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"Fox Mulder e Dana Scully" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un freddo intollerabile, un ambiente angusto, una minaccia sconosciuta ed un crescente clima di terrore: quattro elementi che vanno a comporre quattro storie appositamente selezionate per questo articolo. Proprio così, quattro storie, quattro racconti in grado di scuotere le emozioni del lettore o, nella fattispecie, dello spettatore. Di che tipo di storie sto parlando, vi starete senz’altro chiedendo.

Beh… di vicende a carattere fantascientifico trasmesse sul grande e piccolo schermo. No, di certo in questi aneddoti che andrò ad illustrare tra poco non si parlerà di omini verdi, non si farà più di un comune accenno a strane astronavi né tanto meno saranno avventure destinate a consumarsi nello spazio siderale.

Queste storie hanno avuto luogo sulla Terra, sì, proprio sul nostro pianeta, e gli alieni che ne fanno parte hanno assunto, di volta in volta, i contorni della paura, la paura più recondita e spietata: quella che proviene dal buio, dalla nebbia, da ciò che non può essere visto concretamente, osservato, individuato in maniera tangibile.

Cos’è che fa davvero paura? Ve lo siete mai chiesto?

Cos’è che incute maggiormente timore nel cuore di un essere umano? Le risposte sono tante e sempre differenti. Ognuno di noi ha paura di qualcosa di specifico, e non è assolutamente detto che ciò che intimorisce me possa, al contempo, intimorire qualcun altro. Per quanto concerne l’argomento di questo mio testo, la risposta alla prima domanda - ovvero cos’è che fa davvero paura? - può essere una soltanto: il mistero, l’incapacità di comprendere, di sapere con certezza cosa è vero e cosa non lo è, chi è realmente colui o colei che abbiamo difronte.

Cominciamo con il primo di questi quattro racconti, ambientato, come i successivi, in un giorno di fine inverno.

  • The Twilight Zone: chi è il marziano?

La neve scendeva giù copiosa. Un manto bianco rivestiva completamente le strade di una minuscola comunità di periferia. Era una gelida notte di febbraio. Imbacuccati dentro spesse giacche di pelle, due poliziotti perlustravano, incerti, i boschi. La fioca luce delle loro torce illuminava debolmente la via.

Il vento alitava sui viandanti con il suo frigido soffio. I rami degli alberi, scossi dalla gelida brezza, si scontravano gli uni con gli altri, generando un’eco stridente. I due agenti si guardavano intorno, alquanto allarmati, cercando qualcosa. I loro sguardi apparivano vigili, eppure dai volti traspariva la sensazione che entrambi non sapessero bene cosa stessero cercando. D’un tratto fiutarono una pista. Puntarono con mano tremante le loro torce verso il suolo e le videro distintamente: erano alcune orme grosse e profonde, rimaste impresse nella candida coltre. Decisero prontamente di seguirle. Queste li condussero fino all’ingresso di un piccolo esercizio commerciale, una caffetteria. Quello che stavano cercando doveva trovarsi, per forza di cose, al suo interno.

La porta del locale venne aperta. Il nevischio varcò la soglia insieme ai due agenti, che si affrettarono a serrare l’ingresso, facendo sì che il respiro del vento sostasse alle loro spalle. Lì, nella sala d’ingresso, un esiguo numero di avventori stava rifocillandosi. C’era chi sorseggiava una tazza di caffè bollente e chi mandava giù un sorso di thè caldo. Gli agenti, visibilmente confusi e tentennanti, presero la parola.

Abbiamo ricevuto una telefonata” – Disse uno dei due. “Una donna ha visto un oggetto volante non identificato schiantarsi qui, a pochi metri, nella foresta.

Un fascio di luce irradiò l’oscurità, un tonfo scosse il silenzio del verde. Qualcosa era atterrato violentemente nella boscaglia, ben più di qualche istante prima degli eventi fin qui narrati. Or dunque qualcosa di enorme, fatto d’argento scintillante, era piombato giù dalla volta celeste. Le impronte che i poliziotti avevano trovato erano fresche, poiché la neve che veniva giù a fiocchi non era ancora riuscita a coprirle, e presumibilmente provenivano dai ruderi del “relitto volante” abbandonato. Chiunque fosse uscito dall’astronave si era nascosto in quel caffè, mimetizzandosi tra i terrestri ignari.

Cosa vogliono dirci questi piedipiatti?” – Borbottò un tipo tarchiato e scorbutico. “Che c’è un marziano tra noi?” – Scoppiò a ridere, in seguito.

Era assurdo anche solo pensarci. E se invece quell’affermazione corrispondesse alla realtà dei fatti?

Beh, ma chi poteva essere? Un marziano doveva avere un aspetto… da marziano, ecco. Eppure, tra loro, non vi era nessuno che possedesse la parvenza… di un alieno. E se il marziano rassomigliasse in tutto e per tutto ad un essere umano? Sì, ad un terrestre per così dire. O, in alternativa, se avesse la capacità di camuffare le proprie sembianze per sembrare uno di noi?

Cominciarono a chiederselo in molti, quella notte, trinceratisi in quel bar per il troppo freddo. C’era un estraneo lì con loro, un “migrante” giunto da un pianeta inesplorato. Nessuno sapeva chi fosse, né quali intenzioni avesse.

“Cosa celano i lineamenti di quel viso?” – Si chiese uno dei presenti.

Mi sembrano del tutto normali. Voglio dire, è una faccia comune, non ha nulla di strano. Due occhi, un naso, due orecchie ed una bocca. E’ tutto al suo posto. O forse no?” La mente di questo improvvisato indagatore frullava come mai aveva fatto prima. Decine e decine di domande affollavano il suo cervello, mentre scrutava uno per uno i soggetti che aveva dinanzi.

Allo stesso modo, facevano questi ultimi. Tutti si guardavano, si osservavano con attenzione cercando di scovare, nell’altro, qualcosa che non andasse.

“Perché quel tizio ha lo sguardo così schivo? Ha l’aria furtiva. Nasconde qualcosa!” – Rimuginò uno fra i tanti.

“E’ tutto così assurdo, non può essere vero che qui, fra noi, ci sia un… Extraterrestre”. Disse tra sé l’ennesimo osservatore.  

La paranoia ed un senso soffocante di nervosismo parve impossessarsi dei presenti. Tutti sospettavano di tutti. Nessuno era esente dalle insinuazioni del prossimo.

Il penultimo episodio della seconda stagione di “Ai confini della realtà”, celebre serie di fantascienza ideata dal grande maestro Rod Serling, si intitola “Chi è il vero marziano?” e comincia, più o meno, come descritto appena qualche rigo su. Come già accennato, la storia ha inizio con la segnalazione di una donna spaventata che dice di aver visto cadere un velivolo dalla forma inconsueta, probabilmente simile a quella di un disco volante. I due tutori della legge che compaiono sin dal primissimo frame fanno un sopralluogo ma non trovano nulla di particolarmente illuminante, se non delle impronte che conducono ad un locale dove si servono delle calde bevande.

Introducendo, come da consuetudine, l’episodio Rod Serling terrà subito a dire quanto segue: “Beh, sapete quant'è difficile trovare un ago in un pagliaio! State con noi e farete parte di una squadra investigativa la cui missione non è quella di trovare quel proverbiale ago! Il loro compito è ben più difficile! Devono trovare un marziano all'interno di un caffè. E tra poco condurrete l'indagine con loro, perché siete appena giunti ai confini della realtà”.

Quello che Rod Serling presenta è a tutti gli effetti un episodio investigativo. Un giallo, potremmo dire, unico nel suo genere. Il sospettato da ricercare non è un delinquente o un semplice furfante né un ladruncolo da strapazzo o un pericoloso omicida, è, bensì, un essere indefinito, che potrebbe essere uno qualunque dei personaggi mostrati sulla scena, le cui motivazioni non vengono svelate sino alla fine.

La situazione è tanto surreale quanto inquietante: immaginate di trovarvi lì, fra quei tavoli a sorseggiare una cioccolata fatta preparare appositamente per scaldare il vostro corpo infreddolito. E’ una sera come tante altre, tranquilla apparentemente, eppure tutto sembra cambiare non appena i due poliziotti irrompono con le loro divise scure e i loro distintivi dorati, mettendo tutti in allarme. Un’entità biologica sconosciuta è fuoriuscita da un mezzo proveniente dallo spazio sconfinato e si è mimetizzata come un camaleonte tra noi, assumendo i colori tipici della nostra carnagione e i connotati classici delle nostre fattezze umane.

Seguitate a fantasticare di trovarvi lì: sapete che uno dei vari “commensali” può essere un visitatore giunto dal remoto. Come agireste? Cosa provereste? Quasi certamente non sapreste che fare, come comportarvi. Potrebbe essere proprio lì, a pochi passi da voi, che attende il momento opportuno per rivelarsi, magari per mostrarsi ostile nei vostri riguardi. Perché è sceso sulla Terra? Cosa vorrà da voi?

Le domande si susseguirebbero senza un freno. E’ ciò che accade ai vari personaggi dell’episodio: dallo scetticismo iniziale si passa al sospetto, all’esitazione, fino a sconfinare nel terrore, nella diffidenza. Nessuno sa di chi fidarsi, nessuno vuol credere ciecamente alla parola data dal proprio interlocutore. Tra quei tavoli vi è un alieno che è approdato in quel luogo per fare da apripista ai suoi simili: per colonizzare la Terra.

La confusione provata dai protagonisti, il senso di disagio, lo sgomento che si impadronisce di tutti i presenti portandoli a scatti d’ira, ad atteggiamenti rabbiosi testimoniano come l’uomo, se calato in condizioni ostili e se sottoposto a un senso costante di panico, possa perdere la ragione.

Il tutto si svolge in un ambiente chiuso, ristretto, in cui i personaggi possono interagire in maniera molto ravvicinata, ed è proprio questa mancanza di spazio sufficiente, condizionato dal clima avverso che obbliga i protagonisti a stare rinchiusi fra quelle quattro mura, ad aumentare il loro livello di stress.

Serling gioca sulle più classiche paure che adombrano lo spirito umano, quelle legate all’incapacità dell’uomo stesso di ergersi a padrone della verità oggettiva. Non basta guardare un volto per conoscere la personalità che si cela dietro quei tratti. Al di là di uno sguardo, di una parola, di un modo di porsi, oltre un gesto vi è un mondo da scoprire, un’anima da sondare. Dinanzi ad un volto può esserci una maschera sapientemente intessuta tra i filamenti di un’epidermide. In un clima paranoico come quello raccontato fino ad ora, un uomo qualunque può giungere a dubitare di un conoscente, persino di un amico di vecchia data poiché esso, in quella tarda notte, non potrebbe essere altro che la manifestazione illusoria di un alieno.

Il finale dell’episodio è straordinario, e vanta uno dei colpi di scena più memorabili dell’intera serie. In quel caffè non vi era un solo alieno bensì due, appartenenti a due razze del tutto diverse: un marziano dotato di tre braccia ed un venusiano dotato di tre occhi. Oltre a sovvertire la prospettiva degli spettatori, Serling sovverte la prospettiva dello stesso alieno bramato per tutta la durata dell’opera, il vero marziano, il quale resta, infine, basito nello scoprire che un altro extraterrestre si trovi laggiù, insieme a lui, pronto a sua volta a fronteggiarlo.

  • Chi è la Cosa?

Nel 1951 uscì nelle sale cinematografiche di tutto il mondo “La cosa da un altro mondo”, un film di fantascienza che racconta la storia di un gruppo di ricercatori impegnati, al Polo Nord, nel difficoltoso recupero di un extraterrestre, rimasto ibernato all’interno di un blocco di ghiaccio. A causa di una fatale distrazione, il blocco rimane esposto al caldo e si scioglie: l’entità riprende vita e comincia a dare la caccia agli uomini per annientarli. Nella pellicola del 1951, l’alieno possiede dei connotati definiti: è un umanoide, imponente e nerboruto, molto somigliante alla Creatura del “Frankenstein” degli anni ’30. Il lungometraggio, un classico della fantascienza degli anni Cinquanta, si discosta dal romanzo originale proprio perché l’alieno vanta una silhouette nitida e intimidatoria mentre nell’opera letteraria esso non ha una vera fisionomia, avendo la capacità di mutare continuamente la propria figura. Pur tradendo, in parte, lo spirito della sua controparte cartacea, “La cosa da un altro mondo” è una pellicola dotata di un fascino coinvolgente, rimasto tutt’oggi inalterato dal tempo. Gli umani si uniscono senza riserbo e, collaborando, riescono a tenere testa ad un essere superiore, apparentemente invulnerabile, alimentato soltanto dal desiderio di vivere e di nutrirsi. “La cosa da un altro mondo” esalta, quindi, la forza degli uomini e delle donne, lo spirito di fratellanza che può nascere in loro in condizioni sfavorevoli, e il valore della condivisione nel fronteggiare un nemico comune a tutta la stirpe dominatrice della Terra.

Ben diverso e ancor più complesso è il tema dominante de “La Cosa” del 1982, remake del lungometraggio approdato al cinema allo scoccare della seconda metà del Novecento.

Kurt Russell in una scena de "La Cosa"

Ne “La Cosa” di John Carpenter, l’alieno è, di fatto, una “cosa”, un essere indecifrabile, informe, che assume il volto delle sue vittime. Una volta eliminate le prede, l’alieno sembra “impadronirsi” dei loro corpi, mascherandosi perfettamente tra gli uomini, inconsapevoli, che cercano di stanarlo.

Or dunque, l’extraterrestre potrebbe essere, di volta in volta, chiunque. Come nell’episodio di “Ai confini della realtà”, anche ne “La Cosa” i personaggi della storia si muovono in un edificio dalle dimensioni ridotte, mentre fuori un freddo artico incombe e devasta tutto con il suo “tocco”. In un ambiente tanto ostile, gli uomini devono sopravvivere cercando di combattere un essere privo di aspetto e, pertanto, impossibile da catalogare, da vedere e da riconoscere. Tra i vari membri della spedizione la paranoia si sparge come un virus febbrile, i cui sintomi si acuiscono col passare delle ore. I legami di amicizia, di lealtà, di reciproco rispetto vengono meno dinanzi alle paure, ai sospetti, alle ansie dettate dal fatto che dietro il volto di un compagno si possa nascondere l’alieno pronto ad attaccare.

Sotto quel freddo, in quel luogo dimenticato, l’uomo, che si trova a combattere contro un nemico caduto dalle stelle, perde progressivamente la propria morale, il proprio senso di appartenenza ad una società evoluta, tornando ad uno stato barbaro, spronato solamente dal desiderio di sopravvivere e di sconfiggere un avversario invisibile. Anche in questo caso, la paranoia domina i sentimenti dei personaggi, spingendoli a smarrire ogni barlume di ragionevolezza e ogni anelito di etica.

Una scena dell'episodio "Ice": Mulder si accerta che Scully non sia entrata in contatto con il parassita
  • The X- Files: chi è l’infetto?

Ice”, l’ottavo episodio della prima stagione della serie cult “X-Files”, rimarca molte delle tematiche fin qui trattate. Tutto ha inizio nel freddo più opprimente, fra gli oscuri cunicoli di una base artica. Una sagoma imprecisata avanza nel buio, camminando a tentoni e reggendosi a fatica. Costui, un uomo in evidente stato confusionale, si rivolge ad una telecamera, registrando un breve ed inquietante messaggio: “Noi non siamo chi siamo”. Qualche minuto dopo, l’uomo viene aggredito e la registrazione si interrompe.

Prima che la sigla faccia risuonare le sue ormai iconiche note, gli spettatori hanno la possibilità di conoscere il destino dell’uomo, un personaggio secondario dell’episodio. Costui ha una violenta colluttazione con un altro essere umano: entrambi impugnano la loro pistola, puntandola l’un contro l’altro. D’un tratto però, i due sembrano desistere dai loro cruenti propositi. Sorridendo amaramente, uno dei due si punta la pistola alla tempia. L’altro fa lo stesso. La scena si interrompe e la cinepresa del regista preferisce inquadrare l’esterno della costruzione. In lontananza si odono due colpi: i personaggi hanno scelto di togliersi la vita.

Nel proseguo dell’episodio scopriamo che l’uomo della registrazione, colui che ripeteva ossessivamente la frase “Noi non siamo chi siamo”, era uno scienziato, un membro di un’equipe facente parte della spedizione “Arctic Ice Core Project”, la cui missione era quella di trivellare le profondità del ghiaccio artico per studi geoclimatici. Dopo alcune settimane di ricerca, per giorni, non si ebbero più notizie dei componenti della spedizione.

Il nastro della registrazione viene successivamente recapitato all’agente Fox Mulder che, incuriosito dal mistero che avvolge la spedizione scientifica, decide di partire, insieme alla collega Dana Scully, alla volta della base artica. I due agenti dell’FBI entrano a far parte di una spedizione assieme al geologo Denny Murphy, al medico Lawrence Hodge, alla tossicologa Nancy Da Silva e al pilota Bear, che ha il compito di condurli fino al luogo prestabilito e di riportarli successivamente indietro. Quando il gruppo giunge a destinazione, vengono rinvenuti i cadaveri di tutti gli scienziati della missione, assassinatisi a vicenda.

Fuori, il vento soffia sempre più insistentemente e una tormenta incombe. Col passare delle ore, Mulder e Scully scoprono la verità: dagli esami del ghiaccio che era stato estratto durante la trivellazione delle settimane precedenti, gli agenti rinvengono una forma di vita sconosciuta, simile ad una sorta di verme ondulante. Questa creatura ha la capacità di insinuarsi all’interno di un corpo, fino ad assoggettarlo. Mulder ricollega le peculiarità del verme, vale a dire la sua capacità di resistere a temperature bassissime e in un ambiente ricco di ammoniaca, ad alcune teorie relative alla vita extraterrestre. Il verme, quindi, pare essere a tutti gli effetti una creatura aliena, un “parassita” che si intrufola nel cervello di un ospite per impossessarsene. Tuttavia, il parassita ha un comportamento anomalo: induce il soggetto ad attacchi di isteria e di violenza incontrollata. Scully comprende, così, che il verme agisce come un agente patogeno, infettando i soggetti sino a mettere in pericolo la sua stessa esistenza.

Tra i membri dell’equipaggio inizia ad aleggiare la paura. Bear viene contagiato, spirando poco dopo. A sua volta, un elemento dell’equipe, che non viene mostrato allo spettatore, entra in contatto con il verme e, nella notte, un altro viene trovato privo di vita, assassinato.

Il quarto episodio dell'undicesima stagione di "X-Files" cita platealmente il classico "Chi è il vero marziano?" di "Ai confini della realtà". In questa specifica scena Mulder, grande appassionato della serie televisiva concepita da Rod Serling, fruga tra le sue vecchie videocassette per ritrovare la puntata "misteriosamente scomparsa".

Chi è l’infettato? Chi è stato colpito dal “virus”? Chi ha contratto questa assurda “malattia”, i cui sintomi portano alla perdita di ogni freno inibitore? Il verme potrebbe essere penetrato in chiunque di loro e ciò porta i personaggi a vivere in uno stato di allerta e di terrore perenne.

Impossibilitati a fuggire a causa della bufera, intrappolati in un luogo angusto e inospitale, Mulder e Scully si trovano, così, costretti a investigare in quel contesto atipico, prigionieri di una pseudo realtà ai confini del mondo, dove la civiltà retta dalla ragione e dal buon senso sembra essere lontana e non più raggiungibile.

Esattamente come avviene ne “La Cosa”, nell’episodio “Ice” i personaggi vivono una situazione estrema, in un angolo dimenticato da Dio, dove “l’umanità” viene sacrificata sull’altare dell’istinto animale. Differentemente dall’alieno de “La Cosa”, la creatura extraterrestre dell’episodio di “X-Files” vanta una forma ben precisa. Eppure la sua natura minuscola e strisciante gli permette di costituire una minaccia, dal momento che può introdursi sotto la pelle di un essere vivente senza che esso se ne accorga e indurlo a genuflettersi al suo volere. Il verme non assume l’aspetto delle sue vittime, diventa le sue stesse vittime, costringendole a uccidere e a morire: comportamento assolutamente anomalo per un’entità che agisce da parassita.

Mulder e Scully riusciranno a sopravvivere, a estirpare il male e a fuggire dal freddo artico, ma in loro, la paura continuerà a persistere: nascosto fra quei ghiacci sconosciuti, sotto lo spessore di quelle calotte vecchie di migliaia di anni chissà quale altra minaccia potrebbe nascondersi.

Mulder vorrebbe proseguire le ricerche, mosso dal suo proverbiale desiderio di scoprire la verità. Scully, al contrario, pur essendo una scienziata, non vuole andare oltre. La donna, inorridita, opta per dimenticare, per lasciare che l’orrore rinvenuto in quel freddo continui a restare sepolto laggiù, sperando che non venga mai più riportato alla luce.

Mulder non può che osservare le distese nevose con un’espressione afflitta, cosciente che l’uomo sarà sempre destinato a non poter mai realmente raggiungere gli abissi del vero e che potrà a stento scalfirne soltanto la superficie.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Oscar e Felix" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Una cucina, sì, doveva essere proprio una cucina quella. Non era affatto facile distinguere quella stanza da tutte le altre dell’appartamento. Anch’essa si presentava in uno stato pietoso, sciatto, caotico. Fra quella montagna di stoviglie sporche accatastate, che traboccavano dal lavandino, di seggiole con avanzi risalenti ad ere dimenticate, a malapena s’intravedeva lo sportello semiaperto di un frigorifero ed un uomo, chino, che vi rovistava dentro. Costui tirò fuori un cartone di latte andato a male, un paio di lattine di birra scadute e qualche panino preparato alla rinfusa. Non era di certo il massimo per un buffet da offrire agli amici.

Oscar lo sapeva bene, ma in fondo che gl’importava… Come dite? Chi è Oscar? Perdonatemi, avete pienamente ragione: non ho ancora fatto le dovute presentazioni. Oscar è il primo protagonista di questa storia, il primo membro di una stranissima coppia.

Fatte le dovute premesse, riprendiamo il discorso. Come dicevo, Oscar aveva poco o nulla da elargire ai suoi affezionati amici che, quella sera, avevano fatto irruzione nella sua squallida dimora. Come mai la definisco squallida? Beh, perché Oscar non era, diciamo, un tipo che badava molto alla pulizia della casa. Così, il suo alloggio, un appartamento composto da otto spaziose camere, appariva perennemente malridotto, sozzo e inospitale.

Ogni fine settimana, una sconquassata compagnia di conoscenti faceva puntualmente capolino nell’abitazione di Oscar, per la consueta serata di poker. Oscar li riceveva ben volentieri, d’altro canto il poker era la sua inguaribile ossessione, benché ad essa dovesse rinfacciare la sua continua posizione di squattrinato.

Dal soggiorno di quel grande appartamento proveniva un groviglio di voci. Oscar ascoltava quel chiacchiericcio in lontananza: commenti beffardi, risate sprezzanti echeggiavano per tutta l’ampia sala d’ingresso. Tra un “Passo”, un “Ci sto” ed un “Vedo” le partite di poker si ripetevano una dietro l’altra. Oscar si faceva attendere. Poi, di colpo, fece irruzione. Diede un calcione alla porta della cucina che comunicava direttamente col salotto ed entrò in scena brandendo un sacchetto di patatine preso al supermercato e qualche sandwiches di carne ormai stantia. Oscar offrì il tutto ai presenti che rimasero, come al solito, colpiti dalla schietta e disarmante grossolanità del padrone di casa.

I minuti passavano velocemente. Oscar, tanto per cambiare, cominciò a perdere parecchi dollari, aggiungendo così ulteriori debiti di gioco alla sua già non invidiabile collezione. D’altronde, vi era fin troppo abituato. Da quando si era separato dalla moglie Blanche, era un divorziato al verde e sciamannato. Tra un “A chi tocca adesso?” ed un “Perché tocca sempre a me?”, uno degli ospiti avanzò un ulteriore ma preoccupante quesito: “Che fine avrà fatto Felix?

Sì, lo so, siete lì lì, per alzare il dito, pronti a richiamare la mia attenzione e a chiedermelo: “Chi sarebbe questo Felix?”. Colmerò subito questa lacuna. Felix Ungar era un membro fisso della compagnia di amici, il secondo protagonista di questa bizzarra avventura. Quella sera, Felix non si era ancora presentato alla solita riunione e, col trascorrere delle ore, i più cominciarono ad allarmarsi. Il telefono squillò d’improvviso.

Walter Matthau durante una rappresentazione de "La strana coppia" a teatro. Potete leggere di più sull'attore cliccando qui.

Le carte da gioco vennero scartate alla rinfusa sul tavolo da poker, i sandwiches ammuffiti scagliati ben volentieri sul pavimento, nel bel mezzo del marasma. Oscar balzò all’in piedi, raccolse fra le dita il mozzicone di sigaro acceso che, fino a qualche istante prima masticava nervosamente, e lo adagiò nel posacenere pieno fino all’orlo. Con nonchalance, raggiunse l’apparecchio e si mise ad ascoltare. Dall’altro capo della cornetta vi era Frances, la moglie di Felix. Oscar se ne stette ad ascoltare, esprimendosi solo con qualche monosillabo di comprensione, poi abbassò la cornetta e rimase in silenzio per qualche secondo di troppo.

Ce lo vuoi dire che cosa è successo o dobbiamo assumere un detective privato?” – Borbottò, seccato, Murray, amico di lunga data di Oscar e Felix, che di professione faceva il poliziotto.

Si sono divisi!” – Sussurrò Oscar, con aria affranta.

Chi?” – Si chiese, ingenuamente, Murray.

Chi? Felix e Frances, chi altri?!” – Tuonò con decisione il burbero “anfitrione” della serata. “Si sono divisi, il loro matrimonio è finito.” concluse, amareggiato.

Attorno a quel tavolo tondo, ricoperto da un drappo verde, era scesa un’aura di tristezza e di sgomento. Ecco a cosa era dovuto quel ritardo: conoscendo Felix, sarà rimasto talmente sconvolto da dimenticare l’appuntamento.

Ma com’era stato possibile? No, non intendo dire com’era possibile che Felix tardasse. Com’era stato possibile che una coppia così unita, così apparentemente affiatata, fosse scoppiata tutta in una volta, come una bolla di sapone raggiunta dal tocco delicato eppur feroce di una mano. Al culmine di un aspro litigio, ecco arrivata la richiesta di divorzio. Questo era quanto aveva riferito Frances. Un banale litigio, un’innocua scintilla che innesca un’esplosione.

A quel punto tutti si misero in allarme, quasi sugli attenti. “Lo conoscete, Felix, no? Quello sarà andato fuori di testa, finirà col fare qualche pazzia! Finirà con l’uccidersi, ve lo dico io!”. La paranoia parve impadronirsi degli invitati, ma Oscar li invitò alla calma. Poi, d’un tratto, il campanello diede prova della sua efficienza. Era Felix, giunto finalmente alla base.

Oscar raccomandò a tutti di agire tempestivamente, di aprire la porta e di rilassarsi. Osservando quel clima disteso, quell’atmosfera gioviale, molto probabilmente Felix si sarebbe tranquillizzato un po’, e, chi lo sa, magari avrebbe ripreso anche a sorridere. Oscar, infine, redarguì i suoi amici: fate finta di nulla, disse, noi non sappiamo assolutamente niente di ciò che è avvenuto!

Felix entrò in casa quasi in punta di piedi, col suo incedere lento, con l’aria affranta e lo sguardo perso nel vuoto. Salutò tutti e si mise a guardare giù dalla finestra: “Quanti saranno da qui?” – Si chiese – “Dodici piani?”. Oscar saltò giù dalla sedia: “Macchè, sono solo undici piani.” e si fiondò ad abbassare le tapparelle. Già, undici piani… faceva tutta la differenza di questo mondo.

Tra un rimando e l’altro, tra un “far finta di star bene” ed una passeggiata solitaria nel corridoio, Felix, alla fine, crollò e irruppe in un pianto liberatorio. Voleva farla finita, sì. A suo modo, naturalmente: in maniera goffa e sbarazzina. Felix, per così dire, non era proprio un cuor di leone. Alle volte, dava l’impressione d’aver paura della sua stessa ombra ed Oscar lo sapeva bene: “Conosco Felix, troppo pauroso, tiene su la cintura persino al Drive-in”. Ciononostante, quelle lacrime e quella disperazione erano autentiche: Felix voleva fuggire via, vagare per le strade con un bel campionario di pillole ingoiate nello stomaco.

Gli amici lo travolsero, chi lo inseguì per tutta la casa, chi cercò di “placcarlo” come il più rude dei difensori di football. Infine, Felix cadde a terra, stremato. Era sera inoltrata e, quando tutti si decisero a lasciare l’appartamento, Felix restò da solo con Oscar, il suo più intimo e vecchio amico. A quel punto, Oscar lo rassicurò: Felix avrebbe vissuto con lui in quella casa smisurata, composta da otto grandi camere. Felix aveva toccato il fondo, quella notte. Non avrebbe potuto fare altro che risalire la china, riemergere pian piano, trascinato dall’amico di sempre, Oscar.

Erano entrambi divorziati, soli, ambedue bisognosi di aiuto e di un po’ di sana compagnia. Ecco che, quella stessa sera, si formò una strana coppia di conviventi, un duo pronto a ripartire e a riannodare i fili pendenti di una vita precipitata.

Comincia, più o meno, in tal modo “La strana coppia”, la commedia frutto del genio di Neil Simon. Il tutto ha inizio in una sera come tante altre, in un ambiente familiare rappresentato da una casa in cui regna un disordine atavico.

Oscar Madison, il primo dei due protagonisti ad irrompere sulla scena, è uno spilungone di un metro e novanta, porta un berretto blu con tanto di visiera, una maglietta grigia zuppa di sudore su cui si notano evidenti macchie di varia natura; indossa un paio di pantaloni sgualciti. Oscar cammina con passo dinoccolato, tiene sempre la schiena ricurva e ha stampata in viso un’espressione tra il burbero e il sornione. Il caos che lo circonda e che appare evidente sin dalle primissime scene della pellicola è un riflesso dello stile di vita del protagonista: egli è infatti una persona approssimativa, incorreggibilmente disordinata, superficiale, confusionaria e che vive alla giornata. Oscar fa di mestiere il giornalista sportivo, occupandosi prevalentemente di baseball, sua grande passione. 

Felix, che appare poco dopo dinanzi alla cinepresa, è l’esatto opposto di Oscar: un uomo metodico, preciso, meticoloso, che bada a far bene le cose, e che tiene maniacalmente alla pulizia e all’ordine. Dalla contrapposizione tra questi due caratteri, dalla dicotomia tra queste due sponde di pensiero, s’innesca l’umorismo raffinato e sagace della commedia firmata da Simon.

L’appartamento di Oscar, il luogo in cui si sviluppano le vicende di questa bislacca coppia, costituisce una sorta di microcosmo in cui due modi di interpretare, di considerare e di abbracciare l’esistenza si incontrano e si scontrano. Il dualismo tra i caratteri di Oscar e Felix viene sapientemente sfruttato da Simon e genera un susseguirsi di situazioni esilaranti, quasi al limite del paradosso.

Walter Matthau e Jack Lemmon, gli straordinari interpreti di Oscar e Felix, modellarono perfettamente la parte su loro stessi, sulla loro fisicità, sulla loro espressività, sulla loro mimica facciale nonché sulla loro gestualità. Fu Billy Wilder il primo ad intuire le potenzialità di una coppia destinata a diventare un autentico simbolo del cinema americano: in “Non per soldi… ma per denaro”, il cineasta Wilder accoppiò il “rabbioso” Matthau al “garbato” Lemmon, dando il proprio battesimo artistico ad un duo senza eguali.

Qualche anno dopo, “La strana coppia” sancirà il definitivo successo di Walter e Jack, i quali, potendo contare su una naturale complicità e su di un’amicizia cristallina, coltivata anche al di fuori dei set, daranno vita a personaggi destinati ad entrare nell’immaginario collettivo e ad un vero e proprio classico del genere.

Nel momento in cui Oscar dona le chiavi del suo appartamento a Felix, ha inizio una coabitazione inusuale, destinata a riservare non poche, spiacevoli sorprese. Felix, già dalla prima notte, non smette di parlare: confessa all’amico come sia ancora innamorato di sua moglie, quanto sia affezionato ai suoi bambini e che il non poter rimanere più con loro lo rende inconsolabile. Oscar invece, già abituato da tempo alla solitudine, alla lontananza dalla propria famiglia e oramai del tutto disinnamorato dell’ex moglie Blanche, si mostra più sereno dell’amico e sprona lo stesso ad accettare il fallimento del proprio matrimonio, a riprendere in mano le redini del suo futuro. Felix, a quel punto, lo ringrazia per l’interessamento e gli promette che troverà la forza ed il modo di cavarsela. Adesso Oscar, soddisfatto d’aver dispensato dei giusti consigli può finalmente andare a dormire e invita l’amico a fare altrettanto. Felix risponde che ci andrà, ma non prima d’aver rimesso a nuovo tutta la cucina.

In piena notte?” – Sembra chiedersi Oscar tra sé, senza però pronunciare parola alcuna.

Felix pare precederlo: “Non riuscirei a dormire con una cucina in questo stato”.

Oscar non sembra credere alle sue orecchie, e nel tratto che lo separa dalla camera da letto sibila un amletico “Vuol lavare i piatti…”. 

Già da questa breve ma significativa sequenza s’intravede molto della personalità dei due protagonisti: da un lato Oscar, del tutto indifferente al soqquadro in cui giace la sua dimora, dall’altro Felix che, come ammette egli stesso, non riuscirebbe a prender sonno senza prima aver rigovernato quella cucina che, inizialmente, neppure aveva l’aria d’essere un luogo adibito a consumare i pasti, data la confusione che regna sovrana.

I tratti psicologici così marcati e differenti di Oscar e Felix, resi magistralmente da Matthau e Lemmon, si palesano d’incanto e fuoriusciranno prepotentemente di lì a breve. “La strana coppia” è un’opera che riserva ai suoi protagonisti una caratterizzazione ottimale: Neil Simon, tratteggiando i personaggi con vivezza, scrupolosità e attenzione, pone la sua commedia alla stregua di un saggio di antropologia e, perché no, anche di psicologia

Oscar e Felix non sono altro che due facce di una moneta contraffatta: una testa distorta ed una croce sghimbescia, due essenze ambivalenti, due creature che seguono istinti diversi e che si ritrovano a coesistere in un medesimo ecosistema, restando comunque in perenne contrasto fra loro. Non ci è dato sapere quale dei due personaggi sia nel giusto, se l’eccentrico o il precisino, se il buzzurro o il pedante, poiché entrambi incarnano temperamenti ai margini della normalità, esasperazioni che rispecchiano modi di vivere diametralmente opposti.

In particolar modo, la personalità di Felix risulta essere quella che si presta maggiormente ad una riflessione a carattere psicologico. Felix sembra soffrire di un disturbo ossessivo compulsivo riservato all’ordine e alla pulizia. Non riuscire a distogliere la mente dal caos che domina e sovrasta la cucina di Oscar indica quanto Felix tenda ad essere fissato con il tutto lindo e terso, e quanto il sudicio infastidisca la sua psiche, tanto da obbligarlo a fare le ore piccole per sistemare i “disastri” lasciati da Oscar. Questi, contrariamente a Felix, possiede una personalità sfacciata, approssimativa, a tratti menefreghista. Ad Oscar non importa cos’è in ordine e cosa non lo è, non importa se ad avvolgerlo vi sia un lezzo nauseabondo o un delicato profumo di fiori. Oscar bada al pragmatismo, alla sopravvivenza giorno per giorno. Oscar non ha un piano a lunga scadenza, fa sì che i debiti si accumulino sulla sua scrivania, non ha la minima idea di cosa mangerà per pranzo o per cena né si preoccupa di ciò che dovrà fare l’indomani. Oscar prende la vita per quello che è: una peregrinazione incerta, imprevedibile, per cui la pianificazione serve soltanto a mantenere una sicurezza ingannevole e quindi futile. Così, Oscar tira avanti nella confusione più totale, fra cianfrusaglie ammassate sulla scrivania, fra riviste accatastate sugli scaffali, sprofondato in poltrone apparentemente abbellite da cuscini unti d’olio, sopra i quali ha consumato un frettoloso pasto a base di frittura e ci si è pulito le mani. Sebbene abbia un’indole infingarda ma al tempo stesso furbastra, Oscar ha un cuore d’oro e non esita un solo istante ad aiutare il suo più caro e fraterno amico, offrendogli una casa in cui vivere e un motivo per cui andare avanti.

Or dunque, in poco tempo, l’appartamento di Oscar viene “restaurato” da Felix, che lo trasforma in una accogliente dimora, scintillante di eleganza e di lucida freschezza. I quadri appesi alle pareti, che Oscar lascia sbilenchi di proposito, vengono continuamente raddrizzati da Felix, il quale non tollera in alcun modo di vederli in quella infelice posizione. Eccoci difronte ad un nuovo preciso e costante bisogno di ordine e perfezione che porta Felix a non ritrovare mai una sorta di pace, sia pure apparente. 

Le particolarità di Felix non si limitano alle sue ossessioni per la pulizia: egli possiede una serie di tic nervosi, di compulsioni, di rituali inconsueti e routinieri, di goliardiche attività che applica in maniera abitudinaria. A ciò, va aggiunto quello che sembra essere uno stato ipocondriaco: Felix soffre di malesseri bizzarri, di patologie sciocche ma fastidiose che combatte con rimedi rumorosi e molesti. Tali azioni non fanno che irritare Oscar, il quale considera gran parte dei dolori patiti dall’amico come frutto delle sue ansie e delle sue frustrazioni.

Se Oscar si mostra come un uomo tutto sommato sereno, che non perde il sorriso neppure dinanzi alla mole di debiti che lo attanagliano, alle minacce dell’ex moglie di spedirlo in gatta buia se non si affretterà a versare la somma pattuita degli alimenti, Felix, dal canto suo, soffre di molteplici paranoie che non riesce ad ignorare e che non lo lasciano mai stare del tutto tranquillo. Una sera, mentre si trova a letto, Felix, pensando al possibile incontro con una coppia di donne conosciute da Oscar, si lascia andare a delle preoccupanti considerazioni: “E se andassi in un ristorante ed i miei figli mi vedessero con un’altra donna? Cosa penserebbero?”.

Non potendo sopportare quell’assillo Felix scende dal letto, raggiunge la camera di Oscar, che nel frattempo cantava beatamente già pregustando l’appuntamento con quelle belle signore, e lo convince ad organizzare la cena a casa loro, un luogo sicuro, confortevole nonché lontano da occhi indiscreti. Un atteggiamento simile sembra rimarcare le agitazioni, le riflessioni dubitative che attanagliano un soggetto ansioso, che tende a fiutare il pericolo ancor prima che esso si manifesti all’orizzonte.  

Un altro passo simbolico, eloquente della psicologia di Oscar e Felix avviene quando, al culmine di un litigio, Oscar scaglia un piatto di linguine contro il muro. La pasta resta inesorabilmente appiccicata alla parete, non infastidendo minimamente il padrone di casa. Felix intima all’amico che non si farà carico della rimozione di quell’indecoroso bassorilievo estemporaneo, dal momento che non è stato lui causare il danno. Successivamente però la totale indifferenza di Oscar induce Felix a brontolare le seguenti parole: “Ma guardale! Tutte lì appiccicate al muro! Tu le lasceresti lì, non è vero? Le lasceresti lì e le lasceresti marcire vero… Oh no, è disgustoso! Pulirò io!!”

In questi frangenti, la mente di Felix viene attraversata rapidamente da un susseguirsi di pensieri: assiste impotente al disinteresse di Oscar, e immagina già il suo piatto culinario che, lentamente e ineluttabilmente, sfiorisce in modo disgustoso sulla parete. Il solo pensiero risulta essere inaccettabile per Felix, così rompe gli indugi, se ne infischia della lite e dell’orgoglio, e si appropinqua per pulire. Un vero e proprio affresco psicologico dei due personaggi: da un lato l’indifferente che non prova disgusto e non viene angosciato da alcuna recriminazione, dall’altro il compulsivo, l’ansioso che sa di dover intervenire prontamente perché non può concepire che le sue linguine se ne stiano, morenti, aggrovigliate accanto ad una cappa argentea intrisa di sugo.

Felix pare irremovibile persino davanti alle lacrime, cervellotiche e disperate, dell’amico Oscar. Quando questi implorerà, piangendo ironicamente, l’amico di starsene in cucina con le sue manie e le sue nevrosi senza turbarlo oltre misura, Felix, per nulla impietosito, metterà a tacere il suo interlocutore, intimandogli piuttosto di prestare attenzione e di camminare sulla carta poiché ha appena lavato il pavimento. Ciò scatenerà l’ira di Oscar. E’ questa una delle scene più ironiche e graffianti dell’intera commedia. Tale risposta di Felix corrisponde ad un tipico atteggiamento di chi pone la pulizia al di sopra di ogni altra cosa: non importa quanto l’altro possa chiedere attenzione, se esso sta portando a termine un atto che inficia sulla pulizia allora verrà inevitabilmente ignorato o redarguito.

Oltre ad analizzare i caratteri dei due personaggi, Simon, attraverso un uso sapiente della scrittura, tenta di interrogarsi sulla possibilità dell’essere umano di poter “cambiare”. E’ possibile che due persone, che vantano un’indole tanto radicata e profonda, riescano a trasformare sé stessi, e magari a migliorarsi?

Oscar con in mano il ramaiolo tanto caro a Felix

Nella prima parte del lungometraggio, quando Felix e Oscar s’intrattengono seduti sulla panchina di un parco, un dialogo sembra suggerire una sorta di pentimento da parte di Oscar per quanto concerne il suo passato. Questi giudica sé stesso come il principale responsabile della fine del suo matrimonio: era un pessimo marito, che mentiva alla moglie costantemente, che faceva orari impossibili, che spegneva le cicche sui mobili, che non aveva messo da parte mezzo dollaro nonostante gli ingenti stipendi guadagnati nella propria redazione giornalistica; un marito che non aveva voglia di cenare la sera con la propria consorte salvo poi svegliarla nel cuore della notte e pretendere che gli cucinasse qualcosa di appetitoso. Oscar, pur comprendendo i suoi sbagli, si domanda ancora, quasi insensatamente, perché sua moglie lo abbia lasciato. Tutto ciò non simboleggia altro se non l’incorreggibilità di un uomo che ha compreso i suoi errori, che conosce i suoi molteplici difetti ma che non riesce a far nulla per rimediare. Forse non si può cambiare, forse non si può modificare un carattere così netto e impenitente.

Anche il personaggio di Felix sembra suggerire una riflessione di tal tipo da parte dell’autore. Quando Oscar tenterà inutilmente di convincere l’amico ad uscire con lui, a raggiungere l’appartamento delle sorelle Piccioni, due vicine di casa civettuole e tanto simpatiche che hanno preso a ben volere i due, e questi rifiuterà categoricamente in quanto ancora troppo legato al ricordo dell’ex moglie, Oscar gli chiederà furiosamente se ha intenzione di restare così fino alla fine, fino al giorno della sua dipartita. Allora Felix risponderà: “Noi siamo quel che siamo!”.

Una risposta netta, inequivocabile, che sancisce come due personalità tanto abitudinarie non possano mutare anche volendo. 

Nel finale, però, prima che il sipario cali sul destino di due amici litigiosi ma, forse proprio per tali ragioni inseparabili, accade qualcosa che rovescia la prospettiva dello spettatore. Felix andrà a vivere via, esortato dall’ultima lite con Oscar. Felix troverà la propria indipendenza, unita alla forza per ricominciare un nuovo percorso, lontano dalla sua ex-moglie e dall’amico fraterno. Dal canto suo, Oscar, proprio all’ultimo atto, si arrabbierà con i suoi amici del poker, quando uno di loro lascerà cadere a terra un frammento di sigaretta consumata.

Ragazzi, questa è casa mia. Non è mica un porcile!” - Sbraiterà Oscar che, sotto sotto, grazie alla vicinanza con Felix ha carpito quanto basta per imparare a voler più bene a sé stesso e alle cose che lo circondano. La purezza di un’amicizia vera e sincera viene sugellata da queste battute finali: Oscar e Felix, spalleggiandosi quasi inconsapevolmente, migliorano dalla reciproca vicinanza.

I personaggi di Oscar e Felix, come già sottolineato, fanno parte di diritto della cultura popolare. Il perfezionismo, la cura dei dettagli, il candore e l’attenzione maniacale alla lindura di Felix così come i tratti burberi che celano un animo gentile votato al prossimo, l’espressione brontolona e l’atteggiamento alla “che m’importa” di Oscar sono diventati dei veri e propri attributi identificativi degli stessi Walter Matthau e Jack Lemmon. I due attori statunitensi hanno colto e personificato così perfettamente le sfaccettature dei due protagonisti de “La strana coppia”, da restare indissolubilmente legati ai personaggi interpretati nel film. Agli occhi del grande pubblico, Walter e Jack somigliano in tutto e per tutto ad Oscar e Felix, più di quanto si riesca a spiegare. In loro, persona e personaggio si sono congiunti splendidamente all’unisono.

A tal proposito, negli ultimi giorni, la Infinite Statue, un’azienda italiana che realizza statue in scala dedicate ai grandi miti del cinema americano e non, ha pubblicato uno scatto raffigurante l’ultima delle loro creazioni artistiche: Walter Matthau e Jack Lemmon, eternati nelle loro iconiche vesti di Oscar e Felix.

Le statue di Walter Matthau e Jack Lemmon realizzate dalla Infinite Statue

Scrutando la fotografia e ammirando la bellezza e l’originalità del pezzo, da grande appassionato e collezionista, non ho potuto che restarne incantato. Le due statue, scolpite magistralmente da George Nagulov, dipinte da Dario Barbera, sotto l’attenta direzione di Fabio Berruti, immortalano Walter e Jack con un realismo spiccatamente artistico. Oltre ad apprezzare in modo particolare il pezzo per la sua innegabile grazia e per il suo alto valore per quanto concerne il collezionismo riguardante la settima arte, non ho potuto fare a meno di cogliere degli elementi e interpretarli secondo il mio punto di vista; elementi che ben si prestavano all’argomento di questo mio pezzo, vale a dire l’aspetto psicologico de “La strana coppia”.

Le due statue, a mio modo di vedere, incarnano perfettamente la psicologia dei personaggi. Oscar e Felix sono disposti su fronti opposti, ognuno che si erge su di una base a sé stante. Entrambe le basi, però, possono essere unite fino a formare un unico diorama. Unendole, i due personaggi sembrano osservarsi da due angolazioni opposte dello stesso appartamento. Questa visione, evoca i due fronti di Oscar e Felix, i due modi di interpretare la vita.

Da un lato vi è il disordinato, Walter, il sagace, colui che vive senza restrizioni, senza condizionamenti, senza pensieri o timori di ogni tipo, beato nel suo disordine che non è altro che la testimonianza della sua personalità che eccede, che trasborda al di fuori di lui. Oscar osserva Felix e se la ride, felice di sapere che la vita, come già scritto, va presa per ciò che è: un susseguirsi di eventi imprevedibili, e per loro natura disorganizzati. Ai piedi della statua di Walter, giacciono gli oggetti più disparati: riviste sportive, un sigaro, un posacenere repleto, un sandwiches ancora non addentato, un capo d’abbigliamento gettato alla rinfusa. Sotto il braccio, Oscar stringe una rivista particolare, forse preferita a tutte le altre.

Inoltre, Walter regge in mano una lattina, pronto a sorseggiarla: perché Oscar è questo, brinda e beve in barba ai suoi problemi, tendando forse inutilmente di affogarli, senza sapere che purtroppo, il più delle volte, i problemi sanno nuotare, ma non per questo smette di sorridere.

Felix, dall’altro lato, se ne sta serio. Rigido, arcigno come chi si fa in quattro per il bene suo e quello del suo amico adorato. Guarda Oscar con disappunto, certamente offeso dall’ultima marachella perpetrata dal compagno di tante giornate. In mano, Felix tiene stretto il suo adorato ramaiolo, forse è lì lì per rinfacciare al giornalista sportivo la sua ignoranza in ambito culinario, visto che in passato ha già scambiato quel ramaiolo lucente per un comune mestolo. Accanto alla sua figura, vi è un aspirapolvere. Una chicca emblematica: Felix non fa altro che utilizzarlo, per pulire, per “spazzare”, per togliere via lo sporco, i difetti di una vita che, al momento, non lo soddisfa per via del matrimonio tramontato ma che merita ancora di essere vissuta pienamente. Sotto la camicia, una tenuta da cuoco “scintilla” candidamente: altra grande passione di Felix, quella per la buona cucina, quella fatta con entusiasmo verso sé stessi e chi gli sta intorno.

Schierati sui due “contraltari”, Oscar e Felix, in questa rappresentazione statuaria, personificano i due lati della vita: coloro a cui non importa, che vivono cercando di strapparsi loro stessi un sorriso malgrado tutto, e coloro che vivono tra mille ansie e preoccupazioni senza arrendersi mai, coloro che considerano il loro disordine un equilibrio perfetto e coloro che giudicano il loro ordine come un modo per esprimere sé stessi, un simbolo di rispetto e affetto verso la propria casa, il solo luogo in cui ognuno di noi può sentirsi veramente al sicuro.

C’è tanto in questa riproduzione, così come nell’opera filmica del 1968: basta solamente saper guardare.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"L'orso" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Perdita

Silenzio, non vi era altro da ascoltare. Soltanto un sommesso silenzio. Il sole era sorto da qualche ora, eppure non si udiva alcunché. Quel mattino, un cielo terso sovrastava le verdi radure e i ripidi pendii. La natura non si era ancora svegliata. Iniziò a ravvivarsi pian piano. Dapprima, fu il vento a riaccendere la tacita pace di quegli spazi. La brezza gelida bisbigliava tra le fronde degli alberi, e il cinguettio degli uccelli rinvigoriva ogni angolo della foresta che, nel frattempo, si era finalmente ridestata e con essa le sue creature. 

Su, in cima ad un colle, un suono distinto e ben più minaccioso cominciò ad echeggiare. Si trattava di un brontolio cupo e aspro, emesso da un grosso animale, un predatore quasi certamente. Avvertendo quel preoccupante mugugno, molti abitanti della foresta fuggirono via, intimoriti. Di lì a poco, su di una fredda superficie rocciosa, apparve una imponente creatura dal manto bruno. Era una femmina di grizzly, la regina della montagna, giunta fin lassù per procurarsi del cibo. A pochi passi da quell’immensa creatura vi era una buffa pallottola di pelo, munita anch’essa di due orecchie irte e quattro zampette affilate. L’orsa era arrivata fin lì con il suo cucciolo, da cui non si separava mai.

In quegli attimi, il piccolo si accovacciò su di una pietra bianca, perdendosi con lo sguardo oltre l’orizzonte. La mamma, dal canto suo, si mise a rovistare tra le costole schiuse della montagna. Con le zampe, il grizzly cominciò a “ferire” la roccia, scavando sempre più in profondità. Da lì venne fuori una nuvola di api che avvolse subito l’animale. Ma l’orsa era troppo grande e affamata per cedere alle punture di quei laboriosi insetti, così li allontanò con ripetuti gesti e qualche energica zampata, quindi proseguì a solcare nel ventre del monte.

Dall’alveare, la femmina poté raccogliere il miele e offrirlo al proprio cucciolo. Mentre mamma e figlio si nutrivano, alcuni detriti precipitarono dall’alto. L’orsa non li notò. Seguitò a ghermire il miele, a strappare arbusti cresciuti fra quelle rocce, ad eliminare tutto ciò che sbarrava l’accesso, fino a quando non fu troppo tardi: un enorme masso si staccò dal massiccio sovrastante e piombò giù. Ciò che impediva alla parete di collassare era stato levato via dal grosso animale, che nell’impatto rimase schiacciato dal macigno e morì sul colpo. Il piccolino, al momento della caduta, si era allontanato di qualche metro dalla madre e, per quello, riuscì a salvarsi.  Ma era rimasto solo. Solo in un regno pieno di insidie e di pericoli.

Comincia in tal modo “L’orso”, il capolavoro della filmografia di Jean-Jacques Annaud risalente al 1988. Pellicola di stampo espressionista, “L’orso” è un lungometraggio molto particolare: sprovvisto quasi totalmente di dialoghi, il film basa la sua impronta comunicativa sulla gestualità, sull’espressività delle facce, sulle movenze e le azioni che i personaggi, umani e animali, compiono durante lo snocciolarsi del racconto.

L’orso” inizia in un giorno qualunque, apparentemente sereno, tra l’azzurro di una volta celeste limpida e il fresco soffiare del vento. In un’atmosfera tranquilla, lieta, in un clima pacato, solare, gioioso, il fato mostra la sua imprevedibilità. L’occhio meccanico della camera di Annaud mostra un paesaggio soave, uno scenario idilliaco, quello in cui una mamma si prende cura della sua discendenza. La grande orsa, inquadrata dalla cinepresa del regista francese, sembra quasi baciare delicatamente il proprio cucciolo, lambendo il suo viso sporco di miele con il proprio muso, poco prima di morire. La morte della mamma dell’orsetto avviene d’improvviso, quando nulla poteva lasciare presagire l’imminente tragedia. Sin dalla prima sequenza, il regista evidenzia quanto il destino possa essere imponderabile e come un'inaspettata disgrazia possa innescare la nascita di una storia emozionante: la storia di un “orfano” e di un “padre”.

Proprio così, un padre. Perché il vero personaggio cardine dell’opera di Annaud è un maschio adulto che, ben presto, incontrerà un orfano, un trovatello della sua stessa specie e deciderà di adottarlo come se fosse suo.  

L’orso” è un film sorprendente, suggestivo, profondamente sentimentale, una sorta di favola esopiana raccontata dal punto di vista di un animale. Gli unici uomini presenti nel lungometraggio, infatti, assurgono al ruolo di antagonisti con i quali risulta difficile per lo spettatore identificarsi.

Dopo il violento impatto con la roccia e la conseguente morte dell’orsa, il piccolo, disperato, si distende accanto al corpo senza vita della madre. Lì, respirando affannosamente e singhiozzando, si addormenta. Una sequenza breve, struggente, che ricorda a sua volta un’altra scena altrettanto toccante di un lungometraggio d’animazione che uscirà sei anni dopo la pellicola di Annaud, vale a dire “Il re leone”.

Quando Simba - il leoncino protagonista del racconto disneyano - raggiunge il corpo esanime di Mufasa, in un primo momento, fatica a comprendere la gravità di ciò che è appena accaduto. Simba si avvicina alle spoglie del padre tentando in ogni modo di ridestarlo dal suo sonno eterno, convinto che non se ne sia ancora andato. I gesti strazianti del piccolo felino, che mordicchia l’orecchio del padre e preme sulle sue guance per cercare di fargli aprire gli occhi, ricordano le tenere e vane azioni dell’orsetto del film di Annaud, che prova a liberare la madre rimasta parzialmente sepolta sotto la frana, cercando di tirarla via da sassi e detriti.

Sia Simba che il giovane orso quando si accorgono che per i loro genitori non c’è più nulla da fare si abbandonano ad un pianto malinconico, prima di accovacciarsi ciascuno vicino al proprio padre e alla propria madre scomparsi. Simba si insinua sotto la zampa del genitore, reclamando un ultimo abbraccio, l’orsetto, invece, si distende accanto al manto della sua mamma, ricercandone il tepore.

Sia ne “L’orso” che ne “Il re leone” il sopraggiungere della morte del genitore, visto dal proprio figlio fino a quell’istante come un’ancora di salvezza, come una sorta di caposaldo a cui aggrapparsi avviene inaspettatamente. Tutto ciò getta i protagonisti nello sconforto più assoluto e costituisce la scintilla degli eventi. Nel film d’animazione della Disney, Simba fuggirà via dal suo regno, persuaso di essere stato colpevole della tragica fine del proprio genitore; nel film di Annaud, dopo aver trascorso tutta la notte accanto alla madre esanime, l’orsetto, alle prime luci dell’alba, si incammina da solo in direzione della vallata, verso un futuro incerto.   

  • Padre e figlio

In quella stessa notte, due uomini giungono ai piedi della catena montuosa. La prima traccia della loro presenza viene fornita allo spettatore attraverso il fumo che si leva fino al cielo. Come accade in “Bambi”, altro capolavoro della Walt Disney che possiede diversi punti in comune con “L’orso”, una traccia tangibile della presenza degli uomini viene fornita tanto al pubblico che osserva il film quanto agli animali presenti nella storia attraverso il fuoco. Verso la parte finale di “Bambi”, il giovane cervo, issatosi su un’altura, nota assieme al padre, il Grande Principe della foresta, una nube salire sino alle nuvole. Il giallo ed il rosso luminosi di una fiamma accesa si scorgono in lontananza e ciò può significare soltanto una cosa: i cacciatori sono arrivati in prossimità della foresta e hanno lasciato il loro marchio.

Anche ne “L’orso” avviene una cosa molto simile: la cinepresa di Annaud discende dal colle e inquadra un fuoco alimentato dall’azione di due uomini.

Uno dei due, il più giovane, è intento a mantenere efficiente il suo fucile, l’altro, il più anziano, sta scuoiando un grizzly predato e ucciso in qualche precedente azione venatoria.

I due cacciatori si sono protratti sino a quei luoghi per dare la caccia ad un maschio di grizzly che regna incontrastato in quella foresta.

Quest’orso fa la sua comparsa poco dopo, camminando fieramente tra la fitta vegetazione. Il solenne mammifero ignora la presenza dell’uomo nelle vicinanze, e procede liberamente senza paventare alcun pericolo. 

I cacciatori, invero, stanno braccando il grizzly, seguendolo sino ad una vallata. Qui, il più giovane dei due uomini, impaziente di abbattere la sua preda, spara all’orso prima del dovuto, ferendolo solamente, ma facendolo così infuriare. Il grizzly, da questo momento in poi cosciente di essere voluto morto dagli uomini, fugge via, non prima di aver aggredito e ucciso i cavalli con cui i due cacciatori erano approdati in quella radura.

Spintosi sino al fiume per trovare ristoro e riprendere le forze, il grosso animale intravede il cucciolo, che tenta di avvicinarsi.

L’orso, scostante e rabbioso, scaccia prepotentemente il piccolo che però non si dà per vinto. Come un re duro da scalfire il grizzly si mostra scontroso, furente, per nulla incline ad intenerirsi dinanzi ai bisogni del piccino. L’orsetto, però, gli si avvicina nuovamente e riesce a leccare in maniera amorevole la ferita, mentre il grosso animale continua a rimanere sdraiato dentro una pozza d'acqua nel disperato tentativo di trarne giovamento.

L'amicizia tra i due si cristallizza proprio in quell’istante: il grande animale prende l'orfano sotto la sua protezione, salvandolo dalla solitudine.  

Le sequenze in cui il cucciolo di orso vaga per la natura selvaggia, spaventato, in cerca di una figura che possa offrirgli ausilio, presentano delle ulteriori similitudini con i momenti in cui il cerbiatto Bambi, nell’omonimo film Disney, perlustra la foresta, chiamando la sua mamma, assassinata dai bracconieri. Bambi, come lo stesso orsetto, è rimasto solo, quand’ecco che mira un maestoso cervo pararsi dinanzi a lui. Il Grande Principe della foresta, austero e regale nel suo portamento, comunica a Bambi quanto è accaduto: la sua mamma non tornerà mai più.

A quel punto, il cerbiatto china il capo, afflitto, e prende a lacrimare. Le gambe tremanti del timido cervo s’incurvano, schiacciate dal peso di una perdita gravissima, di una ferita insanabile, e quasi sembrano non riuscire più a reggerlo.

La neve che viene giù dal cielo come un pianto della natura avvolge il Grande Principe della foresta e il suo cucciolo, che restano per alcuni, interminabili secondi laconici. Sarà il padre a infrangere nuovamente il silenzio e ad annunciare a Bambi che lo prenderà con sé. In quell’attimo, il cerbiatto mostra timore reverenziale al cospetto del padre, un cervo severo, arcigno e inflessibile.

In egual misura, il grizzly de “L’orso”, che si fa carico del destino del cucciolo, appare fermo, rigoroso, eppure sempre disponibile ad accudire e a proteggere il proprio figlio. Il Grande Principe della foresta e l’orso sono entrambi esseri solitari, indipendenti, che decidono di rompere i propri indugi, di assumersi delle responsabilità che vanno oltre i fini egoistici perseguiti sino ad allora, e di allevare una prole che necessita del loro aiuto.

Il legame tra il grizzly e l’orsetto si forma e si accresce sempre più nei giorni a venire: il maschio adulto insegna al piccolo a cacciare e pescare, assurgendo a figura di riferimento, plasmatrice e paterna. Il grizzly adulto, nell’opera di Annaud, assume il ruolo di un padre adottivo che si fa tutore di un “bimbo abbandonato” che ha bisogno di essere accudito. L’orsetto non può cavarsela da solo, la mamma è infatti morta prima del tempo, non potendo insegnare al piccolo come badare a sé stesso, come procacciare il cibo e come sopravvivere ai numerosi pericoli del mondo esterno. Pertanto, il grizzly diviene una presenza fondamentale nella vita del “giovanotto”, una sorta di “maestro”, di mentore che educa l’orsetto a stare nel suo habitat.

Con le dovute differenze, qualcosa di simile avviene in un altro lungometraggio della Walt Disney: “Il libro della giungla”. Nel film d’animazione del 1967, Baloo, un orso labiato, incontra Mowgli tra la folta vegetazione. Colpito dalla dolcezza del bambino, l’orso decide di prenderlo con sé.

In realtà, Mowgli non è rimasto da solo quando intravede, per la prima volta, Baloo. Ad accompagnarlo nel suo tortuoso pellegrinaggio nella giungla vi è Bagheera, un’astuta e saggia pantera nera. Bagheera ha il compito di scortare Mowgli sino al villaggio più vicino, così che il bimbetto possa far ritorno dalla sua gente. Mowgli, tuttavia, è deciso a non lasciare la giungla, quel luogo in cui fu trovato appena nato e in cui ha mosso i suoi primi passi.

Durante tutto il periodo della loro vicinanza, Bagheera ha rivestito agli occhi di Mowgli un ruolo di guardiano e custode. Il personaggio dell’orso Baloo, ben più burlone di Bagheera, appare contrapposto a quello della pantera. Quando Mowgli incontra Baloo, questi si mostra immediatamente affabile e simpatico. Il mammifero dalla pelle grigiastra intrattiene Mowgli giocherellando con lui, e accetta senza esitare di trasmettere ciò che sa al ragazzetto.

Baloo possiede una filosofia della vita molto personale e mal vista dagli altri animali della giungla che reputano l’orso non più di un volgare perdigiorno. Un po’ come accade nella pellicola di Annaud, anche ne “Il libro della giunglal’orso veste i panni del precettore, educando il proprio “cucciolo” su come vivere e come rapportarsi con la natura che lo avviluppa. Ne “L’orso”, il grizzly insegna al piccolino a procurarsi da mangiare, le tecniche per afferrare il pesce nei laghi, come sfuggire ai morsi degli altri predatori. Nel film d’animazione della Disney Baloo cerca di tramandare al proprio cucciolo adottivo la sua particolare visione dell’esistenza, nonché il valore delle piccole cose.

In contrapposizione al più serio Bagheera - che vorrebbe educare Mowgli ad essere ambizioso e ad impegnarsi per migliorare e diventare un giovane determinato una volta tornato fra i suoi simili – Baloo desidera insegnare a Mowgli come godere delle piccole gioie che la vita può offrirgli.  Quella di Baloo non è una visione della vita mediocre, sempliciotta o modesta, tutt’altro: il grande mammifero, ben più saggio di quanto possa dare a vedere, conferisce importanza alle banali bellezze della quotidianità. Baloo, come è solito canticchiare, si sente a casa ovunque si trovi, e non avverte il bisogno di inseguire fantomatici traguardi o aspirazioni irraggiungibili. Nella vita, a volte, bastano poche briciole, lo stretto indispensabile per sentirsi felici.

Quello di Baloo è un approccio educativo compassato, volto a trasmettere l’importanza della felicità più ingenua, quella che si può ottenere accontentandosi, apprezzando le tenue meraviglie a cui, normalmente, non si darebbe il giusto peso. 

La personalità di Baloo, nell’adattamento disneyano, è dirompente, ma allo stesso tempo stravagante ed essenziale. Baloo è un mattacchione, un “padre” attento, buono e gentile che, attraverso la spensieratezza e la risata, ha trovato la chiave per condurre un’esistenza serena.

Nel romanzo di Kipling “Il libro della giungla”, tomo da cui la Walt Disney trasse il proprio adattamento, Baloo è una figura notevolmente diversa dalla sua controparte animata pur assurgendo ancora a ruolo di maestro di vita. L’orso bruno emana una forza ed un sapere senza eguali e, al contempo, incarna una vasta saggezza tant’è che egli è il custode designato della legge della giungla, un codice che Baloo è solito impartire a tutti i suoi allievi.

Come sottolineato da Annaud, anche per Kipling l’orso è un animale che ispira grandezza e che può essere inteso come un educatore a tutti gli effetti

  • Luna, luminosa e sola

L’orso è un animale allegorico, che può essere utilizzato come uno strumento simbolico o una metafora. A tal proposito, perché Annaud scelse proprio un orso? Per quale motivo selezionò questa possente creatura come protagonista del suo racconto visivo?

Agli inizi del progetto, il regista aveva un unico obiettivo in mente: porre un animale al centro di una narrazione cinematografica, di un dramma scrutato quietamente dall’occhio meccanico di una cinepresa. Un animale, dunque, non necessariamente un grizzly. Cosa indusse Annaud a compiere la sua fatidica scelta? Quali caratteristiche, quali doti o atteggiamenti posseduti dall’orso indussero il regista a renderlo il perfetto vettore di un’emozione?

Gli orsi sono molto simili agli uomini” – ebbe a dire una volta il regista – “Specialmente per quanto concerne la gestualità”.  Secondo il parere di Annaud, un orso dispone di una gamma espressiva facilmente intuibile e decifrabile da un essere umano. “L’orso” è un film quasi del tutto “muto”, una pellicola in cui le parole sibilate dagli esseri umani si contano sulle punte delle dita. L’opera di Annaud è cinema allo stato puro, quasi originario, un lavoro che si regge sull’arte dei gesti e dei silenzi, sul linguaggio del corpo, sull’immagine che scorre e la componente musicale che cadenza il suo sviluppo. Per il cineasta francese, un orso era uno straordinario comunicatore, un animale ideale per esprimersi al cospetto di uno spettatore umano. La scelta, or dunque, non poteva che cadere su di lui. Tutto qui? Fu soltanto per questa ragione che l’orso venne opzionato come personaggio cardine? E se non fosse soltanto una questione di gestualità?

L’orso è un animale dotato di fascino e di un certo mistero e, sin dall’antichità, la sua maestosa sagoma ha ispirato molteplici reinterpretazioni fra le più disparate culture. L’orso è, infatti, una creatura che possiede connotazioni fortemente simboliche, ed è presente in numerose “favole” di natura antichissima.

In un particolare racconto della mitologia greca, la perfida dea Era scelse di tramutare la sua povera vittima proprio in un orso. Era voleva vendicarsi del consorte Zeus e della sua amante, la ninfa Callisto, rei di aver generato un figlio, Arcade. Pertanto, la regina degli Dei trasformò Callisto in un’orsa feroce e molto temuta. Ad Arcade, il maggiore eroe di quel tempo, venne chiesto di dare la caccia all’orsa, che era divenuta una grave minaccia per chiunque osasse avventurarsi tra i boschi. Il semidio ignorava che dietro le fauci dell’orsa si celasse il volto rattristato di sua madre.

Quando fu pronto a scoccare il suo dardo e a trafiggere l’orsa, Zeus intervenne e raccolse con le sue mani le anime di Arcade e di Callisto. Entrambi raggiunsero l’eternità e vennero trasfigurati in costellazioni nel cielo: Callisto divenne l’Orsa Maggiore e Arcade l’Orsa Minore. Nella cultura greca, quindi, l’immagine dell’orso corrispondeva ad un’immagine astratta, perpetuata tra gli astri, visibile dopo il crepuscolo e richiamava, in parte, la vita ultraterrena nonché l’immortalità.

Nel credo degli Indiani d’America, invece, l’orso indicava una forza sovrannaturale che aveva il suo raggio d’azione nel mondo terreno; esso inoltre incarnava anche la riflessione intima, la ponderazione e la successiva comprensione dei misteri e dei cicli legati all’esistenza mortale e al tempo.

L'Orsa Maggiore

La cultura celtica riteneva che l’orso fosse un animale dalla natura prettamente femminile. Era quindi collegato alla gravidanza, alla maternità, alla protezione della prole e della famiglia. Il lungometraggio di Annaud, “L’orso”, analizza proprio il legame tra un orso adulto ed un cucciolo, tra una figura genitoriale ed un figlio: un nucleo familiare a tutti gli effetti.

Il film di Annaud sembra indagare proprio questo aspetto della simbologia appartenente all’orso, questo suo lato più dolce, protettivo, che riguarda la crescita e la cura di una nuova vita. Se per i Celti, l’orso aveva spiccatamente una natura femminile, Annaud sovverte questo schema e pone al centro della sua narrazione un orso maschio che prenderà sotto la sua vigilanza il cucciolo abbandonato.

I proiettili del cacciatore che puntano verso la Luna

I Celti associavano l’orso alla Luna, la guardiana opalina che brilla di luce solitaria al calar della sera, osservando la Terra in maniera apparentemente austera, fredda, distaccata. La Luna è un’essenza femminile, una grande palpebra dischiusa che scruta il mondo dall’alto ascoltando ogni voce, ogni lamento, ogni desiderio, sogno o speranza che l’essere umano confida, al diffondersi delle tenebre, contemplandola. Al pari della Luna, corpo celeste dalla natura di donna, così è l’orso. Se si osserva la locandina dell’opera di Annaud, è possibile notare un rapporto tra questo satellite naturale e l’orso protagonista del film. Il grande grizzly giace in piedi, imponente, su due zampe, mentre il cucciolo cerca di imitarlo. Alle spalle dei due mammiferi, una Luna piena si staglia nel buio della notte, mirando, come una spettatrice dal candido aspetto, il rugliare dell’orso.

Durante la prima apparizione dei cacciatori, Annaud inquadra, dal basso verso l’alto, una mezzaluna che giace, scintillante, su di un’immensa tavola scura. La camera del regista si pone al di sotto di una sfilza di proiettili che il cacciatore ha lasciato, irti, su di un “tavolo da lavoro”.

I proiettili, con i loro spuntoni affilati, sembrano trafiggere la stessa luna eternata da Annaud sul proprio nastro di celluloide.

Il cacciatore più giovane, una volta messo a nuovo la sua arma, punta la canna del fucile proprio verso la mezzaluna che sfavilla, taciturna.

È come se Annaud lasciasse intendere che l’obiettivo del cacciatore è quello di “sparare” alla “luna”, di colpire quell’entità inafferrabile, di trafiggere quella preda irraggiungibile che altri non è che l’orso stesso. 

  • Grazia

Comincia, così, la caccia. Gli uomini incalzano il grizzly giorno dopo giorno, in un estenuante inseguimento. L’orso si trova costretto più volte a fuggire, e a lottare ferocemente contro alcuni mastini per salvare il proprio cucciolo. Decisi più che mai a conquistare la sua pelle, i cacciatori si spingono sino alle vette più alte della catena montuosa. Lì, l’orso riuscirà a tendere loro un agguato.   

Di fatto, verso la fase finale della caccia uno dei due uomini resta solo. Questi si arrampica su di un’altura, in cerca di una fonte d’acqua. Il giovane cacciatore ha lasciato il suo fucile all’accampamento, e si trova sprovvisto di alcuna difesa. Mentre l’acqua che sgorga da una sorgente rocciosa gli bagna le mani e il volto, un’ombra gigantesca lo avvolge. L’orso affiora da un grosso incavo prodotto nel fianco della montagna e fronteggia il suo rivale. Questi, accortosi della presenza, cede immediatamente alla paura, indietreggiando disperatamente, ma la fredda pietra gli nega una via d’uscita. L’orso, innalzatosi su due zampe, emette i suoi versi terribili che sembrano lacerare l’aria.

L’uomo non ha più scampo e nella foga del momento raccoglie un sasso, un’arma primitiva. Gli artigli del grizzly percuotono il terreno, strofinano la durezza della rupe, sollevando nubi di polvere. L’orso seguita a emettere i suoi versi che sovrastano ogni altro suono nello spazio circostante. Il fragore è assordante, tanto da frantumare ogni anelito di coraggio rimasto nel cuore del cacciatore. Questi cede allo sconforto e si getta in terra, abbandonando la pietra. Poi si rannicchia tra sé, piangendo, invocando il perdono, implorando l’animale di fermarsi. I versi stridenti della creatura gli torturano i timpani, squarciano la pelle, penetrando sino alla sua coscienza. D’un tratto l’orso si ferma, scruta il suo cacciatore divenuto in quell’istante la sua inerme preda, attende qualche istante e gli volta la schiena. L’immensa ombra scura si dilegua nel nulla.

In tale frangente, si consuma la scena culmine dell’opera di Annaud. L’orso, che ha alla sua mercé l’individuo che gli ha arrecato tanto dolore, non perpetra la sua vendetta. Il pianto dell’uomo, i suoi lamenti angoscianti, i suoi occhi congi di lacrime sembrano suscitare compassione nello spirito del possente grizzly, che allunga un’ultima volta i suoi artigli verso quel corpo senza più vigore né audacia per poi cedere e ripiegare la zampa.

Nel volgergli un’ultima occhiata prima di svanire oltre il colle, la creatura pare concedere la propria amnistia all’essere umano.

«Esiste un'emozione più forte che quella di uccidere, quella di lasciar vivere.» - disse lo scrittore James Oliver Curwood. Tale affermazione trova la sua completa esaltazione nella sequenza in cui il grande mammifero risparmia il suo nemico.

La pietà, la compassione, la misericordia che l’uomo, talvolta, non è in grado di riservare ai suoi simili può venirgli rammentata da un singolo animale. Perdonare è un gesto estremo, coraggioso, a volte difficile da applicare. Perdonare è una forma assoluta di potere, un potere che pochi sono in grado di padroneggiare ed elargire davvero. 

Il potere è quando abbiamo ogni giustificazione per uccidere e non lo facciamo”.

Questa frase fu pronunciata da Oskar Schindler, protagonista del lungometraggio “Schindler’s List – La lista di Schindler”, una delle pellicole più commuoventi e famose dedicate al tema dell’Olocausto. Quando Oskar proferisce queste parole, è sera inoltrata. Egli sta cercando di impartire al crudele e spietato ufficiale nazista Amon Goeth la grandezza di un simile gesto. Il potere di perdonare – dice Oskar - era riservato nell’antichità agli imperatori. Un tempo, un ladro veniva portato al cospetto del “monarca”, s’inchinava ai suoi piedi e, pur essendo colpevole e immeritevole, scongiurava per il perdono. Il reo si dimenava ai piedi del regnante, singhiozzava, invocava l’assoluzione. A volte l’imperatore, mosso a compassione, concedeva il perdono. Un atto misericordioso, spiazzante, che solo un puro di cuore poteva effettuare.

Il cacciatore che nell’opera di Annaud giace genuflesso e grida il suo pentimento, il proprio rimorso al possente “carnivoro” che, in quell’istante, può decidere della sua vita, è paragonabile alla figura del ladro cui faceva menzione Schindler. L’orso è l’imperatore, un essere tanto grande e potente che, in quella determinata situazione, può scegliere se infliggere una punizione severissima o dispensare la sua grazia. I sentimenti di rivalsa covati dal grizzly scompaiono ad ogni goccia che scende dagli occhi inumiditi dell’uomo disperato.  Scegliere di perdonare, di risparmiare una vita richiede un gran coraggio. Un coraggio dimostrato pienamente dal re di quella foresta.

Molti altri sono stati gli autori che hanno provato a menzionare il valore del perdono, la sacralità della vita in ogni sua forma. J.R.R. Tolkien nel suo romanzo più celebre, “Il Signore degli anelli”, tenne a precisare quanto il perdono sia fonte di assoluta umanità. Nell’opera filmica di Peter Jackson “Il Signore degli anelli – La Compagnia dell’anello”, lo stregone Gandalf fece riferimento al frangente in cui Bilbo Baggins esitò nell’uccidere la creatura Gollum. Fu la pena a fermargli la mano, a far cadere la spada dello hobbit al suolo. Gandalf, da quel gesto altruistico compiuto da Bilbo, ricordò un’importante lezione: “Il vero coraggio si basa sul sapere, non quando prendere una vita, ma quando risparmiarla.” Bilbo Baggins non volle infliggere ulteriore dolore, non volle spargere altro sangue. Dispensò la sua carità a Gollum, e lo lasciò vivere.

  • L’uomo, artefice del male

Differentemente da “Bambi”, film in cui gli uomini non vengono mai mostrati in viso, ne “L’orso” le facce dei cacciatori risultano essere perfettamente visibili. In “Bambi”, l’uomo incarna un male universale e pertanto senza aspetto. Il suo approdo nella foresta e la sua presenza tra la folta vegetazione vengono avvertiti dagli animali attraverso flebili rumori, timide avvisaglie che mettono in guardia i “signori” dei boschi. L’uomo, considerato dal lungometraggio Disney come un portatore di morte, di dolore, di distruzione è una forza misteriosa e invisibile che brucia e consuma ciò che sfiora.

Anche nel lungometraggio di Annaud, gli uomini vengono rappresentati come “intrusi”, insidie inarrestabili che turbano l’equilibrio della natura. Essi sono portatori di vendetta, di violenza gratuita. Eppure, sul finale, il regista fa in modo che i due cacciatori trovino una loro, personale “redenzione”, desistendo dai loro propositi.

Per l’appunto, il giovane cacciatore, colpito dal perdono che l’orso ha voluto concedergli, getterà a terra il fucile, lasciando quel luogo senza più farvi ritorno.

  • Sogno

L’orso si addentra verso le grandi praterie e ritrova il cucciolo da cui si era separato. L’orsetto, rincorso da un puma affamato, viene tratto in salvo dal grizzly che respinge, furiosamente, il felino.  Insieme, padre e figlio si preparano ad affrontare l’inverno. Ritiratisi dentro una caverna, i due mammiferi si addormentano mentre fuori la neve fiocca abbondante, ricoprendo le distese boschive con la sua candida coltre. Il grande orso così come il piccolo chiudono gli occhi e cadono in un sonno profondissimo. Cosa sogneranno le due creature? Sembra quasi domandarselo il regista Annaud, attardandosi con la sua cinepresa ad osservare il lento sonnecchiare delle due creature.

Il tema del “sogno” ricorre più volte nell’opera di Annaud. Il cucciolo, durante tutto il suo peregrinare, ogniqualvolta si addormenta soffre di un sonno agitato. La sua mente lo porta a rivivere costantemente nei suoi incubi la morte dell’adorata mamma. Oltre a ciò, l’orsetto, esattamente come accadrebbe ad un bambino, vede nei suoi sogni figure minacciose, inquietanti, animali dalle fattezze spaventose, dai colori ora vividi e accesi ora cupi e bui. In una scena su tutte, l’orsetto assaggerà erroneamente dei funghi allucinogeni che gli faranno vedere, in una sorta di visione onirica, immagini intimidatorie e tetre, ombre aggressive contornate da luci intense. L’orsetto che, nella sua innocenza, contempla, confuso e disorientato, “mostri” paurosi e sagome distorte, rievoca la stessa sorte patita da Dumbo, l’elefantino che dopo aver bevuto per sbaglio da una tinozza d’acqua in cui era stato gettato dell’alcool, vive un incubo interminabile, quasi eterno, in cui dozzine di elefanti rosa danzano dinanzi a lui, muovendosi a ritmi inquietanti e prolungati.

Nell’atto finale del film, quando l’orsetto finalmente si sente al sicuro accanto al papà, nessun incubo lo turberà più. I due orsi, infatti, sogneranno serenamente, senza nulla a disturbare il loro sonno.

È l’ultimo simbolismo del film di Annaud: entrando in letargo, l’orso si allontana dalla realtà, varcando con il suo cucciolo il mondo onirico in cui entrambi saranno al riparo. Dormendo profondamente, negli ultimi momenti in cui la camera lo inquadra, il grande orso manifesta un’indagine interiore, rappresentando l’introspezione intima di una creatura tanto simile all’uomo da poter perdonare quando, invece, lo stesso uomo sovente dimentica di farlo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Anastasia, 1997" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

È la notte di Pasqua del 1928. Nelle strade di Parigi si respira un sopito fermento. Sebbene il sole sia tramontato da qualche ora la capitale appare più viva che mai, animata dal fluidificante via vai della sua gente.

Uomini e donne procedono nella stessa direzione, intasando i quartieri che portano alla chiesa più vicina. Fra i tanti cittadini che indossano cappelli alla moda, vestiti lussuosi, lunghi soprabiti tagliati e cuciti su misura, una figura femminile si distingue dalla moltitudine per i suoi abiti di certo poco consoni a quel contesto. Le vesti che porta sono sgualcite, sporche, consunte dal tempo. Costei ha il volto pallido, l’espressione affranta, i capelli spenti e coperti da una sciarpa grigia che le avvolge per intero il capo: fa molto freddo.

La donna cammina tutta sola e si sofferma ad osservare la vetrina di un negozio in cui sono esposte cianfrusaglie varie, chincaglierie, e qua e là qualche ricordo appartenuto ad un’epoca ormai andata. Il ritratto più famoso della famiglia Romanov campeggia in basso, ed inciso sulla fredda superficie della vetrina vi è il nome dello Zar Nicola. La donna legge quel nome, allunga la mano e lo sfiora velatamente. Poi va via, si spinge sino al cortile della chiesa situata a pochi passi e si appoggia, fiacca e sofferente, al tronco di un albero venuto su proprio lì.

Un viandante chiamato Stéphan nota la sua presenza, riconoscendola. “Ma è proprio lei, Anna Korev…” – pensa tra sé costui – “L’abbiamo trovata!”.   

Di gran carriera, Stéphan si allontana dal piccolo spiazzo e corre ad avvertire un amico, il generale Sergei Pavlovich Bounine. Questi raggiunge il luogo ed esamina attentamente il volto della signora, rimasta ferma lì, appoggiata a quell’albero che le consente di restare in piedi. D’un tratto, Bounine decide di avvicinarsi, di rompere il ghiaccio e di squarciare il velo dell’incertezza. “Buona Pasqua, Anna Korev. Vi chiamate Anna Korev, è vero? Almeno così vi chiamavano nel manicomio di Saint-Cloud…”.

La donna indietreggia, spaventata, e dà le spalle al suo interlocutore. Bounine non desiste dai suoi propositi, ed incalza: “Vi garantisco che non avete niente da temere. Perché fuggite sempre così?”.

Spossata, la fanciulla replica: “Sempre domande… Ho perduto le risposte!”.

Se non aveste detto chi eravate, non ci sarebbero state domande.” – ribatte Bounine.

“Perché? Chi sono?” – chiede, tentennante, la dama dai laceri indumenti.

La granduchessa Anastasia, secondo me…”.

Confusa e disorientata da una simile affermazione, Anna corre via con la forza rimastale in corpo. Si protrae sino alle rive della Senna, oppressa dal dolore, offuscata dall’insicurezza che si porta addosso. Con gli occhi gonfi di lacrime, Anna mira il lento procedere dell’acqua. È pronta a lasciarsi cadere quando viene afferrata da Bounine, che le salva la vita e la porta con sé.

Comincia il tal modo “Anastasia” il primo, maestoso adattamento cinematografico dedicato alla leggenda dell’ultima discendente dei Romanov, la sola, secondo le credenze del tempo, ad essere sopravvissuta al massacro della famiglia reale.

Il lungometraggio in questione - che uscì al cinema nel 1956 riscuotendo un ottimo successo - racconta la storia di Anna Korev, una ragazza che non rammenta il proprio passato e che si scoprirà essere la vera Anastasia, scampata alla morte durante la rivoluzione russa.

La trama dell’opera presenta notevoli analogie con il lungometraggio d’animazione del 1997, probabilmente la versione di “Anastasia” più amata dal grande pubblico nonché quella che maggiormente è rimasta impressa nell’immaginario collettivo. Don Bluth e Gary Goldman, i registi del film animato, trassero ispirazione dall’opera filmica del 1956, a sua volta derivata dalla pièce di Guy Bolton e Marcelle Maurette, cambiando alcune trovate della storia che, tutto sommato, seguirà il medesimo sviluppo di quella già mostrata.

In entrambe le pellicole la protagonista - che non ricorda la propria giovinezza - viene scoperta da un personaggio maschile che, desideroso di intascare una cospicua somma di denaro, l’assolda per interpretare il ruolo della granduchessa scomparsa. Nel film con interpreti in carne ed ossa, le ricchezze dei Romanov vengono custodite in una banca inglese e possono essere ereditate soltanto dall’ultima discendente della famiglia zarista. In molti hanno tentato la sorte, portando al cospetto dell’Imperatrice Madre Marija Fëdorovna - la nonna di Anastasia - tante presunte figlie di Nicola II, fallendo miseramente nell’impresa. L’austera signora non è mai cascata nel tranello, respingendo tutte le damigelle che, con sfrontatezza, hanno bussato alla sua porta, spacciandosi per una delle sue tante nipoti sfuggite all’eccidio. Marija è, infatti, l’unica a poter riconoscere legalmente Anastasia e a poterle concedere il permesso, semmai fosse ancora viva, di ereditare i beni ed i titoli che le spettano di diritto.

Fiutando la possibilità di mettere le mani su quell’immensa fortuna, lo scaltro Sergei Bounine non ha fatto altro che cercare, per anni e anni, una donna che rassomigliasse alla defunta Anastasia, così da imbastire un’audace truffa. Un giorno, Bounine venne a conoscenza dell’esistenza di una certa Anna Korev che, durante uno dei suoi tanti momenti di bizzarria, confidò ad una suora che l’accudiva in manicomio d’essere Anastasia e di rammentare, ad intermittenza, qualcosa del suo fosco passato. Da allora, Bounine ha impiegato tutte le sue risorse per cercare questa donna, rinvenendola proprio la notte di Pasqua del 1928. Anna, come già illustrato da molti che l’ebbero conosciuta, vanta una somiglianza impressionante con la piccola Anastasia: gli stessi occhi, il medesimo colore dei capelli, le labbra sottili, il mento pronunciato e potrebbe facilmente farsi passare come la granduchessa maturata nell’indigenza, senza una fissa dimora, e per questo sconvolta leggermente nell’aspetto e ben più marcatamente nel carattere.

L’intenzione di Bounine è quella di arrangiare una messinscena, un equivoco, una rischiosa “pantomima”, educando Anna a diventare la persona che, invero, scoprirà di essere sempre stata.

Nel film d’animazione del 1997 Dimitri, un saltimbanco dall’indole truffaldina, aspira ad impossessarsi di una grossa ricompensa. Da oltre un decennio oramai, l’Imperatrice Marija offre dieci milioni di rubli a chi le riporterà l’amata nipotina. Nel 1926, Dimitri si trova a San Pietroburgo e sta provinando delle aspiranti attrici. Nell’abbandonato Palazzo di Caterina, il giovane s’imbatte in una ragazza dagli occhi cerulei: Anya. La fanciulla, che non rammenta quasi nulla della sua infanzia, ammette d’essere appena uscita dall’orfanotrofio e che desidera raggiungere Parigi, in cerca della propria famiglia. Dimitri, ravvisando la somiglianza con la “defunta” principessa imperiale, coglie al volo l’occasione: si offre di accompagnare Anya se quest’ultima accetterà di assumere i panni della rediviva Anastasia.

La premessa ed il canovaccio delle due storie sono sovrapponibili e costituiscono il racconto di un unico melodramma, narrato mediante l’utilizzo di due stili differenti. Da qui in poi cercherò, dunque, di portare alla luce i parallelismi e le differenze in un confronto tra le due opere filmiche.

Come già accennato il film del 1956 alza il sipario in una notte gelida, all’aperto, sotto il cielo stellato di Parigi. Anna si palesa dinanzi allo schermo celando il proprio volto, tenendolo chino, intimidito. La protagonista transita per le vie con un passo lento, per nulla altero, e non sembra possedere nessuno dei requisiti confacenti una nobildonna la quale, solitamente, avanza a testa alta, con incedere regale e superbo. Anna è esausta, completamente sfibrata, genuflessa da una vita nebulosa e piena di tormenti. Viene poi intravista dal generale Bounine, che la salva conducendola sino alla sua casa.

Il film d’animazione comincia in tutt’altro modo. L’introduzione rievoca il passato, come se si trattasse di un prologo, ed il tutto viene raccontato dalla voce fuori campo della nonna di Anastasia. Siamo in Russia, nel 1916. Nel sontuoso Palazzo di Caterina si svolgono i festeggiamenti per il trecentesimo anniversario dell’ascesa al trono della famiglia Romanov.

“Ci fu un tempo, non molti anni or sono, in cui vivevamo in un mondo incantato fatto di eleganti palazzi e di feste grandiose.” – Afferma l’Imperatrice, che prosegue - “E mio figlio, Nicola, era lo Zar di tutte le russie”.

Nella grande sala del trono si stanno consumando un’infinità di danze. La dolce Anastasia giace accanto alla nonna, la quale fa dono alla nipotina di un portagioie. Una volta aperto, il portagioie innesca il meccanismo di un carillon che fa suonare una ninnananna, la stessa che Marija canticchia ad Anastasia per farla addormentare quando le rimbocca le coperte.

“Questa dolce melodia è il ricordo di sempre. Tu con me, amor mio, quando viene dicembre”.

Oltre al carillon, l’Imperatrice Madre regala ad Anastasia un ciondolo che reca la scritta “Insieme a Parigi”.

Tutto d’un tratto, la festa viene interrotta dall’arrivo di una sinistra figura: Rasputin, il consigliere di corte. Questo mistico dal volto scavato e dalla lunga barba scura che gli penzola dal mento vuole presenziare al cerimoniale, ma viene scacciato sdegnosamente da Nicola che asserisce di essere stato tradito da Rasputin, rivelatosi invero un malvagio stregone. Questi obietta alle accuse mosse dallo Zar finendo poi per cedere alla collera. Rasputin, quindi, maledice i Romanov, presagendo la morte di tutti i membri della famiglia reale.

La scena della comparsa di Rasputin a corte, in un clima festoso, allegro e spensierato che viene smorzato non appena l’oscura sagoma del mistico si palesa ai presenti, ricorda la sequenza in cui Malefica, la crudele antagonista del film d’animazione della Walt Disney “La bella addormentata nel bosco”, giunge al castello, nel giorno in cui Aurora, figlia del Re Stefano e della Regina Leah, viene battezzata.

Sia Rasputin che Malefica, rifiutati e allontanati dal “monarca” di turno, scagliano un anatema sui nobili: Rasputin decreta la fine della dinastia dei Romanov, Malefica pone invece Aurora come bersaglio della sua vendetta.

Dopo aver venduto l’anima al diavolo, Rasputin acquisisce dei poteri speciali dei quali si serve per instillare nel cuore e nella mente del popolo russo il seme dell’insoddisfazione, della rabbia, dell’instabilità. Ben presto, i cittadini dell'impero insorgono e prendono d’assedio la maestosa fortezza dei Romanov, espugnandola. La famiglia dello Zar è costretta a darsi alla fuga, ma di essi soltanto la Grande Imperatrice e Anastasia riusciranno a trarsi in salvo.

Alla stazione di San Pietroburgo, la nonna e la piccolina si separano: la fanciulla, rimasta sola, non riuscendo a salire sul treno in corsa, scivola giù e batte la testa. Al risveglio, una brutta amnesia le impedirà di ricordare. Anya crescerà dunque in orfanotrofio, abbandonandolo solamente una volta raggiunta la maggiore età.

Il cartone animato delinea i Romanov al culmine della gloria, poco prima della loro caduta, descrivendo con accuratezza il legame della piccola duchessa con l’anziana Imperatrice. Nella narrazione fittizia lo scoppio della rivoluzione avviene a causa di un sortilegio, di una magia nera che rende il popolo ostile, folle e tremendamente rancoroso. Quando la grande reggia dei Romanov viene accerchiata dai rivoltosi, Anastasia scivola via dalla presa della nonna, nel disperato tentativo di recuperare il portagioie che tanto significava per lei. L’Imperatrice, allora, insegue Anastasia ed entrambe vengono salvate da uno sguattero, Dimitri, che le aiuterà a fuggire. Nella corsa, Anastasia perderà nuovamente il portagioie, oggetto prezioso che verrà recuperato proprio dal garzone. L’unica cosa che la duchessa manterrà con sé sarà il ciondolo che la nonna le aveva dato in dono.

Anastasia e Dimitri da bambini

Ciò che è possibile notare nella parte iniziale di entrambi i film è che Anastasia viene tratta in salvo dallo stesso ragazzo di cui finirà per innamorarsi. Di fatto, Dimitri e Bounine salvano Anastasia in due particolari momenti della loro vita: Dimitri permette alla ragazzina di scappare, facendola sgattaiolare via attraverso un passaggio segreto utilizzato dalla servitù. Bounine, invece, incontra Anastasia quando non è che una donna adulta, triste e senza un futuro, prossima a gettarsi nelle acque della Senna. Bounine l’acciuffa, tenendola stretta, impedendole così di uccidersi.

Anna e Bounine - pur avendo aspetti e caratteri marcatamente diversi – sono in fondo Anya e Dimitri. Entrambe le coppie intraprendono percorsi molto simili, giungendo al medesimo finale.

Don Bluth e Gary Goldman tratteggiarono i personaggi principali del loro splendido cartone attraverso l’uso di colori accesi. Anya ha i capelli rossi, che porta raccolti in una lunga coda. Dimitri ha una chioma castana e ciocche fluenti che scendono lungo la fronte. Entrambi i protagonisti sono rappresentati come giovani adulti nel fiore degli anni.

Nell’opera filmica del 1956 Anastasia fu interpretata da Ingrid Bergman, che per questo ruolo vinse il suo secondo premio Oscar. Per la parte di Sergei Bounine fu scritturato il grande attore Yul Brynner, già famoso per il capo rasato, gli occhi dal taglio orientale e lo sguardo magnetico, look che gli conferì, all’apice della carriera, un fascino esotico. L’Anastasia della Bergman è una donna stanca, dalla salute malferma, invecchiata prima del tempo e piena di segni di sofferenza sul viso. Eppure, nel volgersi della narrazione ella riacquisterà vigore ed una nuova linfa vitale, tornando ad essere bellissima e aggraziata come un’autentica principessa. I capelli che Ingrid Bergman esibì per la parte erano biondi; nella scena dell’incontro con la nonna, Anastasia li terrà legati con un fiocco bruno. La medesima acconciatura, raccolta in un nastro annodato di colore azzurro, verrà utilizzata da Bluth e Goldman nella scena in cui Anastasia e Dimitri ballano a bordo di un traghetto.

Le protagoniste delle due pellicole presentano delle differenze sostanziali nel carattere ma anche degli elementi in comune: Anna è una donna debole, frastornata dalla malattia, infelice e disillusa. Per queste ragioni, si affiderà completamente a Bounine e, grazie al suo sostegno, ritornerà ad essere una dama forte e indipendente. Al contrario, Anya si presenta sin da subito come una ragazza libera, indomabile, coraggiosa e pungente come dimostrano i suoi battibecchi con Dimitri, a cui tiene ben volentieri testa.

Anya - la cui amnesia non ha turbato il suo spirito combattivo - è una fanciulla piena di sogni e di speranze, pronta a fare quanto è necessario per inseguire i suoi voleri: ritrovare la sua famiglia. La determinazione della protagonista viene sottolineata nella sequenza in cui, muovendosi lungo una candida distesa di neve, canta il brano “Cuor non dirmi no”. Fiduciosa e travolgente nel suo incedere, Anya distende le braccia verso il cielo proprio nell’istante in cui, sotto i suoi piedi, si dipana una San Pietroburgo colorata d’oro, pronta ad accoglierla.

Come già detto, Anya vuole recarsi a Parigi per riabbracciare i suoi parenti più stretti e scoprire chi è realmente; Anna, dal canto suo, desidera farsi accettare, scovare il proprio posto, la propria collocazione nel mondo. Così, entrambe le protagoniste acconsentono a vestire gli abiti principeschi di Anastasia, scoprendo soltanto in seguito che la ricerca della verità passa proprio attraverso l’interpretazione di ciò che credevano essere soltanto una “menzogna”.

Come le due protagoniste femminili anche Bounine e Dimitri possiedono caratteri diversi eppure elementi affini: l’ex generale è un uomo severo, a tratti glaciale, inflessibile ed intransigente persino nei confronti di Anna, a cui concede poco riposo, spronandola a memorizzare date e nomi dell’albero genealogico dei Romanov come un professore pedante o un regista teatrale che mira ad una perfetta rappresentazione scenica. Dal canto suo, Dimitri è un ragazzo squattrinato che sbarca il lunario nei modi più disparati, furbo, apparentemente arrivista e un tantino manipolatore.

Queste deplorevoli caratteristiche non sono, però, che mere patine. Ambedue riveleranno, infatti, la loro natura nel progredire del racconto: Bounine mostrerà d’essere un uomo buono, gentile, di sani principi che terrà ad Anna tanto da rinunciare all’ingente patrimonio dei Romanov; in egual modo, Dimitri dimostrerà d’essere un ragazzo prodigo, romantico, che porrà il bene di Anya al di sopra del proprio tornaconto. Bounine e Dimitri vantano, inoltre, delle analogie per quel che concerne i loro rapporti con i Romanov: tutti e due, infatti, hanno lavorato a stretto contatto con la famiglia dello Zar. Bounine era un militare, ex aiutante di campo addetto alla persona di sua maestà imperiale Nicola II. Nel cartone Dimitri era un servo che ebbe modo, durante la sua adolescenza, di osservare, seppur a debita distanza, la famiglia reale. La sera del trecentesimo anniversario, in particolare, Dimitri riuscì ad avvicinarsi al trono e a scorgere Anastasia, intenta a parlare con la nonna.

Dopo aver salvato Anna, Bounine raggiunge la sua sgangherata compagnia di furfanti formata dal sarcastico Chernov e dall’apprensivo studioso di teologia Petrovin, ai quali presenta la smunta fanciulla. La donna non ha un posto dove andare né un’identità a cui appartenere. Accetta, pertanto, di assecondare il volere di Bounine e di apprendere quanto è necessario per impersonare Anastasia, nel vano tentativo di assumere una personalità chiara e definita. Con l’aiuto dei suoi due amici, Bounine comincia ad istruire Anna: ella dovrà imparare i modi ed il portamento di una vera aristocratica, oltre ai nomi di persone e di luoghi ben distinti.

Quando impartisce le sue lezioni ad Anna, Bounine regge sempre in mano un sottile frustino nero con cui orienta ed incita la ragazza. Bounine muove quel frustino come se fosse il direttore di un’orchestra che agita la bacchetta facendo eseguire al coro la melodia che più gli aggrada. Con quello scudiscio, Bounine vuole “accordare”, guidare con precisione, “dirigere” la farsa che sta nascendo sotto i suoi occhi. Quel frustino nero conferisce ulteriore autorità, rigidezza, severità a Bounine che, almeno inizialmente, non fa che comportarsi come un uomo sprezzante, un “maestro” distaccato che mira soltanto a plasmare Anna come argilla informe.

Con il tempo, però, Bounine cambierà, accantonando definitivamente quello “strumento”. Ad esso, sostituirà il tocco della sua mano. Con quella stessa mano, egli chiederà ad Anna di ballare durante una delle tante lezioni di valzer: un tipo di danza che la donna deve saper padroneggiare con naturale grazia.

"Anna e Bounine" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il carattere di Bounine muta di pari passo alla trasformazione di Anna che diviene sempre più sciolta, sicura, consapevole del proprio essere. Di fatto, col passare dei giorni Anna non soltanto dimostra di saper padroneggiare abilmente quanto le viene insegnato ma, grazie ai ricordi che riaffiorano in lei, sorprende più volte Bounine, portandolo a chiedersi se lei possa essere realmente Anastasia

Il primo avvicinamento tra Anastasia e Bounine avviene quando questi suona la chitarra, in un momento di distrazione; l’ex generale intona una vecchia aria che la granduchessa aveva sempre detestato da ragazzina. Stupita dal talento musicale di Bounine, Anna indugia ad ascoltarlo. Poco dopo, i due danzano nel soggiorno di un’abitazione: è la musica a far sì che i protagonisti dell’opera si sfiorino sempre più.

Al contempo, Dimitri e Anya tendono a fronteggiarsi e a bisticciare di buon grado per gran parte della loro avventura. Bluth e Goldman fecero in modo che l’interesse amoroso tra i personaggi della storia fiorisse e si accrescesse partendo da una reciproca e mal celata antipatia.

Dimitri, con l’aiuto del fidato Vladimir, indottrina Anya su tutti gli accadimenti più noti nonché sui segreti meno conosciuti dei Romanov. Durante il lungo viaggio verso Parigi, i tre vengono più volte minacciati dalle oscure arti di Rasputin che, ridestatosi dal suo limbo, vuole assassinare la “resuscitata” Anastasia per porre fine, una volta per tutte, alla stirpe zarista. In una spettacolare sequenza del film animato, il crudele negromante scaglia la sua magia – che venne resa vivida dai due animatori attraverso l’uso di un verde smeraldo – sui vagoni del treno in cui Anya, Dimitri e Vladimir stanno viaggiando. Il mezzo di trasporto, invaso dalle creature evocate da Rasputin, sfreccia a tutta velocità verso un crepaccio. I tre sventurati passeggeri cercano in ogni modo di arrestare la folle corsa della locomotiva dovendo poi abbandonare il posto, lanciandosi dalla carrozza. L’indomani, i tre proseguono nel tragitto ma questa volta per via mare.

Anche Dimitri ed Anya si avvicinano attraverso la musica. A bordo di un battello, i due si concedono un valzer. Le giravolte, la frenesia del ballo e il contatto dei loro corpi porta Anya e Dimitri a cedere al sentimento dell’amore che sboccia, prorompente, in loro.

Tuttavia Dimitri, pur avendone l’opportunità, opta per non baciare Anya e per non rivelare alla stessa i suoi sentimenti, sicuro di non potersi legare a lei a causa del raggiro che vuole portare a compimento.

Una volta approdati nella capitale parigina Dimitri chiede udienza alla prosperosa Sofia, cugina dell’Imperatrice. La nobildonna, decisamente civettuola, vuole esaminare privatamente Anya per capire se possieda quantomeno un’infarinatura delle conoscenze necessarie per essere condotta, faccia a faccia, dall’Imperatrice Madre. Sofia incalza con le sue domande ed Anya risponde senza esitazione a tutte. L’ultimo dei tanti interrogativi, però, riguarda la fuga dal palazzo di corte e il modo in cui Anastasia riuscì a eludere i combattenti rivoluzionari, fatto di cui Dimitri aveva dimenticato di fare menzione. Sorprendentemente, Anya riesce a raccontare cos’è accaduto quella notte lasciando Dimitri di stucco. Il ragazzo deduce che lei è davvero Anastasia.

Da questo momento in poi, il volere dell’ex bigliettaio va incontro ad un drastico cambiamento. Egli desidera incontrare l’Imperatrice non più per futili motivi, ma per restituire alla nonna la sua adorata nipote.

Nel film del 1956, la figura di Sofia corrisponde a quella di Elena Von Livenbaum, sardonica aristocratica che vive a stretto contatto con l’Imperatrice. Bounine incontra la baronessa in un caffè a Copenaghen, convincendola ad organizzare un incontro tra l’Imperatrice ed Anna. Elena confida all’ex generale che Marija ha ormai perduto ogni interesse per le attività mondane e che conduce un’esistenza solitaria, crogiolandosi nei suoi malinconici ricordi. Elena lascia intendere a Bounine che Marija vive metaforicamente con gli spettri dei suoi cari da cui non riesce mai a staccarsi.

A tal proposito, la stessa Anastasia, nel film d’animazione, immagina di vedere i fantasmi della sua famiglia nei frangenti in cui - per la prima volta dopo molti anni - varca la soglia del palazzo reale. Come in un sogno ad occhi aperti la fanciulla, preda di un canto che sovviene impetuoso in lei, comincia a girare su sé stessa, illudendosi di lambire con le proprie mani l’eco dei suoi familiari, rimanifestatisi al suo cospetto come impronte sbiadite. Lasciandosi andare ai ricordi Anya fa echeggiare i versi di “Quando viene dicembre”, la melodia che la nonna era solita intonarle a sera inoltrata. Le memorie di Anastasia si mescolano alla musica, il linguaggio universale che apre una breccia nel passato; quello stesso passato che la ragazza non ha mai smesso di rammentare e che rinviene in lei come note di una sinfonia che risuona dal remoto.

Elena sussurra a Bounine che l’Imperatrice assisterà ad un balletto di Tchaikovsky. In egual modo nel film del 1997, Sofia dirà a Dimitri e a Vladimir che la “regina” presenzierà ad un balletto russo nel grande teatro di Parigi.

La scelta di ambientare l’incontro tra Bounine/Dimitri e l’Imperatrice in una sala distante pochi metri da un palcoscenico non è casuale: il teatro è il luogo ideale in cui la finzione scenica e la realtà di tutti i giorni si fondono in un tutt’uno. Da principio, Dimitri e Bounine avevano istruito, rispettivamente, Anya ed Anna ad improvvisare un copione, a recitare per l’appunto e compito di un’accurata recitazione non è soltanto quello di ripetere la realtà bensì di creare l’illusione. In tal modo, tra le platee di un teatro Dimitri e Bounine vogliono abbattere il confine tra il sogno e la realtà: Anastasia è realmente ancora viva e giace lì, accanto a loro. Non è più una bugia, tantomeno un inganno.

Prima di andare a teatro, Bounine lascia libera scelta ad Anna sul da farsi. Egli vuole che sia lei a decidere se recarsi o no al possibile incontro con l’Imperatrice. Anna acconsente e Bounine le bacia delicatamente la mano: un ulteriore segno del suo cambiamento.

Quando Anna, seduta sui palchetti della platea, vede la nonna in lontananza, così vicina, dopo tanti anni, tossisce: la paura si fa strada in lei. Nel parterre Bounine incrocia l’Imperatrice, la quale lo avverte di non provare ad ingannarla. Da tempo l’Imperatrice conosce i piani dell’ex generale, che non ha mai perdonato la famiglia Romanov per non avergli assegnato, molti anni prima, la carica che tanto agognava. Scopriamo così che anche Bounine, al pari di Anna, insegue un “nome”, un grado, un’etichetta con cui identificarsi e che non ha mai ottenuto. Presto, l’uomo si renderà conto di non averne più bisogno.  

Nel film d’animazione Marija riceve senza preavviso Dimitri, che fa quanto deve per riferirle che la ragazza in questione è veramente Anastasia. L’anziana signora reagisce malamente, rinfacciando al giovane quelli che erano i suoi scopi iniziali. Dimitri non si abbatte e, sostituendosi allo chauffeur dell’Imperatrice, porta Marija sino all’albergo in cui alloggia Anya. Anche nel film del 1956 il confronto tra la protagonista della vicenda e la nonna avviene in una stanza d’albergo.

Dopo un’iniziale esitazione Marija ravvede in Anya la nipote perduta, riconoscendo Anastasia grazie al ciondolo d’oro che lei stessa le aveva regalato da bambina. Poco prima, Dimitri aveva restituito all’anziana donna il suo portagioie, custodito dal ragazzo per tutti questi anni.

La scena in questione - che vede la nonna riconoscere la nipote grazie ad un gioiello - è un espediente narrativo che ricorda uno dei passi conclusivi del romanzo “Notre- Dame de Paris” di Victor Hugo, in cui Esmeralda, poco prima di essere tragicamente condannata a morte, viene identificata dalla madre perduta che nota l’amuleto che la zingara porta al collo sin dalla nascita.

Nel film del 1956 la nonna riconosce Anastasia in un modo ancor più profondo: l’Imperatrice appare ferma, risoluta e inflessibile, persuasa che Anna non sia altro che un’imitatrice sapientemente ammaestrata. Travolta dalle emozioni, Anna rievoca il trascorso con nitidezza ma ciò non turba più di tanto l’anziana signora, convita che quelle informazioni possano essere state lette su qualche libro o carpite in qualche aneddoto. Disperata e sopraffatta dal terrore di deludere la nonna, Anna riprende nuovamente a tossire. L’Imperatrice domanda, allora, se la donna soffra di qualche male, e quest’ultima le risponde che tossisce sempre quando ha paura. La nonna scoppia in lacrime, ricordando che Anastasia era solita tossire quando avvertiva un forte timore. Colma di gioia, l’Imperatrice riabbraccia la propria “figlia”.

Dopo aver ricongiunto Marija ed Anastasia, Dimitri esce di scena rifiutando qualunque compenso. In egual modo, Bounine incontra l’Imperatrice in sede privata, annunciandole che il suo compito è finito e che andrà via: egli non nutre più velleità riguardanti la ricchezza della decaduta famiglia reale.  

In un ultimo confronto con Anna, Bounine le confida che a lui non è mai importato quale fosse il suo nome o il suo rango, ma ha sempre dato peso a colei che aveva dinanzi.

Anna, una volta riconquistata la sua vera identità di granduchessa, si rende conto d’essere circondata da uomini ricchi e potenti che scorgono in lei soltanto la detentrice di un immenso patrimonio. Ripensando a Bounine, la fanciulla si rende conto che egli è stato l’unico ad esserle rimasta accanto per quello che era realmente: dopotutto è questa l’unica fortuna dei poveri, farsi amare per ciò che sono e non per ciò che hanno.

Bounine non vuole dire addio ad Anastasia né cercare di convincerla ad abbandonare quel nome che tanto ha faticato a ritrovare. Pertanto l’uomo si introduce nelle stanze di Marija, dicendole che andrà via in silenzio, senza volere nulla in cambio. L’Imperatrice, che intuisce i sentimenti puri di Bounine nei riguardi di Anastasia, ordina all’ex generale di attenderlo nell’ampia sala verde. Poco dopo, Marija vede sua nipote e nota che ella seguita a non essere appagata. L’Imperatrice sprona Anastasia a fare ciò che vuole, a pensare al proprio avvenire, alla propria felicità. La nonna sfrutta l’occasione per rivelare alla nipote i suoi vizi, divenuti ormai incurabili: bearsi del passato, poiché il presente risulta essere troppo buio e freddo per essere vissuto con totale pienezza.  Anastasia non dovrà seguire le orme della nonna: ella, dopotutto, ha ancora la propria vita da vivere. La nonna comprende così che Anna desidera scappare via, fuggire dagli obblighi regali e partire insieme a Bounine, di cui si è innamorata. Sotto suggerimento di Marija, Anastasia irrompe nella sala verde, luogo in cui rivede Bounine. I due vanno via, allontanandosi di soppiatto.

Dopo aver versato ben più di una lacrima per aver “smarrito” nuovamente la sua amata nipote, l’Imperatrice si rimette in piedi, felice, nonostante tutto, di aver dato un avvenire all’ultima dei suoi discendenti. L’anziana donna fuoriesce dalla camera, annunciando ai presenti che “la commedia è finita, ed è ora di tornare a casa”.

Il film del 1956 termina come un atto teatrale: i protagonisti restano fuori dalla visione del pubblico, oltre il palcoscenico, nel dietro le quinte. Gli spettatori possono solamente immaginare la loro fuga d’amore, affidandosi alle parole di congedo dell’Imperatrice Madre.

L’atto finale del film d’animazione è, invece, tanto fantasioso quanto avvincente: Anya affronta l’antagonista, Rasputin, lungo il ponte Alessandro III. Furente di rabbia, Rasputin usa i suoi artifici per conferire movimento ad un cavallo di pietra imbizzarrito che tenta, senza sosta, di colpire Dimitri, accorso per salvare la sua amata. Al contempo il ponte, flagellato dagli incantesimi del mago oscuro, inizia a sgretolarsi. Anastasia riesce a rimanere aggrappata alla costruzione e a salvare il suo amato.

Rialzatasi, la fanciulla distrugge il reliquiario dello stregone rispedendolo nell’oblio. La sequenza del combattimento finale tra la Anya e Rasputin esalta la forza femminile della protagonista, che riesce a trionfare, a vendicare i suoi avi calpestando e schiacciando il male sotto i suoi piedi.

Ritrovatisi, Anya e Dimitri decidono di non lasciarsi più. Or dunque, Anastasia scrive una lettera alla nonna, in cui la informa che è prossima a partire verso un’altra destinazione e che, prima di quanto pensi, tornerà a farle visita.

I due innamorati si riabbracciano su di una imbarcazione che solca le acque della Senna. Ballando quello stesso valzer che avevano già avuto modo di provare durante il viaggio, Anya e Dimitri suggellano il tutto con un appassionante bacio. Un finale che, per entrambi, incarna l’essenza di un nuovo inizio. 

Il nome “Anastasia” possiede un duplice significato: “Colei che rompe le catene” e “La Resuscitata”. Nicola II e la consorte Alessandra scelsero questo appellativo per la loro quarta figlia femmina quando lo Zar, per festeggiarne la venuta al mondo, concesse l’amnistia e la libertà a tutti gli studenti che erano stati imprigionati per aver partecipato ai moti di rivolta a San Pietroburgo e a Mosca. Con la sua nascita, la principessa addolcì il cuore dell’Imperatore e ruppe, di fatto, le catene a cui erano stati confinati alcuni ribelli. Nella pellicola del 1997, viene specificato che il nome della granduchessa può essere ulteriormente “tradotto” con “Colei che sorgerà di nuovo”. Per l’appunto, la protagonista risorge dalle proprie ceneri come un’araba fenice, riscoprendo il suo Io.

Nei passi conclusivi del lungometraggio d’animazione, le strofe della canzone “Quando viene dicembre” assumono un valore del tutto nuovo. Il mese di dicembre rappresenta la “fine”, il crepuscolo, l’epilogo di un ciclo. Quando sopraggiunge dicembre, un anno è ormai andato. Ma alla bellezza sfavillante del dodicesimo mese, il periodo dell’anno in cui l’atmosfera natalizia, con le sue luci ed i colori, sfavilla in ogni dove, subentra sempre l’avvento di gennaio: un principio che porta novità talvolta gradite, sovente inaspettate.

"Dimitri e Anya" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quando viene dicembre” non è altro che un canto che presagisce l’innamoramento di Anastasia e Dimitri, la “fine” che sancisce un nuovo inizio. Anya, che desiderava rintracciare la propria famiglia, troverà in Dimitri la meta della propria ricerca. Il tutto verrà sottolineato dalla canzone conclusiva dell’opera: “Il mio inizio sei tu”.

Sia nel film che nel cartone animato, la storia di “Anastasia” è paragonabile ad un percorso, un cammino, una traversata alla scoperta di sé stessi. Questa indagine introspettiva comprende tanto Anastasia quanto il partner che l’accompagna nell’intricato e tortuoso percorso verso la felicità.

Anya ed Anna trovano con Dimitri e Bounine la più grande ricchezza della loro vita proprio nel candore della povertà.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Batman, 1966" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tutto ebbe inizio nel soggiorno di una grande e lussuosa villa. Il miliardario Bruce Wayne, vestito di tutto punto, se ne sta ritto in piedi, sfogliando un grosso libro. Egli sta intrattenendo i suoi ospiti, disquisendo con essi sul suo desiderio di aiutare le persone più bisognose.

“La fondazione Wayne vi appoggerà, completamente!” – Afferma, con cordialità, il noto magnate. Bruce si mostra più deciso che mai a sostenere la costruzione di alcuni centri per combattere la delinquenza giovanile. Proprio in tale occasione, egli rammenta ai presenti il giuramento che fece quando era solamente un bambino, e assistette all’omicidio dei suoi amati genitori: proteggere e aiutare gli indifesi.

Nel frattempo, in una stanza sita a pochi passi dall’ampio salone, un telefono squilla insistentemente, accendendosi di un rosso infuocato. Il maggiordomo Alfred Pennyworth irrompe nello studio, alza la cornetta e ascolta le parole di chi, dall’altro capo del filo, si rivolge a lui.

Attenda in linea!” – Sussurra il solerte maggiordomo, prima di deporre il “ricevitore” sulla scrivania. Alfred attirerà, così, l’attenzione di Bruce e del giovane Dick Grayson, pupillo del miliardario. Ambedue varcano lo studio, apprendendo che la città di Gotham è in pericolo. Decidono, subito, di entrare in azione: attivato un circuito nascosto, entrambi discendono lungo una pertica, raggiungendo un’accogliente caverna, nascosta dietro un passaggio segreto.

È il 1966: sugli schermi televisivi americani fanno incursione due bislacchi eroi dai costumi improbabili: Batman e Robin. Il primo è un uomo alto, distinto e dai modi garbati, il secondo è invece un ragazzo, ingenuo come ogni adolescente che si rispetti ma pure armato di un certo ardimento. Batman e Robin si palesano dinanzi al loro pubblico, alla loro platea di spettatori, una sera come tante, gettandosi a capofitto in un’avventura destinata ad essere la prima di una lunga serie.

L’episodio pilota della serie televisiva di Batman comincia in tal modo. Il personaggio si manifesta, dapprima, nella sua dimensione “umana”, apparendo nelle vesti di un uomo qualunque che, in gran segreto, conduce una doppia vita. Infatti, ogniqualvolta quel telefono rosso comincia a brillare Bruce, di soppiatto, sgattaiola via dalla sua abitazione, sfrecciando per le strade della metropoli con l’aspetto di un vigilante mascherato.

La serie televisiva di “Batman” fu il primo, ambizioso tentativo di trasporre in carne ed ossa le avventure del celebre supereroe targato DC Comics. I creatori del format scelsero di abbandonare le atmosfere tenebrose del fumetto degli anni ’40 e ‘50, preferendo ricreare un clima scanzonato e prettamente umoristico. Tuttavia, ciò che è importante tenere bene a mente è che questa ironia è velata, resta sottaciuta e mai resa del tutto evidente.

Batman si comporta con dedizione, con assoluta compostezza, e non lascia mai trasparire dal suo volto alcun imbarazzo, alcun sorriso di scherno, alcuna espressione di stupore, neppure davanti alla più inverosimile delle proprie peripezie. La serie di Batman è a tutti gli effetti una “parodia”, ma una parodia unica nel suo genere. Essa, infatti, pur parodiando, all’apparenza, l’universo della sua controparte a fumetti, non lo deride, non lo ridicolizza, tutt’altro, lo trasforma, lo estremizza, lo muta infondendo in esso una verve sarcastica ed una vena surreale.

L’oscurità tipica del personaggio di Batman viene cambiata in una gioviale positività, il suo tormento interiore viene trasfigurato e alterato, divenendo una meccanismo di propulsione che sprona l’eroe a lottare per il bene senza, però, arrecargli quell’angoscia mentale che egli patisce abitualmente nelle storie su carta stampata. Il Batman della serie televisiva degli anni ’60 è, dunque, un eroe ottimista, giocoso che sa perfettamente di rivolgersi ai bambini: egli è, a tutti gli effetti, un educatore, un esempio da seguire, l’aio per eccellenza, in altre parole, un gentiluomo in costume.

La comicità della serie è da ricercarsi nel suo stile spensierato che, però, non viene mai reso plateale. Il produttore esecutivo William Dozier definì il prodotto come una sitcom in cui le sequenze ironiche non sono scandite da alcuna risata di sottofondo. In effetti il riso finto, che echeggia dal fuori campo, avrebbe reso chiara l’assurdità della scena in sé, togliendo uno dei segni più rappresentativi della serie stessa, uno dei suoi paradossi: trattare seriamente un qualcosa che, invero, è palesemente ironico. Pertanto, guardando “Batman” non si ha mai completamente l’impressione di star guardando un programma comico, eppure così è, ed è questa la sua più grande unicità. Talvolta, si ha la sensazione che ciò che si sta osservando sia talmente irragionevole, sconnesso, infantile ed eccentrico da credere che si tratti di un orripilante adattamento, di una versione “demenziale”, di pessimo gusto, tremendamente sbagliata, senza capire che, in realtà, è proprio dietro quei sotterfugi, quelle stravaganze trattate in maniera tanto dignitosa che va ricercata la genialità nonché la peculiarità di questo telefilm. Altri elementi iconici del serial sono i costumi sgargianti e quasi carnevaleschi, i dialoghi sconclusionati, le ingenuità puerili, le gag inverosimili, le trovate ai limiti del no-sense, le mischie e le lotte scandite da diciture onomatopeiche.

"Adam West e la maschera del pipistrello" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

A prestare il proprio volto all’eroe mascherato fu Adam West, primo e storico interprete del Cavaliere Oscuro. Beh, utilizzare questo appellativo per definire il Batman impersonato da Adam West fa un po’ sorridere: di oscuro c’è ben poco nel suo Batman, tuttavia di “cavaliere” c’è molto. Adam West fu, di fatto, un Batman cavalleresco, altruista, generoso e raffinato nelle sue movenze semiserie. Egli conferì a Bruce Wayne un'eleganza inglese, quasi da agente segreto, e a Batman una comicità singolare, kafkiana e volutamente sottintesa.

Sebbene mantenga un carattere vivace e leggero, il Bruce Wayne interpretato da Adam West non è esente da riletture più profonde e articolate che non devono limitarsi a vederlo puramente come un guardiano dal temperamento nobile, dal cuore puro e incorruttibile e, proprio per questo, scontato e stereotipato. Il Bruce Wayne di West incarna, per certi versi, lo spettatore medio americano di quel periodo che agognava, in cuor suo, di vivere i sogni più impavidi e di affrontare le incognite di una vita spericolata. Scivolando lungo quella pertica, occultata nel suo studio e scendendo sempre più giù, fino alla caverna, quel luogo segreto, Bruce rende tangibili le aspirazioni di gloria, vive sulla sua pelle i desideri e le voglie da brivido dell’uomo comune a cui queste possibilità sono precluse dalle limitazioni di una vita normale e priva di accadimenti che richiedono audacia e sprezzo del pericolo. La maschera del pipistrello, in particolare, sdoppia la personalità di Bruce, creando il suo alter-ego e permettendogli di assaporare gli azzardi di un’esistenza temeraria senza il rischio d’essere riconosciuto, senza l’incertezza che la sua sfera privata venga intaccata dall’indiscrezione degli estranei.

"Robin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La serie televisiva andò in onda per tre stagioni, vantando un totale di 120 episodi. A spalleggiare Batman nelle sue intrepide missioni c’è sempre il fido Robin, il solo, ad eccezione del maggiordomo Alfred, a conoscere la vera identità del supereroe. Il giovane aiutante dell’Uomo Pipistrello, con le sue esternazioni sui generis, funge da divertente spalla del protagonista. A partire dall’ultima stagione, il dinamico duo riceverà l’aiuto dell’avvenente Batgirl.

"Batgirl" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per il ruolo di Barbara Gordon, figlia del Commissario James Gordon, fu scelta l’attrice Yvonne Craig. Nei panni della timida e astuta bibliotecaria Barbara, Yvonne sfoggiava capelli corti e bruni ed un look fatto di abiti coprenti e colorati. Quando vestiva il costume di Batgirl, Barbara era solita indossare un cappuccio viola e una maschera scura, da cui fuoriusciva una fluente chioma rossastra. Differentemente dal fumetto, Batman e Robin non conoscono l’identità di Batgirl. Barbara ha infatti progettato, tutta da sola, un nascondiglio nel proprio appartamento che le consente di celare i suoi indumenti da supereroina, ed il più delle volte giunge sul luogo del misfatto con la sua scintillante motocicletta, unendosi al dinamico duo d’un tratto e scomparendo dalla loro vista una volta portato a termine il proprio dovere.

Sia Robin che Batgirl costituiscono un punto di raccordo con i telespettatori più piccoli, una sorta di “proiezione”, dei personaggi con cui i bambini e le bambine possono facilmente identificarsi così da poter immaginare di lottare fianco a fianco con il cavaliere senza macchia, calzando il costume del ragazzo meraviglia o della donna pipistrello.

Durante lo scorrere degli episodi, Batman si troverà ad affrontare una galleria di nemici pittoreschi, alcuni come il Maniaco degli Orologi, Mr. Freeze, il Cappellaio Matto sono tratti dai fumetti, altri come Re Tut e Testa d’Uovo (interpretato da un incontenibile Vincent Price) verranno ideati appositamente per il serial, riuscendo a riscuotere un ragguardevole successo tra gli appassionati. I delinquenti più presenti nell’arco delle tre stagioni sono il Joker ed il Pinguino, interpretati rispettivamente da Cesar Romero - il quale non rinunciò a tagliare i suoi inconfondibili baffi, facilmente identificabili sotto il candido trucco - e Burgess Meredith, già famoso sul piccolo schermo per le sue quattro, indimenticabili apparizioni in “The Twilight Zone”. Romero caratterizzò il pagliaccio principe del crimine come un lunatico burlone, donando alla nemesi del personaggio cardine una connotazione capricciosa ed una personalità travolgente e suonata, come se fosse un cattivo balzato fuori da un cartone animato.  

Tutti i villan agiscono con le medesime intenzioni: vogliono a tutti i costi sconfiggere Batman, seminare il disordine nella tranquilla metropoli di Gotham, e portare a termine qualche furtarello. Nessuno dei vari antagonisti del paladino di Gotham si dimostrerà mai realmente “malvagio”. In linea con lo spirito della serie, gli avversari del Crociato Incappucciato assumono il ruolo di criminali scaltri ma al contempo inetti, cartooneschi, intrinsecamente sciocchi. Fra i più, soltanto la Catwoman di Julie Newmar saprà distinguersi e ritagliarsi un’identità particolareggiata, abbattendo i caratteri fanciulleschi della sitcom con la sua prorompente sensualità.

"Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella serie televisiva Catwoman incarna, infatti, l’inatteso, l’elemento imprevedibile che fa vacillare le ferree certezze dell’eroe mascherato, costantemente ligio al dovere e mai propenso a godere di alcun piacere, sia pure momentaneo. Catwoman non è, infatti, un tradizionale antagonista, un cattivo da strapazzo, facile da decifrare nelle proprie subdole intenzioni e altrettanto semplice da acciuffare, da affrontare in duello o in qualche scazzottata a ritmo da ballo. Tutt’altro!

La donna gatto di Julie Newmar è l’estro, il brio, l’imprevisto. In un fare semiserio come quello tipico del telefilm, in un contesto fanciullesco, ingenuo, volutamente ironico, in un’ambientazione “kitsch”, Catwoman costituisce la sfumatura indistinguibile, il grigio che si insinua tra il bianco del bene e il nero del male, la venatura adulta, la tentazione più pericolosa per il cavaliere di Gotham impersonato dal signorile Adam West. Catwoman è la donna che fa tremare Batman, la “nemica” che è anche sua “amica”, l’avversaria che è altresì la creatura femminile che più lo attrae. Un bel problema per un miliardario tutto d’un pezzo come Bruce Wayne, un bell’impiccio per un vigilante esemplare che tiene sempre a ricordare, a tutti coloro che osservano le sue avventure attraverso l’occhio meccanico di una telecamera, i giusti comportamenti da seguire.

Catwoman è, dunque, la lusinga, il desiderio per un uomo casto e integerrimo come il Batman di Adam West. Pur agendo con la semplicità e la sventatezza che contraddistingue ogni personaggio del programma, ella sa essere maliziosa, provocante nei movimenti, melliflua nel parlato. Julie Newmar, con i suoi folti capelli, il suo vitino di vespa, stretto da una cintura color dell’oro, con i suoi fianchi ben sagomati, le sue gote tonde e rosee, e il colore bruno del suo costume che esalta ogni sua forma, era troppo bella, se non addirittura irresistibile per non elevarsi al di sopra di ogni altro supercriminale della città di Gotham. Catwoman ruberà, in parte, il cuore di Batman che, però, costretto a rispettare i suoi obblighi civili, saprà rinunciare a qualsiasi tentativo di corteggiamento. Entrambi, ad ogni nuovo scontro, reclameranno un bacio che sembrerà non arrivare mai. Tuttavia, in un episodio, i due gusteranno un gelato insieme, molto vicini, a un passo l’uno dall’altra. Ciò che più si avvicinerà ad un appuntamento.

Batman – La serie” è nota per il suo tocco “Camp”. Con questo termine, si vuole intendere l’uso intenzionale e sapiente del Kitsch. Al contempo, con il termine Kitsch si definisce uno stile artistico che finisce per scadere nel “cattivo gusto”. Già cinquant’anni fa, il filosofo italiano Umberto Eco aveva posto l’attenzione sul concetto di “Kitsch” e sulla sua introduzione, sempre più insistente, nella cultura di massa. Il cattivo gusto, per Eco, soffre della medesima sorte che Benedetto Croce riconosceva come tipica dell’arte: tutti sanno benissimo cosa sia e non temono di individuarlo, salvo trovarsi imbarazzati nel definirlo. Il Kitsch, in particolare, potrebbe essere illustrato come una forma di menzogna artistica che cerca di generare nello spettatore un particolare effetto. Hermann Broch, citato dallo stesso Eco nella sua opera seminale “Apocalittici e integrati”, avanza l’idea che senza una piccola dose di Kitsch nessun tipo di arte possa esistere.

I creatori della serie televisiva di Batman sembrano aver ghermito questo pensiero, facendo loro il carattere più evidente del “Kitsch” e piegandolo ai propri voleri, tramutandolo in “Camp”. I costumi poveri, sciatti dei due protagonisti, le trame sempliciotte, le battute scontate fanno parte di un uso deliberato e attentamente inscenato, di una forma d’arte satirica volta a generare il riso mediante l’ostentazione taciuta del grottesco.  

Nel 1966, tra la messa in onda della prima e della seconda serie, venne prodotto un lungometraggio: la prima, vera trasposizione di Batman per il grande schermo. Nell’opera filmica, Batman e Robin si trovano ad affrontare una pericolosissima alleanza di super-cattivoni: il Joker (in tal caso ribattezzato “Jolly”), l’Enigmista, il Pinguino e Catwoman hanno stretto un patto per mettere alle corde il vigilante e non lasciargli alcuno scampo.

Tra combattimenti con squali affamati, bombe da disinnescare, fughe rocambolesche e zuffe estremamente coreografiche, Batman dovrà guardarsi bene dal più insidioso dei fatali pericoli: l’amore. Difatti, la donna-gatto (interpretata dall’attrice Lee Meriwether, data la temporanea assenza di Julie Newmar), nelle sue sembianze da donna comune, intreccia con Bruce Wayne un romantico corteggiamento mentre, allo stesso tempo, nei panni di Batman e Catwoman i due continueranno ad essere schierati su fronti opposti. Un elemento che, con le dovute differenze, verrà rimesso in scena da Tim Burton in “Batman - Il ritorno”.

Batman – Il film” raccoglie tutti gli elementi estrosi della serie televisiva, miscelandoli alle caratteristiche stravaganti della stessa, elevando tali prerogative all’ennesima potenza. Il risultato è un susseguirsi di bizzarrie, di sequenze ai limiti del farsesco.

Si resta perplessi, piacevolmente “sconvolti”, si ride di gusto, talvolta a crepapelle, nel mentre si gustano i trucchi clowneschi, le trovare inverosimili, i buffi espedienti narrativi adoperati nell’opera cinematografica. “Batman – Il film” fa del Camp una forma d’espressione sofisticata, genuina, paradossale e divertentissima. 

Anche un sociologo come Arthur Asa Berger rivolse il suo sguardo, attento e scrupoloso, verso la popolare serie televisiva e sul fenomeno che essa generò, la cosiddetta “Batmania”. Il Berger notò come l’impostazione del format fosse decisamente “enfatica”. Tenne a ricordare ciò lo stesso Adam West, in un’intervista concessa a John Stanley. L’attore statunitense confidò che il progetto della serie era quello di rappresentare Batman da un punto di vista satirico. Tuttavia, tale “satira” non era del tipo più comune ma di un tipo del tutto speciale. L’elemento satirico consiste proprio nell’atteggiamento stilistico con cui il tutto si svolge e si sviluppa. Le caricature, le esagerazioni, le ridondanze sono accuratamente preparate e volute, ma non sortirebbero lo stesso effetto se non venissero recitate con totale sincerità.

Il compito di Adam West era quello di restare “serio” davanti al più comico degli equivoci, di rendere “credibile” il più illogico dei colpi di scena, di attenuare l’esagerazione fintanto da renderla sottilissima, fine, arguta.

Arthur Asa Berger bolla il film del 1966 con un giudizio inequivocabile: “orrendo”. Al di là del suo parere piuttosto inclemente, ciò che è più interessante scorgere nelle parole dello studioso americano è lo strano “destino” a cui andò incontro il Batman di Adam West. Come sostenuto dallo stesso Berger, nella mitologia del fumetto, Bruce Wayne, indossando il costume dell’Uomo Pipistrello, diviene una figura spaventosa, mostruosa che deve osteggiare figure altrettanto mostruose e grottesche, molte delle quali possiedono connotazioni animalesche. Il Cavaliere Oscuro è sempre stato un eroe torbido, implacabile, la cui ambientazione tetra e violenta ben si prestava ad una fascia di lettori prettamente maturi. Batman, nella sua prima incarnazione dal “vivo”, finì per essere deriso proprio dagli adulti che avevano letto i suoi racconti, venendo, al contrario, amato incondizionatamente dai bambini, i quali presero per schiette, per giuste, per appassionanti ed eroiche le audaci azioni che il Crociato Incappucciato compiva settimanalmente sui teleschermi delle loro case. Secondo il pensiero del Berger, gli adulti dell’epoca vedevano Batman come l’emblema della cultura Camp: un esempio “vivente” della crisi dell’eroe, il quale, nell’America degli anni ’60, non esisteva più, decaduto completamente come modello simbolico, come mito oramai desueto. Al contempo, per una nuova generazione di bambini quell’eroe spontaneo, premuroso e buono era ancora saldo, robusto, integro e non si era affatto consumato.

Il più grande merito del Batman degli anni ’60 fu quello di formare ed educare milioni di giovanotti sparsi per tutto il mondo, cresciuti con i sani valori dell’onestà e della rettitudine, principi cari allo stesso Adam, che volle, più volte, rapportarsi con l’idea romantica di un gentleman in calzamaglia.

Continua con la seconda parte...

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Vincent Price, l'ultimo uomo della Terra" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ricordo ancora il giorno in cui lessi quella pagina di giornale. Come potrei dimenticarlo. Si trattava di un giorno speciale. Kathy, mia figlia, la mia bambina, compiva gli anni, e le avevo preparato una festicciola di compleanno nel giardino della nostra casa. Sapeste quant’era graziosa! Se ne stava seduta buona buona, davanti ad una tavola imbandita, con tante candeline accese. Sul capo portava un cappellino a punta, guarnito con nastri colorati. Sorrideva, sorrideva per tutto il tempo.

Virginia, mia moglie, era indaffarata, tutta presa a tagliare la torta vicino ai bambini che la circondavano felici. La miravo da lontano. Era tanto bella. Aveva i capelli raccolti su di un lato. Un’acconciatura particolare che sfoggiava giusto per l’occasione. Sapeva che l’avrei ripresa, che avrei immortalato ogni momento con la stessa cinepresa che ero solito tirar fuori dalla confezione nelle ricorrenze più importanti. Lei lo sapeva. Si era fatta bella anche per questo.

Di tanto in tanto, sollevava lo sguardo e lo rivolgeva verso di me. Avvicinava la mano alla bocca e poi la lasciava cader giù. Mi mandava un bacio, ogni qual volta poteva. Ed io, con il volto velato dietro quella vecchia macchinetta da ripresa, ero lieto di riceverlo. Ricordo poi che me ne stavo in disparte, a sfogliare il giornale. Lessi la nota di un rotocalco, ma non diedi troppa importanza a quanto vi era riportato. Ciò che c’era scritto non aveva alcun valore, né fondamento. Era pura teoretica.

La malattia è portata dal vento” – recitavano quei fogli. Come avrei potuto crederci? Ero un uomo di scienza, allora. Confidavo soltanto in ciò che era stato già ampiamente dimostrato. Un germe che viaggiava nell’aria, che si spostava rapido sfruttando il soffio della brezza, non era una verità ma soltanto un’ipotesi, un’approssimazione semplicistica, priva di alcun riscontro scientifico. Ne ero fermamente convinto. Ben presto, però, tutto cambiò.

Venne il freddo, inatteso e subdolo. Il vento soffiava forte dall’Europa, come non aveva mai fatto prima. Gli alberi danzavano senza fermarsi, sollecitati dai soffi sempre più intensi e gelidi. I tronchi si flettevano, tormentati dall’alito malsano di una natura inquieta e malata. Le foglie cadevano, venivano sollevate dai forti refoli e si levavano sino al cielo, ripiombando poi giù, persistenti come una pioggia battente, ancor più veementi di una grandine incessante. Il virus era giunto in città.

Tanti si ammalarono senza neppure accorgersene. Non vi era scampo possibile. Il batterio aleggiava nell’aria, poteva essere dappertutto, così da contagiare chiunque. Era un qualcosa di invisibile, una minaccia non palpabile e, per questo, ancor più temibile.

Quando scoppiò l’epidemia, le persone reagirono nei modi più disparati. Taluni cedettero alle più estreme escandescenze, altri si abbandonarono al panico trincerandosi in casa. Molti, però, minimizzarono la questione, come se il male non fosse mai esistito. Ai loro occhi, il virus non era un nemico tangibile, pertanto si illusero che esso non rappresentasse una minaccia alla salute. Morirono uno dopo l’altro.

Rinchiuso nel mio studio, in quelle settimane, filosofeggiai. Pensai, sin da subito, che l’impercettibilità era la forza intrinseca di ogni virus o batterio. La sua “infima” dimensione, e di conseguenza la sua invisibilità, rende il virus un pericolo imprevedibile che getta nello sconforto chiunque. L’essere umano ha paura di ciò che non può vedere sin dall’alba dei tempi, da quando si rifugiava nelle caverne per sfuggire alle predazioni dei grandi carnivori che si celavano nelle foreste. Padroneggiando il fuoco, l’uomo poté sostenere gli attacchi degli animali lesti, dei predatori abili a mimetizzarsi nell’ombra. L’uomo, brandendo la fiamma, rese nitida l’immagine del proprio avversario, ed iniziò a vedere. Da ciò che vedi riesci a difenderti ma da ciò che non puoi scorgere non puoi reagire prontamente.

Il virus è un predatore misterioso, occulto, da cui non possiamo scappare perché non ci accorgiamo neppure della sua presenza. Esso è un parassita, un essere che vìola la nostra scorza. E’ questo che lo rende così spaventoso. La malattia rivela se stessa solamente quando è già entrata in noi, quando ha oltrepassato le nostre resistenze, insinuandosi al di là delle nostre difese. Così fece questo batterio. Arrivò attraverso l’aria, penetrò dalle vie respiratorie, infettò tutto il mondo.

Si ammalò anche la mia Kathy. Dapprima, avvertì una stanchezza strana e smise di giocare all’aperto. In seguito, si rintanò nella sua stanza poiché la luce del sole le arrecava dolore. Accadde così che un giorno perse definitivamente le forze e svenne. La raccolsi tra le braccia e si abbandonò alla mia presa, come se stesse dormendo profondamente. La posi a letto e la coprii con un velo bianco, trasparente. Seguitò a giacere tra la veglia e il sonno. Perse la vista e delirò. Virginia era disperata. Continuai a recarmi giorno e notte in laboratorio. Impiegai tutto me stesso per trovare una cura, per sintetizzare un siero che potesse fungere da vaccino. Non ci riuscii.

Centinaia di persone morirono dopo aver accusato i medesimi sintomi provati dalla mia piccina. Alle propaggini della città, fu scavata una gigantesca fossa comune dentro cui un fuoco ardeva perennemente. Non permettevano ai cittadini di seppellire i propri cari. Tutti noi dovevamo consegnare i nostri morti a delle unità di trasporto che, come cortei funebri, procedevano di quartiere in quartiere. Essi conducevano i morti alla rovina, per ridurli in cenere.

Non potei dire addio a Kathy. La presero e la portarono lontano. Non ebbi un luogo in cui poterla piangere. Riflettei su quanto le tombe potessero essere significative e indugiai sulle memorie che vissi da fanciullo, tra i banchi di scuola, quando lessi il carme di un grande poeta italiano, un tal Foscolo, il quale dedicò un toccante tributo all’importanza di un sepolcro. Una tomba, a suo dire, offre riparo ad un corpo la cui anima è volata via, ma dà, in particolar modo, un conforto al vivo, a colui che piange la perdita. Ci pensai continuamente. Io che ero rimasto in vita non avevo un tumulo in cui visitare la mia Kathy. Non potevo recarmi a trovarla, non potevo parlare sommessamente dinanzi alla sua lapide fredda. Fu il più grande tormento che patii.

Quando anche Virginia morì, ignorai l’ordine del Governo. Non la portai alla fossa, in quell’inferno orripilante ma le diedi una degna sepoltura. Le voci dei pochi sopravvissuti vagavano come un'eco per le vie. Si diceva che i morti scampati alle fiamme si destassero dalle loro fosse e tornassero a reclamare i sopravvissuti. Una sera sentii una voce flebile e spettrale chiamarmi fuori, in strada.

La mandata della porta compiva più di un singolo giro sotto il mio sguardo attonito, come se qualcuno stesse cercando di entrare. Chiesi chi fosse ma non ottenni risposta. Furioso, aprii e la vidi. Virginia, cerea di morte, irruppe in casa e cercò di afferrarmi. Fu allora che capii. Il virus non uccideva le persone, le mutava. Le rendeva schiave della notte, di una tenebra sovrannaturale. In molti evitarono le fiamme e caddero nel tempo. Poi si alzarono e vagarono per le strade. Rimasi soltanto io. Non seppi mai il perché. Provai a supporlo, ma non ebbi mai alcuna sicurezza. Il germe non mi infettò mai, rimasi immune.

Sono passati tre anni da allora. Ad ogni sorgere del sole un altro giorno ha inizio, lo stesso.

Il mondo intero, oramai, è una landa desolata e taciturna. Dai viottoli di montagna ai marciapiedi delle vie cittadine, carcasse di vampiri putrefatti campeggiano distese. Il sole è mio alleato, perché mi permette di dar loro la caccia. Quando ne trovo uno ancora “vivo”, nascosto in qualche edificio adibito a cripta, lo trafiggo con un paletto senza provare la benché minima pietà. Da uomo di scienza qual ero, sono divenuto un cacciatore del soprannaturale, di ciò che la scienza ha sempre ignorato. Che buffo scherzo del destino!

Loro sanno chi sono. Mi conoscono. Sono consapevoli che io rappresento l’ultimo uomo sulla Terra. Al calar del sole, si riuniscono nei pressi della mia casa. Mi chiamano. Mi intimano d’uscir fuori. Vogliono uccidermi. Raccolgono legna, armi e quant’altro e cercano di forzare la porta, di entrare attraverso le finestre. Ho rinforzato ogni angolo della mia abitazione per difendermi. Se mi spostassi in un’altra casa sarei al sicuro, non saprebbero dove cercarmi. Eppure, non riesco a spostarmi. Non posso lasciare questa casa. No, non la abbandonerò!

Una casa non è una fredda struttura di malta e mattoni. L’ho sempre sostenuto. E’ un rifugio dove le ansie e i timori non riescono a introdursi, a fare breccia. E’ un luogo sicuro, in cui poter vivere al riparo dai rischi del mondo esterno. Tra le mura di questo mio alloggio, perdurano le voci, le risate di mia moglie e di mia figlia. Nelle camere avverto ancora il loro odore, sento ancora la loro presenza. Questa è casa mia, l’unica cosa che mi è rimasta di una vita perduta. Nessuno potrà mai strapparmi via da qui.

Un altro giorno ancora. Un’altra caccia. Sfreccio per le strade a bordo di un carro nero, trascinando corpi diabolici e innaturali per dar loro una fine nel rosso delle vampe. Ad ogni tramonto, rientro. Rinforzo la porta con collane di aglio e grandi specchi lucenti. I vampiri non riescono a tollerare la loro immagine riflessa, li ripugna. Le superfici riflettenti possono tenerli a debita distanza. Sbarro ogni possibile via di accesso. Mi siedo sul divano e aspetto. La solita marmaglia si raduna e si avvinghia alle pareti esterne. Ragliano e ringhiano, pronunciano il mio nome tra un verso animalesco ed un altro.  Cerco di distrarmi, per quanto possibile.

Riprendo la mia cara cinepresa e guardo vecchie pellicole che ritraggono i miei cari. Scoppio a ridere sonoramente, una risata che si protrae in un ghigno esasperato, che si stende sino a scemare in un pianto lacrimoso e funereo. Nulla potrà mai darmi conforto. Il trambusto, il disordine, il frastuono di quei dannati tortura le mie orecchie stanche. Accendo il giradischi, illudendomi che la musica possa sovrastare il rumore dei vetri che si infrangono, dei legni che cedono. E’ tutto vano.

Un nuovo mattino si presenta all’orizzonte, e per la prima volta porta con sé una novità. Nella mia triste ronda mi imbatto in una figura di donna, mite e sana. Il suo corpo si staglia lontano leggiadro ed elegante. Ella cammina serena su di una collina, ed i raggi solari non le danno disturbo. Non credo a ciò che vedo. Riesco ad avvicinarla, sebbene tema il mio incedere. La porto a casa mia e scopro la verità: celata, in un angolo imprecisato della metropoli, una comunità di infettati ha trovato il modo di tenere a bada la malattia mediante l’assunzione di un farmaco che attenua gli effetti del morbo, ma solo temporaneamente. Per questi cittadini mutati solo in parte, io sono un mito da annientare, un “mostro” da eliminare.

Quale ironia, in questo mondo distorto io, il solo ad aver mantenuto la proprio normalità, sono divenuto, per coloro che dominano questa Terra, un essere anormale. E’ forse stato questo lo scopo della malattia? Distruggere la normalità per crearne una nuova, deforme, deturpata, assurda, impossibile per me da comprendere realmente. La donna è gentile nonostante paventi la mia aggressività. La invito a riposare in una stanza e, durante le ore successive, le somministro un antidoto ottenuto col mio sangue immune al male che ha fiaccato l’umanità intera. Ruth, così ha rivelato costei di chiamarsi, riprende lentamente colore, fisionomia, vivezza. L’antidoto funziona. Vi è un futuro per la razza umana, un futuro che io posso far sì che si adempi. Ruth, d’improvviso, mi intima di scappare. Loro stanno arrivando.

Fuggo via e vengo braccato. Raggiungo la prossimità di una chiesa e guadagno il sagrato. Sono circondato. Urlo la verità: io posso salvarvi tutti! Fermi! Fermi! Non odono le mie parole. Vibrano un colpo verso il mio cuore. Una lama mi trafigge. Cado al suolo con le braccia stese, come Cristo colpito dalla lancia che ha segnato il Suo destino.

Ruth mi raggiunge appena prima che cali il buio. Avrei potuto salvarli, ma non me lo hanno permesso. Non mi davano ascolto, non mi credevano. Non potevano fidarsi di un essere umano. Esso è ingannatore, violento, assassino per natura. Per loro, io ero una leggenda e mi hanno ucciso. Avevano paura di me. Erano loro ad avere paura di me.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Kirk Douglas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Io e papà ci scherzavamo su, ogni nove di dicembre. A dire il vero, cominciavamo qualche giorno prima. “Il compleanno di Kirk Douglas sta arrivando” – dicevo a mio padre e lui, prontissimo, faceva eco con la solita domanda: “Quanti sono quest’anno? 95, 96?” 

Kirk è del 1916!” – puntualizzavo, di rimando. Papà, allora, accennando un sorriso, annuiva, ricambiando il mio sguardo compiaciuto. Stupore, meraviglia e un muto gongolante “vai, continua così, Kirk!”, trasparivano dalla sua espressione facciale, tutte le volte.

Kirk Douglas era un’autentica leggenda ai nostri occhi. Non solo per la notevole carriera che egli si costruì passo dopo passo, copione dopo copione, ma anche per la sua impressionante longevità. Kirk visse una vita intensa, appassionata, straordinaria.

Nel 1954, l’anno in cui nacque mio padre, Kirk era già una star affermata e di prima grandezza. A quel tempo, si trovava impegnato a navigare a bordo di un legno malconcio, alquanto fragile, ma che riusciva, ancora, a domare la superficie dell’acqua. Il personaggio che Kirk stava interpretando cercava con tutte le sue forze di tornare a casa, nella sua Itaca, dalla sua Penelope. Le onde avverse, l’irrequietezza del mare e la furia di Poseidone ostacolavano il suo intento, impedendogli di esaudire il suo desiderio. Per Kirk, quel viaggio di ritorno si tramutò in un’odissea estenuante, in un’avventura senza fine. E così, nel 1954, quando papà venne al mondo, Kirk Douglas era sbarcato al cinema con l’ultima delle sue fatiche di quell’arco temporale: “Ulisse”.

Kirk Douglas insieme a Silvana Mangano, interprete di Penelope e di Circe

Qualche anno dopo, precisamente nel 1956, Kirk portava una barba rossa ed incolta, indossava abiti sudici e sporchi di pittura e si era, da poco, trasferito a Saint-Rémy. Una sera, questi si sdraiò e rivolse lo sguardo alla volta celeste; per tutta la notte, giacque sveglio, disteso supino, a pancia all’aria come si suole dire, assorto a rimirare le stelle. I suoi occhi si tuffarono tra quelle sinuose dune, s’immersero fra gorghi blu cobalto, tra luci sgargianti, tra i rami di quei cipressi alti e fitti che si stagliavano in cielo, fino a smarrirsi in esso. Kirk, in quel tempo, aveva assunto le sembianze del pittore Vincent Van Gogh, e se ne stava a contemplare il cosmo, a immobilizzare nella sua mente quel “tetto” azzurro intenso, tutto ammantato di corpi celesti rilucenti di vita propria e non. Fu in quei momenti che concepì in sé la sua Notte Stellata, mentre la mano sicura e decisa, seppur tremante, era già pronta a fissarla sulla tela.

Kirk c’era, c’era sempre stato. Che fossero gli anni ’40, ’50, ’60, la sua figura possente seguitava a dominare le sale cinematografiche di mezzo mondo. Immortalato sui nastri di celluloide, l’attore americano vagò da una meta all’altra, da un’epoca datata a quella successiva e poi oltre e oltre ancora, senza mai arrestare il proprio cammino.

Kirk era lì, nell’antica Roma, e assistette alla ribellione dei gladiatori. Li guidò con la sua mano ferma, colma di vigore, contro i loro padroni, quegli schiavisti cruenti e senza scrupoli.

Molti secoli dopo, quando alcune legioni dell’esercito francese scelsero di non fuoriuscire dalle trincee, di restare al sicuro, di non inseguire vacui orizzonti di gloria, che avrebbero condotto i militi alla fine, alla morte su di un terreno zuppo di sangue, Kirk era anche lì, insieme a tutti loro.  Durante la Grande Guerra, fu proprio lui a difendere con i gesti e la dialettica i soldati che appartenevano al suo reggimento, innocenti eppur rei di aver cara la vita, di aver tentato e fallito una manovra militare impossibile da compiere sin dal principio. Kirk si trovò anche laggiù, negli abissi, ventimila leghe sotto la superficie del mare, fianco a fianco all’empio e impassibile capitano Nemo. Kirk attraversò cinquant’anni di cinema americano, mille anni di storia, cento anni di esistenza. 

Era un mito inossidabile, un idolo intoccabile. Per me e per mio padre, ricordare il compleanno di Kirk Douglas era diventata una tradizione spiccatamente natalizia, visto il periodo. Ad ogni inizio di dicembre, il nostro giulivo ricordo di Kirk, che era nato in modo del tutto spontaneo, si presentava come una sorta di beneaugurante appuntamento. “Papà, tra qualche giorno sarà il compleanno di Kirk. Un altro anno è passato”. Ne parlavamo anche negli attimi in cui tiravamo fuori dallo scatolone l’abete per addobbarlo. In quei momenti il nostro pensiero andava ancora al grande Kirk, all’attore, all’uomo, con un grandissimo augurio di Buon Natale.

Stando a una nostra "intuizione", i lineamenti del viso di Ercole, protagonista della pellicola disneyana "Hercules", ricordano moltissimo quelli del grande attore Kirk Douglas. Oltre alla forma delle orecchie e ai dettagli del naso e del sorriso, persino la fossetta sul mento richiama quella del leggendario interprete. I disegnatori di "Hercules" non hanno mai dichiarato di essersi ispirati a qualche "star" in particolare. Tale, possibile, somiglianza non viene riportata da nessun articolo dedicato al film ed è assolutamente di nostra ideazione. Potete leggere di più sul film in questione cliccando qui.

Quest’anno, purtroppo, è stata l’ultima volta che abbiamo avuto la possibilità di parlare del suo compleanno, ma non potevamo di certo saperlo. Ci eravamo illusi, sotto sotto. Per noi, Kirk Douglas era riuscito nell’impossibile: aveva arginato la morte, era riuscito a divincolarsi dalle sue grinfie. Sapevamo che prima o poi l’irreparabile sarebbe arrivato ma, con un pizzico di ingenuità, non volevamo crederci. Kirk Douglas si è spento qualche settimana addietro, alla veneranda età di 103 anni. Un traguardo eccezionale, il suo, raggiunto al termine di una vita dinamica, faticosissima, entusiasmante, impegnata e vissuta sempre a ritmi frenetici.

La mattina in cui seppi della sua morte, decisi di prendermi una pausa. Nel pomeriggio, cominciai a rivedere uno dopo l’altro tutti i suoi film più celebri. In seguito, mi fermai a indugiare sui ricordi e mi chiesi: quando “incontrai”, per la prima volta, Kirk Douglas? La mente vagò rapida e si soffermò, nuovamente, su mio padre.

Era una domenica come tante, e papà mi aveva fatto dono di una vecchia videocassetta. Con tono sfacciato, disse che in quella cassetta vi erano alcuni tra i più grandi attori di tutti i tempi. La guardai. L’immagine stampata sulla custodia mostrava, al centro, un tipo serioso, catturato in una posa eroica. Questi brandiva una fiaccola accesa, agitandola verso l’alto. Si trattava della videocassetta di “Spartacus”, uno dei lungometraggi simbolo della filmografia di Kirk Douglas.

Questo kolossal, diretto da Stanley Kubrick, fu espressamente voluto dallo stesso Douglas, il quale investì una cifra sostanziosa nella produzione della pellicola. Kirk desiderava fortemente recitare nei panni di un eroe d’altri tempi. Precedentemente, aveva cercato in tutti i modi di assicurarsi la parte principale in “Ben-Hur”, ruolo che andrà ad un altro gigante del cinema, Charlton Heston.

Non essendo riuscito ad ottenere quella parte, dunque, Douglas si mise in affari per conto proprio e “commissionò” a Stanley Kubrick il progetto “Spartacus”. Il ruolo del guerriero trace, dello schiavo che si erge e affronta coraggiosamente la Repubblica di Roma, parve cucitogli addosso. Kirk, infatti, anche nella realtà, si dimostrò sempre un uomo audace, indomabile, incorruttibile. Egli non si piegò mai alle regole imposte dallo Star System hollywoodiano, anzi tutt’altro. Le fronteggiò con ardore. Scardinò le limitazioni, i pregiudizi generati dal Maccartismo. Restituì la libertà a chi gli era stata sottratta, si impegnò, con coraggio, rischiando in prima linea, per dare lavoro e dignità a coloro che erano finiti nella lista nera.

Kirk Douglas si configurò come un gladiatore romano riapparso nel ventesimo secolo, un guerriero, un lottatore che si erse sui vigliacchi e che non si genuflesse mai ai potenti. Un caso emblematico per comprendere ciò avvenne proprio durante la lavorazione di “Spartacus”. Kirk voleva che Dalton Trumbo, noto sceneggiatore escluso dal business per sospette simpatie comuniste, curasse la sceneggiatura del suo film. Douglas non si lasciò intimorire dalle dicerie e prese Trumbo con sé. L’interprete pagò lo scrittore a sua spese e pretese che il nome del suddetto sceneggiatore fosse inserito nei titoli di coda.

Con grinta e impavidità, Kirk Douglas sfidò apertamente le reticenze, le ipocrisie del cinema statunitense, contribuendo a ribaltare tabù e preconcetti limitanti e oppressivi. Se il personaggio di Spartacus sarà destinato a cadere contro l’esercito romano e a morire sulla croce come un messia violento e rivoluzionario, Kirk, al contrario, riuscirà a trionfare, ad estirpare il clima ostile e paranoico vigente nella vecchia Hollywood dell’età dell’oro.

Le somiglianze tra Kirk e le sue controparti sul grande schermo, le similitudini tra la “persona” ed il “personaggio” non riguardano soltanto “Spartacus”. Sono molteplici i soggetti virili, temerari, ma anche pacati e buoni a cui Kirk Douglas conferì vita eterna tra i contorni nitidi di una cinepresa

Kirk somigliava pure ad Ulisse, il celebre eroe omerico che Douglas impersonò con passione e coinvolgimento. La pazienza, la tempra resistente, il carattere energico e la tenacia di Kirk erano proverbiali. Come Ulisse, Douglas non si dava mai per vinto e, come lo stesso Odisseo, il quale, per anni, lottò contro gli oceani ribollenti di collera avendo, come unico conforto, il ricordo della sua sposa, Kirk rimase innamorato della stessa donna per più di cinquant’anni. Douglas sposò Anne Buydens nel 1954, e insieme a lei rimase per tutto il resto della sua vita.

Anne era per Kirk ciò che Penelope fu per Ulisse: una certezza, un’ancora tenace, un porto su cui attraccare senza voler mai ripartire, un richiamo perenne, una meta da raggiungere costantemente. La conobbe sul set di “Atto d’amore”. Ne rimase incantato, ne venne rapito. Anne era una donna attenta e intelligente, una bionda furba e con la risposta sempre pronta. Ella non si lasciò facilmente “abbindolare” e sedurre dal divo di turno. Così, respinse le avance. Il corteggiamento per Kirk fu decisamente spossante, si protrasse per settimane ma, infine, sortì l’effetto sperato. Anne capì che per Douglas non si trattava della solita, fugace avventura di una notte. Acconsentì al loro primo appuntamento, a cui ne seguirono molti altri. In breve tempo, convolarono a nozze. Il loro sarà un matrimonio duraturo, sebbene Kirk, un po’ come lo stesso Ulisse, non esiterà ad essere “infedele”. Del resto, Kirk era un duro di buon cuore ma anche un “infame”, per sua stessa ammissione.

Egli era un sognatore, un idealista come il colonnello Dax, il protagonista di “Orizzonti di gloria”. In quest’opera filmica, Douglas impegnò tutto se stesso per portare in scena una tematica scomoda. La tragica battaglia “legale” condotta dal colonnello per salvare la vita a tre commilitoni, condannati alla pena di morte per un “crimine” mai commesso, evoca una critica sprezzante al militarismo, alla guerra che non custodisce, in sé, alcuna gloria.  Idealista fu anche un altro personaggio impersonato da Douglas, ovvero Jack Burns, un cowboy che si allontanò volontariamente dalla modernità per vivere a contatto con la natura, seguendo i dettami, le leggi, il credo di un passato “western”, di un mondo fatto di lealtà ed onore che non esiste più.

Kirk Douglas vantava un carattere infaticabile, una personalità irrequieta, ansiosa di creare, di fare arte in ogni sua forma. Questo lato della sua persona ricordava quello del pittore olandese Vincent Van Gogh a cui Kirk Douglas prestò il suo inconfondibile volto in un’interpretazione straordinaria, e per la quale mancò clamorosamente il premio Oscar.

Le pellicole più importanti della sua carriera costituiscono una fonte da cui attingere informazioni, una sorgente da cui trarre un’indicazione, una verità sull’identità sfaccettata di questo attore che visse per più di cento anni.

Ma forse, il ruolo più interessante e complesso di Kirk Douglas resta quello che, di rado, viene menzionato. Un ruolo profondamente diverso da quelli a cui ci ha abituato, che poco ha a che vedere con la personalità di Kirk Douglas. Come si è soliti affermare: un bravo attore si dimostra tale quando dà vita a un personaggio che è quanto di più distante da se stesso.

Se con i ruoli citati in precedenza, è possibile scandagliare l’animo di questo artista indipendente in virtù delle affinità evidenziate tra persona e personaggio, facendo riferimento a quest’ultima parte, sarà possibile, invece, indagare un’altra caratteristica: il talento, la bravura eccelsa di Douglas nel dare forma, presenza, portamento e voce ad un personaggio corrotto, insensibile, insaziabile e arrivista.

Nel film “L’asso nella manica”, per la regia di Billy Wilder, Kirk Douglas interpretò Charles Tatum, un giornalista arrogante e senza scrupoli, disposto a tutto pur di arrivare allo “scoop”.

Charles ha lavorato per i quotidiani più importanti di New York, venendo poi sistematicamente licenziato da ognuno di essi per cattive abitudini tenute sul luogo di lavoro. L’uomo, poco propenso a cambiare comportamento, rimasto senza un soldo, giunge ad Albuquerque e viene assunto nel piccolo giornale cittadino. Attende più di un anno per trovare una grande “notizia” che possa riportarlo sulla breccia.

Un giorno, Charles si imbatte in un evento decisamente particolare: una frana che ha intrappolato all’interno di una montagna un pover’uomo, Leo Minosa. Costui, da svariati giorni, stava saccheggiando tombe indiane in una vecchia caverna. I nativi avevano avvertito il ricercatore circa i pericoli celati in quel massiccio roccioso, su cui aleggia un’oscura maledizione. Fiutando le potenzialità dell’accaduto, Charles si avventura in quei luoghi e incontra l’uomo, rimasto con entrambi gli arti inferiori bloccati sotto un cumulo di grosse pietre. Un corposo masso sbarra la strada e separa il giornalista dal saccheggiatore, e i due riescono ad interagire soltanto attraverso una sottile apertura.

Charles comincia a scrivere il primo articolo sull’incidente. Mescolando elementi reali ad allusioni sovrannaturali riguardanti il presunto anatema che si è compiuto ai danni del “profanatore di tombe”, il giornalista crea una narrazione avvincente che desta l’attenzione di molti lettori.  Charles, giornalista navigato, rammenta come scrivere un “racconto” intrigante e a puntate, conosce i gusti del “pubblico”, sa che la notizia dovrà apparire sensazionale e la “questione” lunga e complessa. Concorda così con lo sceriffo del luogo di ritardare il più possibile i soccorsi. Per giorni, Charles scrive articoli repleti di parole forti, ammiccanti, appassionanti, che descrivono lo stato d’animo, la sofferenza dello sventurato rimasto prigioniero della montagna. I lettori vogliono sempre più particolari e non riescono a smettere di leggere tutti i pezzi che i quotidiani propongono loro. Una folla si raduna nei pressi della catena montuosa, e la tragedia umana finisce per tramutarsi in una forma raccapricciante di spettacolo. Charles trascinerà la sua inerme vittima sino allo sfinimento. Solo allora, distrutto dai sensi di colpa, si renderà conto del suo agire disumano e fraudolento, del suo tradimento compiuto nei riguardi del giornalismo libero e vero.

Kirk Douglas, col ritratto del suo reporter arrivista, lanciò una critica severa alla spettacolarizzazione del “fatto”, alla cronaca plasmata secondo le regole dell’intrattenimento, del “mito” narrato, il quale mira, sovente, a generare una reazione emotiva piuttosto che a stimolare una coscienza collettiva.

Se con “Spartacus”, “Ulisse”, con “Orizzonti di gloria” e con “Brama di vivere” aveva messo in mostra l’eroismo, la tenacia, l’orgoglio, l’altruismo, la genialità e l’amore per l’esistenza umana, caratteristiche che derivavano dalla sua stessa persona, al contrario, con “L’asso nella manica” Douglas volle ricordare la malvagità, l’opportunismo che può albergare nei cuori delle persone.

Fu questo il compito più importante e simbolico compiuto da Kirk Douglas. Rammentare quanto il sadismo, la crudeltà, e soprattutto l’egoismo umano possano essere corrosivi e pericolosi.

Dall’individualità, dall’egoismo, il cinema, che ha visto Kirk Douglas tra i suoi più grandi rappresentanti, non smette mai di metterci in guardia, educandoci nell’essere persone migliori.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • Il volto

Cos’hanno di speciale i volti? Non saprei dirlo con certezza. Ognuno di essi è una maschera forgiata nella fucina di Madre Natura, la scultrice più sapiente e talentuosa. Le maschere che noi tutti indossiamo sono soggette al calore proveniente dall’intimità, all’impeto del sentimento che defluisce all’esterno e che muta l’espressività. Il volto umano cambia con il passare degli anni ed invecchia, perdendo la lucentezza dei lineamenti dell’età giovanile, divenuti cupi, stanchi, affannati. I volti delle persone sono pagine scritte di un libro, briciole di carta lette e rilette. Le rughe, simili a gocce d’inchiostro imbrunito dal tempo, raccontano storie vissute e gelosamente serbate come segni sulla pelle.

Vincent Van Gogh era affascinato dai volti delle persone. Al pari di un lettore, egli esaminava le “maschere” di chi incontrava sul proprio cammino, cercando d’afferrare alfabeti nascosti, di ghermire parole intessute su fili d’epidermide. Van Gogh prediligeva dipingere i volti a scapito delle antiche cattedrali, poiché nel freddo marmo e nella bianca pietra di una chiesa non vi è ciò che è possibile scorgere negli occhi di una persona.

Vincent sedeva su di una sedia e, frequentemente, volgeva lo sguardo allo specchio. Esso gli restituiva la sua immagine: un riflesso di turbamenti. Vincent guardava se stesso, intrappolato tra i contorni di quella lastra riflettente, mentre portava un cappello di paglia o quando fumava la pipa. In quei momenti, una barba rossa gli adornava l’ovale, coprendogli il mento e parte delle gote. Vincent scrutava la sua sagoma ambigua, il suo aspetto affranto restituito dal vetro imponente. L’artista s’indagava mediante i suoi occhi, la parte svestita del proprio essere. Poi, una volta colta un’impercettibile e recente caratteristica, brandiva tavolozza, pennello e tela e si autoritraeva. Era un’abitudine costante la sua. Immortalava la sua mesta figura, il proprio volto scavato dall’afflizione, affossato sempre di più al sopraggiungere di un nuovo inverno.

Il volto, per Vincent, assumeva un valore simbolico, cangiante, straordinario. Attraverso la pittura, Vincent sondava la propria anima, scandagliava la spiritualità che effluiva nella brillantezza dei suoi sguardi sofferti, carpiti dai pastelli e dalle sfumature di colore. Vincent non realizzò tutta una serie di autoritratti per qualche sorta di bizzarro narcisismo. Egli esplorava il proprio profilo nel disperato tentativo di portare alla luce inquietudini sommerse, supplizi oberati. Era una ricerca la sua, un’analisi, un’indagine introspettiva che nulla aveva a che vedere con la mera adulazione.

No, Vincent non era affatto come Narciso, il personaggio della mitologia greca che trascorreva le sue giornate a rimirare la propria immagine riflessa nell’acqua cristallina di un lago. Liriope, sua madre, lo aveva messo al mondo tanto, ma tanto tempo prima. Costei era una ninfa molto bella e, come tutte le Naiadi, amava vivere vicino alla foce di un fiume. Bagnata dalle acque dolci di Cefiso, Liriope rimase incinta del dio che tra quelle calde correnti “nuotava” invisibile, e mise al mondo un bellissimo bambino a cui diede, per l’appunto, il nome Narciso. Un giorno, Liriope chiese ad un vecchio oracolo cieco, un tale Tiresia, quale destino fosse stato riservato a Narciso. Tiresia rispose, come era solito fare, in maniera criptica: “Egli vivrà finché non conoscerà se stesso!”

Cosa intendeva dire quell’anziano veggente?

Che Narciso sarebbe rimasto in vita fino al momento in cui non avesse goduto della propria immagine. Così, un mattino, Narciso disgraziatamente intravide la sua forma, la fisionomia di se stesso. In un baleno   s’innamorò, si distese sull’erba verde che cingeva le sponde di una piccola pozza d’acqua limpida e restò immobile a fissarsi. Cercò persino d’accarezzare quel muso “affiorato” dalle profondità lacustri, ma non appena allungava la mano, l’acqua, d’un tratto, s’increspava, disfacendo per pochi, interminabili secondi l’integrità del riflesso. Narciso consumò lì le sue mattine, ignorando la voce della povera Eco, una ninfa che se ne restava, occultata, dietro i folti cespugli della foresta e che si era innamorata perdutamente di lui. Eco era stata condannata dalla dea Era a ripetere l’ultima parola emessa dalle persone. Ella non possedeva più la facoltà di chiamare a sé Narciso, non riusciva a dir nulla che non fosse una sommessa ripetizione. Eco era diventata uno “specchio”, un oggetto gelido in grado di riflettere una fioca e sfumata scialbatura. Narciso, dal canto suo, si era infatuato di una semplice faccia, la sua stessa faccia, ma l’amore, il vero amore, non può mai limitarsi alla contemplazione di un volto. E’ ciò che si cela oltre il volto a fare innamorare. Quel frammento d’anima che Narciso faticava a vedere e che Van Gogh tentò tenacemente di esumare.  

Vincent Van Gogh adorava osservare le facce degli estranei perché esse borbottavano, sottilmente, sensazioni sopite, mugugnavano segreti e vivezze cromatiche che la pittura sapeva ben cogliere. Dal proprio volto, Vincent desiderava trarre la “sostanza”, ricercare l’immagine del proprio “Io”, la provenienza del suo dolore. Per lui, i volti erano una mappa confusa da decifrare assiduamente, da studiare. Ogni linea, ogni curva di un viso corrispondeva a una strada scostata, a una discesa improvvisa verso un precipizio, un abisso troppo profondo per mostrare il fondo, ad una meta vaga e irraggiungibile. I volti, dopotutto, sono spesso enigmatici, indecifrabili. Il volto della Grande Sfinge egizia, con il suo immobilismo, con quell’aria saggia e onnicomprensiva evocata dalla sua fronte ampia, è, al contempo, sede e fonte di un mistero arcaico ed irrisolvibile che getta timore e senso di spaesamento a chi osserva ancora, dopo millenni, tale scultura di pietra calcarea alzando il capo. 

I volti sono la traccia più appariscente di un essere umano. Delineati su di una maschera d’epidermide vi sono le labbra, le quali, pronunciando poche parole, squarciano il velo dell’interiorità, rivelando pensieri appositamente scelti per essere declamati. Incastonati su di una faccia vi sono gli occhi che con le loro iridi si mostrano come finestre aperte su di un mondo misterioso: la personalità di chi resta occultato dietro lo scudo fatto di semplice pelle.  Osservare un volto accuratamente vuol significare, dapprima, scavare nella superficie, mirare la cima di un iceberg. Innamorarsi di un volto è certamente possibile, ma non basta poiché è ciò che vi è oltre quel volto, dietro quel guscio, al di là di quella crosta, che conta davvero: il carattere, l’essenza che nessuna faccia può anticipare.

Come già detto innamorarsi di un semplice volto è errato, superficiale. Esso non è che uno strato, una velatura.

Vincent Parry, il protagonista de “La fuga”, non aveva un volto.  Beh – a tutti gli effetti – lo aveva ma pochi potevano vederlo. Vincent Parry… che bel nome, Vincent. Ricorda proprio quello del celebre pittore.

Come dicevo, il volto di Vincent era imperscrutabile. Egli era una voce fuori campo, una pupilla dilatata. Si guardava a destra e a sinistra, osservava fugacemente l’esigua vegetazione che lo copriva. Si faceva strada a stento, a fatica, guadando un fiume come poteva. Vincent (Humphrey Bogart) fu il protagonista di un’opera filmica alquanto particolare, un “noir” in bianco e nero in cui la cinepresa del regista fungeva da sguardo assoluto dello stesso protagonista. “La fuga” è girato con la tecnica della soggettività, ed il pubblico, per tutta la prima parte della pellicola, non vede mai la vera faccia del protagonista.

Fingendo d’essere i suoi occhi, diventando metaforicamente il viso di Vincent Parry, il pubblico, ogniqualvolta gusta questo lungometraggio, sperimenta un’esperienza rara, immergendosi in un racconto visivo unico.

Vincent è un evaso, vaga spaventato finché non viene accolto in casa da una giovane ragazza che crede nella sua rettitudine. Per non correre rischi, per sfuggire a chi vorrebbe riportarlo ingiustamente in prigione, Vincent decide di chiedere aiuto ad un chirurgo plastico. Soltanto quando l’operazione sarà finita, soltanto quando la sua faccia sarà rimodellata, la regia cederà il posto, lascerà perdere la soggettività e sceglierà, finalmente, di inquadrarlo normalmente. Nell’attimo in cui avrà cambiato volto, Vincent diviene un personaggio estraneo al pubblico, nuovo, un protagonista indipendente, staccatosi dallo spettatore.  Ma quei connotati che aveva prima e che noi non abbiamo avuto modo di inquisire a cosa corrispondevano? Erano quei lineamenti a definirlo? Chi era e chi è Vincent? Colui che aveva un volto obliato? Colui che aveva un secondo volto? O colui che è sempre stato, vale a dire l’anima infossata e sepolta sotto la pelle mutevole?

Solo Vincent potrà rivelare chi fosse in realtà, e con quali occhi sarebbe stato opportuno guardarlo.

Affidiamoci, dunque, al suo parlato. Le sue parole, naturalmente, sono state reinterpretate, “immaginate” nuovamente in un viaggio in completa soggettività…

  • Vincent Parry, monologo

Chi ero? In parte, l’ho dimenticato. In cella non avevo alcuno specchio, e a lungo andare ho smesso di ripensare al mio viso. Chissà com’era fatto. Probabilmente avevo una faccia comune, di quelle che si vedono per strada e si dimenticano tanto facilmente. Quando tutto ebbe inizio, ero soltanto un galeotto tallonato dai piedipiatti, un negletto a cui nessuno avrebbe voluto dare una mano, un innocente verso cui nessuno avrebbe mai riposto fiducia.

Ero soltanto un ammasso di pelle avvizzita dal logorio della vita in gabbia, un’ombra affusolata dai contorni imprecisi, un corpo dimenticato dietro le sbarre di una prigione. Ma non dovevo lasciarmi scoraggiare dai brutti pensieri, dalle opinioni mortificanti. Sapevo di essere molto di più! Mi diedi coraggio, cercai di non abbattermi! Quel mattino, quando riuscii ad evadere di prigione, rammento di aver sentito, per prima cosa, l’aria fresca, il profumo della libertà.

Ma una domanda continuava a infastidirmi: chi ero io? Una povera vittima, questo lo sapevo bene. Fisicamente, invece, ero, e lo sono ancora, un uomo di media statura, come se ne possono vedere tanti in giro per le campagne. Quel dì erravo, trafelato, nei campi. Ero riuscito a fuggire dalla prigione in cui mi avevano ingiustamente confinato, e stavo cercando un riparo. Il suono delle sirene della polizia echeggiava per le strade di montagna. Avevo paura.

In quegli attimi parlavo da solo, un vizio che presi in prigione. Oh che grande oratore che ero: mi facevo domande e mi davo anche delle risposte, concatenavo deduzioni ad alta voce e cercavo di farmi forza. Fuoriuscii, poi, dalla vegetazione e chiesi un passaggio. Incontrai, dopo una spiacevole disavventura che preferirei non raccontarvi, una fanciulla che volle salvarmi. Sbucò quasi dal nulla. Fece capolino dalla strada, avanzò nel verde e si manifestò dinanzi a me, alta, slanciata, splendida. Disse di conoscermi, di confidare nella mia innocenza. Era così bella. Il suo sguardo schivo ed elusivo, la sua voce dolce e accomodante, mi convinsero a seguirla. Non che avessi altra scelta, ma volli fidarmi. So bene che non bisogna mai lasciarsi sedurre da una semplice apparenza, ma in quel caso, come avrei in seguito scoperto, l’esteriorità di quella dama combaciava con la sua interiorità. Irene, così si chiamava questa donzella, era bella fuori come lo era dentro. Era gentile e buona, sincera e altruista. Il suo viso non era che il riverbero della sua stessa anima. Irene volle offrirmi la sua protezione, mi fece salire in macchina, raggiunsi casa sua e lì rimasi celato. M’innamorai di lei a prima vista, vedendola e ascoltandola. La sua bellezza ma, ancor di più, i suoi gesti, il suono che effluiva dalla sua bocca, mi conquistarono e me la fecero conoscere totalmente. Non potevo metterla in pericolo, così scelsi di andarmene.

Una notte, mi recai in una periferia buia. Avevo la polizia alle calcagna, ma volli comunque rischiare. Sapevo che in quei dintorni avrei potuto trovare il dottor Coley, un chirurgo plastico bandito dall’ordine. Avevo sentito parlare di questo strano figuro qualche giorno prima. Sapevo che avrebbe potuto cambiare i lineamenti del mio viso, in modo tale da non poter essere più riconosciuto. Ero deciso ad andare fino in fondo. Del mio volto non mi importava poi alcunché.

Nel tragitto che mi separava dallo studio, da quella sala operatoria se così poteva essere definita, mi arrovellai a pensare. Noi esseri umani siamo ciò che sembriamo o ciò che serbiamo nell’intimità? Siamo un’apparenza fisica o un carattere, un corpo o un’anima? Forse entrambe le cose, un agglomerato di esteriorità ed interiorità. L’esteriorità, però, è quella che balza agli occhi nell’immediatezza. Una persona che osserva, nota dell’altra, di primo acchito, l’aspetto, e soltanto dopo, se decidesse d’avvicinarla, per conoscerla meglio, potrebbe scoprire altro oltre la scorza, ma ciò richiederebbe troppo tempo. Un tempo che noi umani concediamo sporadicamente. Ma l’apparenza, come si suol dire, non è tutto. Essa è la superficie, la punta di un maestoso blocco galleggiante. La personalità di ognuno di noi è sepolta sotto l’epidermide, al di sotto della linea di galleggiamento, giù nella carena, proprio laggiù dove l’acqua gelida preserva la montagna di ghiaccio.

Arrivai in quel luogo angusto. Mi distesi su di un letto. Il dottore mi iniettò qualcosa, un siero che potesse calmarmi. Mi addormentai, ma restai tutt’altro che quieto. Dinanzi a me vidi spettri, facce scarnificate. Ebbi una brutta reazione al farmaco ed entrai in paranoia. Sentivo la voce del dottore. Questi rideva sardonicamente di me, mi minacciava, sibilava che il mio volto sarebbe rimasto bloccato in un grugnito, somigliante ad una smorfia mostruosa, al ringhio di un cane, al sorriso di una scimmia.

Un volto sfregiato può rovinare il tutto. Può far sembrare profondamente diverso un povero sventurato. Sono poche le persone che si soffermano a conoscere chi, dietro una “buccia” deturpata, nasconde un grande cuore. La maggior parte di esse, in genere, si concentra soltanto su quello che vede.

Pensate a Quasimodo, il povero protagonista del romanzo di Victor Hugo. Il suo volto guastato da una verruca che gli opprimeva un occhio, il suo corpo robusto ma piegato da un peso sulle spalle, lo ponevano alla stregua di un diavolo per il popolo di Parigi. Quasimodo era un demone con l’anima di un angelo, orribile e sudicio come un quadro incompleto, tempestato di getti e pitture confuse ed incerte. In un’occasione lo ammise lui stesso: non si era mai reso conto di quanto brutto fosse finché non aveva visto Esmeralda, la gitana, e quanto perfetto fosse il suo aspetto. Ma non fu la pura sembianza a far innamorare Quasimodo di Esmeralda: fu un atto di gentilezza, di umanità e di comprensione. Quando fu torturato e deriso sulla ruota, Quasimodo ricevette aiuto da Esmeralda che gli diede da bere un sorso d’acqua. In quel momento, il “diavolo” ascese al cielo, divenne angelo a tutti gli effetti, e s’innamorò di lei. In quel sorso, Quasimodo baciò la sua adorata. Fu la dolcezza, la bontà di Esmeralda a fare innamorare il gobbo. Il campanaro vide col suo unico occhio buono l’anima della zingara, ciò che nessun altro dei suoi adulatori aveva mai osato fare. Tutti, concentrati a contemplare la sua bellezza, non si spinsero mai oltre. Quasimodo non provò amore soltanto per un corpo, ma per ciò che quel corpo serbava. A lui del volto di Esmeralda importava davvero poco.

In quei frangenti, riflettevo ancora mentre il dottore proseguiva la sua operazione. Stavo dormendo, stavo sognando, eppure mi sembrava di vivere tutto con estrema chiarezza. Le paure si sommarono una sull’altra ed esplosero. Se dovessi risvegliarmi con l’aspetto di un demone incarnato nel corpo mortale di un uomo, che cosa farei? – Era questo che mi ripetevo.

Costui, questo chirurgo, avrebbe potuto deturparmi irrimediabilmente. Avrebbe potuto trasformarmi in un moderno Gwynplaine, altro personaggio partorito dal fertile inchiostro di Victor Hugo. Gwynplaine venne rapito quando non era che un infante, e fu storpiato per sempre. Le sua labbra erano state arrestate, paralizzate in un sorriso perenne. Che fosse triste, che provasse dolore e angoscia, Gwynplaine era costretto a ridere costantemente. Ricordo però che Gwynplaine, pur con la sua deformità, differentemente da Quasimodo, riuscì ad attrarre su di sé le attenzioni di una donna aristocratica che, proprio in quella sua “bruttezza”, in quella sua caratteristica grottesca aveva scorto una fonte di seduzione, di svago, di diletto.

Io non avrei potuto essere altrettanto "fortunato".

Dopo qualche ora, mi svegliai. L’operazione era perfettamente riuscita. Il mio volto era cambiato, avrei potuto vederlo soltanto dopo qualche settimana. Giacevo avvolto in un nembo di bende, come un cadavere sigillato in un antico sarcofago. A detta dell’artista che eseguì questo “restauro”, il mio aspetto sarebbe stato più vissuto, più marcato dalla fatica e dagli eccessi.

Chi si sarebbe ricordato più di me, adesso? Chi ero io? Ero rimasto sempre Vincent?

Tornai da Irene. Mi prese con sé, garbata come la più dolce delle donne. Gli piacquero i miei nuovi connotati. A seguito di qualche traversia che non sto qui a rinarrarvi, raggiunsi il Perù. Lì aspettai. Irene spuntò una sera, al tramonto. Era giunta fin lì per me. Fu l’unica a credere nella mia innocenza sin dal principio, a starmi vicino e ad ascoltarmi. Fu la sola ad aprirmi il suo cuore.

Chi sono io? Soltanto un volto? No, molto altro. Sono ciò che Irene ha visto in me. Lei ha guardato oltre il mio aspetto, come avrebbe fatto un pittore. Del resto, Irene era davvero un’artista. Quel mattino quando volle trarmi in salvo ella stava dipingendo “En plein air”, esattamente come facevano gli artisti più sensibili del movimento impressionista. Irene, ammirandomi come se fossi un paesaggio bucolico, aveva carpito la verità adombrata dal roseo colore della pelle. Ella si era innamorata di ciò che sono, non di un semplice viso.

Irene è la mia Esmeralda, la donna che danzava sul sagrato di una chiesa e che, finalmente, ha ricambiato l’amore di un apparente “mostro”. A lei non importa quale faccia io abbia: era ed è ancora la donna che mi ama incondizionatamente.

Io non sono un volto, sono ciò che Irene vede di me. Io, che sia Vincent o Humphrey, vivo negli occhi di Irene e di Lauren.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Una delle poche cose, anzi forse la sola cosa che Peter Sellers sapeva di se stesso era questa: che si chiamava Peter Sellers. A tutti coloro che, con garbo, gli rivolgevano parola, egli socchiudeva gli occhi, serrava le spalle e rispondeva con quanto sto per dire: “Io sono Peter Sellers!” Tutti, naturalmente, lo sapevano già, ma per lui quel nome ridondante, quell’identificativo puntualizzato, non era cosa da poco. Corrispondeva a tutto, o per meglio dire all’unica impronta singolare che conosceva di sé.

L’inizio di questo mio testo richiama in parte, intenzionalmente e con una nota d’ammirazione, le parole con cui Luigi Pirandello scrisse le premesse di uno dei suoi racconti più famosi. Di fatto, “Il fu Mattia Pascal” comincia con un preambolo che ammalia il lettore; un’introduzione nella quale il personaggio principale precisa l’unica verità che non ha mai scordato nel corso della sua lunga vita: il suo nome, quell’insieme di vocali e consonanti che, messe insieme, sono in grado di rievocare un passato, ciò che Mattia Pascal, in effetti, fu. Per Peter Sellers, tuttavia, non valeva lo stesso principio. Egli sapeva il suo nome, lo ripeteva come fanno tutti quando devono presentarsi innanzi ad interlocutori sconosciuti o inattesi, ma per lui quel nome non era altro che un comune appellativo, un “epiteto” di dubbia valenza. Peter Sellers era conscio di chiamarsi in tal modo, ma non sapeva chi fosse davvero, né se un fantomatico Peter Sellers esistesse realmente. Una volta lo ammise schiettamente, e confessò che la sua personalità era del tutto assente, come se fosse stata rimossa chirurgicamente. - “Io non so chi sono.” - sussurrò, inquietantemente, in qualche circostanza.

Ai suoi stessi occhi Peter Sellers non era nessuno, poco più di un fantasma fluttuante, una carcassa viva ma indefinita, argilla informe ma propensa a modellarsi in maniera continuata e sempre differente, via via che ce ne fosse stato bisogno. Sellers era un attore e come tale vestiva, di volta in volta, gli abiti dei suoi personaggi, assumendone caratteri e destini. Essi gli si modellavano addosso come abiti di taglio sartoriale, cuciti su misura. Star istrionica e maestro del trasformismo, Sellers fu un camaleonte che mutava la propria pelle in diverse tonalità cromatiche sino a perdere se stesso, il proprio vero colore.

Passo dopo passo, pellicola dopo pellicola, Sellers alterava radicalmente la propria fisionomia, trasformandosi in qualcun altro, in uno differente da sé. Già, ma a cosa corrispondeva questo “sé”? Dietro le sue maschere, oltre i suoi camuffamenti, vi era un volto affranto, crucciato, intollerante e terribilmente sofferente. Chi era, in fondo, Peter Sellers? Un Mattia Pascal che aveva perduto la propria identità e consumava il proprio tempo a peregrinare da un luogo ad un altro.

Sellers era un uomo enigmatico, di indole malinconica, un artista pedante e maniacale che si crogiolava nei tormenti. Il suo temperamento impaziente, il suo ego facilmente scalfibile, la grave depressione che lo affliggeva, le sue ire improvvise e i suoi comportamenti infantili lo resero un interprete difficile, mal sopportato dai registi e mal visto da colleghi, amici e famigliari. Sellers era insicuro, dannatamente e incurabilmente insicuro.

Viveva in una selva di ansie, pativa, come una morsa che lo divorava dall’interno, il terrore di non riuscire a far ridere il suo pubblico, proprio lui, uno dei comici di maggior talento della storia della settima arte. La mente, se fragile, può fare brutti scherzi, può rompere ogni fiducia ed indurre a dubitare delle proprie abilità, anche se queste ottengono i riscontri tango anelati, i successi a lungo desiderati. Peter Sellers era amato e rispettato come un divo affermato; ciononostante egli ammetteva d’essere perennemente scettico circa le proprie doti espressive. Così sfogava le frustrazioni in fiumi di alcool che scorrevano copiosi in grosse caraffe. Tentava, inoltre, di eludere le proprie paure fuggendo via, smarrendosi in tunnel bui, ripieni di droga, dentro i quali la luce del giorno si faceva sempre più fioca e la lunga notte scendeva tetra e inevitabile.

Ultimate le riprese di un film, Sellers, sovente, restava solo, come un personaggio tragico all’ultimo atto di un dramma prossimo a compiersi. I suoi matrimoni fallivano uno dopo l’altro, i rapporti con i figli si incrinavano. Peter Sellers era un genio ed un pazzo al tempo stesso. La genialità e la follia – già – sono due facce della medesima medaglia.

Sellers giaceva in un limbo di incertezze e angosce che lo isolavano dagli altri. In lui, era possibile scorgere il riserbo di un’acuta insicurezza, quella stessa insicurezza tanto ingombrante da gettare il povero guitto che ne soffre nel protratto silenzio e nel costante maceramento. Seller era un artista poliedrico, dall’innata inclinazione comica, eppure non riuscì mai a capirlo, perso tra le sue ossessioni, schiavo dei suoi demoni. Non ebbe mai modo di fare uno sfoggio consapevole della propria abilità recitativa. Peter Sellers era capacissimo ma insicuro, al contrario di Clouseau, che era incapace ma sprezzante. Quale ironia!

Ci fu un tempo non troppo lontano in cui questo Clouseau vagava spaesato, come un personaggio in cerca di attore. Qualcuno giurò di averlo visto muoversi, a fatica, da un capo all’altro di un periodo scritto, di una frase che doveva essere ancora pronunciata. Nessuno si era preoccupato di dar lui contorno, gesto, fattezza. Clouseau, in quel tempo, non esisteva ancora, viveva a stento, boccheggiava tra il bianco della carta, poiché era solo un’idea, un’intuizione imbastita, un pressappoco, un comprimario di un’opera filmica ancora da farsi.

In quel copione appena abbozzato e pasticciato d’inchiostro, Clouseau veniva delineato sommariamente come un investigatore. Badate bene, però, non un investigatore come era auspicabile attendersi, non un tizio accorto, riflessivo, intuitivo. Non una sagoma introversa col vizio del fumo, immersa in una nuvola grigia a pensare, assorta e silenziosa. Non si trattava, neppure, di un tipo razionale e intrigante, con la passione per la buona letteratura. Clouseau – beh - doveva essere un “detective” di tutt’altra caratura. La sceneggiatura da cui emise il primo vagito questo bizzarro ometto con la lente d’ingrandimento in mano lo bollava, sin da subito, come un piedipiatti sciocco, un perfetto idiota. Clouseau era stato concepito come un inetto, un incapace, un maldestro ispettore di polizia.

Conseguentemente, Clouseau si discostava e di molto dalla classica figura dell’investigatore attento, incline a cogliere il particolare, l’indagatore minuzioso, sagace e un pizzico faceto. Insomma, per dirla alla buona, questo tipetto impudente chiamato Jacques fu partorito come un gonzo a cui ogni forma di trionfo era stata preclusa. Poco altro venne indicato nel copione per quanto riguardava questo soggetto, vago nel carattere ancor più che nell’aspetto.

Or dunque, Peter Sellers raccolse il “manoscritto” tra le mani, lo lesse e plasmò il suo investigatore di lì a poco. Colui che non aveva una vera personalità, quell’uomo tanto disturbato e infelice, conferì, con grande naturalezza, un’individualità cristallina e del tutto singolare al suo ispettore. La maschera di Clouseau fu, quindi, indossata dall’attore britannico. L’aspetto e la cadenza di questo personaggio erano belli che pronti: un trench bianco, un cappello ben piantato in testa, baffi folti a sormontare le labbra, un accento spiccatamente francese, una pronunzia scorretta e un incedere signorile ma tendente al claudicante, all’impaccio improvviso. Peter Sellers inventò tutto ciò dal nulla. Quello che accadde dopo, come si suole dire, è storia nota.

Nel primo lungometraggio della serie de “La Pantera Rosa”, Clouseau non figurava come protagonista. Come già accennato, egli era un comprimario, un personaggio di contorno, l’improbabile antagonista di un ladro gentiluomo. Al pari di un “Zenigata” dall’accento francese, Clouseau inseguiva infruttuosamente il suo acerrimo nemico, un “Lupin” che vantava il volto di un aristocratico inglese.

In questa pellicola d’esordio, Clouseau si palesa ingenuo e arruffone, e viene imbrogliato da tutti. I restanti personaggi del film si prendono gioco di lui, ingannandolo come si è soliti fare ad un pivello. Persino la moglie, la donna che Clouseau adora e per la quale si mostra sottomesso come un antico schiavo, non fa che raggirarlo. Clouseau, quindi, con i suoi inciampi, con i suoi capitomboli, con i suoi abbagli ai limiti dell’assurdo genera compiacimenti e risate, cionondimeno dalla sua storia è possibile intravedere, almeno nella prima pellicola, una rilettura commuovente. Innanzitutto, per quanto riguarda la sua vita privata.

Jacques sembra innamorato perso di Simone, la sua consorte, e per lei è disposto a comportarsi in maniera servizievole, accontentandola ad ogni capriccio. Simone non lo ama affatto, ma Jacques non può dedurlo, preso com’è a riverirla. Simone è una donna bella e criptica come un diamante che brilla, nascondendo, con un gioco di riflessi e di luci, la propria meschinità. Ma Jacques non si fa troppe domande su di lei, a lui importa soltanto averla e non sentirsi solo. Anche Peter Sellers cercò per tutta la vita una donna che potesse amarlo, portarlo via dalla strada della solitudine, restargli accanto, tollerarlo.

Clouseau vorrebbe, poi, essere preso sul serio nel suo lavoro, ma la sua goffaggine non fa che metterlo alla stregua di un sempliciotto. Egli aspira, inoltre, ad essere riconosciuto come un poliziotto infallibile ma la fama, in tal veste, non arriverà. Soltanto quando sarà ingiustamente processato e arrestato, la folla ed i colleghi di lavoro lo accoglieranno come un eroe scaltro e attento, lesto a gabbare le forze dell’ordine. Negli istanti finali dell’opera filmica, a Clouseau, deluso, non resterà che accettare lo scherzo, fingersi davvero un ladro e godersi, per pochi, ineffabili, momenti la gloria tanto sognata. Il primo Clouseau era un uomo incompreso, che agognava l’approvazione dei superiori e dei sottoposti, ma non poteva raggiungerla come ufficiale di polizia, troppo inadatto per farcela. Pur di percepire questa sensazione di notorietà, pur di sentire l’abbraccio e il calore della gente, Clouseau accetta, infine, d’essere reputato un criminale. Si conclude così la prima vicenda del noto ispettore, con un esito amaro, ironico ma profondamente ingiusto.

Anche Peter Sellers sognava l’approvazione della massa. Desiderava costantemente avvertire il supporto, l’apprezzamento, le risate della sua gente. Sebbene ricevesse tutto questo, non fu mai del tutto convinto di meritare quanto riscuoteva. Similmente all’originario Clouseau, lo stesso Sellers era un uomo che faceva ridere, che strappava consensi ma che, in fondo in fondo, si sentiva triste, incompleto, eternamente inappagato.  

Il personaggio dell’ispettore spopolò nel mondo e, nel sequel della Pantera Rosa, divenne l’assoluto protagonista. I tratti pertinenti di Clouseau si amplieranno con il secondo film. In questa successiva pellicola, Sellers affinò ulteriormente i caratteri salienti della sua maschera comica. La goffaggine, la stupidità, il coraggio emersero, trasbordanti, in Clouseau. L’attore mise a nudo le bizzarre consuetudini dell’ispettore, come i dissidi quotidiani ed esasperanti con il capo Dreyfus o gli addestramenti col maggiordomo Cato, sempre incline a tendere agguati tanto surreali quanto imprevedibili per mantenere l’ispettore vigile e in allerta. Oltre questi segni distintivi, Sellers donò al personaggio un temperamento ironicamente tronfio ed una sfrontata… sicurezza. Quella che a lui mancò per tutta la vita.

L’ispettore Clouseau, differentemente dall’attore che lo interpretò con tale maestria, ostenta una sicurezza invidiabile, uno spirito audace, impavido, certo dei propri mezzi sebbene non debba. Clouseau è, infatti, sicuro di sé, ed è convinto d’essere un eccelso investigatore. Invero, egli è rimasto un adorabile imbranato, un ottuso e sgraziato “gendarme”. Clouseau inciampa a ritmi continui, distrugge tutti i mobili che, sfortunati, giacciono nelle medesime porzioni di spazio in cui egli agisce. Clouseau procede imperterrito, lasciando scie di catastrofi alle sue spalle. Ancora, egli ferisce inconsapevolmente i suoi poveri interlocutori e genera disastri al pari di una calamità naturale. Del resto, Clouseau può essere descritto come un tornado contenuto nel corpo disadorno, slanciato e smunto di un uomo qualunque. Tuttavia, l’ispettore pare non accorgersi mai di ciò che accade intorno a lui, delle iatture che combina, dei disastri che lascia al suo passaggio, delle sventure che perseguitano chi gli sta attorno. Talvolta, però, si scusa per i suoi bizzarri incidenti, senza mai comprendere appieno l’origine paradossale delle sue disavventure. Ma non tutto ciò che gli accade passa inosservato alla sua vista.

Quando casca a terra, Clouseau si rialza prontamente, vergognandosi timidamente del proprio ruzzolone. Sellers infuse a Clouseau una lieve vanità, una dignità sciorinata dal suo portamento fiero, orgoglioso, che poco aveva a che vedere con la goffaggine che affiorava d’improvviso in lui. Clouseau è tanto distinto quanto dinoccolato, cerca di darsi un portamento da elegante indagatore per poi apparire come un questurino rabberciato. Clouseau vorrebbe essere bravo e diligente ma non può, poiché il suo è un fato già scritto. La natura di Clouseau è inalterabile: quella d’essere un inguaribile pasticcione. Quindi, Jacques fa finta di nulla, fa sì che le brutte figure gli scivolino via come gocce di pioggia su di un impermeabile color pastello.

L’ispettore Clouseau rappresenta il desiderio di Peter Sellers di riuscire a scrollarsi di dosso il peso di un’aspettativa personale irraggiungibile. Sellers avrebbe voluto padroneggiare la sicurezza del suo personaggio, avrebbe voluto, in parte, possedere la sua personalità, vale a dire l’abilità d’essere risoluto anche a seguito di un intoppo, di un banalissimo sbaglio. Sellers era un maniaco della perfezione, non contemplava l’errore come una caratteristica dell’essere umano. Forse, in cuor suo, avrebbe desiderato avere in dono un po’ del carattere del suo più celebre alter-ego: quel carattere che riusciva ad andare oltre la svista, al di là della figura barbina. Clouseau cadeva ma era sempre pronto a rialzarsi con baldanza, senza mai rimuginare troppo su quanto accaduto. In altre parole, Clouseau incarnava la leggerezza, la disinvoltura, la voglia di andare oltre il giudizio del prossimo, di non lasciarsi sopraffare dal dubbio e dall’incertezza, “perizie” mai possedute dal suo afflitto interprete.

In ogni sua avventura, Clouseau è protetto da una fortuna sfacciata, da una provvidenza manzoniana che veglia sul suo corso, aiutandolo a sopravvivere a svariati attentanti e ad assassinii premeditati. Tale provvidenza fa sì che l’ispettore riesca sempre a risolvere il caso, pur non avendone ben compreso i fatti. La mano provvidenziale della sorte premierà sempre Clouseau, restituendogli le soddisfazioni e i meriti che, nella sua primissima avventura, mancò tristemente. Tali meriti Clouseau li otterrà non certo per la sua intelligenza, ma in virtù della sua bontà d’animo. L’egual provvidenza non vegliò sul triste destino di Peter Sellers. Questo attore dallo sconfinato talento spirò dopo un’esistenza travagliata e autodistruttiva.

Ma chi era Peter Sellers, infine? Mah! Forse nessuno lo ha mai saputo.

Non era né l’attore e neppure il personaggio, non era né Peter né Clouseau. Era forse la Pantera Rosa, quel felino antropomorfizzato che camminava in posizione eretta e che seguiva, come un segugio, le gesta del minuto ispettore. Col suo manto rosato, col suo volto allegro, con quell’andatura sicura di sé, col suo agire fortunato e sublime qualunque cosa facesse, la Pantera Rosa simboleggiava la compiutezza dell’uomo e dell’artista.

E’ proprio la Pantera a personificare i due aspetti bramati da Peter e da Clouseau: la sicurezza tanto agognata dall’attore e il talento così ricercato dalla maschera. In quell’animale nato da una punta di matita, persona e personaggio si sono ricongiunti.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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«Il libro della giungla»" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sui film tratti da “Il libro della giungla”)

La vita viene spesso paragonata ad un libro intonso. Coloro che confidano in questo raffronto trovano nella crescita un calamaio e nell’esperienza una penna di volatile da intingere in esso per scrivere i capitoli di un’esistenza. Certuni equiparano la vita ad “una ruota”, e credono che ad ogni giro ci sia una storia da raccontare. Dunque, l’arco vitale può essere assimilato ad una girandola di emozioni, un vortice di sogni e di avventure. Ciò vale specialmente per i protagonisti dei racconti, coloro che vivono una vita immaginaria. Il viaggio di un eroe, che dimora tra il vero ed il fantastico, è denso di pericoli, ed è in genere costellato da salite ripide e da discese brusche e vertiginose. Il “giro di ruota” di un personaggio fittizio è solito cominciare lentamente, come una giostra di cavalli che danno il via ad un “galoppare” ritmato. Tale “giravolta”, metafora di una vita da narrare, con lo scorrere degli accadimenti, diventa più rapida, incalzante, sino a compiersi in un intenso atto finale.

La storia de “Il libro della giungla” nacque all’interno d’un tomo fatto di pagine bianche. Le vicissitudini di Mowgli vennero concepite con l’inchiostro, ciononostante il suo fantastico vissuto fu travolgente, turbinoso come un girotondo senza esito.  La storia di Mowgli, popolata da fauci, artigli e da zanne, contiene elementi fascinosi, educativi, atavici, impervi come la giungla selvaggia, e parla di crescita, orgoglio, potere, tesori e amore.

Ciascuna delle versioni cinematografiche che hanno trasposto le “novelle” di Rudyard Kipling pone Mowgli in scenari sempre differenti, così che egli possa conoscere l’amore, i dettami di un’antica legge, l’amicizia, l’emarginazione e ascenda al suo destino.

  • Un fiore rosso: principio

Il cineasta Stephen Sommers, che nel 1994 diresse per la Walt Disney un libero adattamento dell’opera letteraria di Kipling, partì proprio dall’amore per richiamare, attraverso il linguaggio visivo del cinema, il passato del protagonista. Mowgli condivideva con Katherine, la sua graziosa amichetta, un tragico trascorso: ambedue le loro madri erano morte dandoli alla luce. Mowgli, dunque, nacque da un atto di amore estremo che raggiunse il sublime.

Mowgli ha appena cinque anni quando segue il padre, Nathoo, nella giungla. Nathoo era stato scelto dal colonnello Brydon come guida indiana del suo reggimento. Il piccolo giace in “sella” ad un elefantino e procede in testa alla guarnigione. Di lì a breve, con la curiosità di chi vuol capire, Mowgli scruta il genitore mentre questi coglie un fiore rosso e l’offre in dono ad una viandante, poco prima di darle un bacio. Sarà questa l’ultima immagine, conservata nei ricordi d’infanzia, del piccino.

D’un tratto, un cupo ruggito scuote la calma apparente della giungla. Shere Khan, la regina delle tigri, è inquieta perché i bracconieri stanno invadendo il suo territorio. Le bestie che trasportano il fabbisogno dell’unità militare, udito il terribile verso del predatore, si agitano, destabilizzando bruscamente l’avanzata. Sarà proprio il piccolo Mowgli, con autoritaria fermezza, a placare l’indole irrequieta delle creature. Sin dal principio, viene sottolineata la spiccata capacità del protagonista nel comunicare con il regno animale.

Quella stessa notte, Mowgli si perderà nella giungla nera e crescerà lontano dalla civiltà, accudito dalle fiere libere della “foresta”.

Mowgli dona un fiore a Kitty

Nel classico della letteratura di Kipling, gli animali sono soliti definire “fiore rosso” il fuoco. Le fiamme di una torcia, che vengono brandite dall’uomo come “arma”, sono sinonimo di terrore per tutta la fauna. Le vampe consumano il verde, devastano i sentieri della giungla, intrappolano in una morsa ardente i cuccioli indifesi, e sono considerate un male da cui fuggire. Il fuoco “sboccia” come un germoglio luminoso, ondeggiante, rovente, si propaga come una lingua forcuta e colpisce come una frusta incandescente. Per Sommers “il fiore rosso” non corrisponde all’elemento primario, ma coincide con un bocciolo vermiglio, donato a una donna come segno di corteggiamento. Imitando il comportamento del papà, Mowgli raccoglie un fiore e lo porge alla piccola Kitty. Ella ricambia il gesto, ed elargisce al suo amichetto il bracciale d’argento ereditato dalla sua mamma, dal quale Mowgli non si separerà mai. Il protagonista, crescendo, emulerà il gesto del padre in maniera meccanica, e attraverso quel fiore rosso continuerà inconsciamente a mantenere un legame con il suo passato ed il suo essere uomo.

Durante la sera, Nathoo dialoga con il figlioletto all’interno di una tenda. Egli mostra al bimbo un vaso in cui sono stati ritratti alcuni animali, simboli per eccellenza delle virtù della giungla. Nathoo indica a Mowgli il primo “dipinto”, raffigurante un orso bruno. Il bambino afferma che quello è Baloo. Subito dopo, Nathoo attira l’attenzione del piccoletto verso l’illustrazione di una pantera nera, chiamata da Mowgli “Bagheera”. Poco dopo, il buon padre mostra al bambino la sagoma di Shere Khan. Mowgli, questa volta, confessa che quella tigre altri non è che lui stesso. Ebbene, Shere Khan per Sommers non è la tigre zoppa, perfida, subdola e spietata nata dalla penna di Kipling, bensì una custode della natura che arriverà a condividere alcune importanti somiglianze con lo stesso Mowgli.

Le illustrazioni degli animali nascondono un profondo valore allegorico. Attraverso le raffigurazioni “tinteggiate” su quel vaso, il lungometraggio evidenzia le creature più importanti che accompagneranno Mowgli nella sua evoluzione. L’orso, la pantera, il serpente e la tigre vengono caricati di una forza espressiva astratta ed evocativa. Tutti loro vengono battezzati, come se nel nome fosse celata l’identità. Mowgli, chiamandoli uno alla volta, non si riferisce a semplici rappresentazioni di una specie. Con quei nomi, egli parla di animali unici, poiché incarnanti virtù rare e preziose.  

Le suddette “immagini”, inoltre, non sono mere “incisioni”, ma premonizioni che anticipano gli eventi e gli incontri che il protagonista avrà con le fiere. L’immagine che agisce come “preavviso” ad un accadimento si ripete, altresì, nella sequenza in cui Shere Khan sorprende gli uomini nell’accampamento.

  • La legge della giungla

Shere Khan è un’ombra inafferrabile che si manifesta di rado e trova riparo nella selva inospitale. La tigre del Bengala si presenta per la prima volta su di un massiccio roccioso. Da quell’altura, essa vigila sul suo regno, e osserva gli uomini che procedono a tentoni verso la sua dimora. Negli ultimi mesi, la caccia è aumentata con scellerata cadenza e i cacciatori hanno predato molti più animali di quanto era loro consentito. La legge della giungla, che prevede l’uccisione di una creatura solamente per difesa o per bisogno, è stata infranta. Shere Khan ne è consapevole, e medita la propria rivalsa.

Al calar della notte, l’accampamento viene assalito dal maestoso felino. La tigre attacca nel buio, uccidendo l’ufficiale che presiede l’attendamento. Eppure, l’animale sceglie di non cibarsi dei resti. Shere Khan, in quei frangenti concitati, non attacca per nutrirsi, muove verso gli uomini per esigere vendetta. All’alba della storia e al crepuscolo di una giornata che segnerà il fato del protagonista, la legge della giungla viene violata dalla sua stessa custode. In quegli attimi, Shere Khan incarna l’essenza giustiziera di Madre Natura e aggredisce per uccidere.

Uno dei militari di Brydon se ne stava seduto nei pressi della folta vegetazione. Per trascorrere il tempo, l’ufficiale si era concesso un solitario con le carte. L’ultima carta estratta dal mazzo recava la rappresentazione di una tigre. I versi di Shere Khan sembrano echeggiare dal disegno stesso. Poco prima che l’uomo si volti, essa balza alle sue spalle, azzannandolo al collo. Lo schizzo decorativo impresso in quella carta da gioco aveva svelato le fatalità di un futuro imminente.

Spronato dal trambusto, Nathoo corre per difendere il cacciatore Buldeo dalla furia di Shere Khan. Il padre di Mowgli cadrà sotto le unghie affilate della tigre. Nell’infrangere la legge della giungla e arrecare dolore all’uomo, Shere Khan ha condannato a morte anche chi non meritava di perire: è il risultato di una sola notte di anarchia brutale.

Baloo e Mowgli nel film animato della Walt Disney
  • L’incontro con Bagheera e Baloo

Nel classico disneyano del 1967, quando viene rinvenuto da Bagheera, Mowgli dorme raccolto in una cesta. La pantera, intenerita dal cucciolo d’uomo, lo porta al cospetto di un branco di lupi in modo che possano crescerlo come un membro della loro famiglia. Di giorno in giorno, il felino sorveglia il bimbetto, vegliando sulla sua incolumità. Mowgli verrà così’ allevato dai lupi, e incontrerà, da ragazzino, Baloo, un orso labiato dal manto grigio, simpaticissimo e goloso di miele.

Baloo, caratterialmente, si differenzia molto da Bagheera. Se quest’ultima emana un’aura di austerità e compostezza, il mammifero propaga un alone di spensieratezza e allegria. La solennità di Bagheera rimanda alla serietà della crescita, nonché all’asprezza della maturazione. Baloo rappresenta, invece, la letizia del gioco, la leggiadria dell’infanzia e la levità di uno spirito libero che ha bisogno soltanto di poche briciole, dello stretto indispensabile per godersi pienamente la vita. Entrambi, a loro modo, assurgono al ruolo di mentori per il piccolo Mowgli, riflettendo due personalità ambivalenti per la sua educazione.

Bagheera osserva il cucciolo d'uomo nell'opera filmica del 1994

Nel lungometraggio di Stephen Sommers, Mowgli incontra la pantera alle prime luci del mattino. Essa indaga l’animo del piccino con i suoi occhi saggi. Mowgli non esita dinanzi al tenebroso leopardo, e questi gli mostra la sua coda così che il bambino possa afferrarla e seguirlo. La pelle del felide appare nera come un cielo senza stelle, eppur soffice come il velluto. Bagheera conduce Mowgli nei pressi di un lago naturale, sorto ai piedi di una splendida cascata d’acqua cristallina. Sulle rive, un branco di lupi indiani accoglie il piccolo. L’indomani, Mowgli incontra Baloo, ancora piccino, rimasto incastrato nel foro di un vecchio tronco d’albero nel tentativo di ingurgitare del miele. Sarà proprio Mowgli ad aiutarlo a liberarsi da quella stretta soffocante. Mowgli e l’orsetto sono “cuccioli” ed entrambi soli. Da allora, i due diverranno inseparabili. Molto teneramente, Sommers mostra come l’amicizia tra due esseri completamente diversi possa nascere da un gesto di bontà. Bagheera, secondo il volere di Sommers, continua a rivestire per Mowgli il ruolo di maestro e difensore, Baloo, invece, quello di fratello adottivo.

Per distaccarsi ulteriormente dagli scritti di Kipling e plasmare una pellicola personale, Sommers scelse di non fare parlare gli animali. E’ infatti un linguaggio molto più profondo e inaccessibile quello che vige tra alcuni personaggi dall’opera filmica. Pur permanendo nel silenzio, i dialoghi tra Mowgli e i suoi amici animali sono sviluppati mediante un’apparente incomunicabilità:l’inesistenza del linguaggio verbale. Tuttavia, nelle espressioni, nei gesti, negli impenetrabili sguardi si forma una comunicazione empatica, silente, intima. Una scelta che trascende e, per certi versi, snatura l’opera di Kipling, ma che risulta realistica e ugualmente filosofica. Le belve della giungla sono un riflesso dell’anima di Mowgli. Esse simboleggiano le qualità segrete ed eroiche del protagonista. Mowgli avrà infatti la velocità della pantera, la forza dell’orso, lo spirito del lupo.

Mowgli e Bhoot nella pellicola del 2018
  • Maturazione: il Mowgli bambino e la diversità

In “Mowgli”, pellicola del 2018 diretta da Andy Serkis, il protagonista, ancora bambino, viene trattato con diffidenza da alcuni suoi “fratelli” lupi. Se confrontato ai film precedenti, l’adattamento cinematografico di Serkis risulta essere molto più crudo e violento, poiché maggiormente basato sulla controparte cartacea. Non trovando amici nei suoi “simili” del branco, Mowgli stringe un tenero rapporto con Bhoot, un lupetto albino, anch’esso maltrattato per la sua diversità. Serkis analizza così l’animo tormentato di Mowgli, un personaggio senza identità, in perenne lotta tra la sua natura di uomo e il desiderio d’essere un lupo. Spesso scacciato dal branco, Mowgli ha nella bontà di Bagheera e nei ferrei insegnamenti di Baloo l’unica distrazione da un’esistenza di lotta e sopravvivenza. Bagheera viene qui rappresentato come un fratello maggiore, Baloo, invece, come un orso severo, anziano e ferito, tanto da avere la mascella storta (forse un riferimento voluto al King Kong di Peter Jackson, interpretato dallo stesso Serkis, il quale aveva la mascella piegata verso un lato).

Se Mowgli è tacciato di “diversità” poiché figlio illegittimo di due mondi, Bhoot, al contrario, viene disprezzato per il bianco del proprio manto. Tale lupo è tratteggiato come un personaggio fortemente positivo, buono, generoso, allegro e speranzoso. Morirà solo, cacciato da un bracconiere che bramava il suo “candido pellame”. Se per gli animali, Bhoot era inaccettabile, “sbagliato”, per gli uomini era tanto bello da meritare di morire. L’aspetto viene trattato da Serkis come se fosse una dannazione, una patina esteriore che attira a sé odio e crudeltà. La morte, scioccante, del piccolo lupacchiotto, offeso in un raptus di rabbia dallo stesso Mowgli, invoglia il protagonista a riprendere il suo ruolo di padrone della giungla. La crescita in Mowgli è repentina e interiore sebbene, al di fuori, egli appaia pur sempre come un ragazzino.

Anche nel cartone animato della Walt Disney viene trattata l’emarginazione, pur senza mai toccare le vette di sadismo inscenate da Serkis. I corvi che Mowgli incontra sul suo cammino si rapportano a lui poiché anch’essi si sentono esclusi.

  • Maturazione: il Mowgli adulto e il ritorno alla civiltà

Sommers in “Mowgli – Il libro della giungla” decise di rendere la maturazione del protagonista plateale. Il cineasta statunitense, nel voler raccontare la storia di un Mowgli adulto, trasse ispirazione dalla figura di Tarzan, il quale, dal punto di vista letterario, fu a sua volta ispirato da Mowgli stesso.

Un giorno, Mowgli riceve la visita di una scimmia appartenente al reame dei Bandar-log, che gli sottrae il bracciale donatogli da Kitty. Mowgli insegue l’animale sino alle profondità della giungla nera, scoprendo Anuman, una mitica città repleta di tesori giunti da ogni parte dell'Asia. Qui, Mowgli s’imbatte in un imponente Orango Tango, sovrano dei Bandar-Log. Il primate troneggia sulle ricchezze e indossa sul capo la corona d’oro di Luigi XIV.  Sotto la “giurisdizione” di re Luigi vive Kaa, un pitone indiano. Kaa striscia come un anaconda di enormi dimensioni, celato sotto cumuli di tesori similmente ad un male tentatore quanto ripugnante. Il tremendo serpente sembra incarnare la condanna dell’avidità: chiunque peccherà di cupidigia e cercherà di profanare l’oro di Anuman morirà per “mano” sua. Una leggendaria città perduta colma di tesori è una fantasia molto cara a Sommers. Lo stesso ne “La mummia” trarrà ispirazione dalla sua Anuman per creare, cinque anni dopo, Hamunaptra, un antico sito di sepoltura in cui riposano le ricchezze dell’Egitto.

Sebbene Kipling avesse concepito le scimmie come una popolazione sovversiva ed ingovernabile, la Disney, nel 1967, creò il monarca Luigi. La figura di questo re torna a ripresentarsi nel remake live action del 2016. Il sire, in tale rivisitazione, possiede le fattezze di un mastodontico gigantopiteco, e brama di regnare su tutti i popoli liberi della giungla con il fiore rosso.

Baloo, Mowgli e Kitty in una scena del lungometraggio di Stephen Sommers

Mowgli recupererà il bracciale e, poco tempo dopo, rincontrerà Kitty. Riconoscendolo come l’amico che aveva perduto quando era bambina, Kitty accoglie Mowgli a palazzo, e lo istruisce. Le sequenze in cui il figlio della giungla impara a parlare, a leggere, a scrivere e osserva i fotogrammi riprodotti da un proiettore con il quale scoprirà il mondo e parte di ciò che si cela laggiù, lontano, al di fuori di lui, verranno reinterpretate dalla stessa Disney nelle scene del classico “Tarzan”, accompagnate dal brano “Al di fuori di me”.

La stessa Kitty svolge un ruolo molto simile a quello di Jane. Kitty è l’amore della vita di Mowgli, la traccia di un passato che egli rammentava appena e che continua a legarlo al mondo degli uomini. Restando nella città indiana, Mowgli impara molte cose di cui ignorava l’esistenza. La guerra, la violenza, le armi distruttive, la caccia senza limiti, le predazioni e le imbalsamazioni degli animali sconvolgono la coscienza dell’eroe che medita sulla cattiveria dell’agire umano. L’opera di Sommers, nella sua propensione a trattare la storia di Mowgli da un punto di vista antropocentrico, fa degli animali i garanti delle virtù, e degli uomini i veri nemici, coloro che commettono crudeltà e nefandezze, poiché i soli ad essere mossi dall’avidità. 

  • Shere Khan, da antagonista a giudice

Una volta fermati i folli propositi del vile Boone, Mowgli fronteggia Shere Khan come un suo pari e non come un usurpatore. Leggendo l’anima dell’uomo, la tigre sceglierà di non infliggergli alcun male. Ecco che Shere Khan muta, da antagonista diviene un guardiano, un giudice inclemente ma anche comprensivo per chi ha rispettato la legge della natura. Mowgli, diventato custode della giungla, sarà l’anello di congiunzione tra due regni finalmente accomunati.

Ne “Il libro della giungla” del 1967, Mowgli sconfigge Shere Khan con il fuoco. Essa, in tale versione, come desiderato da Kipling, rimane sino alla fine la massima avversaria del protagonista.

  • Un fiore rosso: fine

Sulle sponde di un lago, Kitty ritrova Mowgli: sarà adesso lei a porgergli un fiore rosso. I due si scambieranno un appassionante bacio. Con l’amore era iniziata la vita di Mowgli e con l’amore si è compiuta: la ruota ha finito il suo giro!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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