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Superman/ Christopher Reeve disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Christopher Reeve non si limitava soltanto ad indossare dei grossi occhiali che contornavano gran parte del viso, ma trasformava abilmente il proprio aspetto con l’ausilio di un leggero, quanto ma efficace trucco, assieme ad una pettinatura che gli copriva parte della fronte. A differenza di ciò che in futuro faranno i suoi successori, Reeve, quando interpretava Clark Kent, cambiava anche modo di recitare, anteponendo al suo atteggiarsi sicuro, un’andatura dinoccolata, una gestualità buffa e un parlare timido e impacciato. Richard Donner il regista dei primi due film che ebbero Reeve come protagonista, diceva spesso che l’attore interpretava un ruolo nel ruolo. La rappresentazione del dualismo Kent/Superman offerta da Reeve si sposa magnificamente con il commento di Umberto Eco nel suo saggio “Apocalittici e integrati” all’iconico personaggio nato dalla penna di Jerry Siegel e dalla matita di Joe Shuster. Superman è l’aspirazione a cui noi tutti aneliamo, Clark, invece, è per l’ultimo figlio di Krypton, il suo desiderio di normalità e di integrazione in un mondo che inizialmente non gli appartiene.

Un’interpretazione così affascinante del personaggio fa leva sulla necessaria diversità che dev’essere mostrata tra le due personalità dell’eroe. Questa differenza mai (secondo il mio modesto parere) è stata realizzata sul grande e piccolo schermo, se non nella figura di Christopher Reeve. L’unico ad aver catturato i tratti gentili e garbati di un timido Clark, il solo ad aver ostentato con profonda naturalezza, l’onnipotenza del primo eroe dei fumetti.

Risale al 1973 l’inizio dell’amicizia tra Reeve e Robin Williams, quando entrambi studiavano alla Juilliard School. I due, tra gli studenti più meritevoli e apprezzati nell’ambito della recitazione dell’intero istituto, stringeranno un rapporto di sincera e leale amicizia, arrivando a fare una promessa: chiunque dei due avesse ottenuto fama e successo, avrebbe aiutato l’altro, se questi si fosse trovato in difficoltà economica.

Christopher Reeve e Robin Williams

 

Nel '77 fu portata all’attenzione di Reeve la notizia che si svolgevano dei provini per il ruolo di Superman, il primo film dedicato a un eroe dei fumetti. La lavorazione della pellicola stava catturando la curiosità dei critici per la presenza di due stelle del cinema come Marlon Brando e Gene Hackman. L’attore nativo di New York, fino a quel momento sconosciuto, aveva avuto una prima esperienza a teatro in un’opera dal titolo “A Metter of Gravity”, venendo scelto dopo un’audizione, direttamente da Katherine Hepburn che lo volle nel ruolo di suo nipote. La foto di Reeve e il suo breve curriculum vennero spediti a Lynn Stalmaster, il direttore del casting, che mise inizialmente l’immagine dell’attore tra coloro che dovevano essere scartati. Una più accurata riflessione, che coinvolse anche il regista, portò a rivalutare la scelta e si decise di contattare il giovane Reeve per un breve incontro che si svolse allo Sherry Netherland hotel. Quando Reeve arrivò, il cineasta e la produttrice Ilya Salkind, rimasero impressionati dalla somiglianza e dal richiamo fisico che l’attore emanava. Decisero cosi di consegnarli un copione di 300 pagine e di invitarlo all’audizione. Reeve credeva di non avere molte possibilità ma quando salì sul piccolo palcoscenico utilizzato per i provini, la sua altezza (193 cm) e l’imponenza che trasmetteva unita al modo di porsi convinsero immediatamente Donner, che di lui finirà per dire “E’ Superman, l’abbiamo trovato!” Il resto, come spesso si dice, è storia nota. Il film sull’eroe DC Comics sarà acclamato dal pubblico e dalla critica conquistando anche una statuetta nella categoria dei migliori effetti speciali.

Dopo un successo cosi planetario, la realizzazione di un sequel fu un processo del tutto conseguenziale e più che scontato, tenendo presente che molte delle scene del secondo film furono girate nello stesso periodo di lavorazione del primo. “Superman II” uscirà nel 1980 e sarà uno dei pochi casi dove un seguito batterà addirittura “l’originale”, sia in chiave economica che critica. E’ il periodo d’oro di Christopher Reeve che accoglierà il successo e la gloria insieme all’amico di un tempo, Robin Williams, anche lui ormai una stella affermata e pronta ad illuminare le platee e le sale cinematografiche. La sua figura comincerà ad essere indissolubilmente legata a quella dell’Uomo d’acciaio. Reeve tornerà ad indossare il mantello rosso in altri due film, qualitativamente inferiori ai primi due, ma sorretti senza dubbio dalla sue sempre ottime performance. Nel terzo, in particolare, lo vediamo dilettarsi in una duplice versione dell’eroe: una burbera e vendicativa pronta irrimediabilmente a scontrarsi contro l’animo buono e altruista dell'"umano" Clark.

In quegli anni Reeve saprà spaziare abilmente anche in altre pellicole, dimostrando una versatilità che avrebbe fatto di lui un attore completo, capace di calarsi nei ruoli più disparati. Lo vediamo, infatti, nei panni del protagonista Jonatahan Fischer nell’acclamato “Street Smart” al fianco di Morgan Freeman, e in quelli di Jack Lewis nel capolavoro “Quel che resta del giorno” accanto ad Anthony Hopkins e Emma Thompson. L’anno precedente, nel 1992, è tra gli straordinari protagonisti dell’esilarante commedia “Rumori fuori scena” film che porta sullo schermo l’opera di Michael Frayn, appartenente al genere del Teatro nel teatro.

Tre anni dopo, Il 27 maggio 1995, nel corso di una gara a cavallo a Charlottesville, Christopher Reeve cade brutalmente da cavallo, riportando lo spostamento di due vertebre cervicali. Reeve rimase paralizzato dal collo in giù perdendo l’uso di tutti gli arti. Da allora e per tutto il resto della sua vita, rimarrà costretto a vivere su una sedia a rotelle e collegato a un respiratore artificiale. Quando la notizia si spargerà, accorrerà all’ospedale anche il suo fraterno amico, Robin Williams. Erano arrivati entrambi al successo, ma quel patto di un tempo, dettato dai più puri sentimenti di amicizia stava per concretizzarsi in uno scenario purtroppo ancor più drammatico di quello che poteva essere rappresentato dalla difficoltà economica: Robin Williams coprirà gran parte delle spese per garantire all’amico l’uso di una macchina che gli permetta di vivere il più possibile.

Il destino fece una violenta breccia rompendo lo specchio tra la finzione e la verità e distruggendo l’immaginario confine che separa il sogno del cinema con la dura realtà. Il fato così crudele spianò la strada a un esito beffardo e intollerabile. Reeve, che con tale spontaneità era riuscito ad incarnare le fattezze dell’uomo d’acciaio, venne prostrato e immobilizzato da una Kryptonite dilaniante che volle ricordare con estrema crudezza quanto la fantasia possa essere, a volte, spazzata via dall’asprezza della fatalità. L’uomo non era più un “Superuomo”, non era davvero invulnerabile come poteva così tangibilmente sembrare su quel nastro di pellicola. Il suo corpo non era realmente d’acciaio e le sue ossa furono pertanto come frantumate dalla violenza di un imprevedibile e maledetto incidente. La sua forza corporale era venuta meno, le sue gambe avevano ceduto: Superman non poteva più volare su nel cielo. L’imprevedibilità aveva annientato la sicura affidabilità di un sogno, il medesimo che a noi spettatori ci aveva oniricamente illuso che quell’attore fosse ben più di un interprete, ma un vero supereroe dalla robustezza inviolabile.

Dopo l’incidente, Christopher Reeve sarà in prima linea nella lotta sui diritti dei disabili e sulla ricerca per le cellule staminali. Se il suo corpo aveva ceduto, il suo cuore continuò invece a lottare. Con quella sua coraggiosa resistenza stava dimostrando quanto i canoni di quel personaggio continuavano ad appartenergli. Reeve si elevò così ad eroe imbattibile, a un simbolo di ricerca costante di felicità, del superamento di ogni forma di afflizione fisica ma soprattutto mentale. Nel 1998, nonostante le sue condizioni, Reeve offrirà una prova di assoluto spessore nel film per la televisione “La finestra sul cortile”, remake del capolavoro di Alfred Hitchcock, dove, nonostante la suspense registica non sarà paragonabile a quella del Maestro, la prova del protagonista verrà comunque elogiata universalmente fino a fargli ottenere una nomination al Golden Globe come Miglior attore. Tra il 1998 e il 2003 scriverà due libri, in cui racconterà la sua esperienza e il suo stato d’animo, cercando di incoraggiare chi sta vivendo situazioni analoghe e trasmettendo la sua voglia di vivere. Nel 2003 e nel 2004 sarà sul set della serie “Smallville” adattamento televisivo delle origini di Superman.

Il 10 ottobre del 2004, a soli 52 anni, si spegne al Norther Westchester Medical Center di New York lasciando la moglie Dana, il figlio Will, e i figli Matthew e Alexandra avuti da un precedente matrimonio con Gea Exton.

Quel giorno, il Superman di intere generazioni, smise di volare, col cuore e con la mente, per sempre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Superman - Credere che un uomo possa volare" cliccando qui.

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Semplicità e complessità sono le due antitesi del cinema di James Cameron. Due dogmi che dividono il volto di Cameron e ne influenzano le rispettive visioni con cui i suoi occhi reinterpretano la realtà in arte filmica. Dalla semplicità di una trama di base si sviluppa una monumentale complessità di realizzazione, una ricerca esasperata dello sperimentalismo tecnico. Per James Cameron l’anima gemella dell’essenzialità è l’inestricabile, ed entrambi vanno congiunti in uno sposalizio scenico.

  • Storia cristallina, generi variegati

Dal suo primo grande successo “Terminator” all’ultimo dei suoi lungometraggi “Avatar”, il cineasta statunitense ha sempre voluto far sorgere le proprie storie su fondamenta robuste e trasparenti. Esse reggono il peso di una sovrastruttura delineata e candida. Le trame dei suoi film sono infatti comprensibili, caratterizzate preventivamente da una narrazione ordinata che evita digressioni da capogiro. La narratività di Cameron si forma sotto i nostri stessi occhi, come fossero parole in procinto d’imprimersi su pagine bianche. Sono, per l’appunto, libri aperti, non contrassegnati da una copertina, ad onor del vero, già di per sé sfavillante di colori policromi; tomi da divorare famelicamente per saziare l’ingordo appetito di chi anela a gustare le prelibatezze di un banchetto dai più disparati sapori. Il “menù” è una storia basilare che mescola i generi più variegati. Vengono pertanto servite portate d’inaspettata combinazione culinaria. Perdonate l’indugio metaforico, adoperato per evidenziare il talento di James Cameron nell’amalgamare vari stili cinematografici in “un sol corpo”, d’impossibile categorizzazione. Come fosse un rinomato chef, Cameron saggia l’accostamento tra essenze diverse. La fantascienza si mescola al thriller, l’azione alla commedia, l’epicità al romanticismo.

  • La contraddizione del progresso tecnologico

La tematica più cara, quella che ha ispirato il credo artistico di Cameron sin dagli inizi della sua carriera riguarda la tecnologia e i pericoli ad essa legati per via di un costante e progressivo avanzamento tecnologico. In “Terminator” il regista tratta il tempo come fosse un orologio a pendolo, oscillante da destra a sinistra e viceversa, tra passato e un futuro prossimo distopico e aberrante. Ispirato, probabilmente, da “Il mondo dei robot”, Cameron partorisce la storia di un cyborg e di un eroe umano giunti da un remoto avvenire per mimetizzarsi nell’ingenuo presente dell’indifferenza. “Terminator” fu un thriller di fantascienza notturno, una lunga fuga per la sopravvivenza compiuta da Sarah Connor e Kyle Reese, operata per sfuggire alle implacabili minacce di una macchina assassina. In “Terminator”, Cameron affronta per la prima volta il tema del progresso tecnologico, delle macchine che costruiscono macchine, vagliando la sinistra previsione che un giorno le intelligenze artificiali, non soltanto si ribelleranno all’uomo, ma creeranno loro stessi “la vita”. Un’esistenza meccanica nella concezione fantascientifica di una sorta di “evoluzione” della specie. Già in “Terminator” sono riscontrabili le impressionanti abilità di Cameron nel girare sequenze d’azione impegnative, che troveranno un’esaltazione spettacolare nel sequel “Terminator – Il giorno del giudizio”, in cui Cameron sovverte, in un certo senso, l’antagonista del primo capitolo trasformandolo nell’eroe.

La sicurezza che l’uomo pone nell’infallibilità delle proprie costruzioni è fonte di un’inquieta analisi per Cameron. Tale pensiero costituisce l’ispirazione analitica di “Titanic”, in cui il regista riporta alla vita quella che fu un tempo la nave più grande del pianeta. L’inaffondabile Titanic al momento della sua ultimazione era l’esito delle maestranze più bello del mondo, il simbolo del genio dell’uomo, nonché l’emblema dell’ingegneria navale britannica. Un “costrutto” di sublime, sopraffina ed impareggiabile bellezza. Doveva essere nata dalla fucina di Efesto, tanto meravigliosa era quella nave, eppure non era così, non perché il dio greco non l’avrebbe potuta fare d’egual fattezza, ma perché quella volta fu l’uomo ad anticiparne le doti. Il Titanic era prossimo a far genuflettere la vastità dell’oceano al proprio cospetto. Da qui, Cameron rielabora ancora una volta il tema del progresso tecnologico, sospinto al limite massimo in quegli anni dalla costruzione del Titanic, sorprendendo lo spettatore di fine Novecento con la bellezza restaurata della nave e terrorizzandolo con il patimento desolante cui andrà incontro.

Il più grande manufatto in movimento mai costruito fino a quel tempo verrà flagellato dai gelidi marosi, in una storica, e per questo didascalica narrazione sequenziale usufruita da Cameron per mostrarci come qualunque prodotto dell’uomo, anche quello apparentemente indistruttibile, possa rivelarsi poi inerme dinanzi alla forza della natura. L’egoismo umano-centrico viene così castigato da un fato avverso e crudele, e quella nave tanto amata da Cameron finisce per apparire sofferente in un drammatico materialismo.

Arriviamo, infine, ad “Avatar”, le cui opposizioni tra il popolo dei Na’vi, armato di archi, frecce e lance, e la gente del cielo, a capo di un esercito di armi avveniristiche, rimandano alla malvagità cui può essere soggetto il progresso tecnologico se adoperato per loschi scopi dall’uomo. Sarà anche in questo caso la natura, qui viva e selvaggia di Pandora, a respingere clamorosamente le avanzate degli uomini.

Innumerevoli scene d’azione dei suoi film possiedono un che di incredibile. Vi è però una sorta di contraddizione tra ciò che racconta Cameron in merito al progresso tecnologico e al modo in cui egli si approccia al lavoro. Cameron è uno dei maggiori fruitori dello sperimentalismo cinematografico, e per tale ragione attende pazientemente anche un decennio prima di girare nuovamente un film. Questo atteggiamento paziente è d’uopo per consentire un accrescimento. Egli desidera spingere il progresso nei mezzi visivi e speciali al massimo. Seppur predichi calma e timorosa riverenza nei suoi film per ciò che concerne la potenza delle tecnologie future, egli, in verità, è uno dei principali ricercatori nell’avanzamento delle tecniche di ripresa. Cameron vuol scoprire nuovi modi per poter raccontare.

  • L’acqua come filtro di un nuovo mondo

Cameron nutre un rapporto speciale con il mare, e spesso per diletto, ne mira le profondità e i segreti inesplorati con il supporto di appositi sommergibili. L’acqua viene riletta da Cameron come una sostanza liquida che fa da filtro al passaggio verso un nuovo mondo, come fosse un portale di esigua consistenza ma dalla forza devastante. In “The Abyss”, Cameron fa del mare il custode di un reame molto particolare, l’etereo regno dove si accresce una vita sconosciuta.

Sul fondale marino, nel buio e nel più riservato dei silenzi, giacciono i relitti che un tempo solcavano le acque in superficie. Laggiù, a quasi quattromila metri di profondità, riposano i resti del suo caro Titanic, in una tomba fatta d’acqua salata e di tenebre. Cameron utilizza il mare e i gelidi marosi dell’Atlantico per filmare la perentoria potenza delle acque, la cui pressione spezzò in due tronconi la nave a cui diede tale vigoria al cinema. Molte sono le sequenze in cui il regista esagita la terrificante potenza delle acque, capaci di sommergere con imparzialità i poveri passeggeri del Titanic: è un turbine di morte che sfocia come funereo fiume. Mare e acqua sono per Cameron, al contempo, mondo diversificato e potenza apocalittica.

  • Personaggi e scenari: un’interazione necessaria

La scenografia per Cameron va oltre lo scorcio, al di là dell’ambientazione e del fondale in cui i personaggi compiono l’azione. Spesso la scena assume un valore espressivo eloquente in un’estetica comunicativa dell’immagine. Basti pensare alla caratura che assume il Titanic stesso, e le cabine riprodotte con gli ornamenti architettonici e stilistici originari che quasi assurgono a una consistenza tangibile oltre le porzioni circoscritte della quarta parete. Cameron fa vivere gli ambienti, li rende suscettibili al senso della vista e ci illude di poterli toccare, come se potessimo davvero lambire e accarezzare le luminescenti flore di “Avatar”. Cameron cura maniacalmente ogni dettaglio, e nei suoi film i personaggi interagiscono con la scena opportunamente pre-adibita. In “Aliens 2 – Scontro finale” l’arieggiata bellica è resa quasi respirabile nello spazio, e la scenografia opprimente schiaccia i protagonisti generando un clima claustrofobico.

La sua precisione nel ricreare flora e fauna, stanze e pareti, è tanto esagerata da portarlo, ad esempio, col supporto di un astrofisico, a tracciare nella volta celeste le precise disposizioni stellari della notte in cui il Titanic incontrò un Iceberg sul proprio cammino. Le creature fantastiche concepite in “Avatar” furono rese vivide attraverso un’accurata concezione delle movenze e degli atteggiamenti specifici, peculiari di ogni razza. Egli non si limita a filmare l’immaginazione, ma arde dal desiderio di rendere l’unicità della fantasia più reale possibile, non soltanto per i personaggi presenti sullo schermo, ma anche per lo stesso pubblico che può supporre di essere partecipe.

  • Amori eterni

Le coppie romantiche dei film di James sono tutte caratterizzate da un legame forte, concatenato in una rispettiva bramosia. Romanticismo terso e ardente passione vengono incarnati nel corpo e siffatti nello spirito, abbracciando in un equilibrio gli stadi dell’amore spirituale e carnale, in special modo in “Titanic”.  Sia l’uomo che la donna sono attratti dal una forma di amore eterno.

Il sentimento che congiunge i protagonisti delle sue opere sboccia spesso in momenti di difficoltà. Kyle viene ricambiato da Sarah in “Terminator” quando i due sono braccati da una macchina portatrice di morte, e consumano il loro amore in una notte soltanto. In egual modo, anche tra Jack e Rose l’amore che nasce e si accresce fino a sfiorare le vette più estreme del sentimento corrisposto, avviene in pochi giorni ed è anch’esso destinato a interrompersi bruscamente. Eppure, Cameron in tal modo rende l’amore delle sue coppie durevole proprio nel troncamento di tale relazione. Sarah nel sequel “Terminator – Il giorno del giudizio” dimostra ancora di essere eternamente legata al ricordo di Kyle, e Rose in “Titanic”, con il trasporto emotivo con il quale ha rinarrato i suoi trascorsi, testimonia senza esitazione alcuna, di non aver mai smesso di amare quel giovane che la salvò sul transatlantico.

Il modo in cui Cameron scrive e inscena l’amore è, a mio dire, più profondo di quanto parrebbe. Si tratta, infatti, di un amore paragonabile alla più intensa delle emozioni, quella che perdura ad albergare nel cuore. Non è vincolato alla presenza fisica quanto alla sfera empirea del ricordo. Egli fa di relazioni di breve durata rapporti ben più solidi e duraturi di quelli che contemplano anni e anni di relazione. Perché è nel valore di quei singoli giorni che si può ricercare un qualcosa di così prezioso che può superare addirittura l’intensità di anni. Mediante le protagoniste dei suoi film, audaci e indomabili, le quali avranno in futuro altri rapporti condivisi, Cameron ci aiuta a comprendere l’importanza di andare avanti e che il vero amore possa scalfire nel nostro intimo un’effige inviolabile che aiuterà gli stadi successivi della vita. L’amore diviene ispirazione, motore palpitante del cuore che pulsa sangue nelle vene.

Un amore che si configura altresì come motivazione, senso astratto che guida il nostro agire, come fosse un frammento di anima che si unisce a quella di cui già disponiamo, arricchendola e incoraggiandola a vivere. Gli amori delle coppie nel cinema di Cameron sono duri e cristallini come un diamante scintillante, uniti tra loro come catene che garantiscono una libertà comune al posto di una prigionia. Tale amore è perpetrato attraverso la valenza di un gesto o di un senso, sia esso la carezza di una mano (come avviene tra Jack e Rose in “Titanic”) sia esso il valore di uno sguardo corrisposto (come avviene tra Jake e Neytiri in “Avatar”).

  • Conclusioni

Con gli occhi di James Cameron miriamo un cinema epico, sensibile ma anche spettacolare, che fa dell’emozione una riflessione, dello stupore visivo il punto focale della propria arte. Cameron è un autore che arricchisce senza reinventare, ma è soprattutto un ricercatore sperimentale: le due antitesi da cui scaturiscono la semplicità e la complessità.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Recensione e analisi Terminator"

"Recensione e analisi Titanic"

"Un'anima dell'oceano - L'affondamento del Titanic tra cinema e realtà"

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Per le selettive scelte di copione, per la sua proverbiale versatilità, per la celeberrima abilità nel combinare il successo di critica con quello di pubblico, e in particolar modo, per l’impressionante capacità di intuire il potenziale di ogni lungometraggio,  Dustin Hoffman è stato uno degli attori maggiormente richiesti del cinema anni ‘70. Passare dal palcoscenico teatrale al grande schermo nel ‘68 (Il laureato) e avvicinarsi immediatamente alla statuetta dorata dell’Academy, fu una sorta di battesimo del fuoco.

Hoffman per ascendere al ruolo di icona del cinema non ebbe dalla sua l’ausilio di un fisico imponente: gli appena 165 cm di altezza, quel suo sguardo introverso e quel naso prorompente lo allontanavano, e di molto, dalle classiche fattezze belle e prestanti del divo di Hollywood. Ma è proprio qui da trovarsi l’abilità di Hoffman, quella di trasformare un punto debole in un punto di forza. Quel fisico minuto e quell’aria dimessa diverranno infatti il suo marchio di fabbrica, connotati consoni atti a interpretare ruoli da “antieroe”.

La dedizione al lavoro, lo studio maniacale e perfezionista della parte lo renderanno pignolo e difficile da gestire per ogni regista; c’è infatti chi racconta che Hoffman studiò per oltre sei mesi la camminata della gente claudicante sui marciapiedi per rendere al meglio la parte di Salvatore Rizzo, un malato di tubercolosi nell’iconico “Un uomo da marciapiede”. Laurence Olivier si divertiva a raccontare che Dustin, sul set de “Il Maratoneta”, dedicò tre giorni e tre notti per girare una singola scena e che fu proprio lui, vedendolo distrutto, a dirgli una battuta estemporanea rimasta però indimenticabile per i più: “non sarebbe più semplice recitare e basta?”.

Gli anni ‘70 e ‘80 furono gli anni d’oro nella carriera di Hoffman, i due decenni in cui abbatté lo stereotipo dell’icona nerboruta e orgogliosa di Hollywood; dopo aver abbandonato i complessi e difficili panni di Rizzo, Hoffman si getta a capofitto nel thriller psicologico “Cane di Paglia” del grande Sam Peckinpah.
Il film, una complessa analisi e un’articolata ostentazione critica della violenza sfociata brutalmente nell’uomo vessato e deriso, tema caro al cineasta nativo di Fresno, mostra un Hoffman inaspettato, capace di dare al professor Summer toni tanto pacati e ingenui quanto freddi e spietati all’aguzzino che il personaggio finisce per diventare. Altro giro altro successo; questa volta si passa al Western interpretando sia il giovane che (con un trucco impressionante) l’ultracentenario Jack Crabb, uomo di umili origini che ripercorre la sua vita sempre in precario equilibrio tra la fede per la sua “razza” e l’affetto per i nativi d’America in “Piccolo grande uomo”.

Disdegnerà la commedia? Certo che no! Eccolo infatti accettare il ruolo primario in “John e Mary” al fianco di Mia Farrow, o la parte di Alfredo per l’ultimo film diretto dall’italiano Pietro Germi.

Il richiamo americano, però, tornò ad essere incalzante e lo troviamo nel 1973 a spalleggiare Steve McQueen nel Prison-movie “Papillon”. Trasforma il suo aspetto e il suo modo di porsi per quest’ultima interpretazione, rasandosi quasi del tutto i capelli e dimagrendo più del dovuto per mostrare ancor di più le disumane condizioni a cui erano sottoposti i prigionieri della Guyana Francese negli anni trenta. Dopo aver ultimato quest’ultime riprese, arriva il momento di cimentarsi nel biografico “Lenny”, discussa pellicola del 1974 nella quale viene narrata la sregolata vita del comico Lenny Bruce, che con il suo linguaggio scruttile e provocatorio, volto a mettere a nudo l’ipocrisia della società americana, rivoluzionerà la comicità statunitense. E’ per lui la sua terza nomination all’Oscar!

Passano gli anni ma l’attore non ne vuol saperne di sbagliare un film; il passo successivo vede Hoffman interpretare Carl Bernstein, un giornalista del Washington Post che contribuirà a svelare lo scandalo Wathergate nel capolavoro “Tutti gli uomini del presidente”, uno dei capisaldi del cinema d’inchiesta, strepitoso successo di pubblico e di critica, vincitore di 4 statuette. Tra il ‘76 e il ‘78 si dedica ancora al genere thriller con l’acclamato “Il maratoneta”, lungometraggio in cui con Laurence Olivier contribuirà a rendere sinistramente impressa nella storia del cinema la cruenta scena della tortura.

Dopo queste ennesime grandi prove, nel 1980, riesce finalmente a strappare all’Academy il premio Oscar come miglior attore protagonista grazie alla grande interpretazione di Ted Kramer, il padre fiero e commovente in lotta per la custodia del figlio, in “Kramer contro Kramer”, al fianco di Meryl Streep. Il film si aggiudicherà i premi Oscar nelle categorie più importanti: Miglior film, regia, attore, attrice e ancora come sceneggiatura non originale. Il tema portante della pellicola è il divorzio e l’impatto che ha verso le persone coinvolte, in particolare sul figlio della coppia; il senso di solitudine e di incompletezza che si avverte quando la famiglia si divide, permea tutta l’opera.

Hoffman continua a mostrarsi inarrestabile, e appena due anni dopo, sarà lo straordinario protagonista di “Tootsie” per la regia di Sydney Pollack. Nella commedia interpreta Michael Dorsey, un attore che, pur di lavorare, si finge donna. "Tootsie" avrà così tanto successo da essere eletta dall’American film Institute come la seconda più grande commedia della storia del cinema americano, dietro solo al film “A qualcuno piace caldo”. L’attore, supportato da un efficiente trucco, dimostrerà un innato talento istrionico sfoderando una performance fuori dall’ordinario, ottenendo così la quinta nomination al Premio Oscar insieme alle altre 9 del film. Arriva così come grande favorito alla serata, cinematograficamente parlando, più importante dell’anno, ma tra “Tootsie” e le statuette si interpone “Ghandi - Il film” che strapperà otto premi. Hoffman deve rimandare l’appuntamento alla seconda statuetta che viene vinta in quell’anno da Ben Kingsley. Per Tootsie gli viene conferito nuovamente il Golden Globe.

Tra il 1982 e il 1987 “trasporta il teatro in televisione” con l’opera “Morte di un commesso viaggiatore (già recitata da lui stesso a Broadway) tratta dall’omonimo dramma di Arthur Miller. Hoffman presta magistralmente il proprio volto a Willy Loman, in una meravigliosa interpretazione prettamente a carattere teatrale che gli varrà la conquista dell’Emmy Award e la quarta statuetta della sua carriera ai Golden Globe. Nel 1987 commette il primo e probabilmente unico passo falso della sua carriera con “Ishtar” deludente al botteghino e stroncato dalla critica per via di una narrazione frammentaria e confusa, ma l’anno successivo torna immediatamente sulla breccia accettando la parte dello struggente autistico Raymond in “Rain man – L’uomo della pioggia”. Dedicherà oltre un anno allo studio della malattia e al comportamento delle persone autistiche, impegnandosi anche nella concezione delle movenze di Raymond, introducendo un incedere caratterizzato da una postura del tutto particolare: una spalla leggermente piegata, gli occhi persi nel vuoto e la voce che durante i passi, tende ad appiattirsi sempre più. Con questa ennesima, straordinaria interpretazione, entrata di diritto tra le più grandi della storia del cinema, l’attore vincerà il suo secondo Oscar.

Con questa pellicola si chiude l’arco temporale più importante nella carriera di questo inarrivabile interprete, ma la nuova decade continuerà a riservare altri apprezzabili successi: tra le diverse produzioni a cui prenderà parte, è doveroso citare in primis il suo lavoro nel fantastico “Hook – Capitan Uncino” diretto da Steven Spielberg, in cui interpreta magnificamente proprio il famoso pirata nato dalla penna di J.M. Barrie, spalleggiato da un cast pieno zeppo di “stelle” come i compianti Robin Williams e Bob Hoskins, la giovane Julia Roberts e la sempre verde Maggie Smith. Verso la fine degli anni ‘90 torna a recitare in una grossa produzione: “Sesso e potere” al fianco di Robert De Niro ricevendo la sua settima nomination al Premio Oscar.

Negli anni Duemila oltre a recitare in pellicole fantasy come l’adorabile “Mr. Magorium” o il toccante “Neverland”, e in nuovi thriller come “La giuria” dove dà vita a uno strepitoso duetto con l’amico Gene Hackman, riceve il Golden Globe e il Kennedy Center Honor alla carriera, ciliegina sulla torta per il sensazionale percorso intrapreso sul finire degli anni ‘60 da questo magnifico attore, che nel 2008, darà un’ulteriore prova del suo immenso talento prestato alla settima arte, passando addirittura dietro la macchina da presa per dirigere Maggie Smith nell’apprezzato “Quartet”. Ancora oggi Dustin Hoffman predilige ruoli di un certo spessore e significato, siano essi da protagonista o comprimari, in pellicole argute e accattivanti (vedasi “Oggi è già domani”), anteponendo sempre la qualità alla quantità. A differenza di altri suoi illustri colleghi che nel periodo recente hanno abbandonato del tutto la linea cinematografica prettamente artistica a favore di quella, come dire, più “leggera”, Hoffman crede, e di questo anch’io ne sono certo, di poter dare ancora tanto al cinema, ancor di più adesso, quando si appresta a tagliare il traguardo degli ottant'anni.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il 10 aprile del 1967 Walter Matthau vinceva il Premio Oscar. Aveva 48 anni quando si apprestava a godere del tanto ambito successo internazionale. Proprio così, era riuscito finalmente a imporsi in età relativamente avanzata; la stessa età in cui spesso, gli altri attori, cominciavano a dedicarsi a ruoli meno intensi e logoranti. Lui, invece, iniziava proprio in “quel momento” la sua carriera nel cinema. Ma era giusto così, perché Matthau non era “gli altri”, era unico, e a lui si addiceva un tale iter, un percorso del tutto singolare, come un abito esclusivo, tagliato su misura.

Vinse quel massimo riconoscimento per un’indimenticabile interpretazione in una commedia di Billy Wilder; perché Matthau fu anche uno dei pochi attori ad aggiudicarsi l’ambito premio per un ruolo comico. L’Academy, si sa, tende a lodare performance drammatiche in pellicole di denuncia o in opere gloriose e auto-celebrative, raramente incensa lungometraggi comici. Ma, a voler ribadire, Matthau era eccelso nel ricercare “l’esclusiva”, non poteva ricevere tale gloria da un “dramma qualunque”. Già, il dramma! Quell’arte che ricalca spesso la gravosità e il rigore anche quando non andrebbero rimarcati più del dovuto. Vi è mai capitato di chiedervi cosa sia più difficile tra far ridere o far piangere? La risposta sembrerebbe ovvia in un primo, impulsivo momento: di certo far piangere! E invece non sempre è così.

Walter Matthau in una scena de "La strana coppia"

La commedia articolata, raffinata, quella che genera il riso spontaneo, sincero, perpetrato senza volgarità, senza la messa in scena grottesca, parodistica, assurda nella sua realizzazione spropositata, è davvero difficile da realizzare. Per tutti gli anni sessanta, settanta e ottanta, Matthau fu tra i più grandi interpreti della commedia americana per eccellenza, quel genere sofisticato che si affidava a una ilarità arguta ed elegante. Teatrale nella sua resa sul grande schermo. Lo spessore artistico di quest’immenso attore gli permise, durante tutta la sua lunga e prolifica carriera, di spaziare con estrema naturalezza dal dramma (negli anni cinquanta fu quasi sempre il “cattivo”) al thriller. Matthau riusciva ad essere ciò che voleva: un lusso che potevano permettersi in pochi, solo coloro dotati di un talento istrionico innato. Ma nella commedia portava a compimento la gloria del proprio genio.

Davanti ad una sala gremita non si scomponeva, incantava. Egli trascinava tutti nella più completa allegria e spensieratezza, con quel genere artistico dedito all’allontanamento temporaneo da ogni problema quotidiano che da sempre affligge l’animo umano. Cosa saremmo senza la commedia? Anime grette e aride, cervelli macchinosi e devoti ad una resa piatta, scevra dall’emozione che tende al lieto fine.

Walter Matthau a teatro

A teatro, calca i palcoscenici di Broadway per dieci anni, vincendo due Tony Award. Una leggenda di Broadway, destinata a diventare una leggenda di Hollywood. Matthau non solo interpreterà, ma creerà uno stile di recitazione del tutto suo, “disegnando” i personaggi sulle sue doti, rimarcando i tratti burberi ma angelici dell’intimità emozionale, i quali, in maniera perfetta, faranno coppia con l’amico di sempre, Jack Lemmon.

Walter Matthau e Jack Lemmon

La commedia fu spesso un genere sottovalutato dai critici, ma l’avversità che i commediografi avvertono durante la stesura di una loro opera e l’impegno che gli attori ci mettono nell’interpretare le battute è difficilmente comprensibile.

Walter Matthau e Audrey Hepburn

Ma come si approccia uno spettatore alla commedia? Nello stesso modo in cui si appresta a seguire un’opera molto più seriosa? NO! Assolutamente NO! Da tale opera si aspetta una riflessione, e anche se quel film gliene offre una mediocre, tende a considerarlo più attentamente, perché, perlomeno, dona un barlume di coscienziosità e ponderazione. Se una commedia invece non colpisce, si tende ad ignorarla, rea di cadere nel prosaico, poiché tratta il tutto con leggerezza e banalità. Sembrerebbe che lo stile comico vada sempre incontro a giudizi severi e scrupolosi se si pone come lungometraggio che desidera fregiarsi del titolo di “grande commedia anni…”. Far ridere un pubblico intelligente non è semplice, è maledettamente difficile. Ma Walter Matthau riusciva a prendere una parte comica e farla immediatamente propria, rendendo il tutto così naturale da sembrare una prassi, un’ovvietà professionale, per un attore come lui.

La mimica facciale variava sempre, e grazie ad un’intonazione studiata della voce, riusciva a caratterizzare sempre diversamente il personaggio, con una costante ricerca di un’ironia nuova. Matthau creò al contempo un tratto tipico dei personaggi che andrà a interpretare: uomini abili a conquistare lo spettatore nel progredire della storia. Il pubblico, infatti, nello scorrere dei suoi film, vedeva sempre più venir fuori il lato generoso e docile ma sempre attento del protagonista, all’inizio invece presentato come arcigno e severo, trasandato e rozzo.

Il genio della commedia creò un proprio stile, perseguì un personale percorso, conquistando di diritto un trono nell’Olimpo dei grandi. E lo fece incarnando un genere che richiede da sempre una maggiore spontaneità intima. Ma Matthau poteva, perché con una sola alzata di sopracciglio riusciva ad esprimere il dramma tragicomico della situazione vissuta. Perché la commedia altro non è che la capacità dell’uomo di poter sorridere di qualunque cosa, sempre nel talento rispettoso dell’altro.

Walter Matthau con Ingrid Bergman

Neil Simon adorava Matthau, scelse quasi sempre lui per interpretare i ruoli primari nelle sue opere. Serviva un grande attore per mettere in scena i testi di un grande autore. Avevano bisogno l’uno dell’altro, così come Matthau e Lemmon avevano bisogno di dar sfogo all’estro della loro arte, in coppia sul grande schermo. Noi tutti avevamo bisogno di loro, e ne abbiamo ancora, perché avvertivamo forte il desiderio di dover sorridere. Perché se un film ci strappa quelle sincere e perpetue risate, nel corso della nostra vita, non vogliamo mai davvero smettere di rivederlo. Ne avvertiamo il bisogno. Nei momenti più bui, nei giorni più tristi, ci raggomitoliamo sul divano, e guardiamo quel film, magari anticipando le battute e sorridendo ancor prima, ma non ci importa, siamo felici lo stesso, anzi lo siamo di più. La commedia vive attraverso i nostri momenti più tristi per allontanarli a favore di quelli più giulivi.

Matthau, dal canto suo, viveva nella costante autorappresentazione dell’uomo di spettacolo sul palcoscenico della vita; fu così che affrontò le nevrosi di Felix nel suo stesso appartamento, e fu nel medesimo modo che donò ad Henry Graham un’espressività cinica e disinteressata, una presenza scenica distinta e disperatamente altolocata. E con la medesima dedizione corteggerà la mai adorata Barbra Streisand, tra sfarzi scenografici e musiche incessanti, scamperà alle predazioni di chi vorrà annientare il suo genio criminale, bacerà Ingrid Bergman nel proprio studio dentistico, scomporrà il proprio talento in tre parti pernottando una sola giornata all’Hotel Plaza, invecchierà di vent’anni per l’amico Jack, spalleggerà Glenda Jackson, e sposerà Julie Andrews per adottare una bambina bisognosa del suo affetto. Potrei proseguire ma sarebbe come rimarcare una storia già immortalata su pellicola e nella filmografia di un re della commedia: quella commedia fatta per essere ricordata nel tempo.

Walter Matthau e Julie Andrews

La gente avrà sempre bisogno di ridere, ma anela a una risata “degna”, nata da una rappresentazione di alto spessore artistico. Ormai una rarità. Per questo Matthau manca; manca terribilmente a questo cinema, che a volte smette di incantare e di emozionare. E purtroppo, ahimè questa verità no, non può farmi ridere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“E’ abbastanza difficile scrivere un grande dramma, ma è molto più difficile scrivere una buona commedia, ed è più difficile di tutto scrivere un dramma con la commedia. Che è ciò che è la vita.”

Jack Lemmon (8 febbraio 1925 –27 giugno 2001)
Jack Lemmon è stato, ed è ancora per me, un amico, uno di quelli più cari che richiami e rivedi quando ne senti la mancanza. Un amico che possiede la gentilezza e l’educazione di ripresentarsi tutte le volte, senza mai un ritardo, sotto forma di pellicola cinematografica e con un aspetto o un ruolo, che dir si voglia, diverso tutte le volte. Mi ha strappato sorrisi nei giorni più tristi e altrettante risate nei giorni più allegri. Jack Lemmon era un artista incontenibile e un interprete dai tempi comici innati, ma era soprattutto una persona di buon cuore, così come lo hanno sempre descritto i veri, più cari amici che aveva. Era in tutto e per tutto simile ai suoi stessi personaggi, capaci di ridere e di far ridere e di restare a volte ingenui e speranzosi anche quando si prospettavano le situazioni peggiori. Cedeva alle volte allo sconforto, al malinconico senso di abbandono, pur non mettendo mai da parte quell’ironia raffinata ed elegante, bonaria e sarcastica, e quell’espressione angelica e fiduciosa, capace di offrire dunque, una chiave di lettura per l’intera vita dell’uomo, autorappresentata su camera e scenario.

Per ricordarlo ulteriormente ho scelto questa foto scattata nel 1966, sul set di "Non per soldi...ma per denaro", dove Jack e Walter si incontrarono per la prima volta.

E' vero, entrambi perseguirono anche singolarmente una carriera da assoluti fuoriclasse, quindi per tributare Lemmon sarebbe più opportuno trattare dei film che resse da solo, sulle proprie abilità attoriali, piuttosto che quelli in coppia. Ma credo che per comprendere appieno la grande bontà che entrambi potevano vantare dietro al talento attoriale, bisogna inevitabilmente parlare dell'amicizia che li legava.

Lemmon e Matthau lavorarono insieme davanti alla macchina da presa per altre 9 volte; tra cult assoluti, botteghini sbancati e recensioni lusinghiere. Per essere davvero precisi, bisogna dire che lavorarono insieme undici volte. L'undicesima volta però era diversificata: in quel caso non lavorarono propriamente davanti alla macchina da presa, o per lo meno, solo Matthau si trovava "davanti" la macchina da presa, Lemmon invece, figurava alla regia, nella sua unica esperienza da cineasta.

Il loro fu un rapporto di profonda amicizia durato più di trent’anni; tre decenni di vita, di cinema, di successi. La loro vicinanza, il rispetto e l'ammirazione che nutrivano l'uno per l'altro furono caratteristiche peculiari per i due mostri sacri dell'Hollywood di quegli anni, cosi come la loro inarrestabile verve comica. Erano soliti infatti battibeccare e prendersi in giro con battute secche e improvvisate ogni qualvolta dialogavano liberamente. Nei momenti più drammatici, quando Matthau era prossimo all'addio, Lemmon gli restò sempre accanto, andandolo a trovare quotidianamente insieme alla propria moglie e alla consorte di Walter, Carol Grace.

Il figlio di Matthau, Charlie, descrisse più volte Jack Lemmon come il miglior amico del padre, e addirittura come un secondo padre per lui stesso.
Esattamente un anno dopo la dipartita di Matthau, Lemmon morì, piegato da un tumore, il 27 giugno del 2001.

Viene da chiedersi se anche lassù, i due amici continuino ironicamente a litigare, su di un piccolo grande palcoscenico posto su una nuvola, intenti a far ridere coloro che richiedono i bis delle loro iconiche scene…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ghostbusters” è stata la prima videocassetta che tenni in mano, quella che vidi quando imparai a cosa servisse un videoregistratore. Avevo poco più di quattro anni. Guardai questo film per ben quattro volte in una sola giornata e, ogni qualvolta apparivano i titoli di coda, riavvolgevo il nastro e ricominciavo. “Ghostbusters” è stato il mio primo, vero approccio con il cinema.

Sono trascorsi 33 anni dalla sua uscita ufficiale nelle sale statunitensi. “Ghostbusters” era un’opera figlia di un decennio probabilmente unico per comicità e stile di realizzazione. Era un simbolo della prima metà degli anni ‘80, un progetto certamente singolare ed esclusivo, difficilmente riadattabile se estrapolato e inserito in un altro contesto che non fosse quello originario. Ma “Ghostbusters”, pur ergendosi ad emblema di un’epoca, non rifiutava e non rifiuta ancora oggi, di volgere la propria attenzione al futuro. E infatti, anni ‘80 o no, resta uno di quei cult capaci di far crescere tre generazioni di spettatori, reggendo sulla propria pelle più di trent’anni di proiezioni, portati senza alcuna ruga in viso. “Ghostbusters” non riesce proprio ad invecchiare.

Peter Venkman fu il primo personaggio che imitai da bambino. Sarà per la sfrontatezza, l’ironia sarcastica e mordace, o l’eroismo così riluttante, ma lui fu immediatamente il mio personaggio preferito. Il nucleo originario degli acchiappafantasmi era formato da un trio che, ad oggi, non ha certamente bisogno di presentazioni. Credo che ancor prima di appassionarmi all’aspetto fantascientifico, alla Ecto 1, agli zaini protonici o alla voracità di Slimer, mi piacque, prima di tutto, quel senso di amicizia che legava per l’appunto il trio. 



Peter, Ray e Egon erano sostanzialmente tre ragazzi immaturi ma piuttosto dotti, con l’aspetto di tre uomini adulti. Soprattutto Ray, il personaggio che più mostrava quell’entusiasmo bambinesco quando si trattava di andare alla scoperta di qualcosa di “nuovo”. Era il cuore degli acchiappafantasmi, l’anima viva e pulsante di una squadra. Egon, all’apparenza era il più serioso, sempre concentrato e perennemente sulle sue. Eppure, dalla sua dipendenza per gli zuccheri e dalla sua incapacità di notare le avance di Janine, veniva fuori una caratteristica quanto mai ingenua e infantile del suo animo, devoto alla conoscenza giocosa, piuttosto che alla vera, sostenuta, serialità scientifica. Lui non poteva che essere la mente del gruppo. Peter, lo si notava di primo acchito, era un uomo allegro, spensierato, abile a trovare la prospettiva irrisoria anche quando si delineavano le situazioni peggiori. Sempre con la battuta pronta e sempre con un’elevata attenzione, scevra da timori sul rompi-ghiaccio, verso le belle donne che finiva per corteggiare assiduamente. Era probabilmente l’unico in grado di adempiere al ruolo di “voce” degli acchiappafantasmi, nel loro aspetto più sociale. Un “tridente” svagato e speranzoso, che mirava al risultato a lungo termine, alla rivelazione e alla classificazione di entità ectoplasmatiche. Un terzetto che aveva bisogno di un elemento più maturo e ben più lontano dal paradossale. Winston arrivò in seguito, ed era ciò di cui avevano bisogno, forse il vero elemento “adulto” di tutta la banda, quello capace di ridare maggiore “realtà” a una "triade" adorabile, che affrontava inizialmente i fantasmi con il solo ausilio di un improvvisato “Pigliala!”. 

Non è un caso che sin da bambini ci si appassioni tanto agli acchiappafantasmi. Perché sono come noi vorremmo essere da adulti. Uomini capaci di conservare l’entusiasmo della fantasia. I ghostbusters non sono altro che un’amicizia sincera, alimentata da una comicità surreale e da un’avventura paranormale. Tutti noi avremmo voluto essere un acchiappafantasmi. Io per primo avrei voluto essere un acchiappafantasmi! Indossare una divisa, brandire uno zaino protonico e catturare un fantasma, e se fosse finita male avrei avuto i miei amici a fianco, pronti a farsi una risata chiusi in un ascensore con un reattore nucleare non autorizzato sulla schiena, pronti a rivederci “dall’altra parte”.

A “Ghostbusters” va sempre uno dei miei più affettuosi pensieri, perché è stato il mio “numero 1”, il primo vero stupore che provai con il cinema. Non riesco davvero ad immaginare la mia infanzia senza questo film, ed è soprattutto in tali momenti che mi rendo conto di quanto un singolo film possa non essere mai soltanto “un film”. Per ognuno di noi, “quel film” ha il potere di significare qualcosa di profondo: una svolta, una magia, un’illusione stracolma d’emozione. E negli anni quel film che portiamo nel cuore diventa pensiero confortante, si tramuta in ricordo incoraggiante che non fa che ripresentarsi ciclicamente ogni qualvolta abbiamo nostalgia di un tempo ormai andato.

L’ultimo pensiero di questo trentatreesimo anniversario vorrei rivolgerlo ad Harold Ramis: è stato un vero piacere lavorare con lei, dottore… Grazie per avermi introdotto nel mondo del cinema. Grazie acchiappafantasmi per essere stati così importanti.
Ancora oggi sono pronto a credere in voi!

Vi invitiamo a leggere il nostro articolo sul videogioco di "Ghostbusters" cliccando qui

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Naboo è natura incantevole e pura, è un luogo solare, lindo, bagnato da acque limpide e sovrastato da cascate trasparenti. Naboo è coperto da verdi pianure e da praterie fiorite, da fiumi cristallini e da architetture regali vittoriane. E’ una terra paradisiaca, talmente favolosa da sembrare l’essenza vivibile di un sogno, di una “casa” idealizzata e dipinta su di una cornice cinematografica. Non a caso è il mio “pianeta preferito”, quello dove fantasticamente, desidererei vivere. Splendido e perfetto quasi quanto la sua meravigliosa regina di un tempo ormai andato…

Buon compleanno Natalie Portman, la Mathilda di Léon, l’Alice di Closer, la Evey di V per Vendetta, la musa di Goya, la giocattolaia di Magorium, la danzatrice leggiadra e ottenebrata come un cigno nero avvilito da un fato che ha conquistato l’Academy ma per me, ancor più, la Padmé di Star Wars, una donna ancora più bella del suo magnifico, pianeta natale.

Autore: Emilio Giordano
Redazione: CineHunters

Qual è la prima cosa che guardi in una ragazza?”, una di quelle classiche domande che fanno il giro del mondo e dalla risposta tanto impacciata quanto ripetitiva. La replica più ovvia, quella che balza subito alla mente reca in sé la dicitura: “gli occhi”. La risposta simbolo della banalità per l’implicito assunto sociale della conversazione. Una risposta talmente scontata, per quanto spesso è stata usata nel parlare comune, da risultare sempre falsa, detta soltanto per l’imbarazzo di poter nominare curve, fianchi o quant’altro. Ma pronunciare “gli occhi” equivale sempre a fornire una risposta di circostanza? L’ovvietà l’ha resa necessariamente una verità improvvisata, priva di ogni reale fondamento? Certo che no! Ci si può davvero innamorare di uno sguardo, accomunare con prontezza quella particolare occhiata a una bellezza evocativa e facilmente mirabile nel richiamo dei ricordi.

Lauren Bacall era famosa per il suo intrigante sguardo. Gli occhi della diva erano tramutabili in una sorta di specchio di un’anima innocente, gioviale, pura e limpida, dolce e lieve come una brezza d’estate, la quale accarezzando la pelle di chi ne riceve il soffio, allontana gli affanni di un caldo torrido. Non resta che confessarlo, per Lauren Bacall non potevi che rispondere: “gli occhi”. Quel suo modo d’indirizzare lo sguardo verso la camera, era il preludio a una infatuazione che poteva generarsi nell’intima emotività dello spettatore.  E con quegli stessi occhi Lauren riusciva a comunicare ancor più che con la mimica facciale, ancor più che con la gestualità, ancor di più che con le parole.  Spesso calava la testa su di un lato e perseguiva a mantenersi leggermente inclinata in una posa plastica eppur naturale nel movimento successivo, nell’istante in cui i capelli scendevano sulla parte ricurva del collo. L’ammiccamento si alternava con un’osservazione attenta, quasi sospetta della realtà circostante, e lo schiudersi esagerato delle pupille cessava quando l’espressività riferita ai terzi lasciava trasparire un tono di arrogante sfrontatezza. Quest’avvenente seduzione la rendeva una tentatrice femme fatale del cinema in bianco e nero.

Proprio nei noir Lauren Bacall dava il meglio di sé, risultando alle volte ipnotica, la compagna ideale di una vita con il piede costantemente premuto sull’acceleratore. Un fascino magnetico che con una sola alzata di sopracciglio poteva innescare un brivido. Un palpito perpetrato da una donna dal temperamento forte e combattivo e dalla grazia dolce e femminile. Lauren Bacall era vulnerabile nel suo essere misteriosa e forse per questo ancor più desiderosa di farsi scoprire da chi fosse meritevole d'indagare tra i meandri dei suoi segreti. Una donna graffiante come un felino ma al contempo indifesa come un bianco cigno che nuota sulla superficie ondeggiata di un lago con passi d'eterea leggiadria: una donna vera.

Si, la risposta “gli occhi” è vera e plausibile nell'inattaccabile romanticismo di una confessione, basterà riportare il nome di Lauren Bacall per rafforzare il valore della risposta. Si può davvero cadere vittima di una “fantastica” infatuazione per una delle più grandi attrici di sempre grazie a un singolo, meraviglioso sguardo. A me è successo!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Tutte le volte che nomino “Big Fish” a mia madre, lei mi risponde con una domanda: “il film delle scarpe?”. E sorrido. Sorrido perché penso sia curioso che tra racconti di giganti gentili, di streghe in grado di profetizzare la morte semplicemente con “lo sguardo”, e di bavosi lupi mannari famelici, la prima cosa che a lei viene in mente sono sempre le scarpe. Le scarpe in determinati frangenti del film non sono semplici calzari ma, specie se tolte e abbandonate, assumono un significato ineludibile, simbolicamente metaforico, un’allegoria d’intensa forza esplicativa. Ci si guadagna la libertà nel perdere le scarpe e nel lasciarle annodate a penzoloni su di un filo teso, legato alle due estremità che fanno quasi da “portale” alla città di Spectre, dominando il viandante non appena quest’ultimo varca la soglia del soffice terreno sito alla fine della foresta. 

Spectre è la quiete, l’arrivo, la fine. E’ una città immobile, avulsa dal mondo esterno, avvolta nella felice compiutezza e nella baldoria quotidiana che non lascia spazio alla novità ma solo alla rilassatezza e all’assuefazione sognante di un mondo alienato nella goliardia. Per certi versi Spectre è un luogo estraniato dalla fantasia, poiché la perpetua perfezione risulta oltremodo difficile da trovare e da tollerare anche nell’accettazione di un mondo fantastico. Se tutto è perfetto, il medesimo “tutto”, può diventare adattamento e consuetudine noiosa?


Spectre è l’ultima fermata del treno, il capolinea della vita se la intendiamo come scoperta, viaggio, come la ricerca di emozioni altalenanti ma pur sempre nuove. Mia madre nelle scarpe lanciate e annodate su quel filo ci vede, a suo dire, una libertà pagata con la prigionia. Un’affermazione suggestiva ma dal sotto-testo inquietante persino nell’analisi di una storia reale e immaginifica. Per godersi la confortante patina di Spectre bisogna rinunciare al resto, lasciarsi alle spalle ciò che si poteva scoprire nel viaggio continuo della vita, che sia dolore o sollievo. La libertà coincide con la felicità durevole ma scevra dallo stupore, la prigionia invece, con la rinuncia a un qualsivoglia ritorno al mondo al di là della foresta. Persino la monotonia quotidiana viene spazzata via dall’incantesimo di Spectre, e no, un uomo come Edward Bloom non può certo sopportare di non poter trasformare qualcosa di normale in qualcosa di straordinario. Se fosse rimasto lì, circondato da un sogno, non avrebbe più potuto crearne altri lui stesso. “Neanche mi aspetto di trovare un posto migliore” dice Edward al suo addio.

Nessuno è mai andato via da Spectre, ma lui non è mai stato un uomo qualunque e non ha mai ricercato la fine del viaggio quando aveva appena intrapreso il proprio pellegrinaggio. Doveva andare via, anche senza le sue scarpe. Sarebbe stato più faticoso ma ne sarebbe valsa la pena. E un giorno, quando sarebbe ritornato, non avrebbe più visto quella città come la ricordava. Si impegnerà a restituirle quello splendore che portava nel profondo del suo cuore e dei suoi ricordi, ma neppure in quel momento, si fermerà lì. Non tornerà più. Poiché la sua sola casa è quella dove c’è Sandra ad attenderlo.

Quando nomino “Big Fish” a me stesso, quando rievoco le sue fotografie fatiscenti, i suoi colori favolistici e il viso angelico e fatato della giovane Sandra Bloom, quando ci penso, ecco, la mia mente richiama con rapidi stacchi mnemonici la scena dell’incontro tra Edward e sua moglie, e la magia del suo ricordo, dove ancora una volta la fantasia supera la normalità. Il vedere Sandra voltarsi in corrispondenza del suo sguardo in lontananza, e quel folgorante colpo di fulmine istantaneo, per poi perderla, bruscamente tra la folla, diventa un momento di sola, assoluta poesia incantatrice: il mondo intorno a lui si è fermato, egli ha avuto modo di avvicinarsi, di scorgerla a pochi passi. Era splendida. I capelli biondo rossastri le cingevano il viso, gli occhi erano persi nel vuoto ma seguitavano a mantenere comunque la bellezza di uno sguardo naturale, e quel vestito azzurro che indossava veniva irradiato dalla luce dei riflettori del “palcoscenico” che sembravano illuminare solo e soltanto lei, come fosse la prima attrice di uno spettacolo teatrale. Edward la contempla solo per pochi istanti, ma non può che fissarla nella sua mente come se la rimirasse continuamente. Scolpisce i lineamenti di quel volto angelico nella propria intimità come se volesse inciderli su di una pietra liscia e levigata. E proprio quando sta per toccarla, ella svanisce, come nelle migliori e più crudeli fiabe. Il tempo ha ripreso a muoversi e per recuperare ciò che aveva perduto, ha accelerato, facendo dissolvere tra le persone comuni, l’amore della sua vita. 

Lasciarsi alle spalle Spectre, nella logica di una narrazione colma d’immaginazione, ha segnato l’abbandono di un luogo perfetto per ricercare l’amore etereo e d’eterna durevolezza, in una vita non stratificata ad un singolo aspetto ma lunga e avvincente. Edward avvierà una ricerca di tre anni soltanto per venire a conoscenza del nome di quella donna che ne ha rapito ogni volere, inizierà un corteggiamento più difficile del previsto ma proprio per questo non meno esagerato e sfiorerà un matrimonio impedito dal reclutamento e dalla guerra: Edward si sarebbe perso tutto questo. La morte apparente del soldato, lontano dalla propria dimora e dalla propria compagna svanisce, come nelle migliori e più felici fiabe, questa volta, quando Edward riappare da dietro un drappo steso in giardino e riabbraccia finalmente Sandra. Non avrebbe vissuto questo “finale” e sarebbe stato un errore imperdonabile. Il guardarsi tra gli asfodeli, in un’esplosione di colore, in un’esaltazione visiva straordinaria è il vero momento perfetto che supera persino il paesaggio pittoresco di Spectre. Un bacio sarebbe stato ancora prematuro. Avranno tutta la vita per baciarsi e il resto dei loro anni per conoscersi. In quel momento, il solo guardarsi negli occhi e sorridere, risultava il raggiungimento di un sogno dalla fantasticheria adamantina. La perfezione non è nei giorni vissuti ma nel singolo momento, quello che blocca la naturale scorrevolezza degli eventi.

Non potevo che commentare l’opera di Tim Burton attraverso uno speciale articolo, rievocando per essa il mio personale ricordo. Come un cantastorie, anch’io emulando Edward ripenso a “Big Fish” e ne rinarro gli eventi in base a ciò che per me hanno significato. E con un pizzico di fantasia, mi cimento a scriverne attraverso le mie più sentite reminiscenze . Né una recensione, né un’analisi critica: soltanto la raffinata pregevolezza della comprensione del film mediante quell’espediente narrativo tanto caro al suo protagonista: riportare in auge un ricordo, il più intenso di una vita incredibile.

Forse il primo pensiero che possiedo di “Big Fish” potreste trovarlo più “banale” rispetto a quello di mia madre. Antepongo una storia d’amore a un dettaglio scenografico non di certo indifferente, ma credetemi, in una fantasia sognante la mia scelta ha il suo perché. Vedere l’amore di una vita, rimirarla in volto e credere che tutto intorno a sé sia inutile, quasi immobile, è dannatamente ciò che potrei desiderare ma che questa realtà non mi permette di adempiere. E no, allo stesso prezzo, io preferisco la fantasia…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Voglio cominciare a scrivere su Brendan Fraser ricordandolo in un suo ruolo a teatro, di cui forse si parla raramente quando si fa cenno alla sua carriera. Era il settembre del 2001 quando Fraser sbaragliava una folta e agguerrita concorrenza di aspiranti provinanti, aggiudicandosi la parte principale nel dramma di Tennessee Williams “La gatta sul tetto che scotta” nella prestigiosa Pièce londinese del West End. Furono cinque i mesi consecutivi di repliche che registrarono il tutto esaurito, con Fraser acclamato dalla critica e dal pubblico per l’immensa prova attoriale cui aveva adempiuto. Dopo anni in cui macinava film su film e aveva finalmente raggiunto il successo nell’Hollywood dei divi più celebri, era riuscito a ritagliarsi il suo posto d’onore a teatro: la vera dimora della recitazione. Quella in cui il pubblico e gli attori diventano parte integrante di una scenografia che tende a estendersi ben più dei semplici confini “scenici” di una cinepresa. Brendan Fraser è stato da sempre un attore difficilmente collocabile in un vero e proprio genere prediletto. Ricordarlo a teatro, in un’opera così complessa vuol dire rammentare la figura di un attore di un certo spessore drammatico, eppure, tanti sono i ruoli al cinema diversissimi tra loro: il comico, l’imbranato della situazione, lo studente, il musicista, l’uomo risoluto e persino l’eroe per eccellenza.

Qualche anno prima di quel successo a teatro, precisamente nel 1996, Brendan Fraser parodiava la figura di Tarzan nel film Disney “George…re della giungla?”, una bizzarra e demenziale commedia per famiglie che si rivelerà un inaspettato quanto clamoroso successo commerciale: il primo per l’attore. Se uno spettatore qualunque prendesse in esame per la prima volta Brendan Fraser in quel film non potrebbe che proferire un giudizio del tutto simile a questo: un attore scelto soltanto per il proprio aspetto fisico. Un “belloccio”, utile soltanto per intrattenere il pubblico femminile e recitare, se così si può dire, in pellicole dai caratteri leggeri e clowneschi. Una sentenza decisamente discriminante. Niente di più falso! Basterebbe fare un passo indietro, dare un’occhiata ad una filmografia che affonda le radici agli inizi degli anni ’90, per comprendere quanto la prima impressione possa rivelarsi sbagliata.

La carriera di Brendan Fraser comincia nel 1991 con una lunga gavetta che lo porterà ben presto a duettare con nomi di una certa rilevanza: nel dramma sul tema dell’antisemitismo “Scuola d’onore” divide oneri e onori della scena con Matt Damon e Ben Affleck, nella commedia gialla “Scambio d’identità” recita fianco a fianco ad una certa Shirley MacLaine, e nel parodistico “Il mio amico scongelato” si trova ad interpretare un cavernicolo, risvegliatosi nell’ultimo decennio del novecento, che ha come unico amico Sean Astin, il Samvise Gamgee de “Il signore degli anelli”. Quest’ultimo film, a dire il vero, non andrà poi così lontano da quei criteri pantomimici e surrealistici visti in “George”, eppure “Encino man” come sarà conosciuto in America, fa parlare di sé tra il pubblico adolescenziale, soprattutto per una vena narrativa tanto assurda da risultare gradevole. Nel thriller ansiogeno “Sinistre ossessioni” del 1995 sfida Viggo Mortensen, l’Aragorn della medesima trilogia in cui reciterà il vecchio collega Sean Astin, per tentare di vivere un amore malato con Ashley Judd. Infine in “110 e lode” per primeggiare, “duella” a colpi di battute con il premio oscar Joe Pesci, in una toccante commedia drammatica dalla profonda morale, basata sulla differenza tra lo studiare semplicemente sui libri di testo e il comprendere davvero ciò che è in verità la vita: quella fatta di esperienze, di amori, di delusioni e strazianti addii. E’ questo il primo grande film che individuo nella carriera di Brendan Fraser: quello in cui si comincia a notare la grande versatilità che caratterizza gli interpreti dell’Hollywood più competitiva. Contrapposti in due ruoli tanto diversi troviamo Fraser da una parte e Pesci dall’altra. Il primo è uno studente modello iscritto all’ultimo anno di Harvard che si pone come obiettivo primario quello di conseguire la laurea a pieni voti; il secondo, invece, è un barbone dal passato colmo di dolore, che ha una precisa idea della vita e di ciò che è realmente meritevole di essere vissuto. Dal loro rapportarsi emerge un’analisi per nulla scontata su ciò che è la vita, un lungo pellegrinaggio costellato da numerose tappe da intraprendere. Un’indagine che porterà il personaggio di Fraser a rivedere le proprie priorità e abbracciare una particolare ispirazione che lo sospingerà negli obiettivi futuri, dopo aver concluso il proprio percorso di studi senza ottenere il massimo del punteggio che in principio tanto significava per lui.

Due anni prima, precisamente nel 1994, lo troviamo nei panni di un vero e proprio metallaro squattrinato insieme a Steve Buscemi e Adam Sandler nella commedia musicale “Airheads – Una band da lanciare”, un piccolo cult per gli amanti del cinema rock. Giungiamo dunque al 1998, quando viene scelto come co-protagonista nell’opera “Demoni e dei”, un dramma con Ian Mckellen, basato sulla vita di James Whale, il famoso regista che portò al cinema il personaggio di Frankenstein e dell’uomo invisibile negli Horror anni ’30. Il film, una struggente e a tratti anche inquietante investigazione introspettiva all’animo del tormentato regista britannico, viene accolto con ampi consensi, guadagnando tre nomination all’oscar e facendo salire Fraser in cattedra, portato alla ribalta come grande interprete drammatico. I critici scoprono inaspettatamente un attore completo, che cela dietro quell’espressione a volte giocherellona, un importante talento. L’anno successivo corteggia Alicia Silverstone in “Sbucato dal passato”, una deliziosa e originalissima commedia romantica con Cristopher Walken. Un altro buon risultato nella carriera dell’attore, ma a Fraser manca ancora qualcosa: il film della sua vita, quello che lo farà diventare uno degli eroi d’azione del cinema di fine Novecento. 

Brendan Fraser e Rachel Weisz ne "La mummia"



E proprio nel 1999 arriva la chiamata della Universal che gli offre il ruolo di Rick O’Connell ne “La mummia”. Il progetto iniziale è quello di un film fanta-horror in cui Imothep, la creatura risvegliatasi dopo duemila anni di sonno eterno, semina il terrore nel moderno Egitto. Lentamente i caratteri del film mutano durante la lavorazione di Stephen Sommers, e il lungometraggio espande i propri orizzonti abbracciando i canoni tipici dei film d’azione. Il film distilla sapientemente tempi comici alternandoli con quelli Horror, stanziando inoltre più di un pizzico di quell’avventura esplorativa e al cardiopalma che tanto giovò alle pellicole di Indiana Jones. Nel mese di maggio sbarca al cinema “La mummia”, un mix perfetto capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa. Il fascino scenografico dell’antico Egitto rivive con la grafica computerizzata e con le ricostruzioni di un set dal vivo a Marrakech, nel cratere di un vulcano inattivo che funge da luogo prescelto per l’allestimento dello scenario in cui giace una “defunta” Hamunaptra. L’enorme successo de “La mummia” lo avvolge: nel primo week-end sono quasi cinquanta i milioni portati in cassa ai botteghini statunitensi. Un record destinato ad aumentare nelle successive settimane. Cento, duecento, trecento, si va oltre, fino ai quattrocento milioni d’incasso, un risultato assolutamente imprevisto alla vigilia della distribuzione nelle sale. Il film balza fino ai primi quattro posti dei lungometraggi di maggior successo dell’anno, facendo scorpacciata di nomination ai Saturn Award (una per lo stesso Fraser) e sfiorando il Bafta per migliori effetti speciali e l’Oscar per i magnifici effetti sonori abbinati all’irresistibile colonna sonora composta da Jerry Goldsmith.

Una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina posta sulla schiena con due pistole, un paio di pantaloni color marrone chiaro e stivali ai piedi: è questo il look distintivo di Rick O’Connell. Un aspetto che forse non sarà evocativo quanto il cappello e la frusta di Indy ma che conquista comunque un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones. Terminate le riprese e oramai annoverato nell’Olimpo dei divi di Hollywood, Fraser decide di concedersi una pausa dai riflettori fin troppo luminosi della cinematografia americana, e volge lo sguardo verso l’Inghilterra per sbarcare così a teatro con l’opera di Tennessee Williams di cui facevo cenno nell’apertura di questo mio pezzo. L’eroe de “La mummia” non è solo, a quanto pare, un eroe, ma si dimostra un attore completo, capace di destreggiarsi con naturalezza sia nei ruoli d’azione che in quelli più frivoli, ricoprendo parti impegnate e non disdegnando affatto quelle brillanti. Sembra dimostrarlo apertamente in quell’allestimento teatrale in cui spicca su tutti. Per la regia di Harold Ramis, l’Egon dei Ghostbusters, torna al cinema nella commedia di successo “Indiavolato” in cui interagisce con una sensualissima e “mefistofelica” Elizabeth Hurley. Nel 2001 riabbraccia l’adorata Rachel Weisz tornando nel sequel “La mummia – il ritorno” che addirittura supererà i grandi incassi del capitolo precedente, stabilendo così un nuovo record. La saga degli O’Connell prosegue in un’avventura mozzafiato lungo tutto l’Egitto, verso la mistica oasi di Ahm Shere, dove riposano i resti, per nulla “dormienti”, del Re Scorpione. Nel 2002 affianca un sontuoso Michael Caine nel dramma Vietnamita “The Quiet American”, mentre nel 2004 dialoga con le sagome cartoonesche di Bugs Bunny e Daffy Duck in “Looney Tunes - Back in action” pellicola ispirata al successo di “Space Jam”. Fraser gigioneggia, passando in pochi mesi dall’essere serioso all’ilarità più spontanea. Egli si diverte e vuol far divertire, oscillando da film d’autore ad adattamenti destinati al mero intrattenimento.

Ma nel 2006 realizza una delle massime aspirazioni per un attore, quella di recitare nel film più importante dell’anno: è infatti il protagonista, insieme a Sandra Bullock e Matt Dillon, di “Crash – Contatto fisico” dramma sul razzismo, vincitore del Premio Oscar come miglior film. Contemporaneamente non snobba affatto la televisione, partecipando come guest-star a tre puntate della famosa serie “Scrubs”; l’episodio della sua ultima apparizione è a tutt’oggi tra i più amati e apprezzati dai fan della serie. E’ un periodo d’oro per l’attore, che sembra non sbagliare mai un colpo. Nel 2007 riveste dapprima la parte di un gangster che tenta disperatamente di proteggere l’amata Sarah Michelle Gellar dalla furia di Andy Garcia in “The air i breathe”, e poi quella dell’avventuriero Trevor Anderson in “Viaggio al centro della terra” uno dei primi lungometraggi del nuovo corso del cinema 3D, che ottiene straordinari riscontri di critica e di pubblico, in particolare per la performance volutamente impacciata ma tenace dello stesso Fraser. Nel medesimo anno torna ad interpretare Rick O’Connell ne “La mummia - La tomba dell’imperatore dragone”, terzo attesissimo capitolo della saga che tuttavia perderà Rachel Weisz e il regista Stephen Sommers, spostando questa volta l’obiettivo della macchina da presa di Rob Cohen, dall’Egitto alla Cina. Nonostante la pur sempre valida prova di Fraser nel suo ruolo più famoso, e un incasso che anche questa volta supererà i quattrocento milioni, il film non avrà l’apprezzamento della critica e dei fan più accaniti del franchising. Fraser chiude il 2008 con il fiabesco “Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro” con Helen Mirren, venendo scelto nel ruolo del protagonista dalla stessa scrittrice Cornelia Funke, che creò il personaggio del libro ispirandosi proprio all’attore nativo di Indianapolis. In “Inkheart” interpreta Mo, una “lingua di fata” ovvero una persona con il potere di trasportare sulla Terra i personaggi dei libri e dar loro “vita”. La carriera di Brendan sembra quindi ben indirizzata sui binari di un cinema fantasy e avventuroso di sicura affidabilità. 



In quello stesso anno però la sua vita privata subisce un duro colpo a seguito della separazione con la moglie Afton Smith, che lo aveva reso padre di tre figli. L’esperienza della separazione genera un contraccolpo sul piano lavorativo che porta ad una frenata inaspettata. Comincia una dura battaglia legale tra Fraser e l’ex moglie, la quale riuscirà a strappare in giudizio una sentenza che impone all’attore il pagamento di quasi un milione di dollari l’anno per il mantenimento e gli alimenti. Contemporaneamente, Fraser, per rispetto verso il regista che lo diresse in “Viaggio al centro della terra” allontanato dalla direzione del sequel, decide di rifiutare un contratto di diversi milioni di dollari per reinterpretare la parte del professor Trevor. L’anno successivo sarà impegnato insieme ad Harrison Ford nel dramma “Misure straordinarie” basato sulla vera storia di John Crowley, un padre dedito alla ricerca di una cura per salvare i propri figli da una patologia rarissima, la malattia di Pompe. O’Connell e Indiana, pur recitando per la prima volta assieme, non lasceranno il segno e il film passerà quasi del tutto inosservato. La batosta definitiva arriva però all’uscita di “Furry Vengeance” una bambinesca commedia dalla devastante ricezione critica che sembra porre una pietra tombale sulla carriera dell’attore. Proprio in quei mesi molti si chiedono cosa abbia spinto Brendan Fraser ad accettare di fare un film di così bassa qualità dopo le alte vette della notorietà raggiunte in passato. In verità, l’attore sembra essere stato costretto ad accettare qualunque ruolo gli venisse proposto per tentare di assicurarsi i soldi necessari al pagamento del debito annuale nei confronti dell’ex-moglie. Il periodo buio prosegue nei mesi successivi, Fraser viene infatti scelto per interpretare l’arciere Guglielmo Tell in una grossa produzione hollywoodiana ma un grave infortunio alla schiena subito dall’attore e evidenti problemi di budget spingono la pre-produzione del film a precipitare in un limbo senza fine. L’infortunio subito indica inoltre la fine dell’eroismo su schermo dell’attore: Fraser non potrà più interpretare alcun ruolo d’azione senza il supporto di uno stuntman. Fraser decide così di tornare a Broadway con “Elling” ma l’allestimento terminerà dopo soltanto nove giorni, ricevendo tenui riscontri. D’improvviso sembrano così lontani i tempi in cui dominava sul palcoscenico di Londra, e in molti si chiedono cosa stia accadendo. Quella faretra da cui venivano estratte frecce di sicuro successo ha lasciato il posto soltanto a dardi spuntati, che forse fanno clamore ma senza però colpire alcun bersaglio. Non riuscendo più a lavorare al cinema, Fraser manifesta pubblicamente l’enorme difficoltà di mantenere i suoi obblighi monetari verso la moglie che, a detta dell’attore, si dimostra totalmente indifferente nei confronti della situazione finanziaria dell’ex marito, accusandolo di nascondere il vero ammontare del proprio conto in banca. Reduce dal grave risentimento alla schiena, Fraser recentemente è tornato a dedicarsi a sporadici doppiaggi in film d’animazione e ad apparizioni come guest-star in serie televisive comunque rinomate. L’attore appare ultimamene più appesantito e provato, con una più che evidente rassegnazione stampata in volto.

Nei mesi scorsi i cinefili su internet avevano indetto addirittura una petizione per farlo tornare saldamente a lavorare. La parabola discendente dell’attore non può che farmi riflettere su quanto Hollywood possa essere selettiva, aspra e rude, prima dando tanto e poi riprendendosi tutto, servendo alle volte un conto salatissimo. In un cinema contemporaneo in cui i remake la fanno da padrone, anche “La mummia” (che era già di per sé un remake con toni totalmente diversi nel 1999 dell’opera con Boris Karloff) non poteva esimersi da questa moda recente. Tom Cruise sarà il nuovo protagonista che fronteggerà una creatura dalle sinistri forme femminili, risvegliatasi quando il proprio sarcofago è stato rinvenuto e portato alla luce. Inutile dire che per stessa amissione del nuovo regista, la domanda più ricorrente che in molti gli rivolgono circa il nuovo rifacimento della mummia è: “Brendan Fraser ci sarà?” “No!” - Tuona il cineasta.

Nonostante la carriera dell’attore possa vantare film di grande successo e commedie divertentissime, i personaggi da lui interpretati, quelli più amati restano comunque i ruoli caratterizzati da quell’eroico, anche se apparentemente riluttante, altruismo. Brendan Fraser per molto tempo ha fatto parte della cerchia di quei grandi eroi che nelle rispettive saghe riuscivano con spavalderia e temerarietà ad affrontare le difficoltà di una vita con il piede costantemente premuto sull’acceleratore. Una “vita spericolata”, come quelle che nel cinema degli anni ’60 viveva Steve McQueen. Le note di una famosa canzone italiana potrebbero riecheggiare nella vostra mente durante la lettura di questi ultimi passi, ma O’Connell come il Dottor Jones, e come un'altra dozzina di eroi dalla mascella spiovente aveva raggiunto una grande popolarità nel cinema avventuroso, una fama che sembrava non poter tramontare così tristemente all’orizzonte. I personaggi di Fraser erano il più delle volte uomini comuni alle prese con eventi del tutto straordinari. Persone mosse dal desiderio della scoperta e della rivelazione inaspettata, ma, piuttosto che amanti del brivido e del rischio, erano invece contraddistinti da un concreto pragmatismo, che li obbligava inevitabilmente ad anteporre la salvezza della donna amata o dell’amico fraterno a scapito di quella “gloria eterna”, ottenuta magari con il ritrovamento di un magico reperto. Eroi recalcitranti, a tratti implacabili a tratti meno impavidi ma pur sempre intrepidi e valorosi.

L’eroismo di O’Connell è oramai soltanto un ricordo ma in molti continuano a domandarsi se Brendan Fraser possa davvero tornare ad essere l’eroe schietto, genuino che il cinema sembra aver tristemente dimenticato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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