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"Alice nel Paese delle Meraviglie" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La Zona del Crepuscolo

Coloro che vivono insoddisfatti del presente, di solito, trovano rifugio nel passato. Queste persone, nostalgiche per natura, rivelano, sovente, d’essere grandi viaggiatori. Viaggiatori instancabili - oserei dire - sempre pronti a partire verso una meta da esplorare. Queste persone sono solite compiere i loro spostamenti senza preparare alcuna valigia, senza rivolgersi ad alcuna agenzia di viaggio, senza imbarcarsi su traghetti e velivoli, senza montare su materiale rotabile di nuova generazione, senza spendere neppure un centesimo.

Non hanno bisogno di portare a termine - e in gran fretta - grossi preparativi e non hanno neppure necessità di arrovellarsi troppo nell’organizzare l’itinerario delle loro gite con visite mirate. Questo perché tutti coloro che ripensano quotidianamente al proprio passato effettuano i loro tragitti standosene comodamente seduti in poltrona, fissando un punto qualunque della stanza e smarrendosi in esso.

Del resto i nostalgici migrano con la mente, liberi come il vento che soffia impetuoso. Essi si spingono verso destinazioni che non possono essere raggiunte dai mezzi di trasporto consueti, fanno soste in luoghi serbati dai loro ricordi, ritrovandosi, di colpo, in un mondo che tanto desiderano ma che ormai non esiste più; perlomeno non come lo rammentavano, consumato dall’inesorabile alternarsi delle stagioni.

Capita a tutti, almeno una volta nella vita, di indugiare sul tempo andato, di riflettere sulla giovinezza, sull’infanzia, di richiamare alla mente un periodo o un momento lieto dell’esistenza. Ripensando a quell’attimo specifico, a quel frangente particolare, la mente vaga, si muove a ritroso, proprio come accadrebbe alle lancette di un orologio se si volesse rimandarlo indietro di qualche ora.

Rod Serling, il celebre creatore della serie televisiva “Ai confini della realtà”, faceva parte di questa cerchia unica nel suo genere: la cerchia degli inguaribili romantici, dei nostalgici cronici. Egli ripensava abitualmente al passato, menzionava spesso il periodo precedente al secondo conflitto mondiale, la sua adolescenza, una fase alquanto felice della sua vita.

Più si spingeva in là con gli anni, più Serling sentiva un’oppressione lacerargli il petto, un groviglio prendere forma nel suo stomaco fino a comprimerlo: il peso dei decenni che scorrevano via. Talvolta, gli sarebbe davvero piaciuto usufruire di un po’ di magia, quella stessa magia che i personaggi delle sue storie sono soliti incontrare nella quinta dimensione, quella che sorge tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. Serling voleva - almeno per una sola volta - fare ritorno a quell’epoca ormai scomparsa, nella città in cui era cresciuto, fra quelle strade che aveva frequentato da fanciullo e in cui aveva trascorso ore ed ore a giocare con gli amici nei panni del cowboy che imbracciava una pistola o dell’indiano che brandiva arco e freccia.

Ma quando pensava a tutto ciò la sua sfera razionale, il suo pragmatismo, caratteristica di ogni adulto, prendeva il sopravvento facendogli capire che semplicemente non si può viaggiare indietro nel tempo, non si può ritornare bambino, è praticamente impossibile.

Ciò che è stato appartiene al passato e non può essere recuperato. E’ la consapevolezza della maturità: l’avvicendarsi dei tanti inverni muta ogni cosa, arreca affanni e rughe sul viso degli uomini e delle donne, deturpa e cambia l’aspetto dei luoghi distorcendone l’immagine, imbrattandone il ricordo. E così ciò che rammentiamo in un modo, rivedendolo a distanza di tempo, potrà sembrarci profondamente diverso, non più influenzato dalle emozioni e dai sentimenti legati ad una fase del nostro vissuto.

Ma l’essere umano non può in alcun modo darsi alla fuga, evadere da tutto quello che lo avvolge e trovare pace e ristoro in un mondo concepito dalle proprie idee, sia esso situato nel passato o nel proprio immaginario.

Nell’episodio “La giostra” della prima stagione di “Ai confini della realtà” Rod Serling poté trasporre questa sua smania, questa sua recondita speranza: la lenta traversia di un uomo stanco del suo mondo che vorrebbe, inconsciamente, fare un passo indietro, ripiegare verso una primavera che non esiste più. Il personaggio cardine di questa storia è tormentato da un male che non ha un nome, da un malcontento, da un rimpianto. Vorrebbe tornare alla sua infanzia, contemplare quel ciclo della sua crescita con consapevolezza, riammirare quello “spazio” ovattato in cui ha vissuto con gli occhi dell’innocenza e con il cuore colmo di felicità.

La giostra” è un episodio mesto, sentimentale, profondamente toccante. Le prime scene staccano su di una strada polverosa e mostrano un certo Martin Sloan, un uomo di trentasei anni, percorrerla con la sua macchina.

Questi si ferma ad una pompa di benzina per fare il pieno, si asciuga il sudore dalla fronte con un fazzoletto di stoffa, quindi scende dalla vettura. L’uomo sembra nervoso, irrequieto, non riesce a stare fermo. Così, lascia l’auto sul posto e decide di avviarsi a piedi lungo il viottolo. Martin aveva bisogno di attardarsi, di fare una piacevole pausa; quello che ancora non sa, però, è che la sua non sarà una sosta come tutte le altre, sarà, bensì, un’escursione alla volta di una dimensione sconosciuta sita tra la luce e l’oscurità: una zona crepuscolare. 

Martin ed il suo riflesso nello specchio

Quando Martin percorre il sentiero che porta alla sua città natale, la camera si sofferma dinanzi ad uno specchio che riflette l’immagine del personaggio principale dell’episodio, intento a passeggiare verso l’orizzonte o, per meglio dire, verso l’ignoto. La camera non resta immobile ma avanza, procede verso quello specchio, superandone i confini e travalicando la soglia della superficie riflettente.

E’ come se la cinepresa seguisse Martin e inquadrasse il suo incedere apparentemente normale; invero, la camera, tuffandosi dentro quello schermo freddo e immutabile, fa sì che allo spettatore arrivi un messaggio tra l’ambiguo e il misterioso: Martin, con il suo passo leggero, ha appena attraversato lo specchio, ha superato i confini di un regno fatto di ombre evanescenti. Un po’ come fatto da Alice, la protagonista del romanzo di Lewis Carroll, anche Martin ha varcato la soglia di un cancello incantato, marciando verso un mondo che tanto agognava.

Di lì a poco, infatti, Martin si renderà conto di aver viaggiato nel tempo. Egli rivedrà la sua città esattamente come la ricordava, mirerà i bambini giocare tra le aiuole, e scorgerà persino sé stesso in tenera età, tutto preso a incidere le proprie iniziali sull’intonaco di un chioschetto. Martin non riesce a darsi una spiegazione logica, eppure la sua immaginazione è riuscita a concretizzare un miracolo: lo ha condotto dove si auspicava, in un ambiente familiare e rassicurante che per lui significava tutto.

Martin ha così l’occasione di rivedere i suoi genitori, di sentire l’eco dei canti che echeggiano dalla piazza del quartiere, di riassaggiare la stessa coppa di gelato che era solito gustare di buon mattino, di sentire sulla pelle la fresca brezza dell’estate, la medesima che gli rinfrancava il viso e gli sferzava i capelli da ragazzino. Vagando per le vie della sua contea, Martin scorgerà anche la sua adorata giostra: la meravigliosa giostra di cavalli che girava, senza mai fermarsi, ancora e ancora, e su cui ha passato le ore più divertenti della sua gioventù.

Martin era un malinconico, un uomo fiaccato dal duro lavoro. Questa digressione improvvisa del suo peregrinare non fa altro che rammentargli quanto il periodo della giovinezza sia gradevole: le estati passate a starsene rannicchiati dietro i cespugli quando giocava a nascondino con i suoi compagni, lo zucchero filato addentato voracemente costituivano un’autentica felicità che, ineluttabilmente, andrà a perdersi con la crescita e l’età della maturità.

Riassaporando, seppur fugacemente, le gioie della propria infanzia, Martin riuscirà ad accettare ben più volentieri ciò che è inevitabile: la vita di un essere umano non può arrestarsi, non può immobilizzarsi ad un determinato stadio, deve andare avanti. Saranno le reminiscenze, le memorie, le fantasie rivolte agli attimi vissuti ad allietare gli attacchi di malinconia che si ripresenteranno, non di rado, quando il presente denuncerà la sua aridità. Pertanto, Martin, pur malvolentieri, sceglierà di andar via, di abbandonare quei luoghi e il suo stato di fanciullo lieto e spensierato. Monterà sulla giostra, che riprenderà a girare per un’ultima volta, riportandolo al tempo attuale.

Non fu che un intervallo, una tregua nel continuo ramingare di Martin. La giostra con i cavalli era scomparsa e con essa anche tutta l’atmosfera che ivi si respirava. I magnifici destrieri della giostra erano scappati via imbizzarriti, disperdendosi con i loro nitriti oltre il confine che divide il sole ed il suo tramonto.

  • La Zona del Sogno

Eppure quanto sarebbe bello, di tanto in tanto, fare una capatina in una terra lontana, darsela a gambe da questa tediosa realtà? Scappare lontano da essa e cercare conforto laggiù, in un mondo su misura per noi, creato a nostra immagine e somiglianza, secondo il nostro gusto più sfrontato. Nessuno ce l’ha mai fatta per davvero. Beh, quasi nessuno.

Una ragazza ci è riuscita, in una strana circostanza. Proprio così! Ve lo assicuro, parola mia! Croce sul cuore.

Questa damigella non compì un viaggio come quello di Martin; si spinse ancora più oltre. Dopotutto, ella non voleva tornare nel passato. Era ancora una ragazzina, non provava nostalgia ma un senso di intolleranza, di noia, una stanchezza derivata da una realtà piatta, bieca, per nulla stimolante né avvincente. Alice - così si chiamava quella donzella dall’immaginazione sconfinata - non gradiva affatto il luogo in cui viveva. Ne voleva un altro, uno che potesse appagare il suo estro e saziare la sua fame di brio.

Tanto tempo fa quella fanciulla dai lunghi capelli d’oro si allontanò, pian piano, dalla sua terra natia e giunse lì dove nessun altro ebbe mai il coraggio di arrivare. Alice voleva con tutto il cuore vivere in un mondo tutto suo, come piaceva a lei. Un reame dove tutto sarebbe stato assurdo e niente sarebbe stato come sarebbe dovuto essere.

Un soleggiato mattino Alice - che si trovava all’aperto - tuffata nel verde della natura, a pochi passi da un limpido ruscello, si mise a pensare, a fare quello che, nel gergo comune, potremmo tranquillamente definire “sognare ad occhi aperti”.

La ragazza se ne stava sdraiata sopra il ramo di un grande albero, a giocherellare con il suo Oreste, un gatto rossiccio. Alice aveva appena infiocchettato una coroncina, ricavata dai petali dei fiori, e l’aveva posta sul capo del suo piccolo amico felino. L’animaletto pareva così buffo con quell’emblema regale in testa da indurre Alice a scoppiare in una fragorosa risata. Tale riso non passò inosservato.

Alice, ti dispiacerebbe prestare attenzione alla lezione?” – Borbottò una signora ben più matura della nostra protagonista. La donna era seduta sull’erba, giù alle fronde dell’albero, con le spalle poggiate contro il tronco. Teneva in mano un grosso tomo dalla copertina rossa, leggendo ad alta voce le asserzioni che vi erano scritte. Sebbene la signora avesse un timbro squillante e facilmente udibile alla giusta distanza Alice dava l’impressione di non riuscire a sentirla, tutta assorta com’era ad immaginare.

Scusami, sai, ma come si fa ad interessarsi ad un libro in cui non vi è neppure una figura?” – Sussurrò Alice, amareggiata.

Mia cara bambina, ci sono tanti libri interessanti anche senza figure a questo mondo.” – rispose, seccata, la “maestra”.

A questo mondo, forse…” – disse Alice e proseguì – “Ma nel mio mondo, i libri sarebbero fatti solo di figure.” sentenziò, in conclusione. 

Il tuo mondo?!” – chiese, sorpresa, l’educatrice.

E come darle torto, in fondo. Non esiste un altro mondo al di fuori di quello che conosciamo tutti. Eppure, Alice non la pensava allo stesso modo. “Nel mio mondo…” – bisbigliava – “Là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com'è, poiché tutto sarebbe come non'è, e viceversa! Ciò che è non sarebbe e ciò che non'è sarebbe!”.

Già dall’accenno e dalla descrizione di questa prima scena, estratta dal lungometraggio d’animazione della Walt Disney “Alice nel Paese delle Meraviglie”, è possibile cogliere la sfumatura caratteriale della minuta protagonista della storia, una ragazza che sogna costantemente, a qualunque ora del giorno e della notte, e che osserva il “vero”, il “tangibile”, ciò che la circonda con distacco, cogliendone solamente le brutture e mai il lato gradevole.

Alla fredda realtà Alice predilige la fantasia, quella regione che non conosce limiti né confini, che esiste solamente nella sua testa. In quella singola battuta dedicata alle figure, alle illustrazioni dei libri, Alice palesa una sua inclinazione: ella antepone le immagini alle “proposizioni” degli autori, poiché le prime colpiscono il suo sguardo ben più rapidamente di un’articolata frase scritta o di una pur accattivante parola pronunciata a voce alta. Alice adora i disegni stravaganti, i colori sfavillanti, i dipinti densi di pennellate vigorose.

I versi inventati dai poeti e le frasi riportate dagli scrittori la lasciano indifferente e non carpiscono il suo occhio. Alice ama le forme bizzarre, le sembianze eccentriche, i ritratti strambi, gli aspetti inverosimili, soprattutto se recano in sé tonalità scintillanti, se sono tratteggiati con pastelli dalle mille gradazioni cromatiche, tanto da infondere in essi incarnati floridi e vivaci.  

Il regno che sembrerà nascere dalla sua fantasia, nel quale si avventurerà di lì a breve - il Paese delle Meraviglie per l’appunto – soddisfa pienamente questi suoi gusti, queste sue propensioni. Le creature che incontrerà in quell’universo tanto strampalato quanto rilucente saranno bislacche, avranno fisionomie vagamente imbarazzanti, distorte, persino inquietanti, ma saranno tutte accomunate dal medesimo tocco, come se fossero nate dallo stesso cervello, dalla stessa mano, da uno stile riconducibile ad una sola persona: Alice stessa.

Alice è una sorta di pittrice, un’artista che dipinge su di una tela vasta come la volta celeste: questa tela immacolata altro non è che la sua illimitata immaginazione. Di lì a poco, Alice raccoglierà – metaforicamente parlando – la sua tavolozza ed il suo pennello e darà forma e contenuto ad un dipinto vivido ed espressivo dentro il quale potrà rifugiarsi ed espatriare, sciolta da vincoli di ogni genere e da catene forgiate per tenere a bada le sue caviglie mai stanche. I personaggi che incontrerà porteranno tutti il suo tratto distintivo, ed il luogo multicolore che la accoglierà recherà in basso la sua firma, ancora grondante di cromia.

Or dunque, Alice, quel dì, cominciò a navigare con la sua mente. Si allontanò dall’albero e si perse nel prato fiorito.

Tutto d’un tratto, in lontananza, la fanciulla dalla chioma luccicante come un raggio di luna scorge qualcosa di buffo quanto d’improbabile: un coniglio dal manto candido, tutto in ghingheri, che corre all’impazzata. Questo indossa un panciotto, regge l’ombrello con una zampa e porta sul musetto un paio di occhiali tondi. Saltellando su delle pietre emerse dal rigagnolo, il coniglio afferra il suo orologio da taschino, guarda l’ora segnata e, sbigottito, accelera nel suo ballonzolare.

“Poffare poffarissimo! E’ tardi! E’ tardi!” – afferma l’animaletto con fare distinto ma trafelato.

Alice non sa che aggiungere. Perché mai un coniglietto dovrebbe essere in ritardo? E per cosa, poi? Magari, sì, per un ricevimento.

Signor coniglio!” – urla Alice – “Aspetti!” – e fa quanto deve per seguirlo. Guadagnata la sua tana, accade l’impensabile: con suo grande stupore Alice comincia a cadere, piombando giù, sempre più giù, verso un dominio fatto di meraviglie. La caduta a cui va in contro la timida Alice costituisce un primo elemento simbolico, il quale suggerisce l’origine onirica della sua disavventura: cascando, la ragazza vive ciò che tutti avvertono quando, preda di Morfeo, sognano di rotolare via, di ruzzolare giù da un’altura provando uno spavento tale da indurre il risveglio. Ma Alice non si desterà dal suo sogno poiché il suo capitombolo sarà lento, gradevole, leggiadro e non le farà provare alcun senso di vuoto allo stomaco.

Pertanto Alice precipita attraverso una voragine, librandosi dolcemente mediante l’ampia gonna del suo vestito azzurro, che l’aiuta a galleggiare come fosse una nuvola bianca che solca il cielo terso con la stessa intensità di una gondola che scivola sull’acqua.

Adagio, Alice atterra in un terreno mai visitato prima. Puntando i suoi occhietti cerulei e vispi, la fanciulla intravede nuovamente il Bianconiglio che sgattaiola dentro una fessura. Alice tenta, come può, di proseguire il suo inseguimento: allora apre una serie di porte che, man mano, si fanno sempre più piccole sino a rivelare una porticina in legno con un vistoso pomello d’oro, che giaceva celata dietro un drappo rosso.

Al tocco di Alice il pomello si desta, rivelando d’essere parte integrante di un volto buffissimo, incastonato nel legno: infatti quel pomello dorato altro non è che un grosso naso tondo su cui svettano due occhi vividi che sormontano un’ampia bocca, perfettamente in grado di parlare.

Il Signor Serratura si presenta ad Alice: egli è un minuscolo uscio di servizio, che si frappone con l’ingresso del Paese delle Meraviglie. Purtroppo, Alice è troppo alta per valicare l’accesso, così prende in prestito un’ampolla di vetro, posta su di un tavolo di cristallo che nel frattempo si era di colpo materializzato. Quel piccolo recipiente di vetro reca un biglietto con su scritto: “Bevimi!”. Seppur inizialmente restia, Alice beve la pozione che acquista, ad ogni sorso, un sapore diverso ma sempre più gradevole: dapprima l’estratto sa di marmellata, poi di crema, successivamente un retrogusto di ananas e, infine, l’intensità di un pollo arrosto.

Una volta finito di assorbire la strana miscela, Alice si rende conto d’essersi rimpicciolita tanto da poter finalmente varcare la soglia della porta custodita dal Signor Serratura. Tuttavia, Alice ha dimenticato di prendere la chiave, rimasta sola soletta sopra il tavolino. Adesso, la ragazza è costretta a ingurgitare un dolcetto che la fa nuovamente ricrescere. Disperata per essere ritornata grande, Alice inizia a piangere. Le lacrime che sgorgano dai suoi occhi, che percorrono le sue gote e che cadono giù, come grossi chicchi di grandine, inondano la camera, sbattendo contro la porticina del Signor Serratura come onde di un mare in tempesta, le quali s’infrangono rovinosamente sugli scogli di una riva.

Inzuppato a dovere e vittima del fiume in piena generato dal pianto di Alice, il Signor Serratura spalanca la sua bocca. Alice, che nel frattempo aveva bevuto una stilla rimasta della pozione, ridiventa minuscola e si rifugia proprio all’interno della boccetta la quale, cullata dall’acqua, viene “mangiata” dal Signor Serratura.

Al termine del suo quatto navigare, Alice guadagna la terraferma. Qui rivede il Bianconiglio, il quale, seppur indaffarato e in ansia per il suo ritardo, le dà corda, esortandola a raccogliere i suoi guanti. Quello che Alice ancora non sa è che tutto ciò non è che l’inizio di una estenuante peregrinazione che la porterà a vivere un’esperienza incredibile, divertentissima ma, per certi versi, anche spaventosa.

Tra le creature più strane che la ragazza incontrerà vi è senza dubbio lo Stregatto, un felino decisamente in carne, dal pelo viola e nero, con un viso molto largo ed un sorriso sprezzante. Lo Stregatto possiede poteri particolari: ha la facoltà di rendersi invisibile, di librare, e di eliminare alcune parti del proprio corpo, come se la sua pelle fosse fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

Egli incarna l’impossibile, l’assurdo, l’inverosimile che si manifesta nel corpo rubicondo di un gatto sardonico. La leggerezza che mostra lo Stregatto quando giace sospeso tra il suolo e le stelle con il suo ghigno ampio, in cui scopre completamente tutta la sua dentatura, sembra rappresentare la vera spensieratezza, la libertà insita nella “lucida follia”. Lo Stregatto è - come ogni altro essere incontrato da Alice - inconsueto, svitato, ma, differentemente dalle altre creature partorite dall’inventiva della protagonista (nella versione Disney si intende), sembra essere pienamente cosciente della propria “pazzia”, della propria “anormalità”.

Lo Stregatto, con fare intrigante e con un atteggiamento di chi la sa lunga, si esprime con un linguaggio ora preciso ora enigmatico, ironico e pungente. Il suo starsene per aria, sfidando la gravità, il suo scomparire e riapparire, tutte le sue mosse insolite non fanno altro che testimoniare quanto lo Stregatto sia un essere consapevole della propria assurdità; di essa se ne fa beffe, ma non solo, si prende gioco della stessa normalità. Egli volteggia perché non possiede alcun “peso”, è leggero come il soffio della corrente e vive felice e sereno nel suo squilibrio, nella sua stabilità precaria.

In fondo, chi è veramente “pazzo”? E chi è propriamente “normale”? Quali parametri lo stabiliscono? Lo Stregatto sembra chiedersi tutto questo e sembra anche farlo presente a tutti noi, ogni qualvolta rivolge quel suo sorriso irriverente alla giovane Alice. Il vero “matto”, forse, è colui che riesce ad essere pienamente felice, cosa impossibile per l’uomo comune, troppo afflitto dal trantran quotidiano, dall’implacabilità del tempo che non reca altro che afflizioni, dalla crudeltà del reale.

Dopo aver interloquito con lo Stregatto, Alice raggiunge il Bianconiglio il quale si è ricongiunto con alcuni dei suoi amici. Questo ricongiungimento è una mera toccata e fuga. Di fatto, il Bianconiglio non può mai star fermo: come ogni “adulto” che si rispetti egli è schiavo del proprio orologio, dei propri impegni, del proprio lavoro, dei propri obblighi, e non può arrivare in alcun modo in ritardo. Egli, poverino, non ha né il privilegio né la possibilità di fermarsi un istante, di rinfrancarsi, non gli è consentito neppure bere un caffè o concedersi una tazza di thè.

Proprio in quegli attimi, il Cappellaio Matto, il Toperchio ed il Leprotto Bisestile stanno festeggiando: essi sono soliti prendere il thè per celebrare un “buon non compleanno”, una giornata come un’altra in cui non ricorre alcuna nascita né qualsivoglia data importante. Per questa ragione, i personaggi festeggiano il non compleanno di Alice, che si ritrova, suo malgrado, a sorseggiare del buon thè, attorno ad una tavola imbandita con tazze traboccanti di bevande, piatti pregevolmente decorati, prelibatezze varie, dolciumi di ogni foggia e contenuto, ma soprattutto teiere animate, che danzano, emettono soavi melodie e lasciano effluire nell’aere circostante il fumo del liquido caldo contenuto al loro interno.

Contrariamente al Bianconiglio, che saltella da un dovere ad un altro con assoluta dedizione, perennemente oberato dal progredire dei minuti, il Cappellaio Matto ed il Leprotto Bisestile hanno perso la concezione stessa del tempo. La clessidra che scandisce le loro giornate si è arrestata e la sabbia contenuta al suo interno non defluisce più, ristagnando in un unico scompartimento; gli ingranaggi dell’orologio a cucù che orienta le loro mattine e le loro sere si sono guastati: esso non rintocca più, non fa risuonare nessun cinguettio. Questo perché il Cappellaio Matto ed il Leprotto Bisestile ignorano categoricamente il fluire dei secondi, l’avvicendamento dell’alba e del calar del sole.

Per i due personaggi esiste un solo orario: le cinque del pomeriggio. Del resto, è sempre l’ora del thè per il Cappellaio Matto ed il suo fido compagno di zuccherose bevute. Entrambi personificano un distacco ancor più evidente dalla normalità. Essi vivono - avulsi dal resto - nel loro piccolo “borgo” fatto di tavole splendidamente apparecchiate e di festicciole sempiterne. Le giornate, per loro, si succedono con un ritmo sempre uguale, con la medesima cadenza e questo è sufficiente a renderli felici perché essi non patiscono uno dei mali peggiori che angustia l’animo umano: il tedio derivante da un giorno scevro dal divertimento e privo di sorprese.

Lungo il suo tortuoso sentiero Alice farà anche la conoscenza del Brucaliffo, una figura saggia e paziente che le farà da guida. Il Brucaliffo può vantare un pregio molto raro: la pacatezza, la calma, la cosiddetta virtù dei forti, una dote sconosciuta alla maggior parte degli uomini, spesso agitati ed affannati, soggetti alla furia del tempo, all’amarezza dell’invecchiamento e con l’incubo perenne del ritardo (un po’ come accade al Bianconiglio).

Il Brucaliffo è una creatura che trasmette serenità, quiete, flemma, che sembra aver raggiunto, dall’alto della sua maturità, una vasta conoscenza. Alice, ancora una bambina, vorrebbe sapere molto dal Brucaliffo circa il Paese delle Meraviglie ma esso si limita a darle qualche piccolo consiglio che la ragazza dovrà capire da sola: una metafora della crescita, del cavarsela con le proprie forze.

Con la sua parlantina tranquilla e compassata, il Brucaliffo sprona Alice nel proseguire il suo viaggio. Verso la fine del suo lungo percorso, la ragazza finirà per imbattersi anche nella Regina di Cuori, una monarca instabile, soggetta ad attacchi d’ira, e molto incline a decapitare chi le fa il benché minimo torto. Spaventata e oltraggiata dalla pericolosa Regina, Alice cercherà in ogni modo di trarsi in salvo e di venir via dal Paese delle Meraviglie.

Inseguita da molti abitanti del luogo, la fanciulla riuscirà a tornare sui suoi passi e a rincontrare la serratura parlante. Scrutando nelle sue fauci dischiuse, la ragazza noterà sé stessa, addormentata in un sonno profondo. Alice, allora, picchierà con le mani sulla porticina, finché il frastuono non farà risvegliare il suo “doppione”, rimasto a sonnecchiare nel mondo reale.

Alice aprirà gli occhi e si ridesterà lì dove aveva schiacciato il suo pisolino: vicino a quell’albero dove tutto ebbe inizio.

Era soltanto un sogno. Almeno, è questo che l’ultimo atto del lungometraggio della Walt Disney vuol lasciare intendere allo spettatore. D’altronde, l’intera pellicola non è che una sequela di miraggi straordinari, di allucinazioni, di atmosfere psichedeliche, di animazioni singolari, fuori dal comune, esagerate eppure incredibilmente probabili, perfino plausibili nella loro naturale assurdità, tutti elementi che soltanto nel regno dei sogni è possibile scovare e percepire.

Alice nel Paese delle Meraviglie” è un elogio all’irrazionalità, un tributo al paradosso, un’ode alla stramberia, un madrigale fatto di immagini distorte, di melodie stravaganti e di parole inusuali: un’opera filmica che è un omaggio alla fantasia più dirompente.

Andiamo, su, è l’ora del thè.” – Dirà la sorella di Alice. La fanciulla, ancora confusa, raccoglierà il suo gattino Oreste fra le braccia e s’incamminerà verso il ponte che sormonta il fiume d’acqua cristallina. 

Alice ha fatto ritorno alla realtà. Non era altro che un’illusione, una visione onirica cominciata quando la damigella aveva ancora gli occhi schiusi e proseguita quando le sue palpebre erano scese, conducendola verso il buio del sonno e poi verso il colore dei sogni. E se non fosse stato così?

Se il Paese delle Meraviglie esistesse realmente? Chi potrebbe dirlo. Alice aveva bisogno di evadere, di allontanarsi, di scappare, di rincorrere una fantasia che infondesse ad una giornata monotona, dal battito lento e sempre uguale, l’ebrezza di una fantasticheria.

Forse ognuno di noi ha il proprio Paese delle Meraviglie, una regione nascosta in cui potersi recare per scampare alla routine. Ma, come imparato dalla stessa Alice, per quanto bella e coinvolgente possa apparire una fantasia, un ricordo, una memoria, un’immagine, un miraggio, non lasciatevi mai catturare del tutto da essi. E’ bene fare sempre ritorno alla realtà, quanto meno per l’ora del thè.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Un freddo intollerabile, un ambiente angusto, una minaccia sconosciuta ed un crescente clima di terrore: quattro elementi che vanno a comporre quattro storie appositamente selezionate per questo articolo. Proprio così, quattro storie, quattro racconti in grado di scuotere le emozioni del lettore o, nella fattispecie, dello spettatore. Di che tipo di storie sto parlando, vi starete senz’altro chiedendo.

Beh… di vicende a carattere fantascientifico trasmesse sul grande e piccolo schermo. No, di certo in questi aneddoti che andrò ad illustrare tra poco non si parlerà di omini verdi, non si farà più di un comune accenno a strane astronavi né tanto meno saranno avventure destinate a consumarsi nello spazio siderale.

Queste storie hanno avuto luogo sulla Terra, sì, proprio sul nostro pianeta, e gli alieni che ne fanno parte hanno assunto, di volta in volta, i contorni della paura, la paura più recondita e spietata: quella che proviene dal buio, dalla nebbia, da ciò che non può essere visto concretamente, osservato, individuato in maniera tangibile.

Cos’è che fa davvero paura? Ve lo siete mai chiesto?

Cos’è che incute maggiormente timore nel cuore di un essere umano? Le risposte sono tante e sempre differenti. Ognuno di noi ha paura di qualcosa di specifico, e non è assolutamente detto che ciò che intimorisce me possa, al contempo, intimorire qualcun altro. Per quanto concerne l’argomento di questo mio testo, la risposta alla prima domanda - ovvero cos’è che fa davvero paura? - può essere una soltanto: il mistero, l’incapacità di comprendere, di sapere con certezza cosa è vero e cosa non lo è, chi è realmente colui o colei che abbiamo difronte.

Cominciamo con il primo di questi quattro racconti, ambientato, come i successivi, in un giorno di fine inverno.

  • The Twilight Zone: chi è il marziano?

La neve scendeva giù copiosa. Un manto bianco rivestiva completamente le strade di una minuscola comunità di periferia. Era una gelida notte di febbraio. Imbacuccati dentro spesse giacche di pelle, due poliziotti perlustravano, incerti, i boschi. La fioca luce delle loro torce illuminava debolmente la via.

Il vento alitava sui viandanti con il suo frigido soffio. I rami degli alberi, scossi dalla gelida brezza, si scontravano gli uni con gli altri, generando un’eco stridente. I due agenti si guardavano intorno, alquanto allarmati, cercando qualcosa. I loro sguardi apparivano vigili, eppure dai volti traspariva la sensazione che entrambi non sapessero bene cosa stessero cercando. D’un tratto fiutarono una pista. Puntarono con mano tremante le loro torce verso il suolo e le videro distintamente: erano alcune orme grosse e profonde, rimaste impresse nella candida coltre. Decisero prontamente di seguirle. Queste li condussero fino all’ingresso di un piccolo esercizio commerciale, una caffetteria. Quello che stavano cercando doveva trovarsi, per forza di cose, al suo interno.

La porta del locale venne aperta. Il nevischio varcò la soglia insieme ai due agenti, che si affrettarono a serrare l’ingresso, facendo sì che il respiro del vento sostasse alle loro spalle. Lì, nella sala d’ingresso, un esiguo numero di avventori stava rifocillandosi. C’era chi sorseggiava una tazza di caffè bollente e chi mandava giù un sorso di thè caldo. Gli agenti, visibilmente confusi e tentennanti, presero la parola.

Abbiamo ricevuto una telefonata” – Disse uno dei due. “Una donna ha visto un oggetto volante non identificato schiantarsi qui, a pochi metri, nella foresta.

Un fascio di luce irradiò l’oscurità, un tonfo scosse il silenzio del verde. Qualcosa era atterrato violentemente nella boscaglia, ben più di qualche istante prima degli eventi fin qui narrati. Or dunque qualcosa di enorme, fatto d’argento scintillante, era piombato giù dalla volta celeste. Le impronte che i poliziotti avevano trovato erano fresche, poiché la neve che veniva giù a fiocchi non era ancora riuscita a coprirle, e presumibilmente provenivano dai ruderi del “relitto volante” abbandonato. Chiunque fosse uscito dall’astronave si era nascosto in quel caffè, mimetizzandosi tra i terrestri ignari.

Cosa vogliono dirci questi piedipiatti?” – Borbottò un tipo tarchiato e scorbutico. “Che c’è un marziano tra noi?” – Scoppiò a ridere, in seguito.

Era assurdo anche solo pensarci. E se invece quell’affermazione corrispondesse alla realtà dei fatti?

Beh, ma chi poteva essere? Un marziano doveva avere un aspetto… da marziano, ecco. Eppure, tra loro, non vi era nessuno che possedesse la parvenza… di un alieno. E se il marziano rassomigliasse in tutto e per tutto ad un essere umano? Sì, ad un terrestre per così dire. O, in alternativa, se avesse la capacità di camuffare le proprie sembianze per sembrare uno di noi?

Cominciarono a chiederselo in molti, quella notte, trinceratisi in quel bar per il troppo freddo. C’era un estraneo lì con loro, un “migrante” giunto da un pianeta inesplorato. Nessuno sapeva chi fosse, né quali intenzioni avesse.

“Cosa celano i lineamenti di quel viso?” – Si chiese uno dei presenti.

Mi sembrano del tutto normali. Voglio dire, è una faccia comune, non ha nulla di strano. Due occhi, un naso, due orecchie ed una bocca. E’ tutto al suo posto. O forse no?” La mente di questo improvvisato indagatore frullava come mai aveva fatto prima. Decine e decine di domande affollavano il suo cervello, mentre scrutava uno per uno i soggetti che aveva dinanzi.

Allo stesso modo, facevano questi ultimi. Tutti si guardavano, si osservavano con attenzione cercando di scovare, nell’altro, qualcosa che non andasse.

“Perché quel tizio ha lo sguardo così schivo? Ha l’aria furtiva. Nasconde qualcosa!” – Rimuginò uno fra i tanti.

“E’ tutto così assurdo, non può essere vero che qui, fra noi, ci sia un… Extraterrestre”. Disse tra sé l’ennesimo osservatore.  

La paranoia ed un senso soffocante di nervosismo parve impossessarsi dei presenti. Tutti sospettavano di tutti. Nessuno era esente dalle insinuazioni del prossimo.

Il penultimo episodio della seconda stagione di “Ai confini della realtà”, celebre serie di fantascienza ideata dal grande maestro Rod Serling, si intitola “Chi è il vero marziano?” e comincia, più o meno, come descritto appena qualche rigo su. Come già accennato, la storia ha inizio con la segnalazione di una donna spaventata che dice di aver visto cadere un velivolo dalla forma inconsueta, probabilmente simile a quella di un disco volante. I due tutori della legge che compaiono sin dal primissimo frame fanno un sopralluogo ma non trovano nulla di particolarmente illuminante, se non delle impronte che conducono ad un locale dove si servono delle calde bevande.

Introducendo, come da consuetudine, l’episodio Rod Serling terrà subito a dire quanto segue: “Beh, sapete quant'è difficile trovare un ago in un pagliaio! State con noi e farete parte di una squadra investigativa la cui missione non è quella di trovare quel proverbiale ago! Il loro compito è ben più difficile! Devono trovare un marziano all'interno di un caffè. E tra poco condurrete l'indagine con loro, perché siete appena giunti ai confini della realtà”.

Quello che Rod Serling presenta è a tutti gli effetti un episodio investigativo. Un giallo, potremmo dire, unico nel suo genere. Il sospettato da ricercare non è un delinquente o un semplice furfante né un ladruncolo da strapazzo o un pericoloso omicida, è, bensì, un essere indefinito, che potrebbe essere uno qualunque dei personaggi mostrati sulla scena, le cui motivazioni non vengono svelate sino alla fine.

La situazione è tanto surreale quanto inquietante: immaginate di trovarvi lì, fra quei tavoli a sorseggiare una cioccolata fatta preparare appositamente per scaldare il vostro corpo infreddolito. E’ una sera come tante altre, tranquilla apparentemente, eppure tutto sembra cambiare non appena i due poliziotti irrompono con le loro divise scure e i loro distintivi dorati, mettendo tutti in allarme. Un’entità biologica sconosciuta è fuoriuscita da un mezzo proveniente dallo spazio sconfinato e si è mimetizzata come un camaleonte tra noi, assumendo i colori tipici della nostra carnagione e i connotati classici delle nostre fattezze umane.

Seguitate a fantasticare di trovarvi lì: sapete che uno dei vari “commensali” può essere un visitatore giunto dal remoto. Come agireste? Cosa provereste? Quasi certamente non sapreste che fare, come comportarvi. Potrebbe essere proprio lì, a pochi passi da voi, che attende il momento opportuno per rivelarsi, magari per mostrarsi ostile nei vostri riguardi. Perché è sceso sulla Terra? Cosa vorrà da voi?

Le domande si susseguirebbero senza un freno. E’ ciò che accade ai vari personaggi dell’episodio: dallo scetticismo iniziale si passa al sospetto, all’esitazione, fino a sconfinare nel terrore, nella diffidenza. Nessuno sa di chi fidarsi, nessuno vuol credere ciecamente alla parola data dal proprio interlocutore. Tra quei tavoli vi è un alieno che è approdato in quel luogo per fare da apripista ai suoi simili: per colonizzare la Terra.

La confusione provata dai protagonisti, il senso di disagio, lo sgomento che si impadronisce di tutti i presenti portandoli a scatti d’ira, ad atteggiamenti rabbiosi testimoniano come l’uomo, se calato in condizioni ostili e se sottoposto a un senso costante di panico, possa perdere la ragione.

Il tutto si svolge in un ambiente chiuso, ristretto, in cui i personaggi possono interagire in maniera molto ravvicinata, ed è proprio questa mancanza di spazio sufficiente, condizionato dal clima avverso che obbliga i protagonisti a stare rinchiusi fra quelle quattro mura, ad aumentare il loro livello di stress.

Serling gioca sulle più classiche paure che adombrano lo spirito umano, quelle legate all’incapacità dell’uomo stesso di ergersi a padrone della verità oggettiva. Non basta guardare un volto per conoscere la personalità che si cela dietro quei tratti. Al di là di uno sguardo, di una parola, di un modo di porsi, oltre un gesto vi è un mondo da scoprire, un’anima da sondare. Dinanzi ad un volto può esserci una maschera sapientemente intessuta tra i filamenti di un’epidermide. In un clima paranoico come quello raccontato fino ad ora, un uomo qualunque può giungere a dubitare di un conoscente, persino di un amico di vecchia data poiché esso, in quella tarda notte, non potrebbe essere altro che la manifestazione illusoria di un alieno.

Il finale dell’episodio è straordinario, e vanta uno dei colpi di scena più memorabili dell’intera serie. In quel caffè non vi era un solo alieno bensì due, appartenenti a due razze del tutto diverse: un marziano dotato di tre braccia ed un venusiano dotato di tre occhi. Oltre a sovvertire la prospettiva degli spettatori, Serling sovverte la prospettiva dello stesso alieno bramato per tutta la durata dell’opera, il vero marziano, il quale resta, infine, basito nello scoprire che un altro extraterrestre si trovi laggiù, insieme a lui, pronto a sua volta a fronteggiarlo.

  • Chi è la Cosa?

Nel 1951 uscì nelle sale cinematografiche di tutto il mondo “La cosa da un altro mondo”, un film di fantascienza che racconta la storia di un gruppo di ricercatori impegnati, al Polo Nord, nel difficoltoso recupero di un extraterrestre, rimasto ibernato all’interno di un blocco di ghiaccio. A causa di una fatale distrazione, il blocco rimane esposto al caldo e si scioglie: l’entità riprende vita e comincia a dare la caccia agli uomini per annientarli. Nella pellicola del 1951, l’alieno possiede dei connotati definiti: è un umanoide, imponente e nerboruto, molto somigliante alla Creatura del “Frankenstein” degli anni ’30. Il lungometraggio, un classico della fantascienza degli anni Cinquanta, si discosta dal romanzo originale proprio perché l’alieno vanta una silhouette nitida e intimidatoria mentre nell’opera letteraria esso non ha una vera fisionomia, avendo la capacità di mutare continuamente la propria figura. Pur tradendo, in parte, lo spirito della sua controparte cartacea, “La cosa da un altro mondo” è una pellicola dotata di un fascino coinvolgente, rimasto tutt’oggi inalterato dal tempo. Gli umani si uniscono senza riserbo e, collaborando, riescono a tenere testa ad un essere superiore, apparentemente invulnerabile, alimentato soltanto dal desiderio di vivere e di nutrirsi. “La cosa da un altro mondo” esalta, quindi, la forza degli uomini e delle donne, lo spirito di fratellanza che può nascere in loro in condizioni sfavorevoli, e il valore della condivisione nel fronteggiare un nemico comune a tutta la stirpe dominatrice della Terra.

Ben diverso e ancor più complesso è il tema dominante de “La Cosa” del 1982, remake del lungometraggio approdato al cinema allo scoccare della seconda metà del Novecento.

Kurt Russell in una scena de "La Cosa"

Ne “La Cosa” di John Carpenter, l’alieno è, di fatto, una “cosa”, un essere indecifrabile, informe, che assume il volto delle sue vittime. Una volta eliminate le prede, l’alieno sembra “impadronirsi” dei loro corpi, mascherandosi perfettamente tra gli uomini, inconsapevoli, che cercano di stanarlo.

Or dunque, l’extraterrestre potrebbe essere, di volta in volta, chiunque. Come nell’episodio di “Ai confini della realtà”, anche ne “La Cosa” i personaggi della storia si muovono in un edificio dalle dimensioni ridotte, mentre fuori un freddo artico incombe e devasta tutto con il suo “tocco”. In un ambiente tanto ostile, gli uomini devono sopravvivere cercando di combattere un essere privo di aspetto e, pertanto, impossibile da catalogare, da vedere e da riconoscere. Tra i vari membri della spedizione la paranoia si sparge come un virus febbrile, i cui sintomi si acuiscono col passare delle ore. I legami di amicizia, di lealtà, di reciproco rispetto vengono meno dinanzi alle paure, ai sospetti, alle ansie dettate dal fatto che dietro il volto di un compagno si possa nascondere l’alieno pronto ad attaccare.

Sotto quel freddo, in quel luogo dimenticato, l’uomo, che si trova a combattere contro un nemico caduto dalle stelle, perde progressivamente la propria morale, il proprio senso di appartenenza ad una società evoluta, tornando ad uno stato barbaro, spronato solamente dal desiderio di sopravvivere e di sconfiggere un avversario invisibile. Anche in questo caso, la paranoia domina i sentimenti dei personaggi, spingendoli a smarrire ogni barlume di ragionevolezza e ogni anelito di etica.

Una scena dell'episodio "Ice": Mulder si accerta che Scully non sia entrata in contatto con il parassita
  • The X- Files: chi è l’infetto?

Ice”, l’ottavo episodio della prima stagione della serie cult “X-Files”, rimarca molte delle tematiche fin qui trattate. Tutto ha inizio nel freddo più opprimente, fra gli oscuri cunicoli di una base artica. Una sagoma imprecisata avanza nel buio, camminando a tentoni e reggendosi a fatica. Costui, un uomo in evidente stato confusionale, si rivolge ad una telecamera, registrando un breve ed inquietante messaggio: “Noi non siamo chi siamo”. Qualche minuto dopo, l’uomo viene aggredito e la registrazione si interrompe.

Prima che la sigla faccia risuonare le sue ormai iconiche note, gli spettatori hanno la possibilità di conoscere il destino dell’uomo, un personaggio secondario dell’episodio. Costui ha una violenta colluttazione con un altro essere umano: entrambi impugnano la loro pistola, puntandola l’un contro l’altro. D’un tratto però, i due sembrano desistere dai loro cruenti propositi. Sorridendo amaramente, uno dei due si punta la pistola alla tempia. L’altro fa lo stesso. La scena si interrompe e la cinepresa del regista preferisce inquadrare l’esterno della costruzione. In lontananza si odono due colpi: i personaggi hanno scelto di togliersi la vita.

Nel proseguo dell’episodio scopriamo che l’uomo della registrazione, colui che ripeteva ossessivamente la frase “Noi non siamo chi siamo”, era uno scienziato, un membro di un’equipe facente parte della spedizione “Arctic Ice Core Project”, la cui missione era quella di trivellare le profondità del ghiaccio artico per studi geoclimatici. Dopo alcune settimane di ricerca, per giorni, non si ebbero più notizie dei componenti della spedizione.

Il nastro della registrazione viene successivamente recapitato all’agente Fox Mulder che, incuriosito dal mistero che avvolge la spedizione scientifica, decide di partire, insieme alla collega Dana Scully, alla volta della base artica. I due agenti dell’FBI entrano a far parte di una spedizione assieme al geologo Denny Murphy, al medico Lawrence Hodge, alla tossicologa Nancy Da Silva e al pilota Bear, che ha il compito di condurli fino al luogo prestabilito e di riportarli successivamente indietro. Quando il gruppo giunge a destinazione, vengono rinvenuti i cadaveri di tutti gli scienziati della missione, assassinatisi a vicenda.

Fuori, il vento soffia sempre più insistentemente e una tormenta incombe. Col passare delle ore, Mulder e Scully scoprono la verità: dagli esami del ghiaccio che era stato estratto durante la trivellazione delle settimane precedenti, gli agenti rinvengono una forma di vita sconosciuta, simile ad una sorta di verme ondulante. Questa creatura ha la capacità di insinuarsi all’interno di un corpo, fino ad assoggettarlo. Mulder ricollega le peculiarità del verme, vale a dire la sua capacità di resistere a temperature bassissime e in un ambiente ricco di ammoniaca, ad alcune teorie relative alla vita extraterrestre. Il verme, quindi, pare essere a tutti gli effetti una creatura aliena, un “parassita” che si intrufola nel cervello di un ospite per impossessarsene. Tuttavia, il parassita ha un comportamento anomalo: induce il soggetto ad attacchi di isteria e di violenza incontrollata. Scully comprende, così, che il verme agisce come un agente patogeno, infettando i soggetti sino a mettere in pericolo la sua stessa esistenza.

Tra i membri dell’equipaggio inizia ad aleggiare la paura. Bear viene contagiato, spirando poco dopo. A sua volta, un elemento dell’equipe, che non viene mostrato allo spettatore, entra in contatto con il verme e, nella notte, un altro viene trovato privo di vita, assassinato.

Il quarto episodio dell'undicesima stagione di "X-Files" cita platealmente il classico "Chi è il vero marziano?" di "Ai confini della realtà". In questa specifica scena Mulder, grande appassionato della serie televisiva concepita da Rod Serling, fruga tra le sue vecchie videocassette per ritrovare la puntata "misteriosamente scomparsa".

Chi è l’infettato? Chi è stato colpito dal “virus”? Chi ha contratto questa assurda “malattia”, i cui sintomi portano alla perdita di ogni freno inibitore? Il verme potrebbe essere penetrato in chiunque di loro e ciò porta i personaggi a vivere in uno stato di allerta e di terrore perenne.

Impossibilitati a fuggire a causa della bufera, intrappolati in un luogo angusto e inospitale, Mulder e Scully si trovano, così, costretti a investigare in quel contesto atipico, prigionieri di una pseudo realtà ai confini del mondo, dove la civiltà retta dalla ragione e dal buon senso sembra essere lontana e non più raggiungibile.

Esattamente come avviene ne “La Cosa”, nell’episodio “Ice” i personaggi vivono una situazione estrema, in un angolo dimenticato da Dio, dove “l’umanità” viene sacrificata sull’altare dell’istinto animale. Differentemente dall’alieno de “La Cosa”, la creatura extraterrestre dell’episodio di “X-Files” vanta una forma ben precisa. Eppure la sua natura minuscola e strisciante gli permette di costituire una minaccia, dal momento che può introdursi sotto la pelle di un essere vivente senza che esso se ne accorga e indurlo a genuflettersi al suo volere. Il verme non assume l’aspetto delle sue vittime, diventa le sue stesse vittime, costringendole a uccidere e a morire: comportamento assolutamente anomalo per un’entità che agisce da parassita.

Mulder e Scully riusciranno a sopravvivere, a estirpare il male e a fuggire dal freddo artico, ma in loro, la paura continuerà a persistere: nascosto fra quei ghiacci sconosciuti, sotto lo spessore di quelle calotte vecchie di migliaia di anni chissà quale altra minaccia potrebbe nascondersi.

Mulder vorrebbe proseguire le ricerche, mosso dal suo proverbiale desiderio di scoprire la verità. Scully, al contrario, pur essendo una scienziata, non vuole andare oltre. La donna, inorridita, opta per dimenticare, per lasciare che l’orrore rinvenuto in quel freddo continui a restare sepolto laggiù, sperando che non venga mai più riportato alla luce.

Mulder non può che osservare le distese nevose con un’espressione afflitta, cosciente che l’uomo sarà sempre destinato a non poter mai realmente raggiungere gli abissi del vero e che potrà a stento scalfirne soltanto la superficie.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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(Attenzione, l’articolo è un libero riadattamento e contiene SPOILER sull’episodio della terza stagione della serie televisiva “Ai confini della realtà”)

Venne giù dal cielo, e toccò il suolo inerme. Qualcuno doveva averlo scagliato dall’alto, gettato a capofitto verso un baratro senza via di fuga. Quando irruppe sul terreno, si svegliarono tutti coloro che giacevano laggiù.

Ne è arrivato un altro!” – disse una donna, il cui volto permaneva nell’ombra. 

Un altro a cui è toccato lo stesso destino…” – ribatté una silhouette misteriosa. Poi costoro si allontanarono. Attesero per qualche minuto, parlottando a bassa voce.

Lentamente, l’uomo che era giunto dal mondo esterno si destò dal sonno. Da principio, mantenne gli occhi chiusi. Non rivelò mai il perché ma preferì starsene buono, in disparte, ad ascoltare. Era confuso, disorientato, con la mente avvolta dalla nebbia. Non vedeva nulla, se non il buio del suo sguardo serrato. D’un tratto, udì il sommesso chiacchiericcio che proveniva da lì accanto.

Aprì gli occhi, forza!” – pensò tra sé. Ma non fece nulla. “Che stai aspettando!? Guarda ciò che si pone dinanzi a te. Le persone che stanno dibattendo tra loro. Chi è che parla? Non sei curioso di scoprirlo?”.

Voleva dare un’occhiata, voleva farlo con tutte le sue forze ma nuovamente le palpebre non vollero muoversi.

Insomma, di cosa hai paura? Non vuoi sapere cosa ti attende, caro Maggiore?” – si ripeté, pensieroso.

Già… Maggiore. Era questa la sua identità. Costui era un alto ufficiale dell’esercito. Un uomo distinto, con un bel paio di baffi ad abbellirgli il viso. Le medaglie che adornavano la sua divisa brillavano di una luce argentea come stelle luminose in un cielo notturno.

Lo avete visto? E’ un soldato! E porta un abito particolare come tutti noi!” – Affermò, con aria tremante, una voce maschile. Gli esseri che, almeno inizialmente, lo avevano circondato seguitavano a parlare di lui, di quel “milite” che era sceso dal bianco delle nuvole mentre loro dormivano.

Finalmente, l’ufficiale liberò lo sguardo e osservò la scena che gli si dipanava dinanzi. Vide un muro ergersi imponente, ai cui piedi vi erano quattro macchie sbiadite che, pian piano, prendevano forma e consistenza. Egli giaceva seduto su di una superficie fredda al tatto, con la schiena poggiata contro una parete liscia. Si mise sugli attenti e studiò meglio il perimetro.

Al suo cospetto si stagliavano quattro figure, una diversa dall’altra: vi era un pagliaccio, un suonatore di cornamusa, un tizio dagli abiti consunti e sudici che aveva tutta l’aria d’essere un barbone, e una ballerina dal candido costume. Sbigottito, il Maggiore non riuscì a spiccicare parola e continuò a osservarli, a sondarli con lo sguardo nella speranza di scovare, sui lineamenti dei loro volti o sulle pieghe dei loro costumi, una risposta a quella assurda visione. I quattro attesero lì impalati, e si lasciarono esaminare. Lo sguardo prolungato del Maggiore non parve turbarli.

Il clown aveva un volto inzuppato nel cerone bianco, e teneva in mano un buffo ombrellino, fin troppo piccolo per coprirlo dalla pioggia. Attorno al collo, portava un collare a fisarmonica e sul suo capo svettava un bislacco cappello a forma di fiore di un giallo intenso. Da lontano, sembrava ridere perpetuamente ma non era che un’illusione. A sorridere, erano solamente le sue labbra dipinte. La sua vera bocca se ne stava calante, esprimendo un malessere interiore.

Il suonatore di cornamusa indossava il gonnellino tipico scozzese e un paio di sandali scuri che facevano pandan con la parte superiore della sua veste. Il barbone portava una giacca sdrucita, una camicia scura e rattoppata alla meglio, guanti visibilmente lacerati. La sua sagoma ricordava quella degli spaventapasseri che s’innalzano nei campi di grano con le braccia tese e le sopracciglia aggrottate per intimidire eventuali volatili di passaggio.

Infine, il Maggiore guardò la fanciulla. Era bella, aggraziata nella sua posa. Si era soffermata sulle punte dei piedi, con le braccia indirizzate verso il basso, leggermente curvate, come a voler rappresentare le ali semichiuse di un cigno. Teneva i capelli raccolti e fermati da un cerchietto color dell’oro, con su uno stemma a mo’ di petalo.

Il Maggiore fece per avvicinarsi.

Ben svegliato, finalmente.” – disse il clown, con ghigno beffardo.

Chi siete?” – domandò il Maggiore.

Bella domanda! Chi siamo? Non è facile dare una risposta. Tu chi sei?” – affermò il pagliaccio con fare quasi autoritario.

Io… Non lo so”.

E diceva il vero: non lo sapeva affatto.  Egli era conscio di essere un Maggiore perché la sua vistosa divisa da veterano non lasciava supporre nient’altro, ma per il resto non aveva la benché minima idea di chi fosse, da dove venisse, né quale fosse il suo vero nome.

Così valeva per gli altri. Il clown era tale per il trucco che si ritrovava impresso sulla faccia, il suonatore per lo strumento che recava con sé, il barbone per il suo aspetto malconcio, la ballerina per il suo passo leggiadro e il suo tutù: ognuno conosceva l’altro sulla base di ciò che riusciva a vedere, e nessuno di loro sapeva nulla di più. I cinque si erano incontrati in quel luogo per puro caso. Non avevano ricordi, non avevano un trascorso. Erano anime isolate, oggetti senza conoscenza del passato e senza un’idea del futuro, una lunga serie di punti interrogativi.

Dove ci troviamo?” – chiese il Maggiore.

E chi lo sa?” – replicò il suonatore.

Erano intrappolati in una stanza ovale, priva di porte. Come c’erano finiti?

In quell’ampia camera mancava il soffitto, ed i cinque, alzando il capo, riuscivano a vedere la volta celeste. La neve fioccava copiosa, penetrando dalla grande fessura e riempiendo il pavimento della loro angusta dimora.

Di colpo, i cinque udirono un frastuono indescrivibile che terrorizzò il Maggiore. Lo spazio si mosse, come se un terremoto avesse percosso il terreno. La ballerina, dolce e premurosa, raggiunse il Maggiore e provò a tranquillizzarlo. Era da troppo tempo in quel posto e quindi abituata oramai al trambusto assordante che, di tanto in tanto, si udiva provenire dal di fuori, in lontananza.

Non preoccuparti, è soltanto la campana.” – sussurrò la ballerina all’ufficiale.

Una campana?” – domandò, spiazzato, il Maggiore.

Sì, rintocca di frequente.” – incalzò la danzatrice.

Come può una campana generare un tale contraccolpo?” – si domandò l’ufficiale. Ma nessuno seppe dire alcunché.

“Per chi suona la campana?”, si sarebbe chiesto Ernest Hemingway. Loro non lo sapevano, né potevano immaginarlo. Sentivano soltanto il suo “ticchettio”, quel rimbombo ritmato. “Din Don” udivano d’improvviso e attorno a loro la terra tremava. Il rumore era così forte da scuoterli come fuscelli in balia del vento. “Din Don” ancora, poi tutto taceva.

 “Cosa c’è fuori?” – disse il Maggiore.

Non lo sappiamo, nessuno di noi sa!” – confidò, rassegnato, il timido barbone.

Com’è possibile che nessuno di noi rammenti nulla? Da dove siamo venuti? Come siamo finiti quaggiù?”.

Ognuno di voi è giunto durante la notte. Precipitando dall’alto.” – confessò il clown, che era il primo ad essere arrivato in quel luogo tanto brutto. “Siamo arrivati tutti nello stesso modo. E nessuno di noi sa il perché”.

Passarono i minuti, e parvero anni. I cinque erano stati dimenticati, erano spaventati, soli, abbandonati. Se ne stavano sdraiati al suolo, ognuno avvolto nel proprio costume. Non possedevano memorie, esperienze, non avevano amori, affetti su cui poter contare, richiami che potessero scaldare il cuore, dar loro un qualche conforto. I fiocchi di neve continuavano a venire giù, grossi come un centesimo.

Dobbiamo scappare da qui! Dobbiamo fuggire!” – disse il Maggiore. Ma come avrebbero potuto fare?

L’uscita era troppo distante. Il varco si trovava lassù e non poteva essere raggiunto. Tuttavia, il Maggiore non si diede per vinto ed escogitò una trovata. Tutti insieme decisero di formare una sorta di scala umana, l’uno poggiato sulle spalle dell’altro nel disperato tentativo di guadagnare la sommità. La ballerina salì per ultima, arrivando quasi in prossimità della vetta. Le mancava solo un balzo ma ecco che la campana rintoccò di nuovo, generando un’onda d’urto che fece crollare quella specie di castello eretto dalle cinque figure.

La danzatrice cadde rovinosamente a terra e avvertì un forte dolore alla caviglia. Subito il Maggiore le fu accanto. Le accarezzò i capelli, la strinse a sé. Non erano riusciti nell’impresa, ma di sicuro non si sarebbero arresi.

Ripresero a scalare quel “monte”. La neve fioccava sempre più, freddando le loro spalle provate. Il Maggiore, sospinto dal pagliaccio, saltò su e afferrò l’apice della costruzione. Si affacciò oltre il bordo, ma prima che riuscisse a mettere a fuoco l’orizzonte la campana risuonò ancora e poi ancora. Cadde giù, al di là del vuoto, verso la libertà.

Il Maggiore toccò la coltre di neve, nonché il manto della strada. Rimase lì, apparentemente privo di forze. Ben presto, venne raccolto da una donna che lo ripulì dalla nivea pioggia che, nel frattempo, gli si era depositata addosso.

E tu come hai fatto a uscire?” – disse, sorridente, la signora, che reggeva in mano una campanella argentata, e di tanto in tanto l’agitava per attirare i bambini.

Sarai caduto durante il trasporto.” – sospirò. L’epidermide del Maggiore era scomparsa, sostituita dal colore del legno; sul volto due occhi azzurri tratteggiati con una matita e sopra la bocca i baffi disegnati con un pastello nero. 

La donna lo guardò con tenerezza. “Aspetta, ti rimetto insieme agli altri”. E così fece: lo poggiò lì da dove era venuto, in quella prigione che altro non era se non un contenitore, una scatola di latta in cui erano stati riposti alcuni pupazzi di pezza e gesso, modellati secondo un'immagine ridotta delle sembianze umane.

Il Maggiore giacque di sasso e non si mosse più. Accanto a lui, la ballerina aveva assunto l’aspetto della porcellana ed era liscia come una graziosa bambolina. Dai suoi occhi, scese una lacrima.

Non erano altro che balocchi, racchiusi in un corpo dipinto a mano e inanimato. Eppure, in loro albergava un’anima pulsante; una fiamma accesa, che ardeva con un tale vigore da aver risvegliato una coscienza.

Non vantavano un passato, non avevano un vissuto. Ciononostante, si muovevano e parlavano come gli esseri umani che li avevano fabbricati. Erano soltanto cinque personaggi in cerca di una verità, di un “autore” che potesse dare una meta alla loro ricerca, un significato alla loro tragedia. Non erano poi così diversi dai loro creatori, gli esseri umani che vivono sperando di conoscere, un giorno, lo scopo della loro esistenza.

I giocattoli, a differenza dell’uomo, nascono con uno scopo ben preciso: essi vengono costruiti per il diletto, il passatempo, lo svago. Sono strumenti realizzati ad hoc per infondere spensieratezza nell’animo dei piccini.

"Woody e Buz" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sull'ultimo capitolo di "Toy Story" cliccando qui.

Se in essi possa svilupparsi una qualche forma di vita non ci è dato saperlo. Noi adulti siamo ciechi dinanzi ai loro movimenti rapidi, quasi impercettibili. Siamo sordi davanti alle loro voci fioche. Eppure, se i giocattoli potessero parlare, se potessero camminare, se fossero realmente dotati d'intelletto e di sentimenti avrebbero tanto da raccontare. Essi sono oggetti speciali, portatori di gioia, depositari di una felicità incontaminata che deriva dalla fanciullezza e dalla letizia che sono in grado di ridestare in ognuno di noi.

I protagonisti di questo racconto erano solamente cinque personaggi in cerca di un’uscita, in cerca di una realtà che andasse oltre quell’esiguo microcosmo, alla ricerca di un legame, di un affetto, di un amore.

"Il soldatino e la ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sulla fiaba di Hans Christian Andersen cliccando qui.

I giocattoli anelano all’amore molto più di quanto possiamo immaginare noi, miopi, esseri umani. Fu Hans Christian Andersen a rivelarlo per primo, quando raccontò la storia d’amore tra un soldatino di stagno ed una ballerina di carta. I due protagonisti della fiaba anderseniana si abbracciarono tra le fiamme di una fornace e lì rimasero legati per sempre.

In egual modo, il Maggiore e la ballerina della storia fin qui rievocata restarono vicini, l’uno accanto all’altra. Si tennero per mano, mentre il buio calava in ogni dove, la neve veniva giù abbondante e la campana seguitava a far echeggiare la sua melodia. Fissarono entrambi il vuoto, e non vollero dirsi addio, come accadde ad uno sceriffo e ad una pastorella di un'altra storia dedicata ai balocchi.

Ma i due non sarebbero rimasti soli ancora a lungo. Il sentimento dell'amore li avrebbe tratti in salvo. Forse, l’avrebbero trovato quella notte stessa. Era la vigilia di Natale, infatti, e la donna che suonava la campanella, la proprietaria di quei trastulli, era prossima a regalare ai bambini che sarebbero accorsi da lei quei piccoli pupazzi di pezza che aspettavano laggiù, intrappolati in quella scatola, terrorizzati al pensiero di non sapere cosa fossero realmente né se esistesse un avvenire per ognuno di essi.

La storia fin qui raccontata è una fiaba anomala, quasi sinistra, lievemente angosciante, un’indagine esistenziale compiuta da cinque soggetti che procedono sull’orlo di un abisso e che desiderano conoscere la loro origine, rinvenire un senso alla loro nascita.

Al volgere del Natale, il Maggiore, la ballerina, il barbone, il suonatore di cornamusa ed il pagliaccio avrebbero scoperto il loro fine, avrebbero conosciuto una rara forma di amore. Tra le braccia dei bambini, i giocattoli non possono che trovare l'amore, quello puro, innocente, alimentato dall’avventura, dal sogno e dalla fantasia.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Tutto ebbe inizio nel soggiorno di una grande e lussuosa villa. Il miliardario Bruce Wayne, vestito di tutto punto, se ne sta ritto in piedi, sfogliando un grosso libro. Egli sta intrattenendo i suoi ospiti, disquisendo con essi sul suo desiderio di aiutare le persone più bisognose.

“La fondazione Wayne vi appoggerà, completamente!” – Afferma, con cordialità, il noto magnate. Bruce si mostra più deciso che mai a sostenere la costruzione di alcuni centri per combattere la delinquenza giovanile. Proprio in tale occasione, egli rammenta ai presenti il giuramento che fece quando era solamente un bambino, e assistette all’omicidio dei suoi amati genitori: proteggere e aiutare gli indifesi.

Nel frattempo, in una stanza sita a pochi passi dall’ampio salone, un telefono squilla insistentemente, accendendosi di un rosso infuocato. Il maggiordomo Alfred Pennyworth irrompe nello studio, alza la cornetta e ascolta le parole di chi, dall’altro capo del filo, si rivolge a lui.

Attenda in linea!” – Sussurra il solerte maggiordomo, prima di deporre il “ricevitore” sulla scrivania. Alfred attirerà, così, l’attenzione di Bruce e del giovane Dick Grayson, pupillo del miliardario. Ambedue varcano lo studio, apprendendo che la città di Gotham è in pericolo. Decidono, subito, di entrare in azione: attivato un circuito nascosto, entrambi discendono lungo una pertica, raggiungendo un’accogliente caverna, nascosta dietro un passaggio segreto.

È il 1966: sugli schermi televisivi americani fanno incursione due bislacchi eroi dai costumi improbabili: Batman e Robin. Il primo è un uomo alto, distinto e dai modi garbati, il secondo è invece un ragazzo, ingenuo come ogni adolescente che si rispetti ma pure armato di un certo ardimento. Batman e Robin si palesano dinanzi al loro pubblico, alla loro platea di spettatori, una sera come tante, gettandosi a capofitto in un’avventura destinata ad essere la prima di una lunga serie.

L’episodio pilota della serie televisiva di Batman comincia in tal modo. Il personaggio si manifesta, dapprima, nella sua dimensione “umana”, apparendo nelle vesti di un uomo qualunque che, in gran segreto, conduce una doppia vita. Infatti, ogniqualvolta quel telefono rosso comincia a brillare Bruce, di soppiatto, sgattaiola via dalla sua abitazione, sfrecciando per le strade della metropoli con l’aspetto di un vigilante mascherato.

La serie televisiva di “Batman” fu il primo, ambizioso tentativo di trasporre in carne ed ossa le avventure del celebre supereroe targato DC Comics. I creatori del format scelsero di abbandonare le atmosfere tenebrose del fumetto degli anni ’40 e ‘50, preferendo ricreare un clima scanzonato e prettamente umoristico. Tuttavia, ciò che è importante tenere bene a mente è che questa ironia è velata, resta sottaciuta e mai resa del tutto evidente.

Batman si comporta con dedizione, con assoluta compostezza, e non lascia mai trasparire dal suo volto alcun imbarazzo, alcun sorriso di scherno, alcuna espressione di stupore, neppure davanti alla più inverosimile delle proprie peripezie. La serie di Batman è a tutti gli effetti una “parodia”, ma una parodia unica nel suo genere. Essa, infatti, pur parodiando, all’apparenza, l’universo della sua controparte a fumetti, non lo deride, non lo ridicolizza, tutt’altro, lo trasforma, lo estremizza, lo muta infondendo in esso una verve sarcastica ed una vena surreale.

L’oscurità tipica del personaggio di Batman viene cambiata in una gioviale positività, il suo tormento interiore viene trasfigurato e alterato, divenendo una meccanismo di propulsione che sprona l’eroe a lottare per il bene senza, però, arrecargli quell’angoscia mentale che egli patisce abitualmente nelle storie su carta stampata. Il Batman della serie televisiva degli anni ’60 è, dunque, un eroe ottimista, giocoso che sa perfettamente di rivolgersi ai bambini: egli è, a tutti gli effetti, un educatore, un esempio da seguire, l’aio per eccellenza, in altre parole, un gentiluomo in costume.

La comicità della serie è da ricercarsi nel suo stile spensierato che, però, non viene mai reso plateale. Il produttore esecutivo William Dozier definì il prodotto come una sitcom in cui le sequenze ironiche non sono scandite da alcuna risata di sottofondo. In effetti il riso finto, che echeggia dal fuori campo, avrebbe reso chiara l’assurdità della scena in sé, togliendo uno dei segni più rappresentativi della serie stessa, uno dei suoi paradossi: trattare seriamente un qualcosa che, invero, è palesemente ironico. Pertanto, guardando “Batman” non si ha mai completamente l’impressione di star guardando un programma comico, eppure così è, ed è questa la sua più grande unicità. Talvolta, si ha la sensazione che ciò che si sta osservando sia talmente irragionevole, sconnesso, infantile ed eccentrico da credere che si tratti di un orripilante adattamento, di una versione “demenziale”, di pessimo gusto, tremendamente sbagliata, senza capire che, in realtà, è proprio dietro quei sotterfugi, quelle stravaganze trattate in maniera tanto dignitosa che va ricercata la genialità nonché la peculiarità di questo telefilm. Altri elementi iconici del serial sono i costumi sgargianti e quasi carnevaleschi, i dialoghi sconclusionati, le ingenuità puerili, le gag inverosimili, le trovate ai limiti del no-sense, le mischie e le lotte scandite da diciture onomatopeiche.

"Adam West e la maschera del pipistrello" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

A prestare il proprio volto all’eroe mascherato fu Adam West, primo e storico interprete del Cavaliere Oscuro. Beh, utilizzare questo appellativo per definire il Batman impersonato da Adam West fa un po’ sorridere: di oscuro c’è ben poco nel suo Batman, tuttavia di “cavaliere” c’è molto. Adam West fu, di fatto, un Batman cavalleresco, altruista, generoso e raffinato nelle sue movenze semiserie. Egli conferì a Bruce Wayne un'eleganza inglese, quasi da agente segreto, e a Batman una comicità singolare, kafkiana e volutamente sottintesa.

Sebbene mantenga un carattere vivace e leggero, il Bruce Wayne interpretato da Adam West non è esente da riletture più profonde e articolate che non devono limitarsi a vederlo puramente come un guardiano dal temperamento nobile, dal cuore puro e incorruttibile e, proprio per questo, scontato e stereotipato. Il Bruce Wayne di West incarna, per certi versi, lo spettatore medio americano di quel periodo che agognava, in cuor suo, di vivere i sogni più impavidi e di affrontare le incognite di una vita spericolata. Scivolando lungo quella pertica, occultata nel suo studio e scendendo sempre più giù, fino alla caverna, quel luogo segreto, Bruce rende tangibili le aspirazioni di gloria, vive sulla sua pelle i desideri e le voglie da brivido dell’uomo comune a cui queste possibilità sono precluse dalle limitazioni di una vita normale e priva di accadimenti che richiedono audacia e sprezzo del pericolo. La maschera del pipistrello, in particolare, sdoppia la personalità di Bruce, creando il suo alter-ego e permettendogli di assaporare gli azzardi di un’esistenza temeraria senza il rischio d’essere riconosciuto, senza l’incertezza che la sua sfera privata venga intaccata dall’indiscrezione degli estranei.

"Robin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La serie televisiva andò in onda per tre stagioni, vantando un totale di 120 episodi. A spalleggiare Batman nelle sue intrepide missioni c’è sempre il fido Robin, il solo, ad eccezione del maggiordomo Alfred, a conoscere la vera identità del supereroe. Il giovane aiutante dell’Uomo Pipistrello, con le sue esternazioni sui generis, funge da divertente spalla del protagonista. A partire dall’ultima stagione, il dinamico duo riceverà l’aiuto dell’avvenente Batgirl.

"Batgirl" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per il ruolo di Barbara Gordon, figlia del Commissario James Gordon, fu scelta l’attrice Yvonne Craig. Nei panni della timida e astuta bibliotecaria Barbara, Yvonne sfoggiava capelli corti e bruni ed un look fatto di abiti coprenti e colorati. Quando vestiva il costume di Batgirl, Barbara era solita indossare un cappuccio viola e una maschera scura, da cui fuoriusciva una fluente chioma rossastra. Differentemente dal fumetto, Batman e Robin non conoscono l’identità di Batgirl. Barbara ha infatti progettato, tutta da sola, un nascondiglio nel proprio appartamento che le consente di celare i suoi indumenti da supereroina, ed il più delle volte giunge sul luogo del misfatto con la sua scintillante motocicletta, unendosi al dinamico duo d’un tratto e scomparendo dalla loro vista una volta portato a termine il proprio dovere.

Sia Robin che Batgirl costituiscono un punto di raccordo con i telespettatori più piccoli, una sorta di “proiezione”, dei personaggi con cui i bambini e le bambine possono facilmente identificarsi così da poter immaginare di lottare fianco a fianco con il cavaliere senza macchia, calzando il costume del ragazzo meraviglia o della donna pipistrello.

Durante lo scorrere degli episodi, Batman si troverà ad affrontare una galleria di nemici pittoreschi, alcuni come il Maniaco degli Orologi, Mr. Freeze, il Cappellaio Matto sono tratti dai fumetti, altri come Re Tut e Testa d’Uovo (interpretato da un incontenibile Vincent Price) verranno ideati appositamente per il serial, riuscendo a riscuotere un ragguardevole successo tra gli appassionati. I delinquenti più presenti nell’arco delle tre stagioni sono il Joker ed il Pinguino, interpretati rispettivamente da Cesar Romero - il quale non rinunciò a tagliare i suoi inconfondibili baffi, facilmente identificabili sotto il candido trucco - e Burgess Meredith, già famoso sul piccolo schermo per le sue quattro, indimenticabili apparizioni in “The Twilight Zone”. Romero caratterizzò il pagliaccio principe del crimine come un lunatico burlone, donando alla nemesi del personaggio cardine una connotazione capricciosa ed una personalità travolgente e suonata, come se fosse un cattivo balzato fuori da un cartone animato.  

Tutti i villan agiscono con le medesime intenzioni: vogliono a tutti i costi sconfiggere Batman, seminare il disordine nella tranquilla metropoli di Gotham, e portare a termine qualche furtarello. Nessuno dei vari antagonisti del paladino di Gotham si dimostrerà mai realmente “malvagio”. In linea con lo spirito della serie, gli avversari del Crociato Incappucciato assumono il ruolo di criminali scaltri ma al contempo inetti, cartooneschi, intrinsecamente sciocchi. Fra i più, soltanto la Catwoman di Julie Newmar saprà distinguersi e ritagliarsi un’identità particolareggiata, abbattendo i caratteri fanciulleschi della sitcom con la sua prorompente sensualità.

"Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella serie televisiva Catwoman incarna, infatti, l’inatteso, l’elemento imprevedibile che fa vacillare le ferree certezze dell’eroe mascherato, costantemente ligio al dovere e mai propenso a godere di alcun piacere, sia pure momentaneo. Catwoman non è, infatti, un tradizionale antagonista, un cattivo da strapazzo, facile da decifrare nelle proprie subdole intenzioni e altrettanto semplice da acciuffare, da affrontare in duello o in qualche scazzottata a ritmo da ballo. Tutt’altro!

La donna gatto di Julie Newmar è l’estro, il brio, l’imprevisto. In un fare semiserio come quello tipico del telefilm, in un contesto fanciullesco, ingenuo, volutamente ironico, in un’ambientazione “kitsch”, Catwoman costituisce la sfumatura indistinguibile, il grigio che si insinua tra il bianco del bene e il nero del male, la venatura adulta, la tentazione più pericolosa per il cavaliere di Gotham impersonato dal signorile Adam West. Catwoman è la donna che fa tremare Batman, la “nemica” che è anche sua “amica”, l’avversaria che è altresì la creatura femminile che più lo attrae. Un bel problema per un miliardario tutto d’un pezzo come Bruce Wayne, un bell’impiccio per un vigilante esemplare che tiene sempre a ricordare, a tutti coloro che osservano le sue avventure attraverso l’occhio meccanico di una telecamera, i giusti comportamenti da seguire.

Catwoman è, dunque, la lusinga, il desiderio per un uomo casto e integerrimo come il Batman di Adam West. Pur agendo con la semplicità e la sventatezza che contraddistingue ogni personaggio del programma, ella sa essere maliziosa, provocante nei movimenti, melliflua nel parlato. Julie Newmar, con i suoi folti capelli, il suo vitino di vespa, stretto da una cintura color dell’oro, con i suoi fianchi ben sagomati, le sue gote tonde e rosee, e il colore bruno del suo costume che esalta ogni sua forma, era troppo bella, se non addirittura irresistibile per non elevarsi al di sopra di ogni altro supercriminale della città di Gotham. Catwoman ruberà, in parte, il cuore di Batman che, però, costretto a rispettare i suoi obblighi civili, saprà rinunciare a qualsiasi tentativo di corteggiamento. Entrambi, ad ogni nuovo scontro, reclameranno un bacio che sembrerà non arrivare mai. Tuttavia, in un episodio, i due gusteranno un gelato insieme, molto vicini, a un passo l’uno dall’altra. Ciò che più si avvicinerà ad un appuntamento.

Batman – La serie” è nota per il suo tocco “Camp”. Con questo termine, si vuole intendere l’uso intenzionale e sapiente del Kitsch. Al contempo, con il termine Kitsch si definisce uno stile artistico che finisce per scadere nel “cattivo gusto”. Già cinquant’anni fa, il filosofo italiano Umberto Eco aveva posto l’attenzione sul concetto di “Kitsch” e sulla sua introduzione, sempre più insistente, nella cultura di massa. Il cattivo gusto, per Eco, soffre della medesima sorte che Benedetto Croce riconosceva come tipica dell’arte: tutti sanno benissimo cosa sia e non temono di individuarlo, salvo trovarsi imbarazzati nel definirlo. Il Kitsch, in particolare, potrebbe essere illustrato come una forma di menzogna artistica che cerca di generare nello spettatore un particolare effetto. Hermann Broch, citato dallo stesso Eco nella sua opera seminale “Apocalittici e integrati”, avanza l’idea che senza una piccola dose di Kitsch nessun tipo di arte possa esistere.

I creatori della serie televisiva di Batman sembrano aver ghermito questo pensiero, facendo loro il carattere più evidente del “Kitsch” e piegandolo ai propri voleri, tramutandolo in “Camp”. I costumi poveri, sciatti dei due protagonisti, le trame sempliciotte, le battute scontate fanno parte di un uso deliberato e attentamente inscenato, di una forma d’arte satirica volta a generare il riso mediante l’ostentazione taciuta del grottesco.  

Nel 1966, tra la messa in onda della prima e della seconda serie, venne prodotto un lungometraggio: la prima, vera trasposizione di Batman per il grande schermo. Nell’opera filmica, Batman e Robin si trovano ad affrontare una pericolosissima alleanza di super-cattivoni: il Joker (in tal caso ribattezzato “Jolly”), l’Enigmista, il Pinguino e Catwoman hanno stretto un patto per mettere alle corde il vigilante e non lasciargli alcuno scampo.

Tra combattimenti con squali affamati, bombe da disinnescare, fughe rocambolesche e zuffe estremamente coreografiche, Batman dovrà guardarsi bene dal più insidioso dei fatali pericoli: l’amore. Difatti, la donna-gatto (interpretata dall’attrice Lee Meriwether, data la temporanea assenza di Julie Newmar), nelle sue sembianze da donna comune, intreccia con Bruce Wayne un romantico corteggiamento mentre, allo stesso tempo, nei panni di Batman e Catwoman i due continueranno ad essere schierati su fronti opposti. Un elemento che, con le dovute differenze, verrà rimesso in scena da Tim Burton in “Batman - Il ritorno”.

Batman – Il film” raccoglie tutti gli elementi estrosi della serie televisiva, miscelandoli alle caratteristiche stravaganti della stessa, elevando tali prerogative all’ennesima potenza. Il risultato è un susseguirsi di bizzarrie, di sequenze ai limiti del farsesco.

Si resta perplessi, piacevolmente “sconvolti”, si ride di gusto, talvolta a crepapelle, nel mentre si gustano i trucchi clowneschi, le trovare inverosimili, i buffi espedienti narrativi adoperati nell’opera cinematografica. “Batman – Il film” fa del Camp una forma d’espressione sofisticata, genuina, paradossale e divertentissima. 

Anche un sociologo come Arthur Asa Berger rivolse il suo sguardo, attento e scrupoloso, verso la popolare serie televisiva e sul fenomeno che essa generò, la cosiddetta “Batmania”. Il Berger notò come l’impostazione del format fosse decisamente “enfatica”. Tenne a ricordare ciò lo stesso Adam West, in un’intervista concessa a John Stanley. L’attore statunitense confidò che il progetto della serie era quello di rappresentare Batman da un punto di vista satirico. Tuttavia, tale “satira” non era del tipo più comune ma di un tipo del tutto speciale. L’elemento satirico consiste proprio nell’atteggiamento stilistico con cui il tutto si svolge e si sviluppa. Le caricature, le esagerazioni, le ridondanze sono accuratamente preparate e volute, ma non sortirebbero lo stesso effetto se non venissero recitate con totale sincerità.

Il compito di Adam West era quello di restare “serio” davanti al più comico degli equivoci, di rendere “credibile” il più illogico dei colpi di scena, di attenuare l’esagerazione fintanto da renderla sottilissima, fine, arguta.

Arthur Asa Berger bolla il film del 1966 con un giudizio inequivocabile: “orrendo”. Al di là del suo parere piuttosto inclemente, ciò che è più interessante scorgere nelle parole dello studioso americano è lo strano “destino” a cui andò incontro il Batman di Adam West. Come sostenuto dallo stesso Berger, nella mitologia del fumetto, Bruce Wayne, indossando il costume dell’Uomo Pipistrello, diviene una figura spaventosa, mostruosa che deve osteggiare figure altrettanto mostruose e grottesche, molte delle quali possiedono connotazioni animalesche. Il Cavaliere Oscuro è sempre stato un eroe torbido, implacabile, la cui ambientazione tetra e violenta ben si prestava ad una fascia di lettori prettamente maturi. Batman, nella sua prima incarnazione dal “vivo”, finì per essere deriso proprio dagli adulti che avevano letto i suoi racconti, venendo, al contrario, amato incondizionatamente dai bambini, i quali presero per schiette, per giuste, per appassionanti ed eroiche le audaci azioni che il Crociato Incappucciato compiva settimanalmente sui teleschermi delle loro case. Secondo il pensiero del Berger, gli adulti dell’epoca vedevano Batman come l’emblema della cultura Camp: un esempio “vivente” della crisi dell’eroe, il quale, nell’America degli anni ’60, non esisteva più, decaduto completamente come modello simbolico, come mito oramai desueto. Al contempo, per una nuova generazione di bambini quell’eroe spontaneo, premuroso e buono era ancora saldo, robusto, integro e non si era affatto consumato.

Il più grande merito del Batman degli anni ’60 fu quello di formare ed educare milioni di giovanotti sparsi per tutto il mondo, cresciuti con i sani valori dell’onestà e della rettitudine, principi cari allo stesso Adam, che volle, più volte, rapportarsi con l’idea romantica di un gentleman in calzamaglia.

Continua con la seconda parte...

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Sam Conrad" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sull’episodio “Gente come noi” della serie televisiva “Ai confini della realtà”.)

Sam Conrad partì per lo spazio tanti anni fa, a bordo di una navicella fresca di fabbrica. Essa riluceva di un perlaceo chiaro e aveva la forma di un lungo dardo acuminato. Nessuno seppe mai cosa accadde a quella astronave né al suo equipaggio, smarrito nel cielo plumbeo.

Tra me e me, di tanto in tanto, mi domando se Sam sia ancora lassù, tra gli ammassi stellari. Le sue tracce si persero non appena il modulo spaziale toccò il suolo del pianeta rosso. Si udì un tremendo boato, poi tutto tacque. Sam e Warren erano scomparsi, inghiottiti dalle stelle. Warren era l’altro astronauta della missione, un uomo di poche parole, freddo e austero. Questi non vedeva l’ora di salire sulla rampa del razzo vettore, azionare i comandi e issarsi in volo. L’attesa del viaggio l’aveva emozionato più del dovuto. Anche di Warren non si seppe più nulla.

Alla vigilia della partenza, Sam nutriva parecchi dubbi sull’esito della loro ardua missione. Non sapeva cosa avrebbe dovuto aspettarsi né se qualcuno se ne stava lì ad attendere lui e il suo compagno. Marte rappresentava l’ignoto, l’inesplorato. Al contrario di Warren, Sam non era, quel che si dice, un uomo d’azione ma uno studioso. Il suo mondo era composto da libri, da diapositive e microscopi.

La navicella sparì parecchie ore dopo aver lasciato la Terra. Alcuni ipotizzarono che le apparecchiature dell’argentea capsula con cui i due avevano percorso le vie del cosmo fossero state messe fuori uso da un violento impatto. Così, in effetti, avvenne, ma questa è una storia che solo pochi raccontano, poiché si è consumata in una dimensione remota che si erge sopra l'oscuro baratro dell'ignoto e sulle vette luminose del sapere; in un luogo che è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l'eternità.

Il frastuono prolungato si interruppe bruscamente. Sam si svegliò di soprassalto. Non sapeva cosa fosse successo né se avesse raggiunto la meta. Aveva la testa gonfia e dolorante, la vista annebbiata. Strizzava gli occhi per vedere davanti a sé. Riconobbe la struttura interna della sua astronave, sebbene non riuscisse ancora a metterla a fuoco. Un rivolo di sangue colava giù dalla sua fronte, fino a inzuppargli le mani di un intenso colore scarlatto. La navicella pareva essere stata messa a soqquadro. I tavolini erano rovesciati, i mobili ammaccati, il computer di bordo era esploso, danneggiato nell’urto. Sam iniziò a ricordare. Rammentò d’essere stato balzato via dal sedile di guida, d’essersi scontrato con le pareti, d’aver battuto la testa.

Appeso ad un’asse metallico giaceva il corpo agonizzante di Warren. Pochi attimi e la morte sopraggiunse. Disorientato, Sam si alzò a fatica e fuoriuscì da un boccaporto. Attorno al luogo dell’impatto, vide una moltitudine di gente che lo attendeva. C’erano figure di uomini e di donne, ma non erano né uomini né donne. Erano gli abitanti di Marte, e somigliavano molto ai terrestri. Sam faticò a capire, ma si sentì sollevato nell’apprendere che, almeno in parte, la missione aveva avuto buon esito. L’astronauta aveva la prova che stava cercando: l’esistenza di altre forme di vita presenti nell’universo sconfinato.

Discese dal mezzo e si guardò intorno. Gli “indigeni” del pianeta si mostravano garbati ed ospitali. Si esprimevano in una lingua che Sam riusciva a capire, come se la sua mente l’avesse sempre conosciuta. I suoi occhi roteavano vorticosamente e squadravano le fattezze degli alieni. Sam vide una donna dai lunghi capelli sorridergli compiaciuta e forse intimorita. Sam non poté fare a meno di notare quanto fosse bella.

Toccò il suolo di Marte, e fu accolto, trionfante, dai suoi padroni.

Quella particolare razza aliena, così simile agli esseri umani, condusse il visitatore dentro un edificio che era stato messo su in un batter di ciglia, come fecero intendere subito i marziani. In effetti, lo avevano realizzato solo qualche istante prima dell’arrivo della navicella sul pianeta. Già, come per magia. La struttura dava su di un’ampia vallata semideserta. Sam varcò la soglia dell’abitazione e si ritrovò in un ambiente familiare, arredato di tutto punto. Era una casa, una dimora meravigliosa. I marziani avevano offerto a Sam un rifugio in cui trascorrere la notte, in attesa che la navicella venisse riparata dagli esperti costruttori che erano stati appena convocati.

Sam accettò di buon grado. L’alloggio era costruito su misura per lui: aveva comode poltrone in cui sprofondare liberamente, un letto a due piazze su cui distendersi. Le grandi finestre aperte si affacciavano su lande desolate. Prima d’entrare, Sam lanciò uno sguardo alla donna che gli aveva sorriso. Appariva triste e impietrita. Sam le allungò la mano, chiedendole d’incontrarla l’indomani. L’aliena rimase in silenzio.

Quando la porta d’ingresso si chiuse alle sue spalle, Sam non vide più nessuno. Rimase solo, a contemplare l’interno della costruzione. D’un tratto, l’ampia finestra che dava sulla vallata cominciò a spalancarsi come fosse il sipario di un teatro.  Le vetrate caddero giù, e furono immediatamente sostituite da robuste sbarre di metallo scuro. Sam si avvicinò, tese le mani e sentì il freddo dell’acciaio. La vallata rocciosa non era più deserta ma era piena di gente. Gente che somigliava agli esseri umani ma che non aveva nulla d’umano. Erano ancora i marziani a guardarlo con curiosità sempre crescente. Sam seguitava a non capire. Allora, lesse un cartello che nel frattempo era spuntato come d’incanto, e sul quale si leggeva: “Una creatura terrestre nel suo habitat naturale”. Il sangue che gli fuoriusciva ancora dalla fronte, subito, si raggelò. Sam finalmente capì: era stato messo in mostra come una fauna da studiare, una preda da sfoggiare.

Liberatemi!” – urlò disperato. Ma tutti lo ammiravano come un animale nel suo ambiente più congeniale: una casa. Per i signori di Marte, Sam era a tutti gli effetti una “bestia” misteriosa, un esemplare bipede dal manto fragile e indifeso.

Gridò sempre più forte, poi vide la ragazza a cui aveva stretto la mano. Ella piangeva, dispiaciuta. Allungò poi lo sguardo altrove e fuggì. Sam non ebbe più scampo. Sarebbe rimasto intrappolato lì dentro per tutta l’eternità, in quel carcere provvisto di acqua corrente ed energia elettrica.

Quegli alieni non somigliavano agli esseri umani solo nell’aspetto ma anche nell’agire. Anche loro schiavizzavano chi non conoscevano, rendevano prigionieri gli stranieri, sottomettevano coloro che arrivavano da lontano. I marziani erano esattamente una razza come quella da cui Sam proveniva, avevano la stessa intelligenza e vantavano la medesima pianificazione, l’egual fermezza e crudeltà.

Sam crollò sul pavimento, disperato. Quella “casa” che aveva visto, al principio, gli piaceva così tanto, gli ricordava il suo amato pianeta. Ma essa non era che una cella, la crudele ricostruzione di un ambiente familiare in cui un essere umano poteva sentirsi apparentemente a suo agio. Gli alieni sapevano che gli uomini, al calar della notte, hanno l’abitudine di rintanarsi nei loro spazi privati, nei loro confini, tra le mura amiche di un’abitazione. Così eressero un’alcova finta dove rinchiudere un uomo nel suo habitat ideale.

Mi domando se Sam viva ancora recluso lassù, sperduto tra gli spazi siderali. Mi chiedo se sappia cosa è avvenuto qui sulla Terra, se sia venuto a conoscenza del virus che ha costretto tanti suoi simili ad isolarsi, a rinchiudersi in casa per proteggersi. Anche per i terrestri, la dimora si è tramutata in una sorta di prigione.

Come ogni altro essere vivente, l’essere umano non è fatto per starsene in gabbia. Al contrario, egli è fatto per vivere all’aria aperta, per correre, camminare, per godere dei raggi del sole e per gioire del soffio del vento che gli sferza il viso. La “libertà”, più che un desiderio, è un istinto, una sensazione impossibile da soffocare.

L’odierno essere umano, quello che oggi abita la Terra, potrà quanto prima uscire. Sam no, non potrà più farlo. A volte, credo di sentire la sua voglia di fare ritorno, i suoi lunghi lamenti, trasportati dalla gelida corrente di quell’insolito oceano trapuntato di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Infine, si è arrivati a mettere in discussione anche Fiorello.

Permaloso” – ha scritto qualcuno.

Pesante” – ha tuonato qualcun altro.

Che primadonna” – hanno sibilato gli indignati.

Fiorello ci è rimasto male. E’ amareggiato, ferito, un pizzico turbato come accadrebbe ad ogni artista su cui è stato riversato un odio inaspettato e quanto mai ingiustificato.

Tutto ha avuto inizio qualche giorno fa. Il “turbolente” antefatto è notorio, ma credo sia doveroso riepilogarlo brevemente. Durante la seconda serata del Festival di Sanremo, Tiziano Ferro è costretto a esibirsi all’una di notte. Il cantante, decisamente infastidito, porta la faccenda all’attenzione di Amadeus. Ferro borbotta quanto segue: “Ama, è l’una, vogliamo fa' qualcosa domani? Hashtag: fiorellostattezitto”. In platea, tutti ridono. Nessuno dei presenti può ancora immaginare i “nefasti” effetti di questo scambio scherzoso.

Tiziano Ferro lascia, ironicamente, intendere che la colpa del “grave” ritardo sulla tabella di marcia e il conseguente slittamento a serata inoltrata della sua esibizione siano da attribuire a Fiorello, ai suoi corposi interventi, i quali, il giorno dopo, verranno definiti da taluni “lunghi sproloqui”.

Basta tornare a rivedere la scena incriminata per accorgersi subito che Tiziano Ferro non ha grosse colpe. Il suo tono è disteso, tranquillo, chiaro, e non lascia spazio ad alcun fraintendimento: egli voleva solamente scherzare, sfogare la tipica frustrazione di chi attende tanto in camerino prima d’essere catapultato sul palcoscenico. Tuttavia, Ferro non sa di aver innescato una scintilla, di aver acceso una miccia esplosiva. Poche ore più tardi, accade qualcosa di inaspettato: il popolo che traffica su internet agguanta l’hashtag, lo fa suo, lo modella alle proprie necessità per poter esprimere un viscerale dissenso, per sfogare una rabbia incontrollabile. Fiorello diviene, così, il bersaglio di una miriade di commenti negativi. Certuni lo bollano come insopportabile, altri come una figura onnipresente ed invasiva, altri ancora scrivono che non fa più ridere da tempo, e che nessuno ha il coraggio di dirglielo.

Su Twitter, molti utenti cinguettano a più riprese contro il bravo showman. In tanti invadono la piattaforma, portando alla ribalta proprio quell’hashtag lanciato, incautamente, da Ferro sul palco più prestigioso d’Italia. L’indomani trasborda la questione al di fuori dei confini di Twitter: Fiorello è in tendenza, tutti ne parlano… male!

Logorroico, noioso, sciocco, pedante – questa è solo una parte degli innumerevoli commenti che è possibile leggere. Centinaia e centinaia di frasi rimbalzano da una parte all’altra, venendo scritte e ritwittate a più riprese dai soliti che, per l’eccessiva fretta di rigurgitare la propria opinione via social, non si curano di ponderare, di pazientare, di dosare il pensiero, le parole che scelgono di utilizzare nei riguardi di un personaggio sulla cresta dell’onda.

Tiziano Ferro non ci aveva pensato, forse non poteva supporre ciò che sarebbe avvenuto. Proferendo quella semplice “battuta”, generando quell’hashtag, egli ha inavvertitamente chiamato a raccolta i suoi fan, che si sono mobilitati in schiere minacciose e aggressive.  E’ questo il potere, o per meglio dire il pericolo celato, insito, nei mezzi di comunicazione contemporanei.

Basta un nulla, un appello sbagliato, una parola fuori luogo, una “proposizione” pronunciata senza la giusta attenzione, a scatenare il gregge. L’hashtag è un artificio potentissimo, esso crea un flusso comunicativo che accoglie il parere di chi vuole esprimersi su di una specifica tematica. Nel caso in cui l’hashtag vuol simboleggiare una presa di posizione, un attacco verbalmente violento verso un individuo, esso si tramuta in un’arma che accumula dardi appuntiti, frecce infuocate che vengono scagliate contro il soggetto posto al centro di quel “discorso”, di quell’hashtag, per l’appunto.

Fiorello, proprio per colpa di un banalissimo hashtag, è divenuto un bersaglio su cui molti si sono sentiti in diritto di sentenziare, di sparare a zero. Perché è anche questa l’efficacia, il potere emanato da ogni hashtag: dare la possibilità a chiunque, persino a chi non è minimamente interessato, di partecipare, di unirsi al movimento, alla rivolta, anche per pure velleità, tanto per farne parte.

Ma la colpa non è certo di Tiziano Ferro. La colpa è di chi usa il web come una valvola di sfogo, uno strumento per dibattere sui difetti fisici, sugli errori, sulle gaffe naturali di chi appare sul piccolo e grande schermo. Sui social e, purtroppo, anche negli infimi quotidiani italiani, si ha, ormai, la fretta di imprimere le proprie parole scevre da alcun ragionamento, da alcuna riflessione lucida.

Le suddette parole, pertanto, non vengono mai dosate, divengono un fiume in piena attraverso cui esternare il proprio astio, la propria sprezzante critica senza il dovuto rispetto, senza badare se ciò che si scrive può ferire il diretto interessato. In fin dei conti, l’autore, sui social, è ben nascosto dietro un cellulare, usufruisce di una banale tastiera e può dire quello che desidera senza conseguenze, senza rischio e alcun rimorso.

Probabilmente, se non ci fosse stato il web, tra Fiorello e Tiziano Ferro non sarebbe accaduto nulla, anzi, il tutto si sarebbe risolto immediatamente con qualche abbraccio e qualche sorriso. I due avrebbero scherzato dal vivo, faccia a faccia, si sarebbero congedati cantando in duetto qualche brano famoso, cosa che, con ogni probabilità, faranno davvero. Magari, per stemperare gli animi, diranno che è stato tutto un buffo scherzo, una lezione da cui imparare sul tema del cyberbullismo.

Che questa vicenda sia del tutto veritiera o no, ciò che è fuor di dubbio è che, per “colpa” di internet, Fiorello si è sentito realmente esposto, vulnerabile, scalfibile da chi ha addirittura paragonato la sua immagine a quella di un comico finito, lui che è sempre stato un mattatore del palcoscenico.

In questo specifico caso, quando gli utenti usano brutti “aggettivi”, definizioni svilenti, insulti aspri e cattivi, si ricordano di chi stanno parlando? Chi è Fiorello?

Un artista completo! Non esistono altre parole più pertinenti per poterlo definire. Presentatore, comico per antonomasia, imitatore, cantante, doppiatore: Fiorello è, dagli anni ’90, lo showman d’eccellenza del panorama italiano. Ma ciò, per i più, non basta, non lo rende esente dalle critiche mortificanti che possono piovere d’improvviso, giungere come un torrente pronto a esondare. Secondo le fredde e distaccate opinioni del web, Fiorello è stato ridotto a macchietta, a spalla scontata del presentatore, ad amico deleterio che rischia di rubare la scena e infastidire. Coloro che criticano così crudelmente l’artista catanese saranno gli stessi che sminuiscono la figura di Roberto Benigni, un vanto della nostra Italia, un premio Oscar, un uomo di sconfinata cultura e talento, anch’egli, oramai, descritto come un monologhista inutile, barboso, persino scocciante.  

Un’opinionista molto famosa che non appartiene soltanto alla realtà del web, ma che, per mestiere, passa il tempo a osservare ciò che fanno gli altri, gli artisti veri, per poterli tacciare, per poterli valutare negativamente, per poterli distruggere con insensibilità, quest’oggi, ha mosso una critica forte a Fiorello, illustrandolo come un uomo che soffre patologicamente del timore di non piacere a tutti, di “floppare”, di fallire. L’articolista strutturava tutto il suo pezzo rimpicciolendo la figura del comico/imitatore, che, a suo dire, non si è mai reinventato negli ultimi trent’anni, peccando di indecisione e di incapacità di reagire alle contestazioni.

Che Fiorello abbia diradato le proprie apparizioni in televisione in tutti questi anni per problemi di ansia e di insicurezza è storia nota.  Lo ha ammesso, spontaneamente, lui stesso. Ma l’umana paura di sbagliare, di non essere all’altezza, non dovrebbe essere una fonte di polemica, quanto di apprezzamento. Fiorello, nonostante l’ansia da prestazione che, a suo dire, lo tortura ad ogni nuovo progetto, ha sempre dimostrato di possedere uno stile unico, di essere un intrattenitore senza eguali, abilissimo nel dominare la scena.

Se persino Fiorello deve essere contestato, ridotto a cabarettista qualunque, vuol dire che, veramente, certi artisti in questo paese non ce li meritiamo.

Nel film di Don Bluth "Anastasia", Fiorello prestò la voce a Dimitri

Ed è fin qui che si spinge la mia conclusione. Non è un problema limitato al web, è un problema più profondo: le persone, e con persone faccio riferimento alla massa, amano osteggiare, offendere, insultare ancor più che apprezzare, che siano i tizi che brandiscono un cellulare e twittano la loro gratuita antipatia, che siano gli opinionisti più scaltri che hanno libero accesso ad un giornale e un account con migliaia di follower da poter influenzare.

La critica severa, opportunista, è un qualcosa che a me non è mai piaciuto.

Nel mio piccolo, quando parlo di cinema, voglio sempre argomentare su un’opera che mi ha incantato per poterne esaltare i pregi e portare avanti le riflessioni che ha suscitato nel mio cuore e nella mia mente. Non mi ha mai divertito discutere e criticare qualcosa che non mi ha colpito nel profondo, a meno che non sia costretto a farlo. Nel giornalismo di oggi, è sempre più raro il commento obiettivo, pacato e elegante, ed è sempre più predominante, invece, la prosa acida, colma di livore: un tipo di giornalismo, quest’ultimo, derivato dalla comunicazione insensibile presente sul web

A Fiorello, personalmente, voglio un gran bene, come se fosse un mio vecchio amico. A lui è legato uno dei ricordi più cari della mia infanzia. Negli anni ’90, ero soltanto un bambino e Fiorello cantava i versi di una delle poesie più belle di Giosuè Carducci, "San Martino", ribattezzata “La nebbia agli irti colli”, poco prima dell’inizio di Flash, su Italia1. Era tutto registrato su di una vecchia videocassetta. Ogniqualvolta la inserivo nel videoregistratore, il nastro riproduceva una puntata del karaoke di Fiorello, che andava in onda poco prima dell’episodio dedicato al velocista scarlatto. Non mandavo mai avanti. Prima di sfrecciare per le strade con Barry Allen, mi piaceva moltissimo canticchiare in compagnia di Fiorello.

A distanza di tanti anni, possiedo ancora quella fantastica videocassetta su cui vi erano registrate pubblicità storiche, di un periodo indimenticabile. Quella VHS era, anzi è tuttora, una finestra spalancata su di un “passato” che sembra essere profondamente lontano, drammaticamente diverso dal nostro presente, il quale appare meno spensierato, più arduo e intollerante.

In queste ultime ore, sembra che nessuno rammenti il talento di Fiorello. Il pubblico snobba la sua presenza, la minimizza, vuol persino evitarla. Stando al rumore, al verbo graffiante del popolo, Fiorello non piace più. Un artista che per svariati decenni è stato in grado di stregare qualunque teatro, un comico che è stato sempre capace di catturare l’attenzione di una sala intera, non è abbastanza. E’ diventato bersaglio di una facile critica, di un attacco “sanguinoso”, vigliacco.

La voce di Dimitri, la voce di “E poi finalmente tu”, l’imitatore simbolo della radio, il re dei sabati sera in cui decideva, generosamente, di pagare lui, non è più importante come una volta.

Che brutti tempi!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lois e Clark" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Qualche anno addietro, lessi un’intervista di un grande attore e cantante di teatro, di cui preferisco non rivelare il nome, che mi colpì in modo particolare. Una serie di confidenze, talvolta derivate dall’ambiente lavorativo, talvolta dall’intimità dell’interprete, fuoriuscirono liberamente dal suo parlato e vennero minuziosamente riportate dal giornalista in un testo scritto. Ad un certo punto, l’intervistato rilasciò una dichiarazione che mi rimase perfettamente impressa. Dopo aver affrontato le più disparate questioni, i due interlocutori arrivarono a disquisire sulla morte. Non rammento il perché quella piacevole conversazione si spinse fin lì, ma, d’un tratto, si fece molto più seria e personale. 

L’attore scelse di “sbottonarsi” dinanzi al suo indiscreto confidente e ammise quella che era la sua paura più grande. Egli non temeva la morte. Ammise, invero, di paventare la malattia, l’arrivo improvviso di un corpo estraneo e maligno, di un ospite indesiderato che potesse condurlo alla sofferenza, alla perdita progressiva e consapevole delle proprie forze, del proprio futuro. Il solo pensiero di ammalarsi e di dover lottare contro un grave “male” gli arrecava un incontrollabile spavento. L’idea della morte veniva accettata serenamente dall’artista ma la malattia, la sofferenza, l’indebolimento no, non potevano essere in alcun modo tollerati.

Quando terminai la lettura, questa sua affermazione mi indusse a riflettere fugacemente. E’ tipico dell’essere umano temere la malattia, sia essa un cancro, il “male” per antonomasia che cerca di divorare la sua “vittima” dall’interno, debilitandone il vigore, la gioia di vivere, sia essa un morbo che affligge progressivamente chi ne soffre, sia essa un nuovo attacco virale che si palesa d’improvviso, sconvolgendo la tranquilla routine.

La morte è parte naturale della vita” - scrisse un saggio regista e sceneggiatore americano. Temerla fa parte dell’istinto vitale di ogni essere vivente. Tuttavia, essa è inevitabile. Tutti noi sappiamo di essere mortali. Or dunque, ciò di cui abbiamo realmente paura non è la morte, che immaginiamo come un evento lontano, ma la malattia nella sua astrattezza, nella sua immagine figurata, ovvero un qualcosa che possa arrecarci dolore, che possa distruggere il nostro presente, azzerare il nostro futuro, che possa cambiare ineluttabilmente la nostra quotidianità ed indurci ad una fine prematura. L’uomo ha terrore della malattia ancor più che della morte poiché la malattia può rappresentare l’anticamera della morte stessa.

Storicamente, la propagazione di un germe sconosciuto, di una nuova epidemia, getta scompiglio nell’animo umano. Il virus ricorda con sibillina ferocia, con quiete latente, con la sua invisibilità, col suo manifestarsi imprevisto e subitaneo la fragilità della vita umana, la cagionevolezza della nostra scorza vulnerabile.

Ma aver paura della caducità della vita non è una peculiarità di noi terrestri. Anche gli alieni possono paventare la possibilità di ammalarsi.

Anzi, ad essere del tutto onesti, noi uomini siamo alquanto fortunati. Sin da piccoli, sappiamo quanto delicato sia il nostro corpo. Alcuni alieni, invece, neppure riescono ad immaginarlo. Prendendo i nostri primi raffreddori, sopportando la prima di tante altre febbri, tollerando tutti quei virus seccanti che, da bambini, ci obbligano a restare a letto, cresciamo coscienti e consapevoli, rammentando sempre la nostra debolezza, la soggezione insita in noi nei confronti della malattia, sia essa lieve o fastidiosa. Questa consapevolezza che ci portiamo dietro sin dall’infanzia ci permette di apprezzare ancor di più la vita di tutti i giorni. Se non rammentassimo il dolore e se non sapessimo quanto può essere effimera la nostra esistenza non riusciremmo a goderne appieno.

Gli alieni, torno a ripeterlo, non possiedono, necessariamente, questa bizzarra “fortuna”.

"Superman, Christopher Reeve" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Superman, ad esempio, non si è mai ammalato. Non lo sapevate? Ebbene, il più grande supereroe della storia del fumetto, fino ad un imprecisato momento della sua maturità, neppure sapeva cosa si provasse a tossire o ad avere mal di gola. Beato lui, direte voi. Beh, sì e no!

Clark Kent crebbe a Smallville, nel Kansas. Nutrito dai caldi raggi del sole giallo della Terra, l’ultimo figlio di Krypton divenne forte, veloce, praticamente invulnerabile. La sua conformazione robusta e impenetrabile lo protesse fin dal momento in cui atterrò, di buon mattino, in un campo isolato, alle propaggini della fattoria dei Kent. Clark intuì fin da ragazzo che la salute dei terrestri è notevolmente diversa dalla sua, quanto mai precaria e facilmente attaccabile. Un giorno, rientrato da scuola, Clark si mise a chiacchierare con suo padre, il suo migliore amico, il suo mentore, il suo unico confidente.

Jonathan, alzando il capo verso la tersa volta celeste, pensò a voce alta: “Sei stato mandato qui per una ragione, figliolo. Lo capirai, quando sarai pronto!”. Non aveva dubitato neppure per un solo istante. Jonathan sapeva che suo figlio, quel piccino che piangeva, tutto solo, rannicchiato in un’astronave argentea, avvolto in una larga “coperta” azzurra, sarebbe diventato un simbolo di speranza. L’anziano fattore confidò in quell’immagine custodita nel suo cuore, ma non poté vederla compiersi. Il padre del futuro supereroe se ne andò proprio in quel pomeriggio tranquillo, poco dopo aver terminato quel significativo scambio di parole.

Un infarto piegò il pover’uomo sotto gli occhi attoniti di suo figlio. Clark, nonostante potesse contare su tutti i suoi innumerevoli poteri, non poté far niente per salvarlo. Lo capì quel giorno: dinanzi al dolore umano, all’imprevedibilità del fato, neppure Superman potrà mai nulla.

Nel celebre lungometraggio del 1978, Clark, per tutta la sua adolescenza, è rimasto insensibile al dolore fisico. Né il fuoco, né il gelo, nessun’arma poteva scalfire la sua epidermide dura come l’acciaio. In un’intervista concessa alla reporter Lois Lane, Superman lo riconobbe candidamente: “Fino ad oggi, non ho mai avvertito alcun dolore fisico”.

Provate a supporre di crescere senza accorgervi mai del benché minimo dolore. La nostra visione dell’esistenza, della realtà, cambierebbe completamente. Saremmo più audaci, più pronti, di certo più spavaldi. Se nulla può ferirci, nulla deve essere temuto. Chissà come si comporterebbero gli uomini se anche loro possedessero le facoltà dei kryptoniani. Eppure, sebbene questa abilità d’essere pressoché immortale sia invidiabile, essa nasconde anche una condizione limitante che porta Superman a non comprendere totalmente i pericoli legati alla sua sopravvivenza.

Nella pellicola del 1978, il Superman interpretato dal leggendario Christopher Reeve è convinto che nulla potrà mai annientarlo. Un giorno, però, scoprirà la triste realtà. Quando Lex Luthor lo metterà astutamente a contatto con la kryptonite, ultimo residuato del pianeta d’origine del supereroe, Superman sentirà sulla propria pelle una forma acuta e lancinante di dolore. E lo sentirà per la prima volta. La kryptonite, che riluce di verdi radiazioni, induce Clark a contrarsi, a genuflettersi al suolo. I suoi poteri non avranno più alcun valore, e la sua possanza verrà piegata.

L’invincibile Uomo d’Acciaio retrocederà, in un lampo, ad uno stadio inferiore. Egli avvertirà la paura di un bambino rimasto senza difese, di un infante che evince, di colpo, la debolezza di se stesso. La particolarità di tutto questo è che Superman scopre d’essere mortale da adulto, apprendendo un qualcosa che noi esseri umani diamo per scontato sin da fanciulli. Questo è un trauma psichico che turba l’Uomo del Domani, mutando inesorabilmente la sua percezione della vita stessa.

Reagire ad un dolore mai conosciuto, prendere consapevolezza della propria fragilità è estremamente più traumatico quando tutto ciò si manifesta d’improvviso, senza alcuna avvisaglia, distruggendo ogni certezza. Superman, in questa famosissima scena del film originale, incarna l’uomo comune, il mortale, colui che apprende, tristemente, che la morte può ghermirlo da un momento all’altro.

"Superman, Christopher Reeve" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su Christopher Reeve cliccando qui.

Anche in “Batman V Superman”, l’eroe a cui Henry Cavill ha prestato il proprio volto crede fermamente d’essere inscalfibile. Nel feroce scontro con Batman, Superman inspirerà nei suoi polmoni un tipo di kryptonite, rielaborata da Bruce Wayne sotto forma di polvere invasiva per attenuare la potenza del guardiano di Metropolis. Notando di non essere più in grado di utilizzare i propri poteri e vedendo il sangue grondargli dalle ferite, Superman perderà ogni sicurezza. Il Crociato Incappucciato, in quanto essere umano, ha imparato ad accettare la propria mortalità, Superman, d’altro canto, non può farlo, poiché assuefatto, da sempre, alla propria invulnerabilità. Spiazzato dalla propria, improvvisa, gracilità, l’Uomo d’Acciaio cederà e verrà brutalmente sconfitto dal Cavaliere Oscuro. Osservando questa sequenza d’azione, è possibile dedurre quanto l’onnipotenza di Superman rappresenti, per lui, un dono ma anche un limite.

"Superman, Henry Cavill" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su "Batman V Superman" cliccando qui.

Come ho già avuto modo di scrivere, Superman non si è mai ammalato. La sua densa struttura molecolare lo rende immune ad ogni forma virale presente sulla Terra. Superman è un rifugiato, un figlio adottato e allevato dal nostro pianeta. Conseguentemente, la sua immunità è soltanto circoscritta all’atmosfera e all’ambiente terrestre. Superman può, quindi, ammalarsi se viene a contatto con un virus proveniente da Krypton.

Ruota attorno a questa idea l’episodio che più preferisco della serie televisiva “Lois e Clark”.

In questa avvincente puntata, l’artigiano, una sorta di brillante scienziato votato al crimine, rinviene la navicella con cui il piccolo Superman è approdato sulla Terra, a seguito della distruzione del suo pianeta natale. Analizzando la struttura esterna dell’astronave, l’artigiano si accorge che una moltitudine di germi e batteri di Krypton permangono depositati e cristallizzati su di essa. L’uomo si adopera, allora, ad estrarre i germi, riuscendo a sintetizzare in laboratorio un virus letale.

In una specifica scena, l’artigiano rivela la composizione di questo agente patogeno. Esso possiede una colorazione verde, che richiama il colore della Kryptonite, ha l’aspetto di una ragnatela spessa e fittissima, con filamenti lunghi, sudici e attaccaticci che aderiscono alle superfici che aggrediscono per infettarle. Per gli uomini, tale virus risulta essere del tutto innocuo ma per un kryptoniano può rivelarsi mortale.

L’artigiano attira Superman in una trappola e, con una mossa astuta, fa in modo che il supereroe respiri il bacillo senza rendersene conto. Nei giorni seguenti, l’eroe dalla grande S, interpretato da Dean Cain, accusa i sintomi di una brutta influenza. Al Planet, mentre sta dialogando con Lois, Clark starnutisce. La donna, che è a conoscenza della vera identità dell’uomo, ne resta sorpresa, facendogli presente come lui non possa ammalarsi. Clark, preoccupato, non capisce cosa stia accadendo.

Tornando a casa, il giornalista seguita a sentirsi male. La sua fronte perlata di sudore e il calore promanato dal suo corpo preoccupano i genitori adottivi. Come comportarsi dinanzi ad una creatura extraterrestre entrata in contatto con una forma virale misteriosa, ignota, per cui non esiste alcun rimedio?

Qualche ora dopo, Clark, con indosso il suo costume, inizia a sentirsi debole, a tossire vistosamente sino a crollare al suolo, svenendo tra le braccia della sua Lois. Quell’essere onnipotente, quell’uomo così indistruttibile da essere riuscito a volare su, tra gli astri, sino a toccare il sole con il palmo della mano, giace adesso disteso su di un letto, immobile, sofferente.

Clark, stremato, borbotta qualcosa: “Dunque, è così che ci si sente quando si sta male?!”. Una domanda sommessa, ingenua, che gli esseri umani non possono affatto comprendere tanto facilmente. Noi terrestri, abituati da sempre a star male, propensi a conoscere la paura, a contrastare i batteri, a fare i conti con i virus, non possiamo che faticare nel comprendere cosa stia provando un uomo venuto da un altro mondo che, da adulto, scopre d’un tratto cos’è una malattia che si propaga su di sé.

La kryptonite, con cui Superman ha fatto i conti più volte in passato, genera un dolore profondamente diverso. Il minerale verde del pianeta Krypton emana irradiazioni esterne, che possono essere in qualche modo fronteggiate, evitate da Superman allontanandosi dal luogo in cui risiede questa pietra. Dal virus, invece, Superman non ha scampo. Esso si insinua in lui come un male interno, da cui non ci si può sottrarre.

Il virus comincia, allora, a consumare l’eroe e nessuna cura elaborata dalla medicina può sortire alcun effetto. Se fosse cresciuto sul suo pianeta d’origine, Kal-El si sarebbe ammalato sin da piccino, avrebbe sviluppato le proprie difese immunitarie, sarebbe venuto a contatto col dolore, con la malattia tipica di ogni essere appartenente a quel mondo. A Superman è stato negato questo consueto percorso di crescita. Egli si è trovato, suo malgrado, a vivere in un’altra realtà, ad assumere i panni di un “dio”, a ricevere il dono di un’immortalità illusoria che può essere annientata dall’arrivo di una malattia sconosciuta.

Ammalandosi, anche Superman, il dio sceso tra gli uomini, sperimenta la paura più grande: quella di morire lentamente, la paura di spegnersi gradualmente venendo martoriato da un germe nascosto, invisibile.

In un ultimo, disperato tentativo di salvare la vita all’uomo che ama, Lois chiede aiuto a suo padre, un medico rinomato. Il dottor Lane sottopone Clark ad un trattamento sperimentale rischiosissimo: lo espone per un periodo prolungato alle radiazioni della kryptonite. Il paladino di Metropolis viene volutamente condotto sino allo stremo, sino al punto di morte, con la speranza che il virus possa perdere resistenza e muoia a sua volta. La sola possibilità di vita viene riposta proprio nell’arrivare il più vicino possibile alla morte. In quella atroce agonia, Superman, stroncato dal patimento, entra in coma. Prima di addormentarsi, Clark implora Lois di vegliare sui suoi genitori, i quali, a suo dire, non avranno la forza di reagire al peggio. Dopo di che, l’uomo dà un bacio alla sua amata e in quell’attimo esala l’ultimo respiro da cosciente.

Il dottor Lane porta via la kryptonite dalla camera. Adesso, spetta soltanto a Superman riemergere dalle tenebre. Il giorno successivo, Clark riapre gli occhi e ode il grido di Lois. Recuperati i poteri, in un battito di ciglia, l’Uomo del Domani vola via e salva la sua futura sposa. 

"Lois e Clark" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non era mai stato così vicino alla propria dipartita. Superman, un essere maturato con la certezza d’essere immortale, ha sfiorato, con la propria mano, la gelida presa della morte. Il dio si è, così, accomunato ad ogni altro uomo. Temendo la morte, l’eroe giunto dallo spazio ha ricordato quanto importante sia la vita.

Essa è sacra proprio perché non è eterna. Per certi versi, è proprio la morte a dare valore alla vita. “Morire non è nulla, non vivere è spaventoso” - scrisse un grande poeta e scrittore francese. Superman sarebbe stato d’accordo.

Volando nello spazio siderale, al sorgere di ogni alba, l’ultimo figlio di Krypton indugia costantemente sulle ultime parole pronunciate dal papà. E’ diventato ciò che Jonathan voleva che fosse? Che valore ha dato alla sua vita, Superman?

Ha scelto di dedicare la sua esistenza al bene comune, divenendo il simbolo di quella speranza radiosa che incita la razza umana a contrastare il male in ogni sua parvenza. 

Il figlio è divenuto ciò che il padre avrebbe voluto. E’ questa l’unica forma di immortalità a cui l’uomo terrestre può aspirare: vivere nei ricordi, nelle azioni, nei gesti dei suoi figli. Non esiste malattia, non esiste virus, che possa contrastare l’eredità trasmessa di padre in figlio.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters  

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Il Flash di John Wesley Shipp col suo iconico costume - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Qualche giorno fa, sui social network, campeggiava uno scatto fotografico raffigurante un supereroe giunto dal passato. La sua immagine era concreta al senso della vista eppure, in primo acchito, inspiegabile razionalmente. Come poteva essere riapparso così improvvisamente, con l’istantaneità di un lampo, quell’eroe del vecchio millennio?

Flash, e con tale appellativo faccio riferimento all’originale, è tornato! John Wesley Shipp è stato “catturato” in un fotogramma digitale con indosso il suo “autentico” costume d’epoca. La tuta rossa è nuova di zecca, rammendata come quella di un tempo, pronta per essere riutilizzata. Su quel set televisivo in cui prende forma l’episodio crossover che coinvolge i tre show principali del canale “The CW”, ovvero “The Flash", “Arrow” e “Supergirl”, sta avvenendo un viaggio nel tempo, fluttuante tra passato e presente. Lo storico interprete del personaggio DC Comics è riapparso per prestare i propri servigi al ruolo che lo ha reso celebre, e per salvare il mondo con l’indimenticato stile degli anni ’90 al suo seguito.

John Wesley Shipp è un “eroe” di stampo classico. Sì, ne sono ampiamente consapevole. Anzitutto egli è un attore e come tale riveste un ruolo, ma i suddetti panni, quelli del supereroe, gli calzano a pennello, come un abito di taglio sartoriale cucito su misura. Ciononostante, la sua carriera cominciò con parti del tutto diverse, per le quali dovette vestire variegati costumi di scena. Dal 1980 al 1984 fa sue le vesti del dottor Kelly Nelson in “Sentieri”, e tra il 1986 e il 1987 porta a casa due Emmy Award consecutivi per “Così gira il mondo” e “Santa Barbara”.

Per tutti gli anni ’90 e il primo decennio degli anni Duemila, Shipp “adatta” a sé le “divise” più disparate: è un pugile in “Sisters”, un sergente maggiore di artiglieria in “Jag”, e ancora un Colonnello, persino un allenatore di football. Shipp è un attore che si alterna costantemente tra piccolo schermo e teatro. Proprio per quest’ultimo, calca il palcoscenico numerose volte, in particolare per le opere “The Killing of Michael” di Erik Jendresen, “Malloy”, sino ad approdare a Broadway, nel pluripremiato “Dancing at Lughnasa” del drammaturgo irlandese Brian Friel.

Il 1990 è l’anno del suo debutto cinematografico, nel seguito del cult “La storia infinita”, dove interpreta il papà del protagonista Bastian (Jonathan Brandis). Tale ruolo, quello del padre inteso come guida, visto come figura protettrice, dagli occhi di un figlio, e reinterpretato metaforicamente come porto sicuro in cui poter attraccare, dopo essere scampato alle acque tempestose del mare aperto, e sentirsi stretti in un abbraccio, sarà una “tenuta” che l’attore statunitense non si toglierà mai di dosso. Di fatto, dal 1998 al 2002, si “agghinda” ancora per essere il padre del personaggio principale nel teen-drama di culto “Dawson’s creek”.

Potete leggere il nostro articolo "Dal passato piovono folgori e saette - Flash, la serie classica" cliccando qui.

 

I registi e i produttori ne sono consapevoli, Shipp ha la caratura del mentore, del maestro, ma, ancor di più, possiede la levatura dell’eroe. Tante sono state le maschere portate da questo interprete, ma una su tutte, quella rossa come il sangue, resta la più amata.

Sul set de “La storia infinita 2”, egli divide la scena con il compianto interprete Jonathan Brandis. I due attori lavorarono insieme anche in “Flash”, nella puntata “Child's Play”. Proprio per l’omonima serie televisiva della CBS, John fu Barry Allen, un poliziotto della scientifica che, dopo essere stato colpito da un fulmine, diventa il supereroe mascherato Flash, alla sua prima incarnazione televisiva.

Influenzato dal Batman di Tim Burton e Michael Keaton, Shipp interpreta un Flash grintoso, maturo, tenebroso, alimentato inizialmente da un desiderio di vendetta ma anche animato da un senso assoluto di giustizia. E’ un eroe rabbioso, il suo, nei riguardi dei biechi delinquenti della città di Central City, scattante, a tratti furioso, ma incredibilmente umano e prodigo. Quello di John resta un “corridore” solitario, che compie le sue sgroppate di notte, in una metropoli buia, che pullula di delinquenza, in cui il tempo oscilla tra il presente ed il trascorso. Poche sono le luci che illuminano il cammino e la corsa di questo vigilante, se non i murales variopinti che sovrastano le alte mura cittadine. Egli è un personaggio per lo più solo, coadiuvato solamente da una compagna, la dottoressa Christina Mcgee (Amanda Pays), un’amica destinata ad essere la sua futura sposa.

John Wesley Shipp e Amanda Pays sul set di "Flash"

 

Il Flash di Shipp, pur differenziandosi per diversi aspetti dalla controparte cartacea, è una trasposizione reale, oscura, forte e giustiziera. Shipp calzò, con egual abilità, il camice bianco del più sciolto Barry e il costume scarlatto della sua collerica seconda identità, offrendoci un’interpretazione apprezzabile, sincera, ed ispiratrice. John Wesley Shipp divenne un eroe tradizionale, dallo stile “antico”. Il suo fu un Flash adulto, un combattente audace, un velocista inarrestabile, imponente, massiccio, dal mento spiovente, ironico ma arrabbiato, emotivo, generoso e dal sangue freddo quando la situazione era solita richiederlo.

"Flash" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il Flash di una volta, per scelta stilistica degli sceneggiatori, era avvolto da un’immateriale aura di misticismo. Nel corso della serie, il suo “apparire” e “svanire” con rapidità fece alimentare le voci circa la sua reale esistenza. L’eroe di Shipp agiva nell’ombra, in bilico tra visibilità e invisibilità. Per gli onesti era un semidio protettore, un “Ermes” disceso dall’Olimpo; invece, taluni banditi erano soliti descriverlo come un demone appena percettibile, altri come un fantasma rosso, alcuni addirittura come un diavolo vendicatore. La patina di mistero che ammantava il supereroe gli permetteva di terrorizzare anzitempo i suoi avversari, sin dal momento in cui intravedevano quella scia rossa portatrice di giustizia. Il “Santero”, lo “stregone” di un quartiere dei profughi latino-americani di Central City presente in un episodio, descrisse il vigilatore come l’umanizzazione di Shango, la divinità del culto yoruba associata al tuono, che castiga i mentitori ed i malfattori. Invero, come terrà a precisare lo stesso Barry, Flash è un uomo mortale, con dei poteri speciali messi al servizio del bene comune. Nel ritratto del valoroso combattente compiuto da John Wesley Shipp, verità e suggestione combaciano perfettamente.

La sua “calzamaglia”, fatta di un rosso acceso tendente al bordeaux, quasi amaranto, il suo fulmine dorato, che scorreva su una luna piena, targato sul petto come simbolo del suo potere, la saetta che gli ornava le braccia e proseguiva sulla cintura, dando l’impressione della scarica di una folgore in perpetuo divenire, è un qualcosa di iconico, evocativo, onnipresente. John, per impatto visivo, fu, ai suoi tempi, ma anche in questa modernità, un Flash perfetto.

"Barry Allen" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

John Wesley Shipp riprese ad approcciarsi all’universo del prode corridore nel 2010, prestando la voce al professor Zoom in “Batman: the Brave and the Bold”. Nel 2014, venne chiamato dai produttori della nuova serie dedicata al “piè veloce” degli albi a fumetto e dei romanzi grafici, per interpretare Henry Allen, il padre di Flash. Shipp tornò così ad abbigliarsi come un padre amorevole, affettuoso, innocente. Due anni dopo, lo stesso interprete fu scelto per essere la vera incarnazione di Jay Garrick, il primo Flash della storia dei fumetti. Da pochi giorni, John ricopre, di nuovo, il ruolo del suo Barry Allen.

In successione, nella mitologia di Flash, John Wesley Shipp è stato per la CBS il primo velocista apparso sul piccolo schermo, nonché Polluce, un clone del protagonista con i suoi stessi poteri, per la Warner Bros Animation la voce sinistra e malvagia della nemesi del supereroe, e per la CW il padre di Barry. In seguito, ha interpretato Jay Garrick, il primo “scattista” dotato di una velocità sovrumana, nato dalla fantasia di Gardner Fox ed Harry Lampert, e adesso, nuovamente, Barry Allen, rimanifestatosi quasi trent’anni dopo la sua ultima apparizione. Pochi sono stati gli attori che, come lui, hanno legato il loro nome ad un brand, un modello, un emblema di abnegazione, bontà e coraggio.

In quelle fotografie, con addosso una nuova versione del suo splendido costume, Shipp ha dato l’impressione d’aver arrestato il fluire del tempo, dimostrando ancora una volta di essere la più espressiva personificazione di Flash.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Modern family" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Tutti possono raccontare una storia realmente accaduta, pochi possono impreziosirla. Arricchire un accadimento con una facezia può sembrare un mero fronzolo. Invero romanzare il reale, infondendo in esso una forte connotazione fantastica, rende più affascinante il narrato.  Ne era consapevole un vecchio e saggio Istari. Molti anni or sono, Gandalf si trovava nella casa dell’Hobbit Bilbo Baggins, alla vigilia della partenza per Erebor, la montagna solitaria. Lo stregone si era appena accomodato vicino al camino col fuoco che scoppiettava, quando iniziò a raccontare al padrone di casa una storiella divertente, opportunamente “abbellita”. Stando alle parole del barbuto mago, il pro-pro-pro-pro-zio di Bilbo, Ruggitoro Tuc, aveva inventato, involontariamente, il gioco del golf. Avvenne che durante la battaglia di prati verdi, mulinò la sua mazza con tale forza da staccare la testa al re dei Goblin, la quale volò per 100 iarde, per poi rotolare nella tana di un ignaro coniglio. Bilbo non credette granché a quanto rivelato dal suo amico, ed insinuò che lo stregone dal cappello a punta stava, un tantino, inventando. Del resto tutte le migliori storie necessitano di un’infiorettatura, altrimenti assumerebbero l’aspetto di banali testimonianze, comuni aneddoti privi di alcuna inventiva autoriale.

Edward Bloom in “Big fish – Le storie di una vita incredibile” rievocava il proprio vissuto senza mai separarlo dal fantastico. La sua esistenza si intrecciava alla leggenda, la realtà al mito. I suoi occhi giovani guardavano un mondo veritiero ma lo miravano come se esso fosse un’irrealtà siffatta d’incanto. Così se il suo datore di lavoro pareva aggressivo come un lupo famelico, egli lo trasformava, nei suoi racconti, in un licantropo bavoso. Ogni storia dovrebbe essere farcita dalle parole di un fine narratore, abile nel mescolare tanto il vero quanto il figurato e il fantastico.

Alcuni, però, non apprezzano tali “ornamenti” narrativi, e gli stessi prediligono il “pratico” a discapito del “fantasioso”. E’ ciò che maggiormente demarca i sognatori dai realisti. L’eccentrico Cameron Tucker, uno dei protagonisti della serie televisiva “Modern family”, è solito raccontare bizzarre ed emozionanti storie che non sempre vengono credute dagli altri membri della sua grande famiglia. L’ultimo fattarello riguarda una piccola, grande impresa compiuta da “Cam” in gioventù: egli, a suo dire, riuscì una volta a lanciare una zucca da una sponda all'altra di un campo da football. La veridicità dell’accaduto divide la famiglia. Una parte di essa, animata da una vena speranzosa, vuol credere all’accaduto, un'altra, con un rassegnato cinismo, si rifiuta di farlo. Così Phil, Gloria e Cameron, i sognatori, decidono di replicare il fatidico lancio della zucca, sotto gli sguardi scettici di Jay, Claire e Mitchell, i realisti.

Il primo tentativo fallisce miseramente, ma la famiglia, nella sua totalità, non si arrende. I “visionari” insistono una seconda e anche una terza volta, coadiuvati, nel frattempo, anche dai “pragmatici”, i quali, coinvolti dall’estro e dall’entusiasmo dei primi, hanno scelto di credere in ciò che sembrerebbe solo apparentemente impossibile. “Sognatori” e “realisti” sono allegorie descrittive rese così vivide nell’episodio “Il lancio della zucca” da poter essere considerate un paradigma di base nella descrizione dei singoli personaggi di “Modern family”.

Nella situation comedy, sognatori e realisti siedono sul divano, talvolta insieme, talvolta soli, e rivolgono le loro attenzioni a coloro che osservano, silenziosi, il loro vissuto quotidiano. Gli spettatori divengono così i depositari delle confessioni intime e segrete dei protagonisti. I telespettatori hanno costantemente la sensazione di far parte del linguaggio espresso in questa apparente realtà, potendo carpire i sentimenti e persino gli accenni di sensazioni di ogni singolo personaggio.

“Modern family” è girato con la tecnica del falso documentario, e la camera che inquadra l’agire ignaro dei personaggi si tramuta in un occhio indiscreto, a tratti persino “impiccione”, che scruta sfrontatamente il gesto, il cenno, la movenza, nonché la benché minima espressione facciale di ognuno di loro. La camera, di rado, si mantiene ferma, cede al movimento, allo zoom improvviso, come fosse uno sguardo interessato che tenta di scrutare con l’accostarsi, travalicando i confini meta-televisivi.  Talvolta, i personaggi stessi si rivolgono alla camera, lanciando verso di essa un’occhiata partecipativa, che ricerca il coinvolgimento dello spettatore, come anche a richiederne il “parere”.

Un cast d’eccezione, forse il migliore mai scelto per una sitcom, valorizza una sceneggiatura impeccabile e sempre divertentissima, sino ad esaltare una regia e un montaggio curati in ogni particolare. “Modern family” è uno spaccato schietto ed adorabile della vita di ogni giorno di una famiglia occidentale allargata e in costante evoluzione. Alla vita quotidiana, con le sue difficoltà affrontate sempre con una verve esilarante, ma anche le sue periture gioie accolte con soddisfazione, viene riconosciuto un valore straordinario.

“Modern family” celebra l’importanza del nucleo famigliare. Ma cos’è la famiglia nel nostro XXI secolo? Di fronte ad una società che rischia di essere sempre più massificata, avvolta da tante evasioni negative, la famiglia possiede ed emana energie capaci di rendere l’uomo cosciente della sua dignità e d’inserirlo pienamente nel tessuto sociale. La famiglia deve servire da esempio per i più ampi rapporti comunitari all’insegna del rispetto, del dialogo e dell’amore.  Avere una famiglia, sia essa costituita da sognatori o realisti, significa possedere un bene inestimabile. L’eterno Peter Pan Phil, marito amorevole e padre affettuoso, è sposato con Claire, donna apprensiva e protettiva nei riguardi dei suoi figli, Haley, Alex e Luke. La bellissima, procace e generosa Gloria Delgado, mamma di Manny, è la seconda consorte di Jay Pritchett, patriarca della famiglia, padre di Mitchell e Claire, e uomo burbero, brontolone ma di buon cuore. Cameron, teatrale e sensibilissimo, è sposato col sarcastico Mitchell ed è padre di Lily, bambina vietnamita adottata dalla coppia nel primissimo episodio della serie. I sognatori, Phil, Gloria e Cam, hanno trovato le rispettive metà nei realisti.

Non è un caso, come tiene a precisare lo stesso Cameron: talvolta, nella vita di tutti i giorni, i sognatori s’intrattengono con i sognatori e i realisti incontrano i realisti, ma più spesso di quanto si creda accade esattamente il contrario. Sognatori e realisti tendono, infatti, a completarsi. Senza i realisti, i sognatori volerebbero troppo vicino al sole e le loro ali di cera rischierebbero di sciogliersi, facendoli precipitare rovinosamente al suolo. Così come gli stessi realisti, senza i sognatori, non riuscirebbero mai ad alzarsi da terra, rinunciando, sin dal principio, ad un’illusione scintillante che potrebbe tramutarsi in un obiettivo tangibile e, conseguentemente, di facile realizzazione.

Il racconto di quel particolare aneddoto richiamato da Gandalf ha portato Bilbo a prendere la decisione di unirsi alla compagnia di nani ed intraprendere così la più grande avventura della sua vita centenaria. Ancora, le tante rievocazioni rinarrate da Edward Bloom hanno permesso al figlio di ben comprendere col cuore il vissuto del padre, sempre in bilico tra veridicità e suggestione. E’ questo il vero potere della parola, del racconto autentico mescolato all’immaginato.

“Modern family” somiglia ad un grosso, denso libro, le cui pagine sono raccontate a dei lettori-ascoltatori attraverso una rapida confidenza sussurrata. Esso è un racconto che giace aperto con le pagine su di una vita vissuta nell’amore e nell’affetto famigliare, in cui la spensieratezza sognante e la prudente veglia si intersecano nelle emozioni e nel vissuto dei Dunphy, dei Pritchett e dei Tucker. Poco importa se la storia della zucca è del tutto vera o no, il miscuglio tra realtà e fantasia ha portato una famiglia ad avvicinarsi ulteriormente e a trascorrere in felicità un pomeriggio di fine ottobre, inseguendo la sua “chimera”.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Fabrizio con Woody" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Fabrizio Frizzi veniva citato, con una punta d'ironia, durante un esilarante scambio di battute tra i personaggi interpretati da Corrado Guzzanti e Antonio Catania nella serie televisiva italiana “Boris”. Diego Lopez, il delegato di rete interpretato da Catania, affermava che Frizzi faceva parte della ristretta cerchia degli attori italiani appartenenti all’ambita “Prima fascia”. Qualunque ruolo di prestigio poteva essere, dunque, interpretato da lui. Era, di certo, un’espressione affettuosa. Fabrizio Frizzi non era propriamente un attore e, naturalmente, non aspirava ad essere un interprete di prima fascia del cinema o della fiction nostrana. Egli faceva parte di un’altra categoria di artisti. Una cosa, infatti, Fabrizio era davvero: un presentatore eccellente, d'indiscussa eleganza, di pregevole raffinatezza e d'impareggiabile educazione. Un signore in tutto e per tutto, un artigiano della televisione italiana, in altre parole: un assoluto conduttore di prima fascia! Una verità da affermare, questa volta, senza alcuna velata ironia.

Fabrizio Frizzi aveva un sorriso affettuoso, dei modi di porsi sempre gentili e una mimica facciale bonaria. Era un presentatore di spicco, che condusse molti dei programmi di maggior successo della Rai. Era entrato nelle nostre case restando circoscritto tra i confini di una scatola meccanica, di una TV per la precisione. Eppure, sebbene fosse distante, noi spettatori riuscivamo a sentirlo vicino, come fosse una presenza amica. Fabrizio aveva il dono di riuscire a farsi voler bene da tutti coloro che potevano osservarlo nel mentre lui intratteneva. Ma al di là del suo successo come presentatore, Frizzi ha occupato e occuperà sempre un posto speciale nel cuore e nei ricordi di tutti coloro che hanno ascoltato la sua voce quando lui la prestò ad uno splendido personaggio della Walt Disney e della Pixar.

In "Toy Story", e nei successivi capitoli, Fabrizio Frizzi era la dolce e coraggiosa voce di Woody, il pupazzo animato, vivo e senziente di uno sceriffo. Nella storia del film, era il giocattolo preferito del protagonista umano Andy, ed aveva assunto il ruolo di guida per tutti gli altri giocattoli. Woody si prendeva cura della sua “famiglia di pezza” con una dolcezza simile a quella dell’uomo a cui doveva la sua voce italiana. Il dolce e impeccabile doppiaggio del personaggio di Woody permise a Frizzi d'essere conosciuto e apprezzato dai più piccoli, i quali, udendo il suo parlato, crebbero ricordandola come una delle voci della loro infanzia.

E' scomparso un presentatore ma soprattutto un uomo di grande valore. Una personalità garbata e affabulante.

Fabrizio, te ne sei andato in punta di piedi, nell’egual modo in cui, tanti anni fa, sei entrato nei salotti delle nostre case. Ma col tuo passo leggero, hai lasciato un’impronta indelebile.

Mi piace pensare che Fabrizio Frizzi sia volato su nel cielo, verso l'infinito e oltre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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