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"Lei e Lui" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un dolore sordo, indistinto, echeggiava da quei luoghi. Una ferita sanguinava ancora, non si era mai cicatrizzata. A Hiroshima, l’aria era tuttora impregnata di morte. Tra i vicoli, lungo le strade, fra le bancarelle dei mercatini rionali, la vita delle persone scorreva lenta e scialba, con una funerea normalità, tacita e rassegnata. La città giaceva, a distanza di parecchi lustri dal bombardamento, in uno status di shock, trascinandosi a stento, recando in sé il trauma vissuto, senza la benché minima possibilità di guarigione. Le stagioni si susseguivano ma il terrore e lo strazio di quel fatidico giorno seguitavano a permeare l’aria circostante. Persino in un bel dì sgombro di nubi, con il sole all’orizzonte, i volti degli abitanti esprimevano una sofferenza atavica e una paura sempre presente.

Naoto sapeva bene quello che avrebbe trovato a Hiroshima. Anch’egli, come tutti i giapponesi, serbava nel cuore un dispiacere recondito, un’angoscia remota. Non aveva combattuto in guerra, lui, non l’aveva neppure vista con i suoi occhi, eppure ne custodiva l’orrore. A Naoto, come a tutti i suoi fratelli, fu tramandato il racconto dei tragici eventi di Hiroshima e Nagasaki, la devastazione che avvenne in quella porzione di terra, la gelida presa della morte che piombò dalle stelle velate in un giorno di caligine, spazzando via persone innocenti, anime inconsapevoli. Il dramma di un attacco così sconvolgente - perpetrato agli ultimi scampoli del secondo conflitto mondiale ad opera degli Stati Uniti d’America - segnò per sempre tutti coloro che assistettero all’immane tragedia, che sopravvissero, così come chi si affacciò al mondo successivamente, e a cui fu narrato quanto di terrificante accadde in quegli ultimi atti di guerra.

Erano trascorsi alcuni anni dall’attacco, Naoto camminava per le vie di Hiroshima e notava quanto per la popolazione fosse ancora difficile provare a dimenticare, voltare pagina, ricominciare. Ci sono eventi che lasciano un segno indelebile, lacerazioni che non possono mai rimarginarsi. Naoto vedeva tutto questo dinanzi a sé: uomini intimoriti, donne terrorizzate, bimbi disillusi e già messi a confronto con l’asperità della vita. Attorno a lui, miseria e desolazione.  La bomba era caduta il 6 agosto del 1945 e ancora emanava le sue radiazioni. No, non più quelle che facevano ammalare, che si celavano nell’ombra, occultate da un velo etereo, quelle che uccidevano lentamente, giorno dopo giorno, successive al nefasto “boom”; erano radiazioni di altro tipo, effetti collaterali di una guerra scellerata. Su Hiroshima, si propagavano “radiazioni” che contenevano al loro interno indigenza, malessere interiore, disoccupazione. Era questo ciò che la guerra aveva perpetrato. Non soltanto morte e devastazione ma gravi patologie e sofferenza; la guerra aveva lasciato dietro di sé una civiltà sottomessa al dolore, alla sconfitta, ad una sorta di assuefazione, un insieme di cittadini abituati al tormento, costretti a convivere con un eterno tetro ricordo.

Nonostante tutto la gente del luogo continuava a lavorare con orgoglio, dignità e abnegazione, utilizzando solo mezzi di fortuna, nella speranza che un giorno l’orrore che era accaduto e che ancora recava i suoi danni potesse affievolirsi, fino a sparire, inghiottito dal tempo, e da esso sorgesse un’alba nuova. Durante il suo periodo di visita, Naoto s’imbatte in un piccolo chiosco di souvenir…

Un momento, ma io non vi ho ancora detto chi è questo Naoto di cui continuo a parlare. Perdonatemi, avrei dovuto farle ben prima le presentazioni del caso. Vedete, Naoto è un vecchio eroe. No, non di certo un “eroe di guerra” o, come si suol dire in questi frangenti, un “grande guerriero”. Dopotutto, “la guerra non fa nessuno grande” - diceva un vecchio saggio. Naoto, però, era a tutti gli effetti un eroe. Un eroe di un vecchio “anime”, sì, insomma di un cartone animato, diciamo pure così.

Ebbene, Naoto era il protagonista di questo cartone, un’opera dell’animazione giapponese chiamata “Tiger Mask”. In una delle sue tante avventure, in particolare nell’episodio intitolato “Ricordando Hiroshima”, Naoto si reca, per l’appunto, nella città di Hiroshima e assiste al disagio che una fetta della popolazione è abituata ora e sempre a subire. Negli occhi dei passanti che egli scruta attentamente, nelle parole degli interlocutori a cui Naoto dedica molta attenzione, si percepisce il tenue rimbombo di un dolore strozzato, che ha radici profonde.

All’inizio dell’episodio, Naoto scrive una lettera. Nel suo testo, egli afferma di aver visitato di recente il museo della bomba atomica e di scrivere quelle parole con le lacrime agli occhi e il cuore fermo in gola. “Questa tragedia non sarebbe mai dovuta accadere.”, dice.

Girovagando qua e là fra i quartieri di Hiroshima, Naoto intravede un piccolo banco da lavoro e un mendicante che offre la sua mercanzia. Questi è solito vendere delle piccole riproduzioni di legno della Cupola di Hiroshima, il celebre edificio che rimase intatto durante lo scoppio della bomba atomica e che divenne un simbolo di speranza ma anche uno scrigno di rimpianti. In quelle miniature, Naoto vede racchiuso il vociare della popolazione civile di Hiroshima, i gesti, le risate, i canti e tutti gli schiamazzi che per le vie echeggiavano in quel 6 di agosto e che improvvisamente vennero zittiti da un’esplosione che sconvolse per sempre la città.

Quando Naoto manifesta l’intenzione di acquistare una copia del rappresentativo souvenir, il mendicante gli confida che purtroppo ha esaurito il suo articolo e quindi non è in grado di offrirglielo. Naoto non si dà per vinto. Egli è sempre più desideroso di possedere una di quelle sculture, e quindi si reca direttamente dall’artigiano che le realizza, riuscendo così a stringerne una tra le sue mani.

È in quei frangenti che Naoto si perde fra le memorie di un passato che riaffiora prepotentemente nel presente. Quando tutto fu devastato, quell’edificio - riprodotto dalla sapiente mano dello scultore in quelle studiate miniature, di cui egli e la moglie se ne disfano per soli 100 yen - resistette a quel distruttivo bagliore, al ferale rombo del nucleare. I corpi dei civili, invece, divennero polvere, portata via dal vento. Osservando le fotografie esposte al museo in cui viene perpetuato l’orrore abbattutosi su Hiroshima e contemplando il monumento riprodotto dall’artista, Naoto scava nel trascorso del suo paese. I ricordi storici e fattuali si mescolano alle sensazioni personali del protagonista dell’anime. La ferita insita nel cuore del Giappone si riapre con facilità, e Naoto sembra avvertirla su di sé, sulla sua pelle.

Ma cos’è Hiroshima in realtà? Quale segreto si nasconde in essa?

Hiroshima è anzitutto una città, il cui nome è stato consegnato alla storia. Essa è un monumento vivente, un monito pullulante di gemiti e memorie. Hiroshima è cultura, è avvenimento storico, è immagine, emozione, rimembranza. E’ essa stessa strumento di reminiscenza. Ma Hiroshima è ancor prima un “nome”. Sì, un nome. Hiroshima è un nome divenuto evocativo e onnipresente, sinonimo di orrore, di scelleratezza, di sofferenza, di follia umana.

Hiroshima… Questo “nome” lo ripetono continuamente due personaggi in particolare: lei e lui. E chi sarebbero adesso questi “lei” e “lui”, vi starete senz’altro chiedendo. Beh, nulla più di un uomo e di una donna: due sconosciuti privi di nome, incontratisi in una sera apparentemente normale, a Hiroshima, in un racconto visivo molto diverso da quello di Naoto, fin qui narrato.

Tu non hai visto niente a Hiroshima. Niente.” – dice lui, stringendo la donna fra le sue braccia.

Ho visto tutto. Tutto. L’ospedale l’ho visto, ne sono sicura. L’ospedale esiste a Hiroshima. Come avrei potuto evitare di vederlo?” - replica lei, rispondendo all’abbraccio.

Non hai visto un ospedale a Hiroshima.” – rincalza lui, con tono di chi la sa lunga e prosegue – “Non hai visto niente a Hiroshima”.

Quattro volte al museo…” – bisbiglia lei.

Quale museo, a Hiroshima?” – domanda lui.

Quattro volte al museo a Hiroshima. Ho visto la gente guardare, ho visto la gente passare pensierosa, attraverso le fotografie, le ricostruzioni. Non gli è rimasto altro. Le fotografie… Le fotografie, i diagrammi. Non gli è rimasto altro… I modellini… Non gli è rimasto altro. Quattro volte al museo a Hiroshima, ho guardato la gente, ho guardato me stessa pensosamente.”

Inizia in tal modo - con questo dialogo recitato a bassa voce - l’opera cinematografica “Hiroshima mon amour”: uno scambio di parole pronunciate sommessamente, sussurrate tra lei e lui, due amanti che vivono una notte d’amore nel centro urbano della città giapponese e parlano di quel che concerne Hiroshima, avvinghiati l’uno all’altra. Ripetono quel “nome” così tante volte, al principio o al termine delle loro frasi. Perché lo fanno?

Il nome della città di Hiroshima viene ribadito, rimarcato, come se dovesse essere tenuto a mente, ripetuto per non essere dimenticato. Quell’identificativo, “Hiroshima”, si ripresenta nel loro parlato ancora e ancora, manifestandosi come lo spettro di un essere vivente caduto, trapassato, che riappare improvvisamente perché non vuole rischiare d’essere accantonato, obliato. La donna del film, definita, come già precisato, anonimamente “lei”, menziona il museo della città. Il museo che lei stessa ha visitato.

In quei corridoi, ella ha provato le stesse sensazioni che Naoto - il personaggio da me citato giusto all’inizio - ha percepito quando anch’egli si intrattenne all’interno delle sale espositive. Dalle fotografie, dai frammenti di metallo deposti sul pavimento, si propaga un alone di spregevolezza, di turbamento, di insofferenza. La donna della pellicola ha osservato tutto questo silenziosamente. I ricordi di un dramma storico rinvengono in lei e si impadroniscono delle sue emozioni. È questo ciò che può avvenire a Hiroshima: la tragicità della guerra e le conseguenze che essa ha arrecato e che continua ad arrecare alla popolazione, nel silenzio del tempo che scorre inesorabile, riemergono con forza travolgente. 

Ad Hiroshima si è consumato uno dei più grandi orrori della storia dell’umanità, eppure il film “Hiroshima mon amour” - pellicola del 1959 diretta dal cineasta Alain Resnais e con protagonisti Emmanuelle Riva nel nel ruolo di “lei” e di Eiji Okada nei panni di “lui” – comincia con un atto d’amore. Le braccia dei due innamorati, per noi ancora oggetto di mistero, s’intrecciano fra loro. I corpi si avvicinano sempre più, attimo dopo attimo. Cos’è la guerra se non l’opposto dell’amore? Essa spezza i legami tra gli esseri umani, arreca morte, al contrario dell’amore che è soprattutto unione. Forse, è per tale ragione che il regista sceglie di dare il via alla sua narrazione filmica mostrando i personaggi congiunti in un abbraccio senza fine, in una lunga vicendevole carezza.

Ma chi sono quei due che discutono sommessamente, tra un bacio e l’altro? Lui, architetto giapponese, lei, attrice francese, si conobbero per caso. In un locale, ad Hiroshima, i loro occhi s’incontrarono e le loro anime scelsero di avvicinarsi.

La notte di passione scorre lentamente e intensamente; lei e lui dialogano, e alle loro parole si sovrappongono le immagini, fredde e spietate, drammatiche e dignitose, del recente passato di Hiroshima. La donna seguita ad ammettere di aver “visto tutto a Hiroshima”. L’uomo continua a correggerla: “Tu non hai visto niente, ancora. Niente”.

Ma lei aveva visto il dolore, nel museo. Dapprima, una gigantografia di un fungo nucleare che troneggiava in maniera macabra su una parete. Poi, una sequela di istantanee che eternavano i civili dilaniati, gettati in terra, che giacevano al suolo. Aveva scrutato i diagrammi che racchiudevano i volti devastati, le bocche distorte, le orbite private degli occhi, i dorsi ustionati. Lei camminava nel museo e si abbandonava a quel dolore, che da esso effluiva come un lezzo nauseabondo. Osservava il metallo piegato, spezzato, divelto; i fiori privi di colore, piante mostruose, petali attorcigliati su sé stessi, divenuti una massa informe, un agglomerato raccapricciante di steli.

Poi ella fuggì, lasciò il museo. Si recò a Piazza della Pace. Lì sentì caldo, un caldo afoso e intollerabile, come se avvampasse sulla sua epidermide tutto il calore del sole. Era come se percepisse sulla propria cute i segni delle medesime bruciature patite dai superstiti di Hiroshima.

Lei ne è conscia, lo sa perfettamente: ovunque a Hiroshima echeggia un dolore nascosto che si ripete ciclicamente, come un’eco inestinta, che fa sentire ancora il suo flebile grido mai soffocato del tutto. I ricordi si propagano come radiazioni.

Il dialogo tra i due prosegue. Lei si sofferma a parlare dei sopravvissuti, la gente comune che scampò al massacro. Gli effetti su di essi furono altrettanto devastanti. Le donne generavano figli malnati, gli uomini diventavano sterili, la povertà divorava la gente come una belva feroce. Sopraggiunse la fame. Il cibo veniva rifiutato, buttato via, interi raccolti lasciati morire. I pesci, dono dei fiumi e dei mari, pescati in gran quantità venivano poi abbandonati nelle reti, lasciati alla deriva. La paura che le radiazioni si fossero insinuate dappertutto e avessero contaminato ogni fonte di cibo si propagò in ogni dove a Hiroshima. Il popolo superstite si abituò al sacrifico quotidiano, ad accettare una sorte talmente ingiusta, ella dice, che “l’immaginazione, di solito pur tanto feconda, davanti ad essa si rinchiude”.

Dopotutto, cos’altro potevano fare i sopravvissuti? Se non cedere, abbassare il capo, arrendersi ad una catastrofe prodotta dall’uomo di una “razza” in guerra contro un’altra “razza”. Quel giorno a Hiroshima, però, non si attaccò un esercito nemico, si attaccò una nazione, si ferì indissolubilmente un popolo, si uccise un numero impressionante di persone in un giorno d’estate, colpevoli d’essere cittadini di un paese in guerra, “vittime necessarie” da essere sacrificate per spezzare la resistenza giapponese. Gli abitanti di Hiroshima divennero una “cifra”, un mero numero da eliminare per evitare un numero ancor maggiore di vittime se la guerra fosse proseguita ancora.

Ma cos’era Hiroshima per il mondo? Cosa divenne quel nome, quella città per il resto del globo? Nel film, lui lo chiede alla donna il giorno seguente, quando i due trascorrono insieme il mattino.

Per lei, da principio, Hiroshima significò la fine della guerra. E così fu per molti cittadini del Vecchio e del Nuovo Continente. Nulla più che un sospiro di sollievo. Hiroshima fu solamente un atto eclatante, addirittura inevitabile per porre fine alle ostilità.

Quel giorno fu una festa per molti…” – dice lui, amaramente. E infatti fu questa la prima lettura che in molti diedero a quanto successo. Poi, però, crebbe la consapevolezza. La stessa protagonista del lungometraggio rammenta: dopo il sollievo per la resa del Giappone, si insinuò il sospetto, il terrore che una cosa del genere potesse riaccadere a qualcun altro. Il mondo aveva visto per la prima volta gli effetti dell’esplosione atomica e la devastazione della sua potenza. Ma il terrore durò poco per tutti. Ad esso, subentrò l’indifferenza. E poi la paura dell’indifferenza. Può l’essere umano diventare indifferente davanti alla possibilità che un conflitto atomico possa verificarsi nuovamente? Per la protagonista di “Hiroshima mon amour” sì, l’essere umano può farlo.

Il giorno scorre via, e i due amanti occasionali faticano a lasciarsi andar via e dirsi addio. La donna inizia a svelare i segreti del suo passato. Le immagini dei suoi ricordi si mescolano alle sequenze del presente, generando un affresco di memorie e sogni indistinguibili fra loro. La donna ha modo, così, di raccontare la sofferenza che l’attanaglia, anch’essa generata dall’ombra della guerra. Quand’era una fanciulla, viveva in Francia, a Nevers.

Nevers… Un altro nome che si ripete frequentemente nel suo parlato, al pari di Hiroshima. In quella città francese, ella ha lasciato parte del suo cuore. Era una ragazza quando percorreva in bicicletta le strade di una Nevers occupata dall’esercito del Terzo Reich. In quei giorni, la giovane donna incontrò un uomo, un soldato tedesco, e i due si innamorarono. Lei era solita uscire di casa e raggiungere il suo amato nei campi o fra le rovine. La guerra sembrava essere così lontana in quei momenti. Nevers era quieta nei suoi ricordi, non vi erano colpi di artiglieria a disturbare il sogno d’amore della fanciulla. Poi, d’un tratto, accadde. Lei raggiunse il soldato, ad uno dei loro appuntamenti, e lo vide riverso a terra. Lo aveva raggiunto il proiettile di un fucile sparato da un cecchino ben nascosto. Il soldato tedesco non era ancora morto quando lei si precipitò a soccorrerlo. Gli restò accanto per tutto il pomeriggio, finché non spirò. Fu allora che anch’ella si sentì morire. Il suo primo amore le era stato strappato via inaspettatamente: l’ineluttabilità della guerra.

Osservando quel corpo senza vita, ella si scoprì di colpo impotente davanti all’imprevedibilità di un conflitto, così come della vita stessa. Né più viva e né morta, seguitò a vivere negli anni futuri. La guerra le aveva sconvolto lo spirito. Con il tempo, però, il dolore si attenuò e i ricordi del suo primo amore divennero meno chiari e delineati. Questo però non le diede pace, né la rasserenò. Tutt’altro! Non poteva accettare di dimenticare, non voleva che quei ricordi, che per lei significavano così tanto, le sfuggissero dalla mente.

E se fosse questo il vero dolore? La consapevolezza di poter dimenticare. Per lei obliare le sensazioni del primo amore caduto in guerra, per l’umanità dimenticare l’orrore perpetrato a Hiroshima. La protagonista del film non può tollerare un simile fato. Per questo, forse, in cuor suo, lei volle raggiungere quella città sita in Giappone. A Hiroshima, ella poteva coesistere con l’afflizione, condividendolo la sua sofferenza con il dolore collettivo della città e di un popolo intero che non può in alcun modo smarrire i suoi ricordi. La donna, dunque, si abbandona all’atmosfera del centro urbano, lasciandosi carezzare da lui, dall’uomo che ha incontrato, divenuto ai suoi occhi proprio “Hiroshima”, la personificazione di un dolore che fa parte dell’esistenza stessa, un dolore troppo importante per precipitare nell’oblio.

Può l’essere umano smettere di ricordare? Cancellare dalla propria mente la dolce immagine del primo amore, e l’immagine, oscura e orrifica, della bomba atomica?

Sebbene alcuni ricordi, soprattutto i più intimi e personali, possano sbiadirsi con il passare del tempo, ci sono dei luoghi che si sono fatti carico di una memoria destinata ad essere imperitura. Hiroshima per il mondo intero -  come Nevers per il personaggio dell’opera – è un “nome” ancor prima che una città, depositario di una memoria dal valore profondo: una memoria destinata a rammentarci cosa potrebbe accadere se in un infausto giorno il mondo decidesse di sprofondare nel baratro.

Autore: Emilio Giordano

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