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"Cesare e Nova" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quella di Cesare è una figura leggendaria, assimilabile a quella di un autentico mito, un’essenza ineffabile, recondita, elusiva; una figura foderata di un’aura divina, messianica.

Nella saga fantascientifica de “Il pianeta delle scimmie” Cesare è il fondatore della società di primati evoluti e intelligenti. Egli è il capostipite, il creatore di un mondo nuovo, il padre di una civiltà. Conseguentemente egli viene idealizzato come un sovrano perfetto, un monarca esemplare, un comandante supremo, un essere da adorare e venerare come un dio sceso in Terra. Nell’effige mitologica di Cesare, dunque, confluiscono molteplici elementi, anzitutto di tipo politico - egli viene stimato come una guida carismatica, saggia, ponderata – e altresì di tipo religioso – egli viene annoverato come un profeta magnanimo, attento e scrupoloso, capace di provare sia pietà che collera, un pastore che ha protetto ed educato il suo gregge conducendolo verso un luogo sicuro.

Per quanto concerne la sceneggiatura del primissimo film del pianeta delle scimmie, Cesare è ancora un’essenza indefinita, un’idea embrionale, nulla più che un abbozzo. Di lui si sa ben poco, perlomeno si apprende per sommi capi quello che altri hanno tramandato di lui. Al pari di un personaggio storico le cui radici affondano nel passato, Cesare è una creatura incastonata tra realtà e mito. Di lui vengono dette alcune cose e taciute altre; i princìpi, i dettami che ha lasciato sono stati trascritti, consegnati ai posteri come un lascito prezioso, ma probabilmente piegati, accomodati, modificati secondo il volere del tempo e di chi, di volta in volta, ha amministrato la società delle scimmie, ispirandosi alla sua eredità.

Nel classico senza tempo del 1968 con protagonista Charlton Heston, il dottor Zaius, verso la parte finale della pellicola, nomina una scimmia definita “la più grande”.

Zaius dice testualmente: “Ciò che so dell’uomo fu scritto molto tempo fa, vergato dalla più grande delle scimmie, colui che dettò la legge”.

Riferendosi a tale primate, il professor Zaius afferma che esso ha redatto i precetti che regolano la civiltà dominatrice del pianeta. Ecco che quella grande scimmia assume una caratura di stampo religioso. Cesare come Mosè è colui che ha fatto dono al suo popolo delle Tavole della Legge, un insieme di canoni, di regole, di avvisi e moniti, di Comandamenti che moderano il comportamento dei fedeli, mettendoli soprattutto in guardia dalle insidie che costituiscono una minaccia per la collettività.

Poco dopo, Zaius chiede a Cornelius di leggere un documento tratto dal testo sacro. La pagina recita quanto vi è riportato:

Guardati dalla bestia-uomo, poiché egli è l'artiglio del demonio. Egli è il solo fra i primati di Dio che uccida per passatempo, o lussuria, o avidità. Sì, egli uccide il suo fratello per possedere la terra del suo fratello. Non permettere che egli si moltiplichi, perché egli farà il deserto della sua casa e della tua. Sfuggilo, ricaccialo nella sua tana nella foresta, perché egli è il messaggero della morte.”

Queste frasi sono tratte da Il Legislatore, XXIX Pergamena, 6° versetto.

Ascoltando le parole lette con sconcerto da Cornelius è presumibile, dunque, ipotizzare che quella grande scimmia, la più saggia fra tutte, colei che contribuì alla stesura del Testo Sacro, considerasse l’uomo una fiera pericolosa, che divora, distrugge, fagocita tutto ciò che la circonda.

Tale scimmia ammoniva la sua gente, avvertiva il suo popolo di stare in allerta, di badare con accortezza all’animale uomo poiché esso è crudele, meschino, infingardo e violento.

Non vi è certezza, però, che quella grande scimmia sia in realtà Cesare, poiché la figura di Cesare, come già detto, è antichissima, vecchia come la prima alba.

Nell’epoca in cui è ambientata la prima, memorabile pellicola de “Il pianeta delle scimmie” non si hanno prove né testimonianze su chi fosse realmente Cesare, non si ha neppure la certezza se il suo nome sia stato custodito e fatto perdurare, né sembrano essere pervenute raffigurazioni chiare e distinte su che aspetto avesse.

Cornelius e Zira

Il personaggio di Cesare sale alla ribalta nel terzo capitolo della saga originale: “Fuga dal pianeta delle scimmie”. Cornelius e sua moglie Zira sono scampati alla distruzione del proprio pianeta natale, addentrandosi in un viaggio a ritroso nel tempo. Essi sono approdati in un’epoca arretrata, per loro, un’era in cui gli esseri umani sono i dominatori della Terra e le scimmie intellettualmente avanzate non sono che una fantasia. In una fase del film, Cornelius racconta ciò che è stato insegnato loro, come è avvenuta la nascita della loro civiltà. Le frasi dialogate sono le seguenti:

Cornelius: Quale archeologo io avevo il permesso di consultare i papiri storici che venivano tenuti segreti alla massa e ritengo che l’arma che ha distrutto la Terra sia stata un’invenzione dell’uomo. Una cosa è certa: che una delle ragioni della decadenza degli uomini è stata la loro inveterata abitudine a uccidersi a vicenda. L’uomo distrugge l’uomo. Le scimmie non distruggono le scimmie. La nostra civiltà cominciò nella nostra Preistoria, con l’epidemia che colpì tutti i cani.

Zira: E i gatti.

Cornelius: Che morirono a centinaia di migliaia. E altre centinaia di migliaia che erano sopravvissuti dovettero essere uccisi per impedire che il contagio si diffondesse.

Zira: Le carcasse vennero cremate.

Cornelius: Sì! E quando l’epidemia fu sotto controllo, l’uomo rimase senza animali domestici. Ah naturalmente per l’uomo la cosa era insopportabile. Infatti lui può uccidere suo fratello ma non uccidere il suo cane. Quindi gli uomini presero ad addomesticare le scimmie primitive.

Zira: Primitive e stupide, ma almeno 20 volte più intelligenti dei cani e dei gatti.

Cornelius: Esatto! All’inizio le tenevano in gabbia, poi cominciarono a circolare liberamente nelle loro case. Cominciarono a reagire al linguaggio umano, così nel giro di circa due secoli progredirono dai soliti gesti imitativi ad azioni coscienti.

Interlocutore umano: Insomma più o meno come potrebbe fare un cane da pastore ben addestrato.

Cornelius: Ma un cane da pastore potrebbe cucinare, o spazzare la casa, o andare a fare spese al mercato con un elenco scritto dalla padrona, o servire a tavola?

Zira: E dopo altri tre secoli rovesciare la tavola sulla testa dei suoi padroni?

Cornelius: Le scimmie divennero consapevoli della situazione di schiavitù. E a mano a mano che crescevano di numero, scoprirono l’antidoto alla schiavitù e cioè l’unione. Cominciarono a riunirsi in piccoli gruppi. Poi lentamente impararono le regole dell’azione attiva di gruppo. Impararono ad opporsi. O dapprima si limitarono a grugnire la loro opposizione. Poi uno storico giorno che viene festeggiato dalla mia specie e che è ben documentato nei Sacri Scritti si fece avanti Aldus… Lui non usò un grugnito, lui parlò. E disse la parola che gli era stata ripetuta innumerevoli volte dagli esseri umani. Lui disse… NO!

Cornelius nomina un certo Aldus, colui che per primo si ribellò con coraggio ai suoi padroni. Invero si tratta di un errore, di un appellativo riportato sbadatamente. Il velo del tempo ha operato, cambiando il vero nome di colui che per primo ebbe l’ardore di alzare il capo. E’ Cesare colui che disse no, è lui che trainò la sua gente alla ribellione. Quel secco e perentorio “NO!” che la scimmia pronuncia rivolgendosi ai suoi carcerieri è la scintilla che innesca lo scoppio dell’insurrezione.

In questa linea temporale, in questo passato in divenire, Cornelius e Zira mettono al mondo un cucciolo che chiamano affettuosamente Milo. Entrambi non sanno che quel cucciolo di scimpanzé altri non è che Cesare. Questi crescerà senza padre né madre poiché ambedue moriranno nel disperato tentativo di proteggerlo dagli uomini.

Roddy McDowall, interprete di Cornelius e di Cesare

In “1999 Conquista della Terra” Cesare è uno scimpanzé adulto, fisicamente robusto e spiccatamente intelligente. Egli possiede la facoltà di parlare e tutte le caratteristiche di una razza avanzata ereditate dai suoi genitori.

Cesare è circondato da scimmie ancora ingenue, che vivono in un regime di sottomissione. Essendo dotato di una mente sviluppata e ostentando una importante cultura, Cesare scorge la condizione di schiavitù dei suoi simili e non riesce a tollerarla. Lentamente, egli comincia a covare finalità di ribellione. In uno specifico frangente è egli stesso, dinanzi ai suoi aguzzini, davanti a coloro che lo tengono prigioniero come un animale stolto e privo di diritti, a scegliere il proprio nome, a farlo risuonare pur senza pronunciarlo espressamente. Egli punta il dito su di un dizionario e indica per sé stesso il nome con cui vuole essere appellato dagli esseri umani: la punta del suo dito indugia su “Cesare”, il nome di un comandante come ha modo di sottolineare, intimorito, uno degli uomini lì presenti.

Giorno dopo giorno Cesare si avvicina ai suoi simili, li osserva, li scruta con uno sguardo penetrante che sembra comunicare più di quanto possano fare le parole o i gesti. In quelle occhiate taglienti, in quei silenzi rumorosi Cesare esprime un malessere, esterna un turbamento, conferisce forma ad una insofferenza che trasmette ai suoi fratelli e alle sue sorelle e che si espande come un virus, contagiando tutti. Cesare influenza i membri della sua razza, crea piccole fazioni, raggruppamenti che aumentano di numero col passare delle ore. I primati lo seguono, si accostano alla sua persona, ascoltano le sue tacite orazioni, esposte mediante una dialettica silente, cheta, quasi del tutto muta; una eloquenza fatta di mimiche, di sguardi che magnetizzano e fondono gli individui di una massa in un’entità univoca, di smorfie che esteriorizzano una brama di rivalsa che ispira le scimmie a diventare una forza che si muove in maniera sincronizzata e che rema nella stessa direzione.

Cesare scuote le scimmie, le ridesta dal loro torpore, le rende consapevoli della loro situazione di sudditanza, del loro status di schiave, capeggiandole, in una notte tumultuosa, verso una rivolta. La città in cui Cesare compie il suo primo atto rivoluzionario viene arsa dalle fiamme e molti esseri umani, oramai vinti e disarmati, vengono catturati e condotti al cospetto di Cesare che si innalza al culmine di una scalinata. I suoi prigionieri vengono posti nei gradini più bassi, gettati come carcasse maciullate. Egli osserva i padroni divenuti succubi, scandagliandoli con gli occhi di un principe che è asceso al trono e che adesso possiede il potere di disporre delle vite altrui.

Esistono due finali per l’opera filmica “1999 Conquista della Terra”. In uno di essi Cesare si mostra spietato e ordina alle scimmie di trucidare l’essere umano sopravvissuto e di infierire sui resti dei suoi compagni. La lunga notte dei fuochi è cessata ma in molte altre parti del mondo le scimmie, scoprendo ciò che l’esercito di Cesare ha realizzato, saranno motivate a fare altrettanto, ad uccidere, a sterminare, a conquistare ciò che resta del mondo con la forza bruta e più estrema. Con tale azione Cesare si tramuta in quello che aveva giurato di non essere: un tiranno che assoggetta i suoi nemici decidendo del loro fato come se fossero esseri inferiori, non meritevoli di un giusto processo né di alcuna grazia. Il portatore di libertà si converte in un despota, che scambia la giustizia con la vendetta.

Spesso nel corso della storia sono accadute cose simili, basti pensare alla Rivoluzione francese - scoppiata nel 1789 per destituire la Monarchia e far insediare la Repubblica - alla quale segui il Regime del Terrore, dove la condanna sul patibolo per decapitazione divenne una terribile consuetudine messa in atto per annientare i nemici, gli avversari politici e i controrivoluzionari.

Un atto di ribellione che doveva portare ad un periodo di libertà, uguaglianza e fraternità, generò invece un lento e sconvolgente periodo di paura nel quale la perpetuazione della morte, dell’assassinio divenne una abitudine che fece regredire la società francese ad uno stadio barbaro.

Lo sterminio che Cesare asseconda dovrebbe far piombare il mondo in una fase di orrore e di incubo, nella quale il genocidio degli uomini diventerebbe il procedimento massimamente adoperato dalle scimmie per rovesciare l’ordine costituito.

Parimenti anche nella Rivoluzione d’ottobre l’eccidio della famiglia Romanov, già spodestata, spogliata di ogni privilegio, fu un atto truce, crudele e repressivo.

Negli ultimi giorni della loro vita, i Romanov dimorarono in qualità di reclusi presso Casa Ipat’. Nicola e Aleksandra vennero raggiunti da quattro donne che di mestiere facevano le cameriere - Varvara Driagina, Marija Starodumova, Evdokija Semenova, e una quarta il cui nome non è mai stato identificato – arrivate appositamente per aiutare a svolgere le faccende all’interno della casa. Tali massaie riuscirono a eludere il veto che vietava loro di interloquire con i Romanov, parlando saltuariamente con alcuni di loro. Esse rimasero colpite dal garbo e dalla modestia della famiglia, che appariva così diversa da come la propaganda anti-zarista l’aveva dipinta. Il piccolo Aleksej, sofferente di emofilia, era il ritratto della fragilità, mentre le granduchesse erano cordiali e ben disposte a sporcarsi le mani nel passare i panni sui pavimenti.

I Romanov erano i “residui” di un’aristocrazia morente eppur ancora minacciosa per quello che la famiglia zarista seguitava a personificare con la sua sola esistenza. Eppure erano stati deposti, erano stati svestiti di molte delle loro vesti principesche, sminuiti, adattati a persone semplici, dall’aria dimessa. Non bastava questo per rappresentare al meglio l’abbattimento dell’autocrazia?  

I Romanov verranno condannati a morte dai bolscevichi per estinguere del tutto ogni adito di speranza ai movimenti monarchici. Le rivoluzioni, dopotutto, vengono fatte con il sangue, non vi è spazio per atti di clemenza, di comprensione… o di umanità.

Lo zar, la zarina, le figlie Ol’ga, Marija, Tat’jana, Anastasia e il piccolo zarevič furono massacrati da una forza rivoluzionaria generata dal malcontento, da un senso di oppressione, dal desiderio di benessere, di uguaglianza, ma tale forza in quei concitati e terribili momenti si nutrì di odio, di crudeltà, di un primordiale e selvaggio desiderio di vendetta, quanto di più distante possa esserci dalla giustizia.

Cesare, ordinando l’esecuzione degli esseri umani, tra i quali potevano figurare di volta in volta anche uomini comuni, ignari, miti e pacifici, non differisce dai rivoluzionari più sanguinari che scelgono la condanna a morte per mettere fine all’esistenza dei propri nemici, per eliminare ciò che essi simboleggiano.

Una società che nasce sul sangue versato non avrà la stessa delicatezza di un fiore di narciso: essa non potrà che essere macchiata in eterno.

Nell’altro finale dell’opera filmica Cesare contempla la pietà. Il monologo con il quale manifesta le sue intenzioni è qui di seguito espresso:  

«Per ora metteremo da parte il nostro odio. Metteremo da parte le nostre armi. Abbiamo attraversato la lunga notte dei fuochi e coloro che erano nostri padroni adesso sono nostri servi. E noi, che non siamo esseri umani, possiamo permetterci di dimostrarci umani. Il destino è volontà di Dio e se il destino dell'uomo è quello di essere dominato, è volontà di Dio che venga dominato con pietà e comprensione. Quindi vi risparmiamo la nostra vendetta, perché stanotte abbiamo assistito alla nascita del Pianeta delle Scimmie!»

Cesare intima ai suoi simili di essere clementi, di imporsi sulla razza umana e di mostrarsi superiori ad essa dal punto di vista etico e morale, non macchiandosi degli stessi peccati degli uomini che uccidono e generano morte. Con tale scelta Cesare ascende ad un ruolo eroico, dimostrando di essere una creatura saggia, misericordiosa, migliore di chi l’ha preceduta.

La stessa filosofia Cesare la applica anche nell’ultimo capitolo della saga originale: “Anno 2670 -Ultimo atto” in cui tenta di amministrare una società appena sorta, in cui gli uomini vengono trattati con tolleranza e compassione. La prima legge che Cesare promulga recita: “Una scimmia non uccide un’altra scimmia”. Tale principio viene insegnato, trasmesso a tutti i nuovi nati sin dalla più tenera età per essere compreso, assimilato, rammentato. Il sovrano delle scimmie, dunque, stabilisce che l’omicidio è massimamente vietato, auspicando conseguentemente che il male non serpeggi mai nel neonato mondo che lui ha creato.

I propositi e le speranze che Cesare nutre per il mondo a cui egli ha dato luce sono però destinati a tramontare: le scimmie come gli uomini possiedono una natura ostile, rabbiosa, violenta, anch’esse infatti possono commette fratricidio.

Un’esistenza pacifica tra scimmie ed esseri umani è un’utopia.

Nella scena finale del film, che ha luogo diversi anni dopo la morte del più grande fra i primati, il cucciolo di una scimmia e un bambino litigano, azzuffandosi ai piedi di un’imponente statua fatta costruire per tributare i giusti onori al Creatore, Cesare.

Dagli occhi della statua scendono delle lacrime. E’ come se Cesare stesse assistendo al fallimento del proprio ideale. La statua piangente rimarca l’elemento divino che la figura di Cesare serba in sé. Come nelle credenze religiose secondo le quali le statue dei santi possono lacrimare per testimoniare un miracolo, la statua di Cesare piange a sua volta per esprimere un messaggio silenzioso eppur assordante; i suoi occhi umidi simboleggiano un’amarezza che sembra sgorgare dall’aldilà, poiché lo spirito di Cesare custodito nella fredda pietra di quella scultura mira la sopravvivenza del male che egli non è riuscito a estirpare. Esso non smetterà di albergare sulla Terra.

Nel lungometraggio del 1968 la società delle scimmie è divisa in tre classi sociali: gli oranghi occupano una posizione preminente, facoltosa. Gli scimpanzé una posizione intermedia, e molte possibilità sono ad essi precluse. I gorilla ricoprono uno spazio inferiore nella scala gerarchica, vengono reputati utili per la loro possanza e quindi prevalentemente adatti per svolgere compiti duri o rischiosi.

Ciò che fa riflettere è che il Creatore, colui che fondò tale società, Cesare per l’appunto, sia stato invero uno scimpanzé, categoria posta in un rango di medio livello. Le scimmie non sanno che colui che ha contribuito alla loro nascita e alla loro affermazione era uno scimpanzé, anzi si presume che i primati credano che “la più grande delle scimmie” possa essere stato un orango, essendo che tale specie viene ritenuta la più importante, la più colta e raffinata.

Cesare non avrebbe mai voluto che le scimmie si dividessero in ceti differenti, auspicava una società egualitaria. Eppure, i suoi successori hanno agito diversamente e le tracce di ciò che Cesare voleva si sono perse insieme al suo aspetto come orme sulla battigia cancellate dalla risacca.

Nella trilogia reboot de “Il pianeta delle scimmie” la figura di Cesare viene notevolmente ampliata, ed egli diviene il protagonista assoluto di questa nuova epopea che narra la nascita, la fondazione del pianeta delle scimmie.

Al principio della storia Cesare non è che un cucciolo, figlio di una scimpanzé chiamata Occhi Luminosi, che faceva da cavia agli esseri umani in un centro di ricerca per esperimenti atti a migliorare la capacità mentale e debellare malattie di tipo neurodegenerativo. Cesare è il frutto di tali studi: egli ha ottenuto dalla mamma un’intelligenza amplificata dalle “cure” a cui ella era stata sottoposta. Sin dall’infanzia Cesare si dimostrerà uno scimpanzé estremamente arguto, imparando rapidamente a comunicare attraverso il linguaggio dei segni.

Cesare cresce in un ambiente tranquillo, sereno, in una famiglia costituita dal dottor Will Rodman, dalla fidanzata Caroline e dal signor Charles Rodman. Cesare, pertanto, viene a contatto con il lato buono, gentile, affettuoso degli esseri umani.

Lo scimpanzé trascorre l’infanzia e l’adolescenza nella soffitta della casa Rodman.

La camera nella quale Cesare era solito passare le giornate aveva una finestra che dava sul viale alberato del quartiere. Tale finestra era incorniciata nella parete con un taglio circolare ed era decorata con un motivo a rombi.

Cesare rimarrà eternamente devoto a questa immagine, rendendola un’icona, un simbolo personale che gli darà conforto, sicurezza, stabilità. Come un fanciullo umano, egli attingerà dall’infanzia le sue memorie più felici e da esse trarrà l’energia per reggere il peso della responsabilità di adulto.

Cesare userà quel disegno come emblema di speranza agli occhi delle altre scimmie, e le stesse lo dipingeranno ovunque per le vie lontane come un segno che indicherà sempre la corretta via per la città delle scimmie, per il ritorno a casa.

A seguito di un incidente, Cesare viene deportato nel Centro per primati di San Bruno. Tale luogo assume per Cesare i contorni di una prigione. Egli viene confinato in gabbia, viene maltrattato, e sperimenta l’assenza di libertà, la costrizione in una zona limitata, opprimente, e ancor di più sperimenta la solitudine. Le sbarre di quella cella per un essere così intelligente ed evoluto e quella condizione di prigionia risultano intollerabili. Cesare inizia ad elaborare un piano per conquistare la libertà. Egli è circondato da altri suoi simili, scimmie primitive, che agiscono mosse da istinti bestiali, stupidi. Cesare ha intenzione di renderli consapevoli, più partecipi, così trova il modo di fuggire e di fare entrare in contatto le altre scimmie con la sostanza che ha sviluppato la sua intelligenza. Cesare è conscio che le scimmie se prese singolarmente non rappresentano alcuna minaccia, mentre invece se unite in gruppo possono garantire un autentico pericolo.

E’ doveroso citare la scena in cui Cesare fronteggia uno dei suoi aguzzini dinanzi alle altre scimmie rimaste in gabbia; Cesare è fuoriuscito dalla sua cella e attende, in posizione eretta, segno di evoluzione, l’arrivo del suo “carceriere”, un giovane arrogante e aggressivo. Cesare lo sfida apertamente, mettendo il ragazzo in ginocchio e bloccandolo con il suo arto.

L’uomo inveisce contro di lui, dicendogli: “Togli quella zampa puzzolente lurida, maledetta scimmia”, e dunque dandogli un ordine.

Cesare, furibondo, raccoglie tutta l’energia che serba in corpo e prorompe in un urlo che non sa di verso né di grugnito ma di vera e propria parola: “No!”.

Cesare parla davanti a tutti i suoi simili, pronuncia una parola che altri non è che una negazione.

Questa memorabile scena è un omaggio, un tributo al celebre racconto che Cornelius rinarra nella saga originaria de “Il pianeta delle scimmie”.

Cesare, la più solenne fra le scimmie evolute, si è fatta avanti, ha sollevato il capo, ha cessato di genuflettersi e ha obbligato la sua guardia carceraria a prostrarsi al suo cospetto, urlandogli poi la sua prima parola di senso compiuto: “No”. In quel “No” vi è contenuto l’impeto, vi è custodita la forza, la veemenza di chi non vuole più essere sottomesso, di colui che non intende più essere assoggettato. Cesare con quel “No” vuole ribadire che non ubbidirà più ad alcun comando né accetterà più alcuna imposizione.

Mettendosi alla testa di un gruppo di scimmie Cesare oltrepassa il ponte Golden Gate Bridge, raggiungendo le foreste dagli alberi secolari.

Va sottolineato che durante la fuga, Cesare ordina sempre alle scimmie di non uccidere gli esseri umani, anche se questi tentano di fermarle con ogni mezzo. Lo scimpanzé sollecita le scimmie a combattere, a lottare per la propria indipendenza ma non vuole che uccidano, a meno che non sia strettamente necessario o che ciò costituisca un atto estremo di autodifesa.

Cesare urla sempre “No!” ogniqualvolta vede una scimmia sul punto di eliminare un essere umano. Egli è pienamente consapevole che la violenza incontrollata, l’assassinio, la morte arrecata non possono essere la soluzione, non sono il mezzo né lo strumento attraverso il quale va ricercata la libertà. Egli, sin dall’inizio, istruisce pertanto le scimmie ad un atteggiamento civilizzato, non certamente barbaro.

Nel credo di Cesare la rivoluzione, la conquista dell’autonomia non deve avvenire mediante l’azione violenta, il conflitto, la guerra e l’eccidio. Come si noterà più avanti, Cesare cercherà per tutta la vita di abbracciare un credo pacifista; egli compirà gesti violenti solamente quando sarà costretto dal volgere repentino e inaspettato degli eventi.

In questo primo film, Cesare fa la conoscenza di Koba, un bonobo. Koba altri non è che il contraltare di Cesare. Differentemente da quest’ultimo, Koba è maturato in un ambiente ostile, dove è stato trafitto, sfregiato, seviziato in qualunque modo. Il suo manto è ricoperto da cicatrici, i suoi denti sporgono da una mascella contusa, bloccata in un ringhio feroce, e uno dei suoi occhi è completamente bianco, quasi trasparente, come se fosse stato graffiato e reciso. Egli ha vissuto tutta la vita come una cavia, ha subito pesanti torture, tagli, ferite inflittegli dagli uomini per adempiere ai loro esperimenti scientifici. Koba ha visto il lato peggiore, più crudele e insensibile degli uomini, e per questo ha sintetizzato l’intero genere umano sotto una lente di puro odio.

Nel secondo film della trilogia, “Apes Revolution”, sono trascorsi diversi anni da quando Cesare ha capitanato le altre scimmie verso i boschi. Un’epidemia si è diffusa nel mondo, ha mietuto milioni di vittime, sterminando gran parte della razza umana, riducendo il mondo a una landa deserta e desolante. Le scimmie stanno progredendo anno dopo anno. Esse vivono celate e al sicuro in grandi foreste. Gli esseri umani sopravvissuti si sono rintanati, invece, in piccoli agglomerati, esigue comunità dove lottano costantemente per la sopravvivenza, alla continua ricerca di beni di prima necessità.

Gli anni hanno temprato Cesare: egli ha un aspetto marcatamente vissuto, il suo pelo è brizzolato, l’espressività del suo volto è severa, arcigna. Egli appare fortificato dal suo rango di capo. Cesare, con grande saggezza, esorta sempre le scimmie a non interagire con gli esseri umani, a non invadere i loro territori, a non rappresentare per loro una minaccia. Egli non si stanca di ricordare ai suoi simili che la guerra non è mai la soluzione. Essa arreca dolore, sconforto e annientamento.

Una rivoluzione attuata attraverso lo spargimento di sangue non può garantire la nascita di una civiltà saggia e illuminata.

Cesare governa la società di scimmie con fermezza e gentilezza al contempo, con risolutezza ma anche ascoltando i consigli dei suoi più fedeli compagni. In questa fase del racconto visivo, Cesare non si configura quindi come un condottiero sanguinario, un rivoluzionario che si è tramutato in un dittatore a sua volta, come spesso accaduto nel contesto della storia reale. Cesare non vuole imporre il proprio potere sulle scimmie senza dare ad esse alcuna voce in capitolo, né vuole imporre la supremazia della sua specie sugli umani attraverso l’attuazione di un conflitto. Egli desidera che le scimmie vivano al sicuro e progrediscano in pace. Pur essendo diffidente nei confronti degli uomini perché consapevole delle insidie che essi rappresentano, Cesare si mostra compassionevole e mite nei confronti di una famiglia di esseri umani che ha chiesto il suo aiuto.

Al contrario Koba fatica terribilmente a tollerare l’accondiscendenza di Cesare. Dunque trama alle sue spalle e perpetra un tradimento, attentando alla vita di Cesare.

Il tradimento di Koba, che ferisce Cesare credendo di averlo ucciso per poi prenderne il suo posto, mettendosi a capo di un gruppo di scimmie, è una dinamica che rievoca le congiure di antica memoria, attuate per deporre con violenza dalla propria carica un leader, sostituendolo.

Koba guida le scimmie ad un conflitto a fuoco contro la comunità di esseri umani più vicina. Ne segue una carneficina, nella quale diverse scimmie perdono la vita e altrettanti esseri umani vengono trucidati. L’odio che Koba avverte nei riguardi degli uomini trascina così un intero popolo verso la distruzione, verso l’oblio e l’orrore della guerra. Koba commette una strage e nella sua furia omicida non esita a uccidere anche le scimmie che tentano di fermarlo.

Quando Cesare si rimette in sesto, curato da quella stessa famiglia di esseri umani a cui aveva prestato aiuto (segno di come una coesistenza pacifica e prolifica tra uomini e scimmie potesse essere fattibile) fa ritorno, mostrandosi alle scimmie che lo credevano deceduto.

Cesare sfida quindi Koba, oramai completamente accecato dalla pazzia.

Prima che il confronto con il suo sfidante abbia inizio, Cesare osserva le scimmie che hanno accompagnato Koba e hanno mosso violenza sugli uomini; tali scimmie si sono macchiate di un gesto esecrabile e irrimediabile.

In quei frangenti Cesare somiglia a Mosè, che, creduto morto dalla sua gente, discende dal monte Sinai e vede che parte del suo popolo ha tradito i suoi ordini, non ha rispettato i suoi voleri, deturpando sé stesso con un peccato gravissimo. Molte scimmie sono rimaste fedeli a Cesare, confidando nel suo ritorno, ma molte altre hanno seguito Koba per perpetrare morte.

Anche nel racconto biblico molti ebrei restarono leali a Mosè, facendo affidamento nel suo ritorno, mentre altri si lasciarono irretire e sedurre dall’idolo del Vitello d’Oro.

Vi è un momento in cui Koba dice chiaramente che le scimmie non seguono più Cesare, e che egli non potrà più riguadagnare la loro fiducia poiché troppo debole e remissivo. Cesare lancia un’occhiata al suo popolo: il suo sguardo fa trasparire una profonda delusione, un’enorme amarezza. Le scimmie che hanno scelto Koba hanno imboccato la strada della guerra, un percorso dal quale non vi sarà più ritorno. Cesare in quello sguardo sembra far emergere la sua delusione: credeva che le scimmie potessero essere un popolo migliore, eletto, che non si sarebbe mai sporcato di crimini come quelli compiuti; Cesare ha capito che le scimmie si sono rivelate altresì ingenue, stolte, facilmente manipolabili, animate ancora da inclinazioni primordiali, basiche e irruente. La mimica di Cesare rimarca la stoltezza delle scimmie che non si sono rese conto di ciò che hanno commesso, di ciò a cui hanno dato inizio. Hanno imbastito una guerra con l’uomo che non avrà fine, dove tutto si consumerà in cenere.

Segue un efferato duello tra Cesare e Koba sulla sommità di una costruzione incompiuta e fatiscente. Lo scimpanzé e il bonobo combattono senza remore, avvinghiandosi in una serie di morse letali. Il suolo crolla ripetutamente sotto il peso dei due contendenti, rovinando giù come materia disfatta, decadente, rotta. L’edificio incompleto sul quale si adempie la contesa tra il sovrano delle scimmie e il traditore frana, si schianta: esso pare anticipare il destino delle scimmie stesse, che stanno precipitando verso l’abisso della guerra.

Infine, Cesare riesce a trionfare colpendo Koba più e più volte sul costato malridotto, spezzando le sue resistenze e la sua tempra alimentata dal misero odio.

Koba viene battuto e gettato giù da un dirupo, riuscendo tuttavia a restare aggrappato, afferrando la parte terminale di un’asse metallico. Cesare si affianca alla prominenza, sporgendosi ed elevandosi sull’avversario sconfitto.

Nel momento topico, Cesare deve scegliere se porre fine all’esistenza di Koba o lasciarlo vivere. Koba permane appeso su di una sporgenza, il suo corpo cede nel vuoto. Cesare lo sovrasta in piedi, restando sul suolo sicuro. La costruzione della scena è estremamente simbolica: le assi di legno sono carbonizzate, il ferro è cosparso di macchie, le travi ingiallite, i fili staccati, i detriti che ciondolano dappertutto rendono il contesto apocalittico, prevedendo la catastrofe nella quale il mondo soccomberà per l’azione di Koba. Tutto andrà in rovina.

Cesare non può fare altro, deve prendere una decisione drastica, definitiva. Quello che sta per compiersi è un atto ineluttabile e segnerà per sempre la personalità di Cesare.

Cesare dispone completamente della vita di Koba. Vigliaccamente, quest’ultimo gli ricorda il dogma, la legge che Cesare aveva stabilito quando fondò la società delle scimmie: una scimmia non uccide un’altra scimmia. Con quella legge, Cesare sperava di insegnare alle scimmie a non fare ciò che gli esseri umani, nel corso della loro storia evolutiva, hanno sempre fatto: uccidere il proprio fratello, il proprio simile.

Cesare osserva Koba con disprezzo, lo afferra per una mano mentre le spoglie sconfitte di Koba penzolano pateticamente sul nulla. In quell’attimo Cesare pronuncia una frase emblematica: “Koba non è scimmia!”. Non reputandolo un suo simile ma un’aberrazione, un’anomalia, un cancro che ha annerito la sua società, Cesare giustizia Koba.

Attenzione, il verbo corretto è giustiziare. Cesare non uccide Koba. Ciò che compie Cesare non è un atto punitivo né una vendetta, non è un assassinio ma l’attuazione della giustizia.

Cesare, dunque, giustizia Koba perché quest’ultimo ha costretto un’intera popolazione ad anni ed anni di sofferenze e di perdite.

Cesare apre la mano e lascia cadere il corpo di Koba nel vuoto, condannandolo a morte sicura.

Nel terzo capitolo intitolato “The War – Il pianeta delle scimmie” il conflitto non voluto da Cesare che coinvolge le scimmie e gli esseri umani sopravvissuti prosegue senza sosta per il controllo del mondo rimasto. Alcune forze armate statunitensi danno la caccia ai primati, aiutati da alcune scimmie traditrici che preferiscono la schiavitù alla morte, convinte che non ci sia modo di battere gli umani. A seguito di una feroce battaglia nella foresta, Cesare sceglie di liberare i soldati catturati e di rimandarli dal loro leader, il Colonnello McCullough, con il messaggio che se gli umani lasceranno in pace le scimmie, non ci saranno più scontri. Ancora una volta egli palesa la sua magnanimità.

Cesare e i suoi fanno ritorno nella loro nuova colonia costruita in una grande grotta nascosta dietro una cascata, dove il figlio di Cesare, Occhi Blu, fa rientro da un lungo viaggio e riferisce di aver trovato un posto oltre il deserto in cui le scimmie potranno costruire una nuova casa al sicuro dagli umani. Oltre il deserto, dunque, vi è una Terra Promessa in cui il popolo di Cesare potrà vivere in eterno.

Di notte, però, la colonia viene attaccata da un gruppo di soldati, tra i quali c'è anche il Colonnello, che uccide Cornelia, la moglie di Cesare, e Occhi Blu, il figlio maggiore di Cesare.

Distrutto dal dolore, Cesare si lascia inondare da un odio incontenibile verso gli uomini che continuano a uccidere le scimmie in un conflitto insano.

Il fantasma, l’eco di Koba si materializza nella mente di Cesare come un’allucinazione che lo tormenta, un incubo vissuto a riposo e in veglia. Cesare teme di trasformarsi nel suo peggior nemico, di perdere la propria lucidità, la propria indole pacifica, teme di farsi sopraffare dall’odio e di diventare ciò che teme: un essere alimentato solamente dal rancore, dalla ripugnanza, dal livore, dall’astio profondissimo.

Il Joker, moltiplicatosi nella mente delirante di Batman, cerca di soggiogarlo

Qualcosa di molto simile avviene anche nel videogioco “Batman Arkham knight”, ultimo capitolo dell’acclamata trilogia videoludica dedicata al Cavaliere Oscuro. Batman è stato infettato dal sangue del Joker che contiene una potente tossina. Il Crociato Incappucciato rivede come proiezione della sua mente, in una sorta di allucinazione prolungata e ossessiva, il Joker che gli si pone dinanzi, gli parla, lo assilla, tormentandolo, alterando la sua percezione della realtà.

Lentamente il veleno contenuto nel sangue di Joker rischia di trasformare Batman in ciò che più teme: nello stesso Joker, una vittima delirante, paranoica, assassina, dalla pelle lattiginosa e un sorriso folle e perenne sulle labbra rosse come un rubino.

La mente dell’eroe viene pervasa dalla presenza di Joker che gli appare continuamente, moltiplicandosi, provando in ogni modo a soggiogarlo. Lottando con tutte le sue forze, il guardiano di Gotham City abbatte le sagome del pagliaccio, rinchiudendo la sua essenza in una cella inespugnabile e spedendo la stessa in un meandro buio e imperscrutabile della sua mente, dal quale l’eco di Joker non potrà più risuonare.

Il fantasma di Koba tormenta Cesare durante un'allucinazione visiva

Nel film “The War – il pianeta delle scimmie” viene inscenata una dinamica molto somigliante a quella appena descritta. Cesare viene torturato dalle apparizioni sempre più verosimili ed inquietanti di Koba, che riemerge dai suoi pensieri, parlandogli, mettendo in dubbio le sue scelte, le sue azioni, perfino la purezza del suo cuore. Lo spirito di Koba, riaffiorato dalla coscienza di Cesare che soffre per ciò che ha dovuto fare, ovvero giustiziarlo, prova a raggirare Cesare, profilandogli un futuro tragico per lui e le scimmie, facendogli venir meno le speranze, sforzandosi di rimodellarlo in quello che non è mai stato.

Cesare verrà reso schiavo, imprigionato nuovamente, mentre tutto il suo popolo verrà catturato e messo ai lavori forzati da un gruppo di militari capeggiati dal brutale Colonnello McCullough. In un particolare momento Cesare assiste alla fustigazione di un suo simile. Le scimmie sono costrette a lavorare nel fango, a frantumare rocce, come anime dannate, sotto la rigida sorveglianza dei militari. Un orango viene frustato selvaggiamente per ordine degli uomini. La vista di quell’essere inerme che viene crudelmente flagellato è per Cesare insopportabile. Egli urla all’aguzzino di fermarsi, di smetterla immediatamente con quella frusta. Cesare agisce come Mosè quando nel racconto biblico vede un ebreo venire massacrato dai colpi di frusta di un egiziano e si adopera per fermarlo. Mosè si frappone fra il fustigatore e la vittima, ne segue una colluttazione nella quale la guardia egizia perde la vita. Questo evento porterà Mosè a fuggire dall’Egitto e a trovare riparo a Madian, in esilio.

Mosè illustrato da Erminia A. Giordano per CineHunters così come appare ne "Il principe d'Egitto". Potete leggere di più cliccando qui.

Cesare, dunque, come il Profeta del popolo di Israele, interviene e fa cessare i colpi di frusta del padrone. Egli si sostituisce al suo compagno, e acconsente a subire la flagellazione al suo posto. L’amore che Cesare prova per il suo popolo è immenso, pari a quello di un dio che ama i suoi figli, e viene esplicato dal gesto nel quale egli sceglie di soffrire al posto di un altro.

Cesare viene poi abbandonato al gelo dove potrebbe soccombere, vinto dal freddo e morire con l’odio nel cuore.

Il primate viene però aiutato da una ragazzina, Nova, che gli dà da bere, lo riscalda, comunica con lui a gesti e gli ricorda che insieme lui e la sua gente sono forti. Commosso dalla delicatezza della ragazzina, Cesare rievoca nelle sue memorie la bontà insita nell’animo degli esseri umani e si ravvede. L’odio progressivamente svanisce in lui, inizia a dileguarsi come una nube grigia che scompare all’orizzonte al termine di un temporale, come i marosi di un mare che biancheggia e che gradualmente torna ad essere quieto con un moto ondoso placido. Così Cesare sconfigge il fantasma di Koba, battendosi per l’ultima volta per la libertà del suo popolo.

Cesare si avvicina all’uomo che gli ha ucciso la moglie e il figlio ma non si vendica: non lo sopprime, né per odio né per vendetta, anzi mostra pietà nei suoi confronti, quando lo vede piegato dalla malattia che si sta impadronendo di tutta la razza umana facendo perdere loro la capacità di parlare.

Cesare frantuma le catene del suo popolo, indicando la via verso una zona sicura, verso un luogo di pace, dove vi è tanto verde: una terra dove scorre latte e miele. Una regione pura, dove le scimmie potranno accrescere e far fiorire il proprio regno.

Cesare è ferito a morte e come ultimo atto nella sua vita si limita ad osservare, felice, il popolo a cui ha dato nuova vita e libertà.

Ecco che nell’ultimo momento dell’esistenza di Cesare riemerge la caratteristica messianica, divina, da profeta della sua figura; Cesare siede lontano dalle scimmie, le osserva non mettendo piede nel terreno che esse calcano. Egli si limita ad ammirarlo da fuori, come Mosè a cui era stato impedito da Dio l’accesso alla Terra Promessa dopo quarant’anni di peregrinazione nel deserto.

Il compito di Cesare pare esaurirsi qui. Egli ha condotto la sua gente al sicuro, in una terra fertile in cui il loro reame potrà sorgere, ma nel quale egli non potrà mai varcare la soglia poiché il suo tempo è finito, la cera della sua candela si è sciolta.

Cesare versa una lacrima, una stilla impregnata di speranza, si accascia al suolo e muore.

La figura e il vissuto immaginario di Cesare sono paragonabili a molte celebri personalità realmente esistite. Innanzitutto il suo appellativo richiama quello di Giulio Cesare, quindi il nome di un condottiero che guidava le sue legioni alla conquista, al trionfo e che espandeva i confini dell’immensa Roma. Cesare era anche il titolo che, derivato dalla grandezza a cui assurse in vita Caio Giulio Cesare, assumevano di volta in volta gli imperatori dell’epopea romana. Dunque Cesare è un appellativo che reca in sé una gloria astratta ma percepibile, in quanto sinonimo di potere, di fasto e va associato a coloro che amministrano, che governano un popolo.

Al contempo la figura del Cesare fantascientifico è comparabile a quella di Spartaco, il gladiatore assoggettato che si ribellò ai suoi “proprietari” e comandò un manipolo di schiavi a muovere contro le schiere romane per un desiderio irraggiungibile di libertà. In egual modo Cesare è associabile a tutte le personalità rivoluzionarie del passato poiché egli è colui che si rivolge ai suoi simili, li ridesta, dona loro un ideale per cui vivere e battersi, li sprona a non genuflettersi a qualunque costo.

Cesare capitana la sua specie verso l’indipendenza, diviene il mentore, la guida massima, eppure non si pone mai come un monarca spietato nei confronti dei suoi sudditi. Tutt’altro, Cesare è magnanimo e buono. Contrariamente a molti altri capi rivoluzionari del mondo reale, come già precisato, Cesare, una volta portata a fine con successo la sua rivolta, non diviene un despota, non si lascia sedurre e indurire dal potere. La storia è piena di uomini che dopo aver rovesciato i potenti sono finiti per divenire egli stessi dittatori; vedasi ad esempio Fidel Castro, tra gli artefici della Rivoluzione cubana, che istituì a sua volta un regime totalitario.

Cesare non rientra in quel filone. Egli si erge a difesa di un popolo inerme, rinchiuso nelle gabbie, che viene seviziato, trattato come cavia, malnutrito. Cesare aiuta tutti i primati a volgersi contro i loro signori ma in seguito non diviene per loro un autocrate che spadroneggia e che sfrutta i servigi dei suoi subordinati.

Nel celebre romanzo “Animal Farm”, George Orwell elabora tutta una serie di personaggi appartenenti al regno animale, per lo più rurale, che usa come allegorie. Adempiuta la rivoluzione nella fattoria e dunque scacciato il fattore - l’uomo che seviziava, spolpava le creature, le sfruttava sino a che avessero potuto dargli qualcosa per poi gettarle via - gli animali istituiscono una società nata sotto i più rosei auspici, le migliori intenzioni.

Col passare del tempo la fattoria degli animali muta, viene sporcata, insozzata dal male, dalla cupidigia, dalla smania di potere. Il sistema retto dall’essere umano che dapprima opprimeva gli animali viene sostituito da un apparato governativo sostenuto dai maiali, che hanno guadagnato il potere e che non differiscono dagli uomini nel modo di ragionare e di agire, finendo per tramutarsi in essi, tanto da risultare infine irriconoscibili, indistinguibili nei loro luridi, sozzi, sordidi aspetti.

Tutti gli animali della fattoria, i maiali, i cavalli, gli asini, i corvi, i cani, le pecore, le galline, ognuno di essi non è che una metafora, l’incarnazione di un significato. Orwell, scrivendo tale storia con la sua prosa straordinaria, immaginifica, aspra e inquietante, rievoca quello che accadde durante la Rivoluzione russa, a cui seguì la dittatura Staliniana.

Il maiale Napoleone, protagonista oscuro e senza scrupoli del racconto orwelliano, è un personaggio che assurge al ruolo di capo rivoluzionario, che inganna gli animali, manipolandoli, facendoli passare da una forma di schiavitù ad un’altra senza che essi se ne rendano conto, schiacciandoli sotto il proprio giogo, ma lasciando loro l’impressione che tutto sia cambiato e che quando c’era l’uomo si viveva in condizioni ben peggiori; vero è però che quelle condizioni sono pressoché tragicamente identiche. Palla di Neve, un altro maiale rivoluzionario, colui che era veramente mosso da sentimenti puri di uguaglianza, viene selvaggiamente assassinato, e la sua immagine distorta, alterata, come in una mutazione effettuata da terzi attraverso l’uso smodato della propaganda, atta a dare in pasto agli animali un capro espiatorio, colui che è responsabile di ogni evento negativo che accade all’interno della fattoria e su cui vanno riversati frustrazione e risentimento: una distrazione per la massa che non si accorge chi è il suo vero nemico.

Se Cesare avesse sovvertito l’ordine costituito e avesse concentrato il potere su sé stesso, mentendo ai i suoi compagni, egli sarebbe andato incontro ad una metamorfosi che lo avrebbe fatto somigliare al Napoleone orwelliano.

Il Napoleone de “La fattoria degli animali”, infettato nell’anima dalla malattia del potere, si tramuta in un maiale che si solleva su due zampe, che gioca a carte, che sbraita e beve alcolici dai bicchieri, che si arricchisce adagiandosi sulla schiena dei più deboli. Le sue lerce sembianze, grasse, ubriache e vomitevoli, fanno in modo che egli sia uguale ad un padrone del genere umano, a sua volta immondo e putrido tanto nell’intimo quanto nell’esteriorità.

Cesare è uno scimpanzé, il parente più prossimo dell’uomo. La sua andatura eretta, il suo modo di parlare, di gesticolare, di atteggiarsi lo rendono simile ad un maschio della specie umana. Eppure, egli non si confonde con esso, proprio perché differisce dall’uomo corrotto e cattivo. La sua sagoma non viene sfigurata, non si mescola con quella dell’uomo avaro, traviato e marcio dentro. Cesare mantiene un’immagine che è un modello di probità e correttezza e, al contempo, fa in modo che nei propri confronti non nasca mai il culto della personalità, tipico dei regimi.

Cesare bada a far sì che le scimmie non reprimano, non schiaccino altre scimmie. Egli rimane un giusto. Assume i contorni del pastore spirituale che muove il suo gregge verso pascoli floridi e sicuri.

Il Cesare della saga originaria ha visto con i suoi occhi la sua gente ridotta in miseria, ridicolizzata, trattata alla stregua di animali da compagnia, sfruttati come bestie da soma, considerati nel loro insieme come ammassi e non individui, privi pertanto di rispetto, di dignità e diritti. Il cammino che tale Cesare compie, di strada in strada, ad osservare come versa il suo popolo è per certi versi - e con le dovute differenze s’intende – paragonabile al viaggio in motocicletta che Ernesto Guevara effettuò nell’America Latina, mediante il quale egli vide la miseria, la malattia, l’estrema povertà in cui versava la popolazione. Ciò lo portò a elaborare propositi rivoluzionari, che avrebbero sradicato i potenti dai loro “troni”. Così accadrà nell’epopea originaria, più precisamente in “1999 Conquista della Terra” dove Cesare alimenterà l’odio intransigente contro un nemico comune, l’uomo che vessa e prevarica, attaccandolo, riducendolo da predatore a preda, facendolo sentire una belva braccata.

Il Cesare della trilogia contemporanea, pur essendo un rivoluzionario e pur agendo come un condottiero che capeggia le sue truppe verso la conquista della propria sovranità attraverso azioni audaci e combattive, crede fermamente che la guerra non sia mai una opzione corretta e da avallare. Una volta creata la società di scimmie, una comunità che cresce anno dopo anno e occupa le foreste, Cesare cerca di proseguire nell’attuare una rivoluzione che non contempli spargimenti di sangue. Nel primo film egli muove violenza solamente se strettamente necessario, per trainare i suoi simili al di là della città, verso la natura, oltre il centro urbano.

Per gran parte della sua esistenza Cesare cerca di indirizzare le scimmie ad una vita di pace, evitando accuratamente di attuare azioni ostili nei confronti degli umani e per tale ragione egli si prodiga nel plasmare una identità collettiva. In questo la figura di Cesare è paragonabile, velatamente, a quella del Mahatma Gandhi – anche in questo caso il parallelismo va preso con le dovute proporzioni - che ha predicato nella sua India l’idea di una rivoluzione silente, pacifica, tacita, contro l’occupazione inglese. Gandhi teorizzò la resistenza all'oppressione tramite la disobbedienza civile di massa: un popolo unito in un unico intento, che collaborasse all’unisono, che agisse come un corpo solo facendo propria una coscienza ed un’identità nazionale. Anche Cesare ripudia la guerra, egli è fermamente convinto che la civiltà di scimmie debba accrescere, migliorare, attraverso il mantenimento dell’equilibrio, dell’ordine, sotto quella stessa bandiera a rombi. E’ la conoscenza, l’apprendimento, la capacità di migliorare, di perfezionarsi, ad ampliare la società delle scimmie, non la conquista territoriale o l’espansione, l’assedio, l’invasione di altri luoghi per la supremazia del mondo. Cesare crede che se le scimmie dovessero restare sempre unite, come un solo organismo, esse potranno vivere e progredire.

Quando la guerra con gli esseri umani ha inizio a causa di Koba, Cesare avalla sortite e azioni di guerriglia solamente per difendere, non per aggredire. Inoltre Cesare non piomba mai nel baratro, non cede all’oscurità, resta fino alla fine un essere spinto da scopi buoni, una luce che illumina la via per una comunità bisognosa di un faro che irradi l’oscurità.

Cesare agisce come un liberatore, un essere valoroso che trascina il suo popolo verso la salvezza, mantenendo l’immagine di un eroe puro; anche in questo caso egli è paragonabile ad Ernesto Guevara e al mito che egli incarnò e seguita ad incarnare tutt’oggi per il suo popolo e per tutti coloro che si rivedono nei suoi ideali.  

La figura di Cesare è una delle più affascinanti, delle più stratificate della cinematografia contemporanea, poiché attinge dalle personalità realmente esistite e da quelle inerenti le tre grandi religioni monoteiste. Egli sia come “essere terreno” che come dio verrà lodato e venerato dalle scimmie per i secoli a venire. In lui verità e mito si intersecano in un groviglio inestricabile.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Letture supplementari all'articolo:

Il pianeta delle scimmie: una recensione in prima persona – Viaggio in soggettività nella solitudine dell’ultimo rimasto

Anna ed Anya – I due volti di Anastasia

"Indiana Jones, la fine" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La quinta e ultima avventura di Indiana Jones comincia con un qualcosa di simbolico. Nel buio si ode in sottofondo un suono ritmato che somiglia al crescente ticchettio di un orologio, o in alternativa al rumore provocato dagli ingranaggi di un congegno capace di misurare lo scorrere del tempo.

Il tempo, già. Il tempo è l’elemento portante su cui ruota l’intera vicenda nella quale cala definitivamente il sipario sul vissuto del famoso archeologo. Ma cos’è il tempo? Come potremmo definirlo?

Esiste realmente o non è altro che una convenzione umana?

Il tempo è una essenza astratta, che tutto domina. Esso esiste e… Passa. Il tempo è ineluttabile e, a suo modo, implacabile.

Rammentate, a tal proposito, l’enigma che la creatura Gollum rivolge a Bilbo Baggins ne “Lo Hobbit”?

Questa cosa ogni cosa divora,
ciò che ha vita, la fauna, la flora;
i re abbatte e così le città,
rode il ferro, la calce già dura;
e dei monti pianure farà.

La risposta a questo rompicapo è, per l’appunto, il tempo. Esso non ha forma, non ha aspetto, non può essere visto, descritto, osservato, ma può essere percepito. Il tempo scorre senza fine, fagocita tutto, piante, arbusti, fiori e animali. Disfa i secoli, sgretola le epoche, spezza nel suo incedere le dinastie, smantella le costruzioni dell’uomo, seppellisce le città sotto dune di sabbia e strati di terra. Solamente poche cose sopravvivono alle ingiurie del tempo, ai suoi fendenti letali. Queste suddette cose che perdurano nel volgere dei millenni sono le opere storiche, le sculture, gli edifici, gli oggetti e i manufatti, tutti i vari reperti che recano in essi le testimonianze di un passato che continua ad echeggiare nel presente. Gli storici, gli archeologi, gli studiosi del mondo antico riversano il loro amore su tali ritrovamenti, su quei resti, che siano ruderi o gruppi scultorei intatti o comunque ben conservati, poiché essi custodiscono frammenti di un tempo perduto.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il tempo, sì, è sempre lui a farla da padrone. Il tempo non conosce clemenza nei riguardi dell’essere umano, e trascorre per tutti anche per gli eroi belli e aitanti che invecchiano come chiunque altro. Non è forse vero, dottor Jones?

Nella prima parte de “Il quadrante del destino” vi è una scena che mi ha colpito molto. No, non faccio riferimento ad una sequenza d’azione, ad uno dei combattimenti che Indiana imbastisce contro i suoi nemici giurati, i nazisti, e neppure ad una fuga rocambolesca compiuta sui vagoni di un treno repleto di cimeli trafugati dalle forze del Terzo Reich; mi riferisco, più che altro, ad una sequenza semplice, tranquilla, apparentemente “tediosa”, quella in cui Henry Jones, nelle sue vesti di professore universitario, sta tenendo una lezione nella sua aula.

Non è certamente la prima volta in cui vediamo il personaggio nei panni di un mite e colto docente. In ogni film della saga, eccezion fatta per “Il tempio maledetto”, vi è sempre un momento iniziale in cui l’avventuriero rindossa i suoi signorili abiti da insegnante e istruisce i suoi alunni. Eppure, ne “Il quadrante del destino” il contesto pare enormemente diverso, soprattutto se paragonato a ciò che avviene ne “I predatori dell’arca perduta”, il primo lungometraggio in cui appare il personaggio di Indiana Jones.

Ne “I predatori” miriamo una classe gremita, piena di studenti che prestano il massimo riguardo a ciò che il professor Jones sta dicendo. Tra quegli alunni vi è persino una studentessa seduta in prima fila, che osserva il professor Jones con sguardo incantato, quasi languido, rivolgendogli occhiate dolci e abbassando di tanto in tanto le palpebre sulle quali sembra ci siano scritte le parole: “Ti amo”. Il professor Jones si accorge di quella piccola frase "appuntata" sugli occhi della fanciulla, e rimane perplesso, confuso, quasi rapito per un istante, non riuscendo forse a carpire del tutto il senso di quelle tenere palpebre calate.

In questa sequenza vediamo il professor Jones giovane, nel pieno della maturità, ben voluto dagli studenti, rispettato dai ragazzi e ammirato dalle ragazze. Un professore nella fase più densa, più pregnante, soddisfacente della sua vita. Tutte quelle giovani menti pendono dalle sue labbra, si abbandonano alle sue parole, si appassionano all’archeologia che egli tratta e spiega con cura e dedizione, interessandosi ai racconti su tumuli dissotterrati, sepolcri rinvenuti, tombe situate fra le viscere delle piramidi, esplorate e riportate alla luce con i loro segreti e i loro tesori. Al contrario ne “Il quadrante del destino” vediamo un professore acciaccato, stanco, in là con gli anni che proprio non riesce a far presa sui suoi studenti.

L’aula è semivuota, e i pochi studenti che presenziano alla lezione sembrano distanti, distratti, annoiati, con la mente persa in altri lidi. Vi è una studentessa che mastica rumorosamente una gomma, un collega guarda svagatamente fuori dalla finestra, nessuno sembra badare a quello che il professor Jones sta proferendo. Questi domanda ai frequentatori del suo corso se hanno letto le pagine di studio previste per quella giornata. Con suo grosso rammarico si rende conto che nessuno studente lo ha fatto. Il “precettore” non demorde e imbecca i suoi “discepoli”. Con l’ausilio di un proiettore e delle immagini, il professor Jones racconta e mostra un evento del passato, una pagina di storia che ha segnato l’avvenuto. Egli fa cenno all’assedio romano alla città di Siracusa, alla strenua resistenza dei Siracusani coadiuvati dal loro più eminente concittadino, Archimede, un matematico e un inventore, che progettò degli specchi ustori, i quali deviando i raggi solari verso le navi nemiche davano loro inevitabilmente fuoco.

Nonostante la passione che il professor Jones mette nel rinarrare tali meravigliose imprese storiche, gli studenti appaiono seccati, sempre meno propensi ad ascoltare quanto viene detto. Di colpo irrompono in sala altre figure facenti parte dell’università, portandosi dietro un tavolino con su un televisore. L’entusiasmo misto a frenesia serpeggia improvvisamente tra gli studenti universitari. Il grande giorno è arrivato: gli astronauti vengono catturati in diretta televisiva.

Siamo nell’epoca della corsa allo spazio, ed è il giorno in cui la spedizione che ha guadagnato il suolo lunare ha fatto trionfalmente ritorno sulla Terra. L’America è in festa, e tutti i suoi abitanti rivolgono la propria considerazione a quell’importantissimo avvenimento, a quella conquista straordinaria che segnerà la storia. Tutti sono concentrati sul presente, nessuno di coloro che si trovano attorno al professor Jones ha voglia di pensare al passato, di rivangarlo, di scoprirlo, di studiarlo; nessuno ha voglia di riflettere su ciò che è stato, di ragionare sulla storia andata.

I più rivolgono la propria attenzione al presente, all’attimo fuggente, all’istante immediato, il passato non suscita più alcun sussulto. A nessuno sembra più appassionare l’archeologia, lo studio delle fonti, dei reperti pervenuti fino ai nostri giorni. La maggior parte delle persone vuole vivere il momento: la conquista dello spazio rappresenta qualcosa di incredibile, di rivoluzionario, un qualcosa di tremendamente affascinante, un traguardo che potrà aprire le porte di un avvenire inaspettato, tutto da scoprire. In quei giorni non conta ciò che è stato, conta ciò che è e ciò che sarà.

L’anziano Indiana Jones in questa atmosfera febbrile, che volge le proprie speranze e anche le proprie paure al futuro (vedasi la manifestazione per la fine della guerra in Vietnam e per la pace che si svolge parimenti in quello stesso giorno che sembra sottolineare la preoccupazione delle persone circa il fato a cui andranno incontro se il conflitto dovesse continuare), si sente inadatto, come un pesce fuor d’acqua, perché oramai vecchio, solo e non ha alcun interesse per ciò che il futuro ha in serbo. Indiana Jones si reputa alla stregua di un oggetto dimenticato, una reliquia da collezione deposta in un angolo di un’esposizione museale e abbandonata lì a prendere polvere.

Se tutti attorno a lui vivono con entusiasmo e una sana dose di ansia quel presente carico di possibilità, Indiana Jones proprio non riesce a mandarlo giù, a farselo piacere. Egli ha perduto il figlio in guerra e Marion, la sua adorata moglie, lo ha lasciato. Per il vegliardo Indiana non vi è più nulla per cui lottare.

E’ questo l’Indiana Jones che ci viene presentato in quest’ultima avventura: un uomo demotivato, disilluso, una figura ben lontana dall’eroe gioviale, spericolato, animato da quel savoir-faire autoironico e sarcastico, da quella brama di sondare l’ignoto, di scovare reperti inestimabili, magici e incredibili. Egli non è più animato dal desiderio di svegliarsi al mattino e di scoprire quale grande peripezia riserverà il giorno. A questo Indiana Jones non manca più il profumo del mare e neppure il tanfo delle vecchie necropoli. Eppure, il sole non è ancora destinato a tramontare su di lui. Vi è un'ultima, grande avventura da vivere.

Il reperto archeologico su cui ruota questa investigazione di Indiana Jones è il cosiddetto quadrante del destino, un manufatto attribuito ad Archimede, che secondo una leggenda ha la capacità di localizzare fratture temporali, fessure schiuse che, se varcate, potrebbero condurre in una determinata fase storica.

Ecco il tempo che ricorre come tematica portante dell’opera.

Nella sua ricerca per recuperare tutte le parti che compongono il quadrante, il dottor Jones dovrà vedersela nuovamente con un gruppo di nazisti sopravvissuti, che mirano ad ottenere la macchina di Anticitera per i propri scopi.

Da un lato l’opera filmica ci mostra un protagonista, Indiana Jones, tristemente assuefatto alla sua epoca, che la subisce passivamente e che, in fondo, si auspicherebbe quasi di abbandonarla perché egli crede non vi sia più nulla per lui; dall’altra parte il lungometraggio palesa un antagonista, Jürgen Voller, che prova repulsione per quella contemporaneità che lo avviluppa e si rivolta ad essa attivamente, volendo alterare il corso della storia, mutare il presente attraverso il passato: un nazista che pianifica di compiere un viaggio a ritroso nel tempo per sostituirsi al Führer e condurre la Germania alla vittoria.

L’avventura finale di Indiana Jones, come già detto, ha a che fare col tempo; il tempo, infatti, come un elemento astratto ma percettibile avvolge tutto il racconto visivo. Perfino gli oggetti presenti nella pellicola e che spuntano di tanto in tanto, tra un dialogo e l’altro, rievocano la presenza invisibile, indeterminata del tempo, sottolineandone la sua presenzialità ritmata e costante. Ad esempio, per festeggiare il pensionamento del professor Jones i colleghi gli fanno dono di un raffinato orologio da tavolo racchiuso in una custodia espositiva dorata. Mediante quello strumento viene enfatizzata la fine della carriera di Henry Jones, l’atto finale di quella specifica fase dell’esistenza del protagonista.

In seguito, Indiana Jones confessa di essere molto legato all’orologio con cinturino che porta con sé, poiché esso apparteneva a suo padre e costituisce per l’archeologo un dolce ricordo. Dunque proprio un orologio, lo strumento utilizzato dall’uomo per misurare il passare delle ore, è per Indy un oggetto speciale, che rievoca in lui il ricordo del papà. Ancora un ennesimo orologio viene rivenuto da Indiana Jones, con suo sommo stupore, nel sepolcro di Archimede, il grande matematico e inventore, che lo ha ancora al polso. Sul momento, il dottor Jones non riuscirà a capire come sia possibile che un uomo vissuto prima della nascita di Cristo abbia con sé un prodotto della modernità. L’unica risposta possibile è che Archimede abbia viaggiato nel tempo.

Ebbene è tutta una questione di tempo, un tempo che avanza a grandi passi, che plasma i giovani e irrigidisce i vecchi. “Indiana Jones e il quadrante del destino”, dietro le sue scene d’azione mozzafiato, il suo ritmo incalzante, offre una riflessione sull’asperità della terza età, sulle amarezze, gli errori commessi, i rimpianti, che possono fare capolino nella mente di un uomo, tormentandolo.

Il tempo per Indiana Jones sembra essere diventato un nemico, qualcosa che col suo incedere gli ha portato via i suoi affetti più cari e che sembra avergli lasciato veramente poco.

Ma il tempo, invero, avrà ancora qualcosa da riservare al nostro eroe. Qualcosa di assolutamente speciale. In quest’ultima avventura, Indiana compirà un’impresa senza precedenti: varcherà concretamente le porte del tempo e vedrà… La storia, o più precisamente una pagina di essa. Egli approderà nella Siracusa del 213 a.C. e assisterà all’assedio delle flotte romane, incontrando Archimede in carne ed ossa.

L’amore più grande della vita di Indiana Jones - il “fu”, la “storia” - si materializza dinanzi ai suoi occhi.

La storia, quella di cui si è invaghito fin dalla più tenera età, quella che ha studiato attraverso i suoi libri, attraverso le fonti, quella che ha rivissuto nei suoi viaggi, riosservato nelle sue spedizioni, ricostruito nei suoi ritrovamenti, quella che ha avvertito sulla sua pelle, quando si addentrava in luoghi dimenticati, sperduti, si è compiutamente manifestata al suo cospetto; in quel viaggio a ritroso nel tempo Indiana Jones ha finalmente coronato un sogno apparentemente irrealizzabile: ha vissuto la “storia”, non più solamente mediante le fonti, gli oggetti ritrovati, i resti, ma la storia com’era realmente, nella sua bellezza nuda e cruda, nella sua sostanza ed essenza.

La fantasia, l’immaginazione, il sogno proibito di ogni amante del mondo classico è mirare ciò che è stato con i propri occhi, e Indiana ce l’ha fatta.

Il dottor Jones, ferito, vorrebbe fermarsi laggiù, lasciarsi morire in quel passato che egli ha tanto amato. Ma non può farlo. Egli appartiene al Novecento, al suo mondo. Dunque verrà riportato indietro.

Ma cosa c’era ad attendere Indiana Jones? La sua epoca, il suo presente, avevano ancora qualcosa da offrire? Il tempo sarebbe stato nuovamente generoso? Oppure egli avrebbe dovuto temerlo con tutto sé stesso?

Capitano Uncino, il celebre antagonista del romanzo di J. M. Barrie, aveva paura del tempo che passava. Solamente vedere oscillare un pendolo o sentire il tic tac di un orologio da taschino lo mandava in paranoia. Uncino era perseguitato da un coccodrillo che voleva banchettare con la sua carne. Quel rettile aveva ingurgitato una sveglia che ticchettava inquietantemente, preannunciandone la venuta. Ogni qualvolta Uncino sentiva quel ticchettare sapeva che la morte si avvicinava, pronta a coglierlo, a inghiottirlo. Invero, quel coccodrillo era una metafora: esso rappresentava il tempo che non conosce sosta, fine, che giunge per minacciare l’essere umano, per spaventarlo, per ricordargli che invecchierà, che non resterà sempre giovane, che prima o poi dovrà morire. Il tempo, come le fauci di un coccodrillo, addenta, stritola e divora lentamente. Questa consapevolezza terrorizzava Uncino. Egli non aveva di che sperare, era un’anima sola, malinconica, senza amore. Il tempo per Uncino non aveva nulla di bello da mettere a disposizione.

Nel presente, Indiana Jones scoprirà che il tempo, per lui, non è stato davvero inclemente. Indiana non avrà lo stesso destino mesto e solitario di Capitan Uncino. Tutt’altro, Henry Jones si renderà conto che vi è ancora l’opportunità per ricucire i vecchi strappi, per sanare le ferite ancora aperte.

Una vita, finché si ha la possibilità di viverla, merita di essere vissuta con pienezza, poiché essa può riservare sempre qualcosa di bello, sensazioni ed esperienze nuove. Indiana ritroverà l’amore che temeva di aver perso, si ricongiungerà a Marion, il tesoro più prezioso che egli abbia mai rintracciato nelle sue innumerevoli esplorazioni, riabbracciandola e baciandola.

"Indiana Jones, il principio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il tempo per Indiana Jones non è cessato, il suo orologio continua a girare. Non è mai troppo tardi per tornare in pista, non si è mai troppo vecchi per rimettersi in gioco, non si è mai veramente stanchi per smettere di sperare, di amare, di sognare, per vestirsi di tutto punto e correre verso un’altra avventura, riacciuffando, come da consuetudine, quel cappello fedora.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Alcuni film citati in questo articolo vi aspettano ai seguenti link:

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: primo capitolo – “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato”

“Hook Capitan Uncino” – Un pensiero felice

Trovate di seguito altri articoli sulla saga di Indiana Jones:

“I predatori dell’arca perduta” – La prima avventura non si scorda mai

“INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO” – Un cult da riscoprire

Recensione “Indiana Jones e l’ultima crociata”

Recensione "Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo"

"Flash" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Barry Allen è un tipo estremamente sensibile. Non ha molti amici, è da sempre innamorato di una bella ragazza, Iris West, anche se non riesce a dichiararsi. Trascorre le sue frenetiche giornate tra casa e ufficio, esce sporadicamente, per lo più quando deve risolvere qualche situazione intricata e combattere il crimine nei panni di Flash, il suo eroico e scarlatto alter-ego.

Barry è legatissimo ai suoi genitori, o perlomeno all’idea e al ricordo che possiede di essi. La madre è infatti scomparsa da tanti anni e il padre, beh, si trova in un posto in cui Barry può recarsi alquanto raramente.

Come dicevo, Barry è molto sensibile e manifesta quotidianamente questo aspetto del suo carattere, soprattutto sul luogo di lavoro nel quale, neanche a dirlo, è l’ultima ruota del carro e non viene minimamente apprezzato dai superiori per il suo impegno né tantomeno per la sua dedizione. Tutt'altro.  Egli viene criticato aspramente per il suo essere cronicamente in ritardo e deriso ancor di più per la sua lentezza, per il suo dedicarsi con uno scrupolo eccessivo ad analizzare le tracce e le prove dei tanti casi che arrivano sulla sua scrivania e presso il suo laboratorio forense. Barry sa di avere a che fare con la vita delle persone e proprio per questo non prende le cose alla leggera come altri suoi colleghi; in un mondo approssimativo e menefreghista Barry si sente come un pesce fuor d'acqua

Barry ha patito una tragedia personale che lo ha reso, in parte, ciò che è. Sua madre è stata assassinata quando era solamente un bambino e suo padre è stato accusato e condannato per un omicidio che non ha commesso. Egli è conscio dell'innocenza del padre, ed è fermamente convinto che il sistema giudiziario non funzioni a dovere. 

Come ogni eroe che si rispetti Barry spera di poter cambiare le cose, di modificarle per renderle migliori. Un giorno Barry scopre che i poteri di cui dispone gli permettono di viaggiare attraverso le epoche. Il guardiano di Central City intuisce così di avere la facoltà di mutare realmente il passato e di poter salvare colei che ama più di ogni altra cosa: la sua mamma. Dunque Barry inizia a correre, come mai aveva fatto fino ad allora. Attorno a lui, oltre la “bolla” che cintura la sua cavalcata, l’eroe vede tutta una sequela di immagini, di reminiscenze, schegge screziate, scaglie poco nitide della sua vita trascorsa. Si tuffa a capofitto in una di esse e torna indietro nel tempo, impedendo la morte di sua madre. Poco dopo, Barry riprende il suo incedere superveloce per fare ritorno al futuro, ma, senza alcun preavviso, viene attaccato da un altro velocista che lo scaraventa in una linea temporale alternativa. In questa nuova time-line Barry incontra un altro sé stesso, giovane e scanzonato.

Il viaggio dell’eroe è appena cominciato.

Il film "The Flash" è interamente strutturato sul valore e sul significato di un viaggio unico e irripetibile. Il percorso di questo velocista che galoppa a ritroso nel tempo per cambiare lo svolgersi degli eventi e dunque evitare la tragedia personale si trasforma in una peripezia catartica, in un'odissea purificatrice necessaria per attenuare la sofferenza che pulsa nel suo animo ed accettare ciò che è stato e che non può essere alterato. I poteri di Flash gli permettono di guarire rapidamente dalle ferite del corpo, ma non possono nulla per quelle del cuore. Ecco che la corsa di Flash, a zonzo fra le “ere” del suo avvenuto, si configura come una peregrinazione che conduce verso l'elaborazione del lutto

Nel suo itinerario incerto, caotico e incalzante, Barry incontra un Bruce Wayne anziano, stanco e solo. Il giovane e il vecchio, entrambi segnati da una perdita in tenera età, hanno modo di relazionarsi, di confrontare il rispettivo vissuto. Bruce porta ancora i segni del suo tormento, essi lo hanno marchiato nel profondo, come una cicatrice celata sottopelle. Per gran parte della sua vita, Bruce ha protetto la città di Gotham portando sul petto il simbolo del pipistrello. Fu per lui un modo per affrontare il dolore, per seppellirlo, per nasconderlo sotto lo strato di una maschera scura.

Col passare degli anni, Bruce sembra aver fatto pace con i suoi rimpianti, con le sue angosce e i suoi rammarichi, riconoscendo che essi lo hanno reso Batman. Senza la perdita dei suoi genitori, senza quel cordoglio subito, Bruce non saprebbe dire chi è in realtà.

Per Barry, invece, la ferita che gli è stata inferta dalla perdita della madre gronda ancora sangue e solo al raggiungimento della meta, al culmine del viaggio essa si cicatrizzerà del tutto. 

L’anziano Bruce, tuttavia, appare rassegnato, logorato, sfibrato da un’esistenza di solitudine. Gotham City è ormai una città sicura e lui non ha più alcun incentivo per rimettere l’armatura, per sentirsi nuovamente vivo. 

Il carattere di Barry, la sua intraprendenza, il suo ardore, la sua voglia di battersi per un mondo che ama e che vuole salvare - il mondo in cui egli ha ritrovato la madre - contagiano quel Bruce demotivato, misantropico, che non possiede più alcun impeto, alcuna ragione per battersi. Bruce torna così ad indossare il suo costume, torna a lottare per merito di Barry, il quale restituisce al Crociato Incappucciato l’energia per esporsi fino a morire per un bene superiore. 

Il Batman di Michael Keaton così come appare in Batman - Il ritorno - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su "Batman Returns" cliccando qui.

In questo sentiero tortuoso che Barry intraprende fa la sua comparsa un altro personaggio, Kara, una fanciulla anch'essa rimasta sola, anch'essa abbandonata. Barry la vede e prova per lei un'immediata compassione. Kara è deperita, scheletrica, sembra del tutto priva di forze, è scavata in viso, smunta, come se la sua pelle non avesse mai ricevuto il caldo bacio del sole. Pur non conoscendola, Flash decide senza esitazioni di raccoglierla tra le braccia e di trarla in salvo. Ecco che la sensibilità di Barry affiora in tutta la sua grandezza. L'eroe di Central City non passa oltre, non va avanti per la sua strada, non ignora una sconosciuta bisognosa di aiuto, la porta con sé restituendole la libertà. È questo modo di comportarsi che rende Barry Allen un uomo diverso dagli altri, un uomo buono, un puro di cuore. Barry è dotato di un'estrema velocità che però non gli impedisce di arrestarsi, di indugiare, di soffermarsi per scorgere i bisognosi, per prestare soccorso ai più deboli, per notare coloro che sussurrano richieste di aiuto sommessamente.

Una volta esposta ai raggi solari, Kara rivelerà di essere Supergirl, l’unica sopravvissuta, insieme al cugino Kal-El, alla distruzione del pianeta Krypton.

Quando avrà la sua occasione, Supergirl ricambierà il favore ricevuto dal Velocista Scarlatto, accoglierà a sé il corpo stremato di Barry per condurlo fino alla volta celeste, oltre le nuvole, verso quel fulmine che gli restituirà i poteri.

Supergirl ritrova la propria vigoria in una giornata luminosa, venendo lambita dai bagliori del sole, Barry, invece, in una notte buia e tempestosa, venendo raggiunto da una saetta che scintilla nell’oscurità. Barry e Kara, due estranei, un terreste e una kryptoniana, si aiutano a vicenda, si sostengono, avvicinando i loro mondi, in un sottile e bellissimo messaggio che rimarca come il fare del bene generi sempre altro bene. 

"The Flash" ha avuto una genesi travagliata, una lavorazione che definire turbolenta sa d’eufemismo. La sceneggiatura è andata incontro a molteplici riscritture, rimaneggiamenti dell’ultimo minuto che hanno prodotto brutte conseguenze. Di fatto alcune cose nella storia non tornano: ad esempio perché Barry non cerca di scoprire chi è l’assassino di sua madre?

La pellicola stessa, a causa di problematiche esterne, ha rischiato di non vedere mai la luce. Il lungometraggio ha risentito di tutte queste difficoltà nonché di una post-produzione che è stata interrotta bruscamente prima che venisse revisionata e sistemata a dovere tutta la CGI, di conseguenza esso alterna parti visivamente bellissime ad altre con effetti posticci; eppure, nonostante la mole di tali difetti, è risultata ai miei occhi un’opera entusiasmante, con un’anima e un cuore che batte all’impazzata, farcita di sentimenti vividi, ben delineati, che mi hanno raggiunto fino in fondo.

Michael Keaton catalizza l’attenzione degli spettatori col suo Batman navigato, e le sue scene di lotta sono una goduria visiva. Sasha Calle si distingue come una Supergirl efficace, caratterialmente intrepida, furiosa, indomita, generosa ed esteticamente attraente, formosa, dal fascino talmente prorompente da riempire lo schermo. Kara porta con fierezza l’emblema della casa degli El e rammenta con malinconia il suo pianeta natale e la bontà del suo popolo che viveva di speranza. Ella decide di fronteggiare gli invasori kryptoniani guidati dal Generale Zod perché essi rappresentano un’anomalia del suo mondo, essendo fautori di guerra, portatori di annientamento, di paura, di sconforto e disperazione, tutto ciò che è opposto alla speranza.

Ma l’essenza di “The Flash” è da ricercarsi nel suo attore principale, il controverso Ezra Miller, che offre una performance notevole in un doppio ruolo così ben recitato da indurre l’impressione che i due Barry Allen, il più spensierato e giocherellone e il più maturo e temprato, siano interpretati da due attori diversi. Miller riesce a trasmettere dozzine di emozioni e di stati d’animo contrastanti: gioia, rabbia, tristezza, inquietudine, timidezza, paura, acquiescenza, afflizione, impavidità. Veramente stupefacente. Le scene che coinvolgono Miller e Maribel Verdú, l’interprete di Nora Allen, sono incredibilmente autentiche, paiono avvolte da un’aura struggente, da un’atmosfera dolcissima, mesta, che travalica la cornice circoscritta della cinepresa.

Il regista Andy Muschietti pone sotto la lente di un microscopio il carattere, lo spirito, la sfera emotiva che alberga nell’intimità del protagonista, indagandola, scandagliandola, portandola a galla in tutta la sua commovente vulnerabilità. Barry Allen è un ragazzo a cui è stata strappata l’infanzia, l’innocenza, e che cerca di rendere tangibile un sogno; Barry si illude di poter riottenere una vita che non ha mai avuto, per poi arrendersi. Ed è in questa resa che egli diviene un uomo, un vero eroe.

Nei giorni in cui si confronta con il suo doppione - quel Barry immaturo, spontaneo, sereno – il personaggio cardine del film prova una serie di sensazioni contrastanti: da un lato sembra ammirare quella versione di sé cresciuta nell’affetto, nella vicinanza, nell’amore di una madre che lui ha smarrito troppo presto, dall’altro lato pare invidiarla, biasimarla tanto da infuriarsi per quella leggerezza che percepisce e che lo irrita; Barry non ha più provato quella stessa tranquillità, quella medesima felicità che evince nel suo doppelganger, gli è stata negata e crede che essa venga data per scontata dalla sua controparte.

Rapportandosi con quell’adolescente è come se Barry vedesse un riflesso allo specchio di sé che non riesce a discernere completamente; egli mira una versione di come sarebbe potuto essere, di come avrebbe potuto sentirsi, di come avrebbe potuto vivere se non avesse passato qualcosa di tanto brutto. Il legame che si crea con quel Barry ancora fanciullo permette a Flash di maturare, di progredire, di capire quello che è giusto fare: lasciarsi il passato alle spalle e, con le lacrime agli occhi, correre verso un domani che potrà portare con sé nuovi sorrisi.

La fragilità di questo Flash costituisce l’elemento più interessante dell’affresco supereroico di Muschietti. Barry è un personaggio verso cui si prova dispiacere, comprensione, pietà, e infine una nota di sincera ammirazione.

The Flash” è una pellicola talvolta ispirata e adrenalinica, talvolta goffa e disordinata, ma sempre permeata da un alone di sentimenti genuini. “The Flash” mi ha riportato alla mente il motivo per cui leggevo i fumetti da bambino e perché ho continuato a collezionarli, crescendo. Questo adattamento cinematografico, infatti, come quegli albi che escono a cadenza mensile è colorato, fantasioso, “matto”, ironico e toccante, ha un’estetica a tratti sbalorditiva a tratti marcatamente imperfetta esattamente come quei fumetti che hanno tavole tratteggiate con minuziosità e altri segmenti disegnati in maniera sbrigativa e dozzinale per poter rispettare le scadenze editoriali.

In “The Flash” tutto è possibile e tutto può accadere, è la magia dei comics presa a piene mani e trasposta al cinema in tutta la sua meraviglia e assurdità. Penso, a tal proposito, alla sequenza del salvataggio dei bambini, esagerata, improbabilissima, folle, montata con una tale stravaganza da avermi fatto esclamare un divertito “Ma cosa?”, e penso, altresì, al momento in cui Flash corre sull’asfalto, colmo di rabbia, di tristezza, accelera per poi superare la velocità della luce e, circondato da un globo protettivo, viene accerchiato dai grovigli del passato che collassano tra loro come figure sfocate, distorte, un’eco di ciò che sono state, consumandosi, disfacendosi in polvere e finendo nella sabbia del tempo che egli calca con i suoi passi come se si trovasse nel bulbo di vetro di una clessidra; una situazione che mi ha fatto urlare un sonoro “WOW”.

“The Flash” è un film che è stato in grado di emozionarmi, di farmi sorridere, perfino di farmi spuntare una lacrima, in special modo nel finale, in quella scena meravigliosa in cui Barry riceve l'ultimo abbraccio dalla sua mamma, prima di lasciarla andare verso una fine che neppure un supereroe come lui può evitare.

Superman, devastato dalla morte di Lois Lane, viaggia indietro nel tempo. Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Tutti quei poteri… E non sono riuscito a salvarla” recitava, vinto dallo sconforto, Superman mentre reggeva il corpo senza vita della sua amata Lois Lane nell’indimenticabile film del 1978.

Clark non resisterà a quella sofferenza, non riuscirà a sopportarla. Il dio si “macchierà” del peccato dell’uomo, l’egoismo dettato dall’amore. Superman emetterà un grido spaventoso, volerà alto nel cielo e interromperà il movimento della Terra, mandando indietro le lancette dell’orologio che regolano il susseguirsi del tempo per salvare la donna che ama con tutto sé stesso. La voce del padre di Superman, Jor-El, echeggiando dall’ignoto, ammonirà il figlio: “Ti è proibito interferire col destino degli uomini…” ma l’ultimo discendente di Krypton non darà ascolto, agirà istintivamente, come un terrestre mosso da sentimenti spiccatamente umani.

Anche Flash, sul finire delle vicende, rincontrando sua madre, avrà forse pensato ad una frase molto simile a quella che Christopher Reeve pronunciò tanti anni fa: tutti quei poteri, la velocità, la possibilità di oltrepassare la materia, di valicare i limiti delle epoche, dei secoli, dei decenni, e non poter far nulla per proteggere l’unica persona che vorrebbe mantenere in vita.

Flash ha varcato i confini del tempo ma ha solamente peggiorato le cose. La morte di Nora è una intersezione ineluttabile che una volta manipolata innesca una catastrofe. Flash non può fare ciò che era riuscito al Superman di Reeve. Nel suo mondo, Barry deve smettere di fronteggiare, di respingere, di contrastare un destino già scritto. L’eroe deve assecondare il suo passato per tornare al suo presente. Barry comprende pertanto che l’unico avversario da sconfiggere è lui stesso, il supplizio che lo attanaglia. Non è un caso, infatti, che il vero nemico di Flash in questa disavventura non sia il Generale Zod, una minaccia causata da un paradosso temporale, bensì proprio una versione dello stesso protagonista alternativa, oscura, diabolica, consumata da anni e anni di prove, di tentativi, di sforzi per cercare di manomettere l’ordine delle cose, il corretto fluire degli accadimenti. Il Dark Flash ha il corpo fuso nella “pietra”, nelle miriadi di scaglie kryptoniane che lo hanno trafitto battaglia dopo battaglia, senza mai ucciderlo, senza mai bloccare il suo moto. Questo velocista è un macabro ritratto di un eroe trasformatosi in un antagonista, un uomo consumato dalla sua ossessione autodistruttiva, deformato da una lunga serie di disfatte in un conflitto con il destino sul quale non potrà mai imporsi.

Il vero Barry, infine, ammette la sconfitta inflittagli dal caso, dalla fatalità, dalla sorte ingiusta, crudele, e pone fine alla sua corsa riprendendo fiato e provando un’ultima nota di sollievo fra le braccia di sua madre, osservata, ascoltata, sfiorata per un ultimo giorno. In tale frangente Barry compie forse un gesto ancor più valoroso, arduo, di quello portato a termine dall’Uomo d’Acciaio nel ‘78: sceglie volutamente di non salvare la donna che ama. Per il bene degli altri, le bisbiglia un addio mascherato con un “ciao” e scompare nel nulla. Quanto coraggio ci vuole a lasciare andare?

Flash effettua uno dei più grandi atti eroici non salvando una vita, la più cara per lui. Un che di incredibilmente drammatico.

Nora Allen avvicina così la mano alla gota di Barry, che sfrutta i suoi poteri per rallentare lo scorrere dei secondi e aumentare la durata di quel bellissimo intervallo, in cui non esiste null’altro che l’affetto tra un figlio e sua madre.

Il dolore dell'addio, dell’inevitabile distacco tra Barry e Nora viene attenuato da una carezza confortevole, che dura un istante soltanto, un singolo lampo che Flash, grazie ai suoi poteri, può assaporare più a lungo di un comune mortale, trattenendosi in quel flebile momento che sembra fermarsi e protrarsi in eterno ma che, purtroppo, svanisce come tutte le cose che il tempo, inesorabile, trascina via.  Eppure, quella frazione di secondo è rimasta incastonata nel ricordo, nelle memorie del protagonista, come un istante che si replica all’infinito.

Nel lungometraggio "Capitan Harlock", adattamento dell'omonimo manga e anime, il pirata dello spazio pronuncia una frase che recita: "Un istante ripetuto nel tempo diventa eterno..." 

Barry sa che da qualche parte, fra i fitti e intersecanti nodi del tempo, sua madre sarà sempre viva.

In quella sequenza commovente, in quell’attimo in cui Barry ha avvicinato il suo volto alla mano della mamma, egli ha vissuto un istante ripetuto nel tempo, che è divenuto concretamente eterno nel suo cuore. Laggiù quella carezza vivrà per sempre, come un frammento immortale o delle frasi soavi ripetute all’unisono per tutti i secoli e secoli a venire: 

- Ti voglio bene.

- Ti voglio bene anch'io. 

- Io te ne voglio di più.

- Io ho cominciato prima... 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere di più su Capitan Harlock cliccando nei seguenti link:

Capitan Harlock – Ai confini delle stelle

CAPITAN HARLOCK – L’uomo nell’anime, la leggenda nel cinema

Per quanto concerne l'universo del Batman di Tim Burton potrebbe interessarvi la lettura "L'arte come ritratto della follia - Il Joker di Jack Nicholson.

Infine, potete approfondire ancora di più il personaggio di Flash in questo articolo: Mitologia Greca e Supereroi – Flash, l’Ermes scarlatto

...Il "gigante" osserva la fanciulla con invadente curiosità, la indaga con i suoi occhi rimasti incantati da quella visione femminile. Lentamente, la colossale creatura sfiora con la mano la stoffa del vestito che la ragazza indossa. Kong, delicatamente, rimuove diverse parti dell'indumento portandosele poi al viso per annusare il profumo rimasto in esso. La valenza sessuale della scena è decisamente evidente: Kong tocca Ann con accortezza, spoglia la sua "sposa" passo dopo passo, sfiorandola appena, rimuovendo gli strati della sua veste un tocco dopo l'altro, come se Ann fosse un fiore a cui sottrarre un petalo alla volta per poter giungere sino all'intimità celata alla vista...

Il 13 ottobre del 1933 "King Kong" uscì nelle sale cinematografiche italiane. Potete continuare a leggere di più su questo massimo capolavoro della settima arte cliccando nei due articoli riportati di seguito.

L’amore oltre la morte – La storia dell’ottava meraviglia del mondo

“KING KONG” – Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…

Redazione: CineHunters

"Neytiri" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un padre protegge la sua famiglia, è quello il suo scopo e non vi è nulla di più importante per lui. Jake Sully se lo ripeteva con costanza. Specialmente in quei giorni, quando la minaccia portata dalla gente del cielo si abbatté nuovamente sulla sua dimora.

Aveva vissuto degli anni sereni, felici, gioiosi. Con la compagna, Neytiri, Jake aveva creato una famiglia meravigliosa: quattro figli, due maschi e due femmine, erano divenuti il centro del suo mondo. Con loro trascorreva le giornate immerso nell’ecosistema di Pandora, dove si sentiva tutt’uno con la natura, con l’ambiente che lo avvolgeva, abbracciandolo come una madre amorevole. Jake volteggiava tra le montagne volanti di Pandora, correva fra i rami robusti, lassù, sugli alberi secolari delle foreste verdeggianti, pescava negli stagni e nei ruscelli con Neteyam, il suo primogenito e probabilmente il figlio con cui Jake riusciva a relazionarsi più facilmente, capendolo al volo e apprezzandolo per la sua pacatezza e il suo senso del dovere.

Fu un periodo di felicità, di pace, di spensieratezza assoluta e indimenticabile.

Poi arrivarono. Fecero ritorno.

Nel cielo balenò un chiarore abbagliante, che coprì il tenue e rasserenante riverbero delle stelle che adornavano l’arazzo di Pandora. Questa luce brillava minacciosa. Essa significava soltanto una cosa: astronavi in avvicinamento, che rallentavano prima di fiondarsi sul pianeta.

Una nuova invasione stava per cominciare. La gente del cielo era tornata per portare morte e annientamento.

Il fuoco avvampò ovunque, i boschi furono dati alle fiamme, le piante arse si disperdevano in polvere, gli animali raggiunti dalle lingue incandescenti divennero carcasse fumanti.

Neytiri urlò, colma di rabbia e di sofferenza. Gli uomini, che tutto distruggono, erano giunti ancora una volta nella sua casa, ne avevano violato la sacralità, profanato la bellezza. Come predoni, gli esseri umani erano decisi a strappare con la forza quello che volevano, a neutralizzare ciò che ostacolava il loro cammino.

Fra quegli invasori vi era un demone tornato dall’aldilà: il colonnello Miles Quaritch. Questi era morto, perlomeno così tutti credevano. Diversi anni addietro, il colonnello si era scontrato con Jake e Neytiri e i due lo avevano sconfitto, avevano annichilito le sue armi avanzate, il frutto della tecnologia messo al servizio della guerra e della morte, uccidendolo solo con arco e frecce.

Ma la coscienza di Quaritch era sopravvissuta, custodita su di un’unità meccanica, un sistema hard drive, ed era stata inserita nella mente di un Avatar. Quaritch era resuscitato, con la stessa coscienza di prima, il medesimo carattere, la stessa sete di sangue; ma aveva ora assunto l’aspetto dei suoi nemici, coloro che maggiormente odiava, i Na’vi.

Il colonnello era pronto a dare la caccia, a fare del male, ad uccidere coloro che adesso gli somigliavano, ma solamente nelle sembianze. Quaritch non era un Na’vi, era una riproduzione, un “clone”, un essere che replicava in tutto e per tutto le caratteristiche fisiche dei Na’vi ma non avrebbe mai potuto comprenderli. Dentro di lui pulsava l’odio, l’ira, la malvagità.

Anche Jake proveniva dalla gente del cielo, anch’egli inizialmente aveva ottenuto la fisionomia di un Na’vi attraverso l’ausilio del proprio Avatar ma non si era solamente soffermato a questo; egli si era indissolubilmente legato agli abitanti di Pandora. Dapprima aveva appreso la loro cultura, i loro usi e costumi, poi, entrando sempre più in contatto con la natura del pianeta, si innamorò di quel mondo. Jake aveva voltato le spalle alla razza umana, quella specie egoista, cruenta, che sovente devasta ciò che la circonda invece di prendersene cura. Jake si era perdutamente invaghito di Pandora, amava i suoi colori vivaci, i suoi luoghi che parevano plasmati da un sogno.

Era ciò che provava nel cuore a rendere Jake un Na’vi, ancor prima dell’aspetto che aveva ottenuto in principio con il suo Avatar e in seguito diventando a tutti gli effetti un membro degli Omaticaya.

Il nemico di Jake, Quaritch, sembrava ora simile allo stesso Jake esteriormente, ma quell’apparenza non era che un inganno, un espediente sfruttato dal colonnello per mimetizzarsi sul pianeta: dentro di lui albergava una oscurità profonda, del tutto priva di luce, che nulla avrebbe mai potuto dileguare.

Jake era un guerriero, come sua moglie Neytiri. Erano entrambi decisi a combattere, a difendere i propri villaggi. Ma quando Jake vide Quaritch minacciare i suoi figli con un coltello, qualcosa nello spirito indomito del protagonista cominciò a cambiare. Subentrò la paura, un timore paralizzante. Dopo che Jake riuscì a salvare la sua prole durante uno scontro a fuoco, questi decise di non lottare più, smise di “ribellarsi”, di attaccare.

Jake voleva fuggire. Voleva solamente proteggere la sua famiglia.

"Jake Sully" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tenere al sicuro la propria compagna, i propri figli, era diventata per Jake la sola ragione di vita.

Neytiri non era cambiata, ella voleva seguitare a battersi, mossa da un tenace animo guerriero. Neytiri non voleva allontanarsi, volgere le spalle alla propria casa, nascondersi, assecondare un’esistenza da rifugiata eppure la donna comprese le ragioni di Jake; questi era terrorizzato all’idea che qualcosa di irreparabile potesse capitare ai suoi cari. Pertanto, Jake preferì dimenticare il suo trascorso di guerriero, di accantonare il suo passato di combattente.  

Jake guidò la sua famiglia verso una nuova meta, sulla costa orientale di Pandora, chiedendo ospitalità al clan della barriera corallina denominato Metkayina.

"Tonowari, la guida dei Metkayina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

I Metkayina vivono a stretto contatto con l’acqua, in villaggi che sorgono nei pressi delle rive del mare. Gli Omaticaya, il clan da cui provengono Jake e Neytiri, conducono le loro esistenze in simbiosi con le piante e gli animali delle grandi foreste, i Metkayina invece vivono in reciproco beneficio con le distese marittime e lacustri, e con gli animali che sotto la superficie nuotano liberi e beati. I Metkayina hanno un aspetto diverso dagli Omaticaya: hanno una coda più grossa e spessa, come una pinna, e mani palmate, che permettono loro di nuotare più agevolmente.

Jake e gli altri devono dunque vincere i limiti dettati dal loro fisico per essere accettati pienamente. Per far parte della popolazione, essi dovranno imparare le abitudini dei Metkayina, il loro modo di vivere e soprattutto come entrare in contatto con l’acqua e gli esseri viventi che fanno parte di essa.

Il mare di Pandora è ovunque. Esso è un’entità sconfinata, una sostanza pura, incontaminata. Si presenta come un’immensa distesa azzurra che bagna le sponde della terra, come un manto limpido e cristallino. Esso è una porta da valicare, un passaggio che può essere filtrato, un mondo da esplorare, popolato da una flora stupefacente e da una fauna incredibile, da ambienti splendidi e misteriosi.

Il mare circonda, accoglie e nutre. Il mare elargisce i suoi doni e prende ciò che vuole. Il mare culla i suoi figli o ne reclama la loro vita. Esso va amato, rispettato, temuto come un universo a sé, una realtà repleta di splendori e insidie.

Per Jake e la sua famiglia intraprendere la “via dell’acqua” significa imboccare un percorso di rinascita, di riscoperta, di mutamento, di riadattamento di sé. Essi devono ampliare le proprie conoscenze, espandere i propri orizzonti, accantonare ciò che conoscevano della terraferma per arricchire la loro mente, il proprio spirito con il sapere che solo il mare può elargire

Nei giorni a seguire la famiglia Sully inizia le sue immersioni, interagisce con l’acqua, si confronta con le bellezze situate al di sotto dello specchio liquido, osserva l’incanto del microcosmo subacqueo.

Il figlio minore di Jake e Neytiri, Lo'ak, con cui Jake ha un rapporto complesso e travagliato, fatto di incomprensioni e incomunicabilità, fa amicizia con Payakan, un giovane Tulkun che ha una pinna laterale tagliata a metà, e porta sul corpo un arpione da cui non è riuscito a separarsi. Lo’ak libera il Tulkun dal proprio flagello ed esso gli è molto grato.

I Tulkun sono dei grandi cetacei dotati di intelligenza e di una vasta sfera emozionale. Sono creature pacifiche, non attaccano mai, neppure si difendono quando vengono cacciate e predate dai “balenieri” che bramano la sostanza nascosta in loro. I Metkayina considerano i Tulkun una sorta di famiglia spirituale con cui rapportarsi, comunicare e nuotare all’unisono in quel reame vergine e puro che è il mare.

Payakan è chiamato “il reietto”. Esso naviga solitario, escluso dal resto dei cetacei, poiché viene ritenuto un “assassino”, responsabile della morte di molti suoi simili. Lo’ak non si ferma alle apparenze, alle dicerie che circolano tra la popolazione indigena. Desidera scoprire cosa è accaduto nel passato di Payakan. Collegandosi mentalmente con l’animale, egli scopre che il Tulkun era stato inseguito dai cacciatori umani di cetacei, i quali avevano ucciso sua madre.

Payakan non riuscì a tollerare quel dolore, a sopportare quel gesto tanto crudele quanto ingiusto, così chiamò a sé altri Tulkun, capitanandoli ad una rivolta contro i balenieri. Questa azione andava contro i comportamenti della specie, la quale ha una natura sommessa e mansueta. Molti Tulkun perirono sotto le lance e gli arpioni dei balenieri. Payakan venne ferito e la sua pinna mutilata. Da allora fu scacciato via, reo di aver dato luogo ad un’azione violenta e vendicativa.

I Tulkun sono creature bonarie, docili, gentili, miti. Esse non riescono a concepire la violenza, la vendetta, né sembrano possedere un istinto di conservazione che dovrebbe spingerli ad offendere e colpire una insistente minaccia per difendere sé stessi e gli altri membri del loro branco. Quando vengono sorpresi dai balenieri, i Tulkun si limitano a continuare a nuotare, ad immergersi se riescono, senza reagire nei tragici frangenti in cui vengono catturati e uccisi.

Come già detto, Jake Sully era un combattente. Non indietreggiava mai dinanzi al pericolo, non si “immergeva” per eludere l’incursione di un rivale. La paura, tuttavia, aveva spezzato le sue resistenze, parte del suo ardore. Jake paventava la possibilità di perdere un componente della propria famiglia, e di conseguenza aveva optato per deporre le armi, per “arrendersi”, decidendo di nascondersi.

Jake vuole evitare a tutti i costi il pericolo, accetta remissivamente di starsene in disparte, celato, se questo può garantire la sopravvivenza dei propri affetti. Per gran parte della storia, Jake agisce come i Tulkun: sceglie di non muovere contro il nemico, di non prendere in esame alcuna forma di violenza. Egli vorrebbe vivere in pace, anche se ciò, purtroppo per lui, non è possibile. Come i Tulkun vengono braccati e colpiti, allo stesso modo anche Jake viene tallonato da un cacciatore che vuole il suo scalpo.

"Jake e Neytiri" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il nemico di Jake è implacabile e non smetterà mai di dargli la caccia. Per i Tulkun, avere un atteggiamento “arrendevole” è un tratto comportamentale, tipico della loro specie, abituata, senza la presenza dell’uomo, a non temere alcun pericolo. Per Jake, invece, rinunciare a combattere è una scelta ponderata, influenzata da un profondo senso di protezione che avvolge il suo amore più grande, la sua famiglia. Egli sa che se sua moglie e i suoi figli dovessero combattere potrebbero cadere, perire. Jake preferisce non uscire allo scoperto, restare nell’ombra.

Ma durante il progredire della storia, Jake ricorderà che combattere per proteggere la propria famiglia, per difendere la propria casa, è alle volte necessario e ineluttabile. Payakan, in passato, quando cercò di rinvigorire lo spirito dei suoi simili, aveva tentato di far capire questo, anche se ciò gli era costato l’esilio.

In “Avatar – La via dell’acqua”, James Cameron inscena una tematica già trattata nel suo “Terminator”: scegliere se fuggire da un nemico oppure se affrontarlo a viso aperto, anche a costo di perdere qualcosa di estremamente prezioso.

Difendersi da un avversario crudele, violento e spietato è un atto necessario che ogni essere vivente può compiere. Questo concetto andava contro l’atteggiamento istintivo dei Tulkun che non conoscevano la violenza fino a che essa non gli è stata portata dall’essere umano. I Tulkun vivevano in pace, in serenità, vicini ai loro fratelli e alle loro sorelle della terraferma e dell’acqua, i Metkayina.

Fino a quando i balenieri non hanno generato la morte e il dolore, i Tulkun non avevano mai concepito azioni di rivalsa, desideri di vendetta. E nemmeno dopo lo fecero, essendo contro la loro natura. Solamente Payakan, che aveva sperimentato un dolore tanto grande da accendere in lui la fiamma della ribellione, aveva scelto consapevolmente di muovere contro un antagonista feroce e impietoso.

In “Terminator”, i protagonisti, Sarah e Kyle, fuggono per gran parte del tempo da colui che sta dando loro la caccia come un instancabile predatore: il cyborg T-800. Quest’ultimo non si sarebbe mai fermato fino a che non avesse portato a termine il proprio obiettivo.

Kyle trascinò Sarah con sé, strappandola alla presa del Terminator e difendendola ad ogni costo. Nel momento in cui Kyle trovò la morte, Sarah, che si era sinceramente innamorata di lui, smise di correre, di allontanarsi.

La donna guarderà il Terminator nei suoi occhi rossi, simili a rubini incastonati in un teschio di metallo, e troverà il modo di schiacciare quella macchina assassina sotto gli ingranaggi di una pressa idraulica. Fu la perdita di Kyle a mettere Sarah con le spalle al muro, a infondere in lei la forza e il coraggio necessari per rivolgere lo sguardo al Terminator e combatterlo senza più paura.

In “Avatar – La via dell’acqua” la morte di Neteyam, l’adorato figlio di Jake e Neytiri, scuote il protagonista. Egli avrebbe potuto cedere al dolore, allo sconforto, allo strazio di una morte ingiusta e terribile. La perdita di un figlio è per un padre e una madre il peggiore di tutti i mali, la più devastante delle sofferenze.

In quei frangenti, Jake e Neytiri cercano dentro il loro cuore la forza per tornare a combattere. Una forza che scaturisce in loro ancora una volta da un desiderio di protezione. Ambedue vogliono infatti proteggere la famiglia che è rimasta, trarre in salvo le due figlie che si trovano lontano, tra le mani del “demone” loro nemico.

Stringendo il corpo del figlio morente tra le braccia, Jake capisce di aver fallito. Si rende conto che per quanto un essere vivente si possa impegnare nel fare da scudo alla propria famiglia, la morte può colpire comunque, può strappare quanto di più caro si possiede. Realizzando questa amara verità, Jake torna ad essere un guerriero e sprona Neytiri a seguirlo, a riprendere arco e frecce per salvare le sue figlie.

Proteggere: è questo l’unico scopo del padre, l’unico scopo di Jake.

Payakan aveva mosso contro la nave del colonnello Quaritch. La forza di quell’essere che appartiene ad una stirpe pacifica si abbatté come uno tsunami che tutto travolge e sommerge.

Il mare incarnato da Payakan si era ribellato con tutta la sua potenza, giustiziando gli uomini che arrecano distruzione e dolore.

"Kiri" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nel volgere della battaglia finale, la “nave” viene ferita, diverse aperture si formano nella struttura. Jake e il colonnello duellano mentre l’acqua invade le stanze, flagellando lo “scafo”. Nel frattempo, Neytiri è rimasta prigioniera in una camera con la figlia più piccola e l’acqua sale, inghiottendo i loro corpi. Sia Jake che Neytiri non trovano una via di fuga, sono prigionieri di uno spazio stretto e circoscritto, mentre l’acqua avanza senza sosta, implacabilmente.

Il mare, fino ad allora considerato come uno spazio meraviglioso, una finestra aperta su di un regno sottostante, colmo di delizie da amare e ammirare, viene adesso scrutato come un’insidia, come un luogo che può annientare una vita. L’acqua che invade ogni zona, che occupa ogni angolo, che aumenta senza fermarsi, che non conosce pietà, viene mostrata in tutta la sua gloria terrificante. La nave dove avviene lo scontro conclusivo tra Jake e il colonnello e dove i protagonisti rischiano di morire annegati rievoca per certi versi il Titanic, tanto amato dallo stesso Cameron, che affonda, martoriato dai marosi, trascinando con sé vittime ignare e per nulla colpevoli di ciò che sta accadendo.

Jake è stremato, è prossimo ad arrendersi. L’acqua lo ha quasi raggiunto, sta per fagocitare il suo volto non permettendogli più di respirare, ma suo figlio Lo’ak, proprio il figlio con cui Jake ha sempre avuto difficoltà a interagire e verso cui ha sempre mostrato maggiore severità e inflessibilità, lo raggiunge, gli sta vicino, lo calma, gli rammenta ciò che è l’acqua, i segreti e il potere in essa contenuti.

Al contempo, Kiri, la figlia adottiva di Jake e Neytiri, invoca delle piccole creature marine che sfavillano come lucciole del mare e illumina la strada sott’acqua, raggiungendo la madre e la sorellina e traendole in salvo. 

Jake nuota con Lo’ak, fidandosi completamente di lui, ma ugualmente fatica a risalire in superficie. Verrà aiutato da Payakan, che trascinerà entrambi su. In quell’attimo, Jake comprende quanto si fosse sbagliato. Non aveva dato la giusta attenzione al proprio figlio, non lo aveva riconosciuto, non aveva visto quanto fosse maturo. Lo’ak non si era soffermato alle voci del villaggio, aveva dato fiducia a Payakan. Jake aveva preferito fidarsi ciecamente del popolo che lo aveva accolto, non mettendo in discussione nulla del loro credo. Payakan li aveva aiutati a riemergere, li aveva salvati entrambi. Tutto ciò non sarebbe successo senza l’amicizia che Lo’ak aveva intessuto con tale creatura. Jake smette di giudicare il proprio figlio, lo vede finalmente per ciò che è e non per ciò che avrebbe voluto lui fosse. In quel mare, Jake e suo figlio hanno percorso la loro via, riscoprendosi e ritrovandosi.

Il defunto Neteyam verrà affidato all’abbraccio del mare. Il fondale diverrà la sua tomba, la sua dimora eterna. Per rivederlo, per piangerlo, a Jake e Neytiri basterà immergersi fra quelle dune d’acqua: lì dove vivrà per sempre una parte di loro, del loro amore, della loro carne, divenuta tutt’uno con quel mare che tutto accoglie e custodisce gelosamente.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Cosa scriveva Gordie Lachance alla fine di “Stand by Me”?

Quella frase che componeva davanti al computer e che concludeva il suo racconto, quello che aveva dedicato ad un ricordo d’infanzia condiviso con gli amici di un tempo, qual era?

Ma sì, certo, scriveva questo: “Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?”.

Una frase decisamente ad effetto e, sotto sotto, molto veritiera. Quanti di noi si sono ritrovati in quella “affermazione”?

In fondo, l’amicizia che sboccia quando si è ragazzini è talmente sincera, schietta, disinteressata, travolgente che difficilmente può essere replicata. Quando si è bambini e si ha la fortuna di far parte di un gruppo di amici, ebbene quegli amici divengono una seconda famiglia, il nucleo delle varie giornate, compagni di cui ci si fida ciecamente, con cui ci si diverte senza remore e si resta uniti da un solido legame che sembra destinato a non esaurirsi mai. Eppure, col passare del tempo e il volgere dell’età adulta spesso e volentieri le amicizie intessute da ragazzi si disfano. La vita divide, allontana, e le strade conducono verso sentieri a volte diversi, inaspettati, sorprendenti. Delle amicizie maturate durante l’infanzia resta solo una gradevole e malinconica reminiscenza.

Chissà se crescendo anche i giovani amici di “Ci hai rotto papà” avrebbero concordato con quella frase elaborata e trascritta da Gordie al culmine del suo testo. Secondo me sì! Eccome!

A proposito di reminiscenze: fra le memorie personali che riecheggiano dal passato, quelle che risuonano come un’eco, fa spesso capolino nella mia mente, per l’appunto, “Ci hai rotto papà”. O per meglio dire: “Gli Intoccabili”.

Eh già, perché per quelli della mia generazione “Ci hai rotto papà” è sempre stato anzitutto “Gli Intoccabili”. Molti di noi allora chiamavano quel film in tal modo, con quell’appellativo piuttosto che con il titolo appropriato. Ci veniva spontaneo. D’altronde erano loro il fulcro della nostra attenzione, quella banda, gli amici che trascorrevano i pomeriggi andando in bici per le vie della città, giocando, facendo scherzi anche un po’ pesanti agli adulti, colpevoli di non comprendere più quella particolare fase della vita, di essere divenuti troppo grandi per rammentare la spensieratezza di quando si è ragazzi. Quel film parlava degli Intoccabili e per noi era semplicemente questo!

Ci hai rotto papà” è stato un piccolo classico della nostra infanzia, un lungometraggio sovente registrato sulla videocassetta dall’amico di turno, una videocassetta che veniva quasi venerata e che passava di mano in mano, da un compagno di scuola ad un altro.

Paolo (Adriano Pantaleo) e il suo papà (Antonio Allocca) nella mitica scena delle pagelle

Concedetemi il paragone azzardato ma “Ci hai rotto papà” è stato il nostro “Stand by Me”. Fermi tutti, so di averla sparata grossa!

Ne sono ben conscio, è un confronto che non può essere preso troppo sul serio. Dunque, chiarisco immediatamente: “Stand by Me” aveva una narrazione stratificata, che esplorava il contesto drammatico e miserabile in cui si svolgeva l’avventura estiva di una combriccola di ragazzini ben caratterizzati; una narrazione che sviscerava le ansie, i tormenti, le sofferenze di quei personaggi che si affacciavano lentamente ad una prima maturazione. Il nostrano “Ci hai rotto papà” si accontentava di essere una commedia scanzonata, fracassona, grezza eppur frizzante e piena di cuore, che aveva dalla sua un fascino difficile da descrivere per noi giovincelli di allora che cantavamo “Noi siamo Gli Intoccabili e voi ci avete rotto”, quell’indimenticabile motivetto che ci faceva sentire ingenuamente ribelli e che tutt’oggi sappiamo intonare a memoria. Il paragone va dunque interpretato in un’ottica adeguata, preso con le dovute e giuste proporzioni, si intende.

Ci hai rotto papà” non aveva la pretesa di affermarsi come un film seminale e di formazione, voleva unicamente divertire, e con il suo piglio si è imposto come una sorta di cult generazionale, amato non certo per la sua qualità bensì per quella sua efficacissima capacità di catturare l’atmosfera e il sapore di un periodo italiano tutto nostro, nel quale ci si poteva identificare con estrema facilità.

Ebbene, l’ultima pellicola di Castellano e Pipolo era dedicata all’amicizia. Quella più bella, più lieta, sincera e allegra, quella che coinvolgeva una comitiva di ragazzetti: Marco, Stefania, Fabrizio, Andrea, Paolo, Zibbo e Carletto.

"Gli Intoccabili" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Le vicissitudini dei 7 giovanotti vengono raccontate, per lo più, da Andrea, arrivato in città da poche settimane e ancora alla ricerca di nuovi amici. Un pomeriggio, Andrea prova ad avvicinarsi agli “Intoccabili”, i quali si intrattengono nel cortile del suo palazzo. Tutti gli Intoccabili, ad eccezione di Zibbo, vivono nello stesso condominio. Già, un po’ come i Goonies che abitavano nello stesso quartiere. Concedetemi questo sottile parallelismo, suvvia.

Dunque Andrea irrompe d’un tratto, mentre gli altri sono intenti a giocare a calcio, raccoglie il pallone tra i piedi e inizia a fare qualche dribbling, venendo però ignorato dagli altri che proprio non vogliono accettarlo fra le loro fila.

Vattene che è meglio!” – grida uno di loro.

Sì, vattene, che è proprio meglio!” – grugnisce qualcun altro.

Andrea, il protagonista, avverte sulla sua pelle ciò che molti altri ragazzini sperimentano in quella fascia d’età: la difficoltà ad inserirsi in un gruppo, a fare amicizia avendo l’etichetta del “nuovo arrivato”, visto, frequentemente, come una “minaccia” per un team ben affiatato. Andrea però non si dà per vinto e alla sua maniera si prende la sua rivincita sugli Intoccabili, rei di avere atteggiamenti presuntuosi, architettando una rivalsa coi fiocchi. Quasi inaspettatamente, dopo un confronto goffo e burlone, Andrea viene finalmente accolto dagli altri, che ridono delle sue inventive argute.

Per dirla tutta Andrea si ritrova a fronteggiare in un “vero e proprio duello” Fabrizio, il quale dà sfoggio della sua tecnica sopraffina, mimando tutte le temibili mosse di Karate che è in grado di applicare in una singolar tenzone. Andrea assiste con un fare imperturbabile a quei gesti minacciosi, poi estrae una pistola giocattolo che spruzza vernice “inchiostrata” e sporca la faccia di Fabrizio.

Tutti scoppiano in una fragorosa risata e Paolo commenta: “Avete visto? Lo ha fregato come Indiana Jones!”.

In effetti, la dinamica degli eventi ricorda uno dei combattimenti più simbolici (e brevi) de “I predatori dell’Arca perduta”, quello in cui l’archeologo si imbatte in uno spadaccino che lo sfida apertamente; questi si pavoneggia, palesando l’invidiabile destrezza che possiede nel dimenare la propria lama. Indiana Jones non si lascia impressionare e, quasi annoiato, estrae il revolver e con un secco e preciso colpo si disfa del suo rivale. L’ironia della sequenza è evidente e ha contribuito alla sua iconicità.

Come Indy anche Andrea si è dunque “liberato” dell’avversario che si dava tante arie con una mossa rapida e “indolore”. Gli Intoccabili se la fanno sotto dalle risate, perfino Fabrizio si fa conquistare dall’arguzia di Andrea e gli porge la mano. Come per magia, esattamente come accadeva un po’ a tutti durante quegli anni d’infanzia e preadolescenza, l’amicizia tra Andrea e gli altri Intoccabili nasce tra un sorriso e una burla.   

Ci hai rotto papà” non aveva una trama ma una raccolta di momenti, un insieme di frammenti, di spaccati di vita quotidiana in cui i protagonisti dopo la scuola si incontravano al cinema Esperia, la loro “base”, una sala cinematografica rimasta in disuso, con la platea abbandonata a sé stessa, il palcoscenico che cadeva a pezzi; ciò nonostante per quei ragazzini quel cinema costituiva un riparo, un rifugio, il loro mondo grazie al quale isolarsi da tutto il resto e vivere la loro intensa amicizia. Il cinema, del resto, è un luogo intriso di un’astratta magia: in esso vengono materializzati i sogni, prendono vita le immaginazioni, le fantasie impresse su di un nastro di celluloide. E così il cinema è per Gli Intoccabili il posto ideale in cui ritrovarsi, in cui progettare e dare seguito a tutte le loro fantasticherie, a tutte le loro marachelle punitive verso gli adulti indifferenti.

L’ultimo film trasmesso presso il cinema Esperia è “Gli Intoccabili” di De Palma, la cui locandina campeggia all’ingresso della sala. Tutti i ragazzini avevano modificato il poster inserendo sul volto dei personaggi del film i loro visi di bambini. Quella “base” recava in tutto e per tutto il loro tocco irriverente.

Ci hai rotto papà” è stato un film sull’amicizia che quelli come me, che appartengono agli anni ’90, oppure coloro che sono nati negli anni ’80, hanno adorato incondizionatamente durante le elementari e le medie, e hanno continuato a guardare e riguardare con inalterato affetto una volta raggiunto il traguardo dell’età adulta. Si tratta certamente di una commedia sconclusionata, caratterizzata da un montaggio scompigliato, caotico, che sembra inconsapevolmente richiamare il disordine, la frenesia, il ritmo incalzante che cadenzava le giornate della preadolescenza, fatte di corse e divertimenti fino a sera, di appuntamenti con i compagni, di compiti a casa, di ore noiose passate in classe e di pagelle mostrate con timore ai genitori.

La fatica cinematografica finale di Castellano e Pipolo metteva in scena trovate stupidotte, puerili, ma anche genuinamente esilaranti.

Una sequenza, fra tutte, vantava una grazia rimasta immutata: quella in cui Paolo e Zibbo si incontrano e stringono amicizia.

È buio, la luce nel condominio è saltata, Paolo, per le scale, sente qualcuno o qualcosa singhiozzare nel silenzio, come il miagolio di un gatto. È così che conosce Zibbo, rimanendo a lungo nell’oscurità: i due non si vedono, non sanno che faccia hanno, ma chiacchierano come se potessero guardarsi negli occhi. Paolo conforta Zibbo, che ha paura del buio, lo tranquillizza, fino a che la luce non torna improvvisamente. In quell’istante Paolo vede chi ha davanti a sé: un ragazzino di colore. Si allontana di scatto, quasi scioccato. Ma che andate a pensare!

Paolo non indietreggia di certo perché Zibbo ha la pelle scura, bensì perché Zibbo indossa un cappello e una sciarpa targate Juventus.

Paolo, napoletano doc, mugugna: “Sei della Juve?”.

Zibbo risponde prontamente e con una nota di fierezza: “Sì!”.

E Paolo, sornione, replica: “E vabbè, dai, nessuno è perfetto”.  E i due da quel momento divengono amici per la pelle.

Questa scena possiede un garbo evidente: mostra, con una trovata geniale, come i bambini siano incapaci di provare alcuna forma di odio razziale. Quando Paolo vede per la prima volta Zibbo resta stupito, malamente impressionato dalla sua fede calcistica, non certo dal colore della sua pelle. Nel buio erano uguali esattamente come lo sono alla luce.

Quando guardavamo “Ci hai rotto papà” da piccoli ci immedesimavamo in tante situazioni: nelle partite di calcio in cortile, quando il pallone calciato di punta toccava la finestra del vicino iracondo, che si affacciava e sbraitava. Ci immedesimavamo nelle attività degli Intoccabili, come lo scambio delle figurine dei calciatori al ritmo di “Ce l’ho! Ce l’ho! Mi manca!”, così come nei giri in bicicletta, nei gelati mangiati in compagnia, nei citofoni suonati per poi correre di gran carriera nonché nelle letture dei fumetti di Dylan Dog.

E da adulti, “Ci hai rotto papà” si lascia guardare con malinconia, generando nello spettatore una sana sensazione di rimpianto per un mondo che non c’è più, un mondo senza social, senza scatti fotografici pubblicati con filtri che ne abbelliscono il contorno deturpandone però il realismo, senza “storie” ritmate da brani musicali, senza spunte blu a sottolineare una visualizzazione su Whatsapp, un’epoca fatta unicamente di galoppate all’aria aperta, di partite a pallone giocate con quello che si trovava, con le porte fatte con gli zainetti usati come pali, pomeriggi di ritrovi al “solito posto”, serate consumate a registrare film su nastri di VHS evitando accuratamente la pubblicità, ad ascoltare la musica con le cuffie e il compact disc, a fare gli squilli per dire “ti sto pensando”; nostalgia dei computer antidiluviani, quelli con gli schermi grandi grandi, dei Game Boy grossi come mattonelle, della prima Playstation e della sua versione Slim, dei match a Pro Evolution Soccer in cui i nomi dei giocatori della Nazionale venivano storpiati, delle gare condotte su circuiti d’asfalto a Gran Turismo introdotte da “My favourite game” dei The Cardigans o dei campionati a Fifa intervallati da “Complicated” di Avril Lavigne. Nostalgia dei primi amori. Eh sì, “Ci hai rotto papà” parlava anche di quello.  

Andrea e Stefania interpretati da Elio Germano e Francesca Martana

Andrea si innamorava dell’amica Stefania e non sapeva come dichiararsi, come esprimere quel sentimento nato con naturalezza, tanto forte da essere nascosto con fatica e un certo imbarazzo. Dinanzi agli occhi di Stefania, Andrea voleva apparire forte, impavido, tanto da correre verso di lei per strapparla alle grinfie di una donna adulta e “cattiva” che l’aveva colta in flagrante durante uno dei loro soliti e “perfidi” scherzi. In quei momenti, Andrea incarnava tutti i ragazzini che si prendono la loro prima cotta, e che farebbero i gesti più sciocchi, audaci e altruistici pur di far ridere e pur di impressionare la ragazza che ha rubato il loro cuore.

Stefania fu il sogno proibito di molti ragazzini, me compreso. Una cotta sincera e appassionante. Ancora oggi, quando sento quel nome, Stefania, non posso fare a meno di pensare che sia un nome bellissimo, qualcosa che mi riporta alla mente l’immagine di una ragazzina graziosa e sorridente, dai lineamenti delicati, dai lunghi capelli biondo cenere, bravissima nel suonare il violino, coraggiosa e abile nel congegnare e nel perpetrare gli scherzi più arguti e divertenti; ancora oggi ogni qualvolta mi sovviene quel nome non posso che pensare ad un’infanzia perduta, ad un primo amore, ad un dolce e tenero ricordo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"La Cosa" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Era solamente un cane, col suo musetto dolce. Aveva un manto brizzolato, folto, che lo proteggeva dal freddo. Quel mattino in Antartide, quel cane scorrazzava sulla radura innevata, senza confini, e la sua andatura copriva diversi metri.

Pareva vagare senza una meta, ma era alla ricerca di qualcosa.

Un elicottero volava a bassa quota. Le pale roteavano vorticosamente e il velivolo scendeva più giù che poteva. L’intento del pilota era evidente: tallonare quel cane. Un colpo di fucile partì dall’elicottero. Il cane lo schivò. Era agile, veloce, e compiva tutta una serie di balzi senza avvertire alcuna fatica.

La pallottola del fucile trafisse la coltre di neve. Seguì un altro colpo e poi un altro e un altro ancora. L’animale eludeva con destrezza quel folle e disperato assalto alla sua vita.

Dopo una fuga estenuante, il siberian husky raggiunse la base scientifica U.S. Outpost #31. Coloro che erano di stanza in quel luogo lo accolsero stupiti e allarmati dal frastuono che echeggiava in quella landa candida e deserta. L’elicottero atterrò alla meglio, qualcuno ne venne fuori. Questi tentò nuovamente di colpire il cane, di eliminarlo, ma per errore ferì uno degli uomini della stazione. I ricercatori, convinti di avere a che fare con una persona furiosa che aveva perso il senno, reagirono, freddando il malcapitato.

Il cane era sopravvissuto. Ce l’aveva fatta.

Quell’essere aveva scelto un aspetto confacente e benvoluto: quello di un animale da compagnia, il migliore amico dell’uomo. Ne aveva imitato perfettamente le sembianze, il passo, perfino l’atteggiamento. Quando giunse nei pressi della base scientifica il cane – che non era realmente un cane - saltò in braccio ad uno dei membri del centro operativo, cominciando a leccargli le guance. Si era mostrato affettuoso, docile, spaventato. Era furbo… Tanto da emulare il tipico comportamento di un cane qualunque. Esso scodinzolava festoso, a volte tremante, ricercando l’aiuto dei suoi nuovi “padroni”.

Insinuatosi all’interno dell’edificio, il cane ebbe così modo di camminare liberamente per la struttura. Venne poi condotto in un recinto, insieme ad altri cani. Qui rivelò la propria vera natura. Nel silenzio, il corpo del quadrupede cambiò, guastandosi, mutando in una “bestia” orripilante che attaccò gli altri animali…

"Ci troviamo di fronte ad un organismo che imita le altre forme viventi. E le imita perfettamente... Questa Cosa ha attaccato i nostri cani ed ha tentato di digerirli, di assimilarli. E nel frattempo ha tentato di plasmarsi in modo da imitarli... Quella Cosa vuol diventare come noi. Se le sue cellule si diffondono potrebbero imitare qualunque essere sulla faccia della Terra.”

La creatura extraterrestre del lungometraggio di John Carpenter non è altro che paura. Paura nella sua essenza più pura, basica, primordiale. Essa rievoca l’atavico timore dell’ignoto, di quello che è sconosciuto, di ciò che non si può vedere né discernere. La Cosa è il buio, la Cosa è la notte senza il giorno, la Cosa è sfiducia, è il pessimismo cosmico, la totale assenza di speranza, l’incertezza, il dubbio martellante e atroce. La Cosa è morte, estinzione.

  • Il primo volto: la paura dello stupro

La Cosa si manifesta per la prima volta quando crede d’essere sola, lontana dallo sguardo dell’équipe. La creatura emerge dal proprio “guscio” ingannevole, tentando di uccidere gli altri cani, di fagocitarli e, al contempo, di fare proprie le loro sembianze. Viene colta in flagrante dagli studiosi, che assistono, inermi e sconcertati, alla metamorfosi di quello che credevano essere un semplice canide: la creatura appare improvvisamente dinanzi a loro come un agglomerato orrido, un ibrido informe e spaventoso, prima di dividersi da esso e fuggire per nascondersi, in attesa di attaccare un essere umano per sostituirlo.

La storia della pellicola si svolge in Antartide, nel gelo più avverso, in un ambiente circoscritto, isolato, avulso dal mondo esterno, dalla civiltà. Tutti i personaggi presenti sulla scena sono uomini, che vivono in un contesto dallo spazio esiguo, separati dalla realtà cittadina, dalla vita comune.

Non vi sono donne tra loro.

L’unica voce femminile udibile in quelle camere appartiene ad un computer, non a caso doppiato dalla procace Adrienne Barbeau. Il timbro vocale della Barbeau evoca l’immagine di una donna bellissima e desiderabile. Ma ella è solo una voce, una figura astratta, recondita, che non può essere osservata e soprattutto toccata. Il protagonista MacReady gioca una partita a scacchi con quell’aggeggio elettronico e perde, non prendendola affatto bene, sintomo di un nervosismo e di una stanchezza che nello spirito del protagonista risiedono ancor prima dell’incontro con la temibile Cosa.

La bellezza di un corpo femminile, la sua rotondità, le sue forme sono un ricordo, un sogno bramato dagli uomini che da molto, forse troppo tempo svolgono il proprio lavoro fra quei ghiacci, abbandonati a loro stessi in una sorta di microcosmo ostile, senza calore né conforto.

In un contesto simile le donne non esistono, non vengono intraviste, scrutate, ascoltate, sfiorate.

La Cosa che terrorizza gli uomini del campo può essere quindi reinterpretata come la paura di perdere virilità, se non di intaccare il proprio orientamento sessuale. Per rivelare sé stessa, per attaccare la propria vittima fino a assoggettarla, inglobarla e rimpiazzarla, la Cosa necessita di riservatezza, per non dire di intimità. Essa, celandosi dietro un volto di uomo, avvicina un compagno, nel momento in cui esso è solo e indifeso, e lo fa suo. La Cosa sembra agire come un predatore sessuale, che aggredisce la sua vittima, la sottomette dominandola, prima di prendersi tutto di lei, financo il suo corpo.

La violenza sessuale - che nel mondo reale viene subita nella maggior parte dei casi dalle donne - riduce il corpo ad un oggetto di piacere, spogliandolo di ogni altro valore, svilendolo, umiliandolo, martoriandolo. L’uomo che commette questo tipo di sopruso carnale prende con la forza quello che desidera, lo vìola, se ne appropria. Ne “La Cosa” questo tipo di aggressione che richiama in parte il modus operandi dello stupro viene patita dal sesso maschile; gli uomini vengono afferrati e risucchiati, le loro difese penetrate, vengono poi assorbiti dall’alieno che abusa di loro, fino a seviziarli, strappando loro la dignità e l’individualità.

  • Il secondo volto: la paura dell’infezione  

La Cosa agisce altresì come un virus. In un momento della pellicola, un componente della squadra suggerisce che ciascuno di essi dovrebbe prepararsi il cibo da solo onde evitare il contatto con la Cosa. Nessuno sa come agisce quell’essere, se esso sia in grado di contagiare gli uomini attraverso il tocco o il respiro. L’alieno si configura così come una specie di patogeno e la stazione diviene il centro di una epidemia incontrollata.

La paura dell’agente infettivo, del virus invisibile che giace celato alla vista, la paura del batterio che può depositarsi su oggetti, posate, attanaglia tutti i personaggi. Col passare delle ore, ognuno di essi sospetta che l’altro sia stato infettato. Per scoprire chi sia realmente stato contaminato dall’essere occorre fare un controllo del proprio sangue. Questa scelta narrativa sembra fare riferimento al virus dell’HIV, che può essere rivelato mediante un controllo del sangue. L’HIV è inoltre un tipo di virus che può essere preso con un rapporto sessuale non protetto, ecco che il tema della violenza fisica e del danno che essa causa al corpo di chi la patisce pare ripresentarsi.

Quando MacReady esamina il sangue di ciascun compagno, alcuni di essi una volta appurato di non essere stati infettati sospirano, visibilmente sollevati. Perché lo fanno?

Dovrebbero sapere di non essere divenuti delle “Cose” essendo coscienti, vigili, consapevoli del loro essere, dei loro pensieri, dell’autenticità del loro corpo. Perché, dunque, tirano un sospiro di sollievo non appena apprendono concretamente di essere sani, normali?

Gli uomini della spedizione non comprendono ancora come agisce quella creatura, temono forse che essa si possa intrufolare sotto l’epidermide, restare in incubazione prima di manifestarsi pienamente. La paura che la Cosa sia dentro di loro, che possa spuntare di colpo e controllarli, togliere loro il libero arbitrio, è predominante e terrificante.

La Cosa riesce a replicare l’esatto aspetto di un essere vivente, nonché la voce e apparentemente anche il carattere. La Cosa, quando fagocita le proprie prede, ne ottiene anche i ricordi? Gli affetti? I legami? Il talento?

L’uomo è fatto di emozioni, sensazioni, ricordi, esperienze, affetti, amori e soprattutto ha dalla sua la consapevolezza del proprio agire. La Cosa, rubando l’aspetto di un soggetto, toglie ad esso la propria identità, la propria personalità, la propria libertà, tutto. Come una malattia interna, altresì, la Cosa consuma il proprio “ospite”, deformando i tratti e la fisicità, trasformando gli uomini in rappresentazioni grottesche, ripugnanti, deturpando un corpo fatto a immagine e somiglianza di Dio per renderlo un miscuglio innaturale e repellente di facce e arti.

  • Il terzo volto: la paura del tradimento

L’alieno de “La Cosa” è un “mutaforma”, una creatura indecifrabile che, come già detto, assume i contorni degli esseri viventi che ha inghiottito. Una volta divorato il suo pasto, l’alieno si maschera camaleonticamente tra gli uomini della base, che cercano di stanarlo. Ne “La Cosa” vi è una progressiva perdita di fiducia nel prossimo che si concretizza attraverso l’impossibilità di lottare contro un nemico chiaro e distinto. In una visione più ampia, l’alieno potrebbe essere considerato una metafora della sfiducia verso i propri simili, gli esseri umani egoisti, arroganti, traditori, per nulla empatici, che voltano le spalle al proprio fratello. Ancor di più la creatura, data la sua natura infida e fraudolenta, potrebbe simboleggiare la disgregazione degli ideali tradizionali, il totale abbandono della fede, del rispetto, della credibilità verso le istituzioni, la società con le sue convenzioni, verso ogni forma di governo ritenuta falsa, corrotta, indifferente o pericolosa. Nel progredire del film i personaggi precipitano in uno Stato di Natura, non disciplinato da alcun apparato governativo, in cui regna il disordine, la furia, l’instabilità e tutti si reputano nemici tra loro pur avendo mantenuto fino a poche ore prima della comparsa dell’entità extraterrestre rapporti cordiali e amichevoli, perlomeno di facciata.

In un celebre episodio di "Ai confini della realtà" intitolato “Mostri in Maple Street”, un clima paranoico si fa strada tra le persone di una ridente zona residenziale. Maple Street è un quartiere tranquillo, molto bello a vedersi: tante villette lo arricchiscono, vi è un viale alberato, vi sono altalene sulla veranda, barbecue in giardino, le risate dei bambini risuonano dappertutto e la campanella di un venditore di gelati trilla la mattina e a metà del pomeriggio, giusto in tempo per guastare l’appetito ai più piccoli prima dell’ora di cena.

Al tramonto di un sabato come tanti, Maple Street si trova improvvisamente senza elettricità. Le macchine non partono più, i telefoni saltano, le falciatrici si fermano, l’oscurità discende dappertutto.

Rimasti soli, gli abitanti di quelle villette si riversano in strada confusi, privi di notizie dal resto della città. Un bambino si lascia andare ad una fantasia bizzarra: e se fosse tutto opera di alcuni extraterrestri? Se questi visitatori avessero volutamente emarginato Maple Street per farne il loro primo punto d’atterraggio? E se fosse il principio di una invasione?

Quella che dovrebbe essere una fantasticheria sciocca si tramuta presto in un sospetto fondato e ansiogeno. Il presentimento che un extraterrestre si nasconda in Maple Street mette gli uni contro gli altri. 

Gli alieni, che osservano lo svolgersi della situazione dall'alto, nella loro astronave, adoperano alcuni espedienti per testare la fiducia che gli esseri umani nutrono nei confronti dei loro pari: iniziano così ad accendere e spegnere le luci di certe abitazioni, attivano alcuni elettrodomestici per poi farli tacere.

Tra i residenti di Maple Street cresce l’angoscia, l’ira.

Gli abitanti iniziano ad attaccarsi, dicono apertamente ciò che non avevano mai osato dire, dimostrando di provare antipatia o addirittura odio nei riguardi dei propri vicini. Uno di essi, su tutti, rivela d'essere un guardone indiscreto, prendendosela col protagonista, reo di trascorrere le notti sul portico, ad osservare le stelle come se attendesse che qualcuno o qualcosa venisse giù dall'arazzo celeste. 

L'amicizia apparente che legava questa piccola comunità viene disfatta in pochissimo tempo, al primo segno di pericolo, al primo equivoco, e i più danno il via ad una lite sull’asfalto, colpendosi e ferendosi brutalmente. A quel punto, gli alieni prendono il decollo e si allontanano. Essi sanno che per colonizzare la Terra non occorrerà imbastire una vera guerra: basterà inculcare un brutto sentore, una sgradevole congettura, una terribile ipotesi, un pregiudizio e l'essere umano farà il resto, eliminerà colui che più gli somiglia. Perché, in fondo, è l’essere umano il vero mostro.  

Una scena di "Mostri in Maple Street"

Ne "La Cosa" i personaggi sono alle prese con un’entità aliena che mina apertamente i loro rapporti. I personaggi del film però danno l'impressione di non essere mai stati amici l'uno dell’altro ma solamente colleghi, a stento conoscenti. Nel momento in cui la Cosa appare, disgregando la già flebile unità del gruppo, i vari protagonisti delle vicende si dividono, schierandosi ben volentieri l'uno contro l'altro. La Cosa sembra ricordare che molte persone, nonostante trascorrano molto tempo a stretto contatto, finiscono per non provare nessun sentimento, nessun attaccamento reciproco.

Ne “La Cosa da un altro mondo”, il primo film che traspose il romanzo fantascientifico di John W. Campbell pur discostandosene liberamente, la presenza dell’alieno, un avversario cristallino, con un fisico imponente e minaccioso, obbliga gli esseri umani, gli uomini e le donne, a riscoprire la propria fratellanza per sconfiggere un nemico comune. Il lungometraggio si faceva portatore di un messaggio ottimistico, trionfante.

Al contrario ne “La Cosa” di Carpenter, adattamento più attinente alla versione cartacea di Campbell, vi è una visione del mondo e dell’esistenza nichilista, spietata. I valori di vicinanza, di unità, nonché i principi etici e morali del genere umano vengono erosi, sfaldati. L'uomo regredisce ad uno stadio animalesco, in cui conta sopravvivere, ed è scettico e guardingo verso chiunque. Eppure, perfino in un quadro così deprimente, in cui ognuno pensa a sé, MacReady pone attenzione al destino della razza umana. Egli sa che se la Cosa riuscisse a scappare e a raggiungere il centro urbano potrebbe propagarsi come una pandemia, fino a generare una estinzione. Pur di fermarla, il protagonista è disposto ad accettare un esito infausto per sé stesso e per tutto il corpo di ricerca. Una flebile luce di altruismo che scintilla, fiocamente, in un mondo di ombre e di nebbia.

MacReady e Childs si guardano sospettosamente nel finale. Potete leggere ancora su "La Cosa" cliccando qui.

Sul finire delle vicende, MacReady, che ha eliminato le ultime manifestazioni della Cosa dando loro fuoco, giace stremato all’esterno della struttura dove viene raggiunto da Childs: i due sono gli unici scampati al massacro. MacReady non si fida di Childs perché aveva perso le sue tracce nella bufera e d’un tratto lo ha visto ritornare. E se anche lui fosse diventato una Cosa?

MacReady non può saperlo e, oramai stanco, si arrende all’evidenza: non vi è modo di scoprirlo. I due siedono l’uno difronte all'altro, esposti al gelido soffio del vento. MacReady attende, sapendo che il domani non ci sarà. Pertanto offre da bere a Childs, rassegnato a permanere nell’ignoranza.

Entrambi non sanno nulla l'uno dell'altro. Un destino che attanaglia gli esseri umani, tutti, da sempre.

Gli uomini e le donne che interagiscono tra loro, giorno dopo giorno, nelle città, in ambienti neutrali, in luoghi comuni, provano ad avvicinarsi, a conoscersi, ad aprirsi, ma più spesso di quel che si vuole ammettere la gente non riesce mai a ravvisare, ad apprendere realmente nulla del prossimo.

Le persone, talvolta, possono essere involti, facce anonime, simulacri che si perdono nella pioggia o che si confondono nella tormenta; la stessa che sta per abbattersi su MacReady al termine della sua lotta.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Lei e Lui" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un dolore sordo, indistinto, echeggiava da quei luoghi. Una ferita sanguinava ancora, non si era mai cicatrizzata. A Hiroshima, l’aria era tuttora impregnata di morte. Tra i vicoli, lungo le strade, fra le bancarelle dei mercatini rionali, la vita delle persone scorreva lenta e scialba, con una funerea normalità, tacita e rassegnata. La città giaceva, a distanza di parecchi lustri dal bombardamento, in uno status di shock, trascinandosi a stento, recando in sé il trauma vissuto, senza la benché minima possibilità di guarigione. Le stagioni si susseguivano ma il terrore e lo strazio di quel fatidico giorno seguitavano a permeare l’aria circostante. Persino in un bel dì sgombro di nubi, con il sole all’orizzonte, i volti degli abitanti esprimevano una sofferenza atavica e una paura sempre presente.

Naoto sapeva bene quello che avrebbe trovato a Hiroshima. Anch’egli, come tutti i giapponesi, serbava nel cuore un dispiacere recondito, un’angoscia remota. Non aveva combattuto in guerra, lui, non l’aveva neppure vista con i suoi occhi, eppure ne custodiva l’orrore. A Naoto, come a tutti i suoi fratelli, fu tramandato il racconto dei tragici eventi di Hiroshima e Nagasaki, la devastazione che avvenne in quella porzione di terra, la gelida presa della morte che piombò dalle stelle velate in un giorno di caligine, spazzando via persone innocenti, anime inconsapevoli. Il dramma di un attacco così sconvolgente - perpetrato agli ultimi scampoli del secondo conflitto mondiale ad opera degli Stati Uniti d’America - segnò per sempre tutti coloro che assistettero all’immane tragedia, che sopravvissero, così come chi si affacciò al mondo successivamente, e a cui fu narrato quanto di terrificante accadde in quegli ultimi atti di guerra.

Erano trascorsi alcuni anni dall’attacco, Naoto camminava per le vie di Hiroshima e notava quanto per la popolazione fosse ancora difficile provare a dimenticare, voltare pagina, ricominciare. Ci sono eventi che lasciano un segno indelebile, lacerazioni che non possono mai rimarginarsi. Naoto vedeva tutto questo dinanzi a sé: uomini intimoriti, donne terrorizzate, bimbi disillusi e già messi a confronto con l’asperità della vita. Attorno a lui, miseria e desolazione.  La bomba era caduta il 6 agosto del 1945 e ancora emanava le sue radiazioni. No, non più quelle che facevano ammalare, che si celavano nell’ombra, occultate da un velo etereo, quelle che uccidevano lentamente, giorno dopo giorno, successive al nefasto “boom”; erano radiazioni di altro tipo, effetti collaterali di una guerra scellerata. Su Hiroshima, si propagavano “radiazioni” che contenevano al loro interno indigenza, malessere interiore, disoccupazione. Era questo ciò che la guerra aveva perpetrato. Non soltanto morte e devastazione ma gravi patologie e sofferenza; la guerra aveva lasciato dietro di sé una civiltà sottomessa al dolore, alla sconfitta, ad una sorta di assuefazione, un insieme di cittadini abituati al tormento, costretti a convivere con un eterno tetro ricordo.

Nonostante tutto la gente del luogo continuava a lavorare con orgoglio, dignità e abnegazione, utilizzando solo mezzi di fortuna, nella speranza che un giorno l’orrore che era accaduto e che ancora recava i suoi danni potesse affievolirsi, fino a sparire, inghiottito dal tempo, e da esso sorgesse un’alba nuova. Durante il suo periodo di visita, Naoto s’imbatte in un piccolo chiosco di souvenir…

Un momento, ma io non vi ho ancora detto chi è questo Naoto di cui continuo a parlare. Perdonatemi, avrei dovuto farle ben prima le presentazioni del caso. Vedete, Naoto è un vecchio eroe. No, non di certo un “eroe di guerra” o, come si suol dire in questi frangenti, un “grande guerriero”. Dopotutto, “la guerra non fa nessuno grande” - diceva un vecchio saggio. Naoto, però, era a tutti gli effetti un eroe. Un eroe di un vecchio “anime”, sì, insomma di un cartone animato, diciamo pure così.

Ebbene, Naoto era il protagonista di questo cartone, un’opera dell’animazione giapponese chiamata “Tiger Mask”. In una delle sue tante avventure, in particolare nell’episodio intitolato “Ricordando Hiroshima”, Naoto si reca, per l’appunto, nella città di Hiroshima e assiste al disagio che una fetta della popolazione è abituata ora e sempre a subire. Negli occhi dei passanti che egli scruta attentamente, nelle parole degli interlocutori a cui Naoto dedica molta attenzione, si percepisce il tenue rimbombo di un dolore strozzato, che ha radici profonde.

All’inizio dell’episodio, Naoto scrive una lettera. Nel suo testo, egli afferma di aver visitato di recente il museo della bomba atomica e di scrivere quelle parole con le lacrime agli occhi e il cuore fermo in gola. “Questa tragedia non sarebbe mai dovuta accadere.”, dice.

Girovagando qua e là fra i quartieri di Hiroshima, Naoto intravede un piccolo banco da lavoro e un mendicante che offre la sua mercanzia. Questi è solito vendere delle piccole riproduzioni di legno della Cupola di Hiroshima, il celebre edificio che rimase intatto durante lo scoppio della bomba atomica e che divenne un simbolo di speranza ma anche uno scrigno di rimpianti. In quelle miniature, Naoto vede racchiuso il vociare della popolazione civile di Hiroshima, i gesti, le risate, i canti e tutti gli schiamazzi che per le vie echeggiavano in quel 6 di agosto e che improvvisamente vennero zittiti da un’esplosione che sconvolse per sempre la città.

Quando Naoto manifesta l’intenzione di acquistare una copia del rappresentativo souvenir, il mendicante gli confida che purtroppo ha esaurito il suo articolo e quindi non è in grado di offrirglielo. Naoto non si dà per vinto. Egli è sempre più desideroso di possedere una di quelle sculture, e quindi si reca direttamente dall’artigiano che le realizza, riuscendo così a stringerne una tra le sue mani.

È in quei frangenti che Naoto si perde fra le memorie di un passato che riaffiora prepotentemente nel presente. Quando tutto fu devastato, quell’edificio - riprodotto dalla sapiente mano dello scultore in quelle studiate miniature, di cui egli e la moglie se ne disfano per soli 100 yen - resistette a quel distruttivo bagliore, al ferale rombo del nucleare. I corpi dei civili, invece, divennero polvere, portata via dal vento. Osservando le fotografie esposte al museo in cui viene perpetuato l’orrore abbattutosi su Hiroshima e contemplando il monumento riprodotto dall’artista, Naoto scava nel trascorso del suo paese. I ricordi storici e fattuali si mescolano alle sensazioni personali del protagonista dell’anime. La ferita insita nel cuore del Giappone si riapre con facilità, e Naoto sembra avvertirla su di sé, sulla sua pelle.

Ma cos’è Hiroshima in realtà? Quale segreto si nasconde in essa?

Hiroshima è anzitutto una città, il cui nome è stato consegnato alla storia. Essa è un monumento vivente, un monito pullulante di gemiti e memorie. Hiroshima è cultura, è avvenimento storico, è immagine, emozione, rimembranza. E’ essa stessa strumento di reminiscenza. Ma Hiroshima è ancor prima un “nome”. Sì, un nome. Hiroshima è un nome divenuto evocativo e onnipresente, sinonimo di orrore, di scelleratezza, di sofferenza, di follia umana.

Hiroshima… Questo “nome” lo ripetono continuamente due personaggi in particolare: lei e lui. E chi sarebbero adesso questi “lei” e “lui”, vi starete senz’altro chiedendo. Beh, nulla più di un uomo e di una donna: due sconosciuti privi di nome, incontratisi in una sera apparentemente normale, a Hiroshima, in un racconto visivo molto diverso da quello di Naoto, fin qui narrato.

Tu non hai visto niente a Hiroshima. Niente.” – dice lui, stringendo la donna fra le sue braccia.

Ho visto tutto. Tutto. L’ospedale l’ho visto, ne sono sicura. L’ospedale esiste a Hiroshima. Come avrei potuto evitare di vederlo?” - replica lei, rispondendo all’abbraccio.

Non hai visto un ospedale a Hiroshima.” – rincalza lui, con tono di chi la sa lunga e prosegue – “Non hai visto niente a Hiroshima”.

Quattro volte al museo…” – bisbiglia lei.

Quale museo, a Hiroshima?” – domanda lui.

Quattro volte al museo a Hiroshima. Ho visto la gente guardare, ho visto la gente passare pensierosa, attraverso le fotografie, le ricostruzioni. Non gli è rimasto altro. Le fotografie… Le fotografie, i diagrammi. Non gli è rimasto altro… I modellini… Non gli è rimasto altro. Quattro volte al museo a Hiroshima, ho guardato la gente, ho guardato me stessa pensosamente.”

Inizia in tal modo - con questo dialogo recitato a bassa voce - l’opera cinematografica “Hiroshima mon amour”: uno scambio di parole pronunciate sommessamente, sussurrate tra lei e lui, due amanti che vivono una notte d’amore nel centro urbano della città giapponese e parlano di quel che concerne Hiroshima, avvinghiati l’uno all’altra. Ripetono quel “nome” così tante volte, al principio o al termine delle loro frasi. Perché lo fanno?

Il nome della città di Hiroshima viene ribadito, rimarcato, come se dovesse essere tenuto a mente, ripetuto per non essere dimenticato. Quell’identificativo, “Hiroshima”, si ripresenta nel loro parlato ancora e ancora, manifestandosi come lo spettro di un essere vivente caduto, trapassato, che riappare improvvisamente perché non vuole rischiare d’essere accantonato, obliato. La donna del film, definita, come già precisato, anonimamente “lei”, menziona il museo della città. Il museo che lei stessa ha visitato.

In quei corridoi, ella ha provato le stesse sensazioni che Naoto - il personaggio da me citato giusto all’inizio - ha percepito quando anch’egli si intrattenne all’interno delle sale espositive. Dalle fotografie, dai frammenti di metallo deposti sul pavimento, si propaga un alone di spregevolezza, di turbamento, di insofferenza. La donna della pellicola ha osservato tutto questo silenziosamente. I ricordi di un dramma storico rinvengono in lei e si impadroniscono delle sue emozioni. È questo ciò che può avvenire a Hiroshima: la tragicità della guerra e le conseguenze che essa ha arrecato e che continua ad arrecare alla popolazione, nel silenzio del tempo che scorre inesorabile, riemergono con forza travolgente. 

Ad Hiroshima si è consumato uno dei più grandi orrori della storia dell’umanità, eppure il film “Hiroshima mon amour” - pellicola del 1959 diretta dal cineasta Alain Resnais e con protagonisti Emmanuelle Riva nel nel ruolo di “lei” e di Eiji Okada nei panni di “lui” – comincia con un atto d’amore. Le braccia dei due innamorati, per noi ancora oggetto di mistero, s’intrecciano fra loro. I corpi si avvicinano sempre più, attimo dopo attimo. Cos’è la guerra se non l’opposto dell’amore? Essa spezza i legami tra gli esseri umani, arreca morte, al contrario dell’amore che è soprattutto unione. Forse, è per tale ragione che il regista sceglie di dare il via alla sua narrazione filmica mostrando i personaggi congiunti in un abbraccio senza fine, in una lunga vicendevole carezza.

Ma chi sono quei due che discutono sommessamente, tra un bacio e l’altro? Lui, architetto giapponese, lei, attrice francese, si conobbero per caso. In un locale, ad Hiroshima, i loro occhi s’incontrarono e le loro anime scelsero di avvicinarsi.

La notte di passione scorre lentamente e intensamente; lei e lui dialogano, e alle loro parole si sovrappongono le immagini, fredde e spietate, drammatiche e dignitose, del recente passato di Hiroshima. La donna seguita ad ammettere di aver “visto tutto a Hiroshima”. L’uomo continua a correggerla: “Tu non hai visto niente, ancora. Niente”.

Ma lei aveva visto il dolore, nel museo. Dapprima, una gigantografia di un fungo nucleare che troneggiava in maniera macabra su una parete. Poi, una sequela di istantanee che eternavano i civili dilaniati, gettati in terra, che giacevano al suolo. Aveva scrutato i diagrammi che racchiudevano i volti devastati, le bocche distorte, le orbite private degli occhi, i dorsi ustionati. Lei camminava nel museo e si abbandonava a quel dolore, che da esso effluiva come un lezzo nauseabondo. Osservava il metallo piegato, spezzato, divelto; i fiori privi di colore, piante mostruose, petali attorcigliati su sé stessi, divenuti una massa informe, un agglomerato raccapricciante di steli.

Poi ella fuggì, lasciò il museo. Si recò a Piazza della Pace. Lì sentì caldo, un caldo afoso e intollerabile, come se avvampasse sulla sua epidermide tutto il calore del sole. Era come se percepisse sulla propria cute i segni delle medesime bruciature patite dai superstiti di Hiroshima.

Lei ne è conscia, lo sa perfettamente: ovunque a Hiroshima echeggia un dolore nascosto che si ripete ciclicamente, come un’eco inestinta, che fa sentire ancora il suo flebile grido mai soffocato del tutto. I ricordi si propagano come radiazioni.

Il dialogo tra i due prosegue. Lei si sofferma a parlare dei sopravvissuti, la gente comune che scampò al massacro. Gli effetti su di essi furono altrettanto devastanti. Le donne generavano figli malnati, gli uomini diventavano sterili, la povertà divorava la gente come una belva feroce. Sopraggiunse la fame. Il cibo veniva rifiutato, buttato via, interi raccolti lasciati morire. I pesci, dono dei fiumi e dei mari, pescati in gran quantità venivano poi abbandonati nelle reti, lasciati alla deriva. La paura che le radiazioni si fossero insinuate dappertutto e avessero contaminato ogni fonte di cibo si propagò in ogni dove a Hiroshima. Il popolo superstite si abituò al sacrifico quotidiano, ad accettare una sorte talmente ingiusta, ella dice, che “l’immaginazione, di solito pur tanto feconda, davanti ad essa si rinchiude”.

Dopotutto, cos’altro potevano fare i sopravvissuti? Se non cedere, abbassare il capo, arrendersi ad una catastrofe prodotta dall’uomo di una “razza” in guerra contro un’altra “razza”. Quel giorno a Hiroshima, però, non si attaccò un esercito nemico, si attaccò una nazione, si ferì indissolubilmente un popolo, si uccise un numero impressionante di persone in un giorno d’estate, colpevoli d’essere cittadini di un paese in guerra, “vittime necessarie” da essere sacrificate per spezzare la resistenza giapponese. Gli abitanti di Hiroshima divennero una “cifra”, un mero numero da eliminare per evitare un numero ancor maggiore di vittime se la guerra fosse proseguita ancora.

Ma cos’era Hiroshima per il mondo? Cosa divenne quel nome, quella città per il resto del globo? Nel film, lui lo chiede alla donna il giorno seguente, quando i due trascorrono insieme il mattino.

Per lei, da principio, Hiroshima significò la fine della guerra. E così fu per molti cittadini del Vecchio e del Nuovo Continente. Nulla più che un sospiro di sollievo. Hiroshima fu solamente un atto eclatante, addirittura inevitabile per porre fine alle ostilità.

Quel giorno fu una festa per molti…” – dice lui, amaramente. E infatti fu questa la prima lettura che in molti diedero a quanto successo. Poi, però, crebbe la consapevolezza. La stessa protagonista del lungometraggio rammenta: dopo il sollievo per la resa del Giappone, si insinuò il sospetto, il terrore che una cosa del genere potesse riaccadere a qualcun altro. Il mondo aveva visto per la prima volta gli effetti dell’esplosione atomica e la devastazione della sua potenza. Ma il terrore durò poco per tutti. Ad esso, subentrò l’indifferenza. E poi la paura dell’indifferenza. Può l’essere umano diventare indifferente davanti alla possibilità che un conflitto atomico possa verificarsi nuovamente? Per la protagonista di “Hiroshima mon amour” sì, l’essere umano può farlo.

Il giorno scorre via, e i due amanti occasionali faticano a lasciarsi andar via e dirsi addio. La donna inizia a svelare i segreti del suo passato. Le immagini dei suoi ricordi si mescolano alle sequenze del presente, generando un affresco di memorie e sogni indistinguibili fra loro. La donna ha modo, così, di raccontare la sofferenza che l’attanaglia, anch’essa generata dall’ombra della guerra. Quand’era una fanciulla, viveva in Francia, a Nevers.

Nevers… Un altro nome che si ripete frequentemente nel suo parlato, al pari di Hiroshima. In quella città francese, ella ha lasciato parte del suo cuore. Era una ragazza quando percorreva in bicicletta le strade di una Nevers occupata dall’esercito del Terzo Reich. In quei giorni, la giovane donna incontrò un uomo, un soldato tedesco, e i due si innamorarono. Lei era solita uscire di casa e raggiungere il suo amato nei campi o fra le rovine. La guerra sembrava essere così lontana in quei momenti. Nevers era quieta nei suoi ricordi, non vi erano colpi di artiglieria a disturbare il sogno d’amore della fanciulla. Poi, d’un tratto, accadde. Lei raggiunse il soldato, ad uno dei loro appuntamenti, e lo vide riverso a terra. Lo aveva raggiunto il proiettile di un fucile sparato da un cecchino ben nascosto. Il soldato tedesco non era ancora morto quando lei si precipitò a soccorrerlo. Gli restò accanto per tutto il pomeriggio, finché non spirò. Fu allora che anch’ella si sentì morire. Il suo primo amore le era stato strappato via inaspettatamente: l’ineluttabilità della guerra.

Osservando quel corpo senza vita, ella si scoprì di colpo impotente davanti all’imprevedibilità di un conflitto, così come della vita stessa. Né più viva e né morta, seguitò a vivere negli anni futuri. La guerra le aveva sconvolto lo spirito. Con il tempo, però, il dolore si attenuò e i ricordi del suo primo amore divennero meno chiari e delineati. Questo però non le diede pace, né la rasserenò. Tutt’altro! Non poteva accettare di dimenticare, non voleva che quei ricordi, che per lei significavano così tanto, le sfuggissero dalla mente.

E se fosse questo il vero dolore? La consapevolezza di poter dimenticare. Per lei obliare le sensazioni del primo amore caduto in guerra, per l’umanità dimenticare l’orrore perpetrato a Hiroshima. La protagonista del film non può tollerare un simile fato. Per questo, forse, in cuor suo, lei volle raggiungere quella città sita in Giappone. A Hiroshima, ella poteva coesistere con l’afflizione, condividendolo la sua sofferenza con il dolore collettivo della città e di un popolo intero che non può in alcun modo smarrire i suoi ricordi. La donna, dunque, si abbandona all’atmosfera del centro urbano, lasciandosi carezzare da lui, dall’uomo che ha incontrato, divenuto ai suoi occhi proprio “Hiroshima”, la personificazione di un dolore che fa parte dell’esistenza stessa, un dolore troppo importante per precipitare nell’oblio.

Può l’essere umano smettere di ricordare? Cancellare dalla propria mente la dolce immagine del primo amore, e l’immagine, oscura e orrifica, della bomba atomica?

Sebbene alcuni ricordi, soprattutto i più intimi e personali, possano sbiadirsi con il passare del tempo, ci sono dei luoghi che si sono fatti carico di una memoria destinata ad essere imperitura. Hiroshima per il mondo intero -  come Nevers per il personaggio dell’opera – è un “nome” ancor prima che una città, depositario di una memoria dal valore profondo: una memoria destinata a rammentarci cosa potrebbe accadere se in un infausto giorno il mondo decidesse di sprofondare nel baratro.

Autore: Emilio Giordano

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"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Quiete e tempesta

E’ una giornata uggiosa. Hermione si trova nella sua camera, tutta sola. Fuori la pioggia viene giù abbondante come un lacrimare del cielo, picchiettando contro il vetro della finestra. Il sole è schermato e le strade sembrano permeate da un alone grigio, un velo d’ardesia.

La strega più brillante della sua età sta leggendo le ultime notizie riportate su di un quotidiano. Un’altra famiglia di babbani è stata brutalmente aggredita e assassinata. Hermione adagia il giornale sul letto, è visibilmente preoccupata. Un regime di terrore si sta progressivamente instaurando.

Una voce risuona dal piano inferiore. “Hermione, il the è pronto tesoro!”.

Arrivo, mamma!” risponde la ragazza, preda dei suoi pensieri.

Una volta scesa in soggiorno Hermione si sofferma alle spalle dei genitori, punta la bacchetta su di loro e pronuncia con voce rotta un incantesimo. La strega altera i ricordi del suo papà e della sua mamma, “confondendo” le loro menti, facendo in modo che non si ricordino più di lei. Il signore e la signora Granger sono ora convinti di essere Wendell e Monica Wilkins e che il loro più grande desiderio sia quello di andare a vivere in Australia.

Hermione compie questo sacrificio con estrema sofferenza. Pur di salvaguardare i suoi genitori, ella è disposta a rimuovere la sua stessa esistenza dalle loro memorie.

Quanto coraggio, quanta forza manifesta Hermione nell’espletare un’azione simile? Quanta solitudine avrà patito nell’emettere quella magia reversibile?

In quei giorni bui e spaventosi Hermione non poteva contare su suo padre e sua madre, confidarsi con loro, raccontare in maniera più approfondita quello che stava accadendo. Non poteva trarre conforto e sicurezza dalle loro carezze, differentemente da come avrebbe potuto fare qualunque altra ragazza della sua stessa età. Doveva proteggerli, a costo di rinunciare alla loro vicinanza. Un atto tragico ed eroico che pochi altri sarebbero riusciti a portare a termine.

Se tutto fosse andato come sperava, se il bene, infine, avesse prevalso, Hermione li avrebbe ritrovati. Se invece l’impresa avesse richiesto la sua vita, beh i suoi genitori non avrebbero sofferto, non avrebbero versato neppure una lacrima, avrebbero seguitato a vivere sereni, in una incantevole bugia, nella cornice di un lieto sogno plasmato dalle arti magiche di una figlia che li aveva amati così tanto.

All’orizzonte si profilava una tempesta. La più grande battaglia per la libertà del mondo magico si sarebbe combattuta fra non molto. Harry, Ron e Hermione sapevano quello che si stagliava laggiù all’orizzonte, il pericolo che li attendeva. Presto sarebbero partiti per un viaggio che non aveva una meta certa. 

Nel frattempo, Harry si trovava al numero 4 di Privet Drive. Per l’ultima volta. I suoi zii e suo cugino Dudley erano prossimi ad evacuare l’abitazione e di gran carriera.

Nel romanzo di J.K. Rowling, mentre Vernon e Petunia si lasciano alle spalle l’uscio della loro casa, Dudley se ne resta irto sul posto, titubante, indeciso nel salire in auto e sfrecciare via. Cosa lo trattiene?

Di punto in bianco, Dudley confessa il dubbio che lo attanaglia: “Perché lui non viene con noi?”. Con quel “lui” Dudley si riferisce ad Harry. Quest’ultimo non sembra credere alle sue orecchie.

Cosa diavolo stava passando nella mente dell’odioso cugino?

Quello stesso cugino che non aveva fatto altro che dargli il tormento durante tutta l’infanzia, adesso si preoccupava di Harry, voleva sapere dove sarebbe andato, cosa ne sarebbe stato di lui, perché non montava in macchina con loro?

Sorprendentemente sì.

In quello specifico giorno, Dudley rivela un lato di sé che Harry non si sarebbe mai aspettato.

Com’è che recita quel vecchio adagio?

Ci rendiamo conto di quello che abbiamo quando lo perdiamo”, qualcosa del genere, ecco.

Ebbene, Dudley viene fulminato da una epifania che ha molto a che fare con la “massima” riportata qualche rigo più su. Egli aveva sempre dato per scontato il fatto che Harry vivesse sotto il suo stesso tetto, ritenendolo un impiccio, un fastidio. Ma Harry non era un peso, era molto molto di più: un ragazzo coraggioso, buono, che aveva salvato la vita dello stesso Dudley quando questi venne assalito dai Dissennatori. Adesso che entrambi erano sul punto di salutarsi, forse per sempre, Dudley non sapeva come reagire. Harry era impassibile, aveva sofferto troppo fra quelle mura per avere rimpianti o per lasciarsi andare ad un addio alquanto ipocrita.

Eppure, Dudley non mentiva in quel contesto. Era veramente dispiaciuto, toccato, il suo volto paonazzo era chiaramente interpretabile.

Soltanto in quel frangente, Dudley realizza che Harry, quel ragazzo magrolino e occhialuto, non era uno spreco di spazio ma un membro della famiglia a cui non era stato donato l’affetto che avrebbe meritato.

Proprio alla fine Dudley si rende conto che suo cugino ha lasciato qualcosa in lui, e si congeda da Harry stringendogli la mano. Un gesto banale nella sua semplicità ma che assume i contorni di una richiesta di scuse, di perdono.

Harry non può cancellare tutti i brutti ricordi che lo legano ai Dursley, ma ha un cuore tanto grande da non portare rancore. Salutando “Big D.” Harry apprende una lezione inaspettata: le persone, anche quelle verso cui egli stesso non avrebbe scommesso un singolo galeone o qualche zellino, possono riscattarsi, cambiare, perché non è mai troppo tardi per tornare indietro, per provare a ricominciare tutto da capo, per conoscersi nuovamente.

La scena che vede Harry e Dudley ricongiungersi è stata girata per l’adattamento cinematografico ma scartata dal montaggio finale, sebbene nel libro costituisca una circostanza così sorprendente da prendere in contropiede tanto il protagonista quanto il lettore.

Quando Harry resta solo a Little Whinging, i membri dell'Ordine della Fenice giungono in suo soccorso per scortarlo fino alla Tana.

Il piano è presto svelato: sei di loro assumeranno le sembianze di Harry mediante l’utilizzo della Pozione Polisucco, per rendere le cose più difficili ai Mangiamorte che attendono in agguato.

Ron, Hermione, Fleur, Fred, George e Mundungus Fletcher bevono quel “decotto”, trasformandosi nel ragazzo che è sopravvissuto. Il vero Harry sale sulla motocicletta di Hagrid, sprofondando in quel capiente sidecar. Proprio lui, il mezzogigante, aveva portato Harry al numero 4 di Privet Drive quando non era che un batuffolo, e ora lo faceva montare in sella al suo bolide volante per lasciare quel quartiere una volta per tutte.

Inizia, pertanto, la fuga.

Di lì a poco i Mangiamorte appaiono fra le nubi oscure, imbastendo una battaglia in volo. Ron duella con ardore salvando la vita a Tonks, mentre Alastor Moody ed Edvige muoiono nello scontro.

In quel cielo brumoso, Edvige, quella civetta delle nevi che Harry aveva ricevuto in regalo all’inizio della sua storia, fece il suo ultimo volo. Edvige sacrificò la sua vita per proteggere il suo padrone, restandogli fedele fin proprio alla fine.

Quel “gufo” dal piumaggio niveo si accostò ad Harry quando questi valicò la soglia del mondo magico, quando scoprì di appartenere ad una realtà nuova, splendida, ricca di meraviglie, in cui Harry poteva finalmente sentirsi accettato; Edvige simboleggiava una parte bellissima dell’animo di Harry: quella fanciullesca, innocente, sognante, piena di speranze, che viene brutalmente ferita, annientata, spazzata via dalla furia di Voldemort e dei suoi implacabili seguaci, che non fanno che distruggere quanto di bello, di vergine e di incontaminato, circonda Harry.

Nel racconto di J.K. Rowling la civetta viene colpita dalla maledizione fatale scagliata da un Mangiamorte mentre è rinchiusa nella gabbia che Harry porta con sé, sulle gambe. Edvige non si libra in volo, si affloscia all’interno di quella stretta “prigione”.

In genere Harry non sopportava di vedere Edvige in gabbia, avrebbe sempre voluto farla volteggiare libera. Anni addietro, quando lo zio Vernon, perfidamente, gli impediva di farla uscire dalla sua piccola “voliera”, Harry si infuriava perché sapeva che la sua Edvige soffriva, veniva assalita dalla noia, si agitava, beccando il ferro freddo della sua cella.

Harry vede morire Edvige in quella minuscola “uccelliera”, dolendosi ancor di più, non potendo vederla volare un'ultima volta con le ali spiegate. Il ragazzo verrà inoltre obbligato a far esplodere il sidecar, riducendo in cenere i resti del suo adorato animale che in un solo battito di ciglia verrà spazzato via dal fragore dell’esplosione, trascinando con sé le reminiscenze di un candore che si dissolve con lei, con la sua Edvige.

Durante il proseguimento del conflitto, Voldemort riesce a individuare il protagonista, discernendolo fra tutti grazie ad un incantesimo di disarmo che il “prescelto” è solito utilizzare preferendolo agli incantesimi più violenti. Il Signore Oscuro lancia un anatema su Harry, che reagisce: la bacchetta del protagonista riconosce il proprietario della sua gemella, respingendo fortunatamente l’attacco.

Hermione arriva tra le prime alla Tana e attende con molta apprensione che tutti gli altri raggiungano la proprietà dei Weasley per mettersi in salvo.

D'un tratto, la strega intravede Tonks accompagnata da uno dei sette Harry. Hermione realizza che quell'Harry altri non è che Ron, che questi ce l'ha fatta, che è vivo e sta bene, quindi trae un respiro profondo e gli corre incontro per abbracciarlo. Nell'esatto momento in cui i due si stringono, l'effetto della Pozione Polisucco svanisce: i capelli rossi rispuntano sul capo di Ron, che riottiene i suoi connotati. Sentendo la presa travolgente di Hermione, Ron sorride, grato.

E pensare che qualche anno prima entrambi non erano riusciti ad abbracciarsi, pur desiderandolo. Allora erano solamente due amici insicuri, incerti sul da farsi, nulla più di due ragazzini che forse si amavano già, senza saperlo davvero, senza riuscire a dedurlo con consapevolezza, troppo intimiditi per riuscire a toccarsi.

Rammentate quel momento?

Verso l’atto finale de “La camera dei segreti”, Harry e Ron sono intenti a parlottare nel mentre Neville richiama la loro attenzione: Hermione si è risvegliata, è stata curata dagli effetti della pietrificazione del Basilisco, e ha appena guadagnato l’entrata della Sala Grande. Hermione corre piena di gioia verso di loro, abbraccia Harry senza mostrare alcun problema, poi si rivolge a Ron per circondarlo con le sue braccia ma si interrompe, arrestandosi improvvisamente, tentennante, come se qualcosa le impedisse di sentirsi completamente sciolta e a suo agio.

Al contempo, Ron, lì per lì, non sa come comportarsi, come rispondere a quell’abbraccio che anch’egli ha accennato prima di indugiare, lasciandolo incompiuto.

Ne è passato di tempo da quella sera, e molto è cambiato.

Hermione e Ron adesso si abbracciano senza remore, pienamente consapevoli del sentimento che provano.

Ron ed Hermione sono maturati, sono diventati adulti, e presto il loro amore si rivelerà completamente.

Giorni dopo quella notte in cui si combatté la Battaglia dei Sette Potter, il nuovo Ministro della Magia, Rufus Scrimgeour, fa visita alla Tana portando l’eredità che Albus Silente ha lasciato ad Harry, Ron ed Hermione. Il Preside dà al personaggio cardine il boccino d'oro - quello che egli aveva quasi inghiottito nella sua prima partita di Quidditch - e la spada di Godric Grifondoro, al momento però andata perduta; Silente elargisce a Ron il Deluminatore e a Hermione un libro di raccolte fiabesche, Le fiabe di Beda il Bardo.

Harry, Ron e Hermione sanno che il tempo stringe, che la tempesta si delinea lì dove l’occhio comincia a distinguere le cose, e che non possono tardare né rimandare ancora il loro pellegrinaggio.

Prima del sopraggiungere della tempesta, però, una patina di serenità si deposita sul corpo e sullo spirito dei protagonisti, permettendo loro di rilassarsi, donandogli nuove energie, nuovi stimoli, nuova fiducia.

Una quiete confortante benché illusoria pervade l’atmosfera iniziale dell’ultima avventura di Harry Potter

Al principio de “I Doni della Morte” vi è infatti un clima di festa. Bill Weasley e Fleur Delacour stanno celebrando il loro matrimonio, tra canti e balli. Sebbene là fuori, in lontananza, le tenebre si stiano propagando, i maghi vogliono continuare a vivere la loro vita, il loro presente, cercando di estrarre da esso una sensazione di letizia, che possa alleviare le loro ansie.

Proprio perché la guerra incombe, un matrimonio assume ancor più valore e significato. Esso simboleggia l’unione tra una coppia di innamorati, è un auspicio per un futuro roseo, un inno all’amore, alla vita coniugale. Il matrimonio tra Bill e Fleur, festeggiato insieme ai familiari, agli amici più cari, è un’occasione per dimenticare momentaneamente il buio che si sta avvicinando a grandi passi e che su tutto fa calare la sua ombra.

Harry e Ginny, Ron e Hermione, Luna e il suo papà si concedono qualche passo di danza, sorridono, beati, si abbandonano per qualche ora fugace, ricordando quello che rende la vita meravigliosa. 

Come accade ne “Il padrino” e ancor di più ne “Il cacciatore”, due pietre miliari della storia del cinema, anche in “Harry Potter e I Doni della Morte – Parte Prima” la storia ha inizio con una cerimonia, un festeggiamento che precede l’avanzata dell’oscurità, della guerra.

Ne “Il padrino” il sipario si alza nel giorno in cui si sta consumando un fastoso ricevimento per il matrimonio di Constanzia, unica figlia di Carmela e Vito Corleone, il più potente tra i boss mafiosi di New York.

Mentre all’esterno tutti gli invitati festeggiano contenti questo sposalizio, all’interno della casa, in una stanza in penombra, illuminata solamente da un lumicino, il “male” sta operando velatamente.

Un uomo, tale Amerigo Bonasera, sta implorando il padrino di perpetrare una vendetta. Dopo essersi fatto incensare, gratificare col rispetto che “gli si deve concedere” Corleone acconsente a soddisfare le richieste di Bonasera, ordinando ad alcuni suoi uomini di adempiere al compito. Poco dopo, lo stesso capofamiglia esce dalla stanza dove si era svolta la conversazione e riprende a festeggiare il lieto evento con il resto della sua famiglia. Mentre laggiù gli invitati ballavano allegri, ignorando tutto, nell’interno dell’edificio il male incarnato dalla criminalità mafiosa si muoveva di soppiatto, pianificando le proprie mosse, mostrandosi compassionevole nel soddisfare le suppliche disperate di un uomo a cui era stata sfigurata la figlia e da cui la stessa mafia avrebbe tratto vantaggio, chiedendo un “favore” a sua volta.

La festa per il matrimonio di Connie costituisce un evento giulivo, che unisce e fortifica una famiglia appagata e commossa in un’occasione speciale. Ma quella dei Corleone non è una famiglia come un’altra. E quella festa è soltanto una fase momentanea di gioia e spensieratezza. Di lì a breve riprenderanno le attività malavitose, le faide con le altre fazioni, gli attacchi per strada, gli attentati violenti che arrecheranno morte e dolore. Quella cerimonia è soltanto un brevissimo lasso di tempo in cui la normalità si accosta al male che, invece, non smette mai di gravitare su tutti i presenti.

Ciò che differenzia il clima festoso de “Il padrino” rispetto a quello di “Harry Potter e I Doni della Morte Prima Parte” è che il male, nel primo caso, è attuato dalla stessa famiglia, che è quindi artefice del proprio nebuloso destino, mentre nel secondo caso i protagonisti che cercano di divertirsi e di onorare una coppia di innamorati sono vittime essi stessi di un male che vogliono respingere a tutti i costi.

Anche nella prima parte de “Il cacciatore” si svolge un matrimonio. La festa per tributare le nozze è lunga e intensa. Tutti sollazzano allegri, si lasciano trascinare dalla musica e dai fiumi di alcool, scatenandosi fino a tarda notte. Quell’atmosfera distesa, gioviale e serena si contrapporrà all’atmosfera dura, aspra, terrificante che alcuni dei protagonisti, in procinto di partire per il Vietnam, vivranno una volta che diverranno soldati e andranno a combattere. Nelle ore in cui si dilettano, i protagonisti non possono neanche immaginare l’orrore che li attende. Il male incarnato dalla guerra si profila distante, dall’altra parte del mondo. Eppure tutti loro vi andranno incontro, facendosi travolgere dall’atrocità di un conflitto scellerato.

Anche ne “Il Signore degli anelli – La Compagnia dell’Anello” il racconto parte da un giorno di festa, da una ricorrenza molto importante. Nella Contea fervono i preparativi per celebrare i centoundici anni di Bilbo Baggins. La serata di baldoria, ricca di prelibatezze culinarie e impreziosita da fuochi d’artificio, precede l’avanzata delle tenebre, il ritorno di una forza oscura che irrompe nella vita di Frodo Baggins, il nipote di Bilbo, cambiandola per sempre. A quella spensieratezza, quella gaiezza che si percepisce durante la baraonda per il compleanno di Bilbo, seguiranno il sospetto, la paura, la presa di coscienza che l’Oscuro Signore, Sauron, è ancora vivo e vuole rimpadronirsi dell’Anello che Frodo ha ereditato e porta con sé. Il male promanato dal Sire di Mordor si estende come un artiglio su tutta la Terra di Mezzo, coinvolgendo, fra tanti, quattro hobbit che in quel giorno di settembre apparivano senza alcuna preoccupazione, euforici nel tributare a Bilbo i giusti onori per la sua veneranda età.

In “Harry Potter e I Doni della Morte”, il matrimonio tra Bill e Fleur si fa carico di una valenza importantissima: è il festeggiamento di un sentimento vero, sincero, duraturo. I due innamorati si promettono amore eterno sull’orlo della guerra, prossima a scoppiare. Proprio perché la battaglia e la morte incombono, aleggiando come avvoltoi sulle teste di tutti i maghi che hanno a cuore la libertà e l’uguaglianza e che quindi vogliono opporsi agli eserciti di Voldemort, l’amore assume una consistenza ancora più grande, una virtù meritevole d’essere onorata.

Durante il rinfresco, improvvisamente, accade qualcosa: Kingsley Shacklebolt, un membro dell'Ordine della Fenice, avverte gli ospiti, dicendo loro che il Ministero della Magia è caduto nelle mani di Voldemort e che i seguaci del Signore Oscuro sono prossimi ad arrivare alla Tana da un momento all'altro.

La felicità degli istanti precedenti svanisce in un baleno. La festa è giunta al termine, quella magica illusione si è disciolta. Il male ha fatto la propria mossa, avanzando sulla scacchiera. Gli invitati cadono vittime della paura. I Mangiamorte piombano sul luogo di colpo. Ron corre verso Hermione, Harry li raggiunge e i tre si smaterializzano. Comincia così il loro viaggio. La quiete è stata spodestata dalla tempesta.

  • Il Medaglione di Salazar Serpeverde

I tre si recano a Grimmauld Place, il quartier generale dell’Ordine della Fenice, che è anche divenuta la casa di Harry, ereditata da Sirius. Qui, il trio apprende dall'elfo domestico Kreacher che il vero Medaglione di Serpeverde - che Harry e Silente avevano cercato di scovare tempo prima - è stato sottratto a Voldemort da un pentito Regulus Black e che è stato a sua volta afferrato delle sudicie mani di Dolores Umbridge.

Assunti i panni di impiegati ministeriali, Harry, Ron ed Hermione penetrano all'interno del Ministero della Magia riuscendo a trafugare il Medaglione, ma sono costretti a una fuga rocambolesca. I tre precipitano in una foresta e nell’impatto Ron si ferisce in modo grave. Hermione lo cura immediatamente, ma per rimettersi pienamente in sesto Ron avrà bisogno di qualche settimana. Passano i giorni, e i tre prendono sempre più consapevolezza che il Medaglione è protetto da una magia che lo rende pressoché impenetrabile. La rabbia, il nervosismo e un sentore opprimente di impotenza si impadroniscono di loro. Per non perdere mai di vista il Medaglione, Harry impone che venga portato al collo a turno da ognuno di loro. L’Horcrux emana un’energia negativa, che rende irascibili, annebbia la lucidità, esacerbando paure sopite in fondo al petto.

"Ron Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Ron Weasley: umanità e pentimento

In questa fase della storia, il personaggio di Ron emerge per la sua fragilità e, al contempo, per la sua immensa umanità. In passato Ron si era più volte dimostrato un amico fedele, leale, incorruttibile. Ma durante il periodo in cui i tre devono restare a stretto contatto con il Medaglione di Serpeverde e con la malvagità che esso promana, le ansie e le frustrazioni dell’ultimo figlio maschio di Arthur e Molly Weasley crescono, inasprendosi irrimediabilmente.

Col trascorrere dei giorni Ron comincia a dubitare di sé stesso, a rimuginare, a osservare quella situazione di stallo con astio e con una sempre crescente negatività. Il ragazzo si sente inutile. La ferita che ha rimediato e che impedisce al gruppo di muoversi più rapidamente gli fa provare la sensazione d’essere un fardello. Oltre ciò Ron è preoccupato per la sua famiglia. Egli non ha più notizie dei suoi fratelli e dei suoi genitori da tempo e ascolta ossessivamente la radio, sperando di non sentire il nome di un familiare tra l’elenco giornaliero dei caduti nella guerra contro Voldemort.

Più passano le ore più Ron osserva Harry e Hermione che dialogano con quella che, ai suoi occhi, ha tutta l’aria d’essere una evidente complicità e questo lo spaventa.

Una sera, Ron, accecato dal male emanato dal Medaglione, viene vinto dalla furia. Il giovane si lascia soffocare dai dubbi, dalle insicurezze, dai tormenti che lo stritolano come una tenaglia. Ron litiga con Harry, come mai era accaduto prima di allora, rinfacciandogli di non sapere cosa fare, di non avere alcun piano, perfino di non patire le preoccupazioni che crucciano lo stesso Ron.

Il mago comunica ad Harry d’essere intenzionato ad andarsene; a quel punto, Ron si volta verso Hermione domandole che cosa voglia fare, se vuole seguirlo o se preferisce restare. La strega è distrutta ma sa di non poter lasciare Harry da solo. Ron interpreta questa decisione della fanciulla in un modo netto, inequivocabile, dandosi un’unica risposta: “Scegli lui!”.

Ron fugge via, correndo con una falcata infrenabile, seminando le grida di Hermione che lo scongiura di restare; il giovane si dilegua nel nulla, salvo pentirsene subito dopo. Una volta smaterializzatosi, cessato l’effetto del Medaglione, Ron torna in sé. Il mago realizza d’essere stato soggiogato da un’ira che gli ha offuscato il giudizio, da un sentimento che ha annebbiato la mente come accade nelle notti tanto fitte da alterare quegli stessi pensieri che al mattino si schiariscono.

Sarebbe voluto tornare all’istante, ma l’imprevedibilità degli eventi glielo impedì. Ron cadrà preda di un assalto dei ghermidori e dovrà combattere per liberarsi. Passeranno settimane prima che l’ultimo dei maschi della famiglia Weasley ritrovi il suo migliore amico e la donna che ama.

Nel romanzo di J.K. Rowling, dopo l’addio di Ron, Harry e Hermione piombano nello sconforto. La ragazza piange per giorni interi, ed Harry si chiude nel silenzio. Questi prende tristemente coscienza della realtà dei fatti: il suo migliore amico, il suo alleato fin dal primo giorno se n’è andato.

Al contrario, nell’adattamento cinematografico Harry e Hermione, dopo un’iniziale fase di shock, si abbandonano ad un momento spontaneo di rilassatezza e di svago. Ascoltando una sinfonia che proviene dalla radio, Harry prende per mano Hermione trascinandola, ironicamente, in un ballo improvvisato.

I due amici, con quei passi di danza, tentano di stemperare la tensione, di non pensare alla solitudine che li affligge. Tra una giravolta ed un abbraccio, entrambi si lasciano andare ad un dolce risolino scanzonato e per qualche minuto scordano le loro paure, smettono di pensare al loro compito gravoso. E’ una scena molto dolce. In un contesto drammatico, due amici, schiacciati dalla loro missione, si prendono una pausa, cedono all’illusione che la musica, con il potere delle sue arie, possa allontanare l’onere che pesa su di loro.

D’un tratto Harry e Hermione smettono di ballare, si guardano per un istante e poi si allontanano. La tristezza torna ad impadronirsi di loro e il ricordo delle responsabilità fa capolino nelle loro menti. Hermione va via, con un’espressione afflitta. Molto probabilmente la giovane si rimette a pensare a Ron, al loro addio funesto.

Quando “Harry Potter e i Doni della Morte – Parte Prima” approdò al cinema, la scena del balletto arrangiato, assolutamente non presente nei libri, divise gli appassionati. I più dissero che quella sequenza non catturava una reazione veritiera, che non corrispondeva a ciò che i veri Harry ed Hermione avrebbero fatto, troppo stravolti dalla partenza di Ron. Ad altri la scena piacque, considerandola come una sequenza che rappresentava un’ode all’amicizia: Harry ed Hermione si sostengono a vicenda, in un periodo di grande incertezza, scherzando, imbrogliando sé stessi, provando a convincersi di poter sgomberare il proprio cuore e la propria mente da ogni affanno. Alcuni insinuarono che la scena volesse sottintendere una possibile attrazione tra Harry ed Hermione, scoccata solamente in quella contingenza e poi spentasi immediatamente; una sorta di “contentino” da dare ai fan che speravano che Harry e Hermione finissero per mettersi insieme salvo poi capire che Ron ed Hermione, per come sono stati scritti nell’arco di sette libri, si appartengono l’uno all’altra.  

Per quel che mi riguarda, la scena non mi è mai dispiaciuta. Sin dal momento in cui la vidi, la interpretai per quello che è: un balletto distensivo tra un fratello e una sorella, che giocano per obliare almeno per qualche attimo la notte scura e senza alba che gravita attorno a loro. Gli istanti finali, quando il ballo termina ed Hermione abbassa il capo, andando via, certificano questa realtà: la scena non contiene nulla di più, Hermione sa di amare Ron, soffre terribilmente la sua lontananza e non può sorridere e mostrarsi felice a lungo senza di lui. Lo stesso varrà per Harry, che appartiene a Ginny.

Dopo alcune settimane, una sera, Harry scorge tra i boschi un Patronus che ha le sembianze di una cerva. Harry segue quella creatura dai filamenti argentanti ed evanescenti che lo guida fino ai limiti di un lago ghiacciato. La spada di Grifondoro giace al di là della lastra congelata, scintillando nel buio del fondale. Harry apre un varco e si immerge nelle gelide acque. Il Medaglione che porta al collo, avvertendo il pericolo, si anima, tentando di strangolare il suo portatore, di annegarlo. Harry sarebbe morto fra quei fluttui se Ron non lo avesse agguantato e riportato sulla terraferma.

Ron torna con fare propizio in uno dei momenti più delicati della storia. Egli ricompare con il tempismo che contraddistingue i prodi, salvando Harry da morte certa. I due, recuperata la spada di Godric Grifondoro, si accingono a distrugge il Medaglione. Una volta aperto, esso fa echeggiare la voce di Voldemort. Il “Ciondolo” legge nell’animo di Ron e materializza i suoi tormenti, i suoi incubi più terrificanti.

Ron sentiva in cuor suo d’essere il figlio meno amato, concepito quando la madre voleva una bambina e pertanto accolto come una piccola, graziosa, adorabile… delusione. I suoi fratelli maggiori avevano ottenuto i successi che lui al massimo avrebbe potuto eguagliare ma mai superare. In aggiunta a tutto questo, Ron era il migliore amico del giovane mago più famoso al mondo e della strega più brillante della sua età.

Dentro di lui Ron presumeva d’essere un’ombra, senza fattezze né caratteristiche, un contorno scevro di tratti somatici e di segni particolari, a cui nessuno dava valore, credito, che nessuno avrebbe mai guardato.

Negli attimi seguenti le arti oscure di Voldemort danno forma e spessore alla più grande paura che Ron serba nella propria interiorità: che perfino Hermione possa non ricambiare il suo amore e preferire Harry a lui. Il Medaglione rende corporee e visibili le sagome di Harry ed Hermione che lo insultano, lo sviliscono, per poi unirsi in una morsa appassionata davanti agli occhi attoniti di Ron, che ne resta inorridito. Il ragazzo non si fa raggirare nuovamente, raccoglie tutta l’audacia che ha in corpo, brandisce la spada e trafigge l’Horcrux. 

Nel racconto di J.K. Rowling, Ron si prostra in ginocchio, si getta sul terriccio, in lacrime. Harry comprende l’angoscia del suo migliore amico, lo tira su, lo rassicura, riferendogli che si è fatto perdonare, poi aggiunge che Hermione per lui è sempre stata una sorella e che le ha sempre voluto bene come tale e che anche per lei è lo stesso. Ron si volta verso Harry e i due si abbracciano come fratelli riuniti.

Ron domanda perdono, ammettendo tutta la fragilità, la debolezza del suo carattere.

E’ questa la grandezza di Ron, il suo essere eccezionalmente reale. Ron sbaglia, fa sì che i suoi traumi e i suoi complessi affiorino, li manifesta, non li affoga dentro di lui con falsità, li fa effluire proprio come un essere umano vero, come un amico sincero e mai bugiardo. Egli si mortifica, chiede venia, fa quanto deve per redimersi immediatamente. Ron non è un valoroso dal manto intatto, un cavaliere probo che non arretra mai, che non perde la retta via, è un eroe irresoluto eppur pieno di coraggio, ferocia, ardimento, un uomo insicuro eppur mai arrendevole, un guerriero che si defila dal sentiero per poi riguadagnarlo. Ron commette un errore, ma espia il suo peccato.

Quando fa ritorno all’accampamento Ron rincontra Hermione, salutandola con un sorriso sgargiante e un’espressione inebetita e decisamente inopportuna viste le circostanze ed il modo in cui si era accomiatato bruscamente da lei. La ragazza lo accoglie, come ci si aspetterebbe, malamente. Lo aggredisce, lo tempesta di colpi, lo rimprovera aspramente per essere sparito e non aver dato più sue notizie. Hermione non aveva la minima idea di dove fosse finito, poteva anche essergli accaduto qualcosa di terribile e lei lo avrebbe saputo troppo tardi.

"Hermione Granger" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ron incassa poiché sa di meritarselo, ma anche questa volta si affida alla verità per rimediare. Dunque, confida ad Hermione tutto quello che ha passato e cosa ha fatto per ritrovarli. Il ragazzo dai capelli rossi racconta che una notte, nel buio, ha udito un’armonia sommessa echeggiare da una fonte imprecisata, da un luogo remoto: la voce di Hermione, l’unica ragazza che Ron abbia mai amato, l’unica donna che amerà per sempre.

Hermione pronunciava il nome di Ron, ed esso risuonava nell’aria, sospeso nella brezza, come se fosse stato bisbigliato e trascinato dal vento fino a giungere presso i suoi sensi. Questi aprì il Deluminatore e una bolla di luce volteggiò al suo cospetto, penetrandogli nel petto fino a toccare il suo cuore. Ron chiuse gli occhi, non pensò a nulla, si consegnò a quel suono, a quel sussurro, quindi si smaterializzò e comparve in un bosco brumoso. Avanzò senza sapere dove fosse, sperando, poi intravide Harry in pericolo, e lo strappò alla gelida presa della morte.

Fu la voce di Hermione a guidare Ron; essa schiarì l’oscurità, dileguò le tenebre, abbatté le distanze, permettendo al ragazzo di evitare ogni altro luogo che non fosse quello che egli voleva scovare fra tutti.

Ron agì col cuore, come aveva sempre fatto, si lasciò trasportare da esso: un cuore che batte anzitutto per Hermione e che, animato da quel raggio di luce fuoriuscito dal Deluminatore, lo riportò da lei.

Con questa confessione, Ron dichiara implicitamente a Hermione di amarla e che proprio quell’amore che egli prova per lei lo ha salvato, lo ha accompagnato e condotto fin lì come per magia. Una magia speciale, sconosciuta, che non è trascritta sui libri di testo, un incantesimo che non conosce spazi né confini, che combacia con il sentimento più intenso e vivido e che può far accadere un miracolo.

L’amore che Ron nutre per Hermione non contempla limiti. Egli darebbe la vita per lei, senza pensarci un solo istante. Questo viene dimostrato e rimarcato nel libro quando il trio è prigioniero a Villa Malfoy ed Hermione viene presa in disparte da Bellatrix, per essere torturata. In quei frangenti Ron tenta di opporsi, si offre al posto di Hermione, pretende che i Mangiamorte scelgano lui piuttosto che la sua amata. Ron è pronto a sostituirsi a lei, a soffrire e morire per lei.

Quando Ron verrà confinato in una prigione, legato ad Harry, e udirà le urla di Hermione, tremerà, ritenendole insopportabili. Ron prenderà a lottare, si contorcerà, proverà a sciogliere il nodo delle funi che tengono a freno le sue mani, non riuscendo a ragionare né a trarre respiro. Griderà il nome della ragazza più e più volte: “Hermione!! Hermione!!”.

I lamenti della strega echeggiano fino alle segrete, udendoli Ron non resta in sé, singhiozza, a stento trattiene le lacrime, colpisce a pugni i muri che lo separano da Hermione.

Amare significa volere il bene dell’altro al di sopra del proprio, sperare che l’oggetto del nostro amore non soffra mai, che stia sempre bene. In quella specifica circostanza, Ron avverte su di sé un supplizio che non può essere spiegato: egli non riesce a sopportare che Hermione venga ferita, e questo simboleggia la più autentica e profonda testimonianza dell’amore che il ragazzo ha per lei.

"Ron e Hermione" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’amore tra Ron ed Hermione

Il rapporto tra Ron ed Hermione negli scritti di J.K Rowling è un legame delineato con cura e minuziosità. Esso si sviluppa pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, anno dopo anno.

Tutto ha avuto inizio su quei binari ferroviari, in quel viaggio in treno. Allora, i due si guardarono straniti, curiosi e scettici. Il loro intuito e loro percezioni vennero tradire da una prima impressione che non fu la più consona. Hermione sembrava agli occhi di Ron tanto altezzosa e pedante, invadente e saputella, e Ron, sottoposto al giudizio di lei, fu etichettato come un fessacchiotto dai modi lievemente impudenti, che si esprimeva con la bocca piena di dolci e altre ghiottonerie.  

Qual è la frase che pronuncia Ron dopo aver dialogato con Hermione per la prima volta? Ma sì, certo:

Qualunque sia la mia Casa, spero che non sia anche la sua!”.

Eh già, Ron proprio non voleva averci niente a che fare con quella ragazzina dalla voce squillante, dai capelli sconvolti e spettinati, dall’ardire impertinente. Le ultime parole famose, come si suole dire. Se già in quel dì Ron potesse supporre, sapere che Hermione diventerà il centro del suo mondo.

Ebbene superate alcune burrascose settimane, Hermione e Ron diventano amici. Ma amici molto particolari, che il più delle volte proprio non possono fare a meno di infastidirsi, stuzzicarsi, provocarsi a vicenda, improvvisando baruffe evitabili, tafferugli coinvolgenti, dispute chiassose e parecchio divertenti. Ma alla fine di ogni bisticcio, al termine di ogni ingenuo ed impulsivo litigio, Ron ed Hermione si rintracciano e si ritrovano, non potendo stare lontani troppo a lungo. Nulla sembra mai allontanarli realmente, poiché entrambi non desiderano che la vicinanza dell’altro.

Fin dal principio, ambedue si cercano con lo sguardo, di continuo, si individuano, si scrutano e colgono dettagli dei loro volti che agli altri sfuggono. Negli adattamenti cinematografici hanno sempre avuto questa bislacca peculiarità, sin dal loro primo incontro.

Sull’Espresso per Hogwarts, la piccola Hermione si volta, getta un’occhiata all’indirizzo di Ron e gli rivela ciò che aveva riscontrato poco prima: “Hai dello sporco sul naso, lo sapevi? Proprio qui!”.

Questo stravagante modo di fare dei due, questo guardarsi e riguardarsi notando ogni piccolo cambiamento del viso dell’altro, ogni “particolare estraneo” che si deposita inavvertitamente sui loro volti, si ripeterà nel tempo, ancora e ancora.

A tal proposito ne “Il principe Mezzosangue”, nel bel mezzo di un pomeriggio di svago, Ron fa presente a Hermione di avere dei residui di burrobirra sulle labbra. Ben prima di questo episodio, quando i due sono alla Tana, Ron si accorge che a Hermione è rimasto un po’ di dentifricio vicino alla bocca. Così lo riferisce alla ragazza e cerca involontariamente di rimuovere quel rimasuglio con la sua stessa mano. I due non sono soli, con loro vi sono anche Ginny, la signora Weasley ed Harry. Hermione sorride, imbarazzata, e Ron torna in sé dopo un attimo di incomodo.

Sempre durante il sesto anno scolastico, nel pieno svolgimento di una lezione di Pozioni, Hermione annusa il profumo dell’Amortentia, un potente filtro d’amore che emana flagranze differenti per ogni persona in base a ciò che più la attrae. Hermione sente odore di erba appena tagliata, di pergamena nuova e di pasta dentifricia alla menta. Quest’ultimo aroma è un evidente riferimento all’episodio accaduto alcuni giorni prima con Ron. Nel testo letterario, invece, Hermione, mentre sta elencando a cosa corrispondono per lei i vapori che scaturiscono dalla Pozione, si interrompe bruscamente, tace, non concludendo la frase. In realtà, ella sentiva il profumo dei capelli di Ron.

Hermione e Ron hanno sempre avuto un rapporto speciale, interagiscono in un modo tutto loro, che nessun altro può capire o decifrare del tutto. Forse, soltanto Harry che era sempre stato loro accanto. Dietro i loro soliti battibecchi si cela un affetto smisurato che viene occultato, represso da quei bisticci che assomigliano sempre di più a tentativi neanche troppo velati di sublimare una tensione fisica che aumenta di pari passo alla loro maturazione. Infastidendosi, solleticandosi, beccandosi quotidianamente, Ron ed Hermione si tengono testa a vicenda, fanno valere le proprie posizioni, talvolta contrarie, attirandosi come due calamite, due opposti che si attraggono proprio a causa dei loro caratteri tanto diversi eppur complementari. Perché è questa la verità: Ron ed Hermione si completano vicendevolmente.

Talvolta nelle storie e nei racconti le coppie che lasciano il segno, le più belle e le più indimenticabili sono proprio quelle in cui i due innamorati hanno caratteri divergenti, personalità agli antipodi. Prendiamo, ad esempio, Paul e Corie, i protagonisti della splendida commedia di Neil Simon “A piedi nudi nel parco”. Al principio della loro storia, Paul e Corie si stanno trasferendo nella loro nuova casa situata all’ultimo piano del Greenwich Village. Per raggiungere l’alloggio, i due devono scalare cinque rampe di scale. Per onor di cronaca sarebbero sei, ma Corie preferisce non contare la rampa dabbasso.

Paul e Corie, A piedi nudi nel parco

L’appartamento è stato scelto da Corie fra tutti quelli che aveva preso privatamente in visione pur essendo minuscolo. La decisione fu presa in un brevissimo intervallo di tempo, su due piedi, come Corie era solita agire: quando vide quella spoglia dimora, la fanciulla si sentì subito intenerita e in quel preciso “stacco” sognò di arredarla e metterla in ordine come la sua mente, costantemente in subbuglio, le suggeriva di fare.

Non appena Paul osserva il suo piccolo domicilio si dimostra più che peritoso. L’abitazione possiede solamente due stanzette e un soggiorno sovrastato da un lucernaio, per di più danneggiato, con un vistoso foro dal quale nelle giornate di pioggia l’acqua viene giù inzuppando il tappeto e nelle notti in cui infuria la tormenta la neve si deposita lungo tutto il divano.

Lì per lì Paul avrebbe qualcosa da obiettare ma nel momento in cui realizza che Corie adora quell’appartamento così disadorno, e che la sua immaginazione si è già messa in moto, egli si placa e inizia a guardare quel luogo per come sarà e non per come è, persuaso che Corie lo trasformerà in un nido d’amore molto accogliente e confortevole.

L’entusiasmo di Corie è debordante. Nei giorni a seguire la ragazza si mette all’opera, sfruttando ogni angolo di quella esigua dimora, rendendola un appartamento sì piccino ma in cui non manca nulla, una graziosa e accattivante “bomboniera”.

Paul e Corie si sono piaciuti, si sono innamorati e sono convolati a nozze pur non avendo nulla in comune: Paul è un tipo preciso, accorto, scrupoloso, dedito alla stabilità e all’equilibrio. Corie, al contrario, è impulsiva, passionale, precipitosa, un vulcano di iniziative frivole e incontenibili. I due non potrebbero essere più diversi e per tale ragione, alle volte, finiscono per litigare. Secondo il parere degli altri, Paul e Corie potrebbero addirittura risultare incompatibili.

La madre di Corie, però, sa cosa provano entrambi e non dubita mai della solidità della loro relazione: “Non ho mai visto due persone innamorate come voi!”.

Nei loro litigi Paul e Corie si pungolano a vicenda: la donna vorrebbe che il marito fosse più spontaneo, meno rigido e impettito com’è di solito, tanto da rassomigliare a un “quacquero”. Allo stesso modo l’uomo vorrebbe che la moglie fosse meno esuberante, esplosiva, eccentrica e spiazzante.

Una sera Corie avrebbe voluto passeggiare a piedi nudi nel Washington Square Park, in pieno inverno, con le raffiche che soffiavano gelide. Del freddo non le importava, voleva soltanto sorridere alla vita, mano nella mano con Paul, avverando una fantasia sciocca ma irresistibilmente eccentrica e spiritosa. Paul si era però rifiutato, dopotutto la temperatura era scesa sotto lo 0 e avrebbero rischiato di contrarre un brutto malanno. Corie non pensava mai alle conseguenze delle sue azioni dilettevoli, per lei esisteva solo l’attimo fuggente, non prendeva mai in considerazione il domani. Paul, al rovescio, era prudente e, con un pizzico di ansia, badava sempre al dopo.

Durante uno dei loro più amari litigi Corie rinfaccia al consorte l’accadimento: scegliere di non camminare a piedi nudi nel parco nella stagione invernale è molto accorto, logico, ma non è divertente. Corie vorrebbe che Paul si rilassasse, che si sciogliesse, che smettesse di essere tanto zelante, di fare sempre la cosa giusta e di dire sempre la frase adatta ad ogni circostanza. Un giorno, debilitato dal malanno che ha contratto dormendo sul divano mentre la neve veniva giù a grandi fiocchi depositandosi sulle coperte, Paul, febbricitante, si lascia andare ad una bizzarria, compiendo quella che per lui è a tutti gli effetti una “follia” pur di far contenta Corie: si toglie le scarpe, rimuove i calzini e cammina a piedi nudi nel parco, balzando di qua e di là, da una panchina all’altra, inseguendo i piccioni come un forsennato mentre Corie, scioccata, gli va dietro, preoccupata da quel cambiamento repentino. E’ in quel momento che la donna capisce di amare Paul per il suo vero carattere, proprio perché egli è diverso da lei e non farebbe mai qualcosa di assurdo, di insensato, di pericoloso. Corie non vuole che Paul cambi.

In realtà quello che i due dicevano durante quei loro contrasti, le richieste che avanzavano, non erano che inganni, perché loro si amano per come sono realmente: Paul ama Corie perché porta brio, freschezza e imprevedibilità nella sua vita, che senza di lei sembrerebbe vuota e monotona; Corie ama Paul perché la fa sentire protetta, al sicuro, serena con la sua affidabilità e perché sa porre un freno alla sua vivacità, sovente sproporzionata.

Paul e Corie non si lascerebbero mai proprio come Ron ed Hermione, che si amano perdutamente perché trovano nell’altro quello che più desiderano, ciò che completa le loro anime.

Hermione, così arguta, diligente, seria e puntigliosa ha bisogno di Ron che la fa ridere, che la distrae dalle ansie, che le toglie il fardello di dosso facendola sentire più leggera, che la tira su e la sostiene, che pone attenzione alla sua salute, assicurandosi che dorma a sufficienza, che mangi e si riposi nei giorni in cui è oberata dagli impegni; e a sua volta, Ron, sveglio ma pigro, necessita di Hermione affinché lo scuota e lo redarguisca, esortandolo a credere di più in sé stesso, nelle proprie comprovate abilità, nel proprio coraggio.

Hermione ama Ron anche per la grande bontà di cui il ragazzo dispone. In una fase particolare del libro "I Doni della Morte", quando Ron si mostra assorto e preoccupato per il destino a cui potrebbe andare incontro una coppia di innamorati che i tre hanno visto in pericolo al Ministero della Magia, Hermione getta al suo Ron un tenero sguardo, ammirato e commosso. Harry si accorge che Hermione osserva Ron con gli occhi di un’innamorata, rapita e colpita dal cuore puro e prodigo del suo amato.

Al contempo, Ron ama Hermione anche per la sua intelligenza e per il suo talento nella magia. Si evince ciò più volte nel corso della lettura. Ne “L’Ordine della Fenice”, mentre entrambi si allenano nella Stanza delle Necessità, Ron si dice soddisfatto di essere riuscito a disarmare Hermione in una singola occasione, durante un duello, sottolineando quindi come egli sia consapevole che la strega è più in gamba di lui negli incantesimi e sia fiero di lei. Ancora ne “Il principe mezzosangue”, Ron ammette candidamente che Hermione è la migliore del loro corso. Infine, nell’epilogo de “I Doni della Morte”, Ron afferma con orgoglio che Rosie, la figlia, ha ereditato il cervello della madre, ed è felicissimo di questo. Ron adora Hermione anche per il suo acume, che lui ha sempre trovato una splendida caratteristica della sua amata.

Ron e Hermione si amano incondizionatamente anche grazie ai loro temperamenti tanto contrari ma non solo, i due si migliorano venendosi sempre incontro, trovando sempre un punto comune. Per amore di Hermione, Ron pone attenzione a delle questioni che, se non avessero coinvolto la sua innamorata, egli avrebbe di sicuro ignorato.

Nel settimo libro, Hermione e Ron si scambiano il loro primo bacio in un momento estremamente simbolico: durante la Battaglia di Hogwarts, Ron invita Harry ed Hermione a pensare agli elfi domestici, che si trovano nelle cucine del castello.

La questione riguardante gli elfi domestici ha interessato Hermione sin dal quarto anno. La condizione di schiavitù di queste creature agghindate con abiti che rassomigliano a federe bigie e rattoppate ha impietosito la ragazza, che da allora si è sempre fatta in quattro per tentare di far capire agli elfi concetti importanti come la libertà, l’indipendenza, la dignità che appartiene loro in quanto esseri viventi, dotati di intelligenza, di sentimenti, di coscienza. Gli elfi domestici, ad eccezione di Dobby, hanno sempre ignorato queste verità fondamentali, anzi si sono sempre dimostrati lieti e soddisfatti d’essere servi dei loro padroni. Hermione non riusciva a capire il perché e si batteva per modificare quella realtà che riteneva tanto ingiusta. Ron, inizialmente, faticava a comprendere l’impegno profuso da Hermione. Gli elfi erano felici in tal modo, perché tentare di cambiare qualcosa che a loro stava bene?

Passò qualche anno e, proprio durante la battaglia finale tra il bene e il male, Ron si attardò a riflettere circa il fato degli elfi domestici. Presumibilmente gli elfi erano rimasti nelle cucine, in attesa di ricevere qualche comando dall’alto, un ordine che probabilmente non sarebbe mai arrivato. Gli elfi sarebbero potuti morire soli, trascurati, dimenticati da tutti. Nel bel mezzo di una guerra, chi avrebbe mai pensato a degli schiavi?

Ron esorta così Hermione ed Harry a recarsi con lui nelle cucine, a salvare gli elfi, a dir loro di fuggire via. Hermione resta sbalordita. Fa cadere a terra la zanna di Basilisco che teneva fra le dita, corre verso Ron e lo bacia. Ron risponde al bacio, cingendo Hermione con le sue braccia, sollevandola in aria e compiendo un giro che sembra infinito. Il bacio tra Ron ed Hermione sugella una passione, un amore che i due provavano fin da piccoli e che avrebbero provato per sempre.

Nel libro, il bacio di Ron ed Hermione si avvale di un significato molto profondo: la ragazza si accorge che Ron ha capito la grandezza, l’importanza delle azioni portate avanti dalla ragazza, il valore della sua lotta per migliorare la qualità della vita degli elfi domestici. Nel pieno della battaglia, quando la mente di Ron indugia sul destino di quelle creature indifese, Hermione si rende conto che Ron le aveva sempre dato ascolto, e che ora stava mettendo in pratica ciò che da lei aveva appreso. La bontà di Ron, l’altruismo che egli nutre nei riguardi degli elfi, sciolgono definitivamente il cuore di Hermione.

Nell’adattamento cinematografico, Ron ed Hermione condividono il loro primo bacio nella camera dei segreti. Ron consegna alla fanciulla una zanna di Basilisco che ha appena asportato dai resti della creatura. Hermione, in quegli istanti, è insicura, spaventata, Ron la incoraggia, vuole che sia lei a distruggere l’Horcrux custodito nella Coppa di Tassorosso che hanno portato con loro fin laggiù. Ron avvicina il dente avvelenato del serpente alla mano di Hermione, esortandola a colpire l’artefatto. Hermione lo fa. L’Horcrux viene annientato e la camera dei segreti sembra reagire a quell’accadimento. Le acque che scorrono nella stanza si agitano, si infuriano, effluendo verso l’alto sino a travolgere Ron ed Hermione. I due, zuppi ed esausti, restano fianco a fianco, fino a farsi sopraffare improvvisamente da quell’impulso che tenevano a bada da tanto, troppo tempo. Ron ed Hermione si uniscono in una stretta infuocata e si baciano appassionatamente. Quando le loro labbra smettono di incontrarsi, i due si guardano negli occhi e ridono felici. Finalmente non devono più far finta di nulla, nascondere ciò che era tanto ovvio. Finalmente possono amarsi.

  • Ginevra, Stella del Vespro

In un particolare momento del libro Harry sonnecchia racchiuso in un sacco a pelo, disteso sul pavimento. Il protagonista si sveglia qualche minuto prima dell’albeggiare, si mette in piedi e osserva Ron e Hermione che riposano vicini. Hermione dorme sui cuscini del divano, innalzandosi su Ron. Harry nota che il braccio di Hermione ciondola verso il basso, quello di Ron se ne sta poggiato a pochi centimetri.

Le mani dei due sono tanto vicine che sembrano essersi staccate da poco. Harry comprende che Hermione e Ron si sono tenuti per mano durante la notte, abbandonando la presa solamente quando il sonno si è impadronito di loro facendo venir meno le reciproche forze. In quell’attimo, Harry viene posseduto da una tremenda solitudine. Vorrebbe anch’egli avere il suo amore vicino a sé. Vorrebbe avere Ginny. Ma lei non è lì con loro, è lontana. Harry non può vederla, parlarci, toccarla, può soltanto rimembrarla, immaginarla con la sua mente, rimirarla con i ricordi.

Harry pensa sempre a Ginny durante il suo estenuante pellegrinaggio. Nel libro questo aspetto viene rimarcato. Harry è solito cercare il nome di Ginny nella Mappa del Malandrino. Vedere le impronte della ragazza che si spostavano lo faceva stare bene.

In quei frangenti, Ginny diviene per il protagonista un pensiero confortante, una motivazione per andare avanti, per procedere nel proprio tortuoso e arduo cammino dove esitare significa cadere. L’idea di ricongiungersi a Ginny, di rivederla, di poterla abbracciare e riavere con sé, permette ad Harry di incanalare la vigoria necessaria per resistere. In questa parte del testo, la figura di Ginevra può essere paragonata a quella di Arwen, l’eterno amore di Aragorn, uno dei personaggi principali de “Il Signore degli anelli”. Quando Aragorn intraprende il suo viaggio, costellato di pericoli, per distruggere l’Unico Anello, per liberare la Terra di Mezzo dal male che la opprime, per riconquistare la corona che gli spetta di diritto e il regno che gli appartiene, Aragorn è spronato da un solo, predominante obiettivo: quello di poter sposare Arwen all’adempimento del proprio compito.

La dama di Gran Burrone è per il ramingo un’ispirazione, un incitamento a non arrendersi, una speranza che scintilla di una luce inestinguibile come una stella del vespro che brilla nell’arazzo celeste, guidando il suo tragitto come una bussola che punta costantemente verso il luogo che egli anela raggiungere. Aragorn ha un solo desiderio nel proprio cuore, quello di ottenere la mano di Arwen, un sogno che vive in lui sin da quando egli la vide diversi anni or sono mentre camminava fra le verdi betulle.

Arwen possedeva una bellezza eterea, celestiale, i suoi passi a piedi scalzi ed il suo incedere effondevano la medesima grazia di Lúthien Tinúviel. Quando Aragorn la contemplò credette di essersi smarrito in un sogno, allietato da una melodia elfica, leggiadra e soave come le note di una arpa pizzicata con tocchi lesti ma morbidi. L’erede di Isildur si innamorò a prima vista di lei.

Aragorn si affida all’immagine di Arwen, al ricordo del suo volto, dei suoi lineamenti, per cavare da sé stesso la tempra e non arrendersi. Quando è costretto ad intraprendere il Sentiero dei Morti, ad addentrarsi in un dominio tetro, spaventoso, un regno di ombre, di fantasmi, di anime dannate, Aragorn potrebbe vacillare ma non lo fa. Un dono pervenutogli a ridosso della cavalcata e quindi mentre egli è in procinto di intraprendere quella traversata nel reame dei defunti che permangono sul suolo dei viventi, instilla in lui una nuova speranza.

Nel testo di Tolkien, l’erede al trono di Gondor e Arnor riceve in regalo un Vessillo che ritrae un albero bianco su fondo nero, sormontato da sette stelle e una corona regale. Il Vessillo è stato cucito da Arwen. Vedendolo, lo spirito di Aragorn viene ricolmato da una luce rigenerante, abbagliante, che gli conferisce altra linfa. Raccogliendo fra le mani quel tessuto, il capitano dei Dúnedain avanza impavido, verso il Dimholt.

Anche Harry, quando si sente solo, sopraffatto dai dubbi, dalle paure, si accosta ad un panno, ad una pergamena, quella Mappa del Malandrino che, differentemente dallo stendardo di Arwen, non è stata realizzata e non gli è stata offerta in pegno dalla donna che ama, eppure essa reca in sé la sua presenza. Leggendo quel nome, seguendo quell’andatura, Harry si sente vicino a Ginny, la mira in vita, la scruta, rammentando la sua chioma ardente come il fuoco, i suoi occhi luminosi come fiaccole, le sue guance ricoperte da lentiggini che la adornano come le stelle decorano una galassia.

Al pari di Arwen, il pensiero di poter avere Ginny è per Harry un impulso, un incoraggiamento, uno stimolo per non farsi genuflettere dal panico, dallo sconforto. Se Aragorn deve marciare su di un sentiero oscuro che precede la guerra sui Campi del Pelennor, Harry deve spingersi su di una landa desolata, piena di incertezze, per scovare e distruggere gli oggetti che conservano l’anima del suo nemico, una missione da ultimare e che precede la guerra vera e propria che si combatterà nel castello di Hogwarts. L’amore che Harry nutre per Ginny lo sostiene, costituisce per lui una speranza che divampa. 

L’amore è quella forza che permette ad un essere umano di reggere, di andare oltre le proprie capacità. L’amore permise ad Harry di sopportare la croce che la fatalità pose sulle sue spalle, gli diede ardore, pazienza; la pazienza necessaria per ricongiungersi a Ginny, per completare il suo cammino con lei.

"Ginny Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La storia dei tre fratelli

Durante la faticosa e snervante ricerca degli Horcrux, Harry, Ron e Hermione incespicano su di un insolito racconto breve, una fiaba dalle tinte sinistre e suggestive: “La storia dei tre fratelli”.

Or dunque, questi tre fratelli, al volgere del crepuscolo o, perché no, ben oltre la tarda sera, quando la mezzanotte rintocca, si imbattono in una strana figura, una “persona” abbigliata con una veste lunga e ampia, simile ad una cappa; questo essere altri non è che la Morte, che si interpone sulla loro strada, vogliosa di esigere la vita dei tre, colpevoli di essersi serviti di un “trucco”, di uno stratagemma magico per scansare le sue insidie. La Morte è gentile, garbata, accetta quella sconfitta momentanea, si complimenta con i tre fratelli e vuol mostrarsi generosa, riferendo loro che potranno godere di tre doni. La Morte comincia così a tessere la sua vendetta, il suo piano per ghermire le tre anime che le spettano.

La Morte, si sa, è un’essenza eterna, vecchia come le fondamenta della Terra, antica come il creato. Essa reca in sé la saggezza di tutte le epoche, del tempo immemore e inestinguibile, quindi troppo astuta per essere ingannata.

Il primo fratello scelse come dono la bacchetta più potente che il mondo avesse mai conosciuto. Dunque la Triste Mietitrice estrasse del materiale dalla corteccia di un albero di sambuco che sorgeva nei paraggi, modellando una bacchetta pregevole e poderosa. Il secondo fratello, invece, optò per un artefatto che potesse umiliare ancor di più la Morte stessa, eluderla nuovamente, aggirarla: la Pietra della Resurrezione. Anche in questo caso la smunta e ineluttabile creatura acconsentì ad elargire questo omaggio, avvalendosi della pazienza che ogni buon predatore deve avere. D’altronde la Morte sapeva che bisognava solamente attendere, i fratelli sarebbero finiti tra le sue mani ossute, morendo, in un modo o nell’altro, a causa di quegli stessi doni che stavano riscuotendo in maniera sprezzante. 

Il terzo fratello, il più parco fra i tre, scelse un presente che colse di sorpresa la Morte: egli chiese un grosso lembo di stoffa estratto dall’abito che la Morte indossava.

Nessuno, a meno che essa non voglia manifestarsi, può vedere la Morte che erra tra i vivi, perché essa cela il proprio corpo sotto un manto invisibile. Il terzo fratello vuole quella striscia di tessuto per ricavarne una “coperta”, sotto la quale potersi riparare dallo sguardo della Morte.

La Triste Mietitrice acconsente con riluttanza, taglia dalla sua veste uno strato creando il Mantello dell’Invisibilità.

Il primo fratello troverà presto la fine, un mago lo ucciderà per strappargli la Bacchetta di Sambuco. Quest’ultima darà via ad una scia di sangue che perdurerà nei secoli: molti maghi, di volta in volta, la brameranno, uccidendo il custode della bacchetta per impadronirsene, in un ciclo di assassinio e cordoglio che si ripeterà nel corso delle ere.

Il secondo fratello si toglierà la vita, impiccandosi. La Pietra della Resurrezione ha sì il potere di rianimare un cadavere, ma non può realmente riportare dall’oltretomba un’anima trapassata, poiché essa appartiene all’aldilà e non può più calcare il suolo dei mortali.

Il secondo fratello cercò di riavere con sé la dama di cui era innamorato e che era spirata quando era ancora giovane e bella. Adoperò la Pietra della Resurrezione ma la donna che si pose al suo cospetto non era quella che ricordava, era un corpo avvizzito a cui il calore era stato sottratto, con occhi inespressivi, un baccello vacuo, privo di sentimenti ed emozioni. Questa donna camminava vicino a lui senza la benché minima emotività, amorfa, bigia come una nuvola carica di pioggia, fredda come una giornata d’inverno permanente, impassibile come una statua di terracotta.

Inorridito, il secondo fratello si uccide per provare a riunirsi concretamente alla sua adorata e la Morte ne reclama il corpo e lo spirito.

Nel corso degli anni, la Triste Mietitrice tenterà invano di localizzare il terzo fratello, occultato ai suoi occhi dallo stesso drappo che lei gli aveva donato. Un giorno, quando il terzo fratello, ormai anziano e stanco, è pronto a congedarsi dalla vita, si sveste di quel mantello per accogliere la “Livellatrice” come una vecchia amica che prima o poi sarebbe giunta a bussare alla porta.

Il terzo fratello accoglie la Morte non temendola, e con lei parte per un ultimo viaggio.

La sequenza cinematografica che immortala la storia dei tre fratelli è probabilmente, insieme all’eccellente montaggio che concerne i ricordi di Severus Piton, la scena più bella dei film di David Yates; una sequenza che evoca suggestione, magia, intrigo e timore. Lo stile con cui vengono tratteggiati i personaggi della fiaba è incredibilmente malioso.

I personaggi sono ombre elusive, impronte sbiadite, orme di persone che furono, senza facce poiché la loro mansione è quella di educare, di essere delle metafore viventi, dei personaggi didascalici che rivelano, attraverso il proprio vissuto, le proprie scelte, gli sbagli con cui si sono insudiciati e che non devono essere ripetuti o, nel caso del terzo fratello, le decisioni giuste che devono essere prese a modello. I tre fratelli non hanno un vero volto in quella sequenza perché, come molti altri personaggi dei racconti popolari, hanno una funzione universale, non devono essere identificati propriamente in quanto la morale che mettono in evidenza deve appartenere a tutti. Gli errori che commettono i primi due fratelli sono errori che potrebbe fare chiunque, irretito dalla cupidigia, offuscato dalla smania di riavere con sé un amore perduto. In questo racconto nel quale leggenda e verità si intrecciano vi è contenuta una importante lezione per i maghi, una morale come si concerne ad ogni fiaba che si rispetti: “La storia dei tre fratelli” mette in guardia il lettore dal desiderio di schivare la Morte, rappresentata come un essere senziente, dal fare mansueto e accondiscendente, una entità furba, vendicativa, ma anche giusta e clemente, che non deve essere temuta né ingannata, bensì accettata e rispettata in quanto parte naturale dell’ordine vitale.

Nel corso della sua intera esistenza, Voldemort ha fatto quanto era in suo potere per raggirare la Morte, per allontanarla. La scelta di ridurre la sua anima in pezzetti, di nasconderli in oggetti preziosi e screziati, di rendersi immortale dannandosi per l’eternità non è che un tentativo disperato e utopistico che lo condurrà comunque verso la rovina.

"Severus Piton" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Lo stregone bianco ed il principe grigio

Nella prima metà de “La pietra filosofale”, quando Harry giunse per la prima volta ad Hogwarts, venne smistato nella Casa di Grifondoro e prese posto nella Sala Grande per la cena, lo sguardo del protagonista, che si guardava intorno, che osservava ogni dettaglio, ogni minuzia di quel castello, cadde a un certo punto sul volto di un docente che sedeva al tavolo degli insegnanti.

Questi aveva i capelli corvini, lisci e unti, e occhi simili a sfere nere e impenetrabili. Harry domandò chi fosse costui e ricevette una risposta esauriente: Severus Piton, il professore di Pozioni.

Presto, il giovane Harry avrebbe fatto la conoscenza di quell’insegnante acido e arcigno, cupo e intrattabile, che veste sempre di nero come se vivesse un lutto perenne.

Qualcosa, sin dal primo giorno alla scuola di magia e stregoneria, aveva attirato la curiosità di Harry. La sua vista si soffermò proprio su di lui, su Piton, su quella sagoma dall’espressione ambigua, col naso arcuato e la carnagione giallastra, che errava per le aule del maniero come un pipistrello con le ali avvolte su di sé.

Piton sembrò, fin dall’inizio, al giudizio di Harry qualcuno da tenere sott’occhio, un tipo sospetto, enigmatico, inquietante, forse pericoloso. Severus era un insegnante che metteva in soggezione la maggior parte degli studenti e che riusciva persino a mortificarli. Harry ne subiva passivamente le angherie e gli innumerevoli rimproveri.

Ma chi era Severus Piton in realtà? Era un alleato o un nemico? Vi era altro di lui da scoprire?

Harry smise di chiederselo, smise altresì di interrogarsi sulla presunta malvagità del professore. Per lui tutto divenne lampante quando Piton uccise Albus Silente: quella notte, Harry dedusse che Piton era un Mangiamorte, che lo era sempre stato, e che in lui non vi era altro che male.

Il vissuto di Severus Piton è avviluppato da un fitto strato di nebbia, da un alone di emarginazione, di rabbia, di dolore. In quel passato burrascoso come un mare in tempesta vi è una sola luce, un unico faro a fendere l’oscurità e indicare la via per una terraferma sicura e felice che si staglia lontana: Lily Evans. 

Durante la settima e ultima avventura di Harry Potter, la storia del principe mezzosangue emerge in tutta la sua emozionante tragicità.

Come già sottolineato, una coltre di caligine e una velatura di mistero dissimula il personaggio per tutti e sette i libri e altrettanto negli adattamenti cinematografici.

Per la maggior parte della narrazione, Piton riveste il ruolo dell’avversario. Egli è un professore accigliato, cinico, inflessibile. La sua immagine viene ribaltata nel libro finale della saga, precisamente nel capitolo a lui dedicato “La storia del Principe”, in cui vengono portati alla luce segreti sul suo trascorso che rovesciano la figura di Piton, trasformandolo da antagonista ad infausto antieroe.

Piton e Silente sono due personaggi che hanno, per certi versi, due percorsi contrapposti, sia per lo sviluppo che per l’esito. Il Preside di Hogwarts viene presentato dall’autrice J. K. Rowling sin dal primo libro come un potente alleato delle forze del bene, un mago sfavillante di luce, incorruttibile e di animo nobile. Verso la parte conclusiva de “Il principe mezzosangue”, la percezione dei lettori nei riguardi di Silente subisce un’incrinatura. Qualcosa tormenta l’animo di Silente, un peccato che ha segnato irrimediabilmente la sua esistenza. Quando Silente beve il filtro di una potente maledizione per provare a recuperare quello che crede essere un Horcrux, egli perde la propria lucidità.

Silente si lascia andare ai ricordi logoranti, ai sensi di colpa, cadendo preda dei rimorsi. Dalle sue labbra effluiscono frasi come “E’ tutta colpa mia”, suppliche devastanti come “Uccidimi!”. In quei frangenti Silente ripensa alla sua amata sorella, morta a causa di un incidente avvenuto a seguito di un alterco tra lo stesso Albus Silente, il fratello Aberforth e Gellert Grindelwald, il mago oscuro che un tempo aveva in Silente uno stretto alleato, un compagno, un amante. Albus non si era mai dato pace per ciò che era accaduto. Lo “stregone bianco” che sembrava essere senza macchia aveva commesso un peccato grave a cui non poteva porre rimedio.

Nel settimo libro, i lettori sapranno di più: Albus Silente, da giovane, seguì Grindelwald per amore, lo aiutò a perseguire i propri propositi, sposando la sua oscura causa, per poi pentirsene amaramente e tentare di porvi riparo.

Nelle intenzioni dell’autrice, la percezione del lettore nei confronti di Silente deve subire un contraccolpo: pur rimanendo un mago buono, Silente perde la sua aura di indulgenza e purezza. Al contempo, la Rowling seguita a stupire il proprio “pubblico” attuando un altro “ribaltone” per quanto concerne la figura di Severus Piton. I lettori reputavano Piton un personaggio criptico, enigmatico, tendente all’insensibilità, alla crudeltà. Questa considerazione verrà notevolmente mutata nel capitolo che narra l’avvenuto di Piton.

Severus Piton era un ragazzino introverso, strano, un animo solitario. Sua madre era una strega e suo padre un comune mortale dall’indole violenta. Piton incontrò Lily quand’era un fanciullo. L’ovale delicato di Lily e i suoi occhi verdi entrarono nel cuore di Piton e lì albergarono per sempre.

Piton amò Lily, la madre di Harry. La amò senza tregua, incondizionatamente. I due si conobbero da bambini e crebbero insieme, in amicizia. Alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts vennero però divisi: Severus fu smistato nella Casa di Serpeverde, Lily in quella di Grifondoro. Ciò nonostante, continuarono a frequentarsi ogni qualvolta ne avevano l’occasione.

Severus amava Lily in maniera piena ed assoluta. Non si dichiarò mai, forse per paura d’essere respinto.

Nell’adattamento cinematografico, durante la sequenza che mostra le rimembranze di Piton, vengono omessi due ricordi molto importanti che contribuiscono a rendere ancor più complesso e drammatico il suo trascorso. Il film non fa vedere la circostanza in cui Piton, schernito dai Malandrini, viene difeso da Lily, e lo stesso Piton, furibondo per le umiliazioni, si scaglia inaspettatamente contro di lei, definendola “Sporca Sanguemarcio”. E’ l’evento che rompe l’idillio platonico tra Severus e Lily, la causa che pone fine alla loro amicizia, sebbene il “principe” faccia di tutto per chiederle perdono.

In seguito, Severus si unirà a Voldemort, diventando un Mangiamorte.

L’altro ricordo che getta una ulteriore ombra sul trascorso di Piton riguarda la scelta di informare Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato circa l’esistenza di una Profezia che svela la nascita di un bambino che potrebbe, in futuro, contrastare il potere dell’Oscuro Signore, e sarà lo stesso Voldemort ad eleggerlo quale suo avversario.

Voldemort ha la possibilità di scegliere tra due bambini, venuti al mondo allo scadere del settimo mese: Harry Potter o Neville Paciock. Ponderando, Voldemort individua nel figlio di Lily il bambino della Profezia. Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato seleziona un mezzosangue come lui e ignora il piccolo Neville, un mago purosangue.

Neville era figlio di due Auror, Frank e Alice Paciock, che subiranno un destino peggiore della morte. Neville crebbe nella sofferenza, vedendo sua madre e suo padre ridotti in stato di semi-incoscienza, sul baratro della pazzia a causa delle torture patite dai Mangiamorte. Verso la sua mamma, Neville nutriva un amore smisurato. Ogni qualvolta andava a trovarla presso il San Mungo, il ragazzo riportava a casa e conservava gelosamente le carte delle caramelle che Alice gli offriva con ingenua dolcezza. Per Neville significavano tanto, forse tutto. Erano un dono della mamma, “scarti insignificanti” per gli altri ma che per lui conquistavano un valore immenso.

Quanta sensibilità serbava Neville nel cuore!

Inizialmente timido e goffo, Neville avrà più volte l’opportunità di dimostrare il proprio coraggio, contribuendo anch’egli in maniera decisiva alla sconfitta di Lord Voldemort.

Severus Piton detestava Neville, lo maltrattava quotidianamente a scuola e c’era un bruttissimo motivo dietro questo orribile comportamento: se Voldemort, un tempo, avesse scelto Neville come vittima, Lily sarebbe sopravvissuta. Sull’innocente Neville, Severus gettò un odio che il lettore non può né comprendere né perdonare.

Quando Piton verrà a sapere che Voldemort ha designato il figlio di Lily quale sua nemesi, chiederà al Signore Oscuro di risparmiare la sua amata, ammettendo di non provare pena né per il marito della donna né per il figlio. Non immortalando sul grande schermo queste parti della storia, la figura di Piton, nei film, viene addolcita, delineata come maggiormente “buona”, quando in realtà la grande complessità del personaggio è sita proprio nel suo “grigiore”, nell’impossibilità di stabilire se in lui vi sia più male o bene.

Le sequenze della pellicola in cui riaffiorano i ricordi di Piton, in un dato momento, mostrano Severus che avanza nella casa dei Potter. Egli sa che Voldemort ha già fatto irruzione ed assassinato James Potter. Severus scavalca il suo corpo, procede con una fitta nel cuore, consapevole che potrebbe assistere a quello che più teme nel profondo. Una volta varcata la porta della camera del piccolo Harry, Piton scorge il corpo esanime di Lily. E’ in quel preciso istante che Severus prende piena consapevolezza di ciò che è avvenuto, di ciò che ha, inavvertitamente, contribuito ad attuare. Severus crolla a terra, si lascia andare ad un pianto disperato, a un lamento straziante. Raccoglie il corpo di Lily tra le braccia, lo stringe a sé.

Nella parte finale del romanzo di Victor Hugo – Notre Dame de Paris – Quasimodo abbraccia le spoglie di Esmeralda, devastato dal dolore, e si lascia morire. L’uomo non abbandonerà più la sua amata, reggendola in un abbraccio insistente, in un amplesso senza epilogo, in una stretta che si protrarrà nell’inesorabile scorrere del tempo. Molti e molti anni dopo, quando gli scheletri dei due verranno rinvenuti, alcuni tenteranno di separare i resti di Quasimodo da Esmeralda. Una volta allontanatolo dalle ossa della sua amata, ciò che restava di lui si disgregherà in polvere.

Se avesse potuto scegliere, Piton avrebbe preferito lasciarsi morire con Lily. Sarebbe voluto rimanere laggiù, perdendosi in quelle braccia che cingevano la sua amata, spegnendosi lentamente lì accanto.

Per certi versi, Severus morì quella notte insieme alla donna. Andò avanti senza più prospettive, sogni, facendosi carico di un pentimento dilaniante per tutto il suo avvenire. Il corpo di Piton si mantenne integro perché egli con la mente e con il cuore restò eternamente confinato in quell’abbraccio sempiterno. Se qualcuno avesse provato a staccarlo da lei, se qualcuno avesse tentato di obliare la mente di Severus e cancellare il ricordo di Lily, egli si sarebbe dissolto in tanti pulviscoli spazzati via dall’algido soffio del vento.

La vita di Severus sarà devota ad un unico scopo: proteggere il figlio di Lily. Piton, tuttavia, non svilupperà mai un autentico affetto nei riguardi del protagonista. Questo viene sottolineato in un rapido scambio di battute nel testo letterario, quando Silente domanda espressamente a Piton se questi si sia affezionato al ragazzo. Severus risponde con un rabbioso: “A lui?”, generando poi il suo Patronus che prende le sembianze di una cerva, lo stesso Patronus di Lily: il suo unico pensiero felice.

Nella sequenza filmica, Piton produce il suo Patronus dinanzi a Silente e quella cerva dal colore argenteo, dai contorni limpidi, dalla consistenza evanescente, inafferrabile come un amore perduto, si manifesta nell’ufficio del Preside di Hogwarts, librando per la stanza con un incedere irrefrenabile, colma di vigoria, di dinamismo: era così che Piton rammentava Lily, come una donna piena di vitalità, di energia, di passione e di sentimento. La cerva incede con passo travolgente, calpestando l’astrattezza dell’aria, trottando incontenibile verso la finestra, fuggendo via, svanendo oltre la vetrata.

Piton osserva quell’immagine scaturita dalla sua bacchetta, la vede andare via, correre lontano da lui, esattamente come accadde, in passato, con la stessa Lily che si allontanò per non tornare più. Albus capisce ciò che Piton vuole comunicargli con quell’incantesimo: sta proteggendo e seguiterà a proteggere il ragazzo a scapito della sua stessa vita per devozione a Lily. La donna che ha amato, la donna che ama e che continuerà ad amare in eterno. Per sempre.

Ne “La pietra filosofale”, le prime parole che Severus Piton rivolge ad Harry formano un interrogativo che il professore escogita per mettere in difficoltà il giovane dinanzi a tutta la classe, reo di avere l’aspetto dell’odiato James Potter. Ciò nondimeno, quel quesito che il professore pone al protagonista contiene fra le righe dei riferimenti sibillini, acuti, dotti.

Piton incalza Harry chiedendogli: “Cosa ottengo se verso della radice di asfodelo in polvere in un infuso di artemisia?”

L’asfodelo è una pianta che appartiene alla famiglia delle Liliaceae, come il giglio, termine che in inglese corrisponde a “lily”.

Nell’Antica Grecia, l’asfodelo era interconnesso con l’Oltretomba, col regno delle anime scomparse. Secondo la mitologia greca l’asfodelo è un fiore che cresce nei Campi Elisi, beneficiato dall’immortalità, poiché le sue foglie vantano la capacità di rigenerarsi.

L’asfodelo simboleggia il rimpianto, nonché il ricordo oltre la morte; l’artemisia, dal canto suo, esprime in forma simbolica l’assenza, la mancanza. In quella estemporanea interrogazione, Piton comunica in maniera sottintesa ad Harry, mediante il proprio sapere, l’amore che egli prova per Lily, il vuoto che patisce quotidianamente per la di lei morte prematura, il rimorso che lo affligge.

Nel cinema, l’asfodelo è stato, talvolta, associato al corteggiamento, all’amore sognante.

Nell’opera di Tim Burton “Big Fish – Le storie di una vita incredibile”, il protagonista Edward Bloom per conquistare Sandra Templeton, la donna di cui si è innamorato, le fa recapitare sotto casa un cospicuo numero di piante di asfodelo, che riempiono il giardino facendolo apparire color dell’oro, come un cerchio di sole che tutto irradia. In inglese, i fiori che Edward porta in dono a Sandra sono detti “Daffodils”, che somigliano più precisamente ai narcisi gialli. Nell’adattamento italiano, “asfodeli” corrisponde ad una traduzione arcaica di “Daffodils”.

Edward e Sandra tra gli asfodeli, Big Fish

Il nome asfodelo deriva dal greco e significa “la valle di ciò che non è stato ridotto in cenere”. Si tratta di un riferimento ai tuberi della pianta che resistono al calore e alla vicinanza del fuoco.

L’asfodelo rappresenta pertanto anche ciò che resiste, che perdura, come un amore vero e imperituro. Di fatto, il sentimento che Edward avverte per Sandra è grande, duraturo, inesauribile e lo accompagnerà per tutta la sua vita. Per Edward esisteranno al mondo solamente due donne: Sandra e poi tutte le altre, ovvero particolari femminili generici che non distoglieranno mai i suoi pensieri dalla sua adorata moglie.

In egual modo, anche per Severus Piton esisteranno due sole donne: Lily, il cui ricordo si manterrà intatto senza mai disfarsi in cenere, e poi tutte le altre che incontrerà lungo il suo arco vitale e che non significheranno mai nulla per lui.

Quando la situazione precipita, nella parte conclusiva de “Il principe mezzosangue”, Piton è costretto ad adempiere il volere dello stesso Silente: ucciderlo. Con un tale gesto, Severus si sarebbe nuovamente e definitivamente guadagnato la fiducia di Lord Voldemort e avrebbe evitato a Draco Malfoy di compromettere la propria anima con un delitto. Silente era già stato condannato a morte dal destino, un morbo generato dallo stesso Signore Oscuro. Prova ne è che lo stava annientando un brutto male. Questo, però, non faciliterà il compito a Piton, che dovrà uccidere a sangue freddo l’unico amico che aveva, il solo che conosce la parte più bella e nobile della sua persona, quella parte che arde ancora d’amore, e poi ancora, per un’unica e sola donna.

Piton nascose a tutti il lato migliore di sé stesso, fino a che non esalerà l’ultimo dei suoi respiri. Piton resterà al fianco dell’Oscuro Signore tentando di impedirne il trionfo permanendo tra le schiere del nemico. L’impresa, tuttavia, esigerà la sua vita. Piton si spegnerà lentamente. Prima di spirare, chiederà ad Harry di custodire alcune gocce delle sue lacrime nella cui sostanza sono racchiuse le sue memorie.

Piton muore chiedendo ad Harry di guardarlo: l’ultimo preside di Hogwarts si tufferà in quello sguardo di Harry, in quegli occhi che erano identici a quelli di Lily. Severus proverà la confortevole illusione di rimirare la sua adorata, che lo guarda e lo accompagna, rasserenandolo mentre il respiro viene a mancare.

L’amore di Severus Piton per Lily – incastonato tra il romantico e la fedeltà assoluta, tra la malsana ossessione e il tormento struggente - era profondo come gli abissi dell’oceano, vasto come un mare di stelle, illimitato come l’universo, inesauribile come il tempo che scorre, che tutto avvolge e divora, che da sempre esiste e in eterno esisterà.

Piton è certamente il personaggio più intricato della saga di Harry Potter; un essere grigio, adombrato da un cappuccio di tenebre e ridefinito da una luce che balena dal profondo.

Severus era un mago di eccezionale bravura. Era addentro nelle arti oscure, possedeva notevoli conoscenze nell’ambito delle pozioni, ed era un occlumante di spiccata abilità. Nessuno riusciva a penetrare la sua mente, carpire le sue riflessioni. L’abilità di Piton nell’Occlumanzia simboleggia l’essenza stessa del personaggio.

Così come nessuno dei protagonisti della storia riesce a valicare la mente di Piton, leggere i pensieri che in essa fluiscono liberi, scoprire cosa prova davvero nella sua intimità, nel suo cuore, allo stesso modo nessuno dei lettori può realmente riuscire a tradurre completamente l’animo, il cuore, la mente di Piton.

Tutti noi possiamo provare a farlo, sforzarci, tentare di insinuarci in lui ma sbatteremmo contro una cortina impenetrabile, un macigno che sbarra l’accesso.

Piton è un personaggio racchiuso in un costume che non può essere strappato, un uomo cinto da uno scudo infrangibile, da una muraglia che rende impercorribile l’accesso al suo vero Io. Di Piton, tutti noi possiamo intuire e scoprire tanto e al contempo molto poco.

"Harry" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Colui che salutò la Morte

I sei Horcrux creati volutamente da Lord Voldemort verranno annientati nei modi più disparati e da soggetti sempre diversi.

Il Diario di Tom Riddle, come ben sappiamo, venne trafitto da Harry nell’atto finale de “La camera dei segreti”. In seguito, l’Anello di Orvoloson Gaunt verrà mandato in frantumi da Albus Silente, il Medaglione di Salazar Serpeverde sarà infilzato da Ron, la Coppa di Tosca Tassorosso danneggiata irreparabilmente da Hermione, il Diadema di Priscilla Corvonero verrà dato inavvertitamente alle fiamme da Vincent Tiger e infine Nagini verrà decapitata da Neville.

Vi è però un settimo Horcrux, creato involontariamente da Voldemort la notte in cui tutto ebbe inizio, quando cercò di uccidere il piccolo Harry, protetto dalla più potente delle magie, l’amore di una madre: quello scudo invisibile si frappose e fece rimbalzare la maledizione senza perdono indirizzandola su Voldemort stesso; un frammento dell’anima del Signore Oscuro, allora, si attaccò ad Harry. Nell’interiorità del protagonista si trova, dunque, un tassello dell’anima di Voldemort.

Harry infine lo capirà. Intuirà la verità durante una tregua nel conflitto e saprà cosa fare.

Harry andrà incontro alla morte per eliminare quello che giace, latente, in lui.

Nel libro Harry prende la decisione di accettare l’inevitabile e di accogliere il “sonno eterno” in solitudine. Harry indossa il Mantello dell'Invisibilità per sgattaiolare via, per passare inosservato, per evitare lo sguardo dei suoi amici, che egli guarda per l'ultima volta prima di percorrere da solo il sentiero che lo condurrà al bacio del crepuscolo.

Harry non dice nulla a Ron e neppure ad Hermione perché sa che entrambi se ne fossero a conoscenza non gli permetterebbero mai di andare, di consegnarsi a Voldemort.

Nel film, Hermione ha intuito da tempo che un pezzo dell'anima del Signore Oscuro risiede in Harry. La scena in cui Hermione abbraccia il suo migliore amico, dicendogli addio, mentre quest'ultimo rivolge un ultimo sguardo anche verso Ron, che ricambia la sua espressione triste, è certamente toccante e pregna di emozioni, ciò nonostante risulta essere una scena priva di senso, che mal si adatta al carattere dei personaggi.

Per come li conosciamo, Ron e Hermione non avrebbero mai permesso che Harry lasciasse la scuola, e si recasse a morire. Per nessuna ragione al mondo. Avrebbero soppesato altre possibilità, pur sapendo che non ve ne erano, vagliato altre soluzioni, anche se ciò avesse significato mentire a sé stessi, avrebbero fatto qualunque altra cosa ma non avrebbero mai lasciato che Harry si “arrendesse”. Ecco perché nel libro il tutto si verifica in quel modo, ecco perché Harry cela sé stesso sotto il mantello. 

Come il terzo fratello della fiaba, Harry, il ragazzo che reca con se proprio quella cappa che lo rende invedibile, si incammina per guardare la Morte negli occhi, per riceverla, per salutarla come un’amica che non può essere respinta.

Qualche minuto prima di scorgere la sagoma del Signore Oscuro e dei suoi accoliti, Harry si rende conto che il boccino donatogli da Silente, quell'oggetto che ha una memoria tattile e che porta con sé un enigma, "Mi apro alla chiusura", è ora pronto a schiudersi, proprio nel momento in cui tutto si sta chiudendo attorno ad Harry. Nel boccino vi è serbata la Pietra della Resurrezione. Harry la guarda, e poi la lascia cadere. Non la vuole. Egli è pronto ad acconsentire al volere della Morte senza lottare. È questo ciò che fa di lui un Padrone della Morte.

La leggenda popolare recita che colui che riunisce i tre Doni diventa una sorta di “Signore della Morte”, un suo “Proprietario”, come se essa potesse obbedire e sottomettersi a qualcuno. Invero solamente chi accetta la sua natura mortale, che ricambia lo sguardo della Livellatrice senza provare repulsione è un Padrone della stessa, poiché acconsente alla sua ineluttabilità, rivolgendosi ad essa da pari a pari. Voldemort non ci sarebbe mai riuscito, avrebbe tremato dinanzi a quella essenza smunta che reclamava la sua anima troncata in 7 schegge. Harry no, pur essendo soltanto un ragazzo è pronto a dire addio al creato, ai suoi affetti, al suo amore, alla sua vita. 

Il protagonista, con un coraggio senza eguali, si addentra nella Foresta Proibita. Lì, poco prima della fine, vede gli spiriti dei suoi genitori, James e Lily, del suo padrino Sirius, del suo professore più caro, Lupin. Costoro sono apparsi per dargli sostegno, per infondergli ulteriore coraggio, per dirgli che resteranno accanto a lui.

Harry è terrorizzato, ma le sue gambe non smettono di muoversi. Egli avanza e raggiunge il Signore Oscuro. Al cospetto di Voldemort, Harry non batte ciglio, vede la Morte riflessa negli occhi serpentiformi del suo acerrimo nemico e la approva. Harry si fa lambire dall’Avada Kedavra di Voldemort e muore.

Hagrid, che ha assistito alla scena, prigioniero dei Mangiamorte, non riesce a cederci, e non ha più la forza di ribellarsi. Il mezzogigante viene incaricato di trasportare il corpo esanime di Harry fino alla scuola. Hagrid porta quei resti con sé.

Era cominciata così, la storia.

Quando Harry non era che un frugoletto, se ne stava infagottato fra le braccia di Hagrid, appisolato come un bimbo indifeso. Adesso, Hagrid portava con sé le spoglie di quel giovane sopravvissuto e cresciuto come ragazzo, come uomo, sacrificatosi per salvare il mondo magico. E’ un passo estremamente simbolico: il mezzogigante, che ha condotto Harry all’alba della sua storia, trasporta ora quello che egli crede essere il cadavere del mago, senza più un alito di vita fra le proprie membra. Il principio e la fine che si intrecciano drammaticamente.

All’inizio della storia, Hagrid portava fra le sue mani un nascituro che aveva tutta l’esistenza davanti a sé, ora reggeva fra le braccia un ragazzo a cui quella vita era stata strappata via. Ma non era così. Harry respirava ancora. Il sangue di sua madre lo aveva protetto di nuovo. Fu l’Horcrux a perire.

Harry si ridesterà, e riprenderà a combattere.

  • La Battaglia di Hogwarts

Nel girare su pellicola la guerra per la conquista e la difesa della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, Yates non riesce del tutto a dare quel tocco di epicità, quel tratto memorabile, quell’elemento grandioso ed eroico che si percepisce, pagina dopo pagina, nel romanzo.

Lo scontro tra Harry e Voldemort è avvincente ma altresì caotico, frettoloso, spogliato da quella maestosità che nel libro fuoriesce dalle pagine, essendo tanto sovrabbondante.

Nel romanzo, Harry fronteggia Voldemort nella Sala Grande, dinanzi a molti presenti. Lo appella come Tom, sdrucendogli quella astratta tunica divina che Voldemort col suo nome inventato si era messo indosso, lo ammonisce, lo mette in guardia dal pericolo a cui lo stesso Signore Oscuro si sta avvicinando, poiché la sua potentissima bacchetta lo tradirà. Harry giganteggia con la sua oratoria, rimpicciolendo quel nemico potentissimo, spaventoso, ma pur sempre soggetto all’errore, alla tracotanza, alla morte che sta sopra di lui. Harry sguaina la bacchetta, controbatte all’incantesimo di Voldemort. Nel loro ultimo scontro, Harry riesce a prevalere e la Bacchetta di Sambuco, ingannatrice, rivolge l’incantesimo mortale contro colui che la tiene in mano. Voldemort cade in terra e muore.

Nel film, la scena in cui Harry incrocia gli incantesimi con Voldemort è visivamente molto bella e regala anche una certa tensione. Le fasi in cui, contemporaneamente, Ron e Hermione fuggono da Nagini, stremati e terrorizzati, cadono tra i ruderi, stringendosi in lacrime, e Neville neutralizza il serpente, sono certamente d’effetto. Eppure, la caduta di Voldemort e i successivi momenti finali lasciano il sentore che tutto avrebbe potuto avere una messa in scena di maggiore impatto, in cui dilungarsi oltre.

Nel lungometraggio, quando Voldemort viene abbattuto, Harry passeggia per i corridoi senza ricevere il giusto tributo, l’entusiasmo della sua gente, dei suoi compagni. Questi ultimi se ne stanno in disparte, feriti, sconvolti dall’orrore della guerra, dalle perdite subite, ma impassibili nei suoi confronti. La scena risulta emotivamente debole e deludente. Nessuno degli studenti di Hogwarts raggiunge Harry, nessuno lo accoglie, lo porta in trionfo, gioisce insieme a lui per ciò che egli ha appena compiuto. Harry ha battuto il più grade mago oscuro di ogni tempo, ha liberato il mondo magico da un male che pareva invincibile. Eppure Harry avanza solitario, come se nulla fosse successo.

Il regista non riesce a restituire agli spettatori il senso di trionfo, la vittoria soffertissima che Harry e i suoi amici hanno ottenuto.

Pensiamo, ad esempio, a ciò che riuscì a fare Peter Jackson nei momenti più concitati de “Il ritorno del re”. Durante la battaglia davanti al Nero Cancello, tramite una regia di alta scuola e ad un montaggio impeccabile, Jackson trasmette agli spettatori una sensazione di sofferenza, di strazio, di fatica. Aragorn, Legolas, Gimli, Gandalf si battono senza sosta, sfiniti, fiaccati da un conflitto senza un’apparente conclusione. Nello stesso tempo, Frodo e Sam lottano con Gollum, tra le fiamme del Monte Fato, per gettare nel fuoco l’Anello. Jackson suscita tensione, comunica al pubblico l’immane fatica che i personaggi stanno tollerando, rendendo la distruzione dell’Unico Anello per ciò che è: un’impresa senza eguali, insperata e per questo incredibile.

Le inquadrature che Jackson dedica ai volti dei vari guerrieri quando l’Anello viene gettato nel baratro infuocato sono eloquenti. Tutti i personaggi appaiono commossi, stupiti, increduli dal bene che sta prevalendo. Nelle riprese successive, il regista si concentra su Frodo e Sam, sulle loro gesta, sul merito di ciò che hanno portato a termine, sulle lacrime che scorrono sulle loro guance. I due hobbit ce l’hanno fatta, hanno adempiuto alla loro missione, hanno scritto la pagina più importante delle cronache della Terza Era.   

Ne “I Doni della Morte Parte Seconda”, la Battaglia di Hogwarts è trasposta con un ritmo travolgente ma anche con una velocità eccessiva, che non permette di cogliere l’intensità della fase culminante dell’opera di Harry Potter. Alcuni personaggi come Lupin, Tonks, Fred, muoiono senza che il regista indugi a sufficienza sulla drammaticità della loro perdita. Yates si limita a delle inquadrature rapidissime, semplici, prive di empatia, confermandosi un regista freddo, che il più delle volte esegue senza interpretare.

La parte terminale de “I Doni della Morte” meritava, in pellicola, una trasposizione altrettanto epica, che desse più peso all’impresa realizzata da Harry, Ron e Hermione, che mostrasse maggiormente il valore di quella vittoria soffertissima. La sequenza immediatamente successiva al tracollo dell’Oscuro Signore è troppo “ingessata”, spedita, piatta, così distante dalla bellezza, dall’emozione, dalla imponenza del testo da cui il film è tratto. Sembra che sia stato sbaragliato un rivale qualunque, e non la più terrificante minaccia che seguitava a ripetersi, che continuava a ripresentarsi, che nessun mago e nessuna strega che avevano a cuore la libertà riuscivano ad estinguere.

  • Dio e uomo

Nel libro, il corpo del Signore Oscuro cade a terra e lì resta fermo, a giacere con una solenne banalità. Col passare dei minuti, molti si avvicinano al cadavere del Signore Oscuro. Questi ha ancora un aspetto inquietante, ma più lo si scruta più esso risulta un guscio normale. I resti di Voldemort sono spoglie umane, che possono essere scrutate, toccate, e non possiedono nulla di straordinario, nulla di divino.

La salma di Tom Riddle se ne resta inerme al suolo. Un che di incredibilmente simbolico: Voldemort, nonostante tutti i tentativi di divenire un essere superiore, di elevare il proprio corpo al di sopra dell’umana fragilità, era morto e appariva come un uomo qualunque. Non vi era nulla di speciale, in fondo in lui, se non la malvagità più pura.

Voldemort si era dannato inutilmente: i suoi resti mortali, che potevano essere ammirati, disprezzati da tutti, erano gettati lì per terra, senza nulla di regale né di divino ad avvolgerli. Voldemort era un mortale, dopotutto, non era un essere superiore, un dio da temere.

Per lunghi anni, quasi tutti gli abitanti del mondo magico non volevano neppure pronunciare la parola Voldemort, come se le orecchie di questo essere potessero udire ogni cosa, sentire chiunque osasse pronunciare il suo nome invano; per questo la comunità magica si riferiva a lui come “Tu-Sai-Chi” o “Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato”, perché i più temevano che il mago oscuro possedesse una natura sconosciuta, superiore, forse onnisciente. Anche nell’Antica Grecia vi era un credo simile. I greci preferivano parlare raramente di Ade, per non attrarne la collera. Pochi erano i miti che coinvolgevano la sua figura e la maggior parte delle persone tendeva a non pronunciare mai il suo nome.

Ade era il Signore degli Inferi, pertanto i vivi sceglievano di non pronunciare il suo nome, paventando la possibilità che il dio potesse vendicarsi. Talvolta, per non chiamarlo direttamente in causa, i greci erano soliti riferirsi ad Ade con molteplici soprannomi, uno era piuttosto diffuso: Aïdoneus, che significa Colui che non si vede.

I greci, dunque, nominavano raramente Ade. Questa paura legata ad un singolo nome aleggia anche nel mondo magico partorito da J.K. Rowling. Il termine Voldemort era sinonimo di terrore, di disgrazia, di morte.

Invero, Lord Voldemort era soltanto un appellativo, un anagramma che il mago oscuro ottenne dal nome che sua madre aveva scelto per lui: Tom Orvoloson Riddle. Non vi era nulla di sovrumano, di divino in lui. Voldemort era un mago potentissimo, che più di tutti si avvicinò ad un limite su cui nessun altro si era mai saggiamente spinto, ma pur sempre un uomo. Voldemort voleva divenire un dio, essere venerato e temuto dalle altre persone. Ma restò un mortale. Nel film questo passaggio simbolico e profondissimo viene meno: Voldemort assume i contorni dell’essere soprannaturale, e quando muore il suo corpo si disfa in coriandoli d’epidermide, spazzati via dal gelido soffio della morte.

  • Il serpente che rinasce e quello che muore, il serpente che ama e quello che non prova nulla

Citando nuovamente la figura del dio Ade si potrebbe aggiungere che il Signore dell’Oltretomba veniva sovente raffigurato mentre sedeva su di un trono e ai suoi piedi strisciava un serpente, un animale minaccioso, fatale, che richiamava il pericolo e la fragilità dell’esistenza umana.

Il serpente è una bestia strettamente legata a Voldemort, come è ben noto. Il Signore Oscuro era un discendente diretto di Salazar Serpeverde, era un rettilofono ovvero possedeva la capacità di parlare con i serpenti; essi lo trovavano ovunque fosse, sibilavano frasi, suggerimenti, moniti, e lo stesso Signore Oscuro era solito aggirarsi con un enorme colubro costrittore al seguito, Nagini, uno dei suoi Horcrux.

Ma il serpente cosa rappresenta in genere?

Nell’Antica Grecia il serpente assumeva significati ambivalenti: era un essere temuto per il suo veleno ma comunque ammirato come metafora di aggressività, destrezza, di vita stessa in quanto propiziatore di fertilità.

Il rettile veniva associato altresì ad Asclepio, il dio della medicina, poiché veniva inteso come un simbolo di guarigione: la muta del serpente esprimeva il concetto della ciclica rinascita. Ancora, l’uroboro, il serpente che si morde la coda formando un cerchio senza fine, è un’icona antichissima presa a modello da molteplici culture, come gli antichi egizi. In genere, l’uroboro rappresenta il potere che divora e riforgia sé stesso, l’ineluttabile ritorno, il tempo infinito, l’eternità, l’immortalità: tutti elementi che possono essere accostati al percorso dello stesso Lord Voldemort, colui che ricercò il potere, che si fece divorare e fortificare da esso, che inseguì la vita eterna, colui che fece ritorno dopo aver perso il proprio corpo, che si rigenerò tentando di mantenere la propria invulnerabilità.

Voldemort bramava la vita immortale e il serpente, che era il suo emblema, rimarca anche il concetto del cambiamento di pelle, della rinascita e quindi della vita perpetua, del male che si protrae.

Nella tradizione cristiana il serpente è un’espressione del Diavolo. Esso è un animale subdolo, strisciante, tentatore, manifestazione del male nel suo aspetto più insinuante e viscido. Voldemort è proprio l’incarnazione di un male primordiale.

Ma il serpente può essere inteso come una creatura capace di amare?

La figura del serpente come simbolo di rinascita, di cura, di rigenerazione e, quindi, di amore è stata a mio avviso trattata in una nota opera di un grande drammaturgo.

Nel 1957 fu portato per la prima volta in scena a teatro il dramma di Tennessee Williams “La discesa di Orfeo”, da cui nel 1960 fu tratto un adattamento cinematografico intitolato “The Fugitive Kind”, in italiano “Pelle di serpente”.

Protagonista di quest’opera, ambientata negli anni ’50, è Valentin Xavier, un musicista che sussiste nel mistero, senza radici, senza passato, un nomade in perenne peregrinazione. Valentin vaga di città in città con una chitarra a tracolla – strumento musicale a cui è visceralmente affezionato e che mantiene incise sulla cassa armonica le firme di tanti musicisti Jazz che hanno il proprio nome “scritto nelle stelle” - e una giacca ricavata dalla pelle di un serpente, da cui non si separa mai.

Per questo suo modo di vestire, egli viene soprannominato dai pochi che lo conoscono “Pelle di serpente”. Val approda in una contea di campagna, una cittadina avulsa dal mondo esterno in cui regna il benessere ma anche la discriminazione, la misoginia, il razzismo, la violenza.

Val è un uomo disilluso, rassegnato, quando incontra Lady Torrance, una signora più grande di lui di qualche anno, che si trascina tristemente in un contesto scialbo e slavato. Lady sembra essere una donna priva di calore, senza sogni né speranze dal giorno in cui il padre, a cui era molto legata, è perito in un incidente.

In quel luogo, tempo prima, Lady gestiva insieme al genitore una florida fattoria, ricca di vigne, di coltivazioni e di alberi da frutto rigogliosi. Con loro lavoravano diversi braccianti dalla pelle scura che Lady e il padre trattavano in modo paritario, con la dignità, il rispetto e la benevolenza che si doveva loro. Nel cuore di Lady e del proprio genitore non vi era l’odio razziale né tantomeno alcun senso di superiorità. Tutto questo non era ben visto dagli altri cittadini, dagli uomini soprattutto, che giudicavano le persone di colore immeritevoli di alcuna considerazione, nulla più che semplici schiavi da sfruttare e da percuotere costantemente. Una notte, un manipolo di uomini, la cui identità restò sempre un mistero, si avviò verso il podere dandolo alle fiamme. Accortosi di ciò che stava accadendo, il padre di Lady corse alla fattoria, tentando disperatamente di spegnere le fiamme. Fu in quella circostanza che perse la vita, in quelle stesse vampe infernali che non gli lasciarono scampo.

Lady è morta con lui, quel giorno, anche se il suo corpo si ostina ad andare avanti e il suo cuore a battere. L’anima di Lady non si è più ripresa, gironzola raminga in quell’inferno sulla Terra. La donna prova dubbio e diffidenza verso tutti coloro che la circondano, compreso l’anziano e violento marito, che potrebbe essere stato tra i carnefici del padre di Lady. Questo costante dubbio (che verrà purtroppo confermato) lacera lo spirito della protagonista, che sospetta di vivere accanto ad un essere losco e crudele, verso cui non ha mai provato alcunché, se non il disgusto. 

Val incontra Lady nel corso di una notte insonne. I due parlano in maniera sciolta, confidandosi, scoprendo un’intesa, una sintonia, una connessione estrema e rovente tanto da innescare un evidente stato di tensione sessuale tra i due.

Val e Lady, Pelle di serpente

In quei loro discorsi, Pelle di serpente esprime la sua personale visione del mondo, la sua riflessione sulla gente, sulle categorie in cui si dividono gli esseri umani. Molti credono che esistano due tipi di persone: i compratori e coloro che vengono comprati. Pelle di serpente è convinto che esista anche una terza tipologia: gli erranti, quelli che non possono fare sosta ovunque vadano.

Stando a quello che Val afferma, vi sono in natura degli uccelli che non hanno le zampe e sono costretti a trascorrere tutta la loro vita standosene su, in aria. Val ne ha visto uno, tempo prima. Lo vide morire e precipitare al suolo. Lo raccolse tra le mani, era leggero come un corpo senza ossa né carne, le sue piume erano blu, era poco più grande di un dito ma la sua apertura alare era sorprendentemente ampia. Quelle ali non avevano colore, erano trasparenti.

Quell’uccello era un’anima libera, invisibile, appena percettibile poiché inconsistente come l’alito del vento e poteva volare senza stancarsi, senza mai venire catturato da alcun predatore. I falchi, infatti, non riescono a ghermire questi uccelli, perché non li vedono. Il corpo blu permette loro di mimetizzarsi, essi si confondono con il cielo divenendo tutt’uno con esso nelle mattine in cui il sole splende luminoso. E nei giorni di pioggia, quando le nuvole oscurano i raggi solari e la volta celeste si fa cinerea, questi uccelli volano ancora più in là, tanto in alto che ai falchi verrebbero le vertigini.

Quegli augelli non hanno “gambe”, vivono sorreggendosi con le loro ali, dormendo sull’aura, per non planare mai. Scendono una volta soltanto, quando muoiono.

Pelle di serpente si vuol paragonare a quei volatili: vaga con perseveranza da un posto ad un altro, non vuole soffermarsi, indugiare, perché allontanandosi dal mare, da quella corrente che lo trasporta dappertutto, e mettendo i piedi sulla riva sentirebbe d’esser finito, di morire. In quel posto dove è appena giunto, però, vi è qualcosa che può arrestare il suo volteggiare perpetuo, il suo incedere inarrestabile, il suo navigare a vele spiegate: una donna, Lady.

Costei è un aquila a cui sono state spezzate le ali. Ha bisogno d’essere curata, di guarire, per poter tornare a spiccare il volo. Val può aiutarla, sostenerla, spingerla a tornare a vivere. E così accadrà: i due si innamoreranno, diverranno amanti e un giorno Lady scoprirà di essere incinta. Per Lady questa rivelazione assumerà il valore di un autentico prodigio. Era stata dichiarata sterile, ma ecco che un figlio, una nuova vita che aveva a lungo desiderato stava crescendo in lei nonostante la sua età avanzata. Come gli Antichi Greci credevano che il serpente potesse divenire simbolo di rigenerazione, di rinascita, così avviene nell’opera di Williams in cui un uomo, che porta sempre addosso la pelle di un serpente, salva una donna, la tira via dalla sua sofferenza, le dona calore, conforto, amore, passione, rendendola anche madre.

La vita che sboccia nel grembo di Lady è un miracolo, una “fioritura” che germoglia in un campo infertile, un prodigio che riporta alla memoria della donna un accadimento del suo passato, quand’ella vide spuntare un frutto su un albero vecchio e rinsecchito.

I due amanti pianificano di fuggire da quella cittadina pericolosa, ma non ci riusciranno. La crudeltà umana, la cattiveria, la violenza li fermerà. Val e Lady saranno vittime di un tragico destino, insieme. Eppure, nulla di ciò che hanno vissuto è stato vano: Lady è tornata in superficie, è emersa da quell’Ade diabolico, anche se per poco tempo, Valentin ha amato con intensità anche se brevemente. Entrambi potranno rincontrarsi nell’aldilà, distanti da quel mondo ingiusto e cruento. Le loro anime, forse, voleranno libere come quegli uccelli che nessun predatore alato riusciva a vedere, oltre il cielo, oltre la vita terrena.

Il titolo originale dell’opera di Williams, “La discesa di Orfeo”, è un evidente richiamo al mito greco. Orfeo oltrepassò la soglia degli Inferi per riottenere la sua amata Euridice, morta proprio a causa del morso di un serpente. Il suonatore di Lira, facendo echeggiare le arie del suo strumento, persuade Ade e Persefone, muovendo a compassione il re e la regina del regno dei morti, i quali gli permettono di portare via l’anima di Euridice a patto che Orfeo non la guardi mai negli occhi finché entrambi non saranno ben oltre le sponde dell’Acheronte. Orfeo resisterà per tutto il tragitto, cedendo alla tentazione di riammirare la sua amata proprio alla fine, quando le luci dell’alba irradieranno l’ingresso dell’Oltretomba. Euridice allora scomparirà sotto lo stesso sguardo impotente di Orfeo, morendo per la seconda volta. Il cuore di Orfeo smetterà di battere in quell’istante: egli non amerà mai più un’altra donna. Non vivrà più come prima.

Valentin era anch’esso un musicista, non recava con sé una piccola lira ma una chitarra. Anch’egli come Orfeo discenderà in un inferno, quella cittadina di campagna circondata da esseri dannati e meschini, spiriti vendicativi e malvagi, e proverà a riportare sul piano esistenziale l’anima della sua amata. Sia Val che Lady, però, moriranno, e forse al di là del tempo e dello spazio, in un magico paradiso si riuniranno, ritrovando la pace.

Valentin incarnava le caratteristiche del serpente che porta nuova vita con sé, guarigione, amore.

Lord Voldemort, differentemente da Val, da quell’uomo che aveva sulle spalle quella pelle di serpente, non è capace di amare. Egli non prova nulla, né affetto né attrazione né bramosia fisica.

Voldemort non desiderò mai una donna, non agognò nessuna compagna, non volle mai unirsi carnalmente, né per voluttà né per generare un’altra vita, poiché l’unico piacere che egli poteva provare derivava dalla ricerca di un sempre maggiore potere. Tom Riddle provava solamente interesse per sé stesso, personificando il carattere egoista, insensibile del serpente solitario.

I tre protagonisti principali della storia generata dalla penna di J.K. Rowling, Harry, Ron ed Hermione, amano con tutte le loro forze. Amano i loro cari, la loro famiglia, i loro amici. L’amore che essi provano li sprona a lottare, perfino a sacrificarsi se necessario.

L’amore è quel sentimento che domina le scelte, le azioni, le decisioni, i gesti di molti personaggi della saga. Lily e James Potter morirono per tentare di proteggere la testimonianza vivente del loro amore, Harry. Frank e Alice Paciock lottarono contro le forze del male per cercare di offrire al figlio che tanto amavano un futuro in cui Voldemort non avrebbe regnato incontrastato.

Anche Severus Piton sacrificò parte della sua esistenza per un amore non corrisposto. L’amore provato da molti dei personaggi della saga li rende superiori a Voldemort, un essere che non sa cosa sia l’amore.

Ron era deciso a morire per amore. Quando furono attaccati dai Mangiamorte, in un locale, si gettò sul tavolino spingendo Hermione via, per evitare che venisse colpita, incurante di quello che sarebbe potuto succedere a lui. Ancora, in seguito, implorò gli aguzzini di scegliere lui per torturarlo e ucciderlo se necessario purché lasciassero Hermione. E la stessa Hermione, quando Ron andò via per quelle lunghe e devastanti settimane, non riusciva a trovare conforto, una flebile gioia, tanto era il senso di vuoto, la carenza che si era formata in lei. L’amore come quello di Hermione e Ron è una forza immensa come il firmamento.

Harry, il principale avversario del Signore Oscuro, sapeva cosa voleva dire amare. Egli amò perdutamente i suoi genitori, anche se non poté conoscerli. Quando riguardava una loro fotografia, un’immagine incantata che li eternava in movimento, sereni e sorridenti, Harry sentiva il suo cuore sommerso da un amore che non si poteva attenuare. Harry amava i suoi amici, Ron ed Hermione. Durante la sua crescita, si invaghì di una giovane ragazza, Cho, per poi innamorarsi perdutamente di Ginny. L’amore ha sempre fatto parte della vita di Harry. E’ questa la cosa che differenzia maggiormente il personaggio cardine dell’opera di J.K. Rowling dall’antagonista Voldemort: la facoltà di amare.

Voldemort non ebbe amori, amicizie, spezzò la sua anima, la deturpò. Morirà solo. Di lui resterà un ricordo, terribile, ma pur sempre un ricordo. Il terrore che voleva promanare in eterno si disperderà gradualmente non appena egli morrà, fino a scomparire del tutto.

  • Fine e principio

Durante le ultime sequenze, a battaglia ormai conclusa, Harry procede solitario finché vede Hermione e Ron camminare mano nella mano. Il giovane comprende che i due, finalmente, si sono dichiarati reciprocamente il loro amore, e si sono uniti. Ron ed Hermione ridono, intimiditi, ed Harry risponde a sua volta con un sorriso radioso e appariscente. Una circostanza che ricorda ciò che accadde verso la fine de “La pietra filosofale”. Allora, Harry aveva sconfitto Raptor e si era risvegliato nell’infermeria della scuola. Lì aveva avuto un toccante scambio di battute con il professor Silente. Poco dopo, il ragazzino avanzò solo soletto e mirò Hermione e Ron che stavano parlottando assiduamente e sogghignando senza freno. Harry li ammirò felice. Ron ed Hermione si accorsero di lui, e lo salutarono.

Questa stessa scena, che si è svolta al principio della storia di Harry Potter, si ripete, con le dovute differenze, nel finale. Harry rivede Ron ed Hermione da una certa distanza, ancora insieme, ancora felici, questa volta in veste di fidanzati.

Le due scene sono le strofe di una splendida poesia a cui sono state composte le ultime rime.

  • Hai dello sporco sul naso…

Diciannove anni dopo, Harry e Ginny sono sposi. I due stanno accompagnando i loro figli al binario 9 ¾. Harry si accorge che il suo secondogenito, Albus Severus, è piuttosto intimidito.

Harry gli si affianca con dolcezza, lo guarda e gli sussurra: “Insieme!”. Quanto tempo è passato dalla prima volta in cui Harry percorse quella stazione!

Chissà se Harry ci stava pensando su, in quei momenti. Chissà se la sua mente si era messa a rivangare il passato, a ripensare, più precisamente, a quando quel mattino di tanti anni prima vagava senza una meta chiara, confuso e perplesso, alla ricerca del fatidico binario 9 ¾.

Quel giorno, Harry poteva contare solo su sé stesso. Non aveva nessuno accanto, né un padre né una madre a dirgli cosa fare. Per sua fortuna, incontrò la signora Weasley e un bambino dai folti capelli rossi che sarebbe diventato suo amico. Da adulto, la situazione era notevolmente diversa. Harry era un padre ora, ed era pronto più che mai ad aiutare suo figlio a eseguire quel primo passo, ad attraversare la barriera che li avrebbe portati all’Espresso per Hogwarts. Pronunciando quella esortazione, “Insieme!”, Harry fa capire al figlioletto che non è solo, che c’è lui al suo fianco e che uniti possono avanzare senza paura. Da bambino, Harry dovette fare tutto in solitudine. Da padre, sapeva quanto la sua vicinanza sarebbe stata importante per il proprio ragazzo. Albus Severus prende coraggio e insieme ad Harry supera il muro di mattoni. Ma le paure del piccolo non sono terminate.

Questi si ferma per allacciarsi una scarpa, ma il suo volto non mente: qualcosa lo preoccupa.

Egli teme di deludere il suo papà. Glielo dice espressamente: “Papà, e se mi mettono in Serpeverde?”. Harry lo tranquillizza subito: Albus Severus non ha nulla da temere, non potrà mai deluderlo, dopotutto egli porta il nome di due presidi di Hogwarts e uno di essi era proprio un Serpeverde ed era uno degli uomini più coraggiosi che Harry avesse mai incontrato.

Laggiù, vicino ad uno dei vagoni, vi sono Ron ed Hermione. Sono anch’essi sposi, e stanno accompagnando la loro primogenita Rosie. Hermione, con il suo solito piglio e con la sua proverbiale cura per i dettagli, sta aiutando la figlia a portare con sé tutto ciò che le potrà occorrere. D’un tratto, la bacia sulla fronte e la stringe a sé con tutto l’amore che una madre può dare. Ron se ne sta lì accanto, tiene sotto braccio il piccolo Hugo, e osserva sua moglie e Rosie travolto dall’emozione.

Harry li raggiunge. Il trio si riunisce, poco prima che l’Espresso inizi a sferragliare sui binari. Rosie, seduta vicino ai cugini, raccoglie nella mano una cioccorana che se ne stava “aggrappata” al finestrino.

Che buffa coincidenza: durante il loro primo viaggio per Hogwarts, quando Ron ed Harry si trovavano nel vagone, anch’essi videro una cioccorana venir via da una figurina streghe e maghi famosi e balzare sul finestrino, per poi volare oltre, trascinata da un soffio di vento. 

Harry, Ron ed Hermione, osservando i propri figli cominciare la loro avventura, indugiano sui loro ricordi. Con ogni probabilità, ripensano a quando si incontrarono a bordo di quel treno. Là dove tutto è cominciato, là dove tutto finirà.

A quel tempo Ron ed Harry mangiavano, affamati, dolciumi su dolciumi.

Improvvisamente Hermione si introdusse nello scompartimento e si presentò. E prima di andar via, si voltò notando subito come Ron avesse una macchia di sporco sul naso.

Già in quel momento i due si guardavano con curiosità e attenzione, senza sapere che, anni dopo, sarebbero divenuti marito e moglie e non avrebbero mai più smesso di guardarsi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

FINE

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la pietra filosofale (2001), potete leggerlo cliccando qui.

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e la camera dei segreti (2002), potete leggerlo cliccando qui.

Ricordi folgoranti come un Flipendo – Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2004), potete leggerlo cliccando qui.

Innocenze spezzate – Harry Potter e il calice di fuoco (2005), potete leggerlo cliccando qui.

Un dolore soffocato – Harry Potter e l’Ordine della Fenice (2007), potete leggerlo cliccando qui.

Il collezionista – Harry Potter e il principe mezzosangue (2009), potete leggerlo cliccando qui.

"Lord Voldemort" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un fessacchiotto!

I flash dei fotografi baluginavano con insistenza, abbacinanti come lampi che appaiono e scompaiono in un cielo tumultuoso e che precedono il fragore del tuono nel prorompere di una tempesta.

Harry stringeva gli occhi, infastiditi dal susseguirsi di quei bagliori. I reporter non facevano altro che scattare fotografie, eternando fra le loro pellicole la figura di Albus Silente e dello stesso Harry. 

I maggiori quotidiani del mondo magico ne parlavano in apertura e in ogni colonna, riportando la notizia che Lord Voldemort aveva fatto ritorno. Non erano più le dicerie di un vecchio sciocco né le insinuazioni di un giovane alla ricerca di una considerazione smodata. Era tutto vero!

La stampa doveva fare i conti con un’informazione a cui non aveva dato il giusto credito, o che nella peggiore delle ipotesi aveva deliberatamente taciuto per molti, troppi mesi.  

In prima pagina campeggiavano le istantanee di Harry e di Silente. I due maghi, catturati in quegli scatti incantati, si muovevano e dalle loro facce era possibile cogliere un misto di fierezza e di rassegnazione. Fierezza perché finalmente entrambi venivano creduti e ascoltati, rassegnazione perché la verità che tentavano in ogni modo di rendere pubblica era oltremodo preoccupante e spaventosa: il più temuto mago oscuro di ogni tempo si era rigenerato.

Una certa sera, Harry si trova in un piccolo caffè che sorge nei pressi di una stazione ferroviaria. Il giovane sta sfogliando un giornale quando una voce femminile lo distrae da quella lettura. 

"Harry Potter!” – Mugugna costei - “Chi è Harry Potter?".

Il volto di Harry sbuca fuori da quell'ampio “rotocalco”, che il giovane ripone sul tavolo. Una bellissima ragazza si trova davanti a lui, gli sorride intrigata. Harry deve pur rispondere qualcosa. Lì per lì, probabilmente, lo stesso protagonista si domanda tra sé: chi è in effetti Harry Potter?

Dopotutto, per una persona comune quel nome non dice granché. 

Harry abbozza una replica ironica.

 “Nessuno! Un fessacchione!”.

Di certo non pensava quello di sé stesso, ma in fondo Harry sapeva bene che per i babbani egli non era nessuno, uno sconosciuto che però era pronto a battersi per proteggere il mondo intero da un male che presto si sarebbe mostrato in tutta la sua forza distruttiva anche agli occhi della gente normale. 

Strano questo tuo giornale, qualche sera fa avrei giurato di aver visto muoversi una foto.” - Prosegue la ragazza. 

Davvero?” – Chiede Harry, con tono retorico.

Svalvolo, ho pensato.” – Scherza la cameriera, che poi fa per allontanarsi. 

Harry ci pensa su qualche secondo poi si volta di scatto, richiama l'attenzione della fanciulla e accenna a una frase incompiuta che però ha tutta l'aria d’essere un chiaro invito. La ragazza coglie al volo l'opportunità, e i due si danno appuntamento per le undici. 

Qualcosa però, poco dopo, attrae lo sguardo di Harry. Al di là dei binari la luce di un lampione brilla in modo intermittente, come se venisse disturbata da una forza misteriosamente all’opera. Un treno passa a tutta velocità sulle rotaie e appena svanisce la sagoma del professor Silente compare all'orizzonte. Harry esce dal locale e raggiunge il Preside. L’estate è agli sgoccioli e i due sembrano rincontrarsi dopo una lunga e interminabile attesa.

Una macchia scura che Silente ha sulla mano cattura lo sguardo di Harry, come una traccia di fuliggine che imbratta una camera linda e priva di un caminetto. Silente se ne accorge e dice serenamente ad Harry che si tratta di una lunga storia. Poi lo prende sotto braccio e gli comunica che devono andare. 

Harry osserva in lontananza, il suo sguardo indugia sul lato opposto della stazione. La ragazza che aveva invitato a uscire lo sta aspettando, si guarda attorno ma non riesce a scorgerlo. Harry deve andare via, deve rinunciare a quell'incontro. Si avvicina al Preside e i due si smaterializzano. 

Comincia il tal modo l'adattamento cinematografico de "Il principe mezzosangue", con un piccolo ma non indifferente sacrificio compiuto da Harry.

Il ragazzo voleva solamente trascorrere una serata piacevole, con una ragazza che gli aveva rubato lo sguardo. Non poté farlo. Perché Harry non è un ragazzo come gli altri, non può avere una vita banale, tranquilla, fatta di uscite divertenti e appuntamenti improvvisati. Harry è il prescelto, l'eterno rivale di Voldemort, e la sua esistenza sarà sempre influenzata dal dovere, sarà sempre condizionata dal volgere imprevedibile degli eventi e dalla lotta contro questo nemico finché non verrà definitivamente sconfitto. 

Harry accetta per l'ennesima volta di non poter passare un momento di svago, di pura normalità, e quindi acconsente ad accompagnare Albus Silente per dare inizio alla sua sesta avventura. 

Il Preside di Hogwarts conduce Harry fino al villaggio britannico di Budleigh Babberton. Una volta giunti sul posto, i due sostano dinanzi ad una imponente casa. La porta dell’edificio è stata abbattuta con violenza. Harry e il professore si addentrano cautamente nella dimora. La luce che guizza dalla bacchetta di Silente rischiara il buio dell’abitazione. Le camere sono state messe a soqquadro, i muri ammaccati, i mobili scaraventati qua e là.

Silente avanza, borbottando un nome: “Horace!”.

Lo ripete sottovoce, ancora, “Horace!”, ma non accade nulla.

Un silenzio assoluto pervade le stanze. In quello scompiglio non si riesce a distinguere alcunché. L’occhio allenato di Silente, però, non si lascia disorientare. Un elemento di quell’arredamento lasciato in subbuglio stuzzica il sesto senso del grande mago: una poltrona molto larga.

Silente si avvicina, la lambisce con la punta della sua bacchetta ed essa si muove. La poltrona non era che un trucco, un “artificio”, una trovata magica escogitata dal professor Lumacorno per nascondersi dai Mangiamorte che vagano indisturbati.

Una volta svelato l’inganno, Lumacorno si rilassa, riassume la sua forma umana smettendo di essere una grossa poltrona da salotto.

Ma che ci fanno Harry e Silente in quell’alloggio ridotto in un sottosopra? Un tempo, Harry si sarebbe posto una domanda simile ma si era assuefatto a quei piani attuati in divenire e oramai si adeguava di conseguenza. Ben presto però i suoi piccoli dubbi sarebbero stati fugati.

Silente è giunto fino a lì per convincere Lumacorno ad accettare la carica di professore di Pozioni. A Severus Piton, infatti, è stata finalmente assegnata la tanto bramata cattedra di Difesa Contro le Arti Oscure.

Una notizia sorprendente. Perché proprio adesso? Stando a quello che si vociferava, Piton aveva sempre agognato quel ruolo di insegnante eppure il Preside non si era mai dimostrato tanto magnanimo da concederglielo. Cosa era cambiato?

Non è un caso che tutto ciò avvenga proprio durante il sesto anno scolastico di Harry.

Nel racconto di J.K. Rowling si evince che sulla cattedra di Difesa Contro le Arti Oscure aleggiava una inspiegabile “maledizione”, un “malocchio” per usare il linguaggio folkloristico, una sorta di fattura generata dalle scienze occulte dello stesso Voldemort.

Molti anni prima della storia fin qui rinarrata, un maturo Tom Riddle si era recato nell’ufficio di Silente richiedendo espressamente quell’incarico. Il mago desiderava ritornare ad Hogwarts e divenire professore della materia che più gli interessava, quella che appunto contemplava lo studio delle Arti Oscure. Silente rifiutò di assegnare il posto a Tom Riddle, percependone le fosche intenzioni, e da allora nessun professore di Difesa Contro le Arti Oscure è mai rimasto al timone per più di un anno. Chi per un motivo chi per un altro, ogni insegnante era infine costretto a lasciare il “seggio vacante”.

Perché, dunque, Piton, il più fidato alleato di Albus Silente, diviene docente di questa materia durante gli accadimenti de “Il principe mezzosangue”? Silente non teme più che possa capitargli qualcosa?

Beh, tutto ha a che vedere con la macchia nera che deturpa una mano dello stesso Preside di Hogwarts. Quella venatura che ha il colore della notte più fitta e che contamina l’epidermide di Silente è un male incurabile, che si sta espandendo come un cancro. Silente sa che la sua vita è vicina al termine e che dovrà essere Severus Piton a porre fine al suo lento e inesorabile declino e in un momento ben preciso. Un gesto tanto eclatante, l’assassinio del più grande mago vivente nonché il più luminoso baluardo della lotta contro l’oscurità, farà sì che Voldemort si fidi ciecamente di Piton, riaccogliendolo tra le sue schiere.

Severus Piton ottiene la cattedra di Difesa Contro le Arti Oscure perché gli eventi entro la fine dell’anno scolastico sono destinati a precipitare. Ecco perché il Preside elargisce a Severus questo dono, come ultimo “pegno” di addio. 

Hogwarts ha quindi bisogno di un nuovo professore di Pozioni. Pertanto, Silente vuole convincere Lumacorno a rivestire nuovamente questo ruolo. Il Preside si è presentato al cospetto del vecchio capo della Casa di Serpeverde con Harry, una scelta, quest’ultima, valutata con saggezza. Lumacorno, infatti, è un uomo che subisce il fascino della fama, della celebrità. Egli ama circondarsi di persone autorevoli, importanti e rinomate.

Sebbene appaia come un tipetto simpatico, baldanzoso e alla mano, Lumacorno è superficiale poiché tende a ignorare i “modesti”, i “semplici”, e ad accostarsi alle persone di successo, a coloro che vantano nomi illustri o che visto il talento che possiedono potrebbero, un domani, diventare "qualcuno" con cui imbastire proficui rapporti di amicizia.

Lumacorno si è sempre comportato in tal modo, fin da quando era professore ad Hogwarts anni addietro.

Già allora egli amava organizzare feste, incontri e “simposi intellettuali” con gli studenti più promettenti, gli stessi che in futuro avrebbero ripagato i suoi favoritismi con doni e ricompense. Dunque Silente porta con sé Harry perché vuole fare leva sulla notorietà e sulla gloria di cui questi è depositario. Affascinato dal valore e dalla risonanza di Harry, Lumacorno accetta di tornare alla scuola di magia e stregoneria.

Ma Silente non vuole che Lumacorno ritorni solamente per riempire un posto vuoto tra il corpo insegnanti; invero il Preside vuole trovare il modo di frugare tra i ricordi dello stesso Lumacorno, che nasconde una memoria rilevante che coinvolge proprio un giovane Tom Riddle.

Qualche settimana dopo, nel laboratorio dove si svolgono le lezioni del professor Lumacorno, Harry rinviene un libro consunto e sbucato dal passato, celato in un angolo impolverato e dimenticato, nelle cui pagine vi sono appunti, correzioni, modifiche, tutto scritto a mano da un misterioso studente che si firma “Il principe mezzosangue”.

Leggendo quelle annotazioni e basandosi sui ritocchi alle formule, Harry spicca fra tutti gli altri alunni conquistando l’ammirazione di Lumacorno, che si persuade di avere dinanzi uno studente fortemente portato nel campo delle Pozioni. Il libro del principe mezzosangue costituirà per il protagonista una (pericolosa) risorsa da sfruttare grazie alla quale Harry entrerà immediatamente tra le grazie del vanaglorioso docente.

  • Una trasposizione formata a metà

Il sesto libro della saga di Harry Potter, “Il principe mezzosangue”, è uno dei racconti più significativi dell’intera epopea letteraria firmata J.K. Rowling. In questo romanzo, l’autrice si concentra sull’avvenuto dell’antagonista principale, sul trascorso di Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato, sulla sua famiglia di origine, sulla sua venuta al mondo, il suo approdo nel mondo magico e la sua evoluzione.

Il principe mezzosangue” è un romanzo che rivela molto circa la contorta psicologia di Tom Riddle, la sua sinistra ossessione nel ricercare l’immortalità terrena, un limite verso cui nessuno si è mai spinto.

Nella omonima trasposizione cinematografica – la seconda firmata David Yates – tutto questo verrà perso, scartato. Il passato di Voldemort e molti dei suoi ricordi verranno tralasciati, volutamente rifiutati e mai inscenati.

Il cineasta Yates ci offre una traduzione zoppa, imperfetta, manchevole, scevra di parti fondamentali che vengono sacrificate a vantaggio di momenti rielaborati, talvolta inutili e fini a sé stessi. Yates preferisce concentrarsi su un’altra parte, certamente importante del testo, quella relativa alle relazioni interpersonali tra i giovani protagonisti, i loro sentimenti, le loro emozioni, gli amori che provano gli uni per gli altri e che in questo sesto anno esplodono con impeto, tra gioie e dolori.

  • L’amore è nell’aria ad Hogwarts…

Nel lento progredire dei mesi alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, Harry e Ginny si avvicinano sempre di più. L’unica figlia di Arthur e Molly Weasley viene finalmente osservata dal protagonista che se ne invaghisce quasi improvvisamente, forse rendendosi conto che l’affetto che aveva nei confronti della fanciulla dai capelli rossi lo aveva sempre provato, e se ne stava dormiente in lui, pronto a destarsi nel pieno della maturazione.

Nel testo letterario Harry e Ginny si baciano nella Sala Comune di Grifondoro, dopo che la squadra ha vinto la Coppa del Quidditch. Harry fa capolino dall’ingresso, dopo aver superato la vigilanza della Signora Grassa pronunciando la parola d’ordine, e assiste, stupito, ai festeggiamenti dei suoi compagni.

Travolta dall’emozione Ginny corre verso di lui, lo cinge con le braccia e lo bacia con totale trasporto. Harry risponde al bacio, sorpreso e sopraffatto da un vortice di sensazioni. Per un istante che sembra durare svariate primavere, le labbra di Harry e Ginny non smettono di congiungersi. Entrambi non badano al fatto d’essere guardati da tutti gli altri studenti presenti nella Sala Comune, sembrano perfino dimenticarsene completamente. Quel singolo e intensissimo momento sgombra la mente di Harry da ogni altro pensiero, da ogni altra remora. Per Harry e Ginny non esiste nient’altro in quel lasso di tempo se non loro. Soltanto e unicamente loro.

Quando i due giovani riaprono gli occhi e si staccano, la mente di Harry che vagava fra orizzonti lontani torna sulla Terra. Il ragazzo lancia un’occhiata agli altri compagni che ricambiano la sua espressione festante. Harry ricerca naturalmente lo sguardo di Ron, il quale appare incerto su come reagire così su due piedi. Ron, però, farà subito un gesto eloquente per tranquillizzare l’amico, confessando, in fondo, di essere felice per Harry e per sua sorella e quindi di approvare la loro relazione. Harry ne sarà decisamente sollevato.

Nel film, il primo bacio tra Harry e Ginny avviene in un modo diverso, in un ambiente più intimo e protetto: nella Stanza delle Necessità. Ginny invita Harry a chiudere gli occhi, gli va incontro e lo sorprende con un bacio. 

Se durante il sesto anno scolastico di Harry, lui e Ginny cercano in ogni modo di avvicinarsi, di toccarsi, di baciarsi, Ron ed Hermione non fanno che aumentare i ritmi dei loro bisticci, delle loro azzuffate continue.

Eppure, stavolta, erano andati a un passo dal primo appuntamento. Nel film non è chiaro, nel libro, invece, il tutto avviene e si sviluppa con una certa cura e un appassionante intreccio.

Ron e Hermione sanno ciò che provano l’uno per l’altra, ma nessuno dei due è pronto a fare il primo passo. Gli indugi paiono rompersi quando si presenta una ghiotta occasione che Hermione non vuole lasciarsi scappare. Il professor Lumacorno sta organizzato una festa con i suoi allievi più cari, coloro che primeggiano nella sua materia o che brillano ai suoi occhi avidi di popolarità; ogni studente di questa ristretta cerchia può invitare a sua volta un partner per la serata. Hermione desidera invitare Ron, in quello che potrebbe essere il loro primo appuntamento; un appuntamento sognato e rimandato troppo a lungo.

Ron e Hermione hanno dunque modo di parlare di questo possibile incontro. E lo fanno a modo loro, si intende: dapprima attraverso un “dico non dico”, poi con qualche riferimento ben più cristallino, finendo per cercare di imbastire uno dei loro soliti, appassionanti diverbi. Perché è ormai evidente: Ron e Hermione, sotto sotto, si divertono a “bisticciare”. E’ il loro bizzarro modo per attirare l’attenzione dell’altro, per tenersi testa, per divertirsi, per accrescere una passione sempre più accesa che viene sublimata in quelle schermaglie che non mettono mai realmente in discussione il loro legame.

Pertanto, mentre cercano di organizzare questo fatidico appuntamento, Hermione ammette di voler invitare Ron, il quale, meravigliato, confessa di aver pensato (o più precisamente temuto) che lei volesse andare con qualcun altro, uno studente molto in voga quell’anno, come ad esempio Cormac Mclaggen.

Hermione lo redarguisce e tenta di metterlo alla prova: “Se preferisci che vada con Mclaggen…” – Dice, con fare provocatorio.

No!” - Precisa prontamente Ron – “No che non lo preferisco!” – Conclude con tono speranzoso.

Tutto sembra andare per il verso giusto ma un giorno accade qualcosa di imprevisto. Ron e Ginny hanno un alterco in cui la sorella minore finisce per prendere in giro lo stesso Ron, rimasto il solo fra tutta la combriccola a non aver dato ancora il suo primo bacio. Il volto di Ron si fa duro e perplesso.

L’unico?” – Si domanda, forse, tra sé. Ron viene così a sapere che Hermione ha baciato Viktor Krum in passato, e ne resta estremamente infastidito.

Vinto dai suoi soliti attacchi di insicurezza Ron diviene scostante e diffidente nei riguardi di Hermione, senza darle una spiegazione. La speranza che il loro primo appuntamento diventi realtà naufraga non appena Ron approfitta dell’infatuazione di Lavanda Brown, una compagna della Casa di Grifondoro, per dare il suo primo bacio e intraprendere una relazione con lei.

Hermione ne resta incredibilmente scossa.

Nella trasposizione cinematografica questo antefatto viene totalmente sorvolato, semplificando e di molto la complessità della dinamica. Sia Hermione che Ron, in quei momenti, si amano già e molto anche, ma a causa di scherzi del destino o per colpa di comportamenti istintivi e sbagliati, tipici di quell’età, non riescono ad avvicinarsi come vorrebbero.

In ogni caso il momento in cui Ron dà il suo primo bacio a Lavanda, scatenando la reazione di gelosia di Hermione, nel lungometraggio è riportato abbastanza bene: la ragazza non appena vede Ron baciare un’altra viene assalita dallo sconforto e corre via. Harry la segue, deducendo la profondità del sentimento di Hermione. Harry le resta accanto, cercando di confortarla. In quei frangenti il protagonista sa cosa si prova, del resto anch’egli si è innamorato di Ginny e in quei giorni non sa come rivelarlo.

Poco dopo Ron raggiunge lo stesso luogo in cui siedono Hermione e Harry. Nel libro, il ragazzo dai capelli rossi, memore del bacio che la ragazza ha dato tempo prima a Krum e accecato dalla gelosia, ignora Hermione, rivolgendo la parola soltanto ad Harry. Furibonda, Hermione ordina a degli uccelli generati da un suo incantesimo di aggredire Ron: i volatili si fiondano su di lui, ricoprendolo di beccate. Il rostro degli uccelli ferirà le braccia e le mani del ragazzo, che urlerà a Hermione di mandarli via. Hermione, però, fuggirà lontano, con gli occhi pieni di lacrime.

Nelle settimane a seguire, Ron e Hermione non si rivolgono la parola. Hermione, per amor di vendetta, invita proprio Mclaggen al ricevimento, lasciando di stucco Ron. Sconfitti dall’orgoglio e dalla gelosia reciproca, Ron e Hermione finiscono per farsi i dispetti a vicenda, per pungersi alla lontana, pur di non ammettere quello che entrambi provano da così tanto tempo e con tale potenza.

Il fato dovrà metterci lo zampino. Un giorno Ron entra in contatto con un veleno, venendo salvato per un soffio. Il giovane sarà portato in infermeria. Hermione lo veglierà per gran parte delle ore, dispiaciuta per il loro ultimo litigio e terribilmente spaventata dall’idea di ciò che sarebbe potuto accadere.

A questo punto, sarà l’inconscio a parlare. Quando giacerà sdraiato sul letto dell’infermeria, tra veglia e sonno, Ron chiamerà a sé Hermione. Ripeterà “Hermione” più e più volte, balbettando le lettere che compongono il nome del suo unico, vero amore. In quegli attimi Ron sta sognando Hermione, la vuole vicino a sé. Era sempre stato così. Ron l’aveva sempre amata, sia consapevolmente che inconsapevolmente, e non riusciva a starle lontano. Mentre riposava, confuso e ammalato, i sogni materializzavano agli occhi di Ron l’immagine di Hermione, ed egli la invocava, sia pure con voce fiacca.

Nel film, Hermione riesce a udirlo. La ragazza sente che Ron la nomina, visibilmente stremato. Allora Hermione si siede lì vicino, gli tiene la mano. Harry li guarda accennando un sorriso, con la tipica espressione di chi aveva sempre capito tutto e aspettava solamente che ciò accadesse per esserne pienamente felice. Hermione si volta verso di lui, sa cosa pensa Harry dopotutto è il suo migliore amico.

Imbarazzata lo rimprovera per quella sua espressione vispa, dicendogli un simpatico: “Oh, sta' zitto!” - E sorride a sua volta.

Harry se ne va. Dunque Hermione può restare lì insieme a Ron, guardandolo con lo sguardo che solo un’innamorata può offrire all’indirizzo del suo grande amore.

Quello tra Ron e Hermione è sempre stato un amore sbocciato in tenera età, sopito, sottinteso ma tanto prorompente da non poter essere in alcun modo celato: i loro costanti battibecchi non sono che tentativi maldestri di domare un amore, una passione che vive e si alimenta proprio attraverso quel loro modo di punzecchiarsi a vicenda, di voler avere sempre l’ultima parola, di fronteggiarsi facendo comunque valere le proprie posizioni e le proprie idee. Ron e Hermione hanno un rapporto paritario e, pur avendo caratteri diversi, si completano vicendevolmente, si incastrano come due tasselli di uno splendido mosaico.

Nella sua trasposizione cinematografica, il regista David Yates sceglie di dedicarsi prevalentemente alla sfera amorosa dei personaggi, certamente valevole, sacrificando però molto altro della storia compendiata ne “Il principe mezzosangue”.  

  • Il mago che ricerca l’eternità

Alle origini di Lord Voldemort il regista dedica due sequenze, due soli momenti nell’intera pellicola. Troppo poco se confrontato all’accurato e minuzioso lavoro che la scrittrice J. K. Rowling compie nel delineare, mediante l’uso dei “flashback”, dei ricordi andati, la personalità dell’antagonista.

La storia dei Gaunt, la famiglia da cui discende Tom Riddle e il drammatico vissuto della madre di quest’ultimo, Merope, vengono completamente e ingiustificatamente azzerati.

Quella di Merope Gaunt è una figura tragica e straziante, tra le più commoventi dell’universo narrativo partorito dalla Rowling.

Nelle pagine del libro, questa creatura femminile viene introdotta con lentezza, procedendo gradualmente. Al principio il padre e il fratello di Merope - rispettivamente Orvoloson e Orfin Gaunt - dominano la scena ricreata dalle parole della scrittrice, impadronendosi dell’attenzione del lettore con i loro modi rozzi, feroci, crudeli.

Merope è un’entità che affiora dall’ombra, un personaggio che se ne resta in disparte come un dettaglio grigio in una tela tempestata di pennellate dai colori vivaci e aggressivi.

Progressivamente l’interesse del lettore viene indirizzato verso di lei, verso questa donna silenziosa, smunta, mogia, stanca, troppo insignificante, all’apparenza, per essere notata di primo acchito.

Orvoloson si rivolge sbraitando a questa fanciulla dalle sembianze malaticce, cagionevoli, rimproverandola aspramente, definendola un’inetta senza poteri magici. Merope non reagisce, resta sulle sue, spaventata e indifesa come una donna che sopporta maledettamente, fra le mura domestiche, il tormento della violenza verbale e fisica.

L’aspetto di Merope è quello di una dama segnata da una sofferenza quotidiana e senza fine: è sgraziata poiché non può prendersi cura di sé stessa, porta i capelli color topo, spenti, cammina ricurva, è denutrita e il suo ovale è marcato dalla disperazione. 

In quel tempo, Merope abitava in un sudicio tugurio e veniva ritenuta dal padre e dal fratello alla stregua di una serva a cui era stata strappata ogni forma di dignità. La donna si trascinava a fatica in un mondo di tenebre, scandito da un inverno sempiterno e gelido. Laggiù, in fondo al petto, vi era un’unica fiamma a scaldarla e ad attenuare il freddo dell’esistenza di Merope: un amore.

L’ultima discendente femminile di Salazar Serpeverde si era innamorata di un nobiluomo, un babbano, un certo Tom Riddle. L’amore che Merope nutriva per lui era inestinguibile come un rogo che divampa senza mai consumarsi e che neppure il più incessante dei temporali può spegnere.

Quando passava nei pressi dell'abitazione fatiscente di Merope, Tom Riddle la guardava a malapena. Neppure sapeva chi fosse, e non gli importava di certo scoprirlo. Riddle era un aristocratico altezzoso e sdegnoso, che mai avrebbe ricambiato il sentimento di una femmina umile e povera. Quando Orvoloson e Orfin verranno arrestati e rinchiusi ad Azkaban, Merope si ritroverà sola. Finalmente libera.

Decisa più che mai a vivere il proprio sentimento, la donna valuterà di usare la magia per manipolare la mente del suo adorato, per indurlo a provare nei suoi confronti quell’amore incondizionato e imperituro che lei vorrebbe ricevere più di ogni altra cosa. Quello che Merope compie è un autentico sopruso; una violenza spirituale e carnale, poiché mediante l’uso delle arti magiche ella assoggetta il cuore di un uomo, la sua mente e infine il suo corpo. Tom si unirà a Merope a livello sentimentale e sessuale, convinto che ciò che avverte per lei sia vero e non certo indotto.

Merope non capì la gravità di quello che stava adempiendo. Dopo anni e anni in cui non fece altro che soffrire, Merope voleva solamente essere felice a qualunque costo.

La donna insegue così il suo sogno, e quella che credeva sarebbe stata la sua fiaba si trasformerà in un orrore.

Adoperando un filtro d’amore la donna farà innamorare Tom di lei e dalla loro unione Merope porterà in grembo un figlio. Una volta capito di essere incinta, Merope, sicura che Tom oramai la ami veramente, annulla gli effetti del “sortilegio”, smettendo di somministrargli il filtro. La relazione tramonta nel giro di poco tempo. Ritornato in sé, Tom Riddle resta inorridito da tutto quello che è accaduto, e abbandona Merope a sé stessa.

Dilaniata dal dolore, Merope trova rifugio in un orfanotrofio dove, con le energie residue, dà alla luce il suo unico erede, chiedendo come ultimo desiderio che il bambino porti il nome del padre. Anche in quegli ultimi rantoli di vita Merope non smette di pensare a lui, a quell’uomo che non l’aveva mai stimata o apprezzata.

Quando Merope comprende definitivamente che l’uomo che ama non prova nulla per lei, neppure dopo tutto quello che hanno sperimentato insieme, neppure dopo la loro unione e il concepimento di un figlio, la donna viene annientata da una desolazione profondissima, da una amarezza infinita che sfocia nella perdita di ogni anelito vitale, come accade nella tragedia di William Shakespeare ad Ofelia, che comincia a cadere preda della pazzia non appena Amleto nega, sprezzante, i sentimenti che dichiarava di nutrire verso di lei.

Merope diviene sempre più debole, consumata da un amore a senso unico. La donna si spegne tristemente, un po’ come accade ad Eco nel mito greco, quando le profferte della ninfa vengono respinte da Narciso. L'urlo di cordoglio di questa ninfa delle montagne si affievolisce sempre di più fino a scomparire quasi del tutto. Di Eco non resterà che una piccola traccia che echeggia, sparsa per il mondo: la capacità di ripetere l’ultima parola pronunciata da un essere umano. Di Merope non resterà alcuna voce, alcun grido, alcuna parola. Rimarrà un’unica testimonianza: un bambino, messo al mondo poco prima che il cuore di Merope scandisse l’ultimo battito.

Voldemort nacque da una relazione in cui non vi era amore, in cui non vi era un sentimento puro tra un uomo e una donna, e ciò, molto probabilmente, incise sulla sua assenza di umanità, privandolo completamente di una coscienza e di una moralità.

Crescendo in orfanotrofio, Tom scopre di essere speciale, di avere poteri straordinari, di poter far accadere cose terribili agli altri bambini che si comportano male con lui. Durante uno dei primi incontri con Albus Silente, il piccolo Tom confessa d’essere un collezionista. Egli depreda oggetti che sono appartenuti alle sue “vittime”, i ragazzini che, bistrattandolo, sono andati incontro alla sua vendetta. Tom adora collezionare beni materiali che hanno un valore simbolico ai suoi occhi, e ancor di più dimostra di provare un sinistro fascino nei riguardi degli artefatti importanti, che recano in sé una storia.

Parlando con Silente e quindi prendendo consapevolezza delle sue origini di mago, Voldemort si fa sfuggire un particolare del suo modo di pensare: egli crede fermamente che, tra sua madre e suo padre, fosse quest’ultimo ad avere il sangue dei maghi, poiché la madre morì dopo averlo dato alla luce. Voldemort è sicuro che i maghi non possano morire, per lo meno non così facilmente. Crede che essi siano eccezionali, superiori alla gente qualunque, tanto da poter guadagnare l’eternità. Invero, non è così. Umani e maghi sono soggetti alla caducità del tempo, sia pure in misura diversa, ed entrambi sono accomunati dal medesimo destino di ogni mortale. Eppure Voldemort sin dall’infanzia ammette di provare una certa attrazione verso l’immortalità.

"Tom Riddle" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il Lucifero mutato

Da studente, Tom Riddle era un ragazzo bellissimo. Questo essere dalle fattezze angeliche, questo Lucifero del mondo magico, sceglierà di perdere progressivamente la propria bellezza, i propri lineamenti umani.

Maturando, colui che sarà conosciuto come il Signore Oscuro scoprirà l’esistenza di un incantesimo terribile in grado di spezzare l’anima, di dividerla, di frammentarla e porla in “risorse” semplici e disparate. La magia che il giovane Tom Riddle scopre anche grazie al professor Lumacorno è quella che porta alla genesi degli Horcrux. Ossessionato dall’idea di ingannare la morte, il mago si incammina lungo un sentiero costellato da atrocità. Tom si macchierà del peggiore dei crimini, divenendo un glaciale assassino.

Voldemort sceglie di confinare “cocci” della sua anima all’interno di oggetti, così da eludere la morte. Il prezzo per perpetrare ciò è la perdita di ogni barlume di umanità: la bellezza di Tom sfiorirà, come quella di Lucifero che da angelo splendido con le ali argentee si trasformò in un diavolo con appendici tenebrose dietro le spalle.

L’aspetto di Tom Riddle muterà facendo posto ad un mostro dall’epidermide pallida e dal viso serpentiforme.

Nel romanzo de “Il principe mezzosangue”, fra i tanti ricordi riemersi dagli abissi della mente del Signore Oscuro, Silente ed Harry scoprono la forma di adorazione, di venerazione, che Voldemort prova per i simulacri più emblematici che legano il suo vissuto al regno magico. “Reliquie” raffinate che certificano il suo legame con la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts come la Coppa di Tosca Tassorosso, il Diadema di Priscilla Corvonero, il Ciondolo di Salazar Serpeverde.

Essi sono ai suoi occhi cimeli dal valore inestimabile, in cui depositare consapevolmente e con fierezza parte del suo spirito incorporeo. Voldemort vuole che i brandelli della sua essenza divengano un tutt’uno con quel mondo speciale che lo ha accolto e che egli desidera dominare come un sire tetro.

Voldemort, come dicevo, è un collezionista, un amante del gingillo pregevole, antico, che possiede un valore storico o personale. In quelli oggetti apparentemente algidi, inanimati, luccicanti, Voldemort inserisce una parte di sé: il collezionista che lega indissolubilmente sé stesso alla propria collezione. Voldemort non vuole che i pezzi della sua anima vengano collocati in cose qualunque, tutt’altro. Egli agogna espressamente che essi vengano serbati in “manufatti” rari e monili preziosi. Pertanto, nel corso degli anni si mette alla ricerca delle gemme che più brama, specialmente quelle che di diritto appartengono alla sua persona, in quanto eredità della sua famiglia, come l’Anello di Orvoloson Gaunt e il Medaglione di Salazar Serpeverde.

Voldemort crea volutamente sei Horcrux: il diario che recava con sé da ragazzo durante gli anni scolastici, l’Anello dei Gaunt e il già citato Medaglione. A questi aggiunge, per l’appunto, la Coppa di Tassorosso e il Diadema di Corvonero, anch’essi simboli collegati ai Fondatori di Hogwarts, l’unico luogo che Voldemort ha considerato la propria dimora, un reame che avrebbe voluto porre sotto il suo giogo. Ancora creerà un ulteriore Horcrux in Nagini, l’orripilante serpente che porterà con sé.  

Tutti questi dettagli che riguardano Voldemort, come la fissazione che egli riversa verso quegli specifici ornamenti, nell’adattamento di Yates non vengono offerti allo spettatore per poter essere recepiti e compresi. Questa gravissima mancanza rende il sesto film della saga cinematografica un’opera incompiuta.

La trasposizione de “Il principe mezzosangue” possiede comunque uno charme drammatico, malinconico, dovuto alla sua fotografia opprimente, che sembra preannunciare il sopraggiungere dell’oscurità più fitta.

Nella parte finale della pellicola, l’atmosfera si farà sempre più suggestiva e coinvolgente. Le sequenze che vedono Harry e il professor Silente perlustrare la caverna in cui Voldemort dovrebbe aver nascosto uno dei suoi Horcrux sono assolutamente d’effetto, esteticamente stupende.

In questi frangenti noi spettatori assistiamo all’imminente caduta di uno stregone ormai provato, il professor Silente, il quale, costretto a bere una pozione per raggiungere quello che crede sia il Medaglione di Serpeverde, rivive con terrore il senso di colpa che lo attanaglia da sempre: la morte della sorella. Se l’anziano Silente è prossimo alla dipartita, il giovane mago che gli sta accanto, che lo sorregge, Harry, è a sua volta prossimo ad ascendere al ruolo di eroe, di prescelto, di ultimo baluardo del bene.   

  • Razzismo, malvagità e ignavia

Nel romanzo de “Il principe Mezzosangue” la figura di Draco Malfoy viene maggiormente scandagliata e analizzata dalla penna di J.K. Rowling.

Nei volumi precedenti, Draco viene delineato in maniera piuttosto chiara e inequivocabile: questi è un bullo della peggior specie, che trae giovamento dall’offendere e dal ferire gli altri.

Educato in un ambiente sereno, aristocratico e altolocato, Draco è l’ultimo discendente della nobile famiglia dei Malfoy.

Amato dai genitori, il padre Lucius e la madre Narcissa, che non esitano a ricoprirlo di doni e di affetti di ogni tipo, Draco vive nell’agiatezza, nel benessere, nel vizio, tronfio e fiero del cognome che porta. Egli crede fermamente negli ideali della propria casata, e reputa i nati babbani esseri inferiori, da disprezzare.

Draco dimostra innumerevoli volte di essere un ragazzo diabolico, perfido, tormentando Harry ogni qualvolta ne ha l’opportunità, deridendo Ron per le sue umili origini e producendosi in gravissime offese razziste verso Hermione, nei confronti della quale auspica perfino la morte durante gli eventi de “La camera dei segreti”.

Ancora ne “Il prigioniero di Azkaban” Draco approfitta di un infortunio subito per sua stessa colpa durante una lezione di Cura delle Creature Magiche per tentare di far perdere la cattedra di professore ad Hagrid e cosa ancor peggiore non prova il minimo rimorso per il destino a cui rischia di andare incontro Fierobecco, quel nobile, maestoso e intelligente animale che verrà condannato a morte, salvo poi essere salvato dal provvidenziale intervento di Harry e Hermione. Negli anni a venire, Malfoy seguita ad affermarsi come una persona insopportabile, meschina, egoista, litigiosa e boriosa.

Dopo il ritorno di Voldemort, Draco segue il padre Lucius e si unisce ai Mangiamorte rimanendo però sconvolto dagli orrori che il Signore Oscuro commette. Ne “Il principe mezzosangue” Draco viene incaricato dallo stesso Voldemort di uccidere Silente. Il ragazzo patisce per la prima volta in vita sua un tormento interiore. Da una parte non è in grado di commettere un omicidio con le sue stesse mani, dall’altro sa che se non rispetterà il volere dell’Oscuro Signore lui e la sua famiglia saranno in pericolo. Nel tentativo di portare a termine il compito, Malfoy rischia di uccidere dapprima l’innocente Katie Bell e poi il povero Ron, avvelenandolo. Nella parte finale del romanzo, lo stesso Draco facilita l’ingresso dei Mangiamorte ad Hogwarts. Quando si trova al cospetto di Silente e deve ucciderlo, Draco, in lacrime, si arresta. Questo perché egli non è realmente un assassino. Ciò nonostante, la sua figura non viene assolutamente riabilitata.

Ne “I Doni della Morte”, quando Harry, Ron e Hermione vengono catturati e trascinati a Villa Malfoy, Draco, sollecitato dalle insistenti domande degli altri presenti, ammette che con ogni probabilità due dei prigionieri sono in effetti Ron Weasley e Hermione Granger, ma quando gli domandano se il terzo prigioniero è Harry Potter risponde con vaghezza. E’ evidente che Draco non vuole consegnare di sua spontanea volontà Harry a Voldemort, pertanto esita ma allo stesso tempo non si adopera in nessun modo per salvare il trio di protagonisti. Quando Harry e Ron verranno chiusi nelle segrete, Draco non farà nulla per liberarli né cercherà di salvare Hermione quando quest’ultima verrà torturata da Bellatrix Lestrange.

Durante la Battaglia di Hogwarts, nel libro, dopo che Harry gli salva la vita nella Stanza delle Necessità, dove lo stesso Draco aveva cercato di catturarlo, Malfoy ci viene mostrato in un momento molto particolare che, per certi versi, dice molto sul carattere del personaggio: Draco si trova in ginocchio, dinanzi ad un Mangiamorte, intento a piagnucolare come un vigliacco, mentre borbotta qualcosa come “Sono uno dei vostri!”.

Anche in questo caso Malfoy verrà salvato da Harry, che lancerà un incantesimo all’indirizzo del Mangiamorte. In seguito, Draco verrà steso da un gancio di Ron che gli urla qualcosa come “E’ l’ultima volta che ti salviamo la vita, bastardo doppiogiochista”.

In una delle sue ultime apparizioni, a battaglia conclusa, Draco permane in disparte, avvinghiato ai suoi genitori, sconvolto dalla brutalità della guerra e dall’esito del conflitto. Questa è l’ultima apparizione di Draco Malfoy nel libro, se escludiamo il momento in cui, diciannove anni dopo, Harry e gli altri lo vedono in compagnia della moglie Astoria mentre accompagna il figlio al binario 9 ¾.

Draco Malfoy non va incontro a nessun tipo di “redenzione”, non compie mai una scelta decisiva a favore del bene, non si schiera mai, non porta a termine nessuna azione eroica che valga la pena di essere ricordata né alcun gesto lodevole per espiare le colpe dopo tutti gli anni in cui non ha fatto altro che denigrare i propri compagni, e trattare gli altri come esseri inferiori.

In base a come è stato scritto dalla stessa Rowling, Draco è da considerarsi un personaggio negativo che non merita nessun tipo di ammirazione. Se nei primi sei libri della saga dev’essere reputato un rivale di Harry, un gradasso sempre pronto a schernire il prossimo, nell’ultimo libro si conferma un ignavo, una persona che non prende una posizione, che non sceglie mai dove porsi, da che parte stare con piena consapevolezza.

Il Sommo Poeta nella Divina Commedia poneva gli Ignavi nell’Antinferno, poiché essi non erano meritevoli né agli occhi di Lucifero né agli occhi di Dio. Costoro non potevano quindi sopportare le condanne del Signore degli Inferi né, naturalmente, gioire dei piaceri del Paradiso. Per Dante gli Ignavi erano coloro che durante la loro esistenza non agirono né per il bene né per il male, restando in bilico tra le due posizioni. Tra essi vi sono inseriti anche gli angeli che non scelsero una fazione quando si svolse la guerra di insurrezione che Lucifero scatenò contro l’Onnipotente.

Dante descrive gli Ignavi come anime vacue, corpi nudi, spogliati di ogni veste, condannati ad un moto perpetuo. Essi inseguono un vessillo immacolato, un’insegna bianca, riferimento alla loro incapacità di schierarsi sotto una bandiera, a favore di un simbolo. Il supplizio che essi scontano è la pena del contrappasso: gli Ignavi che durante la loro vita terrena rimasero “statici”, inermi, sono ora costretti a muoversi per l’eternità, venendo costantemente punti da vespe e insetti che ronzano attorno alle loro carni sofferenti e inutili.  

Un ignavo è perfino peggiore di un essere malvagio, poiché quest’ultimo ha almeno scelto cosa essere e cosa divenire. L’ignavo, per convenienza, predilige non prendere mai posizione, restandosene, sovente, all’ombra del più forte, del potente di turno, senza mai battersi per un ideale proprio. 

Draco Malfoy, sul finire delle vicende, non si allinea completamente con i Mangiamorte eppure continua a restare fra le loro fila per paura, considerandoli i più forti e pericolosi; al contempo non fa nulla di concreto per il bene durante il consumarsi del conflitto. Draco Malfoy si pone meschinamente nel mezzo, risultando un ignavo a tutti gli effetti.

Nell’arco dei sette libri Draco è un personaggio che si macchia di razzismo, di classismo, un ragazzo rio e insensibile ai dolori altrui, un prepotente che credeva d’essere migliore degli altri. Quando Voldemort ascende nuovamente al potere, il Signore Oscuro mostra a questo ragazzino tracotante cos’è realmente la pura malvagità, facendo crollare le superbe certezze del rampollo, rimuovendogli quella maschera di arroganza che si era costruito, rivelando tutta la sua codardia.

Si potrebbe concedere a Draco un’attenuante: egli, cresciuto in una famiglia che faceva della purezza di sangue il proprio vanto, non poteva venire su se non con dei pregiudizi. Ma non basta. La stessa Rowling, con il personaggio di Sirius Black, ci ha aiutato a capire come una persona potesse nascere in un ambiente intollerante, razzista, e venirne via con le proprie capacità. Sirius, fin da ragazzo, ragionava con la sua testa, sapeva che nessun essere umano è superiore ad un altro, e non si fece mai influenzare dalla sua parentela. Ancora, con il personaggio di Regulus Black la scrittrice inglese ci mostra come un uomo possa voltarsi al male, salvo poi pentirsene e rischiare la vita per rimediare alla propria scelta.

Draco Malfoy aveva un cervello, una coscienza, una mente per pensare e agire di conseguenza. L’ambiente familiare non può essere una scusa plausibile. La scuola, i libri, gli studi esistono altresì proprio per questo: per acuire la propria capacità di ragionamento, per arricchire la propria cultura, per espandere i propri orizzonti, per offrire una maggiore capacità di discernimento, per educare la propria morale e affinare la propria etica. Draco poteva benissimo capire da solo quanto orrore vi era nel credere che chi ha puro il proprio sangue sia migliore degli altri e che coloro che appartengono al mondo babbano debbano essere estirpati in quanto persone inferiori. Draco ha volutamente ignorato questa realtà, preferendo pavoneggiarsi nella sua protervia, ferendo gli altri, augurando loro la morte, fino a che non ha picchiato con la propria testa contro il ribrezzo della pura malvagità. E nonostante ciò, non ha fatto nulla di audace per riabilitare il proprio nome.

Draco Malfoy ha fatto ciò che ha fatto perché voleva farlo. Ed il suo percorso evolutivo consta di ferocia, razzismo, pusillanimità e, infine, ignavia.

  • Il tradimento del principe

Quando Harry e Silente tornano ad Hogwarts, la situazione precipita nel volgere di pochi attimi concitati.

Nella Torre di Astronomia, Silente si erge impassibile davanti ad un’orda di Mangiamorte. Draco gli punta contro la bacchetta, ma non può andare fino in fondo. Sopraggiunge Piton, che invita Harry a restare nascosto e in silenzio. Severus guadagna la vetta della Torre e osserva Albus per l’ultima volta. Il viso di Silente è rilassato, non vi è paura nei suoi occhi, soltanto voglia di rinvenire una pace che forse è lì, invisibile, ad attenderlo.

Piton lo contempla, mascherando la riverenza che avverte in fondo al suo animo con un’espressione di impassibilità.

Albus era il solo a conoscere la purezza del sentimento che pulsava ancora e sempre nel cuore del principe mezzosangue. E adesso, quel confidente doveva morire. E doveva essere proprio Piton ad assassinarlo.  

Severus, ti prego…” – Afferma, flemmatico, Silente.

Udendo quella frase, Harry crede che il Preside stia pregando Piton di risparmiarlo. Nulla di più errato. Albus implora Piton di anticipare la sua fine ineluttabile, di sottrarlo al dolore che incombe sul suo corpo, lo supplica di appellarsi a tutto il coraggio di cui lo stesso Severus dispone per giustiziarlo, ottenendo così nuovamente la cieca fiducia del Signore Oscuro.

Piton trae un impercettibile respiro e scaglia contro Silente l’anatema che uccide.

Il corpo del Preside, nell’impatto, viene scaraventato giù dalla struttura, precipitando nel vuoto. I Mangiamorte eccedono nel loro insano giubilo. Bellatrix fa comparire in cielo il Marchio Nero. L’oscurità si promana su tutta la scuola. E’ caduto il più grande difensore del mondo magico, è morto Albus Silente. Nulla, adesso, sembra più poter fermare l’ascesa di Lord Voldemort.

Sconvolto da quel tradimento, Harry tenta di attaccare Piton utilizzando gli incantesimi che, durante l’intero anno scolastico, aveva letto e imparato in quel misterioso libro rinvenuto in aula durante una lezione di Pozioni; un libro che era appartenuto ad uno studente dal soprannome altisonante.

Piton devia con facilità la raffica di incantesimi scagliati dal ragazzo, sussurrandogli d’essere lui il principe mezzosangue.

La rivelazione finale, nel film, lascia il tempo che trova poiché non viene affatto contestualizzata. Il lungometraggio non aggiunge alcun particolare sulla storia di Severus Piton, non comunicando agli spettatori che non hanno letto il libro il perché Severus avesse inventato quel soprannome in gioventù.

Invero, Prince era il cognome della madre di Piton, una strega. Severus era un mezzosangue, poiché suo padre era un babbano, spesso astioso e violento.

"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La sequenza conclusiva, in cui gli studenti, a pochi passi dalle spoglie di Silente, alzano le bacchette nel dramma generale, e le rivolgono verso la volta celeste per debellare, cancellare quel simbolo oscuro, è senz’altro una scena emotivamente potentissima, che rende onore alla morte di colui che, agli occhi di tutti, era un emblema di luce e di speranza.

Le scene finali del lungometraggio, in cui Harry, Ron ed Hermione si preparano a dare inizio al loro viaggio alla ricerca degli Horcrux, preannunciano l’avvento dell’ultimo capitolo della saga.

La luce non si è ancora spenta e il sole non è stato eclissato dalle nubi: Harry è ancora vivo e con lui vi sono Ron e Hermione ad impedire che su tutto cali il crepuscolo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Settima Parte...

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"Il calice di fuoco" vi aspetta qui.

"L'Ordine della Fenice" vi attende qui.

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