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L’attore statunitense, celebre per aver interpretato l’iconico ruolo del cavaliere Jedi Luke Skywalker, ha condiviso su Twitter una vecchia fotografia che lo ritrae sul set del primissimo “Star Wars”, ad oggi noto come “Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza”. Lo sfondo sabbioso e desertico è chiaramente quello in cui vennero girate le scene che vedevano il giovane Luke su Tatooine, il pianeta fittizio in cui venne allevato dagli zii Owen e Beru Lars. Dietro di lui si possono inoltre intravedere le sagome di tre comparse con indosso i costumi dei Jawa, una razza aliena abitante del pianeta.

Lo scatto, risalente al 1976, secondo le stesse affermazioni dell’attore potrebbe essere a tutti gli effetti la prima immagine di Luke Skywalker. Hamill aveva infatti appena indossato il costume di scena per girare le prime sequenze del film. Tale curiosità condivisa dall’attore ha trasformato in poco tempo questa fotografia in una sorta di vero e proprio "reperto storico" per i milioni di fans della saga creata da George Lucas.

Redazione: CineHunters

Il film diretto da Bill Condon ha stabilito un nuovo record, facendo registrare l’esordio più cospicuo di sempre nel mese di marzo e battendo così il primato stabilito un anno fa da “Batman V Superman: Dawn of justice”. Il live action de “La bella e la bestia” ha incassato nel suo week-end d’apertura oltre 350 milioni di dollari in tutto il mondo. Impressionanti gli incassi sul fronte italico, dove il lungometraggio della Disney ha sfiorato la cifra dei 7 milioni di euro.

L’altro Kolossal ad ampio retaggio al Box-office del mese, ovvero “Kong: Skull island”, ha superato globalmente la cifra dei 250 milioni di dollari.

“Logan”, l’ultimo film dedicato al supereroe della Marvel “Wolverine”, supera globalmente i 500 milioni di dollari, dopo essere stato distribuito nei primissimi giorni del mese di marzo.

Redazione: CineHunters

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Emma Watson come Belle - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Come già accaduto per “Maleficent”, “Cenerentola” e “Il libro della giungla”, trasposizioni con attori in carne ed ossa dei rispettivi classici d’animazione di cui ricalcano titolo, ambientazioni e storia (pur discostandosi, a volte, come accaduto per “Maleficent”), anche “La bella e la bestia” sbarca al cinema come nuovo live action prodotto dalla Walt Disney Pictures, remake ufficiale del capolavoro del 1991. Il film si presenta come una rivisitazione, con tematiche moderne e contestualizzate in un dato periodo storico della meravigliosa storia d’amore tra Belle, una giovane ragazza tenuta prigioniera in un castello incantato, e, appunto, una bestia. In quanto live action del lungometraggio d’animazione, “La bella e la bestia” non differisce dalla sua prima stesura originaria, anzi, tutt’altro! Rivolge la sua mano all’antica versione e insieme decidono di procedere a braccetto. Il remake mima i gesti, emulando i movimenti dell'originale, divenendo una sorta di “ombra” che attraverso un riflesso di luci, suoni e immagini, duplica le azioni della sua controparte, trascrivendone lo stile e riadattandolo secondo i propri tempi, ritmi, bisogni. “La bella e la bestia” pertanto trasfigura molte delle sequenze più celebri del film d’animazione, simulandone persino le inquadrature principali. Per gli amanti del classico non potrà che essere un piacere rammentare le colorate sagome in movimento prendere nuovamente vita su sfondi luminosi, le verdi praterie e i tetri scenari del castello stregato. Eppure, l’opera diretta da Bill Condon, pur elogiando con occhio attento il lungometraggio da cui trae origine il lavoro, cerca d’allontanarsi da esso in alcuni punti chiave, fornendo, alle volte, una rilettura interessante, specialmente per quel che riguarda le nuove caratterizzazioni dei protagonisti, altre volte perdendo la bussola e uscendo pericolosamente dal sentiero: ne è un esempio il prologo iniziale.

Attenzione pericolo spoiler!!!!

  • UN PROLOGO DISASTROSO

Gran parte del fascino immutato del classico era dovuto alla straordinaria sequenza introduttiva. Dal dissolversi di uno sfondo ottenebrato emergevano i primi dettagli a colori di una piccola cascata che scendeva lungo un’altura rocciosa, proseguendo il proprio “tragitto” lungo il fiume. Il tutto veniva presentato da una celebre melodia che amalgamava completamente le immagini alle parole proferite dalla composta eleganza di Nando Gazzolo. La camera mostrava il principe ritratto su delle ampie vetrate del palazzo nobiliare. Con il progredire della narrazione, gli stessi ritratti mutavano via via per adattarsi a quanto la voce narrante stava raccontando, fino a rappresentare la terribile trasformazione. Il prologo volutamente lascia il tutto avvolto nel mistero più recondito e fascinoso, lasciandoci solamente immaginare come fosse il principe prima della maledizione e cosa facesse nel suo castello. Un grande ritratto, posto al centro di una parete della stanza del principe, viene danneggiato dagli artigli della stessa bestia che, distrutta dal dolore, non riesce più a rimirare il quadro che lo ritraeva quand’era soltanto un ragazzo. L’intero film del 1991 ruota proprio intorno alla scoperta di tale castello che sembra essere sconosciuto dagli abitanti del villaggio e celato nelle profondità di una foresta infestata dai lupi. Ciò che accadeva in quel castello e ciò che furono i suoi abitanti è lasciato volutamente nel mistero. Nel live action del 2017, invece, il principe fa la sua apparizione umana sin dall’inizio, sovvertendo così le intenzioni poste alla base dell’opera originaria. Se da una parte è interessante soffermarsi nella primissima inquadratura sugli occhi cerulei dell’uomo - unica caratteristica umana ancora ben visibile quando diverrà bestia - e se sempre dalla suddetta parte è apprezzabile notare un cambio di stile e un tentativo di fornire un’impronta autoriale diversificata al prologo del film, esso finisce per annientare, ancor prima di cominciare, l’alone di mistero e misticismo che aleggia attorno alla bestia, mostrandoci immediatamente com’era e rendendo la sua trasformazione, dinanzi a centinaia di ospiti nella sala grande, meno tragica di come veniva raccontata un tempo, in cui il principe pareva esser descritto come egoista e cattivo tanto da evitare volutamente la presenza di altre persone al solo scopo di non dividere con esse la bellezza della sua dimora, trasmettendo così l’idea di non voler ospitare la mendicante per restare sempre solo con le proprie ricchezze. Da ciò arrivò la condanna della fattucchiera. Un maleficio che per come viene realizzato nel lungometraggio del 2017 perde totalmente il fascino del racconto, finendo per divenire una semplice sequenza che si può ammirare chiaramente senza così venir stimolata la fantasia, come avveniva in quelle meravigliose rappresentazioni impresse sui vetri del castello. La voce narrante italiana della Puccini non ha certamente migliorato questo prologo straniante, in cui non vi è neppure l’accenno finale allo specchio come unica finestra sul mondo esterno per il triste protagonista.

  • CORALITA’ DEL CAST

Se il prologo, secondo il modesto parere del sottoscritto, è stata una rivisitazione infelice, il cast che ci viene presentato subito dopo costituisce il punto di forza del film. Emma Watson è Belle, la protagonista della storia. La scelta della Watson, piccola strega di Harry Potter, oramai giovane donna del grande schermo, non sembra casuale; ella, così impegnata sul fronte politico e sociale verso la parità dei diritti, sembra incarnare, per lo meno sul fronte caratteriale, ciò che è la Belle del film classico. Per la delicatezza dei tratti del suo viso e per la forza perentoria con cui fa agire i suoi personaggi, specie nelle parti che richiedono maggior devozione ai ruoli d’azione, Emma Watson sembrerebbe perfetta per interpretare un ruolo da “principessa Disney”, uno di quelli in cui la principessa non è una donzella in difficoltà ma una fanciulla in grado di badare a se stessa; eppure la sua Belle conserva poco della dolcezza e della verve sognante dell’originale. Somiglia più a un’eroina, che si batte senza timori, restando il più delle volte fredda e distaccata. La Belle di Emma Watson non si scioglie mai, indugiando rarissimamente su note emotive di tenerezza, restando quasi sempre altera e autoritaria. Durante la scena del ballo porta nel mignolo destro un anello, che sta a indicare una personalità coraggiosa che non si ferma davanti a nulla, generosa e appassionata in amore e poco incline alle mezze misure. Scelta casuale? Non credo! Probabilmente la stessa attrice ha optato per questa particolarità, non certo ben evidente di primo acchito. Le sue doti d’interprete si affidano ad una naturalezza semplice dell’espressione minima di stupore, e limitano diverse scene, una fra tutte, quelle della cena in cui resta spettatrice disincantata, riuscendo ad accennare solo un flebile sorriso. Troppo poco se pensiamo alle meraviglie coreografiche che stanno avvenendo intorno a lei, dai canti di Lumière ai piatti che roteano su se stessi e circondano la sala da pranzo in un movimento ritmato, armonico e studiato, egregiamente ripresi dalla camera che rende il giusto merito a una delle sequenze più famose del film animato.

Luke Evans è il mattatore per eccellenza del film. Ruba letteralmente la scena, interpretando alla perfezione il ruolo del superficiale e crudele Gaston. Non avrebbero potuto fare scelta migliore: Evans è a tutti gli effetti la perfetta trasposizione di un personaggio animato. Molte delle espressioni dell’attore sono del tutto somiglianti a quelle della sua controparte cartoonesca, ciò dimostra che Evans ha studiato doviziosamente la parte per regalare ai fans un Gaston impeccabile per connotazioni fisiche e caratteriali. Accanto a lui spicca un Josh Gad divertentissimo, che addirittura migliora il Le Tont visto nel lontano 1991. Il Le Tont di Gad si differenzia dall’originale per non essere più soltanto un uomo inetto, incapace di reagire ai soprusi; egli è, infatti, innamorato di Gaston e ne diviene il suo servo fedele, non più impossibilitato ad essere come lui, e di conseguenza volerlo seguire solo come aspirazione, bensì per una questione attrattiva. Le Tont del film in live action è il primo personaggio gay della storia della Disney. Il che ha innescato polemiche del tutto ingiustificate, poiché i riferimenti a questa natura del personaggio sono alquanto velati, trattati con ironia e persino conditi a volte con qualche battuta.

Nota dolente per quel che riguarda il cast è riservata alla realizzazione in CGI della Bestia. Dan Stevens, prigioniero di una massa di pelo, può far intravedere soltanto le sua labbra, fin troppo pronunciate sotto quella maschera in computer grafica da cui fuoriescono corna rivolte all’indietro, artigli ridotti e fauci poco vistose. Deludente la sua resa sul grande schermo, poiché visivamente d’impatto il suo poco omologarsi ai restanti scenari.

Chiudono il cerchio i personaggi che doppiano gli oggetti incantati del castello: Ewan McGregor è Lumière, e nella sua trasformazione finale, col suo sorrisetto furbesco e amicale, lascia intendere che sia stata una scelta ottimale per il ruolo dello svagato “candelabro francese”. Ian Mckellen è il maggiordomo preciso come, per l’appunto, un “orologio” Tockins, Emma Thompson è Mrs Bric e Gugu Mbatha-Raw Spolverina. Il talento del cast andrebbe apprezzato nella versione originale dell’opera, poiché il doppiaggio italiano, peraltro in diversi casi pessimamente adattato, non lascia intravedere la bravura degli interpreti.

  • SCENOGRAFIA, MUSICHE E COSTUMI

Un lavoro meraviglioso è stato eseguito dalla scenografa Sarah Greenwood. Per ricreare le ambientazioni fiabesche del film d’animazione hanno collaborato tra loro numerosi artisti: il direttore della fotografia Tobias Schliessler, la costumista Jacqueline Durran, la truccatrice Jenny Shircore e la direttrice del casting Lucy Bevan. Il paesino immaginario di Villeneuve, in cui vivono Belle e suo padre, è ispirato al villaggio di Conque, nel sud della Francia. Curioso che in questa rivisitazione non vi sia una biblioteca in cui Belle va quotidianamente per prendere in prestito un libro, bensì soltanto una Chiesa con una decina di tomi. Gli abitanti del villaggio, ignoranti e dalla mentalità ristretta anche nel lungometraggio degli anni ’90, qui vengono caricaturati all’inverosimile nelle loro accezioni negative. Si infuriano addirittura con Belle quando tenta d’insegnare a leggere a una bambina. Scelta da copione atta ad evidenziare la superiorità intellettiva ed educativa della giovane rispetto al resto dei compaesani. Curioso che le canzoni cantate dai popolani inneggino ad una Belle che “guarda tutti dall’alto in basso” e che durante le sequenze iniziali cammina con indifferenza su di un muretto in cui alcune bambine lavano i panni, sembrando irrispettosa verso il lavoro di quelle massaie in erba. Belle nel lungometraggio originale vuol soffermarsi a parlare con gli abitanti del villaggio, ma sono essi stessi ad ignorarla dopo un po’, poiché troppo presa dai racconti che poco entusiasmano l’animo dei villeggianti. Qui viene trasmesso l’esatto contrario.

Gli scenografi hanno creato il castello della bestia ispirandosi al Rococò francese. Nel film, il maniero subisce anch’esso le nefaste sorti della caduta dei petali della rosa incantata, distruggendosi man mano. Inoltre gli interni del palazzo regale sembrano esser più oscuri e demoniaci in prossimità dell’ala ovest, ricreata secondo gli stili del Barocco italiano, e meno ottenebrati dal maleficio nell’ala est dove si trova la stanza di Belle. L’enorme sala da ballo in cui si consuma la celebre sequenza dove la bestia e Belle danzano insieme è stata realizzata ispirandosi a un motivo presente sul soffitto dell’abbazia benedettina di Braunau, in Germania.

Il costume color oro di Belle, come riporta la documentazione di lavoro del film, è stato realizzato con una filigrana di foglie d’oro e poi arricchito con cristalli Swarovski.

Le musiche nella colonna sonora originale mantengono lo splendore della versione primaria, ma in italiano perdono totalmente l’incanto poiché l’adattamento è stato modificato per garantire una sincronizzazione con il labiale (mal riuscita) più veritiera possibile. Non si potranno di conseguenza intonare con gli attori i motivi più famosi del musical.

  • TRA RISPETTI E INNOVAZIONI

“La bella e la bestia” rispetta con assoluta devozione il classico d’appartenenza, rifacendosi ad esso nei punti centrali del proprio svolgimento. Ma il cineasta Bill Condon ha disseminato nel corso del film diverse sotto-trame che avrebbero dovuto approfondire le caratterizzazioni dei personaggi principali. Voler dare un passato ai due innamorati è stata senza dubbio una scelta lusinghiera. Da una parte vediamo come il giovane principe abbia perso la madre in tenera età venendo educato crudelmente dal padre, dall’altra parte notiamo come Belle abbia perduto la madre quand’era ancora in fasce, venendo poi allevata con amore incondizionato dal padre (un buon Kevin Kline). Rimandi narrativi interessanti se non fossero stati limitati a brevi deviazioni. Sembrerebbe infatti che Condon volesse in qualche modo abbandonare la rotta cardine e intraprendere un secondo viaggio per un sentiero diverso, in cui poter trattare con parsimonia questi nuovi accenni di trama, ma la paura di sostare troppo su queste digressioni lo ha portato più volte a riprendere in fretta il sentiero principale, ovvero quello maggiormente conosciuto della storia originale. Il ritmo alterna così stacchi più rapidi ad altri più lenti e introspettivi non garantendo un equilibrio perfetto. La sceneggiatura risente di tali frammentazioni, le quali non permettono alle tempistiche di cadenzarsi brillantemente per quel che riguarda la nascita dell’amore tra Belle e la Bestia, dove il tutto sembra avvenire perché deve essere così e non per tutti i piccoli dettagli che nel cartone animato facevano lentamente scoprire alla donna la gentilezza dell’animo del principe. Splendide, invece, le aggiunte per quel che riguarda le nuove canzoni, specialmente quella della Bestia, cantata poco dopo l'addio di Belle al castello. In quei tristi frangenti, la Bestia si lascia andare ad un lamento, intonando versi che richiamano Belle a far ritorno. Il libro con cui poter scegliere dove spostarsi semplicemente immaginando il luogo prediletto l’ho trovata una scelta gradevole ma poco incisiva. Un’innovazione che mi ha particolarmente colpito in positivo è stata la condanna finale, in cui se l’incantesimo non si fosse spezzato tutti i servitori incantati sarebbero rimasti tramutati in oggetti inanimati per sempre. Una scelta peculiare ma che riesce a commuovere, rendendo più tragico l’atto finale e ancor più eroico l’amore di Belle. Scelta casuale? No, non credo proprio! Belle, come scrivevo, si comporta più da eroina che da fanciulla decisa e sognante.

Ma l’innovazione peggiore apportata dal film alla storia è da ritrovarsi nella figura della Maga Agata, interpretata da Hattie Morahan. La sua presenza, sullo sfondo delle vicende, come fosse una sorta di “corvo” che veglia sull’andamento della sua maledizione, mi è sembrata un’aggiunta fuori luogo e inutile, personificando la fata che nel classico era avvolta nell’ascetismo. La fata l’ho sempre considerata come uno spirito punitivo che avesse colpito il principe per poi sancire una maledizione che si sarebbe compiuta o sciolta senza che ella vegliasse su ciò che stava avvenendo. La presenza della maga, anche nella scena finale in cui Belle declama il suo amore verso la Bestia, caduta sotto i colpi di Gaston, ha intralciato un momento di pura estasi amorosa, in cui la sola esternazione dell’amore di Belle spezzava l’incantesimo. La magia, nel silenzio, nel misticismo idealizzato e non personificato, donava nuova linfa vitale alla bestia trasformando tale creatura in un principe. La maga trovandosi lì e udendo le parole di Belle ha reso meno intensa e suggestiva la scena. La trasformazione è frettolosa, lontanissima dalla cura minuziosa, quasi maniacale con cui veniva mostrata la metamorfosi degli arti nel capolavoro di Gary Trousdale e Kirk Wise. Belle resta poco stupita da ciò che intorno a lei sta avvenendo, riconoscendo il principe in pochi istanti e suggellando il loro amore con un intenso bacio. L’eleganza e la raffinatezza del ballo finale viene infine deturpata da un’orripilante battuta proferita dai due innamorati: il principe risponde con un feroce ruggito alla domanda di Belle sulla sua volontà di farsi o meno crescere la barba. Una scena dal no-sense più che evidente. Le innovazioni apportate al film risultano accettabili in alcuni casi e completamente estranianti in altri, testimonianza del fatto che tentare di modificare o cambiare qualcosa da un soggetto originale già di per sé perfetto diventa difficile senonché impossibile.

  • CONCLUSIONI

“La bella e la bestia”, pur sforzandosi di riproporre la purezza cristallina del lungometraggio d’animazione, mantiene un’anima propria e un’identità, alla fin fine, del tutto sua. E’ innegabile possa risentire del paragone con la sua opera d’origine, a cui fa naturalmente da raccordo. “La bella e la bestia” del 1991 è un film praticamente perfetto, a mio giudizio il più grande capolavoro della Walt Disney e tentare di riproporlo sotto un altro aspetto poteva rivelarsi una mossa suicida. Si rivelerà, invece, l’ennesima mossa di successo che porterà nelle casse della Disney introiti straordinari. Gli amanti del cinema potrebbero domandarsi infine l’utilità di queste trasposizioni, che vanno a fare il verso ai lungometraggi animati già ampiamente entrati nell’immaginario collettivo così come sono. Questo ambizioso progetto della Walt Disney di rifare i propri classici in live action sembra che di ambizioso non abbia nulla, se non la volontà di far divertire. In conclusione, la chiave di lettura è proprio questa: “La bella e la bestia” del 1991 era un’opera concepita per meravigliare, stupire, incantare e far commuovere, “La bella e la bestia” del 2017 vuole, invece, soddisfare con la reminiscenza del suo primo capolavoro. E’ questa la linea di demarcazione tra i classici di un tempo e le riproposizioni: i primi meravigliavano di per sé, poiché nascevano dall’incertezza, i secondi no, in quanto nati dalla sicurezza di riproporre quanto già conosciamo.

Voto 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Web Designer: Alberto Scaramozzino

Disegnatrice e Illustratrice: Erminia Giordano

Comunicazione e Social: Maria Chiara Scaramozzino

Redazione: CineHunters

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Oggi, 16 marzo, con un giorno d’anticipo rispetto alla distribuzione americana, esce in tutti i cinema italiani “La bella e la bestia”, l’attesissimo lungometraggio della Walt Disney Pictures.

Nel cast, tra gli altri: Emma Watson (Belle), Dan Stevens (la Bestia), Luke Evans (Gaston), Ewan McGregor (Lumière), Ian McKellen (Tockins), Emma Thompson (Mrs Bric), Josh Gad (Le Tont), Gugu Mbatha-Raw (Spolverina), Stanley Tucci (Maestro Cadenza) e Hattie Morahan (la maga Agata).

Il film, diretto da Bill Condon, è il remake in live action del capolavoro d’animazione del 1991.

Riportiamo di seguito l'ultimo trailer ufficiale col doppiaggio italiano.

Redazione: CineHunters

Ogni fiaba che si rispetti comincia sempre con “C’era una volta…” E se decidessimo, solo per un istante, di sorvolare tutte le altre pagine della storia e andassimo a scorrere le ultime righe della nostra fiaba non ci aspetteremmo altro da leggere che: “…e vissero tutti felici e contenti”. E’ una formula ben collaudata e fin troppo nota, che non riserva alcuna sorpresa, pur restando sempre efficace come una gradevole consuetudine. In fondo è quello che noi lettori desideriamo: una prassi narrativa consolidata nel tempo ma con quel pizzico di novità nel suo sviluppo centrale. Una fiaba deve lasciarci viaggiare con la fantasia, seguendo quei dettami imprescindibili. Deve, per esempio, riportarci in un passato che altrimenti non potremmo vivere, facendoci appassionare a una storia d’amore tra un principe e una principessa, o ponendoci nelle condizioni di affrontare fattucchiere maligne, sapienti stregoni e addirittura draghi sputafuoco, da cui potremmo difenderci soltanto con l’ausilio dello scudo costruito da un abile artigiano del villaggio. La fiaba che sto per narrare potrebbe cominciare anch’essa con un bel “C’era una volta…” ma questo non sarebbe sufficiente   nella logica di una sceneggiatura cinematografica. Dovremo allora essere più specifici, scendere più nel particolare: il passato che andremo a vivere risale al lontano Tredicesimo secolo.

  • Sempre insieme, eternamente divisi

Un giovane ladro chiamato Philippe Gaston si appresta a compiere un’impresa mai riuscita a nessun altro prigioniero confinato tra le segrete del castello di Aguillon: fuggire. Strisciando per i sudici cunicoli delle caverne sottostanti, Philippe ritrova la libertà, scampando così da una condanna per impiccagione che si sarebbe consumata alle prime luci dell’alba. Le campane di Aguillon suonano senza sosta per segnalare proprio la prima, inaspettata fuga dalla fortezza. Certo di essersi lasciato alle spalle le guardie del vescovo, Philippe, nonostante gli assordanti rintocchi, decide di concedersi qualche attimo di riposo, sostando nei pressi di una taverna. Quello che il giovane non può immaginare è che molti dei commensali che siedono con lui al tavolo altri non sono che i cavalieri di Aguillon, prossimi a giustiziarlo. Philippe viene salvato dal provvidenziale intervento di un misterioso cavaliere. Il valoroso combattente afferma di chiamarsi Etienne Navarre, vecchio capitano della guardia di Aguillon. Navarre cavalca un maestoso destriero nero e porta sempre con sé un bellissimo falco a cui è molto affezionato. Philippe scende a compromesso con il misterioso cavaliere a cui deve riconoscenza: per ricambiare il favore di avergli salvato la vita egli dovrà aiutare Navarre ad irrompere nella roccaforte del vescovo, ritenuta fino a quel giorno praticamente inespugnabile. I due, divenuti amici per circostanza, si addentrano nel bosco prima del calar del sole. Il cavaliere, dopo aver legato il ladruncolo per impedirgli di scappare, si allontana proprio quando il sole sembra scomparire all’orizzonte, e mentre sta per genuflettersi davanti all’astro morente sussurra tra sé con voce compassata: “un altro giorno”.

Solo a notte fonda Philippe riesce a liberarsi, e così si dà alla fuga, ma dopo aver percorso soltanto pochi metri s’imbatte in un feroce lupo dal manto cupo e dallo sguardo di ghiaccio. Terrorizzato alla vista dell’animale, Gaston tenta di nascondersi in un capanno, quand’ecco che scorge una donna dal candido viso e dai grandi occhi color del cielo. La giovane avanza senza timore alcuno verso il lupo che, d’un tratto, si mostra domo e mansueto. La notte cede il passo agli albori di un nuovo giorno in cui Navarre riemerge dal bosco, e ritrova il suo adorato falco che volteggia alto nel cielo per poi finire la sua corsa sul braccio dell’amico cavaliere. La notte successiva, Philippe, per evitare che fugga via, viene ancora legato da Navarre, prima che questi si inoltri di nuovo tra la fitta vegetazione del bosco. Durante la notte si odono continui ululati che agitano non poco il povero Gaston, il quale viene liberato dalla stessa donna che aveva incontrato la notte precedente. La giovane afferma di chiamarsi Isabeau D'Anjou, e che purtroppo lei non è altro che una portatrice di dolore e sventura.  L’eterea bellezza di questa dama dei boschi è paragonabile a quella di un fiore appena sbocciato, ma al contempo prossimo ad appassire, perdendo via via quei petali tanto profumati che cadono al suolo come avvizziti dal freddo dell’inverno. Isabeau volge i suoi occhi affranti verso il bosco, per cercare di scorgere il lupo, i cui ululati echeggiano tra la fitta vegetazione, proprio come se lei riuscisse a leggere dentro quei versi emessi dall’animale.

Philippe, piuttosto turbato dalle figure del cavaliere e della donna, avvolte da un palpabile alone di misticismo, decide di scappare via, venendo tuttavia raggiunto l’indomani da Navarre e dal suo falco. Anche le guardie del vescovo rintracciano il ladro, e quando Navarre si frappone tra loro e Gaston, ne segue un conflitto che vedrà trionfare il cavaliere nero. Durante l’aspra battaglia il falco rimane ferito da una freccia scoccata da una balestra e precipita giù in picchiata, per poi poggiarsi ormai sfinito a terra. Navarre, sconvolto, si affretta a raccogliere la bestiola ferita e ormai prossima alla morte. Il sole sta tramontando quando Navarre ordina a Gaston in maniera perentoria di portare il volatile alla diroccata cattedrale del monaco Imperius. Quest’ultimo si prende immediatamente cura del falco ferito il quale, a mano a mano che i raggi del sole illuminano sempre meno le alte mura del castello, perde il suo aspetto di pennuto e ritorna a essere una bellissima fanciulla, la stessa che Philippe incontrava tutte le notti da quando scortava Navarre. Isabeau ha una freccia conficcata nella spalla, rivelando oramai per certo ciò che sembrerebbe apparentemente impossibile: il falco e la ragazza sono la medesima esistenza. Imperius riesce ad estrarre la freccia dal corpo di Isabeau che si lascia andare a un urlo di dolore quando, contemporaneamente, il lupo, fermo su di un’altura, ulula al plenilunio, cercando d’esternare le proprie sofferenze. Imperius svela a Philippe e a noi spettatori ignari di questa fiaba, che rimane ancora avvolta nel mistero, ciò che in effetti accadde nel passato. Giunta già da qualche anno ad Aguillon, la splendida Isabeau incantò molti degli uomini che ebbero la fortuna di ammirarla, ma tra tutti loro ella ricambiò soltanto l’amore di Etienne Navarre. Il capitano della guardia, venuto a conoscenza della folle attrazione che il vescovo nutriva per la bella Isabeau, decise di tenere nascosta la relazione tra i due, memore della sinistra fama che aleggiava attorno al prelato, confidando la verità soltanto ad un monaco che avrebbe dovuto, di lì a breve, celebrare le loro nozze in segreto. Il monaco, che si rivelerà essere lo stesso Imperius, tuttavia, tradì la fiducia dei due innamorati, quando ubriaco, confessò al vescovo la relazione tra Navarre e Isabeau. Consumato dalla gelosia, il vescovo maledisse i due giovani riversando su di essi i malefici del demonio che condannarono Navarre e Isabeau a una vita condivisa ma eternamente distante: di giorno Isabeau sarebbe stata tramutata in un falco, mentre di notte avrebbe ripreso le sue sembianze umane; Navarre invece sarebbe rimasto uomo di giorno e lupo al calar delle tenebre.

  • Alla scoperta di “Ladyhawke”: la notte e il giorno

Una Michelle Pfeiffer poco più che venticinquenne donò la sua celestiale bellezza alla giovane Isabeau, conferendo al personaggio un’aura particolare, contraddistinta da una sofferenza protratta nel tempo. Isabeau nell’interpretazione della Pfeiffer è una donna forte, che combatte senza alcun timore pur di proteggere Navarre quando egli, trasformato in lupo, rischia di cadere vittima di un sanguinario cacciatore. L’attrice possiede l’abilità di concedere al personaggio tratti tanto dolci e aggraziati quanto fermi e decisi, essendo essa disposta a tollerare il dolore di una vita oppressa da una strana forma di prigionia pur di non arrendersi, continuando a credere fermamente che ci sia ancora spazio alla speranza d’annullare il tristo maleficio. Navarre, interpretato da Rutger Hauer (già famoso per aver pronunciato il celebre dialogo finale in “Blade Runner”), è invece un personaggio molto più rassegnato al proprio destino rispetto a Isabeau. Sarà per via della sua maturazione, ben più evidente rispetto a quella della ragazza, che lo porta ad affidarsi poco a un’aspettativa che potrebbe rivelarsi un’utopistica illusione. Navarre è un cavaliere dall’indomito coraggio, che rispecchia totalmente i caratteri tipici dell’eroe solitario e incorruttibile che si batte più per amore di Isabeau che non per se stesso.

In fondo domani è un altro giorno…” è una delle frasi più famose pronunciate da Vivien Leight in “Via col vento”. Un messaggio di speranza che la protagonista del capolavoro del 1939 diceva a se stessa, per continuare a credere in un domani migliore e in un futuro benevolo. In “Ladyhawke” il domani è soltanto la triste, seppur diversificata, ripetizione di un giorno già trascorso. L’indomani non reca alcuna speranza per il cavaliere nero, poiché il sole seguiterà sempre a sorgere e le tenebre scenderanno comunque ogni notte sulle vite dei due innamorati. Ne deriva un’evidente demarcazione rappresentata dai protagonisti: il buio e la luce, la notte e il giorno. Navarre con indosso un’armatura coperta da un mantello nero reca sempre con sé il simbolismo della notte, dell’oscurità che tortura il suo spirito. Isabeau, invece, è una fanciulla dai lineamenti angelici che cammina solitaria tra i boschi con la grazia indiscussa di un elfo nato dalla penna di J. R. R. Tolkien. Come i protagonisti, che risultano intrappolati in una specie di vita a metà, così “Ladyhawke” è una sorta di storia prigioniera in un genere ambivalente: quello della fiaba e della favola. Navarre e Isabeau nelle loro fattezze umane assurgono ai canoni della fiaba, ma nella loro trasformazione in creature della foresta e del cielo tendono ad avvicinarsi ai velati aspetti della favola, con gli animali intesi come incarnazioni di ideologie e credenze del tempo. Una seconda diversità personificata dalle due creature è da ritrovarsi nei due “spazi vitali” in cui si muovono la donna e l’uomo. Isabeau, tramutata in falco, diviene la signora del cielo, volando con le proprie ali fino alle vette più estreme. Navarre invece, trasformato in un lupo, è il signore della notte, rimasto con le zampe ben ferme a terra, potendo solo alzare i suoi occhi al cielo, in quella “realtà” così distante che non potrà mai raggiungere. Il lupo nero ulula alla luna come se volesse lasciarsi andare ad un malinconico canto che soltanto il cielo può accogliere nella tranquilla “riservatezza” della notte. Come il lupo resta attratto dalla luna, non riuscendo a scorgerla pienamente perché fin troppo distante, così Navarre, subita la trasformazione, cede a un continuo lamento verso quella volta celeste in cui, di giorno, il suo falco vola maestoso. L’ululato del lupo nel film altro non rappresenta se non il grido disperato di Navarre rivolto al cielo, quella realtà che egli non può raggiungere esattamente come non può rivedere Isabeau. La dannazione circa il fato dei due sfortunati innamorati è ulteriormente rimarcata nel tema dell’incomunicabilità. A differenza delle favole di Esopo, gli animali non possono esprimersi in quanto tali, e la vicinanza tra Navarre e il suo falco non può che limitarsi a lievi carezze che l’uomo riserva all’adorato pennuto. Isabeau, al contempo, può soltanto placare l’animo irrequieto del lupo accarezzandone il manto per regalargli qualche attimo di conforto e serenità. Navarre e Isabeau, divisi da una metamorfosi corporea, non possono quindi comunicare neppure con brevi sguardi corrisposti. La figura di Philippe si pone nel mezzo, essendo essa utile a garantire un punto di raccordo tra i due innamorati privati della possibilità di potersi rivedere. Di giorno Philippe riporta al suo salvatore le parole pronunciate dalla bella Isabeau, e di notte ciò che Navarre vuole che Isabeau sappia. Philippe rappresenta quindi una sorta di “trasposizione” eseguita dal regista Richard Donner nei confronti dello spettatore, nel caso in cui uno di noi fosse “catapultato” in questa fiaba e si trovasse interposto tra queste due anime separate da forze rie e ostili.

L’ambientazione del film è spiccatamente italiana, con il castello di Rocca Calascio e il Borgo di Castel del Monte come luoghi prescelti per impreziosire ancora di più una ricostruzione scenografica di un mondo medievale. In “Ladyhawke” traspira un amore per il cinema girato dal “vero”, tipico degli anni ’80, in cui si prediligeva scegliere da principio aspetti sognanti e fantasiosi, infondendo in essi i caratteri più profondi di un’indagine sull’animo umano e verso l’amore ben più articolata di quanto sembrerebbe a priori. “Ladyhawke” è una fiaba onirica, costantemente in bilico tra il sogno e la veglia, tra la realtà crudele e il mondo idilliaco del miraggio fantastico.

La scena più intensa del film è senza dubbio quella in cui Isabeau attende il sorgere del sole, riparata in un piccolo spazio, distesa assieme al lupo. Il sole comincia a sorgere dietro le colline e i raggi luminosi irradiano l’epidermide dell’animale. L’incantesimo si disfa progressivamente e Navarre si materializza, riprendendo la sua forma umana. Il sole non è ancora sorto completamente e Isabeau ha mantenuto ancora il suo aspetto naturale, quando Navarre si volta riuscendo a vederla. I due innamorati tornano a rimirarsi dopo interminabili mesi, ma non appena allungano le mani per potersi a stento sfiorare, l’inclemente maleficio si manifesta di nuovo e Isabeau, trasformatasi in falco, vola via: delle brevi sequenze dall’innegabile valenza commovente. Guardare la persona a noi più cara, poterla fissare ogni qualvolta lo desideriamo, avere la possibilità di stringerla a noi, farle una carezza per mostrarle tutto il nostro affetto, è ciò che spesso diamo per scontato. Dinanzi a due innamorati che dispongono appena di qualche istante per potersi soltanto intravedere non possiamo fare a meno di chiederci quanto sia ineluttabile il destino di una vita e quanto valore abbia il tempo che passiamo assieme alle persone amate.

  • Un giorno senza la notte e una notte senza il giorno

Navarre, non vedendo alcuna via d’uscita da questa tragica sorte, decide di vendicarsi irrompendo con Philippe nella fortezza di Aguillon per uccidere il vescovo. Il cavaliere prima di intraprendere quest’ultima missione ha ordinato a Imperius di uccidere il falco se avesse udito le campane della chiesa suonare, poiché ciò avrebbe significato la morte dell’uomo. La chiesa guidata col pugno di ferro dal crudele porporato assume i caratteri contrapposti a quelli della casa di Dio, cui dovrebbe essere, divenendo invece un luogo tetro e malvagio, dimora del diavolo. Il vescovo di Aguillon, nella sua ideazione, sembra essere ispirato a Claude Frollo, il prete custode della cattedrale di Notre-Dame nel capolavoro letterario di Victor Hugo “Notre Dame de Paris”. Come Frollo anche il vescovo s’innamora di una giovane donna dalla bellezza indescrivibile, ammirata per la prima volta sul sacrato della chiesa in cui Isabeau (Esmeralda nel libro di Hugo) trascorreva alcuni momenti della sua giornata. Il vescovo è paragonabile alla figura del truce religioso parigino soprattutto per la sua folle concezione dell’amore: un sentimento violento e possessivo, che lo porterà a sviluppare l’idea che se non potrà avere lui quella donna allora non l’avrà nessun altro. L’elemento soprannaturale però è unicamente riscontrabile nell’agire del vescovo, che maledisse i due giovani per impedire loro di vivere appieno l’amore che provano l’uno per l’altra. “Ladyhawke” tenta inoltre di mostrare come in epoca medievale la chiesa fosse una potenza politica e militare che poteva contare su imponenti eserciti e dominare con velleità dittatoriali. Navarre prima di poter affrontare il vescovo dovrà duellare con il capitano della guardia. Navarre, come ha sempre fatto, indossa un’armatura scura mentre sta in sella al suo cavallo nero; il suo avversario, invece, cavalca un cavallo bianco, difendendo una chiesa corrotta, un “bene” in questa storia non cristallino, anzi alquanto “opacizzato”. Appare evidente una sorta di dicotomia contrapposta tra i colori di scena rispetto alle scelte classiche, in cui il nero rappresenta il bene e il bianco il male. Al termine della contesa, Navarre sconfigge il cruento rivale, prima di accingersi a uccidere il vescovo. In quel momento avviene un’eclissi solare, e la luce del mattino tende a perdersi in una flebile oscurità: è un giorno senza la notte e una notte senza il giorno. Isabeau improvvisamente varca la soglia della chiesa: la maledizione si è spezzata. Navarre, una volta intravista l’amata, ignora improvvisamente il suo acerrimo nemico per avvicinarsi a lei. I passi dei due giovani si fanno sempre più incalzanti e in prossimità dell’altare, Navarre, prostrandosi in ginocchio, riabbraccia Isabeau. La splendida ragazza si avvicina in seguito al vescovo, che abbassa lo sguardo sopraffatto dalla vergogna. Isabeau mostra le sue mani oramai “spoglie” delle dannate catene in cui l’aveva confinata. Il porporato accecato dall’odio non accetta la sconfitta, e tenta di sorprendere alle spalle la giovane donna, ma Navarre, avvertito il pericolo, si volta di scatto e trafigge il prelato con la sua spada, uccidendolo. Navarre quindi si ricongiunge a Isabeau e l’abbraccia calorosamente, sollevandola con forza verso l’alto, mentre la ragazza, voltando lo sguardo all’indietro, si lascia andare ad un sorriso liberatorio. L’eclissi svanisce e il sole torna a risplendere, illuminando così i corpi dei due innamorati attraverso la vetrata della chiesa.

Terminare questa meravigliosa storia d’amore con la formula di rito “…e vissero tutti felici e contenti.” potrebbe apparire come un qualcosa di riduttivo alla celebrazione di un tale momento di gioia. Tuttavia non possiamo essere certi che i due innamorati abbiano vissuto per sempre nella felicità più autentica e cristallina. Ciò che è certo però è che da quel momento in poi ebbero di nuovo la possibilità di poter vivere comunque la loro vita assieme.

Preferisco terminare queste mie osservazioni sul film dicendo solamente che Isabeau e Navarre vissero per sempre uniti e mai nessuno più li divise, finché il sole continuò a sorgere e a tramontare, finché ci fu il giorno e ci fu la notte.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Colombo - Dipinto in Pop Art di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Trasandato nell’aspetto, distratto e perennemente sulle nuvole agli occhi di chi lo osservava, goffo e stranito nei modi di fare, inseparabile da quel suo impermeabile sgualcito; un aspetto consolidato in uno scenario piacevolmente ripetitivo. Persino quel mozzicone di sigaro, portato con ritmata frequenza dalla mano alla bocca, assumeva spessore e valenza interpretativa per il personaggio durante il proferire delle battute o in quelle lunghe, famose pause riflessive. No, non parlo di Clint Eastwood, anch’egli attaccato a un sigaro, che spesso diveniva parte integrante dell’espressione dell’attore stesso nei vecchi spaghetti-western. D’altronde come potrei parlare di qualcun altro, avendo fatto cenno a un particolare impermeabile, che immediatamente riporta il lettore, nel proprio immaginario, a pensare a una sola icona storica del piccolo schermo. In egual modo, se nominassi una giacca di pelle verrebbe in mente soltanto un individuo in grado di indossarla con tale disinvoltura tanto da farne un simbolo, come fosse il costume di un eroe degli anni Sessanta, riconoscibile al primo sguardo, essendo un qualcosa di talmente evocativo da entrare prepotentemente nell’immaginario collettivo. Ma gli atteggiamenti ripetitivi, monotoni, quasi asfissianti, oltre il consolidato classico look, costituiscono il segreto della notorietà. Sono quegli elementi che bucano lo schermo e conquistano lo spettatore. E’ l’espediente essenziale per il perfetto funzionamento di una sceneggiatura standardizzata, la ricetta per il successo. Parlare di Peter Falk e associarlo solo all’immortale ruolo del Tenente Colombo apparirebbe quanto mai riduttivo, poco garbato, persino offensivo. Un grande attore non può e non deve essere mai preda di un singolo ruolo, ma riguarderà solo e soltanto una parte nella sua carriera d’artista. A volte, gli attori tendono a detestare la mera associazione che il pubblico fa nei loro confronti con un personaggio da essi stessi interpretato, sia pure per un breve periodo di tempo. Desiderano invece essere ricordati nell’interezza della propria carriera artistica. Il serio pericolo per un attore è che nessuno riesca ad apprezzarlo in altri ruoli altrettanto meritevoli, poiché viene a trovarsi come schiacciato dalla sua interpretazione più conosciuta e innalzato quasi a emblema. Ma non è assolutamente il caso di Peter Falk. Anzi, tutt’altro! Falk, infatti, riuscì ad alternarsi con spiccata destrezza dal cinema alla televisione, ottenendo altrettanti favorevoli riscontri dalla critica e dal pubblico. Ma i panni del famoso tenente della polizia statunitense non li abbandonerà mai. E perché mai avrebbe dovuto lasciarli? Falk non fece mai mistero della sua profonda ammirazione per il ruolo che lo rese celebre in tutto il mondo. Lo descriveva come un personaggio dotato di un immenso carisma e di un coinvolgente temperamento. Era davvero un piacere interpretarlo. Il grande attore non rifiutò mai la sua “creazione” più famosa, ma la modellò su di sé negli anni e ne fece vanto nel tempo. Trattando maggiormente il suo ruolo più rappresentativo, non s’intacca mai, a mio avviso, la grandiosità del suo talento, anzi, assume ancor più quel prestigio che lo rende unico agli occhi del vasto pubblico.

Già nei primissimi anni ‘60 Falk aveva abbracciato il successo cinematografico per le interpretazioni ne “Sindacato assassini” e in “Angeli con la pistola”, arrivando a sfiorare l’Oscar come miglior attore non protagonista. Un preludio alla successiva scorpacciata di premi che otterrà in televisione. Ancor prima aveva lavorato in parti di tutto rispetto nella nota serie “Alfred Hitchcock presenta…”, un’anticipazione, questa volta, agli scenari noir e polizieschi che lo accompagneranno per tutto il resto della sua carriera. Falk era un volto televisivo, una presenza abitudinaria del piccolo schermo, ma era anche una figura piuttosto ingombrante, alimentata dalla bravura che cresceva giorno dopo giorno, per non restare relegato in un solo spazio interpretativo. E proprio per questo, tra gli anni Sessanta e Settanta, duetterà al cinema con alcuni dei più grandi nomi del momento: Sidney Poitier, Spencer Tracy, Jack Lemmon, Nanni Loy, Sidney Pollack, Maggie Smith, Peter Sellers e David Niven. Sui set cinematografici abbandona saltuariamente quell’impermeabile beige, pur custodendolo gelosamente, essendo consapevole che dovrà tirarlo fuori dall’armadio ogni qual volta gli tornerà utile. Ma quando indossò per la prima volta quell’identificativo indumento? Era il 1968. Il “tenente” però era già nato negli anni cinquanta ma viveva soltanto in un’idea abbozzata dai creatori Richard Levinson e William Link. Colombo era appunto "un'idea", in attesa di prendere forma e consistenza attraverso le mani dello stesso Falk. La grande novità che i due autori volevano proporre col suddetto sceneggiato era che l’attenzione dello spettatore non doveva essere riservata agli indizi, disseminati nel corso della puntata per arrivare a scoprire il colpevole, magari ancor prima del detective.

Nell’idea concreta dei due scrittori, lo spettatore doveva invece conoscere immediatamente l’assassino e le dinamiche che lo porteranno a compiere il delitto. L’attenzione doveva andare sul personaggio protagonista e non sul presunto colpevole. E’ capire come il tenente riesca a far crollare il possente castello eretto dall’assassino, a difesa della propria innocenza, il vero punto di forza della serie appena tracciata. Per rendere appetibile e interessante un approccio così diverso serviva un personaggio di spessore, che facesse breccia nelle simpatie dei telespettatori e reggesse il peso di una sceneggiatura a lui devota. Ma prima ancora serviva un altrettanto grande interprete per rendere quel medesimo personaggio all’altezza del compito richiestogli. Il primo attore a indossare la “divisa” ufficiale del tenente fu Bert Freed, ma allora il nome del personaggio era Fischer. Freed venne in seguito sostituito da Thomas Mithcell. L’episodio pilota stentava a decollare, gli attori non avevano le physique du rôle per la parte predestinata. Si alternarono ancora Lee J. Cobb e Bing Cosby con scarsi riscontri. La Universal, che credeva ancora nel progetto, attese l’arrivo del definitivo attore protagonista: dopo quattro fallimenti venne chiamato Peter Falk. Levinson e Link avevano finalmente trovato il loro Tenente Colombo. Puntando lo sguardo verso la telecamera, Peter Falk raggiungeva la fama internazionale. A dirigere il grande attore, dietro la macchina da presa, vi era un altro predestinato, allora sconosciuto: Steven Spielberg. Una squadra omologata per il successo.

Falk aveva una menomazione, un occhio di vetro, che ai primi provini della sua carriera lo aveva limitato nei severi giudizi dei produttori. Ma il suo merito più grande fu quello di trasformare un presunto difetto in un assoluto pregio; quell’occhio gli conferiva, infatti, uno sguardo particolare, arguto e intelligente, come se stesse continuamente riflettendo nel momento in cui scrutava attentamente il volto dell’assassino. Fu la prima, inimitabile caratteristica che Falk regalò al proprio personaggio. Gli sceneggiatori scrissero dei veri e propri tormentoni che il tenente avrebbe dovuto rispettare, permettendo, dopo poche puntate, agli spettatori di cogliere dei tratti comportamentali e abitudinari irresistibili. Di Colombo non conosciamo il nome di battesimo e non vediamo mai in volto la moglie che però nomina costantemente e alla quale è legatissimo. L’idealizzazione della consorte è onnipresente nei dialoghi di Colombo, venendo ironicamente inserita come contrappunto comico, quasi a mettere a proprio agio il sospettato, durante degli accenni di interrogatorio, velati da una dialettica furbescamente garbata e amicale. Colombo va in giro con un modello d’epoca malandato di Peugeot 403 cabriolet, rumorosa, non troppo linda e alquanto consunta ma di cui paradossalmente va molto fiero. Porta spesso con sé un cane, mite e dormiglione, a cui è molto affezionato, pur non avendogli mai trovato un nome, e per questo lo chiama semplicemente “cane”. Stravaganze bislacche che rendono il personaggio ancor più geniale nella propria quotidianità. Ma la genialità, dopotutto, non corrisponde ad un pizzico di “stramberia”?

Colombo ha un quoziente intellettivo superiore alla media e una capacità intuitiva fuori dalla norma. Non viene mai spiegato evidentemente se il suo apparire distratto e così “alla mano”, al limite dell’ingenuo, sia fatto di proposito per celare la propria intelligenza, o se sia una caratteristica naturale del personaggio che tende ad essere massimamente perspicace nella sua rilassatezza colloquiale. Implicitamente sembra che Colombo voglia apparire goffo e poco brillante per risultare una minaccia di poco conto agli occhi del sospettato. L’assassino, convinto di avere a che fare con un poliziotto qualunque, comincia ad abbassare la guardia, fino a commettere errori decisivi. Colombo intuisce dopo poco tempo chi è il principale indiziato, diciamo colpevole, e inizia così a pressarlo, all’inizio cautamente, per poi divenire ossessivo. Colombo approfitta della minima disattenzione del proprio interlocutore, usufruendo di una concentrazione spasmodica, mettendo il reo alle strette. In un sottile gioco d’intelligenza, il personaggio di Falk demolisce l’apparente impenetrabilità dell’alibi del colpevole, riuscendo straordinariamente a smascherare ogni contorto passo falso dell’assassino, ormai ridotto allo stremo. Falk caratterizzò Colombo facendo sovente uso della sua abilità di comico brillante, alternando così una comicità raffinata a un aspetto più serioso e raziocinante. Grazie alle sue fantastiche doti d’interprete rese il personaggio piacevole agli occhi del grande pubblico, sia quello adulto che quello giovane. Colombo è un moderno Sherlock Holmes, privo di pipa ma accanito fumatore di sigari, lontano dall’eleganza inglese ma realistico in quel suo ingegno, anteposto volutamente alla classe nell’aspetto esteriore. Durante lo scorrere delle serie decine e decine di star parteciperanno, desiderose di contribuire al successo del serial, spesso in veste di assassino. Falk inchioderà tra i tanti: Martin Landau, Johnny Cash, Leonard Nimoy, Leslie Nielsen, William Shatner, Anne Baxter, Dick Van Dyke, Lee Grant e Janet Leigh. Frutteranno le nomination e le vittorie ai maggiori premi per la serie e per lo stesso Falk, che porterà a casa ben quattro Emmy award e un Golden Globe, sempre come Miglior Attore Protagonista.

Peter Falk ne "La storia fantastica"

 

Dylan Dog, il personaggio dei fumetti creato da Tiziano Sclavi, è anch’esso un detective. Di ben altra natura, ma è interessante notare come anche lui vesta sempre allo stesso modo, risultando riconoscibilissimo agli occhi dei fan. Anche il fumetto di Dylan Dog pone la sua narrazione su alcuni tormentoni come le varie fobie del protagonista, le costanti freddure di Groucho o i passatempi di Dylan, che vanno dal suonare un clarinetto alla costruzione di un modellino di veliero. Persino Tex, altro mito del fumetto italiano, veste perennemente allo stesso modo: sono quelle caratteristiche iconiche e irrinunciabili di un personaggio. In tali casi, di un personaggio che tende a rispecchiare, fin dove è possibile, l’uomo normale che si erge a eroe. Falk con Colombo non fu altro che un uomo qualunque, costante e minuzioso nel proprio lavoro, vissuto, alle volte, nella monotonia della quotidianità, devoto ad uno stile simbolico che gli offrì il canone dell’eroe che ricerca giustizia, del detective che non impugna mai una pistola (persino quella di Dylan era spesso scarica) poiché l’avversità va affrontata con la potenza dell’intelletto. Peter Falk non abbandonerà mai i panni del Tenente da lui interpretato in veri e propri film, e trasportato anche al cinema, per ben 35 anni. Nel 1976 Falk fu particolarmente apprezzato per un ruolo, sempre da detective, nella commedia “Invito a cena con delitto”, dove recitava in una divertente opera di Neil Simon, parodizzando Sam Spade e lo stesso Colombo. Nel 1984 fu tra le star che apparvero nel famosissimo video di Ray Parker Jr “Ghostbusters”. Uno dei suoi ultimi, indimenticabili ruoli fu quello del nonno/narratore nel cult fantasy “La storia fantastica”. Peter Falk si spense il 23 giugno del 2011 all’età di 83 anni.

Dal 2008 soffriva della malattia di Alzheimer e non era più in grado di intendere e volere. Mi piace pensare che lassù indossi ancora quel suo impermeabile, e vada gironzolando di nuvola in nuvola a pressare il “malcapitato” di turno; sono certo che non gli farà domande dirette, parlerà probabilmente di sua moglie, ma senza dubbio si farà dire dov’era e cosa faceva a quella determinata ora di quel determinato giorno, e magari, dopo qualche altro passaggio del suo umorismo disarmante, allungando il braccio verso l’interlocutore, stringendo tra le dita il mozzicone di sigaro, aggiungerà candidamente: “Solo un’ultima cosa…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Dumbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Anni addietro lessi una meravigliosa poesia di Charles Baudelaire intitolata “L’albatros”. L’albatros è un candido uccello marino dalla grande apertura alare, maestoso e ed elegante quando solca in volo la superficie del mare. Il componimento di Baudelaire tratta di marinai che catturano uno splendido esemplare di albatros, e quando viene deposto sulle tavole dell’imbarcazione improvvisamente perde tutta la sua maestosità divenendo addirittura impacciato e goffo. Le agili ali che gli permettevano di volare divengono sulla terra dei pesi insopportabili da poter reggere. L’albatros, precedentemente ammirato nel suo volo, viene adesso deriso dai marinai per la sua difficoltà a muoversi a bordo del bastimento. Il poeta paragona la figura dell’Albatros a se stesso, vittima di ingiurie da parte dei popolani. La prima volta che lessi i versi di quella lirica mi venne naturale accostare l’albatros di Baudelaire, come in una specie d’assonanza, alla figura cinematografica di Dumbo. Come l’albatros, signore del cielo, appare frastornato così anche il minuto elefantino sulla terraferma si muove con difficoltà. Le grandi ali dell’albatros come le grosse orecchie di Dumbo impediscono un movimento coordinato, perché entrambi questi due esseri sono destinati a librarsi alti nel cielo. Per Dumbo, però, la vera particolarità è da riscontrarsi nel fatto che esso, pur essendo un animale terrestre, riesca a trovare il suo “mondo prediletto” su nel cielo.

A notte inoltrata, in un cielo stellato, uno stormo di cicogne volteggia su di un grosso tendone da circo. Planando in prossimità delle gabbie in cui riposano gli animali, le cicogne lasciano cadere dolcemente dei cuccioli tra le braccia accoglienti dei neogenitori. Un’elefantessa dall’ampia cuffia rosa e con un drappo azzurrastro che le copre la schiena, da tutti chiamata “signora Jumbo”, attende con impazienza che una cicogna giunga proprio sulla sua caustica dimora; ma sarà questa un’attesa destinata a non trovare il compimento desiderato. L’indomani il circo chiuderà i battenti in quella località e si sta già provvedendo a caricare gli animali sui vagoni del treno alla volta della nuova destinazione. Ed ecco una cicogna in evidente ritardo fermarsi qualche istante su di una nuvola e poggiare su di essa un cucciolotto avvolto in una calda coperta. La cicogna legge con attenzione la mappa che ha con sé per capire dove si trovi con precisione la signora Jumbo, a cui deve recapitare una “consegna” alquanto importante. Nel frattempo il peso del nuovo nato crea non pochi problemi alla cicogna la quale deve più volte riacciuffarlo in extremis prima che esso precipiti definitivamente giù dalla nuvola. Ogni qualvolta rivedo questa scena, e mi succede ancora oggi, mi sembra di vedere con una certa qualità d’immagini, suoni, gesti e schiamazzi di un qualsivoglia pubblico intento a urlare alla cicogna di voltarsi il più in fretta possibile per afferrare il “pargoletto” prima che vada giù. La cicogna si fa nuovamente carico di questo dono speciale e si getta all’inseguimento del treno oramai in movimento. Raggiunto il vagone in cui si trova la signora Jumbo, la cicogna le offre il panno in cui è ancora avvolto l’elefantino che la mamma chiamerà Dumbo. Il piccolo ha due bellissimi occhioni azzurri e con essi comincia a scrutare il mondo circostante, a osservare ciò che gli sta accanto. Dapprima sorride a sua madre, poi alle altre elefantesse lì presenti a cui accenna una seconda espressione gioviale. Uno starnuto improvviso di Dumbo fa sì che le sue orecchie si liberino e si mostrino in tutta la loro effettiva e ingombrante rarità. Questa stravagante peculiarità del suo aspetto non viene affatto gradita dalle altre elefantesse che iniziano a deriderlo per la bislaccheria di tali orecchie a sventola. La madre, infastidita dal borbottare sommesso delle altre elefantesse, raccoglie con la sua proboscide Dumbo e lo allontana così dagli sguardi indiscreti e maliziosi delle presenti. Dopodiché comincia a cullarlo con quell’amore sincero e incondizionato che solo una madre sa dare.

“Dumbo” venne proiettato nei cinema di tutto il mondo nell’ultimo trimestre del 1941. Durava poco più di un’ora. Il che fece esitare inizialmente molti distributori che manifestarono a Disney l’intenzione di distribuirlo come un “B-movie” o, in alternativa, come un cortometraggio. Disney rifiutò categoricamente di denigrare in qualche modo la sua opera, privandola dell’etichetta di vero e proprio “film”, pretendendo che “Dumbo” venisse universalmente riconosciuto come un’opera di breve durata ma dall’egual valenza di un film di canonica durata. “Dumbo” rappresentava il quarto classico della Disney, successivo a “Bianca neve e i sette nani”, “Pinocchio” e “Fantasia”.

Dumbo” inizia con un’attenzione accorta e sensibile al concetto classicista di “famiglia”, che apparentemente può sembrare più banale e meno profonda di quanto sia in realtà. Facendo leva sulla favola popolare degli infanti portati dalla cicogna, il film rilascia il primo messaggio: il dono della nascita. Un dono inestimabile sia per il nascituro che viene al mondo sia per i genitori che ricevono tale “pegno d’amore” in una notte senza alcun preavviso ma che magari attendevano da tempo. La nascita viene quindi rappresentata come un avvenimento condizionato ad un determinato momento della vita, in cui gli stessi genitori si sentono pronti ad accogliere e allevare un figlio. La nascita perpetrata attraverso il gesto simbolico di una cicogna che porta i cuccioli è atto a tracciare un legame sottinteso ma intrinseco tra figli e genitori, volto a rivelare un affetto che sboccia in maniera istantanea. Gli animali disegnati dalle magiche matite degli artisti della Disney divengono genitori nel momento in cui scelgono di crescere la prole che il cielo gli ha donato, rimarcando come tale rapporto sia ugualmente paragonabile al legame di sangue: genitore è chi mette al mondo un figlio ma lo è di più chi, di quel figlio, se ne prende cura. Gli animali divenuti genitori nel film sono il più delle volte singole madri.  La stessa signora Jumbo aspetta il proprio cucciolo, ma esso sembra tardare ad arrivare, rendendo ancor più unica la sua nascita, come un parto speciale e per questo difficilmente prevedibile. Dumbo non possiede un padre, come se si volesse sottintendere che anche le madri rimaste sole possano crescere con affidabili riscontri i propri figli, districandosi comunque tra il lavoro (qui rappresentato dal circo) e il ruolo affettivo ed educativo di “mamme”. Come accadrà pochi anni dopo al piccolo Bambi, anche Dumbo verrà sottratto all’affetto della madre. Ma se il piccolo cerbiatto dovette sostenere il fardello di un trauma improvviso che portò con sé l’efferatezza di un’innocenza spezzata da un evento tragico, e difficile da comprendere in tenera età come la morte della madre, Dumbo viene soltanto costretto a rimanere lontano dalla genitrice, assumendo un’aria triste e sconsolata ma non per questo perdendo la sua vena sognante e speranzosa che lo porterà a non smettere mai di cercarla fin quando non la ritroverà. Una volta che il circo viene aperto al pubblico, Dumbo viene schernito da un nugolo di ragazzini. Uno in particolare, somigliante in maniera piuttosto evidente al noto Lucignolo di “Pinocchio”, si dimostra aggressivo nei confronti del piccolo elefante, strattonandolo con forza. Furibonda la madre di Dumbo si scaglia prima sul manipolo di vessatori e poi sul personale del circo, che la rinchiude in una gabbia come “elefante impazzito”. Dumbo resta così triste e solitario. Nascostosi sotto un cumulo di paglia, viene avvicinato da Timoteo, un topo con cui stringerà la prima amicizia della sua vita.  Timoteo ricorda, negli atteggiamenti e nel suo ruolo di mentore nei confronti del protagonista, il grillo parlante di “Pinocchio”. Proprio Timoteo infatti concede velati rimandi a questa sua natura di “voce interiore” quando di notte sussurra all’orecchio del direttore circense le esibizioni future da dover portare in scena. Il direttore crede infatti che le idee nascano dai propri sogni, come se la notte gli portasse consiglio, quando in verità sono soltanto le parole del topolino apprese inconsciamente.

Timoteo, il solo ad avere compassione del piccolo, sprona più volte Dumbo ad assumere maggior fiducia in se stesso.  L’amicizia tra i due animali è strutturata in modo da insegnare cosa sia realmente l’accettarsi a vicenda. Timoteo è un topo, l’animale di cui gli elefanti hanno timore, secondo le credenze popolari. In realtà, il topo, essendo piccolo e veloce, destabilizza gli elefanti che lo vedono aggirarsi di soppiatto nelle loro vicinanze; nient’altro. Lo stesso Timoteo terrorizza le elefantesse che mostravano totale indifferenza nei confronti del piccolo Dumbo. Eppure, il piccino non ha alcuna paura del topo. Come se da bambini, restando al di fuori dei pregiudizi, in quell’innocenza infantile, non si comprendesse davvero ciò che in età adulta potrà diventare odio e timore razziale. Il topolino rappresenta la specie “avversa” a quella degli elefanti, ma l’amicizia con il piccolo Dumbo certifica come spesso l’incomunicabilità e la diversità possano essere superate dalla semplice conoscenza.

Dumbo è timido e innocente, ancora incapace di reagire ai soprusi. Egli viene emarginato dai suoi simili prima ancora che sbeffeggiato dagli uomini poiché diverso nell’aspetto, e per questo non accettato. Le sue grandi orecchie sono la metafora visiva della sua diversità. Dumbo sembra non curarsene, o per meglio dire, sembra non accorgersi minimamente della sua particolarità esteriore, non riuscendo così a comprendere propriamente perché venga isolato da tutti. Le sue grandi orecchie minano persino la sua andatura e lo fanno spesso inciampare, questo perché Dumbo non è nato per restare con le zampe sempre ben piantate al suolo.

Timoteo conduce il piccolino a trovare la mamma, rinchiusa in una cella cupa e soffocante. Dumbo è talmente piccolo da non saper parlare, per questo il legame con la madre viene solamente espresso con gli occhi colmi di lacrime e le carezze delle loro proboscidi. Se da una parte Dumbo non può parlare alla madre, essa dall’altra non può neppure vederlo, poiché la gabbia è chiusa quasi fino al tetto, lasciando soltanto una piccola finestrella, dove potersi affacciare. Dumbo non può raggiungere tale altura così la madre protende la sua proboscide, iniziando a cullarlo dolcemente da destra a sinistra e viceversa. Ciò che non viene espresso a parole o con gli sguardi viene semplicemente mostrato dal tatto affettivo. Una scena dal pathos viscerale, che genera una commozione istantanea. I nostri occhi vengono inumiditi come in un riflesso condizionato, tanto profondo è il linguaggio emotivo della scena da arrivare dritto al cuore, scandendo ogni singolo battito.

Le influenze di “Fantasia” sono riscontrabili anche in “Dumbo” e spesso la musica accompagna i movimenti del cucciolo, cadenzando il ritmo musicale con il semplice gesto o lo spostamento dell’elefantino. La musica e l’immagine divengono una cosa sola nella celebre sequenza degli elefanti rosa. Dumbo si abbevera da una tinozza insieme a Timoteo senza rendersi conto che in quel barilotto è stata accidentalmente versata un’intera bottiglia di champagne. I due, ubriachi e confusi, iniziano a vedere dappertutto elefanti rosa che ballano, suonano e intonano versi inquietanti. Una scena lunga e intensa in cui i colori luminosi del sogno vengono “divorati” dalle musiche angoscianti dell’incubo, come se Ipno, il dio greco del sonno, subisse i canti nefasti del fratello Thanatos. Il coro accompagna la danza in un incubo ad occhi aperti che induce Dumbo a non curarsi di ciò che sta avvenendo realmente intorno a lui. La mattina seguente Dumbo e Timoteo si svegliano sulla cima di un albero. Timoteo deduce che sono arrivati fin lì grazie a Dumbo e che l’elefante ha imparato a volare. Dumbo non ci crede e così Timoteo, supportato da un gruppo di corvi canterini, dona all’amico una magica piuma che permette a chi la possiede di poter realmente volare. Tenendola stretta sulla sua proboscide e guardandola intensamente, Dumbo comincia a librarsi in aria, sospinto dalle sue grandi orecchie. Tornato in scena al circo, Dumbo si esibisce nuovamente nel suo numero da “pagliaccio”, ma questa volta, lanciatosi dal limite massimo di un palazzo in fiamme, non precipiterà giù, ma volerà, gettando nello stupore un’intera platea gremita di spettatori. Timoteo, rimasto nascosto nel cappello indossato da Dumbo, gli toglie via la piuma magica, in verità soltanto uno strumento per far prendere a Dumbo la giusta fiducia in se stesso, e, infatti, egli prosegue comunque a volare. Dumbo diviene una star di prima grandezza, trionfando su chi si prendeva gioco di lui. Timoteo diviene il suo impresario, mentre Dumbo si ricongiunge alla madre in un vagone privato del treno a lui completamente dedicato.

Dumbo trasforma quello che per molti era un difetto in un pregio. Le orecchie scomode che spesso lo facevano cadere maldestramente divengono le sue ali, permettendogli di volare in alto con sicurezza e abilità. Come l’albatros della poesia così Dumbo dimostra di non appartenere propriamente alla terraferma, ma di poter raggiungere le vette più alte dei sogni e delle speranze. “Dumbo” insegna la condivisione della diversità estetica, dell’unicità di ogni singolo talento custodito e coltivato in noi. “Dumbo” è un film carico di sentimento e traboccante di coinvolgente pathos, un film che commuove dal primo all’ultimo istante. Nessun altro personaggio della Disney riesce a conservare in sé una dolcezza e una tenerezza paragonabile a quella dell’elefantino. Dumbo è emotività viva e senziente, comunicativa e profonda. Egli si rivolge al pubblico senza proferire parola alcuna, bensì parla con gli sguardi e con il singolo gesto della sua proboscide, con i movimenti talvolta roteanti delle sue orecchie e con l’immensità animosa dei suoi occhi. Dumbo si rivolge al cuore di chi segue il suo cammino, non temendo di piangere dinanzi a chi impara lentamente a conoscerlo. Un elefantino talmente amabile che ogni qualvolta piange, soffrendo l’allontanamento dall’amore materno, non fa che indurre i propri spettatori a sussurrare: “non pianger così, non pianger più”. Se poi a queste parole si abbina il valore della melodia e della colonna sonora premiata con l’oscar, “Dumbo” travalica i confini della pellicola, riuscendo a creare un legame con i suoi spettatori fatto di canti e lacrime vere. Egli resta in silenzio, lasciando noi tutti a meditare magari alla nostra di madre o alla figura che maggiormente ricordiamo come la più importante della nostra infanzia, intonando le parole del testo: “Bimbo mio, non temer, la tua mamma è con te; fa' brillar gli occhioni blu, non pianger più, non pianger più, bimbo mio”.

“Dumbo indugia sulla commozione ma non desidera soffermarsi completamente su essa, vuole invece allontanar tale pianto, poiché solo dopo averlo provato possiamo comprendere come farlo andar via. Il turbamento e la commozione generano infine la spensieratezza e l’ilarità in un viaggio contradditorio del sentimento umano. E nel finale, infatti, quando lo ritroviamo con la sua mamma, possiamo finalmente spogliarci di quella sorta di catarsi che il film ci ha indotto a sperimentare, rimanendo qualche istante fermi con il sorriso stampato in volto, a intonar un’ultima volta “non pianger più”. Perché davvero non vogliamo che Dumbo pianga più. Mai più!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Capitan Harlock" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • L’uomo nell’anime: tra amori e doveri

Il personaggio di Capitan Harlock, nato dalla matita del mangaka Leiji Matsumoto, è un eroe romantico prima ancora che un uomo comune, di straordinaria levatura morale, ma pur sempre un uomo soggetto a dubbi e timori, a tentazioni e resistenze nel corso della sua eroica battaglia atta a proteggere la terra da un male che proviene da mondi remoti dello spazio sconfinato. Il tratto erotico, l’impronta tentatrice e la natura inebriante delle Mazoniane, le avversarie di Harlock, sono state tutte caratteristiche sottoposte a svariate censure negli anni Settanta, quando le reti italiane destinavano l’anime di “Capitan Harlock” ad un pubblico spiccatamente giovanile. Ne derivava quindi un ritratto piuttosto approssimativo delle tematiche più profonde sollevate da Matsumoto e Rintaro. La Space – Opera che doveva rappresentare la guerra di Harlock tra le stelle era, ed è tutt’oggi, soltanto la superficie; un pretesto narrativo per mettere in evidenza l’infamia di certi uomini, la superbia dei regnanti, la devastazione a cui, nel silenzio generale, andrà in contro il bene più grande che l’uomo possiede, la terra stessa, in un futuro distopico. Il popolo di Mazone non è descritto come un male assoluto, quanto piuttosto un male necessario, sorto dalla sofferenza di una stirpe priva di una dimora, scevra da un’identità. Harlock, in quanto essere dotato di un'umanità sconfinante, rispetta e comprende nobilmente le disperate richieste dei suoi avversari, privati del loro mondo e desiderosi di insediarsi sulla terra per sopravvivere, ma non può avallarle, pur disprezzando i governi del suo popolo, pur difendendo strenuamente quegli ideali che vengono calpestati dagli uomini al potere, coloro che si rifugiano velatamente dietro l’Arcadia a cui seguitano ugualmente a dare la caccia.

La tensione a cui il capitano è continuamente sottoposto si amalgama all’attrazione fatale delle donne Mazoniane, caratteristica unica dell’anime di Matsumoto. Harlock subisce il fascino, la tentazione sinistra di queste figure femminili venute dal remoto, a cui si oppone per salvaguardare la propria bandiera, simbolo di libertà per il proprio pianeta natale. Le donne ritratte da Matsumoto sono figure snelle ma ugualmente formose, apparentemente esili ma comunque forti, slanciate ed eleganti, dai grandi occhi affossanti (celebre l’episodio “Laura dagli occhi scintillanti”) e dai capelli lunghi e folti, i quali ornano il viso e, scendendo poi giù, destano i larghi fianchi. Più volte il protagonista sarà soggetto all’incanto e alle insidie delle donne che vorrebbero ucciderlo; per il personaggio, ai tormenti per la perdita dell’amata Maya, si sovrappone il desiderio di contatto, tenuto a freno solo dalla forza dell’astratto concetto di giusto e sbagliato.

Le Mazoniane bruciano alla loro morte con un inquietante processo di autocombustione, come a testimoniare che possano essere una maledizione passeggera o un’avviluppante fiamma imperitura che potrà consumare l’eroe se cederà alla passione. Un tale fuoco divampante potrà forse preservare il suo spirito se egli continuerà a vivere nella lunga menzione dell’unica donna che abbia mai amato. La censura ai tempi troncò di netto le parti più accattivanti, privando lo spettatore dell’affresco sequenziale che celebrava le connotazioni seduttive delle guerriere. Il momento più emblematico è però lasciato allo scontro finale, dove Harlock e Raflesia, la regina posta alla guida del popolo di Mazone, duellano ricalcando i più celebri aspetti dei combattimenti di cappa e spada. Gli affondi delle lame alternano ferite sanguinose a tagli netti al vestiario, che finiscono per mostrarci, da un lato un protagonista ferito ma vittorioso, dall’altro una splendida e perfida avversaria sconfitta ma fieramente regale nel mentre si regge il costume con le mani; costume che mostra i tratti delicati e aggraziati delle forme fisiche e artistiche della donna. Harlock, dinanzi alla regina per la quale ha provato rabbia e rispetto nei due anni di lotte, percepisce comunque l’attrazione, come la stessa regina a sua volta. Due destini diversi, due lotte interminabili, due sentimenti così lontani ma cosi accomunati. Harlock, infine, trionferà per la terra, perdendosi nelle profondità dello spazio al termine della sua classica avventura, con ormai la sola presenza femminile a cui anela, quella di Meeme, perdurando a vivere tra le stelle nell’eterno ricordo dell’amata perduta, perché come per i più grandi eroi tragici a cui Harlock è chiaramente ispirato, l’amore per un’unica donna supera la morte e permane per sempre.

  • La leggenda nel cinema: tra simboli e bandiere

Per il regista Shinji Aramaki, che diresse il lungometraggio in computer grafica dedicato al personaggio, Capitan Harlock era una leggenda inafferrabile, un mito mai pienamente vivibile, una figura avvolta in un’aura intellegibile. Ecco perché sembra porlo sullo sfondo dell’intera vicenda del film, quella che dovrebbe avere il capitano come epicentro. Harlock non è più l’eroe romantico consolidato nella splendida serie classica, non si lascia andare a tristi lamenti suonando l’ocarina né subisce il fascino sinistro di una stirpe, il già citato popolo di Mazone, oramai non più presente in tale adattamento; l’obiettivo cambia drasticamente ed Harlock non è il centro della propria storia. Reca il peso di essere un simbolo, lo stendardo di un ideale. Harlock è un uomo maledetto, vecchio di oltre cento anni, caratteristiche del tutto nuove che elevano il personaggio al non semplice ruolo del “mito” piuttosto che del protagonista. In quel secolo di lotte, in quella vita dannata porta con sé ogni gloria delle proprie vecchie rappresentazioni. Aramaki non riprende la storia classica, non tratta del conflitto contro le Mazoniane, non affronta l’avventura della serie SSX né la cupa atmosfera dell’Endless Odissey. Egli omaggia, riscrive, volge l’attenzione verso la figura simbolica di Harlock, non su Harlock stesso. Lo spettatore vorrebbe stare al fianco del Capitano, combattere con lui, vederlo in prima linea, ma può farlo solo per poco e quando è il momento necessario. Harlock è “un’ebbrezza”, lo si cerca sempre con lo sguardo ma vive lì, riparato nell’oscurità.

Non possiamo concepirlo davvero perché egli altri non è che il simbolo e la personificazione dell’ideale che è stato in passato. Disposto a sacrificare se stesso e l’universo per restituire la terra come noi la conosciamo; la dannazione mista all’eroismo di colui che non si arrenderà mai. La libertà è sacrificio, anche. L’Harlock del film altri non è che una figura avviluppata nel misticismo. Non possiamo stare al suo fianco, noi vecchi fan, perché non è il capitano che conosciamo, è il suo ideale che “cammina”. Solo Meeme, la donna che gli è sempre stata vicina, può restare accanto a lui, solo il quarantaduesimo membro dell’Arcadia può conferire con lui. Nessun altro! Il passaggio di consegne finale reca il significato dell’intera opera: Harlock vivrà per sempre. Tale trasposizione cinematografica può venir apprezzata se compresa come un’opera celebrativa del mistero di Harlock, e credo che l’intento finale del lungometraggio sia quello di omaggiare un’icona, non intaccando una storia già vista ma virando su una nuova, complessa, articolata, fin troppo estenuante nel suo svolgimento; una storia devota all’omaggiare un eroe ineffabile, divenuto per l’appunto “leggenda”. La potenza visiva dell’intero film rende merito alla forza evocativa della bandiera di Harlock. E sul finale, quando il Capitano, lasciatosi andare seduto sul suo trono con accanto la fedele Meeme, sembrerebbe rinunciare e cedere alle sofferenze e piegarsi al dolore dell’animo umano… ecco che d’un tratto comanda alla nave di partire, perché ci sarà sempre e comunque un’altra “odissea”.

Che sia uomo puro o leggenda incompresa, Harlock continua ad essere, a più di quarant’anni dalla sua prima apparizione, un eroe capace di convogliare in sé la debolezza umana e la forza mitologica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Correva l’anno 1976 e al cinema esordiva, in uno dei film sportivi più acclamati della storia del cinema, una futura leggenda del grande schermo. Rocky ad oggi è un personaggio che non ha certamente bisogno di alcuna presentazione, per lo meno non per quello che riguarda le sue imprese sul ring; ma in che modo si palesava per la prima volta dinanzi ai suoi futuri fans? Rientrando a casa, apriva la porta, e prima ancora di togliersi di dosso il cappello nero e il giubbotto sgualcito di cuoio, Rocky andava dinanzi alla vaschetta delle sue tartarughe e le salutava, battendo delicatamente le dita sul vetro. Ci veniva presentato così il pugile italoamericano, come un giovane indigente che viveva alla giornata, in una casa cupa e modesta. Rocky sopravviveva racimolando pochi spiccioli al giorno, lavorando oltre che come pugile di bassa lega anche come esattore per conto di un gangster nei quartieri residenziali dei sobborghi cittadini. Lo spettatore a una prima occhiata non resta fuorviato neanche per un istante dal mestiere poco edificante del protagonista, perché comprende subito che Rocky è di indole buona, essendo egli stesso restio a “punire” i debitori, i quali anche grazie alla sua clemenza riescono a guadagnare qualche giorno in più per mettere assieme i soldi necessari a saldare il debito. Rocky sembra non avere alcun obiettivo a lungo termine, mostrandosi come un personaggio “schiacciato” da una società cinica e inclemente che piega i meno abbienti. Di conseguenza, sconfortato dagli anni trascorsi sempre ad arrangiarsi vive ancora senza aspettarsi nulla dalla vita.

Nonostante la rassegnazione, Rocky è un uomo dal cuore d’oro, che rammenta quotidianamente quale sia realmente la via del rispetto e del buon vivere, dettami che, ad esempio, cercava di far capire a una giovane ragazza, caduta, per colpa di pessime conoscenze, nei vizi mondani dell’alcool e del tabacco. Al termine della loro conversazione Rocky verrà congedato da una serie di insulti da parte della ragazza: una metafora aspra e cruda, messa in scena come testimonianza vivibile del quartiere che intrappola Rocky da troppo tempo, dove nonostante si voglia restare ingenuamente buoni, si finisce inevitabilmente per rapportarsi con l’aspetto più marcio e sordido della città. Rocky ha due sole amiche nel suo triste appartamento, appunto Tarta e Ruga, due tartarughine a cui dà sempre da mangiare non appena varca la soglia di casa, e con cui passa gran parte del tempo a conversare scherzosamente. Il migliore amico di Rocky è Paulie, fratello di Adriana, una donna estremamente timida, tanto da non uscire mai di casa se non per andare al lavoro. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio di animali con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Intuiamo così che Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky si innamora immediatamente di Adriana e l’aiuta a superare la sua imbarazzante timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento, soltanto perché a bordo ring, tra lui e il pubblico, c’è sempre lei ad attenderlo.

La prima, grande occasione nella vita di Rocky arriva per diretta scelta del campione del mondo Apollo Creed, una rivisitazione cinematografica del mito Muhammad Alì, che come il dio del fato rotea il proprio dito su una lista di nomi di papabili pugili, facendolo cadere proprio sul nome di Rocky, perché di origini Italiane, come lo scopritore dell’America, Cristoforo Colombo, e perché portatore di un soprannome evocativo: lo stallone italiano. La vita finalmente ha qualcosa di concreto da offrire a Rocky, che di colpo si ritrova davanti la possibilità di poter combattere per il titolo mondiale dei pesi massimi. Dopo essersi riappacificato con il manager Mickey, dai sobborghi cittadini alle strade del centro città, Rocky inizia un allenamento estenuante, che troverà il suo culmine con la celebre corsa sulla scalinata del Museum of Art di Philadelphia, dove alzerà le braccia al cielo sorridendo, accompagnato dalla celebre colonna sonora di Bill Conti.

La sera prima dell’incontro, Rocky si fa cogliere dal timore, un’altra opportunità che permette allo spettatore di avvicinarsi ancora di più al lato umano del protagonista. Perché Rocky non è il classico eroe senza macchia, incorruttibile, temerario e dall’animo ricolmo di coraggio. Rocky ha paura! Avrà sempre paura: dei suoi avversari, delle sfide che dovrà affrontare con i guantoni o con le sole mani nude, dalla boxe alla via quotidiana. Ecco che il ring diventa un’allegoria delle difficoltà che ognuno di noi deve affrontare nel corso della propria vita. Le suddette difficoltà possono tramutarsi ai nostri occhi in “nemici” sempre più forti dei predecessori, capaci di colpire con un destro e un mancino micidiali, colpi che probabilmente potranno mandarci al tappeto. Ma sta a noi riuscire a rialzarci, mantenere sempre il “fuoco” accesso della nostra anima e delle nostre passioni, la carica di ogni nostro battito. Una fiamma imperitura che possa permetterci di incassare il colpo, raccogliere l’energia residua e rialzarci poco prima del gong, in attesa del prossimo round. Nessuno può colpire duro come fa la vita, neppure Apollo, e Rocky questo lo sa. Nel match del secolo, il pugile vede la sua unica possibilità di poter riscattare un’esistenza grigia, ma è purtroppo cosciente di non potercela fare. Nessuno ha mai vinto con Creed. Ma nessuno ha neanche mai resistito con lui. Se Rocky ce la farà a resistere ad ogni colpo, come ha resistito alle insidie che la vita gli ha riservato e messo davanti, solo se riuscirà in questo potrà finalmente dimostrare a se stesso che può essere davvero un grande, una specie di eroe.

La differenza tra i due pugili è netta, e lo si nota sin dalle prime battute del match: Apollo è un artista del ring, un dominatore del quadrato da lui stesso girato e rigirato più volte con la sua famosa tecnica dei “saltelli”: mosse atte ad evidenziare la sua grande agilità e a rendere ancor più complesso ogni tentativo di attacco da parte di Rocky, che di fatto riesce a stendo a sfiorarlo. Rocky dal canto suo adopera una tecnica abbozzata, a malapena ispirata alle movenze del grande del passato, Rocky Marciano. Ma il più delle volte, Rocky non può che avanzare lentamente, esponendosi ai jab del campione a volto scoperto. Creed comincia a colpire Rocky, ma il primo ad andare al tappeto sarà proprio lui, sbilanciato in avanti da un tentativo fallito di uno-due al viso. Apollo si espone ingenuamente al contrattacco di Rocky che scarica un mancino potentissimo stendendo il campione. Per la prima volta nella sua carriera, Apollo cade al tappeto. E’ il preludio al dramma sportivo che si compirà di lì a breve: il match tra i due pugili si trasformerà in uno scontro devastante. Rialzatosi, attonito e furioso per il colpo subito, Apollo tempesta Rocky con una serie di colpi, ma il pugile italoamericano getta il cuore oltre l’ostacolo, restando in piedi nonostante una maschera di sangue gli copra il viso. Al penultimo round Apollo sferra un pugno potentissimo che manda Rocky al tappeto. Vedendo il suo pugile ormai abbattuto e dolorante, Mickey urla disperatamente a Rocky di restare a terra, contrapponendosi persino al suo vice che invece afferma l’esatto contrario, incitando Rocky a rialzarsi. Adriana dalla platea resta sconvolta dalla brutalità dei colpi che i due atleti si stanno sferrando e teme per la vita di Rocky. Rantolando nel buio, ottenebrato dagli occhi quasi del tutto chiusi per le ferite, Rocky riesce a raggiungere le corde e, aggrappandosi ad esse, si rialza ancora una volta. Apollo resta perplesso della tenacia di Rocky, che non vuole cedere a nessun costo. All’ultimo round, un Apollo stremato si fa sorprendere dall’ennesimo atto di forza del proprio avversario che, schiavati due Jab del campione, colpisce Creed con una nutrita serie di terrificanti colpi al volto e al torace. Sembrerebbe che Apollo stia per cedere, ormai sopraffatto da una tale violenza, ma il suono della campana pone fine alle ostilità. - “Non ci sarà rivincita!” - riporta un Apollo distrutto - “E chi la vuole!” - sancisce Rocky con voce sommessa.

L’eroica resistenza di Rocky è la dimostrazione dell’incredibile forza di volontà di un uomo, il coraggio che supera la paura, la voglia di poter dimostrare a tutti di meritare l’opportunità che il fato gli ha riservato, la stenua perseveranza nel non darsi per sconfitto, indipendentemente dall’esito del giudizio altrui. Rocky diviene l’emblema del più debole che si erge sul più forte, colui che riesce a dimostrare il proprio valore a chi non ha mai creduto nelle sue capacità. Il finale del primo film, assoluto capolavoro, lascia spazio all’amore, pur allontanandosi dal lieto fine sportivo: Apollo vince ai punti ma Rocky è riuscito nella sua impresa. Urla il nome della moglie, richiamandola a sé, e in un abbraccio profondo i due amanti si perdono nel giorno più importante della loro vita. Noi stessi, con i nostri sguardi, ci perdiamo in loro, nel sorriso di Adriana e nei lineamenti stanchi ma mai domi di Rocky, che ritrovano vigore proprio nell’affetto dell’unica donna che abbia mai amato.

“Rocky”, girato in poco meno di un solo mese e con un budget relativamente misero (“solo” un milione), incassò ai botteghini di tutto il mondo più di duecentoventi milioni, venendo candidato a dieci premi Oscar. Alla fine, “Rocky” strapperà tre statuette all’Academy, tra cui quella per il miglior film e la miglior regia. Sylvester Stallone ricevette, dal canto suo, due nomination all’ambito premio, sia come miglior attore che come miglior sceneggiatore, eguagliando così lo straordinario record di Charlie Chaplin e Orson Welles. Circa quarant’anni dopo, Stallone riceverà la terza nomination all’Oscar della sua carriera, questa volta come miglior attore non protagonista, ancora per il ruolo di Rocky nello spin-off “Creed”.

La saga di Rocky ha continuato ad emozionare nel corso dei successivi decenni, senza mai però raggiungere le vette artistiche del primo film. A mio giudizio, soltanto il secondo ha conservato gran parte del fascino della prima pellicola, dandoci la possibilità di vedere Rocky alzare al cielo la cintura del campione. Da lì in poi gli scenari cambieranno drasticamente: Rocky abbandona a tutti gli effetti la periferia e la sua vecchia vita fatta di sacrifici per intraprenderne una nuova, di certo agiata, in una lussuosa villa. La carrellata dei futuri nemici di Rocky sarà pittoresca, quasi come se si trattasse di una Galleria di Villan da fumetto: Labbra Tonanti (interpretato dal Wrestler Hulk Hogan), Clubber Lang, Ivan Drago (forse il match più famoso dopo quello con Apollo), Tommy Gun e Mason Dixon. Nonostante le atmosfere cambino e si vada sempre più a mostrare aspetti sicuramente votati all’azione e alla spettacolarizzazione degli incontri a discapito del dramma iniziale, i personaggi principali proseguono nella loro crescita, mostrando sempre uno sviluppo lineare nei loro rapporti. La scomparsa di Mickey, unica figura paterna nella vita del protagonista, segna Rocky, così come l’amicizia con Apollo gli donerà ulteriore forza. L’addio dell’ex campione del mondo sarà uno shock anche per noi spettatori, che mai abbiamo indicato Apollo come un nemico bensì come un avversario prima e un alleato dopo. E’ questa una grande differenza, i successivi antagonisti non avranno mai lo stile di Creed né la sua simpatia e sbruffoneria, recheranno con loro solo un’aggressività apparente; saranno esclusivamente dei nemici e non avversari sportivi. Gli alti e bassi nella saga proseguiranno fino al sesto ed ultimo capitolo in cui si tornerà alle atmosfere iniziali, riportando Rocky a dover affrontare il dramma della vita, non più soltanto quello della boxe. E’ morta l’amata Adriana e come ci verrà mostrato in “Creed – Nato per combattere” morirà anche Paulie. Rocky si ritrova di nuovo solo, a dover vivere nell’eterno ricordo della sua amata, riaffacciandosi su quel mondo che non vedeva da troppi anni, da prima di ricevere quella sua unica occasione. E’ un ritorno al passato. Neppure la comparsa di un male riuscirà a piegare lo spirito combattivo dell’ex pugile: un invito umano e generoso a non arrendersi mai, perché la vita dà e toglie, possiamo soltanto scegliere fin quando combattere le nostre battaglie, cercando di resistere nel nostro “angolo prediletto”, quanto più possiamo.

E’ questo che ha sempre testimoniato Rocky: la forza di non arrendersi mai. Prima ancora che con i guantoni io ricordo Rocky così: intento a parlare con le sue tartarughine, quando viveva abbandonato, quando ancora non aveva cominciato a combattere le sue sfide più grandi, quando ancora non s’era imbattuto in Adriana, innamorandosi immediatamente, quando doveva ancora cominciare a vivere. Un’immagine semplice, che si ricorda così bene perché è proprio da lì che si sarebbe delineata una nuova vita, di quelle intense, piene, indimenticabili.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Anno: 1954, una spedizione archeologica rinviene, da uno scavo nei pressi delle sponde del Rio delle Amazzoni, un fossile di straordinario valore. Si tratta di ciò che rimane di un arto superiore appartenuto a una creatura mai classificata dall’uomo. Una scoperta di tale valenza non può non destare grande interesse nel paleontologo David Reed e nella dottoressa Kay Lawrence (Julie Adams), affermati ricercatori di fauna e flora marina, nonché studiosi di anfibi ed esperti dei processi evolutivi che ne hanno permesso l’adattamento delle specie dal mare alla terraferma. Appresa la notizia del ritrovamento, i due, mossi da un avvolgente entusiasmo, si mettono a capo di una seconda spedizione archeologica verso l’Amazzonia per tentare di rinvenire altri reperti così da ricostruire l’essere vivente a cui apparteneva l’arto venuto alla luce tra gli strati rocciosi. Giunti sul sito oggetto dello scavo, gli archeologi s’imbattono in una laguna conosciuta, nelle credenze popolari dei pescatori autoctoni, come un luogo di morte. La laguna veniva, infatti, descritta come un paradiso terreno mai realmente perscrutato, poiché chiunque si sia avventurato in quelle acque non è mai tornato indietro per farne racconto. I ricercatori decidono comunque di mettere una barca in acqua e perlustrare la laguna. Essa si presenta come una zona circoscritta, isolata dal resto del fiume, essendo cinta da una folta vegetazione in cui sembrano essere sopravvissuti diversi esemplari di flora preistorica. La laguna nera, così viene chiamata dai naviganti che spesso risalgono il Rio delle Amazzoni, è un luogo appartato, avulso dalla natura esterna ai propri confini, dove per un inspiegabile destino, quelle acque sono sopravvissute alle ere del mondo, mantenendo le esatte caratteristiche dell’habitat originario. Intanto dagli abissi emerge una creatura che osserva incuriosita l’imbarcazione: è il mostro della laguna nera.

Il mostro, mimetizzandosi tra le grosse piante del fondale lacustre, attende con predatoria pazienza, studiando i movimenti degli incauti invasori giunti a disturbare la quiete della sua dimora. La biologa Kay Lawrence, rimasta sola sul ponte, decide di concedersi una nuotata nelle limpide acque del fiume.

Comincia così la sequenza più famosa dell’opera di Jack Arnold. Kay, con indosso un bianco costume, nuota sulla superficie, spingendosi di tanto in tanto nelle profondità dello specchio lacustre. Il mostro, scrutando i movimenti della ragazza, affiora dal fondale e fa per portarsi verso di lei. La camera si “tuffa” in acqua seguendo il moto della strana creatura che adesso è più che mai intenzionata a dirigersi verso la protagonista. Arrivato in prossimità della donna, il “Gill-man” (così sarà chiamato dopo il successo del film) le si pone poco al di sotto, nuotando quasi in maniera sincronizzata con lei. Il regista procede secondo due inquadrature differenti, tentando di demarcare i confini della terra, intesa come ambiente facilmente visibile, e della laguna, rappresentata invece come un luogo di difficile scernimento. In superficie vediamo Kay nuotare beatamente senza rendersi conto della minaccia che la segue a poca distanza. Contemporaneamente, il cineasta alterna le inquadrature sott’acqua ponendo l’attenzione sull’altro “mondo”, quello della laguna, dove l’insolita creatura scruta la sagoma della donna.  La scena in questione è entrata nell’immaginario collettivo per l’indubbia valenza sensuale, che vede il mostro seguire la donna, mirandola con innato desiderio. Il bianco costume risalta splendidamente nella trasparenza dell’acqua, venendo raggiunto dai raggi solari che ne amplificano la nitidezza in superficie. La creatura, dal basso verso l’alto, ammira le generose forme della donna, una splendida Julie Adams, accentuate a dismisura dalle movenze aggraziate e dai gesti armonici che la ragazza compie immergendosi ripetutamente nello specchio d’acqua. Kay si lascia andare sotto la superficie, ruotando su se stessa e compiendo alcune giravolte, che esaltano i tratti sensuali del suo corpo. Il mostro si avvicina ancor di più alla donna, allungando la mano, quasi a sfiorarle le esili gambe. L’arto della creatura, del tutto simile a quello ritrovato nello scavo, avanza lentamente per poi indietreggiare di scatto, come se volesse lambire la donna senza però lacerare la sua candida epidermide, così fragile e delicata. Kay avverte la sensazione di essere stata toccata da qualcosa, ma crede ingenuamente che si tratti solo di filamenti d’alga o d’innocui corpuscoli trasportati a migliaia dal lento flusso delle correnti lacustri.  I membri dell’equipaggio notano sulla barca l’assenza della collega e quindi la invitano, non appena scorta in acqua, a risalire sulla chiatta. Una volta a bordo, Kay si accorge che le reti immerse in precedenza sono state strappate con forza. Turbata e impallidita rivolge lo sguardo in direzione della laguna e in quel preciso istante comprende che qualcosa di pericoloso nuota tra quelle acque apparentemente tranquille.

Il Gill-Man si palesa agli uomini nella notte, salendo sull’imbarcazione e terrorizzando gli scienziati.  Kay fugge dalla barca, cercando riparo sulle sponde rocciose, ma il mostro la insegue. Alcuni dei più coraggiosi tentano di fermare la creatura, trovando la morte per mano del mostro che li uccide uno dopo l’altro senza pietà. Raggiunta Kay, il Gill-Man protende verso di lei le sue lunghe braccia mentre la donna, atterrita, si accascia a terra. La creatura sembra non volerle fare del male, e comunque la prende in braccio e la porta con sé. Le urla della ricercatrice attirano però il resto degli uomini che riescono a mettere in fuga l’animale colpendolo con armi da fuoco. E’ il preludio che un conflitto del tutto particolare sta per accendersi tra il mostro e gli uomini di scienza, desiderosi da un lato di catturare una creatura così unica ma dall’altro di proteggere la biologa, oggetto d’attenzione da parte del Gill-Man. Tuttavia, dopo qualche giorno, ormai stanchi e numericamente dimezzati, decidono di abbandonare la laguna.

La creatura riesce, però, a impedire loro di partire, creando una temporanea diga, costituita da materiale di risulta assieme a dei grossi tronchi che ostruisce il passaggio. Con questo stratagemma il mostro riesce ad avere la meglio sulla ragazza la quale viene portata via e trattenuta in una delle tante caverne adiacenti la laguna. Deposta la malcapitata sulla nuda terra, il mostro non fa in tempo neppure a sfiorarla che sopraggiunge David per cercare di sventare quel rapimento che sa d’inverosimile. L’uomo fa fuoco sulla bestia già in precedenza ferita dalle punte acuminate delle fiocine in uno dei tanti combattimenti in acqua. Il Gill-Man viene allora fuori dalla caverna ormai morente, e barcollando, reggendosi a malapena, va a gettarsi nelle acque della laguna.

  • Il commento

L’opera di Jack Arnold è considerata un classico del cinema fanta-horror, e il Gill-Man è ampiamente annoverato tra i grandi mostri della Universal. Alla sua uscita nelle sale, il film venne proiettato in 3D, sfruttando al massimo il formato stereoscopico con cui fu girato. L’affascinante apporto fotografico e le suggestive riprese subacquee risultano ancora oggi di assoluto spessore e contribuirono largamente alla riuscita del film. Gran parte del successo dell’opera è da riscontrarsi nello straordinario lavoro dei costumisti Bud Westmore e Millicent Patrick (disegnatrice) che crearono una sorprendente tuta in calzamaglia di grande effetto e verosimiglianza, a cui solo successivamente furono applicate le squame. Il costume della creatura venne realizzato colorandolo di verde e d’oro. Per la testa si scelse il lattice. Durante le riprese sott’acqua il costume del mostro fu indossato dal nuotatore Rocou Browning che diede al Gill-man dei movimenti nel nuoto spiccatamente umani, mentre per le riprese in barca o sul terreno, il mostro venne impersonato da un mimo che conferì alla creatura delle movenze sapientemente studiate per combinare atteggiamenti sia animaleschi che umani. La testa fu il vero fiore all’occhiello della realizzazione: gli occhi del mostro, così penetranti, erano in grado di esprimere le emozioni dell’anfibio, e il volto risultava essere una miscellanea di tratti e lineamenti comparabili alla fauna marina. Gill-man era a tutti gli effetti concepito per essere una creatura a metà tra l’essere umano e l’animale. Il film oggi può apparire piuttosto semplice nella sua esecuzione, anche fin troppo breve (dura appena 75 minuti), ma continua a mantenere il suo fascino,  la sua carica di cult del genere, grazie alle numerose interazioni tra il mostro e i protagonisti, cosa inusuale e molto impegnativa per quel tempo, e alle spettacolari inquadrature in tutta la laguna.

"Il mostro della laguna nera" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il lungometraggio si presenta come un avventurosa storia fantascientifica, ma il lavoro di Arnold riesce a suscitare profonde tematiche dietro la fatiscente confezione di “monster-movie”. I protagonisti dell’opera, David e Kay, hanno incentrato gran parte del loro lavoro su uno studio costante delle teorie evoluzionistiche e dei rimandi ipotetici alla teoria dell’Anello mancante, l’elemento intellegibile per comprendere appieno l’evoluzione dell’uomo. I due sembravano vivere attendendo un avvenimento in grado di offrire una possibilità per carpire una sola risposta alle loro innumerevoli domande: l’accadimento che aspettavano da tempo fu proprio il ritrovamento dell’arto di una creatura appartenente alla specie del Gill-Man. Il mostro si configura perciò come un essere preistorico, sopravvissuto incredibilmente all’estinzione e rifugiatosi tra le acque di quella laguna sperduta. Il Gill-man è l’ultimo esemplare di una specie mai realmente conosciuta dall’uomo, che però sembra avere in qualche modo un legame con esso, esplicato, ad esempio, dall’andatura eretta. Il Gill-Man è il passaggio mancante, probabilmente una forma di vita intrappolata a metà. Durante lo scorrere del film più volte gli scienziati affermano di credere fermamente che l’universo sia popolato da extraterrestri in altrettanti pianeti inesplorati. Si pone l’accento quindi sulla possibilità che nell’ignoto si nasconda la vita. Quella laguna è un ecosistema sconosciuto, e proprio laggiù, nei meandri di quelle terre, sole e abbandonate, alberga una vita mai davvero compresa. Il Gill-Man è ciò che David e Kay stavano attendendo da sempre, una contraddizione vivente che dia una risposta pur suscitando un nuovo interrogativo. Il mostro della laguna nera è un essere schivo e isolato, triste e violento, che non esita a eliminare selvaggiamente chiunque gli si ponga davanti. La natura mostruosa della creatura si scontra però con la predisposizione del suo sentimento, una caratteristica umana che porta il Gill-Man a provare un’attrazione passionale verso Kay, la donna che contempla dalle profondità di quello specchio lacustre.

Come per King Kong, anche il Gill-Man finisce per innamorarsi della bellezza, della grazia, in un afflato di desiderio sensuale. Julie Adams, meravigliosa con indosso il bianco costume, incanta la creatura, assoggettandola alle proprie fattezze. L’indole attrattiva del mostro, a differenza del capolavoro “King Kong”, è però solamente accennata, non è invece il cardine del film gioiello di Arnold, o per lo meno, non sembra esserlo, poiché il regista dedica più spazio alle scene d’azione subacquee che all’amore dell’animale per la donna. L’agire che sospinge la creatura è dettato totalmente dal desiderio di avere Kay, e ciò lo porterà a scontrarsi inevitabilmente con gli uomini. L’amore cruento della creatura per la donna permea quindi l’intero film pur non essendo mostrato in maniera plateale.

Il meccanismo che permette agli spettatori di comprendere l’agire del mostro, pur discostandosi dalla sua violenza, coincide con la solitudine emanata dalla creatura. Il Gill-Man rapisce Kay perché desidera una compagna con cui condividere la sua esistenza. Il mostro resta però tale perché non riesce ad allontanarsi da ciò che rappresenta la sua stessa essenza: l’incapacità di mostrare alcuna tenerezza nei confronti della donna rapita. Se King Kong sceglieva di morire in modo struggente, con lo sguardo rivolto alla sua Ann sull’Empire state Building, il Gill-Man fa solo in tempo a rimirare una Kay impaurita all’interno della caverna, prima di venire colpito a morte dagli ultimi scienziati accorsi, in una sequenza di sicuro meno evocativa e commovente. La ragazza si mette così in salvo riabbracciando David, mentre il mostro, piegato nel corpo e nello spirito, si lascia cadere in acqua. La scena finale indugia sul Gill-Man, apparentemente senza vita, che scompare nell’oscurità della laguna.

Qual è l’anello mancante tra la creatura mostruosa e noi spettatori? Cos’è che più ci accomuna, dunque? Il sentimento, in poche e semplici espressioni riassuntive: la malinconica idea di un amore tragico sin dal principio!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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