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La prima puntata della famosa serie televisiva è andata in onda in Italia il 19 novembre 1992, alle ore 20,30. Era di giovedì e a trasmetterla fu Italia 1.

Attorno alla famiglia Walsh, da poco trasferitasi per motivi di lavoro da Minneapolis a Los Angeles, e precisamente nel più prestigioso quartiere della metropoli, appunto Beverly Hills, ruota un nutrito gruppo di personaggi che vivono nel lusso e nei divertimenti più sfrenati (il famoso 90210 è il numero di codice postale della località). I protagonisti della serie TV sono i giovani adolescenti: il ribelle Dylan McKay, interpretato da Luke Perry, ritenuto il James Dean degli anni ’90, i gemelli Walsh Brandon e Brenda, rispettivamente Jason Priestley e Shannen Doherty, Steve Sanders, interpretato da Ian Ziering, figlio di una star televisiva, poi Andrea Zuckerman (Gabrielle Carteris), brillante e intellettuale redattrice del giornalino della scuola, il West Beverly High, uno dei più prestigiosi istituti di Los Angeles. E poi figurano ancora Kelly Taylor (Jennie Gart) e Donna Martin (Tori Spelling), le migliori amiche di Brenda, e l’aspirante musicista David Silver interpretato da Brian Austin Green.

Nel frivolo universo fatto di lussuose abitazioni, belle macchine, bella vita, ogni puntata cerca di trattare un tema sociale o di attualità, rappresentato dall’alcolismo, dal razzismo, dal difficile rapporto genitori-figli, dal pericolo dell’AIDS. 

Con il susseguirsi delle puntate la serie prende l’aspetto più o meno evidente di una telenovela, in quanto la storia spesso non si esaurisce con la fine dell’episodio ma trasborda nel successivo, così come aumentano i personaggi che crescono di numero e si moltiplicano a vista d’occhio. La serie accompagna così i protagonisti (e alle volte i suoi stessi spettatori) dal diploma al college fino al mondo del lavoro in un continuo sviluppo della maturità che i personaggi acquisiscono nel corso della loro vita. Negli Stati Uniti la serie ha riscosso un grandissimo successo sin dal lontano 1990, quando fu trasmessa dalle reti Fox. Il trio Brenda-Brandon-Dylan ha suscitato nei telespettatori grandi passioni, misti a sensazioni di odio, in modo particolare nei confronti di Shannen Doherty (Brenda), sulla quale sono sorti pettegolezzi inerenti le sue esuberanze da ragazza, diciamo così, maledetta, pure nella sua vita privata, a tal punto che il suo ormai scomodo personaggio è stato allontanato dalla serie con l’artificio di un viaggio di studio a Londra.

Shannen Doherty, nonostante le difficoltà sul set, legò il suo inconfondibile volto al ruolo di Brenda, venendo sempre ricordata con affetto dai fan dello spettacolo. La Doherty diverrà ulteriormente famosa in seguito come Prue Halliwell, la sorella maggiore del trio, nella serie tv “Streghe”, ruolo che ricoprirà per tre stagioni prima di lasciare anche quest’ultima serie per forti divergenze con il cast e la produzione. Anche in quest'ultima serie, l'attrice riuscì comunque a conquistare il cuore dei fan, e il suo improvviso addio lasciò un vuoto incolmabile, attenuato dall'arrivo di Paige. Shannen Doherty è un'attrice abile a conquistare il cuore degli spettatori, e per tale motivo i suoi ruoli sul piccolo schermo, ancora oggi, risultano indimenticabili. La Doherty negli ultimi mesi sta combattendo coraggiosamente un cancro al seno che le è stato diagnosticato nell’agosto del 2015.

Sull’onda del successo americano, la serie è giunta in Italia divenendo subito un fenomeno di costume, con ragazzine in delirio, ascolti da favola e sempre in aumento, e con la nascita di dei fan club. Beverly Hills 90210 può essere ritenuto, per certi versi, una specie di Happy Days vent’anni dopo; il risvolto della medaglia che ha rappresentato “Gioventù bruciata”; è il sogno fatto realtà di un mondo ovattato in cui tutto è possibile.

Charles Rosin, produttore esecutivo della serie assieme ad A. Spelling, ha dichiarato: “Lo scopo del telefilm non era quello di promuovere stereotipi, quanto quello di abbatterli, di svelare i problemi della gente comune al di là della fascia socio-economica alla quale appartiene”.

La serie ha in seguito suscitato uno spin-off, Melrose Place, indirizzato a un pubblico adulto.

Redazione: CineHunters

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Flash ritratto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Correvano (mai verbo fu più azzeccato di questo) gli anni ’90… E che passo spedito avevano! Li ricordate? Personalmente li ho sempre considerati, reinterpretati, in maniera romanzata si intende, come un decennio unico nel suo genere, quasi prigioniero tra lo stile inimitabile degli anni’80 e il sentimento speranzoso di un domani imminente.  Il Duemila era praticamente alle porte, e giungeva preannunciandosi come un evento unico. Non capita poi così spesso di poter accogliere il cosiddetto “nuovo millennio”. Eppure, quegli anni ebbero la capacità di conservare un gusto dolce e appagante, forse dettato proprio dalle aspettative riguardanti un futuro che sembrava lentamente materializzarsi all’orizzonte. Per tutti gli anni ‘90 si guardava al futuro, a ciò che davvero poteva portare con sé il Duemila. I cinefili osservavano “Ritorno al futuro - parte II” e ne restavano incantati: tutto sembrava così all’avanguardia in quella Hill Valley del 2015, in cui Marty e Doc muovevano i loro passi.

Mentre annoto queste mie considerazioni, il calendario segna la data del 22 aprile del 2017. Sono già trascorsi due anni dal quel fatidico 21 ottobre 2015 e di macchine volanti, volopattini Pitbull e sentenze tributarie decretate in sole due ore di processo neanche l’ombra. E’ proprio così, gli avvocati non sono stati aboliti, caro Doc, e abbiamo ancora bisogno di strade nel nostro mondo. Se guardiamo al passato possiamo renderci conto che la realtà non è poi così cambiata da allora.

Fino a un certo punto, naturalmente… Però qualcosa è cambiato, dopotutto. Fiorello non porta più il codino e non inneggia ancora alla folla per intonare i versi de “La nebbia a gl'irti colli…” Non potrei mai dimenticare questo aneddoto. Potrà sembrare alquanto ironico per un lettore ma il primo ricordo che possiedo del supereroe DC Comics Flash è legato proprio a…Fiorello. Com’è possibile? - direte voi -. Avevo una VHS, in cui era registrato il primissimo episodio della serie classica di Flash. La registrazione era partita un po’ prima dell’inizio della trasmissione, e poco prima di Flash, Italia 1 trasmetteva Fiorello, intento, per l’appunto, a cantare: era la primavera del 1992. Quella vecchia VHS era una sorta di finestra sul passato per il pubblico italiano, in cui continuavano a essere registrate “prove” della programmazione televisiva di quel periodo: oltre  all’estroso showman che apriva lo spettacolo, cantando il proprio personalissimo adattamento canoro della poesia del Carducci, si poteva assistere a una serie di pubblicità che oggi definiremmo storiche: ricordate il celebre motivetto “E’ Sammontana, si sa…” che veniva intonato continuamente dai più giovani sulle spiagge in quella estate? O il “Ciribiribì” della Kodak?

Credo fosse una cosa naturale ritrovare in una videocassetta, in cui era registrato il primo episodio dedicato al supereroe più veloce del mondo, tracce di un passato cosi nostalgico; d’altronde Flash viaggia con estrema naturalezza attraverso le epoche, dal passato al futuro. Flash è un viaggiatore del tempo, come Marty e Doc, e in lui convoglia un malinconico passato e un fiducioso futuro. Se in quegli anni Novanta guardavi la serie TV di Flash, non potevi che ripensare a quanto in fretta potesse “correre” il presente, tramutarsi in un vissuto passato, e quanto l’aspirazione futura fosse essenziale allo scorrere della nostra vita. Flash dunque è tanto passato quanto futuro!

"Barry Allen" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il primo episodio di Flash venne trasmesso in Italia un sabato del 1992, e fu visto da oltre 4 milioni di spettatori, un risultato inaspettato per le reti Mediaset. “Flash” era reduce dalle influenze oscure di “Batman”, il film di Tim Burton. Lo stesso Danny Elfman, compositore del film sul cavaliere oscuro, curò la straordinaria colonna sonora del telefilm, e ne incise la sigla. Il primo episodio della serie si presentava a tutti gli effetti come un film TV, della durata di un’ora e mezza. John Wesley Shipp (vincitore di due Emmy Award come miglior attore) venne scelto come interprete di Barry Allen, un poliziotto della scientifica che, dopo essere stato colpito da un fulmine ed essere venuto a contatto con sostanze chimiche caricate elettricamente, diventa il velocista scarlatto Flash. Shipp fu il primo attore ad interpretare l’eroe DC Comics.

Amanda Pays è Tina McGee

 

All’inizio, Barry è terrorizzato dai suoi poteri e si rivolge alla Dottoressa Tina McGee (la splendida Amanda Pays) dello Star Labs, per sottoporsi ad alcuni test. L’evento che scatena il senso di giustizia e rivalsa nel cuore di Barry è il brutale assassinio del fratello Jay (un evidente riferimento a Jay Garrick, il primo Flash dei fumetti), ucciso da Nicholas Pike, leader di una colonia malavitosa di motociclisti che hanno messo sotto scacco la città. Barry decide di mettere i propri poteri al servizio della legge, utilizzando un passamontagna, dei guanti per non lasciare impronte, un costume rosso scarlatto fornitogli dalla stessa Tina, capace di resistere all’elevato attrito della sua velocità, e un simbolo in grado di terrorizzare i propri nemici: il fulmine. Nasce così Flash!

Per creare il costume di Flash furono spesi 100.000 dollari. Il materiale prescelto fu il lattice, e venne ideato da Robert Short e realizzato da Stan Winston. John Wesley Shipp aveva un fisico imponente che veniva maggiormente accentuato dal costume dell’eroe, in cui la muscolatura di Flash era scolpita su di esso, in modo da rendere l’idea che la stessa tuta si modellasse sul corpo e al medesimo modo si espandesse. Il costume è ispirato a quello del fumetto: è completamente rosso e ha tutta una serie di saette poste sulle braccia e sulla cintura, che danno l’idea della “scarica di un fulmine” in perpetuo divenire. La sola differenza sta nel colore degli stivali, che si scelse di mantenerli rossi, invece che dorati come li ha il Flash del fumetto. John Wesley Shipp ammise più volte la grande difficoltà nel recitare col costume indosso, poiché doveva sopportare una temperatura di ben 40°. Sul piano estetico, il costume di Flash appare ancora oggi visivamente straordinario, uno dei migliori prodotti mai visti sul piccolo e grande schermo.

  • Personaggi della serie

Flash estrapolò qualche elemento dalla sua controparte cartacea, cercando di differenziarsene per una maggiore trasposizione attinente alla realtà. Chiaramente una realtà fantascientifica, ma abbastanza diversa da quella del fumetto. L’amore profondo e indivisibile tra Barry e Iris qui viene trattato brevemente solo nel primo episodio. Iris, interpretata dalla giovane Paula Marshall, compare solo nel primissimo episodio della serie, ed è un’esperta di computer grafica, dai capelli mori, invece che una giornalista dalla rossa chioma. Lascerà Barry dal secondo episodio, proseguendo la sua carriera lontano da Central City. Separare Barry dal suo grande amore, nella trasposizione televisiva, fu una mossa errata secondo i più, eppure, il contrappunto romantico della serie fu perfettamente mantenuto, grazie al rapporto, splendidamente messo in scena, tra Barry e Tina, la dottoressa che accompagna Flash in tutte le sue avventure. Tra Barry e Tina nascerà un legame sempre più profondo, esaltato da un’attrazione ben percepibile, che si accrescerà sempre più nel corso della serie, basata sul classico “detto-non detto”. I due non lo ammetteranno mai realmente, e purtroppo il tempo inclemente non concederà il giusto finale a questa coppia degli anni ‘90. Barry e Tina condivideranno un bacio nel dodicesimo e nel quindicesimo episodio, poco prima che Barry torni indietro nel tempo. Tina è un personaggio presente nei fumetti, aiuta il velocista Wally a controllare il proprio potere, oltre ad essere stata la fidanzata di Flash.

Il migliore amico di Barry è Julio Mendez, suo collega alla scientifica. Julio, per chi segue la serie televisiva attuale, è “l’antenato” di Cisco Ramon. Un precursore, è vero, ma dallo stile inimitabile. Gran parte della comicità della serie è da ricercarsi nel talento comico di Alex Desert (interprete di Julio), dalle sue battute taglienti al tormentone della serie: presentare a Barry sempre ragazze dalle abitudini bizzarre e dai modi di fare inquietanti, che aggiungono un lato tragicomico alla vita sentimentale dell’eroe. La donna con cui il poliziotto intreccia una relazione passionale è la detective Megan Lockhart, un’investigatrice privata apparsa in tre episodi e interpretata dall’attrice Joyce Hyser. Altri caratteristi noti della serie sono l’irascibile tenente Garfield (Mike Genovese), e gli ironici poliziotti Bellows (Vito D’Ambrosio) e Murphy (Biff Manard). Barry caratterialmente è molto coraggioso, deciso ed eccellente sul lavoro; ha una fame insaziabile per via del suo metabolismo iper-accelerato (caratteristica del fumetto) ed è molto testardo.

Mark Hamill è il Trickster

 

  • Struttura degli episodi e Villan

Flash era una serie a carattere autoconclusivo, e ogni episodio era strutturato con un singolo caso che l’eroe avrebbe dovuto affrontare. Nonostante ciò, sono molteplici gli elementi che vengono ripresi nel corso della serie, e i personaggi che riappariranno, certificando una naturale continuità narrativa.

La galleria degli avversari di Flash è vasta e molto variegata: l’eroe nelle sue avventure dovrà affrontare casi più attinenti al contesto reale, come la mafia cittadina (Episodio 3), gangster molto potenti (Episodio 14), assassini vendicativi (Episodi 6 e 8), ma anche avversari di natura soprannaturale (Episodio 2), di concezione fumettistica (Episodio 13, 17, 19 e 22) e d’origine fantascientifica (Episodi 10, 18, 21 e 15 in cui Flash riuscirà a viaggiare nel futuro). Flash venne rappresentato come un supereroe “possibile” e “necessario”, calato in un realtà metropolitana la quale aveva estremamente bisogno di un guardiano che vegliasse sulla città. Per questo si decise di rendere Flash un supereroe in grado di alternarsi tra avventure fantasiose ad altre più attinenti alla criminalità che affligge il mondo reale. Sebbene non si riesca a includere l’avventura di Flash in un dato contesto narrativo univoco, la bellezza della serie è da ritrovarsi proprio nell’eroismo del supereroe. Flash può contare sull’aiuto di Tina, la sua fedele compagna, ma ha comunque la destrezza d’essere sempre preminente nelle proprie avventure, caratteristica che spesso viene messa a dura prova nella serie televisiva contemporanea di Flash, in cui l’eroe ha al seguito un intero team, oltre che numerosi altri velocisti a supportarlo. Tali grosse collaborazioni spesso “privano” il Barry Allen/Flash di Grant Gustin del suo eroismo. Nella serie degli anni ’90 il Flash di John Wesley Shipp è, invece, l’assoluto eroe della scena, e possiede sempre la capacità di risolvere egli stesso la situazione, coi propri poteri, il proprio coraggio e la propria intelligenza, senza l’intervento di terzi. Flash è la serie in cui Barry Allen, pur con le dovute difficoltà, riesce ad essere l’unico e vero eroe di Central City.

La nemesi di Flash è James Jessie, ovvero il Trickster, interpretato da un lunatico Mark Hamill (già interprete di Luke Skywalker in “Star Wars”), che comparirà nell’episodio “Il Trasformista” e nell’episodio finale “Lavaggio del cervello”.  Altri avversari tratti dai fumetti saranno: Capitan Gelo e Il signore degli specchi. Danny Bilson e Paul De Meo, i creatori della serie, dissero che per la premiere della seconda stagione avrebbero voluto far unire le forze proprio a questi tre avversari contro Flash. Alcuni episodi della prima stagione vennero sceneggiati da noti autori di fumetti.

Flash (John Wesley Shipp) disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La serie di Flash disseminò in diverse puntate i cosiddetti easter-egg, riferimenti nascosti al fumetto, una vera particolarità per quegli anni: ad esempio, Barry in un episodio si farà chiamare Professor Zoom, riferimento al celebre alter-ego dell’Anti-Flash. Un albergo di Central City avrà il nome de “Infantino Hotel” in riferimento a Carmine Infantino, primo disegnatore di Barry Allen. In una puntata, Barry passeggia col suo cane Eolo (riferimento al dio greco del vento), e cammina nei pressi di un cinema in cui sono ben visibili le locandine di “Superman” di Richard Donner con Christopher Reeve e “Batman” di Tim Burton. Per pochi secondi si possono ascoltare alcuni passi della colonna sonora del film eseguita da Danny Elfman.

Il Flash del 1990 è un eroe ottimista, ma a tratti furente e tormentato (per via della morte del fratello), che terrorizza i vili criminali della città prima di consegnarli alla polizia. In lui sono percepibili le scorie influenti del Batman di Michael Keaton. Come lo stesso cavaliere oscuro di Burton anche Flash viene spesso descritto come una presenza fosca, quasi incerta circa la sua vera esistenza. Una sorta di mito, leggenda metropolitana destinata ad avere sempre maggiore visibilità. Flash viene indicato dai criminali come un “demone rosso sangue” in grado di neutralizzare il male alla velocità della luce.

  • Scenografie e ambientazioni

Guardando “Flash” si nota, a livello scenografico, una sorta di “paradosso-temporale”: ciò a cui mi riferisco conferisce un’anima unica e inimitabile alla serie. La Central City di Flash sembra continuamente oscillare tra passato e presente. Si alternano così quartieri della città più moderni, in cui si muovono macchine di contemporanea produzione, ad altre periferie cittadine in cui il tempo sembra essersi fermato, e assistiamo a uomini che camminano sui marciapiedi con un look anni ’50 e macchine d’epoca che sfrecciano su nastri d’asfalto. Questa alternanza scenografica sembrò dar vita sul piccolo schermo ai disegni dei primi fumetti di Barry Allen, in cui l’eroe correva per le strade dell’America della prima metà degli anni ’50, creando, al contempo, anche una nuova identità cittadina più attinente a quella degli anni ’90 in cui si svolgeva la serie. Fiore all’occhiello della scenografia erano gli impressionanti murales che si stagliavano sui muri cittadini, dando agli sfondi in cui agiva il velocista, un effetto pittorico.

Persino l’abbigliamento di Tina venne scelto dalla costumista per rendere più evidente il gioco continuo della serie tra passato e futuro: Tina è una donna determinata e sul lavoro è alquanto autoritaria, ma ha un look casual che le conferisce un aspetto gentile e aggraziato; porta il camice e veste gonne sotto il ginocchio, indossa giubbini particolari, tipici degli anni ’40. Quando lo richiede l’occasione è solita vestire eleganti abiti da sera, assumendo così un aspetto decisamente più attraente e fascinoso.

  • Eredità della serie

John Wesley Shipp indossò la maschera di Flash per 22 volte. Il serial fu trasmesso negli Stati Uniti a un orario insolito, in cui doveva “scontrarsi” con le fasi finali del NBA e con la primissima stagione de “I Simpson”. Soltanto l’episodio pilota di Flash costò 6 milioni di dollari per la realizzazione di oltre 125 effetti speciali. I restanti 21 episodi constarono 1 milione e 600 mila dollari cadauno. I costi elevatissimi per la realizzazione degli effetti speciali (molti ancora oggi apprezzabili) indussero la produzione a interrompere la serie. Nonostante il grande rammarico di essere stata interrotta così bruscamente, Flash lasciò un’eredità significativa.

Il personaggio de l’Ombra della Notte, un antico vigilante che spalleggia Barry in due episodi, fu d’ispirazione per la concezione del Fantasma Grigio in “Batman the animated series”. Mark Hamill che interpretò il folle Trickster diventerà, dopo tale ruolo, il doppiatore ufficiale del Joker per tutti gli adattamenti animati e videoludici in cui compariva il personaggio. Nell’ultimo episodio di Flash, Trickster è spalleggiato da una donna innamorata di lui: Prank, interpretata da Corinne Bohrer. Prank, a mio giudizio, è la prima HARLEY QUINN. Trickster e Prank somigliano incredibilmente a Joker e Harley e al loro inusuale rapporto amoroso. Prank è una ragazza che finisce per restare affascinata, quasi ossessionata, da un criminale votato a un particolare stile di violenza: grottesco, scherzoso, clownesco, perpetrato con un’ironia folle e mezzi paradossali. La ragazza diviene la “compagna” ideale del Trickster, prima d’essere abbandonata quando l’uomo decide che è il momento di lasciarla; ma lei, nonostante l’affronto, continua a restare perdutamente fedele a quel criminale. Esattamente come verrà delineata le personalità di Harley Quinn in “Mad Love”. Lo scrittore Paul Dini potrà essersi ispirato all’attrice Arleen Sorkin per l’aspetto del personaggio di Harley, ma la storia e il peculiare rapporto con il Joker hanno raccolto certamente le influenze della serie di “Flash”, che ha pertanto generato, in modo del tutto inconsapevole, la nascita di una delle coppie dei fumetti più famose di tutti i tempi. Vi è inoltre un dialogo significativo scambiato tra Prank e Trickster durante l’episodio “The Trial of the Trickster”: Prank cerca di togliere la maschera a Flash ma il compagno la ferma, perché senza maschera per lui l’eroe non avrebbe alcuna importanza, sarebbe soltanto un uomo qualunque. Tipico ragionamento che il Joker esercita nei confronti della sua nemesi.

John Wesley Shipp è nuovamente Flash, interpretando Jay Garrick nella nuova serie televisiva dedicata al personaggio

 

Oltre queste importantissime eredità, la serie classica di Flash viene omaggiata nella nuova serie dedicata al personaggio. John Wesley Shipp, nella versione del 2014, interpreta Henry Allen, il padre di Barry (Grant Gustin), e dalla fine della seconda stagione, torna ad essere Flash, interpretando Jay Garrick, il primo velocista scarlatto. Shipp viene così omaggiato interpretando un ruolo da mentore e guida, divenendo a tutti gli effetti il primo, vero Flash.

Anche Amanda Pays tornò a recitare nella serie, interpretando ancora la dottoressa Tina McGee e interagendo nuovamente con John Wesley Shipp: una meravigliosa rivisitazione nostalgica alla serie storica. Grande ritorno anche per Mark Hamill che interpreterà ancora Trickster e si scontrerà, oltre che col Flash di Gustin, proprio col Flash di Shipp. Molte delle immagini circa il passato di Trickster, mostrate nella serie, sono estratte proprio dalla serie classica.

Compariranno anche Alex Desert (ancora nel ruolo dell’agente Julio Mendez nel Flashpoint) e Vito D’Ambrosio nel ruolo del sindaco di Central City.

  • Conclusioni

Flash fu una grande serie, una serie magnifica, ben diretta e altrettanto ben recitata. Ancora oggi uno dei prodotti migliori mai realizzati nel panorama supereroico. L’unico appunto, se così si può dire, imputabile alla serie è da riscontrarsi nella semplicità di qualche episodio e nel suo discostarsi troppo dal climax del fumetto. Ma nella sua identità la serie di Flash ebbe un’anima unica, difficilmente paragonabile ad altri telefilm. Flash si ritagliò, a suo modo, una nutrita fetta nel panorama dei telefilm degli anni ’90, convogliando in sé il gusto per il passato e lo sguardo al futuro, verso quel Duemila che sarebbe giunto dopo dieci anni. Flash, purtroppo, non ebbe la fortuna di poter accompagnare i propri spettatori fino alla fine del secolo. La sua interruzione resta un grande rammarico: Flash fu una bella e malinconica “incompiuta”. L’eroe nel corso dell’intera serie fu sempre una “chimera” a cui i più scettici non credevano. Solo nell’ultimissimo episodio Flash si spoglierà del suo alone di mistero. I cittadini di Central City realizzeranno un cartello e lo porranno dinanzi all’entrata della città scrivendo: “Benvenuti a Central City, la casa di Flash”. E sarà lo stesso velocista scarlatto a roteare vorticosamente attorno a quella insegna. Una sorta di congedo nei confronti dei tanti fan della serie, che per un’ultima volta ancora potranno rimirare quella benevola lunga scia rossa.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Fonzie" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Luci intense e colorate illuminano l'interezza dello schermo, un jukebox viene inquadrato velocemente con leggeri stacchi di camera, e un disco comincia a roteare facendo comparire centralmente il titolo della serie: è un intro impossibile da non riconoscere. Facciamo un tuffo nel passato e parliamo un po' di "Happy Days", la prima vera sit-com trasmessa dalla Rai. Ha mosso i suoi primi passi dal 12 agosto del 1977 e andava in onda nella fascia preserale, alle ore 19:20, sulla Rete 1. Non è che poi al quel tempo ce ne fossero tante di reti…

Tutto partì da un’idea di Garry Marshall. Lo stesso ideatore ne era il produttore, assieme a Edward k. Milkis e Thomas L. Miller. Tra gli interpreti figuravano Ron Howard, Henry Winkler, Anson Williams, Donny Most, Tom Bosley, Marion Ross, Erin Moran, Scott Baio, Al Molinaro.

La situation-comedy è ambientata negli anni Cinquanta, in una inverosimile provincia americana non raggiunta dai tipici problemi delle società avanzate. La storia ha per protagonisti tre normali ragazzi, la famiglia di uno dei tre e l’amico “ribelle” ma dall’indole alquanto buona e generosa. Richie Cunningham (Ron Howard, che diventerà in seguito un regista famoso, premiato con l’Oscar per il film “A Beautiful Mind"), “Potsie” Weber (Williams) e Ralph Malph (Most) studiano, si divertono, litigano.

Quando tra la compagnia di amici c’è qualcosa da dover sistemare viene sempre chiamato il loro idolo Arthur Fonzarelli detto Fonzie (Winkler, che ha vinto due Golden Globe) che da personaggio secondario diventerà ben presto il vero artefice degli episodi e pilastro portante di tutta la serie. Fonzie indossa una giacca di pelle e calza stivali a punta. Sta sovente in sella alla sua fiammante moto e si esprime per mezzo di uno stringato “hey!”, seguito da uno schioccare di dita, una mossa che sa di magico, in quanto non fa altro che attirare a sé tutte le ragazze che gli girano attorno.

Fonzie rappresenta il primo amore televisivo di centinaia e centinaia di telespettatori, un'icona di stile inconfondibile, idolo dei giovani ragazzi per il suo successo con le donne e per la sua caratterizzazione unica e inimitabile, basata su classici tormentoni. Fonzie accompagna sempre il suo intercalare “hey” distendendo le braccia e volgendo i pollici innalzati leggermente all’indietro, e si reca sovente a dare consigli agli amici nel suo ufficio, ovvero il bagno del locale amministrato da Alfred (Molinaro). Il giubbotto di pelle e i suoi jeans blu sono per lui una consuetudine, un modo abituale d’essere. Fonzie è sicuro di sé e, pur non avendo avuto un’istruzione e un’educazione adeguata, è altruista e gentile, serio e rispettoso. Fonzie è il mentore dei giovani amici ma anche un punto di riferimento per Joanie, che chiama affettuosamente “Sottiletta” (Erin Moran). Fonzie è famossissimo per la sua innata abilità di far partire il Jukebox semplicemente sferrando un pugno su di esso.

Il personaggio di Winkler è una leggenda del piccolo schermo, uno dei primissimi esempi di come un’ottima scrittura e un'altrettanto curata caratterizzazione potessero elevare un personaggio al rango di icona assoluta. Pochi sono i personaggi che sono riusciti a raggiungere l’indice di gradimento, pressoché universale, del motociclista. Fonzie rappresenta altresì il riscatto di un’esistenza difficoltosa attraverso un temperamento coraggioso ma a modo. Fonzie è orfano e vede nei coniugi Cunningham la sua vera e unica famiglia.  Papà e mamma Cunningham (Bosley e Ross), genitori di Richie, sono spesso tirati dentro nelle vicende dei ragazzi. Quando questo avviene loro sono ben lieti di parteciparvi e cercare di rimettere le cose al posto, ma sempre non tralasciando d’essere ascoltati e farsi rispettare.

Nella sit-com non aleggia la violenza né la contestazione, né, tantomeno, si riscontra cattiveria. Anzi è l’amore a farla da padrone. Esso è un sentimento vero, autentico, così come lo è l’amicizia.

Ron Howard e Anson Williams erano già presenti nella puntata – pilota della sit-com che aveva come titolo "Love and Happy Days", comparsa nell’antologia Love, American Style, e trasmessa nel 1972. Questa puntata diede l’idea a George Lucas per la realizzazione del film con Ron Howard “American Graffiti” del 1973. Di sicuro il film contribuì al successo delle avventure di Fonzie.

La sit-com ottenne un clamoroso successo sia negli Stati Uniti che in Italia, dove sin dall’inizio ha appassionato giovani e meno giovani tanto che gli episodi sono andati in onda per lunghi periodi. La serie ha dato il via a ben tre spin off dai vari titoli: Laverne e Shirley, Mork e Mindy, Jenny e Cachi.

Curiosità: Nel 1974 per sfruttare in Italia il successo della serie, il film “La banda dei fiori di Pesco” venne chiamato “Happy Days – La banda dei fiori di Pesco”. Questo perché nel film era presente anche Henry Winkler nei panni di un motociclista con indosso il giubbotto di pelle, e nel doppiaggio nostrano veniva chiamato sempre Fonzie. Il lungometraggio vedeva la presenza anche di un giovanissimo e sconosciuto Sylvester Stallone.

Henry Winker era stato scelto per interpretare Danny Zuko in “Grease – Brillantina” ma l’attore rifiutò la parte che andò poi a John Travolta. A distanza di anni, Winkler ammise il suo rammarico per aver rifiutato il ruolo dato il successo che il film avrebbe poi avuto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Colombo - Dipinto in Pop Art di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Trasandato nell’aspetto, distratto e perennemente sulle nuvole agli occhi di chi lo osservava, goffo e stranito nei modi di fare, inseparabile da quel suo impermeabile sgualcito; un aspetto consolidato in uno scenario piacevolmente ripetitivo. Persino quel mozzicone di sigaro, portato con ritmata frequenza dalla mano alla bocca, assumeva spessore e valenza interpretativa per il personaggio durante il proferire delle battute o in quelle lunghe, famose pause riflessive. No, non parlo di Clint Eastwood, anch’egli attaccato a un sigaro, che spesso diveniva parte integrante dell’espressione dell’attore stesso nei vecchi spaghetti-western. D’altronde come potrei parlare di qualcun altro, avendo fatto cenno a un particolare impermeabile, che immediatamente riporta il lettore, nel proprio immaginario, a pensare a una sola icona storica del piccolo schermo. In egual modo, se nominassi una giacca di pelle verrebbe in mente soltanto un individuo in grado di indossarla con tale disinvoltura tanto da farne un simbolo, come fosse il costume di un eroe degli anni Sessanta, riconoscibile al primo sguardo, essendo un qualcosa di talmente evocativo da entrare prepotentemente nell’immaginario collettivo. Ma gli atteggiamenti ripetitivi, monotoni, quasi asfissianti, oltre il consolidato classico look, costituiscono il segreto della notorietà. Sono quegli elementi che bucano lo schermo e conquistano lo spettatore. E’ l’espediente essenziale per il perfetto funzionamento di una sceneggiatura standardizzata, la ricetta per il successo. Parlare di Peter Falk e associarlo solo all’immortale ruolo del Tenente Colombo apparirebbe quanto mai riduttivo, poco garbato, persino offensivo. Un grande attore non può e non deve essere mai preda di un singolo ruolo, ma riguarderà solo e soltanto una parte nella sua carriera d’artista. A volte, gli attori tendono a detestare la mera associazione che il pubblico fa nei loro confronti con un personaggio da essi stessi interpretato, sia pure per un breve periodo di tempo. Desiderano invece essere ricordati nell’interezza della propria carriera artistica. Il serio pericolo per un attore è che nessuno riesca ad apprezzarlo in altri ruoli altrettanto meritevoli, poiché viene a trovarsi come schiacciato dalla sua interpretazione più conosciuta e innalzato quasi a emblema. Ma non è assolutamente il caso di Peter Falk. Anzi, tutt’altro! Falk, infatti, riuscì ad alternarsi con spiccata destrezza dal cinema alla televisione, ottenendo altrettanti favorevoli riscontri dalla critica e dal pubblico. Ma i panni del famoso tenente della polizia statunitense non li abbandonerà mai. E perché mai avrebbe dovuto lasciarli? Falk non fece mai mistero della sua profonda ammirazione per il ruolo che lo rese celebre in tutto il mondo. Lo descriveva come un personaggio dotato di un immenso carisma e di un coinvolgente temperamento. Era davvero un piacere interpretarlo. Il grande attore non rifiutò mai la sua “creazione” più famosa, ma la modellò su di sé negli anni e ne fece vanto nel tempo. Trattando maggiormente il suo ruolo più rappresentativo, non s’intacca mai, a mio avviso, la grandiosità del suo talento, anzi, assume ancor più quel prestigio che lo rende unico agli occhi del vasto pubblico.

Già nei primissimi anni ‘60 Falk aveva abbracciato il successo cinematografico per le interpretazioni ne “Sindacato assassini” e in “Angeli con la pistola”, arrivando a sfiorare l’Oscar come miglior attore non protagonista. Un preludio alla successiva scorpacciata di premi che otterrà in televisione. Ancor prima aveva lavorato in parti di tutto rispetto nella nota serie “Alfred Hitchcock presenta…”, un’anticipazione, questa volta, agli scenari noir e polizieschi che lo accompagneranno per tutto il resto della sua carriera. Falk era un volto televisivo, una presenza abitudinaria del piccolo schermo, ma era anche una figura piuttosto ingombrante, alimentata dalla bravura che cresceva giorno dopo giorno, per non restare relegato in un solo spazio interpretativo. E proprio per questo, tra gli anni Sessanta e Settanta, duetterà al cinema con alcuni dei più grandi nomi del momento: Sidney Poitier, Spencer Tracy, Jack Lemmon, Nanni Loy, Sidney Pollack, Maggie Smith, Peter Sellers e David Niven. Sui set cinematografici abbandona saltuariamente quell’impermeabile beige, pur custodendolo gelosamente, essendo consapevole che dovrà tirarlo fuori dall’armadio ogni qual volta gli tornerà utile. Ma quando indossò per la prima volta quell’identificativo indumento? Era il 1968. Il “tenente” però era già nato negli anni cinquanta ma viveva soltanto in un’idea abbozzata dai creatori Richard Levinson e William Link. Colombo era appunto "un'idea", in attesa di prendere forma e consistenza attraverso le mani dello stesso Falk. La grande novità che i due autori volevano proporre col suddetto sceneggiato era che l’attenzione dello spettatore non doveva essere riservata agli indizi, disseminati nel corso della puntata per arrivare a scoprire il colpevole, magari ancor prima del detective.

Nell’idea concreta dei due scrittori, lo spettatore doveva invece conoscere immediatamente l’assassino e le dinamiche che lo porteranno a compiere il delitto. L’attenzione doveva andare sul personaggio protagonista e non sul presunto colpevole. E’ capire come il tenente riesca a far crollare il possente castello eretto dall’assassino, a difesa della propria innocenza, il vero punto di forza della serie appena tracciata. Per rendere appetibile e interessante un approccio così diverso serviva un personaggio di spessore, che facesse breccia nelle simpatie dei telespettatori e reggesse il peso di una sceneggiatura a lui devota. Ma prima ancora serviva un altrettanto grande interprete per rendere quel medesimo personaggio all’altezza del compito richiestogli. Il primo attore a indossare la “divisa” ufficiale del tenente fu Bert Freed, ma allora il nome del personaggio era Fischer. Freed venne in seguito sostituito da Thomas Mithcell. L’episodio pilota stentava a decollare, gli attori non avevano le physique du rôle per la parte predestinata. Si alternarono ancora Lee J. Cobb e Bing Cosby con scarsi riscontri. La Universal, che credeva ancora nel progetto, attese l’arrivo del definitivo attore protagonista: dopo quattro fallimenti venne chiamato Peter Falk. Levinson e Link avevano finalmente trovato il loro Tenente Colombo. Puntando lo sguardo verso la telecamera, Peter Falk raggiungeva la fama internazionale. A dirigere il grande attore, dietro la macchina da presa, vi era un altro predestinato, allora sconosciuto: Steven Spielberg. Una squadra omologata per il successo.

Falk aveva una menomazione, un occhio di vetro, che ai primi provini della sua carriera lo aveva limitato nei severi giudizi dei produttori. Ma il suo merito più grande fu quello di trasformare un presunto difetto in un assoluto pregio; quell’occhio gli conferiva, infatti, uno sguardo particolare, arguto e intelligente, come se stesse continuamente riflettendo nel momento in cui scrutava attentamente il volto dell’assassino. Fu la prima, inimitabile caratteristica che Falk regalò al proprio personaggio. Gli sceneggiatori scrissero dei veri e propri tormentoni che il tenente avrebbe dovuto rispettare, permettendo, dopo poche puntate, agli spettatori di cogliere dei tratti comportamentali e abitudinari irresistibili. Di Colombo non conosciamo il nome di battesimo e non vediamo mai in volto la moglie che però nomina costantemente e alla quale è legatissimo. L’idealizzazione della consorte è onnipresente nei dialoghi di Colombo, venendo ironicamente inserita come contrappunto comico, quasi a mettere a proprio agio il sospettato, durante degli accenni di interrogatorio, velati da una dialettica furbescamente garbata e amicale. Colombo va in giro con un modello d’epoca malandato di Peugeot 403 cabriolet, rumorosa, non troppo linda e alquanto consunta ma di cui paradossalmente va molto fiero. Porta spesso con sé un cane, mite e dormiglione, a cui è molto affezionato, pur non avendogli mai trovato un nome, e per questo lo chiama semplicemente “cane”. Stravaganze bislacche che rendono il personaggio ancor più geniale nella propria quotidianità. Ma la genialità, dopotutto, non corrisponde ad un pizzico di “stramberia”?

Colombo ha un quoziente intellettivo superiore alla media e una capacità intuitiva fuori dalla norma. Non viene mai spiegato evidentemente se il suo apparire distratto e così “alla mano”, al limite dell’ingenuo, sia fatto di proposito per celare la propria intelligenza, o se sia una caratteristica naturale del personaggio che tende ad essere massimamente perspicace nella sua rilassatezza colloquiale. Implicitamente sembra che Colombo voglia apparire goffo e poco brillante per risultare una minaccia di poco conto agli occhi del sospettato. L’assassino, convinto di avere a che fare con un poliziotto qualunque, comincia ad abbassare la guardia, fino a commettere errori decisivi. Colombo intuisce dopo poco tempo chi è il principale indiziato, diciamo colpevole, e inizia così a pressarlo, all’inizio cautamente, per poi divenire ossessivo. Colombo approfitta della minima disattenzione del proprio interlocutore, usufruendo di una concentrazione spasmodica, mettendo il reo alle strette. In un sottile gioco d’intelligenza, il personaggio di Falk demolisce l’apparente impenetrabilità dell’alibi del colpevole, riuscendo straordinariamente a smascherare ogni contorto passo falso dell’assassino, ormai ridotto allo stremo. Falk caratterizzò Colombo facendo sovente uso della sua abilità di comico brillante, alternando così una comicità raffinata a un aspetto più serioso e raziocinante. Grazie alle sue fantastiche doti d’interprete rese il personaggio piacevole agli occhi del grande pubblico, sia quello adulto che quello giovane. Colombo è un moderno Sherlock Holmes, privo di pipa ma accanito fumatore di sigari, lontano dall’eleganza inglese ma realistico in quel suo ingegno, anteposto volutamente alla classe nell’aspetto esteriore. Durante lo scorrere delle serie decine e decine di star parteciperanno, desiderose di contribuire al successo del serial, spesso in veste di assassino. Falk inchioderà tra i tanti: Martin Landau, Johnny Cash, Leonard Nimoy, Leslie Nielsen, William Shatner, Anne Baxter, Dick Van Dyke, Lee Grant e Janet Leigh. Frutteranno le nomination e le vittorie ai maggiori premi per la serie e per lo stesso Falk, che porterà a casa ben quattro Emmy award e un Golden Globe, sempre come Miglior Attore Protagonista.

Peter Falk ne "La storia fantastica"

 

Dylan Dog, il personaggio dei fumetti creato da Tiziano Sclavi, è anch’esso un detective. Di ben altra natura, ma è interessante notare come anche lui vesta sempre allo stesso modo, risultando riconoscibilissimo agli occhi dei fan. Anche il fumetto di Dylan Dog pone la sua narrazione su alcuni tormentoni come le varie fobie del protagonista, le costanti freddure di Groucho o i passatempi di Dylan, che vanno dal suonare un clarinetto alla costruzione di un modellino di veliero. Persino Tex, altro mito del fumetto italiano, veste perennemente allo stesso modo: sono quelle caratteristiche iconiche e irrinunciabili di un personaggio. In tali casi, di un personaggio che tende a rispecchiare, fin dove è possibile, l’uomo normale che si erge a eroe. Falk con Colombo non fu altro che un uomo qualunque, costante e minuzioso nel proprio lavoro, vissuto, alle volte, nella monotonia della quotidianità, devoto ad uno stile simbolico che gli offrì il canone dell’eroe che ricerca giustizia, del detective che non impugna mai una pistola (persino quella di Dylan era spesso scarica) poiché l’avversità va affrontata con la potenza dell’intelletto. Peter Falk non abbandonerà mai i panni del Tenente da lui interpretato in veri e propri film, e trasportato anche al cinema, per ben 35 anni. Nel 1976 Falk fu particolarmente apprezzato per un ruolo, sempre da detective, nella commedia “Invito a cena con delitto”, dove recitava in una divertente opera di Neil Simon, parodizzando Sam Spade e lo stesso Colombo. Nel 1984 fu tra le star che apparvero nel famosissimo video di Ray Parker Jr “Ghostbusters”. Uno dei suoi ultimi, indimenticabili ruoli fu quello del nonno/narratore nel cult fantasy “La storia fantastica”. Peter Falk si spense il 23 giugno del 2011 all’età di 83 anni.

Dal 2008 soffriva della malattia di Alzheimer e non era più in grado di intendere e volere. Mi piace pensare che lassù indossi ancora quel suo impermeabile, e vada gironzolando di nuvola in nuvola a pressare il “malcapitato” di turno; sono certo che non gli farà domande dirette, parlerà probabilmente di sua moglie, ma senza dubbio si farà dire dov’era e cosa faceva a quella determinata ora di quel determinato giorno, e magari, dopo qualche altro passaggio del suo umorismo disarmante, allungando il braccio verso l’interlocutore, stringendo tra le dita il mozzicone di sigaro, aggiungerà candidamente: “Solo un’ultima cosa…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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