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“E’ abbastanza difficile scrivere un grande dramma, ma è molto più difficile scrivere una buona commedia, ed è più difficile di tutto scrivere un dramma con la commedia. Che è ciò che è la vita.”

Jack Lemmon (8 febbraio 1925 –27 giugno 2001)
Jack Lemmon è stato, ed è ancora per me, un amico, uno di quelli più cari che richiami e rivedi quando ne senti la mancanza. Un amico che possiede la gentilezza e l’educazione di ripresentarsi tutte le volte, senza mai un ritardo, sotto forma di pellicola cinematografica e con un aspetto o un ruolo, che dir si voglia, diverso tutte le volte. Mi ha strappato sorrisi nei giorni più tristi e altrettante risate nei giorni più allegri. Jack Lemmon era un artista incontenibile e un interprete dai tempi comici innati, ma era soprattutto una persona di buon cuore, così come lo hanno sempre descritto i veri, più cari amici che aveva. Era in tutto e per tutto simile ai suoi stessi personaggi, capaci di ridere e di far ridere e di restare a volte ingenui e speranzosi anche quando si prospettavano le situazioni peggiori. Cedeva alle volte allo sconforto, al malinconico senso di abbandono, pur non mettendo mai da parte quell’ironia raffinata ed elegante, bonaria e sarcastica, e quell’espressione angelica e fiduciosa, capace di offrire dunque, una chiave di lettura per l’intera vita dell’uomo, autorappresentata su camera e scenario.

Per ricordarlo ulteriormente ho scelto questa foto scattata nel 1966, sul set di "Non per soldi...ma per denaro", dove Jack e Walter si incontrarono per la prima volta.

E' vero, entrambi perseguirono anche singolarmente una carriera da assoluti fuoriclasse, quindi per tributare Lemmon sarebbe più opportuno trattare dei film che resse da solo, sulle proprie abilità attoriali, piuttosto che quelli in coppia. Ma credo che per comprendere appieno la grande bontà che entrambi potevano vantare dietro al talento attoriale, bisogna inevitabilmente parlare dell'amicizia che li legava.

Lemmon e Matthau lavorarono insieme davanti alla macchina da presa per altre 9 volte; tra cult assoluti, botteghini sbancati e recensioni lusinghiere. Per essere davvero precisi, bisogna dire che lavorarono insieme undici volte. L'undicesima volta però era diversificata: in quel caso non lavorarono propriamente davanti alla macchina da presa, o per lo meno, solo Matthau si trovava "davanti" la macchina da presa, Lemmon, invece, figurava alla regia, nella sua unica esperienza da cineasta.

Il loro fu un rapporto di profonda amicizia durato più di trent’anni; tre decenni di vita, di cinema, di successi. La loro vicinanza, il rispetto e l'ammirazione che nutrivano l'uno per l'altro furono caratteristiche peculiari per i due mostri sacri dell'Hollywood di quegli anni, cosi come la loro inarrestabile verve comica. Erano soliti infatti battibeccare e prendersi in giro con battute secche e improvvisate ogniqualvolta dialogavano liberamente. Nei momenti più drammatici, quando Matthau era prossimo all'addio, Lemmon gli restò sempre accanto, andandolo a trovare quotidianamente insieme alla propria moglie e alla consorte di Walter, Carol Grace.

Il figlio di Matthau, Charlie, descrisse più volte Jack Lemmon come il miglior amico del padre, e addirittura come un secondo padre per lui stesso.
Esattamente un anno dopo la dipartita di Matthau, Lemmon morì, piegato da un tumore, il 27 giugno del 2001.

Viene da chiedersi se anche lassù, i due amici continuino ironicamente a litigare, su di un piccolo grande palcoscenico posto su una nuvola, intenti a far ridere coloro che richiedono i bis delle loro iconiche scene…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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(Articolo del 9 giugno 2017)

Ghostbusters” è stata la prima videocassetta che tenni in mano, quella che vidi quando imparai a cosa servisse un videoregistratore. Avevo poco più di quattro anni. Guardai questo film per ben quattro volte in una sola giornata e, ogni qualvolta apparivano i titoli di coda, riavvolgevo il nastro e ricominciavo. “Ghostbusters” è stato il mio primo, vero approccio con il cinema.

Sono trascorsi 33 anni dalla sua uscita ufficiale nelle sale statunitensi. “Ghostbusters” era un’opera figlia di un decennio probabilmente unico per comicità e stile di realizzazione. Era un simbolo della prima metà degli anni ‘80, un progetto certamente singolare ed esclusivo, difficilmente riadattabile se estrapolato e inserito in un altro contesto che non fosse quello originario. Ma “Ghostbusters”, pur ergendosi ad emblema di un’epoca, non rifiutava e non rifiuta ancora oggi di volgere la propria attenzione al futuro. E infatti, anni ‘80 o no, resta uno di quei cult capaci di far crescere tre generazioni di spettatori, reggendo sulla propria pelle più di trent’anni di proiezioni, portati senza alcuna ruga in viso. “Ghostbusters” non riesce proprio ad invecchiare.

Peter Venkman fu il primo personaggio che imitai da bambino. Sarà per la sfrontatezza, l’ironia sarcastica e mordace, o l’eroismo così riluttante, ma lui fu immediatamente il mio personaggio preferito. Il nucleo originario degli acchiappafantasmi era formato da un trio che, ad oggi, non ha certamente bisogno di presentazioni. Credo che ancor prima di appassionarmi all’aspetto fantascientifico, alla Ecto 1, agli zaini protonici o alla voracità di Slimer, mi piacque, prima di tutto, quel senso di amicizia che legava per l’appunto il trio. 



Peter, Ray e Egon erano sostanzialmente tre ragazzi immaturi ma piuttosto dotti, con l’aspetto di tre uomini adulti. Soprattutto Ray, il personaggio che più mostrava quell’entusiasmo bambinesco quando si trattava di andare alla scoperta di qualcosa di “nuovo”. Era il cuore degli acchiappafantasmi, l’anima viva e pulsante di una squadra. Egon, all’apparenza, era il più serioso, sempre concentrato e perennemente sulle sue. Eppure, dalla sua dipendenza per gli zuccheri e dalla sua incapacità di notare le avance di Janine, veniva fuori una caratteristica quanto mai ingenua e infantile del suo animo, devoto alla conoscenza giocosa, piuttosto che alla vera, sostenuta, serialità scientifica. Lui non poteva che essere la mente del gruppo. Peter, lo si notava di primo acchito, era un uomo allegro, spensierato, abile a trovare la prospettiva irrisoria anche quando si delineavano le situazioni peggiori. Sempre con la battuta pronta e sempre con un’elevata attenzione, scevra da timori sul rompi-ghiaccio, verso le belle donne che finiva per corteggiare assiduamente. Era probabilmente l’unico in grado di adempiere al ruolo di “voce” degli acchiappafantasmi, nel loro aspetto più sociale. Un “tridente” svagato e speranzoso, che mirava al risultato a lungo termine, alla rivelazione e alla classificazione di entità ectoplasmatiche. Un terzetto che aveva bisogno di un elemento più maturo e ben più lontano dal paradossale. Winston arrivò in seguito, ed era ciò di cui avevano bisogno, forse il vero elemento “adulto” di tutta la banda, quello capace di ridare maggiore “realtà” a una "triade" adorabile, che affrontava inizialmente i fantasmi con il solo ausilio di un improvvisato “Pigliala!”. 

Non è un caso che sin da bambini ci si appassioni tanto agli acchiappafantasmi. Perché sono come noi vorremmo essere da adulti. Uomini capaci di conservare l’entusiasmo della fantasia. I ghostbusters non sono altro che un’amicizia sincera, alimentata da una comicità surreale e da un’avventura paranormale. Tutti noi avremmo voluto essere un acchiappafantasmi. Io per primo avrei voluto essere un acchiappafantasmi! Indossare una divisa, brandire uno zaino protonico e catturare un fantasma, e se fosse finita male avrei avuto i miei amici a fianco, pronti a farsi una risata chiusi in un ascensore con un reattore nucleare non autorizzato sulla schiena, pronti a rivederci “dall’altra parte”.

A “Ghostbusters” va sempre uno dei miei più affettuosi pensieri, perché è stato il mio “numero 1”, il primo vero stupore che provai con il cinema. Non riesco davvero ad immaginare la mia infanzia senza questo film, ed è soprattutto in tali momenti che mi rendo conto di quanto un singolo film possa non essere mai soltanto “un film”. Per ognuno di noi, “quel film” ha il potere di significare qualcosa di profondo: una svolta, una magia, un’illusione stracolma d’emozione. E negli anni quel film che portiamo nel cuore diventa pensiero confortante, si tramuta in ricordo incoraggiante che non fa che ripresentarsi ciclicamente ogni qual volta abbiamo nostalgia di un tempo ormai andato.

L’ultimo pensiero di questo trentatreesimo anniversario vorrei rivolgerlo ad Harold Ramis: è stato un vero piacere lavorare con lei, dottore… Grazie per avermi introdotto nel mondo del cinema. Grazie acchiappafantasmi per essere stati così importanti.
Ancora oggi sono pronto a credere in voi!

Vi invitiamo a leggere il nostro articolo sul videogioco di "Ghostbusters" cliccando qui

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Naboo è natura incantevole e pura, è un luogo solare, lindo, bagnato da acque limpide e sovrastato da cascate trasparenti. Naboo è coperto da verdi pianure e da praterie fiorite, da fiumi cristallini e da architetture regali vittoriane. E’ una terra paradisiaca, talmente favolosa da sembrare l’essenza vivibile di un sogno, di una “casa” idealizzata e dipinta su di una cornice cinematografica. Non a caso è il mio “pianeta preferito”, quello dove fantasticamente, desidererei vivere. Splendido e perfetto quasi quanto la sua meravigliosa regina di un tempo ormai andato…

Buon compleanno Natalie Portman, la Mathilda di Léon, l’Alice di Closer, la Evey di V per Vendetta, la musa di Goya, la giocattolaia di Magorium, la danzatrice leggiadra e ottenebrata come un cigno nero avvilito da un fato che ha conquistato l’Academy ma per me, ancor più, la Padmé di Star Wars, una donna ancora più bella del suo magnifico, pianeta natale.

Autore: Emilio Giordano
Redazione: CineHunters

"Lauren Bacall" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Qual è la prima cosa che guardi in una ragazza?”, una di quelle classiche domande che fanno il giro del mondo e dalla risposta tanto impacciata quanto ripetitiva. La replica più ovvia, quella che balza subito alla mente, reca in sé la dicitura: “gli occhi”. La risposta simbolo della banalità per l’implicito assunto sociale della conversazione. Una risposta talmente scontata, per quanto spesso è stata usata nel parlare comune, da risultare sempre falsa, detta soltanto per l’imbarazzo di poter nominare curve, fianchi o quant’altro. Ma pronunciare “gli occhi” equivale sempre a fornire una risposta di circostanza? L’ovvietà l’ha resa necessariamente una verità improvvisata, priva di ogni reale fondamento? Certo che no! Ci si può davvero innamorare di uno sguardo, accomunare con prontezza quella particolare occhiata a una bellezza evocativa e facilmente mirabile nel richiamo dei ricordi.

Lauren Bacall era famosa per il suo intrigante sguardo. Gli occhi della diva erano tramutabili in una sorta di specchio di un’anima innocente, gioviale, pura e limpida, dolce e lieve come una brezza d’estate, la quale, accarezzando la pelle di chi ne riceve il soffio, allontana gli affanni di un caldo torrido. Non resta che confessarlo, per Lauren Bacall non potevi che rispondere: “gli occhi”.

Quel suo modo d’indirizzare lo sguardo verso la camera era il preludio a una infatuazione che poteva generarsi nell’intima emotività dello spettatore.  E con quegli stessi occhi Lauren riusciva a comunicare ancor più che con la mimica facciale, ancor più che con la gestualità, ancor di più che con le parole.  Spesso calava la testa su di un lato e perseguiva a mantenersi leggermente inclinata in una posa plastica eppur naturale nel movimento successivo, nell’istante in cui i capelli scendevano sulla parte ricurva del collo. L’ammiccamento cedeva il passo a un’osservazione attenta, quasi sospetta della realtà circostante, e lo schiudersi esagerato delle pupille cessava quando l’espressività riferita ai terzi lasciava trasparire un tono di arrogante sfrontatezza. Quest’avvenente seduzione la rendeva una tentatrice femme fatale del cinema in bianco e nero.

Proprio nei noir Lauren Bacall dava il meglio di sé, risultando alle volte ipnotica, la compagna ideale di una vita con il piede costantemente premuto sull’acceleratore. Un fascino magnetico che con una sola alzata di sopracciglio poteva innescare un brivido. Un palpito perpetrato da una donna dal temperamento forte e combattivo e dalla grazia dolce e femminile. Lauren Bacall era vulnerabile nel suo essere misteriosa e forse per questo ancor più desiderosa di farsi scoprire da chi fosse meritevole d'indagare tra i meandri dei suoi segreti. Una donna graffiante come un felino ma al contempo indifesa come un bianco cigno che nuota sulla superficie ondeggiata di un lago con passi leggiadri: una donna vera.

Si, la risposta “gli occhi” è vera e plausibile nell'inattaccabile romanticismo di una confessione, basterà riportare il nome di Lauren Bacall per rafforzare il valore della risposta. Si può davvero cadere vittima di una “fantastica” infatuazione per una delle più grandi attrici di sempre grazie a un singolo, meraviglioso sguardo.

A me è successo!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Tutte le volte che nomino “Big Fish” a mia madre, lei mi risponde con una domanda: “il film delle scarpe?”. E sorrido. Sorrido perché penso sia curioso che tra racconti di giganti gentili, di streghe in grado di profetizzare la morte semplicemente con “lo sguardo”, e di bavosi lupi mannari famelici, la prima cosa che a lei viene in mente sono sempre le scarpe. Le scarpe in determinati frangenti del film non sono semplici calzari ma, specie se tolte e abbandonate, assumono un significato ineludibile, simbolicamente metaforico, un’allegoria d’intensa forza esplicativa. Ci si guadagna la libertà nel perdere le scarpe e nel lasciarle annodate a penzoloni su di un filo teso, legato alle due estremità che fanno quasi da “portale” alla città di Spectre, dominando il viandante non appena quest’ultimo varca la soglia del soffice terreno sito alla fine della foresta. 

Spectre è la quiete, l’arrivo, la fine. E’ una città immobile, avulsa dal mondo esterno, avvolta nella felice compiutezza e nella baldoria quotidiana che non lascia spazio alla novità ma solo alla rilassatezza e all’assuefazione sognante di un mondo alienato nella goliardia. Per certi versi Spectre è un luogo estraniato dalla fantasia, poiché la perpetua perfezione risulta oltremodo difficile da trovare e da tollerare anche nell’accettazione di un mondo fantastico. Se tutto è perfetto, il medesimo “tutto”, può diventare adattamento e consuetudine noiosa?


Spectre è l’ultima fermata del treno, il capolinea della vita se la intendiamo come scoperta, viaggio, come la ricerca di emozioni altalenanti ma pur sempre nuove. Mia madre nelle scarpe lanciate e annodate su quel filo ci vede, a suo dire, una libertà pagata con la prigionia. Un’affermazione suggestiva ma dal sotto-testo inquietante persino nell’analisi di una storia reale e immaginifica. Per godersi la confortante patina di Spectre bisogna rinunciare al resto, lasciarsi alle spalle ciò che si poteva scoprire nel viaggio continuo della vita, che sia dolore o sollievo. La libertà coincide con la felicità durevole ma scevra dallo stupore, la prigionia invece, con la rinuncia a un qualsivoglia ritorno al mondo al di là della foresta. Persino la monotonia quotidiana viene spazzata via dall’incantesimo di Spectre, e no, un uomo come Edward Bloom non può certo sopportare di non poter trasformare qualcosa di normale in qualcosa di straordinario. Se fosse rimasto lì, circondato da un sogno, non avrebbe più potuto crearne altri lui stesso. “Neanche mi aspetto di trovare un posto migliore” dice Edward al suo addio.

Nessuno è mai andato via da Spectre, ma lui non è mai stato un uomo qualunque e non ha mai ricercato la fine del viaggio quando aveva appena intrapreso il proprio pellegrinaggio. Doveva andare via, anche senza le sue scarpe. Sarebbe stato più faticoso ma ne sarebbe valsa la pena. E un giorno, quando sarebbe ritornato, non avrebbe più visto quella città come la ricordava. Si impegnerà a restituirle quello splendore che portava nel profondo del suo cuore e dei suoi ricordi, ma neppure in quel momento, si fermerà lì. Non tornerà più. Poiché la sua sola casa è quella dove c’è Sandra ad attenderlo.

Quando nomino “Big Fish” a me stesso, quando rievoco le sue fotografie "fatiscenti", i suoi colori favolistici e il viso angelico e fatato della giovane Sandra Bloom, quando ci penso, ecco, la mia mente richiama con rapidi stacchi mnemonici la scena dell’incontro tra Edward e sua moglie, e la magia del suo ricordo, dove ancora una volta la fantasia supera la normalità. Il vedere Sandra voltarsi in corrispondenza del suo sguardo in lontananza, e quel folgorante colpo di fulmine istantaneo, per poi perderla, bruscamente tra la folla, diventa un momento di sola, assoluta poesia incantatrice: il mondo intorno a lui si è fermato, egli ha avuto modo di avvicinarsi, di scorgerla a pochi passi. Era splendida. I capelli biondo rossastri le cingevano il viso, gli occhi erano persi nel vuoto ma seguitavano a mantenere comunque la bellezza di uno sguardo naturale, e quel vestito azzurro che indossava veniva irradiato dalla luce dei riflettori del “palcoscenico” che sembravano illuminare solo e soltanto lei, come fosse la prima attrice di uno spettacolo teatrale. Edward la contempla solo per pochi istanti, ma non può che fissarla nella sua mente come se la rimirasse continuamente. Scolpisce i lineamenti di quel volto angelico nella propria intimità come se volesse inciderli su di una pietra liscia e levigata. E proprio quando sta per toccarla, ella svanisce, come nelle migliori e più crudeli fiabe. Il tempo ha ripreso a muoversi e per recuperare ciò che aveva perduto, ha accelerato, facendo dissolvere, tra le persone comuni, l’amore della sua vita. 

Lasciarsi alle spalle Spectre, nella logica di una narrazione colma d’immaginazione, ha segnato l’abbandono di un luogo perfetto per ricercare l’amore etereo e d’eterna durevolezza, in una vita non stratificata ad un singolo aspetto ma lunga e avvincente. Edward avvierà una ricerca di tre anni soltanto per venire a conoscenza del nome di quella donna che ne ha rapito ogni volere, inizierà un corteggiamento più difficile del previsto ma proprio per questo non meno esagerato e sfiorerà un matrimonio impedito dal reclutamento e dalla guerra: Edward si sarebbe perso tutto questo. La morte apparente del soldato, lontano dalla propria dimora e dalla propria compagna svanisce, come nelle migliori e più felici fiabe, questa volta, quando Edward riappare da dietro un drappo steso in giardino e riabbraccia finalmente Sandra. Non avrebbe vissuto questo “finale” e sarebbe stato un errore imperdonabile. Il guardarsi tra gli asfodeli, in un’esplosione di colore, in un’esaltazione visiva straordinaria è il vero momento perfetto che supera persino il paesaggio pittoresco di Spectre. Un bacio sarebbe stato ancora prematuro. Avranno tutta la vita per baciarsi e il resto dei loro anni per conoscersi. In quel momento, il solo guardarsi negli occhi e sorridere, risultava il raggiungimento di un sogno dalla fantasticheria adamantina. La perfezione non è nei giorni vissuti ma nel singolo momento, quello che blocca la naturale scorrevolezza degli eventi.

Non potevo che commentare l’opera di Tim Burton attraverso uno speciale articolo, rievocando per essa il mio personale ricordo. Come un cantastorie, anch’io emulando Edward ripenso a “Big Fish” e ne rinarro gli eventi in base a ciò che per me hanno significato. E con un pizzico di fantasia, mi cimento a scriverne attraverso le mie più sentite reminiscenze . Né una recensione né un’analisi critica: soltanto la raffinata pregevolezza della comprensione del film mediante quell’espediente narrativo tanto caro al suo protagonista: riportare in auge un ricordo, il più intenso di una vita incredibile.

Forse il primo pensiero che possiedo di “Big Fish” potreste trovarlo più “banale” rispetto a quello di mia madre. Antepongo una storia d’amore a un dettaglio scenografico non di certo indifferente, ma credetemi, in una fantasia sognante la mia scelta ha il suo perché. Vedere l’amore di una vita, rimirarla in volto e credere che tutto intorno a sé sia inutile, quasi immobile, è dannatamente ciò che potrei desiderare ma che questa realtà non mi permette di adempiere. E no, allo stesso prezzo, io preferisco la fantasia…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Brendan Fraser è Rick O'Connell" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Voglio cominciare a scrivere su Brendan Fraser ricordandolo in un suo ruolo a teatro, di cui forse si parla raramente quando si fa cenno alla sua carriera. Era il settembre del 2001 quando Fraser sbaragliava una folta e agguerrita concorrenza di aspiranti provinanti, aggiudicandosi la parte principale nel dramma di Tennessee Williams “La gatta sul tetto che scotta” nella prestigiosa Pièce londinese del West End. Furono cinque i mesi consecutivi di repliche che registrarono il tutto esaurito, con Fraser acclamato dalla critica e dal pubblico per l’immensa prova attoriale cui aveva adempiuto. Dopo anni in cui macinava film su film e aveva finalmente raggiunto il successo nell’Hollywood dei divi più celebri, era riuscito a ritagliarsi il suo posto d’onore a teatro: la vera dimora della recitazione. Quella in cui il pubblico e gli attori diventano parte integrante di una scenografia che tende a estendersi ben più dei semplici confini “scenici” di una cinepresa. Brendan Fraser è stato da sempre un attore difficilmente collocabile in un vero e proprio genere prediletto. Ricordarlo a teatro, in un’opera così complessa, vuol dire rammentare la figura di un attore di un certo spessore drammatico, eppure, tanti sono i ruoli al cinema diversissimi tra loro: il comico, l’imbranato della situazione, lo studente, il musicista, l’uomo risoluto e persino l’eroe per eccellenza.
Qualche anno prima di quel successo a teatro, precisamente nel 1996, Brendan Fraser parodiava la figura di Tarzan nel film Disney “George…re della giungla?”, una bizzarra e demenziale commedia per famiglie che si rivelerà un inaspettato quanto clamoroso successo commerciale: il primo per l’attore. Se uno spettatore qualunque prendesse in esame per la prima volta Brendan Fraser in quel film non potrebbe che proferire un giudizio del tutto simile a questo: un attore scelto soltanto per il proprio aspetto fisico. Un “belloccio” utile soltanto per intrattenere il pubblico femminile e recitare, se così si può dire, in pellicole dai caratteri leggeri e clowneschi. Una sentenza decisamente discriminante. Niente di più falso! Basterebbe fare un passo indietro, dare un’occhiata ad una filmografia che affonda le radici agli inizi degli anni ’90, per comprendere quanto la prima impressione possa rivelarsi sbagliata.

La carriera di Brendan Fraser comincia nel 1991 con una lunga gavetta che lo porterà ben presto a duettare con nomi di una certa rilevanza: nel dramma sul tema dell’antisemitismo “Scuola d’onore” divide oneri e onori della scena con Matt Damon e Ben Affleck, nella commedia gialla “Scambio d’identità” recita fianco a fianco ad una certa Shirley MacLaine, e nel parodistico “Il mio amico scongelato” si trova ad interpretare un cavernicolo, risvegliatosi nell’ultimo decennio del novecento, che ha come unico amico Sean Astin, il Samvise Gamgee de “Il signore degli anelli”. Quest’ultimo film, a dire il vero, non andrà poi così lontano da quei criteri pantomimici e surrealistici visti in “George”, eppure “Encino man”, come sarà conosciuto in America, fa parlare di sé tra il pubblico adolescenziale, soprattutto per una vena narrativa tanto assurda da risultare gradevole. Nel thriller ansiogeno “Sinistre ossessioni” del 1995 sfida Viggo Mortensen, l’Aragorn della medesima trilogia in cui reciterà il vecchio collega Sean Astin, per tentare di vivere un amore malato con Ashley Judd. Infine, in “110 e lode”, per primeggiare, “duella” a colpi di battute con il premio oscar Joe Pesci, in una toccante commedia drammatica dalla profonda morale, basata sulla differenza tra lo studiare semplicemente sui libri di testo e il comprendere davvero ciò che è in verità la vita: quella fatta di esperienze, di amori, di delusioni e strazianti addii. E’ questo il primo grande film che individuo nella carriera di Brendan Fraser: quello in cui si comincia a notare la sua grande versatilità, l'elemento che caratterizza gli interpreti dell’Hollywood più competitiva. Contrapposti in due ruoli tanto diversi troviamo Fraser da una parte e Pesci dall’altra. Il primo è uno studente modello iscritto all’ultimo anno di Harvard che si pone come obiettivo primario quello di conseguire la laurea a pieni voti; il secondo, invece, è un barbone dal passato colmo di dolore, che ha una precisa idea dell'esistenza e di ciò che è realmente meritevole di essere vissuto. Dal loro rapportarsi emerge un’analisi per nulla scontata su ciò che è la vita, un lungo pellegrinaggio costellato da numerose tappe da intraprendere. Un’indagine che porterà il personaggio di Fraser a rivedere le proprie priorità e abbracciare una particolare ispirazione che lo sospingerà negli obiettivi futuri, dopo aver concluso il proprio percorso di studi senza ottenere il massimo del punteggio che in principio tanto significava per lui.

Due anni prima, precisamente nel 1994, lo troviamo nei panni di un vero e proprio metallaro squattrinato insieme a Steve Buscemi e Adam Sandler nella commedia musicale “Airheads – Una band da lanciare”, un piccolo cult per gli amanti del cinema rock. Giungiamo dunque al 1998, quando viene scelto come co-protagonista nell’opera “Demoni e dei”, un dramma con Ian Mckellen, basato sulla vita di James Whale, il famoso regista che portò al cinema il personaggio di Frankenstein e dell’uomo invisibile negli Horror anni ’30. Il film, una struggente e a tratti anche inquietante investigazione introspettiva all’animo del tormentato regista britannico, viene accolto con ampi consensi, guadagnando tre nomination all’oscar e facendo salire Fraser in cattedra, portato alla ribalta come grande interprete drammatico. I critici scoprono inaspettatamente un attore completo, che cela, dietro quell’espressione a volte giocherellona, un importante talento. L’anno successivo corteggia Alicia Silverstone in “Sbucato dal passato”, una deliziosa e originalissima commedia romantica con Cristopher Walken. Un altro buon risultato nella carriera dell’attore, ma a Fraser manca ancora qualcosa: il film della sua vita, quello che lo farà diventare uno degli eroi d’azione del cinema di fine Novecento. 

Brendan Fraser e Rachel Weisz ne "La mummia"



E proprio nel 1999 arriva la chiamata della Universal che gli offre il ruolo di Rick O’Connell ne “La mummia”. Il progetto iniziale è quello di un film fanta-horror in cui Imhotep, la creatura risvegliatasi dopo duemila anni di sonno eterno, semina il terrore nel moderno Egitto. Lentamente i caratteri del film mutano durante la lavorazione di Stephen Sommers, e il lungometraggio espande i propri orizzonti abbracciando i canoni tipici dei film d’azione. Il film distilla sapientemente tempi comici alternandoli con quelli Horror, stanziando inoltre più di un pizzico di quell’avventura esplorativa e al cardiopalma che tanto giovò alle pellicole di Indiana Jones. Nel mese di maggio sbarca al cinema “La mummia”, un mix perfetto capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa. Il fascino scenografico dell’antico Egitto rivive con la grafica computerizzata e con le ricostruzioni di un set dal vivo a Marrakech, nel cratere di un vulcano inattivo che funge da luogo prescelto per l’allestimento dello scenario in cui giace una “defunta” Hamunaptra. L’enorme successo de “La mummia” lo avvolge: nel primo week-end sono quasi cinquanta i milioni portati in cassa ai botteghini statunitensi. Un record destinato ad aumentare nelle successive settimane. Cento, duecento, trecento, si va oltre, fino ai quattrocento milioni d’incasso, un risultato assolutamente imprevisto alla vigilia della distribuzione nelle sale. Il film balza fino ai primi quattro posti dei lungometraggi di maggior successo dell’anno, facendo scorpacciata di nomination ai Saturn Award (una per lo stesso Fraser) e sfiorando il Bafta per migliori effetti speciali e l’Oscar per i magnifici effetti sonori abbinati all’irresistibile colonna sonora composta da Jerry Goldsmith.

Una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina posta sulla schiena con due pistole, un paio di pantaloni color marrone chiaro e stivali ai piedi: è questo il look distintivo di Rick O’Connell. Un aspetto che forse non sarà evocativo quanto il cappello e la frusta di Indy ma che conquista comunque un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones. Terminate le riprese e oramai annoverato nell’Olimpo dei divi di Hollywood, Fraser decide di concedersi una pausa dai riflettori fin troppo luminosi della cinematografia americana, e volge lo sguardo verso l’Inghilterra per sbarcare così a teatro con l’opera di Tennessee Williams di cui facevo cenno nell’apertura di questo mio pezzo. L’eroe de “La mummia” non è solo, a quanto pare, un eroe, ma si dimostra un attore completo, capace di destreggiarsi con naturalezza sia nei ruoli d’azione che in quelli più frivoli, ricoprendo parti impegnate e non disdegnando affatto quelle brillanti. Sembra dimostrarlo apertamente in quell’allestimento teatrale in cui spicca su tutti. Per la regia di Harold Ramis, l’Egon dei Ghostbusters, torna al cinema nella commedia di successo “Indiavolato” in cui interagisce con una sensualissima e “mefistofelica” Elizabeth Hurley. Nel 2001 riabbraccia l’adorata Rachel Weisz tornando nel sequel “La mummia – il ritorno” che addirittura supererà i grandi incassi del capitolo precedente, stabilendo così un nuovo record. La saga degli O’Connell prosegue in un’avventura mozzafiato lungo tutto l’Egitto, verso la mistica oasi di Ahm Shere, dove riposano i resti, per nulla “dormienti”, del Re Scorpione. Nel 2002 affianca un sontuoso Michael Caine nel dramma Vietnamita “The Quiet American”, mentre nel 2004 dialoga con le sagome cartoonesche di Bugs Bunny e Daffy Duck in “Looney Tunes - Back in action” pellicola ispirata al successo di “Space Jam”. Fraser gigioneggia, passando in pochi mesi dall’essere serioso all’ilarità più spontanea. Egli si diverte e vuol far divertire, oscillando da film d’autore ad adattamenti destinati al puro intrattenimento.

Ma nel 2006 realizza una delle massime aspirazioni per un attore, quella di recitare nel film più importante dell’anno: è infatti il protagonista, insieme a Sandra Bullock e Matt Dillon, di “Crash – Contatto fisico” dramma sul razzismo vincitore del Premio Oscar come miglior film. Contemporaneamente non snobba affatto la televisione partecipando come guest-star a tre puntate della famosa serie “Scrubs”; l’episodio della sua ultima apparizione è, a tutt’oggi, tra i più amati e apprezzati dai fan della serie. E’ un periodo d’oro per l’attore, che sembra non sbagliare mai un colpo. Nel 2007 riveste dapprima la parte di un gangster che tenta disperatamente di proteggere l’amata Sarah Michelle Gellar dalla furia di Andy Garcia in “The air i breathe”, e poi quella dell’avventuriero Trevor Anderson in “Viaggio al centro della terra” uno dei primi lungometraggi del nuovo corso del cinema 3D, che ottiene straordinari riscontri di critica e di pubblico, in particolare per la performance volutamente impacciata ma tenace dello stesso Fraser. Nel medesimo anno torna ad interpretare Rick O’Connell ne “La mummia - La tomba dell’imperatore dragone”, terzo attesissimo capitolo della saga che, tuttavia, perderà Rachel Weisz e il regista Stephen Sommers, spostando, questa volta, l’obiettivo della macchina da presa di Rob Cohen dall’Egitto alla Cina. Nonostante la pur sempre valida prova di Fraser nel suo ruolo più famoso, e un incasso che anche questa volta supererà i quattrocento milioni, il film non avrà l’apprezzamento della critica e dei fan più accaniti del franchising. Fraser chiude il 2008 con il fiabesco “Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro” con Helen Mirren, venendo scelto nel ruolo del protagonista dalla stessa scrittrice Cornelia Funke, che creò il personaggio del libro ispirandosi proprio all’attore nativo di Indianapolis. In “Inkheart” interpreta Mo, una “lingua di fata”, ovvero una persona con il potere di trasportare sulla Terra i personaggi dei libri e dar loro “vita”. La carriera di Brendan sembra quindi ben indirizzata sui binari di un cinema fantasy e avventuroso di sicura affidabilità. 



In quello stesso anno, però, la sua vita privata subisce un duro colpo a seguito della separazione con la moglie Afton Smith, che lo aveva reso padre di tre figli. L’esperienza della separazione genera un contraccolpo sul piano lavorativo che porta ad una frenata inaspettata. Comincia una dura battaglia legale tra Fraser e l’ex moglie, la quale riuscirà a strappare in giudizio una sentenza che impone all’attore il pagamento di quasi un milione di dollari l’anno per il mantenimento e gli alimenti. Contemporaneamente, Fraser, per rispetto verso il regista che lo diresse in “Viaggio al centro della terra”, allontanato dalla direzione del sequel, decide di rifiutare un contratto di diversi milioni di dollari per reinterpretare la parte del professor Trevor. L’anno successivo, Brendan sarà impegnato insieme ad Harrison Ford nel dramma “Misure straordinarie”, basato sulla vera storia di John Crowley, un padre dedito alla ricerca di una cura per salvare i propri figli da una patologia rarissima, la malattia di Pompe. O’Connell e Indiana, pur recitando per la prima volta assieme, non lasceranno il segno e il film passerà quasi del tutto inosservato. La batosta definitiva arriva però all’uscita di “Furry Vengeance”, una bambinesca commedia dalla devastante ricezione critica che sembra porre una pietra tombale sulla carriera dell’attore. Proprio in quei mesi molti si chiedono cosa abbia spinto Brendan Fraser ad accettare di fare un film di così bassa qualità dopo le alte vette della notorietà raggiunte in passato. In verità, l’attore sembra essere stato costretto ad accettare qualunque ruolo gli venisse proposto per tentare di assicurarsi i soldi necessari al pagamento del debito annuale nei confronti dell’ex-moglie. Il periodo buio prosegue nei mesi successivi, Fraser viene infatti scelto per interpretare l’arciere Guglielmo Tell in una grossa produzione hollywoodiana ma un grave infortunio alla schiena subito dall’attore e evidenti problemi di budget spingono la pre-produzione del film a precipitare in un limbo senza fine. L’infortunio subito indica inoltre la fine dell’eroismo su schermo dell’attore: Fraser non potrà più interpretare alcun ruolo d’azione senza il supporto di uno stuntman. Fraser decide così di tornare a Broadway con “Elling” ma l’allestimento terminerà dopo soltanto nove giorni, ricevendo tenui riscontri. D’improvviso sembrano così lontani i tempi in cui dominava sul palcoscenico di Londra, e in molti si chiedono cosa stia accadendo. Quella faretra da cui venivano estratte frecce di sicuro successo ha lasciato il posto soltanto a dardi spuntati, che forse fanno clamore senza però colpire alcun bersaglio. Non riuscendo più a lavorare al cinema, Fraser manifesta pubblicamente l’enorme difficoltà di mantenere i suoi obblighi monetari verso la moglie che, a detta dell’attore, si dimostra totalmente indifferente nei confronti della situazione finanziaria dell’ex marito, accusandolo di nascondere il vero ammontare del proprio conto in banca. Reduce dal grave risentimento alla schiena, Fraser recentemente è tornato a dedicarsi a sporadici doppiaggi in film d’animazione e ad apparizioni come guest-star in serie televisive comunque rinomate. L’attore appare ultimamene più appesantito e provato, con una più che evidente rassegnazione stampata in volto.

Nei mesi scorsi i cinefili su internet avevano indetto addirittura una petizione per farlo tornare saldamente a lavorare. La parabola discendente dell’attore non può che farmi riflettere su quanto Hollywood possa essere selettiva, aspra e rude, prima dando tanto e poi riprendendosi tutto, servendo alle volte un conto salatissimo. In un cinema contemporaneo, in cui i remake la fanno da padrone, anche “La mummia” (che era già di per sé un remake con toni totalmente diversi nel 1999 dell’opera con Boris Karloff) non poteva esimersi da questa moda recente. Tom Cruise sarà il nuovo protagonista che fronteggerà una creatura dalle sinistri forme femminili, risvegliatasi quando il proprio sarcofago è stato rinvenuto e portato alla luce. Inutile dire che per stessa amissione del nuovo regista, la domanda più ricorrente che in molti gli rivolgono circa il nuovo rifacimento della mummia è: “Brendan Fraser ci sarà?” “No!” - Tuona il cineasta.

Nonostante la carriera dell’attore possa vantare film di grande successo e commedie divertentissime, i personaggi da lui interpretati, quelli più amati, restano comunque i ruoli caratterizzati da quell’eroico, anche se apparentemente riluttante, altruismo. Brendan Fraser per molto tempo ha fatto parte della cerchia di quei grandi eroi che nelle rispettive saghe riuscivano, con spavalderia e temerarietà, ad affrontare le difficoltà di una vita con il piede costantemente premuto sull’acceleratore. Una “vita spericolata”, come quelle che nel cinema degli anni ’60 viveva Steve McQueen. Le note di una famosa canzone italiana potrebbero riecheggiare nella vostra mente durante la lettura di questi ultimi passi, ma O’Connell, come il Dottor Jones, e come un'altra dozzina di eroi dalla mascella spiovente, aveva raggiunto una grande popolarità nel cinema avventuroso, una fama che sembrava non poter tramontare così tristemente all’orizzonte. I personaggi di Fraser erano, il più delle volte, uomini comuni alle prese con eventi del tutto straordinari. Persone mosse dal desiderio della scoperta e della rivelazione inaspettata, ma, piuttosto che amanti del brivido e del rischio, erano invece contraddistinti da un concreto pragmatismo, che li obbligava inevitabilmente ad anteporre la salvezza della donna amata o dell’amico fraterno a scapito di quella “gloria eterna”, ottenuta magari con il ritrovamento di un magico reperto. Eroi recalcitranti, a tratti implacabili a tratti meno impavidi, ma pur sempre intrepidi e valorosi.

L’eroismo di O’Connell è oramai soltanto un ricordo ma in molti continuano a domandarsi se Brendan Fraser possa davvero tornare ad essere l’eroe schietto, genuino che il cinema sembra aver tristemente dimenticato.

Coloro che mai potranno dimenticare questo grande attore saranno sempre i suoi fans. Con la speranza che egli possa tornare stabilmente nel mondo della settima arte, tengo io stesso ad affermare che l’eroismo di O’Connell e la bravura indimenticata del suo interprete non svaniranno. Mai!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Immaginiamo di poterci addentrare nella mente di George Lucas per poter carpire qualche flebile passo del suo pensiero.  Tentiamo, se ci è dato poterlo fare, di comprendere l’uomo ancor prima dell’artista. Non indaghiamo la sua fantasia soltanto attraverso le sue creazioni, ma cerchiamo di scorgere qualcosa nella sua sfera emotiva. Cosa riusciremmo a scoprire? Personalmente, non saprei spiegarmi il perché, ma George Lucas mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo infelice e combattuto, o più semplicemente, una persona che prende tutto a cuore.

Potrei rispondere, per impressioni personali, che Lucas sia un imprenditore di assoluto successo e di impressionante guadagno economico, ma che sia anche e soprattutto un artista visionario, un genio creativo, un soggettista e progettista di mondi ed ecosistemi variegati e fantasticamente concepibili. Se da un punto di vista le sue tendenze imprenditoriali e le sue geniali intuizioni di marketing lo hanno portato ad essere uno degli uomini più ricchi di Hollywood, dall’altro le sue ambizioni artistiche volte al perfezionismo gli hanno probabilmente creato un duro conflitto interiore. Il rimaneggiare, modificare e alterare secondo le sue idee la trilogia originale è sintomo di questa costante ricerca di perfezione, volta probabilmente a non ottenere mai un risultato all’altezza delle proprie, irraggiungibili aspettative. L’uso costante della computer grafica, impronta del tutto nuova del cinema anni duemila, è prova di quanto la sperimentazione artistica sia stata centrale nel lavoro e nei progetti del cineasta statunitense. Ancora oggi, quando si riporta alla sua attenzione che i fan più integralisti non hanno gradito le modifiche effettuate sulla trilogia classica e che obiettano su diverse scelte dei prequel, Lucas appare sempre scuro in volto. Perché Lucas, nell’animo eterno bambino, desideroso di stupirsi e di stupire, ha girato ogni film per colpire e meravigliare gli spettatori, mai per accontentarli come potrebbe accadere con un prodotto che sa di già visto. Perché è forse quell’infelicità, quel senso di insoddisfazione che genera ancor di più la voglia di sognare e di incantare in mondi e in modi fantastici.

  • Una carriera ricca di successi

Ma Lucas non è mai stato “solo” un regista; il suo genio creativo e la sua arguzia imprenditoriale hanno letteralmente rivoluzionato il cinema e il mondo dell’intrattenimento. A partire dai primi anni '80 Lucas divenne il proprietario e il principale rappresentante di veri e propri colossi nell’ambito del suono (THX), dei videogiochi (LucasArt), degli effetti speciali (ILM) e della produzione cinematografica, televisiva e persino letteraria e fumettistica (Lucasfilm). Per la lodevole lungimiranza e per i suoi fruttuosi affari costanti a livello imprenditoriale, Lucas non poteva che ricevere svariate onorificenze.

Vantava già quattro nomination all’Oscar (due come Miglior regista e due come Miglior Sceneggiatore) quando ricevette l’Oscar alla memoria, premio Irving G. Thalberg. Erano gli anni in cui aveva cominciato a lavorare alla storia che avrebbe delineato “la tragica vita di Darth Vader”. Il divorzio voluto dalla sua prima moglie gli causò un crollo emotivo e persino finanziario. Lucas non aveva avuto figli dal suo primo matrimonio, essendo sterile. Ne adotto tre: Amanda, Jett e Katie, prima di risposarsi. La delusione per la fine del primo matrimonio durò per tutti gli anni ottanta fino a quando, ripresosi a livello economico, poté iniziare a produrre la sua nuova trilogia. I detriti emotivi della dura esperienza che il regista affrontò furono fonte d’ispirazione nella stesura del drammatico destino del personaggio centrale dell'universo di Star Wars.

Lucas dominò al box office internazionale per tutta la sua carriera, fregiandosi di uno speciale scettro che lo ha posto di diritto sul trono dei cineasti e dei produttori di maggior successo economico. La sua esalogia di Star Wars ha infatti incassato quasi 5 miliardi di dollari, e cinque film da lui ideati, tra cui la prima trilogia di Star Wars, “La minaccia fantasma” e “I predatori dell’arca perduta” hanno raggiunto il primo posto tra gli incassi stagionali delle rispettive annate.

  • Un "padre" più di un creatore

Probabilmente se riuscissimo a leggere nella mente di George Lucas, apprenderemmo di quanto il bisogno d'evasione in un universo alternativo soppianti il malcontento artistico: la fantasia di Lucas nasce e si accresce con la voglia di strabiliare. Un desiderio alle volte troppo invasivo.

Nel giorno del suo compleanno vogliamo rivolgere i più affettuosi auguri al padre di questa galassia lontana lontana, un uomo che col suo lavoro è stato capace di generare un sogno simile a una fiamma imperitura che arde senza fine nel cuore e nella mente di ogni singolo fan. Un regista di cui si sente romanticamente una certa mancanza.

Risale infatti al 2005 la sua ultima esperienza dietro la macchina da presa, quando condusse in porto la propria nave, quando concluse il suo viaggio burrascoso nella galassia lontana lontana, quando mise la parola fine alla sua storia, una delle più emozionanti che il cinema abbia mai raccontato, quella di Anakin Skywalker/Darth Vader, prescelto senza alcun padre che non fosse Lucas stesso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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