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"Mowgli e Bagheera ne
«Il libro della giungla»" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sui film tratti da “Il libro della giungla”)

La vita viene spesso paragonata ad un libro intonso. Coloro che confidano in questo raffronto trovano nella crescita un calamaio e nell’esperienza una penna di volatile da intingere in esso per scrivere i capitoli di un’esistenza. Certuni equiparano la vita ad “una ruota”, e credono che ad ogni giro ci sia una storia da raccontare. Dunque, l’arco vitale può essere assimilato ad una girandola di emozioni, un vortice di sogni e di avventure. Ciò vale specialmente per i protagonisti dei racconti, coloro che vivono una vita immaginaria. Il viaggio di un eroe, che dimora tra il vero ed il fantastico, è denso di pericoli, ed è in genere costellato da salite ripide e da discese brusche e vertiginose. Il “giro di ruota” di un personaggio fittizio è solito cominciare lentamente, come una giostra di cavalli che danno il via ad un “galoppare” ritmato. Tale “giravolta”, metafora di una vita da narrare, con lo scorrere degli accadimenti, diventa più rapida, incalzante, sino a compiersi in un intenso atto finale.

La storia de “Il libro della giungla” nacque all’interno d’un tomo fatto di pagine bianche. Le vicissitudini di Mowgli vennero concepite con l’inchiostro, ciononostante il suo fantastico vissuto fu travolgente, turbinoso come un girotondo senza esito.  La storia di Mowgli, popolata da fauci, artigli e da zanne, contiene elementi fascinosi, educativi, atavici, impervi come la giungla selvaggia, e parla di crescita, orgoglio, potere, tesori e amore.

Ciascuna delle versioni cinematografiche che hanno trasposto le “novelle” di Rudyard Kipling pone Mowgli in scenari sempre differenti, così che egli possa conoscere l’amore, i dettami di un’antica legge, l’amicizia, l’emarginazione e ascenda al suo destino.

  • Un fiore rosso: principio

Il cineasta Stephen Sommers, che nel 1994 diresse per la Walt Disney un libero adattamento dell’opera letteraria di Kipling, partì proprio dall’amore per richiamare, attraverso il linguaggio visivo del cinema, il passato del protagonista. Mowgli condivideva con Katherine, la sua graziosa amichetta, un tragico trascorso: ambedue le loro madri erano morte dandoli alla luce. Mowgli, dunque, nacque da un atto di amore estremo che raggiunse il sublime.

Mowgli ha appena cinque anni quando segue il padre, Nathoo, nella giungla. Nathoo era stato scelto dal colonnello Brydon come guida indiana del suo reggimento. Il piccolo giace in “sella” ad un elefantino e procede in testa alla guarnigione. Di lì a breve, con la curiosità di chi vuol capire, Mowgli scruta il genitore mentre questi coglie un fiore rosso e l’offre in dono ad una viandante, poco prima di darle un bacio. Sarà questa l’ultima immagine, conservata nei ricordi d’infanzia, del piccino.

D’un tratto, un cupo ruggito scuote la calma apparente della giungla. Shere Khan, la regina delle tigri, è inquieta perché i bracconieri stanno invadendo il suo territorio. Le bestie che trasportano il fabbisogno dell’unità militare, udito il terribile verso del predatore, si agitano, destabilizzando bruscamente l’avanzata. Sarà proprio il piccolo Mowgli, con autoritaria fermezza, a placare l’indole irrequieta delle creature. Sin dal principio, viene sottolineata la spiccata capacità del protagonista nel comunicare con il regno animale.

Quella stessa notte, Mowgli si perderà nella giungla nera e crescerà lontano dalla civiltà, accudito dalle fiere libere della “foresta”.

Mowgli dona un fiore a Kitty

Nel classico della letteratura di Kipling, gli animali sono soliti definire “fiore rosso” il fuoco. Le fiamme di una torcia, che vengono brandite dall’uomo come “arma”, sono sinonimo di terrore per tutta la fauna. Le vampe consumano il verde, devastano i sentieri della giungla, intrappolano in una morsa ardente i cuccioli indifesi, e sono considerate un male da cui fuggire. Il fuoco “sboccia” come un germoglio luminoso, ondeggiante, rovente, si propaga come una lingua forcuta e colpisce come una frusta incandescente. Per Sommers “il fiore rosso” non corrisponde all’elemento primario, ma coincide con un bocciolo vermiglio, donato a una donna come segno di corteggiamento. Imitando il comportamento del papà, Mowgli raccoglie un fiore e lo porge alla piccola Kitty. Ella ricambia il gesto, ed elargisce al suo amichetto il bracciale d’argento ereditato dalla sua mamma, dal quale Mowgli non si separerà mai. Il protagonista, crescendo, emulerà il gesto del padre in maniera meccanica, e attraverso quel fiore rosso continuerà inconsciamente a mantenere un legame con il suo passato ed il suo essere uomo.

Durante la sera, Nathoo dialoga con il figlioletto all’interno di una tenda. Egli mostra al bimbo un vaso in cui sono stati ritratti alcuni animali, simboli per eccellenza delle virtù della giungla. Nathoo indica a Mowgli il primo “dipinto”, raffigurante un orso bruno. Il bambino afferma che quello è Baloo. Subito dopo, Nathoo attira l’attenzione del piccoletto verso l’illustrazione di una pantera nera, chiamata da Mowgli “Bagheera”. Poco dopo, il buon padre mostra al bambino la sagoma di Shere Khan. Mowgli, questa volta, confessa che quella tigre altri non è che lui stesso. Ebbene, Shere Khan per Sommers non è la tigre zoppa, perfida, subdola e spietata nata dalla penna di Kipling, bensì una custode della natura che arriverà a condividere alcune importanti somiglianze con lo stesso Mowgli.

Le illustrazioni degli animali nascondono un profondo valore allegorico. Attraverso le raffigurazioni “tinteggiate” su quel vaso, il lungometraggio evidenzia le creature più importanti che accompagneranno Mowgli nella sua evoluzione. L’orso, la pantera, il serpente e la tigre vengono caricati di una forza espressiva astratta ed evocativa. Tutti loro vengono battezzati, come se nel nome fosse celata l’identità. Mowgli, chiamandoli uno alla volta, non si riferisce a semplici rappresentazioni di una specie. Con quei nomi, egli parla di animali unici, poiché incarnanti virtù rare e preziose.  

Le suddette “immagini”, inoltre, non sono mere “incisioni”, ma premonizioni che anticipano gli eventi e gli incontri che il protagonista avrà con le fiere. L’immagine che agisce come “preavviso” ad un accadimento si ripete, altresì, nella sequenza in cui Shere Khan sorprende gli uomini nell’accampamento.

  • La legge della giungla

Shere Khan è un’ombra inafferrabile che si manifesta di rado e trova riparo nella selva inospitale. La tigre del Bengala si presenta per la prima volta su di un massiccio roccioso. Da quell’altura, essa vigila sul suo regno, e osserva gli uomini che procedono a tentoni verso la sua dimora. Negli ultimi mesi, la caccia è aumentata con scellerata cadenza e i cacciatori hanno predato molti più animali di quanto era loro consentito. La legge della giungla, che prevede l’uccisione di una creatura solamente per difesa o per bisogno, è stata infranta. Shere Khan ne è consapevole, e medita la propria rivalsa.

Al calar della notte, l’accampamento viene assalito dal maestoso felino. La tigre attacca nel buio, uccidendo l’ufficiale che presiede l’attendamento. Eppure, l’animale sceglie di non cibarsi dei resti. Shere Khan, in quei frangenti concitati, non attacca per nutrirsi, muove verso gli uomini per esigere vendetta. All’alba della storia e al crepuscolo di una giornata che segnerà il fato del protagonista, la legge della giungla viene violata dalla sua stessa custode. In quegli attimi, Shere Khan incarna l’essenza giustiziera di Madre Natura e aggredisce per uccidere.

Uno dei militari di Brydon se ne stava seduto nei pressi della folta vegetazione. Per trascorrere il tempo, l’ufficiale si era concesso un solitario con le carte. L’ultima carta estratta dal mazzo recava la rappresentazione di una tigre. I versi di Shere Khan sembrano echeggiare dal disegno stesso. Poco prima che l’uomo si volti, essa balza alle sue spalle, azzannandolo al collo. Lo schizzo decorativo impresso in quella carta da gioco aveva svelato le fatalità di un futuro imminente.

Spronato dal trambusto, Nathoo corre per difendere il cacciatore Buldeo dalla furia di Shere Khan. Il padre di Mowgli cadrà sotto le unghie affilate della tigre. Nell’infrangere la legge della giungla e arrecare dolore all’uomo, Shere Khan ha condannato a morte anche chi non meritava di perire: è il risultato di una sola notte di anarchia brutale.

Baloo e Mowgli nel film animato della Walt Disney
  • L’incontro con Bagheera e Baloo

Nel classico disneyano del 1967, quando viene rinvenuto da Bagheera, Mowgli dorme raccolto in una cesta. La pantera, intenerita dal cucciolo d’uomo, lo porta al cospetto di un branco di lupi in modo che possano crescerlo come un membro della loro famiglia. Di giorno in giorno, il felino sorveglia il bimbetto, vegliando sulla sua incolumità. Mowgli verrà così’ allevato dai lupi, e incontrerà, da ragazzino, Baloo, un orso labiato dal manto grigio, simpaticissimo e goloso di miele.

Baloo, caratterialmente, si differenzia molto da Bagheera. Se quest’ultima emana un’aura di austerità e compostezza, il mammifero propaga un alone di spensieratezza e allegria. La solennità di Bagheera rimanda alla serietà della crescita, nonché all’asprezza della maturazione. Baloo rappresenta, invece, la letizia del gioco, la leggiadria dell’infanzia e la levità di uno spirito libero che ha bisogno soltanto di poche briciole, dello stretto indispensabile per godersi pienamente la vita. Entrambi, a loro modo, assurgono al ruolo di mentori per il piccolo Mowgli, riflettendo due personalità ambivalenti per la sua educazione.

Bagheera osserva il cucciolo d'uomo nell'opera filmica del 1994

Nel lungometraggio di Stephen Sommers, Mowgli incontra la pantera alle prime luci del mattino. Essa indaga l’animo del piccino con i suoi occhi saggi. Mowgli non esita dinanzi al tenebroso leopardo, e questi gli mostra la sua coda così che il bambino possa afferrarla e seguirlo. La pelle del felide appare nera come un cielo senza stelle, eppur soffice come il velluto. Bagheera conduce Mowgli nei pressi di un lago naturale, sorto ai piedi di una splendida cascata d’acqua cristallina. Sulle rive, un branco di lupi indiani accoglie il piccolo. L’indomani, Mowgli incontra Baloo, ancora piccino, rimasto incastrato nel foro di un vecchio tronco d’albero nel tentativo di ingurgitare del miele. Sarà proprio Mowgli ad aiutarlo a liberarsi da quella stretta soffocante. Mowgli e l’orsetto sono “cuccioli” ed entrambi soli. Da allora, i due diverranno inseparabili. Molto teneramente, Sommers mostra come l’amicizia tra due esseri completamente diversi possa nascere da un gesto di bontà. Bagheera, secondo il volere di Sommers, continua a rivestire per Mowgli il ruolo di maestro e difensore, Baloo, invece, quello di fratello adottivo.

Per distaccarsi ulteriormente dagli scritti di Kipling e plasmare una pellicola personale, Sommers scelse di non fare parlare gli animali. E’ infatti un linguaggio molto più profondo e inaccessibile quello che vige tra alcuni personaggi dall’opera filmica. Pur permanendo nel silenzio, i dialoghi tra Mowgli e i suoi amici animali sono sviluppati mediante un’apparente incomunicabilità:l’inesistenza del linguaggio verbale. Tuttavia, nelle espressioni, nei gesti, negli impenetrabili sguardi si forma una comunicazione empatica, silente, intima. Una scelta che trascende e, per certi versi, snatura l’opera di Kipling, ma che risulta realistica e ugualmente filosofica. Le belve della giungla sono un riflesso dell’anima di Mowgli. Esse simboleggiano le qualità segrete ed eroiche del protagonista. Mowgli avrà infatti la velocità della pantera, la forza dell’orso, lo spirito del lupo.

Mowgli e Bhoot nella pellicola del 2018
  • Maturazione: il Mowgli bambino e la diversità

In “Mowgli”, pellicola del 2018 diretta da Andy Serkis, il protagonista, ancora bambino, viene trattato con diffidenza da alcuni suoi “fratelli” lupi. Se confrontato ai film precedenti, l’adattamento cinematografico di Serkis risulta essere molto più crudo e violento, poiché maggiormente basato sulla controparte cartacea. Non trovando amici nei suoi “simili” del branco, Mowgli stringe un tenero rapporto con Bhoot, un lupetto albino, anch’esso maltrattato per la sua diversità. Serkis analizza così l’animo tormentato di Mowgli, un personaggio senza identità, in perenne lotta tra la sua natura di uomo e il desiderio d’essere un lupo. Spesso scacciato dal branco, Mowgli ha nella bontà di Bagheera e nei ferrei insegnamenti di Baloo l’unica distrazione da un’esistenza di lotta e sopravvivenza. Bagheera viene qui rappresentato come un fratello maggiore, Baloo, invece, come un orso severo, anziano e ferito, tanto da avere la mascella storta (forse un riferimento voluto al King Kong di Peter Jackson, interpretato dallo stesso Serkis, il quale aveva la mascella piegata verso un lato).

Se Mowgli è tacciato di “diversità” poiché figlio illegittimo di due mondi, Bhoot, al contrario, viene disprezzato per il bianco del proprio manto. Tale lupo è tratteggiato come un personaggio fortemente positivo, buono, generoso, allegro e speranzoso. Morirà solo, cacciato da un bracconiere che bramava il suo “candido pellame”. Se per gli animali, Bhoot era inaccettabile, “sbagliato”, per gli uomini era tanto bello da meritare di morire. L’aspetto viene trattato da Serkis come se fosse una dannazione, una patina esteriore che attira a sé odio e crudeltà. La morte, scioccante, del piccolo lupacchiotto, offeso in un raptus di rabbia dallo stesso Mowgli, invoglia il protagonista a riprendere il suo ruolo di padrone della giungla. La crescita in Mowgli è repentina e interiore sebbene, al di fuori, egli appaia pur sempre come un ragazzino.

Anche nel cartone animato della Walt Disney viene trattata l’emarginazione, pur senza mai toccare le vette di sadismo inscenate da Serkis. I corvi che Mowgli incontra sul suo cammino si rapportano a lui poiché anch’essi si sentono esclusi.

"Mowgli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Maturazione: il Mowgli adulto e il ritorno alla civiltà

Sommers in “Mowgli – Il libro della giungla” decise di rendere la maturazione del protagonista plateale. Il cineasta statunitense, nel voler raccontare la storia di un Mowgli adulto, trasse ispirazione dalla figura di Tarzan, il quale, dal punto di vista letterario, fu a sua volta ispirato da Mowgli stesso.

Un giorno, Mowgli riceve la visita di una scimmia appartenente al reame dei Bandar-log, che gli sottrae il bracciale donatogli da Kitty. Mowgli insegue l’animale sino alle profondità della giungla nera, scoprendo Anuman, una mitica città repleta di tesori giunti da ogni parte dell'Asia. Qui, Mowgli s’imbatte in un imponente Orango Tango, sovrano dei Bandar-Log. Il primate troneggia sulle ricchezze e indossa sul capo la corona d’oro di Luigi XIV.  Sotto la “giurisdizione” di re Luigi vive Kaa, un pitone indiano. Kaa striscia come un anaconda di enormi dimensioni, celato sotto cumuli di tesori similmente ad un male tentatore quanto ripugnante. Il tremendo serpente sembra incarnare la condanna dell’avidità: chiunque peccherà di cupidigia e cercherà di profanare l’oro di Anuman morirà per “mano” sua. Una leggendaria città perduta colma di tesori è una fantasia molto cara a Sommers. Lo stesso ne “La mummia” trarrà ispirazione dalla sua Anuman per creare, cinque anni dopo, Hamunaptra, un antico sito di sepoltura in cui riposano le ricchezze dell’Egitto.

Sebbene Kipling avesse concepito le scimmie come una popolazione sovversiva ed ingovernabile, la Disney, nel 1967, creò il monarca Luigi. La figura di questo re torna a ripresentarsi nel remake live action del 2016. Il sire, in tale rivisitazione, possiede le fattezze di un mastodontico gigantopiteco, e brama di regnare su tutti i popoli liberi della giungla con il fiore rosso.

Baloo, Mowgli e Kitty in una scena del lungometraggio di Stephen Sommers

Mowgli recupererà il bracciale e, poco tempo dopo, rincontrerà Kitty. Riconoscendolo come l’amico che aveva perduto quando era bambina, Kitty accoglie Mowgli a palazzo, e lo istruisce. Le sequenze in cui il figlio della giungla impara a parlare, a leggere, a scrivere e osserva i fotogrammi riprodotti da un proiettore con il quale scoprirà il mondo e parte di ciò che si cela laggiù, lontano, al di fuori di lui, verranno reinterpretate dalla stessa Disney nelle scene del classico “Tarzan”, accompagnate dal brano “Al di fuori di me”.

La stessa Kitty svolge un ruolo molto simile a quello di Jane. Kitty è l’amore della vita di Mowgli, la traccia di un passato che egli rammentava appena e che continua a legarlo al mondo degli uomini. Restando nella città indiana, Mowgli impara molte cose di cui ignorava l’esistenza. La guerra, la violenza, le armi distruttive, la caccia senza limiti, le predazioni e le imbalsamazioni degli animali sconvolgono la coscienza dell’eroe che medita sulla cattiveria dell’agire umano. L’opera di Sommers, nella sua propensione a trattare la storia di Mowgli da un punto di vista antropocentrico, fa degli animali i garanti delle virtù, e degli uomini i veri nemici, coloro che commettono crudeltà e nefandezze, poiché i soli ad essere mossi dall’avidità. 

  • Shere Khan, da antagonista a giudice

Una volta fermati i folli propositi del vile Boone, Mowgli fronteggia Shere Khan come un suo pari e non come un usurpatore. Leggendo l’anima dell’uomo, la tigre sceglierà di non infliggergli alcun male. Ecco che Shere Khan muta, da antagonista diviene un guardiano, un giudice inclemente ma anche comprensivo per chi ha rispettato la legge della natura. Mowgli, diventato custode della giungla, sarà l’anello di congiunzione tra due regni finalmente accomunati.

Ne “Il libro della giungla” del 1967, Mowgli sconfigge Shere Khan con il fuoco. Essa, in tale versione, come desiderato da Kipling, rimane sino alla fine la massima avversaria del protagonista.

  • Un fiore rosso: fine

Sulle sponde di un lago, Kitty ritrova Mowgli: sarà adesso lei a porgergli un fiore rosso. I due si scambieranno un appassionante bacio. Con l’amore era iniziata la vita di Mowgli e con l’amore si è compiuta: la ruota ha finito il suo giro!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lo schiaccianoci" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Reinterpretazione personale della fiaba de “Lo schiaccianoci e il re dei topi” per la notte di Natale)

Non molto tempo fa, alle “radici” di un albero addobbato, giaceva, in piedi e zitto zitto, un giocattolo veramente speciale. A differenza degli altri regali, non era stato inscatolato in una confezione colorata. Qualcuno lo aveva poggiato per terra così com’era per far sì che venisse notato di primo acchito. Le illuminazioni si riflettevano su di lui ed esaltavano la scarlatta coloritura con cui era stato dipinto. Il volto del “balocco” vantava una forma bislacca, simile a quella di un grosso quadrato su cui erano stati dipinti, a mano, due occhi azzurri, un naso sottile e un paio di baffi scuri da sparviero. Esso teneva i denti in bella mostra, elargendo, a chiunque lo osservasse, un perpetuo e stravagante sorriso. La bocca poteva essere aperta e chiusa mediante un’apposita barra che spuntava dalla schiena. Tale giocattolo era, a tutti gli effetti, uno schiaccianoci. “Azionando” la leva, i duri incisivi frantumavano con facilità il guscio del frutto. Nulla sembrava turbare questo schiaccianoci. Permaneva immobile, irto sulle gambe con la sua bella divisa tempestata di gemme scintillanti come rubini.

Quant’era grazioso! Lo schiaccianoci ostentava l’eleganza di un piccolo principe, coraggioso e inamovibile dinanzi al pericolo. Aveva i capelli densi e bianchi, tanto soffici da ricordare i filati di lana. Dal mento “fioccava”, come della candida neve, un folto pizzetto affusolato. Sulla sua testa, svettava un cappello a cilindro rosso, adornato da una catenina d’oro. Stretto all’argentea cintura ricamata con elementi arabeschi, vi era un fodero dal quale emergeva la guardia di un fioretto. Quell’aura distinta e quel portamento diritto indicavano un qualcosa di misterioso. Quel giocattolo, fatto interamente di legno pregiato, doveva essere un valoroso cavaliere e non un comune frantumatore di noci.

Nell’ampio salone in cui “egli” sostava, vi era in atto un lauto banchetto. Dolci canzoni facevano eco da ogni dove, creando una magica atmosfera. Dalla cucina, effluivano gli allettanti odori di biscotti al cioccolato appena sfornati. Lo schiaccianoci percepiva i profumi attraverso gli esigui fori del suo naso, ricavato da un frammento di corteccia. Davanti ai suoi occhi si stagliavano le sagome di almeno due dozzine di invitati, tutti allegri e festanti. Lo schiaccianoci non era un ninnolo di minute dimensioni, a suo modo, tenendo ben ritta la schiena e accentuando la larghezza delle spalle, sapeva essere imponente, ciononostante, lì in basso, si sentiva insignificante al cospetto di quegli adulti, animati dal brio della festa. Avvertì la sensazione d’essere un irrilevante esploratore, avventuratosi in un sentiero popolato da giganti. Questi ultimi si scambiavano auguri, caldi abbracci e innumerevoli baci, sfiorandosi le gote. “Che confusione” - borbottò lo schiaccianoci con una voce fioca che a stento riuscì ad udire lui stesso. Del resto, non poteva di certo farsi notare. Tutto d’un tratto, gli si avvicinò una ragazzina. Lo prese in braccio e lo portò con sé.  “Oh, che bella!” - pensò lo schiaccianoci. Finalmente una creatura esile, delicata e gentile si era fatta avanti e lo aveva strappato da quel luogo fastidiosamente rumoroso. “Sarà lei la mia nuova padroncina?” - rifletté.

Clara, la timida bambina che aveva ricevuto lo schiaccianoci in dono dallo zio Drosselmeier, era rimasta affascinata da questo trastullo dal fervido colore vermiglio. Si sedette in poltrona e cominciò a tenerlo tra le sue braccia come fosse un bambolotto, fin quando lo zio la raggiunse.

Per mestiere, Drosselmeier fabbricava giocattoli ma era anche un costruttore di orologi. Egli somigliava ad un Geppetto d’altri tempi, ed il suo schiaccianoci ad un bambino di legno, un Pinocchio schietto ed incapace di mentire. Da buon giocattolaio, Drosselmeier era solito intagliare ed ottenere, da un ciocco di pino, una forma inanimata, seppur carica di significato estetico e artistico; da buon orologiaio, nelle sue creazioni, arrestava il tempo, infondeva staticità, catturando una sensazione felice nei sorrisi esternati dalle buffe faccine dei suoi giocattoli, instillando continuità ad un compito che un determinato giocattolo avrebbe dovuto svolgere, e rendendo eterno un gesto d’amore. Lo schiaccianoci non era stato plasmato dalla sua arte, eppure, in lui confluivano tutte le finalità volute dal signor Drosselmeier. Lo schiaccianoci, infatti, era sempre fermo quando doveva compiere un’azione costante, ovvero quella di rompere le noci; altresì, era “imprigionato” nella sua intenzione più ignota, vale a dire quella di ottenere la “libertà” e, infine, era stato eternato nel suo gesto d’amore segreto: il suo restare rigido per poter essere notato da una ragazzina di cui si sarebbe innamorato.

Lo schiaccianoci, suo malgrado, era schiavo di un compito gravoso e fiaccante. Lui, un principe, non voleva adempiere tale obbligo per sempre. Sbriciolare le noci per il resto della vita era una mansione ripetitiva e alienante, un po’ come quella che un baffuto personaggio di un’altra storia, chiamato Charlot, avrebbe dovuto svolgere in una fabbrica da lavoro in tempi, decisamente, più moderni. Spaccare noci non è poi tanto diverso dal finalizzare sempre le stesse mosse in una catena di montaggio, se le aspirazioni fantastiche di una vita sono tanto preminenti nelle anime e negli spiriti dei più sognanti.

Drosselmeier sapeva che lo schiaccianoci non era un giocattolo come un altro, ma volle tenere il segreto per sé. Dopotutto, Clara avrebbe scoperto quanto doveva quella stessa notte. Indugiò allora a parlare con la piccola.

 “Sai cos’è questo?” – domandò il giocattolaio alla piccina.

 “No!” – rispose sinceramente Clara.

Beh a prima vista è uno schiaccianoci, ma devi sapere che è anche un principe”. – confessò l’anziano signore.

Un principe?” – chiese la giovinetta. - “E di quale regno?” - incalzò subito dopo.

Ma del regno delle bambole, naturalmente. Devi sapere che quello da cui proviene è un mondo incantato, accessibile soltanto nei sogni più intensi” – sussurrò Drosselmeier all’orecchio della bimba, prima di lasciare un bacio sulla di lei fronte.

Clara cullò lo schiaccianoci per tutta la sera, cadendo poi in un sonno profondo. Riaprì gli occhi in piena notte e vide, stupefatta, l’albero di Natale che si faceva immenso, ergendosi a dismisura come una pianta verde fiorita da un fagiolo magico. L’angelo che sovrastava la cima non si vedeva più, poiché l’albero era divenuto ciclopico come un castello, ed era cresciuto sin oltre il tetto della casa, tanto da accarezzare il cielo stellato. Subito dopo, Clara si rese conto che tutti i mobili della casa erano alti, possenti, capienti da far paura. La già ampia camera era divenuta, ai suoi occhi, sterminata. Ma era tutto cambiato oppure era stata lei a rimpicciolirsi senza alcun motivo? Clara si sentì minuscola, come una bambola vestita di rosa. Vide poi il suo schiaccianoci, fermo, alle radici dell’immenso abete, splendente di luci e festoni colorati. Oramai avevano entrambi la stessa altezza, come se un incantesimo avesse esercitato le proprie arti per congiungerli.

Ombre silenti, imprecisate e rapide come un battito di ciglia, si erano ammassate negli angoli bui della stanza. Digrignavano i dentoni sporgenti, grattavano i muri con le loro unghie affilate come lame e scuotevano le code a mo’ di eliche vorticose. Erano topi da battaglia, entrati in casa e decisi a balzare sullo schiaccianoci ancora inerme.

Maestà! Maestà!” - si udì un coro echeggiare dalla vetrina in cui Clara era solita custodire le sue bambole. Tutte loro avevano preso vita e volontà, dibattendo le loro manine sui vetri per destare il loro sovrano, finalmente giunto.

Padroncina! Padroncina!” - sbraitavano – “Salvate il nostro principe” – proseguivano all’unisono.

Com’era fiero lo schiaccianoci nella sua postura. Restava sugli attenti come un tenace soldatino di piombo. Tuttavia, non poteva essere quel soldatino tanto famoso! Lo schiaccianoci aveva entrambe le gambe e nessuna baionetta tra le mani. Clara, tremante perché i topi erano in agguato, si portò vicino a lui, come una ballerina di carta desiderosa di danzare col suo amato soldatino. Quando sentì la dama così vicina da poterla sfiorare con le sue mani di legno, improvvisamente, lo schiaccianoci vivificò, iniziò a muoversi, a parlare, dimostrando a Clara d’essere vivo. Sullo schiaccianoci gravava, infatti, un’oscura maledizione, scagliata dalla regina dei topi. La sua triste storia fu presto rivelata: lo schiaccianoci, un tempo, era un ragazzino, tramutato in giocattolo dalla perfida megera dei ratti.

Con l’arrivo di Clara, la sola a confidare nel fantastico e a provare affetto per lo schiaccianoci, l’incantesimo cominciò a sciogliersi. Lo schiaccianoci, dunque, brandendo la sua spada, affrontò il re dei topi, accorso in testa al suo esercito di sozzi roditori per fermare la magia buona scaturita dalla fanciullina. Lo schiaccianoci prevalse sul malvagio despota, riassumendo sembianze umane. Porgendo la mano alla sua adorata, il principe la invitò ad accompagnarlo sin dentro quell’ammaliante illusione, precisamente nel regno della foresta innevata, laggiù dove la fata dei dolci li stava attendendo con impazienza. Colma di gioia, Clara acconsentì, incamminandosi verso la coltre bianca, oltre i confini della dimora oramai svanita. Laggiù, dove tuttora risuonano melodie celestiali, e ogni fiocco bianco disceso dal firmamento danza nell’etere, seguendo le arie di un valzer di neve, Clara e lo schiaccianoci si innamorano l’un l’altra. Decisero allora di concedersi un ballo. Lei lo abbracciò, cingendolo con le braccia; intrecciò poi il proprio sguardo con quello del principe e i due si persero nei rispettivi occhi pieni di sentimento. Lui, di colpo, la sollevò verso l’alto, dove la levità di un soffio subitaneo carezzò il viso arrossito di Clara.

L’amore, all’inizio, è una luce fioca, che vive di impulsi e brevità, che si accende e si spegne come l’illuminazione intermittente di un albero di Natale, e che poi, consolidatasi, diviene stabile, accesa, radiosa come un raggio sfavillante. L’amore nasce dall’incontro inaspettato, si genera da un lampo improvviso che precede il tuono rimbombante di un colpo di fulmine. L’amore è tenue, e germoglia nelle essenze eteree di due batuffoli di neve che vengono dondolati dal vento ma che non si allontanano, volteggiando e dando concretezza ad un passo di danza che si consuma tra i meandri di una boscaglia cosparsa di candore. L’amore è robusto come il legno più duro, eppur fragile, scalfibile e delicato come la pelle immacolata di una ragazza vera. Esso è una composizione musicale che cadenza l’incedere danzate di un principe e di una principessa; è tutto ciò che, nella dimensione onirica della notte di Natale, vivono insieme Clara ed il suo schiaccianoci.

L’indomani, al sorgere di un nuovo giorno, Clara si risvegliò nel suo letto, rimembrando quel sogno vivido ed indimenticato, ma del suo schiaccianoci non vi era più alcuna traccia. Alla porta bussò lo zio Drosselmeier, seguito dal nipote ritrovato, un giovane che indossava una giacca rossa.

Buongiorno, Clara” – disse lui, accennando un sorriso.

Buongiorno, mio schiaccianoci” – sussurrò lei.

Molte notti dopo, quel mondo ovattato tornò a materializzarsi nei sogni dei due protagonisti, oramai grandi e desiderosi di convolare a nozze. Ascenderanno al trono di re e regina del reame delle bambole.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Solitario, nella notte, passeggiava col suo classico portamento fiero. Era un uomo di buon costume, elegante, vestito a modo, educato, distinto nei modi e garbato nei toni, così dava l’impressione d’essere, eppure quella scarpinata virtuosa faceva presagire un carattere indomito, forse attaccabrighe.  L’uomo in questione “calzava” sul capo un vistoso cappello adornato con piume d’uccello, dal quale si scorgevano fluenti capelli corvini che scendevano giù sino a lambire le larghe spalle. Celato dalle tese del cappello riverso su di un lato, permaneva per qualche attimo il suo volto, ornato coi baffi folti e il pizzetto incolto. Una mano sostava su di un fianco, l’altra era occupata a regger l’impugnatura di una spada da moschettiere, raccolta in un fodero stretto alla cinta di questo misterioso “cavaliere”.

Cyrano - 8 gennaio 1898

 

Da lontano, qualcuno, in maniera imprudente, vedendolo per la prima volta avanzare con passo altero, avrebbe anche potuto farsi l’idea di osservare la sagoma di un uomo tracotante. Mai prima impressione si sarebbe rivelata più errata. L’uomo suddetto era un guascone spadaccino, conosciuto col nome di Cyrano de Bergerac (Gerard Depardieu offrì una straordinaria interpretazione del Cyrano nell’omonimo film francese del 1990). L’andatura di Cyrano era altezzosa come il procedere di un nobile cervo, perché in quell’incedere tronfio egli faceva emergere lo sprezzante ardore del suo carattere audace e indomabile.  Il suo spirito non si sarebbe mai piegato ad alcun sopruso e, pertanto, egli lo manteneva all’insù, come a voler rimarcare costantemente il suo credo e il suo temperamento nell’innalzarsi oltre ogni mediocrità e sopra qualunque compromesso. Cyrano era solito volgere lo sguardo al cielo, a rimirare le stelle. Il chiarore promanato dalla luna infondeva lucentezza al suo animo, sino a folgorarlo con fulgida ispirazione. Era per tale motivo che, quando faceva sera, i versi poetici, i giochi di parole e le frasi forbite e argute del Cyrano fuoriuscivano in gran quantità dalla sua bocca, spinti dalla mano di una musa cristallina come la luce che scintilla nel cielo, rotonda e ammaliante, carica di sentimento e vigoria proprio come una luna piena al suo ultimo ciclo.

Per i più, Cyrano era un eroe romantico da ossequiare con riverenza. Ancor più che del suo atteggiamento apparentemente protervo, una cosa del suo aspetto non poteva mai passare inosservata. Com’è che si dice nel parlare comune quando vogliamo sottolineare che una determinata persona ha, tra le sue molteplici qualità, giudizio e intuito? Ah sì, diciamo che quella persona “ha naso”. E’ per tale ragione che credo fermamente che molti, tra coloro che conoscevano Cyrano, avranno detto, almeno una volta nella vita, che egli non poteva che vantare un’invidiabile perspicacia, mentre altrettanti suoi contemporanei avrebbero poi proseguito dicendo che egli aveva persino “giudizio”. Riesco io stesso a immaginare cosa si domandassero coloro i quali posavano uno sguardo, per nulla indiscreto, sul volto del nobile cavaliere: “avrà un gran fiuto per gli affari?” - E ancora, taluni si saranno chiesti - “dovrà pur avere un olfatto sviluppatissimo, tanto da riuscire ad avvertire un gradevole effluvio a grande distanza!”- . Ebbene sì, Cyrano aveva un naso alquanto proteso. Non era soltanto ingentemente “appuntito” come il terminale di una spada, o corposo come un tubero informe. Il suo naso era, invero, pronunciato, d’effetto, così come lo erano le sue straordinarie rime, e prorompente come il suo spirito straripante di vitalità. Leggendaria era la sua abilità come schermidore, mitizzata la sua dialettica con la quale si faceva beffe dei prepotenti e degli usurpatori del suo onore, ma, suo malgrado, ancor più famosa era la mole del suo naso.

  • Cyrano, il classico

All’apparenza, del suo stato peculiare Cyrano non se ne curava, ma quando giaceva in solitudine, a stento tollerava. Quella sua sporgenza nasale era oggetto di scherno ma anche occasione per ottenere rivalsa sui violenti, veicolo per vendicare gli insulti dei cruenti. Senza dar mai ai suoi nemici compiacimento, Cyrano, in gran segreto, sopportava un patimento. Deturpato da quel suo naso a piede che sempre d’un quarto d’ora, ovunque, lo precede, il guascone, a suo pronunciato, era consapevole di poter amare senza mai esser ricambiato. E infatti Cyrano amava, amava tanto profondamente da sentirsi impaurito, come se il suo animo si fosse incamminato nei meandri di un idillio, smarrito. Cyrano adorava, ma era inevitabile, la più bella, la più fine, colta e brillante, la più dolce e, a suo detto, la più signora, oh quante virtù, neanche fosse il vaso di Pandora. Colei che corrispondeva a una descrizione tanto dolce e carina era Rossana, sua cugina.  Ma lo spadaccino si guardava bene dal cadere in illusione, quale possibilità poteva mai avere? Con quella sua protuberanza non poteva nutrire alcuna speranza. Un sognatore per volontà lui era, ma altresì un anacoreta non per scelta, in un’esistenza coraggiosa ma assai modesta. Eppure, egli, in un modo o nell’altro, voleva esternare all’amata i suoi sentimenti, come fulgide parole per troppo tempo celate e, finalmente, non più inconfessate. Una sera speciale, Cyrano si era nascosto all’ombra di un cespuglio, fingendosi qualcun altro, e faceva echeggiare le sue parole, tracimate dal cuore, alla volta della balconata dove stava ad ascoltare la sua adorata.

Le sue rime si levavano dal basso e salivano verso l’alto come volessero prender d’assalto. Proprio nell’invisibilità Cyrano conquista la fanciulla, facendosi strada tra le tenebre, potendo contare solamente sui biondi capelli della ragazza, fiaccole accese in lontananza. Nascosto nel suo mantello, Cyrano diviene un’ombra che declama, Rossana l’eco di un’aurora che acclama.

Dietro un verso ed un parlato si occulta un amore mal celato. In fondo cos’è un bacio se non un apostrofo rosa messo tra un “t’amo”? Oh, quanto avrebbe voluto Cyrano dar consistenza a quell’apostrofo tanto mistificato, dando fine al suo proferire sulle labbra di Rossana, l’innamorata da lui venerata. In un corteggiamento sempiterno, il prode dà forma ad un’essenza intangibile. Quando Rossana scoprirà chi era il vero mandante delle lettere d’amore, l’artefice dei suoi sogni, si ravvedrà, nell’attimo in cui Cyrano morrà.

"CD" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Roxanne, il moderno

In una particolarissima rilettura del “Cyrano” di Edmond Rostand, il prode spadaccino, oltre ad essere un raffinato poeta, un malinconico e inguaribile sognatore, un romantico funambolo della parola, è anche un vigile del fuoco. In “Roxanne”, lungometraggio cinematografico del 1987, Cyrano de Bergerac (Steve Martin) vive nella modernità del nostro tempo e si fa chiamare semplicemente CD. In città, tutti conoscono CD e lo stimano per la sua schietta spavalderia. CD vanta anch’egli, come da tradizione, un naso spropositato e sebbene finga di non dargli alcun peso, soffre della sua malformazione fisica. Egli indossa metaforicamente una “maschera”, fingendo d’essere una persona ironica e sicura di sé, mascherando così la sua mestizia interiore. Un bel giorno, in città giungerà la bellissima Roxanne (Daryl Hannah), la donna di cui CD si innamorerà perdutamente.

La pellicola segue la vicenda dell’opera teatrale originale ma dona al suo personaggio principale la gioia di un lieto fine. CD non porta alla cintola una spada. D’altronde, non è più uno spadaccino. Egli non risolve le sue dispute sfidando i prepotenti e infilzandoli al termine di una singolar tenzone. Non può più spingersi e infliggere il suo micidiale tocco sino al “fin della licenza…”, nelle sue nuove vesti trionfa sui truci con il solo potere della parola.

CD è un personaggio la cui arte oratoria costituisce un’arma tagliente che ferisce più di una spada affilatissima. Ma è il suo spirito malinconico ad essere maggiormente evidenziato in questa commedia impregnata di un magico quanto dolce lirismo. Egli vive nella rassegnazione, poiché crede che l’estro delle parole scritte e la delicatezza dei versi declamati non possano in alcun modo occultare i difetti esteriori. In altre parole, CD porta sempre con sé la paura che la sua purezza d’animo e la sua profondità intima non potranno mai superare, agli occhi dell’amata, la bizzarria del suo naso oblungo.  Con immenso stupore, invece, Roxanne ammetterà di ricambiare i sentimenti di CD, il quale realizzerà così il suo desiderio più grande: riuscire a farsi amare anche per il suo aspetto, per il suo vero essere.

Un destino non agguantato dall’originale Cyrano, caduto poco prima d’assaporare la tersa felicità in un agguato. Egli voleva vivere fortemente l’amore che il suo cuore da poeta agognava ardentemente. Sotto un raggio d’argento, quando Cyrano mirava un cavaliere passeggiare a braccetto con l’amata, egli, in egual maniera, desiderava camminare con la sua Rossana nel tondo della luna, non più con passo curato bensì sciolto, come quello di un innamorato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Liv Tyler - Arwen Undómiel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era scesa la notte e una pioggia lieve cadeva giù dal cielo su di un bosco “addormentato”. “Pioggerella di primavera…” recitavano alcuni versi intonati dagli animali della foresta nel capolavoro della Walt Disney “Bambi”. Grosse gocce, simili a lacrime di rugiada, custodite dalle verdi foglie, si mescolavano all’acqua piovana che veniva giù disperdendosi nel soffice sottobosco. Un lampo nel buio e il sopraggiungere di un fragoroso tuono presagivano che la pioggia avrebbe aumentato la sua intensità. Quello a cui il piccolo cerbiatto Bambi assistette, spaventato, era per lui il primo pianto del cielo. Nulla faceva prevedere alcun temporale in quel momento in cui il sole volgeva al tramonto. Fu soltanto una “tempesta” di breve durata, l’indomani tornò la quiete. La primavera infondeva vigoria in ogni dove, e la prateria su cui poi Bambi avrebbe mosso i suoi primi passi era rigogliosa e piena di vita. E’ questo, dopotutto, che rappresenta la primavera: una natura viva, palpitante, ricca di colori e dall’impareggiabile bellezza.

La donna è primavera! Se dovessi concedere, o meglio attribuire alla figura della donna una delle quattro stagioni che cadenzano il ciclo annuale della nostra vita non potrei che scegliere la primavera. Fu proprio la stagione primaverile ad allietare e accogliere la nascita della più bella tra le donne cui fanno cenno i miti greci, colei che giunse dal mare.

Come riportato dalla Teogonia di Esiodo, a scuotere il mare e a miscelare il seme della vita con l’acqua salmastra fu un evento tumultuoso ed efferato (la morte di Crono), un accadimento violento e inaspettato, come il sopraggiungere di una pioggia torrenziale al termine di una gradevole giornata primaverile. Dalla spuma del mare fu generata Afrodite, la più bella donna su cui gli occhi dei mortali e degli dei avessero mai posato lo sguardo. Nello stesso nome greco fu contenuta, in parte, la sua peculiare nascita: ἀφρός - aphrós significa, appunto, “spuma”. Afrodite emerse dalle acque marine con la sola sua rosea e immacolata epidermide. Sempre nuda toccò, lievitando, la superficie interna di una grossa conchiglia schiusa, la quale resse la sua corporalità eterea. La nascita della dea venne esaltata dal Botticelli che ne eternò la bellezza della dea in una tela d’ineguagliabile raffinatezza artistica. Afrodite, in tale rappresentazione, si eleva e i marosi che increspano i confini della conchiglia paiano non riuscire neppure a sfiorarla. Zefiro desta in lei il soffio della vita immortale e un’oreade, che incarna la mutevole stagione della primavera, fluttua verso la dea nell’atto di vestirne il corpo con un mantello, ove sono impresse primule, rose e mirti. Venere intanto cerca di coprirsi con le mani salvo poi lasciare, forse volutamente, scoperto un seno. Soltanto le lunghe ciocche dei suoi folti capelli rossastri le coprono il ventre.

"Nascita di Venere"

 

La nascita di Venere è sovente paragonata ad un’altra opera del Botticelli, ovvero “Primavera”. La magnificenza di Afrodite, dea della bellezza e dell’amore nonché canone classico e assoluto della bellezza femminile, è per l’arte pittorica metafora di primavera. Tradizionalmente, si potrebbe dunque affermare che la bellezza della donna è portatrice di una particolare grazia terrena che ha foce nella stagione ove la natura si ridesta. La primavera, con le sue brezze rinfrescanti, con quel suo clima mite, i suoi prati verdi e i fiori dai mille colori, dopo il gelo dell’inverno e le sue giornate limpide e terse, dona sollievo agli affanni, ravviva il paesaggio e offre speranza all’animo umano. La donna emana il suo fascino come il sole irradia i suoi caldi raggi, è dolce come un’arietta fugace che giunge da est, e sa essere forte come un ruscello che sgorga da una sorgente cristallina, e prosegue in crescendo fino a perdersi a valle in una calda giornata. La primavera è efflorescenza, nascita. Sono le donne ad essere garanti di un miracolo, e soltanto loro possono far germogliare la vita. Le donne rendono possibile la fioritura dell’esistenza, non soltanto attraverso l’atto del parto ma anche mediante le amorevoli cure che solo una madre sa rivolgere alla creatura che ama, ad un figlio, sia da lei stessa concepito o allevato come tale.

Come Afrodite, concepita nel racconto e proliferata nel mito fantastico, sono donne nate e vissute nella fantasia, nell’arte e nel cinema quelle di cui vorrei parlare.

"Jessica Rabbit", icona animata d'incontenibile bellezza e d'irresistibile seduzione. - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Donne da ritrarre: con un pennello o una cinepresa?

Sebbene Botticelli non poté realmente contemplare dal vero la soavità di Afrodite così da ritrarla in una tela, egli riuscì a dare corpo e vivezza a una meraviglia da lui mirata forse in un sogno. Poté, lasciandosi trasportare dal richiamo della mente, tratteggiare le generose forme della dea, plasmare la naturalezza di un concepimento celestiale, e dare corporalità ad un essere spirituale. E’ in tal modo che ancora oggi, in un testo in prosa, in un componimento poetico o in un dipinto cerchiamo di rendere visibile l’idea di donna, tanto perfetta è la sua consistenza da meritare d’essere descritta, osannata e ritratta. La bellezza della donna è impossibile da includere in una descrizione estetica che possa fungere da illustrazione generale e assoluta. Tali bellezze travalicano le doti riassuntive di qualunque scrittore tenti anche solo di enumerarle. Che abbiano labbra pronunciate o sottili, che vantino forme prosperose o marcatamente ridotte, e che i loro volti siano cinti da capelli biondi, mori o scarlatti, la bellezza femminile fugge da concetti univoci, ed è sempre sinonimo di seduzione, intrigo, intelligenza, forza, caparbietà e astuzia. Tali caratteristiche estetiche e psicologiche hanno permesso di fare della donna soggetto ideale nell’arte e nel cinema di ritratti complessi e sempre differenti. Nulla è più bello di una donna! Come si tenta d’ammirare le impercettibili venature di colore lasciate da una pennellata su di un quadro impressionista, in egual misura dovremmo osservare le donne, e indagare i segreti eclissati nei colori dei loro occhi.

"Gal Gadot - Wonder Woman" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. La supereroina DC Comics è l'emblema dell'eroismo femminile forte e indomabile. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

In quanti modi possono essere ritratte e pertanto ammirate le donne? Con colori a tempera o ad olio su una tela, con pastelli, a china o in chiaroscuro su di un foglio di cartoncino bianco. Altresì possono essere ritratte dal vivo, in quanto “vere”, filmate e immortalate tra i limiti scenici di una macchina da presa. Quanti ritratti di donne sono custoditi nel museo del cinema? Innumerevoli! Nella storia della settima arte il fascino di una donna dalla candida epidermide e dalla bionda chioma sedusse un colossale gigante nato su di un’isola e morto per lei in una fredda città.  Una giovane, vissuta nella povertà, poté beneficiare del dono di una fata per recarsi ad un ballo che si svolgeva in un salone regale e che avrebbe dovuto finire prima della mezzanotte. Ancora, una donna, da madre, si trasformava in una giovane e libertina teenager davanti agli occhi di un attonito figlio che aveva, inconsapevolmente, fatto un balzo indietro nel tempo. Il cinema fantastico ha raccontato storie di donne innamorate, una tra loro cadde addirittura preda di una maledizione che l’obbligava a trasformarsi ad ogni sorgere del sole in un falco. Ma la stessa arte filmica ha narrato le gesta di eroine audaci e indomabili. Come poter non rammentare la riccia Ellen Ripley, una delle più grandi eroine del cinema, quando affrontava con ardore la paura provenuta dallo spazio remoto in “Alien”. In una delle sequenze più sensuali, Ripley si liberava dei vestiti, restando solamente con una canotta striminzita e trasparente e un intimo che le copriva il ventre, prima d’indossare la tuta spaziale per combattere la creatura nota come Xenomorfo. L’erotismo sensuale di un corpo statuario femminile veniva amalgamato, nell’opera di fantascienza di Scott, con la furia combattiva di una donna vigorosa.

"Daryl Hannah è la sirena Madison" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui. E ancora cliccando qui.)

 

Ancora nel cult del 1984 “Splash – Una sirena a Manhattan”, Madison, una sirena dai lucenti capelli color oro, emergeva dai fluttui, irradiata da una luce di vaga provenienza. Madison era una donna eterea, che camminava sulla terra nuda come sospinta dalla brezza, e capace di compendiare nella sua essenza all’unisono il regno del mare e quello della terraferma. Una giovane libera e straordinariamente intrepida, innocente e magnificamente romantica che accetta di sottostare a degli inevitabili e gravosi rischi pur di poter vivere un amore apparentemente impossibile con un umano. Figure femminili di un genere di narrazione fantastico ma capaci di ritrarre su di esse i connotati di donne splendide, illuminanti e pertanto decisamente vere.

 

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Gli artisti più talentuosi, sin dai tempi antichi, hanno tentato di catturare la giovinezza della propria compagna e di trasfonderla in eternità. Alcuni di loro avranno voluto ritrarre la loro sposa più volte nel corso della vita, e avranno poi carpito la spontaneità di una ruga tanto da renderla testimonianza del tempo passato, di una vita trascorsa al fianco di quella stessa donna dipinta dapprima da ragazza e in seguito da consorte matura. Nel capolavoro di James Cameron “Titanic”, un ritratto, rinvenuto sul fondo dell’oceano e sfuggito alle gelide acque per circa 84 anni all’interno di una cassaforte, diventa prova ammirabile di un amore mai estinto, traccia di un passato che non ha mai smesso di possedere significato sul futuro della donna protagonista della storia. Il ritratto realizzato dal protagonista, Jack Dawson, ha reso eterna una bellezza di donna scrutata con rossore dall’amato per una notte soltanto. Nel cinema d’animazione, il disegno è divenuto mutevole, e il tratto, che dona movimento ad una figura, perpetuo.

"La sirenetta Ariel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

E’ certamente impossibile riuscire a parlare di tutti i personaggi femminili che presero vita grazie al volere di artisti e animatori nel cinema di genere. Mi sovvengono alla mente, in particolare, Ariel e Belle, rispettivamente de “La sirenetta” e “La bella e la bestia” della Walt Disney. La prima, una sirena che aspira a diventare una donna completa, un personaggio nato dalla proliferante e geniale mente dello scrittore Hans Christian Andersen, reinterpretata al cinema in una veste più ingenua ma adorabile. La sirena dai fluenti capelli rossi muove dal mare proprio come Venere, però non cammina su di una grossa conchiglia, ma nuota con la sua coda verde, non è nuda ma si serve di due conchiglie per coprirsi il seno. Belle, mora e dagli occhi castani, dama sognante, lettrice affamata di parole e insaziabile di libri, è colei che vede quello che l’apparenza occulta, ciò che la mostruosità nasconde.

Belle, col suo amore, salva la vita all'amato e spezza la maledizione. "La bella e la bestia" sono illustrati da Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Muse ispiratrici

La donna, intesa in senso lato, è stata spesso entità ispiratrice. Un’essenza ineffabile, specie per coloro che non poterono mai averla e idealizzarono la sua immagine. La sola rimembranza della donna amata e mai dimenticata ha scaldato il cuore di chi, volgendo lo sguardo alla luna, traeva ispirazione per comporre un sonetto o un canto poetico. Le nove muse della mitologia greca erano tutte donne e ognuna di esse preservava un campo specifico dell’arte. Erano le donne, ancora di fattezza divina, a instillare la dovuta ispirazione nel cuore dei poeti. Divenivano l’impalpabile mano che guidava il polso dello scrittore, la penna astratta intinta nell’inchiostro. Senza di esse l’arte, concepita come l’eterna magnificenza del divino, non poteva essere veicolata nel mondo dei mortali. Senza quelle donne, contornate d’immortale sostanza, la commedia, la tragedia, la musica, la danza e persino la poesia epica non sarebbero state trasfigurate dall’etereo al tangibile. Nella settima arte, nel cinema del Novecento e ancora in quello contemporaneo, la donna continua a mantenere lo status di musa per chi ha occhi per continuare a notarlo. A tal proposito, mi soffermo a pensare ad una sequenza in particolare de “Il postino”. Il protagonista Mario si è invaghito perdutamente di Beatrice, una donna notata in un’osteria del paese in cui vive. Il postino chiede allora al suo amico, un certo Pablo Neruda, di scrivere una poesia da poter consegnare alla donna. Mario, per quanto si sforzi, non si sente in grado di trascrivere, sotto forma di costrutto poetico, quello che sente per Beatrice. Il saggio Neruda, tuttavia, lo mette in guardia dalle varie “Beatrici”: esse fanno proliferare amori profondi, inestinguibili come fiamme ardenti che avviluppano. Per tale ragione, non possiamo non citare il destino dell’Alighieri.

Chissà se Mario avrà poi realizzato che le “Beatrici” sono anche le sole anime a condurci attraverso le porte del Paradiso, a farci calcare un suolo fatto di pascoli di nuvole, perché quelle donne che portano questo nome possono rivelarsi anime pure, terse e magnanime, come la donna per sempre amata da un fiorentino che risponde al nome di Dante Alighieri. Poco importa se lo ha ricordato, Mario viene completamente influenzato da Beatrice e, da lei ispirato, comincia a dedicarle poesie d’amore, versi traboccanti di sentimento, e carmi elogiativi. Conquista la donna con le metafore, quale ironia, lui, un uomo di umili origini che fino a poche settimane prima non sapeva nemmeno cosa fossero le metafore che ha imparato ad usare sotto l’influsso di una musa ispiratrice, posta a guida delle sue parole. Quando Neruda chiederà poi a Mario di nominare una delle tante cose belle della sua incantevole isola a lui non verrà in mente nulla da dire, eccetto il nome della sua innamorata: Beatrice Russo. Quanto una donna può ispirare un uomo, e può renderlo una persona migliore? E’ forse uno dei tanti insegnamenti trasmessi dalla poesia, parafrasata in questo lungometraggio.

I primi minuti di “Up” raccontano la storia d’amore durata un’intera vita tra Carl ed Ellie. La morte inaspettata della moglie getta Carl in un disperato sconforto. Sarà per lei che l’anziano e burbero signore deciderà di rendere concreto un sogno che i due covavano da tempo ma che non erano mai riusciti a render vero: raggiungere le Cascate Paradiso. Per “volare via con lei”, Carl lega centinaia di palloncini al tetto della loro casa, cosi da riuscire a sradicarla dal terreno e a farla volteggiare verso le Cascate. La donna, la quale ha lasciato un ultimo messaggio su di un album fotografico che ripercorre tutte le fasi essenziali della loro vita, esorta l’uomo a vivere una nuova fase della sua vita. Ellie, dopo essere stata per Carl la sua sola compagna di vita, diviene anche la sua ispirazione a “volteggiare” via dalla normalità e a godersi una nuova avventura, vissuta con la stessa intensità di un tempo. Quella della donna è per Carl un’ispirazione talmente grande da sollevarsi dal suolo e volgere in alto verso il cielo azzurro come un palloncino variopinto gonfiato a elio.

Ma l’ispirazione che una donna può trasmettere in un uomo può assumere varie forme e albergare nel cuore in tutt’altri modi. L’ispirazione può fondersi con la motivazione in un connubio inscindibile. Il personaggio di Arwen Undomiel de “Il signore degli anelli”, tanto nel romanzo quanto nella trasposizione cinematografica di Peter Jackson, nella quale ha assunto giustamente un ruolo di maggior spessore rappresentativo, è la figurazione dell’amore inteso come motore di vita, come spinta motivazionale necessaria. Senza il rinfrancante ricordo di Arwen, Aragorn non avrebbe combattuto con l’egual veemenza nelle battaglie che decisero il destino della Terra di Mezzo nell’opera di J.R.R. Tolkien. Se il ramingo fosse stato privato della possibilità di sposare la dama di Gran Burrone non avrebbe mantenuto la medesima fermezza nel voler ascendere al trono di Re di Gondor. Arwen è musa ispiratrice, incarnata nel corpo angelico di una elfo femmina di sublime beltà. Viso dolce e cinto da capelli corvini, guance delicate alla sola vista e somiglianti alla bianca porcellana, occhi cerulei come il cielo senza nuvole. Arwen è descritta come fosse un incanto, come se avesse reso tangibili le parole dei canti elfici che permettono a coloro che le ascoltano d’immaginare completamente le meraviglie che odono.

Oltre che meritevole di una bellezza adamantina, Arwen è, come reinterpretata dal regista neozelandese, donna audace, combattiva, in grado di fronteggiare con ardore cavalieri neri di tenebrosa natura. Arwen è una donna che rinuncia all’immortalità della sua razza per amore. Quanto coraggio può essere rinvenuto in un simile atto? Amare così profondamente da scegliere di vivere soltanto un’era del tempo degli uomini quando avrebbe potuto vivere per sempre. Cos’è l’amore se non la scelta coscienziosa d’accettare un sacrificio senza pentimento alcuno, per poter beneficiare di una gioia che si rivelerà essere ancor più grande?

Arwen rinuncia alla vita immortale per poter vivere una vita mortale, e dalla cessazione di un’esistenza eterna trova il modo di generare un’altra vita col proprio sposo, lei che, come mostrato nell’adattamento cinematografico de “Il ritorno del re”, appellandosi inaspettatamente al dono della preveggenza ereditato dal padre, ha veduto la vita dove sembrava campeggiare solo la morte. Arwen ha fatto germogliare l’amore per Aragorn e la vita per i suoi figli da un terreno arido e pertanto non fertile, oppresso dalla malvagità di Sauron. Ha portato luce scacciando l’oscurità. Per me una meraviglia femminile senza eguali.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Passeggiando per le vie di Manhattan, dopo aver fatto shopping da bloomingdale, una donna dai ricci capelli d’oro chiede all’amato quali siano i nomi femminili inglesi più belli. La giovane era desiderosa di scegliere un nome per se stessa che fosse pronunciabile nella lingua madre del compagno. Per tale ragione comincia a chiedere all’uomo di elencarle tutta una serie di nomi in modo da poterne scegliere uno – il migliore – insieme. “Beh…ce n’è sono migliaia” - pensò subito il giovane, e iniziò ad elencarli. Jennifer, Joanie, Hilary e Linda furono i primi nomi che iniziò a proferire. D’un tratto, l’uomo si fermò per un istante e si chiese: “dov’è che siamo?! Ah sì, Madison…”.  Prima che proseguisse nella sua elencazione, la ragazza lo interruppe bruscamente - “Madison! Mi piace Madison!” -  L’uomo scoppiò a ridere incredulo – “Ma Madison non è un nome…” - disse. In effetti la parola Madison era scritta su un’insegna stradale sita a pochi passi da loro, indicante il viale “Madison Avenue”. La ragazza parve dispiacersi. Allorché l’uomo le aggiunse prontamente: “Va bene, vada per Madison”. Sul viso della giovane tornò il sorriso, felice di aver scelto un nome che le piaceva così tanto da renderla ancor più “definita” agli occhi del fidanzato.

Madison è un bellissimo nome, di certo inusuale, anzi per la donna che per prima lo scelse era decisamente originale, unico, come unica, d’altronde, era lei stessa, dolce e bella da togliere il fiato. L’angelica bellezza di quella dama che si aggirava tra le strade di Manhattan non poteva che essere battezzata se non con un “epiteto” speciale. Ma chi era, in verità, Madison? Era Daryl Hannah!  Così si chiamava, e si chiama tuttora, la ragazza che stava donando la propria immagine a quel personaggio che aveva scelto un così singolare nome per se stessa. Era il 1984 e Daryl Hannah era Madison, una sirena innamorata a New York.

Daryl Hannah nacque a Chicago, nell’Illinois, il 3 dicembre del 1960, figlia di Susan, una produttrice polacca, e di Donald Hannah, capo di una società di rimorchiatori e chiatte da carico. Daryl era una ragazzina estremamente timida e riservata. Era così taciturna da bambina che le fu diagnosticata una lieve forma di autismo. La mamma decise di ritirarla dalla scuola per un anno e di lasciare che la figlioletta vivesse per un po’ nel suo piccolo mondo, rifiutando i consigli dei medici, i quali avevano consigliato il ricovero in un istituto specializzato. Daryl amava dondolarsi, osservare e rifletterci su. Sempre con fare introverso, guardava la realtà che si snocciolava intorno a lei. Sebbene cresceva isolata dagli altri bambini, Daryl conosce i suoi primi amici, ovvero i personaggi fittizi dei film, e trova rifugio nel magico mondo del cinema. In quegli anni Daryl soffriva anche d’insonnia e trascorreva molte notti dinanzi al piccolo schermo, a guardare quanti più film poteva. Quando vide “Il mago di Oz” s’innamorò di quella realtà immaginaria. Provò persino ad avvicinarsi al televisore nel tentativo di varcare lo schermo ed entrare in quel mondo fantastico. Fu in quel momento che nacque la sua passione per il fantasy, e si accese in lei, come per incanto, la voglia di diventare un’attrice. La madre, infine, trascorso un anno rivelò di aver avuto ragione a non seguire il parere dei medici. E così fece che la figlia piano piano si reintegrasse nel mondo circostante. Daryl le fu eternamente grata: grazie alla lungimiranza della madre poté seguire la sua aspirazione. Daryl ha poi frequentato la Francis W. Parker School, e in seguito ha deciso di iscriversi alla University of Southern California.  Prima di esordire nel mondo del cinema ha studiato danza e recitazione.

L’arte della recitazione diventa per lei l’opportunità di valicare i confini di una nuova realtà nella quale può intuire anticipatamente come muoversi, così da superare, con maggiore facilità, la sua timidezza. I personaggi sceneggiati hanno per lei il vantaggio di essere pre-costruiti, così da poterli studiare e renderli, al contempo, naturali, aggiungendo quel tocco interpretativo che solo lei saprà in seguito conferire.

L’esordio assoluto per Daryl Hannah arriva nel 1978 quando, diretta da Brian De Palma, è nel film “Fury”. Da allora e per i successivi decenni si farà dirigere da registi quali Ridley Scott, Ron Howard, Ivan Reitman, Oliver Stone, John Carpenter e Quentin Tarantino.

Daryl Hannah interpreta Pris in "Blade Runner"

 

  • Blade Runner: bambola letale

Nel 1982, alla sua terza apparizione cinematografica, Daryl Hannah è la principale antagonista femminile del capolavoro di fantascienza “Blade Runner” di Ridley Scott. L’attrice, giovanissima, si presentò ai provini per la parte di Pris sfoggiando un look studiato ad hoc per creare un’estetica evocativa del personaggio. Pris doveva avere un aspetto punk. Per tale ragione molte ragazze arrivarono ai provini con le parvenze più disparate. Ci fu chi si truccò come una bambola di plastica, con le guance color rosa e i capelli in piega. Un’altra giunse tutta vestita d’argento con impressi fulmini stilizzati. Daryl, invece, aveva indossato una parrucca fatta di peli di Yak che fungevano da capelli corti biondi ad ampio caschetto. Ammise, molti anni dopo, di sentirsi brutta e inadatta in quell’ansiosa mattina. Ma la parte andò a lei, e il look che aveva presentato colpì così tanto il regista da indurlo a sceglierlo come aspetto preminente del personaggio di Pris.

Pris, abbreviazione di Priscilla, è una replicante, un modello cibernetico creato il 14 febbraio del 2016 dalla Tyrell Corporation. Non a caso il personaggio di Pris è stato costruito in quella precisa data, a San Valentino. Pris è una donna-androide concepita per il diletto e il piacere. Un giorno, lei fugge insieme al compagno Roy Batty e ad altri quattro replicanti dalle colonie extra-mondo, dove visse per tre anni come una schiava, e si nasconde sulla Terra. La replicante vaga sola tra le periferie cittadine di Los Angeles. I suoi capelli sono bagnati e gonfi dall’incedere della pioggia, e il suo volto è leggermente imbrattato dallo sporco e dallo smog della città. Ella si nasconde tra i rifiuti in vigile attesa. Di lì a poco passa un uomo chiamato Sebastian. Pris lo convince a farsi ospitare nella sua dimora. Sebastian è un uomo dalla salute cagionevole, un genio dell’ingegneria e un maestro nella costruzione. Egli è talmente solo da essersi costruito giocattoli di grandi dimensioni, dagli aspetti più che particolari, che sanno muoversi e anche parlare.

Una volta in casa, in attesa che Roy Batty la raggiunga, Pris si trucca. Pasticcia il suo viso col cerone e lo fa diventare bianco come la porcellana, e tinteggia i contorni dei suoi occhi di un nero intenso. Il complesso ruolo della replicante venne fatto proprio da Hannah che caratterizzò l’androide alternando, con rapidi stacchi espressivi, smorfie dolci ad altre inaspettatamente inquietanti. Daryl fa di Pris un ritratto incerto, generante paranoia, in cui la fiduciosa serenità evocata dalla ragazza si mescola ad una forma di esasperato timore. Ella è talmente bella da invogliare all’attrazione, eppure, quei suoi fulminei modi sinistri non fanno che mettere in allerta chi vorrebbe avvicinarsi a lei. Daryl lascia che i suoi occhi comunichino più di quanto possano fare le sue labbra carnose nel proferire parola. Gli occhi di Pris penetrano la sfera emotiva di chi incrocia il suo sguardo, attraversano la corporalità sino a giungere nell’intimità e suscitare le più svariate interpretazioni emotive. Ella alterna sguardi più dolci e aggraziati ad altri più cupi e glaciali, come se i suoi occhi diventassero di ghiaccio; due luci ipnotizzanti, talvolta, rendono le sue iridi di un rosso magnetico. Ma non solo, in una breve sequenza, Pris rotea le pupille fino a farle scomparire, lasciando intravedere soltanto la sclera bianca, come se volesse rendere il suo sguardo inaccessibile.

Pris è un personaggio articolato e contorto. Ella è stata creata dall’ingegno dell’uomo, non è che un costrutto artificioso modellato per essere soggiogato da un padrone che vorrebbe fare di lei un mero strumento di piacere. Non ha diritti e alla nascita non conosce libertà. Inoltre, la sua breve vita sta per giungere al termine. Pris rivendica con Roy Batty il proprio posto su di un piano esistenziale paritario a quello dell’uomo, inteso come creatura umana, e vuol spezzare le catene che la terrebbero assoggettata alle pulsioni di uno schiavista.

Pris è come fosse una bambola bella e dannata, pericolosa e fatale. Suggestiva la sequenza in cui lei, indossato un body bianco da ballerina, si finge un giocattolo inanimato. Deckard, appena entrato nella casa di Sebastian, si trova davanti una sala piena di giocattoli, grossi pupazzi e statue in meccanico e compassato movimento. Alcuni di questi giocattoli restano immobili, privi di vita come ci si aspetterebbe. Tra questi si nasconde Pris, che finge d’essere la rappresentazione “statuaria” di una ballerina acrobatica inerme, coperta da un lungo velo bianco trasparente che sembra preservarla. Deckard la guarda con sospetto quand’ecco che lei si anima, dimostrando d’essere vera e lo attacca. Una sequenza emozionante nella quale il personaggio di Daryl rivela di non essere un debole fantoccio privo di vita, camuffato tra gli esseri umani, ma una creatura forte e persino letale.

Daryl, al suo primo, vero ruolo importante, offrì un’interpretazione curata e minuziosa. Con “Blade Runner”, uno dei film più belli della storia del cinema, Daryl Hannah scrisse subito il proprio nome nelle opere di culto della cinematografia mondiale.

Daryl Hannah è la sirena Madison in questo ritratto di Erminia Giordano per CineHunters

 

  • “Splash – Una sirena a Manhattan”: tra la terra e il mare, l’archetipo della donna eterea

Come tenne a confessare in un’intervista, da bambina, Daryl era attratta dal divampare dei focherelli accesi. Il fuoco, elemento della natura, nel suo movimento attirava la sua attenzione. Crescendo, però, fu un secondo elemento della natura a catturarla: il mare. Daryl Hannah si era innamorata della fiaba di Hans Christian Andersen “La sirenetta”. Gli piacque così tanto che immaginava d’essere lei stessa una sirena ogni qualvolta nuotava in mare. Daryl, sin da piccola, era una nuotatrice straordinaria, veloce, elegante e abilissima nell’imitare i movimenti sinuosi di una sirena. Quando le porte del cinema hollywoodiano le si spalancarono davanti, ella sognava ancora di poter essere la Sirenetta di Andersen. Nessun adattamento della tragica fiaba dello scrittore danese vi era, in effetti, in cantiere. Ma il regista Ron Howard, spalleggiato dal produttore Brian Grazer, stava per girare un film basato su una sceneggiatura che portava la firma di Lowell Ganz, Babaloo Mandel e Bruce Jay Friedman. Stando a quanto affermavano i tre sceneggiatori era la storia più bella che mai avessero scritto nella loro vita. Ispirata, ma solo ispirata, alla fiaba di Andersen, la sceneggiatura raccontava l’avventura di una sirena che giunta a Manhattan per congiungersi all’uomo di cui si era perdutamente innamorata, veniva a sua volta ricambiata in maniera incondizionata. La sceneggiatura faticava a trovare una casa di produzione pronta a dare il via libera al progetto, finché non fu letta dalla Walt Disney. La Disney, che veniva da un decennio di grossi fallimenti, si mostrerà tuttavia reticente nell’accettare una storia sognante ma adulta e un copione che prevedeva alcune, sia pur brevi e composte, scene di nudo per la protagonista. Desiderosa comunque di non farsi scappare il film, la Disney inaugurò la Touchstone Pictures, un marchio di produzione e distribuzione separato, creato ad arte per realizzare film destinati ad un pubblico non infantile. Iniziò così la produzione di “Splash – Una sirena a Manhattan”, opera diretta dal futuro premio Oscar Ron Howard. Il lungometraggio si avvalse di un cast di giovani interpreti, pronti a divenire stelle di prima grandezza nel firmamento hollywoodiano: da Tom Hanks a John Candy, fino alla protagonista assoluta: Daryl Hannah. Daryl realizzava così un sogno, quello di poter diventare una “vera” sirena.

Dicevano gli sceneggiatori, prima d’iniziare le riprese, di aver descritto in “Splash” “la donna perfetta”. Ma una creatura femminile, dalla bellezza tanto splendente da poter essere adamantina, doveva ancora assumere forma, consistenza e corpo, in altre parole, tutti loro dovevano scovare l’attrice che rendesse Madison viva e vera. Daryl Hannah fu scelta immediatamente per la parte. La sua bellezza spontanea, linda, quasi celestiale, e quei suoi sorrisi angelici emanavano un senso d’innocenza assoluto. Daryl interpretò la sirena e la rese incredibilmente reale, come fosse la creatura del mare più bella che era mai stata raccontata, nonché osservata da occhio umano. Il modo così naturale con cui si muoveva in acqua, agitando con grazia la sua rossa coda pinnata, la semplicità con cui raggiungeva le profondità del mare durante le lunghe e impegnative riprese del film e la disinvoltura con cui seguitava a mantenere gli occhi aperti sott’acqua, mentre osservava quel mondo sommerso, la resero una sirena reale, concreta, in grado di oltrepassare i confini scenici e offrire con leggiadra disinvoltura ciò che lei in realtà voleva.

Quando arrivò a Manhattan, il personaggio di Daryl affiorò dalle acque completamente nuda, coperta soltanto dai suoi lunghissimi capelli biondi. La sirena, nell’interpretazione dell’attrice, scruta il mondo terrestre e si rapporta con esso per mezzo di una sincera e incontenibile curiosità. La sirena di Daryl osserva tutto ciò che la circonda con l’innocenza di una creatura amorevole ma spaesata e desiderosa di conoscere nuove cose. La sua espressione incantata e felice quando guarda il volto dell’amato, la sua pelle bianchissima e liscia così come appare quando emerge dall’acqua e poggia i suoi candidi piedi sulla terraferma, sono tutti caratteri estetici e interpretativi che Daryl donò al suo personaggio migliore. Daryl era a tutti gli effetti la personificazione, narrata e resa viva, della Sirenetta di Andersen, se questa non fosse morta in così tenera età, ma se invece fosse vissuta e maturata come una donna meravigliosa. Madison è la sirena “in carne ed ossa” più simbolica di sempre. Persino i disegnatori della Disney, quando iniziarono la lavorazione de “La sirenetta”, si ispirarono in parte alla sirena di Daryl Hannah, scegliendo di colorare i capelli di Ariel di rosso per non renderla troppo somigliante a Madison.

“Splash – Una sirena a Manhattan” è un fantasy con una grande cura del dettaglio scenico. Il personaggio di Allen (Alan in italiano) interpretato da Tom Hanks è indissolubilmente legato alla sirena, la sua anima gemella che vive nel regno del mare. Notiamo come egli nel proprio ufficio tenga un acquario. Anche a casa, in camera da letto, l’uomo ha un acquario, che suscita un sorrisetto sulle rosee labbra di Madison. Alan possiede anche delle grandi conchiglie che tiene su un tavolino di vetro. Egli, all’inizio del film, ammette, prima di rivedere la sirena, di sentirsi sereno e felice soltanto quando raggiunge la spiaggia di Cape Cod e si sofferma a guardare i fluttui. Inconsciamente egli è attratto dai marosi perché sa che tra le onde nuota la sua Madison, e cerca di colmare quell’assenza con espedienti e oggetti che richiamano il mare. “Splash – Una sirena a Manhattan” è la storia d’amore tra due esseri appartenenti a due regni differenti, separati tra loro. Ma grazie ad un profondo legame, i due riescono a scegliere un solo piano esistenziale in cui vivere la loro vita insieme, senza mai separarsi.

Una delle scene più romantiche del film vede Alan donare a Madison un carillon con due miniature custodite in una sfera di vetro che raffigurano una coppia d’innamorati nell’atto di danzare. E’ la prima volta che Madison ha l’opportunità d’ascoltare la musica romantica. E lo fa con quel carillon. Il regalo di Alan ha una valenza profonda, perché è come se riuscisse a catturare un brano musicale e ne facesse dono all’amata, la quale può riascoltare la musica ogni volta che ne ha voglia. La melodia che cadenza i passi delle due statuine del carillon viene poi ripresa da un violinista di strada, che suona davanti a Madison e Alan mentre si tengono per mano. Quella malinconica melodia, ripresa dal violinista, si sposa all’interpretazione che Daryl Hannah fa della sua sirena, una creatura così carezzevole e armonica da non essere compendiabile né dalla terraferma né, forse, dal mare stesso; ella è uno spirito etereo, come fosse dell’aria, una celestiale melodia uscita dalle corde del più nobile tra gli strumenti musicali.

Madison, come avevano preannunciato gli sceneggiatori, è l’archetipo della donna perfetta. Ella attraversa il regno marino e quello terrestre con grazia eterea. Una luce radiosa, dalla fonte imprecisata, spesso la illumina per accentuare la sua candida natura. E’ una cristallina visione dal carattere puro. Ciò che la differenzia dalla Sirenetta anderseniana è che lei non vuole rinnegare la sua natura. Madison ama essere una sirena, e decide di camminare sul suolo terreno soltanto per poter riabbracciare il suo amato. Madison, non è combattuta dal voler mutare la forma corporale del proprio essere, cerca, invece, di districarsi tra i due mondi per poter vivere il suo sentimento. Lei, sul finale, è pronta a rinunciare con sofferenza alla sua vera natura solo per amore di Alan. Ecco perché quello di Daryl è un ritratto completo di sirena. Daryl fa di Madison un dipinto delineato dall’arte della recitazione sulla sua stessa epidermide, il che la porta a combinare perfettamente i caratteri somatici della femminilità e dell’animosità della donna e della sirena. Madison è una creatura dall’aspetto gentile e delicato, ma anche una donna forte, coraggiosa e passionale, ma soprattutto innamorata.

Daryl Hannah, Tom Hanks e Ron Howard sul set di "Splash - Una sirena a Manhattan"

 

“Splash – Una sirena a Manhattan” fu un enorme successo di critica e di pubblico. Costato appena 8 milioni di dollari ne incassò 6 soltanto nel suo week-end di apertura. Gli incassi ammontarono, infine, a quasi 70 milioni di dollari: fu tra i dieci film più visti dell’anno. Il lungometraggio venne candidato al Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale e al Golden Globe per il miglior film. Vinse il premio della critica conferito dalla National Society of Film Critics per la migliore sceneggiatura, e proprio Daryl Hannah vinse il suo primo Saturn Award come migliore attrice protagonista. “Splash” fu accolto da recensioni entusiastiche ed è tutt’oggi considerato uno dei migliori film degli anni ’80 e una delle storie d’amore più romantiche che siano mai state proiettate sul grande schermo. Grazie al successo di “Splash”, la Touchstone Pictures poté continuare a produrre film importanti nei successivi decenni. Insieme a “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, “Splash – Una sirena a Manhattan” è considerato il film simbolo degli anni ’80 per la casa di produzione.

Può il nome di un personaggio assumere un valore sociale? E’ ciò che accadde all’uscita di “Splash – Una sirena a Manhattan”. Il nome della protagonista entrò nel linguaggio comune. Col passare degli anni il nome “Madison” divenne sempre più diffuso fino a che, agli inizi del Duemila, fu addirittura il terzo nome più diffuso in America. Daryl ebbe il merito di generare un fenomeno sociale difficilmente ripetibile, ergendosi col suo straordinario personaggio a fonte d’ammirazione e di ispirazione.

Dopo quel sensazionale successo, Daryl fu diretta da Reitman in “Pericolosamente insieme” e da Oliver Stone nel thriller dal vasto apprezzamento critico “Wall Street”. Nel 1987 fu la meravigliosa protagonista Roxanne nell’omonimo film di successo diretto da Frederic Schepisi, una rivisitazione, in chiave moderna, della commedia teatrale di Edmond Rostand “Cyrano de Bergerac”. Due anni dopo, precisamente nel 1989, recita fianco a fianco con Julia Roberts, Shirley Maclaine e Sally Field nel drammatico “Steel Magnolias”. Sarà poi il fantasma di una sposa uccisa in un delitto passionale in “High Spirits”, e ancora, nel 1992, la protagonista femminile de “Avventure di un uomo invisibile”, pellicola diretta dal maestro John Carpenter e ricca di bellissimi effetti speciali. Interpreta la figlia di Jack Lemmon e nuora di Walter Matthau in due commedie dai grandi incassi al botteghino come “Due irresistibili brontoloni” e “That’s Amore – Due improbabili seduttori, e in televisione prende parte allo sceneggiato “Una donna in crescendo”, e al remake de “La finestra sul cortile”.

Nel 2003 e nel 2004 torna sulla breccia del successo planetario venendo scelta da Quentin Tarantino per il ruolo dell’antagonista Elle Driver in “Kill Bill vol. 1” e “Kill Bill vol. 2”.

Daryl Hannah interpreta Elle Driver in "Kill Bill vol.1"

 

  • “Kill Bill” – Il fascino del male

Tale svolta artistica costituisce per Daryl l’opportunità di caratterizzare una personalità così diversa da quella che è lei in realtà. Per questo ruolo, Daryl non deve più adoperare la sua inconfondibile dolcezza espressiva, deve diventare una maschera cruenta, fredda, efferata, austera e sadica. Elle più di tutti gli altri “cattivi” del film che affrontano uno ad uno “la sposa” Beatrix (Uma Thurman) è quella che più si avvicina ad assurgere a nemesi al femminine della protagonista. Quella di Daryl sarà un’interpretazione intensa e trascinante. L’attrice sperimenta così il fascino del male, dando spessore a una donna indomabile e ad un’assassina senza scrupoli. Elle è crudele, feroce, trae piacere dalla sofferenza altrui ed è altresì una combattente implacabile. E’ diventato celebre il monologo del personaggio, declamato sui resti di una delle sue vittime uccise da un mamba nero. Un monologo letto da un taccuino e recitato con grande capacità dall’attrice, che ha saputo alternare alle parole pronunciate, una ritmata emissione di fumo dovuta al mozzicone di sigaretta accesa che reggeva tra le labbra. Quel fumo “spezzava” il parlato e cadenzava il suo malvagio interloquire. Per questa sua interpretazione, Daryl vince un nuovo Saturn Award, questa volta come miglior attrice non protagonista. Dopo Pris e Madison, Elle è il terzo dei suoi ruoli più iconici.

Daryl in "Kill Bill vol. 2"

 

  • Amare la vita

Quello che personalmente mi ha sempre affascinato di Daryl Hannah è il suo sorriso. Ogni qualvolta viene intervistata, l’attrice conclude spesso le sue frasi con un sorriso sincero, venato di lieve imbarazzo, abbassando anche il capo, come se tentasse di nascondere il volto. Con quello stesso sorriso Daryl è probabile che ammiri la bellezza del creato, affronti le difficoltà della vita e intraprenda le sue dure battaglie per la salvaguardia dell’ambiente. Daryl Hannah ha sempre alternato alla sua carriera cinematografica un costante attivismo ambientale. L’attrice dagli anni ’80 non ha fatto altro che ispirare molti appassionati che l’avevano mirata sul grande schermo con quell’inconfondibile nome, e da allora cerca ancora di ispirare le persone, tentando di trasmettere il suo amore per il mondo e la vita.

Come Madison, anche Daryl guarda alla vita con speranza e amore, con dolcezza e fiducia. Sembra che quella coda rossa continui a calzarle a pennello quando lei nuota nel mare e ricorda quanto gli oceani siano importanti e debbano essere preservati dalle contaminazioni. Una vita, la sua, vissuta nella riservatezza prima e nella celebrità poi. Che sia una replicante, una spietata antagonista, o un’incantevole sirena Daryl ha sempre lottato strenuamente per ciò in cui credeva. Lei vuole celebrare le bellezze di un mondo “esterno”, quello stesso mondo che per un anno, da bambina, non vide poi molto. Attraverso il cinema ha interpretato una forma fantastica di realtà, e nella vita vera ha sempre affrontato con coraggio le avversità.

Love life” resta sempre il suo inconfondibile motto, perché lei, dopotutto, è ancora Madison, una sirena che ama fortemente la vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Superman/ Christopher Reeve disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Christopher Reeve non si limitava soltanto ad indossare dei grossi occhiali che contornavano gran parte del viso, ma trasformava abilmente il proprio aspetto con l’ausilio di un leggero ma efficace trucco, assieme ad una pettinatura che gli copriva parte della fronte. A differenza di ciò che in futuro faranno i suoi successori, Reeve, quando interpretava Clark Kent, cambiava anche modo di recitare, anteponendo al suo atteggiarsi sicuro, un’andatura dinoccolata, una gestualità buffa e un parlare timido e impacciato. Richard Donner, il regista dei primi due film che ebbero Reeve come protagonista, diceva spesso che l’attore interpretava un ruolo nel ruolo. La rappresentazione del dualismo Kent/Superman offerta da Reeve si sposa magnificamente con il commento che Umberto Eco fa nel suo saggio “Apocalittici e integrati” all’iconico personaggio nato dalla penna di Jerry Siegel e dalla matita di Joe Shuster. Superman è l’aspirazione a cui noi tutti aneliamo, Clark, invece, è per l’ultimo figlio di Krypton il suo desiderio di normalità e di integrazione in un mondo che inizialmente non gli appartiene.

Un’interpretazione così affascinante del personaggio fa leva sulla necessaria diversità che dev’essere mostrata tra le due personalità dell’eroe. Questa differenza mai (secondo il mio modesto parere) è stata realizzata sul grande e piccolo schermo, se non nella figura di Christopher Reeve. L’unico ad aver catturato i tratti gentili e garbati di un timido Clark, il solo ad aver ostentato con profonda naturalezza, l’onnipotenza del primo eroe dei fumetti.

Risale al 1973 l’inizio dell’amicizia tra Reeve e Robin Williams, quando entrambi studiavano alla Juilliard School. I due, tra gli studenti più meritevoli e apprezzati nell’ambito della recitazione dell’intero istituto, stringeranno un rapporto di sincera e leale amicizia, arrivando a fare una promessa: chiunque dei due avesse ottenuto fama e successo, avrebbe aiutato l’altro, se questi si fosse trovato in difficoltà economica.

Christopher Reeve e Robin Williams

 

Nel '77 fu portata all’attenzione di Reeve la notizia che si svolgevano dei provini per il ruolo di Superman. La lavorazione della pellicola stava catturando la curiosità dei critici per la presenza di due stelle del cinema come Marlon Brando e Gene Hackman. L’attore nativo di New York, fino a quel momento sconosciuto, aveva avuto una prima esperienza a teatro in un’opera dal titolo “A Metter of Gravity”, venendo scelto, dopo un’audizione, direttamente da Katherine Hepburn che lo volle nel ruolo di suo nipote. La foto di Reeve e il suo breve curriculum vennero spediti a Lynn Stalmaster, il direttore del casting, che mise inizialmente l’immagine dell’attore tra coloro che dovevano essere scartati. Una più accurata riflessione, che coinvolse anche il regista, portò a rivalutare la scelta e si decise di contattare il giovane Reeve per un breve incontro che si svolse allo Sherry Netherland hotel. Quando Reeve arrivò, il cineasta e la produttrice Ilya Salkind, rimasero impressionati dalla somiglianza e dal richiamo fisico che l’attore emanava. Decisero cosi di consegnarli un copione di 300 pagine e di invitarlo all’audizione. Reeve credeva di non avere molte possibilità ma quando salì sul piccolo palcoscenico utilizzato per i provini, la sua altezza (193 cm) e l’imponenza che trasmetteva unita al modo di porsi convinsero immediatamente Donner, che di lui finirà per dire “E’ Superman, l’abbiamo trovato!” Il resto, come spesso si dice, è storia nota. Il film sull’eroe DC Comics sarà acclamato dal pubblico e dalla critica conquistando anche ai premi Oscar una statuetta nella categoria dei migliori effetti speciali.

Dopo un successo cosi planetario, la realizzazione di un sequel fu un processo del tutto conseguenziale e più che scontato, tenendo presente che molte delle scene del secondo film furono girate nello stesso periodo di lavorazione del primo. “Superman II” uscirà nel 1980 e sarà uno dei pochi casi dove un seguito batterà addirittura “l’originale”, sia in chiave economica che critica. E’ il periodo d’oro di Christopher Reeve che accoglierà il successo e la gloria insieme all’amico di un tempo, Robin Williams, anche lui ormai una stella affermata e pronta ad illuminare le platee e le sale cinematografiche. La figura di Reeve comincerà ad essere indissolubilmente legata a quella dell’Uomo d’acciaio. Reeve tornerà ad indossare il mantello rosso in altri due film, qualitativamente inferiori ai primi due, ma sorretti senza dubbio dalla sue sempre ottime performance. Nel terzo, in particolare, lo vediamo dilettarsi in una duplice versione dell’eroe: una burbera e vendicativa pronta irrimediabilmente a scontrarsi contro l’animo buono e altruista dell'"umano" Clark.

In quegli anni Reeve saprà spaziare abilmente anche in altre pellicole, dimostrando una versatilità che avrebbe fatto di lui un attore completo, capace di calarsi nei ruoli più disparati. Lo vediamo, infatti, nei panni del protagonista Jonatahan Fischer nell’acclamato “Street Smart” al fianco di Morgan Freeman, e in quelli di Jack Lewis nel capolavoro “Quel che resta del giorno” accanto ad Anthony Hopkins e Emma Thompson. L’anno precedente, nel 1992, è tra gli straordinari protagonisti dell’esilarante commedia “Rumori fuori scena” film che porta sullo schermo l’opera di Michael Frayn, appartenente al genere del Teatro nel teatro.

Tre anni dopo, Il 27 maggio 1995, nel corso di una gara a cavallo a Charlottesville, Christopher Reeve cade brutalmente da cavallo, riportando lo spostamento di due vertebre cervicali. Reeve rimase paralizzato dal collo in giù perdendo l’uso di tutti gli arti. Da allora e per tutto il resto della sua vita rimarrà costretto a vivere su una sedia a rotelle e collegato a un respiratore artificiale. Quando la notizia si spargerà, accorrerà all’ospedale anche il suo fraterno amico, Robin Williams. Erano arrivati entrambi al successo, ma quel patto di un tempo, dettato dai più puri sentimenti di amicizia stava per concretizzarsi in uno scenario purtroppo ancor più drammatico di quello che poteva essere rappresentato dalla difficoltà economica: Robin Williams coprirà gran parte delle spese per garantire all’amico l’uso di una macchina che gli permetta di vivere il più possibile.

Il destino fece una violenta breccia rompendo lo specchio tra la finzione e la verità e distruggendo l’immaginario confine che separa il sogno del cinema con la dura realtà. Il fato così crudele spianò la strada a un esito beffardo e intollerabile. Reeve, che con tale spontaneità era riuscito ad incarnare le fattezze dell’uomo d’acciaio, venne prostrato e immobilizzato da una Kryptonite dilaniante che volle ricordare con estrema crudezza quanto la fantasia possa essere, a volte, spazzata via dall’asprezza della fatalità. L’uomo non era più un “Superuomo”, non era davvero invulnerabile come poteva così tangibilmente sembrare su quel nastro di pellicola. Il suo corpo non era realmente d’acciaio e le sue ossa furono pertanto come frantumate dalla violenza di un imprevedibile e maledetto incidente. La sua forza corporale era venuta meno, le sue gambe avevano ceduto: Superman non poteva più volare su nel cielo. L’imprevedibilità aveva annientato la sicura affidabilità di un sogno, il medesimo che a noi spettatori ci aveva oniricamente illuso che quell’attore fosse ben più di un interprete, ma un vero supereroe dalla robustezza inviolabile.

Dopo l’incidente, Christopher Reeve sarà in prima linea nella lotta sui diritti dei disabili e sulla ricerca per le cellule staminali. Se il suo corpo aveva ceduto, il suo cuore continuò invece a lottare. Con quella sua coraggiosa resistenza stava dimostrando quanto i canoni di quel personaggio continuavano ad appartenergli. Reeve si elevò così ad eroe imbattibile, a un simbolo di ricerca costante di felicità, del superamento di ogni forma di afflizione fisica ma soprattutto mentale. Nel 1998, nonostante le sue condizioni, Reeve offrirà una prova di assoluto spessore nel film per la televisione “La finestra sul cortile”, remake del capolavoro di Alfred Hitchcock, dove, nonostante la suspense registica non sarà paragonabile a quella del Maestro, la prova del protagonista verrà comunque elogiata universalmente fino a fargli ottenere una nomination al Golden Globe come Miglior attore. Tra il 1998 e il 2003 scriverà due libri, in cui racconterà la sua esperienza e il suo stato d’animo, cercando di incoraggiare chi sta vivendo situazioni analoghe e trasmettendo la sua voglia di vivere. Nel 2003 e nel 2004 sarà sul set della serie “Smallville” adattamento televisivo delle origini di Superman.

Il 10 ottobre del 2004, a soli 52 anni, si spegne al Norther Westchester Medical Center di New York lasciando la moglie Dana, il figlio Will, e i figli Matthew e Alexandra avuti da un precedente matrimonio con Gea Exton.

Quel giorno, il Superman di intere generazioni, smise di volare, col cuore e con la mente, per sempre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Semplicità e complessità sono le due antitesi del cinema di James Cameron. Due dogmi che dividono il volto di Cameron e ne influenzano le rispettive visioni con cui i suoi occhi reinterpretano la realtà in arte filmica. Dalla semplicità di una trama di base si sviluppa una monumentale complessità di realizzazione, una ricerca esasperata dello sperimentalismo tecnico. Per James Cameron l’anima gemella dell’essenzialità è l’inestricabile, ed entrambi vanno congiunti in uno sposalizio scenico.

  • Storia cristallina, generi variegati

Dal suo primo grande successo “Terminator” all’ultimo dei suoi lungometraggi “Avatar”, il cineasta statunitense ha sempre voluto far sorgere le proprie storie su fondamenta robuste e trasparenti. Esse reggono il peso di una sovrastruttura delineata e candida. Le trame dei suoi film sono infatti comprensibili, caratterizzate preventivamente da una narrazione ordinata che evita digressioni da capogiro. La narratività di Cameron si forma sotto i nostri stessi occhi, come fossero parole in procinto d’imprimersi su pagine bianche. Le sue pellicole sono, per l’appunto, libri aperti, non contrassegnati da una copertina, ad onor del vero, già di per sé sfavillante di colori policromi; tomi da divorare famelicamente per saziare l’ingordo appetito di chi anela a gustare le prelibatezze di un banchetto dai più disparati sapori. La trama non è che un menù, ed il “menù” è una storia basilare che mescola i generi più variegati. Vengono, pertanto, servite portate d’inaspettata combinazione culinaria. Perdonate l’indugio metaforico, adoperato per evidenziare il talento di James Cameron nell’amalgamare vari stili cinematografici in “un sol corpo”, d’impossibile categorizzazione. Come fosse un rinomato chef, Cameron saggia, infatti, l’accostamento tra essenze diverse. La fantascienza si mescola al thriller, l’azione alla commedia, l’epicità al romanticismo.

  • La contraddizione del progresso tecnologico

La tematica più cara, quella che ha ispirato il credo artistico di Cameron sin dagli inizi della sua carriera, riguarda la tecnologia e i pericoli ad essa legati per via di un costante e progressivo avanzamento tecnologico. In “Terminator” il regista tratta il tempo come fosse un orologio a pendolo, oscillante da destra a sinistra e viceversa, ondulante tra un passato lontano e un futuro prossimo distopico e aberrante. Ispirato, probabilmente, da “Il mondo dei robot”, Cameron partorisce la storia di un cyborg e di un eroe umano giunti da un remoto avvenire per mimetizzarsi nell’ingenuo presente dell’indifferenza. “Terminator” fu un thriller di fantascienza notturno, una lunga fuga per la sopravvivenza compiuta da Sarah Connor e Kyle Reese, operata per sfuggire alle implacabili minacce di una macchina assassina. In “Terminator”, Cameron affronta per la prima volta il tema del progresso tecnologico, delle macchine che costruiscono macchine, vagliando la sinistra previsione che un giorno le intelligenze artificiali non soltanto si ribelleranno all’uomo ma creeranno esse stesse “la vita”. Si tratta, in tal caso, di un’esistenza meccanica che, nella concezione fantascientifica, porta ad una sorta di “evoluzione” della specie. Già in “Terminator” sono riscontrabili le impressionanti abilità di Cameron nel girare sequenze d’azione impegnative, che troveranno un’esaltazione spettacolare nel sequel “Terminator – Il giorno del giudizio”, in cui Cameron sovverte, in un certo senso, l’antagonista del primo capitolo trasformandolo nell’eroe.

La sicurezza che l’uomo pone nell’infallibilità delle proprie costruzioni è fonte di un’inquieta analisi per Cameron. Tale pensiero costituisce l’ispirazione analitica di “Titanic”, in cui il regista riporta alla vita quella che fu un tempo la nave più grande del pianeta. L’inaffondabile Titanic al momento della sua ultimazione era l’esito delle maestranze più bello del mondo, il simbolo del genio dell’uomo, nonché l’emblema dell’ingegneria navale britannica. Un “costrutto” di sublime, sopraffina ed impareggiabile bellezza. Doveva essere nata dalla fucina di Efesto, tanto meravigliosa era quella nave, eppure non era così, non perché il dio greco non l’avrebbe potuta fare d’egual fattezza, ma perché quella volta fu l’uomo ad anticiparne le doti. Il Titanic, secondo le previsioni e le aspettative del tempo, era prossimo a far genuflettere la vastità dell’oceano al proprio cospetto. Da qui, Cameron rielabora ancora una volta il tema del progresso tecnologico, sospinto al limite massimo in quegli anni dalla costruzione del Titanic, sorprendendo lo spettatore di fine Novecento con la bellezza restaurata della nave e terrorizzandolo con il patimento desolante cui andrà incontro.

Il più grande manufatto in movimento mai costruito fino a quel tempo verrà flagellato dai gelidi marosi, in una storica, e per questo didascalica, narrazione sequenziale sfruttata da Cameron per mostrarci come qualunque prodotto dell’uomo, anche quello apparentemente indistruttibile, possa rivelarsi poi inerme dinanzi alla forza della natura. L’egoismo umano-centrico viene così castigato da un fato avverso e crudele, e quella nave tanto amata da Cameron finisce per apparire sofferente come un vero protagonista della scena, in un drammatico materialismo.

Giungiamo, infine, ad “Avatar”, le cui opposizioni tra il popolo dei Na’vi, armato di archi, frecce e lance, e la gente del cielo, a capo di un esercito di armi avveniristiche, rimandano alla malvagità cui può essere soggetto il progresso tecnologico se adoperato per loschi scopi dall’uomo. Sarà anche in questo caso la natura, viva e selvaggia di Pandora, a respingere clamorosamente le avanzate degli uomini.

Innumerevoli scene d’azione dei suoi film possiedono un che di incredibile. Vi è però una sorta di contraddizione tra ciò che racconta Cameron in merito al progresso tecnologico e al modo in cui egli si approccia al lavoro. Cameron è uno dei maggiori fruitori dello sperimentalismo cinematografico, e per tale ragione attende pazientemente anche un decennio prima di girare nuovamente un film. Questo atteggiamento paziente è d’uopo per consentire un accrescimento. Egli desidera spingere il progresso nei mezzi visivi e speciali al massimo. Seppur predichi calma e timorosa riverenza nei suoi film per ciò che concerne la potenza delle tecnologie future, egli, in verità, è uno dei principali ricercatori nell’avanzamento delle tecniche di ripresa. Cameron vuol sempre scoprire nuovi modi per poter raccontare storie visive.

  • L’acqua come filtro di un nuovo mondo

Cameron nutre un rapporto speciale con il mare, e spesso, per diletto, ne mira le profondità e i segreti inesplorati con il supporto di appositi sommergibili. L’acqua viene riletta da Cameron come una sostanza liquida che fa da filtro al passaggio verso un nuovo mondo, come fosse un portale di esigua consistenza ma dalla forza devastante. In “The Abyss”, Cameron fa del mare il custode di un reame molto particolare, l’etereo regno dove si accresce una vita sconosciuta.

Sul fondale marino, nel buio e nel più riservato dei silenzi, giacciono i relitti che un tempo solcavano le acque in superficie. Laggiù, a quasi quattromila metri di profondità, riposano i resti del suo caro Titanic, in una tomba fatta d’acqua salata e di tenebre. Cameron utilizza il mare e i gelidi marosi dell’Atlantico per filmare la perentoria potenza delle acque, la cui pressione spezzò in due tronconi la nave a cui diede tale vigoria al cinema. Molte sono le sequenze in cui il regista esagita la terrificante potenza delle acque, capaci di sommergere con imparzialità i poveri passeggeri del Titanic: è un turbine di morte che sfocia come funereo fiume. Mare e acqua sono per Cameron, al contempo, mondo diversificato e potenza apocalittica.

  • Personaggi e scenari: un’interazione necessaria

La scenografia per Cameron va oltre lo scorcio, al di là dell’ambientazione e del fondale in cui i personaggi compiono l’azione. Spesso la scena assume un valore espressivo eloquente in un’estetica comunicativa dell’immagine. Basti pensare alla caratura che assume il Titanic stesso, e le cabine riprodotte con gli ornamenti architettonici e stilistici originari che quasi assurgono a una consistenza tangibile oltre le porzioni circoscritte della quarta parete. Cameron fa vivere gli ambienti, li rende suscettibili al senso della vista e ci illude di poterli toccare, come se potessimo davvero lambire e accarezzare le luminescenti e lussureggianti flore di “Avatar”. Cameron cura maniacalmente ogni dettaglio, e nei suoi film i personaggi interagiscono con la scena opportunamente pre-adibita. In “Aliens 2 – Scontro finale” l’arieggiata bellica è resa quasi respirabile nello spazio circoscritto, e la scenografia opprimente schiaccia i protagonisti generando un clima claustrofobico.

La precisione maniacale di Cameron nel ricreare le ambientazioni e le specifiche condizioni di un dato momento è tanto esagerata da portarlo, ad esempio, col supporto di un astrofisico, a tracciare nella volta celeste le precise disposizioni stellari della notte in cui il Titanic incontrò un Iceberg sul proprio cammino. Nulla viene lasciato al caso nella creazione della realtà fittizia di Cameron. Le creature fantastiche concepite in “Avatar”, ad esempio, non sono state semplicemente riprodotte ma furono rese vivide attraverso un’accurata concezione delle movenze e degli atteggiamenti specifici nonché peculiari che ogni razza avrebbe dovuto possedere.

Egli non si limita a filmare l’immaginazione, ma arde dal desiderio di rendere l’unicità della fantasia più reale possibile, non soltanto per i personaggi presenti sullo schermo, ma anche per lo stesso pubblico che può supporre di essere partecipe.

  • Amori eterni

Le coppie romantiche dei film di James sono tutte caratterizzate da un legame forte, concatenato in una rispettiva bramosia. Romanticismo terso e ardente passione vengono incarnati nel corpo e siffatti nello spirito, abbracciando in un equilibrio gli stadi dell’amore spirituale e carnale, in special modo in “Titanic”.  Sia l’uomo che la donna sono attratti da una forma di amore eterno.

Il sentimento che congiunge i protagonisti delle sue opere sboccia spesso in momenti di difficoltà. Kyle viene ricambiato da Sarah in “Terminator” quando i due sono braccati da una macchina portatrice di morte, e consumano il loro amore in una notte soltanto. In egual modo, anche tra Jack e Rose l’amore che nasce e si accresce fino a sfiorare le vette più estreme del sentimento corrisposto, avviene in pochi giorni ed è anch’esso destinato a interrompersi bruscamente. Eppure, Cameron, in tal modo, rende l’amore delle sue coppie durevole proprio nel troncamento di tale relazione. Sarah nel sequel “Terminator – Il giorno del giudizio” dimostra ancora di essere eternamente legata al ricordo di Kyle, e Rose in “Titanic”, con il trasporto emotivo con il quale ha rinarrato i suoi trascorsi, testimonia, senza esitazione alcuna, di non aver mai smesso di amare quel giovane che la salvò sul transatlantico.

Il modo in cui Cameron scrive e inscena l’amore è, a mio dire, più profondo di quanto parrebbe. Si tratta, infatti, di un amore paragonabile alla più intensa delle emozioni, quella che perdura ad albergare nel cuore. Non è un sentimento vincolato alla presenza fisica quanto alla sfera empirea del ricordo. Egli fa di relazioni di breve durata rapporti ben più solidi e duraturi di quelli che contemplano anni e anni di relazione. Perché è nel valore di quei singoli giorni che si può ricercare un qualcosa di così prezioso che può superare addirittura l’intensità di anni. Mediante le protagoniste dei suoi film, audaci e indomabili, le quali avranno in futuro altri rapporti condivisi, Cameron ci aiuta a comprendere l’importanza di andare avanti e come il vero amore possa scalfire nel nostro intimo un’effige inviolabile che aiuterà a sostenere e affrontare gli stadi successivi della vita. L’amore diviene ispirazione, motore palpitante del cuore che pulsa sangue nelle vene.

Un amore, questo, che si configura altresì come motivazione, senso astratto che guida il nostro agire, come fosse un frammento di anima che si unisce a quella di cui già disponiamo, arricchendola e incoraggiandola a vivere. Gli amori delle coppie nel cinema di Cameron sono duri e cristallini come un diamante scintillante, uniti tra loro e inossidabili come catene che garantiscono una libertà comune al posto di una prigionia. Tale amore viene perpetuato attraverso la valenza di un gesto o di un senso, sia esso la carezza di una mano (come avviene tra Jack e Rose in “Titanic”) sia esso il valore di uno sguardo corrisposto (come avviene tra Jake e Neytiri in “Avatar”).

  • Conclusioni

Con gli occhi di James Cameron miriamo un cinema epico, sensibile ma anche spettacolare, che fa dell’emozione una riflessione, dello stupore visivo il punto focale della propria arte. Cameron è un autore che arricchisce senza reinventare, ma è soprattutto un ricercatore sperimentale: le due antitesi da cui scaturiscono la semplicità e la complessità.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Recensione e analisi Terminator"

"Recensione e analisi Titanic"

"Un'anima dell'oceano - L'affondamento del Titanic tra cinema e realtà"

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Per le selettive scelte di copione, per la sua proverbiale versatilità, per la celeberrima abilità nel combinare il successo di critica con quello di pubblico, e in particolar modo, per l’impressionante capacità di intuire il potenziale di ogni lungometraggio,  Dustin Hoffman è stato uno degli attori maggiormente richiesti del cinema anni ‘70. Passare dal palcoscenico teatrale al grande schermo nel ‘68 (Il laureato) e avvicinarsi immediatamente alla statuetta dorata dell’Academy fu una sorta di battesimo del fuoco.   Inizia, come si suol dire, col "botto" la carriera di questo grande interprete nativo di Los Angeles. Il suo primo film da protagonista, "Il laureato", lo consegna immediatamente alla storia della settima arte. Dustin Hoffman brilla come una stella alla sua prima apparizione sul grande schermo, eppure le premesse non erano certo state così positive.

Hoffman per ascendere al ruolo di icona del cinema non ebbe dalla sua l’ausilio di un fisico imponente: gli appena 165 cm di altezza, quel suo sguardo introverso e quel naso prorompente lo allontanavano, e di molto, dalle classiche fattezze belle e prestanti del divo di Hollywood. Ma è proprio qui da trovarsi l’abilità di Hoffman, quella di trasformare un punto debole in un punto di forza. Quel fisico minuto e quell’aria dimessa diverranno, infatti, il suo marchio di fabbrica, connotati consoni atti a interpretare ruoli da “antieroe”.

La dedizione al lavoro, lo studio maniacale e perfezionista della parte lo renderanno pignolo e difficile da gestire per ogni regista; c’è infatti chi racconta che Hoffman studiò per oltre sei mesi la camminata della gente claudicante sui marciapiedi per rendere al meglio la parte di Salvatore Rizzo, un uomo zoppo e malato di tubercolosi nell’iconico “Un uomo da marciapiede”. Laurence Olivier si divertiva a raccontare che Dustin, sul set de “Il Maratoneta”, dedicò tre giorni e tre notti per girare una singola scena e che fu proprio lui, vedendolo distrutto, a dirgli una battuta estemporanea rimasta però indimenticabile per i più: “non sarebbe più semplice recitare e basta?”.

Gli anni ‘70 e ‘80 furono gli anni d’oro nella carriera di Hoffman, i due decenni in cui abbatté lo stereotipo dell’icona nerboruta e orgogliosa di Hollywood.  Dopo aver abbandonato i complessi e difficili panni di Rizzo, Hoffman si getta a capofitto nel thriller psicologico “Cane di Paglia” del grande Sam Peckinpah.
Il film, una complessa analisi e un’articolata ostentazione critica della violenza sfociata brutalmente nell’uomo vessato e deriso, tema caro al cineasta nativo di Fresno, mostra un Hoffman inaspettato, capace di dare al professor Summer toni tanto pacati e ingenui quanto freddi e spietati all’aguzzino che il personaggio finisce per diventare. Altro giro altro successo; questa volta si passa al Western interpretando sia il giovane che (con un trucco impressionante) l’ultracentenario Jack Crabb, uomo di umili origini che ripercorre la sua vita sempre in precario equilibrio tra la fede per la sua “razza” e l’affetto per i nativi d’America in “Piccolo grande uomo”.

Disdegnerà la commedia? Certo che no! Eccolo infatti accettare il ruolo primario in “John e Mary” al fianco di Mia Farrow, o la parte di Alfredo per l’ultimo film diretto dall’italiano Pietro Germi.

Il richiamo americano, però, tornò ad essere incalzante e lo troviamo nel 1973 a spalleggiare Steve McQueen nel Prison-movie “Papillon”. Trasforma il suo aspetto e il suo modo di porsi per quest’ultima interpretazione, rasandosi quasi del tutto i capelli e dimagrendo più del dovuto per mostrare ancor di più le disumane condizioni a cui erano sottoposti i prigionieri della Guyana Francese negli anni trenta. Dopo aver ultimato quest’ultime riprese, arriva il momento di cimentarsi nel biografico “Lenny”, discussa pellicola del 1974 nella quale viene narrata la sregolata vita del comico Lenny Bruce, che con il suo linguaggio scruttile e provocatorio, volto a mettere a nudo l’ipocrisia della società americana, rivoluzionerà la comicità statunitense. E’ per lui la terza nomination all’Oscar!

Passano gli anni ma l’attore non ne vuol saperne di sbagliare un film; il passo successivo vede Hoffman interpretare Carl Bernstein, un giornalista del Washington Post che contribuirà a svelare lo scandalo Wathergate nel capolavoro “Tutti gli uomini del presidente”, uno dei capisaldi del cinema d’inchiesta, strepitoso successo di pubblico e di critica, vincitore di 4 statuette. Tra il ‘76 e il ‘78 si dedica ancora al genere thriller con l’acclamato “Il maratoneta”, lungometraggio in cui con Laurence Olivier contribuirà a rendere sinistramente impressa nella storia del cinema la cruenta scena della tortura.

Dopo queste ennesime grandi prove, nel 1980, riesce finalmente a strappare all’Academy il premio Oscar come miglior attore protagonista grazie alla grande interpretazione di Ted Kramer, il padre fiero e commovente in lotta per la custodia del figlio, in “Kramer contro Kramer”, al fianco di Meryl Streep. Il film si aggiudicherà i premi Oscar nelle categorie più importanti: miglior film, regia, attore, attrice e ancora per la sceneggiatura non originale. Il tema portante della pellicola è il divorzio e l’impatto che ha verso le persone coinvolte, in particolare sul figlio della coppia; il senso di solitudine e di incompletezza che si avverte quando una famiglia si divide permea tutta l’opera.

Hoffman continua a mostrarsi inarrestabile, e appena due anni dopo sarà lo straordinario protagonista di “Tootsie” per la regia di Sydney Pollack. Nella commedia interpreta Michael Dorsey, un attore che, pur di lavorare, si finge donna. "Tootsie" avrà così tanto successo da essere eletta dall’American film Institute come la seconda più grande commedia della storia del cinema americano, dietro solo al film “A qualcuno piace caldo”. L’attore, supportato da un efficiente trucco, dimostrerà un innato talento istrionico sfoderando una performance fuori dall’ordinario, ottenendo così la quinta nomination al Premio Oscar. Il lungometraggio vanterà addirittura 9 candidature. Hoffman arriva così come grande favorito alla serata, cinematograficamente parlando, più importante dell’anno, ma tra “Tootsie” e le statuette si interpone “Ghandi - Il film” che strapperà otto premi. Hoffman deve rimandare l’appuntamento alla seconda statuetta che viene vinta in quell’anno da Ben Kingsley. Per Tootsie gli viene conferito nuovamente il Golden Globe.

Tra il 1982 e il 1987 trasporta il teatro in televisione con l’opera “Morte di un commesso viaggiatore (già recitata da lui stesso a Broadway), tratta dall’omonimo dramma di Arthur Miller. Hoffman presta magistralmente il proprio volto a Willy Loman, in una meravigliosa interpretazione prettamente a carattere teatrale che gli varrà la conquista dell’Emmy Award e la quarta statuetta della sua carriera ai Golden Globe. Nel 1987 commette il primo e probabilmente unico passo falso della sua carriera con “Ishtar”, deludente al botteghino e stroncato dalla critica per via di una narrazione frammentaria e confusa, ma l’anno successivo torna immediatamente sulla breccia accettando la parte dello struggente autistico Raymond in “Rain man – L’uomo della pioggia”.

Dedicherà oltre un anno allo studio della malattia e al comportamento delle persone autistiche, impegnandosi anche nella concezione delle movenze e delle peculiarità comportamentali di Raymond, introducendo, così, un incedere caratterizzato da una postura del tutto particolare: una spalla leggermente piegata, gli occhi persi nel vuoto e la voce che, durante i passi, tende ad appiattirsi sempre più. Con questa ennesima, straordinaria interpretazione, entrata di diritto tra le più grandi della storia del cinema, l’attore vincerà il suo secondo Oscar.

Con questa pellicola si chiude l’arco temporale più importante nella carriera di questo inarrivabile interprete, ma la nuova decade continuerà a riservare altri apprezzabili successi: tra le diverse produzioni a cui prenderà parte, è doveroso citare in primis il suo lavoro nel fantastico “Hook – Capitan Uncino” diretto da Steven Spielberg, in cui interpreta magnificamente proprio il famoso pirata nato dalla penna di J.M. Barrie, spalleggiato da un cast pieno zeppo di “stelle” come i compianti Robin Williams e Bob Hoskins, la giovane Julia Roberts e la sempre verde Maggie Smith. Verso la fine degli anni ‘90, torna a recitare in una grossa produzione: “Sesso e potere” al fianco di Robert De Niro, ricevendo la sua settima nomination al Premio Oscar.

Negli anni Duemila oltre a recitare in pellicole fantasy come l’adorabile “Mr. Magorium” o il toccante “Neverland”, e in nuovi thriller come “La giuria” dove dà vita a uno strepitoso duetto con l’amico Gene Hackman, riceve il Golden Globe e il Kennedy Center Honor alla carriera, ciliegina sulla torta per il sensazionale percorso intrapreso sul finire degli anni ‘60 da questo magnifico attore che, nel 2008, darà un’ulteriore prova del suo immenso talento prestato alla settima arte, passando addirittura dietro la macchina da presa per dirigere Maggie Smith nell’apprezzato “Quartet”.

Ancora oggi Dustin Hoffman predilige ruoli di un certo spessore e significato, siano essi da protagonista o comprimari, in pellicole argute e accattivanti (vedasi “Oggi è già domani”), anteponendo sempre la qualità alla quantità. A differenza di altri suoi illustri colleghi che nel periodo recente hanno abbandonato del tutto la linea cinematografica prettamente artistica a favore di quella, come dire, più “leggera”, Hoffman crede, e di questo anch’io ne sono certo, di poter dare ancora tanto al cinema, ancor di più adesso, quando si appresta a tagliare il traguardo degli ottant'anni.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Attenderei ancora pazientemente per qualche minuto. Aspetterei nella speranza di poterlo rivedere un’ultima volta, seduto comodamente su di una poltrona con un aspetto sinistro, quasi vampiresco, prossimo a voltarsi lentamente verso la camera e sussurrare con toni di voce inquietanti un flebile: “badate…”. Se avete amato il Bela Lugosi di “Ed Wood” non potete non rammentare questa celebre battuta proferita dal personaggio di Martin Landau. Era il 1994, per la regia di un Tim Burton in piena verve ispiratrice, Martin Landau ritraeva su di sé i lineamenti marcati di Bela Lugosi in un film girato appositamente con la pregevolezza univoca di un vecchio stampo, e con l’approccio stilistico, raffinato e compassato, di una produzione in bianco e nero.

Quella di Landau fu un’interpretazione straordinaria, coinvolgente e decisamente irresistibile. La maschera rugosa, piegata da una estenua sofferenza, di un attore oramai incamminatosi sul viale del tramonto e a maggior ragione oppresso dai ricordi di una gloria passata, viveva con fierezza sul volto di Landau. Ed egli conferiva valore espressivo, quasi tentava di proferire parola astratta e inascoltabile quando imprimeva volontà a una gestualità studiata delle mani, le stesse che con movimenti combinati richiamavano le arti ipnotiche del vampiro nato dalla penna di Bram Stoker.

Martin Landau lo interpretò così Bela Lugosi, come un attore che non riuscì mai a strapparsi di dosso il mantello ottenebrato del Conte. Seguitò per tutta la vita a indossarlo con malinconica fierezza, fornendoci un ritratto tragico ma al contempo adorabilmente grottesco di un’icona del cinema dell’orrore.

Nato a Brooklyn, il 20 giugno del 1928, Landau cominciò la sua carriera nella recitazione nel 1955 quando, insieme a duemila aspiranti, tentò le audizioni per entrare all’Actors studio. Solo due candidati riuscirono a superare le audizioni: lui e un giovane Steve McQueen. Da quel giorno iniziò il viaggio nel mondo della settima arte di Martin Landau. Una carriera che lo vede districarsi tra cinema, televisione e teatro. Una delle sue primissime interpretazioni sul piccolo schermo risale al 1958, quando comparve in un episodio della prima stagione della serie culto “Ai confini della realtà”. Nel 1959, dopo una parte in “38° parallelo: missione compiuta”, ottiene il ruolo di Leonard in uno dei capolavori di Alfred Hitchcock: “Intrigo internazionale”. Nel 1963 è nuovamente coinvolto in una produzione kolossal: “Cleopatra”, film per cui interpreta la parte di Rufio.

In televisione, nel corso dei decenni, sono molteplici le incisive e caratterizzanti prove dell’attore: a tal proposito, vogliamo ricordare un episodio della serie televisiva “Colombo” in cui Martin Landau interpreta due assassini. Due gemelli che mettono in seria difficoltà il geniale tenente, che in un avvincente episodio, dovrà faticare fino alla fine per capire chi dei due sia veramente coinvolto nell’omicidio. In televisione la sua apparizione più famosa resta però quella nel telefilm “Spazio 1999” serie tv di fantascienza a cui prese parte per 48 episodi interpretando il protagonista John Koenig. Landau continuerà sempre a lavorare con discreti ritmi, reciterà nel film di "X-Files", e si dedicherà anche al doppiaggio, tornando nuovamente a lavorare per Tim Burton in "Frankenweenie".

Martin Landau venne candidato per tre volte al premio Oscar: nel 1989 per “Tucker, un uomo e il suo sogno”, nel 1990 per “Crimini e misfatti” e nel 1995 quando lo vinse per “Ed Wood”.

Landau fu altresì un illustre maestro di recitazione. Vantava una maestosa presenza scenica e un'eccezionale mimica facciale.

Oggi, dopo il suo addio, rivedere le scene finali di “Ed Wood” in cui il suo sofferente Bela Lugosi si soffermava qualche istante, una volta fuoriuscito dalla sua dimora, a contemplare la bellezza e la grazia di un fiore sbocciato, risulta ancora più toccante. Dovremmo ricordarlo per sempre così, con quella sua calma e quella sua sensibilità artistica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Alcuni estratti video di "Ed Wood":

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Il 10 aprile del 1967 Walter Matthau vinceva il Premio Oscar. Aveva 48 anni quando si apprestava a godere del tanto ambito successo internazionale. Proprio così, era riuscito finalmente a imporsi in età relativamente avanzata; la stessa età in cui, spesso, gli altri attori cominciavano a dedicarsi a ruoli meno intensi e logoranti. Lui, invece, iniziava proprio in “quel momento” la sua carriera nel cinema. Ma era giusto così, perché Matthau non era “gli altri”, era unico, e a lui si addiceva un tale iter, un percorso del tutto singolare, come un abito esclusivo, tagliato su misura.

Vinse quel massimo riconoscimento per un’indimenticabile interpretazione in una commedia di Billy Wilder; perché Matthau fu anche uno dei pochi attori ad aggiudicarsi l’ambito premio per un ruolo comico. L’Academy, si sa, tende a lodare performance drammatiche in pellicole di denuncia o in opere gloriose e auto-celebrative, raramente incensa lungometraggi comici. Ma, a voler ribadire, Matthau era eccelso nel ricercare “l’esclusiva”, non poteva ricevere tale gloria da un “dramma qualunque”. Già, il dramma! Quell’arte che ricalca spesso la gravosità e il rigore anche quando non andrebbero rimarcati più del dovuto. Vi è mai capitato di chiedervi cosa sia più difficile tra far ridere o far piangere? La risposta sembrerebbe ovvia in un primo, impulsivo momento: di certo far piangere! E invece non sempre è così.

Walter Matthau in una scena de "La strana coppia"

La commedia articolata, raffinata, quella che genera il riso spontaneo, sincero, perpetrato senza volgarità, senza la messa in scena grottesca, parodistica, assurda nella sua realizzazione spropositata, è davvero difficile da realizzare. Per tutti gli anni sessanta, settanta e ottanta, Matthau fu tra i più grandi interpreti della commedia americana per eccellenza, quel genere sofisticato che si affidava a una ilarità arguta ed elegante. Teatrale nella sua resa sul grande schermo. Lo spessore artistico di quest’immenso attore gli permise, durante tutta la sua lunga e prolifica carriera, di spaziare con estrema naturalezza dal dramma (negli anni cinquanta fu quasi sempre il “cattivo”) al thriller. Matthau riusciva ad essere ciò che voleva: un lusso che potevano permettersi in pochi, solo coloro dotati di un talento istrionico innato. Ma nella commedia portava a compimento la gloria del proprio genio.

Davanti ad una sala gremita non si scomponeva, incantava. Egli trascinava tutti nella più completa allegria e spensieratezza, con quel genere artistico dedito all’allontanamento temporaneo da ogni problema quotidiano che da sempre affligge l’animo umano. Cosa saremmo senza la commedia? Anime grette e aride, cervelli macchinosi e devoti ad una resa piatta, scevra dall’emozione che tende al lieto fine.

Walter Matthau a teatro

A teatro, calca i palcoscenici di Broadway per dieci anni, vincendo due Tony Award. Una leggenda di Broadway destinata a diventare una leggenda di Hollywood. Matthau non solo interpreterà, ma creerà uno stile di recitazione del tutto suo, “disegnando” i personaggi sulle sue doti, rimarcando i tratti burberi ma angelici dell’intimità emozionale, i quali, in maniera perfetta, faranno coppia con l’amico di sempre, Jack Lemmon.

Walter Matthau e Jack Lemmon

La commedia fu spesso un genere sottovalutato dai critici, ma l’avversità che i commediografi avvertono durante la stesura di una loro opera e l’impegno che gli attori ci mettono nell’interpretare le battute è difficilmente comprensibile.

Walter Matthau e Audrey Hepburn

Ma come si approccia uno spettatore alla commedia? Nello stesso modo in cui si appresta a seguire un’opera molto più seriosa? NO! Assolutamente NO! Da tale opera si aspetta una riflessione, e anche se quel film gliene offre una mediocre, tende a considerarlo più attentamente, perché, perlomeno, dona un barlume di coscienziosità e ponderazione. Se una commedia invece non colpisce, si tende ad ignorarla, rea di cadere nel prosaico, poiché tratta il tutto con leggerezza e banalità. Sembrerebbe che lo stile comico vada sempre incontro a giudizi severi e scrupolosi se si pone come lungometraggio che desidera fregiarsi del titolo di “grande commedia anni…”. Far ridere un pubblico intelligente non è semplice, è maledettamente difficile. Ma Walter Matthau riusciva a prendere una parte comica e farla immediatamente propria, rendendo il tutto così naturale da sembrare una prassi, un’ovvietà professionale per un attore come lui.

La mimica facciale variava sempre, e grazie ad un’intonazione studiata della voce, riusciva a caratterizzare sempre diversamente il personaggio, con una costante ricerca di un’ironia nuova. Matthau creò al contempo un tratto tipico dei personaggi che andrà a interpretare: uomini abili a conquistare lo spettatore nel progredire della storia. Il pubblico, infatti, nello scorrere dei suoi film, vedeva sempre più venir fuori il lato generoso e docile ma sempre attento del protagonista, all’inizio invece presentato come arcigno e severo, trasandato e rozzo.

Il genio della commedia creò un proprio stile, perseguì un personale percorso, conquistando di diritto un trono nell’Olimpo dei grandi. E lo fece incarnando un genere che richiede da sempre una maggiore spontaneità intima. Ma Matthau poteva, perché con una sola alzata di sopracciglio riusciva ad esprimere il dramma tragicomico della situazione vissuta. Perché la commedia altro non è che la capacità dell’uomo di poter sorridere di qualunque cosa, sempre nel talento rispettoso dell’altro.

Walter Matthau con Ingrid Bergman

Neil Simon adorava Matthau, scelse quasi sempre lui per interpretare i ruoli primari nelle sue opere. Serviva un grande attore per mettere in scena i testi di un grande autore. Avevano bisogno l’uno dell’altro, così come Matthau e Lemmon avevano bisogno di dar sfogo all’estro della loro arte, in coppia sul grande schermo. Noi tutti avevamo bisogno di loro, e ne abbiamo ancora, perché avvertivamo forte il desiderio di dover sorridere. Perché se un film ci strappa quelle sincere e perpetue risate, nel corso della nostra vita, non vogliamo mai davvero smettere di rivederlo. Ne avvertiamo il bisogno. Nei momenti più bui, nei giorni più tristi, ci raggomitoliamo sul divano, e guardiamo quel film, magari anticipando le battute e sorridendo ancor prima, ma non ci importa, siamo felici lo stesso, anzi lo siamo di più. La commedia vive attraverso i nostri momenti più tristi per allontanarli a favore di quelli più giulivi.

Matthau, dal canto suo, viveva nella costante autorappresentazione dell’uomo di spettacolo sul palcoscenico della vita; fu così che affrontò le nevrosi di Felix nel suo stesso appartamento, e fu nel medesimo modo che donò ad Henry Graham un’espressività cinica e disinteressata, una presenza scenica distinta e disperatamente altolocata. E con la medesima dedizione corteggerà la mai adorata Barbra Streisand, tra sfarzi scenografici e musiche incessanti, scamperà alle predazioni di chi vorrà annientare il suo genio criminale, bacerà Ingrid Bergman nel proprio studio dentistico, scomporrà il proprio talento in tre parti pernottando una sola giornata all’Hotel Plaza, invecchierà di vent’anni per l’amico Jack, spalleggerà Glenda Jackson, e sposerà Julie Andrews per adottare una bambina bisognosa del suo affetto. Potrei proseguire ma sarebbe come rimarcare una storia già immortalata su pellicola e nella filmografia di un re della commedia: quella commedia fatta per essere ricordata nel tempo.

Walter Matthau e Julie Andrews

La gente avrà sempre bisogno di ridere, ma anela a una risata “degna”, nata da una rappresentazione di alto spessore artistico. Ormai una rarità. Per questo Matthau manca; manca terribilmente a questo cinema, che a volte smette di incantare e di emozionare. E purtroppo, ahimè questa verità no, non può farmi ridere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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