Vai al contenuto

La regina Elisabetta I aveva sibilato con imprevidenza che l’amore, il vero amore, non poteva essere scritto e rappresentato a teatro. William Shakespeare quando udì quest’insinuazione impudente non poté in alcun modo dare la propria resa. Meravigliare una nobildonna è una virtù assai rara. Dimostrare alla monarca d’aver ragione sul corretto esito di una sfida era una vittoria per l’intelletto, non certo una vincita cospicua per le tasche sgualcite di un drammaturgo. Shakespeare non riuscì a trattenersi, avvertì l’effluvio della provocazione, e volle fronteggiare apertamente la reticenza della sovrana: “Le dimostrerò che il vero amore può essere raccontato e interpretato”. Tra Shakespeare e la regina si ebbe quello che, di fatto, fu un alterco intellettuale atto a sancire una scommessa prontamente colta da Elisabetta. “Entro la fine dell’anno, maestà, vedrà sul palcoscenico la storia d’amore più bella che sia mai stata raccontata”, avrebbe poi concluso lo scrittore.

Se conoscete il film “Shakespeare in Love” rammenterete questo passo del lungometraggio. Un evento costruito per l’espediente cinematografico ma che mi è tornato utile per introdurvi quanto andrete di seguito a leggere.

La schiettezza della sovrana d’Inghilterra, interpretata in tale adattamento da Judi Dench, potrebbe sembrare sgradevole. Come si può dubitare che l’amore vero non possa essere scritto, letto e contemplato? Forse perché la regina avrebbe voluto ammirare una storia d’amore che raggiungesse l’immortalità e che potesse essere ghermita tanto con gli occhi quanto col cuore. Scrivere questo tipo d’amore era proibitivo, anche per William Shakespeare.  Verso la fine del 1500, quando lo scrittore cominciò la stesura del suo dramma sull’amore, tale sentimento era aduso ad essere alla mercé di un padrone. L’unione matrimoniale era imposta “dall’ordinanza” di un padre e combinata da una trattativa economica tra famiglie. L’amore altro non era per i nobili se non la buona “chiusura” di un affare. Pareva utopistico che l’innamoramento potesse avere una trattazione lirica che riuscisse a scuotere l’animo calcolatore dei più ricchi. Intrigante, per tali ragioni, la disputa dialogica tra la regina e William Shakespeare sceneggiata nella pellicola del 1998. Shakespeare, se ciò fosse avvenuto realmente, avrebbe dovuto incanalare quante più motivazioni poteva da una simile contesa ideologica. Tuttavia, mi sento d’affermare che per dare compiutezza a una tragedia come “Romeo e Giulietta”, la mera influenza generata dal desiderio d’aver ragione non poteva garantire una così profonda riuscita dell’opera. Avrebbe dovuto attingere dai propri sentimenti, o forse addirittura dal proprio vissuto, per scrivere la tragica storia di Giulietta e del suo Romeo.

O forse, doveva ancora imitare lo svolgimento di una storia già raccontata. Perché si sa, alcuni artisti inventano, altri geni scopiazzano. E Shakespeare, a suo modo, scopiazzò. Sì, insomma attinse.

  • Il mito di Piramo e Tisbe

Confesso d’aver sorriso nel momento in cui mi accingevo a scrivere quel verbo, quello “scopiazzare”, così poco confacente all’estro scrittorio di William Shakespeare. Come si potrebbe additare l’autore inglese di una calunnia così grave? William Shakespeare scopiazzava?! E’, in verità, un’estemporanea battuta detta, almeno una volta nella vita, da tutti coloro che conoscono il mito di Piramo e Tisbe, giusto per accostare il “racconto” al dramma Shakespeariano. In effetti, la storia dei due innamorati in età babilonese rimarca in maniera alquanto evidente le vicissitudini di Romeo e Giulietta. Shakespeare ha, per l’appunto, rivisitato il mito stesso. Ciò non è tuttavia sufficiente per tacciare l’opera di Shakespeare come una mera copia usurpatrice. Del resto non è atipico assistere a episodi del genere. E’ ormai assodato che anche i grandi scrittori d’ogni tempo fossero soliti trarre ispirazione da romanzi redatti in passato. Un esempio lampante ci viene offerto dal critico e studioso Giovanni Getto il quale affermava che il grande Alessandro Manzoni, caposcuola del nostro Romanticismo, per la stesura del suo capolavoro “I promessi sposi”, trasse l’ispirazione da un libro rinvenuto nella Biblioteca Universitaria di Torino dal titolo “Historia del cavalier Perduto”, romanzo cavalleresco di Pace Pasini.  Con questo non voglio assolutamente dire che “I promessi sposi”, ovvero il Trionfo della Provvidenza non sia un romanzo originalissimo.  Shakespeare era, a suo modo, un sommo artigiano, un autore attentissimo alle mode del periodo, e da uomo di teatro sapeva adeguarsi ai gusti del suo pubblico. Per tale motivo, a volte, non inventava trame ma attingeva dalla novellistica italiana e d’oltralpe; e perché no, anche dalla mitologia.

Piramo e Tisbe sono le anime antecedenti Romeo e Giulietta. La loro triste sorte venne narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Piramo e Tisbe erano perdutamente innamorati l’uno dell’altra, ma a causa dell’odio che scorreva tra le rispettive famiglie, i due giovani non potevano mai incontrarsi. Le due esigue stanze in cui essi trascorrevano gran parte del tempo, rinchiusi per diretto ordine dei genitori, onde evitare che si incontrassero, erano adiacenti. La parete che divideva i due ambienti aveva una crepa, dalla quale i due riuscivano a comunicare. Ponendo l’orecchio sulla minuscola fessura, Tisbe riusciva a udire le parole che l’amato faceva filtrare con dolce pronunzia. Nel mito la demarcazione oltre ad essere sancita dalla ferrea crudeltà dei genitori, era resa viva e tangibile dalla robustezza di un’arida parete che impediva a Piramo e Tisbe anche solo di sfiorarsi. Giacevano così vicini eppure permanevano così lontani. Uno stato di prigionia a cui vollero dar fine organizzando un incontro che avrebbe dovuto preannunciare la loro fuga. Si dettero appuntamento nel bosco, in fondo alla valle, nei pressi di un gelso sorto vicino a una sorgente d’acqua dolce.  Tisbe fu la prima a scappare dalla propria dimora, corse nella notte con il volto celato da un velo nero e arrivò in anticipo sul luogo stabilito. Era notte fonda, si udivano ululati provenire dalla boscaglia, se non quando Tisbe, al debole chiarore della luna, s’imbatté in un leone dalle fauci ancora sporche di sangue per aver appena predato una povera bestiola. Tisbe scappò via terrorizzata, perdendo il suo velo nella corsa. Arrivò poco dopo Piramo che, vedendo il leone col muso imbrattato di sangue, e notando il velo dell’amata intriso della stessa sostanza rossa, scoppiò a piangere, credendo che la belva avesse divorato la sua Tisbe. Oppresso dal dolore, Piramo scelse di uccidersi, trafiggendosi con un pugnale. Sopraggiunse, a quel punto, Tisbe che lo trovò in fin di vita ai piedi del gelso. Quando ella raccolse il suo corpo e lo sollevò da terra per reggerlo tra le sue braccia, Piramo esalò l’ultimo respiro. Sconvolta Tisbe si trafigge anch’essa col pugnale e i due innamorati morirono nella stessa ora, l’uno accanto all’altra. L’infausto destino dei due innamorati commosse gli dei, e il sangue dei due giovani, pervaso da un amore tanto grande, bagnò le radici del gelso cui caddero come corpi morti, facendo diventare neri i suoi frutti.

“Romeo e Giulietta” riscopre i punti chiave del mito di Piramo e Tisbe e li traspone, reinventandoli, in epoca cinquecentesca. Sta proprio in questo il genio di Shakespeare: partire da una narrazione drammatica già comprovata e contestualizzare il racconto in un’era del tutto nuova, conferendo nuova linfa ai personaggi originari del dramma, donando realismo e profondità allo sfondo storico, politico e famigliare, e rendendo il tutto, per certi aspetti, unico. L’avverso destino dei primi due innamorati, sul finale tragicamente beffardo, viene trasmutato. Shakespeare cattura il dramma di una separazione obbligata, di un allontanamento comandato da terzi e riscrive una sorte analogamente fatale per i suoi personaggi. Sia Piramo e Tisbe che Giulietta e Romeo moriranno per una scelta insana, perentoria ed affrettata. Il tempo e la casualità sono forze indomabili che giocano con le loro vite per trascinarli fino in fondo a un’infelice risoluzione.

Il vero amore, avremmo potuto obiettare noi stessi all’allora regina Elisabetta I, era già stato raccontato e parecchi secoli orsono. Tuttavia, il dramma teatrale in cinque atti dello scrittore inglese era presto destinato a prendere forma, fino a divenire l’archetipo dell’amore inscindibile.

  • Romeo e Giulietta di Zeffirelli

Romeo e Giulietta e il loro vissuto hanno assunto un valore emblematico: il canto, la musica, ancora il teatro, la televisione e il cinema hanno tradotto, in innumerevoli adattamenti, la celebre storia. Franco Zeffirelli nel 1968 girò per il cinema una delle versioni più attinenti al dramma shakespeariano, con i giovanissimi Leonard Whiting e Olivia Hussey come casti protagonisti. Emerge, nella magnificente versione di Zeffirelli, la candida purezza dei due personaggi, i quali si innamorano al primo sguardo durante un ballo in maschera. I costumi realizzati per l’occasione e le maschere che celano i volti sono solo vestiari mimetizzanti, artifici con cui l’ineluttabilità tenta di ritardare l’inevitabile, il progressivo innamoramento tra Giulietta e Romeo nell’istante in cui i loro occhi indugiano sui rispettivi volti, non più nascosti da ornamenti cromatici. Il testo Shakespeariano viene recitato con trasporto dai due attori calati in uno scenario che su tutti, al cinema, rese onore al dramma originario, creando una miscellanea di passione, bellezza, raffinatezza, sensualità e tristezza. Capuleti e Montecchi non sono per i due giovani che nomi identificativi, i quali ben poca importanza recano in sé.

Entrambi risentono della divisione perpetrata da una rivalità che non concepiscono, e del distacco che prende forma nella posizione di una balconata che osa tracciare l’immaginaria distanza tra la Terra e il cielo. Una meta che Romeo raggiunge arrampicandosi su un albero per baciare Giulietta e con fervore chiederle di sposarlo.

L’innocenza dei due innamorati, mai rappresentati così giovani, persi nel loro primo ed unico amore, accentua la frustrazione e l’incomprensione provata nei confronti di un odio bieco e ingiustificato che attanaglia le rispettive famiglie. Può forse l’amore nascere dall’odio? E’ ciò che Zeffirelli rende così cristallino, traducendo, con tale dovizia, il volere di William Shakespeare. Il finale del dramma, così come avveniva nel mito di Piramo e Tisbe, non segna l’arrendevolezza dell’amore ma il sospirato desiderio di potersi ricongiungere in pace nell’aldilà. Scrivere d’amore è indagare l’immortalità.

Ma cosa guida la mano di uno scrittore nel partorire un testo che possa rendere leggibile e interpretabile il vero ed eterno amore? L’amore può essere elaborato in parole dal costrutto fantastico o dal vissuto reale?

  • Shakespeare in Love

“Shakespeare in Love” compie ciò che Shakespeare fece col mito di Piramo e Tisbe. Il lungometraggio del 1998, partendo dal lavoro dello scrittore, reinventa gli atti narrati del dramma e li rivisita come eventi precedenti e “realmente” vissuti da Shakespeare in persona. Se Shakespeare si era ispirato a un racconto mitologico per comporre la propria ode al terso amore, gli autori di “Shakespeare in Love” si ispirarono agli accadimenti della tragedia per sceneggiare una storia d’amore inventata. “Shakespeare in Love” ci trasmette un’idea, quella che l’amore vero debba essere realmente provato per poter essere così ben descritto e conformato. La fantasia scrittoria è un seme e non può essere piantato su di un aspro terreno. Tale seme non può germogliare se il terriccio non è reso fertile dal sentimentalismo ispirato. L’amore è per l’arte scrittoria influenza ispiratrice. E’ infatti uno Shakespeare in crisi, quello che il film ci presenta, che patisce un blocco inventivo fino all’incontro con Viola De Lesseps, la musa ispiratrice che ruberà il suo cuore e con cui vivrà una passione travolgente. Gli avvenimenti tra William e Viola fanno da preludio agli accadimenti che Shakespeare comporrà in quei giorni intensi per la sua tragedia; le rime d’amore che egli scambierà con l’amata saranno le medesime che affronterà durante la stesura del dramma di “Romeo e Giulietta”. Nessuna riflessione, nessuna ponderazione in merito alla redazione del testo teatrale, il linguaggio di Shakespeare scorre via come un fluidificare di pensieri divenuti parole. L’ispirazione di un amore tanto grande rende la scrittura un processo subitaneo, un bisogno impellente, una bramosia incontrollabile che porta l’autore a voler esternare i propri sentimenti. E così, Shakespeare intinge con sempre maggiore frequenza la penna di piuma d’uccello nell’inchiostro del calamaio, per poi rendere quelle emozioni parte scritta di una serie di versi i quali lentamente si intersecano con la vita vissuta. In “Shakespeare in love” scrivere d’amore è declamare poesie, declinarle senza il bisogno d’appellarsi a un testo non imparato a memoria ma dettato dal pulsare del cuore. Una metrica recitata sul palcoscenico della vita, mediante un’interpretazione che allude totalmente all’immedesimazione.

Quando il vero Shakespeare si apprestò a lavorare alla propria eccellentissima nonché lamentevole tragedia, doveva far fronte a severi limiti di libertà d’espressione. Non bisognava occuparsi di politica contemporanea nel teatro inglese, non era consigliabile occuparsi di temi riguardanti la religione, se non per sottolineare la superiorità assoluta del credo anglicano. La libertà concessa al drammaturgo non andava oltre i confini anche materiali dei teatri in cui lavorava, come se il teatro stesso assumesse i contorni di un mondo a parte, avulso purché non travalicasse i limiti sopraesposti. Il mondo è teatro per William Shakespeare, e nel teatro vi è l’assoluta identificazione del dramma della vita. Un concetto, quest’ultimo, che avrà piena esaltazione in “Shakespeare in Love” dove le vicissitudini vitali si intersecano a quelle circoscritte e messe in scena. Shakespeare accoglieva nelle proprie rappresentazioni il mondo intero, e dava ad esso un’espressione poetica. Si rendeva ben conto delle proprie limitazioni e tuttavia anche delle possibilità di dar voce alle speranze e alle paure dell’uomo, così come erano sentite in un tempo che aveva visto crollare valori e credenze dati per scontati ormai da secoli e che si stava compiendo sotto il segno del mutamento e della metamorfosi; un segno dinamico dunque che il teatro poteva tradurre in parole e immagini meglio di ogni altra forma espressiva. Resta comunque il fatto che al centro di ogni sua composizione c’è l’uomo. Lo scavo psicologico e lo studio dei sentimenti diventano una sorta di bisturi di cui lo scrittore si serve per indagare l’animo umano: visione non ottimistica ma rattristata dalla consapevolezza del male.

William e Viola, Piramo e Tisbe, sono ancora Romeo e Giulietta, le allegorie indivisibili e incarnate di un amore vissuto, di un amore raccontato e di un amore recitato. Ecco da quante forme l’amore scritto può venire ereditato. Una sentimentalismo smisurato che può essere dettato tanto dall’intelletto quanto dall’esperienza vissuta.

  • Fine…lieto

Un tipo di amore, quello fin qui trattato, che non sfocia nel lieto fine perché da sempre funestato da forze avverse. Ma la morte di Giulietta e Romeo annienta i dissapori tra le due famiglie, lenisce i dispiaceri e innalza l’amore al di sopra dell’odio. Nella loro morte scellerata, le anime dei due innamorati lasciano una Terra che col loro sacrificio potrà essere migliore. Ne deriva un futuro che non conosce fine in quanto giunge all’immortalità e viene eternato con l’arte del racconto e del ricordo. Se Piramo e Tisbe, così come Romeo e Giulietta, hanno rinunciato alla loro esistenza per sperare in una vita trascendentale che li mantenga vicini, lo Shakespeare di “Shakespeare in Love”, sebbene venga privato della propria indimenticata compagna, non cede al rimorso, ma convoglia il ricordo della sua essenza in fonte d’ispirazione per scrivere “La dodicesima notte”, la cui protagonista è la sua Viola.

Per scrivere d’amore si può trarre fantasia dalla propria immaginazione e dal proprio vissuto purché entrambe alimentino il fuoco ardente che divampa nel cuore di chi compone. Scrivere d’amore è dunque plasmare un’idea, dar consistenza a un’emozione, e nuova vita alla persona amata, resa vera dal potere della parola. E’ questa la scommessa da vincere, ancor più che dimostrare che il vero amore è possibile da raccontare: palesare la volontà di trasporre la donna amata, musa d’ogni passo composto, sotto forma di testo scritto, così da renderla, per lo scrittore che la riconosce e per il lettore che impara a conoscerla, immortale in qualunque storia essa appaia. Romeo e Giulietta, dopotutto non sono mai morti, continuano a vivere ancora tra le pagine di un copione, tra le recite di un teatro, tra le riprese di un set.

“Romeo e Giulietta” è la storia dell’amore spirituale e carnale divenuto sacro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Fasciame distrutto, remi trasportati dalle correnti, cadaveri abbandonati su dei resti di legni e infine un relitto fantasma, un tempo appartenuto a un glorioso vascello che solcava le acque più burrascose, lasciato adesso navigare senza meta a trovar riposo sottomesso al volere di Poseidone. Erano questi i tetri scenari che le Sirene lasciavano al loro passaggio. Esseri dalla cui voce nasceva un soave e ammaliante canto, che stregava chiunque lo ascoltasse, le sirene erano sensualissime creature del mare, e il loro corpo rappresentava un’irresistibile seduzione per i marinai, che nella solitudine dei loro viaggi, cedevano alla follia del loro richiamo. Accecati nei pensieri, gli uomini, tra le braccia delle sirene, trovavano la morte e conducevano le loro navi alla rovina. Bellissime in viso quanto sinistre e diaboliche nella mente, le sirene erano degli ibridi ittiomorfi: straordinariamente femminile il loro viso e metà del loro corpo quanto inquietantemente animale il prosieguo dalla vita in giù, dove una coda pinnata si dipanava oltre modo, consentendo loro di nuotare liberamente in mare aperto. Lunghi capelli ne cingevano i magnifici volti coprendo talvolta il seno nudo, mentre gioielli serpentiformi e monili dorati, certamente trafugati dai relitti, ne ornavano le braccia.

Una sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La coda era imponente, nonostante sembrasse leggerissima alla vista, quando veniva mossa con marcata naturalezza da una di esse. Probabilmente nel solcare le acque talvolta strofinavano le code sul fondo del mare, catturando perle preziose che aderivano alle loro squame senza più staccarsi, fornendo alle sirene una lucente pelle riflettente. Nonostante tra le onde trovassero l’ambiente naturale nel quale muoversi con estrema libertà, le sirene riuscivano ed adagiarsi anche sull’arenile, traendo conforto e piacere nello stendersi sugli scogli, venendo accarezzate dagli schizzi dei fluttui che, infrangendosi contro le rocciose pareti, bagnavano i loro corpi. Quando avvistavano una nave all’orizzonte cominciavano a far echeggiare il loro dolce canto, e una volta che i marinai soggiogati indirizzavano le vele verso la loro isola, le sirene si immergevano in acqua nuotando alla volta della nave. Lasciavano i loro corpi semisommersi, mostrando solo il tronco nudo, generando così un turbinio di passioni a tutti coloro che le osservavano attoniti. Nella mente degli uomini quei melodiosi canti ricordavano quanto di più tenero e allettante i loro pensieri lasciavano affiorare: il sorriso di una madre perduta, la risata delle fanciulle di un tempo e il bisbiglio all’orecchio di una sposa lontana che invocava il marito, adagiata su di un caldo e morbido talamo. Gettandosi in mare i marinai rivolgevano i loro sguardi senza sosta alla disperata ricerca di quelle creature incantevoli e leggiadre, per nulla coscienti che in quegli istanti la loro fine stava per giungere implacabile dal fondo del mare: mani misteriose, infatti, afferravano le gambe degli avventati e stolti marinai e li trascinavano verso una morte salmastra. Sulle rive opposte, raccolti i corpi ormai privi di vita, le sirene riempivano l’aria con l’eco di una nenia malinconica, sentenziando un mistico funerale di congedo. Baciato sulle labbra l’uomo che avevano condotto nell’Ade, si immergevano scomparendo nell’oscurità degli abissi.

Il regno delle Sirene si estendeva lungo tutto “l’isolotto” di Scilla e Cariddi, dove resti umani, becchettati da uccelli demolitori, campeggiavano in ogni dove. Compiuto l’efferato attacco le sirene risalivano dal fondale riguadagnando la sponda principale, sdraiandosi appena sulle rive, lasciando che la loro coda continuasse ad essere mossa dolcemente dall’incedere della marea, mentre tra il lento mormorio della risacca, rilassate sul dorso, volgevano lo sguardo verso il cielo, dimora degli dei.

Altre invece stazionavano sugli scogli con la coda verso l’alto, il seno e il busto accarezzavano la superficie, mentre una mano reggeva la presa sulle rocce e l’altra aiutava lo sguardo, coprendo la vista dal sole, permettendo così di scrutare l’orizzonte coi loro occhi bianco latte, alla strenua ricerca di prossime vittime.

E di lì a poco un’altra nave solcò quelle acque: era Odisseo appena fuggito dall’isola della maga Circe. Fissarono i nuovi marinai con sguardo inespressivo. Attendevano con predatoria pazienza che la nave veleggiasse il più vicino possibile a loro. Ulisse però conosceva il pericolo incombente e coprì di cera le orecchie di tutti i suoi marinai cosi che non cedessero al canto delle creature. La curiosità per lui però fu incalzante e volle sentire la voce delle Sirene, tanto decantata e celebrata nelle paure più recondite degli uomini; si fece così legare all’albero maestro della nave raccomandando a ciascuno dei suoi compagni che per nessuna ragione avrebbero dovuto lasciarlo andare. Mentre la nave proseguiva senza sosta lungo il tragitto, Ulisse cominciò ad udire il misterioso canto, che gli ricordò immediatamente la voce della sua cara balia la quale lo accompagnava nel sonno da bambino, infondendogli una pace ed una serenità che tanto gli mancava nel suo lungo peregrinare. Subito iniziò a dibattersi per cercare di liberarsi dalle corde che lo tenevano stretto. Le sirene non rimirando alcun mortale nei pressi delle acque intensificarono le proprie melodie, e per Ulisse la situazione divenne insostenibile. Questa volta riconobbe la voce dell’amata Penelope, la sposa che non stringeva a sé ormai da troppi anni. Il re di Itaca disperato intimò ai suoi compagni di sciogliere le funi. Alcuni colsero le minacce del loro capitano e ne compresero il delirio, allora lasciarono i remi si avvicinarono a lui, ma strinsero ancor di più le corde. Nella follia del momento Ulisse si ferì persino ai polsi nel tentativo di liberarsi. I robusti lacci di fatto penetravano nella carne straziandola. Ulisse sopraffatto dallo sconforto lanciò un urlo animalesco colmo di dolore e di disperazione. Quando riprese coscienza realizzò di essere sopravvissuto alla più spossante esperienza che aveva affrontato in tutte le sue interminabili avventure.

La nave aveva superato quel braccio di mare. Per la prima volta gli uomini erano sfuggiti alla presa mortale delle sirene. Furiose, le stesse, generarono un verso di collera che poco aveva a che vedere con lo splendido vocalizzo intonato poco prima.

Per diretto ordine di Afrodite, le sirene raggirate e sconfitte da Ulisse salirono a fatica sulla cima di un colle a strapiombo, procedendo con la sola forza delle braccia. Lungo il percorso le code si trascinavano al suolo perdendo sempre più la loro lucentezza e anche le perle che avevano aderito cosi perfettamente alla loro cute. Il corpo femminile non era più liscio e delicato ma sporco e ruvido, deturpato da quella terra che così tanto non gli apparteneva. Raggiunta la cima, le sirene si uccisero gettandosi dal dirupo. I loro corpi privi di vita furono trasformati dalla dea dell’amore, per misericordia, in statue di pietra.
La soave bellezza delle sirene si dissolse e, nella pietra bagnata dallo scrosciare delle onde, si perse per sempre il loro melodioso canto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "La Sirenetta" - Dall'opera letteraria di Hans Christian Andersen all'adattamento cinematografico della Disney: capolavori a confronto cliccando qui.

Potete leggere il nostro articolo Inchiostro e calamaio - "C'era una volta...Hans Christian Andersen" cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

In occasione dell’uscita nelle sale del film “Così parlò Luciano De Crescenzo”, un leggero e appassionate documentario sulla sua vita e sulla sua eccezionale carriera, vorrei dedicare il mio personale omaggio allo scrittore partenopeo.

Curiosando da bambino tra le videocassette di casa, ricordo perfettamente di essermi imbattuto in una dalla copertina davvero particolare; un signore dalla barba brizzolata, con le braccia conserte, accennando un sorriso, reclinava leggermente il capo, mentre puntava il suo sguardo sornione verso chi, dall’altra parte lo osservava. Giù in basso si leggeva: “Le dodici fatiche di Eracle” e “Il Mito di Teseo e Arianna”. La videocassetta in questione faceva parte di una collezione completa dedicata alla mitologia greca, che mio padre, anni prima, aveva acquistato. Leggendo “Eracle” non capii immediatamente di cosa si trattasse, chiesi quindi una spiegazione a mio padre e la ottenni. Concedetemi la vostra pazienza, da bambino conoscevo in primis la figura di Hercules, grazie al cartone della Disney, grazie alla serie TV, e ad altre trasmissioni sull’argomento. Beh, certo, quale bambino non sogna di essere almeno una volta nella vita Hercules? Un uomo capace d’affrontare avversari fantastici e vivere avventure incredibili. Dopo aver capito che quell’”Eracle” non era altro che il nome greco dello stesso personaggio, misi immediatamente la cassetta nel videoregistratore convinto d’assistere a una delle tante pellicole dedicate all’eroe, ma non fu proprio cosi: mi comparve dinanzi un uomo seduto su di una scrivania che con ironia e una sentita emozione nella voce, narrava le gesta che quell’antico eroe aveva compiuto, stimolando prima di tutto la fantasia dello spettatore che, grazie alle sue parole, era come se vedesse realmente l’eroe mentre compiva le sue incredibili fatiche. L’uomo in questione era Luciano De Crescenzo e l’episodio televisivo faceva parte della trasmissione “Zeus – le gesta degli dei e degli eroi”.

Appassionandomi in breve tempo a quanto stavo ascoltando e vedendo, cominciai a guardare una dietro l’altra tutte le videocassette, disposte in modo ordinato in un mobile fatto apposta per contenerle, insieme a tante altre d’argomento diverso. Quel “narratore” vestito con giacca e cravatta divenne per me un maestro, un ispiratore, un amico. Da bambino mi affascinavano prima di tutto le storie degli eroi che quel professore raccontava; crescendo invece, compresi la bellezza e la profondità di alcuni miti meno avventurosi, ma di certo più emozionanti, come la tragica vicenda di Orfeo ed Euridice, la peculiarità dei greci nello spiegare l’alternarsi delle stagioni secondo il mito di Ade e Persefone, o la complessità delle varie mitologie dedicate alla nascita dell’universo. Mi colpì, in maniera primordiale e semplice allo stesso tempo, considerando la giovane età, persino il racconto del Simposio, dove De Crescenzo teneva a precisare che l’obiettivo primario era sempre quello della disquisizione, il dialogare tra i vari commensali convenuti, e solo in un secondo momento quello del cenare, della consumazione dei pasti vera e propria. Potrei dire, senza ombra di dubbio, che, grazie a De Crescenzo mi avvicinai per la prima volta ai racconti fantastici, i quali, nonostante le bizzarre tematiche, tanto valore continuavano a conservare tutt’oggi. Grazie a De Crescenzo mi appassionai persino al fumetto, considerando che quella raccolta di videocassette era abbinata a un supporto cartaceo sotto forma di racconto a disegni, da lui stesso curato e dedicato ciascuno al racconto sequenziale del mito stesso. Il passaggio dal fumetto mitologico a quello supereroico e seriale, fu un processo inevitabile. Da quel preciso istante cominciai a leggere quanti più fumetti potevo, concentrandomi di più sulle storie e le avventure che QUEL determinato personaggio viveva, e solo dopo al messaggio che l’AUTORE voleva comunicare a chi leggeva la storia. Capii successivamente che quello che stavo leggendo non prendeva vita da solo sulla carta, ma qualcuno provvedeva a scriverlo e qualcun altro lo disegnava per far prendere forza e consistenza alle parole stesse. Fu così che mi avvicinai con sempre maggiore attenzione alla lettura e alla scrittura. Grazie a De Crescenzo lessi i miei primi libri; ricordo ancora come descriveva in maniera arguta e con una punta d’ironia la figura di Ulisse, da lui stesso definito in un suo vecchio scritto, un “fico”. Ed ecco perché dico GRAZIE a Luciano De Crescenzo, per me da sempre un maestro, un amico, e di sicuro per tutti un importante autore nel panorama letterario italiano e non solo.

Luciano De Crescenzo è ingegnere, professore, scrittore, studioso, regista, un filosofo atipico, che ha fatto della sua arte un qualcosa di gradevolmente condivisibile, un divulgatore attento e scrupoloso, capace d’impartire cultura ed emozioni anche al lettore frettoloso e allo spettatore meno attento.

L’arte e la filosofia di De Crescenzo, sempre sopra le righe, conobbero, oltre che il medium televisivo, anche il cinema. Fu regista e protagonista del cult “Così parlò Bellavista”, delicata, amorevole e genuina lettera d’amore alla sua Napoli, alla sua gente. Il film fu un’opera in grado di scuotere l’attenzione sui temi più scottanti, sempre affrontati con pacata ironia e marcata determinazione. La dialettica di De Crescenzo si è mantenuta inalterata negli anni: comunicare con garbo e simpatia a chi ascolta il senso degli eventi e dei personaggi, anche fantasiosi, che ci hanno preceduti.

Durante la sua prolifica attività letteraria, De Crescenzo indagò cosa fosse il tempo, se davvero esistesse e come esso venisse interpretato e vissuto da ognuno di noi. Arrivò a dire che il tempo è solo una convenzione. Non molto tempo fa però ammise che il tempo effettivamente esiste e “purtroppo passa”. Lo disse con una nota di malinconia, lui scrittore così attaccato alla bellezza della vita e alla meraviglia della quotidianità. Si interrogò anche su cosa fosse la vera felicità, e su cosa ci rende felici. La pienezza della felicità per Luciano De Crescenzo non si avverte nel momento in cui stiamo vivendo l’attimo felice. Si rimane avvolti e contagiati dalla felicità quando si pensa al momento in cui possiamo vivere realmente quella felicità. La felicità dell’attesa è essa stessa felicità. Siamo felici quando pensiamo a ciò che ci rende felici e che a breve arriverà, e il solo aspettare quell’attimo ci rende lieti. La felicità non è quando incontriamo e ammiriamo la donna amata, la felicità è quando aspettiamo di vederla… magari il giorno prima del nostro incontro.

Mi verrebbe d’azzardare un parallelismo, tra questo credo di De Crescenzo e la splendida poesia del Leopardi “Il sabato del villaggio”. Il poeta affermava che la gente del villaggio era felice quando il sabato ritornava dalla dura giornata di lavoro perché sapeva che il giorno dopo avrebbe riposato. Una felicità di breve durata ma così fantasticamente coinvolgente. Era una felicità illusoria, poiché proprio il giorno dopo, quando sarebbero dovuti essere felici, invece avrebbero provato tristezza nel realizzare che l’indomani una nuova settimana di lavoro sarebbe cominciata. La felicità è quindi un’attesa illusoria, utopistica?  E’ qualcosa che sfugge, che appare rapido e rapido scompare, lasciando nell’animo una vibrazione armoniosa dolce e triste al tempo stesso. De Crescenzo affermerebbe, invece, che la felicità è proprio in quel piccolo momento, in quei minuti di rilassatezza, quando la speranza di un domani limpido e sereno si concretizza nel pensiero dell’attimo presente. Totò, altra grande personalità artistica di Napoli, diceva che la felicità è fatta di attimi di dimenticanza, per l’appunto di piccoli istanti che ristorano il cuore e carezzano lo spirito.

De Crescenzo affermerebbe, con la semplicità e la simpatica eleganza che lo contraddistingue, che la vera felicità è la “piccola” felicità, tanti piccoli granelli che uno accanto all’altro possano riempire la bisaccia dei ricordi più lieti e spensierati. De Crescenzo rimane senza dubbio un intrattenitore simpatico, un abile divulgatore, un prolifico autore, in altre parole un lavoratore arguto, attento e assiduo della penna e della parola.

Uno scrittore che ha conquistato la sua immortalità, perché vive nel cuore e negli affetti di tutti i suoi lettori più devoti, come il sottoscritto. Un documentario a lui dedicato sarà un’altra testimonianza filmata per onorare una vita intensa.

A Luciano De Crescenzo e al suo programma “Zeus – le gesta degli dei e degli eroi” ho dedicato un articolo facilmente consultabile nella sezione “Speciali televisivi”. Potete leggerlo cliccando qui.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Era un mercoledì di tristi novelle quello che si consumò con la stessa rapidità di un fuscello avviluppato dal fuoco, in quel lontano 4 agosto del 1875.  Le ceneri del rametto si levarono alte e sparirono nel cielo come il soffio di un drago che borbotta tra sé e sé al crepuscolo. Una vita era cessata e con essa anche l’artificio produttivo di quell’uomo che aveva vissuto così intensamente. Hans Christian Andersen scrisse l’ultima pagina della fiaba della sua vita un tranquillo giorno di inizio agosto. La rigida copertina di quel tomo che aveva contenuto i passi esistenziali di questo percorso sulla Terra si chiuse. Andersen se ne andò con la consapevolezza di aver lasciato un’impronta del suo passaggio, indelebile come macchia di inchiostro su di un foglio immacolato. Le sue passioni, i suoi sentimenti, la prospettiva fiabesca con cui interpretò il mondo e si fece strada tra i sentieri favolistici della sua vita rimangono impressi nella letteratura. E’ desolante dover leggere l’ultimo capoverso di una vita, non tanto per la consapevolezza che anche la più sensibile delle esistenze ha un inizio e una fine, quanto per la presa di coscienza di tutto ciò che c’è stato prima di quell’ultimo atto. Davanti all’invenzione fantasiosa di una mente prolifica come quella di Andersen, viene spontaneo domandarsi, se avesse avuto un tempo maggiore da poter sfruttare, cosa avrebbe seguitato a raccontarci? Egli morì all’età di settant’anni, quando ancora la sua penna poteva dare vita e anima ai personaggi delle sue fiabe, agli animali dotati di parola e d’intelletto delle sue favole, e avrebbe potuto imprimere ulteriore caratura vitale a nuovi mondi, con cui essi avrebbero interagito. Ma nulla più accadde, e le restanti immaginazioni favolistiche di Andersen furono portate via dal vento e rilasciate, chissà, forse tra le rive del mare, per essere raccolte dalle medesime onde in cui visse la più cara delle sue “figlie”, quella Sirenetta con la quale Andersen scolpì il suo nome tra le mura rocciose del ricordo indelebile.

Hans Christian Andersen nacque a Odense, in Danimarca, il 2 aprile del 1805, da una famiglia di umilissime origini. Era figlio di Hans, di professione calzolaio, e di Anne Marie Andersdatter. Hans Christian vive con la sua intera famiglia in una singola stanza in condizioni di indigenza. L’ambiente modesto in cui Andersen crebbe non pareva essere certamente dei migliori, eppure lo scrittore lo reinterpreterà sempre come un mondo di fiaba, i cui scorci di estrema miseria vengono riletti dalla sua verve sognante e infantile come luoghi impregnati di magia. Sebbene il suo carattere sognante alimenti la di lui fantasia, così come anche l’educazione affettiva del padre, grande narratore di storie (si dilettava nelle letture de “Le mille e una notte” per il figlioletto), non faccia che accrescere in lui uno spirito votato all’inventiva narrativa e fantastica, il giovane Andersen, crescendo, si affaccerà alle difficoltà della vita, dovendo far fronte alle proprie paure e insicurezze. A soli undici anni Hans Christian resterà orfano di padre, e dovrà prendersi cura come potrà della madre, caduta preda dei vizi dell’alcool. Si trasferirà poi a Copenaghen, città dove oggi si staglia sulla riva del mare una celebre scultura ispirata proprio alla sua opera più famosa. Ma come è potuto accadere che un ragazzetto di 14 anni, che pecca di una formazione scolastica frammentaria e che non tollera, se non con stoica sofferenza, quello che definirà un “supplizio”, ovvero la permanenza tra i banchi di scuola, diventare ciò che poi è diventato? Andersen sogna di diventare attore di teatro; ma come fare con quella camminata dinoccolata e quel fisico così magro? E poi quella vistosa gibbosità al naso e una scarsa presenza scenica non promettono niente bene. Andersen cimenta comunque le sue due grandi passioni, che sono il teatro e la letteratura, entrambe ereditate dal padre, e sperimenta nei successivi anni qual è che sia il genere prediletto, a seconda delle sue attitudini scrittorie. Compiuti i trent’anni, Hans Christian comincia la sua forsennata attività letteraria che contempla romanzi, raccolte di poesie, annotazioni di viaggio e componimenti satirici. Tuttavia è soltanto uno il genere che più lo appaga, quello in cui Andersen può rendere tangibile in parole la sua profondità autoriale: la fiaba. In essa, Andersen dimostra la limpidezza del suo talento, soave come la grazia di un cigno che nuota sulla superficie di un lago, mantenendo lo sguardo chinato verso lo specchio dell’acqua a rimirare la propria immagine riflessa di brutto anatroccolo.

Dal 1930 in poi, Andersen scrive alcune delle sue fiabe più famose, racconti intrisi d’ispirazione reale ma al contempo grondanti di un’astratta concezione fantastica. La realtà viene così modellata nella fiaba, rivoluzionata dall’estro dell’autore danese. La penna viene intinta nell’inchiostro, con sempre maggiore frequenza, quando Andersen necessita di trascrivere tutte le fiabe che riesce a partorire dalla propria fantasia. Le notti inquiete, quelle in cui l’autore, chi lo sa, magari faticava a prender sonno perché disturbato da un piccolo legume insinuatosi tra le lenzuola del letto, lo costringono a star sveglio, a creare le sue meraviglie. Egli, per conformare le sue idee in racconti fiabeschi, riflette sui propri stati d’animo e trasforma secondo un ardito uso metaforico ed allegorico i suoi fantasmi in personaggi, le sue paure in animali e le sue sensazioni in contesti fantasiosi. E’ una fiaba fantastica ma attinente al vero, alla formazione vitale e al sentimento umano quella di Andersen, un genere alle volte speranzoso, altre cupo, drammaticamente sofferente e di rado a lieto fine. Per ogni sua fiaba, Hans Christian mescola il piacevole inganno del fantastico con l’asperità della vita vissuta. Il suo aspetto, non proprio da adone, la sua goffa andatura e quello schiacciante senso di solitudine e di “diversità” che lo attanagliano lo fanno sentire come un brutto e sventurato anatroccolo finito in un recinto di anatre, seppur nato da un uovo di cigno. Formazione, crescita, accettazione di se stessi e del proprio posto nel mondo sono solo alcune delle fonti analitiche riscontrabili nei suoi lavori. Andersen eleva gli standard della fiaba, andando oltre ciò che fecero i fratelli Grimm, imprimendo ai suoi scritti il valore assoluto di un racconto trasbordante di emozioni più o meno variegate, e di sicuro non racchiudibili in un spazio circoscritto.

“La principessa sul pisello”, "I vestiti nuovi dell'Imperatore", "Il brutto anatroccolo", "La piccola fiammiferaia", "Il soldatino di stagno", "La regina delle nevi", “Mignolina” sono solo alcune delle sue opere universali. Il 1937 è l’anno in cui vide la luce il suo capolavoro: “La sirenetta”. Hans Christian, influenzato dalla figura mitologica della sirena, scrive una fiaba dal trasporto emotivo ineguagliabile.

La Sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando compose “La sirenetta”, lo scrittore instillò nel calamaio le proprie lacrime, grosse come gocce di rugiada, le quali si mischiarono all’inchiostro, divenendo tutt’uno con la carta e con ogni singola lettera che servì alla stesura della fiaba. “La sirenetta” è una fiaba forgiata da un amore inviolabile, sbocciato nella speranza come fiamma imperitura che divampa nella sofferenza, nel più lancinante dei patimenti, fin quando non raggiungerà il sublime, in uno dei finali più strazianti che soltanto il genio creativo di Andersen poteva farci dono: un atto conclusivo che conferì alla storia un lirismo estremo. “La sirenetta” di Andersen racchiude in sé un turbinio di sentimenti, i quali risuonano come il dolce e malinconico canto di una sirena logorata dal peggiore dei mali per un’anima sensibile: un amore non corrisposto. Credo sia una nenia angosciante quella intonata dalla sirenetta del racconto, nell’attimo in cui, abbandonatasi sulle sponde di sabbia granulosa, ella richiama l’amore che sparisce via su di un vascello all’orizzonte. Andersen, con “La sirenetta”, innalzò la fiaba a un linguaggio ancor più universale, perché poté rivolgersi in egual misura e con tale coinvolgimento sia ai fanciulli, attenti uditori, che agli adulti, i quali, avrebbero a loro volta letto le fiabe ai loro piccoli.

Andersen era una persona estremamente sensibile, e la sua delicatezza spesso condizionò i suoi rapporti con amici e parenti. Viaggiò ogni qualvolta poté, mosso da un’innata curiosità e da un’insaziabile voglia di conoscenza. Di temperamento garbato e malinconico, Hans Christian Andersen nell’animo rimase eterno innocente. Scriveva: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco.”

Andersen raggiunse il traguardo dei suoi settant’anni quando aveva già accolto da tempo una fama considerevole. Dall’indigenza del proletariato era divenuto un illustre scrittore, i cui lavori vantavano traduzioni in tutto il mondo. Nella camera in cui trascorse i suoi ultimi mesi di vita, di proprietà della famiglia Melchior che lo ospitò con gioia, immagino francamente che fosse respirabile l’aria, come effluvio incantato, delle sue fiabe. Il magico mondo da lui creato deve averlo accompagnato fino alla fine, quando spirò serenamente.

La Sirenetta di Copenaghen riposa ancora oggi su di uno scoglio in riva al mare. La sua coda è prossima a lasciare intravedere due gambe di epidermide bianca e liscia come seta, così come le aveva sempre sognate per poter calcare il suolo terreno e vivere il suo grande amore. Il suo sguardo rivolto verso l’infinito testimonia la grandezza di una storia talmente bella da dover essere omaggiata come arte bronzea. Una scultura che ci rammenta un tempo ormai passato, in cui ci fu un autore che descrisse questa donna sublime che per amore avrebbe voluto trasformarsi in una comune mortale.

Per leggere il nostro articolo "La Sirenetta - Dall'opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto" cliccate qui

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: