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"Kurt Russell nei panni di Babbo Natale" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

"Un Natale felice, felice, che ci riconquisti alle delusioni dei nostri giorni infantili; che possa ricordare al vecchio i piaceri della sua giovinezza; che possa trasportare il marinaio e il viaggiatore, a migliaia di chilometri di distanza, di nuovo al suo stesso lato del fuoco e alla sua tranquilla casa!".
(Charles Dickens)

Natale si avvicina. Il periodo più magico dell'anno è ormai alle porte. Come passerete gli ultimi giorni del 2020?

Nell'augurarvi Buone Feste, vi invitiamo a trascorrere un po' delle vostre vacanze, oltre che con i vostri cari, qui con noi, leggendo alcuni dei nostri articoli a tema natalizio. Potete sfogliarli cliccando nei seguenti link.

Inchiostro e calamaio – Lo stregone rosso. Per leggerlo cliccate qui.

Inchiostro e calamaio – Storia di uno Schiaccianoci. Per leggerlo cliccate qui.

Il canto di Natale di Charles Dickens – Sei fantasmi per due “canti”. Per leggerlo cliccate qui.

Le 5 leggende – La storia di Jack Frost. Per leggerlo cliccate qui.

Inverno di punizione, inverno di redenzione – La Bella e la Bestia: un magico Natale. Per leggerlo cliccate qui.

Il miracolo della 34ª strada (1947) – Tra genio e follia. Per leggerlo cliccate qui.

Fredda è la mano, le ossa e il cuore… – La piccola fiammiferaia. Per leggerlo cliccate qui.

Inchiostro e calamaio – Esuli pensieri – “Monologo” di Mr. Freeze. Per leggerlo cliccate qui.

“Una poltrona per due” – Un rito sociale. Per leggerlo cliccate qui.

Inchiostro e calamaio - Il dissolversi della Befana. Per leggerlo cliccate qui.

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Suvvia, non abbattiamoci troppo. In questo 2020, così arduo e fiaccante, c'è ancora spazio per un po' di sano (e sicuro) divertimento...

La notte di Halloween si avvicina! Come passerete la più tetra delle festività annuali?

Beh... Quest'anno le scelte sono decisamente ridotte. Niente feste, niente serate fuori, nessun divertimento sfrenato per le strade o nelle abitazioni dei nostri amici...

Il virus che serpeggia per il mondo fa più paura di qualsiasi altro mostro. Occorre essere prudenti!

Il nostro consiglio, su come trascorrere la serata del 31 d'ottobre, non può che essere il seguente: restatevene al sicuro, nelle vostre case, e guardate un bel film dell'orrore - magari un grande classico - in compagnia dei vostri cari. Una serata banale, insomma... Semplice ma spiccatamente tradizionale.

Ah, quasi dimenticavamo... A proposito di film dell'orrore, ecco alcuni articoli a tema che potrebbero attirare la vostra attenzione:

"La malattia è portata dal vento – Monologo dell’ultimo uomo della Terra" Per leggerlo, cliccate qui.

“Coraline e la porta magica – Un bottone ed un obolo" Per leggerlo, cliccate qui.

“The Evil Dead Trilogy – Storia di un antieroe: Ash Williams" Per leggerlo, cliccate qui.

"L’uomo senza volto – Darkman" Potete leggerlo cliccando qui.

“Hotel Transylvania – L’amore al tempo dei mostri" Potete leggerlo cliccando qui.

"Dolore in vita, pace in morte – Il labirinto del fauno" Per leggerlo, cliccate qui.

"Halloween e la notte di Ognissanti – Hocus Pocus" Per leggerlo, cliccate qui.

“Casper – Posso tenerti con me?" Per leggerlo, cliccate qui.

"Quello che più ci accomuna – Il mostro della laguna nera" Potete leggerlo cliccando qui.

"E chi chiamerai? – Ghostbusters, una storia da raccontare ancora…" Potete leggerlo cliccando qui.

Felice Halloween!

Redazione: CineHunters

Il Flash di John Wesley Shipp col suo iconico costume - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Qualche giorno fa, sui social network, campeggiava uno scatto fotografico raffigurante un supereroe giunto dal passato. La sua immagine era concreta al senso della vista eppure, in primo acchito, inspiegabile razionalmente. Come poteva essere riapparso così improvvisamente, con l’istantaneità di un lampo, quell’eroe del vecchio millennio?

Flash, e con tale appellativo faccio riferimento all’originale, è tornato! John Wesley Shipp è stato “catturato” in un fotogramma digitale con indosso il suo “autentico” costume d’epoca. La tuta rossa è nuova di zecca, rammendata come quella di un tempo, pronta per essere riutilizzata. Su quel set televisivo in cui prende forma l’episodio crossover che coinvolge i tre show principali del canale “The CW”, ovvero “The Flash", “Arrow” e “Supergirl”, sta avvenendo un viaggio nel tempo, fluttuante tra passato e presente. Lo storico interprete del personaggio DC Comics è riapparso per prestare i propri servigi al ruolo che lo ha reso celebre, e per salvare il mondo con l’indimenticato stile degli anni ’90 al suo seguito.

John Wesley Shipp è un “eroe” di stampo classico. Sì, ne sono ampiamente consapevole. Anzitutto egli è un attore e come tale riveste un ruolo, ma i suddetti panni, quelli del supereroe, gli calzano a pennello, come un abito di taglio sartoriale cucito su misura. Ciononostante, la sua carriera cominciò con parti del tutto diverse, per le quali dovette vestire variegati costumi di scena. Dal 1980 al 1984 fa sue le vesti del dottor Kelly Nelson in “Sentieri”, e tra il 1986 e il 1987 porta a casa due Emmy Award consecutivi per “Così gira il mondo” e “Santa Barbara”.

Per tutti gli anni ’90 e il primo decennio degli anni Duemila, Shipp “adatta” a sé le “divise” più disparate: è un pugile in “Sisters”, un sergente maggiore di artiglieria in “Jag”, e ancora un Colonnello, persino un allenatore di football. Shipp è un attore che si alterna costantemente tra piccolo schermo e teatro. Proprio per quest’ultimo, calca il palcoscenico numerose volte, in particolare per le opere “The Killing of Michael” di Erik Jendresen, “Malloy”, sino ad approdare a Broadway, nel pluripremiato “Dancing at Lughnasa” del drammaturgo irlandese Brian Friel.

Il 1990 è l’anno del suo debutto cinematografico, nel seguito del cult “La storia infinita”, dove interpreta il papà del protagonista Bastian (Jonathan Brandis). Tale ruolo, quello del padre inteso come guida, visto come figura protettrice, dagli occhi di un figlio, e reinterpretato metaforicamente come porto sicuro in cui poter attraccare, dopo essere scampato alle acque tempestose del mare aperto, e sentirsi stretti in un abbraccio, sarà una “tenuta” che l’attore statunitense non si toglierà mai di dosso. Di fatto, dal 1998 al 2002, si “agghinda” ancora per essere il padre del personaggio principale nel teen-drama di culto “Dawson’s creek”.

Potete leggere il nostro articolo "Dal passato piovono folgori e saette - Flash, la serie classica" cliccando qui.

 

I registi e i produttori ne sono consapevoli, Shipp ha la caratura del mentore, del maestro, ma, ancor di più, possiede la levatura dell’eroe. Tante sono state le maschere portate da questo interprete, ma una su tutte, quella rossa come il sangue, resta la più amata.

Sul set de “La storia infinita 2”, egli divide la scena con il compianto interprete Jonathan Brandis. I due attori lavorarono insieme anche in “Flash”, nella puntata “Child's Play”. Proprio per l’omonima serie televisiva della CBS, John fu Barry Allen, un poliziotto della scientifica che, dopo essere stato colpito da un fulmine, diventa il supereroe mascherato Flash, alla sua prima incarnazione televisiva.

Influenzato dal Batman di Tim Burton e Michael Keaton, Shipp interpreta un Flash grintoso, maturo, tenebroso, alimentato inizialmente da un desiderio di vendetta ma anche animato da un senso assoluto di giustizia. E’ un eroe rabbioso, il suo, nei riguardi dei biechi delinquenti della città di Central City, scattante, a tratti furioso, ma incredibilmente umano e prodigo. Quello di John resta un “corridore” solitario, che compie le sue sgroppate di notte, in una metropoli buia, che pullula di delinquenza, in cui il tempo oscilla tra il presente ed il trascorso. Poche sono le luci che illuminano il cammino e la corsa di questo vigilante, se non i murales variopinti che sovrastano le alte mura cittadine. Egli è un personaggio per lo più solo, coadiuvato solamente da una compagna, la dottoressa Christina Mcgee (Amanda Pays), un’amica destinata ad essere la sua futura sposa.

John Wesley Shipp e Amanda Pays sul set di "Flash"

 

Il Flash di Shipp, pur differenziandosi per diversi aspetti dalla controparte cartacea, è una trasposizione reale, oscura, forte e giustiziera. Shipp calzò, con egual abilità, il camice bianco del più sciolto Barry e il costume scarlatto della sua collerica seconda identità, offrendoci un’interpretazione apprezzabile, sincera, ed ispiratrice. John Wesley Shipp divenne un eroe tradizionale, dallo stile “antico”. Il suo fu un Flash adulto, un combattente audace, un velocista inarrestabile, imponente, massiccio, dal mento spiovente, ironico ma arrabbiato, emotivo, generoso e dal sangue freddo quando la situazione era solita richiederlo.

"Flash" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il Flash di una volta, per scelta stilistica degli sceneggiatori, era avvolto da un’immateriale aura di misticismo. Nel corso della serie, il suo “apparire” e “svanire” con rapidità fece alimentare le voci circa la sua reale esistenza. L’eroe di Shipp agiva nell’ombra, in bilico tra visibilità e invisibilità. Per gli onesti era un semidio protettore, un “Ermes” disceso dall’Olimpo; invece, taluni banditi erano soliti descriverlo come un demone appena percettibile, altri come un fantasma rosso, alcuni addirittura come un diavolo vendicatore. La patina di mistero che ammantava il supereroe gli permetteva di terrorizzare anzitempo i suoi avversari, sin dal momento in cui intravedevano quella scia rossa portatrice di giustizia. Il “Santero”, lo “stregone” di un quartiere dei profughi latino-americani di Central City presente in un episodio, descrisse il vigilatore come l’umanizzazione di Shango, la divinità del culto yoruba associata al tuono, che castiga i mentitori ed i malfattori. Invero, come terrà a precisare lo stesso Barry, Flash è un uomo mortale, con dei poteri speciali messi al servizio del bene comune. Nel ritratto del valoroso combattente compiuto da John Wesley Shipp, verità e suggestione combaciano perfettamente.

La sua “calzamaglia”, fatta di un rosso acceso tendente al bordeaux, quasi amaranto, il suo fulmine dorato, che scorreva su una luna piena, targato sul petto come simbolo del suo potere, la saetta che gli ornava le braccia e proseguiva sulla cintura, dando l’impressione della scarica di una folgore in perpetuo divenire, è un qualcosa di iconico, evocativo, onnipresente. John, per impatto visivo, fu, ai suoi tempi, ma anche in questa modernità, un Flash perfetto.

"Barry Allen" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

John Wesley Shipp riprese ad approcciarsi all’universo del prode corridore nel 2010, prestando la voce al professor Zoom in “Batman: the Brave and the Bold”. Nel 2014, venne chiamato dai produttori della nuova serie dedicata al “piè veloce” degli albi a fumetto e dei romanzi grafici, per interpretare Henry Allen, il padre di Flash. Shipp tornò così ad abbigliarsi come un padre amorevole, affettuoso, innocente. Due anni dopo, lo stesso interprete fu scelto per essere la vera incarnazione di Jay Garrick, il primo Flash della storia dei fumetti. Da pochi giorni, John ricopre, di nuovo, il ruolo del suo Barry Allen.

In successione, nella mitologia di Flash, John Wesley Shipp è stato per la CBS il primo velocista apparso sul piccolo schermo, nonché Polluce, un clone del protagonista con i suoi stessi poteri, per la Warner Bros Animation la voce sinistra e malvagia della nemesi del supereroe, e per la CW il padre di Barry. In seguito, ha interpretato Jay Garrick, il primo “scattista” dotato di una velocità sovrumana, nato dalla fantasia di Gardner Fox ed Harry Lampert, e adesso, nuovamente, Barry Allen, rimanifestatosi quasi trent’anni dopo la sua ultima apparizione. Pochi sono stati gli attori che, come lui, hanno legato il loro nome ad un brand, un modello, un emblema di abnegazione, bontà e coraggio.

In quelle fotografie, con addosso una nuova versione del suo splendido costume, Shipp ha dato l’impressione d’aver arrestato il fluire del tempo, dimostrando ancora una volta di essere la più espressiva personificazione di Flash.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Mitologia greca e supereroi - Flash, l'Ermes scarlatto" cliccando qui.

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"Fabrizio con Woody" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Fabrizio Frizzi veniva citato, con una punta d'ironia, durante un esilarante scambio di battute tra i personaggi interpretati da Corrado Guzzanti e Antonio Catania nella serie televisiva italiana “Boris”. Diego Lopez, il delegato di rete interpretato da Catania, affermava che Frizzi faceva parte della ristretta cerchia degli attori italiani appartenenti all’ambita “Prima fascia”. Qualunque ruolo di prestigio poteva essere, dunque, interpretato da lui. Era, di certo, un’espressione affettuosa. Fabrizio Frizzi non era propriamente un attore e, naturalmente, non aspirava ad essere un interprete di prima fascia del cinema o della fiction nostrana. Egli faceva parte di un’altra categoria di artisti. Una cosa, infatti, Fabrizio era davvero: un presentatore eccellente, d'indiscussa eleganza, di pregevole raffinatezza e d'impareggiabile educazione. Un signore in tutto e per tutto, un artigiano della televisione italiana, in altre parole: un assoluto conduttore di prima fascia! Una verità da affermare, questa volta, senza alcuna velata ironia.

Fabrizio Frizzi aveva un sorriso affettuoso, dei modi di porsi sempre gentili e una mimica facciale bonaria. Era un presentatore di spicco, che condusse molti dei programmi di maggior successo della Rai. Era entrato nelle nostre case restando circoscritto tra i confini di una scatola meccanica, di una TV per la precisione. Eppure, sebbene fosse distante, noi spettatori riuscivamo a sentirlo vicino, come fosse una presenza amica. Fabrizio aveva il dono di riuscire a farsi voler bene da tutti coloro che potevano osservarlo nel mentre lui intratteneva. Ma al di là del suo successo come presentatore, Frizzi ha occupato e occuperà sempre un posto speciale nel cuore e nei ricordi di tutti coloro che hanno ascoltato la sua voce quando lui la prestò ad uno splendido personaggio della Walt Disney e della Pixar.

In "Toy Story", e nei successivi capitoli, Fabrizio Frizzi era la dolce e coraggiosa voce di Woody, il pupazzo animato, vivo e senziente di uno sceriffo. Nella storia del film, era il giocattolo preferito del protagonista umano Andy, ed aveva assunto il ruolo di guida per tutti gli altri giocattoli. Woody si prendeva cura della sua “famiglia di pezza” con una dolcezza simile a quella dell’uomo a cui doveva la sua voce italiana. Il dolce e impeccabile doppiaggio del personaggio di Woody permise a Frizzi d'essere conosciuto e apprezzato dai più piccoli, i quali, udendo il suo parlato, crebbero ricordandola come una delle voci della loro infanzia.

E' scomparso un presentatore ma soprattutto un uomo di grande valore. Una personalità garbata e affabulante.

Fabrizio, te ne sei andato in punta di piedi, nell’egual modo in cui, tanti anni fa, sei entrato nei salotti delle nostre case. Ma col tuo passo leggero, hai lasciato un’impronta indelebile.

Mi piace pensare che Fabrizio Frizzi sia volato su nel cielo, verso l'infinito e oltre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Attenderei ancora pazientemente per qualche minuto. Aspetterei nella speranza di poterlo rivedere un’ultima volta, seduto comodamente su di una poltrona con un aspetto sinistro, quasi vampiresco, prossimo a voltarsi lentamente verso la camera e sussurrare con toni di voce inquietanti un flebile: “badate…”. Se avete amato il Bela Lugosi di “Ed Wood” non potete non rammentare questa celebre battuta proferita dal personaggio di Martin Landau. Era il 1994, per la regia di un Tim Burton in piena verve ispiratrice, Martin Landau ritraeva su di sé i lineamenti marcati di Bela Lugosi in un film girato appositamente con la pregevolezza univoca di un vecchio stampo, e con l’approccio stilistico, raffinato e compassato, di una produzione in bianco e nero.

Quella di Landau fu un’interpretazione straordinaria, coinvolgente e decisamente irresistibile. La maschera rugosa, piegata da una estenua sofferenza, di un attore oramai incamminatosi sul viale del tramonto e a maggior ragione oppresso dai ricordi di una gloria passata, viveva con fierezza sul volto di Landau. Ed egli conferiva valore espressivo, quasi tentava di proferire parola astratta e inascoltabile quando imprimeva volontà a una gestualità studiata delle mani, le stesse che con movimenti combinati richiamavano le arti ipnotiche del vampiro nato dalla penna di Bram Stoker.

Martin Landau lo interpretò così Bela Lugosi, come un attore che non riuscì mai a strapparsi di dosso il mantello ottenebrato del Conte. Seguitò per tutta la vita a indossarlo con malinconica fierezza, fornendoci un ritratto tragico ma al contempo adorabilmente grottesco di un’icona del cinema dell’orrore.

Nato a Brooklyn, il 20 giugno del 1928, Landau cominciò la sua carriera nella recitazione nel 1955 quando, insieme a duemila aspiranti, tentò le audizioni per entrare all’Actors studio. Solo due candidati riuscirono a superare le audizioni: lui e un giovane Steve McQueen. Da quel giorno iniziò il viaggio nel mondo della settima arte di Martin Landau. Una carriera che lo vede districarsi tra cinema, televisione e teatro. Una delle sue primissime interpretazioni sul piccolo schermo risale al 1958, quando comparve in un episodio della prima stagione della serie culto “Ai confini della realtà”. Nel 1959, dopo una parte in “38° parallelo: missione compiuta”, ottiene il ruolo di Leonard in uno dei capolavori di Alfred Hitchcock: “Intrigo internazionale”. Nel 1963 è nuovamente coinvolto in una produzione kolossal: “Cleopatra”, film per cui interpreta la parte di Rufio.

In televisione, nel corso dei decenni, sono molteplici le incisive e caratterizzanti prove dell’attore: a tal proposito, vogliamo ricordare un episodio della serie televisiva “Colombo” in cui Martin Landau interpreta due assassini. Due gemelli che mettono in seria difficoltà il geniale tenente, che in un avvincente episodio, dovrà faticare fino alla fine per capire chi dei due sia veramente coinvolto nell’omicidio. In televisione la sua apparizione più famosa resta però quella nel telefilm “Spazio 1999” serie tv di fantascienza a cui prese parte per 48 episodi interpretando il protagonista John Koenig. Landau continuerà sempre a lavorare con discreti ritmi, reciterà nel film di "X-Files", e si dedicherà anche al doppiaggio, tornando nuovamente a lavorare per Tim Burton in "Frankenweenie".

Martin Landau venne candidato per tre volte al premio Oscar: nel 1989 per “Tucker, un uomo e il suo sogno”, nel 1990 per “Crimini e misfatti” e nel 1995 quando lo vinse per “Ed Wood”.

Landau fu altresì un illustre maestro di recitazione. Vantava una maestosa presenza scenica e un'eccezionale mimica facciale.

Oggi, dopo il suo addio, rivedere le scene finali di “Ed Wood” in cui il suo sofferente Bela Lugosi si soffermava qualche istante, una volta fuoriuscito dalla sua dimora, a contemplare la bellezza e la grazia di un fiore sbocciato, risulta ancora più toccante. Dovremmo ricordarlo per sempre così, con quella sua calma e quella sua sensibilità artistica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Paolo Villaggio ci ha lasciati. Era nato a Genova nel 1932. Ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo in alcuni esibizioni di cabaret, perseguendo uno stile tutto suo particolare, basato su una comicità graffiante e grottesca che ha trovato terreno fertile nella televisione. Esordì in radio con il programma dal titolo, per certi versi azzeccato, “Il sabato del Villaggio”, a cui ha fatto seguito quello trasmesso in tv intitolato “Quelli della domenica”. Era l’anno 1968 e quel programma si può dire che abbia rivoluzionato l’idea stessa del varietà, fino a quel momento caratterizzato da lustrini e paillettes.

Con Fantozzi, la sua creazione più emblematica, prima letteraria in seguito cinematografica, raggiunse la grande fama. Il ruolo del Ragionier Fantozzi eresse Villaggio a simbolo del cinema italiano. Con Fantozzi, Villaggio ricercò e mise in scena i vizi, i difetti, le abitudini ma anche i pregi coraggiosi dell’italiano comune, descrivendoli e trattandoli goliardicamente nella quotidianità della vita del suo personaggio. Nella tragicità della sfortuna di Fantozzi, Villaggio generò nel suo pubblico una riso esilarante ma anche riflessivo.

Ricoprendo inoltre il ruolo del nevrotico e sadico professor Kranz e l’untuoso travet Giandomenico Fracchia, Villaggio ha dettato un nuovo modo di fare spettacolo: un umorismo né consolatorio né tantomeno qualunquista, ma carico di una modernità folle dai risultati comici dirompenti. Dopo questa prima esperienza c’è stata la conduzione di Senza rete e la partecipazione nel 1972 al Festival di Sanremo accanto a Mike Bongiorno nella veste di “guastatore”. Il personaggio di Giandomenico Fracchia ha dato corso nel 1975 all’omonima serie tv da lui stesso interpretata. Impegnato in una frenetica attività cinematografica, Paolo Villaggio ha in seguito diminuito notevolmente le sue apparizioni sul piccolo schermo, se non come ospite di tanto in tanto al Maurizio Costanzo Show. Ha condotto per un certo periodo, assieme a Massimo Boldi, il Tg satirico Striscia la notizia. Nella seconda metà degli anni Novanta accanto a un’attività cinematografica molto più intensa (Camerieri, Fantozzi e Il ritorno, Un bugiardo in Paradiso, e tanti altri) si registra l’aver preso parte ad alcune fiction televisive di un certo successo.

Mi viene da pensare che adesso si sia già riunito al suo grande amico, il ragionier Filini e, perché no, anche al geometra Calboni, da sempre in competizione con lui per arrivare al cuore della signorina Silvani. Chissà se adesso assisterà con piacere alla proiezione di tutte quante le bobine della famosa “Corazzata Kotiomkin”? Io credo proprio di no! Continuerà ad andare avanti, lassù, spronato dall'urlo dei suoi cari che seguiteranno a incitarlo gridandogli: "vadi, ragioniere, vadi", usando quel loro amatissimo congiuntivo.    

Redazione: CineHunters

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