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Come non ricordare l’indimenticabile varietà andato in onda dal 14 dicembre 1987, dal lunedì al venerdì, alle ore 22,30 sulla seconda rete della RAI, per l’attenta regia di Renzo Arbore?

Alla conduzione del programma, oltre al Renzo nazionale figurava un sagace Nino Frassica, con Mario Marenco, Nando Murolo, Alfredo Cerruti, Arnaldo Santoro, Fulvio Falzarano, Franco Carracciolo e altri. La scenografia era di Giovanni. Licheri, i costumi di Graziella Pera, mentre l’orchestra denominata “Mamma li turchi” era diretta dal maestro Gianni Mazza.

Dopo un’assenza di due anni, Arbore fa il suo ritorna in TV esaudendo le aspettative dei propri fan. La nostalgia del passato programma “Quelli della notte” era forte. Il nuovo intrattenimento, attraverso una scanzonata parodia del modello televisivo del gioco a quiz, di cui anche la sigla di apertura ne dava il giusto assaggio, ne amplifica tutti i luoghi comuni e le frasi fatte ponendo allo scoperto ed esasperando gli aspetti grotteschi della cafonaggine televisiva. Renzo Arbore nei panni di un ammiraglio, con tanto di divisa e feluca, comanda dalla sua postazione un turbolento equipaggio fatto di personaggi più o meno variegati e caricaturali. Tra questi si eleva l’acuto presentatore Nino Frassica in frac a lustrini, il notaio pedante, interpretato da Murolo, con un estemporaneo parrucchino, lo sponsor Cacao Meravigliao e un improvvisato corpo di ballo composto dalle ragazze Coccodè e da un’unica maldestra presenza maschile.

Il pubblico del Nord si trova a rivaleggiare con il pubblico del Sud a suon di canzonette e cori da stadio, mentre le performance di Riccardino, un discolo e sfrontato ragazzino in età scolare, interpretato da Marenco, e le incursioni del cane Fiocco arrecano caos nello studio. In un clima di ingovernabilità i tanti imprevisti sono costituiti da interferenze con pattuglie della polizia, dagli estemporanei collegamenti con il professor Pisapia, il quale non compare mai, e dai sofisticati meccanismi che regolano la “Ruotona della Fortunona”.

Alcuni modi di dire sono entrati prepotentemente nel linguaggio comune, come per esempio, “Volante uno, Volante due”. “Chiama lei o chiamo io?”.  “Cosa sta pensando quest’uomo quiz?”. La trasmissione ha riscosso il favore del pubblico per tutte le 65 puntate andate in onda fino alla primavera del 1988. Nell’autunno dello stesso anno sono state proposte in replica 20 puntate del riuscitissimo varietà con il titolo “Indietro tutta souvenir”.           

    
Redazione: CineHunters

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Bim Bum Bam è stato un programma per ragazzi a cura di Alessandra Valeri Manera, andato in onda dal 4 luglio 1981, tutti i giorni alle ore 17,00, su Italia 1, e poi passato su Canale 5. Tra gli autori figuravano Edoardo Erba, Giancarlo Muratori, Daniele Demma, Kitty Perria, Enrico Valenti, Cino Tortorella. A condurre il programma c’erano Paolo Bonolis, Sandro Fedele, Marina Morra, Manuela Blanchard, Carlotta Brambilla, Deborah Magnaghi, Carlo Sacchetti, Marco Bellavia, Alessandro Gobbi, Roberto Ceriotti, Licia Colò. La regia era di Maurizio Pagnussat.

All’interno del programma oltre ai cartoni animati e ai telefilm vi si potevano riscontrare simpatiche inchieste, divertenti quiz e momenti musicali, a cui partecipavano attivamente due pupazzi di nome Uan e Ambrogio. Uan, il pupazzo animato con le sembianze di un cagnolone rosa col ciuffetto fucsia, è ancora oggi ricordato come il simbolo del programma. Uan era animato dalla vita in giù, e le sue “gambe” non potevano in alcun modo essere mostrate, ciò comportava la costante presenza del pupazzo da dietro il bancone dello studio. Le interazioni tra Uan e Paolo Bonolis assunsero i contorni dei siparietti comici tipici delle più affiatate coppie comiche della televisione. Spesso l’uno completava le battute dell’altro, e a volte, tendevano a interrompersi a vicenda e a cominciare qualche scaramuccia comica per far ridere i bambini che nel tempo, impararono ad amare questi due bizzarri amici del piccolo schermo.

La trasmissione per ragazzi proposta dalla Fininvest ha mosso i suoi passi dopo il distacco di Bonolis, Fedele e Morra dalla RAI, dove erano stati i presentatori della trasmissione 3 2 1… contatto! Bim Bum Bam ha rappresentato il trampolino di lancio per tutte le più celebri serie dei anime giapponesi: da Lady Oscar a Lupin III, da Dolce Candy all’Ispettore Gadget, ma anche eventi televisivi come I puffi o i Power Rangers hanno trovato in questo contenitore pomeridiano lo spazio giusto per esprimersi. Tra i tanti programmi trasmessi dal contenitore, uno in particolare raccolse un vasto apprezzamento dal giovane pubblico: una produzione in live action a carattere leggero e romantico dal titolo “Love me Licia” con la splendida Cristina D’Avena come protagonista dell’adattamento italianizzato dell’anime giapponese “Kiss me Licia”.

Successivamente Paolo Bonolis ha abbandonato il programma (1990) per dedicarsi a nuove trasmissioni, questa volta indirizzate a un pubblico meno giovane, e il programma, andato in onda per ben dodici anni, è proseguito sotto una conduzione di gruppo, chiamata la gang di Bim Bum Bam. Nel 1992 il programma è passato su Canale 5 in seguito alla decisione della Fininvest di dedicare la fascia pomeridiana di Italia 1 a un pubblico più maturo. La fattezza del programma, benché il cambio di rete, è rimasta la stessa. Negli anni Novanta Bim Bum Bam appariva come un contenitore in cui si avvicendavano cartoni animati, giochi in studio e sketch, a cui prendevano parte giovani conduttori. Il legame con i piccoli telespettatori era mantenuto dai giochi telefonici che permettevano di aggiudicarsi i premi in palio - che in linea di massima erano rappresentati dai dischi in vinile delle sigle dei cartoni o da videocassette - e dall’angolo dedicato alla posta. Dal 1993 era stato aggiunto un fax, dove i bambini potevano inoltrare lettere e disegni. Dalla stagione 1993 1995 fino alla stagione 1996-97, una nuova versione domenicale del programma è stata mandata in onda su Italia 1 dalle 8,00 alle 11,00 e presentata da Manuela Blanchard.

Dalla stagione 2000-01 anche Bim Bum Bam (che tornò su Italia 1), seguendo un processo di svuotamento del programma contenitore che aveva già coinvolto altre trasmissioni similari, ha perso i suoi spazi in studio, sostituiti dai cartoni animati e presentati da una voce fuori campo, una specie di nuovo presentatore virtuale. L’unica caratteristica distintiva mantenuta dal programma fu il simbolo di Bim Bum Bam visibile in basso sulla sinistra. Con l’addio di Bim Bum Bam terminò per anni uno spazio televisivo destinato ai bambini e strutturato in proiezioni di cartoni animati. Una mancanza a cui la televisione non porrà rimedio fino al 2014.

Come potremmo definire cosa fosse “Bim Bum Bam” agli occhi del giovane pubblico, se non altro, la prima presa di coscienza di ogni piccolo bambino circa il tempo che scorre? Come dite? Mi domandate il perché di questa spiegazione?

I bambini, che fossero le 16:00 o le 17:00, come mossi da uno spontaneo entusiasmo, correvano davanti alla TV perché sapevano che quella era l’ora più importante della giornata: cominciava Bim Bum Bam.

Redazione: CineHunters

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"Zorro" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

"Zorro” fu una serie televisiva prodotta dalla Walt Disney con Bill Anderson. Il programma, in Italia, è andato in onda dal 14 aprile 1969 e trasmesso alle ore 17,45. Fra gli interpreti c’erano Guy Williams, George J. Lewis, Gene Sheldon, Henry Calvin, Eugenia Paul, Jolene Brand, Don Diamond, John Litel, Britt Lomond.

L’intrepido spadaccino, che aiutava i deboli e gli oppressi, uscito dalla penna di Johnston McCulley nel 1919, ha fatto la storia dei primi anni della televisione. La serie ha poi avuto diverse edizioni e, dopo la prima, ha assunto come titolo solamente il nome del protagonista mascherato: “Zorro”.

"Là sulla duna, quando brilla la luna, spunta il nostro eroe Zorro”

 

Zorro fu un capostipite del genere supereroico, e il telefilm a lui dedicato fu per certi versi una delle primissime serie televisive dedicate a un eroe dalla doppia vita. Con “Zorro” il pubblico imparò ad appassionarsi alle consuete dinamiche che prevedevano l’interazione tra l’uomo comune e l’eroe inarrivabile. Come nella lettura di un fumetto a carattere classico, le avventure dell’eroe rivivevano in TV seguendo le medesime meccaniche narrative.

Guy Williams, a nostro giudizio, resta il Zorro per antonomasia nell'immaginario collettivo.

 

Don Diego de la Vega (Guy Williams) è l’alter ego dell’eroe mascherato che dà il proprio nome alla serie, ambientata nella California spagnola del 1820. Figlio del nobile Aleandro di Monterrey (George J. Lewis), Diego difende a colpi di fioretto gli oppressi dal regime militare rappresentato dal capitano Monastario (Britt Lomond) e dal corpulento e originale sergente Garcia (Henry Calvin). Zorro è altresì il primo eroe mascherato ad apparire in un romanzo d'avventura. Egli si erge come voce del popolo per difendere gli oppressi da un regime totalitario. Il suo coraggio è fonte d'ispirazione per molteplici eroi dei fumetti, tra tutti Batman, che la notte dell'omicidio dei suoi genitori stava, per l'appunto, assistendo a uno spettacolo teatrale dedicato a Zorro.

Zorro è stato fonte d'ispirazione per tanti personaggi. Anche Westley, interpretato da Cary Elwes ne "La storia fantastica", ha un costume ispirato a Zorro.

 

Nel telefilm lo assistono nelle sue imprese il fedele servitore Bernardo (Gene Sheldon), muto sin dalla nascita e sordo a convenienza. Completa il tutto l’agile e ammaestrato destriero nero di nome Tornado. Gli episodi che si avvicendano sono sempre avvincenti e carichi di azione e suspense. Largo spazio è lasciato ai sentimenti dei protagonisti, così come viene posta in primo luogo l’analisi del rapporto tra Don Diego e il genitore e tra Don Diego e Anna Maria (Jolene Brand), innamorata di Zorro e corteggiata da Don Diego.

La serie ha avuto un grande successo tra il pubblico, ed è stata apprezzata specialmente dai più piccoli. Per molti anni Zorro è rimasto il costume di carnevale più utilizzato dalle mamme per vestire i loro bambini.

Il personaggio di Zorro ebbe una riproposizione negli anni ’90 con una nuova serie televisiva, anch’essa di successo con protagonista Duncan Regehr .

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il titolo originale della serie era Fury, poi cambiato in The Brave stallion, andato in onda in America dal novembre 1955 al settembre 1966. Prodotto da Leon Fromkess e interpretato da Peter Graves, Bobby Diamond, William Fawcett, Ann Robinson, Jimmy Baird, Roger Mobley, Nan Leslie, Wuilliam Hudson, Guy Teague, James Seay, il famoso telefim, che tratta dell’amicizia tra Joey, un ragazzo rimasto orfano, e Furia, un magnifico cavallo dal manto nero intelligentissimo e fedele, è divenuto un classico della televisione per ragazzi anche nel nostro Paese.

Come la maggior parte dei telefilm americani, anche Furia si prefigge finalità educative e vuole svolgere una funzione formativa. La campagna dove si svolgono le storie rappresenta l’ultimo rifugio di un universo valoriale che inizia ad avvertire i primi cedimenti in città. La figura del cavallo allora assume una rilevanza ben determinata. Esso rappresenta, in un certo senso, il deus ex machina, per citare un espediente caratteristico della tragedia greca, vale a dire, viene utilizzato il puledro per risolvere situazioni critiche o, quanto meno, ingarbugliate, in seguito a un incidente avvenuto o a un pericolo imminente o, addirittura, per un’ingiustizia subita.

In poche parole, dove non riesce a giungere la mano dell’uomo ci arriva di sicuro la natura, in questo caso personificata dal cavallo. Ogni episodio è uno spaccato di modello compartimentale, all’insegna della solidarietà e della comprensione reciproca, il tutto teso verso il rispetto delle leggi e delle consuetudini. Furia si fa carico di garantire il buon esito dell’insegnamento e della disciplina, alla luce di ciò che ha rappresentato per ciascuno di noi il passato.

Come non ricordare la sigla della versione italiana, che è diventata per quegli anni una specie di tormentone. Vi sovviene? Si intitolava Furia cavallo del West ed era cantata dal sempreverde Mal.

Redazione: CineHunters

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Rubrica quotidiana di pubblicità, andata in onda dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977, alle ore 20,50. Il piccolo programma, perché di questo si trattava, sorse quando la RAI decise di dare spazio alla pubblicità e, intorno al nascente e innovativo propulsore economico, realizzò un contesto di carattere teatrale, con tanto di velario e d’accompagnamento a suon di musica, magicamente pertinente. Per vent’anni il piacevole siparietto costituì l’appuntamento più atteso da grandi e piccini. Carosello apportò una serie di innovazioni nel linguaggio televisivo e la sua caratteristica preponderante fu la brevità sia degli spot che degli sketch. Gli stacchi teatrali dovevano essere semplici, di facile comprensione, immediati, e spesso si faceva ricorso a frasi fatte, ai cosiddetti luoghi comuni, particolarmente ricorrenti in quel periodo storico.

“A letto dopo Carosello” divenne l’espressione comune di tante mamme, accettata come ordine categorico dai bambini per i quali quei dieci minuti di pubblicità che venivano subito dopo il telegiornale segnavano la fine della giornata e il momento della buonanotte.

L’austero format di Carosello fu congegnato in modo da funzionare impeccabilmente. Però il programma non poteva ridursi a un banale contenitore di messaggi pubblicitari (oggi diremmo consigli pubblicitari) in quanto c’erano delle regole ben precise da seguire. Bisognava predeterminare il numero dei secondi da dedicare alla réclame, il numero di citazioni del nome del prodotto, il numero di secondi da dedicare al puro intrattenimento, la cui vicenda, cosa importantissima, doveva essere completamente estranea all’articolo che si stava reclamizzando. In effetti c’era una norma ben precisa ed era quella che lo stacchetto, generalmente umoristico, doveva durare un minuto e 45 secondi e doveva essere separato dalla parte strettamente pubblicitaria, cioè il “codino”, come veniva chiamato in gergo il pezzo pubblicitario. Il passaggio dallo sketch comico al codino doveva essere sempre preceduto da un’espressione-chiave proferita dall’attore impegnato nel siparietto, e soltanto alla fine poteva essere pronunciato il nome del prodotto oggetto della réclame. L’indimenticabile rubrica quotidiana raggruppava quattro o cinque filmati pubblicitari, divisi tra loro, come già detto, da siparietti disegnati da Artioli, e il primo Carosello trasmesso in assoluto fu “Le avventure del signor Veneranda”, per l’ormai famosissimo Brandy Stock 84, sceneggiato da Carletto Manzoni, per la regia di Eros Macchi. Tra gli interpreti figuravano Erminio Macario e Giulio Marchetti. Completavano il primo quintetto della rubrica il marchio Shell, l’Oreal, Singer e Cynar.

Una simpatica tarantella presa dal repertorio napoletano e arrangiata dal maestro Raffaele Gervasio fungeva da sigla alla trasmissione. La colonna sonora rimase invariata per tutti i vent’anni e la sigla più celebre rimane sempre la prima, quella che si mantenne inalterata fino al 1973, con i panorami di quattro città italiane. Nell’ordine vi erano raffigurate: Venezia vista dal mare, in cui si scorge il Ponte di Rialto, Siena con Piazza del Campo, Napoli con la sua famosa Via Caracciolo e Roma con Piazza del Popolo.  Ai lati vi trovavano posto un chitarrista, un trombettiere, un suonatore di mandolino e uno di flauto.

“Chiunque avesse inventato Carosello, aveva visto bene. Non era solo pubblicità, era un programma assolutamente anomalo che si nutriva di ogni tipo di spettacolo. E dove era possibile, pur passando sotto i rigidi controlli della SACIS, fare di tutto, dal cartone animato sperimentale a quello più classico, dal varietà al filmetto industriale artistico. E dove tutto poteva convivere. Così Carosello andò avanti per vent’anni” (Marco Giusti).

Diventarono famosi diversi personaggi di fantasia. Si spaziava dai catoni animati ai filmati prodotti con la tecnica del Passo uno. Tra i cartoni figuravano “Angelino” del detersivo Supertrim, “l’Omino coi baffi” della Bialetti, il “Vigile e il foresto” che reclamizzava il brodo Lombardi, “Ulisse e l’ombra” per il caffè Hag, “Salomone pirata pacioccone” per la Fabbri, “Calimero” per la Mira Lanza e “La Linea” che contrassegnava le pentole Lagostina. Tra i filmati a Passo uno si riscontravano “Caballero e Carmencita” della Lavazza, “Papalla” per la Philco, “Topo Gigio” che reclamizzava i biscotti Pavesini.      

             

Carosello era dunque un vero e proprio spettacolo che si avvaleva della collaborazione di nomi illustri, in veste di autori o di registi. Tra essi figuravano Age e Scarpelli, Luigi Magni, Gillo Pontecorvo, Ermanno Olmi, Sergio Leone. Attori del calibro di Totò, Macario, Eduardo e Peppino De Filippo, Gilberto Govi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Giorgio Albertazzi, Arnoldo Foà, Alberto Lupo, Tino Scotti, Aldo Fabrizi, Dario Fo e Franca Rame, Amedeo Nazzari, Mario Carotenuto, Franca Valeri, Alighiero Noschese, Ernesto Calindri, Nino Manfredi, Virna Lisi, Gino Bramieri, Walter Chiari, Carlo Campanini, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Gino Cervi, Fernandel, Ave Ninchi, Raffaele Pisu, Paolo Panelli e Bice Valori, Paolo Ferrari, Paolo Stoppa e Rina Morelli, Aroldo Tieri, Gianrico Tedeschi, Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Carlo Dapporto, Nino Taranto, Franco Volpi, Alberto Lionello, Lia Zoppelli, ecc. Ma anche cantanti già allora famosi, come Nilla Pizzi, Domenico Modugno, Mina, Adriano Celentano. E persino artisti stranieri: da Frank Sinatra a Jerry Lewis, da Orson Welles a Yul Brynner.

 

La ricetta così unica, così tutta italiana, di Carosello era in realtà un luogo, una sorta di contenitore ovattato dove si praticava, senza arrossire, il più spigliato parassitismo culturale. Sia che riutilizzasse vecchi sketch del teatro di rivista, del cinema e della stessa televisione sia che rivisitasse pellicole d’animazione o riproponesse, in maniera del tutto soggettiva, alcuni metodi dell’avanguardia, Carosello rappresentava una forma d’espressione particolare, direi unica, e senza dubbio destinata a durare nel tempo. Ed infatti fu proprio così! Per quasi vent’anni Carosello costituì un saldo e preciso punto di riferimento nell’astruso e problematico mondo della pubblicità.

I due minuti e 15 secondi di ogni sketch appaiono infiniti al cospetto dei 30 secondi, o addirittura dei 15, se non dei 5 dei consigli pubblicitari di oggi. In realtà Carosello ha rappresentato una grande innovazione linguistica per la televisione italiana, quella d’essere breve ed efficace. Le spumeggianti, concise storie e i tempi frenetici scaturivano dal bisogno di racchiudere in pochi istanti informazioni persuasive e vicende di senso compiuto. Ma questi tempi risicati, invece di rappresentare una limitazione all’estro, alla fantasia, divenivano improvvisamente autentiche costruzioni stilistiche e lessicali, vere forme metriche. La pubblicità di oggi, sebbene abbia fagocitato più o meno ogni forma d’espressione artistica, fatta di immagini coloratissime e ricercati effetti sonori, non è amata dalla gente così come lo è stato Carosello. Ed è proprio questo aspetto che lo rende unico e inimitabile, malgrado il lessico a volte convenzionale, pieno di luoghi comuni, l’uso obbligato del bianco e nero, la banalità delle situazioni.

L’idea di Carosello, quella antica e originaria, era di dare una radice nella tradizione nazionale alle immagini dispersive della “società dei consumi”, come allora si cominciava a dire. Ecco quindi le pubblicità trasformate in bozzetti, in intermezzi scenici, ecco le pubblicità considerate come la “satira nel contesto della rappresentazione delle tragedie greche, momento di riflessione “morale sugli eventi” (A.C. Quintavalle).

Col passare del tempo, una certa altra cultura cominciò ad additare Carosello come un veicolo “diseducativo” poco pratico e soprattutto oneroso per la committenza, data il protrarsi degli sketch, e fu  così  che il 2 gennaio del 1977 l’inossidabile trasmissione andò definitivamente in pensione.

Nel 1997 per ricordare il ventennale della messa in quiescenza di Carosello è stato riproposto un vero e proprio Carosello pubblicitario in un segmento andato in onda prima del varietà del sabato sera Fantastico.

Redazione: CineHunters

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Star Trek è la più conosciuta serie di fantascienza della storia della televisione americana. E’ ambientata nel secolo XXIV e racconta le vicissitudini di un equipaggio composto più che altro da ricercatori che si muovono a bordo di un’astronave, la Enterprise, sempre alla riscoperta di nuove forme di vita nell’universo. Al posto di comando siedono il comandante Kirk, interpretato da William Shatner, Leonard Nimoy nei panni del Signor Spock, uno scienziato figlio di un alieno, precisamente un Vulcaniano, e di una terrestre, che presenta tratti somatici orientali, con orecchie a punta. Le interazioni tra Kirk e Spock sono uno dei capisaldi della serie, e rappresentano il rapportarsi dell'uomo con un'entità per metà aliena. I vulcaniani sono una razza aliena che tende a reprimere completamente ogni forma di sentimento a favore di una completa logica razionalizzante, mediante il rituale del Kolinahr . Spock è il principale artefice della diffusione nella serie del celebre saluto vulcaniano, accompagnato dall'espressione "lunga vita e prosperità".  Il trio dell'equipaggio è completato dall’ufficiale medico McCoy, interpretato da DeForest Kelly. La serie ha avuto negli Stati Uniti un grande successo, soprattutto dopo la sua conclusione, con il sorgere di fan club di vastissima portata.

"Star Trek" è ambientato in un universo futuristico in cui gli uomini fanno parte della Federazione dei Pianeti Uniti che abbraccia sotto un unico governo numerosi popoli provenienti dalle più remote zone dello spazio. 

In Star Trek il viaggio e il mito della frontiera, tanto cari ai film western, si trasferiscono nel cosmo, alla ricerca di nuove civiltà, non coll’intento di conquista, bensì di conoscenza, portando con essi un messaggio di pace e di amicizia. Alla ricchezza di contenuti fa da cornice una nuova coscienza metalinguistica, la descrizione dei personaggi che si muovono all’interno della serie e che costituiscono una squadra multirazziale, proprio nel momento in cui in America stava per nascere un nuovo modo di concepire i vari rapporti fra persone appartenenti a razze diverse. Famoso è rimasto il bacio che si sono dati il comandante Kirk e il tenente Uhura: il primo bacio interrazziale in assoluto nella storia della televisione americana. Star Trek ha rappresentato, per certi versi, l’immagine degli Stati Uniti degli anni Sessanta, e allo stesso tempo ha preceduto le tematiche di tanta televisione, così come pure di molto cinema degli anni a venire.

In "Star Trek" venne filmato il primo bacio interrazziale nella storia della televisione americana. Al cinema, come ipotizzò ai tempi Whoopi Goldberg in un'intervista con Charlton Heston, nel fantascientifico "The Omega man" il bacio tra Heston e Rosalind Cash fu uno dei primi baci interrazziali nella storia del cinema.

 

In Italia la serie è giunta vent’anni dopo, sulla scia del successo ottenuto dai quattro film realizzati per rinverdire la notorietà della serie dopo che, a partire dagli anni Ottanta, i lungometraggi di Lucas e Spielberg  “Star Wars” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo” avevano sbancato i botteghini. Anche da noi la serie è diventata un fenomeno di culto per molti giovani e meno giovani, mentre la saga si arricchiva di nuovi capitoli cinematografici, oltre a produrre nel 1987 un sequel, Star Trek – The Next Generation, che ha generato nel 1993 lo spin off Deep Space Nine.

Nel 1995 è stata trasmessa la quarta serie ambientata nell’universo trekkiano, Star Trek Voyager, ideato da Michael Piller, Rick Berman e Jeri Taylor (sostituito successivamente da Brannon Braga), che vede per la prima volta al comando di un’astronave sperduta nello spazio siderale, una donna.

Nel 2001 è il turno di Enterprise, quinta serie in ordine cronologico, che in un certo senso non è altro che un prequel, in quanto si posiziona cento anni prima della serie storica, narrando le vicende della prima, vera, unica Enterprise.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Un tempo esisteva una sorta di precetto che doveva essere rispettato da chi di cinema e televisione ne faceva il proprio pane quotidiano. Tale dogma era come se fosse stato impresso su una tavola astratta ma concreta, tanto d’essere presa come monito dalla mente e dall’animo di ogni addetto ai lavori: essa prevedeva una costante ricerca dell’originalità. Persino nella pubblicità, l’indagine da compiersi era quella di portare allo scoperto lo stupore estetico, l’impatto sorprendente che uno spot, breve o articolato che fosse, avrebbe potuto avere sulla psiche dei telespettatori, a spingerli ad acquistare un prodotto, non solo per la voglia d’averlo, ma perché “incantati” da ciò che tale promo consigliava. In quegli anni, precisamente nel 1995, un paio di Jeans proponevano eroismo, audacia, spavalderia, sicurezza di sé e successo con le donne: e lo facevano con una certa innovazione. Quanto potere recavano in loro quei calzoni che, se abbinati a un paio di occhiali da sole, trasformavano l’acquirente di turno in un “Mista Lova, Lova”. Permettetemi questo “neologismo molto particolare”, asservito al momento, una piccola licenza linguistica riadattata del ritornello, ma, pur vero, in quegli anni il tormentone era ripetere parole e note “italianizzando” il testo: Mr Lover, Lover” diventava canterellando “Mista Lova, Lova”. E noi amavamo pronuncialo in tal modo, forse proprio perché coscienti di non arrivare mai a cantarla come chi l’ha portato tale ritornello alla ribalta.

Ma andiamo più nel dettaglio: la Levi’s nel 1995 rilasciò uno spot televisivo per promuovere i suoi già celebri Jeans. Tale promo era accompagnato da un brano musicale del cantante giamaicano Shaggy: Boombastic. Una hit indimenticabile, resa immortale da uno stile vocale, quello per l’appunto di Shaggy. Grazie allo straordinario successo dello spot, che spopolò in televisione, il brano raggiunse le prime posizioni in tutta l’Europa. Fu uno dei primissimi esempi di come un semplice promo televisivo potesse ergersi a tormentone, un brano a far salire alla ribalta non soltanto un prodotto pubblicizzato ma tutto un cantante. Da quel momento diverrà infatti una consuetudine che i cantanti prestino i loro brani agli spot televisivi, sperando di farne dei tormentoni. Alcune volte è andata bene, altre le musiche son passate del tutto inosservate, finendo, come spesso succede, nel dimenticatoio. Cosa che non accadde a Boombastic. E come sarebbe potuto succedere? Non era soltanto la musica, e tutto ciò che essa comporta, ad essere predominante nello spot, ma erano le stesse sequenze ad adattarsi perfettamente al ritmo: suoni e immagini venivano amalgamate in un’univoca espressione.

Stacchi di melodia roboante fanno da preambolo a un’ampia inquadratura, presa dal basso e  rivolta a un Hotel in preda alle fiamme. Una donna rimasta intrappolata sul tetto urla disperatamente verso una folla che nel frattempo si è radunata in prossimità dell’albergo. Si tratta, come riporta l’insegna che si staglia alle spalle della povera fanciulla, dello Schmitt Hotel. Un uomo, con indosso un paio di jeans Levi’s e una canotta bianca, inforcando un paio di occhiali da sole si palesa improvvisamente al centro della scena. E’ in quel preciso istante che inizia il tormentone di Shaggy, con l’esatta pronunzia dell’espressione: “Mr Boombastic”. Come se il nome proferito da Shaggy facesse da chiaro annuncio all’arrivo del protagonista dello spot. E in effetti sarà proprio così! Per tutti quel coraggioso, intraprendente, per certi versi, mordace protagonista diventerà “Mister Lover, lover” o, in alternativa, “Mr Boombastic”.

Salta subito agli occhi, sin dalle prime sequenze, come la pubblicità riesca a calare lo spettatore in una realtà fittizia, surreale, animata artificialmente: un mondo, magari anche  pittoresco, ma fatto di comune plastilina. Lo spot venne realizzato da Deiniol Morris e Michael Mort, i quali utilizzarono la tecnica cinematografica del Claymation, che adopera la plastilina animata. Fu, quella apportata dai due autori, un’innovazione senza precedenti, mai nessuno aveva proposto nulla del genere per una “semplice” pubblicità.

Mr Lover, lover, notando la donna in pericolo e scorgendo a pochi passi da lui una motocicletta della polizia, decide di accaparrarsela. Così, in sella al bolide su due ruote, percorre a tutta velocità una serie di scale da pompiere, già sovrapposte e messe in posizione per montarci sopra, nel tentativo di raggiungere la sommità dell’hotel, non prima d’aver rivolto un sorriso furbetto allo spettatore preoccupato. Neppure un solo istante è sprecato in questo spot, ogni singolo fotogramma è destinato a sorprendere e divertire chi ha l’opportunità di guardarlo. In quell’accenno di sorriso il personaggio racchiude tutta la propria carica d’azione, suggerendoci, con vivacità espressiva, un laconico “non preoccupatevi, ci penso io a lei!”. Raggiunta la donna, dopo aver distrutto la moto contro l’insegna intermittente dell’hotel (che muterà per pochi istanti in un provocatorio “Shit Hot”), l’uomo si appresta a salvare la donna dalle fiamme. E come? Semplicemente togliendosi di dosso i Jeans della Levi’s e poi stendendoli a cavallo del cavo (il che farà avere alla donna un piccolo mancamento, ma giusto qualche attimo). Aggrappatisi entrambi ai calzoni, i due scivoleranno via a tutta velocità lungo la fune, mentre i Jeans per il forte attrito si lasceranno dietro una scia di fuoco, tanto da trasformare due poveri piccioni, accovacciati proprio su quel cavo, in due polli arrosto. La folle corsa infine vedrà i due sfondare i vetri della finestra di una stanza da bagno di un palazzo adiacente, proprio nel momento in cui un ignaro tizio se ne stava comodamente seduto sul suo water. Qui Mr Lover, lover e la donna si lasceranno andare a un intenso bacio, mentre la folla applaude, e l’uomo, che ha compreso ben poco, li osserva attonito. Un finale parodistico di uno spot dal sapore altrettanto burlesco.

Il brano di Shaggy non fu semplicemente un estratto adattato come colonna sonora dello spot, ma fu  parte integrante di esso, nel cadenzare la verve caricaturale dell’azione. Lo spot della Levi’s fu pluripremiato per l’originalità e le innovative tecniche di realizzazione. Più che una pubblicità, la Levis’ propose uno “stile” promozionale, una storia divertente, che non si consuma in un solo minuto sotto i nostri occhi, ma resta ben salda in mente. Fu una sorta di cortometraggio cinematografico prestato alla televisione.

Una pubblicità come questa, oggi, nell’epoca dei social network e dei falsi perbenismi, verrebbe tacciata di maschilismo, di prevaricazione, di razzismo (nello spot non vi è presente neppure un solo personaggio di colore tra la folla), susciterebbe le ire degli animalisti e dividerebbe letteralmente il pubblico tra chi l’adorerebbe e chi ne farebbe motivo di disprezzo. D’altro canto, il video della canzone di Shaggy risulterebbe il più cliccato su Youtube, lo spot verrebbe condiviso su qualunque piattaforma social, e la pubblicità sarebbe in tendenza su Twitter pressoché in pianta stabile, con diversi hashtag.

Vi era, negli anni in cui lo spot fu girato, una realtà ben diversa dall’attuale, molto meno esigente, dove anche un semplice messaggio pubblicitario poteva suscitare curiosità e destare meraviglia. Erano anche gli anni in cui si prendevano le cose con disinteressata ironia, e di sicuro si polemizzava molto meno sulla realtà circostante.

Con “Boombastic” eravamo tutti audaci col ritmo nel sangue, capaci di conquistare la fanciulla in difficoltà dai folti capelli biondi.  Uno spot che aveva fatto a tutti noi un dono molto speciale: farci sentire eroi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La prima puntata della famosa serie televisiva è andata in onda in Italia il 19 novembre 1992, alle ore 20,30. Era di giovedì e a trasmetterla fu Italia 1.

Attorno alla famiglia Walsh, da poco trasferitasi per motivi di lavoro da Minneapolis a Los Angeles, e precisamente nel più prestigioso quartiere della metropoli, appunto Beverly Hills, ruota un nutrito gruppo di personaggi che vivono nel lusso e nei divertimenti più sfrenati (il famoso 90210 è il numero di codice postale della località). I protagonisti della serie TV sono i giovani adolescenti: il ribelle Dylan McKay, interpretato da Luke Perry, ritenuto il James Dean degli anni ’90, i gemelli Walsh Brandon e Brenda, rispettivamente Jason Priestley e Shannen Doherty, Steve Sanders, interpretato da Ian Ziering, figlio di una star televisiva, poi Andrea Zuckerman (Gabrielle Carteris), brillante e intellettuale redattrice del giornalino della scuola, il West Beverly High, uno dei più prestigiosi istituti di Los Angeles. E poi figurano ancora Kelly Taylor (Jennie Gart) e Donna Martin (Tori Spelling), le migliori amiche di Brenda, e l’aspirante musicista David Silver interpretato da Brian Austin Green.

Nel frivolo universo fatto di lussuose abitazioni, belle macchine, bella vita, ogni puntata cerca di trattare un tema sociale o di attualità, rappresentato dall’alcolismo, dal razzismo, dal difficile rapporto genitori-figli, dal pericolo dell’AIDS. 

Con il susseguirsi delle puntate la serie prende l’aspetto più o meno evidente di una telenovela, in quanto la storia spesso non si esaurisce con la fine dell’episodio ma trasborda nel successivo, così come aumentano i personaggi che crescono di numero e si moltiplicano a vista d’occhio. La serie accompagna così i protagonisti (e alle volte i suoi stessi spettatori) dal diploma al college fino al mondo del lavoro in un continuo sviluppo della maturità che i personaggi acquisiscono nel corso della loro vita. Negli Stati Uniti la serie ha riscosso un grandissimo successo sin dal lontano 1990, quando fu trasmessa dalle reti Fox. Il trio Brenda-Brandon-Dylan ha suscitato nei telespettatori grandi passioni, misti a sensazioni di odio, in modo particolare nei confronti di Shannen Doherty (Brenda), sulla quale sono sorti pettegolezzi inerenti le sue esuberanze da ragazza, diciamo così, maledetta, pure nella sua vita privata, a tal punto che il suo ormai scomodo personaggio è stato allontanato dalla serie con l’artificio di un viaggio di studio a Londra.

Shannen Doherty, nonostante le difficoltà sul set, legò il suo inconfondibile volto al ruolo di Brenda, venendo sempre ricordata con affetto dai fan dello spettacolo. La Doherty diverrà ulteriormente famosa in seguito come Prue Halliwell, la sorella maggiore del trio, nella serie tv “Streghe”, ruolo che ricoprirà per tre stagioni prima di lasciare anche quest’ultima serie per forti divergenze con il cast e la produzione. Anche in quest'ultima serie, l'attrice riuscì comunque a conquistare il cuore dei fan, e il suo improvviso addio lasciò un vuoto incolmabile, attenuato dall'arrivo di Paige. Shannen Doherty è un'attrice abile a conquistare il cuore degli spettatori, e per tale motivo i suoi ruoli sul piccolo schermo, ancora oggi, risultano indimenticabili. La Doherty negli ultimi mesi sta combattendo coraggiosamente un cancro al seno che le è stato diagnosticato nell’agosto del 2015.

Sull’onda del successo americano, la serie è giunta in Italia divenendo subito un fenomeno di costume, con ragazzine in delirio, ascolti da favola e sempre in aumento, e con la nascita di dei fan club. Beverly Hills 90210 può essere ritenuto, per certi versi, una specie di Happy Days vent’anni dopo; il risvolto della medaglia che ha rappresentato “Gioventù bruciata”; è il sogno fatto realtà di un mondo ovattato in cui tutto è possibile.

Charles Rosin, produttore esecutivo della serie assieme ad A. Spelling, ha dichiarato: “Lo scopo del telefilm non era quello di promuovere stereotipi, quanto quello di abbatterli, di svelare i problemi della gente comune al di là della fascia socio-economica alla quale appartiene”.

La serie ha in seguito suscitato uno spin-off, Melrose Place, indirizzato a un pubblico adulto.

Redazione: CineHunters

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Flash ritratto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Correvano (mai verbo fu più azzeccato di questo) gli anni ’90… E che passo spedito avevano! Li ricordate? Personalmente li ho sempre considerati, reinterpretati, in maniera romanzata si intende, come un decennio unico nel suo genere, quasi prigioniero tra lo stile inimitabile degli anni’80 e il sentimento speranzoso di un domani imminente.  Il Duemila era praticamente alle porte, e giungeva preannunciandosi come un evento unico. Non capita poi così spesso di poter accogliere il cosiddetto “nuovo millennio”. Eppure, quegli anni ebbero la capacità di conservare un gusto dolce e appagante, forse dettato proprio dalle aspettative riguardanti un futuro che sembrava lentamente materializzarsi all’orizzonte. Per tutti gli anni ‘90 si guardava al futuro, a ciò che davvero poteva portare con sé il Duemila. I cinefili osservavano “Ritorno al futuro - parte II” e ne restavano incantati: tutto sembrava così all’avanguardia in quella Hill Valley del 2015, in cui Marty e Doc muovevano i loro passi.

Mentre annoto queste mie considerazioni, il calendario segna la data del 22 aprile del 2017. Sono già trascorsi due anni dal quel fatidico 21 ottobre 2015 e di macchine volanti, volopattini Pitbull e sentenze tributarie decretate in sole due ore di processo neanche l’ombra. E’ proprio così, gli avvocati non sono stati aboliti, caro Doc, e abbiamo ancora bisogno di strade nel nostro mondo. Se guardiamo al passato possiamo renderci conto che la realtà non è poi così cambiata da allora.

Fino a un certo punto, naturalmente… Però qualcosa è cambiato, dopotutto. Fiorello non porta più il codino e non inneggia ancora alla folla per intonare i versi de “La nebbia a gl'irti colli…” Non potrei mai dimenticare questo aneddoto. Potrà sembrare alquanto ironico per un lettore ma il primo ricordo che possiedo del supereroe DC Comics Flash è legato proprio a…Fiorello. Com’è possibile? - direte voi -. Avevo una VHS, in cui era registrato il primissimo episodio della serie classica di Flash. La registrazione era partita un po’ prima dell’inizio della trasmissione, e poco prima di Flash, Italia 1 trasmetteva Fiorello, intento, per l’appunto, a cantare: era la primavera del 1992. Quella vecchia VHS era una sorta di finestra sul passato per il pubblico italiano, in cui continuavano a essere registrate “prove” della programmazione televisiva di quel periodo: oltre  all’estroso showman che apriva lo spettacolo, cantando il proprio personalissimo adattamento canoro della poesia del Carducci, si poteva assistere a una serie di pubblicità che oggi definiremmo storiche: ricordate il celebre motivetto “E’ Sammontana, si sa…” che veniva intonato continuamente dai più giovani sulle spiagge in quella estate? O il “Ciribiribì” della Kodak?

Credo fosse una cosa naturale ritrovare in una videocassetta, in cui era registrato il primo episodio dedicato al supereroe più veloce del mondo, tracce di un passato cosi nostalgico; d’altronde Flash viaggia con estrema naturalezza attraverso le epoche, dal passato al futuro. Flash è un viaggiatore del tempo, come Marty e Doc, e in lui convoglia un malinconico passato e un fiducioso futuro. Se in quegli anni Novanta guardavi la serie TV di Flash, non potevi che ripensare a quanto in fretta potesse “correre” il presente, tramutarsi in un vissuto passato, e quanto l’aspirazione futura fosse essenziale allo scorrere della nostra vita. Flash dunque è tanto passato quanto futuro!

"Barry Allen" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il primo episodio di Flash venne trasmesso in Italia un sabato del 1992, e fu visto da oltre 4 milioni di spettatori, un risultato inaspettato per le reti Mediaset. “Flash” era reduce dalle influenze oscure di “Batman”, il film di Tim Burton. Lo stesso Danny Elfman, compositore del film sul cavaliere oscuro, curò la straordinaria colonna sonora del telefilm, e ne incise la sigla. Il primo episodio della serie si presentava a tutti gli effetti come un film TV, della durata di un’ora e mezza. John Wesley Shipp (vincitore di due Emmy Award come miglior attore) venne scelto come interprete di Barry Allen, un poliziotto della scientifica che, dopo essere stato colpito da un fulmine ed essere venuto a contatto con sostanze chimiche caricate elettricamente, diventa il velocista scarlatto Flash. Shipp fu il primo attore ad interpretare l’eroe DC Comics.

Amanda Pays è Tina McGee

 

All’inizio, Barry è terrorizzato dai suoi poteri e si rivolge alla Dottoressa Tina McGee (la splendida Amanda Pays) dello Star Labs, per sottoporsi ad alcuni test. L’evento che scatena il senso di giustizia e rivalsa nel cuore di Barry è il brutale assassinio del fratello Jay (un evidente riferimento a Jay Garrick, il primo Flash dei fumetti), ucciso da Nicholas Pike, leader di una colonia malavitosa di motociclisti che hanno messo sotto scacco la città. Barry decide di mettere i propri poteri al servizio della legge, utilizzando un passamontagna, dei guanti per non lasciare impronte, un costume rosso scarlatto fornitogli dalla stessa Tina, capace di resistere all’elevato attrito della sua velocità, e un simbolo in grado di terrorizzare i propri nemici: il fulmine. Nasce così Flash!

Per creare il costume di Flash furono spesi 100.000 dollari. Il materiale prescelto fu il lattice, e venne ideato da Robert Short e realizzato da Stan Winston. John Wesley Shipp aveva un fisico imponente che veniva maggiormente accentuato dal costume dell’eroe, in cui la muscolatura di Flash era scolpita su di esso, in modo da rendere l’idea che la stessa tuta si modellasse sul corpo e al medesimo modo si espandesse. Il costume è ispirato a quello del fumetto: è completamente rosso e ha tutta una serie di saette poste sulle braccia e sulla cintura, che danno l’idea della “scarica di un fulmine” in perpetuo divenire. La sola differenza sta nel colore degli stivali, che si scelse di mantenerli rossi, invece che dorati come li ha il Flash del fumetto. John Wesley Shipp ammise più volte la grande difficoltà nel recitare col costume indosso, poiché doveva sopportare una temperatura di ben 40°. Sul piano estetico, il costume di Flash appare ancora oggi visivamente straordinario, uno dei migliori prodotti mai visti sul piccolo e grande schermo.

  • Personaggi della serie

Flash estrapolò qualche elemento dalla sua controparte cartacea, cercando di differenziarsene per una maggiore trasposizione attinente alla realtà. Chiaramente una realtà fantascientifica, ma abbastanza diversa da quella del fumetto. L’amore profondo e indivisibile tra Barry e Iris qui viene trattato brevemente solo nel primo episodio. Iris, interpretata dalla giovane Paula Marshall, compare solo nel primissimo episodio della serie, ed è un’esperta di computer grafica, dai capelli mori, invece che una giornalista dalla rossa chioma. Lascerà Barry dal secondo episodio, proseguendo la sua carriera lontano da Central City. Separare Barry dal suo grande amore, nella trasposizione televisiva, fu una mossa errata secondo i più, eppure, il contrappunto romantico della serie fu perfettamente mantenuto, grazie al rapporto, splendidamente messo in scena, tra Barry e Tina, la dottoressa che accompagna Flash in tutte le sue avventure. Tra Barry e Tina nascerà un legame sempre più profondo, esaltato da un’attrazione ben percepibile, che si accrescerà sempre più nel corso della serie, basata sul classico “detto-non detto”. I due non lo ammetteranno mai realmente, e purtroppo il tempo inclemente non concederà il giusto finale a questa coppia degli anni ‘90. Barry e Tina condivideranno un bacio nel dodicesimo e nel quindicesimo episodio, poco prima che Barry torni indietro nel tempo. Tina è un personaggio presente nei fumetti, aiuta il velocista Wally a controllare il proprio potere, oltre ad essere stata la fidanzata di Flash.

Il migliore amico di Barry è Julio Mendez, suo collega alla scientifica. Julio, per chi segue la serie televisiva attuale, è “l’antenato” di Cisco Ramon. Un precursore, è vero, ma dallo stile inimitabile. Gran parte della comicità della serie è da ricercarsi nel talento comico di Alex Desert (interprete di Julio), dalle sue battute taglienti al tormentone della serie: presentare a Barry sempre ragazze dalle abitudini bizzarre e dai modi di fare inquietanti, che aggiungono un lato tragicomico alla vita sentimentale dell’eroe. La donna con cui il poliziotto intreccia una relazione passionale è la detective Megan Lockhart, un’investigatrice privata apparsa in tre episodi e interpretata dall’attrice Joyce Hyser. Altri caratteristi noti della serie sono l’irascibile tenente Garfield (Mike Genovese), e gli ironici poliziotti Bellows (Vito D’Ambrosio) e Murphy (Biff Manard). Barry caratterialmente è molto coraggioso, deciso ed eccellente sul lavoro; ha una fame insaziabile per via del suo metabolismo iper-accelerato (caratteristica del fumetto) ed è molto testardo.

Mark Hamill è il Trickster

 

  • Struttura degli episodi e Villan

Flash era una serie a carattere autoconclusivo, e ogni episodio era strutturato con un singolo caso che l’eroe avrebbe dovuto affrontare. Nonostante ciò, sono molteplici gli elementi che vengono ripresi nel corso della serie, e i personaggi che riappariranno, certificando una naturale continuità narrativa.

La galleria degli avversari di Flash è vasta e molto variegata: l’eroe nelle sue avventure dovrà affrontare casi più attinenti al contesto reale, come la mafia cittadina (Episodio 3), gangster molto potenti (Episodio 14), assassini vendicativi (Episodi 6 e 8), ma anche avversari di natura soprannaturale (Episodio 2), di concezione fumettistica (Episodio 13, 17, 19 e 22) e d’origine fantascientifica (Episodi 10, 18, 21 e 15 in cui Flash riuscirà a viaggiare nel futuro). Flash venne rappresentato come un supereroe “possibile” e “necessario”, calato in un realtà metropolitana la quale aveva estremamente bisogno di un guardiano che vegliasse sulla città. Per questo si decise di rendere Flash un supereroe in grado di alternarsi tra avventure fantasiose ad altre più attinenti alla criminalità che affligge il mondo reale. Sebbene non si riesca a includere l’avventura di Flash in un dato contesto narrativo univoco, la bellezza della serie è da ritrovarsi proprio nell’eroismo del supereroe. Flash può contare sull’aiuto di Tina, la sua fedele compagna, ma ha comunque la destrezza d’essere sempre preminente nelle proprie avventure, caratteristica che spesso viene messa a dura prova nella serie televisiva contemporanea di Flash, in cui l’eroe ha al seguito un intero team, oltre che numerosi altri velocisti a supportarlo. Tali grosse collaborazioni spesso “privano” il Barry Allen/Flash di Grant Gustin del suo eroismo. Nella serie degli anni ’90 il Flash di John Wesley Shipp è, invece, l’assoluto eroe della scena, e possiede sempre la capacità di risolvere egli stesso la situazione, coi propri poteri, il proprio coraggio e la propria intelligenza, senza l’intervento di terzi. Flash è la serie in cui Barry Allen, pur con le dovute difficoltà, riesce ad essere l’unico e vero eroe di Central City.

La nemesi di Flash è James Jessie, ovvero il Trickster, interpretato da un lunatico Mark Hamill (già interprete di Luke Skywalker in “Star Wars”), che comparirà nell’episodio “Il Trasformista” e nell’episodio finale “Lavaggio del cervello”.  Altri avversari tratti dai fumetti saranno: Capitan Gelo e Il signore degli specchi. Danny Bilson e Paul De Meo, i creatori della serie, dissero che per la premiere della seconda stagione avrebbero voluto far unire le forze proprio a questi tre avversari contro Flash. Alcuni episodi della prima stagione vennero sceneggiati da noti autori di fumetti.

Flash (John Wesley Shipp) disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La serie di Flash disseminò in diverse puntate i cosiddetti easter-egg, riferimenti nascosti al fumetto, una vera particolarità per quegli anni: ad esempio, Barry in un episodio si farà chiamare Professor Zoom, riferimento al celebre alter-ego dell’Anti-Flash. Un albergo di Central City avrà il nome de “Infantino Hotel” in riferimento a Carmine Infantino, primo disegnatore di Barry Allen. In una puntata, Barry passeggia col suo cane Eolo (riferimento al dio greco del vento), e cammina nei pressi di un cinema in cui sono ben visibili le locandine di “Superman” di Richard Donner con Christopher Reeve e “Batman” di Tim Burton. Per pochi secondi si possono ascoltare alcuni passi della colonna sonora del film eseguita da Danny Elfman.

Il Flash del 1990 è un eroe ottimista, ma a tratti furente e tormentato (per via della morte del fratello), che terrorizza i vili criminali della città prima di consegnarli alla polizia. In lui sono percepibili le scorie influenti del Batman di Michael Keaton. Come lo stesso cavaliere oscuro di Burton anche Flash viene spesso descritto come una presenza fosca, quasi incerta circa la sua vera esistenza. Una sorta di mito, leggenda metropolitana destinata ad avere sempre maggiore visibilità. Flash viene indicato dai criminali come un “demone rosso sangue” in grado di neutralizzare il male alla velocità della luce.

  • Scenografie e ambientazioni

Guardando “Flash” si nota, a livello scenografico, una sorta di “paradosso-temporale”: ciò a cui mi riferisco conferisce un’anima unica e inimitabile alla serie. La Central City di Flash sembra continuamente oscillare tra passato e presente. Si alternano così quartieri della città più moderni, in cui si muovono macchine di contemporanea produzione, ad altre periferie cittadine in cui il tempo sembra essersi fermato, e assistiamo a uomini che camminano sui marciapiedi con un look anni ’50 e macchine d’epoca che sfrecciano su nastri d’asfalto. Questa alternanza scenografica sembrò dar vita sul piccolo schermo ai disegni dei primi fumetti di Barry Allen, in cui l’eroe correva per le strade dell’America della prima metà degli anni ’50, creando, al contempo, anche una nuova identità cittadina più attinente a quella degli anni ’90 in cui si svolgeva la serie. Fiore all’occhiello della scenografia erano gli impressionanti murales che si stagliavano sui muri cittadini, dando agli sfondi in cui agiva il velocista, un effetto pittorico.

Persino l’abbigliamento di Tina venne scelto dalla costumista per rendere più evidente il gioco continuo della serie tra passato e futuro: Tina è una donna determinata e sul lavoro è alquanto autoritaria, ma ha un look casual che le conferisce un aspetto gentile e aggraziato; porta il camice e veste gonne sotto il ginocchio, indossa giubbini particolari, tipici degli anni ’40. Quando lo richiede l’occasione è solita vestire eleganti abiti da sera, assumendo così un aspetto decisamente più attraente e fascinoso.

  • Eredità della serie

John Wesley Shipp indossò la maschera di Flash per 22 volte. Il serial fu trasmesso negli Stati Uniti a un orario insolito, in cui doveva “scontrarsi” con le fasi finali del NBA e con la primissima stagione de “I Simpson”. Soltanto l’episodio pilota di Flash costò 6 milioni di dollari per la realizzazione di oltre 125 effetti speciali. I restanti 21 episodi constarono 1 milione e 600 mila dollari cadauno. I costi elevatissimi per la realizzazione degli effetti speciali (molti ancora oggi apprezzabili) indussero la produzione a interrompere la serie. Nonostante il grande rammarico di essere stata interrotta così bruscamente, Flash lasciò un’eredità significativa.

Il personaggio de l’Ombra della Notte, un antico vigilante che spalleggia Barry in due episodi, fu d’ispirazione per la concezione del Fantasma Grigio in “Batman the animated series”. Mark Hamill che interpretò il folle Trickster diventerà, dopo tale ruolo, il doppiatore ufficiale del Joker per tutti gli adattamenti animati e videoludici in cui compariva il personaggio. Nell’ultimo episodio di Flash, Trickster è spalleggiato da una donna innamorata di lui: Prank, interpretata da Corinne Bohrer. Prank, a mio giudizio, è la prima HARLEY QUINN. Trickster e Prank somigliano incredibilmente a Joker e Harley e al loro inusuale rapporto amoroso. Prank è una ragazza che finisce per restare affascinata, quasi ossessionata, da un criminale votato a un particolare stile di violenza: grottesco, scherzoso, clownesco, perpetrato con un’ironia folle e mezzi paradossali. La ragazza diviene la “compagna” ideale del Trickster, prima d’essere abbandonata quando l’uomo decide che è il momento di lasciarla; ma lei, nonostante l’affronto, continua a restare perdutamente fedele a quel criminale. Esattamente come verrà delineata le personalità di Harley Quinn in “Mad Love”. Lo scrittore Paul Dini potrà essersi ispirato all’attrice Arleen Sorkin per l’aspetto del personaggio di Harley, ma la storia e il peculiare rapporto con il Joker hanno raccolto certamente le influenze della serie di “Flash”, che ha pertanto generato, in modo del tutto inconsapevole, la nascita di una delle coppie dei fumetti più famose di tutti i tempi. Vi è inoltre un dialogo significativo scambiato tra Prank e Trickster durante l’episodio “The Trial of the Trickster”: Prank cerca di togliere la maschera a Flash ma il compagno la ferma, perché senza maschera per lui l’eroe non avrebbe alcuna importanza, sarebbe soltanto un uomo qualunque. Tipico ragionamento che il Joker esercita nei confronti della sua nemesi.

John Wesley Shipp è nuovamente Flash, interpretando Jay Garrick nella nuova serie televisiva dedicata al personaggio

 

Oltre queste importantissime eredità, la serie classica di Flash viene omaggiata nella nuova serie dedicata al personaggio. John Wesley Shipp, nella versione del 2014, interpreta Henry Allen, il padre di Barry (Grant Gustin), e dalla fine della seconda stagione, torna ad essere Flash, interpretando Jay Garrick, il primo velocista scarlatto. Shipp viene così omaggiato interpretando un ruolo da mentore e guida, divenendo a tutti gli effetti il primo, vero Flash.

Anche Amanda Pays tornò a recitare nella serie, interpretando ancora la dottoressa Tina McGee e interagendo nuovamente con John Wesley Shipp: una meravigliosa rivisitazione nostalgica alla serie storica. Grande ritorno anche per Mark Hamill che interpreterà ancora Trickster e si scontrerà, oltre che col Flash di Gustin, proprio col Flash di Shipp. Molte delle immagini circa il passato di Trickster, mostrate nella serie, sono estratte proprio dalla serie classica.

Compariranno anche Alex Desert (ancora nel ruolo dell’agente Julio Mendez nel Flashpoint) e Vito D’Ambrosio nel ruolo del sindaco di Central City.

  • Conclusioni

Flash fu una grande serie, una serie magnifica, ben diretta e altrettanto ben recitata. Ancora oggi uno dei prodotti migliori mai realizzati nel panorama supereroico. L’unico appunto, se così si può dire, imputabile alla serie è da riscontrarsi nella semplicità di qualche episodio e nel suo discostarsi troppo dal climax del fumetto. Ma nella sua identità la serie di Flash ebbe un’anima unica, difficilmente paragonabile ad altri telefilm. Flash si ritagliò, a suo modo, una nutrita fetta nel panorama dei telefilm degli anni ’90, convogliando in sé il gusto per il passato e lo sguardo al futuro, verso quel Duemila che sarebbe giunto dopo dieci anni. Flash, purtroppo, non ebbe la fortuna di poter accompagnare i propri spettatori fino alla fine del secolo. La sua interruzione resta un grande rammarico: Flash fu una bella e malinconica “incompiuta”. L’eroe nel corso dell’intera serie fu sempre una “chimera” a cui i più scettici non credevano. Solo nell’ultimissimo episodio Flash si spoglierà del suo alone di mistero. I cittadini di Central City realizzeranno un cartello e lo porranno dinanzi all’entrata della città scrivendo: “Benvenuti a Central City, la casa di Flash”. E sarà lo stesso velocista scarlatto a roteare vorticosamente attorno a quella insegna. Una sorta di congedo nei confronti dei tanti fan della serie, che per un’ultima volta ancora potranno rimirare quella benevola lunga scia rossa.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Fonzie" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Luci intense e colorate illuminano l'interezza dello schermo, un jukebox viene inquadrato velocemente con leggeri stacchi di camera, e un disco comincia a roteare facendo comparire centralmente il titolo della serie: è un intro impossibile da non riconoscere. Facciamo un tuffo nel passato e parliamo un po' di "Happy Days", la prima vera sit-com trasmessa dalla Rai. Ha mosso i suoi primi passi dal 12 agosto del 1977 e andava in onda nella fascia preserale, alle ore 19:20, sulla Rete 1. Non è che poi al quel tempo ce ne fossero tante di reti…

Tutto partì da un’idea di Garry Marshall. Lo stesso ideatore ne era il produttore, assieme a Edward k. Milkis e Thomas L. Miller. Tra gli interpreti figuravano Ron Howard, Henry Winkler, Anson Williams, Donny Most, Tom Bosley, Marion Ross, Erin Moran, Scott Baio, Al Molinaro.

La situation-comedy è ambientata negli anni Cinquanta, in una inverosimile provincia americana non raggiunta dai tipici problemi delle società avanzate. La storia ha per protagonisti tre normali ragazzi, la famiglia di uno dei tre e l’amico “ribelle” ma dall’indole alquanto buona e generosa. Richie Cunningham (Ron Howard, che diventerà in seguito un regista famoso, premiato con l’Oscar per il film “A Beautiful Mind"), “Potsie” Weber (Williams) e Ralph Malph (Most) studiano, si divertono, litigano.

Quando tra la compagnia di amici c’è qualcosa da dover sistemare viene sempre chiamato il loro idolo Arthur Fonzarelli detto Fonzie (Winkler, che ha vinto due Golden Globe) che da personaggio secondario diventerà ben presto il vero artefice degli episodi e pilastro portante di tutta la serie. Fonzie indossa una giacca di pelle e calza stivali a punta. Sta sovente in sella alla sua fiammante moto e si esprime per mezzo di uno stringato “hey!”, seguito da uno schioccare di dita, una mossa che sa di magico, in quanto non fa altro che attirare a sé tutte le ragazze che gli girano attorno.

Fonzie rappresenta il primo amore televisivo di centinaia e centinaia di telespettatori, un'icona di stile inconfondibile, idolo dei giovani ragazzi per il suo successo con le donne e per la sua caratterizzazione unica e inimitabile, basata su classici tormentoni. Fonzie accompagna sempre il suo intercalare “hey” distendendo le braccia e volgendo i pollici innalzati leggermente all’indietro, e si reca sovente a dare consigli agli amici nel suo ufficio, ovvero il bagno del locale amministrato da Alfred (Molinaro). Il giubbotto di pelle e i suoi jeans blu sono per lui una consuetudine, un modo abituale d’essere. Fonzie è sicuro di sé e, pur non avendo avuto un’istruzione e un’educazione adeguata, è altruista e gentile, serio e rispettoso. Fonzie è il mentore dei giovani amici ma anche un punto di riferimento per Joanie, che chiama affettuosamente “Sottiletta” (Erin Moran). Fonzie è famossissimo per la sua innata abilità di far partire il Jukebox semplicemente sferrando un pugno su di esso.

Il personaggio di Winkler è una leggenda del piccolo schermo, uno dei primissimi esempi di come un’ottima scrittura e un'altrettanto curata caratterizzazione potessero elevare un personaggio al rango di icona assoluta. Pochi sono i personaggi che sono riusciti a raggiungere l’indice di gradimento, pressoché universale, del motociclista. Fonzie rappresenta altresì il riscatto di un’esistenza difficoltosa attraverso un temperamento coraggioso ma a modo. Fonzie è orfano e vede nei coniugi Cunningham la sua vera e unica famiglia.  Papà e mamma Cunningham (Bosley e Ross), genitori di Richie, sono spesso tirati dentro nelle vicende dei ragazzi. Quando questo avviene loro sono ben lieti di parteciparvi e cercare di rimettere le cose al posto, ma sempre non tralasciando d’essere ascoltati e farsi rispettare.

Nella sit-com non aleggia la violenza né la contestazione, né, tantomeno, si riscontra cattiveria. Anzi è l’amore a farla da padrone. Esso è un sentimento vero, autentico, così come lo è l’amicizia.

Ron Howard e Anson Williams erano già presenti nella puntata – pilota della sit-com che aveva come titolo "Love and Happy Days", comparsa nell’antologia Love, American Style, e trasmessa nel 1972. Questa puntata diede l’idea a George Lucas per la realizzazione del film con Ron Howard “American Graffiti” del 1973. Di sicuro il film contribuì al successo delle avventure di Fonzie.

La sit-com ottenne un clamoroso successo sia negli Stati Uniti che in Italia, dove sin dall’inizio ha appassionato giovani e meno giovani tanto che gli episodi sono andati in onda per lunghi periodi. La serie ha dato il via a ben tre spin off dai vari titoli: Laverne e Shirley, Mork e Mindy, Jenny e Cachi.

Curiosità: Nel 1974 per sfruttare in Italia il successo della serie, il film “La banda dei fiori di Pesco” venne chiamato “Happy Days – La banda dei fiori di Pesco”. Questo perché nel film era presente anche Henry Winkler nei panni di un motociclista con indosso il giubbotto di pelle, e nel doppiaggio nostrano veniva chiamato sempre Fonzie. Il lungometraggio vedeva la presenza anche di un giovanissimo e sconosciuto Sylvester Stallone.

Henry Winker era stato scelto per interpretare Danny Zuko in “Grease – Brillantina” ma l’attore rifiutò la parte che andò poi a John Travolta. A distanza di anni, Winkler ammise il suo rammarico per aver rifiutato il ruolo dato il successo che il film avrebbe poi avuto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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