiamo sempre la possibilità di fare la scelta giusta.

La campana rintocca più volte quando la pioggia bagna uno stremato Peter Parker. Il lacrimare del cielo si fa incessante come un pianto continuo e malinconico. L’atmosfera riflette la personalità agitata e umiliata dell’eroe. Spider-Man ha raggiunto la sommità di una cattedrale, si è accomodato in cima, su una pietra sporgente, e una croce svetta alta sul suo capo, al culmine della casa di Cristo. E’ uno Spider-Man meditativo quello che possiamo ammirare in una delle scene più coinvolgenti dell’intera trilogia. Comincia ad essere disgustato dal suo costume nero che ne ha compromesso la moralità. Decide così di ritirarsi all’interno del campanile. Nel frattempo, Eddie ha varcato la soglia del santuario e dopo aver sfiorato l’acqua santa con la punta delle dita della mano destra, si siede sul banco a pregare: Brock implora Dio di uccidere Peter Parker. Poco dopo aver espresso quel drammatico volere, l’uomo avverte delle urla provenire dal limite massimo del campanile. Quando la grossa campana suonerà, la forza del simbionte verrà meno e Spider-Man potrà così cercare di strapparsi di dosso quel costume. Come Ercole, il massimo eroe della mitologia greca, quando cercò con ferrea volontà, tra afflizione e patimento, di sdrucirsi di dosso le vesti infocate intinte nel diabolico sangue del centauro Nesso, così Peter, con egual fatica, farà di tutto per sbrandellare i resti di quel tetro veleno, agendo e soffrendo a causa del costume che gli sta dilaniando le carni. In quel momento, Peter avrà compiuto una scelta: tornare ad essere il vero Spider-Man. Da lassù, il simbionte cadrà giù come una pioggia maledetta, figurandosi come la spaventosa risposta alla richiesta proferita da Eddie Brock in chiesa. Il simbionte avvinghia l’uomo e lo trasforma in Venom. Ne seguirà uno scontro che vedrà prevalere l’Uomo-Ragno.

Zia May era solita ricordare a Peter il dovere dell’uomo che ha l’intenzione di chiedere in sposa una donna. Prendersi cura della propria consorte è prima di tutto una scelta cosciente e doverosa, poi un dono e soprattutto un impegno da dover adempiere per tutta la vita. Peter si riappellerà a questo insegnamento quando si ricongiungerà a Mary Jane, pronto a proteggerla nuovamente finché avrà forza. Peter e Mary Jane torneranno insieme rimettendo assieme i cocci rotti del loro allontanamento. I due riprenderanno così a danzare; no, non più su nel cielo, passando di nuvola in nuvola con l’ausilio delle ragnatele, ma sulla Terra, lì dove hanno scelto di riprendere la loro storia, questa volta per sempre.

"Solitudine"  China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Conclusioni: addio amichevole Spider-Man di quartiere

Siamo giunti al termine di questo viaggio, e quest’ultima pagina segna la fine di questa personale rilettura che ho voluto dedicare alla trilogia di Sam Raimi. “Spider-Man 3” non ebbe alcun seguito, fu, dunque, l’ultimo atto. Le imponenti e sensazionali scene d’azione permisero al film, a mio giudizio, di andare oltre la sufficienza. Tuttavia, la sensazione che la saga meritasse una conclusione più entusiasmante continua a permanere anche a distanza di due lustri. Manca il matrimonio tra Peter e Mary Jane, manca l’ultimo scontro tra Spider-Man e il Lizard di Dylan Baker, manca ancora tutto ciò che avremmo potuto vedere in un possibile “Spider-Man 4” che tanti, oltre me, avranno un tempo reclamato a gran voce.

La trilogia di Spider-Man di Sam Raimi occuperà sempre un posto speciale nella storia del cinema, e soprattutto nel mio cuore, così come lo Spider-Man di Tobey Maguire seguiterà ad essere un simbolo di quella che potremmo definire “un’epoca” lontana del cinema supereroico. Diversa e di certo stupefacente.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte cliccando qui.

Potete leggere la seconda parte cliccando qui.

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"Spider-Man e Mary Jane" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Secondo: Spider-Man 2

Non è di bianca consistenza come ci si aspetterebbe.  E’, in verità, di un rosso acceso il filo che si intreccia con un altro e un altro ancora, fino a comporre la ragnatela con cui “Spider-Man 2”, il secondo capitolo della trilogia sull’eroe mascherato, comincia. L’occhio meccanico della camera guidato con mano sicura dal cineasta Sam Raimi si schiude nuovamente tra gli spazi circoscritti di una fitta ragnatela. A differenza del precedente “episodio”, i titoli di testa non danno l’impressione d’essere catturati dai filamenti tessuti dall’aracnide, ma vengono contornati da un susseguirsi di immagini artistiche. Il Michelangelo del fumetto, Alex Ross, dipinse col suo inconfondibile tocco iperrealistico le scene più iconiche del primo “Spider-Man”, le quali si alternano cronologicamente durante l’emozionante intro di “Spider-Man 2”, fungendo da ripasso agli eventi salienti accaduti nel primo film. Se nei titoli di testa di “Spider-Man”, la figura dell’Uomo-Ragno era evasiva, ineffabile, effimera e sfuggente, in questo secondo “opening credits” le immagini da ammirare appaiono chiare e distinte, in quanto sono evidenti reinterpretazioni dei personaggi che abbiamo potuto conoscere ed amare nella prima splendida pellicola. I quadri di Alex Ross, in un altalenante gioco prospettico, generano incanto: sotto i nostri occhi si materializzano le fattezze colorate di Peter, sbigottito nel vedere un ragno camminargli sulla mano, quando appena un attimo prima, sulla stessa, aveva avvertito un forte “pizzico”. Il viso scolpito di Harry Osborn subentra a quello delicato e meraviglioso di Mary Jane. La maestria pittorica di Ross non ha freno, e in questa successione egli prosegue a dipingere i momenti più importanti della vita di Peter Parker: la morte di zio Ben precederà la tavola in cui l’Uomo-Ragno, con indosso il suo costume, scruta l’orizzonte mantenendosi in posizione eretta.

Il pennello del pittore Ross, intinto nella tavolozza, cattura gli attimi e li perpetua sulla tela in cui i personaggi giacciono inermi a godere di un istante divenuto eterno. Il bacio tra Spider-Man e Mary Jane viene così immortalato dallo strepitoso talento dell’artista americano e i due innamorati, come fossero statue greche, permangono vividi in un’effusione romantica divenuta infinita. Mary Jane bacia il suo amato senza sapere la verità: sotto la maschera si cela il suo Peter Parker. Anche Psiche si era innamorata di un’ombra ed era solita baciarla senza sapere che si trattava proprio del dio Eros. L’amore nasce e si accresce oltre ciò che la vista è in grado di scorgere. Sarà proprio la confessione di questo amore un tema portante di “Spider-Man 2”.

L’arte del ritrattista Ross insiste ad immobilizzare l’Uomo-Ragno in una posa statuaria di stampo classico, mentre egli si regge con le mani su di un muro totalmente bianco, come fosse fatto di sola luce. L’ultimo dei dipinti ritrae la scena finale del precedente lungometraggio: il volto affranto di Mary Jane, cinto dai suoi capelli rossastri, è leggermente reclinato e i suoi occhi sembrano ricercare la presenza di Peter, il quale, nel frattempo, si avvia verso un paesaggio autunnale per intraprendere una strada fatta di solitudine.

  • Lei mi guarda ogni giorno.

Come accadeva nel primo film, il volto di Mary Jane compare poco dopo la fine dei titoli di testa, anticipando nuovamente l’arrivo sulla scena del protagonista. Peter sta infatti osservando un grande cartello pubblicitario raffigurante Mary Jane, scelta come testimonial di una nota marca di profumi. Di lì a poco, il giovane dovrà correre per le strade per tentare un’impresa, forse impossibile anche per Spider-Man: consegnare delle “pizze al volo” entro pochi minuti all’altro capo della città. Nel mentre procede in sella al suo “bolide”, con in testa il casco rosso, un autobus devia il suo percorso: sui lati del mezzo pubblico era presente il cartello pubblicitario raffigurante Mary Jane. La donna amata da Peter sembra “apparire” d’improvviso e dirottare il senso di marcia dell’eroe. Peter deve “svoltare”, dare una nuova impronta alla sua esistenza, e deve farlo in fretta. La vita del protagonista, infatti, sta attraversando un momento caratterizzato da equilibrio instabile: Peter fatica a bilanciare la sua doppia vita di studente e vigilante. Vive in un sudicio appartamento, arriva tardi alle lezioni universitarie, stenta ad avere voti alti, ed è solo. Il mero conforto di Peter è da riscontrarsi nella vicinanza, seppur astratta e impalpabile, di Mary Jane, la quale lo “osserva” ogni giorno in quella posa fotografica ritratta su di un cartello.

  • “Spider-Man 2”: un sequel impeccabile

“Spider-Man 2” è uno dei sequel più belli della storia del cinema. Sam Raimi plasma la sua opera più spettacolare e ambiziosa, imprimendo al film uno stile proprio, non paragonabile con nessun altro, e per questo unico. Raimi riesce nell’impresa di perfezionare ciò che andava migliorato nel primo capitolo della saga, e infonde al suo blockbuster la caratura dei grandi film. L’introspezione riservata al protagonista, il perfetto equilibrio con cui viene analizzata la dualità uomo/supereroe e come anche sono state vagliate le differenze che intercorrono tra Peter e Spider-Man, elevano l’opera di Raimi al rango di film d’autore. “Spider-Man 2” può venire descritto come un blockbuster in grado di abbinare alla sua spiccata vena ospitante una profondità emotiva e coinvolgente di grande valore. Spettacolarità e riflessione, passione ed emozione si mescolano creando una miscellanea pressoché perfetta: “Spider-Man 2” è una pietra miliare del cinema supereroico, poiché è un’opera d’arte plasmata da un vero artista, non un semplice prodotto d’intrattenimento confezionato per soli scopi di guadagno. Ancora oggi, resta l’unico film tratto dai fumetti Marvel ad aver vinto un premio Oscar.

  • L’intelligenza non è un privilegio!

La mente del Dottor Octavius (Alfred Molina) è quella di un premio Nobel, e di fatto, quel premio che poco sembra importargli, sembra prossimo a finire tra le sue mani, secondo quanto tiene ad affermare, con una certa insistenza, Harry Osborn. Octavius si trova ad un punto di svolta nella ricerca sulla fusione a freddo. Per quanto la sua intelligenza sia elevata, Octavius non fatica a confessare come egli, un tempo, non riuscisse a comprendere gli scritti di Thomas Eliot. Quando non era che un ragazzo e aveva da poco cominciato a frequentare la sua futura sposa, Rosy, era un semplice studente di fisica. La moglie, dal canto suo, era studentessa di letteratura inglese. Ed era proprio lei che tentava di far capire al futuro scienziato gli scritti di Eliot, da lui definiti fin troppo complessi. Appare evidente nel lungometraggio di Raimi come la figura della sposa per Octavius sia essenziale, e il loro rapporto, così affettuoso, di riflesso, induce Peter a meditare sulla sua lontananza da Mary Jane.

In una dimostrazione scientifica, a cui parteciperà anche Peter, Octavius è prossimo a racchiudere “la potenza del sole” nel palmo della sua mano. Lo scienziato, per l’occasione, adopera un esoscheletro dotato di quattro tentacoli meccanici collegati al suo cervello tramite un complesso sistema neurale. I bracci sono dotati d’intelligenza artificiale ma le loro funzioni raziocinanti vengono inibite da un chip che permette ad Octavius di mantenere il controllo su di essi. Durante la dimostrazione accade un irreparabile incidente e la moglie Rosy perde tragicamente la vita. In quei drammatici frangenti, il chip viene distrutto e i bracci tentacolari cominceranno a prendere il controllo sulla mente sconvolta di Octopus.

Le donne amate da Spider-Man e Octopus influenzano involontariamente la psiche dei due rivali. La morte di Rosy coincide con l’assoluta perdita di lucidità di Octavius. “La mia Rosy è morta… Il mio sogno è morto…” dice il triste scienziato. L’allontanamento di Mary Jane, promessa sposa ad un altro, porta Peter a perdere il completo controllo sui suoi poteri. Se l’incidente di laboratorio ha condotto Octavius a trasformarsi nel Dottor Octopus, un uomo divenuto oramai apatico, per aver perduto il solo affetto della sua vita, la lontananza di Mary Jane trascina Peter in un abisso, fino a fargli perdere la padronanza delle proprie straordinarie doti. Dalla perdita di Rosy, Octavius comincerà a sperimentare i propri “poteri” e assumerà l’identità di Octopus. Dalla possibile perdita di Mary Jane, Peter rinuncerà, invece, alla sua identità segreta di Spider-Man, getterà via il suo costume e smetterà di utilizzare le sue sensazionali capacità.

Se nel primo film Goblin e Spider-Man erano accomunati dalle medesime qualità fisiche in quanto esseri eccezionali, beneficiati di una prestanza fisica e una vigoria superiore alle persone normali, in “Spider-Man 2”, l’antagonista e l’eroe si somiglieranno per la loro intelligenza. L’intelligenza non è un privilegio, è un dono da dover mettere al servizio degli altri, affermava, con fare da mentore, un saggio Octavius al suo allievo, Peter. Ancora una volta “il dono” nella saga di “Spider-Man" viene deturpato da una gravosa maledizione: l’intelligenza di Octavius lo porterà a covare il desiderio di replicare l’esperimento nel quale la moglie perì, nonostante ci sia il serio rischio di distruggere l’intera New York. La bramosia della conoscenza si rivelerà una maledizione che condurrà Octopus alla follia.

I bracci meccanici si muovono autonomamente ma possono essere controllati da Octopus come delle micidiali armi. Essi hanno movenze serpentiformi, fendono l’aria come un male infido, e si avvicinano al viso dello scienziato per avvelenare la sua mente come rettili velenosi. Frasi che non c’è dato d’udire secernano un veleno che annebbia la moralità del dottore. Octavius si è trasformato inconsapevolmente in un mostro tentacolare a sei braccia, una “piovra” subdola e cruenta che persegue insani propositi di ricerca.

  • L'amore non deve essere un segreto. Se ti tieni una cosa complicata come l'amore chiusa dentro, alla fine ti ammali.

Cos’è l’amore in “Spider-Man 2”? Quali forme assume? L’amore agisce nel mistero, anche nell’agire segreto di un’innamorata. La giovane Ursula, una ragazza che vive di fronte all’appartamento in cui alloggia Peter, incarna, nei suoi gesti e nel suo approcciarsi al ragazzo in maniera tanto timida, un’infatuazione amorosa sincera e dolcissima. Ursula sembra, infatti, provare un affetto spontaneo e insperato per Peter. Ella sa che la sua piccola “cotta” non verrà ricambiata dal protagonista, e proprio per questo la tiene per sé. La scena in cui i due consumano una torta al cioccolato insieme ad un bicchiere di latte, in un pomeriggio come un altro, è una delle più dolci che abbia mai visto. Come Ursula tiene questo “amore” per sé, così Peter nasconde ancora a Mary Jane ciò che realmente prova. Quando la ragazza verrà rapita, la crisi psicologica che gravava su Peter cesserà, ed egli potrà finalmente riacquistare i suoi poteri e la sua identità di Uomo-Ragno.

La vista di Spider-Man torna ad acuirsi nell’esatto momento in cui Mary Jane verrà catturata dal malvagio Octopus, segno evidente di come la sua vita, tanto da Peter Parker che da Spider-Man, resti sempre intrecciata al fato del suo eterno amore. Spider-Man torna così in azione e combatte contro Octopus in uno degli scontri più spettacolari mai filmati nel cinema d’azione. La sequenza del treno, straordinaria, mette in luce l’assoluta umanità dell’Uomo-Ragno di Tobey Maguire. Non a caso, in tale contesto, Spider-Man perde la maschera e seguita, a volto scoperto, a usare tutte le sue forze per arrestare la folle corsa del convoglio, prossimo a schiantarsi con centinaia di viaggiatori al suo interno. Gli stessi uomini che, una volta tratti in salvo dall’eroe, resteranno per qualche istante ad osservare il suo volto, notando con stupore come il grande e invincibile Spider-Man sia in verità soltanto un ragazzo.

Quello stesso ragazzo che sconfiggerà Octopus, e rivelerà finalmente a Mary Jane come stanno le cose. La parte finale della pellicola di Raimi ruota tutta intorno all’amore. Il ricordo della sua Rosy e il suo essere rinsavito portano Octopus a sacrificarsi per salvare la città, l’amore e la devozione di Harry Osborn nei confronti del padre deceduto conducono il ragazzo a scoprire il nascondiglio di Goblin e a prendere la decisione di seguire le oscure orme del genitore. Ancora, l’amore smisurato che Peter prova per Mary Jane gli permetterà di spiegare alla donna perché un tempo la rifiutò, e il motivo per cui non possono stare insieme: perché egli sarà sempre Spider-Man.

Per amore e per paura che i nemici dell’Uomo-Ragno possano arrecare dolore alla donna amata, Peter si congeda da Mary Jane, prossima a sposarsi con un altro. Il ragazzo si accomiata da lei lasciandola discendere con la sua ragnatela, per poi osservarla, solitario, dall’alto, mentre lei si allontana.

Ma sarà nuovamente l’amore a indirizzare il fato dei due protagonisti: Mary Jane, vestita da sposa, si lascerà andare ad una corsa liberatoria, scandita dalla marcia nuziale. Sarà così che raggiungerà Peter, e i due decideranno, pur coscienti dei rischi, di cominciare finalmente una nuova vita insieme.

"Spider-Man" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’amore, quello vero e possente come una ragnatela tessuta da un prode supereroe, finalmente, potrà prevalere.

Voto:9/10

[Continua con la terza parte]

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte cliccando qui.

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L'Uomo-Ragno - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Primo: Spider-Man

Quando il buio si dissolve, il bianco di una ragnatela appena tessuta procede verso l’orizzonte dello schermo. E’ così che “Spider-Man” di Sam Raimi apre il sipario sul proprio spettacolo. Tutti noi rimaniamo prigionieri di quella ragnatela che, man mano, si fa sempre più compatta. Compaiono, quindi, i titoli di testa, i quali si palesano “inermi” come prede “catturate” dalla tela del ragno. Via via che le sequenze avanzano s’intravede la sagoma stilizzata dell’Uomo-Ragno, sebbene al rapido avvicendarsi dei nomi, essa si volatilizzi con gran rapidità. In tali frangenti, è possibile scorgere Spider-Man di spalle, con indosso il suo classico costume tra il blu e il rosso. D’un tratto, le sue braccia si muovono così da ghermire i fili della ragnatela ed essa quasi gli si modella al corpo. E’ una figura fugace quella dell’Uomo-Ragno nei titoli d’apertura del suo omonimo lungometraggio.

Come fosse una semplice figurazione dipinta, il supereroe ci esorta a vederlo “muoversi” di soppiatto. Perché non ci è dato vederlo in maniera evidente? Perché egli evita il nostro sguardo? No, non certo perché è timido, come suggerirebbe ironicamente l’irascibile J. Jonah Jameson, interpretato da uno strepitoso J. K. Simmons. Inizialmente, possiamo soltanto guardare l’Uomo-Ragno di sfuggita perché tale fugace rappresentazione non è che un omaggio alla mera estetica dell’eroe che noi tutti ricordiamo, ma che dobbiamo ancora imparare a conoscere in questa prima versione cinematografica del personaggio. “Spider-Man” del 2002 fu il primo adattamento al cinema sull’eroe della Marvel. Non esisteva una versione precedente del personaggio, eccetto quella a cartone animato della bellissima serie prodotta dai Marvel Studios tra il 1994 e il 1998. Pertanto, lo Spider-Man che per primo osserviamo nell’intro del film non è che un rimando elusorio al supereroe mascherato; un personaggio dei fumetti, per l’appunto, che vediamo per la prima volta in carne ed ossa con l’aspetto di un ragazzo qualunque, occhialuto ed impacciato.

L'eroe così come appare, fugacemente, durante i titoli di apertura.

 

Quando i titoli di testa cessano il proprio corso, la camera fuoriesce da una ragnatela, e inquadra, per la prima volta, la realtà cittadina circostante. Un giovane studente corre come un forsennato per le strade, inseguendo uno scuolabus. Si tratta proprio di Peter Parker. Peter è un ragazzo buono, generoso, prodigo ma timido, a volte goffo e quindi poco incline ad avere successo nelle relazioni sociali. Però è anche uno studente modello, un genio della scienza e un provetto fotografo. Ah sì, quasi dimenticavo, cosa più importante è Tobey Maguire. Maguire fu il primo, grande interprete dell’Uomo-Ragno. Aveva 26 anni quando venne scelto per essere la prima incarnazione dell’arrampica-muri. Un’età relativamente avanzata, considerando che Maguire avrebbe dovuto interpretare il ruolo di un liceale alle prese con il suo ultimo anno scolastico. Ciononostante, Tobey aveva dalla sua un aspetto spiccatamene giovanile, il che gli garantiva la possibilità di potersi calare perfettamente nella parte. Ciò che balza all’attenzione, nell’immediatezza, guardando, anche a distanza di tempo, il primo indimenticabile “Spider-Man” è l’espressione bonaria dell’attore. Il Peter Parker di Maguire sembra abbinare, ai suoi grossi occhi azzurri, lo sguardo sincero, affettuoso e protettivo che ogni grande eroe dei fumetti che si rispetti dovrebbe avere. I suoi occhi compassionevoli e apparentemente incapaci d’esternare rabbia accentuano all’inverosimile l’indole buona di Peter Parker, specialmente nei momenti in cui il povero Peter viene infastidito da alcuni bulli, i quali tentano con successo di impedirgli di scattare delle buone fotografie durante una gita scolastica, in un centro di ricerca scientifica. Peter non sembra del tutto capace di ribellarsi ai soprusi, e quasi li accetta sommessamente, non curandosi di loro.

  • Dalla carta al grande schermo: l’approdo dell’Uomo-Ragno nella settima arte

La pellicola di Sam Raimi venne girata in un periodo in cui i film sui supereroi potevano ancora essere considerati parimenti ad un appuntamento sporadico. I primi due Superman con Reeve e i Batman di Burton venivano allora, come anche adesso, considerati perle degli anni ’70, ’80 e ’90. Tuttavia, erano prodotti appartenenti ad un tempo relativamente lontano, perché alla fine del Novecento faceva ancora eco l’insuccesso di “Batman e Robin” di Joel Schumacher, lungometraggio che fece precipitare il genere supereroico in un limbo da cui era difficile tentare una risalita. All’inizio del terzo millennio si era ancora alla ricerca di un nuovo eroe da trasporre al cinema. Quando cominciò la lavorazione di “Spider-Man” si procedette con un po’ di sana e spericolata incertezza. Il successo non era scontato come si poteva credere. “Al cinema arriva Spider-Man…” si vociferava in quei mesi che precedettero lo sbarco al cinema del film. Il pubblico sarebbe rimasto senz’altro affascinato da un simile evento, ma sarebbe bastato a garantire un successo planetario?

Come avvenne per Christopher Reeve quando dovette interpretare l’ultimo figlio di krypton al cinema, anche per Tobey Maguire non esistevano esempi di ruolo anteriori al suo nel mondo della settima arte. Prima di lui, nessuno aveva calzato il costume dell’Uomo-Ragno. Maguire dovette studiare movenze peculiari e consuetudini specifiche di un personaggio che fino a quel momento aveva avuto vita solamente tra le pagine colorate dei fumetti e per poco tempo in una serie tv live-action. L’attore dovette modellare il personaggio su di sé, ma ancor di più dovette impegnarsi per farcelo recepire come “vero” e tangibile di primo acchito. E, di fatti, il Peter Parker di Maguire colpisce per la spontaneità, per il suo essere impacciato e per l’umana schiettezza. Tutti noi possiamo riuscire ad empatizzare con lui perché possiamo cogliere il riflesso di noi stessi nei suoi grandi occhi tondeggianti, celati da un paio di occhiali.Lui mi somiglia…” è questo che pensai quando vidi per la prima volta il film. Peter è un ragazzo riservato, studioso, diligente, onesto, intrinsecamente buono, e amante dei fumetti, che ama fantasticare sulla ragazza di cui è innamorato, nonostante non abbia il coraggio di avvicinarla e parlarci. Il primo, grande merito dell’opera di Raimi è quello di aver plasmato la cristallina sagoma di un giovane prossimo a diventare un grande eroe, il nostro eroe.

  • Questa come qualsiasi storia che valga il racconto è a proposito di una ragazza.

Peter è perdutamente innamorato, si da quando era un bambino, di Mary Jane Watson (una splendida Kirsten Dunst), sua compagna di scuola nonché la classica ragazza della porta accanto. Mary Jane, sin dal principio, assume un ruolo di notevole rilevanza nella storia cinematografica dell’uomo-ragno. Addirittura, il volto della giovane, contornato da capelli rosso fuoco, viene mostrato ancor prima di quello del protagonista. Questo perché il narratore, a cui dà voce proprio Peter, vuol mettere in risalto come la storia della sua intera vita ruoti sempre attorno ad una sola creatura femminile. Mary Jane si configura immediatamente come il motore inestinguibile dell’esistenza di Peter. La vita del ragazzo sembra, infatti, cadenzarsi in maniera strettamente connessa a quella della giovane donna. I ricordi più affettuosi che conserva Peter riguardano il primo momento in cui egli vide Mary Jane, e la descrisse alla zia come fosse un angelo. In seguito, Peter rammenterà il momento in cui, in prima elementare, pianse come un bambino quando la vide impegnata in una recita scolastica. Mary Jane è per Peter anche la musa ispiratrice nella creazione del costume di Spider-Man. Come si vedrà in una scena del film, il ragazzo, nel mentre stava disegnando il proprio costume, pensava agli scarlatti capelli della ragazza. Ecco la scelta d’inserire sulla tuta una cospicua dose di rosso. Mary Jane personifica le emozioni più liete e i frammenti di memoria più tersi del protagonista. Ma ancor di più, ella è presente nel momento in cui la vita di Peter cambierà per sempre. Il giovane stava infatti scattando delle foto alla ragazza quando fu morso alla mano da un ragno, fuoriuscito dalla piccola teca in cui stava rinchiuso. E’ interessante notare come l’aracnide che ferirà il protagonista e trasferirà in lui le particolari abilità dei ragni ha una gamma cromatica tra il rosso e il blu, i colori preponderanti del futuro costume di Spider-Man. Peter erediterà le caratteristiche straordinarie di quel ragno geneticamente modificato, sviluppando un considerevole incremento della sua forza fisica, dei riflessi prodigiosi, una vista acutissima, un senso del pericolo ai limiti della preveggenza e la capacità di arrampicarsi sui muri; ma non solo, dalle sue mani, egli potrà d’ora in poi secernere robuste ragnatele.

Peter Parker non è certo il primo essere umano dei “racconti” ad avvicinarsi pericolosamente alle caratteristiche dei ragni. Una figura femminile della mitologia greca è andata incontro a una drammatica punizione ed è stata mutata da donna a ragno. Il suo nome era Aracne e, un tempo, era una tessitrice d’impareggiabile destrezza e maestria. Ricordate l’inizio della pellicola “Spider-Man”, con quella tela immaginaria che avviluppava la totalità dello schermo, tessuta da una creatura elusiva, la quale era invisibile ai nostri occhi? Che quella tela fosse stata intrecciata da Aracne in persona? Già, proprio lei, tessendo le fila di un intro tanto accattivante, avrà magari reso i dovuti meriti alla figura di quell’uomo mortale, il quale ereditò i poteri di una nuova specie di ragno.

  • Avevo già un padre…

Per Peter i poteri acquisiti sono un dono, ed egli si sente speciale. Ma doni del genere non sono un proprio privilegio, devono essere messi al servizio del bene universale. Da un grande potere, derivano grandi responsabilità, glielo ricordava sempre suo zio Ben. Il ruolo a cui assurge zio Ben, nel film interpretato dall’attore premio Oscar Cliff Robertson, è quello di un padre putativo a cui Peter, negli ultimi tempi, non sembra dare il giusto ascolto.

La figura del padre ricorre costantemente nel corso della pellicola e abbraccia molteplici sfaccettature interpretative: Peter ha perduto i suoi veri genitori quando non era che un bambino, ed è cresciuto tra le affettuose cure dei suoi zii, i quali hanno assunto per lui il ruolo di genitori adottivi. Il migliore amico di Peter, Harry Osborn (James Franco), ha invece un rapporto conflittuale col padre, Norman (Willem Dafoe). Harry risente dell’esigua vicinanza che il padre gli concede, e patisce il fatto di non essere ritenuto dal genitore all’altezza del nome che porta. Ciononostante, Harry si dimostra succube nei suoi riguardi, idealizzandolo come un uomo ambizioso, di successo e un ricco magnate. Norman per Harry è un “mito” da compatire e da venerare, un paradosso relazionale fatto di amore e odio. Il rapporto che lega Harry a Norman è complesso, il giovane sembra infatti detestarlo ed ammirarlo al contempo. A tale situazione si aggiunge la sincera ammirazione che Osborn nutre per Peter, cosa che non fa che esagitare in Harry un senso di gelosia. Raimi pone massima attenzione alla resa scenica del particolare legame che accomuna Harry e Norman, poiché esso sarà la causa scatenante dei successivi dissapori che si svilupperanno tra Peter ed Harry nel corso della trilogia.

Sul finale, quando Norman, ridotto allo stremo al termine dello scontro, supplicherà Spider-Man di fermarsi dal colpirlo con una simile foga, gli ricorderà, con fare manipolatorio, come egli abbia cercato di essere un padre per lui. Peter replicherà senza remora alcuna, affermando come egli abbia già avuto un padre, chiamato Ben Parker!

  • Tu ed io siamo esseri eccezionali!

Oppresso dal rimorso per la morte di Ben Parker, Peter abbraccerà, sotto l’ispirazione dello zio, il destino da supereroe. Spider-Man è l’incarnazione di un essere sbalorditivo, un superuomo dalle stupefacenti doti fisiche. Quasi di pari passo alla formazione dell’eroe, avviene la nascita della sua nemesi: Green Goblin. Il lungometraggio di Raimi può essere diviso in due macro-sezioni: la prima introduttiva, ragionata, che procede gradualmente per mostrare la nascita di due esseri eccezionali posti inevitabilmente su due fronti opposti, poiché personificanti la luce e l’oscurità, la speranza e la distruzione, e la seconda che volge l’attenzione allo scontro tra il “buono” ed il “cattivo”. La trasformazione di Norman Osborn nel letale “folletto verde” è inizialmente inconsapevole. Goblin, nella versione di Raimi, era un'entità dormiente che se ne stava sopita nella sfera inconscia del milionario Osborn, ma conseguentemente già esistente. L’incidente in laboratorio alimenterà la megalomania e l’indole crudele e meschina dell’uomo, creando una sorta di dualità schizofrenica tra il “garbato” Norman e lo spietato Goblin. Un dualismo che verrà del tutto figurato quando Norman si rifletterà nello specchio e dialogherà col suo nuovo io come fossero due corpi estranei ma accomunati dal medesimo aspetto esteriore. Goblin si desterà e lentamente prenderà il completo controllo su Norman. Se per Peter i poteri saranno, in parte, un dono, per Goblin le micidiali qualità acquisite diverranno una maledizione che muterà del tutto la sua coscienza.

Nella trilogia di Raimi ricorre il tema della “possessione”. Tutti gli antagonisti, sia Goblin che Octopus che lo stesso Venom, sembrano mancare di lucidità, di un razionale controllo sul loro insano operato, una volta in grado di padroneggiare i loro poteri. Goblin assumerà il possesso di Norman, Octopus verrà piegato ai tetri suggerimenti dei suoi bracci meccanici dotati di intelligenza artificiale, e ancora il simbionte dominerà a proprio piacimento la già dubbia moralità di Eddie Brock. Tale “possessione” comincia a perpetrarsi attraverso un’interazione sommessa e progredisce mediante la manifestazione di una sinistra voce che manipola il raziocinio del cattivo di turno. Ecco che i bracci meccanici circuiscono il dottor Octopus, la forza oscura del simbionte inietta la sua volontà vendicativa all’uomo a cui si unisce, e la voce di Goblin manipola la mente già provata di Norman Osborn.

Quella di Green Goblin è una voce diabolica, udibile ma priva di forma, che echeggia negli angoli della grande villa degli Osborn. Norman la ode, come fosse un truce verbo che giunge dal remoto e che guasta i suoi pensieri fino a irretirlo e portarlo a inquietanti ragionamenti. Osservando la grande stanza in cui l’antagonista comincia a genuflettersi alla volontà di Goblin, è possibile notare come Norman “collezioni” molte maschere etniche dai caratteri sinistri. La stessa maschera di Goblin sembra essere stata scelta implicitamente da Norman poiché rappresentante una leggendaria creatura folkloristica portatrice di sventure. Lo stesso volto di Willem Dafoe non è che una maschera torva e minacciosa. Le sue espressioni trucide verranno occultate solamente quando indosserà la maschera di Goblin, la quale, per quanto bieca, permanendo in un immobilismo espressivo, farà in modo che sia la voce dell’uomo ad intimorire più che la sua effettiva espressione. La voce dell’eroe e dell’antagonista in “Spider-Man” assume una valenza contrastante, e supera il valore estetico delle maschere indossate dai due personaggi.  Sia di Spider-Man che di Goblin, quando indossano i loro costumi, non vediamo mai i volti, in quanto nascosti delle maschere, eccetto che nel finale. Se però la voce dell’Uomo-Ragno è sempre amichevole, rassicurante, dolce come quella che ci si aspetterebbe di sentire da un nobile difensore, quella di Norman sarà sempre aggressiva. La maschera di Goblin appiattisce l’espressività dell’antagonista: essa resta ferma in una posa che mantiene le fauci del folletto spalancate a mostrare i suoi denti aguzzi. Eppure, da quella maschera sprovvista di alcuna mimica la voce dell’uomo emerge con un’impronta sinistra: questo perché nelle intenzioni del regista, ancor più del costume di Goblin, è l’uomo che si nasconde al suo interno ad essere più pericoloso, non certo l’immagine distorta che si è opportunamente creato.

  • Mi trovavo nei paraggi

Sotto una pioggia scrosciante, l’Uomo-Ragno viene giù lentamente, restando aggrappato alla ragnatela. In corrispondenza al suo volto mascherato, vi è Mary Jane, il cui viso bagnato dall’incedere della pioggia è prossimo a sfiorare quello dell’eroe che l’ha appena salvata. La ragazza si appresta a rimuovere in parte la maschera di Spider-Man sino a lasciargli scoperta la bocca. Le labbra della donna e dell’uomo si toccano e ne segue un intenso e appassionante bacio. Questa, insieme a molte altre presenti nella pellicola, è una delle scene ad essere entrate nel cuore di ogni appassionato e che fanno dell’opera di Raimi un film splendido, vero fiore all’occhiello del genere supereroico. Peter, usufruendo della sua identità segreta di Uomo-Ragno, riesce a dare così un bacio alla donna amata. Sempre sfruttando il suo alter-ego, consapevole dell’immagine che l’eroe sa emanare nel cuore di Mary Jane, Peter potrà confessarle ciò che da sempre prova per lei, fingendo di riportare solamente le parole proferite dall’eroe mascherato nei riguardi della ragazza. Una confessione colma di un romantico sentimentalismo, che farà battere fortemente il cuore di Mary Jane, ma non nei riguardi del supereroe quanto, invece, nei confronti dell’uomo che le sta pronunciando dinanzi a lei. Spider-Man e Peter Parker divengono agli occhi di Mary Jane la medesima persona che l’ama con tutte le sue forze, anche se lei non se ne rende ancora conto.

Sam Raimi col suo “Spider-Man” ha pennellato un’opera avvincente, emozionante e visivamente ben confezionata. Funziona tutto nel primo capitolo di questa trilogia. “Spider-Man” ha fatto da apripista ai successivi film sui supereroi: dal complesso “Hulk” di Ang Lee al “Batman Begins” di Christopher Nolan, capostipite della straordinaria trilogia del cavaliere oscuro.

Spider-Man - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Lo “Spider-Man” di Raimi è l’inizio di un viaggio e per tale ragione si conclude con la presa di coscienza delle fortune e delle rinunce che un vero eroe deve saper accettare: Peter Parker rinuncerà a ricambiare l’amore di Mary Jane per evitare il rischio d’esporla a un grave pericolo. Un sacrificio che certificherà l’accettazione da parte del protagonista che l’essere Spider-Man è tanto un dono quanto una maledizione.

Nell’intera trilogia di Raimi, come vedremo, i poteri avranno questa doppia natura, che infonderà in egual misura gloria e dannazione a chi avrà la fortuna di possederli, come accadrà, altresì, al Dottor Octopus.

Voto: 8,5/10

[Continua con la seconda parte…]

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Capitan Harlock - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molti, molti secoli addietro, nel tempo in cui i miti affondano le loro più arcane memorie, è raccontata la storia di un uomo dalla natura divina. Arcade, quello era il suo nome, chiamava “madre” Callisto, una ninfa consacrata alla dea Artemide, e “padre” colui il quale veniva appellato, in egual modo, da coloro che sedevano sulle nuvole bianche del monte Olimpo: Arcade era, infatti, figlio di Zeus, il padre degli dei. Un giorno, il giovane Arcade fu notato dal sommo padre mentre camminava, con passo cauto e leggero, tra la folta vegetazione. Vigile era lo sguardo del semidio, e predatorie le sue intenzioni. Armato con arco e frecce, la prole mortale di Zeus stava dando la caccia ad una grossa orsa che vagava, confusa e spaventata, tra gli alberi secolari della foresta. Si apprestava a trafiggere l’animale, facendo scoccare un dardo acuminato con fatale precisione, quando intervenne Zeus, che raccolse le anime del cacciatore e della sua preda e le trasfigurò in astri del cielo. Quando si rese conto di ciò che stava, inconsapevolmente, per compiere, il giovane si sentì rinfrancato dal provvidenziale intervento del padre. L’orsa, infatti, altri non era che la madre Callisto, tramutata in una bestia selvatica come atto punitivo della regina degli dei, furente di rabbia. Arcade si ricongiunse così alla donna che gli aveva dato la vita e insieme raggiunsero l’immortalità sotto forma di costellazioni: Callisto divenne l’Orsa Maggiore e suo figlio l’Orsa Minore.

Il ricordo di Arcade si mantenne caro agli uomini, che sempre rimasero ispirati dalla benevolenza che egli ebbe quando calcò il reame dei mortali. Vollero così onorare la sua figura, battezzando una regione della Grecia col suo nome: l’Arcadia. Questa terra fu idealizzata come una regione incontaminata, paradisiaca, in cui potevano vivere in pace e in armonia uomini e natura, in un idilliaco equilibrio del creato, impossibile anche solo da scalfire. Hera, tuttavia, non si diede per vinta, e sebbene il marito avesse salvato le anime del figlio e della ninfa, riuscì a mettere in pratica una sua nuova azione vendicativa: le due costellazioni furono condannate a girare in eterno nel cielo, senza poter mai discendere al di sotto dell'orizzonte per trovare riposo.

Nella modernità del nostro tempo, quando oramai il fato di Arcade e di sua madre non è che un lontano ricordo, i racconti fantastici, partoriti dalla mente di un autore come Leiji Matsumoto, si soffermano a rievocare le vicissitudini di una particolare nave spaziale che, come le due costellazioni incarnate da Arcade e da Callisto, vaga in maniera perpetua tra le stelle senza mai fermarsi. L’astronave è comandata da un capitano dalla personalità tanto complessa quanto ardua da comprendere appieno. Tale comandante risponde al nome di Harlock. Chissà se Capitan Harlock, al timone della sua colossale astronave, abbia mai rivolto le sue rotte spaziali verso l’Orsa minore, la costellazione in cui pulsa, tra le stelle luminose, il cuore di quel vecchio eroe greco. Come per Arcade e Callisto, il “moto” di Harlock è senza fine, poiché risponde ad una missione che non può conoscere resa alcuna. Anche Harlock, così come i due personaggi della mitologia greca, non può discendere dalle stelle e non può tornare a vivere sulla sua amata Terra. Egli è stato bandito, additato dal governo come un fuorilegge, essendo egli un pirata spaziale su cui poggia il gravoso peso dell’esilio. Il governo terrestre lo ha scacciato come un pericoloso rivoluzionario. Harlock non ha più una dimora terrena, ma è divenuto la personificazione di un’idea. La casa di Harlock è sita nell’universo sconfinato. Sebbene sia stato allontanato dal pianeta, Harlock costituisce la più importante difesa della Terra.

Il veliero, che solca le “acque” dello spazio profondo e che viene controllato dalla mano ferma ma ugualmente delicata di Harlock, è conosciuto con un epiteto altisonante, il quale ricalca la magnificenza simbolica ed idealista della nave: Arcadia. Un evidente riferimento a quella terra pura e intrinsecamente pacifica della Grecia. La nave stellare è stata concepita dal suo costruttore per assurgere a luogo nel quale regna la parità, l’uguaglianza e, in particolar modo, un sacro e inattaccabile valore di libertà. L’equipaggio dell’Arcadia è estremamente eterogeneo, eppure, nonostante le diversità estetiche e caratteriali che intercorrono tra i membri dell’equipaggio, tutti loro sono accomunati da trascorsi molto simili e soprattutto dalle medesime aspirazioni. Sull’Arcadia, Harlock raccoglie le anime delle persone bramose di giustizia, gli spiriti di tutti coloro che, esiliati dai loro mondi, possono ritrovare una nuova dimora all’interno del vascello che solca “le acque” burrascose dello spazio sconfinato. Harlock siede su di un imponente trono, come fosse un re buono e pacifico a cui è stato strappato un regno sulla Terra. Egli è, di fatto, sovrano dei cieli.

Nella storia di “Capitan Harlock”, la regione dell’Arcadia, cui facevano cenno i racconti antichi, è divenuta, come ogni altra parte del globo, una terra arida. Il mondo è stato depauperato di ogni risorsa, e tutti gli abitanti della Terra vivono in uno stato di totale indifferenza e apatia. Le acque dei mari sono state prosciugate, e il clima è divenuto afoso e difficilmente tollerabile. L’Arcadia, la nave spaziale di Harlock, richiama quell’idealizzazione che non c’è più, e vuol render vera una tangibile illusione. Se il nostro pianeta non ha più un solo spazio su cui poter far sorgere una civiltà armoniosa, la sola speranza per la razza umana è quella di volgere gli occhi al cielo, così da tentare di scorgere la sagoma di un’astronave che rimanda a quell’ideale mai del tutto perduto: creare un microcosmo su cui vige un’esistenza sorretta da un perfetto e amorevole equilibrio.

La figura di Harlock è fascinosa e intrigante. Se per lui il firmamento sconfinato costituisce un immaginario oceano fatto di stelle, la Terra rappresenta il suo unico porto, un attracco sicuro a cui tuttavia non può mai far ritorno. Gli astri luminescenti appaiono ai suoi occhi come la luce di un faro che orienta le aspre traversate della sua Arcadia. Capitan Harlock è un eroe di stampo classico, romantico e melanconicamente rispettoso di un trascorso che è andato perduto. Il suo cuore è rimasto fedele a una sola donna, la sua adorata Maya, e i suoi ricordi più cari custodiscono il tempo passato con Tochiro, il suo migliore amico, e con Esmeralda, la “piratessa” spaziale, consorte di Tochiro e madre della piccola Mayu, di cui Harlock diverrà tutore e padre adottivo.

Il Capitano è un idealista, e considera ciò che fu il solo modo per orientarsi tra le incertezze del suo presente e il nebuloso avvenire della razza umana. Harlock è un uomo introverso, taciturno, riflessivo, che difende la Terra perché seguita ancora e per sempre a guardarla con gli occhi della purezza. Per lui, il pianeta è il nostro bene più prezioso, e seppure stia attraversando una fase di decadimento, esso stesso potrà un giorno “rifiorire”, quando la razza umana tornerà a prendersene cura. Per questo motivo, Harlock veglia sul suo pianeta d’origine come fosse un misantropico guardiano, un anomalo anacoreta.

La "Jolly Roger" issata sull'Arcadia così come appare nel film "Capitan Harlock"

 

Seppur ricerchi la solitudine, egli finisce poi per accogliere quante più persone isolate incontra, così da donare loro una casa in cui vivere e un ideale per cui poter morire. Capitan Harlock è una guida eroica, pronta a difendere la Terra fino allo stremo delle forze; è questo che evoca la sua bandiera nera, la “Jolly Roger”, issata sull’Arcadia, che allude al teschio scarnificato dei temuti vessilli dei pirati. Non è un messaggio di terrore, quanto una testimonianza emblematica del suo battersi fino alla morte pur di salvaguardare il pianeta. “Mi batterò fin quando il mio corpo non cederà e la mia epidermide si dissolverà fino a non lasciare di me che dei resti scheletrici” sembra voler dire con quella bandiera che “svolazza” in quel vasto mare tenebroso che in maniera infinita si snocciola al suo navigare.

Capitan Harlock incarna un particolare senso di solitudine, quella che l’uomo avverte al cospetto dell’universo senza confini. L’universo ammantato di corpi celesti è freddo, silenzioso, e per tale ragione dev’essere scrutato ascoltando una melodia che possa cadenzare lo scorrere laconico di una giornata trascorsa su nel cielo. E’ forse per tale ragione che Harlock, sovente, contempla la magnificenza di quella tavola azzurrastra che attraversa, come superficie acquosa, con la sua nave, facendosi allietare dalle melodie di Meeme, la sua compagnia femminile prediletta, quando lei pizzica delicatamente la sua arpa, facendo così giungere nella camera del capitano le dolci note. Nel suo perpetuo navigare, capita che l’Arcadia incroci i resti di altre navi spaziali, ridotte oramai a relitti fantasma, le quali procedono senza più uno scopo, come adagiate su un fondale sabbioso o sospinte dalle correnti oceaniche. Tali scenari spettrali non possono che suscitare in lui riflessioni esistenziali sul cammino vitale di ogni uomo, e nel suo caso di ogni “pirata”. Cosa raccontano quei vascelli abbandonati e dai contorni fatiscenti? L’ultima testimonianza di una lotta, di un ideale che ha mosso l’animo di chi, su quelle navi, ha lottato sino alla fine.

Meeme - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Harlock ha l’anima di un poeta maledetto, sprovvisto di penna e della dovuta ispirazione per poter comporre versi rimati. Un poeta, per l’appunto, affranto da una solitudine intima, genuflesso alla nostalgia di un ideale di libertà, evocato nella giovinezza e mai affievolitosi nonostante l’asprezza degli eventi che si sono succeduti nel corso degli anni. Il Capitano fa sì che i suoi versi, invece che espressi a parole, vengano “trascritti” come note musicali e “decantati” in struggenti suoni dalla sua ocarina. Tale melodia è triste e malinconica e sembra perdersi nell’infinità del tempo. Harlock suona questo strumento portandolo alla bocca, per poi chiudere gli occhi, come a voler rievocare sommessamente nella sua intimità imperscrutabile, le reminiscenze di un passato sempre preminente nel suo presente.

La navigazione di Harlock rappresenta un’odissea. L’Arcadia, quel paradiso terrestre “volato” su nel cielo, fu la dimora di gente meravigliosa a cui, al termine della sua più grande e vittoriosa battaglia, Capitan Harlock darà congedo. Il suo equipaggio tornerà sulla Terra, in modo che siano proprio loro i primi garanti della “fioritura” che Harlock sperava di rimirare per il suo pianeta natale. Lui, invece, con Meeme, la sua ultima ed eterna compagna, si dirigerà verso l’infinito, portando con sé quegli ideali di armonia ed uguaglianza che noi uomini, qui sulla Terra, non riusciamo ancora oggi a fare nostri.

Eppure basterebbe volgere lo sguardo verso il cielo e viaggiare, con l’ausilio della fantasia fino ai confini delle stelle, laggiù nelle zone sperdute dello spazio profondo, dove potremmo scorgere la prua di una nave che muove verso di noi, e una bandiera nera mossa dal “vento”. L’arcadia veglia, nonostante tutto, su di noi e continua a trasmettere quelle stesse ideologie romantiche mai sopite o dimenticate, e per tale ragione eternate nel cielo come costellazioni siffatte di luminosa e illuminata speranza.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Liv Tyler - Arwen Undómiel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era scesa la notte e una pioggia lieve cadeva giù dal cielo su di un bosco “addormentato”. “Pioggerella di primavera…” recitavano alcuni versi intonati dagli animali della foresta nel capolavoro della Walt Disney “Bambi”. Grosse gocce, simili a lacrime di rugiada, custodite dalle verdi foglie, si mescolavano all’acqua piovana che veniva giù disperdendosi nel soffice sottobosco. Un lampo nel buio e il sopraggiungere di un fragoroso tuono presagivano che la pioggia avrebbe aumentato la sua intensità. Quello a cui il piccolo cerbiatto Bambi assistette, spaventato, era per lui il primo pianto del cielo. Nulla faceva prevedere alcun temporale in quel momento in cui il sole volgeva al tramonto. Fu soltanto una “tempesta” di breve durata, l’indomani tornò la quiete. La primavera infondeva vigoria in ogni dove, e la prateria su cui poi Bambi avrebbe mosso i suoi primi passi era rigogliosa e piena di vita. E’ questo, dopotutto, che rappresenta la primavera: una natura viva, palpitante, ricca di colori e dall’impareggiabile bellezza.

La donna è primavera! Se dovessi concedere, o meglio attribuire alla figura della donna una delle quattro stagioni che cadenzano il ciclo annuale della nostra vita non potrei che scegliere la primavera. Fu proprio la stagione primaverile ad allietare e accogliere la nascita della più bella tra le donne cui fanno cenno i miti greci, colei che giunse dal mare.

Come riportato dalla Teogonia di Esiodo, a scuotere il mare e a miscelare il seme della vita con l’acqua salmastra fu un evento tumultuoso ed efferato (la morte di Crono), un accadimento violento e inaspettato, come il sopraggiungere di una pioggia torrenziale al termine di una gradevole giornata primaverile. Dalla spuma del mare fu generata Afrodite, la più bella donna su cui gli occhi dei mortali e degli dei avessero mai posato lo sguardo. Nello stesso nome greco fu contenuta, in parte, la sua peculiare nascita: ἀφρός - aphrós significa, appunto, “spuma”. Afrodite emerse dalle acque marine con la sola sua rosea e immacolata epidermide. Sempre nuda toccò, lievitando, la superficie interna di una grossa conchiglia schiusa, la quale resse la sua corporalità eterea. La nascita della dea venne esaltata dal Botticelli che ne eternò la bellezza della dea in una tela d’ineguagliabile raffinatezza artistica. Afrodite, in tale rappresentazione, si eleva e i marosi che increspano i confini della conchiglia paiano non riuscire neppure a sfiorarla. Zefiro desta in lei il soffio della vita immortale e un’oreade, che incarna la mutevole stagione della primavera, fluttua verso la dea nell’atto di vestirne il corpo con un mantello, ove sono impresse primule, rose e mirti. Venere intanto cerca di coprirsi con le mani salvo poi lasciare, forse volutamente, scoperto un seno. Soltanto le lunghe ciocche dei suoi folti capelli rossastri le coprono il ventre.

"Nascita di Venere"

 

La nascita di Venere è sovente paragonata ad un’altra opera del Botticelli, ovvero “Primavera”. La magnificenza di Afrodite, dea della bellezza e dell’amore nonché canone classico e assoluto della bellezza femminile, è per l’arte pittorica metafora di primavera. Tradizionalmente, si potrebbe dunque affermare che la bellezza della donna è portatrice di una particolare grazia terrena che ha foce nella stagione ove la natura si ridesta. La primavera, con le sue brezze rinfrescanti, con quel suo clima mite, i suoi prati verdi e i fiori dai mille colori, dopo il gelo dell’inverno e le sue giornate limpide e terse, dona sollievo agli affanni, ravviva il paesaggio e offre speranza all’animo umano. La donna emana il suo fascino come il sole irradia i suoi caldi raggi, è dolce come un’arietta fugace che giunge da est, e sa essere forte come un ruscello che sgorga da una sorgente cristallina, e prosegue in crescendo fino a perdersi a valle in una calda giornata. La primavera è efflorescenza, nascita. Sono le donne ad essere garanti di un miracolo, e soltanto loro possono far germogliare la vita. Le donne rendono possibile la fioritura dell’esistenza, non soltanto attraverso l’atto del parto ma anche mediante le amorevoli cure che solo una madre sa rivolgere alla creatura che ama, ad un figlio, sia da lei stessa concepito o allevato come tale.

Come Afrodite, concepita nel racconto e proliferata nel mito fantastico, sono donne nate e vissute nella fantasia, nell’arte e nel cinema quelle di cui vorrei parlare.

"Jessica Rabbit", icona animata d'incontenibile bellezza e d'irresistibile seduzione. - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Donne da ritrarre: con un pennello o una cinepresa?

Sebbene Botticelli non poté realmente contemplare dal vero la soavità di Afrodite così da ritrarla in una tela, egli riuscì a dare corpo e vivezza a una meraviglia da lui mirata forse in un sogno. Poté, lasciandosi trasportare dal richiamo della mente, tratteggiare le generose forme della dea, plasmare la naturalezza di un concepimento celestiale, e dare corporalità ad un essere spirituale. E’ in tal modo che ancora oggi, in un testo in prosa, in un componimento poetico o in un dipinto cerchiamo di rendere visibile l’idea di donna, tanto perfetta è la sua consistenza da meritare d’essere descritta, osannata e ritratta. La bellezza della donna è impossibile da includere in una descrizione estetica che possa fungere da illustrazione generale e assoluta. Tali bellezze travalicano le doti riassuntive di qualunque scrittore tenti anche solo di enumerarle. Che abbiano labbra pronunciate o sottili, che vantino forme prosperose o marcatamente ridotte, e che i loro volti siano cinti da capelli biondi, mori o scarlatti, la bellezza femminile fugge da concetti univoci, ed è sempre sinonimo di seduzione, intrigo, intelligenza, forza, caparbietà e astuzia. Tali caratteristiche estetiche e psicologiche hanno permesso di fare della donna soggetto ideale nell’arte e nel cinema di ritratti complessi e sempre differenti. Nulla è più bello di una donna! Come si tenta d’ammirare le impercettibili venature di colore lasciate da una pennellata su di un quadro impressionista, in egual misura dovremmo osservare le donne, e indagare i segreti eclissati nei colori dei loro occhi.

"Gal Gadot - Wonder Woman" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. La supereroina DC Comics è l'emblema dell'eroismo femminile forte e indomabile. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

In quanti modi possono essere ritratte e pertanto ammirate le donne? Con colori a tempera o ad olio su una tela, con pastelli, a china o in chiaroscuro su di un foglio di cartoncino bianco. Altresì possono essere ritratte dal vivo, in quanto “vere”, filmate e immortalate tra i limiti scenici di una macchina da presa. Quanti ritratti di donne sono custoditi nel museo del cinema? Innumerevoli! Nella storia della settima arte il fascino di una donna dalla candida epidermide e dalla bionda chioma sedusse un colossale gigante nato su di un’isola e morto per lei in una fredda città.  Una giovane, vissuta nella povertà, poté beneficiare del dono di una fata per recarsi ad un ballo che si svolgeva in un salone regale e che avrebbe dovuto finire prima della mezzanotte. Ancora, una donna, da madre, si trasformava in una giovane e libertina teenager davanti agli occhi di un attonito figlio che aveva, inconsapevolmente, fatto un balzo indietro nel tempo. Il cinema fantastico ha raccontato storie di donne innamorate, una tra loro cadde addirittura preda di una maledizione che l’obbligava a trasformarsi ad ogni sorgere del sole in un falco. Ma la stessa arte filmica ha narrato le gesta di eroine audaci e indomabili. Come poter non rammentare la riccia Ellen Ripley, una delle più grandi eroine del cinema, quando affrontava con ardore la paura provenuta dallo spazio remoto in “Alien”. In una delle sequenze più sensuali, Ripley si liberava dei vestiti, restando solamente con una canotta striminzita e trasparente e un intimo che le copriva il ventre, prima d’indossare la tuta spaziale per combattere la creatura nota come Xenomorfo. L’erotismo sensuale di un corpo statuario femminile veniva amalgamato, nell’opera di fantascienza di Scott, con la furia combattiva di una donna vigorosa.

"Daryl Hannah è la sirena Madison" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui. E ancora cliccando qui.)

 

Ancora nel cult del 1984 “Splash – Una sirena a Manhattan”, Madison, una sirena dai lucenti capelli color oro, emergeva dai fluttui, irradiata da una luce di vaga provenienza. Madison era una donna eterea, che camminava sulla terra nuda come sospinta dalla brezza, e capace di compendiare nella sua essenza all’unisono il regno del mare e quello della terraferma. Una giovane libera e straordinariamente intrepida, innocente e magnificamente romantica che accetta di sottostare a degli inevitabili e gravosi rischi pur di poter vivere un amore apparentemente impossibile con un umano. Figure femminili di un genere di narrazione fantastico ma capaci di ritrarre su di esse i connotati di donne splendide, illuminanti e pertanto decisamente vere.

 

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Gli artisti più talentuosi, sin dai tempi antichi, hanno tentato di catturare la giovinezza della propria compagna e di trasfonderla in eternità. Alcuni di loro avranno voluto ritrarre la loro sposa più volte nel corso della vita, e avranno poi carpito la spontaneità di una ruga tanto da renderla testimonianza del tempo passato, di una vita trascorsa al fianco di quella stessa donna dipinta dapprima da ragazza e in seguito da consorte matura. Nel capolavoro di James Cameron “Titanic”, un ritratto, rinvenuto sul fondo dell’oceano e sfuggito alle gelide acque per circa 84 anni all’interno di una cassaforte, diventa prova ammirabile di un amore mai estinto, traccia di un passato che non ha mai smesso di possedere significato sul futuro della donna protagonista della storia. Il ritratto realizzato dal protagonista, Jack Dawson, ha reso eterna una bellezza di donna scrutata con rossore dall’amato per una notte soltanto. Nel cinema d’animazione, il disegno è divenuto mutevole, e il tratto, che dona movimento ad una figura, perpetuo.

"La sirenetta Ariel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

E’ certamente impossibile riuscire a parlare di tutti i personaggi femminili che presero vita grazie al volere di artisti e animatori nel cinema di genere. Mi sovvengono alla mente, in particolare, Ariel e Belle, rispettivamente de “La sirenetta” e “La bella e la bestia” della Walt Disney. La prima, una sirena che aspira a diventare una donna completa, un personaggio nato dalla proliferante e geniale mente dello scrittore Hans Christian Andersen, reinterpretata al cinema in una veste più ingenua ma adorabile. La sirena dai fluenti capelli rossi muove dal mare proprio come Venere, però non cammina su di una grossa conchiglia, ma nuota con la sua coda verde, non è nuda ma si serve di due conchiglie per coprirsi il seno. Belle, mora e dagli occhi castani, dama sognante, lettrice affamata di parole e insaziabile di libri, è colei che vede quello che l’apparenza occulta, ciò che la mostruosità nasconde.

Belle, col suo amore, salva la vita all'amato e spezza la maledizione. "La bella e la bestia" sono illustrati da Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Muse ispiratrici

La donna, intesa in senso lato, è stata spesso entità ispiratrice. Un’essenza ineffabile, specie per coloro che non poterono mai averla e idealizzarono la sua immagine. La sola rimembranza della donna amata e mai dimenticata ha scaldato il cuore di chi, volgendo lo sguardo alla luna, traeva ispirazione per comporre un sonetto o un canto poetico. Le nove muse della mitologia greca erano tutte donne e ognuna di esse preservava un campo specifico dell’arte. Erano le donne, ancora di fattezza divina, a instillare la dovuta ispirazione nel cuore dei poeti. Divenivano l’impalpabile mano che guidava il polso dello scrittore, la penna astratta intinta nell’inchiostro. Senza di esse l’arte, concepita come l’eterna magnificenza del divino, non poteva essere veicolata nel mondo dei mortali. Senza quelle donne, contornate d’immortale sostanza, la commedia, la tragedia, la musica, la danza e persino la poesia epica non sarebbero state trasfigurate dall’etereo al tangibile. Nella settima arte, nel cinema del Novecento e ancora in quello contemporaneo, la donna continua a mantenere lo status di musa per chi ha occhi per continuare a notarlo. A tal proposito, mi soffermo a pensare ad una sequenza in particolare de “Il postino”. Il protagonista Mario si è invaghito perdutamente di Beatrice, una donna notata in un’osteria del paese in cui vive. Il postino chiede allora al suo amico, un certo Pablo Neruda, di scrivere una poesia da poter consegnare alla donna. Mario, per quanto si sforzi, non si sente in grado di trascrivere, sotto forma di costrutto poetico, quello che sente per Beatrice. Il saggio Neruda, tuttavia, lo mette in guardia dalle varie “Beatrici”: esse fanno proliferare amori profondi, inestinguibili come fiamme ardenti che avviluppano. Per tale ragione, non possiamo non citare il destino dell’Alighieri.

Chissà se Mario avrà poi realizzato che le “Beatrici” sono anche le sole anime a condurci attraverso le porte del Paradiso, a farci calcare un suolo fatto di pascoli di nuvole, perché quelle donne che portano questo nome possono rivelarsi anime pure, terse e magnanime, come la donna per sempre amata da un fiorentino che risponde al nome di Dante Alighieri. Poco importa se lo ha ricordato, Mario viene completamente influenzato da Beatrice e, da lei ispirato, comincia a dedicarle poesie d’amore, versi traboccanti di sentimento, e carmi elogiativi. Conquista la donna con le metafore, quale ironia, lui, un uomo di umili origini che fino a poche settimane prima non sapeva nemmeno cosa fossero le metafore che ha imparato ad usare sotto l’influsso di una musa ispiratrice, posta a guida delle sue parole. Quando Neruda chiederà poi a Mario di nominare una delle tante cose belle della sua incantevole isola a lui non verrà in mente nulla da dire, eccetto il nome della sua innamorata: Beatrice Russo. Quanto una donna può ispirare un uomo, e può renderlo una persona migliore? E’ forse uno dei tanti insegnamenti trasmessi dalla poesia, parafrasata in questo lungometraggio.

I primi minuti di “Up” raccontano la storia d’amore durata un’intera vita tra Carl ed Ellie. La morte inaspettata della moglie getta Carl in un disperato sconforto. Sarà per lei che l’anziano e burbero signore deciderà di rendere concreto un sogno che i due covavano da tempo ma che non erano mai riusciti a render vero: raggiungere le Cascate Paradiso. Per “volare via con lei”, Carl lega centinaia di palloncini al tetto della loro casa, cosi da riuscire a sradicarla dal terreno e a farla volteggiare verso le Cascate. La donna, la quale ha lasciato un ultimo messaggio su di un album fotografico che ripercorre tutte le fasi essenziali della loro vita, esorta l’uomo a vivere una nuova fase della sua vita. Ellie, dopo essere stata per Carl la sua sola compagna di vita, diviene anche la sua ispirazione a “volteggiare” via dalla normalità e a godersi una nuova avventura, vissuta con la stessa intensità di un tempo. Quella della donna è per Carl un’ispirazione talmente grande da sollevarsi dal suolo e volgere in alto verso il cielo azzurro come un palloncino variopinto gonfiato a elio.

Ma l’ispirazione che una donna può trasmettere in un uomo può assumere varie forme e albergare nel cuore in tutt’altri modi. L’ispirazione può fondersi con la motivazione in un connubio inscindibile. Il personaggio di Arwen Undomiel de “Il signore degli anelli”, tanto nel romanzo quanto nella trasposizione cinematografica di Peter Jackson, nella quale ha assunto giustamente un ruolo di maggior spessore rappresentativo, è la figurazione dell’amore inteso come motore di vita, come spinta motivazionale necessaria. Senza il rinfrancante ricordo di Arwen, Aragorn non avrebbe combattuto con l’egual veemenza nelle battaglie che decisero il destino della Terra di Mezzo nell’opera di J.R.R. Tolkien. Se il ramingo fosse stato privato della possibilità di sposare la dama di Gran Burrone non avrebbe mantenuto la medesima fermezza nel voler ascendere al trono di Re di Gondor. Arwen è musa ispiratrice, incarnata nel corpo angelico di un elfo femmina di sublime beltà. Viso dolce e cinto da capelli corvini, guance delicate alla sola vista e somiglianti alla bianca porcellana, occhi cerulei come il cielo senza nuvole. Arwen è descritta come fosse un incanto, come se avesse reso tangibili le parole dei canti elfici che permettono a coloro che le ascoltano d’immaginare completamente le meraviglie che odono.

Oltre che meritevole di una bellezza adamantina, Arwen è, come reinterpretata dal regista neozelandese, donna audace, combattiva, in grado di fronteggiare con ardore cavalieri neri di tenebrosa natura. Arwen è una donna che rinuncia all’immortalità della sua razza per amore. Quanto coraggio può essere rinvenuto in un simile atto? Amare così profondamente da scegliere di vivere soltanto un’era del tempo degli uomini quando avrebbe potuto vivere per sempre. Cos’è l’amore se non la scelta coscienziosa d’accettare un sacrificio senza pentimento alcuno, per poter beneficiare di una gioia che si rivelerà essere ancor più grande?

Arwen rinuncia alla vita immortale per poter vivere una vita mortale, e dalla cessazione di un’esistenza eterna trova il modo di generare un’altra vita col proprio sposo, lei che, come mostrato nell’adattamento cinematografico de “Il ritorno del re”, appellandosi inaspettatamente al dono della preveggenza ereditato dal padre, ha veduto la vita dove sembrava campeggiare solo la morte. Arwen ha fatto germogliare l’amore per Aragorn e la vita per i suoi figli da un terreno arido e pertanto non fertile, oppresso dalla malvagità di Sauron. Ha portato luce scacciando l’oscurità. Per me una meraviglia femminile senza eguali.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ezra Miller è Flash – Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Il Barry Allen di Ezra Miller è un ragazzo timido, ancora impacciato e molto simpatico, ma nasconde dietro i suoi estrosi modi di fare grandi paure e insicurezze, derivate dalla sua solitudine.

 

  • Dei ed Eroi: tra mito e Justice League

Nell’antica Grecia esistevano gli eroi. Forse non recavano il prefisso “super” ma erano davvero degli eroi, capaci di vivere avventure e di compiere imprese del tutto simili a quelle che oggi indicheremmo come fuoriuscite da una qualunque narrazione a fumetti. In Grecia, già dal VI secolo a.C. esistevano quelli che noi oggi chiamiamo comunemente come “crossover”, ovvero i racconti dove gli eroi o gli dei si incontravano o scontravano tra loro. Eracle spalleggiava Teseo nell’Ade, ad esempio, Orfeo prendeva parte alla spedizione di Giasone e le divinità si schieravano in “leghe” contrapposte nel conflitto tra i troiani e gli achei, palesandosi d’improvviso e cambiando così il corso della trama, come nei migliori serial fantasy che oggi conosciamo. I supereroi, specie quelli DC, i primi a comparire sulle tavole dei fumetti e i primi a parlare per via cartacea, sorretti da una sceneggiatura che si materializza sotto forma di “nuvola”, non sono altro che le rivisitazioni dei vecchi eroi della mitologia, e ricalcano persino il modo in cui migliaia e migliaia di anni fa, quelle storie, quei miti propriamente detti, venivano raccontati. Sembrava infatti che la mitologia greca si svolgesse totalmente in un unico universo narrativo, coeso e preciso pur con qualche leggera incongruenza. La DC stessa ambientava le proprie storie in un universo ben noto, fino alla fine degli anni Sessanta, dove gli universi conosciuti diverranno molteplici. Insomma i supereroi sono delle esaltazioni ancor più d’impatto degli antichi eroi, da cui attingono valori e poteri, avventure singole e condivise.

  • Flash: “Non puoi fermarmi!
  • Superman: “Non esserne così sicuro. Ho già corso con te in passato, Barry. Ho anche vinto qualche gara.”
  • Flash: “Quelle erano per beneficenza, Clark!”

(Flash Rebirth – Barry fugge, correndo via, a Superman)

Superman è probabilmente l’emblema degli eroi DC, forte come Eracle, in grado di volare vicino al sole da cui attinge la propria possanza, figlio, più che dell’Olimpo, proprio del cielo, perché Kal-El è un essere quasi onnipotente che concretizza, in una serie infinita di poteri, i più grandi sogni di gloria della fantasia di ogni autore. Wonder Woman è forse il personaggio più attinente di tutti alla mitologia, sia a livello estetico che a livello narrativo. E’ un’amazzone, creata da Zeus e da Afrodite in persona, e cresciuta sull’isola della regina Ippolita. Wonder Woman è il simbolo della donna forte, autoritaria, splendente e valorosa, l’icona dell’eroismo femminile. Aquaman è forse l'eroe più antico della storia dei fumetti. Esisteva migliaia e migliaia di anni fa e portava, sempre con fierezza, un tridente stretto tra le mani, con cui troneggiava sul regno degli abissi fin dal giorno in cui i suoi fratelli, Zeus e Ade, si spartirono i tre regni del mondo, e a lui toccò quello del mare. Aquaman è il Poseidone dei nostri giorni, l'eroe che personifica la figura del dio greco e del sovrano di Atlantide, la città perduta, altro mito di cui il fumetto si erge a voce per ripercorrere l'ennesimo racconto che affonda le proprie radici nei secoli trascorsi. Lanterna Verde è un eroe posto a guardia del Pianeta. Egli, astuto come Odisseo e spavaldo come Aiace, proteggerebbe la Terra con l’egual fermezza di come Ettore avrebbe difeso fino alla morte la sua amata patria.

Flash è legato da una profonda amicizia con Lanterna Verde.

 

Batman e Cyborg sono due personaggi tanto diversi, ma che in un’analisi dedicata ad alcuni passi della mitologia non rappresentano altro che il limite dell’essere umano, quel limite che può essere superato dal sudore, dalla dedizione, dall’allenamento massacrante e dal genio dell’uomo. Batman ha dedicato la sua intera vita a spingersi “oltre”, ad incarnare un simbolo di paura e speranza nonostante non possedesse alcuna dote straordinaria, ma per il solo desiderio di giustizia. Batman è il vero eroe, quello che non necessita della forza valorosa di Enea o della velocità di Achille per poter abbattere l’ostacolo della malvagità, gli basta se stesso, perché egli è il solo che ha superato ogni limite a cui l’uomo è purtroppo soggetto. Batman è arrivato vicino al sole e nonostante avesse le ali di cera, è riuscito a non cadere. Prometeo ha rubato il fuoco agli dei per donarlo a noi uomini, perché eravamo ai suoi occhi meritevoli, unici. L’uomo partendo dal fuoco si è evoluto tanto da divenirne genio della scienza da lui stesso creata. Restituire la vita sotto forma di un Cyborg è un racconto di fantascienza che trova riscontro nella continua, sinistra, ricerca dell’uomo, che fin dall’alba dei tempi non riesce a smettere di tentare di ingannare la morte.

"Flash Comics 1"

 

Se prendiamo in esame il primo storico costume di Flash, datato 1940, non possiamo che notare, ancor prima di pensare al suo potere, che il velocista scarlatto sia una rivisitazione, in chiave moderna e supereroica ovviamente, del Mercurio alato. Flash trae le sue origini dalla velocità di Ermes, il messaggero degli dei, ritagliandosi un ruolo di primo piano nell’avventura contemporanea, incarnando, oltre che un passato nei miti, anche un’attenzione costante al futuro, dove Flash non fa altro che rappresentare il continuo viaggio, la corsa, l'interminabile percorso che ognuno di noi deve compiere nella propria vita.

Flash, John Wesley Shipp, 1990 – Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere il nostro articolo sulla serie classica “Flash” cliccando qui.

 

  • Flash – Il mercurio alato

“Più veloce di un fulmine nel cielo, della luce stessa, più rapido del pensiero, Flash è la reincarnazione di Mercurio alato... La sua velocità è lo sgomento degli scienziati, la gioia degli oppressi e l'incanto delle folle!” (Flash Comics 1- 1940)

Ogni personaggio di un fumetto che si rispetti rappresenta qualcosa; testimonia con la propria storia una volontà, un’idea dell’autore o una denuncia sociale per il periodo in cui essa viene pubblicata. Flash, uno dei perni della scuderia DC, non fa eccezione sin dalla sua nascita datata gennaio 1940. Nella società in cui viviamo ognuno di noi corre, si arrovella per inseguire sogni e speranze per un futuro che sembra snocciolarsi sotto i nostri piedi con immantinente rapidità; ma a volte in questa corsa perdiamo di vista il senso del nostro viaggio, la comprensione del perché corriamo. Lo spostarsi da un luogo ad un altro, il raggiungimento di una meta piuttosto che un’altra, il viaggio inteso in senso lato è soltanto il superficiale pretesto per celare il senso di scoperta di luoghi sconosciuti, di realtà a noi ignote, di esperienze straordinarie vivibili nella tortuosa peregrinazione compiuta come esperienza di vita. La corsa si configura come un’investigazione analitica e introspettiva di se stessi. E’ così che Flash corre per scoprire tutte le volte se stesso, per superare i propri limiti. Gli autori nel velocista scarlatto hanno voluto far incarnare il desiderio inestinguibile dell'uomo verso l’infinito sconfinato, verso la padronanza del mistero nascostosi lontano, verso la conquista.

In una puntata della serie televisiva degli anni ’90, Barry Allen (John Wesley Shipp) osserva una statua bronzea che ha le sembianze di Mercurio.

 

Il personaggio ha il mondo ai suoi piedi ed è animato da una brama di libertà senza limiti. Dalla matita di Gardner Fox e Harry Lampert, nel gennaio del 1940, nasce Jay Garrick, Flash, nelle pagine di “Flash Comics n°1”, albo della DC Comics che prese il nome direttamente dal suo personaggio principale. Nello stesso numero anche altri celebri eroi della DC videro la luce, eroi come Hawkman, Hawkgirl (Shiera Sanders), Black Canary e Johnny Thunder. La prima raffigurazione cartacea di Flash vede l’eroe sfrecciare verso l’orizzonte, lasciandosi alle spalle una lunga scia. Una donna dai capelli biondi osserva stupefatta l’uomo passarle dinanzi con passo spedito, così come il piè veloce Achille caricava verso l’esercito nemico. In tempi recenti quel primo numero, conservato gelosamente da un collezionista per quasi 70 anni, è stato valutato per una cifra che si aggira intorno ai 450mila dollari, a testimonianza dell’indiscusso valore e del futuro glorioso che avrà il personaggio, che in quelle pagine vedeva per la prima volta la luce.

Jay Garrick indossa sul capo un elmo grigio, ornato ai lati da due alette color oro, è abbigliato con un costume rosso che lascia intravedere una grossa sagoma gialla atta a simulare il dardo di un fulmine, veste un paio di jeans e calza due stivali rossi, anch’essi contornati da alette dorate. Le ali richiamano il simbolismo del dio greco Ermes. Flash corre su nastri d’asfalto con passo rapido e impalpabile, il che dà la sensazione che l’eroe non tocchi propriamente il terreno ma si sollevi da esso, proprio come faceva Mercurio quando muoveva i suoi passi sulle nuvole bianche che sovrastavano i sentieri dell’Olimpo.

“Lo faremo e lo faremo velocemente. Dopotutto, è come sono abituato a fare cose.” (Jay Garrick – Flash)

La prima apparizione di Barry Allen

 

L’incarnazione più famosa e amata di Flash, Barry Allen, arrivò nel 1956 dopo il disastro della seconda guerra mondiale che fece tra l’altro anche cadere i fumetti in rovina e nel dimenticatoio generale. Jay Garrick fu così sacrificato, cedette all’oblio e scomparve dalle edicole lasciando al suo passaggio un malinconico ricordo. Barry Allen è un poliziotto della scientifica di Central City. Una notte, durante un temporale, Barry viene colpito da un fulmine mentre, a tarda sera, stava lavorando nel suo laboratorio. Il fulmine lo investì improvvisamente, irrompendo da una grossa vetrata adiacente il tavolo di lavoro del ricercatore, che venne investito da una serie di prodotti chimici caricati elettricamente. Quando si risvegliò, uscì in strada e, notando un taxi in lontananza, cominciò a correre per raggiungerlo. Si accorse, poco dopo e con sorpresa, di aver superato l’autovettura di diversi metri. Realizzò in quel momento di aver ereditato un potere straordinario che decise di mettere al servizio dell’umanità. Assunse così l’identità di Flash, indossando una maschera e un costume scarlatti, decorati con saette color oro. Sul petto, impresse un fulmine giallo su di in un cerchio bianco, rappresentando l’emblema della saetta che attraversa una luna piena alta nel firmamento.

  • Il successo

“Sei rapido, Quicksilver, te lo concedo! Forse nel tuo universo sei l'uomo più veloce che ci sia! Ma anche l'auto più veloce del mondo sembra una lumaca nei confronti di un jet!” (Flash - Marvel contro DC)

Quando Barry Allen irruppe nel mondo dei fumetti su “Showcase 4” riuscì immediatamente a magnetizzare l’attenzione di migliaia di lettori, da quel momento irrimediabilmente rapiti dalle gesta del “Velocista Scarlatto”. Il personaggio incarnava alla perfezione lo spirito del suo tempo. Per l’America, infatti, quello fu un periodo di grande prosperità e di innovazioni radicali su tutti i fronti. La DC Comics e un gruppo di disegnatori e scrittori, tali Robert Kanigher, Julius Schwartz, John Broome e Carmine Infantino, realizzarono un’impresa editoriale titanica, puntando tutto quello che avevano sulla creazione di un domani inarrestabile. Barry Allen, inteso quasi all’unanimità come il primo eroe della Silver Age, risollevò la DC Comics e le sorti dei fumetti interi e di tutto ciò ad esso affiliato. Sulla benevola scia scarlatta di Flash tutta una serie di altri brand fumettistici trovarono infatti nuovo vigore e ripresero ad essere pubblicati con successo. Flash prese per mano i suoi “fratelli” e li trascinò verso un avvenire luminoso. Anche la Marvel Comics sorse su fondamenta salde e durature erette da Flash.

Barry viene colpito dal fulmine.

 

Per molti anni, la leggenda a fumetti di Flash crebbe senza limiti, divenendo la testata più venduta d’America, registrando vendite record capaci di aggirarsi intorno alle 900.000 copie. In aggiunta a tutto ciò, per aumentare ancor di più il valore del personaggio, la DC affidò proprio a Flash il compito di introdurre il “multiverso” in “Flash dei due mondi”, uno degli albi a fumetto di maggior prestigio della storia. In tale fumetto, Barry Allen scoprì, attraverso un viaggio in una dimensione parallela, l’esistenza di una seconda Terra, su cui muoveva i suoi eroici passi un ormai anziano Jay Garrick. Fu la nascita e la canonizzazione di due Flash, il vecchio e il nuovo, il maestro e il grande apprendista. Sempre Flash continuò ad essere centrale nell’universo narrativo della casa editoriale statunitense, compiendo l’eroico sacrifico nelle pagine finali del leggendario crossover “Crisi sulle terre infinite” o stravolgendo, ancora, nel 2011 l’arco narrativo con la miniserie Flashpoint, che darà vita ai New 52.

In oltre 75 anni di storia editoriale, Flash ha avuto altre due incarnazioni: Wally West, nipote dai capelli rosso fuoco di Iris, e Bart Allen.

Flash è caratterizzato da una personalità ottimista, solare, a volte ironica e profondamente emotiva. Egli si trova, per certi versi, in contrasto con il tenebroso Batman, assomigliando, invece, a Superman, ovvero un supereroe portatore di speranza. Barry è una figura benevola e ispiratrice non solo per la gente comune ma anche per gli altri supereroi, tant’è che una volta Bruce Wayne disse di lui: “Barry è il tipo di uomo che avrei sperato di diventare se i miei genitori non fossero stati assassinati”. Sebbene negli ultimi anni Barry Allen venga rappresentato in televisione e al cinema come un ragazzo giovane, nei fumetti è in verità un uomo adulto. Egli è inoltre molto acuto, non è un supereroe inesperto che abbisogna di un team a spalleggiarlo, come mostrato nella serie televisiva, e non è neppure un eccentrico burlone, come invece mostrato nella trasposizione cinematografica della Justice League o nel cartone animato. Flash è un supereroe sognante, allegro ma anche serioso, ed affronta i drammi della vita con un inguaribile ottimismo, caratteristica che, una volta colta, è in grado d’infondere speranza al lettore.

  • Poteri: un dono o una maledizione?

"Mi chiamo Barry Allen, sono l'uomo più veloce del mondo. Per anni ho vissuto senza la mia sembianza umana, consumata dall'attrito di un folle viaggio alla velocità della luce, teso nello spazio e nel tempo alla rincorsa di un vettore invisibile e inarrestabile. Potevo racchiudere l'assoluto nel palmo della mia mano, percepire l'eternità in un battito delle mie ciglia. Capii allora di essere diventato qualcosa di più. Qualcosa di diverso rispetto a un uomo che corre più veloce degli altri. Io ero la Forza della Velocità." (Barry Allen – Flash)

Il potere, acquisito la notte dell’incidente e derivato dalla forza della velocità manifestatasi con la sagoma di una folgore, forse scagliata da Zeus in persona, lo ha trasformato in un semidio che giace tra gli uomini. La sua corsa interminabile lo pone nel mezzo, tra “l’umanità terrena” e la gloria del cielo. Il suo metabolismo accelerato gli permette di guarire rapidamente dalle ferite, benché per sostentarsi necessiti di consumare ingenti quantità di cibo. Barry può inoltre far vibrare le molecole del suo corpo e attraversare indenne la materia.

Sebbene venga considerato un eroe radioso, Flash può essere altresì inteso come un personaggio drammatico. Egli percepisce la realtà esterna con grande inerzia. Nel brano “The Ballad of Barry Allen” dei Jim's Big Ego, Flash viene descritto come un personaggio vittima del suo stesso potere. La velocità per Flash risulta essere, secondo questa interpretazione, una maledizione che avviluppa l’eroe.

In effetti, anche secondo il sottoscritto, una simile rivisitazione del personaggio assume un aspetto fascinoso. Il tempo trascina Flash costantemente, e proprio perché egli è così rapido, fatica a controllare l’esasperante scorrere dei secondi. La velocità si tramuta in un bisogno irrefrenabile ed intollerabile. Flash non può mai fermarsi davvero, e nessuno può vederlo muoversi realmente. Conseguentemente nessuno può riuscire a capire le sue sensazioni. Flash resta pertanto preda della solitudine. Sotto i suoi occhi la realtà quotidiana, le gesta e i movimenti dei suoi simili, scorrono con estrema lentezza.  C’è chi direbbe che la vita scorre troppo in fretta, ma a Flash la vita stessa pare progredire in modo compassato. Il tempo computato dagli orologi è diverso da quello calcolato dalla sua mente che finisce per precipitare in un gorgo incessante e inesorabile. I suoi pensieri e le sue percezioni si susseguono più rapidamente del tempo convenzionale così come viene percepito dagli uomini comuni, facendo piombare l’eroe in uno stato di abbandono e d’incomprensione. Flash permane così in una stasi tra il tempo effettivo e il tempo soggettivo, con quest’ultimo che prende il sopravvento sulla sua completa esistenza. Egli, uomo, vivrebbe così con il dono di un dio che tortura il suo spirito mortale con un potere destinato ad un’anima immortale come quella di Ermes.

  • Correre come metafora della vita

La vita non ci dà un senso, siamo noi a dare un senso alla vita”. (Flash)

La corsa di Flash verso l’infinito è la rappresentazione del coraggio, di quell’audacia necessaria per affrontare un avversario che compare all’orizzonte. Ma la corsa è, al contempo, l’espressione di una brama di vita. Nella corsa, la mente tende a schiarirsi e a far fluire liberamente il pensiero. Nel suo progredire armonico, il respiro di Flash si fa flebile, il vento gli sfiora il viso e l’aria sembra sollevarlo dal terreno che lambisce con i piedi che lo sospingono. L’elettricità scorre nelle sue vene come un fuoco ardente che viaggia in ogni sua terminazione nervosa. Flash corre per comprendere il mondo e il senso dell’esistenza a cui noi diamo un valore e uno scopo. Ed è per tale ragione che nella corsa si concretizza anche la fuga dall’oscurità. La morte per Flash è rappresentata dal velocista nero, una figura scheletrica che incarna la morte e che insegue il corridore per sottrargli la vita. E’ la novellizzazione di un’allegoria. Il Flash Nero insegue il velocista scarlatto per fermarlo e porre così fine alla sua vita. Flash, nelle sue sgroppate, comprende quando bisogna correre via, allontanarsi dai mali che potrebbero arrecare distruzione. E’ così che l’eroe dà valore alla famiglia, all’amore e all’amicizia, fuggendo dalle tenebre per restare nella luce. La corsa per Flash è metafora della vita stessa, fatta di sacrifici, missioni da dover adempiere, pericoli da dover scacciare, e affetti indissolubili.

Wally West raggiunto dalla morte, rappresentata come il Flash Nero.

 

Il grande amore di Barry Allen è Iris West, colei che rappresenta la meta finale della corsa. Iris incontrò Barry (apparve per la prima volta nel numero 4 di Showcase nel 1956) mentre quest’ultimo stava indagando su un caso di omicidio. Barry fu subito attratto dai modi di fare della giornalista, curiosa, simpatica e dalla parlantina sciolta, mentre Iris rimase colpita dall’onestà e dalla fermezza dell’uomo. Dopo un lungo fidanzamento, una sera Barry propose a Iris di sposarlo, durante un giro sulla ruota paronimica al parco dei divertimenti di Central City. In Flash n. 165 (del novembre del 1966) Iris sposò Barry, scoprendo proprio quella notte che il marito era in verità il guardiano di Central City. Nel futuro si vedrà che Barry e Iris concepiranno due figli, Don e Dawn Allen, “i gemelli tornado”.

Iris come la maggior parte delle donne dei fumetti è rappresentata come una donna bellissima, dai fluttuanti capelli rossi, dal volto candito, e con solo un accenno di lentiggini, dalle forme aggraziate. La figura di Iris nella vita di Barry è sempre dominante. Ella rappresenta per Flash la motivazione per andare avanti, un po’ come Arwen è per Aragorn l’ispirazione capace di riscaldare il cuore e risollevare lo spirito del ramingo durante le ardue battaglie. Per Flash, Iris è il centro del proprio universo, “perché al ritorno a casa c’è lei ad attendermi”.

  • Conclusioni

“Forse non è così terribile morire. Non se lasci un erede, se sai che qualcuno combatterà ancora per ciò in cui hai creduto.” (Flash – Vendicatori/JLA)

Con Flash si fantastica sulla tangibile possibilità di poter correre più veloce del suono, sempre verso l’orizzonte e il futuro più roseo; un pensiero che certamente non può non affascinare ogni lettore dall’estro sognante. Flash non è che la personificazione rivisitata del mercurio alato, uno sgomento per gli scienziati, una gioia per gli oppressi e un incanto per le folle.

I supereroi DC Comics, con i loro racconti di epiche battaglie, di uomini capaci di volare verso le stelle o di sollevare montagne, rivisitano le gesta degli dei e degli eroi della mitologia greca, in cui il racconto fungeva da fuga dalla realtà. Il mito possedeva la capacità di stimolare l’immaginazione e di far riuscire a superare i limiti dell’uomo. Il racconto greco ammaliava con la descrizione di una giovane donna che nasceva dalla spuma del mare, o con la narrazione di dei in collera che sconfiggevano i titani con la folgore, il tridente o l’elmo che rendeva invisibili. Erano gesta narrate da cantori e vertevano sull’esaltazione della fantasia, uno dei più grandi doni che l’uomo abbia mai ricevuto. Il fumetto è arte sequenziale che trasforma in tavolozza pittorica ciò che veniva raccontato nell’antichità a parole, magari accompagnato dal suono della cetra, e portato via dal vento che ne conservava tutto il valore.

Flash, il più veloce, il più lesto tra gli eroi, è ancora oggi la personificazione del domani, di un futuro che, per quanto remoto, si avvicinava e continua ad avvicinarsi a grandi passi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quella a cavallo tra il 5 e il 6 gennaio è, per i bambini, l’ultima notte magica delle festività natalizie. Un uomo dalla barba color argento dà il via, e una donna che “calza” indumenti miseri e consunti, pone fine ai festeggiamenti. L’Epifania tutte le feste si porta via.  E’ il compito che la Befana assolve tutti gli anni, quello di regalare un dolce risveglio ai piccini nel giorno in cui il clima natalizio è ormai agli sgoccioli.

Della Befana si sa ben poco. C’è chi crede sia antica come il mondo, chi afferma, senza provare dubbio alcuno, che lei era già vecchia quando nacque Gesù Bambino e che si trovava nei pressi di Betlemme quando incrociò i Re Magi che stavano per raggiungere la grotta in cui era nato il Redentore. Alcune leggende vedono i Magi spingersi a domandare a quella donna dal vetusto aspetto di accompagnarli, ma ella avrebbe desistito dall’uscire di casa, chi lo sa, forse intimorita dal freddo pungente. Poco dopo, però, la donna si sarebbe pentita e avrebbe così resa colma una cesta di dolci da offrire a tutti i bambini che avrebbe incontrato quella notte sulla sua strada, nella speranza di incontrare il Re dei Re appena venuto al mondo. E’ forse per tale mito che noi tutti, ancora oggi, attendiamo lo scoccare della prima ora del 6 gennaio per deporre le statuine dei Re Magi nel presepe dinanzi alla grotta dove giace il Bambino Gesù. Il giorno della Befana sembra riguardare, in qualche modo, la venuta dei Re Magi.

Ma chi era davvero quella vecchina cui i racconti fanno menzione? Perché ebbe in dono quella che si crede sia un’immortalità? La Befana è in vero una figura avvolta da un alone di magico mistero. A differenza di Babbo Natale, che i racconti sono soliti far risalire la sua residenza al Polo Nord, non si conosce dove la Befana viva, celata allo sguardo dell’uomo. E sempre per differenziarsi dal Signore del Natale, la Befana non ha elfi al proprio servizio. Si suppone che viva sola, in un luogo imprecisato. Perché non potrebbe vivere su nel cielo, tra le stelle luminose del firmamento sconfinato?

La Befana sono solito pensarla come un’anima un tantino sfortunata. Non ha il medesimo vantaggio di Babbo Natale. Lei arriva soltanto alla fine delle festività, non dona gioia quando il periodo natalizio ha dato appena inizio al suo corso. Lei discende dal remoto, quando oramai le ferie dal lavoro sono prossime a cessare e gli impegni tornano a bussare nuovamente alla porta, quando le vacanze scolastiche sono agli sgoccioli e il divertimento senza apparente fine, nonostante tutto, tende a cessare. La Befana dona così, con i suoi dolciumi all’interno delle calze, l’ultima gioia, quel soffio di bontà, sinonimo di un periodo lieto e terso qual è il Natale.

Al calar del sole, il 5 gennaio, potremmo alzare gli occhi al cielo e volgere lo sguardo alla luna nel vano tentativo di scorgere le fattezze stravaganti della Befana che vola tra pascoli di nuvole. Talvolta ella, se riuscissimo a intravederla, potrà avere intorno al capo un fazzoletto di stoffa, ma c’è chi giurerebbe di averla vista indossare un cappello a punta. Vola in sella a una scopa, si manifesta nella notte e reca a sé le sembianze di una megera malandata. Che la Befana sia una strega? Nessuna risata sadica potrebbe udirsi fuoriuscire dalla sua bocca, se non un flebile risolino affettuoso. Ella è in verità soave e gentile, come se quel suo pesante aspetto fosse la condanna del tempo atta a nascondere una bellezza interiore. Le sue vesti scucite, avvolte dalla fuliggine che vien giù dai cunicoli dei camini, il suo volto affossato dalle rughe, il suo naso adunco e il suo mento a ciabatta, la sua andatura in volo del tutto somigliante a quella di una fattucchiera ria e malvagia, sono tutte sembianze ingannatrici, che contrappongono la bontà della sua anima all’esteriorità menzognera.

La Befana è costante contrapposizione: dispensa col suo volo armonioso felicità in un giorno di leggera malinconia, possiede le parvenze di una megera eppure ha i modi garbati di una strega buona, e nei suoi sgradevoli caratteri somatici non incute alcun timore, tutt’altro! Invita i piccini a guardare oltre le apparenze e a scorgere la bellezza di un cuore puro.

E se l‘espressione pesante del volto della Befana non sia che una mistica patina generata volutamente dalle sue arti magiche? La Befana sembra voler rappresentare la bellezza interiore, quella occultata sotto una greve parvenza poiché meritevole d’essere scoperta soltanto da chi può riuscire a vedere sempre oltre le pur semplici apparenze. Ella, millenni orsono, rifiutò di uscire di casa per prestare aiuto a quei tre viandanti ma se ne pentì poco dopo. Rammentate la vecchia mendicante che testò la generosità del cuore di un principe delle fiabe, chiedendo riparo dal freddo pungente nel castello regale e offrendo come pegno una rosa incantata? La Befana potrebbe agire in egual maniera, muovendosi nella notte come una vecchia dal misero aspetto che porge regali a chi è, o diventerà, uno spirito degno, tanto da ricordarci come bisognerebbe conoscere la vera bellezza, quella che si insinua nell’animo e che porta a fare del bene. Quello stesso bene che scaccia il carbone.

E se la stessa Befana… Se esistesse realmente e… Se incontrata davvero, rivelasse, al cospetto di un puro di cuore, d’essere in verità non una sgraziata vecchietta dall’anima candida, ma una dolce e leggiadra entità? Magari la sua bruttezza si dissolverebbe e apparirebbe una bellissima fata, eternamente giovane come il tempo immortale, desiderosa di mostrarsi per com’è soltanto a chi è stato buono e generoso nella sua vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La regina Elisabetta I aveva sibilato con imprevidenza che l’amore, il vero amore, non poteva essere scritto e rappresentato a teatro. William Shakespeare quando udì quest’insinuazione impudente non poté in alcun modo dare la propria resa. Meravigliare una nobildonna è una virtù assai rara. Dimostrare alla monarca d’aver ragione sul corretto esito di una sfida era una vittoria per l’intelletto, non certo una vincita cospicua per le tasche sgualcite di un drammaturgo. Shakespeare non riuscì a trattenersi, avvertì l’effluvio della provocazione, e volle fronteggiare apertamente la reticenza della sovrana: “Le dimostrerò che il vero amore può essere raccontato e interpretato”. Tra Shakespeare e la regina si ebbe quello che, di fatto, fu un alterco intellettuale atto a sancire una scommessa prontamente colta da Elisabetta. “Entro la fine dell’anno, maestà, vedrà sul palcoscenico la storia d’amore più bella che sia mai stata raccontata”, avrebbe poi concluso lo scrittore.

Se conoscete il film “Shakespeare in Love” rammenterete questo passo del lungometraggio. Un evento costruito per l’espediente cinematografico ma che mi è tornato utile per introdurvi quanto andrete di seguito a leggere.

La schiettezza della sovrana d’Inghilterra, interpretata in tale adattamento da Judi Dench, potrebbe sembrare sgradevole. Come si può dubitare che l’amore vero non possa essere scritto, letto e contemplato? Forse perché la regina avrebbe voluto ammirare una storia d’amore che raggiungesse l’immortalità e che potesse essere ghermita tanto con gli occhi quanto col cuore. Scrivere questo tipo d’amore era proibitivo, anche per William Shakespeare.  Verso la fine del 1500, quando lo scrittore cominciò la stesura del suo dramma sull’amore, tale sentimento era aduso ad essere alla mercé di un padrone. L’unione matrimoniale era imposta “dall’ordinanza” di un padre e combinata da una trattativa economica tra famiglie. L’amore altro non era per i nobili se non la buona “chiusura” di un affare. Pareva utopistico che l’innamoramento potesse avere una trattazione lirica che riuscisse a scuotere l’animo calcolatore dei più ricchi. Intrigante, per tali ragioni, la disputa dialogica tra la regina e William Shakespeare sceneggiata nella pellicola del 1998. Shakespeare, se ciò fosse avvenuto realmente, avrebbe dovuto incanalare quante più motivazioni poteva da una simile contesa ideologica. Tuttavia, mi sento d’affermare che per dare compiutezza a una tragedia come “Romeo e Giulietta”, la mera influenza generata dal desiderio d’aver ragione non poteva garantire una così profonda riuscita dell’opera. Avrebbe dovuto attingere dai propri sentimenti, o forse addirittura dal proprio vissuto, per scrivere la tragica storia di Giulietta e del suo Romeo.

O forse, doveva ancora imitare lo svolgimento di una storia già raccontata. Perché si sa, alcuni artisti inventano, altri geni scopiazzano. E Shakespeare, a suo modo, scopiazzò. Sì, insomma attinse.

  • Il mito di Piramo e Tisbe

Confesso d’aver sorriso nel momento in cui mi accingevo a scrivere quel verbo, quello “scopiazzare”, così poco confacente all’estro scrittorio di William Shakespeare. Come si potrebbe additare l’autore inglese di una calunnia così grave? William Shakespeare scopiazzava?! E’, in verità, un’estemporanea battuta detta, almeno una volta nella vita, da tutti coloro che conoscono il mito di Piramo e Tisbe, giusto per accostare il “racconto” al dramma Shakespeariano. In effetti, la storia dei due innamorati in età babilonese rimarca in maniera alquanto evidente le vicissitudini di Romeo e Giulietta. Shakespeare ha, per l’appunto, rivisitato il mito stesso. Ciò non è tuttavia sufficiente per tacciare l’opera di Shakespeare come una mera copia usurpatrice. Del resto non è atipico assistere a episodi del genere. E’ ormai assodato che anche i grandi scrittori d’ogni tempo fossero soliti trarre ispirazione da romanzi redatti in passato. Un esempio lampante ci viene offerto dal critico e studioso Giovanni Getto il quale affermava che il grande Alessandro Manzoni, caposcuola del nostro Romanticismo, per la stesura del suo capolavoro “I promessi sposi”, trasse l’ispirazione da un libro rinvenuto nella Biblioteca Universitaria di Torino dal titolo “Historia del cavalier Perduto”, romanzo cavalleresco di Pace Pasini.  Con questo non voglio assolutamente dire che “I promessi sposi”, ovvero il Trionfo della Provvidenza non sia un romanzo originalissimo.  Shakespeare era, a suo modo, un sommo artigiano, un autore attentissimo alle mode del periodo, e da uomo di teatro sapeva adeguarsi ai gusti del suo pubblico. Per tale motivo, a volte, non inventava trame ma attingeva dalla novellistica italiana e d’oltralpe; e perché no, anche dalla mitologia.

Piramo e Tisbe sono le anime antecedenti Romeo e Giulietta. La loro triste sorte venne narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Piramo e Tisbe erano perdutamente innamorati l’uno dell’altra, ma a causa dell’odio che scorreva tra le rispettive famiglie, i due giovani non potevano mai incontrarsi. Le due esigue stanze in cui essi trascorrevano gran parte del tempo, rinchiusi per diretto ordine dei genitori, onde evitare che si incontrassero, erano adiacenti. La parete che divideva i due ambienti aveva una crepa, dalla quale i due riuscivano a comunicare. Ponendo l’orecchio sulla minuscola fessura, Tisbe riusciva a udire le parole che l’amato faceva filtrare con dolce pronunzia. Nel mito la demarcazione oltre ad essere sancita dalla ferrea crudeltà dei genitori, era resa viva e tangibile dalla robustezza di un’arida parete che impediva a Piramo e Tisbe anche solo di sfiorarsi. Giacevano così vicini eppure permanevano così lontani. Uno stato di prigionia a cui vollero dar fine organizzando un incontro che avrebbe dovuto preannunciare la loro fuga. Si dettero appuntamento nel bosco, in fondo alla valle, nei pressi di un gelso sorto vicino a una sorgente d’acqua dolce.  Tisbe fu la prima a scappare dalla propria dimora, corse nella notte con il volto celato da un velo nero e arrivò in anticipo sul luogo stabilito. Era notte fonda, si udivano ululati provenire dalla boscaglia, se non quando Tisbe, al debole chiarore della luna, s’imbatté in un leone dalle fauci ancora sporche di sangue per aver appena predato una povera bestiola. Tisbe scappò via terrorizzata, perdendo il suo velo nella corsa. Arrivò poco dopo Piramo che, vedendo il leone col muso imbrattato di sangue, e notando il velo dell’amata intriso della stessa sostanza rossa, scoppiò a piangere, credendo che la belva avesse divorato la sua Tisbe. Oppresso dal dolore, Piramo scelse di uccidersi, trafiggendosi con un pugnale. Sopraggiunse, a quel punto, Tisbe che lo trovò in fin di vita ai piedi del gelso. Quando ella raccolse il suo corpo e lo sollevò da terra per reggerlo tra le sue braccia, Piramo esalò l’ultimo respiro. Sconvolta Tisbe si trafigge anch’essa col pugnale e i due innamorati morirono nella stessa ora, l’uno accanto all’altra. L’infausto destino dei due innamorati commosse gli dei, e il sangue dei due giovani, pervaso da un amore tanto grande, bagnò le radici del gelso cui caddero come corpi morti, facendo diventare neri i suoi frutti.

“Romeo e Giulietta” riscopre i punti chiave del mito di Piramo e Tisbe e li traspone, reinventandoli, in epoca cinquecentesca. Sta proprio in questo il genio di Shakespeare: partire da una narrazione drammatica già comprovata e contestualizzare il racconto in un’era del tutto nuova, conferendo nuova linfa ai personaggi originari del dramma, donando realismo e profondità allo sfondo storico, politico e famigliare, e rendendo il tutto, per certi aspetti, unico. L’avverso destino dei primi due innamorati, sul finale tragicamente beffardo, viene trasmutato. Shakespeare cattura il dramma di una separazione obbligata, di un allontanamento comandato da terzi e riscrive una sorte analogamente fatale per i suoi personaggi. Sia Piramo e Tisbe che Giulietta e Romeo moriranno per una scelta insana, perentoria ed affrettata. Il tempo e la casualità sono forze indomabili che giocano con le loro vite per trascinarli fino in fondo a un’infelice risoluzione.

Il vero amore, avremmo potuto obiettare noi stessi all’allora regina Elisabetta I, era già stato raccontato e parecchi secoli orsono. Tuttavia, il dramma teatrale in cinque atti dello scrittore inglese era presto destinato a prendere forma, fino a divenire l’archetipo dell’amore inscindibile.

  • Romeo e Giulietta di Zeffirelli

Romeo e Giulietta e il loro vissuto hanno assunto un valore emblematico: il canto, la musica, ancora il teatro, la televisione e il cinema hanno tradotto, in innumerevoli adattamenti, la celebre storia. Franco Zeffirelli nel 1968 girò per il cinema una delle versioni più attinenti al dramma shakespeariano, con i giovanissimi Leonard Whiting e Olivia Hussey come casti protagonisti. Emerge, nella magnificente versione di Zeffirelli, la candida purezza dei due personaggi, i quali si innamorano al primo sguardo durante un ballo in maschera. I costumi realizzati per l’occasione e le maschere che celano i volti sono solo vestiari mimetizzanti, artifici con cui l’ineluttabilità tenta di ritardare l’inevitabile, il progressivo innamoramento tra Giulietta e Romeo nell’istante in cui i loro occhi indugiano sui rispettivi volti, non più nascosti da ornamenti cromatici. Il testo Shakespeariano viene recitato con trasporto dai due attori calati in uno scenario che su tutti, al cinema, rese onore al dramma originario, creando una miscellanea di passione, bellezza, raffinatezza, sensualità e tristezza. Capuleti e Montecchi non sono per i due giovani che nomi identificativi, i quali ben poca importanza recano in sé.

Entrambi risentono della divisione perpetrata da una rivalità che non concepiscono, e del distacco che prende forma nella posizione di una balconata che osa tracciare l’immaginaria distanza tra la Terra e il cielo. Una meta che Romeo raggiunge arrampicandosi su un albero per baciare Giulietta e con fervore chiederle di sposarlo.

L’innocenza dei due innamorati, mai rappresentati così giovani, persi nel loro primo ed unico amore, accentua la frustrazione e l’incomprensione provata nei confronti di un odio bieco e ingiustificato che attanaglia le rispettive famiglie. Può forse l’amore nascere dall’odio? E’ ciò che Zeffirelli rende così cristallino, traducendo, con tale dovizia, il volere di William Shakespeare. Il finale del dramma, così come avveniva nel mito di Piramo e Tisbe, non segna l’arrendevolezza dell’amore ma il sospirato desiderio di potersi ricongiungere in pace nell’aldilà. Scrivere d’amore è indagare l’immortalità.

Ma cosa guida la mano di uno scrittore nel partorire un testo che possa rendere leggibile e interpretabile il vero ed eterno amore? L’amore può essere elaborato in parole dal costrutto fantastico o dal vissuto reale?

  • Shakespeare in Love

“Shakespeare in Love” compie ciò che Shakespeare fece col mito di Piramo e Tisbe. Il lungometraggio del 1998, partendo dal lavoro dello scrittore, reinventa gli atti narrati del dramma e li rivisita come eventi precedenti e “realmente” vissuti da Shakespeare in persona. Se Shakespeare si era ispirato a un racconto mitologico per comporre la propria ode al terso amore, gli autori di “Shakespeare in Love” si ispirarono agli accadimenti della tragedia per sceneggiare una storia d’amore inventata. “Shakespeare in Love” ci trasmette un’idea, quella che l’amore vero debba essere realmente provato per poter essere così ben descritto e conformato. La fantasia scrittoria è un seme e non può essere piantato su di un aspro terreno. Tale seme non può germogliare se il terriccio non è reso fertile dal sentimentalismo ispirato. L’amore è per l’arte scrittoria influenza ispiratrice. E’ infatti uno Shakespeare in crisi, quello che il film ci presenta, che patisce un blocco inventivo fino all’incontro con Viola De Lesseps, la musa ispiratrice che ruberà il suo cuore e con cui vivrà una passione travolgente. Gli avvenimenti tra William e Viola fanno da preludio agli accadimenti che Shakespeare comporrà in quei giorni intensi per la sua tragedia; le rime d’amore che egli scambierà con l’amata saranno le medesime che affronterà durante la stesura del dramma di “Romeo e Giulietta”. Nessuna riflessione, nessuna ponderazione in merito alla redazione del testo teatrale, il linguaggio di Shakespeare scorre via come un fluidificare di pensieri divenuti parole. L’ispirazione di un amore tanto grande rende la scrittura un processo subitaneo, un bisogno impellente, una bramosia incontrollabile che porta l’autore a voler esternare i propri sentimenti. E così, Shakespeare intinge con sempre maggiore frequenza la penna di piuma d’uccello nell’inchiostro del calamaio, per poi rendere quelle emozioni parte scritta di una serie di versi i quali lentamente si intersecano con la vita vissuta. In “Shakespeare in love” scrivere d’amore è declamare poesie, declinarle senza il bisogno d’appellarsi a un testo non imparato a memoria ma dettato dal pulsare del cuore. Una metrica recitata sul palcoscenico della vita, mediante un’interpretazione che allude totalmente all’immedesimazione.

Quando il vero Shakespeare si apprestò a lavorare alla propria eccellentissima nonché lamentevole tragedia, doveva far fronte a severi limiti di libertà d’espressione. Non bisognava occuparsi di politica contemporanea nel teatro inglese, non era consigliabile occuparsi di temi riguardanti la religione, se non per sottolineare la superiorità assoluta del credo anglicano. La libertà concessa al drammaturgo non andava oltre i confini anche materiali dei teatri in cui lavorava, come se il teatro stesso assumesse i contorni di un mondo a parte, avulso purché non travalicasse i limiti sopraesposti. Il mondo è teatro per William Shakespeare, e nel teatro vi è l’assoluta identificazione del dramma della vita. Un concetto, quest’ultimo, che avrà piena esaltazione in “Shakespeare in Love” dove le vicissitudini vitali si intersecano a quelle circoscritte e messe in scena. Shakespeare accoglieva nelle proprie rappresentazioni il mondo intero, e dava ad esso un’espressione poetica. Si rendeva ben conto delle proprie limitazioni e tuttavia anche delle possibilità di dar voce alle speranze e alle paure dell’uomo, così come erano sentite in un tempo che aveva visto crollare valori e credenze dati per scontati ormai da secoli e che si stava compiendo sotto il segno del mutamento e della metamorfosi; un segno dinamico dunque che il teatro poteva tradurre in parole e immagini meglio di ogni altra forma espressiva. Resta comunque il fatto che al centro di ogni sua composizione c’è l’uomo. Lo scavo psicologico e lo studio dei sentimenti diventano una sorta di bisturi di cui lo scrittore si serve per indagare l’animo umano: visione non ottimistica ma rattristata dalla consapevolezza del male.

William e Viola, Piramo e Tisbe, sono ancora Romeo e Giulietta, le allegorie indivisibili e incarnate di un amore vissuto, di un amore raccontato e di un amore recitato. Ecco da quante forme l’amore scritto può venire ereditato. Un sentimentalismo smisurato che può essere dettato tanto dall’intelletto quanto dall’esperienza vissuta.

  • Fine…lieto

Un tipo di amore, quello fin qui trattato, che non sfocia nel lieto fine perché da sempre funestato da forze avverse. Ma la morte di Giulietta e Romeo annienta i dissapori tra le due famiglie, lenisce i dispiaceri e innalza l’amore al di sopra dell’odio. Nella loro morte scellerata, le anime dei due innamorati lasciano una Terra che col loro sacrificio potrà essere migliore. Ne deriva un futuro che non conosce fine in quanto giunge all’immortalità e viene eternato con l’arte del racconto e del ricordo. Se Piramo e Tisbe, così come Romeo e Giulietta, hanno rinunciato alla loro esistenza per sperare in una vita trascendentale che li mantenga vicini, lo Shakespeare di “Shakespeare in Love”, sebbene venga privato della propria indimenticata compagna, non cede al rimorso, ma convoglia il ricordo della sua essenza in fonte d’ispirazione per scrivere “La dodicesima notte”, la cui protagonista è la sua Viola.

Per scrivere d’amore si può trarre fantasia dalla propria immaginazione e dal proprio vissuto purché entrambe alimentino il fuoco ardente che divampa nel cuore di chi compone. Scrivere d’amore è dunque plasmare un’idea, dar consistenza a un’emozione, e nuova vita alla persona amata, resa vera dal potere della parola. E’ questa la scommessa da vincere, ancor più che dimostrare che il vero amore è possibile da raccontare: palesare la volontà di trasporre la donna amata, musa d’ogni passo composto, sotto forma di testo scritto, così da renderla, per lo scrittore che la riconosce e per il lettore che impara a conoscerla, immortale in qualunque storia essa appaia. Romeo e Giulietta, dopotutto non sono mai morti, continuano a vivere ancora tra le pagine di un copione, tra le recite di un teatro, tra le riprese di un set.

“Romeo e Giulietta” è la storia dell’amore spirituale e carnale divenuto sacro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Fasciame distrutto, remi trasportati dalle correnti, cadaveri abbandonati su dei resti di legni e infine un relitto fantasma, un tempo appartenuto a un glorioso vascello che solcava le acque più burrascose, lasciato adesso navigare senza meta a trovar riposo sottomesso al volere di Poseidone. Erano questi i tetri scenari che le Sirene lasciavano al loro passaggio. Esseri dalla cui voce nasceva un soave e ammaliante canto, che stregava chiunque lo ascoltasse, le sirene erano sensualissime creature del mare, e il loro corpo rappresentava un’irresistibile seduzione per i marinai, che nella solitudine dei loro viaggi, cedevano alla follia del loro richiamo. Accecati nei pensieri, gli uomini, tra le braccia delle sirene, trovavano la morte e conducevano le loro navi alla rovina. Bellissime in viso quanto sinistre e diaboliche nella mente, le sirene erano degli ibridi ittiomorfi: straordinariamente femminile il loro viso e metà del loro corpo quanto inquietantemente animale il prosieguo dalla vita in giù, dove una coda pinnata si dipanava oltre modo, consentendo loro di nuotare liberamente in mare aperto. Lunghi capelli ne cingevano i magnifici volti coprendo talvolta il seno nudo, mentre gioielli serpentiformi e monili dorati, certamente trafugati dai relitti, ne ornavano le braccia.

Una sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La coda era imponente, nonostante sembrasse leggerissima alla vista, quando veniva mossa con marcata naturalezza da una di esse. Probabilmente nel solcare le acque talvolta strofinavano le code sul fondo del mare, catturando perle preziose che aderivano alle loro squame senza più staccarsi, fornendo alle sirene una lucente pelle riflettente. Nonostante tra le onde trovassero l’ambiente naturale nel quale muoversi con estrema libertà, le sirene riuscivano ed adagiarsi anche sull’arenile, traendo conforto e piacere nello stendersi sugli scogli, venendo accarezzate dagli schizzi dei fluttui che, infrangendosi contro le rocciose pareti, bagnavano i loro corpi. Quando avvistavano una nave all’orizzonte cominciavano a far echeggiare il loro dolce canto, e una volta che i marinai soggiogati indirizzavano le vele verso la loro isola, le sirene si immergevano in acqua nuotando alla volta della nave. Lasciavano i loro corpi semisommersi, mostrando solo il tronco nudo, generando così un turbinio di passioni a tutti coloro che le osservavano attoniti. Nella mente degli uomini quei melodiosi canti ricordavano quanto di più tenero e allettante i loro pensieri lasciavano affiorare: il sorriso di una madre perduta, la risata delle fanciulle di un tempo e il bisbiglio all’orecchio di una sposa lontana che invocava il marito, adagiata su di un caldo e morbido talamo. Gettandosi in mare i marinai rivolgevano i loro sguardi senza sosta alla disperata ricerca di quelle creature incantevoli e leggiadre, per nulla coscienti che in quegli istanti la loro fine stava per giungere implacabile dal fondo del mare: mani misteriose, infatti, afferravano le gambe degli avventati e stolti marinai e li trascinavano verso una morte salmastra. Sulle rive opposte, raccolti i corpi ormai privi di vita, le sirene riempivano l’aria con l’eco di una nenia malinconica, sentenziando un mistico funerale di congedo. Baciato sulle labbra l’uomo che avevano condotto nell’Ade, si immergevano scomparendo nell’oscurità degli abissi.

Il regno delle Sirene si estendeva lungo tutto “l’isolotto” di Scilla e Cariddi, dove resti umani, becchettati da uccelli demolitori, campeggiavano in ogni dove. Compiuto l’efferato attacco le sirene risalivano dal fondale riguadagnando la sponda principale, sdraiandosi appena sulle rive, lasciando che la loro coda continuasse ad essere mossa dolcemente dall’incedere della marea, mentre tra il lento mormorio della risacca, rilassate sul dorso, volgevano lo sguardo verso il cielo, dimora degli dei.

Altre invece stazionavano sugli scogli con la coda verso l’alto, il seno e il busto accarezzavano la superficie, mentre una mano reggeva la presa sulle rocce e l’altra aiutava lo sguardo, coprendo la vista dal sole, permettendo così di scrutare l’orizzonte coi loro occhi bianco latte, alla strenua ricerca di prossime vittime.

E di lì a poco un’altra nave solcò quelle acque: era Odisseo appena fuggito dall’isola della maga Circe. Fissarono i nuovi marinai con sguardo inespressivo. Attendevano con predatoria pazienza che la nave veleggiasse il più vicino possibile a loro. Ulisse però conosceva il pericolo incombente e coprì di cera le orecchie di tutti i suoi marinai cosi che non cedessero al canto delle creature. La curiosità per lui però fu incalzante e volle sentire la voce delle Sirene, tanto decantata e celebrata nelle paure più recondite degli uomini; si fece così legare all’albero maestro della nave raccomandando a ciascuno dei suoi compagni che per nessuna ragione avrebbero dovuto lasciarlo andare. Mentre la nave proseguiva senza sosta lungo il tragitto, Ulisse cominciò ad udire il misterioso canto, che gli ricordò immediatamente la voce della sua cara balia la quale lo accompagnava nel sonno da bambino, infondendogli una pace ed una serenità che tanto gli mancava nel suo lungo peregrinare. Subito iniziò a dibattersi per cercare di liberarsi dalle corde che lo tenevano stretto. Le sirene non rimirando alcun mortale nei pressi delle acque intensificarono le proprie melodie, e per Ulisse la situazione divenne insostenibile. Questa volta riconobbe la voce dell’amata Penelope, la sposa che non stringeva a sé ormai da troppi anni. Il re di Itaca disperato intimò ai suoi compagni di sciogliere le funi. Alcuni colsero le minacce del loro capitano e ne compresero il delirio, allora lasciarono i remi si avvicinarono a lui, ma strinsero ancor di più le corde. Nella follia del momento Ulisse si ferì persino ai polsi nel tentativo di liberarsi. I robusti lacci di fatto penetravano nella carne straziandola. Ulisse sopraffatto dallo sconforto lanciò un urlo animalesco colmo di dolore e di disperazione. Quando riprese coscienza realizzò di essere sopravvissuto alla più spossante esperienza che aveva affrontato in tutte le sue interminabili avventure.

La nave aveva superato quel braccio di mare. Per la prima volta gli uomini erano sfuggiti alla presa mortale delle sirene. Furiose, le stesse, generarono un verso di collera che poco aveva a che vedere con lo splendido vocalizzo intonato poco prima.

Per diretto ordine di Afrodite, le sirene raggirate e sconfitte da Ulisse salirono a fatica sulla cima di un colle a strapiombo, procedendo con la sola forza delle braccia. Lungo il percorso le code si trascinavano al suolo perdendo sempre più la loro lucentezza e anche le perle che avevano aderito cosi perfettamente alla loro cute. Il corpo femminile non era più liscio e delicato ma sporco e ruvido, deturpato da quella terra che così tanto non gli apparteneva. Raggiunta la cima, le sirene si uccisero gettandosi dal dirupo. I loro corpi privi di vita furono trasformati dalla dea dell’amore, per misericordia, in statue di pietra.
La soave bellezza delle sirene si dissolse e, nella pietra bagnata dallo scrosciare delle onde, si perse per sempre il loro melodioso canto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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